L’Iran è ancora il bersaglio delle intelligence occidentali

Gilles Munier France-Irak Actualité 2 agosto 2016IRAN-VS-KSA-768x506Il 14 luglio 2015, a Vienna, l’Iran e il gruppo P5+1 (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina e Germania) firmavano l’accordo nucleare che concludeva, almeno sulla carta, l’embargo sul Paese. Ma non solo gli statunitensi sono riluttanti ad applicarlo, ma cercano ancora di rovesciare il regime islamico con il sostegno degli alleati occidentali e locali, Israele e Arabia Saudita, mirando alla partizione del Paese. Alcuni mesi prima l’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della rivoluzione islamica dell’Iran, riceveva le famiglie delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche cadute in Siria e Iraq, dicendogli che i loro figli avevano dato la vita per proteggere i luoghi santi sciiti le popolazioni di questi Paesi dalla distruzione e permettere all’Iran di non dover combattere lo stesso nemico domani “a Kermanshah, Hamadan e altre province”. La prima minaccia alla sicurezza dell’Iran è lo Stato islamico, naturalmente, ma anche le organizzazioni locali jihadiste e/o separatiste attive principalmente nelle regioni di confine.

Masud Rajavi

Masud Rajavi

Minacce jihadiste e separatiste
Nelle ultime settimane, gli scontri violenti tra il Corpo del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) e gruppi armati in Kurdistan, Sistan-Baluchistan, Azerbaijan orientale e Khuzistan (Ahwaz)
– Da quando Masud Barzani ha deciso a marzo di rilanciare il separatismo curdo, accantonato in Iran dal 1996, i peshmerga del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDK-I) guidato da Mustafa Hijri cercano di occupare zone montuose e città al confine con l’Iraq. La tensione è tale che il Generale Pakpour, comandante delle forze di terra dell’IRGC, ha minacciato di intervenire militarmente nel Kurdistan iracheno, se non viene dato l’ordine di ritirare i combattenti. Dato che Barzani non s’imbarcava in tale avventura senza le assicurazioni di CIA e Mossad, la situazione può degenerare solo. Tanto più che secondo l’agenzia Stratfor, chiamata CIA-bis, Mustafa Hijri ora vuole riunire tutte le organizzazioni separatiste iraniane nel “Congresso delle nazionalità per un Iran federale”…
– Il 20 giugno, l’Ammiraglio Ali Shamkhani, Segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, rivelava che i servizi avevano sventato “una delle più significative trame terroristiche” ordite da organizzazioni jihadiste che “pianificavano attentati suicidi a Teheran”. Inaudito!
– Il 22 giugno, sei separatisti del GAMO (South Azerbaijan National Army) arrestati nell’Azerbaijan iraniano erano in possesso di “documenti sensibili e informazioni per una potenza straniera“.
– Il 23 giugno, diverse squadre di sabotatori furono arrestate nella provincia petrolifera del Khuzestan, del Movimento di liberazione araba dell’Ahwaz (ASMLA) che vuole l’indipendenza.
– Il 10 luglio, un commando del Partito del Libero Kurdistan (PJAK), legato al PKK turco, feriva un deputato e un prefetto iraniani in un agguato nella provincia di Kermanshah, uccidendo il loro autista.
– 21 luglio 40 persone che si preparano ad attaccare due “importanti centri militari e della sicurezza di Khash” nella provincia del Sistan-Baluchistan, venivano arrestati. Tali ribelli appartenevano al Jaysh al-Adl (Esercito della Giustizia), gruppo armato sunnita baluchi nato dal Jundallah (Esercito di Dio) in gran parte sciolta dopo l’arresto e l’impiccagione del suo capo Adel Malek Rigi, il 20 giugno 2010. Secondo diversi media occidentali, il Jundallah era finanziato anche dal Mossad, che per non turbare gli interlocutori islamici, faceva passare i suoi agenti per… membri della CIA!

Turqi al-Faysal al-Saud

Turqi al-Faysal al-Saud

Il “fu” Masud Rajavi…
Il 9 luglio, al raduno annuale dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo (OMPI), gruppo di opposizione iraniano, oggi vicino a neocon statunitensi e ad Israele, il principe saudita Turqi al-Faysal, ex-capo dei servizi segreti ed ex-ambasciatore a Washington, gettava il sasso nello stagno dichiarando che Masud Rajavi, fondatore dell’OMPI, era morto. Immaginate l’imbarazzo di Myriam, l’intraprendente moglie divenuta capo dell’organizzazione dalla scomparsa inspiegabile del marito. Myriam Rajavi doveva negare la morte di Masud Rajavi e dimostrare che è vivo… o confermarne la morte e, in questo caso, dire in quali circostanze era morto e perché non l’aveva annunciato. C’è qualche “malefatte” da nascondere? Ne dipende la “legittimità” della dirigente. Detto ciòp, tutti hanno capito che l’OMPI è ufficialmente supportato dai saudita, già un segreto di Pulcinella.

Verso un remake della guerra Iran-Iraq?
L’attuale recrudescenza delle attività sovversive in Iran ricorda il 2007, quando George W. Bush e Dick Cheney puntavano a rovesciare il regime iraniano con bombardamenti preceduti da attentati etnico-religiosi. Al momento, il piano fu fermato senza riguardo per la vita dei terroristi che ci credevano… e Mahmud Ahmadinejad fu rieletto due anni dopo trionfante. Gli attentati di cui l’Iran è vittima prefigurano l’inizio di un nuovo conflitto arabo-persiana? L'”Alleanza islamica contro il terrorismo” è stata creata per tale scopo? Chi ha sentito il principe Turqi all’Accademia internazionale diplomatica a gennaio, si sarebbe stupito dell’omaggio che fece al cristiano ortodosso Michel Aflaq “grande pensatore dell’arabismo”, fondatore del partito Baath, omettendo, forse deliberatamente, di riferire che si era convertito “clandestinamente” al sunnismo verso la fine della sua vita.death-of-Massoud-Rajavi-artwork-by-SharghTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il rapporto declassificato sull’11 settembre ritrae USA e Arabia Saudita complici

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 25/07/201648680250.cachedIl rapporto precedentemente classificato, pubblicato col titolo “Inchiesta congiunta della Comunità d’Intelligence sulle attività introno agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001“, rivela che in effetti il vecchio alleato degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, aveva collegamenti con i presunti dirottatori degli attacchi dell’11 settembre. Mentre gli Stati Uniti invasero Afghanistan e Iraq con la scusa degli attentati, va notato che i presunti dirottatori erano sauditi o cittadini del Golfo Persico, o collegati ad organizzazioni terroristiche sostenute dagli Stati del Golfo Persico. I media occidentali hanno tentano di minimizzare l’impatto della pubblicazione del documento sostenendo che le indagini successive hanno trovato “molte” accuse nel documento “senza fondamento”, anche se Stati Uniti ed Arabia Saudita oggi armano e finanziano apertamente i terroristi in Siria.

A beneficio di chi?
Molti credono erroneamente che il terrorismo sia semplicemente inevitabile nello scontro di civiltà tra “Islam” e occidente, mentre altri sostengono che sia la reazione prevedibile alla politica estera occidentale viziata o ingiusta. In realtà, niente di ciò. Si è meticolosamente strumentalizzata una violenza congegnata per raggiungere obiettivi geopolitici nel mondo, rovesciando governi e giustificando interventi militari, creando paura paralizzante e isteria in patria per sostenere un crescente Stato di polizia e il grande interventismo militare all’estero. In sostanza, è un mezzo altamente utile per l’attuale espansionismo dell’impero. Ciò appare chiaramente con l’uso del terrorismo oggi. 14 anni dopo l’11 settembre 2001, con i ricordi che cominciano a svanire, gli Stati Uniti sono in partnership con l’Arabia Saudita, ancora una volta, armando e finanziando i terroristi che combattono le loro guerre per procura in Libia, Siria, Iraq e oltre, proprio come fecero nel 1980 creando congiuntamente al-Qaida. Mentre il pendolo della geopolitica oscilla tra armare fino ai denti fanatiche forze di agenti che combattono all’estero e il pretesto interno per avviare grandi interventi militari all’estero, tali organizzazioni terroristiche vengono ridefinite da politici e media occidentali similmente all’oscillazione. Negli anni ’80 al-Qaida fu ritratta come “combattenti per la libertà”. Nel 2001 quando gli Stati Uniti usarono la forza militare per riorganizzare Medio Oriente, Nord Africa e Asia centrale, al-Qaida divenne il cattivo. Gli attacchi terroristici del 2001 permisero agli Stati Uniti di giustificare più di un decennio di guerra globale che altrimenti non avrebbero potuto condurre.

I dirottatori avevano legami con l’intelligence saudita
Le 28 pagine ora declassificate descrivono un groviglio di connessioni tra governo saudita, agenzie d’intelligence saudite, famiglia bin Ladin e i dirottatori, la maggior parte dei quali cittadini sauditi. La relazione afferma: “Mentre negli Stati Uniti, alcuni dirottatori dell’11 settembre erano in contatto con, e ricevevano sostegno o assistenza da, individui collegabili al governo saudita, vi sono informazioni, principalmente da fonti dell’FBI, che almeno due di tali individui fossero accusati da alcuni di essere agenti dei servizi segreti sauditi”. Il rapporto rivela anche che sospetti funzionari dei servizi segreti sauditi collaborarono con aziende collegate col governo saudita e al capo di al-Qaida Usama bin Ladin. E non solo vari ufficiali dei servizi segreti sauditi avevano collegamenti con i presunti dirottatori, molti si scoprì che li conoscessero. Viene citato anche il fratellastro di Usama bin Ladin, Abdullah bin Ladin, che affermò di aver lavorato per l’ambasciata saudita a Washington DC come “funzionario dell’amministrazione”, rivelando ancora una volta i legami incestuosi tra famiglia bin Ladin, governo saudita e, attraverso il fondo Carlyle Group, famiglia Bush e altri capi politici ed economici degli Stati Uniti. Il rapporto menziona anche che, nonostante i molti chiari collegamenti e tentativi da parte dell’FBI d’indagare ulteriormente, molti sospetti poterono inspiegabilmente “lasciare” gli Stati Uniti e tornare in Arabia Saudita. La relazione indica che anche “moschee” direttamente finanziate dal governo saudita, si crede coordinassero vari aspetti del terrorismo, moschee in cui soci dei dirottatori s’incontravano frequentemente o che gestivano. Ciò illustra esattamente come il terrorismo statunitense-saudita mantenga le fila, attraverso una rete globale di centri mascherati da moschee, protette da forze dell’ordine e d’intelligence occidentali, permettendo reclutamento e radicalizzazione dei terroristi, così come pianificazione e finanziamento del terrorismo stesso.

La comunità d’Intelligence degli USA davanti l’11 settembre: incompetenza o collusione? O entrambi?
SaudiArabia911commission Stati Uniti e Arabia Saudita svilupparono al-Qaida utilizzandola per anni per muovere guerre per procura nel mondo. Le azioni dell’11 settembre posero le basi per un decennio di guerra in cui gli Stati Uniti rovesciarono governi e occuparono nazioni, attuando una guerra segreta per l’espansione della loro egemonia nel mondo, dividendo e distruggendo le nazioni alleate ai rivali di Pechino e Mosca. E’ molto chiaro che l’Arabia Saudita ha giocato un ruolo negli attacchi dell’11 settembre, così come nel terrorismo mondiale prima e dopo gli attacchi. Chiaramente FBI e la CIA erano consapevoli del ruolo dell’Arabia Saudita. Sono anche chiari gli sforzi per proteggere le preziose risorse saudite fatte fuoriuscire dal Paese mentre agenti dediti tentavano d’indagare ulteriormente. Coloro che fecero uscire agenti e funzionari sauditi dal Paese, proteggendoli da ulteriori indagini sul ruolo nell’11 settembre, sono probabilmente legati agli statunitensi che aiutarono le controparti saudite ad organizzare e realizzare gli attacchi. E mentre alcuni agenti di FBI e CIA tentarono di fare il loro lavoro, un commento alla fine delle 28 pagine rivela che forse gli agenti non erano consapevoli, come avrebbero dovuto essere, della natura di al-Qaida e del suo rapporto con l’Arabia Saudita. Il rapporto cita un ex-agente speciale dell’FBI dire: “In sostanza. Non era un Paese identificato dal dipartimento di Stato come sponsor del terrorismo. E il tema o il modus operandi comune che abbiamo visto a San Diego era che se ci fossero stati, il loro obiettivo primario era monitorare i dissidenti nell’interesse della tutela della famiglia reale. Quindi non furono visti come una minaccia nemica alla sicurezza nazionale”. La conclusione dell’agente si basa interamente sul presupposto che le designazioni sul terrorismo del dipartimento di Stato siano significative e accurate. Se tali designazioni non erano precise, l’FBI avrebbe trascurato d’indagare a fondo sui sospetti che in realtà erano una grave minaccia alla sicurezza nazionale. Oggi, al-Qaida e l’auto-proclamato “Stato islamico” (SIIL) sono allo stesso modo ritratti come nemici dell’Arabia Saudita. Questo nonostante le prove evidenti che dimostrano che tali organizzazioni terroristiche e loro affiliati in Iraq e Siria, sono armate e finanziate per favorire gli interessi diretti di Riyadh e di Washington. Quando gli attacchi terroristici avvengono in Arabia Saudita, nonostante siano raffigurati come attacchi a Riyadh, spesso invece mirano a obiettivi sciiti nel Paese. Lo sciismo in Arabia Saudita, a differenza di al-Qaida e ISIS, non è una minaccia per Riyadh, non si basa sull’estremismo fanatico, ma invece si difende da brutalità e ingiustizia del sistema politico saudita che lo perseguita. Sembra che alcuni agenti, nonostante lavorassero su ipotesi errate, tentassero di fare il loro lavoro, mentre altri sembra proteggessero i sospetti probabilmente legati agli attacchi dell’11 settembre, se non loro stessi collegati agli attacchi. Per incompetenza e collusione, gli attacchi avvennero e il resto, come si suol dire, è storia.

Proteggere il terrorismo saudita
Mentre i media occidentali sostengono che molte delle affermazioni del rapporto declassificato sarebbero “senza fondamento”, la seria redazione della relazione porta a credere che l’Arabia Saudita e i vari tentacoli del suo apparato di sicurezza negli Stati Uniti, siano ancora coperti da agenti complici e da interessi statunitensi. Inoltre, nonostante le implicazioni molto preoccupanti del rapporto, va detto che dall’11 settembre Stati Uniti ed Europa continuano a fornire all’Arabia Saudita miliardi di dollari in armamenti, mentre supportavano politicamente Riyadh che eliminava la propria “primavera araba” nel 2011. Oggi, nonostante le prove su come l’Arabia Saudita armi e finanzi le organizzazioni terroristiche come al-Nusra, Stati Uniti ed Europa continuano comunque a prestare sostegno militare e politico a Riyadh. L’Arabia Saudita non ha vittimizzato gli Stati Uniti con l’11 settembre, né ha ingannato Washington. Riyadh e Washington sono complici, a volte in sincronia, altre volte agendo da finti avversari quando serve la massima negazione plausibile. Nonostante i tentativi di rivendicare l’Arabia Saudita estranea agli attacchi dell’11 settembre, i dirottatori senza dubbio erano sauditi ispirati da un indottrinamento originato dalle reti finanziate dai sauditi, presumibilmente avvicinate e assistite da agenti dei servizi segreti sauditi, e le attuali organizzazioni terroristiche ricevono da Riyadh armi e soldi per intraprendere le guerre per procura al fianco degli USA. Il rapporto non è una rivelazione, ma un’altra prova che afferma come Stati Uniti ed Arabia Saudita collaborino nel terrorismo, non per combatterlo. Coloro che pensano a una vera lotta al terrorismo globale, dovrebbero preparasi a fallimenti perpetui.1005317Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I sauditi istigano a Washington la rivolta contro Obama

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 23/06/20163501I 51 diplomatici statunitensi che rimproverano la politica sulla Siria del presidente Obama chiedendo maggiore uso della forza militare contro il governo di Damasco, sono di per sé notevole segno del dissenso dei funzionari a Washington. Ma l’autorità del presidente è ulteriormente minata sfacciatamente quando pochi giorni dopo i governanti sauditi applaudivano quei diplomatici dissidenti statunitensi, mentre venivano ricevuti alla Casa Bianca. Molte cose si possono individuare qui. Una, la politica degli Stati Uniti sulla Siria è fallita. L’obiettivo di un cambio di regime, che ha spinto la guerra nel Paese negli ultimi cinque anni, sembra dissolversi quale obiettivo possibile. L’intervento militare della Russia iniziato lo scorso ottobre per stabilizzare lo Stato siriano l’ha sventato. Le notizie su Abu Baqr al-Baghdadi, capo supremo del cosiddetto Stato Islamico (SIIL), ucciso da un attacco aereo siriano/russo nel roccaforte di Raqqa suggerisce che l’insurrezione terroristica straniera affronta la sconfitta finale. La tattica segreta degli Stati Uniti di utilizzare un processo politico dal doppio binario nei supposti negoziati di pace, per consentire ai loro mercenari di riorganizzarsi, fallisce pure. Siria ed alleati russi, iraniani e Hezbollah non hanno ceduto sull’azione contro le milizie terroristiche, anche quelle che Washington definisce malignamente “moderate”, e sul “cessate il fuoco”. La cessazione delle ostilità chiesta da Russia e Stati Uniti a febbraio finisce non essendo mai stata in buona fede, soprattutto per una Washington assai poco preoccupata. Era solo una manovra per facilitare il cambio di regime con mezzi politici. Così, la politica degli Stati Uniti è stata valutata in modo decisivo in Siria. E ciò spiegherebbe l’eruzione di frustrazione nei diplomatici degli Stati Uniti e pianificatori del dipartimento di Stato, come illustrato dalla “fuga” sulle molte critiche all’amministrazione Obama. Il fallimento genera frustrazione. I diplomatici contrariati chiedono agli Stati Uniti di attaccare direttamente le forze del governo siriano del Presidente Bashar al-Assad. Negli ultimi due anni, attacchi aerei degli USA in Siria presumibilmente colpivano lo Stato islamico in assenza di unità dell’esercito siriano. I diplomatici ribelli a Washington vogliono che la potenza di fuoco degli USA sia d’ora in poi diretta contro l’esercito siriano. La Russia ha subito bollato la proposta statunitense come grave violazione del diritto internazionale. Mosca sa che tale mossa rischia seriamente di trascinare le forze statunitensi e russe a un confronto diretto. Obama, da parte sua, difficilmente cambierà la politica sulla Siria. Sa che il rischio di escalation è troppo alto e a pochi mesi dalla fine il secondo mandato, il 44° presidente è riluttante a concludere la permanenza alla Casa Bianca nell’ignominia. Tuttavia, l’irrequietezza entusiasta a Washington per una grande guerra in Siria potrebbe essere tollerata dal successore di Obama. La democratica Hillary Clinton che ha invocato un’ampia campagna aerea sulla Siria, e dei repubblicani prescelti verrebbero assunti per assicurarsi altrettanto entusiasmo, se non di più. Il dissenso di Washington sulla Siria è quindi un segnale dell’inasprimento della guerra. Verrebbe accantonata per alcuni mesi, ma sembra quasi certo che una grande guerra sia in preparazione. E questo soprattutto perché gli obiettivi del cambio di regime statunitense in Siria sono stati contrastati finora. Il fallimento genera petulanza.
clinton-prince-nayef Lo straordinario spettacolo della sfida al presidente Obama è un biglietto da visita inquietante della futura escalation in Siria e Medio Oriente. Sembra più che incoscienza che Washington, in primo luogo, cerchi supporto all’intervento militare per salvare la causa persa dei suoi fantocci, e in secondo luogo, spinge affinché le sue forze si scontrino con quelle di Russia, Iran e Hezbollah. La gravità della rivolta a Washington sulla Siria è testimoniata dalle notizie su John Kerry, segretario di Stato degli USA, che incontrerebbe i 51 diplomatici che invocano l’intervento militare diretto. Kerry è arrivato a descrivere le loro proposte come “molto buone”, anche se non ha detto esplicitamente se le approva. Tuttavia, il fatto che il ministro degli Esteri di Obama e capo della diplomazia di Washington abbia apertamente incontrato il gruppo che sfida il presidente sulla Siria, dimostra che il Partito della Guerra va rilanciandosi. La settimana prima, Kerry avvertiva Mosca che gli Stati Uniti “perdono la pazienza” sul futuro di Assad in Siria, indicando ancora una volta che sembrava passare al campo militarista. Ciò dopo che Kerry quasi supplicasse, all’inizio dell’anno, a che lo spargimento di sangue in Siria finisse. Bene, dopo tutto, l’”eroe” della Guerra del Vietnam Kerry ha un passato di maestria nell’opportunismo carrieristico. Il Capo di Stato Maggiore della Russia Generale Valerij Gerasimov ha risposto alla bellicosità di Kerry dicendo che non sono gli Stati Uniti a perdere la pazienza, ma piuttosto la Russia, spinta dai giochi cinici di Washington a favore dei terroristi, rifiutandosi continuamente di cooperare con Mosca nel delineare i terroristi da colpire. In ogni caso, il punto saliente, come indicato all’inizio di questo commento, è il modo con cui il regime saudita dirige lo spettacolo di Washington da dietro le quinte, sfidando il presidente statunitense. Questo è un presagio sinistro.
Pochi giorni dopo la bordata dai diplomatici degli Stati Uniti, una delegazione saudita veniva ricevuta alla Casa Bianca con la consueta adulazione. La delegazione comprendeva il ministro della Difesa e viceprincipe ereditario saudita Muhamad bin Sultan (figlio del re) e il ministro degli Esteri Adil al-Jubayr. I sauditi poi dissero in conferenza stampa di appoggiare l’appello dei diplomatici ad Obama per una “linea dura” sulla Siria. Naturalmente, questo è il mantra del regime saudita negli ultimi cinque anni. Quando Obama rinnegò la “linea rossa” dell’intervento militare aperto alla fine del 2013, la Casa dei Saud fece un enorme sbuffo. Ma l’indebolimento audace del presidente degli USA ad opera degli ospiti sauditi dimostra quanto profondamente siano in sintonia la Casa dei Saud e il Partito della Guerra di Washington. L’arroganza promanata dai gradini della Casa Bianca parla del rapporto formidabile tra Casa dei Saud e potenti elementi del governo segreto statunitense, spiegando anche perché i sauditi fossero così atterriti dai tentativi del Congresso d’indagare sul presunto coinvolgimento saudita negli attacchi terroristici dell’11 settembre. Tale indagine probabilmente non ci sarà comunque, ma già il direttore della CIA John Brennan ha fiduciosamente dichiarato che i documenti ufficiali classificati dell’indagine del Congresso sul 9/11 respingeranno la presunta complicità dello Stato saudita. Data la storica collusione tra il potere statale occulto degli Stati Uniti e regime saudita, si può capire il motivo per cui i sauditi sono così tormentati anche da semplici tiepidi tentativi di Washington di far chiarezza sui despoti sauditi. Dal punto di vista saudita, ben sapendo la profonda collusione degli Stati Uniti nelle operazioni segrete, la semplice menzione dei crimini del regno petrolifero sembrerebbe alto tradimento. La torbida relazione USA-Arabia Saudita fu accennata da un raro articolo del New York Times all’inizio dell’anno, quando fu divulgato che per decenni le operazioni segrete statunitensi nel mondo dipesero fortemente dal finanziamento saudita. Il New York Times dice candidamente come i piani sovversivi e le criminali operazioni clandestine della CIA furono finanziate dal regime saudita. Tale partnership criminale va ben oltre la nota vicenda di come statunitensi e sauditi crearono ed armarono gli estremisti jihadisti in Afghanistan negli anni ’80 per lottare contro l’Unione Sovietica. Cioè, i fantocci della jihad che poi formarono al-Qaida e le varie diramazioni, come Stato islamico e Jabhat al-Nusra in Siria e in Iraq, non sono che un ramo della macchina insurrezionale e terroristica globale che gli Stati Uniti hanno schierato per rovesciare governi e destabilizzare i nemici. Implicito qui è che l’Arabia Saudita usò i petrodollari per ungere le operazioni segrete globali degli Stati Uniti, dal Centro e Sud America, all’Iraq a di nuovo Afghanistan, Cecenia, Balcani, Georgia, Libia, Siria e colpo di Stato in Ucraina nel febbraio 2014. Forse anche i recenti disordini in Kazakistan e Uzbekistan.
familysecrets Nel suo libro sulla dinastia Bush, “La famiglia dei segreti”, il pluripremiato autore Russ Baker documenta come George HW Bush Sr, capo della CIA a metà degli anni ’70, cementò il ruolo saudita nel finanziare le operazioni sporche degli Stati Uniti nel mondo. Quel rapporto oscuro crebbe da allora, raddoppiando con la presidenza del figlio George W. Bush Jr. Poiché la CIA ha ricevuto miliardi di dollari sauditi dalla metà degli anni ’70, per finanziare il suo sporco lavoro, denunciato da varie commissioni del Congresso e da ricorrenti proteste pubbliche fin dal 1963. L’assassinio del presidente John F. Kennedy creò la reazione politica alla CIA e al suo sospetto coinvolgimento in attività clandestine, come l’assassinio di leader politici. Dalla metà degli anni ’70 in poi, la CIA e le sue appendici nello Stato profondo degli USA, hanno disperatamente bisogno di finanziare le loro operazioni con fondi extra-contabili, per non esserne responsabili di fronte al Congresso. L’arrivo dei sauditi permise volentieri di creare l’alleanza segreta forse più distruttiva dalla seconda guerra mondiale. Vi sono tutte le ragioni per credere che tale rapporto segreto USA-Arabia Saudita continui oggi. Ecco la profonda riluttanza nella dirigenza di Washington ad abbandonare i banchieri de facto delle sue operazioni segrete. In cambio di tale accordo, i governanti sauditi sanno su chi premere a Washington nel promuovere un ordine del giorno militarista. Obama finora, per qualsiasi motivo, ha resistito alle pretese di CIA, dipartimento di Stato e governanti sauditi a un maggiore intervento militare in Siria. L’indebolimento di Obama per mano dei sauditi, appoggiando la rivolta di Washington contro la politica del presidente, suggerisce fortemente che la guerra in Siria stia per degenerare.

20150510 saudi salman kerryLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I padroni sauditi di John McCain

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 25/05/2016johnmccain-alqaedasyria-copyJohn McCain non riesce a credere ai sondaggi che mostrano che solo il 35 per cento dei suoi camerati repubblicani dell’Arizona crede che faccia un buon lavoro al Senato degli Stati Uniti. Le primarie repubblicane per il Senato mostrano McCain in seria difficoltà nel suo partito contro il senatore dello Stato Kelli Ward. McCain ha deriso Ward chiamandolo “Chemtraill Kelli” perché aveva sollevato interrogativi sulle attività del governo degli Stati Uniti nella “geo-ingegneria” seminando nell’atmosfera sostanze che alterano il clima. Quando si tratta di “complotti” Ward non è da meno di McCain, il cui istituto non-profit, col suo nome, ha accettato una donazione di 1000000 dollari dall’ambasciata saudita, questo marzo. McCain è stato uno dei pochi senatori degli Stati Uniti ad esprimere gravi riserve sul passaggio al Senato del Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA) che consentirebbero alle vittime del terrorismo di Stato di citare in giudizio i governi coinvolti in tali atti. La normativa è chiaramente rivolta contro l’Arabia Saudita per il ruolo di membri chiave del suo governo negli attacchi dell’11 settembre 2001. McCain ha detto di temere che la legge allontani l’Arabia Saudita e mini le alleanze degli USA in Medio Oriente. McCain ha sepolto la testa sotto la sabbia saudita nel caso del sostegno dei sauditi a terroristi di ogni colore, al-Qaida, Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), Fronte al-Nusra e taliban in Pakistan e Afghanistan. McCain ha anche agito per garantirsi che l’amministrazione Obama non declassificasse le 28 pagine chiave dell’inchiesta congiunta del 2002 del Congresso sul fallimento dell’intelligence che comportò gli attacchi dell’11 settembre. Vuole fortemente che le 28 pagine rimangano classificate perché implicano chiaramente i vertici del governo saudita nel supportare i dirottatori arabi negli Stati Uniti. Nel 2014 McCain in realtà ne elogiò uno, che secondo la relazione parlamentare congiunta avrebbe dato aiuto materiale ai dirottatori, l’ex-ambasciatore saudita negli Stati Uniti principe Bandar bin Sultan. Apparendo sulla CNN, McCain proclamò, “Grazie a Dio per i sauditi e il principe Bandar”. Nello stesso tempo la Fondazione McCain Institute, ramo senza scopo di lucro per la raccolta di fondi del McCain Institute for International Leadership nell’Arizona State University, ricevette una donazione di 1 milioni di dollari dalla Reale Ambasciata dell’Arabia Saudita a Washington, DC.
john-mccain-senator Per l’Arabia Saudita, McCain è il suo uomo. Come presidente della potente Commissione Servizi Armati del Senato, McCain è la chiave di volta nella vendita di armamenti avanzati degli Stati Uniti a sauditi e Stati del Golfo alleati. C’è poca trasparenza tra McCain e sauditi sulle questioni mediorientali. McCain ha sostenuto attivamente l’intervento militare degli Stati Uniti nella guerra civile siriana dalla parte delle forze jihadiste. McCain entrò illegalmente in territorio siriano dalla Turchia per incontrare i capi dei terroristi siriani, tra cui alcuni affiliati a SIIL e al-Qaida. McCain elogia anche la campagna genocida saudita nello Yemen contro i ribelli huthi. McCain in realtà ha detto che lo Yemen avrebbe affrontato un destino ancora peggiore se l’Arabia Saudita non interveniva nella guerra civile, lodando gli “sforzi” del re saudita Salman nello Yemen, mentre si scaglia contro il Presidente siriano Bashar al Assad per aver commesso “atrocità” contro il popolo siriano. McCain non tiene conto del fatto che i sauditi commettono un genocidio nello Yemen, con una campagna che colpisce volutamente ospedali, orfanotrofi, mercati affollati e moschee. McCain è un forte sostenitore a che Arabia Saudita e Israele decidano congiuntamente il futuro degli USA in Medio Oriente. McCain sottoscrive essenzialmente il mito dei guerrafondai neo-conservatori che gli USA debbano sostenere gli alleati problematici Riyadh e Gerusalemme, così come il governo neo-ottomano della Turchia, per garantirsi la posizione nel Medio Oriente. Tale posizione non solo ha fatto guadagnare all’“Istituto” di McCain presso l’Arizona State University un milione di dollari sauditi, ma le sue casse elettorali sono state saziate dal generoso contributo del fondo avvoltoio del miliardario sionista Paul Singer e della NORPAC, nota società di lobbying che rappresenta gli interessi del governo israeliano. Dopo che il contributo di 1 milione di dollari all’Istituto McCain è stato reso pubblico, McCain, con tipica esplosione sconclusionata, sostenne che non ha nulla a che fare con l’istituto col suo nome. McCain non sa così nulla dell’istituto col suo nome da ospitarne personalmente un convegno annuale nella sua residenza a Sedona, Arizona, partecipando al Sedona Forum del McCain Institute, conclave privato che attirò l’ex-primo ministro inglese Tony Blair, l’ex-segretaria di Stato e presunta candidata presidenziale del Partito democratico Hillary Clinton e l’attrice Demi Moore. McCain ne sa così poco del suo istituto che nel 2014, l’anno in cui l’istituto ricevette il milione di dollari dai sauditi, McCain vi presiedette una sessione sul Medio Oriente con Clinton e il vicesegretario di Stato William Burns. L’insistenza di McCain a non avere nulla a che fare con l’Istituto McCain è smentita dal consiglio di amministrazione pieno di suoi compari, tra cui Rick Davis, presidente nazionale delle campagne presidenziali di McCain nel 2000 e 2008; Lynn Forester de Rothschild, CEO della Rothschild Investment Company LLC; Jeff Immelt, presidente della General Electric; l’ex-CEO di Telstra Solomon Trujillo, che raccolse centinaia di migliaia di dollari per le campagne di McCain, in gran parte considerati “fondi neri”; l’ex-senatore ed arci-neocon Joseph Lieberman, il disgraziato e condannato ex-direttore della CIA e generale in pensione David Petraeus; Don Brandt, presidente della commissione finanze per la campagna del 2016 per la rielezione al Senato di McCain; e Dave Berry, Bob Diamond, Sharon Harper, tutti ricchi membri della Commissione finanze per la rielezione di McCain nel 2016. L’istituto McCain ha anche ricevuto lucrose donazioni da aziende con interessi in Medio Oriente, tra cui Chevron e General Electric. Attraverso la lobby BGR di Washington, l’“Istituto” di McCain ha anche beneficiato di donazioni da Raytheon e Reale Centro Studi e Affari Mediatici saudita. McCain è ora noto come “il senatore Tutto esaurito” presso gli elettori dell’Arizona. McCain, però è peggiore della maggior parte dei politici “in vendita”. Nel suo caso ha adottato la politica di accontentare coloro che parteciparono al peggiore attentato mai commesso sul suolo statunitense.
I marinai che prestarono servizio sull’USS Forrestal, stazionante nel Golfo del Tonchino nel 1967 quando la portaerei subì l’incendio più grave nella storia della marina statunitense, sostengono che fu McCain, eseguendo un pericoloso “avvio bagnato” del motore del suo aviogetto, a causare una serie a catena di esplosioni. McCain si guadagnò il soprannome di “Johnny Avvio Bagnato” per le sue buffonate nella cabina di pilotaggio. Solo il trasferimento immediato di McCain sull’USS Oriskany, su ordine del padre, l’ammiraglio John McCain, lo salvò dal linciaggio dei marinai della Forrestal. Alcuni prigionieri di guerra incarcerati con McCain ad Hanoi, in seguito rivelarono che McCain era noto come “uccello canterino” per come cantava per i suoi secondini nordvietnamiti, fornendogli volentieri sei mesi di futuri piani di bombardamenti statunitensi sul Vietnam del Nord. McCain, come senatore, fu uno dei “Keating Five”, i cinque senatori degli Stati Uniti che accettarono tangenti e prestiti da Charles Keating, in cambio di manovre politiche che portarono al crollo del mercato del risparmio e prestito degli Stati Uniti. Il senatore “Tutto esaurito” McCain è stato un grande rappresentante nel Senato. Tuttavia, non ha rappresentato il popolo dell’Arizona, ma Casa dei Saud, SIIL, al-Qaida, Chevron e ogni truffatore e gangster che gli riempie le tasche da decenni.McCain_Hillary_WarrenLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come gli Stati Uniti hanno insabbiato il ruolo dei sauditi nell’11 settembre

Paul Sperry, New York Post, 17/04/2016 – Les Crisessaudis-10Nella sua relazione sulle “28 pagine” da sempre censurate sul governo saudita riguardo l’11 settembre, “60 Minutes” dello scorso fine settimana ha parlato del ruolo dei sauditi negli attacchi, sottovalutato per proteggere la delicata alleanza tra USA e il ricco regno petrolifero. Davvero un eufemismo. Infatti, il coinvolgimento del regno è stato deliberatamente nascosto dai vertici del nostro governo. E questo occultamento va ben oltre le 28 pagine saudite del rapporto seppellite in una cassaforte nel seminterrato del Campidoglio degli Stati Uniti. Le indagini sono state soffocate. I complici lasciati liberi. I funzionari responsabili delle indagini che ho intervistato, del Joint Terrorism Task Forces (unità antiterrorismo dell’FBI) di Washington e San Diego, base avanzata di alcuni dirottatori sauditi, ma anche gli investigatori del dipartimento di polizia della contea di Fairfax (Virginia) che indagarono su diverse tracce dell’11 settembre, dicono che praticamente tutto porta all’ambasciata saudita a Washington e al consolato saudita a Los Angeles. E quindi, ancora e sempre gli fu detto di non seguire queste tracce. La scusa era di solito “l’immunità diplomatica“. Queste fonti dicono che le pagine mancanti del rapporto d’inchiesta del Congresso sull’11 settembre, che comprendono l’intero capitolo sul “sostegno estero ai dirottatori dell’11 settembre“, spiegano le “prove inconfutabili” raccolte da CIA e FBI sull’aiuto saudita ad almeno due dirottatori insediatisi a San Diego. Alcune informazioni sui documenti sono trapelate, tra cui la serie frenetica di telefonate prima dell’11 settembre tra i sostenitori dei dirottatori sauditi a San Diego e l’ambasciata dell’Arabia Saudita, e quindi il trasferimento di circa 130000 dollari dal conto del principe Bandar, l’ambasciatore saudita, a un altro dei curatori dei dirottatori sauditi a San Diego.
Un investigatore che ha lavorato presso il Joint Terrorism Task Force di Washington ha lamentato il fatto che invece d’indagare Bandar, il governo degli Stati Uniti l’ha protetto, letteralmente. Ha detto che il dipartimento di Stato gli assegnò un distaccamento della sicurezza per proteggere Bandar non solo presso l’ambasciata, ma anche nella residenza di McLean, Virginia. La fonte ha aggiunto che la squadra operativa voleva arrestare diverso personale dell’ambasciata, “ma l’ambasciata presentò una denuncia al procuratore” e i visti diplomatici furono revocati come compromesso. L’ex-agente dell’FBI John Guandolo, che lavorò su casi relativi all’11 settembre ed al-Qaida nell’ufficio di Washington, dice che Bandar fu il sospettato chiave nelle indagini sull’11 settembre. “L’ambasciatore saudita ha finanziato due dei dirottatori dell’11 settembre tramite una terza persona“, ha detto Guandolo. “Dovrebbe essere trattato come un sospetto terrorista, come lo sono gli altri membri dell’élite saudita che il governo degli Stati Uniti sa attualmente finanziare la jihad globale“. Ma Bandar s’impose sull’FBI. Dopo l’incontro con il presidente Bush alla Casa Bianca il 13 settembre 2001, dove i due vecchi amici fumarono sigari sul balcone Truman, l’FBI cancellò dalla lista dei terroristi da sorvegliare decine di funzionari sauditi in diverse città, tra cui almeno un membro della famiglia di Usama bin Ladin. Invece di indagare i sauditi, gli agenti dell’FBI li scortarono, anche se al momento era noto che 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi. “All’FBI fu impedito dalla Casa Bianca d’interrogare i sauditi che volevamo sentire“, ha detto l’ex-agente dell’FBI Mark Rossini, coinvolto nell’indagine su al-Qaida e i dirottatori. La Casa Bianca “li escluse dalla cosa”. Inoltre, Rossini ha detto che venne detto dall’ufficio che alcuna citazione in giudizio poteva essere utilizzata per produrre le prove che collegavano i sospettati sauditi all’11 settembre. L’FBI bloccò le indagini locali che portavano ai sauditi. “L’FBI si tappava le orecchie ogni volta che menzionavamo i sauditi“, ha dichiarato Roger Kelly, ex-tenente di polizia della Fairfax County. “C’era troppa politica per toccarli“. Kelly, che guidava il Centro d’intelligence regionale, aggiunse: “Si potevano indagare i sauditi, ma erano ‘fuori portata‘”.
Anche Anwar al-Awlaki, il consigliere spirituale dei dirottatori, ci sfuggì. Nel 2002, il religioso finanziato dai sauditi fu fermato all’aeroporto JFK per passaporto falso, ma fu dato in custodia a un “rappresentante dell’Arabia Saudita”. Si dovette aspettare il 2011 perché Awlaki venisse portato davanti alla giustizia, con l’attacco di un drone della CIA. Stranamente, “la relazione della commissione sull’11 settembre” che seguì le indagini del Congresso, non cita mai l’arresto e il rilascio di Awlaki, e accenna di sfuggita a Bandar, seppellendone il nome nella pagina delle note. Due avvocati della commissione d’inchiesta che indagavano sulla rete di supporto saudita ai dirottatori si lamentarono che il loro superiore, il direttore operativo Philip Zelikow, gli impedì di emettere mandati di comparizione e di udienza contro i sospettati sauditi. John Lehman, membro della Commissione sull’11 settembre, era interessato ai legami tra i dirottatori e Bandar, la moglie e l’ufficio degli Affari islamici dell’ambasciata. Ma ogni volta che cercava di avere informazioni su questo punto, veniva fermato dalla Casa Bianca. “Rifiutò di declassificare tutto ciò che riguardava l’Arabia Saudita“, secondo Lehman citato nel libro “La Commissione”. Gli Stati Uniti insabbiarono le indagini sul sostegno estero all’11 settembre per proteggere Bandar e altri membri dell’élite saudita? “Le cose che andavano fatte al momento non lo furono“, ha dichiarato Walter Jones, repubblicano del North Carolina che ha presentato un disegno di legge che chiede al presidente Obama di declassificare le 28 pagine. “Cerco di dare una risposta senza essere troppo esplicito“.
Un riformatore saudita che sa direttamente del coinvolgimento dell’ambasciata è più cooperativo. “Abbiamo come alleato un regime che finanziò gli attacchi“, ha dichiarato Ali al-Ahmad dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington. “Voglio dire, cerchiamo di essere realistici“.

Lettera di bin Sultan al Presidente della Commissione l’11 settembre

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La Casa Bianca approvò la partenza dei sauditi dopo l’11 settembre
Eric Lichtblau The New York Times, 04/09/2003 – Les Crises

a772_bandar_bush_cheney_2050081722-8697I vertici della Casa Bianca avevano personalmente approvato, nei giorni successivi agli attacchi dell’11 settembre 2001, l’evacuazione di decine d’influenti sauditi, tra cui i genitori di Usama bin Ladin, mentre la maggior degli aerei era a terra quel giorno, dice un ex-consigliere alla Casa bianca. Il consigliere Richard Clarke, che guidò la squadra di crisi della Casa Bianca dopo gli attacchi, e che poi ha lasciato l’amministrazione Bush, ha detto che accettò l’eccezione perché l’FBI l’assicurò che i sauditi erano estranei al terrorismo. La Casa Bianca temeva che i sauditi potessero essere oggetto di “rappresaglie” per i dirottatori, se fossero rimasti negli Stati Uniti, ha detto Clarke. Il fatto che i parenti di bin Ladin e altri sauditi furono fatti frettolosamente uscire dal Paese divenne noto poco dopo gli attacchi dell’11 settembre. Ma domande sulle condizioni della partenza e le dichiarazioni di Clarke fanno intuire il coinvolgimento della Casa Bianca nel piano e nella firma personale dei vertici dell’amministrazione. Clarke ne aveva già parlato in un articolo di Vanity Fair e fece le sue osservazioni in un’intervista e nella testimonianza al Congresso. La Casa Bianca ha detto di non avere commenti da fare sulle dichiarazioni di Clarke. La pubblicazione avveniva poche settimane dopo la classificazione della sezione del rapporto del Congresso sugli attacchi dell’11 settembre, che suggerisce che l’Arabia Saudita aveva legami finanziari con i dirottatori, e le osservazioni di Clarke certamente alimenteranno l’accusa che gli Stati Uniti hanno aiutato i sauditi per ragioni diplomatiche. Il senatore Charles E. Schumer, democratico di New York, basandosi sui commenti di Clarke ha chiesto alla Casa Bianca d’indagare sulla partenza anticipata di circa 140 sauditi dagli Stati Uniti nei giorni seguenti gli attacchi. Schumer ha affermato in un’intervista che sospettava che alcuni sauditi, a cui venne permesso di partire, in particolare i genitori di Usama bin Ladun, avessero legami con i gruppi terroristici e potevano far luce sull’11 settembre. “E’ solo un altro esempio del nostro Paese che coccola i sauditi dandogli privilegi che altri non avrebbero mai”, ha dichiarato Schumer. “E’ quasi come se noi non vogliamo sapere se esistessero questi collegamenti“. Non è stato possibile raggiungere i funzionari sauditi per un commento, ma in passato negarono le accuse che li collegano ai 19 dirottatori, di cui 15 sauditi. Rifiutandosi di discutere i dettagli del caso, funzionari dell’FBI hanno detto che nei giorni immediatamente dopo l’11 settembre gli agenti dell’Ufficio interrogarono i parenti di bin Ladin, membri di una delle famiglie più ricche in Arabia Saudita, prima che la Casa Bianca li evacuasse dal Paese. Bin Ladin si sarebbe separato dalla famiglia e molti dei suoi parenti hanno rinnegato la sua azione contro gli Stati Uniti. “Abbiamo fatto tutto quello che doveva essere fatto“, ha dichiarato John Iannarelli, portavoce dell’Ufficio. “Non vi è alcuna indicazione che avessero informazioni che ci potessero aiutare, e non gli è stato concesso alcun riguardo, che non sarebbe concesso a nessuno“. Ma l’indagine di Vanity Fair cita Dale Watson, ex-direttore dell’antiterrorismo del FBI, dire che i sauditi evacuati “non furono sentiti o interrogati sul serio“. Watson non è stato raggiunto per un commento.
L’articolo indica l’evacuazione complessa ma frettolosa la settimana dopo i dirottamenti, quando aerei privati recuperarono i sauditi in dieci città diverse. Secondo l’articolo, alcuni funzionari dell’ufficio e dell’aviazione si dissero sconvolti dall’operazione perché il governo non revocò le restrizioni di volo per il pubblico, ma non ebbe il potere di fermare l’evacuazione. Clarke, che ha lasciato la Casa Bianca a febbraio, ha detto in un’intervista che ciò era dovuto alla preoccupazione che i sauditi “subissero rappresaglie” dopo il dirottamento aereo. Clarke ha detto che disse all’Ufficio di trattenere qualsiasi persona su cui ci fossero dei sospetti, e l’FBI disse che non fermò nessuno. Schumer ha detto di dubitare della serietà della rapida indagine dell’ufficio, e in una lettera alla Casa Bianca di oggi afferma che i sauditi sembrano aver ricevuto il “via libero” nonostante una possibile prescienza degli attacchi.

La grande fuga
Craig Unger, The New York Times, 01/06/2004
saudis-11Gli statunitensi che credono che la Commissione sull’11 settembre risponda a tutte le questioni cruciali sugli attacchi terroristici rischiano di rimanerne assai delusi, soprattutto se sono interessati all’evacuazione aerea segreta dei sauditi, iniziata poco dopo l’11 settembre. Sapevamo che 15 dei 19 dirottatori erano sauditi. Sapevamo che Usama bin Ladin, saudita, era dietro l’11 settembre. Eppure non abbiamo condotto un’indagine sulla partenza di sauditi, tra cui venti membri della famiglia bin Ladin, anche se in realtà non erano complici negli attacchi. Purtroppo, però, non possiamo probabilmente mai sapere la verità. La Commissione d’inchiesta ha concluso che non vi è “alcuna prova credibile che speciali voli charter per cittadini sauditi abbiano lasciato gli Stati Uniti prima della riapertura dello spazio aereo nazionale“. Ma ciò che conta è che c’erano ancora alcune limitazioni dello spazio aereo degli Stati Uniti quando iniziarono i voli dei sauditi. Inoltre, nuove prove dimostrano che l’evacuazione riguardò 142 sauditi su sei voli charter, secondo il Comitato d’indagine. Secondo i documenti appena pubblicati, 160 sauditi lasciarono gli Stati Uniti con 55 voli subito dopo l’11 settembre, in totale circa 300 persone, con l’apparente approvazione dell’amministrazione Bush, molto più di quanto segnalato in precedenza. I documenti sono stati pubblicati dal Dipartimento di Sicurezza Nazionale in risposta a una richiesta di accesso alle informazioni presentata da Judicial Watch, osservatorio indipendente conservatore di Washington. La stragrande maggioranza dei voli appena scoperta riguarda voli commerciali, non voli charter, con spesso due o tre passeggeri sauditi. Partirono da più di venti città, tra cui Chicago, Dallas, Denver, Detroit e Houston. Un volo di una compagnia aerea saudita partì dal Kennedy il 13 settembre con 46 sauditi. Il giorno dopo, un altro volo di una compagnia saudita partì con 13 sauditi. L’osservatorio ha riferito che resta da dimostrare che l’FBI abbia controllato le partenze in relazione alla lista dei terroristi. Secondo il gruppo di osservazione, ulteriori partenze di sauditi sollevano altre domande. Richard Clarke, l’ex-capo dell’antiterrorismo, ha recentemente dichiarato al giornale The Hill di assumersi la responsabilità dell’approvazione di alcuni voli. Ma non sappiamo se altri rappresentanti dell’amministrazione Bush abbiano preso parte alla decisione. I passeggeri avrebbero dovuto essere interrogati sui legami con Usama bin Ladin, chiunque fossero, o sul suo finanziamento. Sappiamo da tempo che una certa fazione dell’élite saudita ha finanziato i terroristi islamici, almeno involontariamente. Il principe Ahmad bin Salman, accusato di essere un intermediario tra al-Qaida e la famiglia reale dei Saud, fu evacuato in aereo dal Kentucky. Fu interrogato dall’FBI prima di andarsene? Se la Commissione osa affrontare questi problemi, senza dubbio sarà accusata di politicizzare una delle più importanti indagini della sicurezza nazionale della storia statunitense, almeno in un anno elettorale. Ma se non lo fa, rischia molto peggio, il tradimento delle migliaia di persone che persero la vita quel giorno, per non parlare di milioni di altre persone che vogliono la verità.saudis-1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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