Il governo inglese protegge i terroristi di Manchester

L’organizzazione terroristica Gruppo combattente islamico libico (LIFG), ha una grande presenza a Manchester e è collegata all’attentato
Tony Cartalucci, LD, 24 maggio 2017Come sospettato in quasi tutti i recenti attentati in Europa, come in Francia e Belgio, il sospettato dell’attentato a Manchester che ha ucciso 22 persone e ferito altre era noto alle agenzie di sicurezza e d’intelligence inglesi. The Telegraph nell’articolo, “Salman Abadi sarebbe l’attentatore di Manchester, cosa ne sappiamo“, riporta: “Salman Abadi, 22 anni, era noto ai servizi di sicurezza, si pensa sia tornato dalla Libia questa settimana”. Mentre i primi articoli tentavano di elaborare una narrazione sull’attentatore quale “lupo solitario” che aveva organizzato ed eseguito l’attentato, la natura dell’ordigno utilizzato e i dettagli dell’attentato rivelano che certamente era un’operazione eseguita da chi aveva esperienza diretta con un’organizzazione terroristica o era da essa diretta.

Una comunità di terroristi attivi a Manchester
Lo stesso articolo del Telegraph ammette: “Un gruppo di dissidenti anti-Gheddafi, membri del gruppo combattente islamico libico (LIFG), erano vicini di Abadi a Whalley Range, tra cui Abdalbasit al-Zuz, di Manchester, che aveva lasciato la Gran Bretagna per dirigere una rete terroristica in Libia supervisionata da Ayman al-Zawahiri, successore di Usama bin Ladin a capo di al-Qaida. Al-Zuz, 48 anni, esperto bombarolo, fu accusato di dirigere una rete di al-Qaida nella Libia orientale”. Telegraph riportò nel 2014 che “al-Zuz aveva da 200 a 300 militanti sotto il suo comando ed era esperto nella fabbricazione di bombe. Un altro membro della comunità libica di Manchester, Salah Abuaba, secondo canale 4, nel 2011 finanziò il LIFG mentre era in città. Abuaba sostenne di aver raccolto fondi presso la moschea di Didsbury, frequentata da Abadi”. Così, l’esperienza richiesta per l’attentato di Manchester abbondava tra i membri del LIFG nella comunità. Il LIFG è infatti un gruppo terroristico dichiarato tale dal governo del Regno Unito nel 2005 e che continua ad apparire sulla sua lista dei “gruppi o organizzazioni terroristici” che appare sul sito del governo. L’elenco del governo (PDF) afferma esplicitamente che: “L’LIFG cerca di sostituire l’attuale regime libico con lo Stato islamico. Il gruppo fa anche parte del movimento estremista islamista globale ispirato da al-Qaida. Il gruppo compì diverse azioni in Libia, tra cui un tentativo nel 1996 di assassinare Muammar Gheddafi”. Quindi, sorprendentemente, secondo il Telegraph, una fiorente comunità di terroristi noti viveva consapevolmente tra la popolazione inglese senza alcun intervento del governo e delle agenzie di sicurezza e intelligence del Regno Unito, e i cui membri viaggiavano regolarmente all’estero partecipando a conflitti e terrorismo prima di tornare apertamente a casa, non solo senza essere incarcerati ma anche senza essere monitorati. Il LIFG appare anche nell’elenco delle Organizzazioni Terroriste Straniere del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Sorprendentemente, appare nella sezione intitolata “Organizzazioni terroristiche straniere cancellate” indicandone la rimozione dal 2015. Altrove sul sito del dipartimento di Stato degli USA, vi è una relazione del 2012 in cui si descrive il LIFG: “Il 3 novembre 2007, il capo di al-Qaida (AQ) Ayman al-Zawahiri annunciò la fusione tra AQ e LIFG. Tuttavia, il 3 luglio 2009, i membri del LIFG nel Regno Unito dichiararono di respingere qualsiasi associazione con AQ”. La relazione inoltre menziona il ruolo del LIFG nelle operazioni di cambio di regime di NATO e Stati Uniti in Libia nel 2011: “All’inizio del 2011, dopo la rivoluzione libica e la caduta di Gheddafi, i membri del LIFG ne crearono il succedaneo, il Movimento islamico libico per il cambiamento (LIMC) divenuto uno dei numerosi gruppi ribelli riuniti sotto l’ombrello dell’opposizione nota come Consiglio Nazionale di Transizione. L’ex-capo del LIFG e capo del LIMC Abdalhaqim Bilhajj fu nominato comandante militare di Tripoli dal Consiglio di transizione libico durante la rivolta e negò ogni legame tra il suo gruppo e AQ”. Infatti, il capo collegato ad al-Qaida guidò il regime instaurato dalle operazioni militari di Stati Uniti e Regno Unito. Non solo, prominenti politici statunitensi si recarono in Libia a sostenere personalmente Bilhajj (anche scritto Belhaj). In una nota immagine, il senatore John McCain stringe la mano e offre un dono al capo terrorista dopo il crollo del governo libico. La relazione del dipartimento di Stato degli USA sul LIFG termina con informazioni sulla sua “area di attività”, sostenendo: “Fin dalla fine degli anni ’90, molti membri fuggirono nell’Asia sud-occidentale e nei Paesi europei, in particolare Regno Unito”. Per i residenti di Manchester, il governo inglese sembra aver categoricamente evitato d’informarli della minaccia che vive apertamente tra loro. Mentre la popolazione inglese è divisa e distratta dalla strategia della tensione incentrata su Islam, musulmani e islamofobia, la minaccia molto specifica dei terroristi sanzionati da Stati Uniti e Regno Unito che vivono e operano nelle comunità inglesi viene trascurata dal pubblico. Tuttavia, è improbabile che le agenzie di sicurezza ed intelligence inglesi semplicemente “trascurassero” tale minaccia. Tali estremisti prosperano nelle comunità inglesi senza intervento governativo, indicando complicità e non incompetenza.I terroristi del LIFG mano destra degli anglo-statunitensi
The Guardian in un articolo del 2011 intitolato “Il gruppo combattente islamico libico, da al-Qaida alla primavera araba“, afferma: “Il servizio d’intelligence e sicurezza inglese in Libia si è concentrato per 20 anni sul gruppo dei combattenti islamici libici (LIFG) che si oppone a Muammar Gheddafi e collabora con al-Qaida, rinunciando alla vecchia visione del jihadismo e partecipando alla rivolta armata che ha rovesciato il regime”. L’articolo in realtà non è altro che un tentativo di ritrarre un’organizzazione terroristica come “riformatasi” data la maggiore consapevolezza del pubblico sulla natura dei “ribelli” libici filo-USA e filo-Regno Unito. I membri del LIFG non solo aiutarono i governi statunitense e inglese a rovesciare il governo libico nel 2011, ma partirono, con armi e soldi occidentali, per la Turchia della NATO dove organizzarono l’invasione della Siria settentrionale. The Telegraph, in un articolo del novembre 2011 intitolato “Il capo islamista libico con l’opposizione dell’esercito libero siriano“, riportava: “Abdulhaqim Bilhaj, capo del Consiglio militare di Tripoli ed ex-capo del gruppo dei combattenti islamici libici, “incontrò i capi dell’esercito libero siriano a Istanbul e al confine con la Turchia“, secondo un ufficiale che lavora con Bilhaj. “Mustafa Abduljalil (il presidente provvisorio libico) ce l’aveva mandato“. L’articolo continuava: “Gli incontri furono segno del crescente legame tra governo libico ed opposizione siriana. The Daily Telegraph rivelò che le nuove autorità libiche avevano offerto soldi e armi all’insurrezione contro Bashar al-Assad. Bilhaj discusse anche l’invio di combattenti libici per addestrare le truppe, secondo la fonte. Dopo aver abbattuto un dittatore, i giovani trionfanti, ancora pieni di fervore rivoluzionario, desiderano rovesciare il prossimo. I capi delle bande armate ancora rombano per le strade di Tripoli dicendo che “centinaia” di combattenti vogliono combattere contro il regime di Assad”. Rivelando ancora una volta il conveniente intreccio tra interessi di terroristi e statunitensi-inglesi, questa volta cercando il cambio di regime in Siria dopo quello anglo-statunitense in Libia. A confermare che i piani per inviare estremisti libici a combattere in Siria furono attuati è l’articolo della CNN del 2012, “I ribelli della Libia si recano sul campo di battaglia siriano“, che riferiva: “Sotto il comando di uno dei capi ribelli più noti della Libia, Mahdi al-Harati, più di 30 combattenti libici si sono recati in Siria a sostenere i ribelli dell’esercito libero siriano nella guerra al regime del Presidente Bashar al-Assad”. L’esercito di terroristi libici di al-Harati contava centinaia, forse migliaia di combattenti e successivamente si fuse con altri gruppi terroristici siriani, tra cui il ramo siriano di al-Qaida, Jabhat al-Nusra. In Libia, i combattenti del LIFG si divisero in fazioni, tra cui al-Qaida e Stato islamico.
Mentre tali terroristi uscivano dalla Siria e tornavano a casa, quelli del LIFG tornarono principalmente nel Regno Unito dove sono noti da anni alle agenzie di sicurezza e intelligence statunitensi e inglesi. Costoro portavano conoscenze tecniche ed esperienza necessarie per compiere gli attentati devastanti come quello di Manchester. Il terrorismo che ne segue è il risultato diretto della politica estera e nazionale inglese, sostenere i terroristi all’estero e rifiutarsi di smantellarne le reti in patria, mentre inviano combattenti e risorse per la guerra dei fantocci USA-UK che ancora devastano la Siria. Il governo inglese è direttamente responsabile dell’attentato di Manchester. Sapeva dell’esistenza del LIFG e probabilmente delle sue attività nel territorio inglese, e non solo non ha agito, ma ha attivamente attirato tale comunità di estremisti per la propria agenda geopolitica e nazionale. L’attentato rafforzerà la storiella della “tolleranza contro il fanatismo” che aggredisce la società inglese, evitando i fatti sul terrorismo appoggiato dal governo all’estero e contro il proprio popolo, non per scopi ideologici o religiosi ma solo per cercare un’egemonia geopolitica. Che Stati Uniti e Regno Unito usino i terroristi per raggiungere i rispettivi obiettivi geopolitici non dovrebbe sorprendere, in particolare riguardo l’LIFG, poiché la ramificata organizzazione dei mercenari di Washington fu utilizzata contro i sovietici in Afghanistan negli anni ’80. Ciò che sorprende è che il pubblico occidentale continua a reagire emotivamente ad ogni attentato, non razionalmente vedendo il quadro generale. E finché il pubblico occidentale non lo vedrà, paura, ingiustizia, omicidi e conflitti continueranno a dominarne vita e futuro.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Eurasia energetica

Chroniques du Grand Jeu 24 maggio 2017

L’integrazione energetica dell’Eurasia farà sudare freddo Washington…Le importazioni di petrolio russo dell’India sono esplose nel 2017. Mentre i dati consueti erano modesti, non superando mai le 500000 tonnellate all’anno (cioè 10000 barili al giorno), nei primi cinque mesi di quest’anno hanno già raggiunto il milione di tonnellate. Causa, i tagli di produzione dell’OPEC per alzare il prezzo dell’oro nero, nonché la disputa su un giacimento iraniano. Gli esperti non vedono alcuna ragione per cui la tendenza muti nel prossimo futuro, in particolare con Rosneft pronta a comprare la compagnia indiana Essar Oil, specializzata nelle raffinerie. Certamente le basi geografiche, distanza, Pamir e Himalaya, Pakistan, impedivano alla Russia di essere tra i principali fornitori di Krishna, almeno di petrolio (il gas è un’altra questione):
Alcun problema del genere tra Russia e Cina, la cui luna di miele energetica non conosce nuvole soprattutto perché si aggiunge ai megaprogetti delle nuove Vie della Seta cinesi. Russi e sauditi concorrono per il primo posto da fornitore del dragone insaziabile, con in filigrana il futuro del petrodollaro, quindi della potenza statunitense. Il viaggio faraonico dei Saud di marzo, a quanto pare, non ha avuto l’effetto desiderato; per il secondo mese consecutivo, l’orso ha superato il cammello quale primo fornitore dell’oro nero del Regno di Mezzo, con 11500000 di barili al giorno contro 963000. Il gasdotto Skorovodino-Daqing, avviato nel 2011, ha visto dalla nascita passare 100 milioni di tonnellate, circa 400000 barili al giorno. Rientra nell’enorme complesso ESPO (East Siberia-Pacific Ocean) che potrebbe presto ridisegnare la mappa energetica dell’Asia orientale con i suoi tentacoli verso Corea e Giappone, tanto più che la sua fonte ha un futuro luminoso. Si noti di passaggio l’assoluta importanza strategica che riceve l’Asia del Nord, un punto su cui torneremo presto.
Infine, dall’altro lato della scacchiera eurasiatica, le forniture di Gazprom alla Turchia sono aumentate del 26%, per oltre 10 miliardi di mc nei primi quattro mesi dell’anno. Come i complici europei che tuttavia detesta, il sultano è sempre più dipendente dall’oro blu russo. E dire che il Turkstream, la cui costruzione è appena iniziata, non è nemmeno operativo…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dopo la visita di Trump in Arabia Saudita e Israele, l’Iran deve guardare a Cina e Russia

Alexander Mercouris, The Duran 23/5/2017La straordinaria ostilità verso l’Iran degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita crea la possibilità di un attacco all’Iran e di porre fine alla questione dell’imminente soppressione delle sanzioni, dimostrando che l’Iran non ha altra alternativa che forgiare stretti legami con Cina e Russia e le istituzioni euroasiatiche per garantirsi sicurezza e futuro economico.
La visita del presidente degli Stati Uniti nell’Arabia Saudita, il suo accordo a fornirle 300 miliardi di dollari in armi, la retorica ostile verso l’Iran e le intenzioni aperte espresse del principe Muhamad bin Salman sulla guerra all’Iran, chiariscono le opzioni politiche della leadership e del popolo dell’Iran. Ora è chiaro che l’opzione di un ravvicinamento tra Iran e occidente non esiste se l’Iran rimane Repubblica Islamica. Invece gli Stati Uniti vedono o fingono di vedere una minaccia dall’Iran per Israele e, bizzarramente, se stessi, posizionandosi decisamente con i suoi nemici Arabia Saudita e Israele. Il principe Muhamad bin Salman ha inoltre affermato che non c’è niente che gli iraniani possano mai dire o fare per fargli cambiare l’ostilità implacabile. Ciò significa che l’unica opzione realistica per i leader iraniani, per i cosiddetti riformisti come Ruhani e per i conservatori, è impegnarsi con piena sincerità nel partenariato strategico che la Russia ed integrare completamente l’Iran nelle istituzioni eurasiatiche che Russia e Cina sono impegnate a creare. Esistono quattro istituzioni euroasiatiche, anche se ve ne sono altre come l’effimera “Comunità degli Stati Independenti” istituita da Boris Eltsin nel 1991, in alternativa all’URSS, che conserva una parvenza d’esistenza. Le quattro istituzioni euroasiatiche importanti sono:
1) Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, un gruppo per la sicurezza guidato dalla Cina di cui la Russia è un membro chiave;
2) Il progetto Fascia e Via cinese che sostituisce il precedente progetto Via della Seta, il cui obiettivo è integrare economicamente l’Eurasia creando un’enorme rete infrastrutturale;
3) L’Unione Economica Eurasiatica, un progetto russo per reintegrare alcune economie dell’ex- URSS, originariamente costruito intorno a Russia, Kazakistan e Bielorussia, ma che ormai si espande in altri Stati ex-sovietici; e
4) L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (“CSTO”), alleanza militare guidata dalla Russia che riunisce essenzialmente gli stessi Stati che costituiscono l’Unione Economica Eurasiatica, ma in cui Serbia e Afghanistan sono osservatori.
Dato che l’Iran è uno Stato non allineato, non può realisticamente aderire all’Unione Economica Eurasiatica o alla CSTO senza compromettere questo status e i russi sarebbero comunque riluttanti, in quanto estenderebbero le due istituzioni oltre il territorio dell’ex-URSS che devono reintegrare. Non c’è però motivo per cui l’Iran non sviluppi stretti rapporti bilaterali con Cina, Russia, Unione economica eurasiatica e CSTO, e non possa partecipare ai vertici delle due istituzioni principali cinesi, Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e progetto Fascia e Via.
Inoltre, dato che è chiaro che cinesi e russi lavorano ad unire le istituzioni eurasiatiche che ciascuno ha creato nel comune “Progetto Grande Eurasia” (in ultima analisi la Fascia e Via di Pechino avviato questo mese ), l’Iran non perde e non compromette nulla integrandosi nelle istituzioni cinesi e forgiando stretti legami con la Russia e le sue istituzioni euroasiatiche. L’Iran ha lo status di osservatore nell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e si candidò formalmente ad aderirvi nel 2008. Non poteva farlo perché era sotto le sanzioni delle Nazioni Unite, formalmente rimosse dopo l’accordo nucleare del 2015.
Durante la visita in Iran nel gennaio 2016, il Presidente cinese Xi Jinping affermò che la Cina sostiene l’adesione dell’Iran all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai a pieno titolo e il Presidente russo Putin ha detto al Presidente iraniano Ruhani, all’ultimo summit a Mosca, che anche la Russia lo propone. Alla luce delle minacce di Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele, l’Iran dovrebbe far parte dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai a pieno titolo quale priorità in politica estera e dovrebbe intervenire presso Pechino e Mosca affinché avvenga senza indugio. L’Organizzazione della cooperazione di Shanghai non è un’alleanza militare come la NATO e la CSTO. Tuttavia è un raggruppamento per la sicurezza che riunisce due grandi potenze, Cina e Russia, una possibile terza grande potenza, l’India, e avrebbe quattro potenze nucleari: Cina, Russia, India e Pakistan. Mentre l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai non spingerebbe queste potenze a difendere l’Iran in caso d’attacco, sarebbero tenute a rispondere con rabbia se uno Stato membro come l’Iran venisse aggredito. Dato che i principali nemici regionali degli iraniani, Arabia Saudita e Israele, hanno stretti rapporti con alcune di tali potenze (la Cina in particolare) ciò sarebbe di per sé un potente deterrente contro tale attacco. Inoltre, l’Iran, partecipando all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. rigetterebbe la tesi, sentita spesso durante la visita di Donald Trump in Arabia Saudita, secondo cui l’Iran è isolato a livello internazionale, dimostrando al contrario che aderisce a un gruppo della sicurezza che riunisce alcune delle più grandi potenze del mondo. L’Iran non dovrebbe tuttavia solo chiedere l’adesione all’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Anche se le sanzioni delle Nazioni Unite sono state revocate, gli Stati Uniti continuano ad applicare le sanzioni unilaterali e perciò l’Unione europea non è disposta a riprendere pienamente le relazioni commerciali con l’Iran.
L’ostilità di Donald Trump verso l’Iran, e il suo allineamento ai nemici implacabili dell’Iran, Arabia Saudita e Israele, indicano l’assenza della possibilità che le sanzioni unilaterali statunitensi siano rimosse. Inoltre, poiché le sanzioni unilaterali non sono state rimosse dall’amministrazione Obama, notevolmente meno ostile all’Iran dell’amministrazione Trump e che concordò l’accordo nucleare con l’Iran, non c’è possibilità realistica che qualsiasi altra amministrazione statunitense futura elimini le sanzioni. Ciò significa che l’Iran deve pianificare il suo futuro economico al momento, almeno sulla base del mantenimento delle sanzioni. Le economie giganti e sofisticate di Cina e Russia possono sconfiggere le sanzioni occidentali, come la Cina fece dopo il 1989 e la Russia oggi. L’economia molto più piccola e meno sofisticata dell’Iran avrà difficoltà in ciò. Il risultato è che, sebbene l’Iran abbia evitato il crollo economico nonostante le sanzioni, negli ultimi dieci anni la crescita del reddito reale si è arrestata o s’è invertita ed inflazione e disoccupazione, in particolare giovanile, sono sempre elevate. Nel frattempo le infrastrutture iraniane richiedono investimenti. Fino a circa un decennio fa, un Paese dall’economia che si trovasse in tale situazione non aveva opzione realistica se voleva svilupparsi se non provare a ricostruire i rapporti con l’occidente, che all’epoca aveva il monopolio su capitale, tecnologia e commercio. L’avanzata economica di Russia e Cina specialmente, significa che non è più così. Anche se molti imprenditori iraniani continuano a desiderare la ripresa dei tradizionali rapporti commerciali dell’Iran con l’occidente, ora hanno un’alternativa realistica e attraente che dovrebbero accettare. Relazioni suggeriscono che un importante fattore che impedisce all’Iran la piena integrazione con le istituzioni euroasiatiche sia il tradizionale sospetto iraniano verso la Russia, oltre alle differenze culturali che ostacolano i progetti economici congiunti proposti dalla Russia. Tali sospetti hanno una base storica.
Dalla fine del XVII secolo Russia e Iran combatterono sei guerre, l’ultima nel 1941 durante la Seconda guerra mondiale. Ognuna di tali guerre, salva la prima, si concluse con la sconfitta dell’Iran. La quarta e quinta provocarono il crollo dell’Iran nel Caucaso e la perdita di vasti territori, come Armenia, Georgia e Azerbaigian. La sesta guerra portò all’occupazione sovietica dell’Iran settentrionale, tra cui Teheran. Oltre a queste sconfitte, il governo degli zar nel decennio prima della prima guerra mondiale cercò di colmare, con l’accordo inglese, la sfera d’influenza russa nell’Iran del nord, compresa la capitale Teheran, mentre dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’URSS cercò di fare lo stesso anche nella parte che controllava dell’Iran. Durante la guerra fredda l’Iran, rimanendo sotto il dominio dello Shah, si era alleata contro l’URSS con gli Stati Uniti e molti iraniani continuano a risentirsi del fatto che l’URSS avesse fornito armi all’Iraq durante la guerra Iran-Iraq negli anni ’80. Oltre a ciò c’è il fatto che la Russia post-sovietica ha sostenuto le sanzioni delle Nazioni Unite contro l’Iran, mentre l’ex-presidente russo Medvedev danneggiò i rapporti russo-iraniani bloccando l’accordo del 2010 sui missili S-300, come concordato da Russia e Iran nel 2007. Ciò spiega i notevoli sospetti e ostilità iraniani verso la Russia. Ciò a volte prese forme auto-distruttive. Per esempio, sembra che dopo l’attacco missilistico statunitense alla base aerea di al-Shayrat in Siria, i social media iraniani misero in discussione la presunta incapacità della Russia di abbattere i missili.
La Russia, da parte sua, non ha sempre trattato l’Iran con la sensibilità richiesta. Da grande potenza che guida una politica estera globale, vede inevitabilmente i rapporti con l’Iran come dettaglio e non ha sempre mostrato la corretta consapevolezza che gli iraniani vedano ciò in modo diverso. Ora è giunto il momento per l’Iran di mettere tutto ciò da parte. L’unica alternativa realistica sarebbe fare ciò che Stati Uniti,Arabia Saudita e Israele vogliono, cambiare il sistema di governo, abbatterrne la costituzione e tornare alla subordinazione politica all’occidente del periodo dello Shah, ‘aprendo’ l’economia all’influenza occidentale, con tutte le “terapie shock” neoliberali che ne verrebbero. Certamente in Iran alcuni abbraccerebbero tale opzione, ma tutto ciò che si sa del Paese suggerisce che siano solo una piccola e rumorosa minoranza. Inoltre, con l’ascesa dell’Eurasia di Cina e Russia, tale politica rischia di emarginare l’Iran. Gli interessi iraniani indicano chiaramente la necessità di mettere da parte i dubbi rimasti e dedicarsi pienamente a forti relazioni con Russia e Cina e alla massima integrazione possibile nelle istituzioni euroasiatiche. Così si avranno sicurezza, indipendenza e prosperità. Le alternative, subordinazione all’occidente o stagnazione sotto la minaccia permanente di un attacco, non sembrano invitanti e nessuno che tenga sinceramente all’Iran le proporrebbe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’attentatore di Manchester era vicino ai servizi segreti inglesi

Strategika51 23 maggio 2017

Contrariamente alla stampa o ai genitori, Salman Abadi Labidi, presunto attentatore suicida di Manchester, non era un profugo, ma aveva beneficiato di uno dei tanti programmi speciali di protezione dei servizi segreti inglesi. Salman era nato da genitori libici a Manchester nel 1994. Suo padre, Ramadan Abadi, era un ufficiale dei servizi segreti libici, prima di essere reclutato dagli inglesi. La sua copertura fu bruciata accidentalmente da un parente della moglie, Samia Tabal, poco dopo il fallimento di una vasta cospirazione dell’esercito libico per uccidere Muammar Gaddafi. Quest’ennesima congiura contro Gheddafi innescò non solo una delle più grandi purghe nei servizi di sicurezza, ma la dissoluzione delle Forze Armate libiche, sostituite da ciò che Gheddafi chiamò “popolo in armi”, concetto vagamente ispirato ai sistemi svizzeri e svedesi di difesa logistica e che si rivelerà fatale nel 2011, quando la Libia fu attaccata dalla NATO. Fu il servizio segreto inglese che si occupò dell’esfiltrazione o fuga della famiglia Abadi dalla Libia. Ufficialmente, Abadi fuggì dalla dittatura di Gheddafi rifugiandosi nel Regno Unito.
Gli Abadi risiedettero prima a Londra, prima di trasferirsi nel sobborgo di Manchester dove risiedette per oltre un decennio. Come molti giovani delle periferie delle città europee, Salman crebbe senza riferimenti e mostrò particolare entusiasmo verso la cosiddetta “primavera araba” al punto di voler unirsi ai ribelli libici. Ciò naturalmente attirò subito l’attenzione dei servizi segreti inglesi responsabili della perlustrazione della periferia cercando candidati disposti a sacrificarsi in battaglia contro i nemici di Sua Maestà, in nome di Allah. L’attentatore suicida che ha colpito il concerto pop di Manchester causò 22 morti e 50 feriti, secondo un rapporto delle ultime ore. La polizia inglese rivelava rapidamente l’identità del presunto terrorista, suggerendo che non fosse solo conosciuto, ma supervisionato dagli agenti che seguivano l’ambiente da cui proveniva. Questi dettagli non sono stati trasmessi dai media europei e probabilmente non lo saranno mai. La ragione di Stato lo chiede.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le “sporche mani” dello Stato profondo sul Venezuela

Covert Geopolitics 21 maggio 2017Lo Stato profondo occidentale vuole introdurre la “democrazia” in Venezuela con sanzioni politiche, pirateria finanziaria e guerra religiosa per via del rifiuto del Paese a cedere il controllo delle risorse energetiche ai banchieri di Wall Street. Tali attacchi multipli dello Stato profondo al Venezuela sono molto persistenti nell’ultimo decennio. Come sempre, i media occidentali continuano ad essere strumento cruciale per demonizzare i leader latinoamericani che continuano ad esercitare i principi bolivariani. “Le accuse contro il Vicepresidente del Venezuela non avrebbero potuto essere più gravi. Annunciando sanzioni contro Tariq al-Aysami, il dipartimento del Tesoro degli USA lo descriveva da “noto narcotrafficante” che aveva vigilato e diretto l’invio di narcotici dal Venezuela agli Stati Uniti. Da governatore dello Stato di Aragua e Ministro degli Interni, presumibilmente controllava o inviava droga per più di una tonnellata dal Venezuela, e aveva incontrato gli Zetas del Messico e il colombiano Daniel El Loco Barrera. A gennaio fu promosso vicepresidente. Ma per quanto cattivo appaia, al-Aysami è solo l’ultimo, anche se di alto livello, della lunga lista di funzionari venezuelani o persone vicine al potere legate al traffico di droga”. (The Guardian)
La conseguenza di ciò che i media dicono è che il popolo del Venezuela è così immaturo da mettere al potere questi trafficanti e ciarlatani, e l’occidente è moralmente nel giusto introducendo nella regione la democrazia come in Libia.

Cosa c’è dietro gli attacchi al Venezuela?
ThePrisma 10 aprile 2017
Il piano destabilizzante non è nuovo. Perché tale insistenza ad impedire la rivoluzione bolivariana? Il Ministro degli Esteri venezuelano affermava che “mai prima nella storia delle organizzazioni internazionali si è visto un tale comportamento illegale, deviante, arbitrario e parziale”.
Caracas (PL) Il Venezuela ha vinto ancora una volta nell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) dopo che è riuscito a frenare l’interventismo e l’intromissione guidati dal segretario generale Luis Almagro. La diplomazia bolivariana ha battuto con dignità e integrità i piani di una potente alleanza guidata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti e sostenuta dai governi di destra nella regione. Perciò, Almagro ha agito come agente dell’alleanza allineandosi ai gruppi reazionari nel Paese. Il piano di destabilizzante del Venezuela non è nuovo. Nel giugno dello scorso anno, il capo del cosiddetto “ministero delle colonie”, come l’eminente Ministro degli Esteri di Cuba Raúl Roa García ha descritto l’OAS, cercava senza successo di attuare la Carta democratica interamericana come strumento di coercizione e ricatto sul governo bolivariano.

Il sogno di Almagro
Il 14 marzo Almagro presentava una relazione sul Venezuela finanziata dalla cosiddetta ONG Gruppo internazionale di crisi, sostenuta dalla società petrolifera statunitense Exxon Mobil e sponsorizzata dall’Istituto del Petrolio statunitense che ha interessi sulle risorse energetiche venezuelane. Tale passo venne preso un anno prima, nel giugno del 2016, e i risultati furono identici: non funzionò malgrado il sostegno politico di Washington. Ma alcuni si chiedono perché ci sia tale insistenza nel prevaricare la rivoluzione bolivariana in Venezuela. Secondo i resoconti dei poteri a Caracas, il segretario generale dell’OAS ha stretti legami con le fazioni dell’estrema destra in Venezuela e, tra il 2016 e il 2017 s’incontrò 26 volte con i rappresentanti di tali gruppi. È sorprendente che oltre il 70% dei suoi messaggi twitter attacchino il Venezuela, il suo governo e i suoi funzionari. Indubbiamente Almagro parteggia per la destra che combatte per il potere contro il governo di Nicolás Maduro, nonostante la vittoria di quest’ultimo nelle urne e il fatto che tali gruppi non siano inclini al dialogo come strumento per raggiungere accordi. Quindi le continue “relazioni” di Almagro, sono descritte dalla Ministra degli Esteri venezuelana Delcy Rodríguez “complessa strategia d’intervento a medio e breve termine”.

Perché insiste sulla Carta Democratica?
La Carta democratica interamericana, adottata l’11 settembre 2001 da una speciale sessione dell’Assemblea dell’OAS a Lima, Perù, è un meccanismo da applicare in caso di rottura del processo politico istituzionale democratico o del legittimo esercizio del potere di un governo eletto, in uno qualsiasi degli Stati membri dell’organizzazione. In tal modo, è possibile approvare la sospensione temporanea di uno Stato membro dell’OAS, anche se è necessaria una maggioranza di due terzi. L’esclusione dal processo regionale interamericano limita la capacità del governo sanzionato di agire che verrebbe anche isolato e sanzionato internazionalmente. L’applicazione della Carta Democratica Interamericana sul Venezuela, secondo il pensiero esposto e nell’ambito del piano orchestrato da Almagro, avrebbe conseguenze sulle altre organizzazioni regionali, come l’Alleanza Bolivariana per i Popoli dell’America, la Comunità dell’America Latina e degli Stati dei Caraibi, l’Unione delle nazioni sudamericane, Petrocaribe, che promuovono l’integrazione sociale nella regione. Ovviamente, tale compito fu affidato ad Almagro dal dipartimento di Stato degli USA che, se attuato, avrebbe portato alla pericolosa destabilizzazione dell’America Latina, paragonabile a quanto visto in Medio Oriente ed Europa orientale.

Il Venezuela continua a lottare
In una conferenza stampa, il Ministro degli Esteri venezuelano dichiarava che “mai prima nella storia delle organizzazioni internazionali si è visto un tale comportamento illegale, deviante, arbitrario e fazioso. Il comportamento verso il Venezuela è veramente senza precedenti ed inusuale, segnato da attacchi che articolano un piano d’intervento”. Per Rodríguez con tale atteggiamento interventista, “l’OAS torna alle pagine più cupe della storia“, come testimonia il vergognoso silenzio di fronte a colpi di Stato, violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali; sempre al servizio delle oligarchie e dei gruppi di potere più reazionari. Il funzionario spiegava che i piani volti contro la patria di Bolívar “tramite vile ricatto, pressione e estorsione” di Washington, sono noti. Aggiunse che due congressisti statunitensi minacciarono “in modo greve, volgare e brutale gli Stati membri dell’organizzazione, Stati fratelli che si oppongono a testa alta e con ampia moralità, difendendo dignità, sovranità e indipendenza della Patria Grande”. (PL)Alla fine dell’anno scorso, il sistema bancario del Venezuela fu sabotato quando il sistema di pagamento elettronico collassò. Il Presidente Maduro definì l’attacco un’aggressione internazionale al Venezuela, orchestrato per danneggiarne i cittadini. Il Presidente Nicolas Maduro annunciò l’arresto dei responsabili del sabotaggio del sistema bancario che causò il collasso del sistema di pagamenti elettronici nazionale. Cinque impiegati di Credicar, società responsabile delle operazioni di credito e debito nel Paese, furono arrestati. “È stata un’azione deliberata al Credicar, è confermato e i responsabili sono agli arresti“, aveva detto Maduro. (Tele Sur)
Mentre la formula dell’interventismo geopolitico ibrido è familiare ai lettori di questo sito, la maggior parte degli statunitensi deve ancora capire l’agenda occulta dei capi dietro le azioni delle masse, integrando la propaganda occidentale che alimenta le rivoluzioni colorate nel mondo e negli Stati Uniti. Tipicamente da Paesi religiosi, gli agenti del Vaticano hanno cercato di fare la loro parte nell’istigare la manifestazioni nella società venezuelana. I sacerdoti cattolici scatenavano la propaganda anti-Maduro sollecitando la risposta aggressiva dai sostenitori più duri. “I collettivi sono gruppi filo-governativi che organizzano eventi comunitari e progetti sociali, ma vengono accusati di intimidazione e violenze contro gli oppositori. “Hanno cominciato a gridare insulti, poi si calmavano e poi gridavano“, diceva Maria Cisneros che frequenta la chiesa da 20 anni. Ha chiesto che il suo nome venga cambiato per paura di rappresaglie. “Erano persone aggressive, con un vocabolario aggressivo, profanatori e volgari, ci sentivamo aggrediti”, aveva detto. (Cruxnow)
Lo Stato profondo inoltre evita una possibile ritorsione coordinata alle sanzioni contro il Paese preso di mira, perché solo il popolo degli Stati Uniti ne soffrirebbe, e non lo Stato profondo.Togli le tue zampacce dal Venezuela“, Maduro a Trump
20 maggio 2017
Gli Stati Uniti dovrebbero “andarsene dal Venezuela“, ha detto il leader del Paese Nicolas Maduro, dopo che Washington sanzionava i giudici venezuelani, per “sostenere” il popolo venezuelano. Le nuove sanzioni, contro il primo giudice e i sette membri della Corte suprema del Venezuela, sono imposte dal Tesoro statunitense per “far avanzare il governo democratico” del Paese. “Basta immischiarsi… vattene Donald Trump. Vai via dal Venezuela“, aveva detto Maduro in un discorso alla TV, secondo Reuters. “Togli le tue zampacce da qui”. La tirata del presidente venezuelano segue la dichiarazione del governo che accusa gli Stati Uniti d’interferire negli affari interni del Paese cercando di destabilizzarlo. “Le aggressioni del presidente Trump al popolo venezuelano, al suo governo e alle sue istituzioni hanno superato i limiti“, affermava la dichiarazione, esortando gli Stati Uniti a concentrarsi sulla risoluzione dei propri problemi interni, invece di immischiarsi negli affari del Venezuela. “Le posizioni estreme di un governo appena nato confermano la natura discriminatoria, razzista, xenofobica e genocida delle élite statunitense contro l’umanità e il loro popolo, ora accentuate dalla nuova amministrazione che asserisce la supremazia bianca anglosassone“, secondo la dichiarazione citata da Reuters. Le sanzioni imposte dal Tesoro statunitense includono il congelamento del patrimonio che gli otto giudici potrebbero avere negli Stati Uniti, divieto d’ingresso nel Paese e divieto ai cittadini statunitensi di farvi affari. La situazione in Venezuela “è una vergogna per l’umanità” e il Paese “è stato incredibilmente mal gestito“, aveva detto Donald Trump. “Non vediamo un tale problema, direi, da decenni“, aggiunse. Migliaia di manifestanti antigovernativi scesero per strada a Caracas e Christobal, nello Stato occidentale di Tachira, divenuto uno dei centri principali degli scontri. (RussiaToday)
Alla luce del peggioramento della carenza di cibo in Venezuela, Putin decideva d’inviare ogni mese 60mila tonnellate di grano nel Paese latinoamericano. Uno per uno, i Paesi dell’America latina come Brasile e Argentina, cedono alla volontà dello Stato profondo in parte per l’ignoranza della classe media, e in parte per i metodi utilizzati nella regione. Al momento, solo l’intervento combinato di Russia e Cina potrebbe ostacolare l’occupazione completa dell’America Latina, a meno che un miracolo non risvegli i “patrioti” statunitensi, sollevandoli in armi contro quest’ultima.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora