“Grandi Rischi”

Grandi Rischi

Ecco perché costruire un Partito Comunista Italiano è tempo perso

Alessandro Lattanzio, 7/6/2016

Togliatti-638x425La più grossa battaglia di nazionalizzazioni in Italia è stata quella dell’energia elettrica con il centro-sinistra, ma non direi nemmeno che si stato un nostro cavallo di battaglia. Lo fu piuttosto di Riccardo Lombardi e della sinistra socialista. Eravamo ben d’accordo, intendiamoci, ma non è che ci siamo sentiti obbligati perché le nazionalizzazioni erano un cardine di tutto il sistema sovietico! Noi non abbiamo mai sostenuto una programmazione centralizzata del tipo di quella sovietica. Anche quando in Italia è venuta in campo la questione della programmazione, ci siamo mossi sempre con molta attenzione: la nostra parola d’ordine fu quella della programmazione democratica”. Alessandro Natta intervistato da Mario Spinella in “Togliatti protagonista della democrazia italiana”, Il Calendario del Popolo, n° 567, luglio 1993.
“Programmazione democratica”, ovvero concordare la politica economica italiana con FIAT, Pirelli, Riva, ecc. ecc. Ecco questo era il Partito Comunista Italiano, senza orpelli. La programmazione economica, secondo Togliatti e Natta, non era compito del partito comunista italiano. Quindi, cosa rendeva ‘comunista’ tale partito, allora? Non ci è data la risposta, perché appunto il controllo dell’economia, della macroeconomia a livello statale è ciò che caratterizza un partito comunista, e non le relative fisime moraliste su “le mani pulite” o la propria “diversità”, come andavano strombazzando i vari gerarchi berlingueriani e post-berlingueriani negli anni ’80 e ’90. Prodromi del cretinismo anti-berlusconico dell’Italia forco-bacchettona dei Moretti-Travaglio. Una volta rinunciato a controllare la leva economica di una realtà, un partito comunista non può più esistere. Quindi è stato logico abbandonare un titolo ingannevole, che pur tuttavia continua ad ingannare a tutt’oggi. E infatti, il 26 giugno a Bologna verrebbe, nientedimeno, ricreato il Partito Comunista Italiano, in risposta alla frantumazione della sinistra italiana (qualsiasi cosa sia tale sinistra). Infatti, chi appare entusiasta della cosa, infilerebbe nel “partito comunista italiano” un po’ di tutto: Fassina, Airaudo, Partito Comunista di Rizzo, SEL, Rifondazione, Sinistra Italiana, Partito Comunista dei Lavoratori, le liste civetta di ciò che resta del PRC e del PdCI e perfino un redivivo Partito Comunista d’Italia… Ripetendo l’errore che fu del Partito Comunista nel 1921, e poi di Rifondazione Comunista nel 1991: creare dei partiti comunisti rappattumando frazioni e fazioni politiche provenienti da svariate e divergenti forze politiche: anarchici, socialisti, socialdemocratici, pacifisti, liberali radicali, ecc. Tutte forze che non si compattarono mai, se non per mano amministrativa esterna durante il trionfo dello stalinismo. Ma oggi, voler ripetere tali esperienze, con l’illusione di ricreare un “Partito Comunista Italiano” percepito in modo a-storico e mitologico, senza conoscerne la vera storia (Bordiga, chi era costui? Il settario della demonologia gramsciano-togliattiana o ben altro?) e la funzione autentica che il PCI svolse in Italia (sostegno al grande capitale monopolistico italiano, da Agnelli a Berlusconi…) può solo comportare l’eterno ripetersi delle solite catastrofi “non immaginabili” nel 1989, e delle solite farse “non immaginabili” come il bertinottismo trionfante degli anni 1993-2009.
barattoCome ho già detto, un eventuale ‘comunismo italiano’ è esistito nel 1943-1948. Poi vi fu solo un partito che esibiva un ‘brand’ in occasioni elettorali. Un ‘brand’ il cui valore in Italia era sorretto dal prestigio dell’Unione Sovietica presso i militanti di base, i lavoratori, ecc. Ma a cui i quadri e i dirigenti del PCI sostanzialmente non credevano. E quando crollò il Blocco Sovietico, i capi e i quadri del PCI furono sollevati; finalmente poterono liberamente e apertamente proclamare integralmente ciò che avevano adottato solo nella prassi da sempre, una politica filo-capitalista, liberale o financo liberista. Una linea politica che avevano attuato pienamente con le Cooperative, ad esempio costruendo nei primi anni ’80 la base missilistica statunitense di Comiso… passo concretamente politico-economico adottato dai vertici del PCI, dopo le berlingueriane sparate alla vasellina su “La fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre” e “la sicurezza che da l’ombrello della NATO”, propedeutiche appunto, allo sganciamento finanziario definitivo dall’URSS e all’adesione ai succosi contratti con la NATO, nel fatidico anno 1978. E quindi, con la Bolognina della testa di turco Occhetto, l’apparato burocratico-imprenditoriale piccista poté sbarazzarsi della zavorra marxista o comunista, e procedere apertamente e con pieno sollievo ad attuare a livello nazionale ciò che faceva da decenni a livello locale. Punto. Il PCI non poteva non trasformarsi nel PDS, e oggi nel PD. Togliatti non poteva che generare Berlinguer e Napolitano, e Berlinguer e Napolitano non potevano che generare i Veltroni, i Dalema, i Vendola, i Renzi e i Fassina…
Il resto, i resti, dell’illusione spezzata, il milione circa di votanti fedeli al defunto PCI, confluirono con le altre sinistre fallimentari italiane (dal Manifesto a DP) nella cloaca sterilizzante del Partito della Rifondazione Comunista, un campo di sterminio per gli ultimi sostenitori dell’ideologia e della cultura comunista e/o marxista, o presunta tale. Il risultato è quello che si vede oggi, uno sfarfallio di microsette e partitini elettorali di quartiere che non avranno mai alcun peso, soprattutto perché espressioni di segmenti ideologici che neanche hanno idea di cosa sia stato il proprio passato, la propria storia.
Errare è umano, ma perseverare… è da cretini.Partito_Comunista_Italiano_-_Walter_Veltroni_+_Achille_Occhetto

La vera storia (o quasi) del Risorgimento

 

Siria: l’occidente prepara il suo piano B!

Nahed Hattar, Global Research, 2 giugno 2013

L’eterna vigilanza è l’impossibile prezzo della libertà [Guerra agli invisibili/Erik Frank Russell].  Impossibile? Restiamo vigili! [NdT].

484375L’ex vicepresidente del Consiglio dei ministri per l’economia siriano Abdullah al-Dardari si prepara ad avere un ruolo politico nella “Siria del dopoguerra!” Al-Dardari ha abbandonato il tacito sostegno ai gruppi armati, e si offre di coordinare un programma di finanziamento [da più di venti miliardi di dollari] per la ricostruzione della Siria nel dopoguerra; un progetto presentato come “Piano Marshall per la Siria“, in riferimento al piano omonimo che supportò la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale. [1] Da funzionario internazionale [2] al-Dardari ha incontrato il Presidente Bashar al-Assad, il quale, secondo testimonianze di personalità giordane, non avrebbe prestato alcuna attenzione al piano e l’avrebbe rifiutato non appena gli è stato direttamente chiesto un parere al riguardo. Fonti della stampa hanno riferito che la reazione di alcuni circoli diplomatici occidentali è stata dichiarare che “Assad non ha potere di veto sul gruppo guidato da al-Dardari, nel quadro dei regolamenti interni!“. La cosa importante non è al-Dardari. La cosa importante è che il progetto che annuncia comincia a prendere forma negli ambienti economici occidentali e nei circoli della finanza, probabilmente in stretta collusione con i loro omologhi arabi e siriani.
Il progetto o “Piano B” è stato ideato dopo l’inevitabile sconfitta politica e militare del piano precedente [3] per rovesciare il governo siriano. La sua attuazione è solo agli inizi e i suoi ideatori sperano di approfittare dell’esaurimento inflitto al governo siriano sfruttandone il bisogno di riconciliazione interna e di ricostruzione accelerata, permettendo all’occidente, agli Stati Uniti, ai Paesi del Golfo e alla Turchia di “rovesciare economicamente la Siria!” Un’inversione che dovrebbe portare al controllo delle sue risorse e ricchezze attraverso l’imposizione di un “sistema neo-liberale” su tutto il territorio e tutti i settori: la privatizzazione su larga scala, la liberalizzazione del mercato e della circolazione dei capitali, la concentrazione degli investimenti stranieri nei settori più redditizi, quali infrastrutture, immobiliare, turismo e finanza. Le ben note conseguenze di un tale approccio sono il debito, il deficit di bilancio, la distruzione delle istituzioni industriali e artigianali, lo smantellamento della produzione agraria e, pertanto, la trasformazione della Siria in uno Stato dallo sviluppo nazionale in uno “Stato compradore” che perde la sua relativa indipendenza economica, con tutto ciò che comporta la resa totale alle forze del neoliberismo e a tutto ciò che esso genera, come la corruzione che l’accompagna! Pertanto, la dipendenza economica inevitabilmente ne minerebbe l’indipendenza politica. Ed è naturale che una tale dinamica, alimentata dal capitalismo globale e dalla sua cricca nei Paesi del Golfo, possa portera alla “disintegrazione” delle costanti politiche siriane, quali il finanziamento e l’equipaggiamento dell’esercito nazionale, la sua resistenza politica e militare all’occupazione delle alture del Golan, il suo sostegno alla resistenza libanese e palestinese… Insomma, la politica siriana verrebbe disintegrata! Infine, attraverso gli obblighi economici del Piano Marshall si pretenderebbe da Damasco ciò che non si può imporre con la forza delle armi e delle sanzioni. Tuttavia, ha il merito di sottolineare l’unico aspetto positivo di questo approccio verso “la Siria del dopoguerra”, il tacito riconoscimenti che l’opzione della guerra è superata ed è ormai inevitabile affrontare il governo del presidente Bashar al-Assad… utilizzando delle tentazioni seducenti!
Qui, chiedo alla leadership siriana di ricordare quanto segue:
In primo luogo, l’attuazione parziale delle politiche di privatizzazione e di apertura economica verso l’occidente, gli Stati del Golfo e la Turchia, di cui al-Dardari fu il principale artefice quando  incaricato esercitò il controllo sulle politiche e le decisioni economiche della Siria dal 2005; è stata la causa principale che ha privato il governo siriano della sua base sociale tradizionale. Contadini, artigiani e lavoratori furono gravemente colpiti dallo “shock neoliberista” nella seconda metà del decennio scorso. E’ infatti dal 2005 che sono apparse le peggiori manifestazioni di povertà,  disoccupazione ed emarginazione. È su questo segmento della società siriana che si basavano le forze reazionarie ostili alla Siria. E’ tra costoro che furono reclutati i combattenti che si unirono ai gruppi terroristici, dopo l’indottrinamento settario di migliaia di loro. Quindi, cosa possiamo aspettarci se una politica neoliberista viene applicata pienamente e incondizionatamente?
In secondo luogo, le forze che hanno versato il loro sangue e difeso la Repubblica araba siriana e il suo governo legittimo sono principalmente:
1.  Gli ufficiali e i soldati dell’esercito arabo siriano provenienti dalle classi lavoratrici.
2.  Gruppi di giovani patrioti progressisti.
3.  Attivisti di sinistra e nazionalisti che sperano che la guerra, anche se dolorosa, possa solo guidare la rotta socio-economica siriana verso lo sviluppo nazionale e la democrazia sociale.
4.  Le forze della borghesia siriana e gli industriali patriottici che ne hanno abbastanza dell’apertura verso la Turchia.
Queste sono le quattro forze che saranno maggiormente colpite, se la Siria sarà costretta a diventare uno “Stato compradore”, comportando inevitabilmente la riduzione delle spese militari, l’aumento della disoccupazione nella classe media lavoratrice e il degrado delle qualità della vita dei giovani della classe media e la distruzione dei progetti industriali… Il governo siriano non può cedere a questa tentazione, con il rischio ritrovarsi un consenso nazionale pronto ad opporvisi. La Siria del dopoguerra sarà solo per coloro che hanno combattuto per la sua difesa, e i suoi giovani, i suoi lavoratori e contadini, i suoi industriali patriottici non si discostano dalla linea dell’indipendenza, dello sviluppo e della resistenza. Questo è ciò che vogliamo sentire, ma questa volta “in pubblico”, dal suo Presidente!

Nahed Hattar al-Akhbar 31/05/2013
Articolo tradotto dall’arabo da Muna Alno-Nakhal

Note:
[1] Il piano Marshall/Indice storico: “Dal 1947, il Piano Marshall fu un’arma economica usata dagli statunitensi per combattere il comunismo. Fu il lato economico della Dottrina Truman del contenimento. L’idea è che la miseria sia la culla del comunismo, il Piano Marshall permise sia di combattere il comunismo che di convertire l’economia di guerra statunitense in un’economia di pace, necessaria. Con il Piano Marshall gli statunitensi radunarono l’Europa. L’assistenza finanziaria fu subordinata alla condizione di acquistare prodotti statunitensi. L’Unione Sovietica si oppose al progetto e impedì ai Paesi dell’Europa orientale di beneficiarne. Ad esempio, il piano Marshall in Cecoslovacchia venne inizialmente accettato dal governo, che poi dovette respingerlo sotto pressione di Mosca. Tuttavia 17 Paesi che l’accettarono contribuirono a creare, nel 1948, l’Organizzazione per la cooperazione economica (OECE), che divenne OCSE [Organizzazione per il Coordinamento e lo Sviluppo Economico). Nel maggio 1949 fu creata la RFT ed un ex-oppositore di Hitler, il democristiano Konrad Adenauer ne fu il primo Cancelliere. Ancorò fermamente la RFT nel campo occidentale e  accettò il piano Marshall. Il Piano Marshall permise le pressione sugli alleati degli Stati Uniti. Così, gli statunitensi minacciarono l’Olanda di sospendere il piano se non avesse concesso l’indipendenza all’Indonesia (nel 1949).” [Questo sito non è forse una fonte ma dal momento che la storia è scritta dai vincitori, non è vietato leggere l’altra faccia di alcune medaglie. NdT].
[2]  Abdallah al-Dardari, capo economista e direttore della Divisione sviluppo economico e globalizzazione ed ESCWA [Commissione economica e sociale per l’Asia occidentale] .
[3] Come il blocco atlantista ha condotto la guerra alla Siria 

Dr. Nahed Hattar è uno scrittore e giornalista che vive in Giordania, ad Amman.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Jadran Express e i quattro giornalisti sequestrati in Siria

Alessandro Lattanzio, 8 aprile 2013

206421Il 10 giugno 2011 si scopriva che nel precedente mese di marzo, il materiale bellico sequestrato nel 1994 a bordo del cargo maltese Jadran Express, diretto al porto croato di Rijeka, costituito da 2000 tonnellate di armi stivate in 133 container e del valore di 30 milioni di dollari USA, e conservate nei depositi sotterranei dell’isola di Santo Stefano, a Caverna Guardia del Moro, controllati dal Ministero della Difesa, era stato imbarcato segretamente su un traghetto per Civitavecchia. Si sarebbe trattato di 30mila fucili d’assalto AK-47, 150.000 caricatori, 32 milioni di proiettili calibro 7,62mm, 50 lanciarazzi BM-21 Grad e relativi 5mila razzi da 122mm, 400 lanciarazzi anticarro RPG e relativi 11.000 razzi anticarro. Le armi, una volta giunte nel porto di Civitavecchia potrebbero esser state depositate temporaneamente in due centri della Marina Marina: il CIMA, Centro Interforze Munizionamento Avanzato di Aulla, in provincia di Massa e Carrara ma sotto la direzione del Maridipart La Spezia, e l’Officina Missili della Direzione di Munizionamento ‘Cava di Sorciano’, dipendente da MariSicilia e Maribase Augusta, nei pressi di Priolo Gargallo a una decina di chilometri da Siracusa e da Augusta. Probabilmente il materiale bellico, rimasto in deposito per 17 anni, aveva bisogno di essere revisionato presso questi centri, e ricondizionato per un nuovo impiego. Ad esempio il CIMA “oltre a svolgere un’attività di conservazione e stoccaggio di manufatti esplosivi, è diventato … l’unico Polo italiano di integrazione pirica di missili e siluri in ambito interforze e ditte private.” Il 7 marzo 2011 il pattugliatore Libra (P402), imbarcando forse parte del materiale bellico in questione, si sarebbe recato a Bengasi per consegnare il carico ai golpisti-terroristi del CNT, per poi rientrare ad Augusta il 9 marzo successivo. L’Italia di Larussa, Frattini e Berlusconi stava così armando il golpe attivato da Parigi, Londra e Doha contro la Repubblica Popolare Socialista della Jamahiriya Libica.
Secondo l’esperto d’intelligence Gianni Cipriani “l’Italia ha fornito clandestinamente armi ai ribelli di Bengasi. L’invio di armi è stato fatto ai primi di marzo, proprio durante le fasi del conflitto libico, circa due settimane prima dell’inizio dei raid aerei contro Gheddafi. Il governo italiano ha inviato fucili, mitra e munizioni prelevati dai depositi ex SISMI della Sardegna: parte delle armi facevano parte di vecchie forniture americane utilizzate dalle strutture che hanno ereditato Gladio. Le armi sono arrivate in Cirenaica a bordo di unità della Marina militare che, ufficialmente, portavano solo ‘aiuti umanitari’. Accanto a molte delle azioni diplomatiche e dei servizi d’informazione che hanno riguardato la Libia e l’appoggio agli insorti, si è parallelamente giocata una guerriglia sotterranea tra Italia, Francia e Regno Unito, che puntano a posizioni di maggiore influenza politica ed economica nella Libia del dopo Gheddafi”.
Un portavoce del pubblico ministero sardo Riccardo Rossi, che seguiva la vicenda, aveva dichiarato: “Tutti i tentativi di ottenere una qualsiasi informazione dal Ministero della Difesa si sono rivelati infruttuosi, essendoci stato riferito che la vicenda è coperta dal segreto di Stato. Tutto quello che vogliamo sapere è dove le armi siano ora, se sono state rimosse in modo sicuro e se non ci fosse stato alcun rischio per i passeggeri e l’equipaggio del traghetto che le hanno imbarcate.’ Inoltre, anche i tre parlamentari Gian Piero Scanu, Giulio Calvisi e Elio Lanutti hanno presentato richieste di notizie sulle armi, senza alcuna risposta. Un portavoce del ministero della Difesa aveva dichiarato: “Mi dispiace, non possiamo parlarne, è stato posto il segreto dall’ufficio del primo ministro, che vieta qualsiasi informazione.” Un esperto militare italiano aveva affermato: “Con quella quantità di armamenti si potrebbe iniziare e vincere una piccola guerra. E’ assai strano che siano state detenute nonostante dovessero essere distrutte. Il fatto che l’ordine di segretezza sia stato imposto su tutta la vicenda è molto intrigante, c’è da chiedersi se il governo abbia spedito queste armi all’estero.”
Nei giorni in cui il governo Berlusconi faceva arrivare clandestinamente le armi ai golpisti bengasini, il ministro degli esteri Frattini dichiarava “l’Italia ha avviato discretamente contatti con esponenti dell’opposizione libica e ritiene che farlo in questo modo sia la soluzione migliore. C’è quasi una corsa all’incontro con il Consiglio provvisorio di Bengasi. I nostri amici inglesi ci hanno provato e il Consiglio ha detto ‘ci rifiutiamo di incontrarli’. Noi abbiamo delle conoscenze migliori di altri, siamo spesso richiesti in queste ore conoscendo coloro che sono lì. Conosciamo certo l’ex ministro della Giustizia libico ora a capo del consiglio di Bengasi, per i rapporti dell’Italia con la Libia. Conosciamo quella rete di ambasciatori libici che ha detto che da ora loro sono al servizio del popolo libico e non più del regime. Alcuni di loro stanno esercitando un’azione importante per coagulare un consenso”.
Nelle ore in cui Frattini rilasciava questa dichiarazione, il governo italiano inviava agli islamisti del CNT casse “umanitarie” cariche di armi, illudendosi di guadagnarsi il primo posto dei favoriti del golpismo anglo-qatariota di Bengasi.
Nel gennaio 2013 si è scoperto che altro materiale bellico, questa proveniente dalla Croazia, veniva acquistato dai sauditi e dai qatarioti per armare le bande terroristiche e mercenarie che infestano la Siria dal marzo 2011. Hugh Griffiths, che si occupa del traffico illegale di armi presso lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), afferma che le rotte seguite dai velivoli che imbarcano armi in Croazia per trasportarle in Medio oriente, indicano l’esistenza di una operazione clandestina per armare il terrorismo integralista attivo in Siria. “Ci sono tre flussi principali: dalla Croazia alla Giordania, dal Qatar alla Turchia e dall’Arabia Saudita alla Turchia. Questa è la tendenza e queste rotte sono altamente anomali“. Griffiths ha affermato che vi sono stati almeno 160 voli per consegnare le armi comprate da Arabia Saudita e Qatar, tra cui una recente spedizione di materiale non identificato dal Qatar alla Turchia. Inoltre, i voli dalla Croazia alla Giordania hanno avuto l’autorizzazione diplomatica per il sorvolo degli spazi aerei, confermando così un traffico di merci pericolose e di munizioni belliche. Da ciò si evince l’esistenza, da mesi, di un’operazione clandestina per armare la cosiddetta ‘opposizione’ armata in Siria. “E’ giusto dire che il livello di coordinamento che coinvolge così tanti alleati degli Stati Uniti, suggerisce anche il coinvolgimento di Washington“. “Niente è paragonabile, in termini d’intensità, a questo traffico aereo nel corso degli ultimi mesi“. Eliot Higgins, un inquirente che segue il traffico di armi sul suo blog Brown Moses, ha sottolineato che le organizzazioni terroristiche salafite-taqfirite Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham utilizzano armi provenienti dalla Croazia.
Il New York Times aveva confermato le notizie riguardanti le spedizioni di armi croate, aggiungendovi le prove del coinvolgimento degli Stati Uniti citando funzionari secondo cui agenti della CIA aiutano i Paesi del Golfo ad acquistare armi dalla Croazia e a spedirle alle brigate terroristiche ‘accuratamente vagliate’. Secondo un alto funzionario arabo, un diplomatico e due esperti militari, quindi è in corso un’operazione segreta e preparata con cura volta ad armare i terroristi mercenari islamisti in Siria, e questa operazione coinvolge Giordania, Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Stati Uniti e diversi governi occidentali. Il funzionario arabo aveva detto che il numero di voli per trasportare le armi è raddoppiato nelle ultime settimane. La Giordania aveva aperto una nuova rotta, specificatamente dedicata al traffico di armi croate, alla fine del 2012. In effetti, il quotidiano croato Jutarnji List aveva riferito che negli ultimi mesi c’è stato un numero insolitamente elevato di avvistamenti di aerei Iljushin-76 di proprietà della Cargo International Air Jordan (una compagnia controllata dall’aeronautica militare giordana), presso l’aeroporto Pleso di Zagabria; e sempre secondo il giornale croato, gli Stati Uniti, principale alleato politico e militare della Croazia, ne sarebbero gli intermediari. Ivica Nekic, direttore dell’agenzia incaricata delle esportazioni di armi della Croazia, aveva definito queste affermazioni pure speculazioni. Tuttavia, secondo i dati dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), nel dicembre 2012 la Giordania aveva improvvisamente cominciato ad acquistare dai croati 230 tonnellate di armi e munizioni, per un valore di 6,5 milioni dollari. In precedenza, nel 2001, la Croazia aveva venduto ad Amman solo 15 pistole per un totale di 1053 dollari. In un’intervista all’AP, il re di Giordania Abdullah II aveva detto che i giorni del Presidente Bashar al-Assad erano contati, e il canale aperto da Amman per rifornire di nuove armi i terroristi mercenari attivati in Siria, ne indica il pieno coinvolgimento nella tragedia siriana. Secondo Shashank Joshi, esperto militare che ha monitorato il flusso di armi per conto del think tank inglese Royal United Services Institute,In questo modo si apre un nuovo fronte nel sud della Siria, liberandosi degli intermediari dei sauditi e dei libanesi in Turchia, garantendo che le armi arrivino ai ribelli dell’ELS, piuttosto che ai jihadisti”.
Islam al-Lush, portavoce della brigata islamista Liwaa al-Islam che opera presso il confine giordano-siriano, negava di ricevere armi dalla Giordania, “Se vengono portate delle armi, ciò avverrebbe da nord“, anche se poi ha detto che i ‘ribelli’ si preparano per l’ennesima battaglia per Damasco. “Ci siamo preparati a questo a lungo. Abbiamo la nostra strategia. Se Dio vuole, la battaglia per Damasco inizierà presto”. Anche se altre fonti affermano che nella provincia siriana di Daraa, al confine con la Giordania, dal 1° gennaio 2013 sono apparse grandi quantità di armi prodotte nella ex-Jugoslavia, come il cannone senza rinculo M60, i lanciarazzi M79 Osa e RPG-22, e il lanciagranate MGL/RBG-6 Milkor. Secondo l’analista James Miller, i terroristi “non sembravano preoccuparsi di conservare le munizioni per queste armi. I ribelli tendono ad accaparrarsi i proiettili per i loro kalashnikov, quindi il fatto che abbiano sprecato munizioni di armi più potenti e più recenti è degno di nota. Inoltre, a differenza dei più recenti attacchi alle installazioni del regime, l’assalto alla base siriana di Busr al-Harir è stato condotto principalmente dalle unità dell’Esercito Libero siriano”. Da Daraa, queste munizioni sono comparse in altre province, a Idlib, Hama e Aleppo. Questo processo di proliferazione delle nuove armi al nord e al sud del Siria, sembra essere iniziato a fine novembre per concludersi alla fine di dicembre 2012, indicando che queste nuove armi sono entrate dalla Giordania e dalla Turchia. Ma uno scenario più plausibile del coinvolgimento diretto di Zagabria, (che comunque supporta l’azione di Istanbul contro la Siria), è che queste armi provengano dalla Libia del CNT, che arma e alimenta i terroristi attivi in Siria. L’ex Jugoslavia, che produceva gli M60 e gli M79, aveva stretti legami con la Jamahiriya Libica, così come anche la Croazia. Quindi, è possibile che gli M60, M79, RPG-22 e RBG-6 siano stati venduti alla Libia dalla Jugoslavia e dalla Croazia, e a sua volta il CNT libico le abbia cedute ai mercenari salafiti su ordine di Washington e di Londra che, vedendo il fallimento delle offensive delle brigate islamiste e le gravi perdite subite ad opera della reazione dell’esercito siriano, hanno deciso di incrementare i rifornimenti di armi e munizioni ai mercenari dell’opposizione islamista attiva in Siria. Ma un alto funzionario statunitense ha osservato che l”opposizione’ rimane frammentata e operativamente incoerente, aggiungendo che le recenti acquisizioni dei sauditi e dei qatarioti “di per sé non apportano una svolta decisiva. Resto convinto che non siamo vicini a quella svolta“.
In tutto questo l’Italia svolge la sua parte. Il carico della Jadran Express era solo uno degli otto che hanno raggiunto la Croazia partendo dall’Ucraina, nel 1992-1994. Quindi, il materiale bellico disponibile alle bande armate operanti in Siria, resta notevole. Così come resta notevole il materiale disponibile a Roma per questo tipo di operazioni. L’Italia, tramite la Libia, invia materiale bellico ai terroristi che operano in Siria? E forse le forze speciali e d’intelligence italiane non intervengono solo indirettamente nel conflitto siriano. Il 21 dicembre 2011, un funzionario libanese dichiarò che un velivolo dell’Aeronautica militare italiana aveva sbarcato, nell’aeroporto di Beirut, ‘aiuti’ per le forze insurrezionali antisiriane. Il segretario del Comitato direttivo del Movimento nasseriano indipendente libanese, Mustafah Hamdan, aveva anche detto che il velivolo militare era arrivato all’aeroporto di Beirut nel “tentativo di fornire aiuto a coloro che vengono descritti come profughi siriani”, ma né il Primo ministro libanese Najib Miqati, né i ministri della sanità e degli esteri libanesi ne sapevano nulla. Era solo stato segnalato che individui sconosciuti erano presenti nell’aeroporto, in attesa dell’aereo italiano. Secondo Hamdan, questi elementi volevano creare instabilità in Libano, in linea con l’azione dell’assistente per gli Affari del Vicino Oriente del segretario di Stato USA, Jeffrey Feltman, volta a creare in Libano delle basi con cui alimentare l’aggressione islamo-atlantista alla Siria.
Si ricordi ora l’operato dei quattro ‘giornalisti’ italiani che sarebbero stati sequestrati nel nord della Siria, al confine con la Turchia, il 3 aprile 2013. Si tratta di un reporter della RAI e di tre freelance, noti per essere dei supporter dell’aggressione islamista alla Siria e della distruzione del governo socialista e panarabo di Damasco. I quattro si sarebbero infiltrati in Siria passando il confine turco-siriano ad Atme, per poi essere segnalati nel villaggio di Yaqubiya, a nord di Idlib, dove sarebbero stati ‘fermati’ perché “avevano filmato e fotografato postazioni militari sensibili”. Secondo fonti ‘locali’, ovvero i militanti delle fazioni anti-siriane, a sequestrarli sarebbero stati i terroristi salafiti di Jabhat al-Nusra, una filiazione di al-Qaida. Le “fonti vicine ai gruppi di attivisti siriani”, assicurano che si tratterebbe di un semplice fermo. Insomma, una pura formalità che richiederebbe “pochi giorni” per essere espletata. I reporter in questione si erano già distinti in precedenza per i loro ‘reportage’ ad Aleppo, per conto della RAI. Ovviamente in ‘giornalisti’ si sono infiltrati in Siria partendo dalla Turchia assieme ai terroristi islamisti e ai mercenari che partecipano al piano di aggressione della NATO contro l’esercito, il governo e il popolo siriani. “I giornalisti italiani sono entrati nella Siria controllata dai ribelli lo scorso 2 aprile, nell’area di Guvecci facendo tappa, tra l’altro, all’ospedale da campo di Yamadiye, di fronte alla località turca di Yayladagi. Il programma era rientrare ogni sera in territorio turco e, quindi, mantenersi sempre vicini alla striscia frontaliera tra i due Paesi.” Ovvero, la RAI partecipa militarmente all’aggressione alla Siria, diffondendo la propria propaganda e la propria disinformazione strategica a favore delle truppe mercenarie islamiste che tormentano la Siria. I suoi ‘giornalisti’ vi partecipano, come in precedenza in Libia, sotto una doppia veste: sulla prima linea, partecipando ai combattimenti contro l’esercito regolare siriano, e sul fronte interno/propagandistico, diffondendo propaganda e disinformazione mediatica contro il legittimo governo siriano. Esattamente come in Libia. E come in Libia, è impossibile escludere attività di spionaggio ai danni delle difese siriane. Non è un mistero che diversi ‘giornalisti’, in Libia, abbiano segnalato alla NATO postazioni e assembramenti di truppe libiche per farle bombardare, mentre svolgevano i loro cosiddetti ‘reportage’; così come non è un caso che diversi ‘giornalisti’, al momento convenuto, abbiano gettato microfoni e telecamere per imbracciare le armi combattendo al fianco dei golpisti del CNT e di altri mercenari inviati ad abbattere la Jamahiriya libica. Diversi eventi hanno dimostrato una dinamica simile anche in Siria.
Qualcuna delle diverse bande di ‘freedom fighter’ del momento, che cercano di spartirsi gli ‘aiuti umanitari’ degli occidentali e delle petro-monarchie, non ha gradito i favoritismi accordati dagli italiani? Non a caso la Farnesina ha dichiarato “occorre mantenere il massimo riserbo” perché “l’incolumità dei connazionali resta la priorità assoluta“. Perché tale riserbo? I terroristi e i loro sequestrati si troverebbero in Siria, non Italia. Presumibilmente non dovrebbero seguire i media italiani, e difficilmente consulterebbero internet, sempre che sappiano l’italiano, in una zona di guerra.

Fonti:
Altreconomia
Daily Mail
Panorama
La Nuova Sardegna
Elio Lannutti
Free Republic
The Guardian
Ukrainian Week
IB Times
Time
Now Mmedia
New York Times
Reporting Project
PressTV
Repubblica
Il Fattoquotidiano


Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, invoca la distruzione della Siria