Stalin, la Bomba e gli imbecilli occidentali

Micheal D. Gordin, The History Reader 16 luglio 2011RV-AQ260_bkrvpo_J_20150515130807Il 16 luglio, il giorno prima dell’inizio di Terminal, gli scienziati che lavoravano al Progetto Manhattan fecero esplodere la prima atomica del mondo nel deserto di Alamogordo, New Mexico: era l’Operazione Trinity. In cima ad una torre di 30 metri, pezzi di plutonio (un metallo pesante generato dall’uranio arricchito nei reattori atomici, una nuova invenzione), accuratamente sagomati nei segmenti di una sfera, furono fatti implodere in un nucleo denso, avviando la fissione. I nuclei pesanti degli atomi di plutonio si scissero, liberando enormi quantità di energia. Questo processo fisico fu scoperto solo nel dicembre 1938; il plutonio fu segretamente sintetizzato nell’inverno 1940-1941, e ora gli statunitensi ne ottennero un’arma. Il test era andato perfettamente, e la bomba Fat Man, e la più semplice basata su un cannone all’uranio 235 denominata Little Boy, furono spedite nel Pacifico per farle esplodere su città giapponesi appositamente scelte. Forse i sovietici non erano necessari, dopo tutto. Ma a Stalin andava detto. Ufficialmente era un alleato, anche se nessuna delle due parti si fidava dell’altra, e tecnicamente non era ancora un alleato nella guerra del Pacifico. Molti protagonisti statunitensi avevano la crescente sensazione che l’alleanza di Roosevelt e Stalin fosse stata un errore o stava per diventarlo. Forse questo era un campo in cui la tendenza ad essere troppo accoglienti verso i sovietici andava rivista. Il Progetto Manhattan, iniziato come collaborazione anglo-statunitense, aveva deliberatamente ed esplicitamente escluso l’Unione Sovietica fin dall’inizio. Per quanto Truman e Byrnes ne sapessero, Stalin era completamente all’oscuro dei loro sforzi per militarizzare uranio e plutonio, ma certamente l’avrebbe saputo una volta che la prima città venne distrutta all’inizio di agosto, e avrebbe capito che era stato lasciato all’oscuro di proposito. L’impulso iniziale di Byrnes era di continuare così. Il ministro della Guerra Henry L. Stimson non era d’accordo. Stimson era un incaricato anziano nominato da Roosevelt, ed ex-segretario di Stato del presidente repubblicano Herbert Hoover. (Stimson rimase un repubblicano irremovibile sotto i due presidenti democratici che servì). Byrnes, non volendo interferenze, fece di tutto per non invitarlo al vertice di Potsdam, ma Stimson vi andò lo stesso, soprattutto per consigliare Truman su S-1 (il nome in codice del Progetto Manhattan). Il tempo dello stallo con Stalin era finito. Il verbale dell’ultima riunione del Comitato politico combinato anglo-statunitense del 4 luglio 1945, registrava il segretario della guerra già convinto che Potsdam fosse il luogo per sollevare il velo ai sovietici, almeno un po’: “Se nulla viene detto in questo incontro su TA (leghe per tubi = arma atomica) l’immediato uso potrebbe avere un grave effetto sulle relazioni franche tra i tre grandi alleati. (Stimson) aveva quindi consigliato al presidente di osservare l’atmosfera al vertice (di Potsdam). Se la franchezza reciproca su altre questioni era reale e soddisfacente, allora il presidente poteva dire che era stata sviluppata la fissione nucleare per scopi bellici, con buoni progressi; e che un tentativo di utilizzare un’arma sarebbe stato compiuto a breve, anche se non era certo se avrebbe avuto successo”.
1945-molotov Il comitato interinale, un gruppo di funzionari civili e militari con qualche scienziato che Stimson aveva convocato per discutere delle implicazioni in tempo di guerra e nel dopoguerra della bomba atomica, aveva “unanimemente convenuto che sarebbe stato un notevole vantaggio, se utile all’occasione, che il Presidente suggerisse ai sovietici che stavamo lavorando su questa arma con prospettive di successo e che ci aspettavamo di usarla contro il Giappone”. In un primo momento, Truman era ostile all’idea d’informare Stalin, e Winston Churchill lo era altrettanto. Ma la notizia su Trinity cambiò tutto. Stimson scrisse nel suo diario che Churchill “Ora non solo non era preoccupato d’informare i russi sulla questione, ma era piuttosto incline a usarla come argomento a nostro favore nei negoziati“, e continuava: “Il sentimento… è unanime nel ritenere che fosse opportuno dire ai russi almeno che stavamo lavorando su questo tema e dell’intenzione di usarla se e quando completata con successo“. Il 24 luglio, intorno alle 19:30, dopo una dura giornata di negoziati sulle questioni europee, Truman saltellando verso Stalin durante una pausa, lasciandosi l’interprete alle spalle, scambiò qualche parola. Non sapremo mai esattamente cosa disse, ed esattamente cosa rispose Stalin. Lo scambio ebbe ripercussioni enormi, ma Truman, Stalin e l’interprete di quest’ultimo, V. N. Pavlov, non lasciarono alcuna trascrizione immediata di ciò che accadde. L’interprete di Truman, Charles “Chip” Bohlen, rimase indietro mentre il suo capo fece la sua mossa: “Spiegando che voleva essere il più informale e casuale possibile, Truman disse durante una pausa che sarebbe andato verso Stalin e con nonchalance informarlo. Mi disse di non accompagnarlo, come facevo normalmente, perché non voleva indicare che vi fosse nulla di particolarmente importante. Così Pavlov, l’interprete russo, tradusse le parole di Truman a Stalin. Non sentì la conversazione, anche se Truman e Byrnes dissero che c’ero… Dall’altra parte della stanza, guardai con attenzione la faccia di Stalin mentre il presidente dava la notizia. Così estemporanea fu la risposta di Stalin che ebbi il dubbio che il messaggio del presidente fosse arrivato. Avrei dovuto bene sapere di non sottovalutare il dittatore”. Bohlen non fu l’unico che pensò che ci fosse stato un problema di comunicazione. Tutti, Bohlen, Stimson, Byrnes, Churchill, osservarono la conversazione con attenzione, anche se non con troppa attenzione, per non far capire a Stalin che la battuta era importante. Come Byrnes ricordò nelle sue memorie del 1947: “(Truman) disse che aveva detto a Stalin che, dopo una lunga sperimentazione, avevamo messo a punto una nuova bomba molto più distruttiva di ogni altra bomba conosciuta, e che prevedevamo di usarla molto presto, a meno che il Giappone non si arrendeva. L’unica risposta di Stalin fu di essere contento di sentire della bomba e sperava che l’avremmo usata. Fui sorpreso dalla mancanza d’interesse di Stalin. Conclusi che non ne colse l’importanza. Pensai che il giorno dopo avrebbe chiesto ulteriori informazioni. Non lo fece. Più tardi conclusi che, poiché i sovietici tenevano segreti i loro sviluppi militari, pensassero che fosse improprio chiedere dei nostri”. Nel 1958, nella seconda edizione delle memorie, rivide leggermente il suo punto di vista: “Non credevo che Stalin colse il pieno significato della dichiarazione del Presidente, e pensai che il giorno dopo ci sarebbe stata qualche indagine su questa “arma nuova e potente”, ma mi sbagliai. Pensai allora e anche adesso che Stalin non apprezzasse l’importanza delle informazioni dategli; ma ci sono altri che credono che, alla luce delle informazioni successive sui servizi segreti sovietici in questo Paese, fosse già a conoscenza del test del New Mexico, e che a ciò fosse dovuta la sua apparente indifferenza”.
preview.php Il dittatore sovietico non lasciò nulla sullo scambio, ma la sua delegazione lo fece. E’ difficile prendere le memorie del Ministro degli Esteri sovietico V. M. Molotov come completamente affidabili, poiché ricordò qualcosa che nessun altro vide, la propria presenza alla conversazione, ma sembra certo che Stalin l’informasse subito dopo. Ecco il racconto di Molotov: “Truman prese Stalin e me da parte e con uno sguardo misterioso ci disse che avevano un’arma speciale che non era mai esistita prima, un’arma molto straordinaria… E’ difficile dire ciò che pensava, ma mi sembrò che volesse scioccarci. Stalin reagì con molta calma, in modo che Truman pensasse che non avesse capito. Truman non disse ‘bomba atomica’, ma lo capimmo subito“. Ci sono tre caratteristiche importanti della versione sovietica: Truman non specificò mai il carattere nucleare dell’arma; i sovietici conoscevano la realtà delle sue parole, anche se non la rivelarono, e Stalin e il suo entourage la videro come una velata minaccia. Il Maresciallo Georgij Zhukov, Comandante dell’Armata Rossa e quindi figura cruciale a Potsdam, ritenne che Truman andò da Stalin “ovviamente per ricattarlo politicamente“, ma osservò che Stalin “non espresse per nulla i suoi sentimenti, agendo come se non vi trovasse niente di importante nelle parole di H. Truman”. Il che ci lascia l’importante domanda: Cosa pensava Stalin? In effetti, cosa sapeva davvero della bomba atomica prima della battuta di Truman? Truman era certo che non ne sapesse nulla, come dichiarò in un’intervista nel 1959: “Quando (il giornalista del New York Times William Laurence) dice che Stalin sapeva, non è vero. Non ne sapeva assolutamente nulla fin quando accadde… Non ne sapeva più dell’uomo sulla Luna“. Tuttavia, come è ormai evidente dagli archivi sovietici, Truman giudicò male l’avversario. Stalin ne sapeva abbastanza. Il 7 agosto, il giorno dopo la distruzione di Hiroshima con la bomba all’uranio Little Boy, Molotov (ora a Mosca) s’incontrò con l’ambasciatore statunitense Averell Harriman e gli disse: “Voi americani potete tenere un segreto quanto volete“. Harriman osservò “qualcosa di simile a un sorriso” sul volto di Molotov, e più tardi osservò che “il modo in cui lo disse mi convinse che non fosse per nulla un segreto… L’unica sorpresa, suppongo, fu il fatto che il test di Alamogordo ebbe successo. Ma Stalin, purtroppo, sapeva che eravamo molto vicini a testare la prima esplosione di prova“. L’intuizione di Harriman era corretta. Zhukov osservò che Stalin prese Molotov da parte la sera della battuta di Truman e disse, “Dobbiamo discutere con Kurchatov dell’accelerazione del nostro lavoro“. Igor Kurchatov era il direttore scientifico del programma della bomba atomica sovietica. Stalin non sapeva solo della bomba, ma stava costruendo la sua; Truman non solo mancò d’impedire la proliferazione sovietica, ma sembra che l’abbia accelerata.Vets-and-the-Soviet-bombTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando l’Aeronautica Sovietica sconfisse la Luftwaffe

Alexander Vershinin, RIR, 15 luglio 2016

All’inizio della guerra di Hitler sul fronte orientale, nel 1941, l’Aeronautica sovietica subì la peggiore sconfitta nella storia. Il disastro evidenziò carenze strutturali nella forza aerea sovietica, e vi vollero diversi anni e un grande sforzo per eliminarle.19-Покрышкин-самолет-звездочки

041-01-01Quando le armate naziste tedesche avanzarono in Unione Sovietica nel 1941, sostenute da un travolgente supporto aereo, divenne vitale per l’URSS seguire la Luftwaffe tecnologicamente. Questo, tuttavia, fu tutt’altro che un compito facile. Nel 1942, dopo le sconfitte inflitte nella prima fase della guerra, gli ingegneri sovietici modernizzarono gli aerei dell’Aeronautica dell’Armata Rossa. Furono fatti tentativi per risolvere il problema tecnico fondamentale dell’Aeronautica Sovietica: la minor resa dei motori. Apparvero in un primo momento un successo. Gli ‘yak’ sovietici erano paragonabili ai caccia tedeschi per velocità. Tuttavia, le prime battaglie nei cieli di Stalingrado dimostrarono che era troppo presto per festeggiare. I nuovi caccia tedeschi ancora una volta superarono quelli sovietici. Gli ultimi modelli di Messerschmitt quasi ripeterono la situazione del 1941. Tale ritardo nella tecnologia poté essere compensato solo dalla predominanza numerica. Secondo le stime degli specialisti sovietici, due aerei sovietici erano necessari per ogni aereo tedesco. La risposta fu un drammatico aumento nella produzione dwi caccia, anche a scapito di altri tipi di aerei militari, come aerei d’attacco e bombardieri. Nel frattempo, il lavoro continuò nel perfezionare i modelli validi già in servizio. Tuttavia, fu possibile risolvere completamente il problema solo costruendo nuovi aerei dal terzo anno di guerra. Non solo i caccia Jak-3 e La-7 da combattimento tenevano, ma in realtà superavano gli aerei tedeschi. Il processo di aggiornamento non fu facile: i difetti strutturali rimasero portando a un tasso di incidenti elevato. Verso la fine della guerra, oltre il 15 per cento della flotta aerea sovietica veniva indicato guasto. Tuttavia, attraverso tentativi ed errori, i problemi che afflissero l’Aeronautica dell’Armata Rossa, rendendola inferiore alla Luftwaffe, furono risolti.

Dalla quantità alla qualità
Di regola, la mera superiorità numerica nella battaglie aeree non porta alla vittoria. E’ difficile in volo schiacciare gli avversari con il numero. In caso di differenza di qualità tra forze aeree nemiche, un più moderno e manovrabile aereo da caccia, manovrando può facilmente distruggere più aerei in una sola battaglia. Ciò spiega come la forza aerea sovietica, nonostante la superiorità numerica nella maggior parte delle grandi battaglie della seconda guerra mondiale, subì spesso sconfitte. Il comando sovietico lo riconobbe rapidamente e mise a punto un modo per uscire da questo vicolo cieco. L’amministrazione dell’Aeronautica fu riorganizzata. Gli aerei furono assegnati a squadroni distinti, collegati a terra ai Fronti ed Armate corrispondenti. L’Aeronautica migliorò la cooperazione con le unità a terra compiendo operazioni congiunte. Allo stesso tempo, il contatto radio tra squadre e singoli aerei fu sviluppato. In precedenza, i piloti dovevano accordarsi a terra sul coordinamento in combattimento. In aria era quasi sempre necessario improvvisare e rompere le formazioni tattiche. I piloti tedeschi si orientavano rapidamente col contatto radio. Dal 1942-1943 in poi, i piloti sovietici cominciarono a fare lo stesso, e non ci volle molto prima che i risultati si vedessero. Le perdite della Luftwaffe in estate e autunno 1942 superarono i 7000 velivoli, oltre il 70 per cento di tutte le perdite totali a quel momento.originalConquista dei cieli
Le battaglie del 1942-1943 nei cieli della regione del Volga e di Kursk ebbero successi variabili per l’Aeronautica sovietica. Un difficile processo di sviluppo delle tecniche di combattimento aereo era in corso, regolando comunicazione e collaborazione negli squadroni. I tecnici aiutarono in modo che entro il 1943 gli aerei cominciassero ad essere dotati di nuove radio, che fungevano anche da radar. L’industria aeronautica raggiunse i massimi livelli di produttività. Il numero di motori prodotti superò le perdite in combattimento di tre volte. Nel 1944, la superiorità dell’Aeronautica militare sovietica divenne schiacciante, costringendo i tedeschi a prendere misure disperate riducendo la flotta di bombardieri e rafforzando le squadriglie dei caccia, invece. Gli Alleati diedero un notevole sostegno all’Aeronautica sovietica inviando aerei da combattimento statunitensi e inglesi attraverso il programma Lend-Lease, pari al 13 per cento del totale die velivoli fabbricati in Unione Sovietica, tra cui i noti AirCobra e KingCobra. Fu con un AirCobra che il celebre pilota sovietico Aleksandr Pokryshkin volò abbattendo 65 aerei tedeschi. L’intensità del lavoro e del sostegno degli alleati fu pienamente ripagato: verso la fine del 1944, la supremazia dell’Aeronautica dell’Armata Rossa era completa, gettando le fondamenta per la creazione di una tra le più avanzate forze aeree del mondo.samolet-bell-p-39q-airacobraTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Patto Molotov–Ribbentropp. Vero patto, finti protocolli

Luca Baldellipakt-5bd5c784f2271f387f8586743659f790Chi non ha mai sentito ripetere, quasi ossessivamente, che URSS e Germania nel 1939 si spartirono la Polonia in barba ad ogni conflittualità ideologica fra comunismo e nazismo? Chi non ha mai sentito le trombe della propaganda anglofila, reazionaria e clericale ripetere che Stalin e Hitler, in quell’estate che segnò il principiare della guerra, fecero della “povera” Polonia una torta sacrificale, tagliata in succulenti pezzi tutti destinati alle mense moscovita e berlinese, con qualche briciola a guarnire i corredi slovacchi? Ebbene, gran parte di quel che avete sentito e letto in proposito è da archiviare nel già ricco archivio delle falsificazioni storiografiche. URSS e Germania non furono mai alleate, né tanto meno complici. Hitler, nel “Mein Kampf”, aveva messo nero su bianco quello che doveva essere il destino dei popoli dell’Est e degli spazi da essi occupati: dovevano diventare terreni di conquista per le armate neoteutoniche, fregiatesi con piglio usurpatorio dell’antico simbolo della svastica, ridotto a emblema di terrore, morte e di un imperialismo tra i più feroci mai visti. L’URSS, con le sue pianure sconfinate, traboccanti di grano e colture agricole, con le sue immense risorse minerarie, rigurgitanti dal ventre della terra, doveva diventare il Lebensraum (“spazio vitale”) della razza “ariana”, la preda del Drang nach Osten (“Spinta verso Est”), obiettivo fissato dalla geopolitica germanica, sia pure non sempre con modalità univoche, fin dal XIX secolo almeno. In particolare, la fertile Ucraina era il boccone al centro degli appetiti nazisti, sapientemente incoraggiati e nutriti dai monopoli tedeschi. Stalin sapeva tutto ciò, naturalmente, e per questo si preoccupò da un lato di potenziare l’apparato difensivo dell’URSS, facendolo assurgere al più alto livello, dall’altro di rafforzare il patrimonio produttivo della Nazione, l’industria in particolare, favorendo, attraverso la pianificazione centralizzata e allo stesso tempo partecipata dal basso, un balzo in avanti degli indici di crescita come mai si era visto nella storia non solo della vecchia Rus’, ma del mondo moderno in generale. La minaccia nazista andava parata e respinta in ogni modo, specie davanti alle sue chiare, aperte collusioni con le Nazioni borghesi, fatto questo che in molti, in troppi, hanno dimenticato. Basta ripercorre alcune date per comprendere l’accerchiamento che, da parte del mondo capitalista, e non solo della Germania, si cercò di attuare ai danni dell’URSS.
1343126186_06 E’ il 26 gennaio del 1934 quando Hitler sottoscrive con il dittatore fascista polacco Pilsudski l’Accordo polacco–tedesco “sulla soluzione pacifica delle vertenze”, che diventerà un paravento per coprire le trame antisovietiche; anche la Polonia, infatti, che ipocritamente rinnoverà un analogo patto con Mosca appena quattro mesi dopo, nutre appetiti espansionistici verso l’URSS. Quale migliore viatico, per dar loro concreto corso, di un’alleanza con il Satana di Berlino fieramente antislavo? La Polonia, in mano a un regime reazionario e antioperaio, sarà la principale causa scatenante del Secondo conflitto mondiale, con la sua inamovibile volontà di ostacolare qualsiasi efficace strategia difensiva antifascista, concertata tra URSS e governi occidentali. Intanto, dal 1934 al 1939, regimi reazionari si affermano e si consolidano in Europa centrale ed orientale, come un cordone sanitario attorno all’URSS. Oltre alla Polonia, Bulgaria, Romania, Stati baltici, Jugoslavia conoscono tutti regimi autoritari, d’impronta anticomunista e antisovietica. Non è, questo, né un caso né una fortuita incontranza spazio–temporale: la crisi economica morde le carni del mondo capitalista e bisogna in ogni modo contenere il Paese che, libero ormai dalle catene dello sfruttamento e interessato da un benessere crescente, inarrestabile, delle masse popolari, addita all’umanità intera mete di vera democrazia nemmeno immaginabili solo qualche lustro prima. Stalin, abile e scaltro quanto devoto alla causa del marxismo-leninismo, con talento diplomatico lavora per l’ingresso dell’URSS nella Società delle Nazioni, fatto questo che avviene il 18 settembre 1934, a un anno e qualche mese dalla presa del potere di Hitler in Germania. L’obiettivo è evitare l’isolamento e allontanare il più possibile i venti di guerra che spirano minacciosi. Già nel 1933 l’URSS ha contribuito più di ogni altra Nazione alla definizione, in sede internazionale, del concetto di aggressione, approfittando dell’occasione offerta dalla Conferenza Economica Internazionale di Londra. In quella circostanza, il delegato sovietico Litvinov ha tenuto banco, proponendo anche un accordo internazionale contro l’aggressione economica, proposta lasciata cadere dai Paesi capitalisti che, così indirettamente, hanno ribadito la loro “missione” storica. Un po’ come il Giappone fascista, che nel 1931, rifiutando di sottoscrivere un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica, ha mostrato il suo volto. L’URSS, entrata a pieno titolo nella Società delle Nazioni, si batte indefessamente per un patto di sicurezza collettiva che, in Europa, stronchi sul nascere ogni proposito aggressivo del nazifascismo: tutte le Nazioni amanti della libertà debbono unire le forze e garantirsi reciprocamente aiuto in caso di attacchi provenienti dalle potenze fasciste. Una proposta seria, onesta e franca, davanti alla quale i Paesi capitalistici oppongono dapprima la cortina fumogena di vaghe promesse, poi il sipario di ferro del rifiuto. L’URSS, con grave scorno, deve constatare che il nazifascismo, rivale economico delle potenze “democratiche” borghesi, torna loro utile come testa d’ariete contro il primo Stato degli operai e dei contadini. Ciò appare evidente nell’inerzia occidentale dinanzi alla guerra scatenata dai fascisti spagnoli di Franco contro la Repubblica, sostenuta davvero, materialmente e moralmente, solo dall’URSS; ciò diviene addirittura eclatante con il Patto di Monaco del 1938, benedetto dalla Gran Bretagna di Chamberlain, che consegna la Cecoslovacchia alle fauci spalancate del pangermanesimo nazista, come rampa di lancio contro l’URSS. Anni dopo, nel primissimo dopoguerra, Churchill concepirà l’“Operazione Impensabile” (“Operation Unthinkable”), incentrata su un attacco concentrico contro l’URSS da parte di tutte le potenze occidentali e mitteleuropee. Solo la scienza sovietica, con la costruzione della bomba atomica, unita all’atteggiamento saggio ed equilibrato di alcune diplomazie e al rafforzamento del socialismo nel quadro est–europeo, eviterà scenari da Dr. Stranamore. L’omogeneità della strategia britannica, prima e dopo il secondo conflitto mondiale, si commenta da sola.
8671_original Dinanzi alla chiusura delle “democrazie” borghesi, alle loro trame segrete, l’URSS, che per lungo tempo ha reiterato le proposte di formazione di un possente dispositivo di difesa collettiva nel Vecchio Continente, è costretta a cercare… altri contatti! Ecco che si avvicina l’intesa, quindi, con la Germania nazista che, negli intenti collegiali del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS e del Governo sovietico, deve servire a prendere tempo, rafforzare le difese del Paese e allontanare nel tempo un’aggressione e un conflitto che si danno per scontati, visti gli indirizzi hitleriani. Una scelta saggia, checché ne dicano gli sproloquianti revisionisti in servizio permanente, a cui l’URSS è costretta, in quel 1939 irto di pericoli e tensioni che trascineranno il mondo nella catastrofe. A spingere verso questa soluzione è anche, ancora una volta, l’atteggiamento della Polonia che con l’avvento di Rydz–Smigly ribadisce, ed anzi accentua, la sua linea antisovietica. Varsavia giocherà sempre a fare la vittima, con insolenza e ipocrisia tipicamente clericali, ma intanto, approfittando degli accordi di Monaco, nel 1938-39 si è pappata, infierendo su una Cecoslovacchia abbandonata da tutti meno che dall’URSS, l’area multietnica di Teschen/Teshin/Cieszyn, da lungo tempo nel mirino del nazionalismo polacco. La Polonia, in quel tempo, brandisce la spada del più aggressivo nazionalismo, fidando (a torto!) sull’appoggio anglo–francese: proclami che parlano di un mega-Stato esteso da Berlino al Mar Nero sono pane quotidiano nel 1938-39 e questo a Mosca impensierisce e a Berlino fa gioco per i disegni di Hitler. Intanto, con i sogni di gloria sempre balenanti ma di là da venire, il governo polacco mette un veto sui progetti di difesa comune europea proposti dall’URSS: le truppe sovietiche non dovranno mai entrare a Varsavia, nemmeno per proteggere il Paese dal nazismo col quale, del resto, si pensa di potersi accordare. Da occidente, si fa sponda a questa follia l’URSS difenda la Polonia e il Corridoio di Danzica ma… senza aspettarsi nulla da Londra e Parigi e, soprattutto, tenendo le truppe e gli avamposti difensivi arretrati… Come dire a una squadra di vincere facendo segnare il portiere e i difensori e tenendo immobili tutto l’attacco e pure il centrocampo! E’ così che Stalin e tutto il gruppo dirigente bolscevico fiutano l’inganno, il pericolo e… danno scacco al re, alla sua perfidia e disonestà, cercando un abboccamento con la Germania per guadagnar tempo, mettendo a punto le migliori difese possibili contro l’inevitabile “Drang nach Osten” e salvare l’URSS dal destino di schiavitù e sottomissione architettato da Hitler. Occorre battere sul tempo il Regno Unito di Chamberlain che, con piani e strategie per una crociata antisovietica che vedono tutti uniti, ha intrapreso trattative segrete col Fuhrer nell’estate del ’39, trattative che falliscono di lì a poco solo per una litigata molto poco oxfordiana e molto in stile templare/teutonico sulla ripartizione dei bottini e dei dividendi imperialisti.
Le porte sono aperte a gioco dei giochi: il 23 agosto del 1939, viene sottoscritto a Mosca il “Patto di non aggressione, neutralità e reciproca consultazione” sovietico-tedesco. Si pone così, da parte sovietica, la pietra tombale sulla strategia dei circoli anglosassoni e francesi volta a soddisfare gli appetiti nazisti a spese dell’URSS e del suo territorio. Il Giappone, che non digerisce il Patto, lo denuncia tirando in ballo la sua incoerenza con i protocolli segreti del Patto anti–Komintern, svelando così la natura aggressiva e non difensiva di quell’accordo. Il governo fascista di Tokyo è costretto a rimangiarsi le mire sull’URSS.
Il Patto tra URSS e Germania cosa recita? Molto semplicemente, sintetizzando, le due parti s’impegnano “ad astenersi da ogni azione di aggressione e da ogni aggressione sia individuale che comune”. Qualora sorgano problemi o dispute rilevanti, “le due parti, così si legge, regoleranno le questioni attraverso scambi di vedute amichevoli ed in caso di necessità a mezzo di una commissione di arbitraggio“. Nessun cenno a confini da mutare, Paesi da invadere, linee di confine da sancire. La storiografia di regime occidentale, borghese, ha tirato fuori, subito dopo la guerra, il falso dei cosiddetti “protocolli segreti” che sarebbero stati annessi al testo ufficiale. In queste postille “segrete” sarebbero state stabilite, di comune intesa tra URSS e Germania, le seguenti misure da adottare: il confine tra le sfere di influenza tedesca e sovietica doveva correre lungo i limina baltici, con l’Estonia, la Lettonia e la Finlandia sotto l’influenza di Mosca e la Lituania condotta sotto l’egida del Reich. In caso di mutamenti territoriali, il destino della Polonia sarebbe dovuto essere il seguente: ad est dei fiumi Narev, Vistola e San avrebbe spadroneggiato l’URSS, mentre nel resto del Paese, o nella sua quasi totalità, la croce uncinata avrebbe proiettato la sua inesorabile ombra. La Germania, poi, metteva nero su bianco il suo disinteresse per la Bessarabia, regione rumena abitata da una forte minoranza russa, ucraina ed ebraica. Quale migliore manovra per infangare l’immagine dell’URSS di una patacca nella quale si parla di spartizione delle sfere di influenza tra URSS e Germania ? Questo falso è dato per vero e assodato, purtroppo, anche da una parte rilevante della storiografia alternativa, a riprova di come le calunnie abbiano vita lunga, mentre la verità deve farsi strada tra mille ostacoli. Lo storico e militante comunista Kurt Gossweiler, ad esempio, nel suo pregevole testo pubblicato anche in Italia col titolo “Contro il revisionismo”, utilissimo per comprendere i passi della politica estera sovietica nel 1939-40, dà per scontata l’autenticità dei “protocolli”. Un’attenta analisi filologica e grafologica, unita ad una scrupolosa disamina dei fatti, chiarisce tutto e dissipa ogni dubbio, invece, sulla loro indubbia falsità. La Germania nazista, lanciata come è alla conquista degli spazi est–europei, se da un lato sottoscrive un patto temporaneo di non aggressione con il nemico giurato, ovvero l’URSS, per prendere tempo (stessa tattica usata da Stalin per prepararsi), dall’altro non può programmare nessuna intesa spartitoria con il nemico stesso, per il semplice motivo che ciò significherebbe legarsi le mani eccessivamente e precludersi, sullo scacchiere geopolitico, spazi di manovra assolutamente necessari nell’ottica di un espansionismo aggressivo come quello nazista. E’ la logica che lo dice, prima di ogni altra cosa. I fatti, naturalmente, sono a conferma di questa elementare verità.
6932220 L’URSS, che intende stare alla lettera dei patti sottoscritti, allo scoppiare del conflitto, con l’invasione della Polonia in data 1° settembre 1939, non muove le sue truppe. Se vi fossero stati davvero protocolli segreti incentrati sulla spartizione del Paese, l’Armata Rossa avrebbe quel giorno stesso, o nel giro di pochi giorni, invaso anch’essa, come la Wehrmacht, la Polonia e occupato i territori di suo interesse. Nulla di questo accade in quella calda fine d’estate del ’39, anzi, l’URSS rifiuta qualsiasi invito a un coinvolgimento diretto nel conflitto, in nome, in primis, del diritto internazionale e dei principi internazionalisti. Stalin, il Partito e il Governo sovietico sono anche consapevoli della trappola che s’intende tirare loro da parte di Hitler: un’URSS lanciata alla conquista delle regioni orientali della Polonia (anche se abitate in maggioranza da russi e ucraini, quindi usurpate dallo Stato fascista polacco!) la qualificherebbe davanti al mondo intero come Stato invasore, con tutte le conseguenze del caso. Mosca si rende anche conto che l’alleanza occidentale con la Polonia e la protezione accordata a Varsavia da Francia e Regno Unito esistono solo sulla carta. Nessuno vuole morire per Danzica, per il Corridoio polacco causa scatenante il conflitto! Qualcuno, invece, sia a Londra che a Parigi, vuole bandire, previo accordo con una Germania resa più ragionevole, una crociata antisovietica che ricompatti l’occidente cementando una nuova alleanza in nome dell’anticomunismo. E anche questo Mosca lo sa bene! Il volo di Rudolf Hess in Gran Bretagna, nella primavera del ’41, si situa in questa trama ancora oggi oscura, fatta di timide ammissioni e di documenti in larga parte secretati. Ad ogni modo, l’Armata Rossa fa il suo ingresso in Polonia solo il 17 settembre del 1939, quasi un mese dopo la sottoscrizione del Patto tra URSS e Germania e solo dopo che lo Stato polacco, mostrando il volto vigliacco e infido della sua classe dirigente, il velleitarismo della sua politica estera megalomane e pericolosa, nonché la totale impreparazione del suo Esercito, segnato da diserzioni in massa di appartenenti alle minoranze nazionali oppresse, si è dissolto completamente sotto i colpi delle armate naziste. Nel momento in cui lo Stato polacco cessa di esistere, con tanto di fuga ingloriosa del governo in Romania, l’URSS, giustamente, interviene per proteggere le minoranze russe e ucraine presenti nel territorio, all’interno del quale erano state vessate per venti lunghi anni. La Wehrmacht, infatti, sembra marciare senza impedimenti e milioni di russi e ucraini rischiano di venirsi a trovare sotto la giurisdizione tedesca. L’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese, che non è un atto di guerra in quanto non esiste più alcuna autorità statale a Varsavia già da qualche giorno, evita a quei popoli un tragico destino. L’Esercito polacco, così debole e arrendevole verso i tedeschi, ridotto a bande sparse dalla spinta della Wehrmacht, sfoga contro l’Armata Rossa la sua frustrazione e il suo odio nutriti da anni di educazione anticomunista e antisovietica, con azioni violente e uccisioni di soldati. Nonostante questo, il settembre 1939 sarà tutto costellato di tentativi, da parte dell’URSS, per rimettere in piedi uno Stato polacco sovrano, amputato sia delle regioni a maggioranza russo–ucraina sia di quelle a maggioranza tedesca. Stalin si rende conto, assieme a tutti i dirigenti bolscevichi, che uno Stato cuscinetto è utile all’URSS e che una linea di confine con la Germania nazista è, invece, un rischio.
Il 18 settembre 1939, un documento del Governo sovietico, sulla cui autenticità nessuno può porre dubbi, afferma che è intenzione di Mosca “adottare tutte le misure per garantire la protezione del popolo polacco dalla sciagura della guerra, nella quale è stato gettato dalla sconsideratezza dei suoi capi, offrendo al popolo stesso la possibilità di condurre una vita tranquilla”. Non solo: il giorno seguente, il 19 settembre, un comunicato congiunto sovietico–tedesco manifesta la comune intenzione di “aiutare il popolo polacco a riorganizzare la propria compagine statale”. Strano lessico, quello dei documenti in questione, per chi avesse inteso condurre in porto una spartizione, un’annessione, distruggendo per intero la sovranità di uno Stato! Altro elemento che distrugge ogni tesi di “sacra unione” sovietico–tedesca: il 7 settembre, nei suoi diari, Halder, Capo di Stato Maggiore tedesco, aveva affermato che Hitler era pronto a riconoscere, entro certi limiti territoriali, una Polonia sovrana svincolata da Gran Bretagna e Francia. Parimenti, le aree a maggioranza ucraina e russa dovevano essere staccate dalla nuova compagine statale. Il 12 settembre, Canaris aveva ricevuto l’ordine di attivare focolai insurrezionali per creare una Galizia nazionalista e anticomunista sotto l’egida ucraina. E’ evidente che, se è vero questo, non esiste alcuna intesa con l’URSS! Infatti, solo l’intervento dell’Armata Rossa, il giorno 17, evita questo scenario, che avrebbe portato ad uno Stato anticomunista aggressivo e fanaticamente nazionalista alle porte dell’URSS, con rivalse inimmaginabili verso le popolazioni polacca ed ebraica, concepite come dominatrici e vessatrici. Grazie a quell’intervento, la Germania, rappresentata a Mosca da Von der Schulenburg, pezzo da novanta della diplomazia, capisce che l’URSS, corretta nel rispetto dei trattati, non intende avallare espansionismi eccessivi e incontrollati, e nemmeno Stati-fantoccio per essa pericolosi. Da parte sovietica si spera anche, e questo la storiografia non lo ha quasi mai messo in evidenza, che nella leadership nazista prevalga l’ala “eurasista“, non del tutto sopita, desiderosa di addivenire ad un patto organico con l’URSS buttando a mare le farneticazioni imperialiste del “Mein Kampf” e realizzando il “Drang nach osten” pacificamente, con il rafforzamento delle relazioni economiche e politiche con l’URSS e gli Stati dell’area centro–orientale e balcanica. Questa tendenza si paleserà, ad onta di storiografie manichee e tendenziose che nulla hanno di dialettico, tanto meno di marxista, quando nel giugno–luglio 1941 diversi studiosi, militari, politici nazionalsocialisti si dimetteranno dai loro posti, giudicando assurda e inammissibile l’invasione dell’URSS. Nel gruppo dirigente nazista c’è chi carezza l’ipotesi della Polonia indipendente per motivi contrastanti: l’ala eurasista, di cui abbiamo trattato, per rafforzare la propria concezione nel quadro politico–istituzionale del Reich; quella hitleriana ortodossa, per raggiungere, tramite una pace con il Regno Unito, l’obiettivo di una futura crociata unitaria dell’occidente e della Polonia stessa contro l’URSS.
2768 Come abbiamo visto, sono proprio i Polacchi, o meglio il loro gruppo dirigente, a rendere impossibile uno scenario gradito, per ragioni opposte, tanto all’URSS quanto alla Germania: la fuga ingloriosa del governo polacco in Romania distrugge ogni possibilità di accordi e obbliga URSS e Germania a stabilire un confine, in forma pattizia, pubblica e trasparente, in territorio polacco, il 28 settembre 1939. L’Urss si attesta lungo la linea Narev–Bug–San, lasciando la Vistola all’influenza tedesca. Lo Stato sovietico vede riconosciuta anche la Lituania come componente della sua sfera di influenza. Ora, la Vistola sarebbe dovuta entrare, secondo i “protocolli”, nell’area sovietica, mentre la Lituania avrebbe dovuto essere appannaggio della Germania. Se ciò non avviene è per mutamenti completamente indipendenti da inesistenti volontà pattizie presuntamente modificate nel tempo. La Germania, in quel 1939, vuol fare del Baltico un sol boccone, come provano movimenti e trame che dureranno fino a tutto il 1940 e che verranno sventati solo grazie alla volontà sovietica di pace, al movimento dei lavoratori e al barlume di saggezza di settori governativi estoni, lituani e lettoni, consapevoli del rischio di finire sudditi del Reich. Se nel 1940 quei Paesi entreranno a far parte della comunità sovietica, sarà per la loro volontà di non sottostare alle minacce naziste e con il grave scorno della Germania, dimostrato da note di protesta e minacce. Stesso ragionamento vale per la Finlandia che, lungi dall’essere una vittima, in quello stesso periodo provoca l’URSS in nome di un nazionalismo sapientemente rinfocolato da Berlino e finisce per pagarne il prezzo, rinunciando a propositi che prevedevano la conquista di una porzione consistente dell’area di Leningrado assieme all’esercito del Reich.
Alla luce di tutto ciò, le falsificazioni dei protocolli appaiono grossolane, nella loro somma incoerenza con la realtà effettiva delle scelte compiute e dei fatti avvenuti. Intanto, le presunte copie originali del documento nessuno le ha mai viste e mostrate, né negli archivi sovietici né in altri. La stessa indicazione dei “protocolli segreti” presente in calce al documento, avallata nella sua improbabile autenticità dalla storiografia ufficiale, è farlocca finanche dal punto di vista linguistico: lo studioso russo A. A. Kungurov mostra come l’espressione “i protocolli sono parte organica del patto” sia completamente incoerente con la struttura lessicale russa. Quest’ultima, infatti, prevede la dizione “parte integrante”, essendo l’organicità concepita e declinata come attributo scientifico, non filosofico, letterario o protocollare. “Неотъемлемую” (integrante) e “Oрганическую” (organico) non sono, nella lingua russa, parole intercambiabili come invece avviene nella lingua inglese o italiana. Evidentemente nei laboratori della CIA, che con ogni probabilità hanno confezionato i “protocolli”, s’ignorano queste sottigliezze. L’attenta analisi filologica poi, mostra come vi siano altri grossolani errori grammaticali e formali. come quando si parla di “Stato polacco” e “Stati baltici” mettendo maiuscole e minuscole a casaccio: nella fattispecie, lo Stato polacco è indicato come “Польского Государства” (“Stato Polacco”), mentre gli Stati baltici sono indicati come “рибалтийских государств” (“stati Baltici”), con un errore inammissibile in sede di accordi internazionali e, in assoluto, per persone letterate e colte. Sulla firma di Molotov, il documento è tutto un programma. Qui si intendono mostrare, a destra, le vere firme del Commissario del Popolo agli Affari Esteri e, a sinistra, le presunte firme dei protocolli, sia in alfabeto latino che in cirillico, evidentemente falsificate:

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009La differenza balza anche agli occhi di un profano, non esperto di grafologia. E perché Molotov avrebbe dovuto firmare anche in alfabeto latino, quando nella sottoscrizione dei patti con il Giappone gli ideogrammi nipponici gli furono stato risparmiati?
Il Processo di Norimberga, che segna il redde rationem verso i nazisti, fa emergere anche prove generali di guerra fredda attorno ai falsi “protocolli”: i nazisti Ernst Von Weizsacker (ambasciatore in Vaticano) e Alfred Seidl (avvocato di Rudolf Hess), assieme ad altri, cercano, evidentemente per mettere zizzania tra URSS e potenze alleate occidentali, di tirar fuori la storia di questi protocolli. E’ qui che nasce la leggenda degli stessi, alimentata dalla storiografia di regime delle varie centrali e think thankes legati a doppio filo a CIA e apparati di guerra psicologica. Seidl cita il generale Jodl come fonte per l’asserita verità di questi protocolli, ma negli interrogatori di Jodl non v’è traccia di cenni a quelle patacche. Weizsacker, messo alle strette dai giudici sulla questione, è costretto ad ammettere di non aver nulla in mano, se non copie molto dubbie di documenti, che vengono respinte come inservibili non solo dal Procuratore Rudenko, sovietico, ma anche dallo statunitense Thomas Dodd, obiettivo e imparziale come pochi altri suoi concittadini. Altri nazisti, quali Gustav Hilger, uomo di punta della cancelleria nazista, tentano di dar manforte alla tesi antisovietica dei protocolli senza produrre nulla di credibile, mentre ad elementi come Friedrich Gaus (consulente legale del Ministero degli Esteri) vengono messe in bocca parole mai pronunciate e comunque mai provate, con l’ausilio di documenti taroccati. Copie apocrife e fotocopie di fotocopie di documenti, con inspiegabili incoerenze e fin troppo spiegabili interpolazioni testuali, e filologiche: ecco i ridicoli assi nelle mani di ridicoli figuri, che sperano disperatamente di passare da imputati a giudici. Hilger ed altri nazisti sostenitori della tesi dei “protocolli”, ingrosseranno le fila degli specialisti degli apparati spionistici USA e delle articolazioni del Dipartimento di Stato. Ribbentrop, dal canto suo, nulla dice e nulla svela di particolarmente significativo, men che meno avalla i taroccamenti di certi suoi sodali. Questo, insomma, è il brodo di coltura dal quale è scaturita la fetida fiaba dei “falsi protocolli”: un caso montato ad arte per mettere l’URSS sullo stesso piano della Germania nazista ed oscurare l’impegno per la pace di Stalin e del gruppo dirigente bolscevico tutto, primo ad opporsi alle trame di guerra del Reich e ai maneggi delle potenze imperialiste occidentali, ammantate da velo della “democrazia”. Un caso orchestrato anche per nascondere il carattere guerrafondaio e reazionario della clericale Polonia, ancora oggi impegnata in una folle strategia di provocazione anti-russa per procura, che minaccia di far implodere non solo l’area est–europea, ma quella eurasiatica e il mondo intero. Gratta gratta sotto la superficie della storia e trovi l’attualità!00008azfRiferimenti bibliografici utili:
Storia universale” dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, vol. 9 (Teti Editore, 1975)
Ivan Majskij: “Perché scoppiò la seconda guerra mondiale” (Editori Riuniti, 1965)
A. A. Kungurov: Секретные протоколы, или Кто подделал пакт Молотова-Риббентропа
Kurt Gossweiler: “Contro il revisionismo” (Zambon Editore, 2009)

Perché l’Aeronautica Sovietica fallì nel 1941?

Aleksandr Vershinin, RBTH, 20 giugno 2016

39-air-forceL’Aeronautica Militare russa dimostra in Siria che, insieme agli Stati Uniti, la Russia è l’unico Paese al mondo la cui forza aerea può proiettare potenza ben oltre i confini nazionali. Non è sempre stato così. La consapevolezza dell’importanza degli aerei militari nacque nei giorni bui dell’invasione nazista dell’Unione Sovietica.

La seconda guerra mondiale segnò l’avvio dell’Aeronautica Militare sovietica e il suo periodo più difficile. Nel 1941, l’Aeronautica Sovietica subì una sconfitta devastante. Nei primi sei mesi di guerra perse quasi il 70 per cento dei velivoli da combattimento. Il 22 giugno, il giorno dello scoppio delle ostilità, le perdite ammontarono a 1200 aerei, più della metà dei quali nemmeno decollò. I tedeschi subirono gravi perdite durante lo stesso periodo, quasi 4000 velivoli, superiori alle perdite della Luftwaffe in tutte le campagne precedenti. Ma tuttavia il bilancio non fu favorevole ai sovietici. Le perdite del 22 giugno furono un grande shock per i generali sovietici. Dopo aver volato sugli aeroporti devastati, il comandante dell’aeronautica del distretto bielorusso si suicidò per la disperazione. L’aviazione tedesca, la Luftwaffe, era giustamente considerata la migliore al mondo. Per via dell’alta qualità in combattimento, i tedeschi ridussero la superiorità aerea dell’aviazione dell’Armata Rossa a zero entro l’inverno, raggiungendo la parità numerica che, considerando la superiorità qualitativa generale della Luftwaffe, li avviava verso la supremazia aerea. I piloti tedeschi trovavano i bersagli usando correttamente le stazioni di monitoraggio, neutralizzando la superiorità tattica dell’Aeronautica Sovietica su vari settori del fronte. I piloti dell’Armata Rossa mostrarono grande eroismo, spesso abbattendo aerei nemici, ma tutto questo non ribaltò la situazione generale.

Le ragioni della sconfitta
L’Armata Rossa aveva diversi velivoli, sia nuovi (per esempio, l’Il-2, soprannominato “Carro armato volante”) che macchine obsolete, tre volte più numerose di quelle nuove. Tuttavia, anche i modelli moderni avevano svantaggi significativi: la qualità dei motori aeronautici sovietici lasciava molto a desiderare; i velivoli avevano comunicazioni radio mal funzionanti e la blindature dei caccia sovietici erano così vulnerabili che le mitragliatrici, relativamente poco potenti, montate sui bombardieri tedeschi, potevano perforarle. L’addestramento degli equipaggi avveniva immediatamente: i piloti avevano appena il tempo di imparare come far funzionare le loro nuove macchine. Poco prima della guerra, le scuole di pilotaggio sovietiche fecero gli straordinari, formando migliaia di nuovi piloti. Il numero di brevettati era tale che molti non furono nominati ufficiali, in modo da non gonfiare l’organigramma. Non tutti i giovani piloti erano professionisti. Questo apparve già chiaro nella guerra Sovietico-Finlandese del 1939-1940, quando la piccola forza aerea finlandese causò gravi problemi all’Aeronautica Sovietica, nonostante la superiorità numerica schiacciante.

Problemi profondamente radicati
Tuttavia, la questione del perché il 1941 fu un anno così tragico per l’Aeronautica Sovietica è più complicata. Va tenuto presente che la creazione di una forza aerea regolare nell’URSS iniziò solo 10 anni prima della guerra. Gli impianti aeronautici erano spesso recenti e non avevano materiali sufficienti e numero necessario di tecnici e operai qualificati. Inoltre, l’Aeronautica è la più tecnicamente complessa delle armi moderne. La sua creazione richiede industrie chimica, elettronica e metallurgica sviluppate. Tutto questo fu creato nell’URSS al momento. I progettisti studiarono soprattutto per tentativi ed errori. Gli svantaggi dei motori aerei ne limitarono la libertà d’azione, e i tentativi di risolverli subito comportarono gravi conseguenze. La mancanza di comandanti qualificati era un grosso problema. La repressione stalinista non creò il problema, ma certamente l’aggravò. Addestramento ed esperienza in combattimento dei piloti sovietici non erano sufficientemente alti e ancora dovevano assorbire le lezioni apprese nei combattimenti nelle forze repubblicane durante la guerra civile spagnola di qualche anno prima.r2UUNy6Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia della guerra segreta della Russia

Manuale del Maresciallo Zhukov nel sorprendere e sconfiggere i nemici della Russia
John Helmer Dances with Bears 12 maggio 2016 – Russia Insiderla-apphoto-russia-putin-cabinet-jpg-20140306“C’è un limite a tutto. E con l’Ucraina, i nostri partner occidentali hanno passato il limite“, fu la dichiarazione del Presidente Vladimir Putin del 18 marzo 2014, rivolgendosi a un’assemblea speciale del Parlamento russo prima che l’adesione della Crimea alla Russia venisse decretata. E’ probabile che sia la linea più conseguente nella storia della Russia di questo secolo, e del resto del mondo anche, perché ha segnato la fine di mezzo secolo di convivenza pacifica tra Mosca, Berlino, Londra e Washington e il quarto di secolo del dopo-guerra fredda. Cioè, raggiunto il limite, la linea passata segna l’inizio dello stato di guerra reale. Poiché si celebra quest’anno la vittoria sulla Germania e la fine della guerra in Europa è passata, è il momento di ricordare come fu ottenuta questa vittoria. Il giro del Maresciallo Georgij Zhukov sul cavallo bianco è il simbolo da festeggiare, ma non la risposta alla domanda. Zhukov si era appassionato al culto della personalità come Stalin. Guardate. La guerra iniziata due anni fa può essere condotta con la tenacia di Zhukov e certe sue tattiche, ma il comando è passato non a Zhukov o Stalin, ma allo Stavka. Se non sapete cos’era, ed è, ora è il momento giusto per chiederlo. Ma la risposta è un segreto. La guerra dello Stavka sarà una sorpresa. La prima sorpresa è che non ci saranno annunci su strategia, operazioni, obiettivi o concetti operativi dei russi. Il concetto più spesso associato dal pensiero militare occidentale a Zhukov, e a Stalin, è che la miglior difesa è sempre l’attacco. Stalin disse nel suo discorso alla laurea dell’accademia dello Stato Maggiore dell’Armata Rossa del 5 maggio 1941: “La politica di pace è una buona cosa. La conduciamo fino ad oggi… seguendo la linea (basata) sulla difesa. E ora… quando siamo più forti, è necessario passare dalla difesa all’attacco. Per difendere il nostro Paese dobbiamo agire offensivamente. Dalla difesa passiamo alla dottrina militare delle azioni offensive… L’Armata Rossa è un esercito moderno, e l’esercito moderno è un esercito offensivo”. Affinché l’offensiva abbia successo, l’intelligence su prontezza e vulnerabilità del nemico deve essere buona. La contro-intelligence, l’occultamento dei preparativi, l’inganno, la Maskirovka vanno anche considerati. Il fatto ovvio e catastrofico è che, nel momento stesso in cui Stalin proponeva l’attacco a sorpresa, era in contraddizione con la propria dottrina, respingendo le conclusioni dei servizi segreti, tra cui l’intelligence militare (GRU), secondo cui la Germania stava per attaccare, rifiutandosi di attuare i piani proposti dai generali per contrastare l’attacco tedesco con un attacco preventivo. Sei settimane dopo il discorso sull’offensiva, la mattina del 22 giugno 1941, Stalin fu svegliato dall’Operazione Barbarossa, l’invasione di Hitler.

Operazione Barbarossa
marshal2Quando Putin annunciò che “tutto ha un limite” e “i nostri partner occidentali hanno passato il limite”, riconosceva di aver subito la sveglia della sua Barbarossa. Per quanto è pubblicamente noto, nessuno di GRU, Servizio d’intelligence estero (SVR), Ministero della Difesa o Stato Maggiore fu accusato, punito, reso un capro espiatorio o ucciso per il fallimento russo nell’anticipare, scoraggiare o neutralizzare il putsch degli Stati Uniti contro il governo di Kiev del 21-22 febbraio 2014. La mossa in Crimea, seguiva la classica difesa all’offesa e la rapida efficacia fu una sorpresa strategica. Tre anni prima, nel marzo 2011, l’allora Presidente Dmitrij Medvedev ebbe la sua Barbarossa. Ciò avvenne dopo aver ordinato al rappresentante russo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite d’accettare la no-fly zone sulla Libia, avviando la guerra di Stati Uniti e NATO contro la Libia, l’assassinio di Muammar Gheddafi e il movimento di forze armate e popolazioni ad est, ovest, sud e nord tra Malta e Italia. Si confrontino la dichiarazione di Putin sul ‘limite oltrepassato’ con le osservazioni di Medvedev: “Purtroppo, vediamo dagli sviluppi attuali che la vera azione militare è iniziata. Ciò non doveva essere permesso… La Russia non ha usato il suo potere di veto per il semplice motivo che non considero la risoluzione sbagliata. Inoltre, credo che nel complesso la risoluzione rifletta la nostra comprensione degli eventi in Libia, ma non completamente. Questo è il motivo per cui abbiamo deciso di non usare il nostro potere di veto. Questa, ci rendiamo conto, è stata una decisione qualificata a non porre il veto alla risoluzione, e le conseguenze della decisione erano evidenti. Sarebbe sbagliato iniziare a ribattere ora e dire che non sapevamo ciò che facevamo. Fu una decisione consapevole da parte nostra. Queste erano le istruzioni che diedi al Ministero degli Esteri, e furono attuate“. Fonte. Medvedev avrebbe potuto dire che la Libia non aveva quasi alcun valore per la difesa della Russia. Non lo fece. Avrebbe potuto dire che la Russia si opponeva all’intervento straniero negli affari interni degli Stati. Invece, dichiarò l’operazione Kibbitzer, la Russia guardava le altre potenze attuare con le loro forze un cambio di regime, consigliando: “qualsiasi uso della forza deve essere proporzionato agli eventi“.
Studiando le carte di Zhukov, biografie, archivi sovietici aperti e i dibattiti degli storici di oggi, manca ancora qualcosa. Si sa molto di ciò che disse Zhukov e ottenne, secondo le mappe delle ricostruzioni delle battaglie, dai diari personali e documenti ufficiali. Vi è anche la testimonianza delle figlie, dell’autista, di generali e politici rivali e gelosi. Ancora, assente da tutto questo è il modo con cui Zhukov radunò l’apprezzamento della situazione, ciò che fece dell’intelligence e come organizzò le operazioni, come decise, cambiò o rifletté retrospettivamente. In breve, non sappiamo come Zhukov pensava, ma solo ciò che voleva che pensassimo pensasse. La biografia più recente, per esempio, la migliore in inglese, di Geoffrey Roberts, Il Generale di Stalin: vita di Georgij Zhukov, non menziona una sola fonte o ufficiale dell’intelligence da cui Zhukov ammettesse dipendessero le sue informazioni operative. In precedenza, nell’opera di Harold Shukman, I Generali di Stalin, solo uno dei 26 profili è quello di un ufficiale dell”intelligence militare, il Generale Filip Golikov, capo del GRU nel 1940-1942. Zhukov l’accusò di mendacia, durante e dopo la guerra. L’intelligence permette anticipazioni e sorprese, mancanza o incapacità di comprenderla provoca sorpresa. Roberts ha avuto accesso agli archivi militari russi di Zhukov. Stranamente, non cercò le valutazioni opposte, degli archivi militari tedeschi. Secondo questo ufficiale della NATO, che scrive sotto anonimato per proteggersi la pensione, non c’è nulla di romanzesco su Zhukov. La sorpresa “è l’essenza del ‘modo russo di fare la guerra’. Conoscere e comprendere il nemico per tendergli delle sorprese. L’abbiamo appena visto in Siria, e del resto, più e più volte nella crisi ucraina dove nulla va secondo Nuland e soci, come in Ossezia nel 2008“. Per ulteriori esempi dello stesso autore militare sul motivo per cui le tattiche russe di solito sconfiggono le manovre di guerra della NATO, leggasi qui. Così Zhukov aveva i suoi predecessori. Inoltre, ha anche aspiranti successori. Ciò che si sa del comando, del collettivo noto come Stavka, è che nacque nel 19° secolo, quando nella tenda da campo, come in origine significava il termine russo, vi era il generale, i suoi comandanti di unità principali e i consiglieri dello Stato Maggiore. Durante la seconda guerra mondiale, lo Stavka raggruppava i 10-20 uomini di cui Stalin si fidava più. Fu la sede ultima di intelligence, valutazioni di situazione, decisioni strategiche, ordini di operazioni, coordinamento di forze, fronti ed armate. Gli agenti inviati dallo Stavka per supervisionare ciascuna delle direttive di guerra erano marescialli, in modo che s’imponessero sui comandanti al fronte. Questo è l’organigramma di quei giorni:1807_5_otredaktirovano-1

Fonte: Geoffrey Roberts, Il Generale di Stalin: Vita di Georgij Zhukov (2013), pagina 109

dmitry-medvedevUfficialmente, oggi lo Stavka non esiste. Il Consiglio di Sicurezza, che si riunisce ogni settimana con il Ministro della Difesa presente, ma senza ufficiali, non è lo Stavka. Se il comando a sorpresa è la strategia, impiegarne le forze disponibili può essere molto costoso. Un modo per mantenere la sorpresa, ma riducendo i costi è far capire al nemico che vi sono le linee rosse, e se minaccia di attraversarle, sarà attaccato senza ulteriore preavviso. Un paio di giorni dopo il discorso di Putin sulla Crimea, un’analisi elegante delle linee rosse russe fu pubblicata da Evgenij Krutikov, capo-redattore di Versija, editorialista di Vzglyad ed ex ufficiale. Sulla mappa, Krutikov identificava le continue linee rosse dell’approccio di NATO e Stati Uniti in Georgia, Ucraina, Finlandia e Svezia. Inoltre, linee rosse tratteggiate: “Le azioni nemiche di Lituania e Polonia verso la regione di Kaliningrad e la navigazione nel Baltico saranno ancora circostanze assolutamente inaccettabili“. Nell’Artico, Krutikov riferiva, “la recente attivazione delle controversie sull’accesso al territorio artico è legata generalmente all’andamento delle scorte energetiche sul fondale (continentale) ed anche alle prospettive commerciali della Rotta del Nord con il riscaldamento globale. Da qui anche l’illegalità di Greenpeace e le dichiarazioni inaspettatamente dure dall’eternamente assonnato Canada; rianimazione delle organizzazioni tipo Bellona e gite ecologiche a Murmansk dei capi dell’ambasciata statunitense a Mosca; in precedenza osservatori del cessate il fuoco in Afghanistan… Lo spazio dell’Oceano Artico, in particolare la parte subglaciale, è considerato nei piani militari strategici di Stati Uniti e NATO quasi ideale per le basi disponibili per il lancio del primo colpo, nucleare e con armi ad alta precisione, strategiche non nucleari“. Krutikov lo scriveva nel marzo 2014. Nei due anni successivi, la Siria, evento collaterale nella sua valutazione di allora, è ormai un fronte bellico che attraversa il confine con la Turchia includendo le operazioni turche sotto la NATO da basi come Incirlik. A tempo debito sarà chiaro se Stati Uniti e Turchia tentano di creare una base della NATO nel nord di Cipro, divenendo un prolungamento del fronte. Come sono cambiate le linee rosse? “Le linee marcate nel 2014 non sono scomparse“, risponde Krutikov. “C’è un rafforzamento non autorizzato della NATO nei Paesi baltici, sì. Vi è un certo progresso, invio di missili a lungo raggio e sistemi di difesa aerea. Ma è ovvio che sia una situazione non collegata alla Siria. Se vi è un tentativo di piazzare certe nuove armi che raggiungano la regione russa, sarà anche un cambio dei rapporti di forza in Europa. Tali linee non cambiano se un accordo viene raggiunto in Siria. Queste cose sono stabili. Ma finora alcuna nuova linea rossa è apparsa in Siria, grazie a Dio“.
Vi sono un paio di linee guida di Zhukov per gli aspiranti strateghi russi. Una riguarda la vanità su cui Zhukov era incline, come lo furono alcuni successori post-sovietici al comando. Non aspettatevi di mantenere la vostra reputazione intatta, tra i vostri contemporanei o il pubblico, se tentate di fare il bottino che Zhukov fece in Germania, 70 gioielli in oro, 740 articoli di argenteria, 50 tappeti, 60 quadri, 3700 metri di seta, 320 pellicce, oggetti d’antiquariato stranieri e 20 fucili da caccia inglesi e tedeschi. Posto sotto inchiesta da una commissione del partito, Zhukov affermò di aver comprato il bottino con i propri soldi, o che gli fu donato come trofeo di guerra. Nessuno gli credette. La seconda è che lo Stavka è un collettivo, i cui membri devono rimanere anonimi, evitando di cavalcare cavalli bianchi in pubblico. Stalin, secondo una lamentela presentata dal figlio scontento Vasilij, previde di cavalcare uno stallone nella parata del 1945, ma cadde durante una prova sul campo di Khodinka. In sella Putin è più stabile. Krutikov propone questa conclusione: “le linee rosse sono si moltiplicano, eppure nessuno le formula in modo chiaro, tanto più che nessuno le attraversa. Naturalmente, vi è la Siria, ma nella situazione siriana dell’ultimo anno, in questi mesi, quando vi era l’operazione militare russa, le linee rosse cambiavano ogni giorno. In realtà, non esiste un sistema fisso. Va capito dove le linee rosse possono dipendere da umore ed emozioni. C’era il momento in cui la figura di Bashar al-Assad stessa era una sorta di linea rossa, ‘deve andarsene’, fu la posizione obbligatoria che occidente e Stati Uniti non potevano abbandonare. Ora, a quanto pare, possono soffrire molto Assad“. “Lo stesso vale per l’uso della forza. Come l’abbattimento del Su-24 russo da parte turca. E’ una linea rossa di per sé, un evento straordinario, al termine del quale certi individui devono assumersene la responsabilità. Ma ancora niente guerra globale. Le perdite militari russe possono essere considerate una linea rossa, ma tali processi sono costantemente in movimento, con le parti che cambiano sempre posizione. Forse è un bene che nessuno abbia deciso di tracciare linee rosse in tale e tal’altro posto, o dichiarato che nessuno deve attraversarle. Forse questo è un bene“. Se lo è, è un segreto militare.marshal-zhukovTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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