Cosa accade tra Russia e Israele?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 18.05.2018Anche con quanto ultimamente accaduto in Siria tra Israele e Iran, e tali episodi potrebbero ripresentarsi in futuro, il ruolo della Russia, come abbiamo già scritto, rimane cruciale da unico mediatore reale tra i due feroci rivali e potrebbe essere la chiave della riduzione delle tensioni. Nonostante la mediazione della Russia, la crisi è una grande sfida diplomatica che va gestita con abilità in modo che la Siria non diventi un altro campo di battaglia e che le vittorie della Russia sull’estremismo non siano compromesse. Il compito quindi è tanto complicato quanto rischioso ed enigmatico. Questo è evidente dal modo in cui il primo ministro israeliano, dopo l’ultima visita a Mosca e dopo che Israele aveva sparato su obiettivi iraniani in Siria, intese dire che la Russia era dalla sua parte nella guerra contro l’Iran. L’Iran, d’altra parte, continua a vedere la Russia come alleata e i suoi funzionari si recarono in Russia per salvare l’accordo nucleare dopo l’annuncio dell’uscita di Trump. Quindi, la domanda: cosa realmente accade tra Israele e Russia su Iran e Siria?
Mentre le dichiarazioni post-visita di Netanyahu suggerivano un cambio del pensiero russo sul ruolo che l’Iran può e dovrebbe giocare, non è così. La Russia non cambia lato, dato che il conflitto in Siria è ancora lungi dall’essere finito. La stabilizzazione siriana rimane un enigma da risolvere e l’Iran rimane un elemento chiave della pace e anche garante del cessate il fuoco. Israele quindi sembra sottovalutare l’importanza dell’Iran per la Russia, e viceversa. Il fatto che la Russia non abbia obiettato o criticato l’attacco israeliano alla Siria, prendendo di mira elementi iraniani, non la rende semplicemente ‘amica’ d’Israele e ‘nemica’ dell’Iran. C’è molto più di quanto sembri. Per la Russia, l’obiettivo principale rimangono stabilità ed unità della Siria come unità territoriale riguardo divisione in “zone” e ricostruzione. Il significativo silenzio della Russia sull’attacco israeliano mostra quindi come la Russia, amica di Iran ed Israele, non voglia essere invischiata nella zuffa Iran-Israele ed intenda svolgere il proprio ruolo in modo che non renda nemico Iran o Israele. Così sembra che i russi facciano questo: mentre si sono astenuti dal criticare Israele per l’attacco, il Ministero della Difesa non mancava di menzionare che la difesa aerea siriana fornita dalla Russia abbatteva la metà dei 60 missili sparati dalle forze israeliane, a significare che la Russia rimane attenta alla difesa della Siria. Già, la Russia dichiarava che se dovesse sorgere un’emergenza, rafforzerà la difesa siriana con missili S-300. Allo stesso modo, mentre Israele si aspetta dalla Russia di limitare il ruolo dell’Iran in Siria, particolarmente vicino al territorio israeliano, la Russia comprende l’intesa tra Iran e Siria. Di fatto, la Russia condivide con l’Iran le stesse ragioni e logica della presenza militare in Siria, poiché entrambi i Paesi sono stati invitati da Damasco e sono cruciali nella lotta a Stato islamico e altri “ribelli” finanziati dall’estero. Mentre la Russia potrebbe non avere interesse per il “fronte della Resistenza” dell’Iran contro Israele, non si oppone nemmeno alla presenza iraniana in Siria, né considera, a differenza d’Israele, Hezbollah un’organizzazione “terroristica”. Al contrario, il risultato delle elezioni in Libano ha dimostrato che Hezbollah è molto più di un semplice gruppo militante e che ha una forte base popolare e un solido sostegno elettorale, ottenendo legittimità sociale e politica e rafforzando la visione russa secondo cui Hezbollah non è terroristico e non va trattato come tale. Da questo segue logicamente un’altra differenza tra Israele e Russia e una convergenza di interessi tra Russia e Iran: l’accordo nucleare, noto come JCPOA. Come tale, se Israele esultava per l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, la Russia non si è astenuta dal definirla “nuova conferma dell’inaffidabilità di Washington”, aggiungendo che “la Russia è aperta all’ulteriore cooperazione cogli altri partecipanti al JCPOA e continuerà attivamente a sviluppare collaborazione e dialogo politico con la Repubblica islamica dell’Iran“.
Pertanto, nonostante il calore che Netanyahu ha ricevuto a Mosca nell’ultima visita, non si può negare che la Russia potrebbe pensare a un possibile coinvolgimento degli interessi iraniani in Siria nell’accomodamento con Israele. D’altra parte, il fatto che la Russia abbia ospitato Netanyahu e poi una delegazione iraniana, dimostra che la diplomazia russa cammina perché il suo ruolo di unica sostenitrice attiva della diplomazia discreta diventa evidente a Iran ed Israele. È quindi fuorviante concludere, come ampiamente fatto dai media internazionali, che esiste un accordo non ufficiale tra Russia e Israele, secondo cui la Russia permette ad Israele di attaccare obiettivi iraniani finché sono una rappresaglia e non colpiscono interessi siriani e russi. Ciò che è più probabile e adeguato agli interessi russi è che la Russia semplicemente si bilancia tra Iran e Israele, e sa che permettere a queste parti mano libera, comporterebbe una guerra che non si potrebbe controllare. Pertanto, nonostante l’impressione che Netanyahu abbia avuto successo, non è realistico aspettarsi che la Russia decida di scegliere tra Israele e Iran o d’aderire incondizionatamente all’agenda israeliana per sconfiggere l’Iran in Siria o all’agenda iraniana di espandere il fronte verso Israele. Ciò che tuttavia Israele può aspettarsi sono gli sforzi russi per impedire l’uso del territorio siriano contro Israele, e viceversa. Non ci sono, in quanto tali, accordi ma solo l’ampio riconoscimento del fatto che tutto ciò che accade in Siria, da una parte e dall’altra, deve prendere in considerazione i russi e i loro interessi.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Decine di militari israeliani eliminati nel Golan

PressTV, 13 maggio 2018

Nelle prime ore del 10 maggio, quando Israele prese di mira l’Esercito arabo siriano ad al-Baath e Qan Arbah coi missili, credeva che non avrebbe affrontato una risposta di tale portata. Ma gli israeliani si sbagliavano: la liberazione del Ghuta orientale, l’evacuazione di oltre 30000 terroristi e il ritorno della sicurezza nei sobborghi di Damasco avrebbero dovuto metterli in guardia: l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati aspettarono l’ora zero e fu Israele a farla suonare. Nei minuti successivi all’attacco israeliano contro Qunaytra, una prima salva di 53 razzi colpiva il Golan settentrionale occupato: i siti delle IDF più sensibili e del loro apparato d’intelligence furono presi di mira. Alcune fonti menzionano una valutazione preliminare di oltre 50 morti e feriti. Questo primo colpo, di violenza inaudita, bastò a prolungare il terrore tra i militari israeliani: sette cacciabombardieri israeliani decollarono per colpire Damasco, Qunaytra e ancora Damasco, Qunaytra e Homs. Ma tali attacchi non poterono impedire la risposta contro gli israeliani: unità dell’Esercito arabo siriano lanciarono 12 missili tattici, questa volta contro Jabal al-Shayq, dove vi erano siti ultrasensibili. Questa seconda ondata missilistica spinse l’aviazione israeliana ad attivarsi ancor più con 28 caccia F-15 e F-16 inviati a bombardare Damasco, Homs e Qunaytra sparando 60 missili, tra cui Spike Nlos, e 10 missili terra-terra. Su un totale di 70 missili, la contraerea siriana ne intercettava 62.
Le informazioni fornite dall’Esercito arabo siriano e confermate da Mosca indicano il pieno fallimento della forza missilistica israeliana: solo tra 8 e 10 missili israeliani sfuggirono alle forze siriane, colpendo un deposito di armi e una batteria di S-200. Se Israele affermò di aver intercettato tutti i missili sparati contro il Golan settentrionale con l’Iron Dome, le realtà sul terreno non attestava tale versione. La mattina del 10 maggio, i siti della Resistenza pubblicavano l’elenco dei siti israeliani colpiti nel Golan. Tre giorni dopo, nuove rivelazioni da fonti ben informate spiegavano il “mutismo” osservato dagli ambienti vicini all’esercito israeliano. Il Golan settentrionale, obiettivo principale dei missili della Resistenza, è una delle aree più sensibili e strategiche d’Israele. È qui che Israele riunisce una serie significativa di siti d’intelligence militare e militari. Queste sono le basi “responsabili dell’elaborazione ed analisi dei dati immediati“. Decine di razzi lanciati contro il Golan settentrionale hanno seriamente danneggiato questo “pilastro dell’intelligence dell’esercito israeliano“. È sulla base di questi dati che l’apparato militare e di sicurezza israeliano agisce e prende provvedimenti per ridurre al minimo le “potenziali minacce”: secondo questi dati, Israele poté dall’inizio della guerra in Siria “seguire passo dopo passo l’Esercito arabo siriano e i terroristi in Siria per una profondità di 85 chilometri“, ed è l’informazione di questo tipo che spesso aiutò i terroristi nelle loro operazioni contro l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati, i dati relativi al trasferimento di truppe ed equipaggiamenti siriani o relativi alle basi militari siriane nella Siria occidentale e al confine siriano-libanese, furono tutti elaborati nel Golan settentrionale occupato dai siti che furono bombardati il 10 maggio.
Informazioni concomitanti riportano anche la morte di decine di ufficiali e tecnici che lavoravano in questi siti al momento dell’attacco. Secondo fonti collegate ad Hezbollah, Israele si era preparato a una risposta della Resistenza, ma non credeva che sarebbe stata così precisa, “al cuore della sua intelligence militare“. Tel-Aviv credeva soprattutto che l’attacco avrebbe colpito le aree di confine col Libano, come in passato. E dire che Israele si permette “centinaia di raid aerei e balistici” dal 2011 per “impedire l’accesso della Resistenza a nuove armi”. L’operazione del 10 maggio fu il risultato di sette anni di guerra del governo siriano e della Resistenza contro l’atlantismo. E visti i risultati, i dadi sono già stati tratti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Escalation o gioco delle ombre?

Chroniques du Grand Jeu, 12 maggio 2018Nella grande serie di acronimi che punteggiano la geopolitica dei conflitti eurasiatici, SyrIran gradualmente sostituisce SyrIrak, poiché il conflitto siriano è sempre più legato alla crociata dell’impero ed affiliati contro Teheran. Il grosso problema di cui parliamo oggi è, come tutti sanno, l’interrogativo sull’accordo nucleare iraniano di di Washington e l’escalation della presenza iraniana in Siria. Non si sbagli, tale recrudescenza dell’isteria è prima di tutto riflesso del fiasco monumentale dell’impero nel conflitto siriano, un crollo riassunto da queste mappe.

Gennaio 2017:Maggio 2018:La strategia del salame russo (accordi di evacuazione con Idlib) accoppiata all’efficienza militare lealista ha funzionato molto bene. Lo SIIL ha visto la fine in Siria, a Badia e a Yarmuq, a sud di Damasco. Gli altri barbuti furono rasi al suolo e/o espulsi da Ghuta orientale, Qalamun, Yarmuq e in procinto di esserlo dalla sacca tra Homs e Hama. La continuità territoriale del governo, molto tenue un anno e mezzo fa, è ormai un fatto al di là di ogni dubbio ed è esercitata sui due terzi del Paese, l’arco sciita è in parte ripristinato. Indovinate che dicono Tel Aviv e Riyad…La grande domanda degli ultimi mesi, e il vostro servitore l’ha chiesto molte volte, è se i soliti sospetti israeliani e il loro padrino statunitense avrebbero ingoiato l’orgoglio, i vari interessi finendo per accettare la realtà. Contrariamente a ciò che potremmo pensare degli ultimi eventi, la domanda è ancora pertinente, perché se diversi elementi sembrano indicare l’escalation, altri potrebbero indicare che non arriveremo al punto di non ritorno. Tutti concordano sul fatto che un conflitto Israele/Saud contro l’Iran porterebbe a una disastrosa conflagrazione del Medio Oriente. Nello Yemen, sebbene i petromonarchici siano finalmente avanzati nella provincia di Taiz, gli huthi non hanno perso un centimetro su altri fronti e continuano ad illuminare i cieli sauditi coi loro missili. In Libano, Hezbollah e i suoi oltre 100000 razzi puntati su Israele sono pronti in caso di scontro. Parlando del Paese dei Cedri, si noti che, passando alla vittoria del movimento sciita nelle elezioni legislative della scorsa settimana, l’amara sconfitta di Hariri, il piccolo protetto sunnita dei graffi sceicchi sauditi. Il suo tentativo patetico di salvare la faccia organizzando una “dimostrazione della vittoria” fa ridere da Bayrut ad Ankara: “Il capo druso Walid Jumblatt ha anche criticato Sad Hariri senza nominarlo. “Le elezioni si sono concluse ed è strano che alcuni perdenti celebrino la vittoria e altri usino il clamore mediatico invece di rispettare la legge“, twittava Jumblatt. Hariri prese parte a una manifestazione al Centre House per celebrare ciò che considera la vittoria del proprio partito alle elezioni”. Più interessante geopoliticamente è la critica alla Turchia, che fa eco alla crisi del GCC non più pronunciata, ma che continua: “Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu dichiarava che il primo ministro libanese Sad Hariri, “il perdente” delle elezioni legislative del 6 maggio, dove la Corrente del Futuro perse un terzo dei seggi in Parlamento. “Tutti sanno perché ha perso e non voglio intervenire negli affari interni del Libano“, aveva detto il diplomatico turco durante un incontro con giornalisti arabi ad Istanbul, secondo le dichiarazioni riportate dai media libanesi. “Conoscete il signor Hariri e le ragioni della sua sconfitta“, insisteva con un’implicita critica alle politiche del primo ministro libanese, in particolare sui rapporti con l’Arabia Saudita (…)
Le dichiarazioni del ministro turco arrivano quando la situazione è tesa tra Riyadh e Ankara, specialmente da quando la Turchia ha chiaramente espresso sostegno al Qatar, preso di mira dall’embargo dei vicini. L’Arabia Saudita ed alleati, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, sono sempre più diffidenti nei confronti della Turchia, vista come amica di gruppi islamici come la Fratellanza Musulmana, percepita come minaccia alla sicurezza regionale. Nel marzo 2018, durante una visita a Cairo, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, disse che la Turchia fa parte del “triangolo del male” con l’Iran e gruppi islamisti (…) Cavusoglu dichiarò che “i rapporti tra Turchia e Arabia Saudita diventano catastrofici“.
Non sorprende che la crisi sull’accordo nucleare iraniano abbia ulteriormente cementato il divorzio nel Consiglio di cooperazione del Golfo, con Qatar ed anche Quwayt ed Oman che reagiscono con molta cautela alla decisione di Donald, mentre le pedine imperialiste si rallegrano: “Se Qatar, Quwayt e Oman sono cauti, gli altri tre Paesi del Golfo Arabo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn) hanno subito appoggiato e accolto la decisione del presidente Donald Trump di ritirarsi dall’accordo nucleare e ripristinare le sanzioni economiche contro l’Iran”. E torniamo alla potenziale conflagrazione della regione. Gli israeliani sono pronti, approfittando della decisione USA d’isolare ancora Teheran, a scatenare le ostilità su un fronte che va dal Libano all’Iran passando dalla Siria? A parole, sì, e da tempo. Ricordiamo a novembre il tirannello saudita dichiararsi “pronto alla guerra totale” contro l’Iran, a cui Ruhani rispose bruscamente: “Conoscete il potere e il posto dell’Iran nella regione. Alcuni dei più grandi si sono rotto i denti. Non siete niente!” La visita di MBS in Israele, riconoscimento di Riyadh degli interessi comuni tra i due Paesi… Ciò che aveva riassunto l’ambasciatore israeliano in Egitto affermando apertamente che Arabia Saudita e Israele hanno la stessa ossessione: affrontare l’Iran. Mai privo d’umorismo, il Saud minacciava anche il Qatar, luogo della tragedia del GCC, di “crollo imminente” se l’emirato non finanziava l’invio delle forze speciali statunitensi in Siria o inviava i propri soldati. Questo è il risultato dell’annuncio di Trump del ritiro parziale delle sue truppe e/o dell’ipotetico invio di un “contingente arabo” nel nord della Siria, ricordando ai curdi, che va “protetta l’area” (non ridete).
Un altro motivo di tensioni era la nomina il mese scorso al posto chiave di consigliere per la sicurezza nazionale di chi promise un cambio di regime a Teheran prima del 2019, il famigerato neocon iranofobo John Bolton. Va notato, tuttavia, che i baffi hanno un po’ di pennellate miste nelle recenti dichiarazioni, dicendo che il ritiro dall’accordo non significava nuova guerra, prima di ritrattare il giorno dopo, accusando Teheran di provocare la stessa guerra… Il fatto è che il ritorno dei veri falchi alla guida della politica estera degli Stati Uniti, inquieta. In effetti, Israele aumentava gli attacchi in Siria contro le installazioni iraniane, il che ovviamente solleva la questione della posizione russa (vi torneremo). Tale recrudescenza culminava con gli scontri di mercoledì e giovedì:
Israele lanciava missili sulla Siria
Damasco rispondeva con 20 razzi sul Golan occupato da Israele
Tel Aviv rispondeva con 60 o 70 missili su varie installazioni iraniane, proiettili che per metà distrutti dalla difesa aerea siriana. Ciò che va notato è la reazione di Damasco (probabilmente consigliata dagli iraniani): con la liberazione del Paese, Assad si sente forte e le regole d’ingaggio sono cambiate . D’ora in poi, risponderà alle incursioni israeliane, anche se vuole fare del Golan un nuovo campo di battaglia o bombardarvi le posizioni delle IDF, o ancora di più se si tratta di affinità. Come spiegava Elijah Magnier, è ovvio che va vista una mano iraniana e non russa: “La Siria, in coordinamento cogli alleati iraniani (e senza tener conto dei desideri russi) ha preso una decisione coraggiosa nella rappresaglia contro obiettivi israeliani nel Golan. Ciò indica che Damasco ed alleati sono pronti ad amplificare il conflitto in risposta alle continue provocazioni d’Israele”. E’ chiaro che ora l’Iran chiaramente afferma la propria presenza in Siria, che è solo giusta, Teheran è il principale vincitore sullo SIIL. Sempre secondo Magnier, Israele scoprì, inorridito, che droni iraniani molto discreti lo sorvolarono territorio impunemente e furono consegnato equipaggiamenti elettronici ai gruppi palestinesi. La reazione fu il bombardamento della base T4, punto di partenza dei droni. Al di là del comportamento un po’ ingrato di Damasco in questa faccenda, tutto ciò rattrista Mosca per ragioni globali. Per la Russia, ora compatrona del Medio Oriente che ha acquisito una statura internazionale raramente vista nella storia, l’escalation del conflitto israelo-iraniano in Siria sarebbe deleteria. Il Cremlino cerca di calmare il gioco: dovremmo vedere il motivo della decisione di non fornire l’S-300 alla Siria, almeno per il momento? Il fatto che ciò coincida con la visita di Bibi Terrore a Mosca non è ovviamente sfuggito a nessuno. Ma nelle ore di colloqui tra i due, di cui ovviamente non filtrò nulla, scommettiamo che le controparti sono state messe sul tavolo. L’orso riuscirà a calmare l’ardore dei belligeranti? Un’altra giustificazione del Cremlino per questa decisione è che la difesa siriana funziona e ha già tutto ciò di cui ha bisogno. Questo è un po’ esagerato, ma l’esibizione siriana contro le salve statunitensi-anglo-francesi porta acqua al mulino della tesi. I russi vorrebbero preservare lo status quo, presenza iraniana non troppo visibile, invio di armi iraniane a Damasco e Hezbollah, bombardamenti israeliani irregolare su obiettivi secondari, che non farebbero altrimenti… Soprattutto perché l’errore diplomatico degli USA gli avvantaggia e sarebbe un peccato perdere questa opportunità per de bisticci locali o regionali. Distruggendo l’accordo nucleare iraniano che avevano firmato, gl USA perdono legittimità e si isolano a livello internazionale. A parte i giullari israeliani dell’impero, il mondo intero, incluse le euronulltà, si oppone alla decisione del cretinoide. Per una volta Mosca, Londra, Pechino, Berlino, Teheran e Parigi parlano con la stessa voce, il che è abbastanza raro da ricordarlo.
Se Ruhani resiste ai duri e mantiene il Paese nell’accordo, sempre garantito da europei, russi e cinesi che non vogliono andarsene, e sostenuto da India e Turchia, assisteremo all’emergere di una convergenza eurasiatica senza precedenti isolando la potenza marittima. Sulle sanzioni contro l’Iran e le compagnie che continuerebbero a farvi affari, se parliamo di compagnie europee come Airbus, va notato che le compagnie statunitensi come Boeing (ordine di 110 aerei dell’Iran Air) sarebbero interessate: una strada reale per la dedollarizzazione. Gli strateghi statunitensi, lettori della Grande scacchiera di Brzezinski, conoscono perfettamente il pericolo dell’emergere del triangolo Russia-Cina-Iran per il futuro della supremazia statunitense sempre più illusoria. Lasceranno che l’amministrazione Trump si suicidi? O è solo una cortina fumogena con cui Donald adempie a una delle sue promesse elettorali, compiacendo gli israeliani e rinegoziando un nuovo accordo? Il futuro lo dirà…Traduzione di Alessandro Lattanzio

Imperatore caotico e impero del caos

Gulam Asgar Mitha, Oriental Review, 12/05/2018

La suspense finì l’8 maggio, quando l’Imperatore Trump annunciò che il suo impero aveva finalmente deciso di strappare l’accordo firmato da Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania, e cioè il P5+1. Alcun ragionamento avanzato dalle tre potenze europee potrà convincere Trump a non fare altrimenti. Tutte snobbate. Un interessante articolo sulla CNN, “Tutto ciò che rottama l’accordo iraniano spiega Donald Trump”, afferma che la demolizione dell’accordo ha aperto una nuova finestra sull’anima politica di Trump, dimostrandone la volontà di scatenare all’estero quel tipo di caos che ha fomentato a casa. La decisione rientra nel contesto della dottrina in politica estera dell'”America first”, mostrandosi irremovibile nel seguire le promesse elettorali che hanno inorridito gli alleati degli USA. Non fu un ragionamento, ma le bugie di un uomo di un Paese piccolo ma potente, Israele, a convincere Trump a concludere l’accordo con l’Iran nonostante le verifiche dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) secondo cui l’Iran aderiva pienamente al JCPOA. Quindi, perché gli Stati Uniti dovrebbero chiudere l’accordo? I capi Benjamin Netanyahu, John Bolton e Mike Pompeo, primo ministro israeliano, consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato degli Stati Uniti, sono dei falchi convinti che con l’uno o l’altro pretesto l’Iran vada bombardato. Il quartetto ha un piano generale. Probabilmente seguendo le stesse menzogne contro Iraq ed Afghanistan. John Bolton fu l’architetto della guerra in Iraq. Tra scuse da esporre alle Nazioni Unite, l’Iran è una nazione paria che sviluppa clandestinamente una bomba per distruggere Stati Uniti e Israele, destabilizza la regione, minaccia d’invadere l’Arabia Saudita, sviluppa missili balistici a lunga, media e corta gittata, supporta Hezbollah (lo stesso gruppo che bastonò Israele nel luglio 2006), Siria e Yemen. La mia ipotesi è che l’Arabia Saudita e il suo alleato EAU abbiano speso enormi fondi nella visita di Pompeo in Arabia Saudita per provocare la guerra contro l’Iran, comprese basi militari e aeree in quei Paesi. Non dimentichiamo l’Egitto, che ha anche qualche risentimento. I governanti sauditi non capiscono che anche Stati Uniti ed Israele hanno un piano sinistro per il loro Paese, spezzarne la parte occidentale includendo le città sante Mecca e Medina sotto controllo congiunto islamico, e la parte orientale con la ricchezza petrolifera, sotto il controllo delle grandi compagnie petrolifere, la parte centrale sotto il controllo saudita e la parte settentrionale col Levante. L’impero turco subì un destino simile dopo la Prima guerra mondiale.
C’è ancora un’altra domanda: la minaccia percepita dall’impero USA dall’Eurasia, Cina e Russia, sfidanti militari ed economici al primato e agli imperativi statunitensi. Non cercherò di rispondervi, ma rimanderò il lettore interessato a “The Grand Chessboard: American Primacy and its Geopolitical Imperatives” di Zbigniew Brzezinski, che avanzò il piano diversi anni fa. Cina e Russia stringono legami con Iran, Pakistan e Corea democratica. Queste cinque potenze eurasiatiche condividono capacità economiche, tecnologiche, energetiche e militari (anche nucleari) minacciando l’impero che continua a perseguire l’espansione. Ne discussi nell’articolo pubblicato su Oriental Review nell’aprile 2018. In diversi articoli che ho letto negli ultimi giorni, mentre la suspense si sviluppava sull’accordo, una domanda spiccava: se gli Stati Uniti si rifiutano di negoziare l’accordo P5+1 con l’Iran, quale altro Paese se ne fiderà in ogni rapporto, anche economico e commerciale? Questa domanda verrà ora messa alla prova del nove quando i capi di Corea democratica e Stati Uniti s’incontreranno. Cina e Stati Uniti sono ingarbugliati in una disputa commerciale come lo sono gli Stati Uniti con UE, Canada e Messico. Senza dimenticare l’uscita dalla Trans Pacific Partnership all’inizio del regno dell’imperatore.
Permettetemi di concludere con alcune domande economiche piuttosto importanti che riguardano gli USA. Sono vicini a una disastrosa recessione o probabile depressione. Vanno salvati. I principali beneficiari delle guerre nella storia furono banche e usurai, sia che operassero dal Tempio di Salomone durante l’Impero Romano e che tradissero Gesù di Nazareth o i Medici, e i Rothschild d’Europa o i Rockefeller o Stanley Morgans d’America. Alcuna guerra può essere combattuta senza il loro sostegno. Un articolo piuttosto interessante su come le banche operano intitolato “700 miliardi di volte 10“, di Tim Buchholz, pubblicato su Countercurrents il 4 dicembre 2008, in cui l’autore citava John LeBoutillier (ex-congressista repubblicano di New York, con un solo mandato che chiese “Da dove vengono tutti questi soldi?“) dire che Bloomberg riferiva che la Federal Reserve ha “impegnato/sostenuto/prestato 7,6 trilioni di dollari” per tentare di risolvere la crisi. Gli USA attualmente sono nella seconda più lunga espansione economica post-bellica, da 9 anni. Tale espansione iniziò con incentivi di spesa e tagli fiscali approvati nel 2009 per combattere la Grande Recessione. Probabilmente l’unica altra espansione fu nel 1991-2001, la cui crescita portò il mercato azionario a livelli record, causando lo sviluppo della bolla dei titoli tecnologici. La pressione sull’economia statunitense è ora dovuta alla valuta cinese e alla borsa petrolifera di Shanghai che minacciano il dollaro USA e il suo monopolio sul petrolio.
Nei paragrafi precedenti ho solo brevemente affermato il caso di una recessione d’entità significativa che potrebbe sconvolgere il proverbiale carretto di mele dell’imperatore dell’America first. La guerra è un’opzione degli USA per salvarsi dal disastro economico e salvare il monopolio della propria moneta. Sarà un’opzione con cui gli USA manterrebbero la preminenza, ma non è certamente un’opzione per questa civiltà sprofondare nel buio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Israele abbocca, la Siria no

Tony Cartalucci, LD 12 maggio 2018Israele ha ripetutamente colpito la Siria con missili e razzi, lo scambio più recente ebbe luogo dopo che Israele dichiarò che “razzi iraniani” avevano colpito posizioni dell’esercito israeliano nelle alture del Golan che occupa illegalmente. Titoli, come dell’Indipendent, “Israele e Iran sull’orlo della guerra dopo il bombardamento della Siria in risposta al presunto attacco sul Golan“, tentano di ritrarre l’aggressione israeliana come autodifesa. L’Independent, tuttavia, non forniva alcuna prova a conferma delle pretese israeliane. Per facciata, con l’Iran che lancerebbe inspiegabilmente missili contro Israele, non provocato e non ottenendo alcun vantaggio tattico, strategico o politico, la credibilità della narrativa d’Israele viene ulteriormente erosa. Ma forse è la pubblica politica degli Stati Uniti che designa Israele provocatore ostile incaricato d’espandere la guerra per procura di Washington contro Damasco, a rivelare il gioco letale e ingannevole che Israele e i media occidentali giocano. Per anni, i politici statunitensi hanno ammesso sui loro giornali che gli Stati Uniti desiderano un cambio di regime in Iran cercando di provocare una guerra per ottenerlo.

Israele abbocca
Il Brookings Institution, finanziato da aziende e i cui sponsor includono produttori di armi, compagnie petrolifere, banche e appaltatori della difesa, pubblicava un documento nel 2009 intitolato “Quale percorso per la Persia? Opzioni per una nuova strategia USA verso l’Iran“, non solo sul desiderio di cambiare regime in Iran, ma escogitando varie opzioni per ottenerlo, tra cui sponsorizzazioni di proteste di piazza in tandem con organizzazioni terroristiche note per la guerra per procura contro l’Iran, come fu per Libia e Siria. Includendo anche la provocazione all’Iran per una guerra che i politici del Brookings ripetutamente ammettevano che l’Iran cercava di evitare. Riguardo la provocazione all’Iran basata su numerosi casi inventati, il documento ammetteva: “La verità è che tutti questi sarebbero casi difficili. Perciò, sarebbe molto più preferibile che gli Stati Uniti potessero citare una provocazione iraniana come giustificazione ai raid aerei prima di lanciarli. Chiaramente, quanto più oltraggioso, tanto più letale e tanto meno provocato è l’intervento iraniano, tanto meno ne staranno fuori gli Stati Uniti. Certo, sarebbe difficile per gli Stati Uniti rimproverare l’Iran di tale provocazione se il resto del mondo riconoscesse il trucco, minandolo. (Un metodo che avrebbe qualche possibilità di successo sarebbe accelerare gli sforzi del cambio di regime occulti nella speranza che Tehran rispondesse apertamente, o anche parzialmente, potendolo interpretare come atto non provocato di aggressione iraniana)”. Il documento del Brookings ammetteva persino che l’Iran potrebbe non vendicarsi delle provocazioni più evidenti, come attacchi aerei e missilistici statunitensi o israeliani. I documenti annotano: “…perché molti leader iraniani probabilmente cercherebbero di emergere dai combattimenti nella posizione strategica più vantaggiosa possibile, e poiché probabilmente calcolerebbero che fare la vittima sarebbe la via migliore per raggiungere l’obiettivo, potendo benissimo astenersi da attacchi di rappresaglia missilistici”. Il Brookings ammetteva anche che massicci attacchi aerei contro l’Iran non raggiungerebbero gli scopi statunitensi, come il cambio di regime, e i raid aerei dovrebbero essere parte di una strategia ampia che includa la guerra per procura o su vasta scala guidata dagli Stati Uniti. Documenti più recenti del Brooking, come “Valutare le opzioni per il cambio del regime” del 2012, il Brookings Institution ammetteva che il ruolo d’Israele, in particolare dell’occupazione delle alture del Golan, è fare pressione costante sulla Siria per istigare il cambio di regime. Il documento nota: “I servizi d’intelligence israeliani hanno forte conoscenza della Siria, nonché delle risorse del regime siriano che si potrebbero utilizzate per sovvertire il regime e spingere la rimozione di Assad. Israele potrebbe postulare forze sulle alture del Golan e, così facendo, distogliere le forze del regime dalla repressione dell’opposizione. Questa posizione può suscitare timori nel regime di Assad su una guerra multi-fronte, in particolare se la Turchia fosse disposta a fare lo stesso al suo confine e se l’opposizione siriana venisse nutrita con una dieta costante di armi e addestramento. Tale mobilitazione potrebbe forse persuadere la leadership militare siriana a cacciare Assad per preservarsi. I sostenitori affermano che quest’ulteriore pressione potrebbe far pendere l’equilibrio contro Assad in Siria, se altre forze fossero allineate correttamente”. Possiamo supporre che l’obiettivo del 2012 di togliere pressione “all’opposizione” sia fallito, dato che i terroristi sponsorizzati da Golfo-USA-NATO sono stati sconfitti ovunque in Siria, tranne che nelle regioni di confine e nel territorio occupato dalle forze statunitensi ad est. Invece, il ruolo d’Israele ora è cambiato, dalla pressione sulla Siria al tentativo di provocare l’Iran con attacchi sul territorio siriano, per istigare una guerra con la Siria e gli alleati, come l’Iran, provocando la Siria come descritto sul documento del 2009 dalla Brookings, “Quale strada per la Persia?” Nonostante le provocazioni continue israeliane siano rimaste senza risposta per anni, ogni attacco viene presentato dai media occidentali come difensivo. All’inizio di maggio, quando le forze siriane finalmente reagirono, i media occidentali tentarono di spacciarla come attacco non provocato, citando ufficiali israeliani che sostenevano che “missili iraniani” furono sparati sulle alture del Golan, mentre secondo fonti sul terreno, israeliane e siriane, dissero il contrario.

La Siria non abbocca
La rappresaglia della Siria, tuttavia, è stata proporzionale e riluttante. La realtà cinica rimane sul perché. La guerra d’Israele al Libano nel 2006, condotta con un’ampia forza aerea, non ottenne alcuno degli obiettivi d’Israele. L’invasione fallì nel sud del Libano, provocando un’umiliante sconfitta delle forze israeliane. Mentre subì ingenti danni alle infrastrutture, il Libano, e in particolare Hezbollah, ne uscì più forte che mai. Allo stesso modo in Siria, raid aerei ed attacchi missilistici israeliani non potranno sconfiggere la Siria o cambiare le fortune dell’occidente sul cambio di regime. Servono solo come pretesto per provocare una rappresaglia che basti all’occidente come casus belli per un’operazione molto più ampia che influirebbe sul cambio di regime. Sono in corso tentativi d’inserire cunei nell’alleanza siriano-russo-iraniana. Sostenendo che la Russia rifiuta le rappresaglie agli attacchi USA-Israele o di fornire alla Siria altre difese aeree moderne, si tenta di rappresentarla come debole e disinteressata al bene siriano. Resta il fatto che una rappresaglia russa aprirebbe la porta a un possibile conflitto catastrofico che potrebbero non vincere. La consegna di più moderni sistemi di difesa aerea in Siria non cambierà il fatto che gli attacchi USA-Israele falliranno nel raggiungere qualsiasi obiettivo tangibile, con o senza tali difese. Tuttavia, l’invio contribuirebbe ad aumentare le tensioni nella regione, non a gestirle o eliminarle.

Perché la Siria ha già vinto
La Siria e i suoi alleati hanno eliminato le grandi forze per procura che Stati Uniti e alleati armarono e finanziarono per rovesciare il governo siriano fin dal 2011. I resti di tali agenti si aggrappano ai confini della Siria e nelle regioni che Stati Uniti ed alleati provvisoriamente occupano. Se lo status quo del conflitto dovesse continuare e la presenza della Russia mantenersi nella regione, tali forze non potrebbero raggrupparsi e riconquistare il territorio perso. In sostanza, la Siria ha vinto il conflitto. In effetti, parti della Siria sono occupate da eserciti stranieri. La Turchia controlla il nord della Siria e gli Stati Uniti il territorio ad est dell’Eufrate. Mentre l’integrità territoriale della Siria è essenziale, sarà nella posizione migliore per riconquistare questi territori in futuro. Mantenere lo status quo e impedire l’aggravarsi del conflitto è la preoccupazione principale. Nei prossimi anni, in tale status quo, l’equilibrio globale del potere si allontanerà dagli USA. Mentre ciò accadrà, la Siria avrà l’opportunità di reclamare il territorio occupato. Mentre è umano che la gente s’infuri per gli attacchi non provocati da Stati Uniti e Israele, essi sono volti specificamente a provocare una risposta. La pazienza è altrettanto importante per vincere una guerra quanto la furia immediata. Sun Tzu affermò nel trattato strategico “L’arte della guerra”, che: “Un governo non dovrebbe mobilitare l’esercito per rabbia, i leader militari non dovrebbero provocare una guerra per collera. Agire quando è utile, desistere se non lo è. La rabbia può divenire gioia, l’ira può deliziare, ma una nazione distrutta non può rivivere e i morti non possono resuscitare”. Stati Uniti ed alleati cercano di trascinare la Siria e i suoi alleati in una guerra, mentre gli Stati Uniti credono di avere ancora il primato militare. Evitarlo fin quando il primato militare statunitense non ci sarà più è la vera chiave per vincere definitivamente la guerra in Siria. La perfetta “rappresaglia” vincerà la guerra siriana, confondendo e sconfiggendo definitivamente Stati Uniti, NATO, Stati del Golfo Persico e Israele, senza lanciare attacchi missilistici simbolici che gli Stati Uniti cercano ardentemente di usare per provocare una grande guerra da poter vincere, mentre l’attuale equilibrio globale del potere continua a favorirli.Traduzione di Alessandro Lattanzio