L’aereo siriano abbattuto e il fallimento siriano degli USA

Alessandro Lattanzio, 20/6/2017Ad aprile, subito dopo l’attacco missilistico statunitense alla base aerea al-Shayrat, la risposta russa fu lo spegnimento della linea di “de-conflitto”, con conseguente drastica riduzione delle operazioni aeree statunitensi sulla Siria, per non rischiare confronti con la difesa aerea russa in Siria. In quell’occasione, però, i militari russi non intrapresero azioni attive come puntare i radar dei sistemi di difesa aerea contro i velivoli statunitensi. “Gli aerei statunitensi che operano su al-Tabaqah sono già chiaramente nel raggio d’azione del sistema russo S-400 nella base aerea di Humaymin e potremmo vedere la Russia impiegare altre risorse per la difesa aerea della Siria“, affermava Jeremy Binnie, redattore del Jane’s Defense, “Ma se gli Stati Uniti non fanno movimenti che minaccino Assad, allora possono accettare la punizione e continuare“. Dopo settimane di frenetica attività diplomatica, gli Stati Uniti persuasero i russi a ristabilire la linea di “de-conflitto”. Con l’abbattimento del cacciabombardiere Su-22 siriano, avvenuto il 19 giugno presso Tabaqah, i russi chiudevano nuovamente la linea. Tuttavia, questa volta adottavano ciò che non fecero ad aprile, dichiarando di prendere “azioni minacciose dirigendo i radar dei loro sistemi di difesa aerea contro i velivoli statunitensi“. Il Ministero della Difesa della Federazione Russa ora considera obiettivi legittimi tutti i voli nelle aree del gruppo di operazioni aeree russo in Siria. Ogni velivolo, compresi i droni della coalizione internazionale degli USA, rilevato nelle zone operative ad ovest dell’Eufrate dalle forze aeree russe, saranno considerati da aeromobili e sistemi di difesa aerea russi a terra bersagli aerei, dato che il comando della coalizione degli USA non utilizzava la linea di comunicazione tra i comandi aerei della base aerea di al-Udayd in Qatar e della base aerea di Humaymim per impedire l’incidente. “Riteniamo che le azioni del comando statunitense siano un errore deliberato verso i loro obblighi dovuti dal memorandum sulla prevenzione degli incidenti che prevede voli sicuri nelle operazioni in Siria, firmato il 20 ottobre 2015”. I russi annunciavano quindi l’adozione di quei provvedimenti che non presero ad aprile dopo l’attacco statunitense alla base aerea al-Shayrat.
L’area in cui fu abbattuto il Su-22 non si trova in alcuna delle quattro “zone di de-conflitto”, le regioni coperte da un cessate il fuoco garantito a livello internazionale, presenti in Siria. Il Su-22 fu abbattuto durante una missione contro i terroristi dello SIIL presso al-Rasafah, a sud-est di Tabaqah, base delle forze statunitensi che supportano le milizie curde. Avendo liberato al-Rasafah, l’Esercito arabo siriano bloccava i collegamenti degli islamisti tra Raqqa e Dayr al-Zur. Il caccia statunitense che aveva abbattuto il Su-22 siriano sulla provincia di Raqqa, era un F/A-18 Super Hornet forse imbarcato sulla portaerei George HW Bush, dislocata nel Mediterraneo orientale. L’abbattimento del cacciabombardiere siriano va inteso come avvertimento all’Esercito arabo siriano di non liberare al-Rasafah e quindi non avanzare per liberare Dayr al-Zur. I russi, a loro volta, avvertivano duramente gli Stati Uniti che tali minacce alle operazioni dell’Esercito arabo siriano non saranno tollerate. La risposta del Pentagono furono “Misure prudenziali per riposizionare gli aerei sulla Siria per garantire la sicurezza degli equipaggi da note minacce nello spazio di combattimento”, ovvero allontanare le operazioni aeree statunitensi dall’area operativa delle forze siriane, costringendo gli Stati Uniti a ridurre notevolmente la proprie attività aeree sulla Siria. Lo stesso Generale Joe Dunford, presidente dei Capi di Stato Maggiori Riuniti degli USA, riferiva di lavorare coi canali diplomatici e militari per ristabilire la linea di de-conflitto con Mosca. Nel frattempo, l’Australia sospendeva le operazioni aeree in Siria come misura “precauzionale”. Il portavoce del dipartimento della Difesa australiano affermava che “la protezione della forza di difesa australiana viene regolarmente riesaminata in risposta a una serie di potenziali minacce“.

L’Esercito arabo siriano ha salvato il pilota del Su-22 abbattuto, il Tenente Ali Fahd, ora in un ospedale a Damasco per via di una ferita dopo l’abbattimento dell’aereo. al-Watan

Fonti:
Russia Insider
Russia Insider
Russia Insider
The Duran

Il messaggio iraniano ai terroristi e loro sponsor

PressTV 19 giugno 2017Vi sono analisi da ogni dove da quando i missili del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche colpivano le basi dei terroristi a Dayr al-Zur, in Siria orientale. Sputnik torna sul messaggio che contiene la “risposta importante” non solo verso lo SIIL, ma anche le fazioni che “implicitamente lo sostengono nella regione“. L’Iran potrebbe rispondere in modo diverso agli attacchi terroristici sul suo territorio. Il fatto che si sia scelta una “risposta balistica” ha un suo significato. Ricordiamo bene gli anni della guerra Iran-Iraq, quando gli iraniani lottavano per difendersi. Ma alcun Paese era disposto a vendergli armi. L’Iraq di Sadam colpiva le città iraniane con missili senza che il Paese potesse rispondere adeguatamente. I caccia che lo Scià aveva comprato dagli Stati Uniti non decollavano a causa del boicottaggio imposto da Washington sulla vendita di armi all’Iran. Quel periodo è finito da tempo, ma ebbe il merito di spingere gli iraniani a fabbricare le armi di cui hanno bisogno per difendersi. L’ambizione iraniana ora va molto oltre. Non è Baghdad che l’Iran deve colpire con i missili. I missili iraniani ora sorvolano i cieli iracheni per colpire direttamente le posizioni dei terroristi a diverse centinaia di chilometri di distanza, in Siria. Inoltre non senza ragione gli iraniani hanno scelto le due città curde di Kermanshah e Sanandaj come area di lancio dei missili. Sono città sunnite, ma i sunniti iraniani odiano SIIL e terroristi tanto quanto li odiano gli sciiti. Il commando che compì il duplice attentato a Teheran era composto da curdi iraniani, ma il Kurdistan li odia più di qualsiasi altra provincia iraniana. In questi attacchi balistici, l’Iran ha voluto dimostrare il dominio sulla sicurezza e come controlla tutto. Perché l’Iran potrebbe benissimo utilizzare i caccia per vendicarsi dello SIIL, chiedendo agli alleati iracheni e libanesi in Siria di reagire, ma decideva di agire dal proprio suolo. La risposta è ancora più acuta. Ma quale messaggio l’Iran ha inviato?
1. Il lancio dei missili è innanzitutto la risposta agli attentai dello SIIL.
2. Questa risposta, precisa, dimostra le capacità balistiche dell’Iran: i missili hanno coperto una distanza di 650 chilometri prima di colpire gli edifici alla periferia di Dair al-Zur sede dei terroristi. 650 chilometri è più o meno la distanza tra le città iraniane e Riyadh e Tel Aviv. È anche la stessa distanza che separa le basi militari statunitensi nel Golfo Persico dall’Iran. Basi di cui è ora certo siano nel raggio della potenza balistica iraniana.
3. L’arsenale balistico iraniano include anche missili dalla gittata di 2000 km, il che significa che obiettivi a 2000 chilometri di distanza non sono immuni dalla potenza balistica iraniana.
4. L’attacco è avvenuto appena due ore dopo il discorso del leader supremo iraniano e un paio di ore dopo la riunione del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Ciò dimostra l’elevata capacità delle Forze Armate iraniane di rispettare le decisioni delle autorità politiche del Paese.
5. Tempistica e dettagli della risposta meritano una riflessione: l’Iran ha risposto nei termini più netti alle ultime minacce dagli Stati Uniti e alle sanzioni che il Senato ha adottato nei suoi confronti.
6. Ciò è accaduto proprio mentre gli alleati dell’Iran in Siria e in Iraq sfidano la cosiddetta coalizione prendendo il controllo del confine siriano-iracheno nonostante gli avvertimenti di Washington. Si tratta della strada che collega Teheran a Bayrut. Senza controllarla, in precedenza, gli iraniani poterono consegnare più di 100000 razzi a corto e medio raggio ad Hezbollah. Una volta aperta, questa strada permetterà all’Iran di aumentare l’aiuto militare agli alleati Siria e Iraq. E Israele ne sarà interessato, come l’Arabia Saudita e anche gli Stati Uniti con le varie basi militari nella regione del Golfo Persico. Uno o due gradi di differenza basteranno a che i missili colpiscano ognuno dei suddetti bersagli invece che Dayr al-Zur.
7. Secondo gli esperti militari, le batterie antimissile avranno bisogno di almeno 30 secondi per intercettare i missili nemici, e se i missili iraniani saranno collocati in prossimità dei confini di Israele o Arabia Saudita o delle basi USA nella regione, alcun sistema antimissile li neutralizzerà in tempo.
In ogni caso, il molteplice messaggio dell’Iran si riassume in una parola: se l’Iran accede al tavolo delle trattative con l’occidente, non significa che è pronto a capitolare. Se gli Stati Uniti non rispettano gli impegni assunti, l’Iran è pronto a combattere e non sarà esso a subire i danni peggiori. Dato che gli USA usano il pretesto dei missili iraniani, beh, è attraverso essi che l’Iran li sfida. Secondo il Ministro degli Esteri iraniano, “non si minacciano mai gli iraniani, senza il rischio di subirne la risposta“.L’Iran invia un messaggio coi missili in Siria
Emile Naqlah, TCB, 18 giugno 2017
Emile Naqlah, ex-membro della CIA

Il conflitto in Siria ha visto oggi una serie di prime, dato che il Pentagono ha confermato che un aviogetto da combattimento statunitense ha abbattuto un aereo militare siriano vicino Raqqa, e l’esercito iraniano ha dichiarato che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha lanciato attacchi missilistici su obiettivi dello SIIL in Siria, in rappresaglia all’attentato a Teheran del 7 giugno. Questi sono i primi attacchi in Siria dall’Iran dall’inizio della guerra nel 2011. Per comprendere il contesto in cui si sono verificati, The Cipher Brief ha parlato con Emile Naqlah, ex-membro della CIA, per discutere degli scopi dell’Iran e a chi sono destinati.

The Cipher Brief: Gli attacchi sono presumibilmente la rappresaglia per l’attentato a Teheran del 7 giugno. Pensa che ce ne saranno altri o l’Iran non andrà oltre?
Emile Naqlah: Sulla base dei rapporti disponibili, l’attacco sembra sia solo la rappresaglia contro lo SIIL per l’attentato a Teheran. Se l’Iran avrà informazioni che colleghino l’attentato a un altro gruppo, ad esempio i Mujahidin e-Khalq (Mujahidin del popolo), l’IRGC potrebbe condurre ulteriori attacchi.

TCB: Ciò cambierà la situazione in Siria? In caso affermativo, come?
Naqlah: L’attacco invia il messaggio che l’IRGC possiede un arsenale di missili terra-terra in Siria.

TCB: Qual è la dimensione di tale arsenale? L’IRGC aveva sempre tale arsenale o l’ha potenziato dopo l’attentato? Ed in questo caso, l’intelligence statunitense ne ha tracciato l’invio in Siria?
Naqlah: L’attacco missilistico non cambia l’equilibrio militare in Siria, ma segnala a Washington che Iran e IRGC hanno una forza di ritorsione sufficiente contro SIIL e altri gruppi, se dovessero condurre ulteriori attentati in Iran.

TCB: Può aiutarci a comprendere il contesto dell’attacco, era un messaggio a Stati Uniti e Arabia Saudita?
Naqlah: L’attacco invia più messaggi: agli Stati Uniti, l’Iran non prevede di aumentare il coinvolgimento militare in Siria, ma non ignorerà alcuna provocazione o attacchi alla propria sovranità. L’attacco, dalla prospettiva di Teheran, è di autodifesa. All’Arabia Saudita, si dice di non andare oltre la retorica al vetriolo contro l’Iran. Se i sauditi s’impegnano in azioni militari che minaccino la sicurezza dell’Iran, l’IRGC ha i mezzi e la potenza di ritorsione regionale. L’Iran si considera una potenza regionale responsabile, da status quo e non tollera l’acutizzazione del conflitto nel Golfo. L’attacco è anche un segnale ai sauditi a che recedano dall’assedio al Qatar, affinché la situazione non degeneri.

TCB: C’è qualche relazione con le nuove sanzioni sul programma missilistico dell’Iran appena approvate dal Senato degli Stati Uniti?
Naqlah: Non credo che l’attacco sia in alcun modo in rappresaglia alle sanzioni che il Congresso ha approvato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Transnistria: spina nel fianco della NATO

Boris Rozhin, AlternativaSouth FrontLo stallo strategico sul Donbas che assume la forma di guerra di posizione infinita sotto gli accordi di Minsk e la crescente disintegrazione dell’Ucraina costringono il regime di Kiev a impegnarsi in teatri esteri per distogliere l’attenzione della popolazione ucraina da guerra civile, politica socioeconomica fallita e impossibilità a soddisfare le promesse che Poroshenko & Co diedero nel 2014. La Transnistria è vista come un altro fronte nella “lotta alla Russia” e occupa un posto importante nella reale e non dichiarata politica estera dell’Ucraina. La questione della Repubblica moldava di Transnistriana (PMR) è, nel contesto della crisi ucraina, strettamente legata all’idea d’espansione della NATO ad est. Dopo aver annesso la maggior parte degli Stati del Patto di Varsavia, il suo programma si volge alle repubbliche ex-sovietiche. Tale sforzo è perseguito non solo nei Paesi baltici, Ucraina e Georgia, ma anche in Moldavia. Naturalmente, tale mossa verso est preoccupa il Cremlino, espressa ufficialmente in molte occasioni ma mai considerata dall’occidente poiché non ritiene necessario mantenere la promesse date a Gorbaciov di non espandere la NATO ad est. L’espansione della NATO e l’inserimento delle repubbliche ex-sovietiche nell’orbita di un’organizzazione attivamente anti-russa hanno portato naturalmente a tensioni tra Russia e vicini, dimostrando il degrado delle relazioni tra Russia e gli pseudo-Stati baltici, l’aggressione della Georgia all’Ossezia del Sud e la successiva “Guerra delle Olimpiadi”, la mini-Majdan in Moldavia che portava alla caduta dei locali opportunisti comunisti e infine il colpo di Stato in Ucraina. Nel caso di Georgia, Ucraina e Moldova, la questione delle controversie territoriali irrisolte impedisce di aderire direttamente alle strutture della NATO. Come rilevato da una relazione di Stratfor del 2015, la Russia ne impedisce l’assorbimento nella NATO dirigendo i conflitti congelati. Quindi gli sforzi insistenti delle élite euroatlantiche di costringere la Russia a rifiutarsi di riconoscere l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, smettere di sostenere la Novorossija, cedere la Crimea, ritirare le forze dalla Transnistria e accettare un’unificazione moldava come l’annessione della DDR alla FRG. Il problema, non sorprendente, è la lotta per le sfere d’influenza tra Russia e NATO sul territorio ex-sovietico. La retorica sui benefici dell'”eurointegrazione” o dell’Unione doganale ne è solo una manifestazione. L’Ucraina considera la situazione della Transnistria strumento per fare pressione politica ed economica sulla Russia dato che dal punto di vista strategico la PMR e il gruppo operativo delle forze russe (OGRF) sono in un’enclave difficile da rifornire anche in tempo di pace (dati i possibili ostacoli burocratici e politici) e dalle limitate capacità offensive. L’OGRF comprende due battaglioni di fucilieri motorizzati (82.mo Battaglione Bandiera Rossa di Szeged e 113.mo Battaglione dell’Ordine di Aleksandr Nevskij e dell’Ordine di Kutuzov del Basso Dnestr) a Tiraspol e varie altre unità. L’OGRF comprende 2500 forze da combattimento (con centinaia di personale di supporto) e 170 veicoli blindati leggeri (principalmente vecchi modelli). È un bersaglio sufficientemente conveniente per organizzare provocazioni militari e politiche, in particolare quando possono essere coordinate con Kishinev. Dopo il colpo di stato in Ucraina e l’inizio della guerra civile, il regime di Kiev vide l’OGRF come potenziale trampolino di lancio per l’invasione dell’Ucraina occupando la regione di Odessa. La forza reale dell’OGRF, equivalente a tre battaglioni di fanteria con blindati leggeri, alcuni impiegati nella guardia, ne rendono il potenziale offensivo difficile, in particolare perché alcuni soldati sono abitanti della PMR, il cui esercito non vuole essere coinvolto nella guerra civile ucraina. In confronto: il raggruppamento russo in Crimea durante la Primavera crimeana era composto da 16000 soldati, non aveva problemi logistici e poteva essere rapidamente rinforzato se necessario e controllare Perekop bastava a proteggere facilmente la Crimea nel caso Kiev vi gettasse l’esercito per salvarlo dal collasso. L’OGRF non ha semplicemente tale capacità, e anche qualcosa di semplice come controllare la regione di Odessa va oltre le sue capacità. Naturalmente, ciò non vieta di giocare la carta dell'”aggressione russa dalla PMR”, che si rifletté nel massacro di Odessa del maggio 2014 quando, tentando di nascondere le cause della strage, si cercò d’incolparne degli “agenti russi”, anche cittadini della PMR. Come risultò, le persone uccise erano odessite e non “agenti russi della PMR”, ma a Kiev non interessa l’obiettività.
Dalla prospettiva russa, il futuro della Transnistria al momento veniva visto attraverso il prisma del progetto Novorossija che avrebbe dovuto includere il Sud-Est dell’Ucraina, che in caso di successo una Repubblica popolare di Odessa avrebbe permesso creare un corridoio con la Transnistria attraverso Odessa, Nikolaev e Kherson. Il rifiuto di scenari più attivi riguardanti il sud-est e il congelamento del progetto Novorossija hanno lasciato la PMR in un limbo strategico, con il problema dell’isolamento del contingente russo e dello Stato non riconosciuto alleato che si aggrava con l’inasprirsi della guerra in Ucraina. Non è probabile che si abbiano le condizioni per risolvere il problema dell’isolamento strategico della Transnistria come nel 2014. Una volta spezzata la resistenza al colpo di Stato ad Odessa e l’SBU impediva l’emergere di un fronte clandestino, Kiev cominciò a vedere la PMR non come fonte di problemi per Odessa ma per mostrare un’attività politica sullo sfondo della crisi nel Donbas. Dopo l’arrivo al potere ad Odessa dei protetti di Kolomojskij, il regime di frontiera con la PMR s’irrigidì ponendo un blocco ai trasporti ed economico per contrattare con una Russia costretta a sostenere la Transnistria e le sue forze. Per dimostrazione, Guardia nazionale e Forze armate dell’Ucraina compirono esercitazioni nella regione di Odessa per “respingere l’aggressione della PMR a sostegno della rivolta separatista”. Tali attività furono accompagnate dalle dichiarazioni belluine di Kiev pienamente sostenute dalle autorità moldave. Nel 2014-15 la Moldavia aveva un presidente e un governo filo-occidentali che combattevano contro i simboli comunisti, l’influenza russa, la lingua russa (come in Ucraina e Baltico) cercando il modo d’espellere le truppe russe dalla PMR. Qui la Moldavia ebbe la piena comprensione di Bruxelles che conta su Kishinev e Kiev per cacciare la Russia dalla Transnistria ed assorbire gradualmente il Paese nella NATO, cosa che la presenza militare russa chiaramente impedisce. Non c’è dubbio che il Paese non abbia un ruolo indipendente: è solo questione di quali truppe debbano stazionare in Moldavia, russe o NATO. Tiraspol volge verso la Russia, Kishinev dalla rimozione di Voronin era aperta a Bruxelles. È in quel momento che i piani ucraini più aggressivi contro la PMR furono creati. La stabilizzazione del fronte del Donbas dopo le sconfitte ucraine a Ilovajsk e Debaltsevo permise di aumentare notevolmente le forze nella regione di Odessa e sostituire la gente di Kolomojskij con Saakashvili, facendo il parallelo coi tentativi di quest’ultimo di respingere la Russia da altri Stati non riconosciuti. In tale periodo si videro anche contatti più attivi tra Kiev e Kishinev per rafforzare il blocco dei trasporti e intensificare la guerra psicologica sulla PMR. Nella regione di Odessa si svolgevano esercitazioni della difesa aerea e della NGU alla frontiera con la Transnistria. La Moldavia aumentò contemporaneamente la propaganda contro la presenza della Russia nella PMR, nell’ambito della guerra d’informazione ucraina. Fu il riflesso della complessa strategia verso la posizione russa in Transnistria, per cacciare “pacificamente” l’OGRF o porre le basi per un’operazione militare in caso di crisi bellica in Ucraina, che avrebbero funto da copertura per le provocazioni militari contro la PMR, seguite da operazioni ucraine e moldave contro le forze di Transnistria e l’OGRF. Già nel 2015, al confine con la Transnistria, oltre alle truppe di frontiera e a distaccamenti irregolari, l’Ucraina aveva almeno una brigata e due battaglioni della NGU. A paragone, all’inizio del 2017, UAF aveva due brigate al confine con l’Ucraina, più NGU e truppe di confine. Nel 2015-16, l’Ucraina poteva inviare circa 10000 soldati con 250 blindati, carri armati e lanciarazzi. Ma anche qui c’era un problema. L’OGRF non è nel vuoto, ma si basa sull’esercito della PMR di 20000 soldati (più 60000 riservisti), 25 carri armati, decine di blindati e 70 lanciarazzi multipli. Così, se attaccava la Transnistria, l’Ucraina non poteva neanche godere della superiorità numerica. Perciò gli sforzi per contattare Kishinev, spingerne il regime filo-occidentale ad adottare misure attive, in modo che in caso di crisi l’esercito moldavo entrasse in azione per “ripristinare l’integrità territoriale del Paese”. Inoltre, l’attacco alla Transnistria poteva essere utilizzato come scusa per schierare contingenti della NATO in Romania “per proteggere i civili e l’integrità territoriale della Moldavia”. Tale operazione (come l’Operazione Tempesta contro i Serbi di Krajina, che le forze di pace russe impediscono) era possibile data la scarsa profondità operativa delle forze PMR e dell’OGRF, e dato che la Transnistria può essere facilmente divisa dagli attacchi dal territorio della Moldova e dell’Ucraina.
Il secondo problema globale sono gli aspetti militari e politici della possibile risposta militare diretta della Russia in caso di attacco dell’Ucraina a PMR e OGRF. Kiev con ragione presuppone che la Russia reagirebbe come nel caso dell’attacco della Georgia alle forze di pace nell’Ossezia del Sud, lanciando un attacco diretto all’Ucraina. Potrebbe coinvolgere le forze dispiegate alle frontiere con l’Ucraina nelle regioni di Rostov e Belgorod, così come il gruppo di forze russe in Crimea che, per via della superiorità nei settori in cui avverrebbero gli attacchi principali, sconfiggerebbe le forze ucraine. Ciò portò a varie operazioni di informazione ed intelligence per sondare la disponibilità della Russia ad inviare forze in Ucraina, per via della guerra contro Donbas, nel Perekop o nella PMR, poiché la questione della guerra contro la PMR era ed è considerata nel contesto della guerra nel Donbas e sul confine con la Crimea. Va ricordato che la maggior parte degli scenari con forze russe che combattono in Ucraina, in un modo o nell’altro, influenza le operazioni alle frontiere della PMR. Tali piani non sono particolarmente segreti e per diverse volte minacciarono Russia e Tiraspol nel 2015-16. La risposta non tardò. La Russia, che per molti anni osservò con indifferenza l’avanzata dell’influenza occidentale in Moldavia, iniziò a sostenere attivamente le forze filo-russe e di sinistra, contrappeso naturale alle pretese di UE e lobbisti dell’unificazione della Moldavia con la “Grande Romania”. Il crescente scontro tra i partiti fio-occidentali, la corruzione massiccia, i crudi anticomunismo e russofobia effettivamente avvantaggiano la Russia, poiché le forze filo-occidentali al potere trascinano la Moldavia in una crisi politica che dura da diversi anni, complicando notevolmente i piani di Bruxelles per digerire gli ex-aderenti al Patto di Varsavia e i frammenti della Jugoslavia.
Il cambio dei primi ministri, il miliardo di crediti rubati, gli intrighi dell’oligarca Plakhotnjuk, le continue dimostrazioni nella capitale, la graduale separazione della Gagauzia, tutto ciò ha reso la situazione così instabile che Kishinev non poteva aggredire la PMR. Le vittorie elettorali di Igor Dodon e Renat Usatij riflettono la stanchezza di una parte considerevole della società moldava causata dalle carenze delle politiche economiche e sociali perseguite dagli eurointegratlisti locali. La massima espressione di tale malessere è l’elezione di Dodon alla presidenza. Ciò naturalmente ha reso molto più difficile trascinare la Moldavia in guerra contro la PMR, dato che le varie circostanze vantaggiose sono finite e la situazione è tornata al tradizionale conflitto congelato vigente dai primi anni ’90. Ma il gioco non è finito. In Moldavia, il primo ministro ha più potere del presidente, il che significa che il Paese è sotto un potere esecutivo di fatto: da un lato ci sono gli occidentali che controllano parlamento e governo e, dall’altro, i funzionari, Presidente e numerose forze filo-russe. Quindi le contraddizioni della politica moldova in cui i “democratici” locali continuano a parlare di “scelta europea” e necessità di aderire alla NATO, mentre il presidente e i suoi sostenitori si oppongono all’apertura dell’ufficio della NATO in Moldavia e all’invio di sue truppe nel territorio. Naturalmente, tale situazione è instabile e le parti possono tentare di aumentare l’influenza in Moldavia. UE e NATO cercheranno di neutralizzare gli effetti dell’elezione di Dodon e, come minimo, di limitarne la capacità d’influenzare la politica estera del Paese. La Russia, invece, promuoverà un governo moldavo che adotti le opinioni politiche di Dodon, facilitando la permanenza dello status quo della PMR. L’accoglienza di alto profilo di Dodon a Mosca riflette l’interesse del Cremlino a costruire sui successi conseguiti. La riconciliazione pubblica dei leader di PMR e Moldova è intesa a stabilizzare la situazione attuale, per cui le affermazioni di Tiraspol sulla volontà di un referendum sull’adesione alla Russia non suscitavano a Mosca entusiasmo, poiché contrarie alla politica dello status quo e praticamente difficili da realizzare senza prima affrontare la questione ucraina. Va ricordato che l’aspetto “filo-russo” di Dodon è abbastanza relativo. È innanzitutto un politico moldavo sostenuto dai sentimenti pro-russi di una parte considerevole della società moldava. Non si dovrebbe fare lo stesso errore fatto con il “pro-russo” Janukovuch. La buona accoglienza a Mosca non impediva a Dodon di sostenere la creazione di passaggi alla frontiera con l’Ucraina che potrebbero intensificare il blocco della PMR. Per valutare “pro-russo” un politico della CSI ne vanno esaminate le azioni, non le parole.
L’Ucraina, da parte sua, continua a voler destabilizzare la situazione a proprio vantaggio. Il rafforzamento del blocco delle frontiere della PMR dovrebbe peggiorare la situazione economica e logistica della Transnistria e riflette anche il desiderio di Kiev di mantenere la politica aggressiva verso la PMR nell’ambito del piano globale della NATO per cacciare l’OGRF dalla PMR, pacificamente o con la forza, e poi distruggerla. Quindi, malgrado i problemi della guerra di posizione nel Donbas, due brigate ucraine sono ancora nella regione di Odessa e Kiev sostiene che la Transnistria dovrebbe essere dichiarata “aggressore”, riflettendo così la retorica de circoli radicali filo-occidentali in Moldavia. Quindiì, nonostante i piani ambiziosi sulla PMR rimangano irrealizzabili, si può concludere che non sono abbandonati e solo la paura della risposta militare russa e la situazione instabile in Moldavia impediscono a Kiev di perseguire politiche più aggressive verso la PMR. Inoltre, Kiev probabilmente continuerà a mantenere una presenza militare significativa sulla frontiera della PMR (e provocazioni militari non vanno escluse) e a peggiorare i problemi economici, logistici di Transnistria e OGRF sperando che il pendolo della politica moldava punti nuovamente verso Bruxelles e che gli sforzi sul fianco meridionale della NATO facilitino l’eliminazione dell'”enclave russa”. La Russia, a sua volta, tenterà di preservare lo stato attuale del conflitto congelato tra Moldavia e PMR, mantenere le tendenze favorevoli nella politica interna moldava, aumentare la potenza delle proprie forze ai confini con l’Ucraina (e la difesa della Transnistria), continuando ad ostacolare l’espansione verso est della NATO con risposte simmetriche al dispiegamento di truppe della NATO ai confini della Russia, ed asimmetriche sul piano politico, mediatico e d’intelligence. Ma a lungo termine, la risoluzione del problema della Transnistria dipende da chi prevarrà nella guerra in Ucraina, perché l’attuale regime di Kiev non abbandonerà mai le politiche antirusse e russofobe implicanti la distruzione della PMR. Non ci si deve altresì illudere sulla NATO che abbandona volontariamente l’avvicinamento di infrastrutture alla Russia (anche in Moldavia). Questo è il prezzo della perdita di sovranità politica: se si vuole avere una politica estera indipendente nel mondo contemporaneo, dove il diritto internazionale è scomparso, si dev’essere disposti a giocare alto senza badare al territorio di una nazione. Pertanto anche un piccolo Paese non riconosciuto come la Transnistria ha un ruolo importante nella complessa molteplice lotta che muta l’ordine mondiale in tempo reale.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, gli alleati dell’Italia compiono una strage

Alessandro Lattanzio, 21/5/2017

Mentre questo Sito viene aggredito e insultato da fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, che propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno‘, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.
Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA. A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti“, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche“. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi“. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto“. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Lybia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie“, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Bengasi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida“. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea“, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale“, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica“, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi“. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolungano le sofferenze del popolo libico”.

Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

Fonti:
el-Temif
FNA
FNA
FNA
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Moon of Alabama
RID
RID
Reuters
SCF
Tekmor Monitor
The Guardian

Trump: geopolitica del fallimento

Alessandro Lattanzio, 13 aprile 2017Mentre il 12 aprile il comandante dell’USS Ross, Russell Caldwell, che aveva supervisionato l’attacco missilistico dell’US Navy contro la base aerea siriana di al-Shayrat, dopo solo 18 mesi di comando della nave veniva “promosso” a supervisionare la stesura di manuali sulla guerra di superficie a San Diego, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dichiarava che la sua amministrazione non designa più la Cina come manipolatore di valuta e si lamentava di come il dollaro USA sia troppo forte, rimangiandosi le dichiarazioni fatte in campagna elettorale, quando accusò la Cina di manipolare la propria valuta per aumentare le esportazioni, “Credo che il nostro dollaro sia diventato troppo forte, e in parte questo è colpa mia perché la gente ha fiducia in me, ma è un male… alla fine“, aveva detto Trump; miracolo dovuto al lancio dell’agenzia di stampa dello Stato cinese Xinhua, che definiva l’attacco alla Siria l’azione di un politico debole che aveva bisogno di mostrare i muscoli. In sostanza, Xinhua aveva detto che Trump ordinò l’attacco per superare l’accusa di essere “filo-russo”. Xinhua menzionò gli attacchi missilistici statunitensi sulla Libia nel 1986 e l’Iraq nel 1998, e rimproverò gli Stati Uniti per non aver raggiunto i propri “obiettivi politici” in quei casi, “E’ la tipica tattica degli Stati Uniti inviare un forte messaggio politico attaccando altri Paesi utilizzando aerei militari avanzati e missili da crociera”. “Gli analisti cinesi, il cui consiglio è a volte ricercato dal governo su questioni di politica estera, erano sprezzanti sull’attacco, vedendovi un Paese potente attaccare una nazione che non poteva reagire”. L’analista cinese Shen Dingli affermava, “Se gli Stati Uniti s’infognano in Siria, come può Trump rendere ancora grande l’America? Di conseguenza, la Cina potrà avere un’ascesa pacifica. Anche se diciamo di opporci al bombardamento, nel profondo del cuore ne siamo felici”. Tra l’altro, anche lo stupido tentativo dell’amministrazione Trump di creare una frattura tra Mosca e Beijing non tiene nemmeno conto dei dati della realtà economica mondiale: “Per la prima volta in assoluto, le esportazioni di macchinari della Cina in Russia hanno superato quelle della Germania, secondo i dati del 2016 dell’Associazione dell’industria metalmeccanica tedesca (VDMA). La Cina inviò macchinari del valore di 4,9 miliardi di euro (5,2 miliardi di dollari) in Russia lo scorso anno, a fronte di ordini dalla Germania per un totale di 4,4 miliardi di euro. L’inversione di tendenza era prevista date le sanzioni economiche dell’UE nei confronti della Russia per il presunto ruolo nel conflitto ucraino e l’adesione della Crimea. “I fornitori cinesi sono chiaramente in vantaggio in questo momento”, aveva detto un comunicato della VDMA. “Non sono alle prese di alcuna sanzione e, quando necessario, provvedono proprie offerte di finanziamento per le consegne”.”
Negli ultimi 16 anni, mentre gli USA minacciavano Iran, Siria e Russia, la Cina ha continuato a rafforzasi alleandosi con la Russia e l’Iran. E l’amministrazione Trump, trascinando gli Stati Uniti nella guerra in Siria non farà altro che rafforzare questa dinamica. “Non c’è da stupirsi se dei cinesi siano “entusiasti” a tale prospettiva”. Inoltre, l’ultimo vertice USA-Cina è stato un fallimento, dato che i cinesi non hanno fatto concessioni agli USA, né sul piano geopolitico, né su quello commerciale. Infatti la Cina non solo non apre ulteriormente i propri mercati alle aziende statunitensi, ma gli imprenditori statunitensi, che si aspettavano anche che i cinesi annunciassero investimenti negli Stati Uniti, creando posti di lavoro e compensando lo squilibrio commerciale degli USA con la Cina, rimanevano a bocca asciutta. Xi Jinping non ha proposto nulla di ciò. E’ stata una debacle per Trump “giunto alla Casa Bianca spacciandosi da grande affarista. La sua idea sarebbe stata ‘ammorbidire’ l’avversario con minacce e spacconate, per strappargli concessioni, mentre puntava all”affare’ più vantaggioso per gli Stati Uniti. Tale approccio può funzionare nel mondo del commercio. Ma come i cinesi gli hanno dimostrato, e come i russi glielo dimostreranno, il mondo della diplomazia internazionale non funziona così”.
E difatti, la Casa Bianca di Trump insisteva su tale approccio pubblicando tre pagine e mezza di accuse contro i governi di Siria e Russia. Si tratta di mere pagine senza intestazione o note, senza data, classificazione o declassificazione, senza indicazione dell’agenzia responsabile e senza firme. Non si capisce chi l’abbia scritte. Se i media occidentali lo definiscono rapporto declassificato sull’attacco con armi chimiche, in realtà non è nulla del genere. Inizia con “Gli Stati Uniti ritengono che il governo siriano abbia effettuato un attacco chimico…” Gli Stati Uniti non sono “certi”, non “sanno”, non hanno “prove”, ma “ritengono” soltanto. Il documento afferma che “abbiamo intelligence elettronica e geospaziale”, per poi aggiungere che “non possiamo rilasciare pubblicamente tutta l’intelligence disponibile su tale attacco per la necessità di proteggere fonti e metodi”. Il testo comprende sette paragrafi di un presunto “Sommario delle valutazioni della comunità d’intelligence degli Stati Uniti”, seguiti da altri otto paragrafi che tentano di confutare le affermazioni russe e siriane. Solo fuffa politica. Infatti, per tracciare una “valutazione dei servizi segreti”, un National Intelligence Assessment per cui tutte le diciassette agenzie d’intelligence statunitensi devono essere ascoltate, sono necessarie tre settimane di tempo, e una valutazione completa richiede almeno due mesi. Tale documento è ufficiali e viene emesso dal direttore della National Intelligence. La valutazione diffusa dalla Casa Bianca invece non è nulla del genere, semmai è l’appunto di qualcuno del Consiglio di Sicurezza Nazionale. E tale appunto afferma “Riteniamo che Damasco abbia lanciato questo attacco chimico in risposta ad un’offensiva dell’opposizione nella provincia di Hama che minacciava un’infrastruttura chiave“. Ma tale offensiva era fallita due settimane prima, e l’Esercito arabo siriano aveva liberato le aree occupate da al-Qaida, le infrastrutture non furono mai minacciate ed oltre 2000 terroristi furono eliminati in quelle operazioni. L’attacco su Hama, pianificato e diretto dal capo di al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) al-Juliani, era già fallito giorni prima dell’incidente chimico di Qan Shayqun, città tra l’altro lontana dal fronte. Il documento della Casa Bianca infatti si basa su “segnalazioni open source” che “indicano” qualcosa. Ciò significa che la Casa Bianca basa le proprie accuse su foto e video diffusi dalla propaganda collegata ad al-Qaida, i cui agenti sono gli unici che possono agire a Qan Shayqun, occupata dal liwa al-Aqsa, gruppo terroristico collegato ad al-Qaida e Stato islamico. In tali video appare il cosiddetto “Dr. Shajul Islam”, medico radiato nel Regno Unito ed incriminato per il sequestro di due giornalisti occidentali in Siria, tra cui James Foley, decapitato dallo Stato islamico. Tale “valutazione d’intelligence” definisce ufficialmente al-Qaida “opposizione siriana”. Va ricordato che il generale neocon David Petraeus invocò un’alleanza tra Stati Uniti e al-Qaida nel 2015, e il consigliere della sicurezza nazionale di Trump, generale McMaster, è un protetto di Petraeus, di cui era il braccio destro in Iraq. Il passo successivo di tale strategia sarebbe l’alleanza dichiarata degli Stati Uniti con lo Stato islamico. L’editorialista del New York Times Thomas Friedman già lo sostiene: “Potremmo semplicemente far marcia indietro nella lotta allo SIIL in Siria e farne solo un problema per Iran, Russia, Hezbollah e Assad. Dopo tutto, loro sono sovraestesi in Siria, non noi. Farli combattere una guerra su due fronti, i ribelli moderati da un lato e SIIL dall’altro. Se sconfiggiamo lo SIIL in Siria ora, ridurremo solo la pressione su Assad, Iran, Russia ed Hezbollah, e gli consentiremo di dedicare tutte le risorse a schiacciare gli ultimi ribelli moderati ad Idlib, per non condividere il potere con loro. In Siria, Trump dovrebbe lasciare che lo SIIL sia una preoccupazione per Assad, Iran, Hezbollah e Russia, e l’incoraggi come si fece con i mujahidin che colpirono la Russia in Afghanistan”. I “ribelli moderati a Idlib” non esistono, ci sono solo al-Qaida e Ahrar al-Sham, che s’ispirano ai taliban.

Il professore emerito del MIT Theodor Postol, ex-consigliere scientifico dell’US Navy ed esperto di missili, analizzando le “prove” della Casa Bianca, affermava in una lettera, “Caro Larry, rispondo alla tua richiesta su ciò che ho capito della dichiarazione della Casa Bianca che sostiene la scoperta dell’intelligence sull’attacco con gas nervino del 4 aprile 2017 a Qan Shayqun, in Siria. La mia comprensione dalla nota è che sia una sintesi d’intelligence della Casa Bianca resa pubblica l’11 aprile 2017. Ho rivisto il documento con attenzione, e credo che si possa dimostrare, senza ombra di dubbio, che non fornisce la benché minima prova che il governo degli Stati Uniti abbia prove concrete che il governo della Siria sia responsabile dell’attacco chimico a Qan Shayqun, Siria, tra le 6 e le 7 del mattino del 4 aprile 2017. In realtà, elemento principale di prova citato nei punti del documento è che l’attacco fu eseguito da individui a terra, non da un aereo, la mattina del 4 aprile. Tale conclusione si basa su un presupposto della Casa Bianca quando cita il punto di lancio del Sarin e le relative fotografie. La mia valutazione è che il sito molto probabilmente sia stato manomesso o fabbricato, in modo che alcuna conclusione seria possa trarsi dalle fotografie citate dalla Casa Bianca. Tuttavia, se si assume, come fa la Casa Bianca, che il sito di rilascio del Sarin sia questa posizione e che non sia stata manomessa, la conclusione più plausibile è che il Sarin fuoriuscì da un dispositivo di dispersione improvvisato fabbricato con un segmento di razzo da 122 millimetri riempito con sarin e chiuso su entrambi i lati. Gli unici fatti indiscutibili riportati nel rapporto della Casa Bianca è l’affermazione che l’attacco chimico con agente nervino si è verificato a Qan Shayqn, Siria, quella mattina. Anche se la dichiarazione ripete ciò in molti passaggi della relazione, il rapporto non contiene assolutamente alcuna prova che questo attacco sia dovuto a munizione aviolanciata. In realtà, il rapporto non contiene assolutamente alcuna prova che possa indicare chi sia l’autore di tale atrocità. Il rapporto ripete invece le osservazioni degli effetti fisici subiti dalle vittime che, con pochi dubbi, indicano avvelenamento da gas nervino. L’unica fonte del documento che cita una prova del fatto che l’attacco sia opera del governo siriano è il cratere che si afferma di aver individuato su una strada a nord di Qan Shayqun. Ho individuato tale cratere utilizzando Google Earth e non c’è assolutamente alcuna prova che sia opera di una munizione progettata per disperdere Sarin dopo esser stata sganciata da un aereo… I dati citati dalla Casa Bianca sono più coerenti con la possibilità che la munizione sia stata usata a terra piuttosto che da un aereo. Questa conclusione presuppone che il cratere non sia stato manomesso prima di essere fotografato. Tuttavia, facendo riferimento alla munizione per il cratere, la Casa Bianca indica che esso sia la fonte errata usata per concludere che la munizione sia stata sganciata da un aereo siriano”.
Il documento della Casa Bianca, quindi, sosteneva che l’intelligence degli Stati Uniti avesse le prove dell’uso di gas Sarin da parte dell’Aeronautica militare siriana. Ma inizialmente gli analisti statunitensi affermarono di non poter tracciare la presenza eventuale di aerei da guerra sulla sito del sospetto attacco chimico, ma poi, secondo una fonte interna, affermarono che un drone avrebbe sganciato la bomba. Gli analisti cercarono d’identificare tale drone, arrivando a credere che provenisse dalla Giordania, da una base delle forze speciali saudita-israeliana che supporta i terroristi in Siria. Secondo una fonte dell’intelligence statunitense, tale azione aveva lo scopo di creare un incidente che facesse cambiare rotta all’amministrazione Trump, che a fine marzo annunciava di non voler più rimuovere il Presidente Bashar al-Assad. Il 6 aprile, prima dell’attacco missilistico, oltre venti ex-ufficiali dell’intelligence militare degli USA stilarono una nota secondo cui il gas fu emesso a seguito del bombardamento di un deposito di armi chimiche di al-Qaida, nella provincia di Idlib. Gli ex-ufficiali dei servizi segreti degli Stati Uniti inviarono una nota al presidente Trump esortandolo ad intraprendere un’attenta indagine dell’incidente, prima di esacerbare le relazioni tra USA e Russia. Secondo la nota “i nostri contatti nell’esercito degli Stati Uniti in zona” misero in discussione la tesi ufficiale dell’attacco con armi chimiche. “Invece, un aereo siriano ha bombardato un deposito di munizioni di al-Qaida in Siria, che si è rivelato pieno di sostanze chimiche nocive, e un forte vento soffiò la nube chimica su un villaggio vicino, dove molti morirono di conseguenza”.

Intanto, nella bianca Casa delle ombre, parlando con Michael Goodwin del New York Post, Trump sembrava disposto a licenziare Steve Bannon da consigliere del presidente. Goodwin dice di aver chiesto a Trump se avesse ancora fiducia in Bannon, che viene indicato collegato al genero di Trump Jared Kushner. E Trump rispose, “Mi piace Steve, ma bisogna ricordare che non partecipò alla mia campagna che molto tardi. Avevo già battuto tutti i senatori e tutti i governatori, e non lo conoscevo. Io sono il mio stratega, e non volevo cambiare strategia perché affrontavo la squinternata Hillary”. Bannon e Kellyanne Conway diressero la campagna elettorale di Trump, che poi assunse Bannon come suo principale consigliere politico alla Casa Bianca, al fianco di Reince Priebus. “Steve è un bravo ragazzo, ma gli ho detto di raddrizzarsi o lo farò io”, concluse Trump.
Alla trasmissione ‘Sessanta minuti’ della TV Rossija-1, il leader del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennadij Zjuganov, affermava che Trump era ormai in balia della mafia che dirige gli USA da ben prima dell’ascesa al potere, con tutto il suo fervore anti-russo. Zjuganov osservò anche che Trump sembrava leggere da un gobbo con voce tremolante ed emozionata. Al Sunday Evening Show, invece il Generale Evgenij Buzhinskij affermava, riguardo all’attacco missilistico su al-Shayrat, “Ci sono diverse linee di comunicazione tra di noi. C’è quella tra i Capi di Stato Maggiore, molto veloce. Non fu usata. Invece usarono la linea istituita dal Memorandum d’intesa per il deconflitto, nel 2015, a livello regionale, tra gli statunitensi in Giordania e i russi in Siria. L’avvertimento sull’attacco imminente fu inviato al comando statunitense in Giordania in piena notte e l’ufficiale addetto non ebbe fretta di trasmetterlo alla controparte russa in Siria. L’ufficiale di servizio l’inviò a Mosca, al Ministero della Difesa, che non rispose né lo passò subito ai siriani. Risultato: le due ore furono bastarono appena ai russi prendere le misure cautelari necessarie. Il ministero russo era furioso”. Infine, Yakov Kedmi, israeliano ex-cittadino sovietico, recatosi in Israele alla fine degli anni ’70 e persona non grata in Russia fino al 2014, dichiarava alla stessa trasmissione che “parlando dell’attacco alla base siriana, gli statunitensi non identificarono alcun bunker o ubicazione delle armi chimiche. Sembra che lo stiano ancora cercando. Ciò dimostra che si tratta di un falso. Quanto al governo israeliano, dice qualunque stupidità gli statunitensi dicano. Questa è la situazione del nostro Paese. Amen”.
Il 10 aprile, 22 capi dei gruppi terroristici di Ahrar al-Sham venivano eliminati durante una loro riunione da un raid aereo russo nella provincia di Idlib, a Jisr al-Shughur. L’attacco fu la prima risposta agli attacchi missilistici statunitensi su al-Shayrat, oltre agli aerei da guerra siriani che, decollati dalla stessa base aerea, distruggevano un enorme deposito di armi e munizioni di Jabhat al-Nusra ad al-Qasaniyah, presso Jisr al-Shughur, a sud di Idlib. Fonti:
Consortium News
Global Times
Moon of Alabama
Russia Insider
Russia Insider
Sic Semper Tyrannis
South Front
Stripes
The Duran
Washington Post