Il nuovo re saudita è il maggiore sostenitore di al-Qaida

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 25/01/2015

Salman bin Abdulaziz al-Saud con l'ex-capo della CIA Leo Panetta

Salman bin Abdulaziz al-Saud con l’ex-capo della CIA Leo Panetta

Il nuovo re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz al-Saud, fratellastro di re Abdullah, morto a 90 anni per le complicazioni di una polmonite, dovrebbe governare in senso ancor più wahabita e concentrarsi a limitare la prudente politica di riforme iniziata da Abdullah. Salman dovrebbe anche dedicare energia ad aumentare la sicurezza nazionale saudita. La devozione di Salman alla sicurezza saudita è ipocrita, dato il suo passato sostegno ad al-Qaida, tra cui alcuni soggetti implicati nell’attacco dell’11 settembre contro gli Stati Uniti. Il coinvolgimento di Salman nel finanziamento dei terroristi dell’11 settembre, ed altri, probabilmente rafforzerà il rifiuto dell’amministrazione Obama di declassificare le 28 pagine mancanti dal rapporto del Comitato sull’Intelligence del Senato, del 2002, sui fallimenti dell’intelligence riguardo l’attacco. Allora governatore di Riyadh, Salman probabilmente appare tra i responsabili nelle 28 pagine del rapporto del Senato. In apparenza Salman non governerà assai diversamente dal predecessore su politica del petrolio e sicurezza nazionale. Salman sarà assistito dal figlio, principe Muhammad bin Salman, ministro della difesa e capo della corte reale. Muhammad fu principale consigliere del padre quando era governatore della provincia di Riyadh. Il principe Muhammad è divenuto ministro della Difesa quando il padre è salito al trono dopo la morte di Abdullah. L’altro consulente di Salman sarà Muhammad bin Nayaf, ministro degli interni dal 2012 e attuale secondo principe ereditario e secondo viceprimo ministro. Nayaf, nipote di re Salman, è secondo in linea al trono dopo il principe ereditario Muqrin bin Abdulaziz al-Saud. Muqrin era il capo del Muqabarat al-Amah, l’agenzia d’intelligence saudita nel 2005-2012. Nel 2006, i capi dell’opposizione democratica saudita in Gran Bretagna accusarono Salman, allora governatore della provincia di Riyadh, di fornire aiuti materiali ad al-Qaida in Afghanistan, prima e dopo l’11 settembre. L’opposizione rivelò che i membri di al-Qaida viaggiavano regolarmente da Riyadh al Pakistan e poi alle regioni governate dai taliban in Afghanistan. Questi sauditi riferirono anche che il governatorato di Salman pagava in contanti hotel e voli aerei ai membri di al-Qaida. Non c’è dubbio che le attività di Salman per conto di al-Qaida siano note alla Central Intelligence Agency (CIA), che approvò i rifornimenti sauditi ai guerriglieri arabi tra i mujahidin in Afghanistan fin dai primi giorni del coinvolgimento di Langley nella campagna jihadista per abbattere il governo socialista e laico dell’Afghanistan. Poco prima della sospetta morte in Scozia nel 2005, l’ex-ministro degli Esteri inglese Robin Cook scrisse su The Guardian che “al-Qaida” era l’archivio dei mercenari, finanzieri ed interlocutori utilizzati dalla CIA per combattere i sovietici in Afghanistan: “Per tutti gli anni ’80, lui (Usama bin Ladin) fu armato dalla CIA e finanziato dai sauditi per la jihad contro l’occupazione russa dell’Afghanistan. Al-Qaida, letteralmente ‘l’archivio’, era in origine i file dei computer di migliaia di mujahidin reclutati e addestrati dalla CIA per sconfiggere i russi”.
Secondo l’opposizione saudita e Cook, è inconcepibile che Salman non fosse a conoscenza delle attività del personale del suo governatorato a Riyadh. Quando un principe saudita e noto parente di re Salman, il primo consigliere principe Muhammad bin Nayaf, chiamato anche Nayif, fu arrestato in Francia per narcotraffico nel 1999, il ministero degli Interni saudita informò Parigi nel 2000 che se la Francia trascinava in tribunale il principe Nayaf, il contratto da 7 miliardi di dollari per il radar della difesa del progetto SBGDP (“Garde Frontiere”) con la ditta francese Thales, sarebbe stato annullato. I dettagli si trovano in un cablo diplomatico francese riservato, datato 21 febbraio 2000. Il tema del cablo era un incontro tra funzionari francesi e il ministro degli Interni saudita principe Nayaf, sul caso di un aereo saudita sospettato di narcotraffico (“Prince Nayef, ministre saoudien de l’interieure. Affaire de l’avion saoudien soupçonne d’avoir servi a un traffic stupefiants“.) Il cablo fu inviato dal consulente tecnico del ministero degli interni francese François Gouyette al ministero della giustizia francese e all’ambasciata francese a Riyadh. Gouyette divenne ambasciatore francese negli Emirati Arabi Uniti nel 2001. La cocaina spacciata da Nayaf era, secondo un documento riservato dell’US Drug Enforcement Administration (DEA), utilizzata per finanziare al-Qaida in Afghanistan. Il denaro del ministero dell’Interno per pagare le reclute del terrorismo che passavano per Riyadh, era i proventi del narcotraffico detenuti in conti bancari segreti. La CIA lo sapeva e incoraggiava i pagamenti sottobanco delle reclute di al-Qaida, proprio come fa oggi con le reclute di al-Qaida liberate dalle carceri saudite e pagate dai mediatori governativi sauditi. Nel 1999, la DEA sventò una cospirazione, per contrabbandare cocaina colombiana dal Venezuela, del principe Nayaf a sostegno di certe “intenzioni future” basate su una profezia coranica. Le operazioni della DEA erano contenute in un memorandum “di declassificazione del documento segreto 6 della DEA ufficio di Parigi” del 26 giugno 2000. Nel giugno 1999, 808 chilogrammi di cocaina furono sequestrati a Parigi. Nello stesso tempo, la DEA conduceva una grande inchiesta sul cartello della droga di Medellin, chiamata Operazione Millennio. Attraverso un fax intercettato, l’ufficio di Bogota della DEA apprese della cocaina sequestrata a Parigi e collegò l’operazione ai sauditi. L’indagine della DEA s’incentrava sul principe saudita Nayaf al-Saud, il cui alias era “El Principe”. Il nome completo di Nayaf è Nayaf (o Nayif) bin Fawaz al-Shalan al-Saud. Nel perseguimento dei suoi traffici di droga internazionali, Nayaf viaggiava con il suo Boeing 727 e sfruttò il suo status diplomatico per evitare i controlli doganali. Il rapporto della DEA affermava che Nayaf aveva studiato presso l’Università di Miami, in Florida, di proprietà di una banca in Svizzera, parla otto lingue, aveva pesantemente investito nell’industria petrolifera del Venezuela, visitava regolarmente gli Stati Uniti e viaggiava con milioni di dollari statunitensi.
Nayaf aveva anche investito nell’industria petrolifera della Colombia. Nayef avrebbe incontrato i membri del cartello della droga a Marbella, in Spagna, dove la famiglia reale saudita ha una grande palazzina. La relazione afferma che, quando un gruppo di membri del cartello si recò a Riyadh per incontrare Nayaf, “furono accolti da una Rolls Royce appartenente a Nayaf e portati all’hotel Holiday Inn Riyadh. Il giorno successivo furono accolti da Nayaf e dal fratello (che si credeva si chiamasse Saul (sic). Il fratello gemello è il principe Saud. Il fratello maggiore, principe Nawaf, è sposato con la figlia di re Abdullah)… Il secondo giorno viaggiarono nel deserto su fuoristrada (Hummer). Durante il viaggio nel deserto discussero di narcotraffico. “UN” (informatore della DEA) e Nayaf accettaono di spedire 2000 kg di cocaina a Caracas, usando gente di UN, da cui Nayaf poteva facilitarne il trasporto a Parigi. Nayaf spiegò che avrebbe utilizzare il suo jet di linea 727, sotto copertura diplomatica, per il trasporto della cocaina. Nayaf disse a “UN” che poteva trasportare 20000 chilogrammi di cocaina nel suo aereo di linea, e propose ad “UN” di inviarne 10-20000 chilogrammi in futuro. “UN” chiese perché Nayaf, presumibilmente devoto musulmano, fosse coinvolto nel narcotraffico. La risposta di Nayaf illumina ciò che oggi è noto del finanziamento del terrorismo saudita, meritevole di attenta lettura. Durante l’incontro di Riyadh, Nayaf rispose alla domanda di “UN” affermando che “è un rigoroso sostenitore del Corano musulmano (sic)”. “UN” dichiarò, “Nayaf non beve, non fuma né viola qualsiasi precetto del Corrano (sic)”. “UN” chiese a Nayaf perché voleva vendere cocaina e Nayaf rispose che il mondo è già condannato e che era stato autorizzato da Dio a venderla. Nayaf disse a “UN” che poi avrebbe capito le vere intenzioni del suo narcotraffico, sebbene poi non dicesse altro. Il narcotraffico del principe saudita fu distrutto da DEA e polizia francese nell’ottobre 1999. Il riciclaggio di narcodollari a sostegno dei terroristi di al-Qaida in Afghanistan e Pakistan, la rigida interpretazione del Corano nel futuro governo dell’Arabia Saudita, il ritorno della temuta polizia religiosa, la “mutawin” e la repressione del legittimo dissenso interno in Arabia Arabia: questo è lo stile di governo che re Salman porta all’Arabia Saudita.

Muhammad bin Nayaf con Hillary Clinton

Muhammad bin Nayaf con Hillary Clinton

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Yemen: inizia l’offensiva degli Huthi

Aleksandr Orlov New Eastern Outlook 23/01/2015Yemen_division_2012-3-11.svgDa quando la situazione della sicurezza in Yemen s’è deteriorata ulteriormente a fine dicembre, il divario tra le principali forze politiche s’è ancor più approfondito, mentre i partiti politici hanno iniziato ad esprimere il desiderio di sostituire il presidente Abdrabuh Mansur Hadi, un leader privo di ogni reale potere politico. Tale tendenza è stata recentemente rafforzata da Washington, Londra e Riad dopo aver capito che non ha senso sostenere il presidente in carica. Allo stesso tempo, vi è l’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che licenziò Mansur Hadi da vicepresidente e segretario generale dell’allora al potere Partito del Congresso Generale del Popolo. Salah ha recentemente incontrato un inviato speciale dell’Arabia Saudita che gli ha proposto di visitare il regno per ricevere cure mediche, ma Salah ha respinto l’offerta, ammettendo che ciò potesse essere un tentativo di trascinarlo fuori dal Paese. Quanto a Mansur Hadi, i suoi colloqui con gli Huthi si sono conclusi in modo disastroso, soprattutto su sicurezza e finanza. Il presidente yemenita ha rifiutato di nominare un rappresentante Huthi a capo dello Stato Maggiore alla guida del Ministero della Difesa, i cui uffici sono bloccati dai ribelli sciiti. Questa situazione è stata sfruttata da Ansar al-Sharia (ex-al-Qaida), che ha organizzato una serie di attacchi terroristici nel centro di Sanaa, dove numerosi leader degli Huthi risiedono. La situazione è stata ulteriormente aggravata dal fatto che numerosi manifestanti sono stati uccisi nei pressi del palazzo presidenziale, portando a scontri armati tra gli Huthi e una serie di tribù locali, nella periferia della capitale yemenita. In definitiva tutti questi sviluppi hanno portato a un serio confronto tra le forze Huthi e le tribù sunnite nel Governatorato di Marib, dove queste ultime sono fortemente supportate dai movimenti al-Islah (Fratelli musulmani) e Ansar al-Sharia sponsorizzati dall’Arabia Arabia. Il governatorato si trova a 10 chilometri a est di Sanaa, ed è il centro dell’industria del petrolio e del gas del Paese. Gli Huthi sono impegnati ad espandere l’area di influenza, cercando d’imporre il controllo sulle zone produttive principali. A metà gennaio gli Huthi inviarono una grande forza armata a Marib scontrandosi con più di 30 mila militanti dei gruppi tribali Shafi (sunniti) e guidati direttamente da al-Islah e Ansar al-Sharia. I sunniti riuscivano a disarmare la 62.ma Brigata dell’esercito, catturando numerosi carri armati e lanciarazzi multipli. In risposta gli Huthi hanno rafforzato le loro unità in questo settore, dato che vi si trovano le raffinerie di petrolio e gas, gli oleogasdotti per l’esportazione e due centrali termoelettriche che alimentano la capitale e il nord del Paese. Inutile dire che il possibile scontro ha messo in pericolo l’intera economia yemenita. A peggiorare le cose, le tribù sunnite, sapendo che avrebbero dovuto ritirarsi se gli Huthi lanciassero una grande offensiva, annunciavano l’intenzione di far saltare tutti gli impianti industriali che potevano raggiungere, che sono già sul punto di chiudere a causa del forte calo dei prezzi del petrolio.
In questa situazione il presidente decideva di ordinare al ministro della Difesa e al ministro degli Interni di tentare risolvere la questione con negoziati con tutte le parti coinvolte. Le autorità yemenite hanno anche espresso la volontà di cambiare il governatore di Marib e garantire la restituzione delle attrezzature militari catturate dalle tribù locali presso i depositi militari. Sembra che il governo sia riuscito a concordare la divisione dei territori tra Huthi e tribù sunnite, che dovrebbe essere garantita dalle forze governative. Ma il desiderio degli insorti sciiti di prendere il controllo dell’industria energetica del Paese è troppo allettante, dato che in pratica ciò significa ridistribuire le risorse in loro favore. Se il conflitto armato nel Governatorato di Marib esplodesse, dilagherebbe la guerra settaria in Yemen, come nel caso dell’Iraq. Mezzi politici non sono riusciti ad impedire alle armi di parlare. La mattina del 19 gennaio al Palazzo Presidenziale di Sanaa vi fu un pesante scontro a fuoco tra le unità della Guardia Nazionale, che ha il compito di proteggere il palazzo, e gli Huthi che usavano artiglieria e mitragliatrici pesanti. In seguito, continuando il tiro, le guardie del palazzo furono rinforzate da unità corazzate. In risposta gli Huthi inviarono altre unità dai governatorati settentrionali di Sada e Amran. In questa situazione il presidente Mansur Hadi convocava una riunione urgente delle élite del Paese. Nonostante l’intensità del fuoco si riducesse il giorno dopo, la schermaglie locali continuarono. Come risultato dello scontro, gli Huthi riuscivano a circondare completamente il Palazzo Presidenziale e a bloccare l’accesso alla residenza del presidente, ma tuttavia senza catturarlo. Lo scopo di Ansar Allah (l’ala militare della comunità Huthi) è costringere Mansur Hadi a modificare il progetto della nuova Costituzione stabilendo una nuova divisione amministrativa dello Yemen, che avrà solo 6 distretti. C’è anche la questione del controllo del Governatorato di Marib, dato che le controversie su di esso possono causare interventi militari. In cima a tutto questo, Ansar Allah ha accusato il presidente di collaborare con l’organizzazione terroristica Ansar al-Sharia e di promuovere la corruzione. In questa situazione, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno cercato di organizzare un’iniziativa collettiva contro gli Huthi accusando il leader di Ansar Allah, Abdul-Maliq, d’infrangere la fragile pace. Ma improvvisamente i Paesi del CCG hanno protestato contro di essi, temendo che un’azione ostile contro gli Huthi possa ampliare i combattimenti e portare al tentativo di occupare Marib.
In ogni caso, la temporanea diminuzione delle tensioni è solo una breve pausa che consentirà agli Huthi di raggruppare le forze, mentre espandono con sicurezza la loro zona di influenza, quindi è assai improbabile che si fermino presto. Nuovi scontri armati sono in corso, principalmente nel Governatorato di Marib. E gli eventi hanno accelerato quando il 22 gennaio sera il presidente dello Yemen annunciava le dimissioni dopo un nuovo assalto dei ribelli sciiti alla sua residenza. Dopo le dimissioni. il presidente del Parlamento diveniva il capo di Stato provvisorio. Gli Huthi hanno salutato la decisione dell’ex-presidente. Mansur Hadi ha chiesto scusa al popolo dello Yemen per non aver saputo far uscire il Paese dalla crisi politica. Così gli Huthi hanno compiuto un ulteriore passo verso il controllo totale del Paese.

Aleksandr Orlov, politologo, esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Saudi-Arabia

Le forze sciite Huthi nello Yemen cercano una maggiore rappresentanza
Salma Zribi, Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times 22 gennaio 2015

Le potenze del Golfo continuano a giocare la loro geopolitica nel Levante, Iraq, Africa del Nord e sempre più in certe parti dell’Africa centrale. Nonostante ciò, attualmente sembra che le forze sciite Huthi aumentino la presa sul potere a Sanaa. Questa realtà, proprio come la Siria indipendente che si rifiuta di cedere ai complotti di Golfo e NATO, è un’ulteriore prova che un processo diverso riguarda tutto il Medio Oriente. Pertanto, resta da vedere se una reazione taqfiri salafita nello Yemen sarà finanziata urgentemente dalle potenze del Golfo, per impedire che le dune mutino in questa nazione. La corruzione politica e l’emarginazione degli sciiti ha fatto sì che le tensioni del passato testimoniassero gravi tensioni. Ne risultarono diversi innocenti morti e l’ingerenza di nazioni come l’Arabia Saudita. In effetti, gli sciiti Huthi sostengono che gli intrighi politici interni siano volti a sottometterli utilizzando le forze di al-Qaida supportate dalle ratlines centralizzate a Sanaa. La BBC riferisce: “il presidente dello Yemen assediato ha raggiunto un accordo di pace con i ribelli sciiti Huthi che occupano i punti chiave della capitale Sanaa,… l’ufficio del presidente Abdrabuh Mansur Hadi ha detto che concessioni importanti sono state offerte ai ribelli, che hanno occupato il palazzo e circondato la sua residenza“. Abdul Maliq al-Huthi, il capo delle forze sciite Huthi, ha chiarito che non c’è un colpo di Stato attualmente. Tuttavia, ha dichiarato in televisione che molti politici yemeniti avevano alienato il popolo grazie agli imbrogli politici. The Independent afferma: “Huthi ha detto che il governo yemenita aveva abbandonato gli obiettivi dell’accordo nazionale del settembre dello scorso anno. L’indebolimento di Hadi, alto alleato degli Stati Uniti, mina gli sforzi di USA ed alleati per combattere il ramo yemenita di al-Qaida, che ha rivendicato la responsabilità dell’attacco a una rivista satirica di Parigi all’inizio del mese. Washington da tempo vede al-Qaida nella penisola arabica, o AQAP, come il ramo più pericoloso della rete del terrore globale. A New York, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha tenuto una riunione di emergenza sul caso“.
Scontri feroci erano scoppiati tra le forze governative e gli sciiti Huthi in prossimità del palazzo presidenziale. Eppure oggi sembra che le forze governative abbiano ristabilito la situazione o che forze politiche interne stiano minando l’attuale presidente. In entrambi i casi, è più che evidente che gli sciiti Huthi credono che il momento gli sia favorevole, e che cambiamenti possono essere fatti. Abdul Maliq al-Huthi ha dichiarato: “Il nostro movimento non ha intenzione di sradicare un qualsiasi potere politico. Siamo qui per servire il Paese e non per dominare il popolo yemenita”. Ha continuato affermando che: “La nostra ascesa sarà graduale se inizia l’attuazione del (non approvato) accordo. In caso contrario, tutte le opzioni sono aperte… seguiamo passi accurati. Non vogliamo che il Paese collassi“. Gli USA probabilmente attenderanno, ma resta da vedere che cosa faranno le potenze del Golfo. Il timore è che forze settarie saranno supportate da potenze regionali se il mutare delle dune sarà ritenuto contrario ai loro interessi. In altre parole, lo Yemen può essere ancora ostaggio di forze che favoriscono l’instabilità, piuttosto che l’equilibrio dei poteri dello Yemen.YEMENTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cooperazione militar-tecnica Russia-Iran: fatti e dettagli

Pavel Lisitsyn, Sputnik, 20/01/2015

La Russia e la Repubblica islamica dell’Iran hanno avviato un’attiva cooperazione tecnico-militare nel 1990. La Russia ha attualmente limitato la vendita di prodotti e servizi militari all’Iran, la cui industria della Difesa ha dichiarato avere raggiunto l’autosufficienza.

487119Russia e Iran hanno firmato un importante accordo di cooperazione militare, durante la visita del ministro della Difesa russo Sergei Shojgu a Teheran che, secondo il ministro, è stato un passo importante nella collaborazione delle forze armate dei due Paesi. Russia e Repubblica islamica dell’Iran avviarono la cooperazione tecnico-militare nel 1990. Secondo varie fonti, l’ex-Unione Sovietica aveva consegnato armi e attrezzature militari all’Iran per 733-890 milioni di dollari, entro la fine del 1990. La cooperazione tecnico-militare è stata regolata da una serie di accordi intergovernativi sottoscritti nel 1989, 1990 e 1991. Nell’ambito di tali accordi, Mosca fornì a Teheran caccia Mikojan-Gurevich MiG-29 Fulcrum e bombardieri tattici Sukhoi Su-24MK, sottomarini diesel-elettrici 877EKM classe Kilo (tra cui la costruzione di strutture portuali e per la manutenzione) e sistemi missilistici antiaerei (SAM) S-200VE Vega-E. Inoltre, in base all’accordo, l’Iran ha prodotto carri armati T-72 e veicoli da combattimento per la fanteria BMP-2 su licenza e direzione russa. Nel 1990, l’Iran ricevette i suoi primi 14 aerei da guerra MiG-29. Le consegne degli aerei al Paese aumentarono nel 1991 e compresero 12 bombardieri Su-24 e 20 caccia MiG-29/MiG-29UB. Nel 1990-1991, i MiG-29 dell’Iran hanno ricevuto 350 missili aria-aria R-27R e 576 missili aria-aria R-60. Altri sei MiG-29/MiG-29UB furono consegnati all’Iran nel 1993-1994. Tra il 1993 e il 1997, la Russia consegnò circa 120 veicoli da combattimento per la fanteria BMP-2 e 800 missili anticarro 9M111. Nel 1992-1996, l’Iran ha ricevuto tre sottomarini diesel-elettrici 877EKM classe Kilo per i quali pagò circa 750 milioni di dollari. Nei primi anni ’90, le vendite a Teheran di armi e attrezzature militari russe furono stimate a circa 500 milioni di dollari all’anno, costituendo circa l’85 per cento delle esportazioni russe verso l’Iran. Il 30 giugno 1995 la Russia firmò un memorandum promettendo che Mosca si sarebbe astenuta dal firmare ulteriori contratti per la consegna di armi convenzionali all’Iran. Il memorandum inoltre garantiva l’attuazione di tutti i contratti esistenti entro la fine del 1999. Il documento fu firmato dal primo ministro russo Viktor Chernomyrdin e dal vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore. La Russia non poté attuare tutti gli aspetti dei contratti stipulati entro il termine del memorandum del 31 dicembre 1999 e, di conseguenza, registrò 2 miliardi di dollari di diminuzione delle entrate. Un’ulteriore condizione del memorandum vide la Russia cessare la consegna di pezzi di ricambio e componenti per armi e attrezzature militari già vendute all’Iran.
Dal 2000, Teheran ha indicato più volte a Mosca la volontà di riprendere l’acquisto di armi. Il memorandum Russia-USA del 1995 impediva ogni possibilità di vendita di armi al Paese. Invertendo tale decisione, la Russia nel novembre 2000 ufficialmente notificò agli Stati Uniti che dal 1 dicembre 2000 avrebbe annullato l’accordo del 1995. Nell’ottobre 2001, Russia e Iran firmarono un accordo di cooperazione tecnico-militare nel corso della visita ufficiale a Mosca del ministro della Difesa iraniano. Il documento creò un quadro giuridico formale per la cooperazione a lungo termine tra i due Paesi su armi e logistica militare. All’inizio del nuovo millennio, l’Iran era il quarto maggiore (6,1 per cento) importatore di prodotti militari acquistati dall’ente esportatore di armi dello Stato russo Rosvooruzhenie, dopo Cina, India ed Emirati Arabi Uniti. Nel 2001-2002 la Russia iniziò a fornire munizioni e componenti per gli aerei MiG-29 e Su-24MK dell’aeronautica iraniana. Sempre nel 2001, l’Iran e l’ente per l’esportazione di materiale militare della Russia Rosoboronexport firmarono un nuovo contratto per l’acquisto di 36 elicotteri Mi-171Sh. Il contratto fu completato nel 2004. Tra 2000 e 2003 l’impianto aeronautico di Ulan-Ude consegnò all’Iran 27 elicotteri d’assalto Mil Mi-171 nella versione civile. Nel 2003, la Russia consegnò tre aerei da attacco al suolo Su-25UBK Frogfoot all’Iran. Un contratto per altri tre aerei fu firmato nel 2005. Nel 2004, la società russa Kurganmashzavod ricevette 60 milioni di dollari dall’Iran per 300 veicoli da combattimento per la fanteria BMP-2. All’inizio del 2005, la Russia consegnò altri tre elicotteri Mi-17 all’Iran, costruito appositamente per il pronto soccorso. Nello stesso anno vi fu anche un contratto per consegnare proiettili di artiglieria guidati Krasnopol-M. Nel dicembre 2005, Russia e Iran firmarono un contratto da 1,4 miliardi di dollari per armi e attrezzature militari russe, tra cui 29 sistemi missilistici SAM Tor-M1 o SA-15 Gauntlet. Mosca aveva anche stipulato un contratto con l’aeronautica iraniana per aggiornarne gli aerei. Secondo i rapporti ufficiali, la Russia s’impegnava a riparare e aggiornare i 24 bombardieri Su-24 dell’Iran con un contratto da 300 milioni di dollari. Un contratto aggiuntivo fornì all’Iran dei pattugliatori. A fine dicembre 2006, la Russia consegnò 29 sistemi SAM Tor-M1 all’Iran. Nel febbraio 2007, Mosca completò la consegna di 1200 missili 9M331 per i Tor, insieme a tutti gli accessori, strumenti e la strumentazione necessari. Anche se non confermato ufficialmente, Rosoboronexport avrebbe mediato la vendita all’Iran di 200 motori per carri armati V-84MS, prodotti presso la Cheljabinsk Tractor Plant, per circa 200 milioni di dollari. L’esercito iraniano prevedeva d’installarli sui suoi carri armati Zulfiqar. Il design del carro Zulfiqar si basa sul quello del carro russo T-72S, prodotto in Iran su licenza russa. Nel 2007, la Russia accettò di consegnare cinque batterie di sistemi SAM S-300PMU-1/SA-20 Gargoyle (40 lanciatori) all’Iran al prezzo di circa 800 milioni di dollari.
Il 9 giugno 2010 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò una risoluzione per attuare sanzioni all’Iran per il controverso programma nucleare, in gran parte militari, tra cui il divieto di vendita di armi moderne al Paese. La Russia partecipò alle sanzioni e sospese la cooperazione tecnico-militare con l’Iran. Il 22 settembre 2010, il presidente russo Dmitrij Medvedev firmò un ordine esecutivo per rispettare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il documento vietava ogni vendita militare dalla Russia all’Iran incluso il trasferimento di armi all’Iran da fuori i confini della Russia da parte di aerei o navi battenti bandiera russa. I prodotti militari vietati dalle sanzioni delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali coprivano quasi ogni tipo di sistemi d’arma convenzionali, tra cui carri armati, veicoli blindati, artiglieria di grosso calibro, aerei da combattimento, elicotteri d’attacco, navi da guerra, missili e sistemi missilistici. Il divieto riguarda va anche le parti di ricambio, l’hardware e il software necessari per la loro manutenzione. Le sanzioni delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali non vietava la vendita di armi come artiglieria da campo e mortai di calibro inferiore ai 100 mm, elicotteri da trasporto, cannoni antiaerei, sistemi radar, veicoli militari e un certo numero di altri sistemi classificati come “intermedi”. La Russia attualmente vende in modo estremamente limitato prodotti e servizi militari all’Iran, mentre l’industria della Difesa iraniana ha dichiarato di avere raggiunto l’autosufficienza. Il Centro per l’Analisi sul commercio mondiale delle armi (CAWAT) stima che la Russia abbia perso l’opportunità di ricevere 11-13 miliardi dalle vendite tecnico-militare all’Iran negli ultimi anni. Tale somma comprende la consegna di armi dai contratti firmati prima dell’embargo a Teheran. La stima tiene conto anche delle perdite degli utili relativi ai programmi in cantiere quando fu sospesa la vendita di armi. Come stimato da CAWAT, la Russia doveva per ricevere 1,8-2,2 miliardi per le armi da difesa aerea, 2,2-3,20 per armamenti navali, 3,4-3,7 per aerei e armi relative, 2,1-2,5 per armi terrestri ed ulteriori 200-250 milioni per pezzi di ricambio, componenti, supporto logistico e contratti di riparazione e manutenzione. La relazione individuò una perdita di 200 milioni relativi alla vendita dei sistemi di comunicazione spaziale e satelliti da osservazione. Il contratto russo-iraniano per i sistemi SAM S-300 fu annullato dopo l’introduzione delle sanzioni anti-Iran. Per via dei contratti annullati, l’Iran citava in giudizio la Rosoboronexport presso il Tribunale di conciliazione e arbitrato dell’OSCE di Ginevra, Svizzera. Gli imputati russi offrirono una composizione amichevole, promettendo di fornire ulteriori sistemi missilistici SAM Tor-M1E in una seconda data non specificata. Nell’ottobre 2011, la Russia consegnò una stazione radar-jamming 1L222 Avtobaza all’Iran. Fu la prima vendita registrata ufficialmente dopo l’introduzione delle sanzioni.
Attualmente, la Russia affronta due sfide importanti se vuole vendere armi all’Iran. Primo, deve convincere Teheran a ritrattare la causa presso la Corte di conciliazione e arbitrato dell’OSCE di Ginevra. Secondo, l’Iran deve prevedere la risoluzione del problema nucleare per via diplomatica. La risoluzione di questi due temi consentirà di togliere le sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite all’Iran, permettendo la ripresa delle vendite di armi e dell’assistenza militare russe al Paese.

1932475Russia e Iran stipulano l’accordo di cooperazione militare
Sergej Guneev, Sputnik 20/01/2015

Il ministro della Difesa russo e il suo omologo iraniano hanno sottolineato l’importanza nel sviluppare la cooperazione intergovernativa volta a contrastare l’interferenza negli affari della regione di forze esterne.

10479702Russia e Iran hanno firmato un accordo intergovernativo sulla cooperazione militare. “Un grande passo nel consolidamento dei rapporti (tra Russia e Iran) è la firma dell’accordo intergovernativo sulla cooperazione militare. È stata creata una base teorica per la cooperazione in campo militare“, ha detto il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu dopo la firma dell’accordo con il ministro della Difesa e della Logistica iraniano Hossein Dehghan, nella capitale del Paese Teheran. Shojgu ha aggiunto che durante i negoziati è stato raggiunto un accordo sulla “cooperazione bilaterale su pratiche e promozione dell’incremento delle capacità militari delle forze armate dei nostri Paesi“. Russia e Iran hanno accettano di affrontare l’ingerenza esterna negli affari della regione, ha detto il ministro della Difesa e della Logistica iraniano Hossein Dehghan. “(Durante i negoziati), l’importanza della necessità di sviluppare la cooperazione tra Russia e Iran nella comune lotta all’ingerenza negli affari della regione da parte di forze esterne, è stata inquadrata”, ha detto Dehghan dopo l’incontro a Teheran con il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu. Dopo l’incontro con Shojgu, Dehghan ha detto che secondo Russia e Iran, l’aggravarsi della situazione nella regione è dovuta alla politica degli USA”intromettendosi negli affari interni di altri Paesi“. Russia e Iran hanno inoltre deciso di aumentare le visite delle marine militari di entrambi i Paesi. “Abbiamo deciso di ampliare gli scali delle navi da guerra russe e iraniane“, ha detto Shojgu. Il capo della difesa russo, in visita in Iran per la prima volta in 15 anni, ha promesso l’impegno della Russia “a una cooperazione a lungo termine e multilivello” con l’Iran, anche nel campo militare. Ha sottolineato che le comuni sfide alla sicurezza potrebbero essere affrontate più efficacemente incrementando tale cooperazione.
I rapporti tecnologico-militari russo-iraniani s’inasprirono nel 2010, quando Mosca aderì alle sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Teheran per il suo controverso programma nucleare. Le sanzioni imposte all’Iran negli ultimi decenni impongono l’embargo completo sulla vendita di armi. Il Centro per l’Analisi sul commercio mondiale delle armi di Mosca stima che la Russia abbia perso 13 miliardi di dollari dei contratti per le armi a causa delle sanzioni occidentali all’Iran.

La firma dell’accordo sulla Difesa tra Russia e Iran ‘può risolvere’ il problema dei missili S-300
RT 20 gennaio 2015

1079398Mosca e Teheran hanno firmato l’accordo di cooperazione militare, implicando un’ampia collaborazione nel campo dell’addestramento militare e delle attività antiterrorismo. Può anche risolvere la situazione sulla consegna dei missili russi S-300, secondo i media iraniani. Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il suo omologo iraniano Generale di brigata Hossein Dehghan, hanno firmato il documento nel corso della visita dei vertici della Russia nella capitale dell’Iran. In base al nuovo accordo, la cooperazione ampliata comprenderà scambi per l’addestramento militare, maggiore cooperazione antiterrorismo e operatività avanzata per le marine di entrambi i Paesi, utilizzando i rispettivi porti più frequentemente. Secondo l’agenzia iraniana Fars, le due parti hanno risolto i problemi relativi alla fornitura dei sistemi di difesa missilistici S-300 della Russia all’Iran. Tuttavia, Mosca deve ancora commentare ufficialmete sul sistema di difesa. Il contratto da 800 milioni di dollari per fornire i sistemi missilistici di difesa aerea S-300 all’Iran fu annullato nel 2010 dal presidente russo Dmitrij Medvedev, allora, seguendo le sanzioni delle Nazioni Unite all’Iran per il suo controverso programma nucleare. A sua volta, Teheran ha presentato una richiesta di risarcimento da 4 miliardi di dollari contro la Russia presso il tribunale arbitrale di Ginevra. “I due Paesi hanno deciso di risolvere la questione degli S-300“, ha detto il ministero della Difesa iraniano, secondo l’agenzia Interfax. Non sono stati forniti ulteriori dettagli.
L’eventuale rinnovo dei colloqui sulla vendita dei missili è stato confermato dall’ex-capo del dipartimento per la cooperazione internazionale del Ministero della Difesa, secondo l’agenzia RIA Novosti. “Un passo è stato fatto verso la cooperazione economica e tecnologica militare, in cui infine i sistemi difensivi S-300 e S-400 saranno probabilmente consegnati“, ha detto il Colonnello-Generale Leonid Ivashov, presidente del Centro Internazionale per l’Analisi geopolitica, secondo RIA. Le sanzioni occidentali hanno ravvicinato le posizioni dei due Paesi sulla cooperazione nella Difesa, ha aggiunto Ivashov. Il nuovo accordo è volto a creare relazioni militari a “lungo termine e multilivello” con l’Iran, ha detto il ministro della Difesa russo Shojgu, sottolineando che “la base teorica per la cooperazione in campo militare è stato creata“. La parte iraniana crede che gli “effetti durevoli su pace e sicurezza regionale” possano essere forniti dall’accordo, secondo Fars. “Come vicini, Iran e Russia hanno visioni comuni su questioni politiche, regionali e globali“, ha detto Dehghan, secondo AP. Per l’Iran, l’accordo per rafforzare la cooperazione militare potrebbe anche significare sostegno nel contrastare le ambizioni statunitensi in Medio Oriente, con i due Paesi che “contribuiscono congiuntamente al rafforzamento della sicurezza internazionale e della stabilità regionale.” “Iran e Russia possono affrontare l’intervento espansionista e l’avidità degli Stati Uniti attraverso cooperazione, sinergia ed attivazione delle capacità strategiche“, ha detto il ministro della Difesa iraniano, secondo AP.
Mosca ha mantenuto stretti legami con Teheran per anni, in particolare nel settore nucleare. La prima centrale nucleare iraniana di Bushehr è diventata operativa, con il controllo della centrale consegnati agli specialisti iraniani nel settembre 2013. Lo scorso autunno, è stato firmato un accordo per costruire altri reattori in Iran.

1383969Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo Stato islamico viola i confini sauditi

Aleksandr Orlov New Eastern Outlook 14/01/2015

IS%20military%20operationMentre il mondo intero è testimone dei terribili attentati in Francia e conseguente marcia di 3,7 milioni di persone contro il terrorismo, il Medio Oriente è testimone di un evento dal significato non meno importante e grave del massacro nel cuore di Parigi dei giornalisti di Charlie Hebdo, la rivista che aveva già pubblicato vignette sul profeta Maometto. Negli eventi a Parigi ancora va stabilito cosa sia realmente accaduto. L’elenco dei fatti strani è abbastanza impressionante: perché dei terroristi professionalmente preparati lasciavano i loro documenti in auto; come le forze di polizia siano riuscite a trovarli in modo sorprendentemente veloce; perché alcun tentativo di prenderli vivi, invece di ucciderli, da parte dalle forze di sicurezza, anche se avrebbero potuto arrestarli utilizzando speciali granate flash. E l’elenco potrebbe continuare, dato che una complice dei terroristi è fuggita dalla Francia riuscendo a recarsi in Siria attraverso Spagna e Turchia; mentre un commissario di polizia che indagava, senza alcuna ragione si sarebbe suicidato (o ucciso?) E mentre i media del mondo sono concentrati sulla tragedia di Charlie Hebdo, hanno semplicemente ignorato gli attentati in Medio Oriente. Inoltre, tale reale attentato ha evidenziato l’importante cambio nella situazione regionale, mettendo a rischio il primo partner strategico degli Stati Uniti nel mondo arabo, l’Arabia Saudita. Ed ecco perché.
Il 5 gennaio mattina quattro militanti del SIIL hanno attraversato il confine dell’Arabia Saudita nella provincia settentrionale, presso la città di Arar, sulla via del pellegrinaggio alla Mecca da Iraq, Iran, repubbliche del Caucaso settentrionale e Transcaucasia. Pertanto questa zona non è un luogo deserto ma un incrocio trafficato del regno. Sul lato iracheno del confine la zona è abitata prevalentemente da sciiti, quindi vi sono numerose unità saudite dotate di velivoli armato, stanziato a difesa del confine; il gruppo è stato rafforzato quando il califfato islamico fu proclamato nel territorio dell’Iraq. Nel corso di una sparatoria con la pattuglia di confine saudita, scoppiata quando dei militanti hanno attaccato un posto di blocco, uno dei terroristi è stato ucciso, mentre l’altro ha fatto esplodere la cintura esplosiva uccidendo tre soldati sauditi, tra cui il Brigadier-Generale Audah al-Balawi, comandante della regione del confine settentrionale. Gli altri due militanti furono poi inseguiti e uccisi. I soldati trovarono armi automatiche, bombe a mano, cinture esplosive e ingenti somme di denaro sui cadaveri. L’attacco al valico di frontiera vicino la città di Arar, indica che il SIIL ha ufficialmente iniziato l’aggressione all’Arabia Saudita non solo effettuando attentati terroristici nel regno, come poco tempo prima, quando i militanti del ISIL sparavano agli sciiti sauditi uccidendoli davanti le moschee nella provincia orientale, ma impegnandosi militarmente sul territorio iracheno, nonostante il fatto che tali aree siano in teoria controllate dalle forze governative irachene. E’ anche un fatto sconcertante che un generale saudita sia tra i soldati morti, dato che è assai dubbio che partecipasse a una tale operazione. Le autorità saudite nascondono chiaramente qualcosa. E’ comprensibile dopo tutto, dato che re Abdullah sta per tirare le cuoia in ospedale, e la questione della successione nel Paese più importante per gli interessi regionali degli Stati Uniti nel mondo arabo, spinga affinché sia così. Allora, perché i media di tutto il mondo, soprattutto occidentali, minimizzano tali eventi? È un dato di fatto che l’attacco indichi che il califfato islamico ha praticamente violato il confine dell’Arabia Saudita, anche se per un paio d’ore. È una tendenza preoccupante in effetti, soprattutto ora che il regno gioca contro il mercato globale dell’energia, riducendo costantemente il prezzo del petrolio a favore di Washington per colpire le economie di Russia, Iran e Venezuela. Ma non sembra che le élite locali vi badino, mentre i ricavi si sbriciolano.
L’attacco nel suo significato non si avvicina neanche ai colpi di mortaio caduti casualmente in territorio saudita, ma in realtà è una mossa ostile diretta all’Arabia Saudita dallo Stato islamico. Riyadh ha preso tutte le possibili misure di sicurezza per assicurare il confine con l’Iraq, che si estende per quasi 500 miglia. Nel dicembre 2014 l’Arabia Saudita ha creato una terra di nessuno profonda 12 miglia e inviato le guardie di frontiera con sistemi di sorveglianza per tenerla sicura. Di certo si potrebbe lodare la riuscita eliminazione dei militanti, ma erano riusciti ad attraversare la zona cuscinetto e il confine, in primo luogo, e senza temere la reazione dei soldati sauditi. In ogni caso, le cose peggiorano per le autorità saudite, dato che 5-7000 cittadini sauditi combattono sotto la bandiera dello Stato islamico, che inoltre trova molta simpatia tra la popolazione saudita, soprattutto tra i giovani. Secondo alcuni sondaggi, l’80% dei giovani sauditi simpatizza per lo Stato islamico. Ciò significa che in un dato momento, potranno entrare nelle fila del Califfato se lanciasse la grande invasione della RAS. E non ci vorrà molto, soprattutto se re Abdullah muore e gli eredi si combatteranno per occupare il trono. Non è un caso che un enorme gruppo di “consiglieri” degli Stati Uniti, cioè di agenti di NSA, CIA e Pentagono, sia arrivato in Arabia Saudita da due settimane, per cercare di escogitare un meccanismo che consenta il passaggio pacifico del potere. Quindi, tale storia puzza. Se il SIIL invadesse l’Arabia Saudita, mentre è priva del re, il risultato sarebbe certamente disastroso, dato che il Paese esploderebbe in 3-4 pezzi, come la separazione delle provincie orientali sciite confinanti con lo Yemen, dove la maggioranza della popolazione è sciita.
Ma l’occidente ricorda lo struzzo che seppellisce la testa nella sabbia, cercando di nascondere la possibile offensiva del SIIL dietro la mega-marcia di Parigi.

1229_Energy_SaudiFrance_full_600Aleksandr Orlov, politologo ed esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Pensisole e dipendenze

Badia Benjelloun, DedefensaQatar-Bahrain-UAE-Persian-Gulf-google-earth-map-HRAl-Jazeera (penisola) ha anticipato il Qatar nell’azione da potenza mediatica nel dare consistenza esistenziale al piccolo Paese, che sarebbe rimasto una base militare degli Stati Uniti, certamente la maggiore della regione, ma oscuro e difficile da individuare sulla mappa. Nelle ultime settimane, al-Jazeera ha rimosso la sezione sulla Siria, mentre riduce le notizie di apertura sulla questione siriana. Il programma di addestramento dei vari gruppi di oppositori al governo siriano, però, continua in Qatar, in un campo vicino al confine saudita. Vi sono addestrati elementi dell’Esercito siriano libero, descritto moderato ma inefficace nel compito assegnatogli di rovesciare Bashar al-Assad. La squadra dello sceicco Tamim al-Thani ha anche aderito al Fronte islamico approvato dei Saud, mal disposti verso i Fratelli musulmani, ma che non badano agli esecutori del lavoro sporco nel fare cadere l’alleato di Teheran. La Turchia è ufficialmente pronta a compiere la sua parte del programma di addestramento statunitense che, in tre anni, riguarderà circa 15000 uomini. Il Congresso ha approvato il finanziamento dell’operazione per combattere ufficialmente il SIIL. Il ministro degli Esteri siriano Walid Mualam ha confermato, in un’intervista a novembre, il tentativo di riconciliazione del Qatar con il suo governo. Da parte sua, il portavoce della Coalizione nazionale siriana d’Istanbul ha annunciato il rifiuto di prendere parte ai negoziati proposti dalla Russia per porre fine al conflitto. Khaled Khoja, capo del CNS da pochi giorni, è molto vicino ai Fratelli musulmani. E’ il quarto capo di tale organizzazione nata al di fuori del territorio nazionale e priva di supporto popolare. Uno dei suoi predecessori, Muaz al-Qatib s’è pentito di aver contribuito alla distruzione del suo Paese.
Gli USA hanno consegnato nel 2014 300 milioni di dollari in armamenti alle forze armate irachene. Dal 2015 forniranno carri armati Abrams, Humvee, MRAP e molti altri giocattoli, come gli M16. L’organizzazione Conflict Armament Research di Londra, ha rivelato che i “jihadisti” del SIIL usano armamenti fabbricati negli USA, la maggior parte forniti dai Saud ai “moderati”. I taqfiristi dispongono di grandi quantità di M16 e razzi anticarro M79. Tutte le condizioni per il prosieguo di una guerra a bassa intensità sono adeguatamente soddisfatte. Tranne le appendici lontane, l’Impero (o sistema) si diverte attentamente a sfruttare la “sovra-estensione” delle proprie forze armate e della propria rete di spionaggio ed operazioni speciali. La Turchia si concentra sui suoi immediati vicini nel contesto della recessione economica globale. La stampa riferisce della scarsità di investimenti esteri nel 2014, a torto attribuendolo alla cattiva politica dell’AKP che certamente pratica favoritismi verso i propri clienti. Ovunque, la crescita è nulla se non integrata dalla quota del PIL di narcotraffico e prostituzione. Quando periodicamente si annuncia la diminuzione della disoccupazione negli Stati Uniti, si parla dell’attività della ristorazione. La negazione della piena integrazione della Turchia all’Unione europea, così a lungo promessa dai capi quale miglioramento miracoloso del tenore di vita agli elettori turchi, diventa una risorsa. Questo membro della NATO è centrale nell’arsenale di Putin contro l’accerchiamento della Russia. I gasdotti per l’UE dovranno passare per la Turchia, la cui stabilità è vitale. Le piccole rivoluzioni colorate dovranno fare attenzione, saranno facilmente manipolate perché la piccola borghesia urbana è la prima a soffrire della strategia della crescita basata sul debito. Erdogan era apparso per un istante il campione della “primavera araba”, anche se l’alleanza militare con l’entità sionista non è mai stata negata, tranne alcune esercitazioni congiunte differite. Tra le molte ragioni per cui la Turchia è divenuta la base dell’opposizione siriana c’è la fedeltà all’obbedienza ‘islamica’, per i forti legami forgiati con il Qatar, altro amico d’Israele, dato il fascino discreto del secondo reddito pro-capite al mondo, dopo il Lussemburgo, e il pressoché infinito flusso di fondi sovrani. Il Qatar è obbligato a rinunciare apertamente a sostenere la Fratellanza, pena l’esclusione dal cartello dei Paesi del Golfo. L’emiro di 34 anni s’è volto all’Egitto di Sisi, lasciando Erdogan senza profondità diplomatica nei Paesi arabi, mentre la Tunisia passa a un regime finanziato dai sauditi.
La crisi siriana è ‘ontologicamente’ legata alla crisi ucraina, anelli della catena per tentare di soffocare la Russia. La mossa del gasdotto dall’Europa meridionale alla Turchia è un modo per allentarla. I “moderati” del CNS ospitati a Istanbul, dall’esistenza artificiale vacua e vuota, continueranno ad essere visti come alternativa al governo siriano? L’incontro dell’inviato dell’ONU e dei ministri degli Esteri dell’UE a metà dicembre, suggerisce un’inversione di tendenza che non chiede più l’esclusione di Bashar al-Assad, in nome di un realismo che prende in considerazione la forza del suo esercito e il supporto della maggioranza del suo popolo. È qui ancora che la Francia appare la più disperatamente intransigente nell’evitare trattative o accordi, anche parziali, che non l’avvantaggeranno al punto da passare per rappresentare degli interessi dei Saud e/o Israele. Questa è la rigidità dottrinale cui si basa l’atteggiamento del governo francese verso la questione nucleare iraniana. Seyed Hossein Moussaoui, ex-diplomatico iraniano e professore di Princeton che passa per portavoce di Obama, supplica la rapida soluzione del problema. Una volta che la Turchia si sarà parzialmente ritirata dalla NATO, far cadere l’Iran nella trappola degli USA indebolirebbe la posizione russa. Al-Jazeera presta maggiore attenzione ai Paesi nordafricani. Una TV israeliana aveva individuato, prima del loro arresto, gli autori della strage di Charlie Hebdo quali franco-algerini(?). Vista da Pechino, l’Europa appare una penisola del continente asiatico. Alstom ha perso ogni possibilità di partecipare alla costruzione del TGV che collegherà Brest a Shanghai in 48 ore, dato che la Francia non sa onorare i propri contratti. Infine, non solo la crisi ucraina non ha distratto Russia dalla Siria, rimanendo fedele ai suoi impegni, ma al contrario contribuirà a rafforzare il governo di Damasco.
Gli imperi crollano sotto il peso dei loro eserciti. Così fu per l’impero romano come per il califfato abbaside. Il soldato incaricato di mantenere il potere in un ampio territorio, mai pienamente controllato, ne spezza l’unità e la ridimensiona a un principato adattato al suo gruppo. A Baghdad, tra 940 e 1258, il vero potere fu nelle mani dei capi dell’esercito che abolirono il servizio civile del visir. La forza ideologica che aveva presieduto alla nascita della dinastia del Califfato si era esaurita. La farsa della democrazia e della libertà versione statunitense non convince né incanta. La storia abilmente costruita dell’invasione sovietica, mai imminente, a suo tempo ebbe qualche aderenza. Le squallide rappresentazioni dei gruppi islamisti fanatici come pericolo per la civiltà sono pessime, nonostante gli effetti da shock and awe. Gli strumenti della ricomposizione di un’umanità coerente con se stessa, che è tale escludendo un conflitto mortale tra individui e gruppi, già esistono nel mondo. Per quanti anni dobbiamo assistere a tale tremendo collasso?600px-QAT_orthographic.svgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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