L’Italia affianca il terrorismo in Libia, contro l’Egitto

Alessandro Lattanzio, 14/9/2016

Roma invia almeno 200 paracadutisti in Libia, a supportare i terroristi taqfiriti di Misurata e Tripoli, contro le forze nazionali e jamahiryane collegate con l’Egitto. Dietro c’è l’istigazione di Washington, che sta perdendo la presa in Siria, Iraq e Yemen. Inoltre, i vertici degli USA sono preda del caos. Infatti, il partito mondialista e guerrafondaio negli Stati Uniti si ritrova in pratica senza candidata presidenziale, essendo Hillary Clinton null’altro che una vecchia derelitta drogata e oramai incapace di reggersi in piedi. A ciò si aggiunge l’allarme suonato dai vecchi teorici e strateghi dell’imperialismo statunitense come Brzezinsky e Kissinger, che avvertono i guerrafondai neocon e i socialimperialisti democratici che è bene decelerare dalla corsa allo scontro con Russia e Cina, una corsa che sta smantellando la rete di alleanze regionali di Washington, oltre a mettere sotto pressione la scassata macchina bellica statunitense. I vecchiacci summenzionati sanno che le condizioni generali degli USA e delle loro forze armate sono tali da non potersi permettere alcun confronto con Mosca e Beijing, e nemmeno con Teheran e Pyongyang. Soprattutto nel quadrante mediorientale, dove l’Arabia Saudita è al collasso, la Turchia nel caos e Israele preda del confronto interno tra filo-russi (Peres, Netanyahu) e partito filo-islamista (Mossad, IDF). In assenza di alleati di peso, Washington viene soccorsa da Roma, e precisamente dalle emerite espressioni del nullismo ideologico, politico e strategico piddino, il contessino Gentiloni Silverj e la gerarchetta fallita del PD genovese Pinotti, al 100% proni agli interessi dei petro-emirati, con i cui contratti prosperano le aziende italiane dominate dal PD (Finmeccanica, Fincantieri, ENI), precedentemente purgate da elementi ostili a tale politica con indagini mirate e fabbricate da una magistratura corrotta fino al midollo e collusa con gli ambienti terroristici atlantisti.53b9c680333749069a79bf61a35ee77d_18Il 5 aprile 2016, l’esercito libico del generale Qalifa Haftar entrava a Matar e a Qashum al-Qayl, 60 chilometri a sud di Sirte, dopo aver eliminato 6 terroristi. I combattimenti erano iniziati il 4 aprile quando lo Stato islamico aveva attaccato una postazione dell’esercito libico ad al-Ruagha, a 160 chilometri a sud di Sirte. Le forze di Haftar avevano riconquistato Bengasi, confinando il Consiglio rivoluzionario della shura, formata da Ansar al-Sharia, Brigata martiri del 17 Febbraio e Dir al-Libyia della Fratellanza musulmana nel quartiere di Ganfuda. L’LNA (Esercito nazionale libico) di Haftar aveva il supporto di Egitto e forze speciali inglesi e francesi, che avevano pianificato le operazioni dell’LNA. A Derna, il Consiglio dei mujahidin della Fratellanza musulmana scacciava lo Stato islamico dalla regione. Il 12 aprile veniva liberato dalla prigione di Zintan Sayf al-Islam Gheddafi e restava “al sicuro in Libia”. Gheddafi è ricercato dalla Corte penale internazionale ed è stato condannato a morte da un tribunale sciariatico di Tripoli nel luglio 2015. Il 18 aprile, il ministro degli Esteri inglese Philip Hammond visitava la base navale di Tripoli per ispezionare le strutture d’attracco per le navi da guerra inglesi in appoggio allo Special Purpose Task Group formato da 150 commando delle forze speciali (SAS) inglesi, presenti nel Mediterraneo a bordo della nave d’assalto anfibia Mounts Bay. In effetti, nel gennaio 2016 il re di Giordania Abdullah affermò che le forze speciali inglesi erano presenti in Libia. A Tobruq venivano sbarcati autoveicoli Toyota Hilux e blindati Panthera T6 prodotti da Minerva Special Purpose Vehicles e Ares Security Vehicles, aziende degli EAU, e dall’azienda egiziana Eagles International Vehicles. Il materiale era diretto alle forze del generale Haftar, che aveva richiesto agli alleati (Egitto, Francia, Giordania ed EAU) l’invio di armi, munizioni e 1050 autoveicoli: 400 blindati leggeri Panthera T6 e 650 pickup Toyota. Ciò in vista dell’offensiva per occupare i terminali petroliferi controllati dalle Guardia petrolifera di Ibrahim Jadran, nuovo alleato di Saraj. Già nel marzo 2015, Haftar ricevette 900 autoveicoli, tra cui blindati leggeri Streit Typhoon, prodotti dal gruppo Streit di Ras al-Qaymah negli Emirati Arabi Uniti, e 32 blindati leggeri Panthera T6. La National Oil Corporation (NOC) libica nel frattempo si era spaccata in due, Western Oil Corporation ed Eastern Oil Corporation. La prima aveva uno stretto rapporto con il concessionario svizzero Glencore, a cui spediva grandi quantità di petrolio a prezzi ridotti. In Cirenaica, i miliziani di Ibrahim Jadhran controllano il grande terminal petrolifero di Mars al-Hariga, dove petrolio di contrabbando finiva alla compagnia francese Total, alla spagnola Repsol, all’italiana Saras e alla cinese Sinopec, che a volte ricorrono a mercenari per tutelare i propri interessi. Va ricordato che l’ex-amministratore delegato dell’ENI ed attuale vicepresidente della banca Rotschild Paolo Scaroni, tra i principali fautori dell’aggressione alla Jamahiriya libica nel 2011, invocava la “fine della finzione della Libia” unita, invitando Roma a una “stabilizzazione parziale” favorendo la nascita di un governo nella sola Tripolitania, che “poi facesse appello a forze straniere che l’aiutino a stare in piedi, credo che potremmo risolvere parte dei nostri problemi… credo che anche un governo nella sola Tripolitania sarebbe molto meglio del caos attuale. Anzi, darebbe l’esempio alle altre aree. Le pulsioni separatiste della Cirenaica sono fisiologiche, quasi endemiche. Cercare di ricostruire artificialmente una unità che non esiste nella percezione della popolazione, mi sembra molto più difficile che trovare soluzioni limitate ma praticabili. Ognuno gestirebbe le sue fonti. La società statale dell’energia ha una sede a Tripoli e una a Bengasi. Ci sono risorse in Cirenaica e in Tripolitania. La comunità internazionale affronterebbe lo Stato Islamico molto meglio se ci fosse un governo in Tripolitania, che sollecitasse e sostenesse l’azione occidentale. Se dobbiamo aspettare che ci sia un governo nazionale, penso che tra qualche anno saremo ancora qui in attesa”. E sul caso Regeni, Scaroni avanzava posizioni arroganti, tipiche dei suoi mandanti anglosassoni, parlando dell’Egitto affermava che “il maggior interesse al gas (del giacimento) di Zohr non è dell’ENI o dell’Italia ma dell’Egitto stesso, che ne ha un bisogno disperato”. Infatti Cairo ricorre a Russia, Cina, Francia, Germania, Corea del Sud e persino alla patria putativa di Scaroni, il Regno Unito, per tutelare e sostenere lo sviluppo economico dell’Egitto. Il 25 aprile, il Consiglio dei mujahidin di Derna vantava l’eliminazione in tre giorni di scontri dei capi dello SIIL Abu Raqan al-Libi, Abu Zubayr al-Jazrawi, Abu Abdarahman al-Tunisi, Abu Sadam al-Tunisi e Abu Ashah al-Sudani, e la cattura di altri 300 membri dello SIIL. Nel frattempo l’Esercito nazionale libico prendeva il controllo di numerosi quartieri di Bengasi.
benghazi-derna-bayda-tobruk-libya-isis-map-november-2014_risultatoIl 1° maggio 2016, unità libiche entravano a Sirte, scontrandosi con lo Stato islamico. L’esercito libico aveva lanciato ampie operazioni militari su Sirte occupata dallo SIIL. Secondo fonti libiche, la maggior parte delle strutture petrolifere della regione erano sotto il controllo dell’esercito, mentre, decine di terroristi di nazionalità tunisina e libica fuggivano da Sirte verso altre città nel sud della Libia. A marzo, Haftar iniziò a far avanzare le truppe su Sirte, occupato dallo Stato islamico da quasi due anni, liberando i villaggi Abu Grayn e Zamzim. Dal febbraio 2014, Haftar aveva tessuto relazioni tra al-Marj e Bengasi per organizzare gli ex-ufficiali in un nuovo esercito basato sui resti dell’esercito della Jamahirya libica e le connessioni tribali, ottenendo il sostegno del governo di Tobruq, che l’aveva nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito nazionale libico nel marzo 2015. Haftar si era concentrato nella lotta contro Ansar al-Sharia, a Bengasi, dopo che l’organizzazione partecipò all’assassinio dell’ambasciatore degli Stati Uniti l’11 settembre 2012. Nel maggio 2015, Haftar scatenava l’offensiva su Bengasi dopo aver riorganizzato l’esercito (LNA), e nel marzo 2016 entrava in contatto con un gruppo di ex-ufficiali e funzionari politici jamaihiryani in esilio in Egitto, che accettavano di collaborare inviandogli ex-ufficiali specializzati, compresi tecnici dell’aeronautica della Jamahiriya libica, in cambio della libertà di rientrare in Libia senza condizioni, persecuzioni giudiziarie o minacce. Tyab al-Safi, ex-ministro ed aiutante di Gheddafi, era rientrato in Libia sotto la protezione della sua tribù. L’8 maggio 2016, il capo del consiglio presidenziale e primo ministro della Libia, nominato dall’ONU, Fayaz al-Saraj, visitava l’Egitto incontrando il Presidente egiziano al-Sisi, il Ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqry e l’ambasciatore dell’Egitto in Libia. Al-Sisi esprimeva fede nell’inevitabilità di una soluzione politica della crisi libica e sostegno dell’Egitto al Consiglio della presidenza libico, sottolineando l’importanza di preservare le istituzioni libiche e consentirgli di controllare il territorio libico ripristinando la sicurezza e combattendo il terrorismo. Al-Sisi aveva anche sottolineato la necessità di togliere l’embargo delle Nazioni Unite sulle armi all’Esercito nazionale libico, affinché svolgesse pienamente le operazioni di sicurezza contro lo SIIL, che ampliava le attività in Libia. Al-Sisi e al-Saraj affermavano anche l’importanza della collaborazione per raggiungere un consenso politico in Libia tramite la rapida approvazione dal Parlamento libico del governo di unità nazionale. Al-Sisi esprimeva sostegno alla Libia, pur affermando che l’Egitto non interveniva militarmente in Libia in quanto “Stato sovrano”.
Il 16 maggio, i ministri degli Esteri di UE, USA e Medio Oriente si incontravano a Vienna sotto la presidenza di Stati Uniti e Italia, per discutere degli aiuti al governo libico nominato dall’ONU e decidendo d’inviare armi al governo di al-Saraj. Il segretario di Stato degli USA John Kerry dichiarava che era imperativo che la comunità internazionale sostenesse il governo di unità di Saraj, e il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni affermava che la comunità internazionale era pronta a rispondere alle richieste del governo Saraj per addestrare e assistere le forze di Tripoli. Sempre a Vienna, USA, Regno Unito ed Italia decidevano di armare le milizie islamiste Fajir al-Libyia e quelle di Misurata, per supportarle contro l’LNA del generale Qalifa Haftar, riconfermato a capo dell’esercito libico dal parlamento di Tabruq. Nella conferenza stampa, Fayaz al-Saraj dichiarava “La Libia è la chiave di volta per l’accesso a Sahel, Maghreb, Vicino Oriente, Mediterraneo ed Europa, e la presenza dello SIIL in Libia è un male per tutti“. Nel frattempo il parlamento di Tobruq chiedeva di occupare i porti petroliferi di Hariga, Zuwaytina, Briga e Ras Lanuf. Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti non riconoscevano il governo di Saraj (GNA), ma quello di Tobruq, per conto del quale la Russia stampava 4 miliardi di dinari, dando a Tobruq una base monetaria. Inoltre, a Zintan, ad ovest di Tripoli, le cui milizie controllavano l’oleogasdotto di Zawiya in cui fluiscono petrolio e gas estratto dai giacimenti gestiti da italiani, norvegesi e spagnoli, le Nazioni Unite inviavano come consulente militare un generale italiano. Ma il generale veniva cacciato dalle milizie locali che giuravano fedeltà ad Haftar. Nel frattempo, la Grecia chiudeva lo spazio aereo agli aerei libici per tre mesi, assieme a Italia e Malta, in vista della “preparazione dell’operazione NATO in Libia, che può essere lanciata nei prossimi giorni”. Intanto le forze speciali inglesi distruggevano 2 autoveicoli dello SIIL presso Misurata. Il comandante libico Muhamad Durat confermava di collaborare con militari inglesi e statunitensi presso Misurata. Il 24 maggio il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg incontrava Matteo Renzi, osservando come la NATO fosse pronta ad intervenire in Libia se il nuovo governo di unità nazionale lo richiedesse. In risposta alle mosse atlantiste, l’ambasciatore russo in Libia Ivan Molotov dichiarava che Mosca avrebbe fornito armi al legittimo governo libico (comprendente il generale Qalifa Haftar), non appena l’embargo sulle armi contro il Paese veniva tolto. Mosca sostiene il processo di unificazione del Paese e la formazione del Governo di Accordo Nazionale, sottolineando però che il GNA non sarà legittimo senza l’approvazione del Parlamento di Tobruq, e il Ministro degli Esteri russo Lavrov avvertiva che se il governo di Tripoli non includeva Haftar e l’Esercito nazionale libico, la Russia si sarebbe opposta alla revoca dell’embargo internazionale sulle armi alla Libia. Nell’ottobre 2015 Haftar affermò che la Russia gli avrebbe promesso aiuto nella lotta al terrorismo e nel rafforzamento dell’Esercito nazionale libico. Infatti, Haftar a Cairo incontrava regolarmente i diplomatici russi. Inoltre, il capo del Parlamento di Tobruq, un alleato di Haftar, inviava un rappresentante a Mosca nel 2015 per aprire nuove relazioni militari con la Russia. Infine, un membro della Commissione della Duma per gli affari internazionali aveva confermato ai giornalisti che Mosca è in stretto contatto con il comandante dell’Esercito nazionale libico.
sidra_0Il 2 giugno veniva costituita la Società di Difesa di Bengasi (BDC), un gruppo islamista collegato ad al-Qaida e volto a “difendere (Bengasi) dai criminali seguaci del vecchio regime“, e che da subito attaccava le unità dell’Esercito nazionale libi9co (LNA) di Qalifa Haftar. “La BDC è l’ultimo tentativo degli attori islamisti in Tripolitania d’indebolire il potere di Haftar in Cirenaica. Il rapporto del BDC con la coalizione islamista, in conflitto con Haftar dal maggio 2014, veniva rivelato dal comunicato fondativo della BDC. Secondo la dichiarazione, “unico riferimento a finanziamento e lotta” del gruppo era il Dar al-Ifta (ufficio della Fatwa), autorità religiosa guidata dallo sceicco Sadiq al-Ghariani, riconosciuto da certuni come Gran Mufti della Libia”. Al-Ghariani è uno dei maggiori nemici di Haftar in quanto sostenitore delle fazioni islamiste che combattono contro l’LNA, e al-Ghariani è uno dei primi sostenitori della BDC, esortando le varie fazioni islamiste ad aderirvi. I capi più importanti della BDC sono Mustafa al-Sharqasi, ex-portavoce dell’aviazione del Congresso islamico generale (GNC), e Ismail al-Salabi, capo della liwa Rafalah al-Sahati di Bengasi. La BDC è strettamente legata al Consiglio rivoluzionario della shura di Bengasi (BRSC), coalizione islamista che comprende Ansar al-Sharia, ovvero al-Qaida in Libia, e diverse altre figure legate ad al-Qaida. Nella dichiarazione di fondazione, la BDC affermava che avrebbe collaborato con il BRSC nella lotta contro l’LNA. I capi del BRSC sono Ahmad al-Tajuri e Faraj Shiqu, capo della Brigata dei Martiri del 17 febbraio. Il 25 giugno al-Qaida chiese ai vari islamisti di aderire al BRSC nella lotta a Bengasi. A tale iniziativa aderivano Hisham al-Ashmawy, l’emiro del gruppo islamista egiziano al-Murabitun, e Abdullah Muhamad al-Muhaysini, il capo di Jabhat al-Nusra in Siria. L’11 giugno le forze di Misurata, alleate al governo di accordo nazionale (GNA) di Fayaz al-Saraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, rioccupavano il porto di Sirte, la maggiore base dello Stato islamico in Libia. Sirte è il centro dell’industria petrolifera della Libia, da cui circa l’80% del petrolio libico passa. Lo Stato islamico aveva perso quasi tutto il califfato che si estendeva per 300 km lungo le coste e fino ai giacimenti petroliferi di Sirte. Nel frattempo le milizie della Guardia petrolifera di diverse città e strutture aderivano all’esercito del generale Qalifa Balqasim Haftar. Inoltre, presso la base aerea Banina di Bengasi, controllata dall’Esercito nazionale libico di Haftar, operavano forze speciali inglesi (SAS) e giordane; mentre il traffico e le operazioni aeree della base stessa era gestito da personale inglese, statunitense, francese ed italiano. La liberazione di Sirte avveniva mentre gli Stati Uniti inviavano due gruppi di portaerei nel Mediterraneo e il ministro degli Esteri tedesco affermava che gli sforzi per stabilizzare la Libia necessitavano del coinvolgimento della Russia, “Abbiamo bisogno di una risposta internazionale incisiva e il ruolo della Russia sarà decisivo data storia e ruolo nel Consiglio di sicurezza”, affermava Matteo Renzi dopo i colloqui con il Presidente Vladimir Putin a Mosca, “Senza la Russia è molto più complicato trovare un punto di equilibrio”. Come già osservato, il generale Haftar in effetti aveva visitato Mosca in varie occasioni, rafforzando il ruolo di mediatore di Mosca in Libia. Il 19 giugno le milizie di Misurata e le PFG passate al GNA arrivavano alla periferia di Sirte, assediando la città occupata dallo SIIL. L’80 per cento delle riserve di petrolio del Paese si trovano nella regione di Sirte, mentre le Forze di Difesa di Bengasi (BDF) attaccavano le unità delle PFG ad Aghedabia, danneggiando tre impianti petroliferi. Le BDF erano composte dalle fazioni islamiste sconfitte dall’LNA di Qhalifa Haftar. Nel frattempo, i sauditi arruolavano i capi islamisti a Tripoli e Misurata, indebolendo la posizione del Qatar in Libia; tra i capi comprati da Riyadh vi erano Ibrahim al-Jathran, capo della milizia tribale di Zawiya, e Ismail al-Salabi, capo della Brigata dei martiri e fratello di Ali al-Salabi, capo spirituale dei Fratelli musulmani locali. Un elicottero delle forze speciali francesi che operava in Libia veniva abbattuto con un missile 9K32 Strela-2 ad al-Maqrun, 90 km a sud di Bengasi, eliminando almeno 3 commando delle forze speciali francesi che operavano al fianco delle forze del Generale Qalifa Haftar. Ai primi di luglio 4 ministri originari della Cirenaica (Giustizia, Riconciliazione, Finanze ed Economia) del governo Saraj si dimettevano. Il 2 agosto, un’autobomba uccideva 23 persone a Bengasi, nella zona residenziale di Guwarsha. L’attentato avveniva il giorno dei raid aerei degli Stati Uniti su Sirte.
A metà luglio era iniziata l’operazione Bunyan al-Marsus per occupare Sirte, controllata dallo SIIL. Diversi bombardamenti venivano effettuati dall’artiglieria e da elicotteri Mi-24 delle milizie islamiste di Misurata, supportate da un contingente delle Petroleum Facilities Guards (PFG) di Ibrahim Jadhran, contro le posizioni dello SIIL nel complesso congressuale Ouagadogou, l’ospedale Ibn Sina, l’università e i quartieri Ghiza al-Asqiriya e al-Gharbiyat, occupati da circa 900 terroristi dello Stato islamico. Le forze misuratine occupavano il porto e i quartieri Harawa e Sawawa di Sirte, ma l’offensiva s’impantanava davanti l’ostinata guerriglia urbana dello SIIL, che eliminava 360 miliziani misuratini. E il 1° agosto, velivoli statunitensi intervenivano su richiesta diretta di al-Saraj, appoggiando l’assalto delle forze di Misurata, bombardando le posizioni dello SIIL a Sirte, ed eliminando 1 carro armato e 2 blindati dello SIIL. Al-Saraj aveva detto che tali attacchi avvenivano “in un quadro limitato, entro Sirte e la periferia. Abbiamo chiesto il sostegno della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti. Ma non vi sarà alcuna presenza straniera sul suolo libico“. Il raid era la terza di una serie di operazioni, come l’operazione Odyssey Resolve, basata sull’impiego di droni, e l’operazione Junction Serpent, basata sull’impiego di Forze Speciali da ricognizione. L’operazione Odyssey Lightning era la fase dei bombardamenti aerei contro i bersagli dello SIIL, utilizzando droni MQ-9 Reaper dell’US Air Force decollati da Sigonella, 2 elicotteri AH-1W Supercobra e 3 convertiplani MV-22B Osprey del VMM-264 Black Knights dei Marines, decollati dalla nave d’assalto anfibio USS WASP al largo delle coste libiche. La Wasp trasportava elementi della Marine Expeditionary Unit 22, dotata di aviogetti V/STOL AV-8B Harrier, elicotteri d’attacco AH-1 Cobra ed elicotteri da trasporto CH-53. L‘USS Wasp era scortata dal cacciatorpediniere lanciamissili USS Carney dotato di missili Tomahawk. Il 4 agosto, altri due attacchi aerei contro lo Stato islamico venivano effettuati dalle forze aeree statunitensi presso Sirte, distruggendo 2 autocarri dei rifornimento dello SIIL. Dal 1° agosto, gli statunitensi avevano effettuato 11 attacchi aerei in Libia, e nel frattempo le truppe misuratine alleate al GNA, il governo di al-Saraj, avanzavano a Sirte dopo avere perso 360 membri e subito più di 1500 feriti. Secondo un documento del COFS (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), dei commando delle forze speciali italiane del 9° Reggimento Col Moschin, del Gruppo Operativo Incursori del Comsubin, del 17° Stormo Incursori dell’Aeronautica Militare e del Gruppo d’Intervento Speciale dei Carabinieri operavano in Libia alle dirette dipendenze del governo italiano. Il 22 agosto, la Camera dei rappresentanti di Tobruq votava contro il riconoscimento del governo unitario libico di al-Saraj.
_55902431_sirte_town_map_624_2 Un mese dopo l’avvio dell’operazione Bunyan al-Marsus delle milizie islamiste di Misurata a Sirte, 250 terroristi del SIIL resistevano nell’area centro-orientale di Sirte, dopo aver perso il Congresso Ouagadogou, l’ospedale Ibn Sina e l’Università. Le forze islamiste di Misurata erano avanzate grazie al supporto aereo statunitense nell’ambito dell’operazione Odyssey Lightning, iniziata il 1° agosto, ma che non impedì che i misuratini perdessero 470 miliziani, 14 carri armati, 12 BMP e un velivolo Aero L-39 abbattuto dallo SIIL il 10 agosto. Odyssey Lightning comprendeva l’impiego di elicotteri AH-1W SuperCobra e di 6 AV-8B Harrier II+ dei Marines, imbarcati sulla portaelicotteri USS Wasp, di stanza nel Golfo della Sirte assieme al cacciatorpediniere USS Carney. Inoltre, intervennero i droni MQ-9 Rraper dell’US Air Force schierati in Giordania e a Sigonella. Entro il 1° settembre erano stati effettuati 108 raid (32 dei SuperCobra e 63 degli Harrier) con cui furono eliminati 3 carri armati, 2 lanciarazzi, 13 autocarri, 25 postazioni, 35 pickup, 5 centri di comando, 2 depositi di armi e 4 pezzi d’artiglieria dello SIIL, successi resi possibili dall’illuminazione dei bersagli da parte dei miliziani misuratini e dalle Forze Speciali statunitensi, inglesi e italiane coordinate da un centro operativo congiunto a nordovest di Sirte. Saraj, nel frattempo, affrontava il rifiuto del suo governo da parte del Parlamento di Tobruq, poiché vedeva nel governo Saraj l’espressione degli interessi del Qatar e dell’Italia, rappresentati dalla presenza sproporzionata della Fratellanza musulmana nel governo di Tripoli. Inoltre, Saraj voleva prendere il controllo degli impianti petroliferi di Sidra, Ras Lanuf e Zuwaytina, dove l’LNA di Haftar e le PFG di Jadhran, vicino a Saraj, si erano scontrati. A Bengasi continuavano i combattimenti nel quartiere di Guwarsha e nei centri di Qunfudah e Quarishah tra LNA e Consiglio rivoluzionario della shura di Bengasi ed Ansar al-Sharia. A Derna, Bengasi, Ganfuda e Aghedabia, ai primi di agosto, 2 MiG-21bis del 1021.mo Stormo e 3 MiG-23BN del 1060.mo Stormo dell’Aeronautica libica bombardavano le posizioni di Ansar al-Sharia con bombe a frammentazione RBK-250-270 PTAB.
L’11 settembre, l’Esercito nazionale libico del generale Qalifa Balqasim Haftar aveva liberato tutti i terminali petroliferi di Zuwayitina, Ras Lanuf, Sidra e Briqa, con l’operazione Qaramah, irritando il governo fantoccio di Saraj e i suoi mandanti della NATO. Subito scattava la propaganda delle forze islamo-atlantiste foraggiate dai media occidentali, accusando l’LNA di aver occupato i terminal petroliferi libici impiegando mercenari ‘sudanesi e ciadiani’, così recuperando le stesse menzogne, utilizzate dalle stesse forze per denigrare il governo della Jamahiriya libica nel 2011, attribuendole l’impiego di ‘mercenari contro la popolazione’ per giustificare l’aggressione e la distruzione della Libia. A tale meschina e squallida disinformazione non poteva non accordarsi cheil ministro degli Esteri di Renzi Paolo Gentiloni Silverj. E difatti, il 12 settembre, il governo italiano decideva d’inviare un ospedale militare da campo, con 60 medici ed infermiere, a Misurata, per curare gli oltre 2000 feriti delle milizie islamiste subiti nei combattimenti di Sirte, oltre a 200 paracadutisti per presidiare la base che ospiterà l’ospedale. Roma sostiene il governo fantoccio della NATO di al-Saraj, alleandosi con le organizzazioni terroristiche islamiste foraggiate da Arabia Saudita e Qatar, tra cui la banda armata del capo di al-Qaida in Libia Abdalhaqim Balhadj, agente della CIA durante la sovversione e la distruzione della Libia, e i fratelli mussulmani di Misurata. Tutto ciò all’indomani dell’acquisizione dei terminal petroliferi da parte dell’Esercito nazionale libico del generale Qalifa Haftar, al fianco del quale si è schierata la Resistenza della Jamahiriya libica, e non con lo Stato islamico come vanno farneticando presunti ‘esperti’ italiani, null’altro che dei pennivendoli al servizio degli Stati sponsor del terrorismo come Quwayt, Qatar e Arabia Saudita con cui Finmeccanica e appunto il governo italiano hanno stipulato lucrosi contratti bellici. Il capo del governo legittimo libico, Abdullah al-Thani, dichiarava che la sua amministrazione “lavorerà affinché i porti petroliferi riprendano il lavoro al più presto possibile, in modo da garantire a tutti i libici una vita dignitosa”. Aguila Salah, portavoce del parlamento di Tobruq, dichiarava che l’LNA era intervenuto su “grande richiesta” delle istituzioni ufficiali della Libia, per acquisire e consegnare i terminali alla National Oil Corporation (NOC). Salah aveva detto che l’LNA aveva “liberato i campi ed i terminali dagli occupanti che ostacolavano le esportazioni“, riferendosi a Ibrahim Jadhran, il capo delle guardie petrolifere (PGF), a sua volta alleato del governo-fantoccio di Saraj e della NATO. La NOC è divisa in due rami rivali, una alleata a Saraj e l’altra all’amministrazione di Tobruq, e questo ramo del NOC dichiarava che avrebbe immediatamente iniziato le esportazioni di greggio dai porti liberati dall’LNA, “I nostri team tecnici già iniziano a valutare ciò che va fatto per rafforzare e riavviare le esportazioni al più presto possibile“, dichiarava Mustafa Sanala, presidente della NOC.d41686adfb7542e897b876dea8e6ae10_18Note
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L’ultima avventura di Obama in Venezuela

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 08/09/201616494262_xlDue manifestazioni e due marce affollate si sono svolte a Caracas il 1° settembre riflettendo la tensione del contesto attuale in Venezuela. I sostenitori del governo bolivariano e del “socialismo dal volto del Venezuela” sono scesi in strada, come l’opposizione guidata dalla tavola rotonda dell’unità democratica (MUD). Le manifestazioni avevano lo scopo di dimostrare chi “controlla la strada” e ha il favore pubblico. E come si è visto, i sostenitori del MUD si trovavano nei quartieri ricchi della capitale, mentre il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) era saldamente radicato nei quartieri popolari. Secondo il capo del MUD, l’opposizione ha radunato circa un milione di persone, ma politici e giornalisti noti per l’obiettività lo contestano. José Vicente Rangel, per esempio, ha dichiarato che non più di 30000 marciarono per l’opposizione. Ma le agenzie occidentali davano cifre completamente diverse. Deutsche Welle riferiva che c’erano molti meno “chavisti” che manifestanti dell’opposizione, sostenendo che “Maduro stesso ha parlato di 30000 seguaci”. Ma il presidente venezuelano in realtà non ha detto niente del genere, ha indicato cifre diverse: circa 300000 sostenitori nella manifestazione bolivariana contro i 30-35000 dell’opposizione. “Li rispetto” aveva detto Maduro degli avversari politici. “E mi piacerebbe che rispondessero alla mano che gli tendo mettendo fine alle minacce di violenze, guerra economica e sabotaggio”. Ma non ha ricevuto risposta. Dopo le manifestazioni del 1° settembre, la Ministra degli Esteri Delcy Rodríguez e il Ministro degli Interni Néstor Reverol tennero una conferenza stampa invitando i diplomatici accreditati in Venezuela.
Rodríguez e Reverol presentarono le prove inoppugnabili sui capi dell’opposizione che cercavano di sfruttare le manifestazioni del 1° settembre per destabilizzare il Paese. Era l’ennesima provocazione per una prova di forza e incoraggiare lo scontro tra le due marce per insanguinarle (più vittime c’erano e meglio era), accusandone il governo. L’opposizione definiva la propria dimostrazione, “la presa di Caracas”. Come affermava Delcy Rodríguez, l’azione del governo ha permesso di evitare un massacro, mentre le azioni dei cospiratori “venivano frustrate dai servizi di sicurezza e dalla polizia”. Rodríguez ha detto che cecchini erano apparsi a Caracas, pronti a sparare sui dimostranti. Dichiarava che “i vertici della destra conservatrice in Venezuela” cercano d’influenzare l’opinione pubblica internazionale presentando “immagini fittizie del nostro Paese” e creando “scenari che incoraggino l’intervento di forze estere”. Il ministro degli Interni Néstor Reverol ha parlato dell’opera dei servizi segreti venezuelani negli ultimi mesi. Decine di atti destinati a sabotare trasporti e industria del petrolio, così come le linee energetiche, sono stati sventati. Scorte segrete di alimentari e forniture di emergenza venivano rinvenuti. L’invio di armi che i cospiratori volevano contrabbandare nel Paese fu intercettato. Campi dei paramilitari colombiani sono stati scoperti in Venezuela. Uno di tali campi fu scoperto in una zona montuosa e boscosa, a pochi chilometri dal palazzo presidenziale di Miraflores. Armi leggere venivano sequestrate in tali nascondigli, tra cui un fucile da cecchino da 1800 metri di gittata. L’intelligence del Venezuela ha neutralizzato molti capi dell’opposizione radicali. Arresti venivano effettuati e si presentavano le prove dei tentativi degli arrestati di minare lo Stato. Daniel Ceballos, ex-sindaco di San Cristóbal (nello stato di Táchira, al confine con la Colombia), è stato incarcerato. Secondo il Ministero degli Interni del Venezuela, Ceballos voleva far guidare le proteste antigovernative del 1 settembre ai gruppi radicali. E’ pericoloso: nel 2014 orchestrò le rivolte di massa che provocarono 43 morti. Tra gli arrestati vi erano Carlos Melo, attivista del gruppo Avanzada Progresista, e Yon Goicoechea dal partito Voluntad Pupolar e collegamento tra opposizione e ambasciata degli Stati Uniti. Goicoechea ha anche dimostrato la sua lealtà a stelle e strisce nelle diatribe contro Hugo Chávez, e nel 2008 fu premiato con il Milton Friedman (da 500000 dollari in contanti) “per far progredire la libertà”. Nel 2013-2016 tale combattente per la libertà studiò alla Columbia University, tornando in Venezuela quando le manifestazioni iniziarono a Caracas, dichiarando che era “pronto a governare il Paese”. Allora un mandato fu emesso per arrestare Lester Toledo, coordinatore del partito Voluntad Popular, che reclutava teppisti.
L’ambasciata degli Stati Uniti a Caracas ha finora evitato dichiarazioni pubbliche su “La presa di Caracas” o la dura risposta del governo all’ultimo tentativo di colpo di Stato. Ma in ogni caso, l’amministrazione Obama si oppone al governo di Nicolás Maduro su tutti i fronti, approfittando di eventuali “opportunità momentanee” in America Latina. Tipico esempio è la dichiarazione congiunta dell’11 agosto sugli ultimi eventi nella Repubblica Bolivariana del Venezuela. Anche se tale affermazione non va descritta come “comune”, essendo stata firmata solo da 15 dei 34 membri dell’OAS, tra cui Stati Uniti, Canada, Messico, Colombia e Honduras, e veniva rifiutato dagli alleati del Venezuela, Ecuador, Nicaragua, Bolivia, El Salvador, ecc., la dichiarazione sollecita il governo del Venezuela ad assicurare “che i passi rimanenti per il referendum per la revoca presidenziale siano compiuti in modo chiaro, concreto e senza ritardi, contribuendo alla risoluzione rapida ed efficace delle attuali difficoltà politiche, economiche e sociali del Paese”. Le battaglie politiche in Venezuela attualmente ruotano su tale problema, la raccolta di firme a sostegno del referendum per far dimettere il Presidente Maduro. Il Consiglio Nazionale Elettorale del Venezuela (CNE) ha quasi completato la verifica delle firme raccolte nella prima fase di questo processo politico. Durante la seconda fase, l’opposizione dovrà raccogliere firme dal 20% della popolazione votante, almeno quattro milioni di persone. I leader della CNE hanno annunciato che la seconda fase avrà luogo ad ottobre. Di qui la fretta dell’OSA, cioè dell’amministrazione Obama. In conformità alla Costituzione venezuelana, se un referendum revocatorio avviene nel 2016 e gli elettori decidessero di cacciare Nicolás Maduro, una nuova elezione presidenziale verrà programmata. Ma se ciò accedesse dopo il gennaio 2017, il Vicepresidente Aristóbulo Istúriz, alleato e sostenitore di Hugo Chávez, sostituirebbe Maduro. Per l’opposizione equivarrebbe alla sconfitta. La cospirazione contro il governo bolivariano è guidata da Luis Almagro, ex-ministro degli Esteri dell’Uruguay e attuale segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani. Almagro è un agente del dipartimento di Stato degli USA ed ha etichettato Maduro “dittatore”.
I leader del Venezuela respingono il segretario generale dell’OSA ad ogni forum internazionale. Lo scorso giugno Delsey Rodríguez fece delle rivelazioni su Almagro affrontandolo alla 46.ma sessione dell’Assemblea Generale dell’OSA, “Ogni giorno si dimostra che il segretario generale di questa organizzazione è dalla parte dell’opposizione venezuelana che pianifica il rovesciamento del governo legittimo del presidente Nicolas Maduro, oltre ad avere prove inoppugnabili sul segretario generale che sostiene le interferenze estere negli affari interni del Venezuela parlando da agente di Washington”.
L’ambasciata degli Stati Uniti in Venezuela ha raccolto gli ultimi aggiornamenti completi inviando proprie valutazioni e raccomandazioni a Washington. Diversi anni fa, la dimensione dell’ambasciata fu ridotta su insistenza di Caracas, ma l’azione sovversiva dei restanti membri continua. Esperti di dipartimento di Stato, CIA e intelligence militare degli Stati Uniti sono stati spediti nel Paese assieme a una squadra di specialisti dalla NSA. L’incaricato d’affari Lee McClenny, che dirige l’ambasciata degli Stati Uniti in Venezuela, favorisce la “possibilità morbida” della rimozione di Maduro, dopo il successo dell’“esperimento brasiliano” nel cacciare Dilma Rousseff. Così l’ambasciata è particolarmente attenta alle critiche sul “dominio bolivariano” delle agenzie governative. Il secondo dell’ambasciata, Brian Naranjo, è uno specialista del Venezuela giunto nel Paese nel gennaio 1996. Iniziò la carriera da secondo segretario del dipartimento politico, posizione che funge da copertura tradizionale degli agenti della CIA. Brian assisté all’ascesa di Hugo Chavez ed ha ampi collegamenti, non limitati all’opposizione. A quanto pare, Lee McClenny e Brian Naranjo continueranno ad organizzare il “referendum per la revoca”. Dal punto di vista degli ideatori statunitensi del colpo di Stato, è l’opzione sul cambio di regime che attualmente appare più promettente. Il problema per tali “menti” è che i leader bolivariani, anche militari, non capitoleranno mai.

Lee McClenny

Lee McClenny

Hillo Ostfeld, presidente della comunità ebraica venezuelana; Brian Naranjo, dell'ambasciata degli USA; Ana Maria Ghitulescu, console romeno in Venezuela, ed Emil Ghitulescu, ambasciatore romeno in Venezuela.

Hillo Ostfeld, presidente della comunità ebraica venezuelana; Brian Naranjo, dell’ambasciata degli USA; Ana Maria Ghitulescu, console romeno in Venezuela, ed Emil Ghitulescu, ambasciatore romeno in Venezuela.

La ripubblicazione è ghradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

 

11 Settembre: La storia di Allende

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Siria, chi cade a Daraya e chi ritorna a Jarablus?

Mouna Alno-Nakhal, Reseau International 2 settembre 201623082016Ciò che accade nel nord della Siria, in particolare nella zona di Aleppo, dopo la resa dei gruppi terroristici radicati a Daraya, sfugge ai superficiali presunti oppositori rivoluzionari siriani che piagnucolano a turno sui canali satellitari, sauditi e di altrove, sulla sconfitta delle loro milizie, perché un accordo s’è avuto tra i grandi. Per Nasser Kandil (1), tale accordo si riduce ai sauditi che dovranno pagare il conto per le guerre nella regione e alla Turchia che salva la pelle a spese dell”autonomia’ dei curdi nel nord della Siria che godevano del sostegno di Russia, Siria e Iran finché i loro leader misero il loro destino nelle mani degli Stati Uniti che li hanno traditi vendendoli ai turchi dopo aver tradito la loro terra natia siriana. Infatti, distinguendo i gruppi terroristici presumibilmente “moderati”, come richiesto dai russi e ritenuti insostituibili dagli Stati Uniti, che econtinuano a trascinare i piedi, ci sarebbero:
– quelli asserviti all’Arabia Saudita riuniti a Idlib,
– quelli asserviti alla Turchia, che combattono lo SIIL per un posto riservato al tavolo nei prossimi negoziati di Ginevra.
Così il piano saudita, finito a Daraya poiché il Rif di Damasco era il nerbo della guerra, con Duma come retroguardia, erano le uniche zone dove l’influenza saudita sfuggiva alle baionette dei giannizzeri turchi. In altre parole, un’occasione è stata data ai turchi per sbarazzarsi dell’incubo curdo nel nord della Siria, in cambio dello scalpo dei sauditi, i quali subiscono una pesante sconfitta nello Yemen dove non gli rimane altra via, avendo esaurito gli alleati del Golfo e del Sudan, che la ritirata unilaterale, con qualsiasi pretesto, in cambio del tacito accordo che prevede la fine dell’avanzata dell’esercito yemenita e dei comitati popolari entro confini e città nelle regioni storicamente yemenite di Najran, Jizan e Asir. E ora che i ruoli di ognuno sono più o meno chiaramente definiti, l’offensiva globale contro il terrorismo sui fronti siriano e yemenita è attesa a breve; Stati Uniti e Turchia arrivano a capire che far parte dei vincenti è possibile a due condizioni:
– smettere di sognare il crollo dello Stato siriano, la sconfitta del suo esercito e il rovesciamento del suo Presidente;
– prendere parte alla vittoria contro i nemici dello Stato siriano, anche se i nemici sono i loro amici, come nel caso dei turchi contro Arabia Saudita, Fronte al-Nusra e Ahrar al-Sham, e nel caso degli Stati Uniti contro Arabia Saudita e milizie curde e islamiste che hanno addestrato e armato per i propri scopi.
In altre parole, l’alleanza siriano-russo-iraniana trionfa ma lascia a Turchia e Stati Uniti la possibilità di trionfare a loro volta. La domanda è se i capi curdi approfitteranno della possibilità della riconciliazione, aperta dalle autorità siriane, riposizionandosi correttamente prima di pagarla troppo cara. Eppure, per tutti gli osservatori regionali che contano, il problema degli Stati Uniti è arrivare ad un cessate il fuoco tra i due alleati che, a quanto pare, non hanno intenzione di dedicarsi alla lotta allo SIIL: per i curdi ‘autonomisti’ siriani l’unico scopo è controllare la fascia da Qamishli ad Ifrin, la prova è che hanno rinunciato a Raqqa puntando su Manbij la cui popolazione è in maggioranza araba; per i turchi l’unico obiettivo è fermarli. Alcuni osservatori ritengono che i combattimenti turco-curdi in terra siriana continueranno finché le parti non saranno esauste e ciò non dispiacerà ad alleati e nemici. Precisamente, il 31 agosto il ministro per gli Affari Europei turco Omer Celik respingeva con sdegno l’annuncio di una tregua con la milizia curda, fatta il giorno prima e presentata come “non ufficiale” da Washington: “Non accetteremo in alcun caso… un compromesso o cessate il fuoco tra Turchia ed elementi curdi… la Repubblica turca è uno Stato sovrano e legittimo che non può essere messo sullo stesso piano di un’organizzazione terroristica” (2). Questo, va detto, è il caso delle ruote che girano e delle orecchie che rimbombano sentendo un rappresentante della Turchia di Erdogan sul diritto sovrano di un Paese a difendersi dal terrorismo che infuria da più di cinque anni nel proprio territorio e non dal vicino. Un rifiuto previsto e spiegato dal Generale Elias Farhat al-Mayadin (3), richiamando i fatti nella cartina a supporto:Cq2xTepWEAANTbXJarablus era occupata dallo SIIL quando l'”operazione Scudo dell’Eufrate” fu lanciata da Karkamiche all’alba del 24 agosto dalle forze armate turche (4). Il ritiro dello SIIL ad al-Bab fu organizzato e sembra che ci fosse un coordinamento con l’intelligence turca, soprattutto perché tutto si svolse senza combattimenti, mentre lo SIIL ci ha abituati alla sua follia omicida. Tutti i media regionali ne sono stati testimoni. Pertanto, oggi al-Bab è la grande roccaforte dello SIIL a nord-est di Aleppo; Manbij e alcuni villaggi a nord del fiume Sajur, che nasce in Turchia presso Gaziantap e sfocia sull’Eufrate in Siria a 20 Km da Manbij, è in mano ai curdi. In altre parole, ad ovest della linea rossa instancabilmente tracciata dalla Turchia sull’Eufrate e da cui Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti, visitando Ankara aveva detto chiaramente che le forze curde avrebbero dovuto riattraversare verso est, altrimenti avrebbero perso l’appoggio degli Stati Uniti. È una situazione che può costringere le forze turche ad entrare a Manbij e nei villaggi ad ovest dell’Eufrate, (le cui popolazioni sono state sufficientemente abusate dai curdi, tra l’altro), per avventurarsi pericolosamente a sud senza sapere da dove gli spareranno. È altamente improbabile che i curdi si ritirino ad est dell’Eufrate. Tutto quello che è successo è un “cambio di nome”. Laddove c’erano le SDF (Forze Democratiche siriane) ed YPG (Unità di Protezione Popolare), ora si parla di “consigli militari” (ancora!) a Manbij, Jarablus, ecc. Chi come il New York Times dice che il Pentagono sostiene le SDF mentre la CIA supporta l’ELS, s’illude. La decisione del governo degli Stati Uniti è “una” e non è impossibile che bombardino entrambi i campi, che si sono lanciati anzitempo sulla priorità del momento, l’apparente concorrenza nella lotta allo SIIL rifugiatosi ad al-Bab, da cui avanza sui villaggi vicini. Quindi si tratta di un serio problema perché non c’è dubbio che l’Esercito arabo siriano e i russi non si facciano rubare la vittoria sullo SIIL dagli Stati Uniti, si ricordino la loro stizza evidente al momento della liberazione di Palmira. “Se la tregua tra i “consiglieri militari” dei curdi e del presunto esercito libero siriano (ELS) è confermata, sarà la sconfitta della Turchia costretta ad accettare che i curdi controllino il confine nord della Siria. Perciò non ci credo, conclude il Generale Farhat”.
Qui ricordiamo che il presunto ELS, che ha sostituito lo SIIL a Jarablus sotto la bandiera turca e senza combattere, comprende almeno tre fazioni terroristiche, Faylaq al-Rahman, liwa al-Sultan Murad, liwa Nuradin al-Zinqi, comprate da Erdogan e braccio armato dei Fratelli musulmani. I festaioli dell’ultima fazione furono ripresi, esilaranti, squartare un bambino palestinese di dodici anni, Abdallah Isa, ad Aleppo, accompagnato dal noto fotografo che ci ha onorato della foto del bambino impolverato Umran; i propagandisti dell’AFP avranno capito probabilmente che l’effetto pianto anti-siriano della foto del bambino Aylan era svanito. (5) La resurrezione dell’ELS inoltre fu confermata, dopo tre giorni, dal portavoce della presidenza turca Ibrahim Kalin al quotidiano turco Sabah, dove invitava il governo degli Stati Uniti a rivedere la politica verso il PYD e a finirla col mito delle YPG come uniche forze capaci di colpire lo SIIL in Siria, in quanto, come dimostrato a Jarabulus, l’ELS, con un piccolo supporto, è pienamente in grado di combattere e purificare le zone infestate, mentre combatte le forze del regime siriano. (6) Pertanto ascoltare i funzionari turchi dichiarare in tutti i canali possibili e immaginabili che l’obiettivo politico dell'”operazione Scudo dell’Eufrate” è garantire l’integrità territoriale della Siria, e che la Siria giocherebbe al gioco di Erdogan, quando certuni non arrivano a parlare di alleanza e baratto, sebbene il governo siriano abbia condannato decisamente la palese aggressione alla Siria, si esagera, ignorando gli ufficiali dei servizi segreti dello Stato siriano e dei suoi alleati che non si fanno incastrare così stupidamente e non conducono una guerra per procura, sfruttando il sogno di alcuni e il terrorismo degli altri. Tanto più che per l’integrità territoriale della Siria non interessa Erdogan, “il saccheggiatore di Aleppo” che pianta la bandiera della Turchia e dei Fratelli musulmani in terra siriana per compensare il fallimento del suo piano per dominare l’arco geografico dal Nord Africa alla Siria. E secondo il Generale Amin Hutayt, sul quotidiano al-Thawra del 29 agosto (7), la Turchia può ancora continuare a giustificare l’aggressione affermando di voler proteggere la propria sicurezza nazionale minacciata dal piano occidentale sul Kurdistan. Ma chi ha detto che il piano era fattibile o giustificabile e che la Siria, che ha sconfitto i quattro piani successivi dei suoi alleati statunitensi-sionisti negli ultimi cinque anni, lo permetta? Non cadrebbe nella trappola degli Stati Uniti che ha giocato la carta curda per piazzarla?
Tante domande e tanta speculazione. Quel che è certo per i patrioti siriani, anche curdi, a proposito dei quali sfidiamo i media stranieri ad indicare una singola dichiarazione ufficiale o anche un programma della televisione nazionale che parli, se non in termini di “nostri fratelli curdi”, di un Kurdistan siriano. Ci sono curdi siriani o siriani curdi, o qualunque cosa. Dei siriani hanno tradito, qualcuno era curdo, altri no. Ci torneremo… Per ora, concludo la rassegna stampa con le parole del segretario dell’Assemblea nazionale siriana Qalid Abud (8) che abbiamo appena ascoltato e che cadono a proposito: “Per cinque anni e mezzo abbiamo affrontato tutta la feccia di questo mondo, feccia definita rivoluzionaria da coloro che abusano della nostra Patria siriana. Un’aggressione in cui i turchi sono immersi fino alle orecchie. Ed ora certuni delle loro élite si rivolgono a noi nel tentativo di ripulire proprie azioni e parole. La scena è ancora chiara e dobbiamo definirla per la storia se vogliamo che si capisca cosa succede. Erdogan attualmente affronta alcune milizie curde della nostra famiglia siriana, reclutate, addestrate e sostenute dai suoi alleati. Sono gli alleati di Erdogan che le hanno addestrate ad aggredire la Patria siriana e a spezzare la Siria. Ma Erdogan chi usa? Il presunto ELS! Contro chi? Contro i nostri fratelli curdi! Non dimenticatelo“.

Fonti:
1) al-Bina
2) Europe1
3) Youtube
4) RT
5) Le Parisien
6) al-Watan
7) Thawra
8) Qalid Abud

CrBncYsUIAAcPPv.jpg largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli italiani arruolati da Soros nella guerra in Ucraina

Soros guida la politica degli USA sull’Ucraina
Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 30/08/2016Istituto-affari-internazionaliCirca 2500 documenti interni, per lo più in Microsoft Word, Excel, Power Point e pdf della rete di organizzazioni non governative Open Society Foundation (OSF) di George Soros, ottenuti dal gruppo “DCLeaks”, mostra come Soros e i suoi consiglieri dominano la politica degli Stati Uniti verso l’Ucraina fin dal colpo di Stato del 2014 che, sostenuto da Soros e amministrazione Obama, spodestò il presidente ucraino democraticamente eletto Viktor Janukovich e il suo governo. I documenti di Soros descrivono come OSF e Fondazione Rinascimento Internazionale di Soros (IRF), con sede al 46 Artema Street di Kiev collaborano con il dipartimento di Stato degli Stati Uniti dalla cosiddetta rivoluzione colorata “euromaidan” del 2014, per garantirsi che l’Ucraina non sia federalizzata. Oltre a George Soros (identificato come “GS” nei documenti trapelati), altri coinvolti nella pianificazione del colpo di Stato ucraino erano l’ambasciatore degli Stati Uniti a Kiev Geoffrey Pyatt, David Meale (consigliere economico di Pyatt); Lenny Benardo (OSF), Evgenij Bistritskij (direttore esecutivo dell’IRF), Aleksandr Sushko (presidente dell’IRF), Ivan Krastev (Presidente del Centro studi liberali, un’operazione d’influenza di Soros e governo degli Stati Uniti a Sofia, Bulgaria), Sabine Freizer (OSF) e Deff Barton (direttore dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) in Ucraina). L’USAID è un canale della Central intelligence Agency. Soros era presente alla riunione post-golpe del 21 marzo 2014 riguardante il sostegno degli Stati Uniti alla “Nuova Ucraina”. Un documento descrive la “Nuova Ucraina” come cruciale per “rimodellare la mappa europea, offrendo la possibilità di tornare all’essenza originale dell’integrazione europea”. Soros sosteneva le sanzioni contro la Russia per aver rifiutato di riconoscere il governo golpista di Arsenij Jatsenjuk, che comprendeva neonazisti, e respingeva l’Ucraina federale per concedere l’autogoverno alla regione russofona del Donbas. In effetti, Soros pose il veto a una proposta di Pyatt di negoziare la proposta avanzata dal Ministro degli Esteri russo che avrebbe garantito l’autonomia all’Ucraina orientale, nell’Ucraina federale. Soros respinse la proposta perché riteneva che avrebbe concesso alla Russia troppa influenza sull’Ucraina. Anche se l’assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici Victoria Nuland non partecipò alla riunione del 21 marzo, era vicina a Pyatt e Jatsenjuk che chiamava affettuosamente “Yats”. Alla fine, l’amministrazione Obama respinse l’Ucraina federale e diede pieno appoggio all’unilateralismo del presidente ucraino Petro Poroshenko e al suo burattinaio Soros.
GettyImages-154993776-640x480Non dovrebbe sorprende che all’inizio di quest’anno, Pyatt sia andato via da Kiev per fare l’ambasciatore ad Atene. Un documento di Soros prevede la necessità di combattere la “Russlandversteher”, “la comprensione della Russia”, in tutta Europa, in particolare in Grecia, data la storia di stretti rapporti culturali e religiosi con la Russia. Il documento dell’OSF di Soros richiede uno sforzo concertato in Grecia per influenzare l’opinione pubblica contro la Russia e a favore del governo golpista ucraino. Propose un’operazione di propaganda anti-russa e pro-ucraina diretta a giornali, 10 “enti audiovisivi” (TV e radio), 6 siti internet in Grecia e “circa 50 opinion leader” presenti sui social network greci. I giornali greci presi di mira dalla campagna anti-russa di Soros erano Kathimerini, Avgi, Ta Nea, Vima, Efymerida Syntakton, Eleutherotypia, Proto Thema e Rizospastis. La Camera di Commercio Greco-Russa di Atene fu presa di mira dalla propaganda di Soros. Operazioni d’influenza dei media governativi simili a quelle anti-russe e pro-ucraine furono proposte per Italia, Spagna e Francia. Il ragionamento era contrastare qualsiasi movimento a sostegno dello status quo ante in Ucraina tramite SYRIZA, Podemos e Movimento 5 Stelle in Grecia, Spagna e Italia. Tale strategia di Soros veniva indicata come “mappatura del dibattito”. Cercando d’influenzare la politica greca in Ucraina, Soros e la sua banda di ONG sostenevano l’allargamento dell’Unione europea a Ucraina e Turchia, adesioni che non è nell’interesse di alcun Paese membro dell’UE. Alta priorità fu data anche all’integrazione della Moldova nelle strutture dell’UE. Il tema generale di molti documenti di Soros è che al centro della “Russlandversteher” vi sono i sentimenti “anti-americani”. I sindacati europei sono individuati dalla banda Soros come al centro delle opinioni “anti-americane” in Europa. Alcuni partiti politici sono individuati, tra cui Fronte Nazionale in Francia, Jobbik ungherese, Partito olandese della Libertà (PVV) e UK Independence Party (UKIP), indicati da Soros come “PRR” o “populisti radicali di destra”. Politici tedeschi filo-russi sono indicati nei documenti di Soros e includono gli ex-cancellieri Gerhard Schröder, Helmut Kohl e Helmut Schmidt; il ministro-presidente del Brandenburgo Matthias Platzeck; i leader di Die Linke Gregor Gysi, Sahra Wagenknecht e Katja Kipping e l’ex-sindaco di Amburgo Klaus von Dohnanyi. Soros, che s’è fatto le ossa in Ungheria come collaborazionista della Gestapo nazista e dei fascisti ungheresi delle Croci Frecciate, preferisce scrivere “le liste di proscrizione” coi nomi dei suoi avversari.
Yatsenyuk-Soros45 Il grado di sostegno finanziario, logistico e in altre forme di Soros ai golpisti ucraini nel 2012, due anni prima della rivolta di euromaidan, è degno di nota. OSF ed affiliati fornirono edifici, uffici, computer, software, internet a banda larga, videoconferenza, auto, viaggi negli Stati Uniti e altro materiale per la rivolta di euromaidan. Tutto in collaborazione con le ambasciate di Stati Uniti e Svezia a Kiev, USAID, Carnegie Endowment, Agenzia per lo sviluppo internazionale svedese (SIDA) e National Endowment for Democracy (NED) della Central Intelligence Agency. Giornalisti investigativi furono reclutati dalla banda Soros per recarsi in Ucraina e inviare articoli approvati dagli agenti di Soros prima della pubblicazione. Un importante collaboratore di Soros e Stati Uniti nella propaganda ucraina fu identificato in Hromadske Television, scelta per il suo lavoro nel contrastare “la propaganda russa”. Un documento di Soros contiene la seguente raccomandazione: “selezionare giornalisti dei 5 Paesi target (Germania, Francia, Spagna, Italia, Grecia) e offrirgli lunghi soggiorni in Ucraina. Piuttosto che specificare cosa scrivere gli si dovrebbero dare suggerimenti sugli articoli; ci riserviamo il diritto di veto su storie che pensiamo controproducenti. Suggerimento di entrare in collegamento diretto con i giornalisti per decidere se d’interesse”. Il documento di Soros ammette anche che tale approccio “al giornalismo indipendente è scorretto e può danneggiare la nostra credibilità presso i giornalisti”. La gente di Soros propose un “firewall” tra Soros e gli articoli dei giornalisti sull’Ucraina. L’organizzazione di Soros propose che “un terzo ricevesse la concessione e agisse da intermediario, editore, controllo di qualità ecc. IRF (Fondazione Rinascimento Internazionale) dovrebbe svolgere un ruolo più diretto in tale iniziativa, sottolineandone le origini in Ucraina”. L’organizzazione di Soros decise di usare il “PIJ” o “giornalismo d’interesse pubblico”, per una collaborazione volta a diffondere la propaganda sull’Ucraina. Vi sono numerosi giornalisti nel mondo che hanno venduto professionalità e credibilità al diavolo accettando lo stipendio da Soros per diffondere la propaganda sua e della CIA. Uno di essi, citato come porta acqua al mulino di Soros, è Huffington Post-Germania, nota collaborazione di Burda, casa editrice di destra in Germania. Altre pubblicazioni tedesche che Soros vede favorevolmente nel sostenere la linea anti-russa in Ucraina sono Frankfurter Allgemeine Zeitung, Frankfurter Rundschau, Die Welt, Süddeutche Zeitung, Tageszeitung, Spiegel e Junge Welt. Criticati da Soros erano Neues Deutschland e Freitag, citati come troppo amichevoli verso la Russia e anti-ucraini.
I documenti di Soros identificano un editorialista del giornale svizzero Neue Zürcher Zeitung come finanziato da Soros per assumere un “assistente per la ricerca” per promulgare propaganda pro-Ucraina. Altri sul libro paga anti-russo di Soros e che scrissero articoli di propaganda sull’Ucraina includevano i ricercatori dell’Istituto di Studi Internazionali di Barcellona, della Chatham House di Londra e dell’Istituto Affari Internazionali in Italia. I propagandisti citati dalla banda di Soros chiedevano l’espulsione della Russia dal G8, supporto militare della NATO e adesione alla NATO dell’Ucraina e sanzioni contro la Russia. Un documento confidenziale di Soros del 12 marzo 2015 rivela che l’ex-comandante militare della NATO, l’anti-russo amico di Bill e Hillary Clinton Wesley Clark, oltre al generale polacco Waldemar Skrzypczak, consigliavano Poroshenko su questioni militari verso la Russia. Il documento cita Soros come “avvocato auto-nominatosi della Nuova Ucraina”. Soros è uno dei più stretti consiglieri e finanziatori di Hillary Clinton. I documenti trapelati descrivono come Clinton Global Initiative e Soros Foundation collaborino nel minare la sovranità delle nazioni nel mondo, anche in Europa. E che tale rapporto dovrebbe pesare su ogni elettore statunitense l’8 novembre.o-GEORGE-SOROS-facebookLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora