Alessandro Lattanzio a Parstoday: l’occidente non tollera un Venezuela libero politicamente ed economicamente (AUDIO)

Teheran (Pars Today Italian) – Alessandro Lattanzio, saggista e analista di questioni politiche internazionali, viene intervistato dalla nostra Redazione. Lattanzio nell’intervento esamina vari aspetti e cause della volontà statunitense e occidentale nel destabilizzare il Venezuela.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervento di Alessandro Lattanzio potete cliccare qui.

WikiLeaks rivela gli obiettivi statunitensi del cambio di regime a Caracas

Sputnik 03.08.2017WikiLeaks ha pubblicato un estratto di un cablo del 1988 tra il dipartimento di Stato USA e la sua ambasciata a Caracas: “Obiettivi, scopi e gestione delle risorse degli Stati Uniti in Venezuela“, evidenziando il valore delle riserve petrolifere del Venezuela per i governanti statunitensi. Il cablo chiarisce che l’obiettivo principale delle relazioni USA-Venezuela è assicurare che quest’ultimo continui a fornire una “quota significativa” delle importazioni di petrolio e abbia una posizione “moderata e responsabile” sui prezzi all’OPEC.
La notizia del 2 agosto arrivava il giorno dopo che il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson avvertiva del “cambio di regime” in Venezuela. “Valutiamo tutte le opzioni politiche su ciò che possiamo fare per un cambiamento delle condizioni in cui Maduro decida di non avere un futuro e se ne vada, o per poter restituire i processi governativi alla loro Costituzione“, dichiarava Tillerson, ex-amministratore delegato del gigante petrolifero ExxonMobile. Le osservazioni di Tillerson a sua volta seguono simili dichiarazioni a luglio del direttore della CIA Mike Pompeo che riconosceva che gli Stati Uniti lavorano al cambio del governo eletto del Venezuela. “Sono stato a Città del Messico e Bogotà una settimana prima di parlarne, cercando di aiutarli a capire cosa potessero fare per avere il risultato migliore per la loro parte del mondo e la nostra parte del mondo. Sempre attenti quando parliamo di America meridionale e centrale e CIA, ma basta dire che speriamo molto che ci sia una transizione in Venezuela e poter fare del nostro meglio per capire la dinamica in modo da poterla comunicare al nostro dipartimento di Stato e ad altri“, aveva detto. L’affermazione di Pompeo scatenava la recisa risposta di Caracas, con Maduro che rimproverava Stati Uniti, Colombia e Messico. “Pompeo ha detto che CIA e governo degli Stati Uniti collaborano con i governi messicano e colombiano per rovesciare il governo ed intervenire in Venezuela. Chiedo ai governi di Messico e Colombia di chiarire tali dichiarazioni ed agirò politicamente e diplomaticamente di conseguenza davanti tale sfacciataggine“, dichiarava.
Il governo del Venezuela affronta le gravi sfide delle carenze alimentari e dell’inflazione scatenati dalla guerra economica prolungata dagli Stati Uniti contro il Paese, ulteriormente esacerbate dalle nuove sanzioni statunitensi. Anche il 2 agosto, il parlamento venezuelano guidato dall’opposizione approvava all’unanimità l’autorizzazione all’Ufficio del Procuratore generale ad avviare un’inchiesta su possibili frodi elettorali nelle elezioni per l’Assemblea Costituente. Antonio Mugica, amministratore delegato di Smartmatic, che fornisce sistemi di voto elettronici, dichiarava che i risultati delle elezioni sono stati manipolati e l’effettiva partecipazione potrebbe variare di almeno un milione.
La rivelazione di WikiLeaks non è la prima rilasciata con documenti interni statunitensi sul Venezuela. Nel luglio 2016, una serie di email mostrava che, da segretaria di Stato, Hillary Clinton promosse la sovversione contro il Paese dell’America Latina, nonostante appelli pubblici all’amicizia, e chiese all’allora assistente del segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, Arturo Valenzuela, come “frenare” Chavez, suggerendo di aggiungere altri partner regionali per sabotarne la leadership. Inoltre, un cablo del 2006 dell’ex-ambasciatore in Venezuela, William Brownfield descrisse un piano completo per infiltrare e destabilizzare il governo dell’ex-Presidente Hugo Chavez. Il documento descrive in dettaglio i cinque obiettivi dell’ambasciata in Venezuela nel 2004:
“Penetrare la base politica di Chavez”
“Dividere il Chavismo”
“Proteggere le attività vitali degli Stati Uniti”
“Isolare Chavez a livello internazionale”
Il memo inoltre chiariva il ruolo fondamentale nella destabilizzare svolto dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e dall’Ufficio delle Iniziative di Transizione. Complessivamente, USAID ha speso oltre un milione di dollari per organizzare 3000 forum che cercavano di conciliare sostenitori di Chavez ed opposizione politica, nella speranza di allontanarli da Chavez. Nonostante le ambizioni evidenti degli Stati Uniti, i loro sforzi affrontano dei problemi, dopotutto il Venezuela ha sostenitori regionali. Il governo cubano denunciava un'”operazione internazionale ben programmata” contro il Paese, “diretta da Washington” e volta a “silenziare la voce del popolo venezuelano“. Un portavoce dichiarava che la campagna degli Stati Uniti cerca d’ignorare la volontà dei venezuelani ed “imporre la resa tramite attacchi e sanzioni economiche“. Non è solo in Venezuela che gli Stati Uniti sono accusati di destabilizzare il governo eletto. Il Presidente Evo Morales, citando le informazioni dei cablo di WikiLeaks, affermava che il governo degli Stati Uniti diede almeno 4 milioni di dollari ai gruppi separatisti antigovernativi dal 2006 al 2009. Morales, del Movimento per il socialismo, ha perseguito la riforma terriera e la nazionalizzazione delle risorse naturali del Paese, politiche che invariabilmente provocano l’ira degli Stati Uniti nella regione.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La mossa del pazzo

La tentazione degli Stati Uniti di scagliare l’ariete ucraino contro il baluardo russo
Erwan Castel, volontario della Nuova RussiaAlawataIl cavallo di battaglia della strategia statunitense della finanza internazionale è alle corde, contrastato da Cina e Russia, sconfitto in Siria, calpestato in Venezuela, sfidato dalla Corea democratica e in particolare schiaffeggiato dalle sanzioni russi che ne puniscono l’arroganza espellendo dalla Federazione russa 755 diplomatici degli Stati Uniti. In un precedente articolo, abbiamo ritenuto che l’inevitabile risposta del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, fortemente rimproverato a rispettare il diritto internazionale da Mosca, potrebbe avvenire per procura, preferibilmente con operazioni sul teatro ucraino dove, a differenza della Siria, tutte le opzioni militari sono ancora aperte. La questione dell’invio di armi statunitensi a Kiev è un serpente di mare che riemerge regolarmente da 3 anni nel conflitto tra le forze ucraine filo-NATO e le forze separatiste filo-russi che imperversano nel Donbas. Da oltre 2 anni, un pacchetto di aiuti militari, sostenuto da avvoltoi neocon come John McCain, tenta di riavviare la guerra aggirandone le difficoltà tecniche (standardizzazione e istruzione), politiche (bilancio, l’approvazione del Congresso) e diplomatiche (accordi di Minsk, Russia) Finora, a parte piccole consegne effettuate tramite società private che operano in Ucraina, e l’invio di attrezzature non letali e di collegamento come autoveicoli, armi non sono state ufficialmente fornite all’Ucraina. Ma quest’anno coi kit radiomedici e giubbotti antiproiettile in lattice, sono apparse dei mirini ottici per i fucili di precisione cecchini schierati in prima linea nel Donbas. Nel frattempo le esercitazioni degli alleati occidentali per integrare l’esercito ucraino nella NATO, ma anche gli istruttori, aumentano e si avvicinano al Donbas, come i droni strategici statunitensi che spuntano al fronte.
Dopo l’espulsione dei diplomatici statunitensi, i 31 luglio 2017, il Wall Street Journal annunciava l’attuazione di un piano di consegne di armi all’Ucraina. Questa armi letali da consegnare, che alcuni propagandisti ancora hanno il coraggio di vestire con l’eufemismo cinica di “difensive”, se attuate rapidamente e in grandi quantità sarebbero senza dubbio un altro importante passo nella folle coprsa che porta lentamente ma inesorabilmente verso una nuova guerra mondiale. In effetti, è probabile che la consegna all’esercito ucraino di armi letali sarà usata contro la popolazione civile del Donbas, permettendo di far rivivere la violenta offensiva contro le difese, riportando al coinvolgimento diretto di Mosca al fianco dei ribelli filo-russi, che nonostante le fantasie di Kiev non si è ebbe a causa della reazione militare-diplomatica che causerebbe.

Il potere militare-industriale degli Stati Uniti ha il sopravvento sulla strada per la guerra
Finora la Casa Bianca, cosciente di questa potenziale e probabile reazione a catena, non ha il coraggio di dare il via libera a tali consegna di armi, come al tempo dell’amministrazione Obama, tuttavia responsabile del terremoto Maidan. Ma oggi, paradossalmente, sconfitta Clinton, i neocon hanno una posizione mai così forte che dall’avvio a fine luglio delle nuovo ritorsioni economiche contro la Russia, illustrandone il sequestro del presidente Trump, costretto ad aderire alla loro strategia aggressiva anti-russa la cui reazione legittima dei russi ha compiuto un nuovo passo verso il confronto aperto. Tra le armi fornite dagli statunitensi per rafforzare l’esercito ucraino, vi sono sistemi d’arma antiaerei per proteggere le unità di artiglieria e d’assalto di Kiev dalla risposta russa. Possibilmente anche missile anticarro di ultima generazione “Javelin” capaci di distruggere i blindati delle forze repubblicane. E il falso pretesto dell’interferenza russa nella sua elezione sembra rafforzare ulteriormente l’emarginazione del presidente Trump, già nel mirino dei neoconservatori nelle discussioni sull’invio di armi all’Ucraina. Così un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha ammesso che il presidente non fu informato del piano, mentre il suo segretario della Difesa statunitense James Mattis nel frattempo l’approvava! Durante la precedente proposta di armare l’Ucraina si parlò solo di armi difensive per le forze di sicurezza ucraine nella regione di Kiev. Questa volta il loro uso nelle operazioni del teatro de Donbas è considerato un'”emergenza”… Se Germania e Francia, garanti dell’accordo di pace per l’Ucraina firmato a Minsk, rimangono scettiche sugli effetti di tali consegne di armi, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti invitava i Paesi della NATO (tra cui i russofobi Canada, Regno Unito, Polonia, Lituania) a sostenerle. Il Generale Curtis Scaparrotti, comandante in capo dell’esercito degli Stati Uniti in Europa e della NATO, da sempre esorta vivamente ad armare l’Ucraina contro la Russia, supportato dal nuovo consigliere speciale per l’Ucraina statunitense Kurt Volker, la cui carriera e responsabilità nel giro del guerrafondaio McCain non lascia alcun dubbio sulla sua ideologia apertamente antirussa. Nel frattempo, sotto la copertura delle crescenti manovre alleate, la NATO continua la militarizzazione dei Paesi dell’Europa orientale ai confini della Federazione russa, facendo rivivere l’intermarium, questo spalto militare che collega Baltico al Mar Nero e destinato ad isolare la Russia. Nel Donbas, nonostante una “tregua del pane” che dovrebbe “calmare le cose” fino all’avvio dell’anno scolastico, i combattimenti e i bombardamenti ucraini sono aumentati nello stesso tempo dell’inasprimento dei rapporti USA-Russia degli ultimi giorni, e alla vigilia della riunione di Minsk del 2 agosto.

Dall’utile idiota di Majdan all’ariete scarificale della NATO
Nel gioco degli scacchi, il sacrificio di un pedone, per creare l’apertura per attaccare, è chiamato “gambetto” (del re, della torre, ecc …) la tentazione degli Stati Uniti di sacrificare l’Ucraina armandola e gettandola contro la Russia per provocarla, è grave e può riuscire dato che Kiev non solo p una pedina sulla “grande scacchiera”, ma soprattutto il principale folle dell’arsenale puntato contro Mosca! Oggi più che mai l’Europa è seduto sulla polveriera e l’Ucraina è il detonatore! Ma la Russia, che ha appena picchiato sul tavolo della diplomazia, è in allerta e mostra le zanne alla soldataglia che si aggira troppo vicino alle sue mura. Le gigantesche manovre “Zapad-2017” (14-20 settembre 2017), coinvolgeranno 100000 soldati russi e bielorussi sul “passaggio Suwalki”, questo punto debole dell’articolazione NATO, sono un messaggio assai chiaro ai seguaci del caos: Attenzione l’orso si è svegliato! Speriamo che in occidente la ragione prevalga sulla follia (possiamo sognare, no?)Fonti:
Wall Street Journal
Zerohedge

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Venezuela e l’alleanza con Russia e Cina

Mision VerdadVenezuela Infos, 2 agosto 2017Nulla di ciò che accade in geopolitica è estraneo al Venezuela. La lotta per i territori, l’influenza e le risorse tra potenze petrolifere, statali o private, mantiene il nostro Paese al centro della scena in questo emisfero, con gli Stati Uniti all’offensiva nel sostenere l’opposizione venezuelana nel desiderio di rovesciare il chavismo.

ExxonMobil dietro i piani del colpo di Stato
Gli ultimi tre mesi di violenze si sono registrati nell’ambito della lotta di grandi società energetiche private per arraffare petrolio e risorse naturali nel territorio venezuelano. Tra esse, Exxon-Mobil si è affermata investendo il massimo sul “cambio di regime” nel Paese. Due dei politici più bellicosi col Venezuela sono i senatori statunitensi Marco Rubio e Ed Royce, finanziati da Exxon, come il presidente Donald Trump che riceve sostegno finanziario e politico della stessa società. I senatori, nel frattempo, hanno reso le sanzioni una chiave del loro ordine del giorno legislativo, oltre che per fornire sostegno politico e diplomatico al colpo di Stato perseguito dall’opposizione venezuelana, con la quale si sono incontrati in diverse occasioni. Exxon-Mobil, allo stesso modo, attua pressioni per far approvare al Senato (tramite agenti come Marco Rubio, Ileana Ros e Bob Menéndez), evidenziando il ruolo del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il finanziamento dei gruppi di opposizione venezuelani (con il pretesto delle ONG e della “società civile”) per circa 5,5 milioni di dollari e altri fondi, con l’obiettivo di generare violenze in Venezuela. Mentre si spingono, allo stesso tempo, “le organizzazioni regionali impegnate nello sviluppo delle riforme in Venezuela, in particolare l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS)”, ad estendere il sostegno all’Iniziativa della sicurezza energetica nei Caraibi, per danneggiare l’alleanza politica e petrolifera del Venezuela coi Paesi dei Caraibi. L’attuale segretario di Stato, capo della politica estera degli Stati Uniti, è l’ex- direttore esecutivo di ExxonMobil Rex Tillerson. Gli interessi della società e l’atteggiamento apertamente favorevole al colpo di Stato in Venezuela della diplomazia “gringa”, adottano maggiore “bellicosità” con Tillerson alla testa.

Le minacce di Marco Rubio
Gli Stati Uniti hanno cercato d’imporre l’assedio internazionale al Venezuela in diverse aree per raggiungere l’obiettivo di abbattere il chavismo. Per contribuire all’accerchiamento politico e diplomatico attraverso l’OAS, sotto la supervisione del governo degli Stati Uniti e con Luis Almagro in testa, fu decisivo l’annuncio e l’attuazione di sanzioni economiche e finanziarie da parte di Senato e dipartimento del Tesoro. Tuttavia l’accerchiamento internazionale non si materializzò. Le alleanze del Venezuela nei Caraibi e con altri Paesi al di fuori dell’emisfero, anche importanti come Russia e Cina, al momento mitigano gli effetti del molteplice assedio. Perciò ci si aspetta un attacco diretto al cuore economico del Venezuela: l’industria petrolifera, la compagnia statale PDVSA. Il 4 giugno, l’agenzia Reuters fece filtrare che la Casa Bianca pensava al divieto d’importazione del petrolio venezuelano dagli Stati Uniti, rafforzando l’assedio imposto per fare pressione sul governo bolivariano e soprattutto sulla popolazione venezuelana nel contesto attuale di blocchi stradali e interventi. Nella mattinata dell’11 luglio, il senatore Marco Rubio (Exxon) confermò la possibilità di vedere gli Stati Uniti applicare nuove e “gravi sanzioni” contro il Venezuela se le richieste statunitensi non venivano accettate completamente. La possibilità che le “sanzioni severe” fossero applicate contro l’industria del petrolio venezuelano era plausibile con Rubio portavoce di tali misure.

Manovre “gringas” contro il Venezuela
A marzo il capo del Comando Sud Kurt Tidd aveva detto al Senato degli Stati Uniti che Russia, Cina e Iran “vedono spazio economico, politico e della sicurezza in America Latina come opportunità per raggiungere obiettivi a lungo termine e promuovere i loro interessi, incompatibili con i nostri o con quelli dei nostri partner“. Gli Stati Uniti vedono questi Paesi minacciarne gli interessi in America Latina, e quindi l’obiettivo delle sanzioni contro PDVSA sarebbe intimidire e spaventare le imprese (in particolare in Russia e Cina) in modo che non investano in Venezuela, rafforzandone il blocco finanziario. Così otto giudici, tra cui il presidente della Corte Suprema di Giustizia, sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per via delle disposizioni 155 e 156 poi rimosse. Il 156, tra l’altro, delegava al ramo esecutivo la costituzione di joint venture in caso di mancato rispetto dell’Assemblea nazionale incaricata, in origine, di tali responsabilità.

La compagnia nazionale petrolifera (PDVSA) nel mirino
In risposta a queste azioni degli Stati Uniti, la PDVSA annunciava il 9 giugno l’installazione del Segretariato dell’Alta Commissione Congiunta Cina-Venezuela, per la “firma di vari accordi per la creazione di una società mista volta a consolidare l’operazione di avvio della raffineria di Nanhai, nella parte meridionale del Paese asiatico”. E la nota continuava: “L’accordo tra Petróleos de Venezuela SA (PDVSA) e National Oil Corporation of China (CNPC) prevede l’inizio delle operazioni della raffineria entro la fine del 2020 per una capacità di quasi 400000 barili al giorno, principalmente greggio venezuelano Merey 16. Inoltre, si raffineranno 120 mila barili di greggio leggero da Iran, Paesi arabi e nazioni confinanti con la Cina“. Inoltre, il 30 giugno, PDVSA annunciava l’inaugurazione della base operativa Perforosven, una nuova joint venture tra Russia e Venezuela nel comune di San José de Guanipa, nello Stato di Anzoátegui, nel blocco Ayacucho Faja Petrolifera dell’Orinoco Hugo Chávez. Il presidente di PDVSA Eulogio Del Pino affermava che “l’alleanza strategica crea 108 nuovi posti di lavoro con un investimento di 16 milioni di dollari su 4 pozzi che produrranno a breve e medio termine 800mila barili di greggio, nel quadro di Motor Hidrocarburos“. Così Rosneft, la maggiore compagnia petrolifera russa, stipulava 6 accordi nazionali con il Venezuela, di cui 3 presso la Faja. Tale manovra, che espande la cooperazione sull’energia e quindi politica tra Russia e Venezuela, è una risposta alla strategia del blocco e del golpe della Exxon Mobil contro il Venezuela. I russi, che sono i maggiori esportatori di petrolio al mondo e i terzi per riserve, rifiutano ogni tipo di “interferenza distruttiva” negli affari interni del Paese.

Geopolitica in movimento
La politica di nazionalizzazione della Faja Petrolifera dell’Orinoco del Presidente Hugo Chávez, rende impossibile ad Exxon-Mobil soddisfare le condizioni per rimanere nella zona, e dover lasciare il Paese. La tabella seguente mostra la composizione delle joint venture, tranne l’ultimo e terzo progetto avviato da Rosneft e PDVSA.La cessazione delle attività in Venezuela (2007) causò, secondo il cosiddetto “costo casuale”, una perdita di circa 200mila barili al giorno, cioè, al prezzo medio di 100 dollari al barile, si può calcolare che la compagnia petrolifera statunitense abbia perso, in 10 anni, 73 miliardi di utile netto. A causa di perdite economiche, mancanza di riserve, diminuzione dell’influenza nella regione guidata dal Venezuela, la maggiore cooperazione energetica e politica con Russia e Cina che protegge il Paese, ciò canalizza ExxonMobil verso le violenze e il golpismo attraverso il finanziamento e l’estorsione politica. La guerra in Venezuela, quindi, non può essere spiegata solo dallo scontro di forze locali ma dalla lotta geopolitica il cui fulcro sono i conflitti sulle risorse energetiche. Le minacce di Marco Rubio e i veri poteri dietro di lui indicano la pressione disposta ad esercitare per evitare che l’alleanza con Russia e Cina si espanda.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le 10 vittorie del Presidente Maduro

Ignacio Ramonet, Gennaio 2017, Direttore dell’edizione spagnola di Le Monde Diplomatique – Histoire et SocietéNel 2016, per le autorità di Caracas la situazione era molto complicata. Per tre ragioni principali: 1) L’opposizione neoliberale aveva vinto le elezioni parlamentari nel dicembre 2015 e controllava l’Assemblea Nazionale. 2) Il prezzo del petrolio, principale risorsa del Venezuela, era sceso al minimo per un lungo periodo. 3) Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva firmato un decreto in cui il Venezuela veniva presentato come “minaccia non convenzionale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti” (1). In altre parole, la rivoluzione bolivariana sembrava essere sulla difensiva su tre settori chiave: politica, economia e geopolitica, mentre la controrivoluzione, sia interna che estera, aveva finalmente il potere in Venezuela. Tutto ciò in un contesto di guerra mediatica contro Caracas, iniziata con l’avvento al potere di Hugo Chavez nel 1999, intensificatasi dall’aprile 2013, raggiungendo nuovi livelli di violenza dall’elezione di Maduro. L’atmosfera aggressiva dei media si traduce in disinformazione insidiosa sul Venezuela facendo vacillate molti amici della rivoluzione bolivariana. In questa epoca di “post-verità”, mentire, frodare e ingannare spudoratamente non viene sanzionato da eventuali conseguenze negative per credibilità ed immagine. Tutto serve in questa “epoca di relativismo post-fattuale”. Anche i fatti e i dati più oggettivi non sono considerati. Non si accetta l’argomento, evidente nel caso del Venezuela, della cospirazione. Il nuovo discorso dei media dominanti denuncia in anticipo e ridicolizza il “presunto complottismo” includendo una ‘narrazione banale’ che non può che essere respinta con disprezzo. Nel 2016, tutto sembrava così difficile per il presidente del Venezuela. Al punto che l’avversario, il duro neoliberista Henry Ramos Allup, ebbro per la maggioranza parlamentare, poté dire al primo discorso nel gennaio 2016 da Presidente dell’Assemblea Nazionale, che avrebbe abbattuto Maduro “in non più di sei mesi”. Ispirato forse dal golpe istituzionale contro Dilma Roussef in Brasile, scommise sulla vittoria al referendum per le dimissioni del presidente. Le cose erano così quando il Presidente Maduro sorprese tutti con una serie magistrale di mosse scacchistiche che nessuno previde, perfettamente legali per la Costituzione. Rinnovò, in quanto consentitogli, i membri del Tribunale Supremo della Giustizia (TSJ), l’ente massimo della magistratura, dove la “Sala Costituzionale” ha l’ultima parola sull’interpretazione della Costituzione.
Accecata dalla superbia, l’opposizione commise due gravi errori: decise d’ignorare gli avvertimenti del TSJ, accettando tre deputati dello Stato di Amazonia la cui elezione nel dicembre 2015 fu sospesa per irregolarità. Dato l’affronto, il TSJ poté dichiarare la presenza di questi tre deputati “non regolarmente eletti” privava di poteri decisionali l’assemblea. Il TSJ infatti decise che l’Assemblea disobbediva allo Stato e che quindi, “tutte le decisioni saranno considerato nulle”. A causa dei propri errori, non solo l’Assemblea Nazionale non riuscì a legiferare o a controllare il governo ma, come riconosciuto da prestigiosi specialisti in diritto costituzionale, essa si annientò sprecando forze e difatti autodissolvendosi (2). Fu la prima grande vittoria Nicolas Maduro nel 2016. Ossessionata dal desiderio di rovesciare il presidente, l’opposizione decise anche d’ignorare le legge (sezione 72 della Costituzione), in questo caso, i passi dettati dal regolamento, quando volle lanciare nel 2016 il referendum per la rimozione del presidente (3). Un altro fallimento clamoroso, e un’altra vittoria di Nicolas Maduro. Anche così, nel marzo-aprile 2016 tutto era enormemente complicato. Alle manovre delle forze ostili alla rivoluzione bolivariana si aggiunse una siccità eccezionale, la seconda peggiore dal 1950, accompagnata da temperature estreme a causa di El Niño. In Venezuela, il 70% dell’energia elettrica è fornita dalle dighe, la centrale idroelettrica principale è quella di Guri, il cui livello si abbassò per la siccità. La controrivoluzione cercò di approfittare della situazione per sabotare il potere, cercando di creare il caos energetico, disordini sociali e proteste. Il pericolo fu particolarmente grave, al problema elettrico, a causa della persistente siccità, si aggiunse la mancanza di acqua potabile. Il Presidente Maduro però ancora una volta agì rapidamente adottando misure drastiche: decise di sostituire milioni di lampadine ad incandescenza con altre dal minor consumo; ordinò di sostituire i vecchi condizionatori d’aria con quelli nuovi, che consumano di meno; decretò la mezza giornata nella pubblica amministrazione e un piano speciale per limitare il consumo elettrico ed idrico. Riuscì con questi passi audaci ad evitare una grave crisi energetica (4), ottenendo una delle vittorie più popolari del 2016.

Cambio di paradigma
Un altro problema importante, forse il più grave, che affrontò il governo, in parte a causa della guerra economica contro la rivoluzione bolivariana, era il rifornimento di cibo. Ricordate che prima del 1999 il 65% dei venezuelani viveva in povertà. Su dieci venezuelani, solo tre mangiavano regolarmente carne, pollo, caffè, latte… Negli ultimi sedici anni, il consumo di cibo è esploso, crescendo dell’80% grazie alla massiccia partecipazione sociale alla rivoluzione. Questo cambiamento strutturale si spiega da sé, perché la produzione alimentare interna, molto più importante di quanto si dice (5), risultò essere insufficiente. La domanda aumentò in maniera massiccia, la speculazione si scatenò. Di fronte a forniture strutturalmente limitate, i prezzi salirono precipitosamente, facendo letteralmente esplodere il mercato nero. Molti compravano prodotti sovvenzionati dal governo per venderli a prezzi molto più alti (il “bachaqueo”). Alcuni addirittura li “esportavano” nei Paesi vicini (Colombia, Brasile) dove li vendevano per due o tre volte il prezzo sovvenzionato, privando così di questi prodotti i più umili, e il Paese dei dollari, diventati più rari con il crollo dei prezzi del petrolio. Tale scandalo non poteva durare. Ancora una volta, il Presidente Maduro decise di agire con fermezza. Inizialmente, cosa molto importante, cambiò la filosofia dell’assistenza sociale, corresse un grave errore commesso in Venezuela da anni. Decise che lo Stato invece di sovvenzionare i prodotti, sovvenzionasse le persone, in modo che i poveri, chi ne avesse veramente bisogno, fossero gli unici ad accedere ai prodotti sovvenzionati. Per tutti gli altri, i prodotti si vendono a prezzo di mercato. Questo evitò la speculazione e il “bachaqueo” (6). Il secondo passo decisivo fu l’annuncio del presidente che tutto doveva essere fatto per cambiare il carattere economico del Paese, in modo da passare da un “modello di rendita” a uno “produttivo”. Definì allo scopo “cinque motori” (7) per rilanciare l’attività economica sia privata che pubblica dell’economia comunitaria. Queste due decisioni fondamentali si concretizzarono con i CLAP (Comitati locali di offerta e produzione), una nuova forma di organizzazione popolare. I rappresentanti delle comunità organizzate fornivano, a un prezzo regolato, pacchetti di prodotti alimentari. Molti di nuova produzione nazionale. I CLAP dovrebbero, nel 2017, rifornire circa quattro milioni di famiglie povere. Possiamo vedere qui un’altra grande vittoria del Presidente Maduro.

Investimenti sociali
Una un’altra vittoria, non meno importante, nel difficile 2016, fu il record degli investimenti sociali, che raggiunse il 71,4% del bilancio del Paese. Un record mondiale. Nessun altro Paese al mondo spende quasi tre quarti del bilancio per gli investimenti sociali. Per quanto riguarda la salute, ad esempio, il numero di ospedali aumentò di 3,5 dal 1999. Gli investimenti nel nuovo modello umano di salute pubblica aumentò di dieci volte. La Misión Barrio Adentro (“missione al cuore dei quartieri”), mira a curare i malati nelle aree urbane più umili, con quasi 800 milioni di visite e salvando la vita a un milione e mezzo di persone. Otto Stati ne furono coperti al 100% nel 2016, mentre l’obiettivo era di sei. Un’altra vittoria sociale fondamentale, non menzionata dai media, sono le pensioni. Prima della rivoluzione, solo il 19% dei pensionati riceveva una pensione, gli altri rimanevano in condizioni di povertà o a carico delle famiglie. Nel 2016, la percentuale di pensionati che riceveva la pensione, anche se non avevano versato contribuiti nel corso della vita lavorativa, raggiunse il 90%. Un record in Sud America. Un’altra vittoria nello stesso ordine, e che i grandi media evitano anche solo di citare, fu ottenuta dalla Missione Alloggio, responsabile della costruzione di alloggi sociali a prezzi regolati per le famiglie povere. Nel 2016 costruì 359000 abitazioni; in confronto, un Paese sviluppato come la Francia ha costruito nel 2015 109000 alloggi sociali. Vanno aggiunte 335000 unità riabilitate dalla Mision Barrio Nuevo Tricolor, elogiata dal famoso architetto Frank Gehry, autore tra l’altro del Museo Guggenheim di Bilbao e del Museo Louis Vuitton di Parigi. Al punto che chiese di parteciparvi. Quasi 700000 gli alloggi sociali costruiti o ristrutturati nel 2016. Un numero unico al mondo. Fin dall’inizio del mandato nel 2013, il Presidente Maduro ha consegnato case a quasi un milione e mezzo di famiglie a basso reddito. Un record mondiale ignorato da tutti i media ostili alla Rivoluzione Bolivariana. E molti dei suoi amici a volte dimenticano di menzionare.

Collegamenti internazionali
Ricordiamo, infine, alcune brillanti vittorie geopolitiche. Hanno impedito, ad esempio, all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), dominata da Washington, di condannare Caracas come voluto dal suo segretario generale Luis Almagro, che invocava la “Carta democratica” contro il Venezuela. O il successo del XVII vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM) del settembre 2016 nel Centro Congressuale Hugo Chavez sull’isola Margarita, alla presenza di molti capi di Stato e di governo, rappresentanti di 120 Paesi che espressero solidarietà al Venezuela. Infine, si ricordi il ruolo importante del Presidente Maduro, con numerosi viaggi internazionali, in questo contesto, e l’inaspettato successo dell’accordo tra Paesi OPEC e non OPEC per la riduzione concertata delle esportazioni di petrolio. Accordo firmato a fine novembre 2016, frenando il calo del prezzo del petrolio, a 24 dollari a gennaio, saliti oltre i 45 nel dicembre 2015.Note
1. Si veda Ignacio Ramonet, “Il Venezuela candente“, Le Monde diplomatique en español, gennaio 2016.
2. Vedasi BBC Mundo, 24 ottobre 2016
3. “L’articolo 72 della Costituzione del Venezuela afferma che il referendum revocatorio può avvenire dopo la prima metà del mandato presidenziale. Nel caso del mandato di Maduro, iniziato il 10 gennaio 2013 e che finirà il 10 gennaio 2019, il medio termine è 10 gennaio 2016. La confusione sulla data di convocazione del referendum può avvenire a causa del fatto che Hugo Chavez morì il 5 marzo 2013, prima di essere sostituito da Maduro. Ma secondo l’articolo 231 della Costituzione, il periodo presidenziale iniziò il 10 gennaio 2013 e non il 19 aprile. Vedasi la dichiarazione di Tibisay Lucena, Presidente del Consejo Nacional Electoral (CNE) il 9 agosto 2016.
4. Con l’arrivo graduale delle piogge a fine maggio, il livello della diga di Guri risalì e il presidente decretò, il 4 luglio, la fine del razionamento della luce.
5. Dal 1999, il governo bolivariano ha investito come nessun altro nell’agricoltura, con la priorità di aumentare la produzione locale. Il Venezuela è autosufficiente in patate, peperoni, pomodori, cipolle, aglio, sedano, yuca, auyama, lattuga, cavolo, coriandolo, limone, melone, quayaba, banane e altri. L’80% del riso è di origine nazionale. L’85% del formaggio e delle salsicce. Per quanto riguarda le importazioni di pollo e manzo sono solo il 24%. Sono il 15% per carote, lenticchie e ceci.
6. Vedasi Pasqualina Curcio Curcio, “La Mano visibile del Mercato. Guerra economica in Venezuela”, Nosotros Mismos Editorial, Caracas, 2016.
7. I 15 motori sono 1. Cibo. 2 Farmaci. 3 Industria. 4 Esportazioni. 5 Comunità economica, sociale e socialista. 6 Idrocarburi. 7 Petrolchimico. 8 Prodotti minerari. 9 Turismo nazionale ed internazionale. 10 Costruzioni. 11 Prodotti forestali. 12 Industria militare. 13 Telecomunicazioni e Informatica. 14 Banche pubbliche e private. 15 Industria di base.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora