PsyOps: il Pentagono testa le capacità dell’omologo russo

Valentin Vasilescu, Rete Voltaire, Bucarest (Romania), 20 marzo 2017

Ai primi di febbraio 2017 grandi manifestazioni scossero la Romania. Eppure, mentre i media internazionali annunciavano l’imminente caduta del governo di Sorin Grindeanu, non successe nulla. Valentin Vasilescu, esperto militare ed attivista dell’opposizione, spiega che tali eventi furono organizzati dalle PsyOps dell’esercito rumeno e del Pentagono per testare la penetrazione degli omologhi russi nel Paese. Ciò evidenzia lo sviluppo delle PsyOps russe, ora in grado, a questo livello, anche di competere con la NATO.

Cos’è la PsyOps?
CIA (Divisione Operazioni Segrete) e Pentagono (Direzione Operazioni e comando delle forze speciali di) hanno adottato nuove tecnologie per combattere, estendendo il confronto militare in ambienti non convenzionali (informativo, psicologico, ecc), portando alla nascita di nuove modalità per azioni specifiche in questi ambienti, così come la creazione di forze non convenzionali. Le campagne del XXI secolo sono andate oltre lo stadio in cui i soldati si uccidono a vicenda. Per quanto riguarda le operazioni d’informazione, non vi è la distruzione fisica del nemico ma la ricerca dell’influenza e del controllo della sua mente. Il danno causato dalle PsyOps si riflette sui cambiamenti cognitivi e mentali. Le operazioni d’informazione non si rivolgono agli individui, ma più in generale alle persone di aree geografiche definite. Gli assalti informativi più elaborati sono chiamati di “seconda generazione”: l’esercito controlla ampiamente l’infrastruttura dell’informazione dello Stato preso di mira per destabilizzarlo tempestivamente e con sicurezza. Anche se lo Stato applica misure di protezione psicologica, sono generalmente inefficaci nel contrastare tali attacchi.

Le PsyOps come strumento per innescare gli sconvolgimenti sociali
Nel corso della manifestazione contro Nicolae Ceau?escu ordinata il 21 dicembre 1989 dal Comitato centrale e che precedette il colpo di Stato in Romania, le strutture dell’esercito romeno specializzate nella guerra psicologica spezzarono la radunate inducendo nella folla uno stato di agitazione e panico creato con potenti altoparlanti. Il suono nella manifestazione fu fornita dall’esercito, con 10 veicoli disposti in modo da non essere visibili, ma secondo un angolo il cui eco producesse il suono desiderato sulla piazza. Questi blindati da trasporto e veicoli militari furono dotati di apparecchiature che emettono una forte vibrazione a bassa frequenza. La struttura dell’esercito rumeno a cui appartenevano si chiamava “Sezione Tecnica PsyOps per la propaganda speciale”. Nel frattempo, sempre più i microprocessori a basso costo avanzano la tecnologia dell’informazione, in particolare in applicazioni come televisione via cavo, cellulari e rete Internet. Questo tipo di tecnologia fu accompagnata dalla creazione e organizzazione di molti gruppi presuntamente spontanei e ricreativi, i cui membri possono disperdersi in luoghi diversi. Il fenomeno nacque in occidente e fu denominato Smart Mobs (comunità intelligente). Usarono questi gruppi per realizzare azioni rapide e tempestive come il Mobs Flash; la comunità intelligente può riunirsi rapidamente in un luogo pubblico per tenere una breve dimostrazione e disperdersi altrettanto rapidamente. Internet, Twitter e Facebook sono i canali pubblici per la trasmissione di dati, niente di più. Gli utenti hanno già maturato esperienza nell’utilizzo di Twitter e Facebook. Ma gli eserciti hanno anche considerato la possibilità di disturbare o peggio, ingannare.

Attuazione delle PsyOps a Piazza della Vittoria?
Alcune fonti dicono che gli eventi in Romania nel 2017 furono istigate dalle PsyOps nazionali. L’intera operazione fu effettuata attraverso reti sociali e virali, riuscendo a radunare più di 600000 rumeni in dieci grandi città. La ricetta utilizzata sembra essere la stessa dell’evento che riunì più di 100000 di persone, il 21 agosto 1968, per condannare l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. La decisione di tenere tale dimostrazione in opposizione a Mosca aveva bisogno del sostegno popolare. La Securitate poi utilizzò gli esistenti canali radio e televisivi per preparare psicologicamente le persone e far sì che il raduno si svolgesse sulla Piazza del Palazzo di fronte al Comitato centrale. La cosa ironica delle manifestazioni rumeni nel 2017 è che, senza apparentemente cellulari, i ricchi s’impegnarono particolarmente in un Paese che ha più di cinque milioni di poveri. Parlavano pacificamente, proiettando fasci laser con slogan sugli edifici in un’atmosfera da carnevale. Comportamento che contrasta nettamente con quella di una vera rivoluzione in cui le persone sono costrette a scendere in piazza e ad usare violenza, perché non sono soddisfatti i loro bisogni primari (cibo, vestiario, ecc). Quindi, a differenza delle proteste della “primavera araba”, in Romania sembra sia stato pianificato in modo che non vi fosse alcuna interferenza esterna, rimanendo sotto controllo e completandole. Anzi, probabilmente rimasero sotto il controllo permanente delle strutture PsyOps nazionali. Tutto è accaduto non come se si volessero rovesciare le istituzioni, ma come se si cercasse di misurare la penetrazione nella popolazione delle strutture PsyOps straniere, cioè russe. Questi eventi hanno inoltre verificato la capacità di mobilitare la popolazione, se una situazione come quella della Cecoslovacchia nel 1968 si verificasse. Se si conferma questa ipotesi, l’unica domanda interessante sarebbe: il partito partito socialdemocratico (PSD) faceva parte di questa operazione o no?
Si noti la presenza di troupe di CNN, al-Jazeera, CCTV (China Television) e BBC, che trasmisero in diretta. Anche Russia Today era presente con Nikolaj Morozov, che aveva riportato gli avvenimenti del dicembre 1989. Non c’è dubbio che queste troupe avessero a che fare con gli specialisti delle PsyOps che seguirono e sorvegliarono per essi i dettagli dell’operazione. In ogni operazione militare, e quindi in qualsiasi PsyOps, c’è una catena di comando. Analizzando con attenzione i messaggi Twitter e Facebook, si scoprono i “nodi della rete”, vale a dire il personale coinvolto nell’operazione, addestrato ai metodi di controllo della folla per creare un contagio virale tra gli individui più disparati. Gli specialisti delle PsyOps hanno un’istantanea della situazione sul terreno. In questo modo, il personale può individuare facilmente gli “opinion leader”, coloro che influenzano gli altri. Così decidono di informarli del piano o tenerli all’oscuro di ciò che accade. Perciò alcuni media romeni evitarono dettagli rivelatori delle PsyOps o volontariamente li interpretarono erroneamente per camuffarne gli autori.

Gli Stati Uniti hanno stabilito in Romania la più efficace struttura PsyOps della NATO
Le istituzioni rumene non hanno la capacità di organizzare qualcosa? In Romania, Stato membro della NATO, al confine orientale, il Pentagono ha creato la struttura PsyOps più efficiente dell’Alleanza. Lo Special Operations Command (SOC) delle forze di terra dell’esercito romeno comprende tutte le strutture in grado di eseguire ogni tipo di missione non convenzionale in Romania e all’estero. La gestione delle azioni psicologiche (PsyOps) è l’elemento subordinato più importante al COS e opera nel Dipartimento Operazioni dello Stato Maggiore. E’ composto dal Servizio di analisi e valutazione obiettivi, dal Servizio di pianificazione e gestione delle operazioni psicologiche e dal Servizio d’influenza psicologica del nemico. Un Centro per le operazioni psicologiche fu istituito con i migliori docenti in sociologia, ricercatori in psicologia, registi della televisione, esperti di relazioni pubbliche, istruttori delle PsyOps statunitensi, ecc. In Afghanistan, i militari rumeni, in realtà truppe di occupazione, stampavano e distribuivano ai residenti la rivista Sada e-Azadi (“Voce della Libertà”), per 400000 copie, con articoli in tre lingue: inglese, dari e pashto. Crearono anche una stazione radio omonima che trasmetteva non-stop.Le forze speciali, un’estensione delle PsyOps
Dopo la guerra del Vietnam, durante cui si sperimentarono i rudimenti delle PsyOps, l’esercito statunitense creò, oltre ai quattro rami (Terra, Aviazione, Marina e Marines), un comando per le operazioni speciali (US Special Operations Command). Noti come “Berretti verdi”, i suoi soldati sono organizzati in cinque gruppi assegnati a ciascuno dei cinque comandi continentali (EUCOM, CentCom, AFRICOM, PACCOM, SOUTHCOM). Addestrati nelle lingue e nei costumi dei popoli della regione a cui sono assegnati.

Le PsyOps e le operazioni speciali sono utilizzate per i colpi di Stato
La guida alla lotta nonviolenta in 50 punti, messa a punto dal colonnello Robert Helvey, fu alla base di tutte le “rivoluzioni colorate”, in particolare nell’ex-Unione Sovietica. Robert Helvey iniziò la carriera nelle PsyOps durante la guerra del Vietnam, poi fu assistente di Gene Sharp all’Albert Einstein Institution. Nel suo libro descrive i metodi utilizzati dai professionisti delle dimostrazioni per superare la paura e subordinare le emozioni della folla. Gene Sharp, il colonnello Robert Helvey e il colonnello Reuven Gal (direttore delle operazioni psicologiche delle Forze di Difesa Israeliane) organizzarono congiuntamente numerosi tentativi, a volte con successo, di “cambio di regime”. Dopo l’acquisizione da parte di Hugo Chávez di un articolo di Thierry Meyssan che rivelava questo sistema, l’Albert Einstein Institution lasciò il posto al Centro per la Nonviolenza Applicata (Canvas) con sede in Serbia e all’Accademia del cambiamento, con sede in Qatar.
Le forze delle operazioni speciali eseguono attività considerate “antiterrorismo” dallo Stato da cui dipendono. Ma a volte la situazione richiede che il comando militare adotti una posizione difensiva per, dopo un breve periodo, creare le condizioni per passare all’offensiva. In effetti, un servizio segreto di uno Stato può compiere un “cambio di regime” in un Paese straniero, vale a dire… un’operazione terroristica. Il 7 aprile 2009, Chisinau (Moldavia) affrontò un tentativo di colpo di Stato che portò alla caduta del governo comunista avviando le elezioni anticipate e installando un governo filo-occidentale. Le forze di sicurezza ricorsero alla violenza, sia per delegittimare gli organizzatori esterni del colpo di Stato che i responsabili interni della stessa. Era necessario che a tutti i costi ci fossero distruzioni e vittime per spingere la rivolta a vendicarsi della polizia.

Conclusioni
Se si conferma questa ipotesi, quale pericolo imminente spingerebbe le istituzioni rumene ad utilizzare le PsyOps a Piazza della Vittoria? Per la Romania, si suppone che la vicinanza alla Russia rappresenti il rischio maggiore. Se dal crollo dell’Unione Sovietica le PsyOps sarebbero state insignificanti, dopo euromaidan a Kiev, nel 2014, la loro importanza è aumentata in modo esponenziale. Intervenendo alla Duma di Stato il 21 febbraio 2017, il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu riconosceva di aver moltiplicato più volte le strutture specializzate nelle operazioni d’informazione. Ora hanno un carattere offensivo secondo i modelli esistenti delle PsyOps dell’US Army. Queste strutture sono più efficienti e più potenti delle vecchie strutture responsabili della contropropaganda. L’operatività delle nuove strutture PsyOps russe fu testato nelle esercitazioni militari Kavkaz-2016, tenutesi il 5-10 settembre 2016. Un ruolo importante fu quello del Dipartimento Operazioni dello Stato Maggiore Generale delle strutture PsyOps, degli Spetsnaz e delle unità di guerra cibernetica e radioelettronica. L’esercito russo ha diversi gruppi di PsyOps divisi tra quattro comandi strategici (ovest, sud, centrale e est). Questi gruppi hanno divisioni specializzate per tutti i Paesi nelle immediate o lontane vicinanze della Russia. Le strutture PsyOps collaborano con sette brigate delle forze per operazioni speciali (Spetsnaz), ed entrambe le strutture sono subordinate al GRU. Integrando le tecnologie moderne delle PsyOps disponibili nell’esercito russo, Mosca potrà anche eseguire in tutto il mondo operazioni di quarta generazione per distruggere, smantellare e paralizzare la potenza di uno Stato nemico.
In Crimea e Donbas la Russia ha impiegato la guerra ibrida; un tipo di conflitto militare sviluppato nei propri centri di strategia militare. La guerra ibrida utilizza spesso intermediari, ovvero militari in borghese o senza distintivi, non riconosciuti ufficialmente, travestiti da attori non statali, come ad esempio gli “omini verdi”. La componente militare viene usata il tempo necessario per suggerire un’invasione. Secondo il generale Philip Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, la Russia può creare no-fly zone impermeabili a tutti i mezzi della NATO (Anti-Access/Area Denial – bolla A2/AD). Il sistema automatizzato C4I (comando, controllo, comunicazioni, computer, intelligence ed interoperabilità) russo è una componente del sistema da guerra informatica di tipo ELINT (Electronic Intelligence). Il materiale Borisoglebsk-2 collegato ai satelliti russi, scansiona e registra le informazioni sul traffico (tutti i canali) delle istituzioni della sicurezza nazionale di uno Stato. Questa apparecchiatura utilizza esche elettroniche per rimuovere il traffico o saturarlo con informazioni false. Un altro equipaggiamento da guerra elettronica, Krasukha-4, offusca i radar terrestri, navali, aerei e su satelliti militari e civili (anche quelli per le comunicazioni o la trasmissione dei canali televisivi). L’essenza della guerra ibrida inizia con l’identificazione dei punti deboli e delle vulnerabilità del nemico per sfruttarli creando realtà alternative, attraverso trasmissioni TV, internet e soprattutto reti sociali. La guerra ibrida può essere un’estensione del sistema militare nel sistema sociale, economico e politico dello Stato preso di mira, inoculando una percezione predefinita che riflette la visione russa dello sviluppo di eventi e fatti. Il primo risultato è l’indebolimento della volontà e del sostegno delle persone ad istituzioni o capi dello Stato presi di mira. Dopo aver creato le condizioni per lo sconvolgimento del sistema sociale e paralizzato la capacità di comunicare tra loro e le istituzioni della sicurezza nazionale, la Russia potrebbe procedere alle PsyOps: come scatenare manifestazioni pacifiche, come quelle a Bucarest nel 2017, o dimostrazioni violente che coinvolgano le forze speciali (Spetsnaz), sul modello della “primavera araba”, quando l’obiettivo è rovesciare un governo filo-occidentale e installarne un filo-russo.
La Russia si dice ora pronta ad innescare operazioni psicologiche (PsyOps) all’estero. Le PsyOps, come strumento per cambiare le sfere d’influenza senza invasione militare, non sono più monopolio degli Stati Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA espandono l’invasione della Siria

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 15/03/2017La recente espansione delle forze statunitensi in Siria segue un prevedibile e singolare programma decennale contro questa nazione, più specificamente con ll’ultimo conflitto iniziato nel 2011, tramite la “primavera araba” concepita dagli Stati Uniti. The Independent, nell’articolo, “Marines statunitensi inviati in Siria per sostenere l’assalto alla roccaforte dello SIIL di Raqqa“, riferiva che: “Centinaia di marines degli USA sono arrivati in Siria armati di artiglieria pesante in preparazione dell’assalto sulla capitale dello SIIL Raqqa”. Tuttavia, la presenza di truppe statunitensi in Siria è del tutto non richiesta dal governo siriano e costituisce una chiara violazione della sovranità nazionale della Siria secondo il diritto internazionale. La CNN nell’articolo, “Assad: le forze militari statunitensi in Siria sono “invasori”“, riferiva che: “Il Presidente siriano Bashar al-Assad deride e mette in discussione le azioni in Siria degli Stati Uniti, chiamando le truppe statunitensi schierate nel Paese “invasori”, perché non gli ha dato il permesso di entrare e dicendo che non c’è stata alcuna “azione concreta” da parte dell’amministrazione Trump verso lo SIIL”. Il fatto che la politica degli Stati Uniti rimanga assolutamente immutata, nonostante il nuovo presidente, non sorprende.

Ulteriore prova della continuità dell’agenda
Con Israele che occupa le alture del Golan della Siria e le truppe turche che occupano la “zona cuscinetto” che si estende da Azaz a Jarabulus, sul fiume Eufrate, a nord, le truppe statunitensi continuano a ritagliarsi una presenza permanente nell’est delle regioni della Siria, rischiando di realizzare la decennale cospirazione per dividere e distruggere lo Stato siriano. Documenti resi pubblici recentemente della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti rivelano che già nel 1983, gli Stati Uniti erano impegnati in operazioni segrete e palesi, praticamente identiche, volte a destabilizzare e rovesciare il governo della Siria. Un documento del 1983, firmato dall’ex-agente della CIA Graham Fuller, intitolato “Imporsi con la forza sulla Siria” (PDF), afferma: “La Siria attualmente blocca gli interessi degli Stati Uniti in Libano e nel Golfo, attraverso la chiusura del gasdotto dell’Iraq minacciando quindi d’internazionalizzazione la guerra irachena. Gli Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione decisamente maggiori pressioni contro Assad, orchestrando minacce militari ed occulte simultanee contro la Siria dai tre Stati confinanti ostili: Iraq, Israele e Turchia”. Il rapporto afferma inoltre: “Se Israele dovesse aumentare le tensioni contro la Siria in contemporanea con un’iniziativa irachena, le pressioni su Assad degenererebbero rapidamente. Una mossa turca premerebbe psicologicamente ulteriormente”. Tale indistinguibile agenda che ha virtualmente trasceso più decenni e presidenze, permette agli osservatori del conflitto in Siria di eludere allettanti deviazioni politiche e di concentrarsi esclusivamente sulla sovrapposizione strategica del conflitto vero e proprio. Nonostante le affermazioni dei media occidentali su Turchia e Stati Uniti in disaccordo, in particolare sulle rispettive occupazioni illegali e operazioni nel territorio siriano, le decennale collaborazione nel tentativo di dividere e distruggere lo Stato siriano indica che, con ogni probabilità, tale collaborazione continua anche se dietro un velo di finti interessi contrastanti. Nello stesso modo, i tentativi di ritrarre Israele come nazione canaglia in questo conflitto, permette ai politici degli USA la flessibilità della negazione plausibile. Gli attacchi aerei mirati alle forze siriane di Stati Uniti o anche Turchia, impossibili da giustificare, sono tollerati dalla “comunità internazionale” se eseguiti da Israele. Arabia Saudita, Qatar e altri membri minori del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) sono ugualmente utilizzati per riciclare i vari aspetti della politica estera statunitense contro la Siria, attraverso armamento, addestramento e finanziamento delle varie organizzazioni terroristiche, come al-Qaida e il cosiddetto Stato islamico (SIIL). Qualora l’asse USA-NATO-Israele-GCC apparisse apertamente evidente, tale flessibilità verrebbe notevolmente ridotta.

Il vero scopo delle truppe degli Stati Uniti in Siria
Le ambizioni degli Stati Uniti contro lo Stato siriano sono state notevolmente respinte dall’avanzata siriana sul campo di battaglia e dal sostegno militare diretto degli alleati Russia e Iran. Le forze turche che tentano di avanzare nel territorio siriano, con il pretesto di combattere i “terroristi” e i combattenti curdi che Ankara pretende minaccino la sicurezza nazionale turco, ora cozzano con le forze dell’Esercito arabo siriane che si scambiano con le forze curde lungo il perimetro della “zona cuscinetto” turca. Allo stesso modo, le forze degli USA affrontano ostacoli simili nei tentativi di cogliere sempre più territorio siriano. Inoltre, le loro forze per procura sono organizzazioni terroristiche disinteressate a una cooperazione a lungo termine con gli Stati Uniti o che si ritagliano regioni autonome in Siria che inevitabilmente affrontano ostacoli socio-politici ed economici che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse ad aiutare a superare, il che significa che alla fine, qualsiasi accordo a lungo termine sarà probabilmente deciso da Damasco e non da Washington. Ma, come l’occupazione israeliana del Golan, incursioni e occupazioni turche e statunitensi scono un similare smembramento continuo dello Stato siriano. Di fronte alla probabile prospettiva che la maggior parte del territorio della Siria torni sotto il controllo di Damasco, prima o poi, Stati Uniti e collaborazionisti di Ankara cercano di occupare più territorio possibile prima che accada, nel tentativo di indebolire la Siria in futuro, e ancora cercare di destabilizzarla.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, Haftar bastona islamisti e Gentiloni, Mosca e Londra soccorrono il vincitore

L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne geostrategica
Alessandro Lattanzio, 16/3/2017

Il 15 marzo, l’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Qalifa Belqasim Haftar liberava i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, infliggendo una pesante sconfitta agli islamisti di al-Qaida sostenuti da Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Italia (Roma opera sotto la copertura delle “missioni umanitarie”, come l’ospedale da campo militare istituito a Misurata, per curare i terroristi islamisti, e nell’ambito della missione ONU in Libia, affidata al generale Paolo Serra, che accompagna nelle missioni sul campo il capo del governo-fantoccio di Tripoli, l’islamo-atlantista Fayaz al-Saraj).
Le forze islamiste, riunite nelle Brigate di difesa di Bengasi (BDB) venivano respinte di oltre 100 km, mentre le forze aerea e di terra del LNA recuperavano il controllo su al-Sidra e Ras Lanuf, dopo aver eliminato 30 miliziani islamisti, mentre altri 40 miliziani venivano portati nell’ospedale da campo italiano di Misurata, allestito in vista delle operazioni per rioccupare i terminal petroliferi della Cirenaica e supportare l’assalto su Bengasi, previsto dal governo fantoccio islamista di Tripoli, quale successivo passo all’occupazione dei terminal petroliferi dell’area di Briqa. L’esercito governativo libico avanzava quindi sulla città di Bin Juad, a 35 km a nord-ovest degli impianti liberati. La controffensiva del LNA fu lanciata lungo un fronte ampio 220 km, dalla costa mediterranea alle oasi di Hun e Jafra, a sud di Sirte. Nell’oasi di Jafra si erano riuniti i resti delle BDB, dove venivano bombardati dai velivoli del LNA, mentre le forze di Tobruq combattevano contro la 166.ma Brigata di Misurata che occupa Sirte. Solo il 3 marzo, circa 1000 terroristi islamisti delle Brigate di difesa di Bengasi occuparono i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, controllati dal Governo di Tobruq e da cui passano parte dei 600000 barili di petrolio estratti ogni giorno in Libia.
48 ore dopo la liberazione dei terminali, l’ambasciatore inglese Peter Millett volava a Bengasi per “chiarire la posizione del suo Paese a Qalifa Haftar”, incontrando il comandante in capo delle Forze Armate libiche nel quartier generale di al-Rajma. Millett avrebbe “deplorato il fatto che molto è stato detto sul ruolo apparentemente negativo del Regno Unito in Libia”. Haftar aveva chiarito agli inglesi “l’importanza di non sostenere i Fratelli musulmani”. Millett infine dichiarava, “La nostra visita è stata… soddisfacente e utile“. Infatti, il 16 febbraio arrivava una delegazione imprenditoriale inglese, la prima in tre anni, guidata da Peter Meyer dell’Associazione Medio Oriente di Londra, e comprendente Andrew Davidson di Parva Capital, che si occupa di finanziamenti per gli investimenti, e Douglas Baldwin di Alpha Services, che opera con l’industria petrolifera e del gas. La delegazione incontrava una delle più grandi compagnie petrolifere della Libia, l’Arabian Gulf Oil Company (AGOCO) di Bengasi, per offrire materiale, attrezzature e formazione. Secondo l’ACOCO, la delegazione aveva anche promesso di facilitare i visti di lavoro per il Regno Unito. Il presidente dell’AGOCO Muhamad Bin Shatwan auspicava che la delegazione avrebbe segnato l’inizio della cooperazione con le aziende inglesi, che “avrebbero cominciato a tornare a Bengasi per investire nella regione”. Meyer e la sua delegazione avevano anche incontrato il responsabile della Direzione della Sicurezza di Bengasi Salah Huaydi, valutando le esigenze per la polizia locale, come materiali, attrezzature, laboratori e formazione. In seguito, la delegazione si recava in Egitto.
Intanto il consigliere di Qalifa Haftar, Abdalbasit al-Badri, incontrava il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Mosca, chiedendo sostegno nella battaglia contro le BDB. Secondo il Ministero degli Esteri russo “le parti si sono scambiate opinioni dettagliate sugli sviluppi in Libia, e hanno concordato sull’importanza di organizzare un dialogo collettivo cui partecipino i rappresentanti di tutti i gruppi politici e tribali“. Bogdanov ribadiva che la Russia sostiene pienamente il processo di unificazione della Libia e di protezione della sua sovranità. In precedenza, Mosca aveva ospitato i fantocci della NATO Fayaz al-Saraj e Ahmad Matiq, della Presidenza del Consiglio, che chiedevano alla Russia di mediare un incontro tra loro e il comandante Haftar. Inoltre, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, Aqila Salah, dichiarava che la Russia aveva promesso di aiutare Tobruq nella lotta al terrorismo e che i soldati del LNA gravemente feriti venivano curati in Russia. Salah chiedeva al governo russo di addestrare le forze del LNA e di farne riparare i mezzi militari da tecnici russi. La Libia vuole continuare i legami militari con Mosca, perché “la maggior parte dei nostri ufficiali fu addestrata in Russia, molti parlano russo e sanno come utilizzare i materiali russi“. Il comandante della base aerea di Benina a Bengasi, colonnello Muhamad Manfur Manifi, a sua volta smentiva le fantasie sulla presenza di militari o contractor russi a Bengasi, avanzate da islamisti, ONG e media della CIA. Nel frattempo, il LNA lanciava l’offensiva per liberare il quartiere Ganfuda di Bengasi occupato dai terroristi islamisti. La 130.ma Brigata d’artiglieria e le Forze speciali Saiqa del LNA avanzavano tra Busnaib e Ganfuda, eliminando diversi islamisti del Consiglio della Shura dei rivoluzionari (BRSC), intrappolando nel complesso dei “12 edifici” gli ultimi terroristi del BRSC.
Nel campo degli alleati locali della Farnesina e di Forte Boccea, regna la guerra civile. A Tripoli il capo del governo di salvezza nazionale Qalifa Ghwal veniva ferito nei combattimenti nell’hotel Rixos, “sede del governo” di Ghwal, e spedito a Misurata per cure, probabilmente nel solito ospedale da campo dell’esercito italiano. La forza islamista RADA, guidata da Abdulrauf Qara, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri e la Forza di sicurezza centrale Abu Salim, guidata da Abdulghani al-Qiqli, tutte legate al governo fantoccio di Saraj, assaltavano e occupavano l’hotel Rixos, mentre il centro operativo Bunyan Marsus di Misurata si preparava ad inviare 1500 miliziani islamisti, con veicoli blindati, per “imporre pace e sicurezza a Tripoli”. Ghwal aveva respinto un accordo politico avanzato dall’UNSMIL, la missione ONU in Libia. La milizia di Ghwal è in gran parte formata da misuratini e berberi. Anche la sede di al-Naba TV, del capo di al-Qaida Abdulhaqim Belhaj, veniva attaccata.
L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne strategica.Fonti:
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
South Front

La multipolarità di Putin mette ordine al caos

Denis Churilov, Forte Russ 13 marzo 2017Recentemente, i capi israeliani e turchi si sono recati a Mosca per incontrare Putin e discutere con lui di Siria e affari del Medio Oriente in generale. Interessante. Di cosa hanno discusso? Di ciò di cui ognuno è preoccupato? Diamo un rapido sguardo alla situazione in Medio Oriente.
Attualmente, i turchi sono preoccupati dai curdi, con gli Stati Uniti che puntano su di loro nella lotta allo SIIL (fornendogli armi e altro), quindi il fattore curdo cresce per dimensioni e influenza (potendo anche trasformarsi in possibile pericolo per Assad, con certi gruppi curdi nel nord della Siria che lavorano per l’indipendenza). Israele, a sua volta, è estremamente preoccupato dal rafforzamento iraniano in Medio Oriente. La situazione con l’Iran è più che esilarante. Uno Stato sciita controbilanciato dall’Iraq sunnita, quando Sadam Husayin era al potere (fantoccio degli Stati Uniti negli anni ’80, in realtà, credette di essere il padrone del proprio gioco; poveretto). Ma dato che gli Stati Uniti distrussero il governo di Sadam nel 2003, l’Iraq ha perso peso geopolitico nella regione. Ora i suoi leader ufficiali sono filo-sciiti, e piuttosto vicini all’Iran. Così questa configurazione s’è ritorta, l’Iran sciita è in buoni rapporti con il governo iracheno, nonché con il governo siriano di Assad, anche sciita (beh, proviene dalla dirigenza alawita, vista come ramo dell’Islam ma, per scopi politici, classificata come sciita negli ultimi 10-15 anni; in ogni caso trovando terreno comune con l’Iran). Ciò che si vede è già un notevole conglomerato sciita, con i gruppi principali, iraniani e arabi, andare d’accordo sul piano socio-religioso. E questo conglomerato è sostenuto dalla Russia, in una certa misura. Un incubo per Israele e Stati Uniti con i loro neoconservatori (e neanche la Turchia ne è contenta). A parte l’Iran, Israele teme e odia, più o meno, tutti nella regione. Ma Israele è uno Stato in buoni rapporti con gli Stati Uniti, ed anche con la Russia.
La Turchia è stata strategicamente ambivalente negli ultimi anni. Era pro-USA e anti-russa dall’inizio della primavera araba alla metà del 2016, e poi compì una svolta di 180 gradi, divenendo anti-USA e amichevole verso la Russia, con il tentato colpo di Stato che Erdogan ha rumorosamente imputato alla CIA; cosa piuttosto interessante, considerando che la Turchia fa ancora parte della NATO, organizzazione guidata dagli Stati Uniti, soprattutto alla luce dei recenti eventi nei Paesi Bassi. (Erdogan fa ancora il doppio gioco?) Come restare a galla in una situazione così appiccicosa con i curdi, mentre si ricatta l’Unione europea con i flussi migratori, con la Siria enormemente irritata e la Russia che non si fida completamente, dopo quello che successe nel novembre 2015, mentre si subisce anche il dramma politico nazionale? Il tempo lo dirà. E poi ci sono anche questi Stati meravigliosi come Arabia Saudita e Qatar, completamente coperti dagli Stati Uniti, entrambi sunnisti (radicali, anche) e che vogliono vedere la Siria bruciare e il suo governo sparire o decapitato, in modo che il Qatar trasporti a buon mercato gas attraverso il territorio siriano fino all’UE, la maggior parte dei cui membri sono anche membri della NATO. Ma tali aspirazioni sui gasdotti non si accordano alla visione strategica della Russia e, paradossalmente, gli Stati Uniti non sono molto interessati a vedere il Qatar riuscire nel suo progetto gasifero, perché renderebbe Qatar e UE economicamente indipendenti dagli Stati Uniti. Beh, almeno la Russia è tornata nel gioco globale, con i capi di Stati chiave che vanno a Mosca e parlano con Putin. Avendo un mondo multipolare, ancora una volta, si spera nell’equilibrio e infine stabilizzazione mondiale.
Comunque, non è un mese noioso per il Medio Oriente.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, l’Italia renzygliona supporta l’assalto islamista a Bengasi

Alessandro Lattanzio, 14/3/2017

Il contessino Paolo Gentiloni con il fedele alleaten islamo-atlantista Fayaz al-Saraj (17 febbraio).

Il 15 ottobre, le milizie islamiste dell’ex-premier Qalifa al-Ghual tentavano di rovesciare Fayaz al-Saraj, occupando alcuni ministeri, il consiglio di Stato, e la sede della televisione, creando la loro base nell’hotel Rixos, di cui controllavano l’area, ma avevano abbandonato il Consiglio di Stato. Il governo Saraj in risposta ordinava l’arresto di al-Ghual. Qalifa al-Ghual aveva l’appoggio di Haytham Tajuri, capo della Brigata dei rivoluzionari di Tripoli; di Uad Abdul Sadiq, ex-vicepremier del governo precedente, e di Ali Ramali, ex-capo della Guardia Presidenziale. Le loro forze occupavano il Consiglio di Stato, nell’hotel Rixos, e annunciavano la deposizione di Saraj. Ma dopo 48 ore di scontri, Ghual fuggiva da Tripoli, mentre le varie milizie islamiste si scontravano sul controllo della capitale tripolina (la RADA salafita di Abdalhaqim Balhadj, le milizie della fratellanza mussulmana del Gran Mufti al-Ghariani, le milizie del Jabhat al-Samud di Salah Badi, e quelle di Wisam bin Hamid, ex-capo della liwa Fajir al-Libya).
Il 14 novembre, 2 Rafale-C dell’Aeronautica francese, effettuavano un raid su al-Biraq, nel Fezzan, colpendo un edificio in cui si sarebbe trovato uno dei capi di AQMI in Libia, Abu Talha al-Hasnaui. In Cirenaica, l’ENL del Generale Haftar affrontava le ultime sacche islamiste rimaste tra Bayda, Derna e Bengasi, nel quartiere di Ganfuda, occupato da Ansar al-Sharia e dal Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi. Inoltre, l’ENL integrava nelle proprie fila 5 brigate delle PFG che, guidate dal colonnello Miftah Maqrif, avevano abbandonato il loro vecchio capo Jadhran. Quindi, l’ENL liberava l’area tra Agheila, Briqa e Bin Juad, verso Sirte, dove le forze islamiste di Misurata combattevano i terroristi dello SIIL che presidiavano il quartiere di Giza Bahriya, nonostante le forze misuratine contassero sull’appoggio degli elicotteri AH-1W Supercobra ed UH-1Y Venom dei Marines imbarcati sull’unità dell’US Navy San Antonio. I misuratini, nelle operazioni contro lo SIIL a Sirte, avevano perso oltre 750 combattenti. Il 26 gennaio, l’Esercito Nazionale Libico liberava il quartiere di Ganfuda a Bengasi, ultima roccaforte del Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, la coalizione islamista di Ansar al-Sharia, Brigata dei Martiri del 17 febbraio e Scudo della Libia (Fajir al-Libiya). Tobruq quindi controllava la Cirenaica del nord, compresa la ‘Mezzaluna petrolifera’, ed aveva il sostegno delle tribù Zintan, Warfala e Warshafana. A Tripoli, il 21 gennaio, esplodeva un’autobomba nei pressi delle ambasciate italiana ed egiziana.
Nel febbraio 2017, la società petrolifera nazionale libica (NOC) firmava un accordo di cooperazione con la Rosneft, il gigante petrolifero russo, che “pone le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero della Libia. L’accordo prevede la costituzione di un comitato di lavoro congiunto dei due partner per valutare le opportunità in una varietà di settori, tra cui l’esplorazione e la produzione“. Il presidente della NOC Mustafa Sanala, che aveva firmato l’accordo con il presidente della Rosneft, Igor Sechin, dichiarava “Abbiamo bisogno dell’assistenza e degli investimenti delle grandi compagnie petrolifere internazionali per raggiungere i nostri obiettivi di produzione e stabilizzare la nostra economia. Questo accordo con la più grande compagnia petrolifera russa pone le basi per identificare congiuntamente i settori della cooperazione. Lavorando con la NOC, Rosneft e Russia svolgeranno un ruolo importante e costruttivo in Libia“. La produzione di petrolio era salita da 300000 barili al giorno nel settembre 2016, a più di 700000 barili nel gennaio 2017, dopo l’operazione di Haftar per acquisire i terminal petroliferi nella Cirenaica. Quindi la Russia ampliava la propria presenza in Libia, dopo l’invasione e il golpe della NATO nel 2011, e sempre più sosteneva Qalifa Balqasim Haftar, capo della Forze armate libiche del governo di Tobruq, che controlla la maggior parte delle risorse petrolifere della Libia. Per contro, mentre il fantoccio della NATO Saraj, che presiede un governo-fantasma a Tripoli, il 20 febbraio subiva un attentato a Tripoli assieme a due suoi collaboratori, il capo del Consiglio di Stato Suahli e il comandante della Guardia Presidenziale Naqua, le potenze occidentali tentavano di contrastare il formarsi dell’Asse dei regimi secolari in Medio Oriente, che vede allineati Siria, Egitto e il governo libico di Tobruq. Saraj aveva incontrato Haftar il 14 e 15 febbraio a Cairo, ma senza risultati. Il primo ministro Fayaz al-Saraj, in seguito, visitava Mosca, nel tentativo di sfruttare la crescente influenza di Mosca per superare gli ostacoli che affrontava, approfittando della disponibilità di Mosca ad avvicinare le parti libiche, sfruttando i rapporti speciali che la Russia ha con numerosi attori libici.
Il 3 marzo, le Brigate per la Difesa di Bengasi, coalizione di milizie islamiste, capeggiata dalla brigata al-Marsa di Misurata, e da circa 1000 ex-membri delle Petroleum Facilities Guards di Ibrahim Jadhran e aderenti alla Fratellanza musulmana del Gran Mufti Ghariani, occupavano i terminal petroliferi di Nufaliya, Bin Juad, Ras Lanuf e al-Sidra dopo aspri scontri con l’ENL del Generale Haftar, che subivano 28 morti. Nei tre giorni successivi 3 caccia MiG-23BN e1 MiG-21MF dell’ENL, decollati da Benina e Labraq ed armati con bombe a frammentazione RBK-250, supportavano 2 elicotteri d’attacco Mi-35 e un elicottero d’assalto Mi-8T, sempre dell’ENL, decollati da Ras Lanuf, e bombardavano le posizioni islamiste a sud di Nufaliya e nella provincia di Jufrah, effettuando almeno 17 sortite. Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti schieravano 6 velivoli d’attacco leggero AT-802U nella base di al-Qadim, a supporto dell’ENL che avvivava l’operazione Tuono Violento per liberare i quattro terminal occupati dagli islamisti.
Il 12 marzo, l’ENL (Esercito Nazionale Libico del Generale Haftar) avanzava su Ras Lanuf con il sostegno di 1 elicottero Mi-35 e di alcuni caccia MiG contro le posizioni islamiste ad al-Sidra, Nufaliya, Bin Juad, Agheila e Uqaylah, a 20 km ad ovest di Briqa. Le forze dell’ENL schieravano 7000 uomini, dotati di blindati Nimr e T6 Panthera, suddivisi tra 16 battaglioni, (210.mo Battaglione di fanteria meccanizzata, 152.mo Battaglione di fanteria motorizzata, 321.mo Battaglione di artiglieria, battaglioni di fanteria 12.mo, 21.mo, 101.mo, 106.mo, 115.mo, 131.mo, 153.mo, 165.mo, 202.mo, 276.mo, 298.mo, 302.mo e 309.mo), appoggiati da una parte delle Guardie Petrolifere e dalle brigate Martiri di al-Zawiyah e al-Suayq. Gli islamisti schieravano invece 1000 elementi delle milizie del Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi, formato dal Gruppo Combattente Islamico Libico (al-Qaida), dalla Brigata dei Martiri del 17 Febbraio, Fajir al-Libiya, Ansar al-Sharia e brigata Umar Muqtar, capeggiati da Mustafa Shirqsi e Mahmud Fituri, che rispondevano al Gran Mufti Shayq Ghariani e al ministro della Difesa del Governo di Accordo Nazionale (GAN) Mahdi Barqhathi. Accanto alle milizie islamiste, vi erano 2500 elementi delle Guardie Petrolifere di Idris Salah Abu Qamada e delle brigate della fratellanza mussulmana misuratina al-Marsa, al-Faruq e al-Burqi. Subito dopo l’occupazione dei terminal petroliferi da parte delle milizie islamiste (BDB), avvenuta il 7 marzo, Barghathi si recava ad al-Jufrah per incontrare Shirqsi, accompagnato dal capo della Missione ONU (UNSMIL) Generale Paolo Serra. In effetti, al comunicato ufficiale che condannava le violenze e chiedeva l’immediato cessate-il-fuoco, emesso dagli ambasciatori di Francia, Regno Unito e Stati Uniti 24 ore dopo l’occupazione dei terminal petroliferi, l’Italia non aderiva. Anzi, l’ambasciata italiana a Tripoli celebrava “lo schieramento delle forze del Consiglio Presidenziale nella Mezzaluna (petrolifera), quando appunto il 7 marzo, le BDB occupavano i terminal petroliferi di Ras Lanuf ed al-Sidra, consegnandoli alle Guardie Petrolifere di Abu Qamada, legate al governo Saraj, che a sua volta inviava 600 elementi dei 302.mo e 21.mo battaglioni di fanteria di Tripoli, del 319.mo battaglione della Guardia Presidenziale, dei 45.mo e 19.mo battaglioni di fanteria di Misurata, del 66.mo battaglione di fanteria di Saba, e del 613.mo battaglione di fanteria di Misurata, rafforzando la presa sui terminal petroliferi e cercando di occupare gli altri 2 terminali controllati dell’ENL. Il tutto in vista dell’assalto finale islamo-atlantista su Bengasi. In seguito a tali manovre, il Parlamento di Tobruq, l’unico riconosciuto a livello internazionale, votava l’annullamento degli accordi di Shqirat, che avevano permesso la creazione del governo di accordo nazionale di Saraj.

Il ministro degli Esteri Angeluzzo Alfano.

Fonti:
al-Monitor
al-Monitor
La Stampa
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The Guardian