Attacchi sonici all’Avana: specialità della CIA

Wayne Madsen SCF 21.10.2017L’Agenzia Centrale d’Intelligence, ora sotto la direzione di un repubblicano di estrema destra, l’ex-congressista del Kansas Mike Pompeo, insiste sulla storia del governo cubano responsabile dei presunti attacchi con armi soniche ai diplomatici statunitensi all’Avana. La CIA, che ha scritto il libro degli attacchi sotto falsa bandiera in Europa e nel mondo durante la guerra fredda e l’era del terrorismo, non ha avuto problemi a convincere l’amministrazione Trump a ridurre le relazioni diplomatiche con Cuba. Gli Stati Uniti hanno ritirato più di metà del personale diplomatico a Cuba ed espulso 15 diplomatici cubani da Washington. La rottura delle relazioni con Cuba è in linea con le altre azioni di Trump intese a sovvertire tutte le azioni intraprese negli 8 anni di Barack Obama, compresa la normalizzazione delle relazioni con Cuba. Trump ha definito la normalizzazione dei rapporti con l’Avana “accordo completamente unilaterale”. Ironia della sorte, è noto che le imprese di Trump avevano precedentemente violato le sanzioni statunitensi a Cuba per creare hotel e resort di proprietà di Trump sull’isola. L’amministrazione Trump ha affermato di non sapere cosa causi gli attacchi sonici che dichiara aver danneggiato la salute e causato sordità non solo dei diplomatici statunitensi ma anche canadesi all’Avana. Il governo cubano ha anche invitato l’FBI a Cuba per partecipare alle indagini sugli attacchi sonori. L’amministrazione Trump ha rifiutato l’invito dei cubani. Tuttavia, senza prove, i portavoce di Trump accusano il governo cubano per l’interferenza sonora. Trump ha accusato direttamente il governo cubano per gli attacchi sonici nella conferenza stampa alla Casa Bianca del 16 ottobre. Il dipartimento di Stato è stato costretto a contraddire immediatamente Trump con un cablo a tutti i diplomatici statunitensi affermando che il dipartimento “non incolpa il governo di Cuba” degli attacchi. La differenza tra Casa Bianca e dipartimento di Stato su chi sia dietro gli attacchi sonori è tanto forte quanto inquietante. I media aziendali ignorano l’unica fonte possibile degli attacchi sonori, responsabile dell’unico attacco sonoro noto a una missione diplomatica, la CIA. Non solo la CIA è guidata da un sicofante di Trump senza un passato nell’intelligence, ma la CIA incolpa altri Paesi di operazioni svolte dai propri agenti. Nel caso di Cuba, la CIA può contare su una rete di agenti cubano-statunitensi e latino-americani integrati nelle istituzioni governative e commerciali cubane dopo aver viaggiato sull’isola da Paesi terzi come Messico, Nicaragua, Costa Rica, Panama e Venezuela. L’amministrazione Trump inoltre avverte i turisti di evitare Cuba, sostenendo che le armi soniche potrebbero essere rivolte sui loro hotel. Non c’è ragione plausibile per cui Cuba danneggi l’industria turistica, tuttavia vi sono diverse ragioni per cui la CIA guidata da Pompeo, in collusione con la rete cubana di destra del senatore Marco Rubio di Miami, suggerisca che i cubani colpiscano gli hotel con armi soniche. L’intera operazione dell'”arma sonica” sembra un grande attacco sotto falsa bandiera volto a colpire l’economia cubana e bloccare le relazioni tra Washington e L’Avana. Gli attacchi sonici segnalati ai diplomatici canadesi sono ovviamente mirati contro il governo del primo ministro Justin Trudeau. La famiglia Trudeau, tra cui il Primo ministro Pierre Trudeau, padre dell’attuale primo ministro, sono amici stretti del Presidente Raul Castro, fratello del Presidente Fidel Castro. Tutto ciò che potrebbe essere utilizzato per sminuire i legami canadesi-cubani sarebbe attuato dalla CIA sotto la direzione di Pompeo, un cristiano fondamentalista “creazionista” che respinge le conclusioni della scienza moderna, tra cui l’evoluzione e l’età della Terra. Le impronte digitali della CIA sono state trovate su almeno un attacco sonoro contro una missione straniera in America Latina. Nel 1990, dopo che il leader panamense Manuel Noriega cercò rifugio dalle truppe d’invasione statunitensi presso ial Nunzio Apostolico del Vaticano a Panama City; le forze statunitensi, usando metodi da guerra psicologica elaborati dalla CIA, diressero musica heavy metal sulla missione vaticana con grandi altoparlanti sulla strada. L’uso dell’arma sonica, componente del pacchetto Operation Nifty, era volto a scacciare Noriega dalla legazione. Non era solo una violazione dell’extraterritorialità diplomatica della missione vaticana, ma anche della politica del santuario della Chiesa cattolica romana. Noriega alla fine si arrese. Tali attacchi alle ambasciate costituiscono una violazione della Convenzione di Vienna, di cui gli Stati Uniti sono firmatari.
Dopo che il Presidente hondurano Manuel Zelaya fu rovesciato da un colpo di Stato voluto dalla segretaria di Stato Hillary Clinton e dalla CIA, il leader dell’Honduran, dall’esilio s’infiltrò nel Paese trasferendosi nell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras. Dopo che la giunta militare honduregna della CIA tolse energia elettrica, acqua e forniture alimentari all’ambasciata, iniziò ad usare armi tipo sonico assai migliorate rispetto quelle utilizzate contro la missione vaticana a Panama City venti anni prima. Zelaya affermò che i mercenari israeliani che lavoravano sotto la direzione della giunta e della CIA puntarono armi ad alta frequenza sull’ambasciata brasiliana. A quanto pare, gli israeliani usarono un sistema di blocco dei cellulari per colpire Zelaya e altri nell’ambasciata. Sul tetto dell’edificio accanto all’ambasciata brasiliana fu trovato un soppressore C-Guard, prodotto dalla NetLine di Tel Aviv. C’erano prove a Tegucigalpa che i dispositivi acustici a lunga distanza (LRAD) fabbricati dall’American Technology Corporation, furono utilizzati contro l’ambasciata brasiliana. Testimoni oculari fuori l’ambasciata brasiliana affermarono che il personale della giunta usò un “dispositivo sonoro ad alta frequenza” sull’ambasciata. Una relazione sui diritti umani successivamente concluse che l’ambasciata fu sottoposta all’uso di sofisticate apparecchiature sonore ed elettromagnetiche che crearono diarrea, vomito, emorragie nasali e problemi gastrointestinali sia nell’ambasciata che nelle aree circostanti. Furono recentemente utilizzate armi soniche da forze di polizia e militari contro i manifestanti al vertice del G-20 del 2009 a Pittsburgh. Più recentemente, le armi acustiche sono state utilizzate contro i dimostranti anti-Dakota Access Pipeline nel North Dakota. Gli archivi della CIA mostrano che l’agenzia è interessata ai dispositivi ad ultrasuoni, tra cui “artiglieria acustica” e “sirene statiche” fino dal 1952. Nel 1999 la NATO introdusse un’arma sonora ad alti decibel nel suo arsenale. L’US Navy attualmente impiega LRAD sull’USS Blue Ridge e si crede che sia anche presente su altre navi della Marina.
Nel 2011, Alan Gross, contractor presso l”Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (USAID) della Development Alternatives Inc. di Bethesda, Maryland, fu arrestato a Cuba e successivamente condannato per spionaggio. Gross installava linee Internet per la piccola comunità ebraica di Cuba, cosa che i rabbini della comunità negarono. Quando fu arrestato dalla polizia cubana, da Gross furono trovati dispositivi di telefonia cellulare e satellitare. La questione se altri agenti d’intelligence stranieri, oltre a Gross, abbiano contrabbandato armi sonore mascherate da apparecchiature per telecomunicazioni a Cuba, è estremamente utile per rispondere alla domanda di chi sia dietro gli attacchi sonori alle ambasciate statunitense e canadese all’Avana.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Russia al centro della diplomazia coreana

Mosca ospita diplomatici provenienti da Corea democratica e Corea del Sud
Alexander Mercouris, The Duran 22 ottobre 2017Sebbene sia stato completamente ignorato, la Russia è al centro della diplomazia per risolvere la crisi coreana. La Russia è il migliore posto, tra le grandi potenze Russia, Cina e Stati Uniti, su questo. A differenza degli USA, la Russia ha rapporti di lunga data con la Corea democratica. Ha mantenuto una continua presenza diplomatica nella Corea democratica dalla divisione della penisola coreana nel 1945, più a lungo della Cina. La leadership nordcoreana (anche se non lo stesso Kim Jong-un) ha storicamente avuto stretti rapporti con la Russia. Kim Jong-il, il padre di Kim Jong-un e predecessore alla guida della Corea democratica, si dice fosse nato in Russia (anche se ciò è contestato in Corea) e secondo alcuni resoconti sapeva il russo. Putin visitò la Corea democratica dove ebbe colloqui con Kim Jong-il. Kim Jong-il e Kim Il-sung, il primo grande leader della Corea democratica e suo “eterno presidente”, visitarono la Russia. Inoltre negli ultimi due decenni si è gradualmente chiarito che la Corea democratica, durante la guerra fredda, era molto più strettamente legata all’Unione Sovietica di quanto ritenuto e che fino alla fine degli anni ’80 i suoi legami politici, economici e militari privilegiavano l’URSS piuttosto che la Cina. Il risultato è che i russi e i nordcoreani si conoscono molto, coi russi molto meglio informati della situazione in Corea democratica e quasi certamente con accesso di gran lunga superiore alla direzione della Corea democratica che non gli Stati Uniti. Allo stesso tempo, proprio perché la Russia ha solo una presenza economica insignificante in Corea democratica e non ha la storia millenaria d’intensa interazione con la Corea della Cina, non è temuta dalla Corea democratica quale potenziale dominatore come la Cina. Il risultato è che i nordcoreani, notoriamente riservati, parlano coi russi in un modo che probabilmente ritengono non poter avere con nessun altro. Ciò ha reso possibile il dialogo tra Corea democratica e Russia. I russi, da parte loro, hanno facilitato il dialogo essendo più simpatetici coi nordcoreani rispetto a tutti gli altri, inclusi i cinesi. Così mentre i russi hanno chiarito la loro netta opposizione ai programmi su missili balistici e armi nucleari della Corea democratica, hanno anche chiarito che comprendono e hanno simpatia per le preoccupazioni sulla sicurezza della Corea democratica, che guidano questi programmi. Hanno anche denunciato con forza i tentativi degli USA di soffocare economicamente la Corea democratica e parlato della necessità di rispettare la Corea democratica. Si considerino ad esempio i commenti di Putin sulla Corea democratica al vertice BRICS del 5 settembre 2017, dal tono comprensivo superiore ad ogni cosa che anche i cinesi hanno detto, “Tutti ricordano bene ciò che è successo all’Iraq e a Sadam Husayn. Husayn abbandonò la produzione di armi di distruzione di massa. Tuttavia, col pretesto di cercare queste armi, Sadam Husayn e la sua famiglia furono uccisi durante la ben nota operazione militare. Anche dei bambini morirono. Credo che suo nipote fu ucciso. Il Paese fu distrutto e Sadam Huayn impiccato. Ascoltate, tutti lo sanno e lo ricordano. I nordcoreani ne sono consapevoli e se lo ricordano. Pensate che dopo l’adozione di certe sanzioni, la Corea democratica abbandonerà la creazione di armi di distruzione di massa? La Russia condanna questi tentativi da parte della Corea democratica. Crediamo che siano provocatori in sé. Tuttavia, non possiamo dimenticare ciò che ho appena detto sull’Iraq, e cosa è accaduto dopo in Libia. Certamente, i nordcoreani non lo dimenticano. Le sanzioni di qualsiasi tipo sono inutili e inefficaci in questo caso. Come ho detto a uno dei miei colleghi, mangeranno erba ma non abbandoneranno questo programma a meno che non si sentano al sicuro. Cosa può garantirgli sicurezza? Il ripristino del diritto internazionale. Dobbiamo avanzare verso il dialogo tra tutte le parti interessate. È importante che tutti i partecipanti al processo, compresa la Corea democratica, non abbiano alcuna sensazione di essere minacciati di distruzione; al contrario, tutte le parti del conflitto dovrebbero cooperare. In questo contesto, in questa situazione, istigare l’isteria militare è assolutamente inutile; è un vicolo cieco. Inoltre, la Corea democratica non ha solo missili a medio raggio e armi nucleari, sappiamo che le ha, ma ha anche artiglieria a lungo raggio e lanciarazzi multipli con una portata di 60 chilometri. È inutile utilizzare sistemi di difesa missilistica contro queste armi. Non ci sono armi al mondo che possano contrastare l’artiglieria e lanciarazzi multipli a lungo raggio. Che possono essere collocati in modo tale da essere praticamente impossibili da trovare. In questo contesto, l’isteria militare non farà del bene, ma può portare al disastro globale e planetario e ad enormi quantità di vittime. La diplomazia è l’unico modo per risolvere il problema nucleare nordcoreano”.
Nel recente forum di Valdai, Putin ha nuovamente affrontato questo tema, chiarendo che è importante parlare con rispetto e cortesia coi nordcoreani e non lanciargli accuse e invettive, “Oppure, prendete un altro esempio, il cappio sulla penisola coreana. Sono sicuro che se ne è trattato ampiamente oggi. Sì, condanniamo in modo inequivocabile le prove nucleari condotte dalla RPDC e rispettiamo pienamente le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite relative alla Corea democratica. Colleghi, voglio sottolinearlo in modo che non ci sia un’interpretazione discrezionale. Siamo conformi a tutte le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia, questo problema può ovviamente essere risolto solo attraverso il dialogo. Non dovremmo cacciare la Corea democratica in un angolo, minacciarla, abbassarci alla maleducazione o all’invasione. Se si ama o no il regime nordcoreano, non dobbiamo dimenticare che la Repubblica popolare democratica di Corea è uno Stato sovrano. Tutte le controversie devono essere risolte in modo civile. La Russia ha sempre favorito questo approccio”. I leader della Corea democratica, compreso certamente Kim Jong-un, leggendo questi commenti prenderanno nota del promemoria di Putin, troppo spesso dimenticata nei commenti sulla Corea democratica, “la Repubblica popolare democratica di Corea è uno Stato sovrano“. Se i nordcoreani percepiscono la Russia se non propria amica, ma che comunque si sforza di capirli e accordargli rispetto, e a cui possono parlare senza essere minacciati o umiliati, per i russi assicurarsi la pace nella penisola coreana è questione di sicurezza nazionale vitale e di grande interesse economico. Dell’importanza per la Russia della pace nella penisola coreana non c’è bisogno di spiegazioni. La Russia confina con la Corea democratica (effettivamente limitata) e per i russi una guerra nucleare che devasti la Corea democratica sarebbe un disastro per la sicurezza nazionale ed umanitario. Solo per questo motivo i russi sono ansiosi di fare tutto il possibile per assicurarsi che non accada. Oltre a ciò, tuttavia, c’è il fatto che per la Russia la pace nella penisola coreana apre opportunità economiche. Oltre ai legami con la Corea democratica, la Russia ha sviluppato relazioni estremamente amichevoli con la Corea del Sud, che ha espresso grande interesse ad investire nell’economia russa. Al di là di questo, però, la prospettiva che la Russia costruisca un gasdotto e una ferrovia per la Corea del Sud attraverso la Corea democratica, fornisce alla Corea del Sud il gas russo, e alla Corea democratica una fonte di entrate sotto forma di tariffe di transito, dando ad entrambe le Coree un ponte verso l’Europa. Realisticamente questo progetto può avverarsi solo se gasdotto e ferrovia attraversano la Corea democratica, che a sua volta richiede la pace nella penisola coreana, che a causa delle tensioni appare lontana più di prima. Tuttavia un decennio fa si parlò seriamente di questo progetto, che non sorprende dati gli enormi vantaggi per tutti gli interessati. Va aggiunto che non solo i russi ne erano interessati. Le delegazioni nordcoreane visitarono la Russia per discuterne, e anche i sudcoreani ne erano interessati.
Durante una visita sulla linea di contatto tra le due Coree che feci dal lato sudcoreano nel 2004, vidi che i sudcoreani avevano addirittura costruito una stazione ferroviaria sul loro lato della linea di contatto, in vista del giorno in cui i treni avrebbero attraversano Corea democratica e Russia verso l’Europa. Ovviamente per i russi, ansiosi di sviluppare le relazioni economiche e politiche con le nazioni dell’Est asiatico, cercando investimenti per il loro Estremo Oriente, questa è una prospettiva attraente. Ha inoltre una dimensione politica, coi russi che si aspettano il ripristino dei legami politici tra le due Coree, forse una sorta di confederazione. L’idea di una confederazione tra le due Coree fu effettivamente proposta da Kim Il-sung negli anni ’70, e anche se la guerra fredda la rese impossibile, ma potrebbe non essere così difficile oggi. Se le due Coree, con una popolazione complessiva di quasi 80 milioni di persone, altamente addestrata e ben istruita, abbondanti risorse naturali ed industrie avanzate (anche della Corea democratica), se mai seguissero questo cammino diverrebbero un colosso economico che rivaleggerebbe col Giappone quale seconda economia, dopo la Cina, in Asia orientale. Per i russi, coi loro buoni rapporti con entrambe le Coree, è una prospettiva attraente, specialmente se possono utilizzare la prospettiva di migliori legami economici e politici con le due Coree, e tra le due Coree, allontanando la Corea del Sud dagli Stati Uniti e avvicinando le due Coree con relazioni più strette e forse, col tempo, con una piena integrazione con le potenze eurasiatiche (cioè Cina e Russia). Che queste idee siano di fondo, almeno nella mente di alcuni russi, è stato confermato da Putin durante l’ultima sessione alla conferenza di Valdai, dove ha specificamente richiamato il progetto per costruire collegamenti ferroviari e gasdotti con le Coree, collegandole alla Russia e infine, attraverso l’Eurasia, all’Europa, “Che ruolo può giocare la Russia? Può agire da intermediaria. Abbiamo proposto una serie di progetti tripartiti che coinvolgono Russia, Corea democratica e Corea del Sud, comprendenti la costruzione di una ferrovia, di un gasdotto e così via. Dobbiamo lavorare. Dobbiamo sbarazzarci di una retorica belligerante, capire il pericolo associato a tale situazione e superare le nostre ambizioni. È imperativo smettere di discutere. Infatti, è semplice”. Inutile dire che la natura stessa di questi piani russi per le due Coree garantisce l’opposizione statunitense, sebbene in ogni valutazione oggettiva la pace nella penisola coreana e una confederazione coreana ricca e economicamente potente, con la quale anche gli Stati Uniti commercerebbero, sono nell’interesse degli Stati Uniti, anche se ciò comporta una maggiore relazione politica tra le due Coree e le potenze eurasiatiche. Dopo tutto, anche se la Corea del Sud si allontanasse dagli Stati Uniti, è difficile che si faccia nemici gli Stati Uniti. Tuttavia la realtà della politica statunitense al momento è strettamente concentrata su obiettivi geopolitici spesso grandiosi, anche se troppo ambiziosi e che comportano gravi pericoli, piuttosto che perseguire ciò che qualsiasi valutazione oggettiva rende d’interesse reale per gli Stati Uniti. Il risultato è che le proposte russe richiedono agli Stati Uniti di ridurre ed eliminare la loro presenza militare nella Corea del Sud comportando col tempo che la Corea del Sud cambi i rapporti con gli Stati Uniti da alleato subordinato a pari economico, cosa a cui gli Stati Uniti si opporrebbero senz’altro.
Mi sono sempre chiesto se il fallimento della diplomazia multilaterale per por termine alla crisi coreana, sotto forma di crollo del 2006 dei cosiddetti colloqui dei sei partiti, poiché gli Stati Uniti rifiutarono senza motivo di por fine alle sanzioni finanziarie sulla Corea democratica in cambio della conclusione della Corea democratica dei programmi su armi nucleari e missili balistici, fu causato dai timori degli Stati Uniti che la fine della crisi nella penisola coreana avrebbe permesso i progetti russi per costruire linee ferroviarie e gasdotti attraverso la Corea democratica verso la Corea del Sud. In caso affermativo, gli Stati Uniti hanno deliberatamente scatenato la crisi nucleare nella penisola coreana mettendo in pericolo la pace mondiale, pensando che i propri obiettivi geopolitici venissero sfidati. Senza dubbio lo fecero perché sottovalutarono la capacità della Corea democratica di far progredire i propri programmi. Tuttavia i russi sembrano ora vedere un’apertura nell’ultima crisi, riproponendo le loro idee sulla penisola coreana, come affermava Putin al Valdai Forum. Il risultato è una frenesia della diplomazia russa, con ripetute visite a Mosca di Choe Son Hui, a capo del dipartimento nordamericano del Ministero degli Esteri della Corea democratica e uno dei massimi diplomatici della Corea democratica. Choe Son Hui era a Mosca a fine settembre, dove ebbe colloqui presso il Ministero degli Esteri russo, che sarebbero durati cinque ore. Quattro giorni fa TASS riferiva che fosse nuovamente a Mosca. I russi hanno anche tentato di utilizzare una recente riunione dell’Unione Interparlamentare (IPU) a Mosca, cui sia Corea democratica e Corea del Sud avevno inviato delegazioni, per farle discutere direttamente sui negoziati. Nell’evento si vide, non per la prima volta, come la Corea democratica sia un Paese difficile da aiutare, i nordcoreani, forse perché non avevano l’ordine di parlare coi sudcoreani, si rifiutarono di parlare direttamente ai sudcoreani. I russi, tuttavia, senza dubbio inviarono messaggi tra le due delegazioni, proponendosi così come possibile intermediario. Il fatto che l’interlocutrice nordcoreana dei russi sia Choe Son Hui, la cui responsabilità sono la relazioni della Corea democratica con gli Stati Uniti, è un segno che per il momento i russi coinvolgono gli Stati Uniti nei colloqui. Infatti è probabile che i colloqui di Mosca tra i russi e Choe Son Hui siano parte dei “rapporti occulti” tra Stati Uniti e Corea democratica, di cui il segretario di Stato Tillerson parlò ad inizio ottobre, stupidamente ridicolizzati dal presidente Trump. Tuttavia, il fatto che i russi avessero cercato di far incontrare a Mosca nordcoreani e sudcoreani, anche senza successo, dovrebbe servire da avvertimento prr gli Stati Uniti.
Tornando a ciò che Putin ha detto al Forum di Valdai, è notevole come abbia parlato di “progetti tripartiti che coinvolgono Russia, Corea democratica e Corea del Sud“. Al contrario, i commenti di Putin sul ruolo degli Stati Uniti nella creazione della crisi coreana mostrano poca fiducia, usando un eufemismo, verso la diplomazia degli Stati Uniti. “Eravamo d’accordo a un certo punto che la Corea fermasse i programmi per le armi nucleari. No, i nostri partner statunitensi pensavano che non bastasse e, poche settimane dopo, credo dopo l’accordo, imposero ulteriori sanzioni, dicendo che la Corea può fare di meglio. Forse può, ma non ha assunto tali obblighi. Inoltre, subito si ritirò da tutti gli accordi e riprese ciò che stava facendo prima”. Se gli Stati Uniti persistono nell’attuale posizione, dicendosi pronti a parlare con la Corea democratica, ma rifiutandosi di farlo; dicendo che non hanno piani per il cambio di regime nella Corea democratica, ma rifiutando di dare garanzie sulla sicurezza; dicendo che la Corea democratica deve disarmare ma escludendo il ritiro delle truppe statunitensi dalla penisola coreana; criticando Kim Jong-un per aver imposto difficoltà al popolo della Corea democratica, per poi cercare di aumentarle e chiedendo alla Cina di risolvere la crisi coreana senza che gli Stati Uniti diano nulla in cambio, prima o poi porteranno al momento in cui i russi diranno ai sudcoreani che il maggiore ostacolo a una soluzione pacifica della crisi nella penisola coreana non è la Corea democratica, ma gli Stati Uniti. A quel punto i russi senza dubbio evidenzieranno ai sudcoreani di aver più interesse alla soluzione pacifica della crisi che non gli Stati Uniti, dato che un fallimento della risoluzione della crisi mette a rischio la sopravvivenza non solo della Corea democratica, ma anche della Corea del Sud e di tutta la nazione coreana. A quel punto i russi, senza dubbio evidenzieranno ai sudcoreani che spetta a loro porre fine alla crisi coreana, avvicinandosi direttamente alla Corea democratica, e che non hanno bisogno degli Stati Uniti per raggiungere questo obiettivo.
Dopotutto non è affatto difficile notare i contorni di una possibile sistemazione coreana: patto di non aggressione tra le due Coree, ritiro delle truppe statunitensi dalla penisola coreana e accordo con la Corea democratica che rinuncia alle armi in cambio di garanzie formali sulla sicurezza dalle grandi potenze (in questo caso le due grandi potenze eurasiatiche, Russia e Cina). Non c’è ragione logica per cui su qualsiasi cosa si debba chiedere l’assenso degli Stati Uniti, e se le due Coree lo dovessero accettare, gli Stati Uniti non potrebbero impedirlo. I sudcoreani non sono pronti a questo passo, ma i russi, che hanno probabilmente già pensato a tutte queste cose, possono calcolare il momento aspettando quello giusto, in cui i sudcoreani saranno disposti ad ascoltare, affinché la realtà dell’intransigenza statunitense appaia chiara. Dopotutto, ciò è apparve chiaro nella crisi siriana, con Russia e Turchia che si accordavano dopo la caduta della fortezza jihadista ad Aleppo, senza coinvolgere gli Stati Uniti. Si è in qualche modo a questo punto nella crisi coreana. I nordcoreani richiederanno molta persuasione prima di essere pronti a parlare coi sudcoreani, il cui governo considerano un burattino degli Stati Uniti. I sudcoreani avranno bisogno di molta persuasione prima di essere disposti a rompere con gli Stati Uniti ed agire senza il loro previo assenso. Tuttavia, tenuto conto dei forti interessi che tutte le parti hanno su un accordo, se gli Stati Uniti non staranno attenti, potrebbero agire senza di essi. In quel caso si vedrebbero i diplomatici russi a Pyongyang e Seoul e i leader di Corea democratica e Corea del Sud, Kim Jong-un e Moon Jae-in, a Mosca, con gli Stati Uniti completamente esclusi dai colloqui mediati da Cina e Russia per la soluzione globale della crisi coreana, che avverrebbe senza di essi. Va da sé che la Cina sarà coinvolta in ogni fase. I russi indubbiamente informano i cinesi su ogni passo che prendono, proprio come l’Iran fu informato e coinvolto in ogni fase dai russi e turchi riunitisi per far finire la crisi siriana, divenendo co-presidente dei colloqui di Astana. Il coinvolgimento e l’accordo della Cina è difatti essenziale. In definitiva, per via della sfiducia tra le due Coree, Cina e Russia dovranno quasi certamente agire da co-firmatari e garanti di qualunque accordo le due Coree concludessero. Quasi certamente ciò richiederà a Cina e Russia di fornire garanzie formali non solo alla Corea democratica, ma probabilmente anche alla Corea del Sud.
Se si avesse questo risultato, oggettivamente non sarà contrario agli interessi statunitensi, perché la “nazione indispensabile” che “vede oltre” gli altri, ma sarebbe per essi una totale umiliazione. Questo è comunque il risultato più probabile a cui porta l’intransigenza statunitense sul tema coreano. Gli Stati Uniti hanno ancora tempo per evitarlo e ci sono alcuni a Washington, il segretario di Stato Rex Tillerson probabilmente, pronti a prendere le misure necessarie. Tuttavia, al momento, non vi è alcun segno nell’opinione prevalente, forse perché pochi a Washington sembrano riconoscerne il pericolo.

Choe Son Hui

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cina e Russia minacciano il potere occidentale

Le manovre militari aggressive deagli Stati Uniti continuano a creare il rischio di conflitti
Shane Quinn, The Duran 21 ottobre 2017Mentre entriamo nel XXI secolo, l’egemonia statunitense affronta nuove e crescenti minacce al suo status globale. Con Cina e Russia che guadagnano forza e audacia, il potere statunitense viene sfidato come mai prima. Gideon Rachman, opinionista del Financial Times, si chiede: “Per quanto tempo un Paese (Stati Uniti) che rappresenta meno del 5% della popolazione mondiale e del 22% dell’economia globale, rimarrà potenza militare e politica dominante sul mondo?” Gli USA sono di gran lunga la più grande potenza militare sulla Terra, e questo non finirà presto. Tuttavia, il dominio militare e la volontà statunitensi di avventurarsi su tale strada, possono durare fino a un certo punto. Ad esempio, Cina e Russia possiedono armi nucleari. Gli Stati Uniti non entrerebbero in guerra con esse per riconquistare il potere perduto. Ma a causa della bellicosità statunitense, c’è sempre la possibilità di un incidente planetario. Rachman delinea che, “fin dalla guerra fredda, la forza schiacciante delle forze armate statunitensi era al centro della politica globale. Ora… quel potere è sfidato, le potenze rivali ne testano la risolutezza e gli Stati Uniti considerano quando e se rispondere”. Oggi la Cina si afferma nei mari che recano il suo nome. Con molta irritazione e sgomento degli statunitensi, si potrebbe aggiungere. Come osa la Cina ignorare gli avvertimenti statunitensi eseguendo esercitazioni a migliaia di chilometri da Washington? Si può supporre che la reazione statunitense sia ancora più rabbiosa se la Cina svolgesse esercitazioni militari nei Caraibi. Fortunatamente, le intenzioni cinesi sono più realistiche. Due mesi prima, l’USS John S McCain navigò pericolosamente vicino a un’isola artificiale cinese nel Mar Cinese Meridionale. Disturbata dall’apparizione della nave da guerra statunitense, lunga 175 metri, una fregata cinese le inviò almeno 10 avvertimenti radio. Anche se raramente menzionati, tali incidenti recano la minaccia della guerra nucleare. Lamentando l’episodio, un ufficiale statunitense disse: “gli abbiamo detto che eravamo una nave statunitense che svolgeva operazioni di routine in acque internazionali“, descrivendo le interazioni come “sicure e professionali“. Tuttavia, il Ministero degli Esteri cinese dichiarò: “Le azioni degli Stati Uniti violano le leggi cinesi e internazionali, oltre a violare seriamente sovranità e sicurezza della Cina“. In disaccordo, il portavoce del Pentagono Chris Logan rispose: “Gli Stati Uniti sorvolano, navigano e operano ovunque vigano i diritti internazionali“. Traduzione, “diritto internazionale” significa “diritto statunitense”. Meno di due settimane dopo l’episodio del 21 agosto, l’USS McCain fu speronato da una petroliera liberiana al largo di Singapore. Dieci marinai morirono. Fu solo uno dei vari incidenti che coinvolgono navi da guerra statunitensi in Asia, quest’anno. Né tali episodi si limitano alle navi da guerra statunitensi. Gli aerei statunitensi sono visti regolarmente sorvolare il Mar Cinese Meridionale, conducendo esercitazioni in “libertà di navigazione”. In realtà, tali pericolose provocazioni sono un avvertimento alla Cina sulla forza militare statunitense. La Cina sembra immune a tali avvertimenti. La sua influenza si diffonde, come la BBC segnalava a luglio con “la Cina rivendica sovranità su quasi tutto il Mar Cinese Meridionale, contestata dagli Stati Uniti“. Il Mar Cinese Meridionale parte dall’Oceano Pacifico bagnando Vietnam, Filippine, Malesia, Borneo e Singapore, ed è una delle rotte commerciali più importanti del mondo. A luglio, 2 B-1B Lancer statunitensi volarono assieme ad aerei giapponesi sul Mar Cinese Orientale e sul Mar Cinese Meridionale. Una dichiarazione del Comando del Pacifico delle Forze armate degli Stati Uniti affermava che l’operazione doveva “dimostrare la solidarietà tra Giappone e Stati Uniti nella difesa da azioni provocanti e destabilizzanti nel teatro del Pacifico“. Teatro del Pacifico? Sarebbe perdonabile se fossimo ancora nel 1944. Pochi sembrano chiedersi perché gli statunitensi mantengano una presenza nell’altro lato del mondo più di 70 anni dopo. Infatti, gli Stati Uniti hanno trattato l’Oceano Pacifico come “lago americano” da allora. I tempi sono chiaramente mutati. A maggio, la Cina pianificò dettagliatamente la costruzione della versione moderna da 900 miliardi di dollari della vecchia Via della Seta, antica rete di rotte commerciali. Per circa 1600 anni, la vecchia Via della Seta collegò la Cina ad est con penisola coreana e Giappone, e ad ovest con Europa ed Africa. La vecchia Via della Seta sparì a metà del XV secolo, soprattutto a causa della diffusione di malattie lungo essa, come l’antrace e la peste bubbonica. La Cina perse metà della popolazione nel 14° secolo, con l’Europa che ne perse un terzo. Il cancelliere inglese Philip Hammond dichiarò che la nuova Via della Seta coprirebbe “65 Paesi in quattro continenti, potendo aumentare il tenore di vita del 70% della popolazione mondiale“, definendo il progetto “veramente tosto“.
Altrove, l’influenza statunitense viene contestata da una Russia in ripresa. Nel 2014, la regione idilliaca della Crimea fu reintegrata nel territorio russo. La Crimea era parte della terra russa e sovietica da più di due secoli (1783-1991), cosa mai menzionata. Il reintegro della Crimea fu un’altra dimostrazione di forza; la Russia è definitivamente contraria a sopportare ancora la distruttiva influenza occidentale. Questo dopo la guerra dell’Ossezia del Sud del 2008 che, come scrisse il Prof. Richard Sakwa dell’Università del Kent, “fu in effetti la prima delle guerre per fermare l’espansione della NATO“. Sei anni dopo, il ritorno della Crimea in Russia era la risposta al vigoroso colpo di Stato occidentale in Ucraina. Nel 2015, Barack Obama ammise pubblicamente il coinvolgimento statunitense in un’ignorata intervista della CNN. Il putsch ucraino sprofondò il Paese, dalla lunga storia di sfruttamento occidentale, in un altro abisso. Il regime di Kiev è in realtà un governo di estrema destra guidato dal miliardario Petro Poroshenko. A giugno fu riferito che avesse l’approvazione dell’1% del pubblico, secondo Kiev Post. L’amministrazione Poroshenko è la più corrotta in Europa, con collegamenti diretti con gruppi neonazisti che combattono nelle regioni orientali dell’Ucraina, come Donetsk e Donbas. Virtualmente alcuno di tali fatti indesiderati viene segnalato al pubblico occidentale. Invece, la Russia continua ad essere vergognosamente insultata per aver cercato di proteggere le frontiere da ulteriori aggressioni. In risposta alla reintegrazione della Crimea, le manovre della NATO alle frontiere della Russia sono aumentate per dimensioni e minacce. La NATO riceve il 75% dei finanziamenti dagli Stati Uniti e le sue politiche sono da tempo una minaccia alla sicurezza globale. Infatti, la NATO, formata nel 1949, avrebbe dovuto essere smantellata decenni fa. Il generale Dwight D. Eisenhower, il primo comandante supremo della NATO, scrisse nel 1950 che “se entro 10 anni le truppe statunitensi stanziate in Europa per la difesa nazionale non ritorneranno negli Stati Uniti, allora questo piano (la NATO) avrà fallito“. Inoltre, l’intervento della Russia in Siria che sconfigge i terroristi filo-occidentali sottolinea anche la fine del controllo statunitense sul Medio Oriente. Tale risultato sarebbe stato impensabile un decennio fa. I disastrosi interventi statunitensi in Medio Oriente hanno comportato anche un significativo declino della loro influenza.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La vittoria di Pirro degli Stati Uniti a Raqqa

La campagna per liberare Raqqa termina con la distruzione totale della città
Alexander Mercouris, The Duran 23 ottobre 2017Il mio collega Adam Garrie ha descritto vividamente il video che mostra la distruzione della città siriana di Raqqa, una volta capitale dell’autoproclamato ‘Califfato’ dello SIIL e ora in rovina totale. Come dice giustamente Garrie, Raqqa non è stata liberata ma distrutta. Ciò suscita pensieri amari. Innanzitutto, solo lo scorso anno i governi e i media occidentali denunciavano furiosamente i russi per il presunto bombardamento indiscriminato della città siriana di Aleppo, in parte allora occupata dai jihadisti di al-Qaida. Come ricordo chiaramente, russi e siriani furono accusati regolarmente di commettere crimini di guerra ad Aleppo, sottolineando in particolare una presunta deliberata uccisione di civili e bombardamenti di ospedali. La questione di Aleppo arrivava regolarmente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, portando a scambi e accuse di negligenza ai russi, in una situazione così tesa che il Presidente Putin si sentì obbligato a cancellare una visita in Francia quando seppe che il presidente francese Hollande si rifiutava di parlargli. Nel frattempo giornalisti occidentali come Vanessa Beeley e Eva Bartlett, che effettivamente si recarono ad Aleppo riferendo che la situazione era completamente diversa da come veniva descritta, furono aggrediti (che continuano) dai media occidentali, mentre le luride e fantasiose affermazioni sulle atrocità russe e siriane riversate dall’enclave jihadista ricevevano credito immediato. La realtà è che Aleppo dopo la fine dei combattimenti a dicembre, è emersa intatta ed è ancora una città popolosa e laboriosa, con la grande maggioranza degli edifici ancora in piedi e la sua popolazione ancora presente (in realtà rimase nei quattro anni di assedio jihadista) e molte persone che tornano a casa. Anche se il compito della ricostruzione è enorme, c’è almeno una città da ricostruire, come anche la BBC riporta. Il contrasto con Raqqa non potrebbe essere più netto. Non solo Raqqa è completamente distrutta (l’ONU dice che l’80% dei suoi edifici sono stati distrutti, mentre altri testimoni dicono che non c’è edificio in piedi) ma tutto è accaduto nel totale silenzio, senza parole di condanna dai governi o media occidentali mentre accadeva, o dopo. Ad esempio, David Gardner sul Financial Times ha solo questo da dire, “…dopo un assedio di cinque mesi guidato dai combattenti siriani con la copertura degli attacchi aerei statunitensi, le bandiere nere sono scomparse, il regno del terrore dello SIIL è finito, ma gran parte di Raqqa è in macerie”. Apparentemente una dichiarazione sufficiente per descrivere l’obliterazione totale di una città intera. Quanto al Guardian, in Gran Bretagna il più implacabile critico dell’operazione della Russia ad Aleppo l’anno scorso, una redazione che saluta la sconfitta dello SIIL a Raqqa non ha nulla da dire sulla distruzione della città. Forse per sconfiggere un’organizzazione come lo SIIL non c’era alternativa a Raqqa se non distruggerla. Questa è l’argomentazione dei commenti della CTV News “…la spettacolare devastazione della città spopolata ha posto domande sul prezzo della vittoria su un avversario fanatico e ha messo a nudo le difficoltà di ricostruire aree in cui i jihadisti hanno attuato una difesa feroce, lasciando solo terra bruciata e società traumatizzata. Da Falluja, Ramadi e Mosul in Iraq a Kobani, Manbij e Raqqa in Siria, lunghe campagne militari che alla fine hanno schiacciato i militanti hanno lasciato una scia di distruzione così vasta che sembrano essere state intraprese con poco rispetto per il domani…. Tuttavia, se vi fosse stato altro modo per strappare il controllo della città agli estremisti, è discutibile”. Forse è così, ma perché tale argomento, o scusa, non valeva l’anno scorso ad Aleppo dove la devastazione era assai inferiore che non a “Fallujah, Ramadi e Mosul in Iraq (e) Kobani, Manbij e Raqqa in Siria”. In realtà è difficile non essere d’accordo con la valutazione del Maggior-Generale Igor Konashenkov, portavoce del Ministero della Difesa russo, che parlava della “liberazione” di Raqqa in questo modo, “L’immaginazione di Washington è controllare la Siria solo da Raqqa, una città provinciale, dove circa 200000 persone vivevano prima della guerra e, all’inizio dei cinque mesi di operazioni della coalizione per liberarla, non ce n’erano più di 45000. Confrontate Dayr al-Zur e la sua vasta periferia sull’Eufrate, che prima della guerra aveva una popolazione di oltre 500000 abitanti, che richiese alle forze siriane, col sostegno della Forza aerospaziale russa, dieci giorni per liberarla con tutto il territorio”. La rapida avanzata dell’Esercito arabo siriano nel territorio già detenuto dallo SIIL e la riuscita e rapida liberazione con distruzioni minime nelle città già occupate dallo SIIL come Palmyra, Dayr al-Zur e la “capitale alternativa” Mayadin, sono di un contrasto notevole. È importante ripetere un punto che in tutte le discussioni sulla sconfitta dello SIIL a Raqqa viene completamente dimenticato. Gli Stati Uniti non avevano alcuna autorità legale nel bombardare Raqqa. Raqqa è una città della Siria, e la sua popolazione è siriana. Gli Stati Uniti l’hanno comunque bombardata distruggendola per “liberarla” dallo SIIL, anche se senza l’accordo del governo siriano o del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Secondo ogni valutazione oggettiva, il bombardamento statunitense di Raqqa ha violato il diritto internazionale, fatto ignorato dagli arzigogoli scelti dagli statunitensi per giustificare l’intervento degli Stati Uniti in Siria (ne discussi in dettaglio proprio all’inizio dell’intervento statunitense in Siria dimostrando perché si sbagliavano in un articolo per Sputnik).
Durante il furore dell’anno scorso, durante il bombardamento di Aleppo, si blaterava di funzionari russi da perseguire per crimini di guerra. In realtà i governi occidentali non fornirono alcuna prova che i russi commettessero un crimine di guerra in Aleppo, fatto che una relazione parlamentare della Gran Bretagna ha ammesso. Al contrario, c’è almeno un primo caso che il bombardamento di Raqqa, illegale, sproporzionato e ovviamente indiscriminato come è stato chiaramente, sia un crimine di guerra, anche se è inutile dire che non esiste alcuna possibilità che un funzionario statunitense sia perseguito. La domanda in sospeso su Raqqa, la più difficile a cui rispondere, è il motivo per cui la città doveva essere distrutta. Vi sono disaccordi sul numero dei combattenti dello SIIL a Raqqa, ma il massimo era 6000 prima che la battaglia cominciasse (altre stime sono molto più riduttive, il minimo era 2000), notevolmente inferiore al numero di jihadisti impegnati nella “Grande battaglia di Aleppo” dello scorso anno, al cui culmine sarebbero stati 30000. Dato il relativamente piccolo numero di combattenti dello SIIL a Raqqa, perché l’assedio ha richiesto così tanto tempo (quattro mesi) lasciando la città completamente distrutta? Forse i combattenti curdi che gli Stati Uniti hanno usato contro lo SIIL a Raqqa, non adempivano semplicemente al loro lavoro. Forse non erano abbastanza o non sarebbero stati adeguatamente addestrati. Le YPG, nucleo delle forze democratiche siriane che ‘hanno liberato’ Raqqa, sono una milizia locale, piuttosto che un esercito addestrato e, come i pishmirga in Iraq, non sarebbe la forza formidabile che a volte si spaccia. Ci sono anche relazioni su parte della popolazione araba di Raqqa poco felice che i “liberatori” siano curdi e che ciò l’avrebbe resa meno disponibile all’intelligence sulle posizioni dello SIIL di quanto atteso. Per contro, una delle ragioni per cui l’Esercito arabo siriano ha sconfitto lo SIIL in Siria orientale è l’ampia intelligence che riceve dai locali. Forse gli Stati Uniti erano obbligati a compensare col potere aereo il fallimento dei curdi sul campo e la loro incapacità ad ottenere una buona intelligence sulle posizioni dello SIIL. Tuttavia, a giudicare dalla storia delle guerre statunitensi, è difficile evitare la conclusione che il motivo per cui Raqqa sia stata completata distrutta è perché gli Stati Uniti non se ne preoccupavano. È il solito metodo di combattere una guerra degli Stati Uniti sin dalla Seconda guerra mondiale: bombardamenti senza restrizioni per raggiungere obiettivi politici per lo più malvagi, e senza badare a costi o conseguenze per i popoli. Il risultato è che le guerre sembrano continuare per sempre tra terribili distruzioni e che alla fine falliscono sempre. Hamid Karzai, ex-presidente dell’Afghanistan, al Valdai Forum in Russia ha descritto tale modo di condurre la guerra e i suoi terribili effetti, “Ma presto, cominciammo ad avere problemi. L’estremismo ritornò, come le violenze e il terrorismo. Gli Stati Uniti non badavano a dove provenissero, iniziando a bombardare i villaggi afghani, uccidendo il popolo afghano o imprigionandolo. E più lo facevano e più estremismo avevamo”.
Raqqa è stata distrutta perché i militari statunitensi non sanno fare altro. Il risultato di Raqqa è sotto gli occhi di tutti. Gli Stati Uniti hanno fatto un deserto e lo chiamano pace.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il referendum italiano anticipa il 2018

Il Veneto e la Lombardia votano per migliorare la posizione decisionale della Lega Nord per dopo l’elezione di maggio
Tom Luongo, 22 ottobre 2017 Oggi gli italiani nelle regioni di Lombardia e Veneto votano su referendum non vincolanti per potenziare i governi locali ed avere più autonomia in futuro. Secondo un buon articolo su Zerohedge: “Al centro del voto di oggi vi è se le tasse raccolte nelle due ricche regioni vanno utilizzate ancor più per le due regioni o diluite tra le regioni più povere d’Italia, specialmente nel sud. La Lombardia invia a Roma 54 miliardi di dollari in più di quanto non usi per la spesa pubblica. Il contributo netto del Veneto è di 15,5 miliardi. Le due regioni vorrebbero approssimativamente dimezzare questi contributi, una concessione che lo Stato, in soldoni, gravato da una montagna di debiti, non può permettersi. Le due regioni sono amministrate dalla Lega Nord, una volta apertamente secessionista, sperando che il risultato gli dia il mandato per negoziare migliori accordi finanziari con Roma. La Lega Nord fu fondata negli anni ’90 per la campagna per lo Stato indipendente della “Padania”, che si estende nel nord d’Italia, dalla Lombardia a Venezia. Non fa più campagne secessioniste, ma sostiene che le tasse inviate a Roma siano sprecate da una burocrazia nazionale inefficiente”. Ciò che si nasconde sullo sfondo è che il sistema bancario italiano effettivamente fa brindisi. Le regioni più ricche ragionevolmente capiscono che quando la situazione è burrascosa, devono aggrapparsi ai salvataggi.

Referendum sulla BCE
L’implosione di due piccole banche del Veneto, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, a giugno, sottolinea questo punto (per una buona descrizione della storia vedasi questo articolo). La Banca Centrale Europea avrebbe potuto “salvare” i depositanti e gli obbligazionisti ma scelse di non sapere che ciò sarebbe stato un suicidio politico. La banca centrale italiana e la BCE erano intimamente coinvolte nella gestione di queste due banche, che alla fine furono vendute per un simbolico euro. E in quel momento si ammiccò che non se ne socializzavano i costi. L’aspetto importante qui è che altre cose del genere accadranno finché l’Italia rimane nell’euro. Col valore dell’euro quest’anno a 1,21 dollari, grava ancor di più sulle banche italiane il serio bisogno di ricapitalizzarsi. I referendum sono semplicemente i preparativi ai negoziati con Roma per le elezioni generali di maggio 2018. Tra Lega Nord e Movimento Cinque Stelle c’è la possibilità di un governo di coalizione apertamente ostile ai piani di austerità dell’UE e se necessario, far uscire l’Italia dalla zona euro. Infatti, se l’Italia vuole sopravvivere, dovrà farlo svalutando il debito, salvare le banche e avviare il processo di riequilibrio. Che l’Italia abbia o meno il permesso di lasciare l’euro, la BCE farà leva sulla montagna del debito e il salvataggio derivante.
Ed è perciò che il Presidente della BCE Mario Draghi non può smettere di acquistare debito sovrano emesso dai Paesi in bancarotta. I due errori bancari dicono che la BCE pagherà il conto. Farà solo finta di non farlo. Così, invece di salvare titolari di obbligazioni e depositanti, spazzando via altre persone, la BCE imputa i costi al governo italiano che quindi rilascerà nuovo debito che la BCE comprerà.

Perché il voto ora?
Perché con altri prossimi fallimenti bancari le regioni più ricche d’Italia possono avere un controllo maggiore sui soldi inviati a Roma e quindi affrontare direttamente i propri emergenti problemi finanziari, proteggendosi dai peggiori problemi del sud. Questo è il nocciolo della questione. E la sfida al capo della Banca d’Italia, Ignazio Visco, alleato di Draghi, è un’altra possibile trappola per l’UE nel mantenere il controllo sulla situazione politica italiana. I piddini cercano di guadagnare punti politici attaccando la gestione della Banca d’Italia sui salvataggi. Sono bloccati nella lotta col Movimento Cinque Stelle, nei sondaggi. Inoltre, ci sarebbero altri referendum in preparazione, a seconda dei risultati di oggi. Il posizionamento per le elezioni di maggio è importante poiché sarà la prima vera opportunità per il Movimento Cinque Stelle di acquisire il controllo del parlamento italiano e ficcare una grossa spina negli occhi dell’UE. Perché in agguato c’è la Germania, che vuole mantenere un euro sottovalutato rispetto alla capacità produttiva tedesca e sopravvalutato sul resto d’Europa. E il grande risucchio che si ascolta è la ricchezza dell’Europa ingollata dall’UE controllata dalla Germania. I capi dei Cinque Stelle in Italia e del Front Nationale in Francia lo capiscono assei meglio dei partiti euroscettici di Spagna e Grecia. Ed è per questo che cercano di giocare ai negoziati con la Germania per alleviare il debito piuttosto che minacciare di lasciare l’euro. Gli italiani in generale hanno un atteggiamento molto meno rispettoso verso 1) il proprio governo e 2) qualsiasi governatore/occupante straniero. E per questo motivo l’Italia è la vera prova della leadership dell’UE e del perché le misure per mantenerla placata (salvataggi) e sottomessa (nomina dei dirigente) sono state così pesanti. Rimuovere Berlusconi nel 2011 fu una cosa. Non sarà la stessa se i Cinque Stelle vinceranno a maggio. E anche se on accadesse, la Lega Nord sarà nella posizione privilegiata per decidere e ottenere ciò che vuole. A questo punto l’UE avrà un serio problema tra le mani.

Traduzione di Alessandro Lattanzio