Ecco perché Salvini non può fare il governo con Di Maio

Ecco perché Salvini non può fare il governo con Di Maio

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Sergio Moro, giudice al servizio degli USA

Martín Piqué, Tiempo 5 aprile 2018 – Kontra InfoLa storia di un uomo duro, disposto ad attuare tutte le politiche del dipartimento di Stato e dei suoi servizi d’intelligence. Attenti alle imitazioni in Argentina! Moro conosce i colpi di scena della cooperazione cogli Stati Uniti. All’inizio dell’anno scorso fece sapere che quest’anno poteva prendersi l’anno sabbatico per studiare nel Paese nordamericano. “Moro è uno sceriffo provinciale che adempie al ruolo che i poteri forti in Brasile gli hanno dato per far uscire Lula dal gioco. Dietro di lui, è evidente, c’è il dipartimento di Stato degli USA”, ha detto a Tiempo il giornalista argentino Diego Vidal, residente nello Stato di Sergipe. Il 7 settembre, giornata nazionale del Brasile che commemora qualcosa di simile all’indipendenza, un principe reggente che ruppe i legami con le corti del Portogallo senza spargere sangue, i cartelloni dei cinema dei Paesi limitrofi espongono la première che promette polemiche. Riguarda il film “Polizia federale. La legge è la stessa per tutti”, un film che racconta l’azione della forza di sicurezza nella lotta alla corruzione. Uno dei protagonisti, non centrale ma con impatto sulla trama, è il giudice federale Sergio Fernando Moro. Magistrato di provincia nato a Maringá, seconda città dello Stato di Paraná (vicino Santa Catarina e Rio Grande do Sul, che costituisce il prospero sud del Paese), balza agli onori della cronaca e il suo nome trascende i confini del Brasile dopo aver condannato l’ex-Presidente Luiz Inacio Lula Da Silva a 9 anni e mezzo di prigione, e perciò ordinandone l’arresto. Laureato in giurisprudenza nella città natale, Moro si è specializzato nella lotta alla corruzione “transnazionale” dopo aver studiato un programma incentrato sulla questione presso l’Università di Harvard. Da quel momento, e come altri capi politici e personalità del potere giudiziario del Sud America, il giudice federale di Curitiba non ha mai smesso di viaggiare negli Stati Uniti. Infatti, dice spesso di ammirare gli ex-presidenti degli Stati Uniti Theodore Roosevelt (promotore della dottrina del bastone, “Big Stick”, per consolidare il primato nordamericano nell’emisfero) e Abraham Lincoln, entrambi repubblicani, come Donald Trump. “Moro è stato addestrato dal dipartimento di Stato. Viaggia permanentemente negli Stati Uniti. Moro sa come ottenere l’approvazione di Washington“, dichiarava il diplomatico brasiliano Samuel Pinheiro Guimarães in un’intervista rilasciata lo scorso febbraio.

Moro, l’ambasciata e la nuova offensiva geopolitica degli Stati Uniti
Con un padre legato al Partito della socialdemocrazia del Brasile (PSDB, forza di centro-destra, nonostante il nome), Moro viene accusato dai leader del PT di doppiopesismo quando indaga la leadership politica. Lo rimproverano che nelle sue esibizioni da giudice di “mani pulite”, nella tradizione italiana degli anni ’90, non ha mai puntato alla leadership del PSDB, cui appartengono nientemeno che Aécio Neves e Fernando Henrique Cardoso. Moro è noto quale artefice dell’indagine “Lava Jato“, su diversione di fondi, finanziamento di partito, direzione di opere pubbliche e arricchimento personale di alcuni capi politici, montata sulle risorse della maggiore azienda dell’America Latina, la compagnia petrolifera brasiliana Petrobras. Una delle chiavi di tutte le persecuzioni giudiziarie di tali manovre è l’uso della figura dell'”asserzione premiata”, che prevede riduzioni di pene per i “pentiti” che forniscono dati sulla corruzione. Questa figura viene anche utilizzata per indagare sulle tangenti da parte della società di costruzioni brasiliana Odebrecht, in notevole espansione in America Latina nell’ultimo decennio. Odebrecht è cresciuta a tal punto, nel primo decennio del XXI secolo, che fu incaricata della ristrutturazione del famoso porto cubano di Mariel. Con l’espansione del Canale di Panama, Mariel punta a diventare il principale punto di rifornimento e trasbordo per le grandi navi che attraversano i Caraibi. Che siano Odebrecht o Petrobras a finire sotto il microscopio della giustizia, riflette, per alcuni analisti, ciò che gli Stati Uniti hanno deciso come priorità in politica estera; fare tutto il possibile per porre un limite alla crescente influenza del Brasile in America Latina. Non a caso, in questo senso, uno dei peggiori cortocircuiti tra l’amministrazione di Dilma Rousseff e del PT e il governo di Washington si ebbe nel 2013, dopo la diffusione dei documenti segreti svelati da Edward Snowden, l’ex-contraente della CIA e consulente della NSA, le agenzie d’intelligence più conosciute degli Stati Uniti. Snowden dimostrò che l’NSA intercettava in modo permanente la rete di computer privati della Petrobras. Così poté raccogliere dati da milioni di mail e telefonate legate all’attività della compagnia petrolifera. In Brasile non si può escludere che buona parte di tale documentazione, ottenuta illegalmente, abbia contribuito in modo decisivo all’indagine “Lava Jato“. Tutto ciò coincise con l’arrivo a Brasilia dell’ex-ambasciatrice statunitense in Brasile Liliana Ayalde, figlia di un medico colombiano che vive negli Stati Uniti e sostituita a gennaio da un altro diplomatico di carriera, Michael McKinley (ambasciatore in Afghanistan, Perù e Colombia). All’inizio del 2017, Ayalde fu nominata vicedirettrice degli affari civili del comando sud dell’esercito degli Stati Uniti. Ayalde era responsabile dell’USAID (agenzia della cooperazione internazionale degli Stati Uniti). Il suo background da diplomatico genera sospetti nella sinistra latinoamericana: mentre era a capo delle ambasciate degli Stati Uniti in Paraguay e Brasile, furono rovesciati, per via parlamentare, Fernando Lugo e Rousseff. Ayalde aveva lasciato l’incarico ad Asunción nell’agosto 2011, alcuni mesi prima della rimozione di Lugo in Paraguay. “Ayalde agì con grande forza nel colpo di Stato che si ebbe in Paraguay. Ora è in Brasile, a fare lo stesso discorso, sostenendo che la situazione (in Brasile) non può più essere risolta dalle istituzioni brasiliane“, avvertiva Carlos Martins, professore di Sociologia all’Università di San Paolo, un anno fa. Tre mesi dopo, il Senato brasiliano decise le dimissioni di Rousseff. “A differenza del processo mani pulite italiano, che portò alla fine dei partiti politici tradizionali, Moro non tocca alcun partito tradizionale del Brasile: va solo contro il PT. Ha studiato negli Stati Uniti ed è chiaro che ha importato da lì tutti i concetti che usa“, analizzava il giornalista Darío Pignotti, anche lui argentino, corrispondente del quotidiano Página 12 da Brasilia. Moro, in breve, è al centro della tempesta. È un protagonista, un duro. Quasi da film.

Liliana Ayalde

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il terrorismo di Washington e Riyadh

Tony Cartalucci, LD, 6 aprile 2018

Per decenni Stati Uniti ed alleati della NATO hanno aiutato l’Arabia Saudita ad esportare l’indottrinamento politico noto come wahhabismo per radicalizzare gli individui e ingrossare le fila delle forze mercenarie usate nelle guerre per procura e per manipolare le popolazioni occidentali. Ciò che era iniziato come mezzo per la Casa dei Saud per stabilire, espandere e infine consolidare il potere politico sulla penisola arabica nel XVIII secolo, è ora diventato strumento affinato del potere geopolitico integrato nella politica estera di Washington. Recentemente, nelle pagine del Washington Post si faceva una notevole ammissione nell’articolo, “Il principe saudita nega che Kushner sia suo“. L’articolo citava il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman affermare: “Alla domanda sulla diffusione del wahhabismo finanziata dai sauditi, l’austera fede dominante nel regno e che alcuni hanno accusato di essere fonte del terrorismo globale, Muhamad ha detto che gli investimenti nelle moschee e nelle madrasa oltreoceano originano nella Guerra Fredda, quando gli alleati dell’Arabia Saudita chiesero di usare le proprie risorse per impedire le incursioni nei Paesi musulmani dell’Unione Sovietica. I successivi governi sauditi persero la traccia degli sforzi, ha detto, e ora “dobbiamo riprenderci tutto”. I finanziamenti ora provengono in gran parte da “fondazioni” saudite, affermava, piuttosto che dal governo”. Mentre l’articolo afferma che “i successivi governi sauditi persero la traccia dello sforzo” e che i finanziamenti sono ora forniti da fondazioni “saudite”“, ciò non è vero. Non ci sono “governi successivi” in Arabia Saudita. La nazione sin dalla fondazione è gestita da una sola famiglia, la Casa dei Saud. E mentre le fondazioni saudite possono essere il canale attraverso cui il wahhabismo è organizzato, finanziato e diretto, certamente avviene per volere di Riyadh col sostegno di Washington.

Uno strumento, non un’ideologia
Il wahhabismo fu creato e usato come strumento politico già nel 1700. Fu la pietra angolare della fondazione dell’Arabia Saudita. Convenientemente, il wahhabismo, sin dall’inizio, è intollerante. Per i sauditi che cercavano potere politico con la conquista, tale intolleranza veniva facilmente tradotta nelle violenze contro tribù e Stati confinanti che non si sottomettevano al potere saudita. Gli inglesi sfruttarono tale strumento politico nella lotta contro l’impero ottomano. Incoraggiò e coltivò le ideologie estremiste come il wahhabismo prima e dopo la caduta dell’impero ottomano. Dopo le guerre mondiali, inglesi e statunitensi si allearono con nazioni come l’Arabia Saudita, esportandone l’indottrinamento wahhabita nel mondo. L’ammissione di ciò da parte del principe Muhamad bin Salman fornisce ulteriori informazioni sull’uso da parte di Washington degli estremisti in Siria tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, così come il sostegno ai terroristi in Afghanistan per sloggiare la presenza sovietica. Ma rivela anche esattamente come il terrorismo sia strumento geopolitico usato oggi, dopo la Guerra Fredda, e chi lo usa. Le “moschee”, finanziate dall’Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo Persico ben oltre il Medio Oriente, tra cui Europa e Asia, fungono da centri di indottrinamento e reclutamento per le varie guerre per procura degli Stati Uniti e la loro destabilizzazione nel mondo.

Come viene allevato il wahhabismo
I terroristi reclutati da tutto il mondo per combattere in Siria venivano attirati principalmente dalla rete wahhabita finanziata e diretta dai sauditi. Le “moschee” e le “madrasse” che operano in Nord America ed Europa lo fanno con la piena cooperazione dei servizi di sicurezza e d’intelligence occidentali. Reclutamento, dispiegamento e rientro dei mercenari wahhabiti in occidente sono ammessi anche dai media occidentali. Il media danese The Local DK, espone uno di tali centri in Danimarca. L’articolo intitolato “La moschea danese raddoppia il sostegno allo SIIL“, descriveva il sostegno aperto alle organizzazioni terroristiche, in particolare il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). L’articolo indicava: “Vogliamo che lo Stato islamico si affermi. Vogliamo uno Stato islamico mondiale”, affermava il presidente della moschea Usama al-Sadi, nel programma DR. Al-Sadi aveva anche affermato di considerare la partecipazione della Danimarca nella battaglia degli USA contro la Siria un affronto diretto non solo alla moschea ma a tutti i musulmani. “La guerra è contro l’Islam”, aveva detto”. Tale presunta “moschea” in Danimarca, nonostante ammettesse apertamente di sostenere il terrorismo, non fu chiusa e i suoi capi arrestati come ci si aspetterebbe. Invece, il governo danese certamente collaborava con la “moschea” nel gestirla. L’articolo di Der Spiegel, “Risposta della comunità: una risposta danese alla Jihad radicale”, riportava: “Il commissario Aarslev dice di essere orgoglioso di ciò che hanno finora raggiunto, anche se non dimentica mai di elogiarne la gente e gli altri interessati al programma. È particolarmente effusivo quando parla di un uomo: un salafita barbuto a capo della moschea Grimhøjvej di Aarhus, dove molti giovani partiti per la guerra in Siria erano regolarmente presenti. Il suo capo è un uomo di nome Usama al-Sadi… questi due hanno unito le forze in un piano che cerca risposte alle domande che affliggono l’intero continente europeo: cosa si può fare per i radicali rimpatriati dalla Siria? Quali misure sono disponibili per contrastare il terrore che ancora una volta sembra minacciare l’occidente?” Sorprendentemente, i media occidentali hanno ammesso che una moltitudine di tali “moschee” reclutano apertamente uomini in occidente per combattere da mercenari in Siria sotto la bandiera di al-Qaida e delle sue varie sussidiarie prima di tornare a casa e minacciare le popolazioni occidentali. Anziché smantellare la rete ed eliminare la minaccia, l’occidente l’ha intenzionalmente lasciata crescere, creando divisioni sociopolitiche nelle nazioni occidentali, aumentando razzismo, fanatismo e xenofobia per continuare a giustificare le guerre occidentali all’estero, e allo stesso tempo un crescente Stato di polizia domestico.

La copertura
L’inglese Independent nell’articolo, “L’Arabia Saudita promuove l’estremismo in Europa, afferma l’ex-ambasciatore” ammetteva: “L’Arabia Saudita ha finanziato moschee in tutta Europa diventate focolai dell’estremismo, affermava l’ex-ambasciatore inglese in Arabia Saudita Sir William Patey”. Tuttavia, l’articolo e molti come questo, devia intenzionalmente dalle implicazioni sui finanziamenti sauditi e l’uso di tali cosiddette “moschee” come centri di indottrinamento e reclutamento del terrorismo finanziato e armato da Stati Uniti, Europa, Arabia Saudita e partner arabi nei conflitti nel mondo. I media e i politici occidentali, così come i rappresentanti sauditi, affermano che Riyadh non controlla completamente questa rete, o non sa del ruolo centrale che ha nel guidare il terrorismo globale. Tali scuse sono, tuttavia, anche nominalmente assurde. L’uso da parte di Stati Uniti ed Arabia Saudita delle reti wahhabite per alimentare i gruppi terroristici che combattono nel mondo è sfacciato. I terroristi “accidentalmente” reclutati nelle “moschee” finanziate dai sauditi in Europa, Medio Oriente e Asia formano gruppi armati, finanziati, addestrati e altrimenti supportati da Stati Uniti, Europa e loro alleati mediorientali, inclusa l’Arabia Saudita. In particolare, in relazione alla Siria, il giornalista Seymour Hersh già nel 2007, nell’articolo “Il reindirizzo è la nuova politica dell’amministrazione a beneficio dei nostri nemici nella guerra al terrorismo?“, espone tale processo, con la guerra del 2011 in Siria già in corso. L’articolo indicava: “Per indebolire l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato col governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali con al-Qaida… Questa volta, il consulente del governo statunitense mi ha detto che Bandar e altri sauditi assicuravano la Casa Bianca che “terranno d’occhio i fondamentalisti religiosi. Il loro messaggio per noi era “Abbiamo creato questo movimento e possiamo controllarlo”. Non è che non vogliamo che i salafiti lanciano bombe; sono loro a lanciarli contro Hezbollah, Muqtada al-Sadr, Iran e i siriani, se continuano a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. Quindi, non c’è nulla di accidentale nella creazione ed uso di tali reti da parte di Washington e Riyad. Altre tattiche furono utilizzate per evitare di affrontare direttamente tale ultradecennale sforzo. L’uso del “multiculturalismo” contro razzismo virulento, fanatismo e xenofobia ha creato un falso dibattito che trasforma essenzialmente la sponsorizzazione congiunta multinazionale occidentale-araba del terrorismo in diatribe e questioni inconciliabili. L’opposizione controllata di entrambe le parti del “dibattito” derivante, intenzionalmente allontana il discorso pubblico dalle domande su avvento ed uso del wahhabismo da parte dell’Arabia Saudita, dei suoi alleati arabi e dello stesso occidente.

La rete del terrorismo globale statunitense-saudita
Dalle “moschee” finanziate dai sauditi che indottrinano, radicalizzano e reclutano, terroristi vengono quindi inviati nei teatri operativi. Gli estremisti sponsorizzati da Stati Uniti ed Arabia Saudita, provenienti dalla popolazione uigura nella provincia occidentale dello Xinjiang, arrivavano passando dal Sud-Est asiatico in Turchia dove venivano inquadrati, addestrati e armati prima di essere inviati a combattere le truppe di Damasco in Siria. E se attualmente il compito principale della rete terroristica USA-Arabia Saudita è alimentare la guerra per procura contro la Siria, anche l’indottrinamento wahhabita, radicalizzazione e reclutamento sponsorizzati da USA-Arabia Saudita sono localizzati. Mentre gli estremisti uiguri vengono inviati in Siria, altri sono reclutati nella stessa Cina. Nel sud-est asiatico, i finanziamenti sauditi arrivano ai terroristi che combattono sotto la bandiera dello SIIL nelle Filippine. Vi sono legittime preoccupazioni che tale rete USA-Arabia Saudita cerchi d’infiltrarsi in Thailandia per sfruttarne il separatismo nel sud. Nel vicino Myanmar, gli Stati Uniti mettevano al potere l’attuale regime guidato dal “Consigliere di Stato” Aung San Suu Kyi. I suoi sostenitori ultra-nazionalisti e brutalmente razzisti hanno condotto per anni violenze genocide contro la minoranza rohingya. Contemporaneamente, Stati Uniti ed Arabia Saudita creavano un gruppo islamista “rohingya” guidato da Ata Ullah, istruitosi in Arabia Saudita. Le origini di Ata Ullah sono nebulose. La sua “leadership” sarebbe simile a quella di Abu Baqr al-Baghdadi, una figura a capo di un’organizzazione alla fine gestita da Riyadh e Washington. L’uso dei terroristi ha vari obiettivi. Per la Siria, è il cambio di regime, in Cina, l’agitazione e la possibile balcanizzazione alle frontiere della nazione, nel sud-est asiatico, tentativi di dividere ed indebolire le nazioni. Washington tenta d’installare regimi clienti in nazioni come Myanmar, in cui gli Stati Uniti chiedono un regime-cliente obbediente, e le Filippine, in particolare come mezzo per mantenervi la presenza militare.

Denunciare e chiudere l’attività terroristica di Washington e Riyad
Gli Stati Uniti considerano il wahhabismo un utile strumento geopolitico che hanno affinato ed utilizzato da decenni. Mentre essi e i loro alleati occidentali fingono ignoranza dall’inizio, e fingono di essere impotenti, continuano ad investire nella continuazione dell’operazione e nella sua continua reinvenzione. E mentre il wahabismo aiuta l’Arabia Saudita dalla fondazione ed espansione regionale, la sponsorizzazione di tali reti oggi è insostenibile divenendo rapidamente grave. Gli Stati Uniti, come hanno dimostrato verso molti ex-alleati, continueranno a usare il wahhabimo saudita fino quando non sarà più utile. Anche se è ancora presto per dirlo, l’Arabia Saudita ha molti incentivi ed interessi nel denunciare e smantellare tali reti con azioni concrete. Per il pubblico, sventare i meschini tentativi dell’occidente di usare cunei politici per proteggere tale rete multinazionale di indottrinamento, radicalizzazione e reclutamento è essenziale per fargli capire il ruolo di Arabia Saudita ed occidente nella sua costruzione e permanenza.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Chi ci perde dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina

Mision Verdad, 27 marzo 2018Il 22 marzo, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, firmava un memorandum “sulla lotta contro l’aggressione economica della Cina” con cui impone nuove tasse sui prodotti importati dal Paese asiatico e compie un altro passo verso la guerra commerciale contro concorrenti e fornitori. Alcuni analisti dicono che la decisione è un altro esempio di debolezza degli Stati Uniti, una nazione che ha promosso la globalizzazione, ma ora “si oppone, a causa dell’invecchiamento della propria industria“. Si tratta di dazi annuali di 60 miliardi di dollari sui prodotti cinesi che riafferma la tendenza del presidente e magnate a mescolare interessi economici e di sicurezza per fare pressione sulla Cina. La misura cerca di raccogliere fondi per compensare i precedenti tagli alle tasse interne, Trump ha anche promesso di recuperare posti di lavoro e ridurre il peggiore deficit commerciale in sette anni, circa 566 miliardi di dollari. Proprio il gap commerciale più grande è con la Cina: 375 mila 100 milioni di dollari, con un incremento annuo dell’8,1%.

Da dove viene il gap?
La posizione vantaggiosa della Cina nei confronti degli Stati Uniti, in particolare in settori come acciaio ed alluminio, è dovuta ai livelli di sovrapproduzione cinese. Nel 2000, il contributo della produzione di acciaio cinese al totale mondiale non arrivava a un terzo, nel 2016 era il 51%. Quando tutti i grandi Paesi hanno ridotto la produzione di acciaio, la Cina l’ha raddoppiata dall’inizio del secolo. Quasi lo stesso accade con l’alluminio: gli Stati Uniti erano un produttore importante fino al 2005, ma oggi la Cina produce metà dell’alluminio mondiale. Analizzando meglio, si può vedere che, nell’esportazione, gli Stati Uniti sono cresciuti di poco più di sei volte, mentre la Cina di oltre 70 volte.

The Spectator Index @spectatorindex
Exports to the world
1986
US: $211 billion
China: $27 billion

2016
US: $1330 billion
China: $1980 billion

Inoltre, la crescita del debito pubblico degli Stati Uniti ha superato il 100% del prodotto interno lordo (PIL), divenendo il quarto Paese con la più alta percentuale di debito sul PIL.

The Spectator Index@spectatorindex
US government debt.
1998: $5.5 trillion
2008: $10 trillion
2018: $21 trillion

US government debt as share of GDP.
1998: 60%
2008: 67%
2018: 107%

La Cina è il primo detentore del debito USA perché vende a credito più di quanto acquisti, e anche perché compra titoli di Stato a basso rischio nella turbolenta danza tra agenzie di rating e banche salvate. Nell’economia globale, il dollaro ha molto più potere d’acquisto dello yuan. Ciò rende i prodotti statunitensi più costosi all’estero dei prodotti cinesi. Pertanto, i prezzi dei prodotti fabbricati in Cina sono molto più competitivi di quelli degli Stati Uniti.

Reazioni degli Stati Uniti
La misure protezionistiche prese da Trump, nell’architettura economica che la corporatocrazia statunitense ha subordinato al libero mercato, possono ulteriormente minare le dinamiche interne degli Stati Uniti. Personaggi come il suo ex-consigliere economico Gary Cohn, Orrin Hatch, il capo repubblicano della Commissione finanze del Senato e il presidente della Camera Paul Ryan, hanno espresso insoddisfazione e distacco da tali misure. Mentre Richard Trumka, presidente del centro sindacale AFL-CIO che raggruppa oltre 12 milioni di lavoratori nel settore pubblico e privato degli Stati Uniti, ha detto che l’annuncio dei dazi su acciaio e alluminio è un “passo positivo” per proteggere i posti di lavoro negli Stati Uniti, John Heisdorffer, presidente della American Soybean Association (ASA), ha ribadito “grande preoccupazione” per la possibile rappresaglia della Cina contro la soia statunitense, poiché è il più grande acquirente e consuma quasi un terzo della produzione dal valore di 14 miliardi di dollari all’anno. I mercati azionari di tutto il mondo sono caduti giovedì e venerdì, riflettendo le preoccupazioni degli investitori sul peggioramento del commercio sino-statunitense. Tuttavia, Trumka ha detto che “le leggi della globalizzazione sono state scritte contro i lavoratori, è il mito che hanno tentato di perpetuare, la scusa è l’economia, non si può fare nulla, ma l’economia non è altro che un serie di regole, scritte dagli uomini e donne che scegliamo, che indicano i vincitori e i perdenti”, aggiungendo che “ora Wall Street è inquieta perché era abituata a farla franca, non gli interessano i posti di lavoro in Messico o negli Stati Uniti, si preoccupa solo dei prezzi delle azioni, e questo (i dazi) influisce sulle sue azioni, francamente, ha già tratto abbastanza profitti, un record continui per tre anni”, aggiungeva. La senatrice democratica Heidi Heitkamp indicava l’economia del suo stato, North Dakota, dicendo che “ha bisogno di una guerra commerciale tanto quanto una mucca ha bisogno di un hamburger. Il 50% delle esportazioni del Nord Dakota verso l’Unione europea (UE) sono prodotti agricoli e macchinari per l’edilizia e il 60% delle nostre esportazioni in Cina sono prodotti agricoli“.Prime reazioni dalla Cina
La Cina prima studia le sovvenzioni commerciali che gli Stati Uniti applicano ai proprio prodotti agricoli come risposta, come affermato da vari attori nel paese nordamericano. In risposta al memorandum, l’ambasciata cinese negli Stati Uniti affermava che “è una tipica azione protezionistica commerciale unilaterale, la Cina è molto delusa e fortemente contraria da tale azione“, aggiungendo. “le azioni intraprese dagli Stati Uniti sono controproducenti: danneggeranno direttamente gli interessi di consumatori, imprese e mercati finanziari negli Stati Uniti. Inoltre mettono in pericolo l’ordine commerciale internazionale e la stabilità economica globale“. Si ritiene che la Cina ricorra alla cooperazione per disinnescare il conflitto, aumentando il commercio tra i due Paesi, ad esempio espandendo la propria apertura nei servizi, produzione e prodotti base mentre gli Stati Uniti potrebbero allentare i controlli su esportazioni di prodotti high-tech e alto valore aggiunto in Cina. Ciò che sembra una guerra commerciale finisce per essere un tentativo di intimidire la Cina e il resto del mondo per far sì che tutti rafforzino gli Stati Uniti, concedendogli risorse economiche e opportunità di sviluppo, mentre la Cina abbandona la via per essere un altro centro del capitale e della tecnologia. I media cinesi sostengono che lo statunitense medio, nella sua brama di consumo, non vuole la guerra commerciale con la Cina; Se dovesse intensificare e danneggiarne l’economia, Trump la pagherebbe alle urne. Il Vicedirettore del Dipartimento Informazioni del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, Hua Chunying, affermava che il suo Paese “combatterà fino alla fine” in ogni guerra commerciale ed esortava gli Stati Uniti a prendere decisioni caute, aggiungendo che il Paese nordamericano ha importato grandi quantità di prodotti a basso costo e ad alta intensità di manodopera dalla Cina, che hanno ridotto significativamente i costi ai consumatori statunitensi, aumentatone le eccedenze, migliorandone il benessere e aiutando gli Stati Uniti a rallentare l’inflazione.

Chi vince e chi perde?
Il surplus commerciale della Cina nel campo dell’elettronica e delle apparecchiature elettriche contrasta col notevole deficit commerciale in prodotti agricoli, attrezzature e servizi. Le importazioni cinesi di prodotti agricoli, cuoio e aerei rappresentano una parte importante delle esportazioni statunitensi. Pertanto, questi settori potrebbero risentirne se il colosso asiatico volesse imporre sanzioni commerciali agli Stati Uniti. Una guerra commerciale minerebbe direttamente gli interessi di consumatori (il motore dell’economia globale), imprese e mercato finanziario statunitensi. Hua ha descritto il brusco calo delle azioni statunitensi di giovedì come “voto di sfiducia da parte del mercato finanziario verso politiche e movimenti scorretti degli Stati Uniti“. Si sostiene che la Cina non sarà la principale vittima di tali misure, ma gli stretti alleati degli Stati Uniti, maggiore importatore di acciaio al mondo con 20 milioni di tonnellate all’anno per 24 miliardi di dollari. Il principale fornitore è il Canada, col 17% del totale, seguito da Corea del Sud e Brasile. Trump ha promesso che farà eccezioni con alleati come Argentina, Canada e Messico, tentando così di mantenere il controllo diretto e il supporto incondizionato dei suoi alleati. La Cina è solo l’undicesimo esportatore di acciaio negli Stati Uniti. Importanti fornitori come Giappone, Germania e Taiwan saranno inoltre danneggiati dalle misure annunciate. La Cina spera di ridurre significativamente gli ostacoli all’accesso al mercato, facilitare gli investimenti e incoraggiare l’ingresso di capitali esteri in più regioni, la strategia della cooperazione attuata dalla sua diplomazia le consentiranno di diversificare i mercati. Mentre gli Stati Uniti combattono mezzo mondo, compresi i più stretti alleati, la Cina scommette su maggiori scambi liberi e più globalizzazione senza programmi bellici. In questo senso, il progresso delle relazioni con l’Europa permetterà d’isolare gli Stati Uniti mentre persiste tale visione unica ed esclusiva. È così che la Cina gestisce già circa 20 linee ferroviarie dirette con città europee come Londra, Madrid, Rotterdam o Varsavia attraverso la tratta Cina-Madrid, che esiste da più di un anno ed è il servizio ferroviario più lungo del mondo, che sarà ottimizzato dalle compagnie russe a un costo di 242 miliardi di dollari. Anni fa, gli Stati Uniti cessarono di essere la superpotenza che contribuiva al 50% dei beni prodotti nel mondo, dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi assistiamo al crollo di una nazione indebitata e divisa, attraversata da complessi conflitti sociali e che non è un punto di riferimento economico e politico per i Paesi occidentali.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Qatar rafforza i legami militari e commerciali con la Russia

Firas al-Atraqchi, The BRICS Post, 26 marzo 2018Segnalando la crescente influenza di Mosca in Medio Oriente, per la seconda volta in due anni, l’emiro del Qatar incontrava il Presidente Vladimir Putin per discutere di cooperazione bilaterale e sforzi congiunti per affrontare le crisi nel mondo, nonché vedere le vie per cooperare nei mercati dell’energia. La visita dell’emiro Tamim bin Hamad al-Thani a Mosca coincide con il trentesimo anniversario dell’istituzione dei legami Qatar-Russia e arriva nel momento in cui il Qatar cerca di uscire dall’isolamento regionale in seguito alla rottura dei rapporti con Bahrayn, Egitto, Libia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Yemen. Lo sceicco Tamim sottolineava il ruolo significativo e strategico che la Russia svolge nel mondo arabo e in Medio Oriente “Avete relazioni storiche coi Paesi del mondo arabo… notiamo il ruolo che svolgete nel risolvere i problemi di certi nostri Paesi”, aveva detto Tamim nel primo incontro con Putin. I rapporti tra i due Paesi sono notevolmente migliorati negli ultimi due anni; funzionari di diversi ministeri si sono scambiate le visite in entrambi i Paesi numerose volte. Prima, Qatar e Russia ebbero aspri contrasti sul conflitto in Siria. Il Qatar dichiarò pubblicamente di voler rimuovere il Presidente Bashar al-Assad, mentre la Russia appoggiava il leader siriano diplomaticamente, economicamente e militarmente. Si prevede che Putin discuterà della fine diplomatica della guerra in Siria con la controparte del Qatar. Il peso della Russia nel Golfo Persico è in ascesa. Il Qatar ultima i negoziati per l’acquisto di avanzati sistemi di difesa antimissile russi S-400 e i due Paesi hanno discusso di cooperazione militare. Una mossa cruciale per la Russia, in quanto il Qatar ospita la più grande base militare degli USA all’estero, il Centcom. Mentre la Russia potrebbe vedere il Qatar come partner nel porre fine alla guerra in Siria, Doha probabilmente cercherà aiuto da Mosca per porre fine all’isolamento nel Golfo. Mosca è rimasta finora neutrale nella disputa araba, ma ha forti relazioni con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. I due Paesi hanno anche lavorato su una posizione comune sui mercati del petrolio e del gas dopo il drastico calo del 2014 dei prezzi del petrolio.

Embargo arabo
Sebbene i sei Paesi arabi citassero presunti legami del Qatar con le reti terroristiche per la rottura diplomatica, ciascuno l’ha fatto per ragioni diverse. Il governo yemenita appoggiato dall’Arabia Saudita ha dichiarato di aver deciso di rompere i rapporti col Qatar perché aveva legami con “gruppi” che sostengono gli sciiti huthi. Gli esperti dicono che col termine “gruppi” ci si riferisce al sostegno dell’Iran agli huthi. Da parte sua, l’Egitto ha a lungo accusato il Qatar di sostenere il gruppo bandito dei Fratelli musulmani, sostenendo sia dietro a molti attentati nel Paese. Gli Emirati Arabi Uniti hanno anche accusato il Qatar di appoggiare la Fratellanza musulmana, che hanno classificato come minaccia alla sicurezza. Nel febbraio 2014, l’infuocato religioso islamista Yusuf al-Qaradawi, ospite della TV al-Jazeera, attaccò verbalmente agli Emirati Arabi Uniti per il sostegno al governo egiziano dopo la cacciata del presidente dei Fratelli musulmani Muhamad Mursi. Gli Emirati Arabi Uniti chiesero al Qatar di esiliare il religioso, ma Doha si rifiutò. Negli stessi anni, forse quale presagio del futuro, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn ritirarono i loro ambasciatori da Doha dopo che il Qatar non onorò l’accordo di sicurezza comune del novembre 2013 che includeva l’impegno a cessare il sostegno alla Fratellanza musulmana e a non ospitare figure dell’opposizione nel Golfo.

L’asso nella manica della Russia
Le ambizioni del Qatar di diventare attore regionale e globale furono domate negli ultimi anni. L’approccio “soft power” al controllo del Medio Oriente gli si è ritorto contro nei Paesi da secoli esperti nell’arte machiavellica della costruzione imperiale e della manipolazione dei delegati. Allo stesso tempo, l’aggressivo arrivo della Russia nel disordine mediorientale alterava non solo la narrativa regionale, ma anche le realtà sul campo. Le forze anti-Assad persero terreno contro Esercito arabo siriano ed Hezbollah, e le aree occupate da al-Qaida e Stato islamico furono ridotte a meno del sei per cento del Paese. Mentre la Russia distrugge le armi acquistate da Qatar e Arabia Saudita, gli Stati Uniti sembrano ritirarsi dal pantano siriano, nonostante le proteste sunnite. Come allo stesso sceicco Tamim bin Hamad al-Thani piace sottolineare, il Qatar è un membro pacifico delle nazioni che collaborerà cogli alleati statunitensi e occidentali per allontanare il Medio Oriente dall’orlo del caos e del collasso, accusando la comunità internazionale di non sostenere i giovani arabi nella ricerca di democrazia, giustizia e sicurezza economica. Un rimprovero a Stati Uniti ed occidente per non aver fatto di più per abbattere il regime di Assad. Nel frattempo, il Qatar spera di attirare la Russia con lucrosi accordi energetici, permettendo alle società russe di stipulare accordi per lo sviluppo del gas e volendo che i produttori russi investano sempre più nel Qatar.Traduzione di Alessandro Lattanzio