Aral: un mare di bugie tra perestrojka e capitalismo

Luca BaldelliIl mondo capitalista ha rovinato, con i suoi metodi dissennati di consumo delle risorse naturali, produzione e diffusione delle merci, gran parte dell’ecosistema mondiale. Come sempre avviene, in ogni ambito, la borghesia ha sentito pertanto il bisogno di mascherare questa catastrofe planetaria accusando l’URSS ed il sistema socialista di aver devastato l’ambiente e la natura. Uno dei cavalli di battaglia lanciati al galoppo nell’arena della disinformazione, è quello del Lago di Aral, che sarebbe stato prosciugato fino a quasi scomparire dai mostri comunisti, sempre intenti a distruggere ogni forma ed elemento del creato. Quanti compagni, anche in buona fede, sono caduti in questa trappola e pensano, tuttora, che il Lago di Aral sia stato del tutto cancellato, fatto scomparire per le draconiane necessità dell’economia sovietica. Tutto falso! Vediamo come stanno realmente le cose un passo alla volta, senza apologie macchiettistiche, certamente, ma anche senza reprimende e catastrofismi pseudo–ambientalisti privi di senso e di base logico–argomentativa.
Il Lago di Aral è considerato dai russi un mare ed infatti il suo nome, nella lingua di Tolstoj, di Dostoevskij, di Lenin e di Stalin, è “Aral’skoe More”, ovvero “Mare di Aral”. Tale “amplificazione” lessico– oncettuale, che riflette la weltanschauung del popolo russo, la sua intima, appassionata familiarità con i grandi, sconfinati spazi, la si ritrova, humboldtianamente, anche nelle lingue uzbeka e kazaka, le quali si riferiscono alla grande massa d’acqua in questione, rispettivamente, con i nomi di “Orol Denghizi” ed “Aral Tengizi”. Pure il gruppo etnico dei Karakalpaki, stanziato prevalentemente nella parte nord–occidentale dell’Uzbekistan, utilizza nella sua lingua, appartenente alla famiglia turca al pari di quella uzbeka, l’espressione “Ten’izi Aral”, con posposizione del nome proprio rispetto all’assetto grammaticale uzbeko e kazako. Il Mare di Aral (lo chiameremo d’ora in poi così anche noi, per rafforzare, anche lessicalmente, la nostra opera di smascheramento) è un bacino endoreico (ossia senza emissari) che si estende su più di 8000 kmq in Asia Centrale, tra Kazakhstan ed Uzbekistan. Tanto per addurre un confronto, si pensi al fatto che l’area coperta dal Lago di Como è di 146 kmq, quella compresa nel Lago di Costanza misura 536 kmq, mentre il Grande Lago Salato statunitense occupa 4662 kmq ed il Lago Manitoba, canadese, 4706 kmq. Se è vero che non possiede emissari, il Mare di Aral ha, però, due immissari principali di eccezionale importanza: sono l’Amu Darja (l’Oxos del mondo greco classico, il Jayhun del mondo antico persiano) ed il Syr Darja (conosciuto dai greci antichi come Iaxartes). Il primo si snoda per 2540 km, con una portata media di 2134 metri cubi al secondo; il secondo percorre invece 2212 km, con una portata media di 1234 metri cubi al secondo. Sfruttato agli inizi del ‘900, eminentemente per attività di pesca, da rinomati mercanti russi (Lapshin, Ritkin, Makeev e Krasilnikov, solo per citarne alcuni), il Mare di Aral conobbe le prime opere d’irrigazione (per mezzo dell’utilizzo delle acque dell’Amu Darja e del Syr Darja) a partire dagli anni ’30, quando Stalin, il Partito Comunista Bolscevico dell’URSS ed il Governo sovietico decisero di avviare una gigantesca opera d’ingegneria sociale ed economica, rendendo fertili e feconde terre prima desertiche, inospitali, battute da venti aridi e secchi. Grazie a quest’intensa pianificazione di lavori spesso mastodontici, svolti in condizioni ambientali tra le più proibitive immaginabili, l’Asia centrale sovietica cambiò volto in un brevissimo lasso di tempo, passando dall’arcaicità dei modi di vivere e di produrre alla modernità più piena e foriera di benessere: non quella capitalista, con vantaggi per pochi e sfruttamento, disagi e povertà per i più, ma quella socialista, con le nuove acquisizioni ed i progressi messi a disposizione dell’elevamento materiale, spirituale e culturale dell’intero popolo. Una miriade di canali d’irrigazione venne a solcare, rete di provvidenziale alimento per nuovi campi e colture, tutta la zona prossima alla poderosa distesa d’acqua ed anche alcune zone situate più lontano. Grazie a queste realizzazioni, molti uzbeki e kazaki poterono incrementare il consumo di riso, grano, frutta e verdura, fino a livelli paragonabili a quelli dell’Europa di oggi (e si partiva da condizioni ben più grame e difficili!) Fu sviluppata, certamente, anche la coltura del cotone: a tal proposito, occorre sottolineare che quanti sostengono che tale coltura fu un’imposizione colonialista della politica economica sovietica, in primis non hanno nemmeno idea di ciò che significhi la parola colonialismo, in secondo luogo qualificano paradossalmente come inutile una coltura che, nelle sue fasi di trasformazione successive al raccolto, dà forma a vestiti, bende e garze per medicazioni. Forse che vestirsi bene ed in maniera elegante nella stagione estiva come in quella invernale, nonché ricevere trattamenti medico–infermieristici adeguati, fuggendo da setticemie e cancrene con elementari accorgimenti (fino agli anni ’30 del ‘900 assai rari, in quei contesti), vuol dire essere succubi del colonialismo? Ad ogni buon conto, negli anni ’50, ossia venti anni dopo la costruzione dei canali d’irrigazione, il Mare di Aral non solo non mostrava segni di “crisi”, ma si estendeva, suggestivo, per ben 68000 kmq, con una lunghezza di 426 km, una larghezza di 284 e una profondità massima pari a 68 m. Tutto ciò veniva dal cielo? No, ma dall’attenzione e dalla cura riversate nella pianificazione delle nuove opere, in armonia con i fabbisogni del popolo e la salvaguardia della natura, da Stalin e da tutto il vertice del Partito e dello Stato, coadiuvati da figure di comunisti del panorama uzbeko quali Usman Jusupovich Jusupov, Sharof Rashidovich Rashidov, Akmal Ikramovich Ikramov (fintantochè costui non si vendette agli inglesi, sempre presenti a mestare nel torbido in quella regione strategica). In quello stesso periodo, mari, fiumi e laghi situati nell’occidente capitalista videro i primi, preoccupanti segni di un inquinamento e di depauperamento destinati a trasformarli spesso, di lì a poco, in corsi d’acqua bisognosi di risanamento o condannati definitivamente, senza possibilità di appello, alla scomparsa. L’Amu Darja ed il Syr Darja, immissari basilari, scorrevano possenti e argentini, cantando un’ode al rigoglio di una natura prima avara ed inclemente, che il socialismo aveva trasformato da sogno in realtà. Il Mare di Aral brillava in faccia al sole, come i sorrisi dei contadini, degli operai, degli ingegneri kazaki ed uzbeki, in special modo di questi ultimi, i quali erano stati artefici, in larga misura, di un prodigio: se nel 1946, solo per considerare un’annualità, il raccolto di cotone dell’URSS era stato pari a 1,6 milioni di tonnellate, alle porte del 1953 esso toccava ormai i 4 milioni (sarà di 4,3 milioni nel 1954). L’Asia centrale contribuì a queste cifre in ragione del 60–70% del totale.
Dopo la morte di Stalin, in particolare dopo il XX Congresso del Partito Comunista, l’URSS virò in direzione non già di un capitalismo rovinoso, come alcuni analisti superficiali, presunti marxisti–leninisti, hanno sempre sostenuto ma, questo sì, di un nuovo metodo economico di gestione troppo incentrato sul profitto, sugli indici di sviluppo, su di un efficientismo spesso disattento verso l’esigenza di armonizzare lo sviluppo delle forze produttive e, complessivamente, dell’economia, con la tutela delle risorse naturali. Questo fu vero soprattutto nel periodo del revisionista Krusciov, quando la rincorsa ai tassi di crescita divenne a tal punto spasmodica da sfociare, a volte, nell’esito opposto a quello desiderato, con diseconomie evidenti nell’impiego delle materie prime, delle fonti di energia e nei processi produttivi, con l’apparire di fenomeni preoccupanti di penuria e aritmia nell’approvvigionamento della popolazione. I manager d’assalto, trincerati dietro le loro scrivanie ingombre di carte, alla luce delle massicce lampade di bachelite, impartivano febbrilmente ordini volti a trasformare i diagrammi affissi alle loro spalle in realtà, a volte a discapito dello stesso fattore umano così prezioso e da Stalin sempre posto al centro nell’edificazione dell’economia socialista. Brezhnev, asceso alla direzione del PCUS con l’appoggio di energie giovanili che, cresciute sotto l’ala protettiva di Stalin, avevano sempre visto in cagnesco il dilettantismo kruscioviano, corresse in larga misura la rotta (basti pensare a tutte le leggi emanate per la delocalizzazione di fabbriche inquinanti), ma mai si tornò, strutturalmente, a quell’attenzione, a quell’equilibrio nella pianificazione dello sviluppo economico–sociale, con il rigoroso calcolo comparato di costi e benefici, che Stalin aveva considerato sempre fondamentale e anzi necessario. Le dinamiche relative a tale nuovo approccio non potevano non affettare, di conseguenza, anche i processi inerenti all’utilizzo delle acque che affluivano verso il Mare di Aral. Tutto ciò sia detto, chiaramente, senza nulla concedere alle cassandre dell’antisovietismo professionale: lo specchio d’acqua era ancora in perfetta salute e prometteva un avvenire sempre più prospero ai popoli sovietici che ne traevano nutrimento e beneficio. Accadde però che, ad una nuova politica meno attenta verso le risorse naturali del Paese, si accompagnarono fattori naturali, non prevedibili, che iniziarono, dagli anni ’60, a porre un’ipoteca sule condizioni del Mare di Aral. Mentre la costruzione dei canali di irrigazione ricevette ulteriore impulso e nuovi successi costellarono il firmamento del progresso economico dell’Asia centrale, per la prima volta la vitale risorsa idrica dette segni di criticità: a partire dal ’61, si registrò una diminuzione annuale del livello del Mare di Aral variabile tra i 20 e i 90 centimetri. Parallelamente alla realizzazione di opere irrigue, l’ittiofauna, valorizzata e tutelata negli anni ’40 e ’50 a scopo ambientale, con vincoli ben precisi posti alle attività di pesca, cominciò dagli anni ’60 ad essere inquadrata e sfruttata su vasta scala come risorsa alimentare: se nel 1946 il pescato del Lago di Aral era ammontato a 23000 tonnellate, negli anni ’80 esso giunse a quota 60000 tonnellate, con 77 nuovi centri di pesca, allevamento e trasformazione industriale del pesce creati in Kazakhstan ed Uzbekistan. Uno sviluppo impressionante che, in parte, compromise la salute dello specchio d’acqua incastonato, un tempo, tra i deserti. Intanto, però, per bilanciare critiche ed osservazioni, dobbiamo dire che nello stesso periodo la superficie delle terre irrigate nell’Asia centrale sovietica passò da 4,5 a 7 milioni di ettari. Ovvero, per un Mare di Aral che si restrinse a causa dell’incremento della presenza di colture particolarmente idrovore, vaste porzioni di territorio uzbeko e kazako, prima aride o interessate da debolissimi sistemi di irrigazione, dipendenti dai cronici capricci di una pluviometria già di per sé poco generosa, conobbero la floridità e condizioni adatte all’insediamento umano mai viste prima. Questo, i coccodrilli che piangono sulle sorti del Mare di Aral per dar sfogo al loro antisovietismo, omettono sempre di ricordarlo! Mai una volta che si menzioni il fatto che il Kazakhstan e l’Uzbekistan, lungi dal rappresentare “scatoloni” di cotone destinati a questo ruolo da inesistenti “colonialisti” al potere a Mosca, videro incrementare costantemente, negli anni del socialismo, in primo luogo le colture alimentari, che procedettero di pari passo con quelle del cotone e non ne furono certo ancelle. Basti pensare che negli anni ’80 solo l’Uzbekistan produsse la bellezza di 136000000 di litri di vino, assieme all’85% dell’intero raccolto sovietico di uva sultanina e uva passa. L’Uzbekistan era all’epoca il più grande produttore di frutta e verdura dell’URSS! Scavando ulteriormente negli annali statistici, si vede che la Repubblica centroasiatica, nel 1991, poco prima del crollo dell’URSS pilotato da Gorbaciov e compagnia, produsse ben 3348000 tonnellate di vegetali (su 165700 ha) e 914000 tonnellate di meloni (su 83200 ha); nel 2002, in piena era capitalista, le cifre relative a tali prodotti subiranno un tonfo, precipitando, rispettivamente, a 2936000 e a 479000 tonnellate. Perfino la patata, quasi del tutto sconosciuta prima del 1917 da queste parti, nel 1990, nel caos e nella disorganizzazione della perestrojka, era ancora coltivata su vaste estensioni e garantiva una quantità pro–capite destinata al consumo tutt’altro che trascurabile, pari a 16/17 kg annui, integrata ovviamente da altri quantitativi messi a disposizione dalla Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, da quella ucraina e dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, ovvero dai maggiori produttori sovietici e mondiali del tubero. Il cotone, nel 1990, occupava 1800000 ha e, dal 1980 al 1990, registrò una produzione pari a più di 5000000 di tonnellate. Troppo? A ben vedere, essa non fu poi di molto superiore a quella degli anni ’50, anche se la consistenza delle riserve idriche mano a mano andò scemando ed una pianificazione più lungimirante ed efficace tanto a livello centrale quanto repubblicano avrebbe, dal 1980, consentito di parare il colpo. Di certo, non vi fu alcuna “truffa del cotone” volta a gonfiare artatamente e sistematicamente le rese, almeno nei termini in cui essa fu raccontata e anzi montata dai media per impulso di quegli ambienti che, volendo tirare la volata a Gorbaciov e volendo colpire una Repubblica, come l’Uzbekistan, fedele a Brezhnev e alla vecchia guardia del PCUS, profusero ogni sforzo nella decapitazione, anche per via giudiziaria, di un’intera classe dirigente, con Sharof Rashidov in testa, eletto quest’ultimo a capro espiatorio di una lotta per il potere oscura, che cercheremo d’inquadrare in un prossimo studio. Ad ogni modo, accanto a circa 5000000 di tonnellate di cotone, nel 1990 vi fu una produzione di grano e cereali pari a 1400000 tonnellate, dato assai rilevante, per una Repubblica esposta a condizioni climatiche tutt’altro che propizie per quel genere di colture, anche una volta eseguite le più avanguardistiche opere di irrigazione e i più efficaci interventi di agronomia.
Complessivamente, a smentire la tesi della prevalenza quasi esclusiva del cotone, abbiamo lo schema della ripartizione in percentuale delle colture: nel 1990, al cotone fu riservato il 41% della superficie coltivata, al grano il 32%, alla frutta l’11%, ai vegetali il 4%, ad altre colture alimentari il 12%. Il 59% della superficie agricola uzbeka, quindi, non era occupata da cotone! A dispetto di ogni catastrofismo, nel 1980 il Mare di Aral aveva ancora una superficie pari a 51675 kmq (negli anni ’50-’60 era di 68000) e un livello medio pari a 46,40 m (negli anni ’50-’60 era di 53–54 m). Con una maggiore attenzione a certi fenomeni distorsivi nell’impiego di acqua, aggravati da alcuni ostacoli naturali insuperabili, contestualmente ad un più attento calcolo dei reali fabbisogni di cotone e di altre colture, si sarebbe potuto non già impedire del tutto questa diminuzione (come vedremo tra un po’, non sarebbe stato possibile) ma, questo sì, arginarla. Nel 1990, dopo la tanto decantata riconversione delle colture andropoviano–gorbacioviana, la superficie del Mare in questione si era comunque ristretta a 36800 kmq, mentre il livello medio era sceso a 38,24 m. La perestrojka, dunque, non recò benefici nemmeno al Mare di Aral, a dispetto di strombazzamenti mediatici ossessivi e disinformanti! Il fatto degno di nota, però, quello più occultato dai media mondiali dal filone antisovietico in tutte le sue salse, è che la vera crisi del Mare di Aral non è cominciata né negli anni ’30, né negli anni compresi dal 1960 al 1990, quando pure si sono verificate, come abbiamo avuto modo di rilevare, alcune pecche nella conduzione economica e, nello specifico, nella gestione della risorsa della quale stiamo trattando. Il Mare di Aral ha conosciuto il processo più imponente di ritiro a partire dal crollo dell’URSS. Questa, la verità più lampante e taciuta dal filone antisovietico in tutte le sue salse! Vediamo le tappe di questo irrefrenabile declino: dopo la divisione del Mare in Piccolo Aral e Grande Aral, a partire dalla fine degli anni ’80, per i ben noti fenomeni di evaporazione e depauperamento, nel 1993 la superficie scendeva a 36182 kmq, per poi restringersi fino a 17200 kmq nel 2004, con 30,40 m di livello medio. Nel 2009 si giunse a 7434 kmq, per risalire a 13836 nel 2010 e ridiscendere a 8303 kmq nel 2015. Il tutto accompagnato, naturalmente, da un cospicuo aumento dei livelli di salinità. Se fossimo come gli antisovietici di professione, se fossimo impastati della loro stessa malafede, della loro disonestà intellettuale, del loro disprezzo per qualsiasi analisi obiettiva e spassionata, potremmo sostenere tranquillamente che il capitalismo ha ucciso il Mare di Aral, che l’unico e solo imputato da condurre alla sbarra in un ipotetico processo ambientale, è il modello di sviluppo impostosi in Uzbekistan dopo il 1991. Essendo marxisti, rigorosi e metodici negli approfondimenti e nelle disamine, non possiamo non prendere in considerazione altri dati di carattere storico e scientifico che contribuiscono a far luce sul processo di crisi di uno specchio d’acqua il quale, nonostante tutto, ancora oggi surclassa per estensione, come abbiamo avuto modo di vedere, vari laghi mondiali assai rinomati.
Innanzitutto, il Mare di Aral ha sempre presentato massicce fluttuazioni dei suoi livelli nel corso di varie epoche: tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, vi fu un processo di ritiro impressionante che condusse alla formazione di isole ed isolette, da Barsakelmes all’Isola della Rinascita, passando per quelle di Kaskakulan, Kozzhetpes, Ujalij, Bijiktau. Studi seri e circostanziati condotti da scienziati sovietici, russi ed uzbeki, fondati su calcoli complessi ed esaustivi, sono arrivati alla conclusione che, ad incidere sull’abbassamento del livello e sul restringimento del Mare di Aral, non è stata tanto l’irrigazione delle colture (responsabile solo in ragione del 23%), quanto la duplice interazione di fattori climatici incontrollabili o non interamente dipendenti dalle scelte di sviluppo compiute (per un 15%) e di fenomeni strutturali di permeabilità del suolo che hanno condotto al depauperamento delle risorse idriche (per un 62%). Ora, con l’ausilio delle percentuali, riusciamo meglio a comprendere quanto accennavamo sopra, e cioè che limitando la coltura del cotone si sarebbe solo ridotto il danno, non lo si sarebbe di sicuro impedito (il che non vuol dire, lo ripetiamo, che non si sarebbero dovuti profondere sforzi in tal senso, visto che ogni miglioramento è da salutare sempre con favore). A coloro i quali vaneggiano di prelievi idrici che non si sarebbero dovuti compiere per niente, rispondiamo che il problema, lo stesso problema, l’avrebbero tirato fuori, sempre strumentalmente, qualora il Mare di Aral fosse stato maggiormente preservato e, al suo posto, si fossero condannati al deserto perpetuo tanti luoghi dell’Uzbekistan e dell’Asia centrale oggi resi fertili e ridenti dalle opere irrigue compiute durante l’era sovietica. In quel caso, oggi assisteremmo al pianto greco su miserabili tribù di predoni, vaganti alla ricerca di cibo in una natura ostile piena di malattie e morti per fame. Chi poi lamenta l’assenza di opere di adduzione di acqua dalla Siberia, attraverso il fiume Ob, dovrebbe spiegare per quale misteriosa ragione l’Aral è sacro mentre nessuna importanza avrebbe il clima della Siberia, che da quelle opere gigantesche di conduzione idrica, ipotizzate ed accantonate già in epoca sovietica, avrebbe ricevuto e riceverebbe un colpo esiziale, con danni incomparabilmente più gravi di quelli subiti dal Mare di Aral. Non vi è stato quindi alcun genocidio ambientale pianificato dai “perfidi sovietici”, così come ce l’hanno dipinto di volta in volta faziosi ed apocalittici predicatori, pseudo–ambientalisti alla ricerca di fondi e visibilità per le loro cause (in nulla e per nulla coincidenti con l’ambientalismo serio, che è e resta necessario), agenti stranieri e diplomatici interessati alla distruzione dell’economia dell’URSS, al soffocamento di ogni velleità di rinascita di uno spazio eurasiatico forte, integrato e concorrenziale con le talassocrazie anglosassoni (in tal senso sono da leggersi gli strali diretti contro l’agricoltura uzbeka, e contro la coltura del cotone in particolare, da parte dell’ambasciatore inglese Craig Murray una decina di anni fa). Pjotr Zavjalov, Vicedirettore dell’Istituto di Oceanologia dell’Accademia delle Scienze russa, ha affermato più volte che, pur nella crisi forte che l’ha colpito, il Mare di Aral conserva un proprio ecosistema vivo ed assai interessante. Non vi è stata nemmeno, attorno al Mare di Aral, nei luoghi popolati ad esso prossimi, quella pandemia, quell’emergenza sanitaria che certi allarmisti da strapazzo e alcuni scienziati disinformati e disinformatori hanno teso accreditare anche in sede scientifica: i Karakalpaki non sono quel popolo martoriato da malattie croniche, da “piaghe d’Egitto” impietose e crudeli che certi giornalisti e scienziati al soldo del capitalismo ci hanno dipinto, ma erano in epoca sovietica e sono, in parte ancora oggi, uno dei popoli più prosperi e laboriosi dello spazio eurasiatico. Alcuni dati sul movimento demografico dei Karakalpaki parlano da soli, anche rispetto al loro stato di salute: nel 1979 essi ammontavano, in Uzbekistan, a 281800 individui, mentre nel 1989 il censimento pansovietico ne rilevava, sempre nella Repubblica centroasiatica, 390000, con un aumento vicino al 40% (oggi sono 510000)! Un tasso di accrescimento che, in sé e per sé, fa piazza pulita di ogni catastrofismo legato alla questione del Mare di Aral. Il tasso di natalità dei Karakalpaki era, attorno agli anni 2000-2001, del 23 per mille (superiore alla media uzbeka), mentre il tasso di mortalità era del 5,9 per mille (di poco superiore alla media dell’Uzbekistan). Numeri che di tutto sono specchio fuorché di un girone dantesco. Da considerare poi il fatto che la natalità, in quel periodo, era in forte declino (quasi dimezzata) rispetto al periodo sovietico e la mortalità, sempre rapportata a dieci–quindici anni prima, era in aumento. Sorvoliamo del tutto, per ora, sulla grottesche e ridicole accuse circa la presenza di bacilli pestilenziali nella zona dell’Aral, sfuggiti al controllo delle autorità responsabili della vigilanza in tema di guerra chimica e batteriologica e riemersi dopo il ritiro del lago e l’abbandono di installazioni militari. Tratteremo questo tema in un altro articolo.
In conclusione, possiamo dire che la vicenda dell’Aral è la stessa vista in mille altre occasioni: un imbroglio della propaganda antisovietica, la quale, nella sua sublime imbecillità, ritiene di poter fare a meno e del buonsenso e della scienza. Non è un atteggiamento degno di un onesto studioso, né tantomeno di un marxista–leninista, quello di ondeggiare tra l’apologia del “tutto rose e fiori” e la vis delendi del “tutto va male”, del “tutto è una catastrofe”. Ciò vale rispetto ad ogni questione, problematica, fatto o principio.Riferimenti:
Purtroppo le fonti disponibili sono, in larga parte, denigratorie dell’epoca sovietica ma, se è vero che opere in netta difesa della verità storica sull’Aral sono ancora tutte da scrivere, è altrettanto vero che contributi più obiettivi di quelli solitamente circolanti sul tema erano e sono reperibili. Ne diamo le coordinate qui sotto. Tutte le fonti russe sono traducibili con l’ausilio del PC.
Sulla ricerca scientifica inerente cause e contesti delle vicende del Mare di Aral: академик Н. А. Шило “Причина исчезновения Арала найдена?“, in “Наука в России“, N° 6 – 1995
Sulla storia del Mare di Aral (vi sono imprecisioni ed esagerazioni, ma la messe di dati offerta è comunque utile e meritevole di apprezzamento).
Sul dibattito inerente il Mare di Aral
Mappa “evolutiva” del Mare di Aral
Sulla demografia dei Karakalpaki e dell’Uzbekistan

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I sauditi continuano a perdere sul mercato cinese, a vantaggio della Russia

La Cina preferisce comprare petrolio dalla Russia pagando in yuan
Tsvetana Paraskova, Russia Insider 13 ottobre 2017

Il ritmo delle importazioni di petrolio greggio e la crescita della domanda in Cina sono elementi chiave dei dati sul mercato petrolifero e per gli analisti nel valutare la crescita globale della domanda di petrolio. Accanto all’India, la Cina è il fattore principale della crescita della domanda, divenendo destinazione ambita per i maggiori produttori di petrolio, in particolare del Medio Oriente. Quest’anno, coi tagli della produzione dell’OPEC, le importazioni di greggio in Cina mostrano come le quote di mercato sono cambiate e chi vince e perde nella gara a rifornire di petrolio l’Asia, mentre il cartello e gli alleati russi limitano la produzione. Il più grande perdente nella guerra sul partenariato con la Cina è senza dubbio il maggiore produttore e capo de facto dell’OPEC, l’Arabia Saudita, che porta avanti gli sforzi per ridurre l’offerta e aumentare i prezzi del petrolio. I maggiori vincitori nell’ambito del taglio della produzione sono Russia e Angola. I vincitori che non vi rientrano sono Stati Uniti e Brasile, che hanno aumentato significativamente l’esportazione di greggio in Cina. I dati doganali cinesi offrono uno sguardo su quanti barili di petrolio i sauditi hanno rinunciato per la Cina cercando di riequilibrare il mercato, scrive l’autore di Reuters Clyde Russell. Tra gennaio e agosto, la Russia era il principale fornitore di petrolio della Cina, seguita da Angola e Arabia Saudita. Le importazioni cinesi dalla Russia sono aumentate del 13,2 per cento, a 1,16 milioni di bpd nei primi otto mesi del 2017. Le importazioni dall’Angola sono salite del 16,6 per cento, a 1,05 milioni di bpd, mentre le importazioni dall’Arabia Saudita sono diminuite dell’1,7 per cento, per 1,03 milioni di bpd nel periodo gennaio-agosto. La Russia aveva già superato l’Arabia Saudita come fornitore di petrolio della Cina nel 2016, ma i tagli dell’OPEC hanno reso più pronunciato il dominio russo quest’anno. Mentre i sauditi tagliano le esportazioni verso alcuni acquirenti asiatici, la Russia aumenta le esportazioni di petrolio, afferma Bloomberg. Anche se la Russia limita la produzione (a 300000 bpd, massimo livello post-sovietico), le esportazioni globali hanno superato le esportazioni del 2016 in ciascuno dei mesi, fino ad agosto. Nel mercato cinese, la Russia era al primo posto come fornitore ad agosto, per il sesto mese consecutivo. Al secondo posto arrivava l’Angola. E al terzo l’Arabia Saudita, con un calo del 16,2% rispetto all’agosto dello scorso anno, a circa 861200 bpd. L’Angola, da parte sua, ha visto le esportazioni di petrolio per la Cina salire di quasi il 28 per cento, a 983500 bpd, secondo i dati doganali cinesi. Le importazioni cinesi da Iran e Iraq sono aumentate ad agosto. Le vendite di petrolio iraniano in Cina sono aumentate del 5,45 per cento, a 786720 bpd, il livello mensile più alto dal 2006, secondo Reuters Eikon. Le importazioni cinesi di agosto dall’Iraq sono aumentate del 30 per cento, a 736400 bpd.
La quota saudita del mercato cinese è diminuita notevolmente nei mesi estivi, dopo che i sauditi avevano tagliato drasticamente le esportazioni di petrolio scegliendo i mercati su cui accelerare la riduzione del surplus nella speranza di aumentare i prezzi del petrolio. Secondo i dati di Bloomberg, la quota saudita delle importazioni petrolifere cinesi è scesa a una media dell’11 per cento tra giugno e agosto, rispetto a una quota del 15 per cento in media nel 2015. Mentre i membri dell’OPEC e la Russia lottano per attirare gli acquirenti cinesi, gli outsider Brasile e Stati Uniti aumentano le vendite alla Cina. La minore offerta dall’OPEC e le differenze di prezzo favorevoli hanno spinto gli acquirenti cinesi ad aumentare gli acquisti dalle Americhe. Le esportazioni di petrolio brasiliano in Cina da gennaio ad agosto sono aumentate del 41,8%, a 480000 bpd, mentre le vendite di greggio statunitense in Cina hanno superato i 128000 bpd, un aumento di oltre il 1000%, secondo Reuters. Secondo i dati dell’EIA, disponibili fino a luglio, la Cina è il secondo maggiore acquirente di greggio statunitense quest’anno, e da febbraio ad aprile il volume delle esportazioni statunitensi in Cina superava quello dal Canada. La quota di mercato che l’Arabia Saudita ha perso in Cina è il risultato della politica del regno volta ad aumentare i prezzi del petrolio. Ma una volta terminati i tagli dell’OPEC, che finiscano prima (marzo 2018) o dopo (fine 2018), la gara per rifornire le regioni dalla domanda di petrolio maggiormente crescente, ricomincerà. La Saudi Aramco attualmente cerca accordi con le raffinerie cinesi per assicurasi le esportazioni future. Aramco persegue una partnership con CNPC per avere una quota della raffineria Anning da 260000 bpd nella provincia di Yunnan, oltre a una serie di accordi possibili a valle. Nel frattempo, finché i tagli dell’OPEC non finiranno, i sauditi continueranno a sacrificare quote di mercato per avere prezzi più elevati del petrolio per sostenere una valutazione maggiore di Aramco nell’OPA per l’anno prossimo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Catalanismo e nazismo

La Verdad Ofende, 6 novembre 2015Anche se questo fatto storico è poco conosciuto, i partiti radicali catalanisti cercarono di sondare un possibile sostegno nazista alla loro causa. Già prima della presa del potere del NSDAP (Partito Nazista) nel 1933, vi furono timidi contatti: quando un capo nazista visitò Barcellona nel 1932, propagandando il movimento di Hitler, fu intervistato da La Nació Catalana, organo del Partit Nacionalista Català (PNC), che trovava le sue affermazioni “interessanti”; il nazista affermò che il suo partito “sapeva” che i catalani erano razzialmente diversi dagli spagnoli, definendo gli ebrei nemici del nazionalismo catalano e altre minuzie (intervista al dottor K. Corff, di G. de Montrodo, “Che vol Hitler?“, La Nació Catalana, n. 8, 26-IX-1932, p.3). Questo infatti preparò il terreno per relazioni più reali e dal 1933 ci furono contatti dei capi di Nosaltres Sols! e PNC con le gerarchie naziste: per alcuni separatisti catalani, convinti che il trionfo del fascismo nel mondo fosse inevitabile, era conveniente che la Catalogna sfruttasse tale l’opportunità. Nosaltres Sols! proclamò la necessità di analizzare la scena politica internazionale per scegliere potenziali alleati per la Catalogna, a seconda dei loro interessi in Spagna, e nel 1934 La Nació Catalana sosteneva che il pancatalanismo doveva essere visto riflettersi nel pangermanismo praticato dalla Germania nazista, addirittura postulando una “confederazione occitana”: in modo strategico, la Catalogna si sarebbe interessata a un conflitto internazionale tra Francia e Germania, se la Spagna (con l’Italia) si alleava con la prima. La Germania diventava dunque l’alleata naturale dei catalani. “A L’esperança d’un Catalunya líure, relliguem Pancatalanisme al Pangermanisme” (E. Albert, Quatre boigs de Mataró, Mataró: Caixa d’Estalvis Laietana/Dalmau, 1979, p. 112. Lo stesso Esteve Albert dell’Organizzazione Militare Nosaltres Sols! affermò che fu invitato a recarsi in Germania per seguire corsi di pilotaggio di aerei). Infatti, tra i capi di Nosaltres Sols! vi erano un’ala pro-fascista e un’ala nazionalista pura, democratica e antifascista. Le pagine dell’organo separatista furono l’esempio di tale dialettica interna: in questo modo, i continui articoli di Cardona differenziavano il feixismo nazionale dal nazionalismo totalmente-liberale, contro il totalitarismo nazionalista, in quanto avrebbe sostenuto la supremazia dello Stato sull’individuo (JB Sagret, “Paradosso Internazionale“, Nosaltres Sols!, N. 182, 29-IX-1934, p.2), opponendosi ad altri in cui l’influenza fascista si rifletteva indirettamente; oltre ad articoli chiaramente favorevoli alle aspirazioni revisioniste dell’Ungheria e della Germania, presentandole come logica conseguenza del “principio nazionalista” (“La Lliga de Nacions, contra le nacionalitats oprimides i contra el pacte“, n. 183, 6-X-1934, p 4.)
Questo settore pro-fascista di Nosaltres Sols! difese dal 1934/35 la superiorità razziale dei catalani sugli “africani” spagnoli in termini suppostamente scientifici: partendo dalla “disuguaglianza” naturale tra le razze, supponendo che l’evoluzione della conformazione razziale in Spagna e in Catalogna fosse diversa, senza intrecci con le razze araba ed ebraica nel territorio catalano, con cui “è possibile considerare lo spagnolo elemento della razza bianca in franca evoluzione dalla componente razziale africano-semítica (araba)“. Essendo i coefficienti d’intelligenza dei catalani superiori a quelli degli spagnoli, l’immigrazione sarebbe un pericolo per la Catalogna contagiandola con i tipi spagnoli “pigri e africani” (Nosaltres Sols! Fomanents scientifics del racisme. Quaderns del Separatisme, n.º 2, Barcelona, 1935?). I nazionalsocialisti, nei primi anni ’30, le provarono tutte per avere sostegno all’estero, mentre i catalani radicali decisero di entrare in gioco solo se le circostanze lo consentivano. Non si può nemmeno dire che ci sia stata una particolare attenzione ai nazionalismi peninsulari. Le comunicazioni tra il 1934 e il 1936 continuarono ad essere indirette. Così, nella delegazione catalana al Congresso delle Nazionalità Europee, già influenzato dalla Volkstumspolitik nazista, che v’impose a capo il deputato tedesco-estone Werner Hasselblatt, rappresentante dell'”ala dura”, contro il liberalismo nazionalista di P. Schiemann (M. Garleff, Nationalitiitenpolitik zwischen liberalem und vtilkischem Anspruch. Gleichklang und Spannung bei Paul Schiemann und Wemer Hasselblatt, in JC von Henn e CJ Kenez (Hrs), Reval und die Baltischen Lander. Herders Institut, 1980, 113-132), favorendo il catalanista radicale Masponi i Anglasell che in quel periodo si era radicalizzato e militava nel PNC, mentre Batista i Roca acquisì influenza e prestigio nei circoli del Nationalitiitenbewegung, anche nei più marginali “ungheresi” del Partito ungherese di Romania, esiliati a Ginevra e raccoltisi intorno a Gustave de Kover e alla sua rivista La Voix des Peuples. D’altra parte, a metà del 1934, Palestra, attraverso l'”Ufficio Relazioni Internazionali”, sembrava compiere il ruolo ausiliario d’informatore sulla questione catalana per la diplomazia nazista, assumendo la posizione dell’ala nazionalista dell’ERC, interpretando il conflitto tra governo centrale di destra e governo catalano provocato dalla controversa Llei de contrates de conreu (PAAA-MK, n. 498-4, Relazione del console tedesco, Barcellona, 10.7.1934, Betr.die Spannung zwischen Katalonien und Madrid, tra cui la trascrizione dell’articolo di Palestra, “Die Konflikt zwischen Katalinien (sic) und Spanien“, Barcellona, 25 giugno 1934). Infatti, questa relazione rifletteva la posizione d'”intesa” che i catalanisti radicali volevano stabilire con l’ala nazionalista dell’ECR, elogiando esplicitamente le posizioni di Dencás. Da questi contatti preliminari, la petizione per l’aiuto diretto arrivò presto: nel giugno 1935, un capo di Nosaltres Sols! (probabilmente Manuel Blasi, il più “germanofilo”) visitò la Germania e stilò un memorandum ad Amburgo presso il ministero della Propaganda del Terzo Reich, contemplando i possibili vantaggi derivanti dall’efficace collaborazione tra Germania e separatismo catalano. (“Ampliación de nuestro proyecto”, Amburgo, 6 luglio 1935 e Barcellona, 19 marzo 1936, PAAA-MK, n. 770-32 (fascicolo 2), allegato alla relazione del console tedesco di Barcellona, 6.5.1936 N. 1613). Anche se il memorandum rimase senza risposta dai tedeschi, i catalani attesero il risultato delle elezioni del 1936 e l’aggravarsi della situazione interna in Spagna, con l’ordine di presentare un nuovo piano ampliato al consolato tedesco di Barcellona, nel maggio del 1936, a sua volta trasmesso dal console all’Auswartiges Amt, considerandolo degno di considerazione, poiché i separatisti catalani erano una forza “che si dovrà contattare in futuro“, e i possibili vantaggi materiali (garantendo basi per sommergibili, supporto logistico, ecc.) promessi in caso di conflitto. Logicamente, il console non promise nulla ai catalani, ma riteneva opportuno presentare il piano a Berlino tramite l’ambasciata di Madrid (relazione del console di Barcellona, già citata). Il nuovo tentativo può avere influito sul processo di unificazione dei gruppi separatisti catalani attorno al nuovo partito catalano, emerso nel maggio-giugno 1936 a seguito della separazione della Joventuts e di Dencás dall’ERC, attirando nella propria orbita PNC e Nosaltres Sols!
Il memorandum del maggio 1936 è il documento, presumibilmente gli autori furono Manuel Blasi e Baldomer Palazón, rappresentanti massimi del “profascismo” di Nosaltres Sols!, contro la linea democratica e antifascista di Daniel Cardona. Composto da due parti: uno corrispondente al primo progetto, datato Amburgo luglio 1935, e un “addenda” datato Barcellona 19 marzo 1936. Scritto in castigliano, iniziava con l’affermazione che si trattasse di un “piano per organizzare i rapporti economico-culturali tra Catalogna e Germania, sottoposto alla Vostra considerazione“, null’altro che “un aspetto del piano totale d’azione patriottica“. Proseguiva con una presentazione storico-politica del “problema catalano”, sottolineando tutto ciò che suonasse filo-tedesco (ad esempio, con una delle clausole del trattato di Utrecht, austro-tedeschi, inglesi e olandesi s’impegnavano a “garantire l’indipendenza della Catalogna in vista della sua fedeltà ai sovrani della Casa d’Austria“). Proseguiva con le origini politico-culturali catalane nel diciannovesimo secolo, concludendo che alcuna soluzione tentata finora per risolvere il problema catalano ebbe ragione, in quanto sarebbe stata “una questione di sovranità” che, non essendo accettata dalla Spagna, motivava “il contenzioso della Catalogna senza offrire possibilità di soluzione legale e pacifica“. Naturalmente screditava Macià e l’ERC (il primo quale “traditore” e il secondo quale “conglomerato improvvisato, formato da elementi dal dubbio patriottismo”). Dato che la politica in Catalogna divenne lotta tra destra e sinistra, l’ottobre 1934 fu presentato come il momento propizio per “realizzare una politica totalitaria e con un’opinione pubblica pronta a sostenerla“, incarnata dalle iniziative del settore nazionalista dell’ERC e di Dencás, neutralizzati da Companys, allora alleato con la sinistra spagnola e, cosa peggiore, che avrebbe iniziato “l’attacco sistematico alle idee fasciste con una lotta particolarmente aspra al fascismo tedesco“, spiegato anche dall’amicizia tra i capi dell’ECR e “politici francesi membri della massoneria” come Henry Torres. Screditò anche la Lliga, essendo spagnola e difendendo interessi capitalisti. Di conseguenza, presentò il separatismo radicale, rappresentato “dalla nostra organizzazione patriottica NS”, come corrente dominata dalla particolare preoccupazione per la “promozione tra i giovani dai 14 a 25 anni“, per l’intransigenza verso lo Stato spagnolo e lo studio dei problemi nazionali nel mondo, “adottando forma rivoluzionaria e tattica unita che faranno trionfare la giustezza della nostra causa”. Si screditavano anche i partiti politici della Repubblica spagnola, in quanto non erano e non sarebbero stati rivoluzionari (citando un discorso di Hitler del 1923 sulla “natura delle rivoluzioni”), sordi ai problemi nazionali di Euskadi, Catalogna e Galizia (considerata “parte distinta del Portogallo, con cui costituisce la nazione lusitana“), e soprattutto francofili: il sistema dei partiti politici repubblicani sarebbe stato rintracciabile in quello francese. I filo-francesi sarebbero stati i radicali, la CEDA, Azaña e i partiti di opposizione, tutti favorevoli agli orientamenti della politica estera francese, mentre i sindacati di sinistra e i sindacati (tranne la SOV) approfittavano del “mantello” antifascista per fare propaganda a favore dell’URSS. Per questa ragione, va notato che i separatisti catalani non aderirono al fronte antifascista creato in Catalogna, continuando a denunciare stampa e media finanziati, secondo loro, dalla Francia, dalla stampa radicale alla pubblicità…
L’allineamento di Spagna e Francia, secondo gli autori del memorandum era dovuta al fatto che entrambi gli Stati avevano in comune le questioni nazionali basche e catalane, così come il Marocco. Le questioni strategiche spiegavano anche tale allineamento, in particolare il “problema del Mediterraneo occidentale“: l’intesa spagnolo-francese permetteva il controllo di quest’ultimo, mentre “l’emergere di una Catalogna libera, romperebbe questa continuità, mettendo in pericolo nel Mediterraneo una certa potenza lontana, soprattutto come base per operazioni sottomarine“, aggiungendo l’eventuale perdita delle isole Baleari, isolando la Francia dall’Africa. Alla fine del memorandum del maggio 1936, i separatisti catalani continuavano a precisare le proprie azioni, essendo solo mossi dalla “libertà totale e assoluta per la Catalogna“, cercando di perseguirla in modo più o meno clandestino, sia nell’entroterra della Catalogna che all’estero, dove affermavano di avere contatti con nuclei correlati a “problemi identici al nostro“, con cui coordinare le attività. Così menzionò i separatisti baschi dell’Eusko Mendigoitzale Batza (uniti da un “patto d’intima collaborazione e assistenza“), i nazionalisti bretoni (dal nucleo filo-fascista di Breiz Atao e del Parti Nationaliste Bréton di O. Mordrel, di cui Nosaltres Sols! spesso riproduceva i comunicati, così come l’organo dei Mendigoitzale Jagi-Jagi) e “alcuni gruppi galiziani” che, nonostante la loro modestia “sono completamente rivoluzionari“, e affermava di essere in trattative con i rifeños e l’organizzazione fiamminga Dinaso. Nella rubrica “Il nostro nazionalismo prima del futuro dell’Europa“, ribadivano la loro fede nell’applicazione integrale del principio nazionalistico quale chiave per la “prosperità futura“. Lodando così “il passo della Germania di concentrarsi su se stessa e cercare nei propri valori i mezzi per sollevarsi dalla prostrazione in cui il trattato di Versailles la lasciò, “costituendo da stimolo”. In questo modo, i separatisti erano solidali con “le patrie di tutto il mondo, piccole e grandi, ma autentiche”. In un’Europa futura, i mosaici plurinazionali dovrebbero scomparire, baschi e catalani essere liberi, come i bretoni, l’Ungheria riconquistare “quella parte del suo territorio che i trattati ignominiosi avevano dissociato dall’unità. E se Austria e Germania sono razzialmente la stessa nazionalità, crediamo che, in virtù del medesimo ideale nazionalista, non ci sia forza estranea che possa impedire la ricostituzione dell’intera nazionalità germanica”. Giungendo infine alla proposta di concreta collaborazione: dato che, nonostante il sostegno dei nuclei catalani d’America, l’attuazione delle attività propagandistiche dei separatisti “non è immediata“, basarono la loro proposta sulla necessità del sostegno finanziario tedesco per la pubblicazione di un quotidiano con cui contrastare anche l’“impetuosa propaganda russa” (La necessità di un quotidiano separatista fu già predicata da Nosaltres Sols! Fin dal settembre 1934). (“Per un diari nacionalista“, N.S.!. n.º 178, l.IX.1934, p. 2) S’invocava il sostegno tedesco, in quanto “la Germania è nostra amica e rivale della Francia, tiranno di parte del nostro territorio nazionale”, a cui la Spagna sarebbe stata sempre allineata.
Promettendo la massima discrezione (solo un triumvirato di Nosaltres Sols!, probabilmente Blasi e Palazón e un altro dei Mendigoizales sapevano del documento), quali vantaggi avrebbe portato il giornale alla Germania? Dissero: risvegliare la coscienza nazionale dei catalani dello Stato francese, creando così un nuovo problema a quest’ultimo in combinazione con i basco-francesi e i bretoni; campagna energica contro unìipotetica mobilitazione dei catalani contro la Germania, in caso di guerra europea; propaganda per la ristrutturazione dell’Europa basata sul riconoscimento dei diritti delle nazionalità, “affinché i trattati che creano le caste tra i popoli della terra scompaiano e che la Società delle Nazioni smetta di essere una cricca al servizio dei vincitori della Grande Guerra, oppressori delle nazionalità“. Oltre a tale lavoro di propaganda, offrivano collaborazione (anche estesa ai Paesi Baschi, Baleari e Madrid) come servizio d’informazione sugli obiettivi militari spagnoli; in caso di guerra si prestavano a fornire “gruppi ben istruiti” ai tedeschi e “avremmo anche accettato la loro organizzazione di una milizia, studiando come un gruppo di catalani e baschi venga istruito all’uso di aerei e nella preparazione di esplosivi” e, anche se la Spagna fosse stata neutrale, promettevano di preparare punti di rifornimento per sottomarini e aerei in Catalogna. Ricordando inoltre che “i nostri fratelli di Euzkadi hanno già istituito un’organizzazione che gli permetterà di colpire la maggior parte delle fabbriche di armi nel loro territorio, interrompendone la fabbricazione“. Infatti, è possibile che Palazón e R. Fagés del PNC riuscissero a organizzare esercitazioni di tiro congiunte con la Gioventù Hitleriana dell’Organizzazione estera del NSDAP, a Montseny, e Blasi si accordò con i nazisti per la formazione di quadri (vicenda studiata da Ucelay-Da Cal, tramite la storia orale). Gli autori del memorandum conclusero chiedendo informazioni dettagliate sulle possibilità di una cooperazione commerciale con una futura Catalogna indipendente e dare tutte le garanzie al III Reich che i suoi soldi sarebbero stati ben spesi: “Una Catalogna libera rappresenterebbe per la Germania, se non venisse trascurata, un passo definitivo per il crollo della Francia e l’esistenza di un Paese amico nel Mediterraneo occidentale“.
Nelle “aggiunte” del 1936, venivano analizzati brevemente i risultati delle elezioni della Cortes del febbraio 1936 e la pericolosa avanzata della rivoluzione sociale in Spagna, dove il marxismo aveva il sostegno delle masse popolari. Anche se “grandi interessi”, forze cattoliche e religiose e modesti gruppi conservatori e monarchici, avevano un’ipotetica su un possibile trionfo, se si accordavano coi “militari” per un colpo di Stato, “il fattore più importante che a breve può influenzare decisamente, è il fattore estero della Francia“, uno Stato che avrebbe controllato la “politica spagnola sotto tutti i regimi”. Così se la rivoluzione sociale o la dittatura militare trionfavano, avrebbero seguito la politica gallica, non conforme alla Germania… Pertanto, si tentò di convincerla ancora una volta a sostenere il separatismo catalano. Ovviamente i catalanisti radicali sbagliarono “strategia” e previsioni: tra cui, quella su qualcosa di simile alla risorsa più sicura per gli interessi delle potenze fasciste nel 1936, senza dubbio l’unica possibilità reale del fascismo spagnolo (a cui diedero sostegno ininterrottamente fin da subito), e in generale l’opzione antirivoluzionaria spagnola. Solo in alternativa, “per ogni evenienza”, la diplomazia nazista poteva giocarsi la carta dei separatisti catalani, altrimenti lungi dall’essere un’alleanza affidabile in Catalogna: l’interlocutore preferito della diplomazia tedesca fu, e in un certo modo continuò ad essere, la Lliga di Cambó ed Estelrich. Come i loro coetani dell’IRA irlandese, che coltivarono rapporti coi nazisti in quegli anni, i separatisti catalani si sopravvalutavano. La penisola iberica occupava un posto secondario nella strategia del Terzo Reich prima del luglio 1936, acquisendo solo maggiore importanza per la paura tedesca di un’alleanza franco-spagnola in occidente con l’Unione Sovietica a oriente (A. Vinhas, Germania nazista e 18 luglio. Madrid: Alianza Editorial, 1977). La posizione delle potenze fasciste sulla questione catalana fu definita in poco tempo: nelle conversazioni italo-germaniche dopo lo scoppio del conflitto spagnolo, di comune accordo fu deciso d’impedire la costituzione di uno Stato catalano. E per quanto riguardava le considerazioni geopolitiche, i tedeschi non erano così convinti né della fedeltà catalana al Reich, né di poter contare su una Catalogna indipendente: in alcuni circoli fu considerato, anzi, che l’eventuale Grosskatalonien che includesse Baleari e Valencia, collegata alla Francia via ferrovia, consentisse una penetrazione più efficace dei francesi verso Gibilterra. Una volta iniziata la guerra civile, tuttavia, i separatisti catalani non cessarono i tentativi: verso l’Italia, da parte di alcuni rappresentanti dell’ala nazionalista dell’ERC, cercando il sostegno italiano per una Catalogna virtualmente indipendente e anti-marxista (SG Payne, The Franco Regime, 1936-1975, Madison: Univ. Of Wisconsin Press, 1987) e al XII Congresso delle Nazioni Europee tenutosi a Ginevra nel settembre del 1936, rappresentanti del nazionalismo radicale, guidati da Batista e Roca (alleati ad altri “indipendentisti” come il “patrono” R. Patxot i Jubert), manifestarono per la separazione dalla Spagna “rossa” (distanziandosi anche dalla Generalitat e dalla situazione in Catalogna, controllata dalla CNT) e dalla Spagna franchista. Batista i Roca chiese ad Hasselblatt di fungere da interlocutore con la Germania, informandolo che anche Palestra ed Estat Català dell’ERC avevano tendenze fasciste su cui poter contare per creare un fascismo catalano che non venisse confuso con il fascismo spagnolo; con tutto ciò, lasciando l’indipendenza per una “federazione iberica”. Hasselblatt tentò persino una specie di mediazione personale tra governo francese e quello tedesco tramite il generale Faupel (primo rappresentante del Terzo Reich presso gli insorti), con la riluttante approvazione della diplomazia tedesca (che chiarì nelle istruzioni che “nello stato attuale della situazione, non va attivata la questione catalana in qualsiasi senso“. (Circolare dell’Auswlirtiges Amt alla Legazione tedesca nella capitale franchista di Salamanca, Berlino, 21.1.1937, PAAA, Minderheitenkongresse, R 60533) Hasselblatt presentò le promesse di Batista i Roca sul possibile sviluppo di un fascismo catalano, nonché come l’intransigenza di Denikin verso i popoli non russi ne causò la sconfitta per mano dei bolscevichi, suggerendo e ricordando la traiettoria “fedele” ed anti-marxista dei catalanisti che parteciparono al Nationalitiitenbewegung, e come Franco promise di rispettare la “speciale identità etnica e i diritti corrispondenti” dei catalani, in modo da avere il sostegno dei grandi settori dell’antisemitismo catalano. Il Congresso delle Nazioni Europee raccomandò ai delegati catalani di formare una rappresentazione nazionalista e anti-marxista all’estero e in contatto diretto con il governo franchista. Non si sa se ciò arrivò alle dovute conclusioni; in ogni caso, il risultato finale di questi giochi col fascismo dei catalanisti radicali è chiaro. Altri settori catalanisti che flirtarono con le potenze fasciste negli anni precedenti, come la Lliga di Cambó, decisero di collaborare con Franco.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli investitori esteri si riversano in Russia

Mentre l’economia si rafforza la Russia supera l’India come primo Paese per gli investitori esteri e i fondi azionari
Alexander Mercouris, Russia Feed 8 ottobre 2017La crescente fiducia degli investitori nella Russia mentre l’inflazione storicamente elevata continua a diminuire, e l’economia supera la recessione, ha ricevuto una forte conferma con la notizia che per la prima volta la Russia ha superato l’India come opzione d’investimento preferito dagli investitori sui mercati emergenti. Questa conferma proviene dalla fonte più autorevole possibile, un articolo del Financial Times, negli ultimi anni fortemente critico verso la Russia. “La Russia ha superato l’India come prima posizione per i fondi azionari sui mercati emergenti. Nonostante l’imposizione di sanzioni sempre più severe a Mosca, i prezzi del petrolio ancora bassi e un’economia che ora esce da una grave recessione, ancora assalita da tassi d’interesse reali adattati all’inflazione del 5,2 per cento. Al contrario, l’India era da tempo preferita dagli investitori esteri che si leccavano i baffi alla prospettiva del Paese più popoloso del mondo che cresceva a un alto tasso, grazie allo zelo riformista del Primo ministro Narendra Modi. “La Russia è ora la maggiore opzione per i gestori dei mercati emergenti, per la prima volta dai record avutisi all’inizio del 2011, superando la lungamente preferita India”, dichiarava Steven Holden, fondatore della Copley Fund Research, che ha compilato i dati e confessato “sorpresa” per la nuova popolarità della Russia. Il fondo di investimenti ormai attribuisce alla Russia 1,46 punti percentuali, superando gli 1,4 punti percentuali dell’India, dove i gestori dei fondi avevano una esposizione media del 4,4 per cento all’inizio del 2015, secondo Copley, come mostrato nel primo grafico. I dati si basano sulle partecipazioni di 126 fondi con attività combinate per 300 miliardi di dollari. Di questi fondi, il 72,8 per cento oramai punta alla Russia, contro solo il 60 per cento per l’India…” L’articolo osserva correttamente che gli interessi degli investitori esteri in Russia partono da una base molto bassa e che la Russia ha superato l’India per via della recente perdita di attrattiva, mentre aumenta quella della Russia. Tuttavia, l’articolo chiarisce che l’aumento dell’interesse degli investitori per la Russia è determinata dai suoi fondamentali sempre più forti. “Il signor Jain, tea gli investitori dal grande fervore per la Russia, di cui è sorpreso essendo un “ultra ribassista da 15 anni”, è CIO della Vontobel Asset Management svizzera, che gestisce 32 miliardi di dollari. Ancora oggi il suo fondo GQG Partners Emerging Markets Equity ha un’esposizione del 10,2 per cento in Russia, più di tre volte l’indice. “Ero pubblicamente critico nell’investire in Russia. L’ho seguita per 25 anni e questo è il massimo che ho avuto”, ha detto. Nicholas Field, stratega EM di Schroders e co-direttore del fondo del gruppo Global Emerging Market Opportunities, è un altro convertito, con l’aumento dell’attribuzione del 14,2 per cento. “Molti dei titoli che si leggono sulla Russia riguardano geopolitica e relazioni con gli Stati Uniti e così via, ma quando si guarda all’economia si vedono alcune cose interessanti per gli investitori”, ha detto. La tesi di Jain è che le sanzioni imposte alla Russia da Stati Uniti e UE e la scivolata nei prezzi del petrolio, sono state utili agli investitori esteri perché hanno costretto le compagnie russe a ridurre i costi. L’India è molto costosa. È divenuta da molto economica a uno dei mercati più costosi. In particolare, le compagnie petrolifere russe furono costrette a sviluppare in proprio complesse tecnologie di trivellazione, aiutandosi a lungo termine, mentre alcune aziende agricole nazionali, come i caseifici, hanno beneficiato della riduzione della concorrenza estera con le contro-sanzioni russe alle importazioni alimentari europee. “Le sanzioni sono state positive per le aziende russe, costrette ad agire insieme, con un massiccio sforzo nel tagliare i costi”, secondo Jain. “A causa di questa riduzione dei costi, i profitti operativi sono superiori alle stime. Gli utili aziendali cominciano a recuperare dopo un lungo crollo. Vanno seguiti i profitti aziendali”. Vede anche positivi i travagli di Otkritie e B&N Bank, due banche private espunte dalla banca centrale e nazionalizzate nelle ultime settimane, dopo aver subito difficoltà finanziarie. Circa il 4,2 per cento del fondo Jain è investito nella Sberbank, la più grande banca della Russia. Ha detto: “L’industria bancaria ha visto un massiccio consolidamento. Ora tre banche controllano il 70% degli attivi”. Sberbank è assai ben gestita, con profitti per sei volte. Quante banche fanno il 20% del ROE (ritorno sul patrimonio) in piena recessione? La posizione che hanno avuto non sarebbe consentita in molti Paesi, e ora c’è una straordinaria crescita del credito e i NPL (prestiti non performanti) escono”. Nel complesso, vede spazio per l’ulteriore crescita del reddito, l’espansione dei margini e la riqualificazione del mercato, dato che Mosca attualmente ha un rapporto prezzo/profitto di solo 7,8 e un rendimento dei dividendi del 4,7 per cento”.
I lettori di RussiaFeed e The Duran avranno già familiarità con ciò. A titolo esemplificativo, ecco un articolo scritto per The Duran sui progressi della Russia nella tecnologia della trivellazione petrolifera (uno dei soggetti affrontati nell’articolo di Financial Times di Rajiv Jain), mentre il rapido avanzamento dell’agricoltura russa, in parte come conseguenza delle contro-sanzioni russe (un tema anche toccato da Rajiv Jain) è stato discusso su RussiaFeed qui. La crescente forza del sistema finanziario e bancario russo, storicamente tallone d’Achille dell’economia post-sovietica della Russia, è stata discussa molte volte (ad esempio qui e qui). Ciò che accade è che la comunità internazionale degli investimenti, e il Financial Times, finalmente comprende la verità. Dato l’enorme “rumore” negativo di cui soffre la Russia e la lunga ostilità del Financial Times, l’articolo sugli investitori internazionali che vanno in Russia non sorprende che alla fine sia piccato. “Il crescente interesse per la Russia non è dovuto presumibilmente alle prospettive economiche a lungo termine buone, ma alla ripresa della Russia dalla recessione. L’ottimismo del signor Field è alimentato dalla ripresa economica del Paese, che prevede di proseguire almeno fino alla metà del 2018. “La domanda è depressa, per cui il recupero dovrebbe continuare per un po’. L’inflazione è scesa al 3,3 per cento, abbastanza inaudita per la Russia. Nei prossimi 12-24 mesi c’è spazio per riduzioni dei tassi di interesse certamente stimolando l’economia. L’unica cosa che può sconvolgere è un’altra mossa importante sul prezzo del petrolio”, secondo Field. Tuttavia, non durerà a lungo. “Non pensiamo che la crescita strutturale sia a lungo termine molto elevata, così molti acquistano in Russia ora non perché ha 10 o 20 anni gloriosi davanti, ma perché recupera“. Sentiremo numerosi commenti nei prossimi mesi, poiché la crescita economica rinnovata della Russia è impossibile negarla anche da chi in precedenza disse non ci sarebbe mai stata. Tali commenti sono in realtà inutili. In che senso il recupero dell’economia dalla recessione sarebbe un motivo per dubitarne della futura crescita? Mettendo ciò da parte, l’articolo fornisce esempi abbondanti sui “motivi strutturali” per cui è probabile una forte crescita in futuro. Riprendendo le osservazioni nell’articolo di Rajiv Jain, “…Le compagnie petrolifere russe sono state costrette a sviluppare in proprio complesse tecnologie per la perforazione, aiutandole a lungo termine, mentre alcune aziende agricole nazionali, come i caseifici, hanno beneficiato della riduzione della concorrenza straniera con le contro-sanzioni russe ai prodotti alimentari europei importati. Le sanzioni sono state positive per le aziende russe, costrette ad agire insieme, con un massiccio sforzo per ridurre i costi”, secondo Jain. “A causa di questa riduzione dei costi, i profitti operativi sono superiori alle stime. Gli utili aziendali cominciano a recuperare dopo un lungo crollo. Vanno seguiti i profitti aziendali”. Vede anche positivi i travagli di Otkritie e B&N Bank, due banche private espunte dalla banca centrale e nazionalizzate nelle ultime settimane dopo aver subito difficoltà finanziarie. Circa il 4,2 per cento del fondo Jain è investito nella Sberbank, la più grande banca della Russia. Ha detto: “L’industria bancaria ha visto un massiccio consolidamento. Ora tre banche controllano il 70% degli attivi. “Sberbank è molto ben gestita, con profitti per sei volte. Quante banche fanno il 20% di ROE (ritorno sul patrimonio) in piena recessione? La posizione che hanno avuto non sarebbe consentita in molti Paesi, e ora c’è una straordinaria crescita del credito e i NPL (prestiti non performanti) escono”.”
Cosa significa riduzione dei costi, maggiore efficienza, sviluppo di nuovi prodotti e nuove tecnologie, elevati profitti operativi e (nel sistema bancario) consolidamento dell’industria se non la prova che l’economia affronta con successo i propri problemi strutturali, garantendosi così la crescita a lungo termine in futuro? Non c’è dubbio che c’è ancora molto da fare, ma perché continuare a fingere che nulla accade quando è tutto chiaro? Una delle discussioni perenni sui problemi dell’economia della Russia è che i suoi critici occidentali insistono ad averli in entrambi i sensi. Sono costretti a concedere che l’economia russa si adatta con successo alle dure condizioni economiche post-2014 in cui si trovava (bassi prezzi petroliferi e sanzioni occidentali) e ora recupera da una recessione che la maggior parte di loro pensava dirompente, ma allo stesso tempo si rifiutano di ammettere questo successo dell’economia russa, nelle stesse condizioni economiche, danneggiando profondamente le loro critiche, spesso anche apocalittiche. In realtà, l’economia che si adatta così rapidamente e con successo alle sfide che affrontava nel 2014 non può essere inefficiente, corrotta, mal gestita, ‘cleptocratica’ e sottovalutata come il ‘Zaire innevato’ immaginato dai critici occidentali. L’articolo del Financial Times dimostra che sempre più gestori di fondi, tra cui Rajiv Jain e Nicholas Field che avevano già acquistato in un quadro cupo, cominciano a vedere la verità.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La svolta geopolitica del secolo?

Cyril Widdershoven, Oilprice, 7 ottobre 2017La realtà geopolitica in Medio Oriente cambia drammaticamente. L’impatto della primavera araba, del ritrarsi delle forze armate e della diminuzione dell’influenza economica statunitensi sul mondo arabo, come visto con l’amministrazione Obama, sono fatti. L’emergere del triangolo russo-iraniano-turco è la nuova realtà. L’egemonia occidentale nella regione mediorientale è finita, e non in modo morbido, ma con una lunga lista di conflitti e destabilizzazioni. La prima visita di un re saudita in Russia mostra il crescente potere della Russia in Medio Oriente. Inoltre dimostra che non solo i Paesi arabi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma anche Egitto e Libia, sempre più considerano Mosca alleata strategica. La visita di re Salman a Mosca potrebbe annunciare non solo alcune trattative multilaterali, ma sarebbe il primo passo reale verso una nuova alleanza geopolitica e militare regionale tra Arabia Saudita e Russia nell’OPEC. Questa cooperazione non solo avrà gravi conseguenze per gli interessi occidentali, ma potrebbe in parte compromettere o ridisegnare la posizione dell’OPEC. Il Presidente Vladimir Putin ospita attualmente una grande delegazione saudita, guidata da re Salman e sostenuta dal ministro dell’Energia Qalid al-Falih. L’atteggiamento di Mosca verso l’Arabia Saudita, alleata di Washington e avversaria decisa della crescente proiezione dell’Iran nel mondo arabo, dimostrano che Putin comprende l’attuale mutamento in Medio Oriente. Gli alleati degli statunitensi Arabia Saudita, Egitto, Turchia e persino Emirati Arabi Uniti, dimostrano crescente ansietà nel tessere relazioni militari ed economiche con Mosca, anche se ciò significa affrontare una potenza globale che supporta il loro arcinemico Iran. Gli analisti si chiedono dove guardi re Salman, ma tutti i segni indicano il sostegno saudita a un ruolo maggiore della Russia nella regione e a una più profonda cooperazione nei mercati del petrolio e del gas.
In netto contrasto con il difficile rapporto dell’occidente con il mondo arabo, Mosca sembra svolgervi il ruolo di potere regionale. Può diventare un alleato o amico di avversari regionali, come Iran, Turchia, Egitto e ora Arabia Saudita. I regimi arabi sono anche disposti a discutere di cooperazione con la Russia, anche se sostiene avversari nei conflitti in Siria e Yemen e continua a fornire armi all’Iran. Gli investitori possono aspettarsi Russia e Arabia Saudita firmare una moltitudine di accordi, alcuni già presentati. Mosca e Riyadh discuteranno anche di mercati ancora in via di sviluppo del petrolio e del gas, in quanto entrambi dipendono fortemente dai ricavi degli idrocarburi. Gli analisti arabi prevedono che entrambe le parti scelgano una strategia bilaterale per ridurre i prezzi del petrolio. Riyad e Mosca hanno lo stesso obiettivo: un mercato stabile del petrolio e gas, in cui la domanda e l’offerta si tengano reciprocamente sotto controllo aumentando i prezzi, ma senza lasciare spazio a nuovi operatori del mercato come lo shale degli USA. Putin e Salman discuteranno anche la situazione della sicurezza in Medio Oriente, in particolare la guerra in Siria, l’emergere dell’Iran e la situazione in Libia. Finora hanno sostenuto le parti opposte, ma Riyad ha capito che l’obiettivo di rimuovere il Presidente Assad è fuori portata. Per impedire l’asse sciita (Iran-Iraq-Siria-Libano), altre opzioni sono ora ricercate per sventare l’ascesa di Teheran. Mosca ne è la chiave. Il sostegno incondizionato di Putin alle operazioni militari iraniane in Iraq e Siria, combinato al sostegno ad Hezbollah e ad Ansarullah nello Yemen, sarà discusso e forse modificato per dare a Riyad spazio di manovra nella sfera d’influenza russa. Il verdetto non è ancora emesso, ma la mossa di Riyad va vista alla luce dei colloqui di Mosca con Egitto, Libia, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. L’evidente ascesa di Putin nel mondo arabo è ormai chiara. La forte leadership del nuovo leader russo è diventata punto d’interesse per i regimi arabi (ex-filo-occidentali). Stati Uniti e loro alleati europei hanno mostrato solo un greve approccio politico-militare alle minacce nel Medio Oriente, destabilizzando i presidenti arabi storicamente pro-occidentali. L’amicizia di Putin, invece, viene presentata come incondizionata e duratura.
Sebbene le operazioni geopolitiche e militari in Medio Oriente occupino i titoli, il riavvicinamento saudita-russo avrà conseguenze economiche. La leadership di Riyad all’OPEC è ancora indiscussa, come mostrano gli ultimi anni. L’ansia dell’Arabia Saudita nel contrastare la caduta dei prezzi del petrolio ha avuto successo, ma è necessario uno sforzo maggiore per riportare i prezzi tra 60 e 75 dollari al barile. Il ruolo della Russia, la maggiore produttrice non OPEC, è sostanziale, supportando non solo alcuni produttori emergenti, ma anche facendo pressione sugli alleati Iran, Venezuela e Algeria. La cooperazione storicamente importante di Mosca-Riyadh su petrolio e gas è senza precedenti. Senza il sostegno della Russia, la conformità generale all’accordo sulla riduzione della produzione OPEC sarebbe stato esigua, abbassando i prezzi ancor più. Il riavvicinamento saudita-russo potrebbe però essere considerato una minaccia dall’occidente. L’influenza occidentale nella regione è diminuita dalla fine degli anni ’90, non solo per il dividendo della pace della NATO, ma soprattutto perché i Paesi OCSE si allontanano dal petrolio. L’Arabia Saudita ha dovuto trovare nuovi mercati, con Cina e India. Il futuro saudita non si basa sui clienti o sul sostegno occidentali, ma si trova in Asia e nelle altre regioni emergenti. Anche l’ex-URSS appare negli schermi sauditi. Le opportunità d’investimento, unitamente al sostegno geopolitico e agli interessi militari, sono facilmente disponibili in Russia e negli Stati vicini. Per l’OPEC, la relazione Mosca-Riyad potrebbe anche minacciare. Nella storia dell’OPEC, Riyadh è stato il principale detentore del potere nel cartello petrolifero, avanzando le strategie su prezzo e produzione; soprattutto in stretta collaborazione con gli altri membri, la maggior parte alleati arabi. Ciò è cambiato drammaticamente dopo che Arabia Saudita e Russia hanno accettato di cooperare sui mercati petroliferi globali. Con l’emergere di questa cooperazione OPEC/non OPEC, Mosca e Riyadh si sono avvicinate più del previsto. I due Paesi decidono ora il futuro dei mercati petroliferi globali prima di discuterne con altri attori come UAE, Iran, Algeria e Nigeria. La visita di re Salman è vista come un altro passo verso una cooperazione maggiore su petrolio e gas. Oltre alla cooperazione globale sul mercato petrolifero, l’Arabia Saudita è e sarà sempre più interessata ad investire nello sviluppo del gas naturale, non solo per avere interessi sul futuro del gas russo, ma anche per avere tecnologia, investimenti e LNG russi nel regno. Allo stesso tempo, i media dichiarano che l’Arabia Saudita non chiede alla Russia di partecipare alla tanto attesa OPA sull’Aramco nel 2018. Tuttavia, gli investitori e le istituzioni finanziarie russi ne sarebbero interessati.
Putin comprende non solo gli scacchi ma anche l’approccio arabo del “tawila”. Il principe saudita Muhamad bin Salman già preparerà la sua tawila, piazzando carte sufficienti sul tavolo per assicurarsi il successo. MBS, attualmente governante de facto del regno, punta a una piena cooperazione tra Russia e Arabia Saudita su energia, difesa e investimenti, per ammorbidire il sostegno totale di Mosca all’arcinemico Iran. Per entrambe, Mosca e Riyadh, il quadro attuale presenta una situazione vincente. Mosca può raggiungere il suo obiettivo in Medio Oriente: diventare il principale mediatore e scalzare gli Stati Uniti. Per Riyadh, la possibilità di contrastare la minaccia iraniana, pur rafforzando la propria economia e il futuro negli idrocarburi, è ora vicina. Il viaggio di re Salman potrebbe passare alla storia come punto di non ritorno per l’occidente. Le immagini del Presidente Vladimir Putin e di re Salman potrebbero sostituire quelle storiche di re Saud e del presidente Roosevelt (Lake Bitter, 1945). In pochi anni, il principe ereditario Muhamad bin Salman potrebbe dire ai figli che questo è uno dei pilastri del cambiamento del Medio Oriente e del suo progetto Vision 2030 per diventare un ponte tra il vecchio (ovest) e il nuovo (Russia-Asia).Traduzione di Alessandro Lattanzio