Il macabro gioco delle fosse comuni: il Caso di Kirov. Prove tecniche di rinnovato anti-sovietismo?

Luca Baldelli

b31bed37eeaee7b8d9d5f1b4331554acLa scoperta di una fossa comune nei pressi di Kirov, a 900 kmda Mosca, con resti di soldati italiani, tedeschi, ungheresi e rumeni (ovvero appartenenti ad eserciti alleati nel quadro dell’Asse nazifascista), pare proprio giungere propizia, per i circoli borghesi e reazionari, nel momento in cui la macroscopica bufala di Katyn, pompata da tutta la stampa anticomunista, antisovietica ed antirussa, mostra sempre più crepe. Il lavoro del compianto compagno Viktor Iljukhin, deputato comunista che per primo svelò, alla Duma, le falsificazioni operate sui documenti riguardanti la storia dell’URSS da parte di un gruppo formato da storici, militari e archivisti, ha aperto le porte ad una generale “controrevisione” di versioni su fatti e avvenimenti storici accreditate come insindacabili dopo la caduta del Muro antifascista e antimperialista di Berlino, e dopo l’ammainamento della bandiera rossa dal pennone del Cremlino. Non solo si è aperto uno squarcio di luce prezioso sul periodo staliniano, con il ridimensionamento delle cifre, oltremodo gonfiate, su “repressi” e giustiziati dal 1924 al 1953 in tempo di pace, ma con un’analisi scrupolosa, di natura storiografica e filologica, di prove e documenti, con il coraggio pionieristico e la passione per la verità di autori come Jurij Mukhin, già dagli anni ’90 impegnato nella coraggiosa battaglia per togliere al becero revisionismo l’egemonia sulla trattazione della storia sovietica, si sono potute confutare tesi che per anni e anni, se non decenni, l’establishment politico e culturale anticomunista aveva imposto come dogmi indiscutibili non solo nell’ambito accademico, ma anche presso l’opinione pubblica mondiale, su fatti inerenti la Grande Guerra Patriottica del 1941–45. In questo panorama, i fatti di Katyn non potevano non avere un peso preponderante, all’interno di un salutare processo di “controrevisione” storica volto a dimostrare, con argomenti e prove difficilmente confutabili, le responsabilità nazifasciste nel massacro degli ufficiali polacchi, poi ritrovati e riesumati con diabolico tempismo, dopo la fucilazione, per suscitare sdegno ed esecrazione contro l’URSS, contro laNazione che, dopo aver retto quasi da sola il peso dello scontro con la bestia nazifascista, si apprestava a rincorrerla e schiacciarla oltre i propri confini, fin nella Berlino di nibelungica oscurità avvolta.
Ebbene, oggi anche liberali e democratici senza preconcetti e pregiudizi, grazie a documenti, prove e opere storiografiche serie e rigorose, cominciano se non ad accettare la verità su quei fatti, depurata da tutte le menzogne inventate dalle centrali goebbelsiane della disinformazione prima al servizio del Terzo Reich, poi degli alleati anglo–statunitensi, perlomeno a dubitare e a porsi interrogativi prima nemmeno ipotizzabili. Si rischia di aprire una voragine nel castello di bugie costruite in decenni di dominio culturale della storiografia reazionaria, revanscista e anticomunista. Davanti alle pallottole di Katyn, riconosciute come indubbiamente tedesche e non utilizzabili dall’Armata Rossa; dinanzi alla dimostrazione scientifica e forense che lo stato di conservazione dei cadaveri degli ufficiali era tale da escludere un’esecuzione di massa nelle date indicate dagli accusatori dell’URSS; dinanzi a “documenti ufficiali” palesemente alterati, interpolati o falsificati, simili a patacche dozzinali e maldestre piuttosto che a testimonianze archivistiche, tutta la “leggenda nera” cucita sulla bandiera rossa e la storia dell’URSS rischia di franare miseramente, con le sirene dell’antisovietismo di ritorno costrette a tacere per sempre, in uno scenario da incubo per i falsificatori di professione. E allora, quale migliore escamotage di un bel rinvenimento ad orologeria di fosse comuni con soldati dello schieramento nazifascista, naturalmente uccisi o fatti morire dai “barbari mongoli trinariciuti” dell’Armata Rossa, da sventolare in faccia all’opinione pubblica mondiale come tetri vessilli? Quale migliore “prova”, quale più mortifera “pistola fumante” a sparo differito, per colpire e far centro nel bersaglio psicologico e sentimentale di un gregge belante, che qualcuno aveva osato provare a risvegliare dal torpore gregario con un’iniezione di spirito critico e di sano dubbio? Ecco quindi le fosse di Kirov, cosparse di pestilenziale acqua dal satanico aspersorio della menzogna! Ecco un rinnovato poltergeist storico e politico, tale da far tremare le mura dei palazzi coi suoi ululati e le sue scosse! Ecco l’operazione di rimozione della verità, avviata con tempismo e rivoltante sfrontatezza: non una parola sulla tragica impreparazione dei militari italiani, mandati a combattere e a morire da Mussolini con indumenti leggeri nella terra fredda per antonomasia, con le armi benedette dai preti; non una parola sui crimini di invasori che hanno lasciato in terra sovietica 20 milioni di morti e feriti; non un cenno ai 4/5 milioni di sovietici periti nei lager nazifascisti; non una timida allusione al fatto che i soldati dell’Asse arrivavano da prigionieri nei campi di concentramento sovietici, allestiti in gran parte dopo la controffensiva di Stalingrado, già in condizioni fisiche e psichiche disperate, abbandonati in primis dai loro comandanti e dai loro cinici calcoli, costretti a vagare per giorni e giorni alla ricerca di cibo e di un tetto ancora in piedi, tra i tanti abbattuti dalle cannonate hitleriane. Niente di tutto ciò! Le campane debbono suonare unicamente le note dell’esecrazione verso l’URSS infame, che ha fatto morire senza pietà i soldati che avevano invaso ed occupato il suo territorio!
In questa sinfonia martellante di menzogne e montature, tutto ciò che è storia vera deve cadere nell’oblio: l’esperienza delle scuole antifasciste attivate dai sovietici per i soldati prigionieri, specie italiani e tedeschi, con la collaborazione di militanti comunisti della prima ora come Edoardo D’Onofrio; le cure gratuite dispensate dal personale sanitario sovietico, pur nelle tremende condizioni di vita imposte dalla guerra provocata dai nazifascisti, ai soldati dell’Asse, con dedizione e scrupolo, mentre milioni di sovietici perivano come cavie o come bestie da macello nei lager del “Grande Reich”; il sacrificio di migliaia e migliaia di famiglie sovietiche che si privavano dell’essenziale per sfamare i soldati nemici sbandati, con spirito umanitario eccezionale, impareggiabile; l’impegno sovietico per garantire, nel corso di tutti gli anni ’50, la regolarità dei rimpatri degli ex-soldati dell’Asse, specie italiani; le bugie diffuse dai fascisti e dai loro protettori sul reale numero di prigionieri, sulla loro sorte, smascherate più e più volte negli anni ’50–’60; i documenti falsi circolati anche in Russia, dopo il 1991, su questo capitolo di storia. Questi si chiamano fatti, e nessuna memorialistica, per quanto insidiosa, per quanto tendente a far tabula rasa di ogni verità, potrà mai cancellarli. Se questi sono i fatti, sulle riesumazioni di Kirov bisogna parlare chiaro e senza paura: quei soldati, molti dei quali, la gran parte, costretti a partire per un’avventura bellica disperata, criminale e vigliacca, sono morti non per mano dei sovietici, ma per colpa degli assassini che li avevano sbattuti in un teatro di guerra feroce e spietato, contro un popolo pacifico ma determinato al massimo nella difesa della Patria, minacciata di distruzione, e delle sue conquiste, irrinunciabili perché fatte di uguaglianza, libertà, emancipazione.
poster165 Nei campi per prigionieri allestiti dai sovietici, i soldati dell’Asse arrivavano, come abbiamo prima accennato, già moribondi, sfiniti, sfibrati, visto il carattere cruento delle battaglie, la disorganizzazione dei vettovagliamenti e dei mezzi di locomozione, il tradimento dei generali e dei colonnelli (tutti sopravvissuti all’immane conflitto, tra l’altro, ma sempre pronti, con la bava alla bocca, a scrivere nel dopoguerra opere di “memorialistica” anticomunista e antisovietica). Paradossalmente, se non vi fossero stati quei campi, nessuno sarebbe ragionevolmente sopravvissuto. Non è però solo la giusta narrazione del contesto, dello scenario passato, che va messa al centro del dibattito e della confutazione della montatura revisionista. C’è altresì da chiedersi, spingendo il dubbio fino all’iperbole alla luce di episodi avvenuti negli anni ’80, quanto vi sia di vero proprio nelle riesumazioni in sé, nelle modalità con le quali sono stati ritrovati i resti dei militari. Come per Katyn, anche in questo caso la “puzza di bruciato” si avverte a distanza. Nel 1987, la stampa sovietica dava notizia del ritrovamento di prove inconfutabili circa la fucilazione di soldati italiani a Leopoli, nell’Ucraina occidentale, per mano dei nazisti, dopo l’8 settembre del 1943. Iniziava subito un battage propagandistico per negare ogni crisma di verità a quei documenti, ma le testimonianze di ex-combattenti, perfino di generali (si pensi al generale Ricchezza, che chiese di essere ascoltato dalla Commissione del Ministero della Difesa italiano) corroboravano le argomentazioni delle autorità sovietiche. Migliaia di militari italiani, rastrellati nei Balcani o in Europa, erano stati fucilati e buttati nelle fosse comuni ucraine perché non ne avevano voluto sapere di tornare a combattere col Reich. Le menzogne anticomuniste ed antisovietiche su Katyn, oggi sempre più screditate e smentite, o riaffermate solo per convenienza politica da qualcuno, venivano riesumate dall’armamentario di Goebbels proprio in quel periodo, anche per coprire i fatti di Leopoli. L’Internazionale nera, arricchita dei colori blu dell’atlantismo, bianco del clericalismo vaticano, rosa dei rinnegati di sinistra, dalla tavolozza del falso si proietta sempre sulla tela dell’inganno con gli stessi metodi e con lo stesso tempismo: ovvero, ogni volta che bisogna coprire verità scomode emergenti, o impedire lo smottamento di imposture sbugiardate. Ad un documento vero si risponde con uno inventato ad arte; a vere responsabilità criminali nazifasciste e imperialiste, si oppongono improbabili responsabilità del campo sovietico, inquinando o decontestualizzando, scambiando i deceduti per cause fisiologiche legate al contesto bellico, con i fucilati e i massacrati in spregio ad ogni legge di guerra. Ora, è vero che Kirov, rispetto a Katyn, si trova in una zona fuori dalle operazioni belliche della Grande Guerra Patriottica e mai cadde in mano nazista; pertanto, sembra ardito ipotizzare un’operazione di falsificazione totale. Tuttavia, se è vero che, come hanno ampiamente dimostrato Iljukhin, Mukhin e altri ancora, timbri fasulli e vari ammennicoli da laboratorio alchemico della falsificazione son serviti a storici ed archivisti di obbedienza gorbacioviana e eltsiniana per fabbricare patacche sulla storia del periodo staliniano, delle “purghe” e della Grande Guerra Patriottica, perché non pensare che, anche attorno a cadaveri che vengono ancora una volta riscoperti e strumentalizzati ad “orologeria”, non vi sia un sottile, insidioso gioco improntato, come sempre, alle tonalità del macabro? A Timisoara, nel 1989, dei deceduti per cause naturali furono additati al mondo come vittime del fantomatico massacro compiuto dalla Securitate. Anche in quel caso, la bravura di alcuni giornalisti d’inchiesta, veri e propri reporter d’assalto, smascherò la montatura… A Kirov, sta andando forse in scena lo stesso copione? E se ci trovassimo, invece che dinanzi a resti di soldati deceduti da prigionieri, peraltro per cause non imputabili all’URSS, bensì all’occupante nazifascista, alle ceneri di militari o civili, travestiti da militari, uccisi come a Leopoli, poi portate lontano per centinaia di chilometri, in uno scenario ben congegnato da menti raffinatissime, per rendere più credibile l’esistenza di “vittime dell’NKVD”? Si spiegherebbe così il clamore dei revisionisti per foto aeree, vere o presunte, attestanti l’assenza di fosse comuni piene di cadaveri sui luoghi di tremendi massacri nazifascisti, narrati in decine e decine di libri, come Babi Jar, ad esempio. Ipotesi? Sì, ipotesi, ma è anche da queste che si deve partire, per contrastare le menzogne anticomuniste ed antisovietiche e per ribadire un’elementare verità: la storia non è la notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere, ma è l’arena nella quale gli sfruttati combattono gli sfruttatori, i nemici dell’umanità, i tiranni e gli assassini. Ieri a Stalingrado, Leningrado e in mille altri fronti; oggi in Siria e lungo i tanti meridiani del globo.
In questo quadro, la difesa dell’eredità storica sovietica non è un’esercitazione da cimelio museale, ma un’attualissima necessità, per i comunisti, i democratici, i progressisti veri. La memoria di ciò che è stato glorioso per il movimento operaio, di ciò che ha contribuito al suo avanzamento, è sempre e costantemente sotto attacco da parte di chi vuol far tornare indietro le lancette della storia e sa che, per far ciò, occorre in primis distruggere riferimenti ed esempi che parlano all’oggi più di quanto non ci raccontino il passato. Mai dimenticare questo!soviet-russian-propaganda-posters-ww2-second-world-war-005Riferimenti
Jacek Wilczur: “Le tombe dell’ARMIR” (Arnoldo Mondadori Editore, 1967)
AA.VV: “L’URSS nella Seconda Guerra Mondiale” (Edizioni CEI, 1966)
Jurij Mukhin: “Katinskij detektiv” (Svetoton, 1995)
Associazione Stalin: “La strage di Katyn, una menzogna anticomunista
Grover Furr (tradotto da Guido Fontana Ros): “La versione ufficiale del massacro di Katyn confutata?” Noicomunisti.

Come il mitragliere Hitler eliminò cento nazisti

Il soldato dell’Armata Rossa Semjon Kostantinovic Hitler fu premiato con la medaglia “Per il coraggio”
Alessandro Lattanzio, 28/8/2016

Semjon Konstantinovich Hitler

Semjon Konstantinovich Hitler

Il 9 settembre 1941 il comandante dell’Armata Costiera Tenente-Generale Safronov firmò il foglio per l’assegnazione della medaglia “per il coraggio” dell’Armata Rossa, a nome di Hitler. Nell’elenco fu presentata la ragione della gratifica: “Da mitragliare, forniva tiro di supporto al suo plotone. Una volta nella zona, dopo essere stato ferito, il compagno Hitler ha sparato fin quando hanno ha consumato le munizioni, dopo di che rientrava con l’arma, dopo aver distrutto più di un centinaio di soldati della Wehrmacht“.medaliSemjon Kostantinovich Hitler era nato nel 1922 nella città di Orinin nella regione di Kamenetz-Podolsk (ora Khmelnjtskij). Orinin era a 18 km di distanza dal noto centro della comunità ebraica di Kamenetz-Podolsk, dove gli ebrei costituivano la metà della popolazione. Gli ebrei furono accusati di spionaggio ed espulsi dalla regione durante la Prima Guerra Mondiale. L’8 novembre 1917 fu proclamato il potere sovietico a Kamenetz-Podolsk, ma il 27 dicembre arrivò la 12.ma Divisione fucilieri ucraina imponendo l’autorità di Kiev. Gli ebrei tornarono nei primi mesi del 1919 con i bolscevichi. Nel giugno 1919, la 3.za divisione della Repubblica popolare ucraina (UPR) assaltò Kamenetz-Podolsk e per tre giorni la città fu teatro di esecuzioni di bolscevichi e pogrom di ebrei. Nel novembre 1920, Kamenetz infine fu liberata dall’Armata Rossa, tra cui vi era l’unità di autodifesa di Orinin. Nel 1925 vi fu creata l’azienda agricola collettiva ebraica “Nuova Via”, prototipo dei kibbutz israeliani, e Orinin divenne il centro del Consiglio ebraico nazionale. Kolmen Hitler, ex-sarto, era presidente dell’associazione e delle cooperative di sartoria, calzolai e del mulino. Ed era anche il padre di Semjon. Alla fine del 1920, la sinagoga di Orinin fu chiusa e le attività delle organizzazioni sioniste cessarono nel villaggio. Nel 1935 gli ebrei costituivano la maggior parte della cooperativa agricola “Bandiera del Comunismo”. Dopo l’occupazione della Wehrmacht, ad Orinin fu creato il ghetto dove il 21 giugno 1942 furono uccisi 1700 ebrei, e altri 300, professionisti, deportati a Kamenetz-Podolsk, dove furono massacrati entro la fine dell’anno. A Kamenetz-Podolsk, dal 27 al 29 agosto 1941, furono uccisi 23000 ebrei. Il pogrom peggiore dopo quello del settembre 1941 a Kiev, quando 34000 ebrei furono uccisi in due giorni. Nella regione di Kamenetz-Podolsk furono assassinati 85000 ebrei in totale. La famiglia ebraica Hitler viveva nella cittadina da tempo immemorabile, e solo dopo la liberazione della regione dai tedeschi, miracolosamente sopravvissuti, i superstiti cambiarono immediatamente nome da Hitler a Gitlevij. Ora tutti i Gitlevij di Orinin vivono in Israele, ma nella loro famiglia vive la leggenda che, durante l’occupazione, il gauleiter locale non ebbe il coraggio di uccidere gli ebrei che portavano il nome del Führer.
1417501089_image009Dopo essere stato arruolato dall’ufficio militare dell’Armata Rossa di Orinin, nel novembre 1940, Hitler frequentò la scuola mitraglieri del Distretto Militare di Odessa, concludendola solo un mese prima dell’inizio della guerra, e fu inviato nell’area fortificata di Tiraspol. Il servizio era molto complesso, la squadra standard includeva mitragliatrici pesanti e mitragliatrici leggere, un graduato e sei soldati: l’osservatore-telemetrista, mitragliere tiratore, assistente mitragliere, due addetti alla slitta e alle munizioni. Ogni mitragliere doveva saper svolgere i compiti di qualsiasi soldato della squadra, nel caso dovesse sostituirlo nei combattimenti, compreso il caposquadra. Hitler era di stanza sul fianco sinistro della regione fortificata sul confine occidentale sovietico, lunga 150 km per 4-6 km di profondità. Per la maggior parte si basava su barriere naturali come la valle paludosa dei fiumi Dnestr e Turunchuk. In queste aree la profondità della zona fortificata era di 1-3 km. Nella zona fortificata, nel giugno 1941, vi erano 284 edifici, 22 postazioni di artiglieria e 262 postazioni mitragliatrici, e allo scoppio della guerra, vi erano 664 mitragliatrici. In una delle 262 postazioni per mitragliatrici, situata a quota 176,5, la difesa era compito del soldato dell’Armata Rossa Semjon Kostantinovic Hitler. Successivamente, il soldato dell’Armata Rossa Hitler partecipò alla difesa di Odessa. Infatti dopo l’aggressione nazista e dopo pesanti combattimenti, le forze sovietiche si ritirarono verso Odessa. Il 5 agosto 1941 fu ordinato di difendere la città fino alla fine, respingendo i tentativi della 4.ta Armata dell’esercito rumeno verso Odessa e il 21 settembre le truppe sovietiche fermarono il nemico a 8-15 km dalla città. Ma a causa della minaccia di una manovra avvolgente del Gruppo “Sud” dell’esercito tedesco verso Donbas e la Crimea, fu deciso di evacuare via mare le truppe da Odessa verso la Crimea, compito completato dalla Flotta del Mar Nero il 16 ottobre 1941.hitler2Il 9 settembre 1941, il comandante dell’Armata Costiera dell’Armata Rossa, Tenente-Generale Georgij Pavlovich Safronov, firmò l’assegnazione della medaglia “per il coraggio” al soldato dell’Armata Rossa Hitler. Safronov, uno dei migliori generali sovietici della guerra, guidò l’evacuazione da Odessa. Dopo un infarto, non svolse più compiti di comando.

Tenente-Generale Georgij Pavlovich Sofronov

Tenente-Generale Georgij Pavlovich Safronov

Scheda della premiazione
Cognome, nome e patronimico: Hitler Semjon Kostantinovich.
Grado: soldato dell’Armata Rossa
Posizione: tiratore mitragliere del 73.mo OPB Tiraspol SD
Dati e servizio del destinatario dell’assegnazione:
1. Anno di nascita: 1922
2. Nazionalità: Ebraica
3. Servizio nell’Armata Rossa dal: 1940
4. Militanza: Komsomol
5. Partecipazione nei combattimenti (dove e quando): fortificazione di Tiraspol, giugno
6. Ferite e contusioni:
7. Precedente assegnazione:
I. Sintesi specifica, eroismo al combattimento o merito personale:
Con la sua arma, il compagno mitragliere Hitler in 8 giorni ha continuamente e con tiro preciso distrutto un centinaio di nemici. Nella postazione di quota 174,5 il compagno Hitler aveva aperto il fuoco con la mitragliatrice in supporto all’offensiva del plotone, ma il nemico essendo venuto da tergo circondò e disperse il plotone, il compagno Hitler, con la sua arma già ferito rimase solo tra i i nemici, ma mantenne il controllo e sparò fin quando non esaurì tutte le munizioni, e quindi per 10 km passò carponi tra il nemico…

II. Decisione
Il compagno mitragliere Hitler SK ha mostrato eccezionali doti di compostezza, resistenza e coraggio in battaglia, distruggendo il nemico. Il compagno Hitler è un ben preparato, serio e ostico combattente. Il compagno Hitler è degno dell’assegnazione della medaglia “Per il coraggio”.

Il comandante (in capo)
19 agosto 1941

III. Decisione del Consiglio militare dell’Esercito
Degno dell’assegnazione della medaglia “per il coraggio”

Il comandante dell’Armata Costiera Tenente-Generale Safronov
Commissario del consiglio militare, Commissario di Brigata Kuznetsov
9 settembre 1941hitler9Nei giorni successivi, in città giunsero decine di migliaia di soldati sovietici che difendevano la penisola di Khersoneso. Senza cibo, acqua e munizioni non poterono opporre una resistenza organizzata, mentre il comando dell’esercito e il comando della Difesa della zona di Sebastopoli (498 effettivi) lasciarono la penisola il 30 giugno. Il Viceammiraglio Filip Sergeevich Oktjabrskij inviò un telegramma: “Il nemico si precipita da nord verso il porto. I combattimenti sono divenuti scontri urbani. Le truppe rimanenti sono stanche e si ritirano, anche se la maggior parte continua a combattere eroicamente. Il nemico ha nettamente aumentato la pressione con aerei e carri armati. Data la forte riduzione della potenza di fuoco, è necessario considerare che in tale situazione si possa resistere per massimo 2-3 giorni. Sulla base di tale particolare situazione, vi chiedo d’inviare la notte del 30 giugno – 1 luglio 200-250 aerei per recuperare ufficiali responsabili e comandanti verso il Caucaso così, se possibile, lasciare Sebastopoli lasciandovi il Generale Petrov“. Il comando di Sebastopoli, il Generale Petrov e l’Ammiraglio Oktjabrskij, incaricarono invece della difesa il comandante della 109.ma Divisione di fanteria, Generale P. G. Novikov, scelto perché di nazionalità tartara crimeana. Il Generale Novikov ebbe l’ordine di “combattere fino all’ultimo, e poi… raggiungere in montagna i partigiani!” Il Viceammiraglio Oktjabrskij spiegò: “Compagni, la situazione era difficile allora. Sebastopoli fu bloccata via terra, aria e mare. Alla fine di giugno, con l’aiuto dell’aeronautica, il blocco era al culmine. Neanche i sommergibili riuscivano a raggiungere Sebastopoli, e per le navi di superficie non era neanche il caso di parlarne. In tali circostanze, la questione fu sollevata. Con l’evacuazione dell’esercito, sarebbero andati persi Esercito e Marina, contava di più minimizzare le perdite nei combattimenti. In ultima analisi, l’esercito fu perso, ma la flotta fu salvata”.

Viceammiraglio Filip Sergeevich Oktjabrskij

Viceammiraglio Filip Sergeevich Oktjabrskij

Il 1° luglio Sebastopoli cadde. Ma il bombardamento del Khersoneso continuò per tre giorni. Semjon Kostantinovich Hitler morì il 3 luglio 1942. Il giorno dopo, tutti i soldati sovietici nel resto della penisola, si arresero. Solo dell’Armata Costiera erano 30 mila.

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Fonti:
Foto History
VA-SK
Voennoe Delo

Stalin, la Bomba e gli imbecilli occidentali

Micheal D. Gordin, The History Reader 16 luglio 2011RV-AQ260_bkrvpo_J_20150515130807Il 16 luglio, il giorno prima dell’inizio di Terminal, gli scienziati che lavoravano al Progetto Manhattan fecero esplodere la prima atomica del mondo nel deserto di Alamogordo, New Mexico: era l’Operazione Trinity. In cima ad una torre di 30 metri, pezzi di plutonio (un metallo pesante generato dall’uranio arricchito nei reattori atomici, una nuova invenzione), accuratamente sagomati nei segmenti di una sfera, furono fatti implodere in un nucleo denso, avviando la fissione. I nuclei pesanti degli atomi di plutonio si scissero, liberando enormi quantità di energia. Questo processo fisico fu scoperto solo nel dicembre 1938; il plutonio fu segretamente sintetizzato nell’inverno 1940-1941, e ora gli statunitensi ne ottennero un’arma. Il test era andato perfettamente, e la bomba Fat Man, e la più semplice basata su un cannone all’uranio 235 denominata Little Boy, furono spedite nel Pacifico per farle esplodere su città giapponesi appositamente scelte. Forse i sovietici non erano necessari, dopo tutto. Ma a Stalin andava detto. Ufficialmente era un alleato, anche se nessuna delle due parti si fidava dell’altra, e tecnicamente non era ancora un alleato nella guerra del Pacifico. Molti protagonisti statunitensi avevano la crescente sensazione che l’alleanza di Roosevelt e Stalin fosse stata un errore o stava per diventarlo. Forse questo era un campo in cui la tendenza ad essere troppo accoglienti verso i sovietici andava rivista. Il Progetto Manhattan, iniziato come collaborazione anglo-statunitense, aveva deliberatamente ed esplicitamente escluso l’Unione Sovietica fin dall’inizio. Per quanto Truman e Byrnes ne sapessero, Stalin era completamente all’oscuro dei loro sforzi per militarizzare uranio e plutonio, ma certamente l’avrebbe saputo una volta che la prima città venne distrutta all’inizio di agosto, e avrebbe capito che era stato lasciato all’oscuro di proposito. L’impulso iniziale di Byrnes era di continuare così. Il ministro della Guerra Henry L. Stimson non era d’accordo. Stimson era un incaricato anziano nominato da Roosevelt, ed ex-segretario di Stato del presidente repubblicano Herbert Hoover. (Stimson rimase un repubblicano irremovibile sotto i due presidenti democratici che servì). Byrnes, non volendo interferenze, fece di tutto per non invitarlo al vertice di Potsdam, ma Stimson vi andò lo stesso, soprattutto per consigliare Truman su S-1 (il nome in codice del Progetto Manhattan). Il tempo dello stallo con Stalin era finito. Il verbale dell’ultima riunione del Comitato politico combinato anglo-statunitense del 4 luglio 1945, registrava il segretario della guerra già convinto che Potsdam fosse il luogo per sollevare il velo ai sovietici, almeno un po’: “Se nulla viene detto in questo incontro su TA (leghe per tubi = arma atomica) l’immediato uso potrebbe avere un grave effetto sulle relazioni franche tra i tre grandi alleati. (Stimson) aveva quindi consigliato al presidente di osservare l’atmosfera al vertice (di Potsdam). Se la franchezza reciproca su altre questioni era reale e soddisfacente, allora il presidente poteva dire che era stata sviluppata la fissione nucleare per scopi bellici, con buoni progressi; e che un tentativo di utilizzare un’arma sarebbe stato compiuto a breve, anche se non era certo se avrebbe avuto successo”.
1945-molotov Il comitato interinale, un gruppo di funzionari civili e militari con qualche scienziato che Stimson aveva convocato per discutere delle implicazioni in tempo di guerra e nel dopoguerra della bomba atomica, aveva “unanimemente convenuto che sarebbe stato un notevole vantaggio, se utile all’occasione, che il Presidente suggerisse ai sovietici che stavamo lavorando su questa arma con prospettive di successo e che ci aspettavamo di usarla contro il Giappone”. In un primo momento, Truman era ostile all’idea d’informare Stalin, e Winston Churchill lo era altrettanto. Ma la notizia su Trinity cambiò tutto. Stimson scrisse nel suo diario che Churchill “Ora non solo non era preoccupato d’informare i russi sulla questione, ma era piuttosto incline a usarla come argomento a nostro favore nei negoziati“, e continuava: “Il sentimento… è unanime nel ritenere che fosse opportuno dire ai russi almeno che stavamo lavorando su questo tema e dell’intenzione di usarla se e quando completata con successo“. Il 24 luglio, intorno alle 19:30, dopo una dura giornata di negoziati sulle questioni europee, Truman saltellando verso Stalin durante una pausa, lasciandosi l’interprete alle spalle, scambiò qualche parola. Non sapremo mai esattamente cosa disse, ed esattamente cosa rispose Stalin. Lo scambio ebbe ripercussioni enormi, ma Truman, Stalin e l’interprete di quest’ultimo, V. N. Pavlov, non lasciarono alcuna trascrizione immediata di ciò che accadde. L’interprete di Truman, Charles “Chip” Bohlen, rimase indietro mentre il suo capo fece la sua mossa: “Spiegando che voleva essere il più informale e casuale possibile, Truman disse durante una pausa che sarebbe andato verso Stalin e con nonchalance informarlo. Mi disse di non accompagnarlo, come facevo normalmente, perché non voleva indicare che vi fosse nulla di particolarmente importante. Così Pavlov, l’interprete russo, tradusse le parole di Truman a Stalin. Non sentì la conversazione, anche se Truman e Byrnes dissero che c’ero… Dall’altra parte della stanza, guardai con attenzione la faccia di Stalin mentre il presidente dava la notizia. Così estemporanea fu la risposta di Stalin che ebbi il dubbio che il messaggio del presidente fosse arrivato. Avrei dovuto bene sapere di non sottovalutare il dittatore”. Bohlen non fu l’unico che pensò che ci fosse stato un problema di comunicazione. Tutti, Bohlen, Stimson, Byrnes, Churchill, osservarono la conversazione con attenzione, anche se non con troppa attenzione, per non far capire a Stalin che la battuta era importante. Come Byrnes ricordò nelle sue memorie del 1947: “(Truman) disse che aveva detto a Stalin che, dopo una lunga sperimentazione, avevamo messo a punto una nuova bomba molto più distruttiva di ogni altra bomba conosciuta, e che prevedevamo di usarla molto presto, a meno che il Giappone non si arrendeva. L’unica risposta di Stalin fu di essere contento di sentire della bomba e sperava che l’avremmo usata. Fui sorpreso dalla mancanza d’interesse di Stalin. Conclusi che non ne colse l’importanza. Pensai che il giorno dopo avrebbe chiesto ulteriori informazioni. Non lo fece. Più tardi conclusi che, poiché i sovietici tenevano segreti i loro sviluppi militari, pensassero che fosse improprio chiedere dei nostri”. Nel 1958, nella seconda edizione delle memorie, rivide leggermente il suo punto di vista: “Non credevo che Stalin colse il pieno significato della dichiarazione del Presidente, e pensai che il giorno dopo ci sarebbe stata qualche indagine su questa “arma nuova e potente”, ma mi sbagliai. Pensai allora e anche adesso che Stalin non apprezzasse l’importanza delle informazioni dategli; ma ci sono altri che credono che, alla luce delle informazioni successive sui servizi segreti sovietici in questo Paese, fosse già a conoscenza del test del New Mexico, e che a ciò fosse dovuta la sua apparente indifferenza”.
preview.php Il dittatore sovietico non lasciò nulla sullo scambio, ma la sua delegazione lo fece. E’ difficile prendere le memorie del Ministro degli Esteri sovietico V. M. Molotov come completamente affidabili, poiché ricordò qualcosa che nessun altro vide, la propria presenza alla conversazione, ma sembra certo che Stalin l’informasse subito dopo. Ecco il racconto di Molotov: “Truman prese Stalin e me da parte e con uno sguardo misterioso ci disse che avevano un’arma speciale che non era mai esistita prima, un’arma molto straordinaria… E’ difficile dire ciò che pensava, ma mi sembrò che volesse scioccarci. Stalin reagì con molta calma, in modo che Truman pensasse che non avesse capito. Truman non disse ‘bomba atomica’, ma lo capimmo subito“. Ci sono tre caratteristiche importanti della versione sovietica: Truman non specificò mai il carattere nucleare dell’arma; i sovietici conoscevano la realtà delle sue parole, anche se non la rivelarono, e Stalin e il suo entourage la videro come una velata minaccia. Il Maresciallo Georgij Zhukov, Comandante dell’Armata Rossa e quindi figura cruciale a Potsdam, ritenne che Truman andò da Stalin “ovviamente per ricattarlo politicamente“, ma osservò che Stalin “non espresse per nulla i suoi sentimenti, agendo come se non vi trovasse niente di importante nelle parole di H. Truman”. Il che ci lascia l’importante domanda: Cosa pensava Stalin? In effetti, cosa sapeva davvero della bomba atomica prima della battuta di Truman? Truman era certo che non ne sapesse nulla, come dichiarò in un’intervista nel 1959: “Quando (il giornalista del New York Times William Laurence) dice che Stalin sapeva, non è vero. Non ne sapeva assolutamente nulla fin quando accadde… Non ne sapeva più dell’uomo sulla Luna“. Tuttavia, come è ormai evidente dagli archivi sovietici, Truman giudicò male l’avversario. Stalin ne sapeva abbastanza. Il 7 agosto, il giorno dopo la distruzione di Hiroshima con la bomba all’uranio Little Boy, Molotov (ora a Mosca) s’incontrò con l’ambasciatore statunitense Averell Harriman e gli disse: “Voi americani potete tenere un segreto quanto volete“. Harriman osservò “qualcosa di simile a un sorriso” sul volto di Molotov, e più tardi osservò che “il modo in cui lo disse mi convinse che non fosse per nulla un segreto… L’unica sorpresa, suppongo, fu il fatto che il test di Alamogordo ebbe successo. Ma Stalin, purtroppo, sapeva che eravamo molto vicini a testare la prima esplosione di prova“. L’intuizione di Harriman era corretta. Zhukov osservò che Stalin prese Molotov da parte la sera della battuta di Truman e disse, “Dobbiamo discutere con Kurchatov dell’accelerazione del nostro lavoro“. Igor Kurchatov era il direttore scientifico del programma della bomba atomica sovietica. Stalin non sapeva solo della bomba, ma stava costruendo la sua; Truman non solo mancò d’impedire la proliferazione sovietica, ma sembra che l’abbia accelerata.Vets-and-the-Soviet-bombTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Quando l’Aeronautica Sovietica sconfisse la Luftwaffe

Alexander Vershinin, RIR, 15 luglio 2016

All’inizio della guerra di Hitler sul fronte orientale, nel 1941, l’Aeronautica sovietica subì la peggiore sconfitta nella storia. Il disastro evidenziò carenze strutturali nella forza aerea sovietica, e vi vollero diversi anni e un grande sforzo per eliminarle.19-Покрышкин-самолет-звездочки

041-01-01Quando le armate naziste tedesche avanzarono in Unione Sovietica nel 1941, sostenute da un travolgente supporto aereo, divenne vitale per l’URSS seguire la Luftwaffe tecnologicamente. Questo, tuttavia, fu tutt’altro che un compito facile. Nel 1942, dopo le sconfitte inflitte nella prima fase della guerra, gli ingegneri sovietici modernizzarono gli aerei dell’Aeronautica dell’Armata Rossa. Furono fatti tentativi per risolvere il problema tecnico fondamentale dell’Aeronautica Sovietica: la minor resa dei motori. Apparvero in un primo momento un successo. Gli ‘yak’ sovietici erano paragonabili ai caccia tedeschi per velocità. Tuttavia, le prime battaglie nei cieli di Stalingrado dimostrarono che era troppo presto per festeggiare. I nuovi caccia tedeschi ancora una volta superarono quelli sovietici. Gli ultimi modelli di Messerschmitt quasi ripeterono la situazione del 1941. Tale ritardo nella tecnologia poté essere compensato solo dalla predominanza numerica. Secondo le stime degli specialisti sovietici, due aerei sovietici erano necessari per ogni aereo tedesco. La risposta fu un drammatico aumento nella produzione dwi caccia, anche a scapito di altri tipi di aerei militari, come aerei d’attacco e bombardieri. Nel frattempo, il lavoro continuò nel perfezionare i modelli validi già in servizio. Tuttavia, fu possibile risolvere completamente il problema solo costruendo nuovi aerei dal terzo anno di guerra. Non solo i caccia Jak-3 e La-7 da combattimento tenevano, ma in realtà superavano gli aerei tedeschi. Il processo di aggiornamento non fu facile: i difetti strutturali rimasero portando a un tasso di incidenti elevato. Verso la fine della guerra, oltre il 15 per cento della flotta aerea sovietica veniva indicato guasto. Tuttavia, attraverso tentativi ed errori, i problemi che afflissero l’Aeronautica dell’Armata Rossa, rendendola inferiore alla Luftwaffe, furono risolti.

Dalla quantità alla qualità
Di regola, la mera superiorità numerica nella battaglie aeree non porta alla vittoria. E’ difficile in volo schiacciare gli avversari con il numero. In caso di differenza di qualità tra forze aeree nemiche, un più moderno e manovrabile aereo da caccia, manovrando può facilmente distruggere più aerei in una sola battaglia. Ciò spiega come la forza aerea sovietica, nonostante la superiorità numerica nella maggior parte delle grandi battaglie della seconda guerra mondiale, subì spesso sconfitte. Il comando sovietico lo riconobbe rapidamente e mise a punto un modo per uscire da questo vicolo cieco. L’amministrazione dell’Aeronautica fu riorganizzata. Gli aerei furono assegnati a squadroni distinti, collegati a terra ai Fronti ed Armate corrispondenti. L’Aeronautica migliorò la cooperazione con le unità a terra compiendo operazioni congiunte. Allo stesso tempo, il contatto radio tra squadre e singoli aerei fu sviluppato. In precedenza, i piloti dovevano accordarsi a terra sul coordinamento in combattimento. In aria era quasi sempre necessario improvvisare e rompere le formazioni tattiche. I piloti tedeschi si orientavano rapidamente col contatto radio. Dal 1942-1943 in poi, i piloti sovietici cominciarono a fare lo stesso, e non ci volle molto prima che i risultati si vedessero. Le perdite della Luftwaffe in estate e autunno 1942 superarono i 7000 velivoli, oltre il 70 per cento di tutte le perdite totali a quel momento.originalConquista dei cieli
Le battaglie del 1942-1943 nei cieli della regione del Volga e di Kursk ebbero successi variabili per l’Aeronautica sovietica. Un difficile processo di sviluppo delle tecniche di combattimento aereo era in corso, regolando comunicazione e collaborazione negli squadroni. I tecnici aiutarono in modo che entro il 1943 gli aerei cominciassero ad essere dotati di nuove radio, che fungevano anche da radar. L’industria aeronautica raggiunse i massimi livelli di produttività. Il numero di motori prodotti superò le perdite in combattimento di tre volte. Nel 1944, la superiorità dell’Aeronautica militare sovietica divenne schiacciante, costringendo i tedeschi a prendere misure disperate riducendo la flotta di bombardieri e rafforzando le squadriglie dei caccia, invece. Gli Alleati diedero un notevole sostegno all’Aeronautica sovietica inviando aerei da combattimento statunitensi e inglesi attraverso il programma Lend-Lease, pari al 13 per cento del totale die velivoli fabbricati in Unione Sovietica, tra cui i noti AirCobra e KingCobra. Fu con un AirCobra che il celebre pilota sovietico Aleksandr Pokryshkin volò abbattendo 65 aerei tedeschi. L’intensità del lavoro e del sostegno degli alleati fu pienamente ripagato: verso la fine del 1944, la supremazia dell’Aeronautica dell’Armata Rossa era completa, gettando le fondamenta per la creazione di una tra le più avanzate forze aeree del mondo.samolet-bell-p-39q-airacobraTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Patto Molotov–Ribbentropp. Vero patto, finti protocolli

Luca Baldellipakt-5bd5c784f2271f387f8586743659f790Chi non ha mai sentito ripetere, quasi ossessivamente, che URSS e Germania nel 1939 si spartirono la Polonia in barba ad ogni conflittualità ideologica fra comunismo e nazismo? Chi non ha mai sentito le trombe della propaganda anglofila, reazionaria e clericale ripetere che Stalin e Hitler, in quell’estate che segnò il principiare della guerra, fecero della “povera” Polonia una torta sacrificale, tagliata in succulenti pezzi tutti destinati alle mense moscovita e berlinese, con qualche briciola a guarnire i corredi slovacchi? Ebbene, gran parte di quel che avete sentito e letto in proposito è da archiviare nel già ricco archivio delle falsificazioni storiografiche. URSS e Germania non furono mai alleate, né tanto meno complici. Hitler, nel “Mein Kampf”, aveva messo nero su bianco quello che doveva essere il destino dei popoli dell’Est e degli spazi da essi occupati: dovevano diventare terreni di conquista per le armate neoteutoniche, fregiatesi con piglio usurpatorio dell’antico simbolo della svastica, ridotto a emblema di terrore, morte e di un imperialismo tra i più feroci mai visti. L’URSS, con le sue pianure sconfinate, traboccanti di grano e colture agricole, con le sue immense risorse minerarie, rigurgitanti dal ventre della terra, doveva diventare il Lebensraum (“spazio vitale”) della razza “ariana”, la preda del Drang nach Osten (“Spinta verso Est”), obiettivo fissato dalla geopolitica germanica, sia pure non sempre con modalità univoche, fin dal XIX secolo almeno. In particolare, la fertile Ucraina era il boccone al centro degli appetiti nazisti, sapientemente incoraggiati e nutriti dai monopoli tedeschi. Stalin sapeva tutto ciò, naturalmente, e per questo si preoccupò da un lato di potenziare l’apparato difensivo dell’URSS, facendolo assurgere al più alto livello, dall’altro di rafforzare il patrimonio produttivo della Nazione, l’industria in particolare, favorendo, attraverso la pianificazione centralizzata e allo stesso tempo partecipata dal basso, un balzo in avanti degli indici di crescita come mai si era visto nella storia non solo della vecchia Rus’, ma del mondo moderno in generale. La minaccia nazista andava parata e respinta in ogni modo, specie davanti alle sue chiare, aperte collusioni con le Nazioni borghesi, fatto questo che in molti, in troppi, hanno dimenticato. Basta ripercorre alcune date per comprendere l’accerchiamento che, da parte del mondo capitalista, e non solo della Germania, si cercò di attuare ai danni dell’URSS.
1343126186_06 E’ il 26 gennaio del 1934 quando Hitler sottoscrive con il dittatore fascista polacco Pilsudski l’Accordo polacco–tedesco “sulla soluzione pacifica delle vertenze”, che diventerà un paravento per coprire le trame antisovietiche; anche la Polonia, infatti, che ipocritamente rinnoverà un analogo patto con Mosca appena quattro mesi dopo, nutre appetiti espansionistici verso l’URSS. Quale migliore viatico, per dar loro concreto corso, di un’alleanza con il Satana di Berlino fieramente antislavo? La Polonia, in mano a un regime reazionario e antioperaio, sarà la principale causa scatenante del Secondo conflitto mondiale, con la sua inamovibile volontà di ostacolare qualsiasi efficace strategia difensiva antifascista, concertata tra URSS e governi occidentali. Intanto, dal 1934 al 1939, regimi reazionari si affermano e si consolidano in Europa centrale ed orientale, come un cordone sanitario attorno all’URSS. Oltre alla Polonia, Bulgaria, Romania, Stati baltici, Jugoslavia conoscono tutti regimi autoritari, d’impronta anticomunista e antisovietica. Non è, questo, né un caso né una fortuita incontranza spazio–temporale: la crisi economica morde le carni del mondo capitalista e bisogna in ogni modo contenere il Paese che, libero ormai dalle catene dello sfruttamento e interessato da un benessere crescente, inarrestabile, delle masse popolari, addita all’umanità intera mete di vera democrazia nemmeno immaginabili solo qualche lustro prima. Stalin, abile e scaltro quanto devoto alla causa del marxismo-leninismo, con talento diplomatico lavora per l’ingresso dell’URSS nella Società delle Nazioni, fatto questo che avviene il 18 settembre 1934, a un anno e qualche mese dalla presa del potere di Hitler in Germania. L’obiettivo è evitare l’isolamento e allontanare il più possibile i venti di guerra che spirano minacciosi. Già nel 1933 l’URSS ha contribuito più di ogni altra Nazione alla definizione, in sede internazionale, del concetto di aggressione, approfittando dell’occasione offerta dalla Conferenza Economica Internazionale di Londra. In quella circostanza, il delegato sovietico Litvinov ha tenuto banco, proponendo anche un accordo internazionale contro l’aggressione economica, proposta lasciata cadere dai Paesi capitalisti che, così indirettamente, hanno ribadito la loro “missione” storica. Un po’ come il Giappone fascista, che nel 1931, rifiutando di sottoscrivere un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica, ha mostrato il suo volto. L’URSS, entrata a pieno titolo nella Società delle Nazioni, si batte indefessamente per un patto di sicurezza collettiva che, in Europa, stronchi sul nascere ogni proposito aggressivo del nazifascismo: tutte le Nazioni amanti della libertà debbono unire le forze e garantirsi reciprocamente aiuto in caso di attacchi provenienti dalle potenze fasciste. Una proposta seria, onesta e franca, davanti alla quale i Paesi capitalistici oppongono dapprima la cortina fumogena di vaghe promesse, poi il sipario di ferro del rifiuto. L’URSS, con grave scorno, deve constatare che il nazifascismo, rivale economico delle potenze “democratiche” borghesi, torna loro utile come testa d’ariete contro il primo Stato degli operai e dei contadini. Ciò appare evidente nell’inerzia occidentale dinanzi alla guerra scatenata dai fascisti spagnoli di Franco contro la Repubblica, sostenuta davvero, materialmente e moralmente, solo dall’URSS; ciò diviene addirittura eclatante con il Patto di Monaco del 1938, benedetto dalla Gran Bretagna di Chamberlain, che consegna la Cecoslovacchia alle fauci spalancate del pangermanesimo nazista, come rampa di lancio contro l’URSS. Anni dopo, nel primissimo dopoguerra, Churchill concepirà l’“Operazione Impensabile” (“Operation Unthinkable”), incentrata su un attacco concentrico contro l’URSS da parte di tutte le potenze occidentali e mitteleuropee. Solo la scienza sovietica, con la costruzione della bomba atomica, unita all’atteggiamento saggio ed equilibrato di alcune diplomazie e al rafforzamento del socialismo nel quadro est–europeo, eviterà scenari da Dr. Stranamore. L’omogeneità della strategia britannica, prima e dopo il secondo conflitto mondiale, si commenta da sola.
8671_original Dinanzi alla chiusura delle “democrazie” borghesi, alle loro trame segrete, l’URSS, che per lungo tempo ha reiterato le proposte di formazione di un possente dispositivo di difesa collettiva nel Vecchio Continente, è costretta a cercare… altri contatti! Ecco che si avvicina l’intesa, quindi, con la Germania nazista che, negli intenti collegiali del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS e del Governo sovietico, deve servire a prendere tempo, rafforzare le difese del Paese e allontanare nel tempo un’aggressione e un conflitto che si danno per scontati, visti gli indirizzi hitleriani. Una scelta saggia, checché ne dicano gli sproloquianti revisionisti in servizio permanente, a cui l’URSS è costretta, in quel 1939 irto di pericoli e tensioni che trascineranno il mondo nella catastrofe. A spingere verso questa soluzione è anche, ancora una volta, l’atteggiamento della Polonia che con l’avvento di Rydz–Smigly ribadisce, ed anzi accentua, la sua linea antisovietica. Varsavia giocherà sempre a fare la vittima, con insolenza e ipocrisia tipicamente clericali, ma intanto, approfittando degli accordi di Monaco, nel 1938-39 si è pappata, infierendo su una Cecoslovacchia abbandonata da tutti meno che dall’URSS, l’area multietnica di Teschen/Teshin/Cieszyn, da lungo tempo nel mirino del nazionalismo polacco. La Polonia, in quel tempo, brandisce la spada del più aggressivo nazionalismo, fidando (a torto!) sull’appoggio anglo–francese: proclami che parlano di un mega-Stato esteso da Berlino al Mar Nero sono pane quotidiano nel 1938-39 e questo a Mosca impensierisce e a Berlino fa gioco per i disegni di Hitler. Intanto, con i sogni di gloria sempre balenanti ma di là da venire, il governo polacco mette un veto sui progetti di difesa comune europea proposti dall’URSS: le truppe sovietiche non dovranno mai entrare a Varsavia, nemmeno per proteggere il Paese dal nazismo col quale, del resto, si pensa di potersi accordare. Da occidente, si fa sponda a questa follia l’URSS difenda la Polonia e il Corridoio di Danzica ma… senza aspettarsi nulla da Londra e Parigi e, soprattutto, tenendo le truppe e gli avamposti difensivi arretrati… Come dire a una squadra di vincere facendo segnare il portiere e i difensori e tenendo immobili tutto l’attacco e pure il centrocampo! E’ così che Stalin e tutto il gruppo dirigente bolscevico fiutano l’inganno, il pericolo e… danno scacco al re, alla sua perfidia e disonestà, cercando un abboccamento con la Germania per guadagnar tempo, mettendo a punto le migliori difese possibili contro l’inevitabile “Drang nach Osten” e salvare l’URSS dal destino di schiavitù e sottomissione architettato da Hitler. Occorre battere sul tempo il Regno Unito di Chamberlain che, con piani e strategie per una crociata antisovietica che vedono tutti uniti, ha intrapreso trattative segrete col Fuhrer nell’estate del ’39, trattative che falliscono di lì a poco solo per una litigata molto poco oxfordiana e molto in stile templare/teutonico sulla ripartizione dei bottini e dei dividendi imperialisti.
Le porte sono aperte a gioco dei giochi: il 23 agosto del 1939, viene sottoscritto a Mosca il “Patto di non aggressione, neutralità e reciproca consultazione” sovietico-tedesco. Si pone così, da parte sovietica, la pietra tombale sulla strategia dei circoli anglosassoni e francesi volta a soddisfare gli appetiti nazisti a spese dell’URSS e del suo territorio. Il Giappone, che non digerisce il Patto, lo denuncia tirando in ballo la sua incoerenza con i protocolli segreti del Patto anti–Komintern, svelando così la natura aggressiva e non difensiva di quell’accordo. Il governo fascista di Tokyo è costretto a rimangiarsi le mire sull’URSS.
Il Patto tra URSS e Germania cosa recita? Molto semplicemente, sintetizzando, le due parti s’impegnano “ad astenersi da ogni azione di aggressione e da ogni aggressione sia individuale che comune”. Qualora sorgano problemi o dispute rilevanti, “le due parti, così si legge, regoleranno le questioni attraverso scambi di vedute amichevoli ed in caso di necessità a mezzo di una commissione di arbitraggio“. Nessun cenno a confini da mutare, Paesi da invadere, linee di confine da sancire. La storiografia di regime occidentale, borghese, ha tirato fuori, subito dopo la guerra, il falso dei cosiddetti “protocolli segreti” che sarebbero stati annessi al testo ufficiale. In queste postille “segrete” sarebbero state stabilite, di comune intesa tra URSS e Germania, le seguenti misure da adottare: il confine tra le sfere di influenza tedesca e sovietica doveva correre lungo i limina baltici, con l’Estonia, la Lettonia e la Finlandia sotto l’influenza di Mosca e la Lituania condotta sotto l’egida del Reich. In caso di mutamenti territoriali, il destino della Polonia sarebbe dovuto essere il seguente: ad est dei fiumi Narev, Vistola e San avrebbe spadroneggiato l’URSS, mentre nel resto del Paese, o nella sua quasi totalità, la croce uncinata avrebbe proiettato la sua inesorabile ombra. La Germania, poi, metteva nero su bianco il suo disinteresse per la Bessarabia, regione rumena abitata da una forte minoranza russa, ucraina ed ebraica. Quale migliore manovra per infangare l’immagine dell’URSS di una patacca nella quale si parla di spartizione delle sfere di influenza tra URSS e Germania ? Questo falso è dato per vero e assodato, purtroppo, anche da una parte rilevante della storiografia alternativa, a riprova di come le calunnie abbiano vita lunga, mentre la verità deve farsi strada tra mille ostacoli. Lo storico e militante comunista Kurt Gossweiler, ad esempio, nel suo pregevole testo pubblicato anche in Italia col titolo “Contro il revisionismo”, utilissimo per comprendere i passi della politica estera sovietica nel 1939-40, dà per scontata l’autenticità dei “protocolli”. Un’attenta analisi filologica e grafologica, unita ad una scrupolosa disamina dei fatti, chiarisce tutto e dissipa ogni dubbio, invece, sulla loro indubbia falsità. La Germania nazista, lanciata come è alla conquista degli spazi est–europei, se da un lato sottoscrive un patto temporaneo di non aggressione con il nemico giurato, ovvero l’URSS, per prendere tempo (stessa tattica usata da Stalin per prepararsi), dall’altro non può programmare nessuna intesa spartitoria con il nemico stesso, per il semplice motivo che ciò significherebbe legarsi le mani eccessivamente e precludersi, sullo scacchiere geopolitico, spazi di manovra assolutamente necessari nell’ottica di un espansionismo aggressivo come quello nazista. E’ la logica che lo dice, prima di ogni altra cosa. I fatti, naturalmente, sono a conferma di questa elementare verità.
6932220 L’URSS, che intende stare alla lettera dei patti sottoscritti, allo scoppiare del conflitto, con l’invasione della Polonia in data 1° settembre 1939, non muove le sue truppe. Se vi fossero stati davvero protocolli segreti incentrati sulla spartizione del Paese, l’Armata Rossa avrebbe quel giorno stesso, o nel giro di pochi giorni, invaso anch’essa, come la Wehrmacht, la Polonia e occupato i territori di suo interesse. Nulla di questo accade in quella calda fine d’estate del ’39, anzi, l’URSS rifiuta qualsiasi invito a un coinvolgimento diretto nel conflitto, in nome, in primis, del diritto internazionale e dei principi internazionalisti. Stalin, il Partito e il Governo sovietico sono anche consapevoli della trappola che s’intende tirare loro da parte di Hitler: un’URSS lanciata alla conquista delle regioni orientali della Polonia (anche se abitate in maggioranza da russi e ucraini, quindi usurpate dallo Stato fascista polacco!) la qualificherebbe davanti al mondo intero come Stato invasore, con tutte le conseguenze del caso. Mosca si rende anche conto che l’alleanza occidentale con la Polonia e la protezione accordata a Varsavia da Francia e Regno Unito esistono solo sulla carta. Nessuno vuole morire per Danzica, per il Corridoio polacco causa scatenante il conflitto! Qualcuno, invece, sia a Londra che a Parigi, vuole bandire, previo accordo con una Germania resa più ragionevole, una crociata antisovietica che ricompatti l’occidente cementando una nuova alleanza in nome dell’anticomunismo. E anche questo Mosca lo sa bene! Il volo di Rudolf Hess in Gran Bretagna, nella primavera del ’41, si situa in questa trama ancora oggi oscura, fatta di timide ammissioni e di documenti in larga parte secretati. Ad ogni modo, l’Armata Rossa fa il suo ingresso in Polonia solo il 17 settembre del 1939, quasi un mese dopo la sottoscrizione del Patto tra URSS e Germania e solo dopo che lo Stato polacco, mostrando il volto vigliacco e infido della sua classe dirigente, il velleitarismo della sua politica estera megalomane e pericolosa, nonché la totale impreparazione del suo Esercito, segnato da diserzioni in massa di appartenenti alle minoranze nazionali oppresse, si è dissolto completamente sotto i colpi delle armate naziste. Nel momento in cui lo Stato polacco cessa di esistere, con tanto di fuga ingloriosa del governo in Romania, l’URSS, giustamente, interviene per proteggere le minoranze russe e ucraine presenti nel territorio, all’interno del quale erano state vessate per venti lunghi anni. La Wehrmacht, infatti, sembra marciare senza impedimenti e milioni di russi e ucraini rischiano di venirsi a trovare sotto la giurisdizione tedesca. L’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese, che non è un atto di guerra in quanto non esiste più alcuna autorità statale a Varsavia già da qualche giorno, evita a quei popoli un tragico destino. L’Esercito polacco, così debole e arrendevole verso i tedeschi, ridotto a bande sparse dalla spinta della Wehrmacht, sfoga contro l’Armata Rossa la sua frustrazione e il suo odio nutriti da anni di educazione anticomunista e antisovietica, con azioni violente e uccisioni di soldati. Nonostante questo, il settembre 1939 sarà tutto costellato di tentativi, da parte dell’URSS, per rimettere in piedi uno Stato polacco sovrano, amputato sia delle regioni a maggioranza russo–ucraina sia di quelle a maggioranza tedesca. Stalin si rende conto, assieme a tutti i dirigenti bolscevichi, che uno Stato cuscinetto è utile all’URSS e che una linea di confine con la Germania nazista è, invece, un rischio.
Il 18 settembre 1939, un documento del Governo sovietico, sulla cui autenticità nessuno può porre dubbi, afferma che è intenzione di Mosca “adottare tutte le misure per garantire la protezione del popolo polacco dalla sciagura della guerra, nella quale è stato gettato dalla sconsideratezza dei suoi capi, offrendo al popolo stesso la possibilità di condurre una vita tranquilla”. Non solo: il giorno seguente, il 19 settembre, un comunicato congiunto sovietico–tedesco manifesta la comune intenzione di “aiutare il popolo polacco a riorganizzare la propria compagine statale”. Strano lessico, quello dei documenti in questione, per chi avesse inteso condurre in porto una spartizione, un’annessione, distruggendo per intero la sovranità di uno Stato! Altro elemento che distrugge ogni tesi di “sacra unione” sovietico–tedesca: il 7 settembre, nei suoi diari, Halder, Capo di Stato Maggiore tedesco, aveva affermato che Hitler era pronto a riconoscere, entro certi limiti territoriali, una Polonia sovrana svincolata da Gran Bretagna e Francia. Parimenti, le aree a maggioranza ucraina e russa dovevano essere staccate dalla nuova compagine statale. Il 12 settembre, Canaris aveva ricevuto l’ordine di attivare focolai insurrezionali per creare una Galizia nazionalista e anticomunista sotto l’egida ucraina. E’ evidente che, se è vero questo, non esiste alcuna intesa con l’URSS! Infatti, solo l’intervento dell’Armata Rossa, il giorno 17, evita questo scenario, che avrebbe portato ad uno Stato anticomunista aggressivo e fanaticamente nazionalista alle porte dell’URSS, con rivalse inimmaginabili verso le popolazioni polacca ed ebraica, concepite come dominatrici e vessatrici. Grazie a quell’intervento, la Germania, rappresentata a Mosca da Von der Schulenburg, pezzo da novanta della diplomazia, capisce che l’URSS, corretta nel rispetto dei trattati, non intende avallare espansionismi eccessivi e incontrollati, e nemmeno Stati-fantoccio per essa pericolosi. Da parte sovietica si spera anche, e questo la storiografia non lo ha quasi mai messo in evidenza, che nella leadership nazista prevalga l’ala “eurasista“, non del tutto sopita, desiderosa di addivenire ad un patto organico con l’URSS buttando a mare le farneticazioni imperialiste del “Mein Kampf” e realizzando il “Drang nach osten” pacificamente, con il rafforzamento delle relazioni economiche e politiche con l’URSS e gli Stati dell’area centro–orientale e balcanica. Questa tendenza si paleserà, ad onta di storiografie manichee e tendenziose che nulla hanno di dialettico, tanto meno di marxista, quando nel giugno–luglio 1941 diversi studiosi, militari, politici nazionalsocialisti si dimetteranno dai loro posti, giudicando assurda e inammissibile l’invasione dell’URSS. Nel gruppo dirigente nazista c’è chi carezza l’ipotesi della Polonia indipendente per motivi contrastanti: l’ala eurasista, di cui abbiamo trattato, per rafforzare la propria concezione nel quadro politico–istituzionale del Reich; quella hitleriana ortodossa, per raggiungere, tramite una pace con il Regno Unito, l’obiettivo di una futura crociata unitaria dell’occidente e della Polonia stessa contro l’URSS.
2768 Come abbiamo visto, sono proprio i Polacchi, o meglio il loro gruppo dirigente, a rendere impossibile uno scenario gradito, per ragioni opposte, tanto all’URSS quanto alla Germania: la fuga ingloriosa del governo polacco in Romania distrugge ogni possibilità di accordi e obbliga URSS e Germania a stabilire un confine, in forma pattizia, pubblica e trasparente, in territorio polacco, il 28 settembre 1939. L’Urss si attesta lungo la linea Narev–Bug–San, lasciando la Vistola all’influenza tedesca. Lo Stato sovietico vede riconosciuta anche la Lituania come componente della sua sfera di influenza. Ora, la Vistola sarebbe dovuta entrare, secondo i “protocolli”, nell’area sovietica, mentre la Lituania avrebbe dovuto essere appannaggio della Germania. Se ciò non avviene è per mutamenti completamente indipendenti da inesistenti volontà pattizie presuntamente modificate nel tempo. La Germania, in quel 1939, vuol fare del Baltico un sol boccone, come provano movimenti e trame che dureranno fino a tutto il 1940 e che verranno sventati solo grazie alla volontà sovietica di pace, al movimento dei lavoratori e al barlume di saggezza di settori governativi estoni, lituani e lettoni, consapevoli del rischio di finire sudditi del Reich. Se nel 1940 quei Paesi entreranno a far parte della comunità sovietica, sarà per la loro volontà di non sottostare alle minacce naziste e con il grave scorno della Germania, dimostrato da note di protesta e minacce. Stesso ragionamento vale per la Finlandia che, lungi dall’essere una vittima, in quello stesso periodo provoca l’URSS in nome di un nazionalismo sapientemente rinfocolato da Berlino e finisce per pagarne il prezzo, rinunciando a propositi che prevedevano la conquista di una porzione consistente dell’area di Leningrado assieme all’esercito del Reich.
Alla luce di tutto ciò, le falsificazioni dei protocolli appaiono grossolane, nella loro somma incoerenza con la realtà effettiva delle scelte compiute e dei fatti avvenuti. Intanto, le presunte copie originali del documento nessuno le ha mai viste e mostrate, né negli archivi sovietici né in altri. La stessa indicazione dei “protocolli segreti” presente in calce al documento, avallata nella sua improbabile autenticità dalla storiografia ufficiale, è farlocca finanche dal punto di vista linguistico: lo studioso russo A. A. Kungurov mostra come l’espressione “i protocolli sono parte organica del patto” sia completamente incoerente con la struttura lessicale russa. Quest’ultima, infatti, prevede la dizione “parte integrante”, essendo l’organicità concepita e declinata come attributo scientifico, non filosofico, letterario o protocollare. “Неотъемлемую” (integrante) e “Oрганическую” (organico) non sono, nella lingua russa, parole intercambiabili come invece avviene nella lingua inglese o italiana. Evidentemente nei laboratori della CIA, che con ogni probabilità hanno confezionato i “protocolli”, s’ignorano queste sottigliezze. L’attenta analisi filologica poi, mostra come vi siano altri grossolani errori grammaticali e formali. come quando si parla di “Stato polacco” e “Stati baltici” mettendo maiuscole e minuscole a casaccio: nella fattispecie, lo Stato polacco è indicato come “Польского Государства” (“Stato Polacco”), mentre gli Stati baltici sono indicati come “рибалтийских государств” (“stati Baltici”), con un errore inammissibile in sede di accordi internazionali e, in assoluto, per persone letterate e colte. Sulla firma di Molotov, il documento è tutto un programma. Qui si intendono mostrare, a destra, le vere firme del Commissario del Popolo agli Affari Esteri e, a sinistra, le presunte firme dei protocolli, sia in alfabeto latino che in cirillico, evidentemente falsificate:

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009La differenza balza anche agli occhi di un profano, non esperto di grafologia. E perché Molotov avrebbe dovuto firmare anche in alfabeto latino, quando nella sottoscrizione dei patti con il Giappone gli ideogrammi nipponici gli furono stato risparmiati?
Il Processo di Norimberga, che segna il redde rationem verso i nazisti, fa emergere anche prove generali di guerra fredda attorno ai falsi “protocolli”: i nazisti Ernst Von Weizsacker (ambasciatore in Vaticano) e Alfred Seidl (avvocato di Rudolf Hess), assieme ad altri, cercano, evidentemente per mettere zizzania tra URSS e potenze alleate occidentali, di tirar fuori la storia di questi protocolli. E’ qui che nasce la leggenda degli stessi, alimentata dalla storiografia di regime delle varie centrali e think thankes legati a doppio filo a CIA e apparati di guerra psicologica. Seidl cita il generale Jodl come fonte per l’asserita verità di questi protocolli, ma negli interrogatori di Jodl non v’è traccia di cenni a quelle patacche. Weizsacker, messo alle strette dai giudici sulla questione, è costretto ad ammettere di non aver nulla in mano, se non copie molto dubbie di documenti, che vengono respinte come inservibili non solo dal Procuratore Rudenko, sovietico, ma anche dallo statunitense Thomas Dodd, obiettivo e imparziale come pochi altri suoi concittadini. Altri nazisti, quali Gustav Hilger, uomo di punta della cancelleria nazista, tentano di dar manforte alla tesi antisovietica dei protocolli senza produrre nulla di credibile, mentre ad elementi come Friedrich Gaus (consulente legale del Ministero degli Esteri) vengono messe in bocca parole mai pronunciate e comunque mai provate, con l’ausilio di documenti taroccati. Copie apocrife e fotocopie di fotocopie di documenti, con inspiegabili incoerenze e fin troppo spiegabili interpolazioni testuali, e filologiche: ecco i ridicoli assi nelle mani di ridicoli figuri, che sperano disperatamente di passare da imputati a giudici. Hilger ed altri nazisti sostenitori della tesi dei “protocolli”, ingrosseranno le fila degli specialisti degli apparati spionistici USA e delle articolazioni del Dipartimento di Stato. Ribbentrop, dal canto suo, nulla dice e nulla svela di particolarmente significativo, men che meno avalla i taroccamenti di certi suoi sodali. Questo, insomma, è il brodo di coltura dal quale è scaturita la fetida fiaba dei “falsi protocolli”: un caso montato ad arte per mettere l’URSS sullo stesso piano della Germania nazista ed oscurare l’impegno per la pace di Stalin e del gruppo dirigente bolscevico tutto, primo ad opporsi alle trame di guerra del Reich e ai maneggi delle potenze imperialiste occidentali, ammantate da velo della “democrazia”. Un caso orchestrato anche per nascondere il carattere guerrafondaio e reazionario della clericale Polonia, ancora oggi impegnata in una folle strategia di provocazione anti-russa per procura, che minaccia di far implodere non solo l’area est–europea, ma quella eurasiatica e il mondo intero. Gratta gratta sotto la superficie della storia e trovi l’attualità!00008azfRiferimenti bibliografici utili:
Storia universale” dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, vol. 9 (Teti Editore, 1975)
Ivan Majskij: “Perché scoppiò la seconda guerra mondiale” (Editori Riuniti, 1965)
A. A. Kungurov: Секретные протоколы, или Кто подделал пакт Молотова-Риббентропа
Kurt Gossweiler: “Contro il revisionismo” (Zambon Editore, 2009)