Niente guerra al Libano ma mosse preliminari verso l’intesa saudita-israeliana

Elijah J. Magnier, 21 novembre 2017Non si tratta di guerra contro Hezbollah, Iran o Libano, ma di preparare la relazione aperta tra Arabia Saudita e Israele“. Questo è ciò che ha detto un politico collegato alla lotta israelo-arabo-iraniana. Nello Yemen, Hezbollah non è mai stato molto presente: poche decine di consiglieri erano nel Paese per addestrare e trasmettere la lunga esperienza raccolta in anni di guerra contro Israele e in Siria. Gli istruttori delle forze speciali di Hezbollah erano presenti nello Yemen per insegnare ai zayditi Huthi come difendersi dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti e dalla continua aggressione saudita. È dovere dei musulmani difendere gli oppressi (Mustadafin) come l’Imam Khomeini sostenne i libanesi durante l’invasione israeliana del 1982. Il dovere religioso dell’Iran ha dettato l’obbligo di sostenere l’Iraq contro le forze di occupazione nel 2003 e anche la resistenza afgana. “Oggi gli yemeniti vengono sterminati e il mondo guarda impotente e insensibile, permettendo all’Arabia Saudita di distruggere il Paese e uccidere“. Tuttavia, oggi c’è minor bisogno dell’esperienza di Hezbollah nello Yemen. La resistenza ha acquisito abbastanza esperienza e addestramento, combattendo in un ambiente diverso da Libano, Siria e Iraq. Non c’è bisogno che Hezbollah rimanga nello Yemen o in Iraq dove il gruppo “Stato islamico” (ISIS) è stato sconfitto ed espulso da ogni città irachena. Oggi gli iracheni hanno abbastanza uomini, mezzi avanzati e grande esperienza per resistere a qualsiasi pericolo. Quindi non c’è più bisogno di Iran, Hezbollah o che le forze statunitensi rimangano in Mesopotamia. In Siria, la fonte ritiene che “Hezbollah è nel Levante su richiesta del Presidente Bashar al-Assad per combattere taqfiri e terrorismo. Con la città di al-Buqamal sotto il controllo dell’Esercito arabo siriano, lo SIIL ha perso l’ultima città in Siria anche se esiste ancora ad est dell’Eufrate, nella Badiyah (steppa) e in alcune sacche ai confini meridionali siriani. Ci sono ancora migliaia di terroristi di al-Qaida ad Idlib, presso Hajar al-Asuad e nel sud della Siria. Pertanto, è solo su richiesta diretta del presidente siriano che Hezbollah può rimanere o lasciare il Paese. Indipendentemente da quanto rumorosi siano statunitensi, israeliani e sauditi, la presenza di Hezbollah in Siria è legata al governo siriano e a nessun altro“.
Per il Libano, il primo ministro Sad Hariri è stato liberato dal carcere d’oro in Arabia Saudita e dovrebbe tornare in Libano nelle prossime ore. Secondo la fonte “non c’è alcuna guerra araba contro l’Iran nella regione o israeliana contro il Libano. Ciò non significa che Hezbollah possa ritornare a casa e cessare qualsiasi preparativo per una possibile guerra futura. Il ritorno di Hariri è ovviamente legato all’agenda saudita che chiederà ad Hezbollah di ritirarsi da Siria, Yemen ed Iraq e a cedere le armi. Va notato che Hezbollah ha sostenuto la liberazione di Hariri in quanto detenuto illegalmente dall’Arabia Saudita e perché primo ministro del Libano. L’Arabia Saudita non può essere autorizzata a trattare il Libano come se fosse una sua provincia. E per Hariri è illusorio credere che stia tornando in Libano da eroe per dettare la politica saudita, che possa attuarne i desideri e ottenere ciò che Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita non hanno ottenuto. Se davvero insiste sull’agenda saudita, può tornarsene in Arabia Saudita questa volta da ex-primo ministro. La visione saudita del Medio Oriente semplicemente non accetta la multietnicità e la convivialità in Libano tra tutte le religioni e i vari gruppi politici e loro rappresentanti“. Non è quindi questione dell’Iran o delle riserve di armi di Hezbollah o del loro intervento militare regionale. La guerra in Siria è stata vinta dall’Asse della Resistenza e l’altra parte (Stati Uniti, UE, Qatar, Giordania, Turchia e Arabia Saudita) non è riuscita a cambiare il regime, a distruggere la cultura multietnica in Siria, e a legare le mani agli estremisti. È semplicemente la questione dell’Arabia Saudita che prepara la relazione ampia e aperta con Israele. L’Arabia Saudita agisce come se avesse bisogno di tale scenario per coprire le sue future relazioni con Israele. Vediamo ogni giorno accademici, scrittori e persino funzionari sauditi usare la scusa di “combattere l’Iran, nemico comune” per giustificare la prossima relazione con Israele. In effetti, l’opinione pubblica israeliana è pronta ad accogliere l’Arabia Saudita e viceversa.
Questo nuovo progetto saudita è chiaro e non ingannerà gli arabi. I Paesi arabi hanno promesso di stabilire un rapporto ufficiale con Israele in cambio delle teste di Hezbollah e dell’Iran. In cambio, Stati Uniti ed Israele hanno promesso d’impegnarsi sul conflitto arabo-israeliano. Questa non è una soluzione del conflitto arabo-israeliano e Trump non può certo adempiere alle promesse. Israele non lascerà agli arabi ciò che ottiene gratuitamente (la relazione coi Paesi del Golfo). Chi corre a stabilire legami con Tel Aviv lo fa di sua spontanea volontà, per usare Israele come ponte per gli Stati Uniti. D’altra parte, anche la nuova alleanza USA-Arabia Saudita non potrà consegnare le teste di Iran e Hezbollah senza sprofondare la regione in una guerra globale. Questi Paesi sono pronti a una guerra del genere in cui i costi supereranno i benefici?Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Medio Oriente: il declino della potenza statunitense

Viktor Mikhin, New Eastern Outlook 20.11.2017Il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che la cooperazione tra Mosca e Teheran e il rifiuto dei pagamenti reciproci in dollari statunitensi potrebbero isolare gli Stati Uniti e “respingere le loro sanzioni“. Il Leader Supremo ha aggiunto: “È possibile cooperare con la Russia nel trattare questioni di ampiezza che richiedono impegno, determinazione e cooperazione logistica“. In questo contesto, non va dimenticato che la Cina, grande acquirente di petrolio, è il giocatore chiave nella soppressione dei petrodollari. Pechino ha già presentato un nuovo mercato del petrolio in yuan (in questo momento, due contratti per il greggio, WTI e Brent, sono scambiati in dollari USA) e pubblicherà il primo contratto sudafricano entro la fine di quest’anno. È interessante notare che è stato annunciato che qualsiasi esportatore di petrolio che accetterà il pagamento in yuan potrà convertirli in oro alla Shanghai Gold Exchange (SHGE) e coprire il valore in valuta dell’oro presso la Shanghai Futures Exchange (SHFE). Questo è il motivo per cui la Cina ha bisogno di oro fisico recentemente acquistato su larga scala. Indubbiamente, tutti gli esportatori di petrolio, e specialmente chi ha scarsi rapporti politici con gli Stati Uniti, trarranno profitto da questa segregazione del mercato dei futures cinese. Poiché ogni diminuzione dell’influenza del dollaro diminuisce seriamente la capacità di Washington di condurre la guerra economica a certi Stati, l’introduzione dei futures del petrolio scambiati in yuan consentirà agli esportatori di petrolio, ad esempio Russia, Iran e Venezuela, di evitare sanzioni sul commercio petrolifero. Quindi, un piano è stato commissionato per rovinare gli Stati Uniti d’America sotto i nostri occhi. Secondo quanto riferito, il dollaro, valuta mondiale (e non l’industria o l’agricoltura), costituisce il fondamento del potere statunitense. È questa valuta mondiale consente agli Stati Uniti di derubare il mondo intero, costringendo i popoli a pagare i desideri ambiziosi di Washington. Qualche tempo fa il dollaro veniva assicurato nell’equivalente in oro, poi abolito, ed ora è in effetti senza garanzie. Gli Stati Uniti imposero un accordo all’Arabia Saudita che prevedeva il loro aiuto militare e la “protezione” dei suoi giacimenti petroliferi, sebbene non fosse chiaro da cosa. In cambio, i sauditi s’impegnarono ad eseguire tutte le vendite di petrolio in dollari ed investire i loro profitti in titoli del debito statunitensi. Nel 1975, tutti i membri dell’OPEC furono costretti, su pressione di Washington, a seguirne l’esempio. Di conseguenza, il mondo sprofondò nel pantano dei petrodollari.
Non è che i capi dei Paesi petroliferi non capissero che si trattava di una rapina da parte degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo non potevano intraprendere nulla da soli perché Washington schiacciò tali sforzi, arrivando addirittura ad occupare gli Stati insubordinati, come l’Iraq ad esempio: gli Stati Uniti imposero sanzioni spietate, facendo sì che la gente comune ne soffrisse. Le sanzioni esistevano dal 1991 e sembrò che rimanessero per sempre. Tuttavia, all’inizio del XXI secolo, Sadam Husayn decise di vendere il petrolio in euro col programma “Oil for Food“. Ci fu l’immediata rappresaglia: con la pretesa di democratizzare l’Iraq, i militari statunitensi occuparono il Paese e vi scatenarono la guerra civile ancora in corso. Sadam Husayn fu impiccato. Un altro esempio: Muammar Gheddafi, leader della Jamahiriya araba libica, favorito da Europa e Stati Uniti, decise d’introdurre il dinaro d’oro e svolgere tutti gli scambi solo in quella valuta. La punizione fu istantanea: cosiddetti disordini popolari furono organizzati dall’estero e le risoluzioni ONU imposte da Washington legarono, mani e piedi, il leader libico brutalmente assassinato poco dopo. Tuttavia, l’idea di sbarazzarsi della morsa del dollaro USA non è scomparsa, e proprio ora, potenti Stati liberi dall’influenza statunitense, come Russia, Cina e Iran, hanno deciso di farlo. Il futuro di un altro Paese, l’Arabia Saudita, leader nella produzione di petrolio greggio, è in pericolo. Cioè, il destino degli Stati Uniti, che hanno preso tutte le misure possibili per mantenere Riyadh nella propria orbita, dipende, senza esagerazione, dalla posizione del regno. Perciò l’attuale situazione saudita non è difficile da capire. In primo luogo, la tradizione avviata da Abdulaziz ibn Abdurahman ibn Faysal al-Saud, fondatore del regno, di passare il potere da un figlio all’altro non c’è più. In secondo luogo, c’è la lotta senza precedenti per il potere da quando Salman bin Abdulaziz al-Saud, l’attuale re, tolse l’erede legittimo e dichiarò il desiderio di passare il potere al figlio Muhamad bin Salman al-Saud. In terzo luogo, il nuovo erede, privo d’esperienza, ha già commesso diversi gravi errori. Ha speso molti fondi per sostenere i gruppi terroristici in Siria, scatenato una lotta insensata contro il vicino Yemen, e ha un ambiguo conflitto personale col Qatar. Inoltre, la lotta per il mercato petrolifero mondiale ha portato al forte calo dei prezzi dell’oro nero, comportando un deficit di bilancio. A peggiorare le cose, una crisi ancora irrisolta è sorta in Libano quando il suo primo ministro è partito per l’Arabia Saudita da cui ha inviato la lettera di dimissioni. Ha spiegato la decisione con l’interferenza dell’Iran negli affari interni del suo Paese, la pressione di Hezbollah e l’informazione su un tentativo di assassinerlo in preparazione, di cui è stato presumibilmente informato dall’intelligence saudita.
Attualmente, un nuovo e piuttosto decisivo round della lotta per il potere istigato da Washington si svolge nel Regno. Ovviamente, l’attuale re, prima di passare il potere al figlio, cerca di chiarire il quadro politico e di eliminare qualsiasi rivale, anche se membri della famiglia saudita al potere. Un nuovo comitato anti-corruzione guidato dal principe ereditario è stato creato con decreto reale. Il comitato ha il diritto di condurre proprie indagini ed arresti, imporre divieti di viaggio, congelare i beni bancari e attuare altre misure nel quadro della lotta alla corruzione. Dal 10 novembre, duecentootto persone sono detenute in Arabia Saudita per la campagna anti-corruzione senza precedenti. Sette furono precedentemente rilasciati senza accuse. Gli altri, come il procuratore generale del regno Saud al-Mujab ha detto ad al-Jazeera, sono ancora agli arresti. Subito dopo, il segretario di Stato USA Rex Tillerson ebbe una conversazione telefonica con l’omologo saudita Adil al-Jubayr, durante cui discussero della situazione in Arabia Saudita o, più precisamente, il ministro degli Esteri saudita ricevette ulteriori istruzioni dagli statunitensi. Nel frattempo, Washington mette abilmente e deliberatamente il futuro re contro altri membri della famiglia Saud, in modo che Muhamad bin Salman resti solo e faccia affidamento totale al sostegno degli Stati Uniti. Per inciso, anche il principe saudita Walid bin Talal bin Abdulaziz al-Saud, uno degli uomini più ricchi del Medio Oriente (e che era a capo del ministro delle Finanze saudita) è tra i detenuti. Il principe è il nipote del fondatore dell’Arabia Saudita e di sei re sauditi, incluso l’attuale. Non ha mai cercato il potere politico e ha preferito investimenti e giochi d’azzardo in borsa. Il principe ha tre titoli accademici, di cui uno in filosofia. Per la prima volta nella storia del regno sua figlia, una principessa, fu arrestata. C’è un altro problema altrettanto complicato relativo al petrolio, cioè con quale valuta il petrolio va venduto alla Cina, ancora una delle più grandi piattaforme di trading per i sauditi. Nel frattempo, l’Arabia Saudita continua a chiedere con insistenza solo dollari in cambio del petrolio agli importatori cinesi. Pechino è piuttosto infastidita da tale testardaggine, perché ha una vasta gamma di fornitori di petrolio da cui scegliere. Le autorità cinesi hanno cercato di fare capire a Riyadh che il fanatismo per il dollaro può costare parecchio. Tuttavia, il passaggio dal dollaro allo yuan sarebbe un duro colpo per gli Stati Uniti, l’alleato chiave del Regno, ma Riyadh si arrenderà prima o poi. Cosa succederà allora agli Stati Uniti?
A causa di ciò, il rifiuto di alcuni importanti produttori di petrolio dei pagamenti in dollari darebbe un colpo irreparabile agli Stati Uniti e contribuirà notevolmente al declino dell’impero statunitense e delle sue ambizioni egemoniche.Victor Mikhin, corrispondente di RANS, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

I sauditi chiedono all’Egitto il permesso di sorvolo per colpire il Libano

Wayne Madsen, 12 novembre 2017 – Intrepid ReportSecondo fonti di WMR in Libano e Francia, l’Arabia Saudita avrebbe ulteriormente infiammato le tensioni in Medio Oriente, richiedendo all’alleato Egitto il permesso agli aerei sauditi di sorvolarne il territorio per bombardare il Libano. Di fatto il nuovo regime saudita guidato dal principe ereditario Muhamad bin Salman (MBS) considera l’Arabia Saudita in stato di guerra con il Libano. L’ex-primo ministro libanese Sad Hariri è stato chiamato a Riyadh dal Libano e costretto a leggere una dichiarazione di dimissioni alla televisione saudita. WMR e altri organi d’informazione hanno riferito che Hariri era trattenuto contro la sua volontà a Riyadh, notizia che provocò subito la visita non programmata nella capitale saudita del presidente francese Emmanuel Macron. Macron avrebbe chiesto a MBS di permettere ad Hariri di recarsi in Francia, dove l’ex-primo ministro ha una residenza. Il presidente libanese Michel Aoun, cristiano maronita, ha dichiarato che non riconoscerà le dimissioni di Hariri finché non avrà la possibilità di incontrarlo faccia a faccia a Bayrut. In una frase dal tono ambiguo, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha detto: “Per quanto ne sappiamo, sì. Pensiamo che Hariri sia libero di muoversi ed è importante che faccia le sue scelte“. Il Gruppo di supporto internazionale del Libano, che comprende Stati Uniti, Russia, Unione europea, Cina e Lega araba, ha sostenuto l’appello di Aoun per l’immediato ritorno di Hariri in Libano. Hariri, sunnita, è un cittadino libanese-saudita. Il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson, in viaggio con Donald Trump in Asia, ripeteva le smentite del capo della propaganda e bugiardo cronico dell’Arabia Saudita Adil al-Jubayr, secondo cui Hariri non è ostaggio in Arabia Saudita. Arabia Saudita ed alleati del Golfo Emirati Arabi Uniti, Bahrayn e Quwayt hanno avvertito i concittadini di non recarsi in Libano.
Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ha detto di opporsi a qualsiasi guerra saudita contro Libano ed Hezbollah, rappresentato nel governo sovrano precedentemente guidato da Hariri. Tuttavia, alcuni osservatori respingono le osservazioni di al-Sisi su una guerra saudita-libanese e sottolineano il fatto che appoggia il colpo di Stato di MBS in Arabia Saudita. Sisi ha detto di MBS: “Ho fiducia nella leadership del regno” e definiva la situazione in Arabia Saudita “questione interna”. Una richiesta saudita di sorvolo del territorio egiziano per lanciare attacchi aerei sul Libano richiederebbe in particolare l’approvazione di Egitto ed Israele per impiegare il corridoio aereo più vicino, sulla penisola del Sinai. Il trattato di pace israelo-egiziano del 1979 stabilì una serie di zone demilitarizzate nel Sinai che potrebbero essere violate solo con l’approvazione di Cairo e Tel Aviv. Il sorvolo saudita della Giordania comporterebbe quello di Siria o Israele. La Siria considererebbe qualsiasi uso saudita dello spazio aereo siriano per attaccare il Libano un atto di guerra, e gli aerei sauditi sarebbero facili prede dei sistemi di difesa aerea russi S-300 e S-400 schierati in Siria. Il sorvolo saudita dello spazio aereo israeliano per colpire un Paese arabo come il Libano infiammerebbe arabi e musulmani in tutto il mondo e probabilmente porterebbe a cacciata ed esecuzione di MBS per apostasia dai principi sauditi rivali.
L’attacco saudita contro il Libano usando lo spazio aereo del Sinai egiziano probabilmente partirebbe dalla base aerea Re Faysal, nell’aeroporto regionale di Tabuq, quartier generale del 7.mo Stormo della Royal Saudi Air Force e sede della squadra acrobatica Saudi Hawks. La base aerea ospita gli avanzati F-15 e F-16 dell’Arabia Saudita, nonché gli aerei AWACS E-3A che sarebbero utilizzati per comando, controllo e comunicazioni nell’attacco saudita al Libano. Si ritiene che una “unità di addestramento” di guerra informatica dell’US Air Force sia assegnata alla base aerea. Sono inoltre stati avvistati aerei della Forza aerea israeliana nella base che trasportavano equipaggiamento militare nell’ambito di un accordo segreto tra Arabia Saudita e Israele che consente che la base aerea Re Faysal sia utilizzata da Israele come base d’appoggio per un attacco aereo israeliano all’Iran. Durante le operazioni israeliane nell’aeroporto, i voli civili vengono cancellati e i passeggeri ospitati, a spese del governo saudita, negli hotel a quattro stelle di Tabuq. È ironico che la base aerea Re Faysal venga utilizzata come hub per le operazioni militari israeliane. Re Faysal fu ucciso nel 1975 da un nipote appena tornato dagli Stati Uniti. Faysal, tra tutti i re sauditi era il più pro-palestinese e anti-israeliano, ed era noto che regalasse ai visitatori ufficiali del regno, tra cui il segretario di Stato Henry Kissinger, copie splendidamente rilegate e in rilievo d’oro de “I protocolli degli Anziani di Sion“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Legami regionali e globali dell’Arabia Saudita

Prof. James Petras, Global Research, 16 novembre 2017Introduzione
L’Arabia Saudita ha costruito una potente rete di relazioni politiche, militari ed economiche regionali e locali che incorporano l’affiliazione comune tra estremisti e religiosi. Di conseguenza, nonostante la reputazione di arretrata clerico-monarchia dispotica dall’estrema dipendenza dalle vendite di petrolio, è diventata una forza politica mortale in Medio Oriente e oltre. Per capire le dinamiche e le proiezioni di potenza saudite, è importante identificare e analizzare come usa forza militare, religiosa ed economica.

Arabia Saudita: senilità e protezione mercenaria
L’Arabia Saudita ha finanziato e armato mercenari in Siria, Iraq, Somalia, Yemen, Libia, Libano, Afghanistan, Pakistan, Filippine, Malesia e molti altri Paesi asiatici e africani. L’intollerante ramo wahhabita saudita dell’Islam sunnita e i suoi mercenari agiscono per rovesciare e distruggere regimi e società arabe dalla leadership moderna, nazionalista e secolare indipendente o tolleranti sul piano etnico e religioso. Hanno anche preso di mira le repubbliche con governi a maggioranza sciita contrari al dominio saudita-wahhabita in Medio Oriente. L’obiettivo saudita era distruggere le società moderne e multietniche e imporre brutali regimi “seguaci” che proteggessero i senescenti sovrani sauditi dal rovesciamento da parte di forze popolari, nazionaliste e democratiche, interne ed estere.

L’acquisto saudita di “alleati” globali e regionali
La monarchia saudita finanzia e sostiene regimi impopolari e antidemocratici per assicurarsi alleati militari e mercenari: la ricchezza petrolifera saudita ha comprato ufficiali e truppe da Pakistan, Egitto, Yemen e Giordania per imporre le proprie ambizioni egemoniche. L’Arabia Saudita ha vecchi legami economici e militari con Stati Uniti, Regno Unito, Francia e altri Paesi della NATO. Le basi e le armi statunitensi, così come le vendite di armi inglesi e francesi, servono per pagare per le guardie pretoriane del dispotismo. La ricchezza petrolifera saudita ha finanziato migliaia di scuole religiose e centri culturali esteri per insegnare la forma più intollerante dell’islam wahhabita. Assegna borse di studio a giovani musulmani di talento disposti a diffondere la propaganda wahhabita e a reclutare mercenari e attivisti politici per far proiettare la potenza globale della monarchia saudita. Da tempo l’Arabia Saudita ha legami di fatto con Israele, nonostante le superficiali differenze religiose, basandosi su un greve tribalismo razzista e l’opposizione all’Iran indipendente e agli Stati arabi laici e nazionalisti, come Libano, Siria, Iraq e i movimenti di liberazione popolari nel Medio Oriente. In gran parte, la monarchia saudita sopravvive con un “potere preso in prestito”, scambiando ricchezza petrolifera con consiglieri militari e finanziari. La fondamentale debolezza e la patologia politica saudite appaiono chiare quando decidono di attaccare e bloccare Paesi militarmente più deboli e vulnerabili: Yemen e Qatar. Nonostante i miliardi di dollari spesi per sganciare migliaia di tonnellate di bombe sullo Yemen e armare migliaia di mercenari, i sauditi hanno al massimo conquistato un terzo del Paese devastato e meno di un quarto della sua popolazione affamata. I “principi” sauditi hanno commesso gravi crimini di guerra nella loro guerra allo Yemen: distruggendo la maggior parte delle infrastrutture vitali, uccidendo migliaia di persone, diffondendo il colera, bombardando il sistema di trattamento delle acque e affamando milioni di civili nel tentativo di forzarne la sottomissione. Tuttavia, l’Arabia Saudita ha subito numerosi attacchi e anche un recente attacco missilistico yemenita contro il suo aeroporto principale. Il Qatar ha suscitato l’ira saudita per la diplomazia petrolifera regionale indipendente, come cercare relazioni amichevoli con l’enorme vicino Iran. I furiosi sauditi hanno finanziato tre dittature regionali, Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti affinché aderissero al boicottaggio contro il Qatar. Queste azioni si sono ritorte sui sauditi, portando ad ulteriori accordi commerciali del Qatar con Iran e Iraq, superando efficacemente le poderose sanzioni del re saudita. È evidente che la decrepita monarchia saudita non riesce a flettere efficacemente i suoi muscoli flaccidi contro i vicini. Le proiezioni di potenza saudite oltre l’immediato vicinato non sono riuscite a migliorare l’immagine della monarchia come potenza globale. I mercenari dello SIIL finanziati dai sauditi sono stati decisamente sconfitti, distrutti dalle forze iracheno-sciite e dall’alleanza del governo siriano-russo-iraniano-Hezbollah in Siria. Di conseguenza i mercenari hanno arraffato lo stipendio e sono fuggiti nei loro Paesi d’origine per crearvi subbugli. I terroristi mercenari supportati dall’Arabia Saudita in Afghanistan vengono emarginati dai taliban, che possono ancora godere di qualche residua generosità saudita ma perseguono un proprio programma nazionalista. I sauditi firmano operazioni segrete con Israele, un caso di mutua manipolazione basata sulla comune ostilità a Iran, Siria, Hezbollah, Hamas e Yemen. Ciò ha provocato lo strano matrimonio tra sauditi wahhabiti, sionisti di Wall Street e fanatici militaristi israeliani.

I momento saudita di Donald Trump: Walzer con Muhamad bin Salman
All’inizio di novembre 2017, il principe ereditario e viceprimo ministro dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman (MBS), arrestava 30 ministri e generali, il miliardario “Warren Buffet arabo” e 11 principi, sequestrando quasi un trilione di dollari in attività. Questa era la più grande epurazione della storia saudita. Altri principi usa e getta sono morti prematuramente nel processo. MBS ha occultato la presa di potere con la campagna “anti-corruzione” per ripulire la burocrazia statale e sostituirla con suoi diretti fedeli. Il principe ereditario ha spacciato il suo colpo di Stato come “trasformazione storica”, purgando la vecchia guardia per modernizzare la monarchia. La maggior parte degli osservatori respinge la retorica del “buon governo” di MBS come “stronzata” ed esigua copertura al consolidamento di una dittatura personale. L’idea del principe ereditario di “modernizzazione” era accompagnata da provocazioni militari regionali, minacce e guerre tra fazioni. Il progetto di MBS per “trasformare” l’Arabia Saudita potrebbe non attrarre il tipo di investimento estero di cui ha bisogno. Il passo di MBS sul blocco del Qatar, dove vi è una base aerea strategica e migliaia di truppe degli Stati Uniti, ha provocato la disapprovazione del Pentagono. MBS ha ordinato al primo ministro libanese Sad al-Hariri, burattino della monarchia saudita e cittadino libanese-saudita, di volare a Riyadh e annunciare le dimissioni alla TV saudita. Ha letto un copione che denunciava Iran ed Hezbollah (nell’attuale coalizione di governo libanese) di complottarne l’assassinio. In modo che a nessuno sfuggisse la connessione con MBS, Hariri si nascose in Arabia Saudita e si rifiutava o non poteva tornare a casa. Il piano di MBS per prendere il potere è stato in primo luogo chiarito con gli Stati Uniti, dopo un incontro a metà anno col presidente Trump. L’imminente epurazione fu firmata con un accordo petrolifero da due miliardi di dollari tra Washington e Riyad. Il dispotico ma ‘visionario’ principe ereditario offriva a Wall Street i “gioielli della corona” sauditi, promettendo di privatizzare la compagnia petrolifera statale da trilioni di dollari. Ha offerto accordi miliardari agli investitori statunitensi e dell’UE per costruire moderne megalopoli per i cittadini sauditi, sostituendosi ai letargici corrotti principi petroliferi, burocrati e santoni. Le manovre belliche regionali saudite e il golpe provocano la paura di una maggiore instabilità regionale tra gli investitori. La retorica anti-iraniana di MBS e le minacce selvagge di attaccare Teheran potrebbero aver eccitato il primo ministro israeliano Netanyahu e il suo nuovo barboncino alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma questo non ha impressionato i generali del governo Trump o i banchieri di Wall Street. Il regime instabile di MBS, la sua guerra e la vendita del petrolio non creano le basi politiche ed economiche necessarie per un’economia moderna, sofisticata e diversificata. La maggior parte degli osservatori conclude che la vendita di ARAMCO sia un affare una tantum con pochi vantaggi in termini di posti di lavoro qualificati, imprese locali e diversificazione economica. Al momento, MBS ha “conquistato” l’ex-governatore dello Yemen, il deposto ed impopolare Abdrabuh Mansur Hadi. I suoi poteri di persuasione hanno fatto magie sull’ex-sfidante o ex-esiliato primo ministro libanese Sad Hariri e sul geograficamente incompetente presidente Trump. MBS assume i massimi ex-dirigenti di Stati Uniti e Regno Unito per gestire la vendita del petrolio. Intende presentarsi da “despota modernizzante”, almeno finché il prossimo intrigo principesco lo caccerà dal potere. Nel frattempo si piazza da potentato “moderno” del Medio Oriente, protetto da clan tribali, disprezzato dal popolo, in privato ridicolizzato dai suoi adulatori esteri ed abilmente “assistito” da stranieri arruolati. Senza dubbio sarà rallegrato da qualsiasi pagliaccio occupi la Casa Bianca degli Stati Uniti. Per ora, i sauditi possono ancora attrarre mercenari, picchiare e affamare milioni di yemeniti, vendere petrolio e continuare a finanziare attentati terroristici a Beirut, Baghdad, Parigi e… New York!

Conclusione
Arabia Saudita ed Israele svolgono i ruoli chiave nell’ancorare l’arco della reazione e del terrore in Medio Oriente, fomentando guerre, finanziando il terrorismo e diffondendo la frammentazione etnico-religiosa che causa milioni di rifugiati. Il “principe ereditario MBS” dell’Arabia Saudita compete con Netanyahu nell’inventare le più oltraggiose calunnie guerrafondaie contro l’Iran, preparando il mondo a una conflagrazione globale. MBS aiuta attivamente gli israeliani fomentando divisioni confessionali in Libano per dare ad Israele una scusa per attaccare Hezbollah e milioni di libanesi. MBS sostiene che il missile yemenita che ha colpito l’aeroporto di Riyadh era una dichiarazione di guerra di Teheran… come se il blocco affamatore dei sauditi e il bombardamento quotidiano delle città yemenite non giustificassero il contrattacco. La febbre bellica di Riyadh è una scusa dell’impotenza politica di MBS e “stratagemma intelligente” per distrarre dal gioco infantile di principi volteggianti ed intrighi clanici. MBS, nonostante tutti i cliché modernizzanti e le relazioni pubbliche attentamente curate, diffuse dai media occidentali corrotti, è ancora l’aspirante capo di un esercito tribale, dipendente da una fragile alleanza con alleati inaffidabili: l’alto comando e le truppe egiziani disprezzano i goffi sauditi; il governatore del Bahrayn è sostenuto dalle forze mercenarie saudite; le masse saudite sono controllate dai signori della guerra tribali e loro torturatori; forza lavoro ed esercito di domestici stranieri importati sono brutalizzati, violentati e imbrogliati. Difficilmente è un capo che ispira l’uscita dell’Arabia Saudita dal Medioevo. Il principe ereditario è seduto su una polveriera che minaccia di distruggere gli allineamenti politici in Medio Oriente e nei mercati finanziari e petroliferi globali. L’Arabia Saudita è un regime fragile dalla scarsa capacità. Gli attuali sovrani immaginano che il loro potere in prestito e gli intrighi di palazzo possano prosperare su fondamenta marce e con un’oligarchia disprezzata. Il primo missile che MBS osasse puntare su Teheran segnerà la caduta della Casa di Sabbia. Medio Oriente e mercati globali sprofonderebbero in una grave crisi. I prezzi del petrolio saliranno, i mercati azionari crolleranno e Israele andrà in guerra con Hezbollah. Donald Trump manderà le forze statunitensi contro gli iraniani ben armati e patriottici a casa loro. Iraq e Siria affronteranno i burattini regionali statunitensi, i curdi. Cina, Russia e India aspettano di firmare accordi petroliferi enormi. L’industria statunitense del fracking festeggerà mentre i prezzi del petrolio segneranno nuovi massimi. I principi sauditi fuggiranno in Europa, abbandonando centinaia di migliaia di servitori. Forse dovranno prepararsi il caffè! Trump pubblicherà un “tweet d’azione per tutti gli americani”, coi marines nei pozzi petroliferi! Per fare ancora grande l’America sulle spalle stanche dei GI! L’AIPAC assicurerà il voto unanime al Congresso dichiarando che i giacimenti petroliferi dell’Arabia Saudita fanno parte del Grande Israele. Con storici alti prezzi del petrolio, il Venezuela si riprenderà, pagherà i debiti, finanzierà l’agenda sociale, riaprirà scuole e cliniche e rieleggerà un presidente socialista. Un consorzio di investitori occidentali prenderà il sopravvento, dopo che i sauditi avranno fato le tende fuggendo a Londra, inondando i mercati petroliferi. Ma questo è uno scenario a lungo termine… o no?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mugabe, vittima dello Stato profondo dello Zimbabwe

Alessandro Lattanzio, 16/11/2017Il 15 novembre 2017, i militari assumevano il controllo dello Zimbabwe mettendo in custodia il Presidente Robert Mugabe e arrestando diversi alti funzionari governativi, tra cui il ministro del Governo locale Salvatore Kasukuwere, il ministro delle Finanze Ignatius Chombo, e il nipote di Mugabe Patrick Zhuwayo, tutti della fazione G40 del ZANU-PF, guidata da Grace Mugabe, moglie del presidente. Mentre il Generale Constantino Chiwenga, comandante delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, indiceva una conferenza-stampa presso il comando dell’Esercito, ad Harare, i soldati occupavano la ZBC, la TV di Stato. Ciò era il culmine di mesi di tensioni nel partito ZANU-PF, e solo la settimana prima Emmerson Mnangagwa, ex-vicepresidente ed ex-ministro della Giustizia dello Zimbabwe, era fuggito in Sud Africa dopo essere stato licenziato ed espulso dal partito con l’accusa di “slealtà” e complotto contro il presidente. Boris Johnson, segretario agli esteri della Gran Bretagna, col solito tono arrogante affermava, “Un governo autoritario, sia nello Zimbabwe che altrove, non dovrebbe avere posto in Africa… Le elezioni si terranno nella prima metà del prossimo anno. Faremo tutto il possibile coi nostri partner internazionali per garantire che ciò dia opportunità concreta agli abitanti dello Zimbabwe di decidere il loro futuro“. Ma nonostante ciò, mentre i militari prendevano il controllo dello Zimbabwe, l’“opposizione” neo-colonialista e sorosiana si allarmava ugualmente; Austin Moyo, del Movimento per il cambiamento democratico (MDC), organizzazione sorosiana al servizio degli interessi atlantisti, si dichiarava allarmato dalla mossa delle Forze Armate, legate al Partito dei Movimenti di Liberazione Nazionale socialisti e anticolonialisti ZANU-PF. Il leader dei militari interventisti, Generale Sibusiso Moyo, aveva dichiarato che le Forze di Difesa dello Zimbabwe garantiranno la sicurezza di Mugabe e contrasteranno l’infiltrazione di “criminali intorno a lui che commettono i crimini che causano sofferenze socio-economiche nel Paese. Non appena avremo completato la missione, ci aspettiamo che la situazione torni alla normalità“.
Nella settimana precedente fu svelata l’esistenza di un complotto per spodestare Mugabe, cui aderivano almeno da settembre i proprietari terrieri bianchi del Sindacato dei Fattori Commerciali; la fazione del Movimento dei Veterani della Guerra di Liberazione Nazionale guidata da Chris Mutsvangwa, ambasciatore in Cina e portavoce di Emmerson Mnangagwa, il vicepresidente licenziato l’8 novembre dal Presidente Robert Mugabe e fuggito in Sud Africa; da gruppi religiosi, probabilmente gruppi d’influenza statunitensi; e dal movimento sorosiano MDC dell’agente d’influenza anglostatunitense Morgan Tsvangirai. Il 13 novembre il comandante delle Forze di Difesa Costantino Chiwenga, che avrebbe incontrato Mnangagwa in Cina, avvertì Mugabe che doveva sospendere l’epurazione ai vertici del ZANU-PF, affermando “Dobbiamo ricordare a chi è dietro queste faide insidiose che quando si tratta di proteggere la nostra rivoluzione, i militari non esiteranno ad intervenire”. Chris Mutsvangwa, dopo l’intervento dei militari, dichiarava che il Generale Constantino Chiwenga aveva eseguito “un’azione correttrice incruenta contro un grave abuso di potere“, e che l’esercito restituirà lo Zimbabwe a una “democrazia genuina” facendone una “nazione moderna”. Nel frattempo, il segretario dello ZANU-PF per gli affari giovanili, Kudzanayi Chipanga, scusandosi col Generale Constantino Chiwenga, col comandante dell’Esercito Tenente-Generale Phillip Valerio Sibanda e col Comandante dell’Aeronautica militare Maresciallo dell’Aria Perrence Shiri, per la sua primitiva posizione contro l’intervento dell’esercito, riconoscendone la legittimità anche a nome del partito; “Come leader della Lega della gioventù dello ZANU-PF, ho riflettuto e personalmente ammetto di aver commesso un errore insieme al mio gruppo dirigente denigrando le vostre alte cariche. Siamo ancora giovani e facciamo errori e abbiamo imparato molto da questo errore. Non sono persuaso a presentarmi sui media statali, ma ho personalmente riflettuto e capito il mio errore, grazie“. Chipanga, prendendo così le distanze dalla fazione di Grace Mugabe, si posizionava a sostegno dei militari e della fazione del ZANU-PF dell’ex-vicepresidente Mnangagwa, consolidando l’intervento dell’esercito. E difatti, non va dimenticato che il 30 luglio 2017, il Presidente Robert Mugabe avvertì che avrebbe preso in considerazione il licenziamento dei vertici militari, accusandoli d’ingerenza nelle lotte interne allo ZANU-PF; “Ecco come vengono gestiti i governi. Rispettiamo le nostre forze di difesa, specialmente i vertici. Naturalmente andranno in pensione, ma gli troveremo una posizione nel governo in modo che non languiscano“. Mugabe lo stesso giorno accusò i dirigenti del partito di complottare contro di lui, mentre il ministro dell’Istruzione superiore Jonathan Moyo, a giugno, denigrò il Generale Constantino Chiwenga definendolo politico disperato in uniforme. Chiwenga riteneva che Moyo fosse una minaccia alla sicurezza nazionale quando attaccò il vicepresidente Emmerson Mnangagwa, allora ancora in carica. Anche il comandante dell’Aeronautica Maresciallo Perance Shiri redarguì Moyo. Mugabe aveva infine dichiarato che non si sarebbe ritirato, nonostante le pressioni nello ZANU-PF, “si dice che il presidente se ne andrà, ma io non me ne vado. Il presidente sta morendo, ma io non sto morendo e ringrazio Dio per aver vissuto fino ad oggi. Ringrazio Dio per avermi dato una buona vita. Ho qualche acciacco e vado dai dottori come chiunque altro, ma tutti i miei organi, il fegato, il cuore stanno molto bene, sono forti. So che potrebbero esserci alcuni che ambiscono divenire persino presidente, va bene. Ma penso anche e riconosco che avendo guidato il partito per così tanto tempo e avendo riunito il popolo, ci sia questa unità. Un nuovo uomo, che l’opposizione dirà ora possibile, un nuovo leader dello ZANU-PF non avrà alcuna possibilità contro l’opposizione. Persino l’MDC di Tsvangirai dirà che questo nuovo uomo non è conosciuto come me, dato il consenso che sono riuscito ad ottenere negli anni. Quindi, mi piacerebbe vedere se la situazione sia matura. Vorrei anche vederci uniti. Ma trovo che non lo siamo. Alcuni sono divisi da linee tribali, alcuni non rispettano gli altri e altri dicono che non vogliono uno Zezuru (leader) questa volta; neanche noi. Una volta che si fa questo tipo di discorso, allora non si ha intenzione di guidare e unire il partito. Non faccio tali discorsi“. Nel frattempo, a luglio, lo scontro s’inaspriva quando i Generali Constantino Guveya Chiwenga e Perrance Shiri accusarono Moyo di essere stato un disertore durante la guerra di liberazione. Moyo, elemento chiave della fazione G40, avrebbe preparato un documentario sul ruolo del vicepresidente Emmerson Mnangagwa durante la lotta di liberazione. Diversi giornalisti avrebbero visitato le aree del Matebeleland e Midlands per raccogliere testimonianze sull’operato di Mnangagwa. Negli anni ’60-’70, Mnangagwa fu arrestato e imprigionato per 10 anni. Fu in quel periodo che incontrò Mugabe e altri leader nazionalisti.Lo Stato Profondo dello Zimbabwe
Nello Zimbabwe, il Joint Operation Command (JOC) riunisce i comandanti di esercito, polizia e servizi segreti, che hanno sempre appoggiato la politica del ZANU-PF. E nel 2008 e nel 2013, il JOC ebbe de facto il controllo del governo, operando affinché il sistema governativo dello Zimbabwe non venisse compromesso o sabotato. Finché Mugabe e Mnangagwa erano allineati, li sosteneva entrambi, ma quando il G40 intervenne contro Mnangagwa per sostenere Grace Mugabe, il JOC, coinvolto nello scontro interno allo ZANU-PF, decise si sostenere il vicepresidente Mnangagwa anche contro i coniugi Mugabe. Il licenziamento di Emmerson Mnangagwa dell’8 novembre era volto ad impedire che potesse subentrare a Mugabe facendo leva sui legami con le forze armate. Ma non si era tenuto conto che, dopo gli scontri nei mesi estivi, l’esercito aveva già deciso su quale cavallo puntare. Inoltre, va notato che il 12-19 novembre erano previste le elezioni di 300 membri del Comitato centrale del ZANU-PF, il cui responsabile supervisore era il ministro Ignatius Chombo. “Il processo elettorale dovrebbe iniziare con effetto immediato, essere completato entro il 17 novembre 2017 e presentato al Segretario per l’amministrazione il 19 novembre 2017. L’assegnazione combinata dei seggi del Comitato centrale per ogni provincia sarà suddivisa come segue: 100 membri assegnati su base paritaria, 94 attraverso il voto al partito nelle elezioni del 2013, 20 dirigenti nazionali della gioventù, 20 donne dirigenti nazionali, 4 membri del Presidium, i segretari della Gioventù e della Lega femminile e 10 incaricati presidenziali“. Non era un caso, quindi, che l’intervento dei militari scattasse il primo giorno delle elezioni interne al Partito al governo. Nel frattempo, il ZANU-PF aveva avviato anche la campagna per le elezioni generali del 2018 e il portavoce del partito, Simon Khaya Moyo, avvertiva che “Abbiamo iniziato la campagna come partito. Gli individui non possono farlo ancora. Come sapete, appoggiamo il Presidente Mugabe come nostro candidato e incoraggiamo tutti a sostenerlo come candidato del partito. Tutte le nostre strutture lavorano per garantire una clamorosa vittoria al partito il prossimo anno. Al momento abbiamo detto che i deputati in carica non vanno disturbati. Quello che cerchiamo, al momento, è che i deputati svolgano le loro funzioni indisturbati. Continuiamo ad incoraggiare la nostra gente a registrarsi per votare. Vogliamo che si registrino tutti. Le strutture del partito lavorano instancabilmente per mobilitare i sostenitori per la registrazione. Abbiamo fiducia verso una vittoria clamorosa nel 2018“. Lo ZANU-PF doveva tenere un Congresso straordinario dal 12 al 17 dicembre 2017.
Il governo di Harare, nel frattempo, dal luglio 2017 iniziava a costituire riserve di oro e diamanti per sostenere la futura reintroduzione della valuta locale. A proporre l’iniziativa era proprio l’ex-vicepresidente Emmerson Mnangagwa. “Stiamo costruendo riserve di oro e diamanti che, se raggiungono un certo livello, che non dirò qui, ci permetteranno d’introdurre una nostra moneta sostenuta da questi minerali. Non sono libero di rivelarvi la quantità voluta di questi minerali, prima che possano sostenere la nostra moneta“, affermò Mnangagwa. La carenza di liquidità nello Zimbabwe era iniziata dopo che il Paese aveva intrapreso la riforma agraria. Il governo aveva introdotto obbligazioni per bloccare il contrabbando di dollari USA dal Paese. “Otteniamo solo valuta straniera quando esportiamo qualcosa o attraverso le ONG nel nostro Paese. Il Forex proviene anche dal sostegno finanziario bilaterale e multilaterale o dagli investimenti esteri diretti e se non li otteniamo non ci sarà forex, perché il dollaro USA che usiamo è la valuta di riserva“. Il vicepresidente Mnangagwa dichiarava anche che il governo era preoccupato dalle note obbligatorie rinvenute nei Paesi limitrofi, affermando che le relative indagini erano in corso. “C’è stato un periodo in cui la gestione dell’economia nello Zimbabwe era molto apprezzata negli ambienti occidentali. Durante il primo decennio d’indipendenza, l’economia dello Zimbabwe crebbe in media del 4 per cento all’anno, e furono fatti sostanziali progressi in campo educativo e sanitario. Lo Zimbabwe gestiva bene le finanze e tra il 1985 e il 1989 dimezzò il rapporto debito/servizio. Tuttavia, la fine del socialismo in Europa creò un ambiente inospitale per le nazioni che seguivano un corso indipendente, e lo Zimbabwe fu costretto dalle richieste occidentali a liberalizzare l’economia. Nel gennaio 1991, lo Zimbabwe adottò il programma di aggiustamento strutturale economico (ESAP), progettato dalla Banca mondiale. Il programma richiedeva la solita prescrizione di azioni sostenute dalle istituzioni finanziarie occidentali, tra cui privatizzazione, deregolamentazione, riduzione delle spese governative per i bisogni sociali e taglio del disavanzo. Furono istituite tasse per gli utenti di sanità e istruzione e furono eliminati i sussidi alimentari. Furono inoltre ritirate le misure volte a proteggere l’industria locale dalla concorrenza straniera. L’impatto fu immediato. Pur soddisfacendo gli investitori occidentali, il risultato fu un disastro per il popolo dello Zimbabwe. Secondo uno studio, le famiglie più povere di Harare videro il reddito diminuire del 12% nel 1991-1992, mentre i salari reali crollarono di un terzo. Il calo dei redditi costrinse le persone a spendere una percentuale maggiore del reddito per il cibo, ed abiti usati furono importati per compensare l’incapacità della maggioranza dei cittadini di acquistare nuovi vestiti. Un’indagine del 1994 ad Harare rilevò che il 90% degli intervistati riteneva che l’ESAP avesse influito negativamente sulle loro vite. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari fu visto come un problema importante dal 64% degli intervistati, mentre molti indicarono che furono costretti a ridurre l’acquisto di cibo. L’ESAP provocò licenziamenti di massa e paralizzò il mercato del lavoro tanto che molti non trovarono alcun impiego. Nelle aree comuni, l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti fece sì che gli agricoltori di sussistenza non potessero più fertilizzare le terre, con conseguenti rendimenti inferiori. L’ESAP ordinò l’eliminazione dei controlli sui prezzi, consentendo ai proprietari di negozi nell’area comune, liberi dalla concorrenza, di aumentare i prezzi in modo drammatico. Nel 1995, il FMI ridusse i fondi per il programma quando ritenne che lo Zimbabwe non riducesse il bilancio e licenziasse gli impiegati pubblici abbastanza velocemente. Inoltre, il FMI si lamentò del ritmo della privatizzazione non abbastanza rapido. Ma l’implementazione dell’ESAP fu abbastanza veloce per il popolo dello Zimbabwe. Nel 1995 oltre un terzo dei cittadini non poteva permettersi cibo, tetto e abbigliamento. Dal 1991 al 1995, lo Zimbabwe subì una forte deindustrializzazione, poiché la produzione industriale diminuì del 40%. Secondo un economista del Fronte patriottico dell’Unione nazionale africana dello Zimbabwe (ZANU-PF), “c’è il consenso generale tra la popolazione dello Zimbabwe secondo cui l’ESAP ha portato alla povertà molte famiglie. Il programma avvantaggiò una minoranza privilegiata a spese della maggioranza”. Come previsto dalle istituzioni finanziarie occidentali, si potrebbe obiettare”.

Emmerson Mnangagwa

Forze della Difesa
L’Esercito Nazionale dello Zimbabwe è formato da 7 Brigate, composte da 1 reggimento corazzato, 23 battaglioni di fanteria, 2 reggimenti di artiglieria, 1 reggimento di supporto tecnico, 3 battaglioni della Guardia Presidenziale, 1 battaglione commando, e dispongono di 65 carri armati T-54/55, 162 blindati, 12 sistemi di artiglieria e 64 lanciarazzi multipli. Gli effettivi e i riservisti sono circa 60000.
L’Aeronautica, che una volta disponeva di aviogetti da caccia Mikojan MiG-23 donati dalla Jamahiriya Libica, dispone di 7 caccia Chengdu F-7II/N, 9 aerei d’addestramento Hongdu K-8Z Karakorum, 18 aerei d’addestramento SIAI-Machetti SF.260M/TP/W, 11 aerei da trasporto Aviocar CASA C212-200, 4 aerei da trasporto Islander Britten-Norman BN-2A, 16 aerei da collegamento Cessna FTB337G e O-2A Skymaster, 6 elicotteri d’attacco Mi-35, 1 elicottero Mil Mi-8T, 4 elicotteri Aerospatiale SA316B Alouette III, 7 elicotteri Agusta-Bell 412SP, schierati presso le basi aeree di Thornhill (Gweru) e Manyame (Harare). L’Aeronautica dello Zimbabwe invia ufficiali ogni anno presso la Scuola Comando operativo della PAF e la Scuola della Difesa Aerea del Pakistan.
Le forze di polizia contano 20000 effettivi.
Nell’aprile 2014, l’Esercito di Liberazione Popolare cinese donò 4,2 milioni di dollari alle Forze di Difesa dello Zimbabwe, per finanziare vari programmi. Il ministro della Difesa Sekeramayi discusse della cooperazione con i cinesi. “Abbiamo discusso della cooperazione tra i nostri due Paesi. La cooperazione nella difesa e i programmi futuri sono andati molto bene. Ci sono altri programmi studiati ed esplorati“. Il Generale Qi Jianguo, parlando al comandante delle Forze di Difesa dello Zimbabwe, Generale Constantine Chiwenga, ad Harare, dichiarò “Gli ufficiali e i soldati della Cina ammirano le ZDF, in particolare il vostro comandante in capo Mugabe, che è riuscito a contrastare le macchinazioni delle potenze occidentali per destabilizzare il continente africano. Il vostro presidente è uno dei pochi leader del calibro di Fidel Castro, Vladimir Putin e altri schieratisi contro le potenze occidentali. Pochi leader hanno il coraggio di opporsi agli Stati Uniti d’America e ai loro alleati. Come sapete sulla questione della Crimea in Ucraina, il Presidente Putin è riuscito ad affrontare Obama. Una volta dissi a un generale degli Stati Uniti che non dovrebbero dimenticare la storia dei loro tentativi in Russia falliti“.
Invece, nell’ottobre 2015, le ZDF ricevettero decine autoveicoli ed automezzi dalla fabbrica indiana Ashok Leyland Ltd., acquistati con 50 milioni di dollari prestati dalla Banca per l’esportazione e l’importazione dell’India.
Il 5 settembre 2016, le forze armate di Zimbabwe e Angola dichiaravano di rafforzare le relazioni bilaterali. Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate angolane Geraldo Sachipengo Nunda dichiarò che, “La mia visita nello Zimbabwe rafforza le relazioni tra i due Paesi, così come tra le due Forze di Difesa nazionali. Voglio riaffermare al nostro popolo che Zimbabwe e Angola sono nazioni fraterne“. Il Generale Nunda visitò il National Defence College, la Zimbabwe Defense Industry, la Zimbabwe Military Academy e il National Heroes Acre. Nell’aprile 2015 una delegazione guidata dal Segretario Generale del Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), Juliao Mateus Paulo, incontrò il Presidente Mugabe per condividere le esperienze dei due Paesi sulla lotta di liberazione nazionale e le modalità per rafforzare i rapporti tra ZANU-PF e MPLA.Fonti:
Air Heads Fly
Businesslive
Herald
Khuluma Afrika
Moon of Alabama
News24
Pindula
Sunday News
Swans
Telegraph
The Event Chronicle
The Independent
The Standard
ZBC
Zimbabwe National Army