L’Ucraina nasconde la perdita di 30000 soldati

Fort Russ 24 marzo 2017

Il 20 marzo, il portavoce del ministero della Difesa ucraina Andrej Lysenko affermava che solo 2629 soldati ucraini erano caduti e 9453 feriti dall’inizio della guerra contro il Donbas. Secondo l’analista militare russo Aleksandr Khrolenko, Kiev sottostima drasticamente le perdite e nasconde la progressiva disintegrazione statale dell’Ucraina. Secondo le cifre ufficiali delle Nazioni Unite, il totale delle vittime nella guerra nell’Ucraina orientale ammonta a 10056 morti e 22800 feriti. Nel frattempo, l’intelligence tedesca stimava nel solo 2015 che decine di migliaia di soldati ucraini erano stati uccisi e che il totale delle vittime civili e militari nel conflitto arriverebbe a 50000. La sottovalutazione delle perdite non solo non combacia con le altre stime internazionali, ma contraddice i dati ucraini su mezzi ed equipaggiamenti perduti. Khrolenko cita la relazione dell’ucraina Apostrof, secondo cui “l’esercito ucraino ha perso più di 300 carri armati, più della metà dei blindati e il 50% dell’artiglieria”. Dopo la battaglia di Ilovajsk, ricorda Khrolenko, lo stesso presidente ucraino Poroshenko parlò di “60-65% materiale militare in prima linea nella zona del conflitto distrutto”. Khrolenko si pone domande sulla logica ufficiale ucraina: “Forse queste migliaia di equipaggiamenti delle forze armate ucraine furono distrutte separatamente dai soldati, e tutti gli equipaggi, paracadutisti ed artiglieri sono rimasti illesi… Dopo tutto, sul campo di battaglia carri armati e veicoli da combattimento della fanteria bruciano, di regola, con i loro equipaggi”.
Citando i Military Balance 2013 e 2016 dell’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici, Khrolenko sottolinea: “Così, probabilmente le perdite delle forze armate ucraine in oltre tre anni di spedizione punitiva nel Donbas ammontano a circa 30000 uomini”, cifra suggerita dal confronto delle perdite in materiale militare, mezzi e personale. Tali massicce perdite, chiarisce Khrolenko, testimoniano il fallimento della guerra ucraina al Donbas: “Da più di mille giorni e notti si trascina una guerra civile logica conclusione della ‘rivoluzione della dignità’, un ‘piano colorato’ di Stati Uniti e Unione europea. In questo periodo, le forze armate ucraine hanno condotto decine di operazioni offensive (punitive) per cercare di occupare le zone residenziali nei territori delle RPD e RPL. Praticamente tutte conclusesi con un fallimento”. La leadership di Kiev e i ‘figli della Majdan’, dice Khrolenko, non hanno imparato la lezione. La retorica anti-russa non può nascondere per sempre che l’“operazione antiterrorismo” ucraina nel Donbas è divenuta il centro del mercato nero, mentre il Paese è economicamente al collasso, gli accordi di Minsk non sono rispettati e le truppe di Kiev e dei neonazisti si sparano.
Nel frattempo, il comitato investigativo della Russia ha aperto 104 procedimenti sui crimini ucraini nel Donbas, e nel 2016 più di 100000 ucraini hanno acquisito la cittadinanza russa, il 49% in più rispetto al 2015. “Con tale tempistica, l’operazione antiterrorismo potrebbe far tornare l’Ucraina alla Russia entro 30-40 anni”, conclude Khrolenko.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

PsyOps: il Pentagono testa le capacità dell’omologo russo

Valentin Vasilescu, Rete Voltaire, Bucarest (Romania), 20 marzo 2017

Ai primi di febbraio 2017 grandi manifestazioni scossero la Romania. Eppure, mentre i media internazionali annunciavano l’imminente caduta del governo di Sorin Grindeanu, non successe nulla. Valentin Vasilescu, esperto militare ed attivista dell’opposizione, spiega che tali eventi furono organizzati dalle PsyOps dell’esercito rumeno e del Pentagono per testare la penetrazione degli omologhi russi nel Paese. Ciò evidenzia lo sviluppo delle PsyOps russe, ora in grado, a questo livello, anche di competere con la NATO.

Cos’è la PsyOps?
CIA (Divisione Operazioni Segrete) e Pentagono (Direzione Operazioni e comando delle forze speciali di) hanno adottato nuove tecnologie per combattere, estendendo il confronto militare in ambienti non convenzionali (informativo, psicologico, ecc), portando alla nascita di nuove modalità per azioni specifiche in questi ambienti, così come la creazione di forze non convenzionali. Le campagne del XXI secolo sono andate oltre lo stadio in cui i soldati si uccidono a vicenda. Per quanto riguarda le operazioni d’informazione, non vi è la distruzione fisica del nemico ma la ricerca dell’influenza e del controllo della sua mente. Il danno causato dalle PsyOps si riflette sui cambiamenti cognitivi e mentali. Le operazioni d’informazione non si rivolgono agli individui, ma più in generale alle persone di aree geografiche definite. Gli assalti informativi più elaborati sono chiamati di “seconda generazione”: l’esercito controlla ampiamente l’infrastruttura dell’informazione dello Stato preso di mira per destabilizzarlo tempestivamente e con sicurezza. Anche se lo Stato applica misure di protezione psicologica, sono generalmente inefficaci nel contrastare tali attacchi.

Le PsyOps come strumento per innescare gli sconvolgimenti sociali
Nel corso della manifestazione contro Nicolae Ceau?escu ordinata il 21 dicembre 1989 dal Comitato centrale e che precedette il colpo di Stato in Romania, le strutture dell’esercito romeno specializzate nella guerra psicologica spezzarono la radunate inducendo nella folla uno stato di agitazione e panico creato con potenti altoparlanti. Il suono nella manifestazione fu fornita dall’esercito, con 10 veicoli disposti in modo da non essere visibili, ma secondo un angolo il cui eco producesse il suono desiderato sulla piazza. Questi blindati da trasporto e veicoli militari furono dotati di apparecchiature che emettono una forte vibrazione a bassa frequenza. La struttura dell’esercito rumeno a cui appartenevano si chiamava “Sezione Tecnica PsyOps per la propaganda speciale”. Nel frattempo, sempre più i microprocessori a basso costo avanzano la tecnologia dell’informazione, in particolare in applicazioni come televisione via cavo, cellulari e rete Internet. Questo tipo di tecnologia fu accompagnata dalla creazione e organizzazione di molti gruppi presuntamente spontanei e ricreativi, i cui membri possono disperdersi in luoghi diversi. Il fenomeno nacque in occidente e fu denominato Smart Mobs (comunità intelligente). Usarono questi gruppi per realizzare azioni rapide e tempestive come il Mobs Flash; la comunità intelligente può riunirsi rapidamente in un luogo pubblico per tenere una breve dimostrazione e disperdersi altrettanto rapidamente. Internet, Twitter e Facebook sono i canali pubblici per la trasmissione di dati, niente di più. Gli utenti hanno già maturato esperienza nell’utilizzo di Twitter e Facebook. Ma gli eserciti hanno anche considerato la possibilità di disturbare o peggio, ingannare.

Attuazione delle PsyOps a Piazza della Vittoria?
Alcune fonti dicono che gli eventi in Romania nel 2017 furono istigate dalle PsyOps nazionali. L’intera operazione fu effettuata attraverso reti sociali e virali, riuscendo a radunare più di 600000 rumeni in dieci grandi città. La ricetta utilizzata sembra essere la stessa dell’evento che riunì più di 100000 di persone, il 21 agosto 1968, per condannare l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. La decisione di tenere tale dimostrazione in opposizione a Mosca aveva bisogno del sostegno popolare. La Securitate poi utilizzò gli esistenti canali radio e televisivi per preparare psicologicamente le persone e far sì che il raduno si svolgesse sulla Piazza del Palazzo di fronte al Comitato centrale. La cosa ironica delle manifestazioni rumeni nel 2017 è che, senza apparentemente cellulari, i ricchi s’impegnarono particolarmente in un Paese che ha più di cinque milioni di poveri. Parlavano pacificamente, proiettando fasci laser con slogan sugli edifici in un’atmosfera da carnevale. Comportamento che contrasta nettamente con quella di una vera rivoluzione in cui le persone sono costrette a scendere in piazza e ad usare violenza, perché non sono soddisfatti i loro bisogni primari (cibo, vestiario, ecc). Quindi, a differenza delle proteste della “primavera araba”, in Romania sembra sia stato pianificato in modo che non vi fosse alcuna interferenza esterna, rimanendo sotto controllo e completandole. Anzi, probabilmente rimasero sotto il controllo permanente delle strutture PsyOps nazionali. Tutto è accaduto non come se si volessero rovesciare le istituzioni, ma come se si cercasse di misurare la penetrazione nella popolazione delle strutture PsyOps straniere, cioè russe. Questi eventi hanno inoltre verificato la capacità di mobilitare la popolazione, se una situazione come quella della Cecoslovacchia nel 1968 si verificasse. Se si conferma questa ipotesi, l’unica domanda interessante sarebbe: il partito partito socialdemocratico (PSD) faceva parte di questa operazione o no?
Si noti la presenza di troupe di CNN, al-Jazeera, CCTV (China Television) e BBC, che trasmisero in diretta. Anche Russia Today era presente con Nikolaj Morozov, che aveva riportato gli avvenimenti del dicembre 1989. Non c’è dubbio che queste troupe avessero a che fare con gli specialisti delle PsyOps che seguirono e sorvegliarono per essi i dettagli dell’operazione. In ogni operazione militare, e quindi in qualsiasi PsyOps, c’è una catena di comando. Analizzando con attenzione i messaggi Twitter e Facebook, si scoprono i “nodi della rete”, vale a dire il personale coinvolto nell’operazione, addestrato ai metodi di controllo della folla per creare un contagio virale tra gli individui più disparati. Gli specialisti delle PsyOps hanno un’istantanea della situazione sul terreno. In questo modo, il personale può individuare facilmente gli “opinion leader”, coloro che influenzano gli altri. Così decidono di informarli del piano o tenerli all’oscuro di ciò che accade. Perciò alcuni media romeni evitarono dettagli rivelatori delle PsyOps o volontariamente li interpretarono erroneamente per camuffarne gli autori.

Gli Stati Uniti hanno stabilito in Romania la più efficace struttura PsyOps della NATO
Le istituzioni rumene non hanno la capacità di organizzare qualcosa? In Romania, Stato membro della NATO, al confine orientale, il Pentagono ha creato la struttura PsyOps più efficiente dell’Alleanza. Lo Special Operations Command (SOC) delle forze di terra dell’esercito romeno comprende tutte le strutture in grado di eseguire ogni tipo di missione non convenzionale in Romania e all’estero. La gestione delle azioni psicologiche (PsyOps) è l’elemento subordinato più importante al COS e opera nel Dipartimento Operazioni dello Stato Maggiore. E’ composto dal Servizio di analisi e valutazione obiettivi, dal Servizio di pianificazione e gestione delle operazioni psicologiche e dal Servizio d’influenza psicologica del nemico. Un Centro per le operazioni psicologiche fu istituito con i migliori docenti in sociologia, ricercatori in psicologia, registi della televisione, esperti di relazioni pubbliche, istruttori delle PsyOps statunitensi, ecc. In Afghanistan, i militari rumeni, in realtà truppe di occupazione, stampavano e distribuivano ai residenti la rivista Sada e-Azadi (“Voce della Libertà”), per 400000 copie, con articoli in tre lingue: inglese, dari e pashto. Crearono anche una stazione radio omonima che trasmetteva non-stop.Le forze speciali, un’estensione delle PsyOps
Dopo la guerra del Vietnam, durante cui si sperimentarono i rudimenti delle PsyOps, l’esercito statunitense creò, oltre ai quattro rami (Terra, Aviazione, Marina e Marines), un comando per le operazioni speciali (US Special Operations Command). Noti come “Berretti verdi”, i suoi soldati sono organizzati in cinque gruppi assegnati a ciascuno dei cinque comandi continentali (EUCOM, CentCom, AFRICOM, PACCOM, SOUTHCOM). Addestrati nelle lingue e nei costumi dei popoli della regione a cui sono assegnati.

Le PsyOps e le operazioni speciali sono utilizzate per i colpi di Stato
La guida alla lotta nonviolenta in 50 punti, messa a punto dal colonnello Robert Helvey, fu alla base di tutte le “rivoluzioni colorate”, in particolare nell’ex-Unione Sovietica. Robert Helvey iniziò la carriera nelle PsyOps durante la guerra del Vietnam, poi fu assistente di Gene Sharp all’Albert Einstein Institution. Nel suo libro descrive i metodi utilizzati dai professionisti delle dimostrazioni per superare la paura e subordinare le emozioni della folla. Gene Sharp, il colonnello Robert Helvey e il colonnello Reuven Gal (direttore delle operazioni psicologiche delle Forze di Difesa Israeliane) organizzarono congiuntamente numerosi tentativi, a volte con successo, di “cambio di regime”. Dopo l’acquisizione da parte di Hugo Chávez di un articolo di Thierry Meyssan che rivelava questo sistema, l’Albert Einstein Institution lasciò il posto al Centro per la Nonviolenza Applicata (Canvas) con sede in Serbia e all’Accademia del cambiamento, con sede in Qatar.
Le forze delle operazioni speciali eseguono attività considerate “antiterrorismo” dallo Stato da cui dipendono. Ma a volte la situazione richiede che il comando militare adotti una posizione difensiva per, dopo un breve periodo, creare le condizioni per passare all’offensiva. In effetti, un servizio segreto di uno Stato può compiere un “cambio di regime” in un Paese straniero, vale a dire… un’operazione terroristica. Il 7 aprile 2009, Chisinau (Moldavia) affrontò un tentativo di colpo di Stato che portò alla caduta del governo comunista avviando le elezioni anticipate e installando un governo filo-occidentale. Le forze di sicurezza ricorsero alla violenza, sia per delegittimare gli organizzatori esterni del colpo di Stato che i responsabili interni della stessa. Era necessario che a tutti i costi ci fossero distruzioni e vittime per spingere la rivolta a vendicarsi della polizia.

Conclusioni
Se si conferma questa ipotesi, quale pericolo imminente spingerebbe le istituzioni rumene ad utilizzare le PsyOps a Piazza della Vittoria? Per la Romania, si suppone che la vicinanza alla Russia rappresenti il rischio maggiore. Se dal crollo dell’Unione Sovietica le PsyOps sarebbero state insignificanti, dopo euromaidan a Kiev, nel 2014, la loro importanza è aumentata in modo esponenziale. Intervenendo alla Duma di Stato il 21 febbraio 2017, il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu riconosceva di aver moltiplicato più volte le strutture specializzate nelle operazioni d’informazione. Ora hanno un carattere offensivo secondo i modelli esistenti delle PsyOps dell’US Army. Queste strutture sono più efficienti e più potenti delle vecchie strutture responsabili della contropropaganda. L’operatività delle nuove strutture PsyOps russe fu testato nelle esercitazioni militari Kavkaz-2016, tenutesi il 5-10 settembre 2016. Un ruolo importante fu quello del Dipartimento Operazioni dello Stato Maggiore Generale delle strutture PsyOps, degli Spetsnaz e delle unità di guerra cibernetica e radioelettronica. L’esercito russo ha diversi gruppi di PsyOps divisi tra quattro comandi strategici (ovest, sud, centrale e est). Questi gruppi hanno divisioni specializzate per tutti i Paesi nelle immediate o lontane vicinanze della Russia. Le strutture PsyOps collaborano con sette brigate delle forze per operazioni speciali (Spetsnaz), ed entrambe le strutture sono subordinate al GRU. Integrando le tecnologie moderne delle PsyOps disponibili nell’esercito russo, Mosca potrà anche eseguire in tutto il mondo operazioni di quarta generazione per distruggere, smantellare e paralizzare la potenza di uno Stato nemico.
In Crimea e Donbas la Russia ha impiegato la guerra ibrida; un tipo di conflitto militare sviluppato nei propri centri di strategia militare. La guerra ibrida utilizza spesso intermediari, ovvero militari in borghese o senza distintivi, non riconosciuti ufficialmente, travestiti da attori non statali, come ad esempio gli “omini verdi”. La componente militare viene usata il tempo necessario per suggerire un’invasione. Secondo il generale Philip Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, la Russia può creare no-fly zone impermeabili a tutti i mezzi della NATO (Anti-Access/Area Denial – bolla A2/AD). Il sistema automatizzato C4I (comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence ed interoperabilità) russo è una componente del sistema da guerra informatica di tipo ELINT (Electronic Intelligence). Il materiale Borisoglebsk-2 collegato ai satelliti russi, scansiona e registra le informazioni sul traffico (tutti i canali) delle istituzioni della sicurezza nazionale di uno Stato. Questa apparecchiatura utilizza esche elettroniche per rimuovere il traffico o saturarlo con informazioni false. Un altro equipaggiamento da guerra elettronica, Krasukha-4, offusca i radar terrestri, navali, aerei e su satelliti militari e civili (anche quelli per le comunicazioni o la trasmissione dei canali televisivi). L’essenza della guerra ibrida inizia con l’identificazione dei punti deboli e delle vulnerabilità del nemico per sfruttarli creando realtà alternative, attraverso trasmissioni TV, internet e soprattutto reti sociali. La guerra ibrida può essere un’estensione del sistema militare nel sistema sociale, economico e politico dello Stato preso di mira, inoculando una percezione predefinita che riflette la visione russa dello sviluppo di eventi e fatti. Il primo risultato è l’indebolimento della volontà e del sostegno delle persone ad istituzioni o capi dello Stato presi di mira. Dopo aver creato le condizioni per lo sconvolgimento del sistema sociale e paralizzato la capacità di comunicare tra loro e le istituzioni della sicurezza nazionale, la Russia potrebbe procedere alle PsyOps: come scatenare manifestazioni pacifiche, come quelle a Bucarest nel 2017, o dimostrazioni violente che coinvolgano le forze speciali (Spetsnaz), sul modello della “primavera araba”, quando l’obiettivo è rovesciare un governo filo-occidentale e installarne un filo-russo.
La Russia si dice ora pronta ad innescare operazioni psicologiche (PsyOps) all’estero. Le PsyOps, come strumento per cambiare le sfere d’influenza senza invasione militare, non sono più monopolio degli Stati Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Crisi ucraina: Poroshenko decade mentre Tymoshenko va a Washington

Alexander Mercouris, The Duran, 15 marzo 2017Anche se le decisioni prese dall’Ucraina oggi, legalizzare il blocco del Donbas da parte dei radicali e preparare azioni contro le banche russe, non sono una sorpresa, un fatto interessante è il modo in cui sono state annunciate. La decisione non è stata annunciata dal presidente Poroshenko, capo dello Stato e del ramo esecutivo del Paese, e neanche dal governo del primo ministro Volodymyr Grojsman, vecchio alleato di Poroshenko. Accade che Poroshenko e Grojsman sono notevolmente reticenti sul blocco del carbone, da quando è cominciato. La decisione di legalizzare il blocco del Donbas è stata annunciata da Aleksandr Turchinov, capo del Consiglio nazionale di difesa e sicurezza dell’Ucraina, figura significativa della destra politica ucraina, mentre la richiesta della Banca Centrale dell’Ucraina d’imporre sanzioni alle banche russe operanti sul territorio ucraino è stata fatta anche da Turchinov per conto del Consiglio della sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, di cui è a capo. Forse il sistema giuridico e costituzionale dell’Ucraina fa del Consiglio l’ente preposto a questo genere di decisioni, anche se la struttura giuridica e amministrativa caotica dell’Ucraina e la famigerata indifferenza dei capi ucraini verso le norme giuridiche e amministrative, ne fanno un argomento poco convincente. Tuttavia, anche se così fosse, una dichiarazione di Poroshenko, capo del Paese e presidente della nazione, che spieghi al popolo ucraino i motivi di tali decisioni importanti e ne giustifichi le conseguenti difficoltà, pur chiarendo che le decisioni sono sue e che hanno il suo pieno appoggio, è il minimo che ci si aspetterebbe in tali circostanze. In effetti, la cosa giusta sarebbe sicuramente che l’annuncio di tali decisioni sia fatto da Poroshenko, per lo meno pubblicando una dichiarazione a suo nome, o (meglio) con un discorso televisivo alla nazione ucraina. Invece, la cosa più vicina a un annuncio di Poroshenko è un commento ellittico che avrebbe fatto incontrando un dirigente dell’UE, secondo un resoconto apparso sul suo sito web. “Dopo il sequestro non possiamo avere relazioni commerciali con le imprese “confiscate”. Non permetteremo alcuna loro attività e chiediamo supporto a tali decisioni, tra l’altro, inasprendo le sanzioni dell’UE alla Russia che ha permesso questa brutale violazione del diritto internazionale”. Manca l’annuncio del blocco totale del territorio delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. Al contrario, sembra dire che l’Ucraina cesserà il commercio con le ex-imprese ucraine delle Repubbliche Popolari nazionalizzate in rappresaglia al blocco del carbone. Le parole di Poroshenko semmai sembrano escludere l’idea di un blocco totale. Certamente non fanno cenno agli annunci radicali di oggi. Forse Poroshenko non ha fatto l’annuncio perché imbarazzato dalla debolezza che dimostra, e perché il suo sito web mostrava le assicurazioni date solo ieri al funzionario dell’UE sull’Ucraina che faceva qualcosa di totalmente diverso. Se è così, allora ricorda il modo con cui il precedente presidente ucraino, Viktor Janukovich, non annunciò la decisione di ritardare l’attuazione dell’accordo di associazione dell’Ucraina con l’UE, lasciando l’annuncio al primo ministro Nikola Azarov. Al momento pensai che fosse un atto di straordinaria debolezza di Janukovich, e in effetti fu il comportamento pusillanime nelle successive proteste di Maidan che alla fine lo rovesciò. Se Poroshenko ora si comporta nello stesso modo, va straordinariamente molto male sia per lui che per le sue prospettive da presidente dell’Ucraina.
Tuttavia ci sarebbe anche l’ulteriore possibilità che la ragione per cui Poroshenko non ha annunciato tali decisioni di oggi, è perché in ultima analisi non le fa. In effetti le osservazioni al funzionario dell’UE suggerirebbero che resistesse all’idea del blocco totale, probabilmente su pressione dell’UE. Se è così, allora gli annunci di Turchinov suggeriscono che Poroshenko è stato messo da parte, e che le decisioni chiave, come legalizzare il blocco del Donbas, sono prese senza di lui. In tal caso, l’autorità di Poroshenko da presidente dell’Ucraina sarebbe finita e non avrebbe più il controllo, proprio come la mossa militare russa a Pristina nel giugno 1999, durante il conflitto in Kosovo, fatta senza alcun ordine di Boris Eltsin, chiaro segno che la sua autorità da presidente della Russia svaniva. Ciò avviene pochi giorni dopo la notizia sui media russi su Julija Tymoshenko, vecchia nemica e acida rivale politica di Poroshenko, che compiva un’altra visita, questa volta in segreto, a Washington, dove ai primi di febbraio ebbe un breve incontro con Donald Trump, in ciò che sembrava il tentativo di Trump di valutare le sue opzioni, considerandola come possibile alternativa a Poroshenko. Basti dire che non credo fosse una coincidenza che, al ritorno in Ucraina, Tymoshenko cercasse subito di rovesciare il governo proponendo un voto di sfiducia nel parlamento, una mossa che, utilizzando dispositivi procedurali, il governo però riusciva a bloccare. Anatolij Karlin ha recentemente suggerito con un acuto articolo per Duran che il blocco di carbone sia in realtà il frutto del gioco di potere di una fazione anti-Poroshenko nell’élite ucraina guidata dagli oligarchi Igor Kolomojskij e Julija Tymoshenko. Turchinov, il capo del Consiglio nazionale di difesa e sicurezza dell’Ucraina, che ha fatto gli annunci, è un vecchio alleato politico di Tymoshenko, anche se i due apparvero dividersi nel settembre 2014, quando Turchinov aderì al partito emergente del primo ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk. Turchinov e Poroshenko non sono comunque mai stati vicini, e forse dalla rimozione di Jatsenjuk dalla scena politica ucraina dopo le dimissioni impostegli da primo ministro nell’aprile 2016, Turchinov è tornato dal vecchio capo Tymoshenko. Se è così, allora gli annunci di Turchinov sarebbero il segno che, nel conflitto tra Poroshenko e la fazione guidata da Kolomojskij e Tymoshenko, si sia schierato con quest’ultima, ancora una volta lavorando per Tymoshenko, la cui fazione e quella di Kolomojskij hanno il sopravvento. In tal caso le dimissioni di Poroshenko o la sua rimozione sarebbero sul tavolo, anche se data la natura volatile della politica ucraina nulla può mai esser certo. Infatti ancora una volta si parla di nuove elezioni in Ucraina, se Poroshenko venisse rimosso, e che Tymoshenko dovrebbe vincere. In questo caso la sua frettolosa visita a Washington potrebbe essere destinata a strappare la promessa del sostegno che si potrebbe pensare le sia stata data da Trump e dalla sua squadra, nella precedente visita di febbraio.
Indipendentemente da quale direzione prendano le lotte tra fazioni in Ucraina, la situazione politica diventa sempre più instabile. E’ difficile evitare l’impressione che Poroshenko sia indebolito e perda il controllo, con istituzioni come il Consiglio nazionale di difesa e sicurezza che, in ultima analisi, controlla le forze di sicurezza ucraine, agiee sempre più da sole e senza alcun riferimento al presidente. Se è così, allora la visita di Tymoshenko a Washington sarebbe il segno che i suoi nemici lo circondando, e forse ne preparano l’eliminazione.

Kiev capitola ai fascisti e legalizza il blocco del Donbas
Alexander Mercouris – The Duran

L’Ucraina su domanda dei radicali, legalizza il blocco del Donbas e si prepara a chiudere le banche russe.
Settimane dopo che i neofascisti bloccano l’invio di carbone all’Ucraina dal Donbas e di appelli per porvi fine, il governo ucraino, nella forma del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale, li legalizza, dichiarando tutti i collegamenti con l’Ucraina bloccati dal 15 marzo. La dichiarazione firmata dal capo del Consiglio Aleksandr Turchinov, il funzionario estremista che agendo da presidente facente funzione dell’Ucraina lanciò la cosiddetta “operazione antiterrorismo” ( “ATO”) per sopprimere il Donbas nei primi mesi del 2014, tenta di collegare la legalizzazione del blocco a Donetsk e Lugansk alla nazionalizzazione per rappresaglia delle imprese ucraine sul territorio delle Repubbliche Popolari. La dichiarazione dice: “Considerando che le imprese ucraine sono state sequestrate e la situazione della sicurezza è peggiorata nella zona delle operazioni antiterrorismo, il Consiglio della sicurezza nazionale e della difesa ha deciso di sospendere il movimento dei carichi attraverso la linea di contatto. A seguito della decisione del Consiglio, tutte le autostrade e ferrovie che portano alla linea di disimpegno saranno bloccate oggi alle 01:00 (14:00 ora di Mosca) da Polizia di Stato e Guardia nazionale”. È una decisione patetica. Come tutti sanno il motivo per cui le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk nazionalizzano le imprese ucraine sul loro territorio è proprio il blocco illegale imposto dai fascisti ucraini. Eppure, invece di por fine al blocco, che causa gravi danni all’economia ucraina, come ha più volte lasciato intendere, il governo l’ha invece legalizzato, illustrando l’incapacità di controllare i radicali, su cui basa da sempre la propria esistenza, indicando fin dove ha ceduto l’iniziativa politica a costoro.
Nel Donbas, il blocco ucraino senza dubbio causerà difficoltà a breve termine. Tuttavia ne accelererà l’integrazione economica con la Russia dato che la sua economia è di gran lunga più grande e ricca di quella ucraina, un vantaggio economico a lungo termine per il Donbas. Reagendo all’annuncio ucraino, i russi hanno fatto notare che tale azione viola l’accordo Minsk II. Boris Gryzlov, rappresentante della Russia nel gruppo di contatto, l’ente che dovrebbe cercare di porre fine al conflitto in Ucraina, ha detto che, “L’incapacità delle autorità di Kiev di lottare contro l’aggressione dei nazionalisti danneggia l’Ucraina stessa. Questo è particolarmente pericoloso data la tendenza confermata da altri passi ufficiali“. Gryzlov osservava che la decisione di Poroshenko di sospendere i collegamenti con il Donbas, annunciata alla riunione del Consiglio della sicurezza nazionale e della difesa, “va contro gli accordi di Minsk” che delineano il piano per risolvere la crisi. L’inviato aveva anche detto che “invece di ripristinare il sistema finanziario del Donbas, in linea con gli accordi di Minsk, le autorità ucraine distruggono il proprio sistema bancario“. Il riferimento di Gryzlov all’impegno ucraino a “ripristinare il sistema finanziario nel Donbas”, riguarda la promessa di Poroshenko fatta in occasione della riunione di Minsk del febbraio 2015, dove con l’accordo Minsk II fu deciso di ripristinare la piena operatività del sistema finanziario nel Donbas. Come Gryzlov dice, in sostanza, gli ucraini non hanno mai adempiuto a tale impegno, non più degli altri impegni presi a Minsk. Il riferimento di Gryzlov alle “autorità ucraine che distruggono il proprio sistema bancario” riguarda l’azione che l’Ucraina contempla contro le banche russe che operano sul suo territorio. Ciò dopo le proteste dei fascisti ucraini che dal 13 marzo bloccano l’accesso alla sede centrale di Kiev della Sberbank, la maggiore banca della Russia. L’affermazione di Gryzlov sull’azione che l’Ucraina contempla sarebbe esagerata. Le banche russe rappresentano il 10% del settore bancario ucraino, presumibilmente 425 milioni di dollari in depositi dei clienti privati e altri 276 milioni depositati per conto della clientela affaristica. Anche se sono grandi somme, non lo sembrano abbastanza da paralizzare l’economia ucraina, anche se il denaro nei depositi dovesse scomparire con le banche, cosa naturalmente improbabile.
Detto questo, assaltare le banche russe 3 mesi dopo che l’Ucraina ha nazionalizzato PrivatBank, la sua prima banca, difficilmente sembra una buona idea, e in un momento di crisi economica non è certo la mossa migliore per ispirare fiducia nel sistema bancario ucraino, anche se parlarne innescherebbe un effetto a cascata che può essere sopravvalutato. Tuttavia, in Ucraina l’ideologia vince invariabilmente qualsiasi battaglia contro il buon senso economico, e il blocco del carbone, ampliato e legalizzato, e l’attacco atteso alle banche russe, sono solo ulteriori esempi di ciò.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Disavventure statunitensi e vittorie russe

La strategia di Obama con i Fratelli musulmani, il gioco del generale Flynn con la Russia e la debacle di Trump
Gordon M. HahnL’ascesa e caduta del Generale Michael Flynn non dovrebbe sorprendere. Mentre una politica realista di ricerca di accordo con gli interessi russi nella politica estera degli USA ha senso, la portata di tale sistemazione e i metodi utilizzati per realizzarla non devono compromettere la sicurezza nazionale degli USA. Flynn ha dimostrato per diversi anni ambizioni che eccedono la sua comprensione dello stato di diritto e le esigenze di garantire l’interesse nazionale statunitense di grande livello. Il suo approccio arbitrario alla politica burocratica rivaleggia con l’irresponsabilità e la negligenza dell’interesse per la strategia ideologicamente filo-Fratelli musulmani di Obama nella regione MENA. Tale strategia ha contribuito all’inverno arabo, al caos catastrofico e al fallimento generale della politica in Egitto, Libia Siria e Iraq e all’ulteriore deterioramento nelle relazioni USA-Russia. Come osservato nella seconda parte di “La Strategia dei Fratelli musulmani di Obama”, Flynn e altri al vertice di JCS e DIA avevano stabilito, entro e non oltre il 2013, che la politica di Obama di armare i ribelli radicalizzati in Siria diveniva un errore irreversibile. Inoltre, fu dettata soprattutto dalla malsana fissazione del governo degli Stati Uniti su Putin e la Russia come nemici incalliti dell”ordine democratico liberal’ degli Stati Uniti, un termine diverso per liberali, conservatori e libertari statunitensi, che sospinse gran parte delle politiche verso la Russia.

La strategia dei Fratelli musulmani di Obama in Siria
Data l’inclusione di Obama di filo-fratelli musulmani come consulenti della sua amministrazione e il suo entusiasmo per la primavera araba e il dominio della fratellanza in Egitto, non è irrazionale concludere che la simpatia di Obama per la fratellanza ne abbia formato direttamente la politica verso il jihadismo. Anche se la fratellanza è di solito non violenta nell’approccio rivoluzionario rispetto alla maggioranza del movimento rivoluzionario islamico globale, c’è una linea sottile tra i pacifici islamisti e i jihadisti violenti che spesso viene attraversata da individui e talvolta intere organizzazioni. Il coinvolgimento della fratellanza in Siria era probabilmente una, se non la ragione principale del sostegno di Obama alle forze rivoluzionarie anti-Assad in Siria, fornendo un’altra opportunità dopo il fallimento egiziano di dimostrare che l’islamismo moderato o Islam politico può essere moderato e motivato. L’invio illegale di armi in Siria dal porto libico di Bengasi fu opera di gruppi che si sovrapponevano tra fratellanza e al-Qaida, quest’ultima divenuta centro di reclutamento principale dello Stato islamico o SIIL. Ritirando quasi tutte le forze statunitensi dall’Iraq, che semplicemente ‘contenevano’ lo SIIL e la minaccia jihadista globale in Siria e in Iraq, invocando la distruzione dell’unico apparato statale in grado di contenere la minaccia jihadista in Siria, il regime di Assad e il suo esercito, e realizzando una campagna aerea limitata contro lo SIIL in Iraq, l’amministrazione Obama ha lasciato i jihadisti globali nella regione liberi di agire ed avanzare in Iraq e in Siria, permettendogli di prendere Mosul e utilizzarne l’esportazione di petrolio che la ‘campagna aerea’ di Obama si rifiutava d’interdire finché non lo fece la Russia, così finanziando le armate ribelli e gli attentati terroristici, come quelli che recentemente colpirono Russia, Francia, Libano, Belgio, quindi Turchia, e presto Stati Uniti. Dopo aver inviato illegalmente armi ad al-Qaida e SIIL, rafforzando così la peggiore minaccia terroristica della storia da un attore non statale, l’amministrazione Obama permise il finanziamento dello SIIL, omettendo di bombardarne i pozzi di petrolio e i lunghi convogli di autocisterne di petrolio che attraversavano il deserto aperto alla luce del giorno. Anche se nell’ottobre 2014 la vicesegretaria per gli affari europei ed eurasiatici del dipartimento di Stato, Julieta Valls Noyes, sostenne che la vendita di carburante fosse una delle “preoccupazioni principali” degli USA e che gli attacchi aerei contro di essa fosse “una valida opzione”, non fu mai fatto nulla. Secondo la dichiarazione del’ex-direttore della CIA di Obama, Mike Morell, del 24 novembre, l’amministrazione si rifiutò di bombardare i pozzi di petrolio che lo SIIL aveva occupato a causa del possibile danno ambientale. Uno dei motivi rivendicati per non attaccare i convogli era che gli autisti trasportavano petrolio da Mosul, in Iraq, al confine turco per venderlo, (altro sul ruolo del membro della NATO Turchia più avanti) non fossero membri dello SIIL ma civili. Solo dopo l’intervento militare della Russia e i bombardamenti dei convogli di petrolio, insieme alla Francia dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, gli Stati Uniti avviarono le prime sortite contro i convogli di autocisterne dello SIIL, il 17 novembre 2015. Prima del primo degli attacchi degli Stati Uniti contro i convogli, le forze statunitensi lanciarono volantini di avvertimento ai camionisti (ed eventuali mujahidin che li accompagnassero) del raid imminente. Resta oscuro come gli Stati Uniti sapessero che i camionisti non fossero membri dello SIIL e, se questo fosse vero, se li esonerasse e se fosse possibile sconfiggere una rivolta estremista con tali regole giuridiche. Tuttavia, la perfidia della politica filo-fratellanza mussulmana di Obama è andata ben al di là della solita correttezza politica e del dilettantismo della sua amministrazione. Guardando dall’altra parte e anche facilitando il flusso di armi ai ribelli, l’amministrazione Obama flirtò con la violazione delle leggi antiterrorismo degli Stati Uniti. L’amministrazione si ostinava a convogliare armi alla fratellanza e ad altri elementi ‘moderati’, quando era evidente a qualsiasi analista moderatamente informato, che sarebbe stato impossibile controllare il flusso di armi in ambiti e reti oscure che di frequente s’intrecciano con organizzazioni islamiste e jihadiste. Eppure la risposta di Flynn, scansare il presidente condividendo in modo indipendente l’intelligence degli Stati Uniti con la Russia, non era meno irresponsabile e illegale.Il Generale Flynn, la rivolta dell’intelligence e l’intervento della Russia in Siria
Ciò che Flynn e il JCS/DIA fecero, se il resoconto di Hersh è corretto, getta nuova luce sulla decisione di Putin d’intervenire in Siria. Dato che sfidare direttamente la politica di Obama non aveva possibilità di successo, nell’autunno 2013 si decise di agire contro gli estremisti della Siria senza passare dai canali ufficiali. Secondo un articolo investigativo di Seymour Hersh del gennaio 2016, alcuni capi dell’intelligence degli USA, con Flynn che ebbe un ruolo di primo piano, decisero di opporsi alla politica siriana di Obama nell’estate 2013. Questa resistenza emerse dopo più di un anno da quando CIA, Regno Unito, Arabia Saudita e Qatar iniziarono ad inviare armi e merci dalla Libia attraverso la Turchia e il mare in Siria, per raggiungere l’obiettivo dell’amministrazione Obama di rovesciare Bashar Assad e installarvi l’ala islamista dominata dalla Fratellanza musulmana dell’opposizione siriana. Un rapporto congiunto JCS-DIA (Defense Intelligence Agency) “altamente classificato e proveniente da ogni fonte dell’intelligence” prevedeva che la caduta del regime di Assad avrebbe portato il caos e molto probabilmente all’occupazione della Siria da parte dei jihadisti, come accaduto in gran parte della Libia. La fonte di Hersh, un ex-alto consigliere del JCS, dice che il rapporto “diede un pessima opinione dell’insistenza dell’amministrazione Obama nel continuare a finanziare e armare i cosiddetti gruppi ribelli moderati“. La valutazione designava la Turchia “grande ostacolo” alla politica, essendo Ankara stata “cooptata” nel “programma segreto degli Stati Uniti per armare e sostenere i ribelli moderati che combattono Assad“, e che “era divenuta la retrovia del programma per dare mezzi, armi e logistica a tutta l’opposizione, compresi Jabhat al-Nusra e Stato islamico“. I moderati “evaporarono” e l’Esercito libero siriano fu “un gruppetto di stanza in una base aerea in Turchia“. Concludeva il rapporto, secondo Hersh e la sua fonte, che “non vi era opposizione ‘moderata’ ad Assad, e gli Stati Uniti armavano gli estremisti“.
Poi il direttore della DIA (2012-14) Tenente-Generale Michael Flynn confermò che la sua agenzia aveva sempre inviato avvertimenti alla “leadership civile” sulle “conseguenze disastrose nel rovesciare Assad” e “sull’opposizione controllata dai jihadisti”. La Turchia non era decisa ad arginare il flusso di combattenti stranieri e armi dai suoi confini e “guardava dall’altra parte quando avanzò lo Stato Islamico in Siria“, dice Flynn. “Se il pubblico statunitense vedesse l’intelligence che producevamo ogni giorno, al minimo s’infurierebbe“, disse Flynn ad Hersh. Ma l’analisi della DIA dice che “ricevette un netto rifiuto” dall’amministrazione Obama: “Capivo che non volevano sentire la verità“. L’ex-consigliere del JCS di Hersh era d’accordo, dicendo: “La nostra politica per armare l’opposizione ad Assad era un fallimento e in realtà ebbe un impatto negativo”. “I Joint Chiefs credevano che Assad non andava sostituito da fondamentalisti. La politica della amministrazione era contraddittoria. Volevano cacciare Assad, ma l’opposizione era dominata da estremisti. Allora, chi lo doveva sostituire? Dire Assad deve andarsene va bene, ma se dopo nessuno era meglio. E “nessun altro è meglio” fu la questione che il JCS pose alla politica di Obama“.
Nel settembre 2015 più di 50 analisti dell’intelligence presentarono al Comando Centrale delle forze armate degli Stati Uniti una denuncia formale sulle loro relazioni riguardo lo SIIL e il ramo di al-QaidaJabhat al-Nusrah‘, alcune delle quali, relazionate al Presidente, venivano modificate impropriamente dai vertici del Pentagono. In alcuni casi, “elementi chiave dei rapporti d’intelligence furono rimossi” per alterarne il senso. La denuncia degli analisti del CENTCOM fu inviata a luglio al dipartimento della Difesa, scatenando un’indagine dell’ispettore generale del dipartimento della Difesa. Questa fu probabilmente la risposta alle richieste esplicite, o almeno la segnalazione implicita dai funzionari della Casa Bianca su cosa fosse o meno politicamente corretto secondo il presidente. Così, la denuncia degli analisti sulle relazioni modificate per rappresentare i gruppi jihadisti più deboli di quanto gli analisti valutavano, fu un tentativo degli ufficiali del CENTCOM di adeguarsi alla linea dell’amministrazione Obama, secondo cui gli Stati Uniti vincevano la battaglia contro SIIL e Jabhat al-Nusra. Ciò in correlazione alle motivazioni dell’insabbiamento del caso di Bengasi, nonché degli attacchi terroristici avvenuti al culmine della campagna presidenziale del 2012, quando il presidente impose la parola d’ordine di aver distrutto al-Qaida. Forse in risposta alle crescenti tensioni, il presidente Obama scaricò le agenzie d’intelligence nel settembre 2014, pochi giorni dopo aver autorizzato gli Stati Uniti a bombardare la Siria. Affermò che furono i servizi segreti che “sottovalutarono ciò che avveniva in Siria“, un eufemismo per l’avanzata dello SIIL. Lo fece ad agosto e di nuovo a settembre. A sua volta, la Camera dei Rappresentanti controllata dai repubblicani avviò un’indagine e delle udienze sui rapporti dell’intelligence. Flynn, ormai ex-capo della DIA di Obama, sollecitò affinché l’indagine iniziasse “dall’alto”. Inoltre, secondo Hersh, altri funzionari dell’intelligence degli USA, oltre a Flynn, forse fornirono intelligence a Germania, Israele e Russia, sapendo che sarebbe stata trasmessa all’Esercito arabo siriano, con cui i militari dei tre Stati erano in contatto e avevano una certa influenza, per usarla contro Jabhat al-Nusra e Stato islamico.
Un suggerimento che la storia di Hersh sia accurata verrebbe dall’apparizione del Tenente-Generale Flynn a Mosca, alla celebrazione dell’organo principale in lingua inglese delle comunicazioni strategiche del Cremlino Russia Today. Nel dicembre 2015, Flynn partecipò ai festeggiamenti di RT seduto al tavolo a fianco del Presidente Putin, e diede un’intervista a RT. Chiaramente, le azioni di Flynn furono guidate principalmente dalla ragionevole convinzione che i russi fossero importanti per la costruzione di un’alleanza anti-jihadista. Prima di partire per Mosca, firmò un contratto per un libro di prossima pubblicazione, Il campo di battaglia: come possiamo vincere la guerra contro l’Islam radicale globale e i suoi alleati. Nell’annunciare il libro, Flynn disse, “Sto scrivendo questo libro per due motivi: in primo luogo, per dimostrare che la guerra è condotta contro di noi dai nemici che questa amministrazione proibisce di descrivere: gli islamisti. In secondo luogo, tracciare una strategia vincente che non faccia passivamente affidamento a tecnologia e droni per operare. Potremmo perdere questa guerra; infatti, oggi stiamo perdendo. Il campo di battaglia indicherà il mio punto di vista su come vincere“.
Con l’aiuto di Flynn, Putin probabilmente comprese che “l’amministrazione Obama sapeva che Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti versavano centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi a tutti coloro che lottavano contro Assad, tra cui Jabhat al-Nusra, al-Qaida, AQI/SIIL e altri jihadisti estremisti provenienti da altre parti del mondo“. L’amministrazione Obama controllava lo spazio aereo dell’Iraq e di parte della Siria e i suoi caccia, bombardieri, droni e altri mezzi di sorveglianza osservavano, ma non interrompevano il flusso di denaro turco per il petrolio dello SIIL. Inoltre, l’amministrazione Obama contribuì o inviò direttamente armi dalla Libia alla Siria e all’opposizione, sapendo dalle proprie agenzie d’intelligence che l’opposizione siriana era dominata sempre da Jabhat al-Nusra, al-Qaida, SIIL e altri gruppi radicali. Allo stesso tempo, cercò di nascondere tale attività illegale mentendo al popolo statunitense e al mondo, nascondendo intelligence e fatti sulla forza del movimento globale jihadista e di gruppi come lo SIIL, con l’effetto di permetterne l’irresponsabile e fallimentare politica. Così, l’amministrazione Obama estirpò l’intelligence che non concordava con la sua immagine preferita del jihadismo e della guerra contro lo SIIL, e allo stesso tempo accusò i servizi segreti di non riuscire a scoprire ciò che negava di esistere, la crescente minaccia del movimento jihadista globale e dello SIIL. Quale fu la risposta della Russia a tutto questo?
Questa falsificazione dell’intelligence e dei fatti, e la possibilità che i servizi segreti stranieri, come SVR o GRU della Russia, sapessero del traffico illegale di armi di Washington con i jihadisti, per rovesciare il regime di Bashar al-Assad, fu disastrosa per la percezione all’estero degli Stati Uniti sia per affidabilità quale partner e garante della sicurezza internazionale che per la sua tesi di essere il faro della democrazia nel mondo. Putin sicuramente fu informato sulle altre rivelazioni, ed accusò l’amministrazione Obama prima e dopo le stesse accuse sui media statunitensi. L’immagine che lui e molti altri trassero dai rapporti e altre prove era che l’amministrazione Obama non poteva o non voleva assumersi la guida della lotta al jihadismo; almeno se non spronata. Ciò spiega la decisione di Putin d’intervenire in Siria e della Turchia di abbattere l’aviogetto da combattimento russo nel 2016. Putin poté proteggere non solo la Russia dall’imminente ritorno dei jihadisti di SIIL e al-Qaida nel Caucaso settentrionale dall’Iraq e dalla Siria, ma riaffermare gli interessi russi nella regione, denunciando la doppiezza della politica in Siria degli Stati Uniti, quindi salvando il regime di Assad vicino alla Russia. I turchi abbatterono l’aviogetto russo che combattendo i jihadisti aveva solo brevemente violato lo spazio aereo, per via della ricognizione russa che raccolse i dati sul traffico di petrolio del membro della NATO Turchia con lo SIIL. L’area a nord di Lataqia dove l’aereo fu abbattuto non era solo il luogo in cui si trovavano i mujahidin dal Caucaso settentrionale; ma anche il luogo dove si svolgeva il traffico di petrolio Turchia-SIIL. Così, il Ministro degli Esteri della Russia Sergej Lavrov e lo Stato Maggiore Generale russo decisero che l’azione turca fosse una provocazione pianificata. La Russia alla fine avrebbe portato la Turchia al suo fianco nelle guerre concorrenti russa e statunitense contro lo SIIL. Ankara ora coordina le operazioni militari con Mosca e si è unita con Mosca e Teheran nel mediare la guerra civile siriana.
Così, l’amministrazione Obama e le politiche e azioni irresponsabili del Generale Flynn hanno portato alla vittoria di Putin e alla sconfitta degli interessi degli Stati Uniti nella regione MENA e nel mondo, nella reputazione di alleato affidabile capace di attuare una politica di sicurezza ben coordinata.La debacle di Trump
Il comportamento di Flynn prima ancora di essere nominato consigliere per la sicurezza nazionale da Trump, facendo trapelare segreti statunitensi alla Russia su politica e operazioni in Siria e cenando con Putin all’anniversario di RT, dovevano essere noti a Trump. Ora si scopre che Flynn aveva anche conversato prima della nomina con funzionari russi, forse da solo e apparentemente mettendo in moto la nuova politica degli Stati Uniti verso la Russia prima che la nuova amministrazione avesse il tempo di revisionarla e di sviluppare il proprio approccio. Trump non poteva apparire disposto a permettere a Flynn di decidere, visto che avrebbe dovuto sapere dei flirt incauti con Mosca. Trump decise di dimettere Flynn e di apparire mentre adotta la linea dura nei confronti della Russia, almeno temporaneamente. Le azioni di Flynn hanno danneggiato le prospettive di un riavvicinamento USA-Russia. Trump fu costretto a rilasciare una dichiarazione dura che intimava alla Russia di cedere la Crimea all’Ucraina. Può benissimo essere che la dichiarazione di Trump fosse destinata a coprire o compensare lo scandalo che denunciava il Generale Flynn seguire un’agenda filo-russo. Se così, tuttavia, qualsiasi legame statunitense tra la pretesa cessione della Crimea all’Ucraina e il miglioramento delle relazioni russe con Washington, limiterebbe davvero la possibilità di qualsiasi riavvicinamento. Non è realistico aspettarsi che il Presidente russo Vladimir Putin o quasi qualsiasi altro presidente russo immagini di restare al potere a Mosca cedendo la Crimea all’Ucraina. Ci sono diverse ragioni. In primo luogo, non sarebbe nella natura del comportamento politico russo fare marcia indietro o invertire in quel modo. In secondo luogo, il Cremlino e la maggioranza dei russi vedono la riunificazione della Crimea con la Russia non solo secondo motivi legali, ma certamente secondo motivi storici, in particolare la lunga storia della penisola come territorio russo conquistato e difeso a costo di molto sangue, il modo ingiusto con cui il territorio fu dato all’Ucraina dal regime sovietico, e il modo disonesto con cui le politiche occidentali hanno cercato di strappare l’Ucraina e quindi la Crimea dall’orbita russa, avallando e sostenendo chi ha preso il potere a Kiev, per cui l’acquisizione russa della Crimea è stata una risposta. In terzo luogo, la Crimea è di grande importanza geostrategica per Russia ospitando la sua Flotta del Mar Nero. In quarto luogo, la Crimea è principalmente di etnia russa e la popolazione preferisce far parte della Russia e sarebbe minacciata da Kiev, in particolare data la natura anti-russa del regime galiziano di Kiev, che include molti neofascisti antirussi. Quindi, non sorprenderebbe se Trump, da uomo d’affari che si vanta di fare accordi, proponga un compromesso in cui la Russia compensa l’Ucraina per la perdita della Crimea e del valore di qualsiasi interesse commerciale presente, in termini di entrate fiscali, in sostanza ripagandola della penisola.
Più in generale, l’intera disavventura Obama-Flynn-Trump suggerisce che gli USA hanno abbandonato la loro tradizionale cultura politica radicata nella costituzionalità e nello stato di diritto, rivelandosi sempre più difficile avere una politica estera efficace. In effetti, un punto sorprendentemente trascurato nella polemica è che i servizi d’intelligence degli Stati Uniti ascoltano le telefonate e forse altre comunicazioni non solo dei funzionari russi, ma anche dei collaboratori di Trump e dei suoi agenti elettorali.
Così, l’eredità dell’arbitrarietà dell’esecutivo di Obama al servizio di una visione ideologica di sinistra, seguita dalla presidenza Trump e dall’altrettanto peculiare, anche se meno ideologico, populismo personalistico, potrebbero portare gli Stati Uniti a un approccio ancora più arbitrario in politica interna ed estera. La frattura tra il presidente e l’intelligence degli Stati Uniti è ormai quasi pari a una purga. Tutto ciò complicherà la politica estera e la sua attuazione e potrebbe rendere il ricorso alla guerra più probabile, anche se solo come ultima risorsa, per evitare l’impeachment.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia e Stato islamico: una cooperazione anti-cinese

Ruben Kruglov, EoT, 18/2/2016

Se lo “Stato islamico” riuscisse ad occupare rapidamente i territori controllati in Afghanistan e Pakistan dai taliban ed annetterli all’autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina.7062304455_c395eeaa32_bGli ultimi mesi hanno dimostrato quanto profondamente la Turchia sia coinvolta con lo SIIL. La Turchia ha inscenato gli eventi dello “Stato islamico” per molto tempo, favorendone la attività non solo indirettamente o ufficiosamente. Tuttavia, una dichiarazione ufficiale avvenne nell’autunno 2015 ad Istanbul, che potrebbe essere vista come dichiarazione turca sullo “Stato islamico”. La dichiarazione fu fatta dal capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence della Turchia Hakan Fidan, che di solito non fa apparizioni pubbliche. Fidan dichiarò: “Lo ‘Stato islamico’ è una realtà. Dobbiamo riconoscere che non possiamo debellare un’organizzazione così radicata e popolare, come lo “Stato islamico”. E perciò esorto i nostri partner occidentali a riconsiderare le precedenti nozioni sui rami politici dell’Islam e mettere da parte la loro mentalità cinica, e insieme annullare i piani di Vladimir Putin per sopprimere la rivoluzione islamica in Siria“. In base a ciò Hakan Fidan trasse la seguente conclusione: è necessario aprire un ufficio o un’ambasciata permanente dello SIIL ad Istanbul, “La Turchia ci crede fortemente”. La storia della dichiarazione del capo dell’Organizzazione nazionale dell’intelligence è curiosa. In primo luogo comparve sui media on-line il 18 ottobre 2015, ma non ebbe molta attenzione. La dichiarazione di Hakan Fidan divenne famosa quando fu ripubblicata sui siti web delle agenzie di stampa il 13 novembre, alla vigilia degli attacchi terroristici di Parigi, nella notte tra il 13 e il 14 novembre. Il caso volle che la Turchia esortasse l’occidente a riconoscere un quasi-Stato che, da parte sua, si rifiuta di riconoscere il diritto degli altri Stati ad esistere. In sostanza, era un appello ad accettare le richieste del terrorismo globale dello SIIL. La pretesa è ben chiara, il giuramento di fedeltà al nuovo califfato.
983033-cpec-1446339827 Cosa significa la partecipazione diretta della Turchia nella vita del promesso “Stato islamico” per il mondo islamico e i suoi vicini (Russia compresa)? Questa domanda diventa più importante oggi, dopo che migliaia di rifugiati sono stati trasportati, non senza la partecipazione della Turchia, dal Medio Oriente all’Europa; dopo l’incidente con l’aereo russo che bombardava lo SIIL, abbattuto dalla Turchia; dopo le ampie affermazioni dei funzionari turchi. A questo proposito va ricordato un altro aspetto importante della politica mediorientale. La caduta del regime di Mubaraq in Egitto e la distruzione dello Stato gheddafino in Libia, all’inizio della “primavera araba”, quasi fecero crollare i legami economici di questi Paesi con la Cina, la cui presenza economica era in rapida crescita. In questo modo, è comprensibile come gli eventi della “primavera araba” abbiano creato una barriera all’espansione economica cinese in Medio Oriente e Africa, che minacciava gli Stati Uniti. In altre parole, la “primavera araba” era anche uno strumento efficace nelle mani degli Stati Uniti nella competizione globale con la Repubblica Popolare Cinese. Ora, studiando i collegamenti tra Turchia e SIIL, è necessario discutere cosa significhi l’espansione dello “Stato islamico” per la Cina.
Nell’autunno 2015, i media riferirono che le agenzie d’intelligence turche preparavano i terroristi uiguri cinesi. Si potrebbe pensare che il motivo qui siano i tradizionalmente forti legami tra i popoli turchi, oltre alla Turchia interessata a rafforzare l’influenza sulla parte orientale del mondo turcofono, il Turkestan. Tutto questo, naturalmente, è vero. Ma non è tutto. Si tratta anche dei gruppi uiguri addestrati e armati nelle fila dello SIIL. Vi sono sempre più prove della presenza di tali gruppi in Siria. Pertanto, lo SIIL è un nuovo strumento, migliorato dalla “primavera araba”, per destabilizzare il principale concorrente degli Stati Uniti, la Cina. Se lo “Stato islamico” riuscisse a catturare rapidamente i territori controllati dai taliban in Afghanistan e Pakistan e annetterli al loro autoproclamato “califfato”, la minaccia della destabilizzazione sarebbe alle porte della Cina. Le capacità dell’organizzazione califista che vi comparirebbe, con la prospettiva di raggiungere gli uiguri, renderebbero tale destabilizzazione inevitabile. Tuttavia, lo SIIL non è riuscito ad avanzare rapidamente nella zona afghano-pakistana. Ricordiamo cosa scrisse il quotidiano Daily Beast nell’ottobre 2015 con un articolo intitolato “Un’alleanza talebano-russa contro lo SIIL?” Il giornale scrisse che i rappresentanti dei taliban andarono in Cina più volte per discutere il problema degli uiguri del Xinjiang che vivono nel sud dell’Afghanistan. The Daily Beast citò uno dei rappresentanti dei taliban: “Gli abbiamo detto che (degli uiguri) sono in Afghanistan, e che gli abbiamo impedito di compiere attività anti-cinesi“. Gli esperti insistono sul fatto che il Pakistan (le cui agenzie d’intelligence hanno giocato un ruolo decisivo nella creazione dei taliban) passano dagli Stati Uniti alla Cina. Dato che le prospettive di cedere le aree pashtun, proprie e afghani, allo “Stato islamico”, che non si fermerebbe, sono inaccettabili per il Pakistan. Questo è ciò che, ovviamente, ha causato la svolta del Pakistan verso la Cina. E questa volta è stata così drastica che le conseguenze creano una nuova minaccia agli Stati Uniti con l’espansione dell’influenza della Cina.
Durante il Forum sulla Sicurezza di Xiangshan, dell’ottobre 2015, il ministro della Difesa, Acqua ed Energia pakistano, Khawaja Muhammad Asif, annunciò la messa al bando dei terroristi uiguri del “Movimento islamico del Turkestan Orientale” dicendo: “Credo fossero pochi nelle zone tribali, e che siano stati tutti cacciati o eliminati. Non ce ne sono più“. Asif aggiunse che il Pakistan è pronto a combattere contro il “Movimento islamico del Turkestan Orientale”, perché non è solo nell’interesse della Cina, ma anche del Pakistan. Successivamente, nella prima metà di novembre 2015, il giornale cinese China Daily annunciava che la compagnia statale cinese China Overseas Port riceveva dal governo pakistano 152 ettari di terreno nel porto di Gwadar, in affitto per 43 anni (!). Forse è giunto il momento di ammettere che la Cina ha quasi raggiunto il Mare Arabico attraverso la regione d’importanza strategica pakistana del Baluchistan (dove si trova Gwadar) e che il progetto di ampliamento dello SIIL ad oriente non è riuscito ad evitarlo? E’ ovvio che la lotta degli Stati Uniti contro la Cina continuerà in questo senso, motivo per cui la Cina si affretta a consolidare i risultati raggiunti e a creare una propria zona economica nei pressi dello Stretto di Hormuz. China Daily ha scritto: “Nell’ambito dell’accordo, la società cinese di Hong Kong sarà incaricata del Porto di Gwadar, il terzo più grande porto del Pakistan“. C’è un dettaglio degno di nota in questa storia: Gwadar è considerata la punta meridionale del grande corridoio economico cino-pakistano. Questo corridoio inizia nella regione autonoma uigura dello Xinjiang nella Repubblica Popolare Cinese. Ciò significa che la necessità di destabilizzare la Cina diventa ancor più acuta per i suoi concorrenti.
13940407000518_photoi Dato che il Pakistan e i taliban rifiutano di radicalizzare i cinesi uiguri (più di 9 milioni dei quali vivono in Cina), questo ruolo va a, da un lato, alla Turchia come patrona degli uiguri, e dell’altro allo SIIL, in quanto islamista ultra-radicale. Poi, se il corridoio afgano-pakistano per rifornire i gruppi radicali in Cina viene bloccato, per il momento, significa che ne serve un altro. Quale? Ovviamente, il mondo turco, dalla Turchia ai Paesi turcofoni dell’Asia centrale e gli uiguri cinesi. E’ più che probabile che la regione del Volga e il Caucaso del Nord dovranno fare parte del corridoio che serve a Turchia e SIIL per collegarsi agli uiguri. I media cinesi lo sottolinearono alla fine del 2014. A quell’epoca il sito web Want China Times pubblicò un articolo intitolato “I separatisti del ‘Turkestan orientale’ vengono addestrati dallo SIIL e sognano di tornare in Cina“. Il sito riprendeva i dati pubblicati dal media cinese Global Times. Secondo questi dati, i radicali uiguri fuggivano dal Paese per unirsi allo SIIL, addestrarsi e combattere in Iraq e Siria. I loro obiettivi soono avere un ampio riconoscimento dai gruppi terroristici internazionali, stabilire dei canali di contatto ed acquisire esperienza nei combattimenti reali prima di esportare le loro conoscenze in Cina. Global Times riferiva, citando esperti cinesi, che uiguri dello Xinjiang entravano nello SIIL in Siria e Iraq, o nelle sue divisioni nei Paesi del Sud-Est asiatici. Inoltre, la pubblicazione informava che, dato che la comunità internazionale aveva lanciato la campagna anti-terroristica, lo SIIL ora evitava il reclutamento di nuovi membri secondo la propria “base”, preferendo separarli inviandoli in piccole cellule in Siria, Turchia, Indonesia e Kirghizistan.
Il problema uiguro complicò i rapporti turco-cinesi nell’estate 2015. Tutto iniziò in Thailandia. Le autorità decisero di espellere oltre 100 uiguri in Cina. Nella notte tra l’8 e il 9 luglio, gli uiguri turchi attaccarono l’ambasciata cinese a Istanbul, per protestare contro questa decisione. In risposta, le autorità della Thailandia cambiarono posizione e dichiararono che gli emigranti uiguri non sarebbero stati deportati in Cina senza le prove dei loro crimini. Invece… furono deportati direttamente in Turchia! Non fu una decisione nuova, deportazioni di uiguri in Turchia già si erano avute. 60mila uiguri vivono in Turchia. Ciò significa che non si parla di singoli casi di espulsione, ma di concentrazione consistente di gruppi uiguri dai vari Paesi asiatici in Turchia. A luglio il sito arabo al-Qanun citò Tong Bichan, alto funzionario del Ministero di Pubblica Sicurezza cinese, dire: “I diplomatici turchi nel sud-est asiatico hanno dato carte d’identità turche ai cittadini uiguri della provincia dello Xinjiang, inviandoli in Turchia a prepararsi alla guerra contro il governo siriano a fianco dello SIIL“. Infine, solo di recente la risorsa propagandistica dello “Stato islamico” ha registrato una canzone in lingua cinese. La canzone contiene l’appello a svegliarsi diretta ai fratelli musulmani cinesi. Tali appelli fanno parte della campagna anti-cinese lanciata dallo SIIL. Un altro video dei califisti mostra un 80enne predicatore musulmano dello Xinjiang esortare i compatrioti musulmani ad unirsi allo SIIL. Il video mostra poi una classe di ragazzi uiguri, di cui uno promette di alzare la bandiera dello SIIL nel Turkestan. Tutto questo porta alla conclusione che tra gli obiettivi che lo SIIL cerca di raggiungere in cooperazione con la Turchia, vi è l’avvio della “Primavera cinese” in termini piuttosto chiari. Tale obiettivo richiede “collaboratori” presenti nei territori vicini alla Cina, in primo luogo negli Stati turcofoni dell’Asia centrale. Ad esempio, il Kirghizistan, a questo proposito, chiaramente dovrebbe diventare il luogo di concentramento e addestramento dei gruppi radicali.
La grande riformulazione del Medio Oriente cerca di volgersi ad est, in direzione della Cina. Il che significa che nuove gravi fasi di tale guerra non sono lontane.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora