L’isterismo neo-maccartista negli Stati Uniti

Andre Damon, World Socialist Web Site, 15 febbraio 2018

Dan Coats

L’audizione del comitato d’intelligence del Senato sulle “minacce globali e la sicurezza nazionale” è stata una dimostrazione d’isteria di destra intesa a promuovere l’affermazione che ogni opposizione sociale negli Stati Uniti sia il prodotto della sovversione straniera. Tale inganno viene avanzato per giustificare censura e repressione dello stato di polizia. Dalla caccia alle streghe maccartista degli anni ’50 il Congresso non vede una denuncia così violenta della presunta sovversione straniera. La Russia, secondo il direttore dell’Intelligence Nazionale Dan Coats, “ha percepito i suoi sforzi passati (nel manipolare le elezioni del 2016) come un successo e considera le elezioni a medio termine degli Stati Uniti del 2018 potenziale obiettivo“. È necessario “informare il popolo americano che ciò è reale”, proclamava Coats, e che “è necessaria resilienza per opporci e dire che non permetteremo ai russi di dirci come votare, come dovremmo gestire il nostro Paese”. Uno dopo l’altro, i senatori hanno spinto i funzionari dell’intelligence su presunti complotti russi e cinesi per “seminare divisioni” nella società statunitense, invitando le agenzie d’intelligence a collaborare con le aziende per censurare Internet e impedire la diffusione di “contenuti divisivi”. Gli studenti cinesi venivano denunciati come potenziali spie e sovversivi e gli statunitensi venivano istruiti a non comprare smartphone da compagnie cinesi. Tali accuse furono fatte senza la minima prova, perché semplicemente false. La pretesa dei bugiardi e truffatori di Capitol Hill è che gli Stati Uniti sarebbero una democrazia pacifica e sana se non fosse per le nefande operazioni di Vladimir Putin e Xi Jinping. L’assurdità di tale affermazione s’è vista ancora una volta quando a Parkland, in Florida, si svolse la 18.ma sparatoria in una scuola nelle sette settimane del 2018. Russia e Cina sono responsabili della decadenza sociale che produce tali atrocità con orribile regolarità?
La preoccupazione della classe dirigente statunitense non è la “sovversione” russa o cinese, ma la crescita dell’opposizione sociale negli Stati Uniti. La narrativa dell'”intromissione russa” viene usata per giustificare una campagna sistematica per censurare Internet e soppressione la libertà di parola. L’esibizione del senatore Mark Warner, democratico del comitato, fu particolarmente oscena. Warner, il cui patrimonio netto è stimato in 257 milioni di dollari, sembrava la migliore imitazione del senatore Joe McCarthy, dichiarando che la sovversione straniera opera ed è indistinguibile dalle “minacce alle nostre istituzioni… qui a casa“. Alludendo alla pubblicazione del cosiddetto memo di Nunes, che documentava il carattere fraudolento dell’indagine condotta dai democratici sulla “collusione” della Casa Bianca con la Russia, Warner osservava, “Ce ne sono alcuni, aiutati da bot e troll russi su Internet, che attaccano l’integrità di FBI e dipartimento di Giustizia“. Rispondendo a Warner, il direttore dell’FBI Christopher Wray elogiava il “maggiore” impegno e la “partnership” delle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti con i privati, concludendo, “Non possiamo controllare completamente i social media, quindi dobbiamo collaborare per poterli controllare“. Wray si riferiva alle misure radicali prese dalle compagnie dei social media, collaborando con le agenzie d’intelligence statunitensi per imporre la censura, anche assumendo decine di migliaia di “revisori dei contenuti”, molti dal passato nell’intelligence, per segnalare ed eliminarli.
L’attacco ai diritti democratici è sempre più collegato ai preparativi a una grande guerra, che aggraverà ulteriormente le tensioni sociali negli Stati Uniti. Coats aveva dichiarato che “il rischio di un conflitto tra Stati, anche grandi potenze, è più alto che mai dalla fine della Guerra Fredda“. Durante l’udienza, diverse agenzie riportavano che forse centinaia di contractor russi erano stati uccisi in un attacco aereo statunitense in Siria. Ciò poche settimane dopo la pubblicazione della strategia di difesa nazionale del Pentagono, che dichiara, “La competizione strategica tra Stati, non il terrorismo, è ora la principale preoccupazione per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti“. Tuttavia, le implicazioni di tale conflitto tra grandi potenze non sono solo esterne alla “patria” Stati Uniti. Il documento sostiene che “la patria non è più un santuario” e che “l’America è un bersaglio” della “sovversione politica e informativa delle “potenze revisioniste” Russia e Cina. Poiché “l’esercito statunitense non ha diritto innato alla vittoria sul campo di battaglia“, l’unico modo con cui gli Stati Uniti possono vincere è con la “perfetta integrazione di molteplici elementi del potere nazionale”, tra cui “informazione, economia, finanza, intelligence, forze dell’ordine e militari“. In altre parole, la supremazia statunitense nel nuovo conflitto mondiale tra grandi potenze richiede la subordinazione di ogni aspetto della vita alle esigenze belliche. In tale incubo totalitario, già molto avanzato, polizia, forze armate ed agenzie d’intelligence si uniscono alle aziende mediatiche e tecnologiche per formare un’unica entità, il cui potere deve manipolare l’opinione pubblica e sopprime il dissenso politico. Il carattere dittatoriale delle misure in preparazione appariva dallo scambio tra Wray e il senatore repubblicano Marco Rubio, che chiedeva se gli studenti cinesi fossero spie di Pechino. “Qual è il rischio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti dagli studenti cinesi, in particolare nei programmi avanzati di scienze e matematica?“, chiedeva Rubio. Wray rispose, “L’uso di fonti non tradizionali, specialmente in ambito accademico, che siano professori, scienziati, studenti, lo vediamo in quasi tutti gli uffici che l’FBI ha nel Paese, non solo nelle grandi città, anche nelle cittadine, in praticamente ogni disciplina”. Tale campagna, dalle sfumature razziste, richiama la difesa ufficiale della “sicurezza nazionale” usata per giustificare l’internamento di circa 120000 persone di origini giapponesi durante la Seconda guerra mondiale.
Nella lettera aperta per la coalizione dei siti socialisti, contro la guerra e progressisti contro la censura di Internet, il World Socialist Web Site notava che “La classe dominante ha identificato Internet come minaccia mortale al proprio monopolio dell’informazione e capacità di promuovere la propaganda bellica e la legittimazione dell’oscena concentrazione di ricchezza e dell’estrema disuguaglianza sociale”. È tale minaccia mortale, e la paura della crescita del conflitto di classe, a motivare bugie ed ipocrisia esibite all’audizione del Comitato sull’Intelligence del Senato.

Christopher Wray

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La tentazione neocon per l’impero universale

Dan Sanchez, 27 ottobre 2015Abbracciando il lato oscuro delle ambizioni galattiche
Quando Bill Kristol guarda i film Star Wars, tifa Impero Galattico. Il neocon ha recentemente causato caos sui social media della Forza quando ha twittato questa predilezione per il Lato Oscuro dopo il debutto del trailer finale di Star Wars: The Force Awakens. Kristol vede l’Impero come una sorta di estrapolazione galattica di ciò che da lungo tempo desidera abbiano gli Stati Uniti sulla Terra: ciò che ha definito “un’egemonia globale benevola”. Kristol, fondatore ed editore della rivista neoconservatrice The Weekly Standard, ha risposto a critici scandalizzati collegandosi a un saggio del 2002 del blog dello Standard che giustifica anche le peggiori atrocità di Darth Vader. In “The Case for the Empire”, Jonathan V. Last pose la tesi kristoliana secondo cui non si può fare un’omelette dell'”egemonia benevola” senza rompere qualche uovo. E se quelle uova rotte fossero dei civili, come lo zio e la zia di Luke Skywalker uccisi dagli imperiali nella loro casa sul pianeta arido di Tatooine, dall’aspetto mediorientale (girato in Tunisia)? Come discusso sinceramente, lo zio Owen e la zia Beru nascosero Luke e ospitarono i droidi fuggitivi R2D2 e C3P0; quindi erano “traditori” che aiutavano la ribellione e meritavano di essere giustiziati sul campo. Un anno dopo Kristol pubblicò il saggio di Last, un gran numero di civili furono uccisi dagli Stormtroopers imperiali statunitensi nell’arida terra mediorientale dell’Iraq, grazie in gran parte in parte all’influenza diretta di neocon come Kristol e Last. Quella guerra fu similmente giustificata in parte dalla falsa affermazione che il governante Sadam Husayn ospitasse e aiutasse i nemici terroristi dell’impero come Abu Musab al-Zarqawi. L’assedio col massacro di Falluja, uno dei più brutali episodi della guerra, è stato specificamente giustificato dalla falsa affermazione che la città ospitasse Zarqawi. In realtà, Sadam Husayn aveva emesso la condanna a morte di Zarqawi, che si nascondeva dalle forze di sicurezza irachene sotto l’egida protettrice dell’Aeronautica degli USA nella regione autonoma curda dell’Iraq. Fu solo dopo che l’Impero fece precipitare nel caos l’Iraq che la squadra di Zarqawi poté prosperare e diventare al-Qaida in Iraq (AQI). E dopo che l’Impero accelerò il caos in Siria, AQI divenne al-Qaida siriana (che conquistato buona parte della Siria) e SIIL (che conquistò gran parte di Siria e Iraq). E se l’omelette dell'”egemonia benevola” richiede la rottura di “uova” della dimensione di mondi interi, come l’alto ufficiale imperiale Wilhuff Tarkin fece con la Morte Nera annientando il pianeta Alderaan? Per la verità, infine, anche Alderaan probabilmente meritò quel destino, poiché potrebbe essere stato “un fronte dell’attività ribelle o almeno sede di molte altre spie e ribelli...” Costui sosteneva che la principessa Leila probabilmente mentiva quando disse al Comandante della Morte Nera che il pianeta non aveva “armi”.
Mentre Last stava scrivendo la sua apologia del genocidio globale, i suoi camerati neoconservatori discutevano senza prove di Sadam Husayn che mentiva dicendo che l’Iraq non aveva un programma di armi di distruzione di massa (WMD). Soprattutto su tale base, l’annientamento dell’intero Paese iniziò l’anno seguente. E un anno dopo, il presidente Bush interpretò una commedia sulla sua incapacità di trovare le armi di distruzione di massa irachene in una cena coi corrispondenti di radio e televisione. Gli hacker mediatici del pubblico, che avevano aiutato l’ossessiva amministrazione Bush dominata dai neocon, mentono sul Paese in guerra, ridendo a crepapelle mentre migliaia di cadaveri si accumulavano in Iraq e Arlington. Uno spettacolo così disgustoso di decadenza e degradazione imperiale non si vedeva forse da giochi gladiatori della Roma imperiale. Questa è la “benevolenza” egemonica e la “grandezza nazionale” su cui sbava Kristol. “Benevolente egemonia globale” fu coniato da Kristol e dal camerata neocon Robert Kagan nell’articolo su Foreign Affairs del 1996 “Verso una politica estera neo-reazionaria”. In quel saggio, Kristol e Kagan cercavano di vaccinare sia il movimento conservatore che la politica estera USA dall’isolazionismo di Pat Buchanan. La minaccia sovietica era scomparsa e la Guerra Fredda con essa. I neocon erano terrorizzati all’idea che il pubblico statunitense cogliesse al volo l’opportunità di deporre gli oneri imperiali. Kristol e Kagan esortarono i lettori a resistere a tale tentazione, ed invece a capitalizzare la nuova preminenza impareggiabile degli USA, facendoli diventare un grande poliziotto globale, ipervigilante, iperattivo. Il ritrovato predominio doveva dominare ovunque ed ogni volta possibile. In questo modo, eventuali futuri concorrenti sarebbero stroncati sul nascere, e il nuovo “momento unipolare” durare per sempre. Ciò che rendeva possibile tale sogno neocon era l’indifferenza della Russia post-sovietica. L’anno dopo la caduta del muro di Berlino, la guerra del Golfo persico contro l’Iraq fu il debutto dell'”azione di polizia” unipolare del “Team America, Polizia Mondiale”. Paul Wolfowitz, l’architetto neocon della guerra in Iraq, lo considerò una prova riuscita. Come Wesley Clark, ex-comandante supremo della NATO in Europa, ricordò: “Nel 1991, [Wolfowitz] era il sottosegretario alla Difesa per la politica, posizione numero 3 al Pentagono. E io ero andato a vederlo quando ero un generale a 1 stella, al comando del National Training Center. (…) E dissi: “Signor Segretario, dev’essere contento dell’esibizione delle truppe a Desert Storm”. E lui: “Sì, ma non proprio, perché la verità è che dovremmo esserci sbarazzati di Sadam Husayn, e non lo abbiamo fatto… Ma una cosa che abbiamo imparato è che possiamo usare i nostri militari nella regione, in Medio Oriente, e i sovietici non ci fermeranno. Abbiamo 5 o 10 anni per ripulire questi vecchi regimi clienti dei sovietici, Siria, Iran, Iraq, prima che la prossima grande superpotenza arrivi a sfidarci“.
L’articolo “Neo-reaganiani” del 1996 faceva parte di un’ondata di attività letteraria neocon di metà anni ’90. Nel 1995 Kristol e John Podhoretz fondarono The Weekly Standard col finanziamento del magnate dei media di destra Rupert Murdoch. Sempre nel 1996, David Wurmser scrisse un documento strategico per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Intitolato “Una sosta netta (A Clean Break): una nuova strategia per la protezione del regno”, co-firmato dai neocon e colleghi di Wurmser e futuri architetti della guerra in Iraq Richard Perle e Douglas Feith. “A Clean Break” chiese il cambio di regime in Iraq come “mezzo” per “indebolire, contenere e persino respingere la Siria”. La Siria stessa era un obiettivo perché “sfida Israele sul suolo libanese”. Principalmente ciò avviene assieme all’Iran, sostenendo il gruppo paramilitare Hezbollah, nato negli anni ’80 dalla resistenza all’occupazione israeliana del Libano, e che continuamente sminuisce le ambizioni di Israele in quel Paese. Più tardi, nello stesso anno, Wurmser scrisse un altro documento strategico, questa volta per la diffonderlo nei centri di potere statunitensi ed europei, intitolato “Far fronte agli Stati in rovina: una strategia di bilanciamento del potere occidentale ed israeliano nel Levante”. In “A Clean Break”, Wurmser aveva inquadrato il cambio di regime in Iraq e Siria come ambizioni regionali israeliane. In “Far Fronte”, Wurmser adattò il suo messaggio al pubblico occidentale rifondendo le stesse politiche in un quadro da Guerra Fredda. Wurmser descrisse il cambio di regime in Iraq e in Siria (entrambi governati da regimi baathisti) come “accelerare il crollo caotico” del nazionalismo arabo-laico in generale, e del baathismo in particolare. Era d’accordo con re Husayin di Giordania che “il fenomeno del Baathismo” era, fin dall’inizio, “un agente straniero, cioè della politica sovietica”. Naturalmente re Husayn era un po’ prevenuto dalla sua famiglia reale hashemita, che una volta governava Iraq e Siria. Wurmser sostenne che: “…la battaglia per l’Iraq rappresenta un tentativo disperato dei residuali alleati del blocco sovietico in Medio Oriente di bloccare l’estensione in Medio Oriente del crollo imminente che il resto del blocco sovietico affrontò nel 1989“. Wurmser derise ulteriormente il Baathismo in Iraq e in Siria come ideologia in uno Stato “fatiscente e senza il patrono sovietico” e “non più di una reliquia del nemico della Guerra Fredda in libertà vigilata”. Wurmser consigliò all’occidente di por fine alla miseria di questo avversario anacronistico, e così, in modo kristoliano, sospingere la vittoria della Guerra Fredda degli USA al culmine finale. Il baathismo doveva essere soppiantato da ciò che chiamò “opzione hashemita”. Dopo il caotico collasso, Iraq e Siria sarebbero stati nuovamente possedimenti hashemiti. Entrambi sarebbero stati dominati dalla casa reale della Giordania, che a sua volta appare dominata da Stati Uniti ed Israele. Wurmser osservò che la demolizione del Baathismo dev’essere la principale priorità nella regione. Il nazionalismo arabo-secolare non dovrebbe avere pace, nemmeno, aggiunse, per arginare la marea del fondamentalismo islamico. Così vediamo uno dei principali motivi per cui i neocon furono così grettamente anti-sovietici durante la Guerra Fredda. Non solo come post-trotzkisti, i neocon avevano risentimento verso Josif Stalin per aver assassinato Lev Trotzkij in Messico con un piccone. L’odio dei neocon-Prima Israele verso i sovietici era che, nelle varie dispute e conflitti che coinvolgevano Israele, la Russia si schierò coi regimi nazionalisti arabi laici dal 1953 in poi. I neoconservatori erano democratici nel governo Big War di Harry Truman e Henry “Scoop” Jackson. Dopo la guerra del Vietnam e l’ascesa della Nuova Sinistra contro la guerra, l’impegno del Partito Democratico per la Guerra Fredda diminuì, così i neocon disgustati si convertirono ai repubblicani. Secondo il giornalista investigativo Jim Lobe, i neocon ebbero il primo assaggio di potere nell’amministrazione Reagan, in cui posizioni erano occupate da neoconservatori come Wolfowitz, Perle, Elliot Abrams e Michael Ledeen. Erano particolarmente influenti durante il primo mandato di Reagan con rumor di sciabole, guerre clandestine e spese per la difesa dissolute che Kristol e Kagan ricordavano con affetto nel loro manifesto “Neo-reaganiano”. Fu allora che i neoconservatori stilarono la “Dottrina Reagan”. Secondo l’editorialista neoconservatore Charles Krauthammer, che ha coniato il termine nel 1985, la Dottrina Reagan era caratterizzata dal sostegno alle forze anticomuniste (in realtà spesso semplicemente antisinistra) nel mondo. Dato che il sostegno era clandestino, l’amministrazione Reagan fu in grado di aggirare la “Sindrome del Vietnam” e di proiettare potenza nonostante la costante stanchezza per la guerra del pubblico. (Fu lasciato al successore di Reagan, il primo presidente Bush, annunciare in seguito alla sua “splendida piccola” guerra del Golfo che, “per Dio, abbiamo preso a calci la sindrome del Vietnam una volta per tutte!“)
Operando di nascosto, i reaganiani potevano anche usare qualsiasi gruppo anticomunista che ritenessero utile, non importa quanto spietato e brutale fosse: dagli squadroni della morte dei Contra in Nicaragua ai mujahidin fondamentalisti islamici in Afghanistan. Abrams e Ledeen furono entrambi coinvolti nell’affare Iran-Contra, e Abrams fu condannato (anche se in seguito perdonato) per i crimini connessi. Il coautore di Kristol di “Neo-reaganiani”, Robert Kagan diede alla dottrina un’interpretazione ancora più ampia e ambiziosa nel suo libro A Twilight Struggle: “La dottrina Reagan fu ampiamente intesa nel senso di mero supporto alla guerriglia anticomunista che combatte contro i regimi filo-sovietici, ma fin dall’inizio la dottrina aveva un significato più ampio. Il sostegno ai guerriglieri anticomunisti era la conseguenza logica, non l’origine, di una politica di sostegno alla riforma o rivoluzione democratica ovunque, in Paesi governati da dittatori di destra così come da partiti comunisti“. Come questa descrizione rende evidente, la politica neocon, dagli anni ’80 ad oggi, è stata altrettanto fanatica, crociata e rivoluzionaria mondiale quanto il comunismo rosso lo era nella propaganda neocon del passato, e l’Islam nella propaganda neocon di oggi. I neocon attribuiscono alla belligeranza di Reagan la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Ma in realtà la guerra è la salvezza dello stato e la guerra fredda era la salvezza dello stato sovietico. I sovietici a lungo usarono la minaccia statunitense per spaventare il popolo russo mobilitandolo attorno allo Stato per chiedere protezione. Dopo che i neoconservatori persero forza nell’amministrazione Reagan verso “realisti” come George Schultz, iniziò la successiva distensione Reagan-Thatcher-Gorbaciov. Fu solo dopo che la distensione tolse l’atmosfera d’assedio russo e placò gli incubi nucleari esistenziali, che il popolo russo si sentì abbastanza sicuro da richiedere un cambio della guardia. Nel 1983, lo stesso anno in cui finì la prima trilogia di Star Wars, Reagan diffamò la Russia sovietica in un linguaggio che i fan di Star Wars avrebbero potuto comprendere definendolo “Impero del Male”. Anni dopo, avendo, nelle parole di Kristol, “sconfitto l’impero del male”, i neoconservatori che Reagan innalzò al potere iniziarono a chiedere a gran voce l’egemonia globale “neo-reaganiana”. E pochi anni dopo, gli stessi neoconservatori iniziarono ad indicare l’impero galattico da fantascienza che Reagan implicitamente paragonò ai sovietici come modello adorabile per gli USA! Rapidamente tornò a fiorire la letteraria neocon a metà degli anni ’90. Nel 1997, l’anno dopo aver scritto “Verso una politica estera neo-reazionaria”, Bill Kristol e Robert Kagan co-fondarono il Progetto per un nuovo secolo americano (PNAC). Il XX secolo è spesso chiamato “secolo americano”, in gran parte perché fu un secolo di guerre e “vittorie” statunitensi: le due guerre mondiali e la guerra fredda. I neoconservatori cercarono di assicurarsi che attraverso l’infinito esercizio della forza militare, l’egemonia globale statunitense raggiunta con quelle guerre sarebbe durasse altri cento anni, e che anche il 21° secolo sarebbe stato “americano”. La dichiarazione dei principi fondativi dell’organizzazione richiedeva “una politica reazionaria di forza militare e chiarezza morale” e si legge come un riassunto esecutivo del saggio “Neo-reaganiani” del duo fondatore. Fu firmato da neocon come Wolfowitz, Abrams, Norman Podhoretz e Frank Gaffney; da futuri funzionari dell’amministrazione Bush come Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Lewis “Scooter” Libby; e da altri alleati neocon, come Jeb Bush. Sebbene il PNAC abbia chiesto interventi dalla Serbia (per ridurre l’influenza russa in Europa) a Taiwan (per rallentare l’influenza cinese in Asia), la principale preoccupazione era di avviare la ristrutturazione del Medio Oriente immaginata in “A Clean Break” e “Far Fronte”, sostenendo il primo passo: cambio di regime in Iraq. Le parti più rilevanti di questo sforzo furono due “lettere aperte” pubblicate nel 1998, una a gennaio indirizzata al presidente Bill Clinton, e un’altra a maggio indirizzata ai leader del Congresso. Come con la dichiarazione di principi, PNAC poté raccogliere firme per queste lettere da una vasta gamma di luminari politici, inclusi neocon (come Perle), alleati dei neocon (come John Bolton) e altri non neocon (come James Woolsey e Robert Zoellick). Le lettere aperte definivano l’Iraq “una minaccia in Medio Oriente più grave di qualsiasi altra che mai conosciuta dalla fine della Guerra Fredda”, e sostenne tale ridicola affermazione con le ormai familiari accuse a Sadam che costruiva un programma per le ADM. Grazie in gran parte alla pressione del PNAC, il cambio di regime in Iraq divenne la politica ufficiale degli Stati Uniti ad ottobre, quando il Congresso passò, e il presidente Clinton firmò, l’Iraq Liberation Act del 1998. (Si noti la nomea di “umanitario interventista” di Clinton, nonostante la politica dalle origini conservatrici guerrafondaie).
Dopo che la Corte Suprema consegnò a George W. Bush la presidenza, i neocon tornarono sulla sella imperiale nel 2001: giusto in tempo per far diventare realtà il loro “Project for a New American Century” di “Egemonia Globale Neo-reaganiana”. Il primo ordine del giorno, naturalmente, fu l’Iraq. Ma alcuni fastidiosi funzionari della sicurezza nazionale non stavano seguendo il programma e continuavano a cercare di distrarre l’amministrazione con la preoccupazione di personaggi come Usama bin Ladin e la sua al-Qaida. Apparentemente lavoravano all’idea pedestre che il loro compito fosse proteggere il popolo statunitense e non conquistare il mondo. Ad esempio, quando il capo antiterrorismo del Consiglio di sicurezza nazionale Richard Clarke diede freneticamente l’allarme su un imminente attacco terroristico contro gli USA, Wolfowitz non capiva. Come ricorda Clarke, l’allora Vicesegretario alla Difesa obiettò: “Semplicemente non capisco perché parliamo solo di questo uomo, bin Ladin“. Clarke l’informò che: “parliamo di una rete di organizzazioni terroristiche denominata al-Qaida, guidata da bin Ladin, e ne parliamo perché rappresenta da sola una minaccia immediata e seria agli Stati Uniti“. Questo semplicemente non rientrava nella visione del mondo dei neocon che guidava Wolfowitz, che rispose: “Beh, ce ne sono anche altri che lo fanno, almeno altrettanto. Il terrorismo iracheno per esempio”. E come Peter Beinhart ha recentemente scritto: “Durante lo stesso periodo (2001), anche la CIA dava l’allarme. Secondo Kurt Eichenwald, ex-reporter del New York Times che ebbe accesso ai Daily Briefs preparati dalle agenzie d’intelligence per il presidente Bush nella primavera ed estate 2001, la CIA dichiarò alla Casa Bianca il 1° maggio che “un gruppo attualmente negli Stati Uniti pianificava un attacco terroristico”. Il 22 giugno, il Daily Brief avvertiva che gli attacchi di al-Qaida potrebbero essere “imminenti”. Ma gli stessi funzionari del dipartimento della Difesa che ascoltarono gli avvertimenti di Clarke si scagliarono contro la CIA. Secondo le fonti di Eichenwald, “i capi neoconservatori che avevano recentemente assunto il potere al Pentagono avvertivando la Casa Bianca che la CIA era stata ingannata; secondo questa teoria, Bin Ladin semplicemente fingeva di pianificare un attacco per distrarre l’amministrazione da Sadam Husayn, che i neoconservatori vedevano come minaccia maggiore“. Quando Clarke e la CIA attirarono l’attenzione dell’amministrazione Bush, era troppo tardi per seguire uno qualsiasi dei chiari indizi che avrebbero potuto essere seguiti per impedire gli attacchi dell’11 settembre. Gli attacchi terroristici di fondamentalisti sunniti, per lo più sauditi, non si adattano all’agenda neoconservatrice sui regimi nazionalisti arabi laici di Iraq e Siria e della Repubblica sciita iraniana, specialmente perché nemici mortali di tipi come bin Ladin. Ma gli aggressori erano, come gli iracheni, una specie di musulmani provenienti dall’area generale del Medio Oriente. E questo andava abbastanza bene per il governo idiocratico statunitense. Essendo fin da giovani consumati dal lavorio da parte dello stato, la maggior parte degli statunitensi è così istupidito ed insicuri che una relazione così insignificante, accresciuta da qualche “intelligence” inventata, era più che sufficiente per far precipitare la spettrale mandria statunitense a sostegno della guerra in Iraq. Come disse una volta Benjamin Netanyahu, “gli USA sono una cosa che potete gestire facilmente“. Se guidare il Paese in guerra fosse facile o no, c’erano solo le mani dei neocon sulla plancia. Al Pentagono c’erano Wolfowitz e Perle, con Perle-ammiratore di Rumsfeld come Segretario della Difesa. Feith era anche alla Difesa, dove creò due nuovi uffici con lo scopo speciale di spacciare “intelligence” per collegare Sadam ad al-Qaida e tessere fantasiose foto di programmi segreti delle ADM irachene. Lo stesso Wurmser lavorò in uno di tali uffici, seguito da collaborazioni con lo Stato che aiutava l’alleato dei neocon Bolton, e nell’ufficio del Vicepresidente amico dei neocon Cheney, insieme a Scooter Libby. Il condannato per l’Iran-Contra Abrams era al Consiglio di sicurezza nazionale, aiutando Condoleezza Rice. E Kristol e Kagan diedero l’assalto sui media e i pensatoi. E ci riuscirono. Wurmser finalmente ottenne il suo “caotico collasso” dell’Iraq. E Kristol alla fine ebbe la sua invincibile, irresistibile egemonia iperattiva che incombeva sul mondo come la Morte Nera. Il lancinante impero statunitense post-9/11 ebbe persino il ringhioso Dick Cheney col suo Imperatore Palpatine a preparare gli statunitensi ad accettare le torture dicendo: “Dobbiamo anche lavorare, comunque, in un certo senso, se volete“.
La guerra in Iraq finì per ritorcersi contro i neocon. Si creò un nuovo regime a Baghdad che non era più favorevole verso Israele e molto più favorevole nei confronti dei nemici d’Israele, Iran e Siria. Ma la cosa importante era che la Morte Nera du Kristol fu lanciata in orbita. Finché era ancora in modalità proattiva, non c’era nulla che i neocon non potessero risolvere con la sua terribile potenza. Questo sembrava vero anche durante la presidenza Obama. Oltre a Iraq e Afghanistan, sotto Obama la Morte Nera statunitense demolì Yemen e Somalia, ed anche Siria e Libia, dove continua il piano di Wurmser per accelerare il crollo caotico del nazionalismo arabo-secolare. Gruppi terroristici islamici, tra cui al-Qaida e ISIS, prosperavano in quel caos, ma la Morte Nera statunitense fino ad oggi ha aderito alla de-priorizzazione della minaccia islamista di Wurmser. Come diceva Yoda, “La paura è la via per il Lato Oscuro“. I neocon poterono usare la paura generata dal massiccio attacco terroristico islamico per perseguire la loro vendetta sanguinaria contro i nazionalisti arabi laici, anche a beneficio dei fondamentalisti islamici che ci hanno attaccato, perché anche dopo 12 anni gli statunitensi sono ancora troppo bigotti e ignari per distinguere i due gruppi. Inoltre, Obama andò oltre le ambizioni regionali di Wurmser e adempì ai sogni trafficati di Kristol sull’egemonia globale in misura molto maggiore di quanto Bush non abbia mai fatto. Per placare i generali e i mercanti di armi preoccupati per il possibile ritiro dai teatri iracheno e afgano, Obama lanciò il “perno” imperiale in Asia e l’invasione furtiva dell’Africa. Il ritiro fu interrotto, ma i “perni” continentali rimasero. Così le pretese di Obama a presidente di pace contribuirono a rendere il suo regime il più ambiziosamente imperialista e mondialista che la storia abbia mai visto. Ma i neocon potrebbero aver esagerato con la loro sparatoria dalla Morte Nera, perché un’altra grande potenza ora sembra decisa a fermarla. E chi attacca l’impero del male dei neocon? Nient’altro che l’originale “Impero del Male”: la vecchia nemesi dei neocon, la Russia.
Nel 2013, Putin ha frustrato diplomaticamente il tentativo dei neocon di dare il colpo di grazia al regime siriano con una guerra aerea statunitense. Poco dopo, la moglie di Robert Kagan, Victoria Nuland, strappò l’Ucraina dalla sfera d’influenza della Russia organizzando un sanguinoso colpo di Stato a Kiev. Putin contrastò annettendo senza scrupoli la provincia ucraina della Crimea. Seguì una guerra per procura tra la giunta militare e occidentale finanziata dagli Stati Uniti a Kiev e i separatisti filo-russi nell’est del Paese. Gli Stati Uniti continuano ad intervenire in Siria, sponsorizzando pesantemente un’insurrezione dominata da estremisti come al-Qaida e SIIL. Ma recentemente, la Russia decideva d’intervenire militarmente. All’improvviso, la lezione di Wolfowitz della Guerra del Golfo andava in fumo. I neocon non possono fare militarmente ciò che vogliono in Medio Oriente e credere che la Russia rimanesse ferma. All’improvviso l’arrogante sogno di Wolfowitz/Wurmser di sgretolare ed eliminare i “vecchi regimi clienti sovietici” e le “reliquie dei nemici della guerra fredda” è andato perduto. Putin decideva che la Siria sarebbe stata una “reliquia della Guerra Fredda” trasformata in parco giochi dei terroristi di troppo. L’ingresso della Russia in Siria ha messo in crisi tutti i piani dei neocon. Lavorando per distruggere al-Qaida e SIIL, invece di fare finta, come Stati Uniti e loro alleati, la Russia minaccia di eliminare lo spauracchio, le cui buffonate brutali trasmesse su Live Leak rinnovano continuamente negli statunitensi il terrore che alimenta la guerra dell’11 settembre. E dopo che Putin tolse l’opzione dell’attacco aereo degli Stati Uniti, al-Qaida e SIIL erano gli strumenti più potenti dei neoconservatori per far cadere il regime siriano. E ora la Russia minacciava di portar via anche questi giocattoli.
Se Hezbollah e Iran, con la copertura aerea della Russia, riusciranno a salvare ciò che resta della Siria dagli psicopatici salafiti, avranno più prestigio che mai in Siria e Libano, ed Israele potrebbe non poter dominare i suoi vicini settentrionali. I neocon sono lividi. Dopo i conflitti in Siria e Ucraina nel 2013, avevano già iniziato a denigrare Putin. Ora la demonizzazione è accelerata. Un esempio di tale ambiente era l’articolo di Matthew Continetti nel sito neocon che pubblica, The Washington Free Beacon. Intitolato “Dottrina Reagan per il Ventunesimo Secolo”, ovviamente intende seguire “Verso una politica estera neo-reazionaria” di Kristol e Kagan. A quanto pare, l'”impero del male” russo non è stato sconfitto, dopo tutto: ha solo dormito. E così il manifesto reaganiano aggiornato di Continetti è sottotitolato, “Come affrontare Vladimir Putin”. Le forze armate statunitensi potrebbero essere sconcertate in tutto il pianeta, come un colosso gonfio e ubriaco. Eppure, Continetti ancora diligentemente spaccia tutti i tropismi kristoliani sulla necessità dell’assertività militare (più bellicosità da ubriachezza), massiccia spesa per la difesa (più gonfiore) e “nuovo secolo americano”. Il reaganismo è necessario ora come nel 1996, confessa: infatti, lo è doppiamente, la Russia è riemersa come: “…la peggiore minaccia militare ed ideologica ali Stati Uniti e all’ordine mondiale che hanno costruito per decenni come garante della sicurezza internazionale“. Giusto, guardate tutta questa sicurezza che germoglia dai bombardamenti che gli Stati Uniti hanno fatto in gran parte del mondo. Oh aspettate no, quelli sono terroristi. Il bimbominkia Continetti, collaboratore del Weekly Standard, è piuttosto l’apprendista Sith di Lord Kristol, a giudicare dalla sua ardente fede nel dogma “Egemonia Globale Benevolente”. In effetti, condivide persino l’entusiasmo di Lord Kristol per “Egemonia Galattica Benevolente”. Fu Continetti a dare il via alla recente pantomima su Star Wars/politica estera quando twittò: “Faccio il tifo per l’Impero dal 1983“. Ciò suscitò la risposta concomitante da Kristol, che è ciò che ha reso twitter twitter. Naturalmente l’intera faccenda era probabilmente un sceneggiata coordinata tra i due neocon. Sfortunatamente per loro, demonizzare Putin sulla Siria non è facile come demonizzare Putin sull’Ucraina. Con l’Ucraina, c’è stata una narrativa abbastanza semplice (anche se falsa) per costruire una grande Russia prepotente e una perdente disgraziata Ucraina. Tuttavia, è piuttosto difficile tenere a bada il fatto che la Russia attacchi al-Qaida e SIIL, insieme a tutti gli alleati jihadisti addestrati dalla CIA che si trovano nelle vicinanze. Ed è sconvenientemente sconveniente che la dirigenza della politica estera degli Stati Uniti sia così deformata nell’attaccare la Russia che bombarda i nemici del popolo statunitense, anche se ciò salva un dittatore che alla maggior parte degli statunitensi non interessa. E ora la sfrenata e popolare carta da joker Donald Trump che scatena lo sgradito buon senso sulle sue legioni di seguaci su come retrocedere e lasciare che la Russia bombardi i terroristi anti-americani sia meglio che iniziare la terza guerra mondiale. E questo oltre al fatto che Trump sgonfia la campagna di Jeb Bush gettando ombra sull’eredità neocon di suo fratello, dai fallimenti dell’11 settembre alla disastrosa decisione di cambiare il regime in Iraq. E il pupazzo dei neocon Marco Rubio, che in realtà ha adottato “A New American Century” come suo slogan elettorale, non fa alcun progresso contro Trump. E il coinvolgimento della Russia in Siria continua a peggiorare per i neocon. Washington minacciava di ritirare il sostegno al governo iracheno se avesse accettato l’aiuto della Russia contro lo SIIL. L’Iraq comunque accettava l’aiuto russo. Baghdad inviava anche le milizie a combattere sotto la protezione aerea russa a fianco delle forze siriane, iraniane e di Hezbollah. Persino la Giordania, forza preferita nei sogni d’Israele di dominio regionale, iniziava a coordinarsi con la Russia, nonostante i miliardi di dollari all’anno di aiuti annuali da Washington. Ci sei Giordania?!
Apparentemente non ci sono abbastanza banconote della Federal Reserve nell’immaginazione di Janet Yellen per pagare Iraq e Giordania affinché tollerino un vita in mezzo a una tempesta di binladinite. E cosa farà Washington se l’intera regione avrà legami più stretti con la Russia? Cosa faranno gli statunitensi al riguardo? Un colpo di Stato in Giordania? Spenderanno più sangue e soldi per rovesciare lo stesso governo iracheno per cui abbiamo già perso sangue e denaro? Iniziare una guerra suicida con la Russia nucleare? E i sogni imperiali dei neocon si disgregano anche di fuori delle zone di guerra. Il nuovo Primo Ministro del Canada ha appena annunciato che si ritirerà dalla guerra statunitense nel Levante. L’Europa vuole scendere a compromessi con la Russia sia in Ucraina che in Siria, e questa volontà crescerà con la crisi dei rifugiati che sta affrontando. Obama ha stretto un accordo nucleare con l’Iran e ha iniziato la detenzione con Cuba. E, peggio di tutto, per i neocon, l’occupazione israeliana della Palestina viene delegittimata dal movimento BDS e dalle immagini della sua brutalità che si diffondono sui social media, insieme alle traduzioni della sua odiosa retorica. I neocon hanno morso più di quanto possono masticare e il loro impero galattico cade a pezzi prima ancora di poter conquistare completamente il primo pianeta. Quasi tutti gli imperi finiscono a causa dell’eccessiva estensione. Se persone coraggiose da Ottawa a Baghdad dicono semplicemente “basta” entro un breve lasso di tempo, è sperabile che questo impero si dissolva pacificamente come fece l’impero sovietico, lasciando intatta la sua civiltà ospite, invece di trascinarla nel dimenticatoio insieme come l’impero romano. Ma attenzione, il partito della guerra imperiale non se ne andrà silenziosamente in una notte, a meno che noi, loro base fiscale nazionale, non insistiamo sul fatto che non c’è altra via. Se, nella disperazione, iniziano a dire cose come altri stivali sul terreno, ripristinare la leva, o dichiarare la Terza Guerra Mondiale a Russia ed alleati mediorientali, dobbiamo opporci fermamente, dicendo quanto segue: “No. Non avrai mio figlio per le tue guerre. E non abbandoneremo più la nostra libertà. Non cederemo più a un regime guidato da una cricca di neocon che minaccia di estinguere la razza umana. La vostre fantasia di potere da impero universale è finita. Lasciate perdere. Oppure, come fece Anakin quando l’imperatore venne per suo figlio, scaglieremo la vostra tirannia nell’abisso”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Totalitarismo liberale e diversione di Trump

Ajamu Baraka, Global Research 3 febbraio 2018Il circo politico in corso nella capitale dell’impero più potente del mondo si apre quasi quotidianamente con un nuovo atto che da una dimostrazione sempre più bizzarra e rivelatrice del marciume interno di una cultura e di un sistema politico in declino. Il giorno prima del primo discorso sullo stato dell’Unione di Donald Trump, il dramma del Russia-gate prendeva una svolta inaspettata e pericolosa col voto del Comitato d’Intelligence della Camera per rilasciare un memo ora classificato che sostiene che i dirigenti del Federal Bureau of Investigations (FBI) avrebbero ingannato l’US Foreign Intelligence Surveillance Court (tribunale FISA) per ottenere un mandato per impegnare ciò che i repubblicani affermano essere uno sforzo politicamente motivato per spiare la campagna di Trump, prima delle elezioni del 2016, e tentare d’indebolirne la presidenza. I democratici neoliberisti di destra impegnatisi in una vigorosa difesa delle agenzie d’intelligence dello Stato sono preoccupati dall’eventuale ricaduta pubblica. Sostengono che i repubblicani minacciano deliberatamente la fiducia nelle istituzioni statunitensi con accuse irresponsabili che sostengono la crescente percezione dell’opinione pubblica secondo cui governo ed individui nelle istituzioni governative siano intrinsecamente corrotti. I repubblicani ora si riferiscono a questo come “FBI-gate” e contro i democratici facendo appello alla dubbia idea che l’FBI sia una specie di forza politica neutrale popolata da irreprensibili, che non s’impegnerebbero mai nella cruda partigianeria asserita dai repubblicani al Congresso. Persino i congressisti del Black Caucus, l’unico caucus tradizionalmente sempre diffidente nei confronti dell’FBI per i suoi noti abusi contro gli attivisti neri, tra cui il Rev. Dr. Martin Luther King, Jr, sostengono tale istituzione e il suo ex-direttore Robert Mueller. La nuova favola su integrità e neutralità dell’FBI si basa sul presupposto che la maggioranza del pubblico abbia dimenticato o non sappia della famigerata storia dell’FBI e del suo fondatore, J. Edgar Hoover, simpatizzante razzista antisemita e fascista, che condivise il suo ossessivo anticomunismo e antisemitismo con Heinrich Himmler, capo della Gestapo di Hitler, con cui corrispose personalmente e mantenne tra la corrispondenza dell’FBI fino alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia nel 1939. Come polizia politica della nazione, l’FBI fu al centro della repressione e della manipolazione politica per decenni. Dall’inizio della carriera di Hoover come assistente speciale del Procuratore generale A. Mitchell Palmer, quando a Hoover fu data la responsabilità di pianificare ed eseguire le famigerate “incursioni Palmer” in cui migliaia di persone furono arrestate in ventitré Stati per “attività sovversive”, al ruolo dell’FBI nel primo periodo della repressione di McCarthy, negli anni ’50, fino al programma COINTELPRO contro il movimento contro la guerra, di liberazione dei neri e per i diritti civili. La raccolta di informazioni e il ruolo controinsurrezionale dell’FBI furono coerenti.
Quando la storia e il ruolo dell’FBI sono oggettivamente intesi come componente centrale dell’apparato repressivo dello Stato, non è inverosimile accettare il senso del messaggio dell’agosto 2016 Peter Strzock, direttore della divisione controspionaggio dell’FBI, inviato a Lisa Page, funzionaria di alto livello con cui era sentimentalmente legato. In questo messaggio, è chiaro che Strzock pensava che fosse prudente sviluppare una strategia per indebolire la presidenza Trump, anche quando la possibilità che Trump venisse eletto sembrava impossibile a molti. Strzock citava in un SMS per Page su un dispositivo sicuro: “Voglio credere alla strada che hai indicato di prendere in considerazione nell’ufficio di Andy, che non è possibile che Trump venga eletto, ma temo che non possiamo correre questo rischio. È come una polizza assicurativa nell’improbabile evento in cui muori prima di 40 anni”. Questa citazione rivela due cose: (1) il pensiero di individui che detengono il potere istituzionale ed esperti nell’uso del potere istituzionale “extra-democratico”, o ciò che alcuni definiscono potere dello Stato profondo; e (2) la logica specifica per adottare ciò che sembra un classico piano del controspionaggio per influenzare, manipolare e controllare un processo politico, in questo caso l’elezione per la presidenza degli Stati Uniti. In risposta alle informazioni sul memorandum e alle accuse esplosive sulla disonestà del governo, il rappresentante Adam Schiff, membro del Partito democratico al Comitato d’Intelligence della Camera, fece la ridicola affermazione che il voto per rilasciare il memo “politicizza il processo dell’intelligence”. Forse Schiff sperava che il pubblico avesse dimenticato tutti i casi d’intelligence politicizzata prodotti a sostegno della risoluzione del Golfo del Tonchino fino all’esistenza di armi di distruzione di massa che giustificasse il disastroso attacco all’Iraq. Ma ciò di cui Schiff e certi repubblicani si preoccupano è come il pubblico risponda all’esistenza dello sforzo massiccio e coordinato per imporre un potere politico non eletto. Sono preoccupati dalla portata del coordinamento tra Stato ed elementi finanziari e aziendali svelando la realtà nascosta di come il potere reale venga esercitato a Washington e nel centro finanziario di New York, potere dietro i meccanismi atrofizzati della responsabilità e del controllo democratici.Oltre il circo: rafforzare i meccanismi ideologici e politici del dominio
È ironico, o forse solo un riflesso del potere della propaganda, che ora diventa evidente mentre l’attenzione della gente è mobilitata e diretta su fittizie fonti estere dell’interferenza elettorale da parte dei russi, che i veri colpevoli che minano una democrazia limitata esistono da sempre negli Stati Uniti e sono in bella vista. Sono coloro che hanno autorizzato l’estensione della sezione FISA 702 che consente allo Stato di raccogliere le comunicazioni dei cittadini statunitensi e persino di accedere ai database di aziende come Google per raccogliere informazioni senza un mandato. Hanno supportato l’adozione delle disposizioni “Controversia sulla propaganda straniera e la legge sulla disinformazione” della Legge sull’autorizzazione alla difesa nazionale del 2017 (NDAA), tra gli ultimi atti legislativi di Obama. Rimasero in silenzio mentre il governo perseguiva i whistleblower con lo Spionage Act, che giustificava l’estensione della sorveglianza della National Security Agency (NSA) e s’invocava la testa dell’ex-contraente federale divenuto informatore Edward Snowden. Pensano che sia una buona idea che Facebook imponga controlli “contro l’espressione” e che Google aggiusti gli algoritmi per seppellire siti alternativi e fonti di analisi “radicali”. E mentre Trump è un utile idiota dello Stato Profondo, è importante identificare chiaramente le forze che guidano tale processo dandogli legittimità politica, i liberali democratici!
Nonostante le false notizie sulla prosperità economica uscite dal discorso sullo stato dell’Unione di Trump, i membri più perspicaci e “responsabili” dell’élite al potere riconoscono il potenziale esplosivo della reale opposizione all’agenda delle élite e comprendono che la crisi di fiducia e legittimità del sistema continuerà ad aggravarsi. Il riconoscimento di ciò ha portato elementi della classe dirigente ad unirsi in un’area molto importante, la “sicurezza nazionale interna”. Ciò non riguarda la minaccia degli “attacchi terroristici” o altre minacce fisiche, ma la sicurezza che la classe dominante tenta di acquisire per sé rafforzando l’apparato statale repressivo contro il popolo. Usando il dono del “Russiagate” portato dai democratici, lo Stato, in collaborazione con l’industria della comunicazione capitalista, tenta di rafforzare la presa ideologica sul pubblico limitandogli le informazioni disponibili. La destra neoliberale ha sempre capito molto meglio della sinistra cosa intendesse il rivoluzionario cubano José Marti quando affermava che “le trincee delle idee sono più potenti delle armi“.
Quindi, mentre siamo intrattenuti dalla teatralità di Trump e rabbrividiamo di orrore dopo la sua ultima farsa, le vere forze del totalitarismo operano proprio sotto i nostri occhi, normalizzando la dittatura capitalista nel nome della difesa della libertà.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il primo assassinio della CIA: George Polk

Constantine Report 17 dicembre 2012La CIA ha perso i dati sul reporter della CBS assassinato in Grecia nel 1948 e ha distrutto i relativi dossier FOIA
Washington DC, 10 agosto 2007 – La Central Intelligence Agency ha perso i documenti relativi alle indagini sul misterioso omicidio nel 1948 del reporter della CBS George Polk e ne ha distrutto il dossier delle richieste FOIA per i documenti su Polk, secondo una lettera dell’Archivista degli Stati Uniti Allen Weinstein. Nel giugno 2006, l’Archivio chiese alla CIA e agli Archivi nazionali d’indagare sulla possibilità che la CIA avesse perso o distrutto i dati sul caso Polk. Polk, reporter della CBS in Grecia al culmine della guerra civile tra sinistra e destra, fu assassinato da ignoti nel 1948. Su richiesta dei membri della famiglia Polk, l’Archivio della sicurezza nazionale aveva chiesto alla CIA di riesaminare i documenti sul caso, rilasciati negli anni ’90. La CIA trovò una serie di documenti da riesaminare, ma nel dicembre 2005 informò l’Archivio che nove documenti, comprese le note del direttore dell’Agenzia, furono distrutti. Secondo la lettera di Scott Koch, coordinatore delle informazioni e della privacy della CIA, “i documenti originali erano stati distrutti in conformità coi registri degli archivi e degli archivi nazionali approvati“. Fu la risposta della CIA a spingere il direttore dell’Archivio nazionale della sicurezza Thomas S. Blanton a scrivere lettere all’Archivista degli Stati Uniti e all’Ispettore Generale della Central Intelligence Agency chiedendogli d’indagare sulla distruzione dei documenti sul caso Polk. La settimana scorsa, il dott. Weinstein informava l’Archivio della sicurezza nazionale che la CIA “non è in grado di localizzare i documenti originali o le informazioni sulla loro disposizione”. Come spiega la lettera, il fascicolo FOIA della CIA venne distrutto secondo il programma delle registrazioni; ciò che è scomparso sono le copie originali dei documenti relativi a Polk (e qualsiasi raccolta a cui appartenessero). Che la CIA abbia stabilito che i documenti non possono essere trovati (e potrebbero esser stati distrutti) pone domande preoccupanti sulla politica di conservazione dei dati storici della CIA. Perché la CIA perde ciò che sarebbe stata documentazione permanente? Se i documenti su Polk facevano parte di un sistema di documenti distrutti, quali altri dati storicamente significativi non esistono più? Che anche il dossier FOIA, contenente copie dei documenti ora mancanti, sia stato distrutto pone domande su tale prassi standard delle agenzie federali.

The Polk Conspiracy: omicidio e copertura nel caso di George Polk, corrispondente della CBS News
The George Polk Awards for Investigative Journalism, 2004
Sono passati più di 40 anni da quando il corrispondente radiofonico della CBS George Polk fu assassinato a Salonicco, in Grecia. Ma come Kati Marton mostra nel suo avvincente nuovo resoconto del caso Polk, vita e morte di questo giovane reporter incarnano tuttora la lotta tra giornalisti impegnati a scoprire la verità e i governi decisi a manipolarla. Polk morì nel maggio 1948, apparentemente vittima della guerra civile tra un’oligarchia insolitamente di estrema destra e veterani guerriglieri di sinistra guidati dal Partito Comunista greco. Il suo omicidio pose un potenziale problema diplomatico. Nel tentativo di contenere il comunismo, gli Stati Uniti con la dottrina Truman si erano gettati in sostegno alla destra greca. Da inviato Polk aveva documentato senza timore brutalità e corruzione dell’élite greca, nonostante le minacce di morte anonime e la contrarietà espressa dai funzionari statunitensi. Se si scopriva che il giornalista fu assassinato su ordine del regime greco, si sarebbe indebolito il sostegno interno alla politica degli Stati Uniti. La morte di Polk portò a diverse indagini, una diretta dall’editorialista Walter Lippmann e una dal generale William (“Wild Bill”) Donovan, ex-capo dell’OSS. Anche FBI e CIA furono coinvolti. Un sospetto fu finalmente trovato dalla polizia greca e una “confessione” estorta (con la tortura, come in seguito si scoprì). In un processo farsa, il sospetto testimoniò (il falso, come conferma Morton) di aver aiutato i guerriglieri comunisti a uccidere Polk. Lippmann e Donovan, che conoscevano la realtà, furono contenti di tale risultato politicamente utile. Ma i dubbi sul caso Polk persistettero. Nel 1977, il colonnello James Kellis, investigatore statunitense improvvisamente rimosso dal caso nel 1948 per volere dei diplomatici ad Atene e Washington, giurò in una dichiarazione che la morte di Polk fu organizzata da “un pugno di fanatici di destra e dai loro alleati inglesi“, e che i funzionari statunitensi l’avevano insabbiato. Questa è una conclusione che Marton sostiene nell’avvincente cronaca. Attingendo a lettere, diari, interviste e documenti governativi precedentemente classificati, penetra anche nei bizantinismi dei “servizi di sicurezza legali, paralegali e illegali” greci e statunitensi, coinvolti nel caso. I capitoli sul misterioso furto dei documenti su Polk dopo la sua morte danno al libro ritmo e trama di un thriller di spionaggio. The Polk Conspiracy è anche sorprendentemente attuale. Ancora una volta gli Stati Uniti sono coinvolti in un conflitto estero; ancora una volta il dipartimento di Stato e l’esercito fanno un tentativo, in nome della sicurezza nazionale, di controllare le notizie. Sebbene George Polk appartenga a un’epoca più innocente del giornalismo statunitense, rimane un modello di coraggio, idealismo e schietta onestà. William Bowles

George Polk e lo scrittore antifascista George Seldes
Fu un evento importante nella storia dal dopoguerra dei media statunitensi, eppure l’omicidio in Grecia di George Polk della CBS, nel maggio 1948, generò sorprendentemente pochi articoli e libri. Ho letto solo parte di questa letteratura: e non vi ho mai sentito menzionare il contributo necessariamente anonimo di Polk al notevole settimanale di George Seldes, IN FACT, alla fine di marzo 1948. Iniziai a studiare il caso nel tentativo di comprendere l’acquiescenza della stampa statunitense alle numerose e ovvie bizzarrie avanzate dal rapporto Warren; e a meglio misurare il coraggio di Richard Starnes scrivendo “L’arrogante CIA disobbedisce agli ordini in Vietnam” (Washington Daily News, 2 ottobre 1963, p.3). È quasi inutile dire che lo studio del caso Polk non ridusse mai la mia meraviglia per la pura e intrepida sanguinaria mente di Scripps-Howard… Interessante, il caso fu gestito dallo studio legale di New York di William Donovan, il primo e unico capo dell’OSS. poi la responsabilità della causa ricadde su un giovane avvocato di nome William Egan Colby, futuro direttore della CIA. I titani della stampa statunitense, Lippmann, Morrow, Paley e altri, sostennero vergognosamente e senza eccezioni la successiva ripulitura ufficiale, compreso arresto e processo-farsa di un “comunista”. L’esempio del destino di Polk non fu sicuramente ignorato dai giornalisti statunitensi in patria e all’estero: sarebbe interessante sapere in che misura aiutò a prosciugare il segreto flusso dei contributi della stampa meanstream degli USA alla pubblicazione di Seldes. Education Forum

Assassinio
Il governo greco è ora nelle mani di monarchici ed ex-fascisti. Quasi ogni giorno uccide numerosi ex-aderenti all’Esercito di Liberazione. Queste vittime del fascismo non sono comunisti. The NY Herald Tribune, uno dei pochi a riportare la verità sulla Grecia, titola: l’ultima serie di arresti, deportazioni ed esecuzioni è “il risultato dell’interpretazione della dottrina Truman da parte del governo greco“, riferisce il corrispondente di NYHT Homer Bigart. Finché gli inglesi avevano il controllo, il governo monarchico-fascista si asteneva dall’infiammare l’opinione pubblica mondiale uccidendo membri della forza di liberazione; ora che l’ambasciata e la missione militare degli Stati Uniti consigliano Atene, il governo procede alle esecuzioni. Il NYHT è uno dei pochi giornali ad aver denunciato questi omicidi. La maggior parte della stampa statunitense è silente quando gli antifascisti sono le vittime.

L’ambasciata USA mente
Il giorno in cui l’ambasciata degli Stati Uniti dichiarò che “c’è vera libertà di stampa in Grecia oggi come negli Stati Uniti“, il governo greco incarcerava due redattori “socialisti (ma anticomunisti)” secondo il NYHT, che aggiunge che i “crimini” addebitatigli “furono commessi contro le forze di occupazione nazifasciste italo-tedesche” anni prima. Naturalmente è possibile, ma non probabile, che la dichiarazione dell’ambasciata USA non sia una smentita, ma ironia sulla stampa statunitense, che è al 99% reazionaria, seguendo la linea NAM al 95% contraria al New Deal e al benessere generale per il popolo; o semplicemente “libera” come la stampa greca.

William Donovan

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Come Wall Street ha salvato i nazisti

Jerry Meldon, Consortium 6 giugno 2013Verso la fine della seconda guerra mondiale, la collaborazione segreta tra la spia statunitense Allen Dulles e gli ufficiali delle SS naziste permise a molti criminali di guerra tedeschi di sfuggire ai procedimenti giudiziari posizionandosi per alimentare le tensioni del dopoguerra tra gli ex-alleati Stati Uniti e Unione Sovietica. In questo modo, i vecchi nazisti, aiutati da Dulles e altri ex-avvocati di Wall Street, impedirono un’accurata denazificazione della Germania e misero il timbro del Terzo Reich su decenni di atrocità durante la Guerra Fredda, diffondendo le brutali tecniche degli squadroni della morte, in particolare nell’America Latina. Sebbene la generazione della Seconda Guerra Mondiale sia passata di scena e la Guerra Fredda sia finita da più di due decenni, le conseguenze delle azioni di Dulles negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale ancora riecheggiano in Germania. Uno dei postumi fu avvertito in un tribunale di Monaco lo scorso mese, con l’apertura del processo a Beate Zschape, neonazista di 38 anni accusata di complicità in due attentati, 15 rapine in banca e dieci omicidi tra il 2000 e il 2007 della cellula terroristica “National Socialist Underground” (NSU). Due membri della banda si uccisero per evitare l’arresto prima che Zschape ne indicasse il nascondiglio e si consegnasse nel novembre 2011. Ma la storia precedente non è meno inquietante. Nove delle dieci vittime della NSU erano immigrati, otto turchi e un greco. Tutti uccisi con un’esecuzione con la stessa pistola Browning Ceska. Eppure ci volle più di un decennio alla polizia e all’agenzia d’intelligence interna della Germania, l’Ufficio per la protezione della Costituzione (BFV), per collegare i punti tra gli omicidi e il necrofilo sottobosco neo-nazista xenofobo in Germania.

Sfondo inquietante
Ma la domanda è se le connessioni mancate derivino da incompetenza o complicità. L’estate scorsa, in seguito a notizie sulla massiccia distruzione di dossier del BFV sugli estremisti di destra, il capo dell’agenzia rassegnava le dimissioni. Poi a novembre, Der Spiegel riportò: “Quattro commissioni parlamentari analizzano il lavoro delle forze dell’ordine. Quattro capidipartimento hanno già rassegnato le dimissioni. I fallimenti del governo nella lotta ai terroristi di destra hanno gettato il BFV nella peggiore crisi da quando fu… istituito nella Germania postbellica per fermare proprio l’estremismo che permise ai nazisti di salire al potere negli anni ’30. La scoperta della NSU e dei suoi crimini scosse il sistema fino al midollo. “Più segreti vengono alla luce, più diventa chiaro quanto estesamente le agenzie d’intelligence si siano infiltrate nei gruppi estremisti di destra. Il trio di neonazisti che componeva la NSU era circondato da informatori collegati al BFV. Una delle grandi domande è se il BFV abbia effettivamente rafforzato i gruppi di destra militanti“. Il modo in cui il BFV operava intrecciandosi coi neonazisti, mentre presumibilmente li controllava, non è del tutto sorprendente alla luce delle circostanze sulla nascita del BFV. Le prime elezioni parlamentari della Germania ovest nel 1950 portarono alla cancelleria Konrad Adenauer, fedele sostenitore del partito dell’attuale cancelliera Angela Merkel, la conservatrice Unione Cristiana Democratica (CDU). Quando Adenauer nominò Hans Globke suo segretario di Stato, il cancelliere della Germania ovest posò le carte sul tavolo. Il passato oscuro di Globke incluse il servizio in guerra alla guida dell’Ufficio per gli Affari Ebraici del Ministero dell’Interno nazista. Redasse le famigerate leggi di Norimberga per la protezione del sangue tedesco e scrisse il “Commentario” che pose le basi del genocidio. Il ministro dell’Interno che firmò le Leggi di Norimberga, Wilhelm Frick, fu condannato a morte a Norimberga e impiccato nell’ottobre 1946. Anche Globke era colpevole, avendo fatto carriera durante il dominio nazista. Il suo diretto superiore, il Consigliere giuridico del Ministero dell’Interno Bernard Loesner, si dimise dopo la decisione di Hitler di procedere allo sterminio degli ebrei europei. Quando Loesner si dimise, Globke intensificò e guidò la Soluzione Finale. Ma a Globke fu risparmiato non solo il destino dei camerati processati a Norimberga, ma divenne figura importante nel plasmare la Germania occidentale del dopoguerra. Nel 1961, The New Germany and the Old Nazis, di TH Tetens, economista tedesco che lavorava per la Commissione per i crimini di guerra degli Stati Uniti, osservò che Globke controllava ogni dipartimento del governo della Germania occidentale e “fece più di chiunque altro nel nazificare la Germania occidentale“.

Adenauer e Globke

Ex-nazisti ovunque
Der Spiegel rivisitò l’argomento in un articolo del marzo 2012 intitolato “Il ruolo degli ex-nazisti nella nascita della Germania ovest“, riferendo che due dozzine di ministri del governo, un presidente e un cancelliere erano appartenuti ad organizzazioni naziste. L’articolo riportava che gli storici stavano analizzando i voluminosi dossier del BFV. “Determinare quanti funzionari della dittatura nazista si nascondono sotto le spoglie dei servizi segreti interni nel passato della Repubblica federale” e se “la protezione di una costituzione giovane e ottimista fosse nelle mani di ex-nazionalsocialisti”. Lo storico di Berlino Michael Wildt raccontò a Der Spiegel di essere convinto che polizia e servizi segreti del dopoguerra fossero infiltrati da ex-nazisti. Intere amministrazioni e agenzie governative, disse, “coprivano, negavano e reprimevano” la loro torbida storia che evocò il seguente mea culpa dello staff di Der Spiegel: “È un’accusa che non si applica solo ai politici e ai dipendenti pubblici, almeno non nei primi anni della repubblica. Membri dei media, tra cui Spiegel, si sono dimostrati riluttanti o incapaci di dare l’allarme. Questo non sorprende, dato il numero di ex-nazisti arrivati negli uffici editoriali“. L’autore TH Tetens notava l’ironia di Globke, “l’ex-amministratore chiave della Soluzione finale, aveva il pieno controllo dell’Ufficio per la protezione della Costituzione“. Se fosse vissuto abbastanza a lungo, Tetens avrebbe potuto suggerire che il BFV venisse ribattezzato Ufficio per la protezione dei neonazisti. Tetens poteva anche sentirsi giustificato dai documenti della CIA rilasciati di recente che descrivono un’altra branca dell’intelligence tedesca controllata da Globke, la vasta rete di spionaggio dell’ex-zar di Adolf Hitler tenente-generale Reinhard Gehlen, alias “Gehlen Organization“, alias “The Gehlen Org” o semplicemente “Org“. Fino al 1955, quando la Germania occidentale divenne uno Stato sovrano, la Gehlen Org operò nominalmente sotto l’egida di James Critchfield della CIA che ne comprava l’intelligence. In realtà, Gehlen gestì l’Org dalla sua creazione nel 1946 fino al pensionamento nel 1968. Nel 1956, l’Org divenne ufficialmente il servizio d’intelligence estero della Germania e fu ribattezzato Bundesnachrichtendienst (BND). Recentemente, il BND ha declassificato i dossier per ripulirsi le origini postbelliche. I documenti rilasciati fino ad oggi da BND e CIA confermano il sospetto che, almeno negli anni di Gehlen, l’Org/BND fosse poco più di un’operazione di “pecore immerse nel sangue” degli Stati Uniti per i nazisti fuggiaschi.La connessione degli Stati Uniti
E questa storia inquietante risale addirittura ai giorni della Seconda Guerra Mondiale quando l’agenzia d’intelligence statunitense, Office of Strategic Services, cadde sotto il controllo di un gruppo di avvocati di Wall Street che vide il mondo col grigio morale degli affari, misurando più che giusto e sbagliato i dollari e i centesimi. Nell’introduzione a The Old Boys: The American Elite and Origins of the CIA, l’autore Burton Hersh identifica questo comune denominatore: “Nel 1941 (l’anno dell’entrata in guerra degli USA), un antitrust straordinariamente agile di New York chiamato William “Wild Bill” Donovan indusse Franklin Roosevelt a sottoscrivere la prima entità d’intelligence, l’Ufficio del coordinatore delle informazioni (OCI). La professione di Donovan era rilevante, e non era un caso che tutti e tre i protagonisti principali, Bill Donovan, Allen Dulles e Frank Wisner, avessero uno status grazie ad importanti partnership con Wall Street. La fazione che guidavano (OCI) cedette nel 1942 all’OSS. Da quel momento un servizio di spionaggio orientato verso l’impiego dei civili sarebbe stato in cima alla lista dei desideri dell’emergente élite del potere statunitense“. Questi avvocati di Wall Street, convertitisi in spie, portarono il loro relativismo morale e il loro ardore per il capitalismo aggressivo nel processo decisionale nella Seconda guerra mondiale. Così crearono una porta per i criminali di guerra nazisti che, dopo la schiacciante sconfitta della Germania nella battaglia di Stalingrado, nel febbraio 1943, capirono il futuro del Terzo Reich e iniziarono a fare le loro scommesse. Mentre la guerra sarebbe durata altri due anni, migliaia di loro presero provvedimenti per eludere i processi nel dopoguerra, in parte organizzandosi una protezione con ufficiali inglesi e statunitensi, la cui maggioranza prestava servizio nelle agenzie d’intelligence dell’esercito statunitense e dell’OSS civile, precursore della CIA. Il capo delle spie dell’OSS Allen Dulles giocò al gioco nazista nella primavera 1945, quando le forze sovietiche, inglesi e statunitensi convergevano su Berlino. Dulles s’impegnò in negoziati per la resa separata delle forze tedesche in Italia col generale delle SS Wolff. A quanto pare, Dulles non era infastidito dal fatto che Wolff, come molti suoi camerati delle SS, fosse un grande criminale di guerra. Dal settembre 1943, quando l’Italia si ritirò dall’Asse e fece pace con gli Alleati, le truppe di Wolff commisero in media 165 crimini di guerra al giorno eseguendone gli ordini per liquidare la Resistenza italiana e terrorizzarne i sostenitori. (Nel 1964 un giudice tedesco condannò Wolff a 15 anni di prigione per vari crimini di guerra, tra cui l’ordine di deportazione di 300000 ebrei dal ghetto di Varsavia al campo di sterminio di Treblinka).

Gehlen

Dipanando la rete
Inizialmente, Dulles incontrò Wolff sfidando gli ordini del morente presidente Franklin D. Roosevelt. I contatti furono anche all’insaputa del leader sovietico Josif Stalin, il cui esercito non solo aveva cambiato le sorti della guerra a Stalingrado, ma sosteneva la maggior parte dei combattimenti. Mentre il Terzo Reich di Hitler si avvicinava alla fine, sei divisioni tedesche su sette erano schierate contro l’Armata Rossa. Infine, Dulles ottenne l’autorizzazione di ciò che aveva il nome in codice “Operazione Sunrise”, ma la sua determinazione a concludere un accordo con Wolff non si fermò ai negoziati. Quando la Resistenza italiana tese una trappola al generale Wolff, Dulles lo salvò in ciò che il collega dell’OSS (e futuro giudice della Corte Suprema) Arthur Goldberg descrisse come tradimento. Inoltre, quando le spie sovietiche comunicarono a Stalin i contatti Dulles-Wolff che continuavano anche quando l’Armata Rossa aveva subito 300000 perdite in tre settimane, la conseguente reazione giocò nel piano di sopravvivenza di Hitler. Disperato nel sostenere il morale dell’esercito in rovina, Der Fuehrer s’impadronì del dissenso tra le fila degli Alleati. Fece ai suoi generali il seguente discorso d’incoraggiamento (come trascritto in The Politics of War di Gabriel Kolko): “Gli stati che sono ora nostri nemici sono i più grandi opposti che esistano sulla terra: Stati ultra-capitalisti da una parte e Stati ultra-marxisti dall’altra. I loro obiettivi divergono ogni giorno e chiunque può vedere come crescano queste antitesi. Se possiamo assestare all’alleanza un paio di colpi duri, il fronte comune costruito artificialmente potrebbe crollare con potente fragore in qualsiasi momento“. In effetti, la resa di Wolff a Dulles avrebbe potuto essere il tentativo di salvare la pelle ed aiutare Hitler a spaccare il “fronte comune costruito artificialmente“. Anche il valore complessivo delle trattative di Dulles verso la fine della guerra era dubbio. Meno di una settimana prima che l’armistizio ponesse fine alla guerra in Europa, Dulles offrì agli ufficiali nazisti un affare vantaggioso, lasciare che un milione di combattenti tedeschi si arrendesse alle forze anglo-statunitensi il 2 maggio 1945, piuttosto che ai sovietici. Cedendo ad inglesi e statunitensi, la maggior parte di questi tedeschi non solo evitò un duro trattamento da parte dei sovietici, ma alti ufficiali nazisti approfittarono della rapida svolta dell’amministrazione Truman dall’alleanza di guerra con Stalin allo scontro da guerra fredda con Mosca. I consiglieri fermamente anticomunisti del presidente Harry Truman, come il segretario di Stato James Byrnes, persuasero Truman a farla finita con l’impegno di FDR alla completa denazificazione della Germania postbellica, con una serie di decisioni che permisero a migliaia di criminali di guerra di evitare la giustizia ed assumere posizioni chiave nel nuovo governo della Germania ovest.

Verso la guerra fredda
Tuttavia, l’uso dei nazisti da parte delle agenzie d’intelligence statunitensi ebbe l’ulteriore pericoloso effetto di lasciare che i nazisti influenzassero come gli Stati Uniti percepissero gli ex-alleati di Mosca. Washington formulò gran parte delle prime politiche sulla guerra fredda secondo le informazioni delle intenzioni di Mosca originate dagli agenti spuri di Gehlen. Questi malfamati perpetratori di soluzioni finali includevano:
– Willie Krichbaum, a quanto si dice, il miglior reclutatore delle Gehlen Org. Come ufficiale della Gestapo nell’Europa sudorientale, Krichbaum gestì la deportazione di 300000 ebrei ungheresi per lo sterminio.
– Franz Six, ex-preside di Facoltà dell’Università di Berlino e supervisore immediato di Adolf Eichmann nella sezione Lotta ideologica dell’apparato di sicurezza delle SS. Nel 1941, secondo un rapporto che scrisse (che Christopher Simpson cita in Blowback: Il primo resoconto del reclutamento statunitensi di nazisti, e suo effetto disastroso sulla nostra politica interna ed estera), un gruppo di commando SS guidato da sei persone uccise 200 persone nella città sovietica di Smolensk, “tra cui 38 intellettuali ebrei”. Ricercato per crimini di guerra, Six si unì alla Gehlen Org nel 1946, ma in seguito fu tradito da un ex-ufficiale delle SS che lavorava sotto copertura per una rete USA/Regno Unito che perseguiva i nazisti latitanti. Nel 1948, un tribunale militare statunitense lo condannò a 20 anni per crimini di guerra come l’omicidio. Dopo aver scontato quattro anni, fu graziato da John McCloy, altro avvocato di Wall Street che aveva la carica di Alto Commissario USA per la Germania. Six poi aderì all’Org.
– capitano della Gestapo Klaus Barbie, il famigerato “Macellaio di Lione”, fuggì attraverso le cosiddette “linee dei ratti” in Sud America, dove lavorò coi servizi segreti di destra e organizzò il sostegno neonazista ai colpi di Stato contro i governi riformisti, incluso il “golpe della cocaina” del 1980 in Bolivia. Dopo decenni di diffusione di tecniche naziste in America Latina, Barbie fu arrestato ed estradato in Francia dove fu condannato all’ergastolo nel 1984 per aver ordinato la deportazione di 44 orfani ebrei nel campo di sterminio di Auschwitz
– colonnello delle SS Walter Rauff, che evitò il processo per lo sviluppo dei furgoni a gas e averne amministrato il dispiegamento per assassinare circa 250000 europei dell’est, in maggioranza donne e bambini ebrei. La presenza di Rauff è interessante perché, come capo dell’intelligence delle SS a Milano nel 1945, era il collegamento del generale Wolff con Allen Dulles. Secondo un editoriale del Boston Globe del 1984 dell’ex-avvocato del dipartimento di Giustizia John Loftus, Rauff, dopo aver svolto il suo ruolo nell’operazione Sunrise, si consegnò di nascosto e disse agli agenti del Counter-Intelligence Corps (CIC) dell’esercito statunitense che aveva fatto “accordi con Dulles per evitare ulteriori spargimenti di sangue a Milano”.
Secondo Loftus, Dulles “promise che nessuno dei negoziatori della resa sarebbe mai stato processato come criminale di guerra. Quando Truman e Stalin scoprirono ciò che Dulles fece, vi furono ordini indignati di sopprimere Sunrise, ma Dulles andò comunque avanti, con la riluttante partecipazione di Truman. Dulles mantenne l’accordo e Rauff fu rilasciato“. Christopher Simpson conferma in Blowback che “Ognuno degli ufficiali delle SS coinvolti nell’operazione Sunrise evitò la punizione nonostante fossero grandi criminali di guerra. Un tribunale militare statunitense provò che il capo dell’intelligence delle SS Walter Schellenberg contribuì a catturare e sterminare gli ebrei di Francia. Fu condannato, ma poco dopo venne graziato su ordine dell’Alto Commissario USA per la Germania, John McCloy… Wolff fu condannato al “termine” nel processo di denazificazione inglese nel 1949, poi rilasciato senza obiezioni dalle autorità statunitensi. Quindici anni dopo, un tribunale della Germania occidentale processò Wolff una seconda volta. Fu condannato per l’omicidio di 300000 persone, la maggior parte ebrei, e per aver sovrinteso la presenza delle SS nei programmi dei lavori forzati“.

Fuggire in America Latina
Tuttavia, quando la guerra finì, né il programma di reclutamento della Gehlen Org né le sentenze di clemenza di McCloy, avvocato di Wall Street, erano iniziate, lasciando decine di migliaia di criminali di guerra cercare disperatamente di trasferirsi in avamposti sicuri all’estero. Il colonnello delle SS Rauff ebbe la fortuna di avere gli agganci giusti. In Unholy Trinity: Vatican, nazis and soviet intelligence, il giornalista investigativo australiano Mark Aarons e l’ex-avvocato del dipartimento di Giustizia Loftus ricostruiscono come Rauff divenne l’agente di viaggio dei genocidi. Poco dopo che i negoziati per la resa Wolff/Dulles finirono con successo il 29 aprile 1945, Rauff fu arrestato da statunitensi non identificati e consegnato a un’unità dell’OSS guidata da James Angleton, il futuro capo del controspionaggio della CIA. Dalla descrizione di Aaron e Loftus, la squadra di Angleton sembra avesse rintracciato i comunisti italiani clandestini che sarebbero stati coerenti con la politica postbellica di Washington verso i leader di sinistra della Resistenza, dai partigiani europei ai vietnamiti di Ho Chi Minh, indipendentemente dal peso del contributo alla causa alleata. La squadra di Angleton, secondo quanto riferito, interrogò Rauff a lungo, probabilmente su ciò che sapeva quando eseguiva gli ordini di Wolff per liquidare la Resistenza. Dopo che il team di Angleton lo liberò, Rauff contattò il camerata ex-SS Friederich Schwendt, che era già sul libro paga del Corpo di controspionaggio dell’esercito statunotense (CIC) e, come lo stesso Rauff, era ricercato per omicidio. Schwendt era anche un maestro contraffattore. Riciclò i suoi prodotti attraverso le banche, ottenendo in cambio valuta occidentale legittima; in effetti, in tre anni Rauff poté fornire a migliaia di criminali di guerra false identità e biglietti di sola andata per il Sud America. Rauff si ritrovò in Cile, dove in seguito avrebbe riferito di aver consigliato la spietata polizia segreta del generale Augusto Pinochet. Allen Dulles divenne direttore della CIA dal 1953 al 1961. Sotto la sua guida, la CIA rovesciò governi democraticamente eletti in Iran (1953) e Guatemala (1954) e li sostituì con dittature antidemocratiche. Finora, nessuno dei due Paesi ha completamente riacquistato le basi democratiche. Dopo la disastrosa invasione della Baia dei Porci nel 1961, il presidente John F. Kennedy licenziò Dulles, ma non si allontanò dai centri di potere. Dopo l’assassinio di JFK, due anni dopo, il presidente Lyndon B. Johnson chiese a Dulles di aderire alla Commissione Warren sull’omicidio Kennedy. Dulles morì il 29 gennaio 1969. Tuttavia, ancora oggi, sette decenni dopo che Dulles aprì le porte alla collaborazione degli Stati Uniti coi criminali di guerra nazisti, la sua decisione continua a infettare le azioni del governo nel mondo.

Dulles e Kennedy

Jerry Meldon, professore associato di ingegneria chimica presso la Tufts University di Medford, nel Massachusetts, è il traduttore inglese di The Great Heroin Coup, del giornalista danese Henrik Kruger e collaboratore di ConsortiumNews.com.

Traduzione di Alessandro Lattanzio