Le ONG sono strumenti dell’imperialismo

Fort Russ, 23 febbraio 2018 – Nova ResistenciaNei Paesi in via di sviluppo o sottosviluppati (in America Latina, Africa, Asia e parte dell’Europa orientale), la partecipazione delle ONG ai servizi pubblici aumenta. Mirano a sostituire gli Stati deboli e/o poveri in vari settori scarsi di risorse. Alcune di tali ONG sono anche coinvolte nella supervisione dello Stato, presumibilmente a favore dei “diritti umani”. È facile sottolineare i problemi fondamentali in tali ONG. Gli Stati sono responsabili verso i propri cittadini. Se i loro governi non sono all’altezza delle aspettative delle masse, rischiano di essere cambiati o, in casi drastici, persino rovesciati dalla popolazione arrabbiata. A chi rispondono le ONG? Solo ai loro donatori, solitamente cittadini benestanti, governi stranieri o potenti corporazioni. Le ONG trasmettono informazioni (vere o meno) ai donatori sui beneficiari per garantirsi le donazioni. Ma capite: se le ONG risolvessero i problemi che gli stanno a cuore, semplicemente non saranno più necessarie. Tuttavia, è chiaro che le ONG non scompariranno e che non esistono per risolvere i problemi a cui s’interessano.
Il fenomeno delle ONG esplose dagli anni ’80, nei Paesi ricchi del primo mondo, per ragioni molto chiare. Nell’élite capitalista globale ci sono vari gradi d’intelligenza e sensibilità, e tra essi uno strato più percettivo notò che l’attuazione del neoliberismo polarizzava le società e generava tensioni sociali. Politici, imprenditori e banchieri neoliberali quindi finanziarono e promossero una strategia parallela “dal basso verso l’alto”, con organizzazioni guidate da un’ideologia “anti-statalista” il cui scopo è placare le masse e, allo stesso tempo, promuovere lo smantellamento dello Stato e la smobilitazione delle organizzazioni politico-sociali serie. Negli anni ’90, tali ONG erano già migliaia e ogni anno muovevano 4 miliardi di dollari. Una delle principali fonti di finanziamento era la Banca mondiale. La convergenza di interessi è chiara: le ONG criticano lo Stato da una prospettiva progressista di sinistra, in difesa di una presunta società civile, mentre la destra lo fa a nome del mercato. In altre parole, mentre i regimi neo-liberali devastavano i loro Paesi e quelli esteri, inondandoli di importazioni, schiacciandoli con debiti da usura, abolendo le leggi sul lavoro e creando una massa crescente di lavoratori precari, le ONG presumevano un ruolo di “autoaiuto” per le comunità locali, deviandole da qualsiasi militanza politico-sociale radicale. Le ONG, in tal senso, non sono altro che una faccia “comunale” del neoliberismo. Sono finanziate dagli stessi personaggi che causano i problemi che cercherebbero di combattere. Quindi, svolgono un ruolo fondamentalmente depoliticizzante e di alleviamento. Lo scopo non è risolvere i problemi, ma cercare di soffocare i conflitti e rendere più appetibile lo sfruttamento capitalista. In tal modo, la stessa classificazione che recano è menzognera. Dato che ricevono finanziamenti dai governi capitalisti e che di solito lavorano con agenzie e dipartimenti di tali governi, non è vero che tali istituzioni siano non governative.
Ultimamente, le ONG hanno assunto un ruolo ancora più importante nelle strategie imperialiste dell’élite globalista. “Le ONG per i diritti umani” infestano i Paesi considerati nemici dai governi atlantisti. Lì, tali ONG operano per indebolire la solidità istituzionale del sistema dei Paesi nemici, istigando la “società civile” contro i governanti in nome dei “diritti umani”, ma a vantaggio dei governi atlantisti e delle multinazionali. Così fu con la primavera araba e Majdan. Le ONG affiliate a George Soros e ad altri finanzieri e/o finanziate dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno adottato i manuali di Gene Sharp dell’ONG Albert Einstein Institute per rovesciare i governi non allineati all’atlantismo. Ancora più marciume permea il mondo delle ONG. Ad esempio, questa settimana l’ONG inglese OXFAM si è scoperta coinvolta in numerosi casi di prostituzione e abuso sessuale ad Haiti. Non è improvviso né sorprendente. Negli ultimi anni vi sono state varie accuse secondo cui la Clinton Foundation e l’OXFAM sono coinvolte in rapimenti, traffico di persone e abusi sessuali ad Haiti. Questo è il vero mondo delle ONG: sfruttamento e sottomissione sotto la mascheratura umanitaria. In risposta, alcuni Paesi, come la Russia, hanno iniziato a vietare ed espellere le ONG occidentali. Il Brasile deve fare lo stesso. Le ONG sono solo strumenti del dominio straniero.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La CIA e i media: 20 fatti da sapere

James F. Tracy, Global Research 30 gennaio 2018Questo articolo del professor James Tracy, pubblicato nell’agosto 2015, è di particolare rilevanza in relazione alla campagna sulle “false notizie” diretta contro i media alternativi e indipendenti.
Con amara ironia, la copertura mediatica del supporto segreto della CIA ad al-Qaida e SIIL è strumentata dalla CIA che sovrintende anche i media mainstream. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Central Intelligence Agency è stata una forza importante nei media statunitensi e stranieri, esercitando una notevole influenza su ciò che il pubblico vede, ascolta e legge regolarmente. Sia i pubblicisti che i giornalisti della CIA affermeranno di avere poche, se non alcuna, relazione, tuttavia la raramente riconosciuta storia della loro intima collaborazione indica una realtà ben diversa che gli storici dei media sono riluttanti ad esaminare. Quando praticata seriamente, la professione giornalistica comporta la raccolta di informazioni su individui, luoghi, eventi e problemi. In teoria tali informazioni istruiscono le persone sul mondo, rafforzando in tal modo la “democrazia”. Questo è esattamente il motivo per cui le agenzie di stampa e i singoli giornalisti sono sfruttati come risorse dalle agenzie d’intelligence e, come l’esperienza del giornalista tedesco Udo Ulfkotte suggerisce, tale pratica è oggi tanto diffusa quanto al culmine della Guerra Fredda. Considerando l’occultamento delle frodi elettorali nel 2000 e 2004, l’11 settembre 2001, le invasioni di Afghanistan e in Iraq, la destabilizzazione della Siria e la creazione dello “SIIL”, tra gli eventi più significativi della storia recente del mondo, sono anche quelli di cui l’opinione pubblica statunitense è completamente ignara. In un’era in cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono onnipresenti, spingendo molti a nutrire l’illusione di essere ben informati, bisogna chiedersi perché tale condizione persiste. Inoltre, perché eminenti giornalisti statunitensi non riescono regolarmente a mettere in discussione altri eventi profondi che modellano la tragica storia degli USA degli ultimi cinquant’anni, come gli omicidi politici degli anni ’60, o il ruolo centrale svolto dalla CIA nel traffico internazionale di droga? Commentatori popolari e accademici hanno suggerito varie ragioni per il fallimento quasi universale del giornalismo mainstream in queste aree, tra cui la sociologia delle notizie, la pressione pubblicitaria, la proprietà monopolistica, la forte dipendenza delle organizzazioni giornalistiche da fonti “ufficiali” e il semplice carrierismo dei giornalisti. C’è anche, senza dubbio, l’influenza delle manovre delle pubbliche relazioni. Eppure una così ampia congiura del silenzio suggerisce che un’altra serie di inganni viene esaminata assai raramente, il coinvolgimento continuo di CIA e altre agenzie d’intelligence nei media per modellare il pensiero e l’opinione in modi scarsamente immaginati dal pubblico.
I seguenti fatti storici e contemporanei, in alcun caso completi, forniscono uno spaccato di come il potere che tali entità posseggono influenzi se non determini la memoria popolare e quale storia abbiano tali istituzioni rispettabili.
1. L’operazione della CIA MOCKINGBIRD è la chiave di volta nota da tempo tra i ricercatori che sottolineano il chiaro interesse e il rapporto dell’Agenzia coi principali media statunitensi. MOCKINGBIRD nacque dal precursore della CIA, l’Office for Strategic Services (OSS, 1942-47), che durante la Seconda guerra mondiale creò una rete di giornalisti e esperti di guerra psicologica che operavano principalmente nel teatro europeo. Molte delle relazioni forgiate dall’OSS furono trasferite nel dopoguerra a un’organizzazione gestita dal dipartimento di Stato chiamata Office of Policy Coordination (OPC) supervisionata dallo staffer dell’OSS Frank Wisner. L’OPC “divenne l’unità dalla maggiore crescita nella nascente CIA“, osserva la storica Lisa Pease, “l’aumento del personale da 302 nel 1949 a 2812 nel 1952, insieme a 3142 sotto contratto all’estero. Nello stesso periodo, il budget salì da 4,7 milioni a 82 milioni di dollari“. Lisa Pease,”The Media and the Assassination“, in James DiEugenio e Lisa Pease, “The Assassinations: Probe Magazine on JFK, MLK, RFK e Malcolm X“, Port Townsend, WA, 2003, 300.
2. Come molti ufficiali della CIA, il direttore della C IA o direttore dell’intelligence centrale (DCI) Richard Helms fu reclutato tra i giornalisti dal supervisore dell’Ufficio di Berlino dell’United Press International per partecipare al programma di “propaganda nera” dell’OSS. “Sei perfetto“, osservò il capo di Helms. Richard Helms, “Uno sguardo alle spalle: Una vita nella Central Intelligence Agency”, New York: Random House, 2003, 30-31. Wisner sfruttò i fondi del piano Marshall per comprare i primi successi della sua divisione, soldi che il suo ramo chiamava “caramelle“. “Non potremmo spendere tutto“, ricorda l’agente della CIA Gilbert Greenway. “Ricordo una volta che incontrai Wisner e il controllore. Mio Dio, dissi, come possiamo spenderli? Non c’erano limiti e nessuno doveva spiegarlo. Era fantastico“. Frances Stonor Saunders, “La Guerra Fredda Culturale: La CIA e il mondo delle arti e delle lettere”, Fazi, 105. Quando l’OPC venne fuso con l’Office of Special Operations nel 1948 per creare la CIA, anche i media dell’OPC furono assorbiti. Wisner mantenne il top secret “Propaganda Assets Inventory“, meglio noto come “Wisner’s Wurlitzer“, un rolodex virtuale di oltre 800 enti notiziari e d’informazione preparate a suonare qualsiasi melodia scelta da Wisner. “La rete comprendeva giornalisti, editorialisti, editori, redattori, intere organizzazioni come Radio Free Europe, e agenti di diverse organizzazioni giornalistiche“. Pease, “The Media and the Assassination“, 300. Alcuni anni dopo l’avvio dell’operazione, Wisner “possedeva” i membri rispettati di New York Times, Newsweek, CBS ed altri media, oltre a quattro-seicento contatti, secondo un analista della CIA. “Ognuno era un’operazione separata“, osservava la giornalista investigativa Deborah Davis, “richiedendo un nome in codice, un supervisore sul campo e un ufficio sul campo, con un costo annuale di decine o centinaia di migliaia di dollari, che non è mai stato contabilizzato“. Deborah Davis, “Katharine the Great: Katharine Graham and The Washington Post”, seconda edizione, Bethesda MD: National Press Inc, 1987, 139.
3. Le operazioni psicologiche sotto forma di giornalismo erano percepite come necessarie per influenzare e dirigere le opinioni della massa, oltre che dell’élite. “Il presidente degli Stati Uniti, il segretario di Stato, i membri del Congresso e persino il direttore della CIA stesso leggeranno, crederanno e rimarranno colpiti da un rapporto di Cy Sulzberger, Arnaud de Borchgrave o Stewart Alsop, quando nemmeno si disturbano di leggere un rapporto della CIA sullo stesso argomento“, osservò l’agente della CIA Miles Copeland. Citato in Pease, “The Media and the Assassination“, 301. Dalla metà alla fine degli anni Cinquanta, sottolinea Darrell Garwood, l’Agenzia cercò di limitare le critiche alle attività segrete e di bypassare la supervisione del Congresso o possibili interferenze giudiziarie “infiltrandosi nel mondo accademico, nel corpo missionario, nei comitati di redazione di influenti riviste ed editori, e qualsiasi altro luogo in cui l’atteggiamento pubblico possa essere effettivamente influenzato“. Darrell Garwood, “Sottocopertura: Trentacinque anni di inganni della CIA”, New York: Grove Press, 1985, 250. La CIA interviene spesso nel processo decisionale editoriale. Ad esempio, quando l’Agenzia procedette a rovesciare il regime di Arbenz in Guatemala nel 1954, Allen e John Foster Dulles, rispettivamente segretario di Stato del presidente Eisenhower e direttore della CIA, invitarono il redattore del New York Times, Arthur Hays Sulzberger, a riassegnare il giornalista Sydney Gruson dal Guatemala a Città del Messico. Sulzberger quindi collocò Gruson a Città del Messico con la logica che alcune ripercussioni della rivoluzione potessero essere avvertite in Messico. Pease, “The Media and the Assassination“, 302.
4. Fin dagli inizi degli anni ’50, la CIA “ha segretamente finanziato numerosi servizi di stampa stranieri, periodici e giornali sia in inglese che in lingue estere, fornendo un’ottima copertura agli agenti della CIA“, scrisse Carl Bernstein nel 1977. “Una di queste pubblicazioni era il Daily American di Roma, al quaranta per cento di proprietà della CIA fino agli anni ’70“. Carl Bernstein, “La CIA e i media“, Rolling Stone, 20 ottobre 1977. La CIA ebbe legami informali coi dirigenti dei media, in contrasto coi rapporti con giornalisti e informatori salariati, “che erano molto più soggetti all’orientamento dell’Agenzia“, secondo Bernstein. “Alcuni dirigenti, tra cui Arthur Hays Sulzberger del New York Times. firmarono accordi di segretezza. Ma tali interpretazioni formali erano rare: le relazioni tra funzionari dell’Agenzia e dirigenti dei media erano di solito sociali“. L’asse delle P e Q Street a Georgetown”, secondo una fonte. “Non devi dire a William Paley di firmare un pezzo di carta dicendo che non starà zitto“. “L’amicizia personale del direttore dalla CBS William Paley col direttore della CIA Dulles è nota essere stata una delle più influenti e significative nelle comunicazioni“, spiega l’autrice Debora Davis. “Fornì la copertura agli agenti della CIA, gli ultimi cinenotiziari, l’interrogatorio dei giornalisti e in molti modi rese standard la cooperazione tra la CIA e le maggiori compagnie radiotelevisive, durata fino alla metà degli anni ’70“. Deborah Davis, “Katharine the Great: Katharine Graham and The Washington Post”, seconda edizione, Bethesda MD: National Press Inc, 1987, 175.
5. “Il rapporto dell’Agenzia col Times era di gran lunga il più prezioso tra i giornali, secondo i funzionari della CIA“, sottolinea Bernstein nel suo articolo del 1977. “Dal 1950 al 1966, a circa dieci impiegati della CIA fu data copertura dal Times, secondo accordi approvati dal defunto redattore Arthur Hays Sulzberger. Gli accordi di copertura facevano parte di una politica generale del Times, impostata da Sulzberger, per aiutare la CIA quando possibile. “Inoltre, Sulzberger era un amico intimo del direttore della CIA Allen Dulles”. ‘A quel livello di contatti era il potente a parlare coi potenti’, disse un alto funzionario della CIA presente ad alcune discussioni. “In linea di principio c’era un accordo sul fatto che, sì, ci saremmo aiutati a vicenda. La questione della copertura emerse in diverse occasioni. Si decise che gli accordi effettivi sarebbero stati gestiti da subordinati… I potenti non volevano sapere i dettagli volendo una negazione plausibile“. Bernstein, “La CIA e i media“. Paley della CBS collaborava con la CIA, consentendo all’Agenzia di utilizzare risorse della rete e personale. “Era una forma di assistenza da un certo numero di persone benestanti, ora generalmente note per aver aiutato la CIA tramite i loro interessi privati“, scrisse il giornalista radiotelevisivo Daniel Schorr nel 1977. “Mi suggerì, tuttavia, che un rapporto di fiducia era esistita tra lui e l’agenzia“. Schorr indicò “indizi secondo cui la CBS fu infiltrata“. Ad esempio, “Un redattore si ricordò dell’ufficiale della CIA che era solito venire nella sala di controllo della radio a New York nei primi anni, col permesso di persone sconosciute, ascoltando i corrispondenti della CBS da tutto il mondo che registravano i loro “spot” per il “World News Roundup”, e discutevano degli eventi col redattore di turno“. Sam Jaffe affermò che quando fece domanda nel 1955 per un lavoro con la CBS, un agente della CIA gli disse che sarebbe stato assunto, cosa che in seguito avvenne. Gli fu detto che sarebbe stato mandato a Mosca, come avvenne; fu assegnato nel 1960 per coprire il processo al pilota dell’U-2 Francis Gary Powers. “(Richard) Salant mi disse“, continuava Schorr, “che quando divenne presidente della CBS News nel 1961, un agente del caso della CIA lo chiamò dicendo che voleva continuare l’antica relazione nota a Paley e (al presidente della CBS Frank) Stanton, ma a Salant fu detto da Stanton che non sapeva di alcun obbligo” (276). Schorr, Daniel, “Clearing the Air”, Boston: Houghton Mifflin, 1977, 276-277.
6. La casa editrice del National Enquirer di Gene Pope Jr. collaborò brevemente coll’ufficio Italia della CIA nei primi anni ’50 e mantenne stretti legami con l’Agenzia in seguito. Pope si astenne dal pubblicare decine di storie con “dettagli su rapimenti e omicidi della CIA, materiale sufficiente per un anno di titoli” al fine di “raccogliere fiches e pagherò“, scrisse il figlio di Pope. “Pensava che non avrebbe mai saputo quando ne avrebbe avuto bisogno, e quelle cambiali sarebbero tornate utili quando arrivò a 20 milioni di copie. Quando ciò accadde, avrebbe avuto la voce di quasi ramo del governo e avrebbe avuto bisogno di una copertura“. Paul David Pope, “Le gesta dei miei padri: come mio nonno e padre hanno costruito New York e creato il tabloid World of Today”, New York: Phillip Turner/Rowman & Littlefield, 2010, 309, 310. Una storia esplosiva che The National Enquirer di Pope si astenne dal pubblicare alla fine degli anni ’70, era incentrata su estratti da un diario da lungo tempo ricercato dell’amante del presidente Kennedy, Mary Pinchot Meyer, che fu assassinata il 12 ottobre 1964. “I reporter che scrissero l’articolo poterono persino collocare James Jesus Angleton, il capo delle operazioni di controspionaggio della CIA, sulla scena“. Un’altra possibile storia era sui “documenti che provano che (Howard) Hughes e la CIA erano collegati per anni e che la CIA dava soldi a Hughes per finanziare segretamente, con donazioni elettorali, ventisette membri del Congresso e senatori che sedevano in sottocommissioni cruciali per l’agenzia. C’erano anche cinquantatré compagnie internazionali create come facciate della CIA… e persino una lista di giornalisti delle principali organizzazioni mediatiche che collaboravano con l’agenzia“. Pope, “Le gesta dei miei padri”, 309. Angleton, che supervisionava il ramo del controspionaggio dell’Agenzia da 25 anni, “gestiva un gruppo completamente indipendente di quadri giornalisti-agenti che eseguivano incarichi sensibili e spesso pericolosi; si sa poco di tale gruppo per la semplice ragione che Angleton deliberatamente mantenne solo i dossier più sfumati“. Bernstein,”La CIA e i media“.
8. La CIA condusse un “programma di addestramento formale” negli anni ’50 con l’unico scopo d’istruire gli agenti ad apparire dei giornalisti. “Ai funzionari dell’intelligence fu ‘insegnato a sembrare dei giornalisti’, spiegava un alto funzionario della CIA, e furono poi posti nei principali notiziari con l’aiuto della direzione. Questi fecero carriera e fu detto “Sta divenendo un giornalista”, disse il funzionario della CIA. L’Agenzia preferiva, tuttavia, coinvolgere giornalisti già affermati”. Bernstein, “La CIA e i media”. Editorialisti e giornalisti radio dai nomi famigliari erano noti avere stretti legami con l’Agenzia. “C’è forse una dozzina di giornalisti ben noti e commentatori radio i cui rapporti con la CIA vanno ben oltre quelli normalmente mantenuti tra giornalisti e loro fonti“, sosteneva Bernstein. “Sono indicati nell’Agenzia come i “beni noti” e possono essere contattati per eseguire una serie di attività sotto copertura; sono considerati recettivi dall’Agenzia su vari argomenti“. Bernstein,”La CIA e i media“. Frank Wisner, Allen Dulles e il caporedattore del Washington Post Phillip Graham erano stretti collaboratori e il Post divenne uno degli organi d’informazione più influenti negli Stati Uniti grazie ai legami con la CIA. “I rapporti individuali con l’intelligence dei dirigenti del Post erano in realtà il motivo per cui la società del Post crebbe così velocemente nel dopoguerra“, osservava Davis (172). “I segreti dell’erede erano i suoi segreti aziendali, a cominciare da MOCKINGBIRD. L’impegno di Phillip Graham verso l’intelligence diede all’amico Frank Wisner interesse nel contribuire a rendere il Washington Post il principale veicolo d’informazione a Washington, cosa che avevano fatto aiutandolo nelle acquisizioni cruciali delle stazioni radiotelevisive del Times-Herald e del WTOP“. Davis, “Katharine the Great: Katharine Graham and The Washington Post”, 172.
9. Dopo la Prima guerra mondiale, l’amministrazione di Woodrow Wilson mise il giornalista e scrittore Walter Lippmann a capo degli agenti di reclutamento dell’Inchiesta (Inquiry), la prima organizzazione d’intelligence civile ultrasegreta il cui ruolo consisteva nell’accertare le informazioni per preparare Wilson ai negoziati di pace, nonché identificare le risorse naturali straniere per speculatori e compagnie petrolifere di Wall Street. Le attività di tale organizzazione servirono da prototipo per i compiti svolti infine dalla CIA, ovvero “pianificazione, raccolta, gestione e modifica dei dati grezzi“, osservava lo storico Servando Gonzalez. “Ciò corrisponde grosso modo al ciclo dell’intelligence della CIA: pianificazione e direzione, raccolta, elaborazione, produzione, analisi e diffusione“. La maggior parte dei membri dell’Inchiesta divenne in seguito membro del Council on Foreign Relations. Lippmann divenne il più noto editorialista del Washington Post. Servando Gonzalez, “Guerra Psicologica e Nuovo Ordine Mondiale: La guerra segreta contro il popolo americano”, Oakland, CA: Spooks Books, 2010, 50.
10. I due settimanali statunitensi più importanti, Time e Newsweek, mantennero stretti legami con la CIA . “I dossier delle agenzie contengono accordi scritti con ex-corrispondenti e agenti esteri di entrambi i settimanali“, secondo Carl Bernstein. “Allen Dulles spesso intercedeva presso il buon amico, il compianto Henry Luce, fondatore delle riviste Time and Life, che permetteva a certi membri del suo staff di lavorare per l’Agenzia e che accettò di dare posti di lavoro e credenziali ad altri agenti della CIA che non avevano esperienza giornalistica“. Bernstein,”La CIA e i media”. Nella sua autobiografia l’ex-ufficiale della CIA E. Howard Hunt citava a lungo l’articolo di Bernstein “La CIA e i media“. “Non so nulla per contraddirlo“, affermò Hunt, suggerendo che il giornalista investigativo noto per il Watergate non era andato troppo lontano. “Bernstein inoltre identificò alcuni dei principali dirigenti mediatici del Paese come risorse preziose per l’agenzia… Ma l’elenco delle organizzazioni che hanno collaborato con l’agenzia era il “Chi dei Chi” dell’industria dei media, tra cui ABC, NBC, Associated Press, UPI, Reuters, Hearst Newspapers, Scripps-Howard, Newsweek e altri“. E. Howard Hunt, “American Spy: My Secret History in the CIA, Watergate e Beyond”, Hoboken NJ: John Wiley & Sons, 2007, 150.
11. Quando la prima grande denuncia della CIA emerse nel 1964 con la pubblicazione del Governo Invisibile dei giornalisti David Wise e Thomas B. Ross, la CIA prese in considerazione l’idea di acquistarne tutte le copie per tenerla segreta, ma alla fine decise il contrario. “Con una misura che comincia ad essere solo percepita, questo governo ombra modella la vita di 190000000 di statunitensi“, scrissero Wise e Ross nella prefazione del libro. “Le principali decisioni che riguardano pace e guerra si prendono senza che il pubblico lo sappia. Un cittadino informato potrebbe sospettare che la politica estera degli Stati Uniti spesso vada pubblicamente in una direzione e segretamente, attraverso il governo invisibile, nella direzione opposta“. Lisa Pease, “Quando l’impero della CIA colpisce ancora“, Consortiumnews, 6 febbraio 2014. L’infiltrazione dell’Agenzia nei media diede forma alla percezione pubblica di eventi profondi, evidenziando le spiegazioni ufficiali di tali eventi. Ad esempio, il rapporto della Commissione Warren sull’assassinio del presidente John F. Kennedy fu accolto con approvazione quasi unanime dai media statunitensi. “Non ho mai visto un rapporto ufficiale accolto con un plauso così universale come quello sulle conclusioni della Commissione Warren, quando furono rese pubbliche il 24 settembre 1964“, ricorda il giornalista investigativo Fred Cook. “Tutte le principali reti televisive dedicarono programmi e analisi speciali al rapporto; il giorno dopo i giornali pubblicarono lunghi editoriali che ne dettagliavano le scoperte, accompagnate da speciali analisi. Il verdetto fu unanime. Il rapporto rispose a tutte le domande, non lasciando spazio a dubbi. Lee Harvey Oswald, da solo e senza aiuto, aveva assassinato il presidente degli Stati Uniti“. Fred J. Cook, “Maverick: cinquanta anni di rapporti investigativi”, GP Putnam’s Sons, 1984, 276. Verso la fine del 1966, il New York Times iniziò un’inchiesta sulle numerose questioni relative all’assassinio del presidente Kennedy che non erano state trattate in modo soddisfacente dalla Commissione Warren. “Non fu mai completato“, osserva l’autore Jerry Policoff, “né il New York Times avrebbe mai più messo in discussione le conclusioni della Commissione Warren“. Quando la storia si sviluppava, il caporedattore dell’ufficio Houston del Times disse che lui ed altri trovarono “molte domande senza risposta” che il Times non si preoccupò di seguire. “Se partivo bene, poi qualcuno mi chiamava e mi mandava in California per un’altra storia o qualcosa del genere. Non ci dedicammo mai veramente. Non fummo seri“, Jerry Policoff, “I media e l’omicidio di John Kennedy“, in Peter Dale Scott, Paul L. Hoch e Russell Stetler, eds., “The Assassinations: Dallas and Beyond”, New York: Vintage, 1976, 265.
12. Quando il procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison, intraprese l’indagine sull’assassinio di JFK nel 1966, centrata sulla presenza di Lee Harvey Oswald a New Orleans nei mesi precedenti al 22 novembre 1963, “fu travolto da due uragani, uno da Washington e uno da New York”, spiega lo storico James DiEugenio. Il primo, naturalmente, proveniva dal governo, in particolare dalla Central Intelligence Agency, dall’FBI e, in misura minore, dalla Casa Bianca. Quello di New York dai principali media mainstream come Time-Life e NBC. Quei due giganti della comunicazione erano decisi a fare apparire Garrison sotto una luce sospesa tra ridicolo e critiche. Tale campagna orchestrata… riuscì a distogliere l’attenzione da ciò che Garrison stava scoprendo, creando polemiche sullo stesso procuratore“. DiEugenio, Prefazione in William Davy, “Let Justice Be Done: New Light on Jim Garrison Investigation”, Reston VA: Jordan Publishing, 1999. La CIA e altre agenzie d’intelligence statunitensi usarono i media per sabotare l’indagine indipendente di Garrison del 1966-69 sull’assassinio di Kennedy. Garrison presiedeva l’unica agenzia di polizia con mandato di comparizione per approfondire seriamente gli intricati dettagli relativi all’omicidio di JFK. Uno dei testimoni chiave di Garrison, Gordon Novel, fuggì da New Orleans per evitare di testimoniare davanti al Gran Giurì riunito da Garrison. Secondo DiEugenio, “il direttore della CIA, Allen Dulles e l’agenzia avrebbero collegato il fuggiasco di New Orleans con oltre una dozzina di giornalisti amici della CIA che, in un palese tentativo di distruggere la reputazione di Garrison, avrebbero continuato a scrivere le storie più oltraggiose immaginabili sul procuratore“, James DiEugenio, “Destiny Betrayed: JFK, Cuba and The Garrison Case”, seconda edizione, New York: SkyHorse Publishing, 2012, 235. L’ufficiale della CIA Victor Marchetti raccontò all’autore William Davy che nel 1967 mentre partecipava alle riunioni del personale come assistente dell’allora direttore della CIA Richard Helms, “Helms espresse grandi preoccupazioni su (l’ex-ufficiale dell’OSS, agente della CIA e sospettato principale nelle indagini di Jim Garrison Clay) Shaw, chiedendo al suo staff, ‘gli stiamo dando tutto l’aiuto che possiamo laggiù?’“. William Davy, “Let Justice Be Done: New Light on Jim Garrison Investigation”, Reston VA: Jordan Publishing, 1999. I peggiorativi del termine “teoria della cospirazione” furono introdotte nel lessico occidentale dalla “attività mediatica” della CIA, come evidenziato nel piano tracciato dal Documento 1035-960 concernente la critica al rapporto Warren, un comunicato dell’Agenzia inviato all’inizio del 1967 presso gli uffici delle agenzie di tutto il mondo, nel momento in cui l’avvocato Mark Lane, col Rush to Judgment, era in cima ai bestseller, e le indagini del procuratore di New Orleans Garrison sull’assassinio di Kennedy iniziavano a guadagnare terreno.
12. Time ebbe stretti rapporti con la CIA derivanti dall’amicizia del proprietario Henry Luce col capo della CIA di Eisenhower Allen Dulles. Quando l’ex-giornalista Richard Helms fu nominato DCI nel 1966, “iniziò a coltivare la stampa“, spingendo i giornalisti verso conclusioni che ponevano l’Agenzia sotto una luce positiva. Come ricorda il corrispondente del Time a Washington Hugh Sidney, “(con John) McCone e (Richard) Helms, facevamo squadra e quando la rivista faceva qualcosa sulla CIA, andammo da loro e li mettevamo a posto… Non fummo mai ingannati”. Allo stesso modo, quando Newsweek decise nell’autunno del 1971 di scrivere una cover story su Richard Helms e “The New Spionage“; la rivista, secondo uno dello staff di Newsweek, andò direttamente dall’agenzia per le informazioni. E l’articolo… “rifletteva generalmente la linea che Helms cercava così tanto di spacciare: che dalla fine degli anni ’60… il centro dell’attenzione e del prestigio nella CIA era passato dai servizi clandestini all’analisi d’intelligence e che la stragrande maggioranza delle reclute era destinata alla “direzione dell’Intelligence””. Victor Marchetti e John D. Marks, CIA, Culto e Mistica del servizio segreto, Garzanti, 1976, 362-363. Nel 1970 Jim Garrison scrisse e pubblicò la semi-autobiografica A Heritage of Stone, un’opera che esamina come il procuratore di New Orleans “scoprì che la CIA operava negli Stati Uniti, e in che modo impiegasse sei mesi per rispondere alla domanda della Commissione Warren sul fatto che Oswald e (Jack) Ruby fossero stati nell’Agenzia“, osservava la biografa di Garrison e docente di scienze umanistiche all’Università di Temple Joan Mellen. “In risposta ad A Heritage of Stone, la CIA radunò i suoi media” e il libro fu stroncato da critici che scrivevano per New York Times, Los Angeles Times, Washington Post, Chicago Sun Times e Life. “La recensione sul New York Times di John Leonard subì una metamorfosi”, spiega Mellen. “L’ultimo paragrafo originale sfidava il rapporto Warren: ‘Qualcosa puzza in tutta questa faccenda’, scrisse Leonard. “Perché gli organi del collo di Kennedy non furono esaminati a Bethesda per le prove sul colpo frontale? Perché il suo corpo fu portato a Washington prima della richiesta legale del Texas? Perché?’ Questo paragrafo evaporò nelle edizioni successive del Times. Una parte scomparve, e quindi la recensione terminava:Francamente preferisco credere che la Commissione Warren abbia fatto un lavoro povero, piuttosto che disonesto. Mi piace pensare che Garrison inventi mostri per spiegarne l’incompetenza“. Joan Mellen, “Addio alla giustizia: Jim Garrison, l’assassinio di JFK e il caso che avrebbe cambiato la storia”, Washington DC: Potomac Books, 2005, 323 – 324.
13. Il vicedirettore della CIA per i piani Cord Meyer Jr. si rivolse al presidente emerito Cass Canfield Sr. sulla pubblicazione del libro di Alfred McCoy “La Politica dell’eroina nel sud-est asiatico”, basato sul lavoro dell’autore e sulla tesi di dottorato di Yale in cui esaminava il ruolo esplicito della CIA nel traffico dell’oppio. “Affermando che il mio libro fosse una minaccia alla sicurezza nazionale“, ricorda McCoy, “il funzionario della CIA chiese ad Harper & Row di sopprimerlo. A suo merito, Canfield si rifiutò, ma accettò di rivedere il manoscritto prima della pubblicazione“. Alfred W. McCoy, “La Politica dell’eroina”, Rizzoli, 1973. La pubblicazione di The Secret Team, un libro del colonnello dell’aeronautica statunitense e collegamento Pentagono-CIA L. Fletcher Prouty, che racconta in prima persona le operazioni e lo spionaggio della CIA, fu accolto da una grande campagna di censura nel 1972. “La campagna per distruggere il libro fu nazionale e mondiale“, osservò Prouty. “Fu rimosso dalla Biblioteca del Congresso e dalle biblioteche dei college come lettere che ricevetti attestarono troppo spesso… Ero uno scrittore il cui libro fu cancellato da un importante editore (Prentice Hall) e da un importante editore di tascabili (Ballantine Books) su persuasione della CIA“. L. Fletcher Prouty, The Secret Team: La CIA e i suoi alleati nel controllo degli Stati Uniti e del mondo, New York: SkyHorse Publishing, 2008, xii, xv.
14. Alle udienze del Comitato Pike del 1975, il congressista Otis Pike chiese al DCI William Colby: “Avete qualcuno pagato dalla CIA che lavora per le reti televisive?” Colby rispose: “Questo, penso, entra nei dettagli, signor Presidente, che mi piacerebbe affrontare in sessione esecutiva”. Una volta chiusa la camera, Colby ammise che nel 1975 specificamente “la CIA ha sotto copertura mediatica” undici agenti, molti meno rispetto al periodo d’oro delle operazioni cappa e penna, ma alcuna domanda l’avrebbe indotto a parlare di editori e delle reti che avevano collaborato“, Schorr, “Clearing the Air”, 275. “C’è un’incredibile diffusione di notizie“, informò l’ex-ufficiale dell’intelligence della CIA, William Bader, il Comitato sull’intelligence del Senato degli Stati Uniti che indagava sull’infiltrazione della CIA nel giornalismo nazionale. “Non è necessario manipolare la rivista Time, ad esempio, perché ci sono persone dell’Agenzia a dirigerla“. Bernstein, “La CIA e i media“.
15. Nel 1985 lo storico del cinema e professore Joseph McBride s’imbatté in un memorandum del 29 novembre 1963 di J. Edgar Hoover, intitolato “Assassinio del presidente John F. Kennedy“, in cui il direttore dell’FBI dichiarò che la sua agenzia provvide ad interrogare due individui, uno dei quali era “George Bush della Central Intelligence Agency“. “Quando McBride interrogò la CIA sulla nota, l’uomo delle pubbliche relazioni fu formale ed opaco: “Non posso né confermare né smentire”, era la risposta standard che l’agenzia dava quando parlava di sue fonti e metodi“, osservava il giornalista Russ Baker. Quando McBride pubblicò l’articolo su The Nation,L’uomo che non c’era, George Bush operatore della CIA“, la CIA si fece avanti affermando che il riferimento a George Bush nel registro dell’FBI “apparentemente” faceva riferimento a un George William Bush, che occupava una posizione, nel turno notturno al quartier generale della CIA, che “sarebbe stato il posto giusto per ricevere tale rapporto“. McBride rintracciò George William Bush per confermare di esser stato assunto per breve tempo come “funzionario in prova“, e che disse “non ricevette mai tale rapporto“. Poco dopo The Nation pubblicò un secondo articolo di McBride in cui “l’autore forniva prove che la Central Intelligence Agency aveva mentito al popolo americano”… Come il precedente articolo di McBride, questa rivelazione fu accolta dal disinteresse di tutti i media. “Dall’episodio, i ricercatori trovarono documenti che collegano George HW Bush alla CIA già nel 1953”. Russ Baker, “Family of Secrets: The Bush Dynasty, America’s Invisible Government”, e “Hidden History of the Last Fifty Years”, New York: Bloomsbury Press, 2009, 7-12.
16. L’operazione Gladio, la ben documentata collaborazione tra le agenzie di spionaggio occidentali, tra cui la CIA, e la NATO, che prevedeva sparatorie e attentati terroristici coordinati su obiettivi civili in tutta Europa dalla fine degli anni ’60 agli anni ’80, fu efficacemente nascosta dai principali media tradizionali. Una ricerca accademica di LexisNexis del 2012 sull'”Operazione Gladio” recuperava 31 articoli in lingua inglese, la maggior parte apparsa sui giornali inglesi. Solo quattro articoli su Gladio sono mai apparsi su pubblicazioni statunitensi, tre sul New York Times e una breve menzione sul Tampa Bay Times. Ad eccezione di un documentario della BBC del 2009, nessuna trasmissione televisiva fece mai riferimento all’operazione terroristica sponsorizzata dalla NATO. Quasi tutti gli articoli su Gladio sono apparsi nel 1990, quando il primo ministro italiano Giulio Andreotti ammise pubblicamente la partecipazione dell’Italia. Il New York Times minimizzava qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti, designando erroneamente Gladio come “creazione italiana”, in una storia sepolta a pagina 16. In realtà, l’ex-direttore della CIA William Colby rivelò nelle sue memorie che i paramilitari occulti erano un’importante operazione dell’Agenzia istituita dopo la Seconda guerra mondiale, tra cui “la ristretta cerchia di gente affidabile, a Washington e NATO“. James F. Tracy, “False Flag Terror and Conspiracy of Silence“, Global Research, 10 agosto 2012.
17. Pochi giorni prima dell’attentato del 19 aprile 1995 all’edificio federale Alfred P. Murrah di Oklahoma City, il DCI William Colby confidò al suo amico, senatore del Nebraska John DeCamp, le preoccupazioni personali per le milizie dei patrioti negli Stati Uniti, e l’ascesa della loro popolarità grazie all’uso dei media alternativi di quell’epoca: libri, periodici, cassette e trasmissioni radio. “Vidi come il movimento contro la guerra ha reso impossibile a questo Paese condurre o vincere la guerra del Vietnam“, osservò Colby. “Ti dico, caro amico, che il movimento delle Milizie e dei Patrioti di cui, come avvocato, sei diventato utile, è molto più significativo e più pericoloso per gli statunitensi di quanto lo sia mai stato il movimento contro la guerra, non è gestito in modo intelligente, e intendo sul serio“. David Hoffman, “The Oklahoma City Bombing e Politics of Terror”, Venice CA: Feral House, 1998, 367.
18. Poco dopo la comparsa della serie “Dark Alliance” del giornalista Gary Webb sul San Jose Mercury News che raccontava del coinvolgimento dell’Agenzia nel narcotraffico, la divisione Affari Pubblici della CIA intraprese una campagna per contrastare ciò che definiva crisi di pubbliche relazioni dell’Agenzia. “Webb stava semplicemente riferendo al pubblico ciò che era già stato ben documentato da studiosi come Alfred McCoy e Peter Dale Scott, e dal Rapporto del Comitato Kerry del 1989 sull’Iran-Contra, che la CIA era da tempo coinvolta nel narcotraffico transnazionale. Tali risultati furono confermati nel 1999 da uno studio dell’ispettore generale della CIA. Ciononostante, poco dopo la serie di Webb,i portavoce della CIA ricordarono ai giornalisti che questa serie non era una vera notizia“, osservò un organo interno della CIA, “in quanto simili accuse furono fatte negli anni ’80 ed investigate dal Congresso, trovandole senza sostanza. I giornalisti furono incoraggiati a leggere attentamente la serie “Dark Alliance” e con occhio critico a quali accuse potevano essere effettivamente sostenute da prove“. Il 10 dicembre 2004, il giornalista investigativo Gary Webb morì per due ferite da arma da fuoco calibro 38 alla testa. Il coroner dichiarò la morte un suicidio. “Gary Webb fu ucciso”, concluse l’agente speciale dell’FBI Ted Gunderson nel 2005. “(Webb) sopravvisse al primo colpo (alla testa e uscito dalla mascella) così gli spararono un secondo colpo in testa (cervello)“. Gunderson pensava che la teoria che Webb si fosse sparato due volte fosse “impossibile!” Charlene Fassa,”Gary Webb: Altre tessere nel puzzle suicidato“, Rense, 11 dicembre 2005. I giornalisti più riveriti che ricevono informazioni “esclusive” e accesso ai corridoi del potere sono in genere i più asserviti ai regimi e spesso hanno legami con l’intelligence. Chi ottiene tale accesso comprende che deve sostenere le storie del governo. Per esempio, Tom Wicker del New York Times riferì il 22 novembre 1963 che il presidente John F. Kennedy “fu colpito da un proiettile in gola, proprio sotto il pomo d’Adamo“. Eppure il suo resoconto andò in stampa prima che la versione ufficiale del singolo assassino che sparava alla schiena fosse decisa. Wicker fu punito con “la fine dell’accesso, lamentele da redattori ed editori, sanzioni sociali, fughe ai concorrenti, varie risposte che nessuno dava“. Barrie Zwicker, “Towers of Deception: The Media Coverup of 9/11”, Gabrioloa Island, BC: New Society Publishers, 2006, 169-170.
18. La CIA promuove attivamente un’immagine pubblica desiderabile della sua storia e funzione, consigliando la produzione di supporti hollywoodiani come Argo e Zero Dark Thirty. L’Agenzia ha “ufficiali di collegamento nell’industria dell’intrattenimento” nel suo staff che “piazza immagini positive su se stessa (in altre parole, propaganda) attraverso le nostre forme di intrattenimento più popolari“, spiega Tom Hayden al LA Review of Books. “È così naturale che la connessione con l’intrattenimento della CIA ne mette in dubbio le ramificazioni legali o morali. Questa è un’agenzia governativa come alcun’altra; la verità sulle sue operazioni non è soggetta ad esame pubblico. Quando i persuasori occulti della CIA influenzano un film di Hollywood, usano un mezzo popolare per spacciare il più possibile un’immagine di sé positiva, o almeno, impedire che sia sfavorevole“. Tom Hayden,”Recensione a La CIA a Hollywood: come l’agenzia modella film e televisione di Tricia Jenkins“, LA Review of Books, 24 febbraio 2013. L’ex-agente della CIA Robert David Steele afferma che la manipolazione della CIA sui media è “peggiore” negli anni 2010 rispetto alla fine degli anni ’70, quando Bernstein scrisse “La CIA e i media”. “La cosa triste è che la CIA è molto capace di manipolare (i media) e ha accordi finanziari con essi, col Congresso, con tutti gli altri. Ma l’altra metà della medaglia è che i media sono pigri”. James Tracy intervista Robert David Steele, 2 agosto 2014.
19. Un fatto ben noto è che il giornalista radiofonico Anderson Cooper fu arruolato dalla CIA mentre era studente universitario a Yale alla fine degli anni ’80. Secondo Wikipedia, suo zio William Henry Vanderbilt III era un funzionario esecutivo del ramo Operazioni speciali dell’OSS del fondatore William “Wild Bill” Donovan. Mentre Wikipedia è una fonte spesso dubbia, il coinvolgimento nell’OSS di Vanderbilt sarebbe coerente con la reputazione che OSS/CIA assumano persone benestanti da inviare all’estero. William Henry Vanderbilt III, Wikipedia. Il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, autore del libro del 2014 Gekaufte Journalisten (Giornalisti comprati) rivelò come, con la minaccia del licenziamento, fosse regolarmente obbligato a pubblicare articoli scritti da agenti dei servizi segreti che utilizzavano il suo nome. “Ho finito per pubblicare articoli col mio nome scritti da agenti della CIA e altri servizi d’intelligence, in particolare i servizi segreti tedeschi“, spiegava Ulfkotte in un’intervista a Russia Today. “Giornalista tedesco: i media europei scrivono storie pro-USA su pressione della CIA”, RT, 18 ottobre 2014.
20. Nel 1999 la CIA fondò In-Q-Tel, società di venture capital che cerca “d’identificare ed investire in società che sviluppano tecnologie d’informazione all’avanguardia utili agli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti“. L’azienda aveva relazioni finanziarie con piattaforme Internet utilizzate di routine dagli statunitensi, tra cui Google e Facebook. “Se vuoi stare al passo con la Silicon Valley, devi diventare parte della Silicon Valley“, diceva Jim Rickards, un consulente della comunità d’intelligence degli Stati Uniti che conosceva le attività di In-Q-Tel. “Il modo migliore per farlo è avere un budget perché quando hai un libretto degli assegni, tutti vengono da te“. A un certo punto IQT “si adattò alle esigenze della CIA”. Oggi, tuttavia, “l’azienda supporta le 17 agenzie della comunità d’intelligence degli Stati Uniti, tra cui National Geospatial-Intelligence Agency (NGA), Defense Intelligence Agency (DIA) e Direzione della scienza e della tecnologia del dipartimento della Sicurezza Nazionale“. Matt Egan,”In-Q-Tel: uno sguardo al ramo venture capital della CIA“, FoxBusiness, 14 giugno 2013. In una conferenza del 2012 d’In-Q-Tel, il direttore della CIA David Patraeus dichiarò che “Internet delle cose” e “casa intelligente” in rapido sviluppo forniranno alla CIA la possibilità di spiare qualsiasi cittadino statunitense nel caso diventi una “persona d’interesse per la comunità dello spionaggio“, riferiva la rivista Wired. “‘Trasformazionale’ è una parola abusata, ma credo che si applichi correttamente a tali tecnologie”, affermò con entusiasmo Patraeus, in particolare per gli effetti sul lavoro clandestino… Gli oggetti d’interesse saranno localizzati, identificati, monitorati e controllati a distanza attraverso tecnologie come l’identificazione a radiofrequenza, reti di sensori, minuscoli server embedded e raccoglitori di energia, tutti collegati alla prossima generazione d’Internet con l’utilizzo di molti computer a basso costo ed alta potenza“, aveva detto Patraeus,”il cloud computing, in molte aree il supercalcolo è sempre più grande e, in definitiva, va verso l’informatica quantistica”. Spencer Ackerman, “Capo della CIA: vi spieremo attraverso la lavastoviglie“, Wired, 15 marzo 2012. Nell’estate del 2014 un cloud computing da 600 milioni di dollari sviluppato da Amazon Web Services per la CIA iniziò ad essere usato dalle 17 agenzie federali della comunità dei servizi segreti. “Se la tecnologia funziona come previsto dai funzionari” riferiva The Atlantic, “inaugurerà una nuova era nella cooperazione e coordinamento, consentendo alle agenzie di condividere informazioni e servizi molto più facilmente, evitando le lacune dell’intelligence che precedettero gli attentati dell’11 settembre 2001“. “I dettagli sull’accordo della CIA con Amazon“, The Atlantic, 17 luglio 2014.

Frank Wisner

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Quali sono gli elementi più importanti del Petro

Mision Verdad, 21 febbraio 2018Il 19 febbraio notte, il Presidente Nicolás Maduro dichiarava che la prevendita del Petro sarebbe iniziata all’alba. Poi, dopo mezz’ora, il Vicepresidente Tariq Aysami apparve sui media per rendere pubblica la disponibilità del manuale per chi fosse interessato all’acquisto di Petro sul sito ufficiale della criptomoneta nazionale, oltre al link per registrarsi. Nel Manuale per l’Acquirente c’erano alcune modifiche rispetto al Libro bianco, il dettaglio più importante è il cambio Block Chain utilizzato per la prevendita. In linea di principio, Block Chain dell’Ethereum sarà utilizzata tramite Token ERC20, ma nel manuale era chiaro che Block Chain NEM sarebbe stata utilizzata dalla Fondazione del Movimento della Nuova Economia. Sebbene la NEM sia una Block Chain in fase iniziale, presenta molti vantaggi tecnici, distinguendosi per la possibilità di sviluppare rapidamente applicazioni e superando per capacità Ethereum con un Sistema di contratto intelligente già testato in numerosi primi accordi. Ratificando questa scelta tecnica, il Presidente Maduro incontrava i rappresentanti della NEM nel pomeriggio del 20 febbraio, alla vigilia della trasmissione sulla Rete nazionale radiotelevisiva, dove rendeva pubblici i dettagli di ciò che chiamava “Ecosistema Petro”: un insieme di accordi e misure educative, lavorative, politiche, fiscali e commerciali per adottare trasversalmente il Petro. Durante la trasmissione, fu chiaro l’impegno ad incentivare l’estrazione di criptovalute generando risorse aggiuntive con la libera circolazione nel Paese da parte di istituzioni scolastiche private e pubbliche e le casse di risparmio dei lavoratori, il tutto secondo uno schema basato su fiducia e certificazione dal Registro Nazionale dei Minatori. In tal senso veniva inaugurata la prima “Petroscuola” presso le strutture del velodromo Teo Capriles, dove il Ministro Pedro Infante e il segretario dell’Osservatorio Blockchain David Pebha illustrarono le strutture: aule per studiare il cambio delle criptovalute, laboratori “minerari” e sale attrezzature. Questa “Petroscuola” seguirà il piano Chamba Juvenil per avviare i partecipanti allo studio della “Block Chain“.
Anche se il Petro in questa fase non ha la capacità di essere estratto, è importante sottolineare che rendere pubblico il potenziale delle criptovalute e dei loro elementi tra la popolazione, prepara il Paese ad adottare più facilmente la “Block Chain”. Furono inoltre firmati diversi accordi tra il sovrintendente del SUPCAVEN Carlos Vargas, e varie società che assemblano apparecchiature “minerarie” nazionalmente, nonché con società dedite alla creazione di soluzioni finanziarie e di cambio basate sulla “Block Chain“, come la società russa Zeus probabile responsabile dello sviluppo delle diverse applicazioni per l’uso quotidiano di Petro e del suo cambio con altre attività. Sebbene gli annunci tecnici non fossero pochi, i cambiamenti politici che porteranno di conseguenza ad assumere il Petro nel territorio sotto assedio finanziario e commerciale, sono molto più importanti e spiegano meglio la misura presa dal governo. Maduro ordinava che le società nazionali responsabili della maggioranza delle attività che generano afflussi di valuta estera, includano il Petro nei portafogli iniziando a riceverlo come forma di pagamento per i prodotti. Aziende come Venalum, CVG, PDVSA e la controllata Pequiven saranno incluse dall’inizio nell’ecosistema Petro. Ciò rafforza l’impegno precedentemente assunto di accettare il Petro in cambio di greggio, espandendo ora la puntata a un’offerta diversificata di materie prime e lavorate che vegano acquisite internazionalmente con la criptovaluta nazionale.

Le ragioni politiche del Petro è ciò che va evidenziato della misura
Allo stesso modo, di fronte alla realtà del contrabbando della benzina e la dipendenza delle vicine città di Colombia e Brasile dal carburante venezuelano, il Presidente chiariva l’intenzione di utilizzare esclusivamente il Petro per l’acquisto di carburante nelle pompe al confine, riferendosi agli alti costi della benzina in Colombia, dove si aveva di recente un altro aumento, e dimostrandosi consapevole di cosa significhi chiudere completamente il flusso di carburante per la Colombia, ma allo stesso tempo favorire lo Stato venezuelano e la PDVSA. D’altra parte durante la trasmissione fu pubblicata sulla pagina ufficiale del Petro il manuale per creare le case di cambio e l’autorizzazione corrispondente; queste case di cambio avranno un ruolo preponderante quando, una volta svolte prevendita ed offerta iniziale, sarà attivata la Blockchian del Petro, attraverso cui i bolivar possono essere utilizzati per acquisire Petro nel cosiddetto “Mercato Secondario”. Questo manuale spiega in dettaglio i requisiti necessari per un’azienda di cambio di criptobeni e criptovalute da adottare nel Paese, oltre agli obblighi verso SUPCAVEN e i tempi per l’autorizzazione. Tra i dati più importanti, queste società vanno costituite da persone “identificabili” e mai da una figura che mascheri l’identità di un fondo d’investimento o altro tipo di società; questo chiaramente per preservare la sicurezza nazionale e una maggiore capacità di controllo del SUPCAVEN. Vanno inoltre specificati il tipo di protocolli di sicurezza da usare per impedire il riciclaggio di denaro e il manuale sui rischi con limiti che consentano ai clienti di avere sicurezza sulle risorse detenute dalla casa di cambio. Va inoltre depositato in una sorta di fondo di garanzia nella BCV, il 20% del valore dichiarato della società, nell’ambito della stessa misura.
In linea di principio verranno assegnate solo otto licenze, con la possibilità di studiare in futuro la creazione di più case di cambio se la domanda nazionale supera quelle create nella prima ondata. Veniva creato il Tesoro delle Criptoattività e Abraham Landaeta Parra vi veniva nominato tesoriere. Nonostante sia poco conosciuto, nella presentazione fu detto che aveva studiato in Cina e dopo le elezioni si vedrà il rapporto che avrà l’assunzione del Petro in Venezuela e la potenza asiatica sul piano comune, al quale partecipa anche la Russia, scacciando progressivamente il dollaro dal commercio internazionale dell’energia. Fondamentale è anche il fatto che il Petro non viene adottato dalle istituzioni tradizionali, ma ricorrendo alla strategia di Chavista di dare priorità, in casi di emergenza, alla costruzione di strutture ed istituzioni alternative per un rapido passaggio dei piani del governo, evitando le rigidità strutturali dello Stato sempre a vantaggio del Paese, come accadde con le missioni sociali del governo Chávez. Il clou della giornata fu la cifra raccolta con l’intenzione di acquisto del Petro, poche ore dopo l’inizio della prevendita. Confermando tutte le previsioni che indicavano un forte interesse da parte degli investitori. e considerando che c’erano diversi problemi tecnici nella piattaforma, si sa che l’equivalente di 4777 milioni di yuan è stato ricevuto, equivalenti a 735 milioni di euro, nella giornata di apertura della prevendita. L’importo ha una percentuale di sconto che non è stata resa pubblica, ma consiste in circa 15 milioni di Petro con impegno d’acquisto. Vedendo come il Petro si è comportato in questi pochi ma importanti passaggi, è molto probabile che l’Offerta Pubblica, la fase successiva alla Pre-vendita, avrà lo stesso andamento, vendendo tutti i Petro. Ciò comporterà la rapidità con cui sarà utilizzato e diffuso come mezzo di pagamento nel Paese ed internazionalmente, rompendo il blocco finanziario imposto da Washignton ed alleati. Maduro disse anche che nei prossimi giorni verrà fatto un nuovo annuncio sui progressi della relazione tra oro e criptovaluta nazionale. Così è chiaro che la via intrapresa dal governo nazionale, come in Russia, è quella d’inondare i mercati internazionali, nonché nazionali, di attivi dal valore reale più attraenti per conservare valore e come mezzo di cambio, accelerando la fuga del dollaro già in caduta come moneta egemonica nel commercio estero e risorsa geopolitica con cui applicare sanzioni e blocchi finanziari contro Paesi sovrani.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria e Venezuela, similitudini che suscitano pericoli e domande

Sergio Rodriguez Gelfenstein, Resumen Latinoamericano, 3 febbraio 2018A chiunque sia interessato all’argomento e abbia il tempo di investigarvi, consiglio di leggere i media seri e decenti rimasti dal gennaio 2011, quando iniziò la cosiddetta “primavera araba”. Per coincidenza, ero in Algeria, invitato dall’Accademia diplomatica del Paese per tenere conferenze sull’America Latina, sperimentando il fenomeno alla sua nascita, soprattutto quando incontrai un deputato colombiano che era ad Algeri e doveva recarsi in Tunisia proprio il 14 gennaio, quando il presidente autoritario del Paese, Abidin Ben Ali si dimise. Consigliammo al parlamentare del Paese confinante d’interrompere il viaggio e tornare a Bogotà prima di rischiare, dopo aver verificato cosa significasse l’inizio delle rivolte. La verità è che la “primavera araba” coinvolse circa 20 Paesi della regione, attorno ai quali la visione della stampa e dell’opinione pubblica occidentali si costruì basandosi su vicinanza, lealtà e subordinazione dei governi a Stati Uniti ed Europa. Così, mentre in Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi, Qatar e Giordania, tra gli altri, c’erano rivolte per protestare contro le condizioni di vita misere che i governi dovevano risolvere; in Libia, Siria e Algeria ci furono rivoluzioni democratiche contro governi autoritari e repressivi che dovevano essere rovesciati. Così fecero in Libia, la fine è nota: la scomparsa di uno Stato, oggi “controllato” da tribù e terroristi dalle diverse pellicce che lottano per impossessarsi del petrolio e della più grande riserva idrica del Nord Africa. In Siria non ci riuscirono, bisogna dire che nel primo caso Russia e Cina lasciarono che Stati Uniti e NATO agissero, indipendentemente dal destino di quel popolo e di quel Paese, peccando di ingenuità od omissione. Per quanto riguarda la Siria, l’umanità è grata per non aver permesso alle forze coloniali e imperialiste di agire nello stesso modo. Ma tornando all’argomento, ricordo che in Siria tutto iniziò con marce pacifiche che chiedevano democrazia che ben presto divennero violente azioni di gruppi radicali, avviando la creazione di un'”opposizione moderata” che non poté resistere alla competizione per la distribuzione delle risorse provenienti dall’occidente e dalle monarchie sunnite, destinandole ad al-Qaida e Stato islamico per occupare territori e scatenare odio e furia contro i principi base di ogni civiltà: cristiana e musulmana. Infine, dopo una breve e accelerata virata, i cortei pacifici dell’opposizione divennero gruppi terroristici che minacciavano la stabilità globale. Tuttavia, gli Stati Uniti raggiunsero l’obiettivo creando taliban ed al-Qaida per espellere l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, e lo Stato islamico per destabilizzare il Medio Oriente, occupare la Siria e minacciare d’invasione l’Iran. Le tre organizzazioni “sfuggirono di mano” e oggi sono costretti a una grande propaganda per dimostrare che le combattono, quando è dimostrato che gli USA, in alleanza con Israele e le monarchie sunnite, li armano, supportano, finanziano ed addestrano. Qualcuno potrebbe pensare che sia una contraddizione infondata, ma le azioni degli Stati Uniti contro il terrorismo non sono decisive, ma solo il minimo necessario per dimostrare una presunta volontà di affrontarlo. A mostrare una realtà diversa sono i media e gli specialisti nella costruzione di scenari “post-verità”. In ogni caso, lo scopo degli USA nel generare conflitti che ne legittimino la presenza militare e creino le condizioni per l’intervento negli affari interni dei Paesi che disobbediscono al mandato imperiale, è stato ampiamente raggiunto.
Tale riflessione mi sovviene analizzando la situazione in Venezuela, inevitabile dopo aver guardato lo specchio siriano: marce di dimostranti per la democrazia che diventano violente, inizialmente focalizzate ma che si generalizzano, che porteranno inevitabilmente a un conflitto di proporzioni superiori, forse simili a quelle della Siria. L’Arabia Saudita, che con la Colombia recitano il ruolo di supporto alle basi militari statunitensi nelle rispettive regioni (mentre le organizzazioni internazionali “voltano le spalle” alle loro gravi violazioni dei diritti umani), hanno incubato eserciti terroristici per attaccare un altro Paese. Le organizzazioni regionali (Lega araba e Consiglio di cooperazione del Golfo) da un lato e OSA dall’altro, hanno fornito le basi diplomatiche per legalizzare tali azioni. I governi reazionari feudali (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Quwayt e Turchia) sostengono la ribellione in Medio Oriente e le amministrazioni neoliberali dell’America Latina (Messico, Colombia, Cile, Perù, Argentina, Panama e Brasile) fanno lo stesso contro il Venezuela. Cos’hanno in comune? La vergognosa subordinazione agli Stati Uniti, che allo stesso tempo gli permette ogni oltraggio contro i popoli: violazione delle costituzioni e della democrazia che essi stessi hanno inventato, dei diritti umani alleandosi col narcotraffico, applicazione a tutti i costi dei modelli neoliberali, repressione dei popoli; tutto ciò non è noto perché, ancora una volta, i media hanno il compito di nasconderlo.
Se seguiamo lo sviluppo delle azioni in Siria e proviamo a proiettarle in Venezuela, dovremmo dire che sembra che la violenza sia stata instillata come pratica politica che, come mostra il dramma siriano, si sa quando inizia, ma non quando finisce. In tale scenario, i primi cento morti sono noti per nome, quando si arriva al migliaio, o se ne contano a decine, raggiungendo diecimila, centomila o più, a nessuno importa delle cifre esatte, solo il numero degli zeri interessa l’informazione che non interessa più a nessuno. In Siria, secondo i media, sarebbero 350-400mila morti. Con tale logica, i primi “esiliati” che arrivano vengono ricevuti come eroi nei Paesi limitrofi che sostengono le violenze, ma poi, quando una marea incontrollabile minaccia anche di danneggiare la sicurezza nazionale e l’integrità di ogni Paese, la questione diventa più complessa. Nel nostro ambiente, mi chiedo cosa succederebbe se i 6 milioni di colombiani che vivono in Venezuela tornassero nel proprio Paese o se Cile, Panama, Argentina e Perù, nominandone alcuni, affrontassero forti mutazioni d’identità da parte di alcune decine di migliaia di venezuelani che arrivano nelle loro città, o ne ricevessero centinaia di migliaia generando influenze di ogni tipo nelle proprie società e mercati. E cosa succederebbe se in Venezuela ci fosse un cambio di governo violento, che senza esitazione iniziasse a sviluppare misure neoliberali, che indubbiamente sarebbero contrastate dal popolo o dalla gran parte che ha visto la propria vita cambiata negli ultimi anni; ci chiediamo, quel governo avrà la forza di ordinare la repressione? Durerà più di un anno come Temer, che barcolla solo dodici mesi dopo aver illegalmente preso il potere? E tutto questo nel Paese che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo? Cosa accadrebbe al mercato dell’energia? Qualcuno si chiese se le forze armate venezuelane, in questo scenario, di nuovo reprimerebbero il popolo come in passato e come recentemente è successo in Brasile. Oppure prendiamo lo scenario siriano e lo passiamo qui: gli Stati Uniti, col sostegno dell’estrema destra, sono riusciti a creare un esercito paramilitare in Colombia, che proverà a prendere parte del territorio del Venezuela per creare uno Stato paramilitare che, naturalmente, “sfuggirà di mano agli Stati Uniti”. Anche se con questo la potenza nordamericano avrà raggiunto lo stesso obiettivo del Medio Oriente, generando instabilità per legittimare gli interventi, in questo caso dovrà valutare che, nonostante l’annuncio della lotta al terrorismo, tali azioni minaccerebbero la stabilità politica e sociale di Colombia ed America Latina, tornando a un passato che si credeva sepolto per sempre. Cosa farebbero FARC ed ELN in queste condizioni? Cosa farebbe la sinistra latino-americana di fronte tale situazione quando gli avranno consegnato su un piatto d’argento lo strumento dell’unità e della lotta continentale? Mi chiedo se non vedremo, nel migliore dei casi, lo slogan che mobilitò milioni di persone nel secolo scorso nei Paesi della regione, dal Rio Grande alla Patagonia: “Yanquis, a casa!” e sarà bello bruciare di nuovo le bandiere statunitensi. Il peggio, non voglio neanche immaginarlo, ritorneremmo a cinquanta anni fa e dovremo ricominciare da capo, ma la pazienza dei popoli è infinita, non so per il capitale che vedrebbe diminuire i profitti.
E tutto questo, perché gli Stati Uniti non vogliono o non possono indurre l’opposizione venezuelana ad accettare regole democratiche, attendere le elezioni del 2018 e lasciare che il popolo decida il proprio futuro. C’è poco da dire, molte vite potrebbero essere salvate e ci sarebbe molto da guadagnare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’amministrazione Trump pianifica un golpe alla Pinochet in Venezuela

Wayne Madsen SCF 05.02.2018L’amministrazione retrograda di Donald Trump progetta un colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo socialista del Presidente Nicolas Maduro. Il segretario di Stato Rex Tillerson, parlando all’Università del Texas prima d’intraprendere un tour in America Latina e Caraibi, ha detto che l’esercito è spesso intervenuto nella politica latinoamericana durante le crisi. Le osservazioni di Tillerson hanno evocato scene dal buio passato dell’America Latina. A peggiorare le cose, Tillerson invocava la dottrina imperiale Monroe del 1823, sottolineando che è “rilevante oggi come il giorno in cui fu scritta”. La Dottrina Monroe, nella storia americana, fu usata dagli Stati Uniti per giustificare l’intervento armato in America Latina, spesso allo scopo d’istituire “repubbliche delle banane” asservite ai capricci di Washington. Secondo la BBC, Tillerson fece l’affermazione dichiarando che non “difende il cambio di regime e che non ha informazioni su alcuna azione programmata”. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon Henry Kissinger fece commenti simili prima del sanguinoso colpo di Stato dell’11 settembre sostenuto dall’Agenzia per l’Intelligence Centrale, nel 1973, contro il Presidente socialista cileno Salvador Allende. Mentre respingeva pubblicamente qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti nella destabilizzazione del governo democraticamente eletto del Cile, Kissinger lavorava dietro le quinte con le forze armate cilene per rovesciare e assassinare Allende. Undici giorni dopo il colpo di Stato cileno, Kissinger fu premiato da Nixon venendo nominato segretario di Stato e mantenendo il portafoglio di consigliere per la sicurezza nazionale.
Da quando il predecessore di Maduro, Hugo Chavez, salì al potere nel 1999, la CIA tentò almeno un colpo di Stato militare, rapidamente annullato, nel 2002, diverse proteste e sommosse in stile “rivoluzione colorata”, guerra economica e scioperi generali iniziati dalla CIA per scacciare Chavez e Maduro dal potere. Tillerson, ex-amministratore delegato di Exxon-Mobil, ha lungamente supervisionato il controllo degli Stati Uniti sulla società petrolifera statale del Venezuela Petróleos de Venezuela, SA (PdVSA). L’itinerario latinoamericano di Tillerson tradisce i piani sul Venezuela. Tillerson si recherà in Messico, nazione dalla relazione travagliata con gli Stati Uniti per la retorica di Trump. Il consigliere per la sicurezza nazionale di Tillerson e Trump, HR McMaster, accusava la Russia, senza la minima prova, d’interferire nell’attuale campagna elettorale presidenziale in Messico. Il candidato del partito di sinistra MORENA, il leader Andres Manuel Lopez Obrador, o “AMLO”, ha dovuto respingere le false accuse di aver accettato finanziamenti dai russi. Il candidato di destra Jose Antonio Meade, il favorito di Washington, accusava AMLO di essere sostenuto dalla Russia. AMLO, rispondeva alle ridicole accuse di Meade, che corre col Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), corrotto dal narcotraffico, indossando spesso scherzosamente una giacca col nome “Andres Manuelovich”. Oltre al Messico, Tillerson visiterà anche Argentina, Perù, Colombia e Giamaica. Le soste di Tillerson svelano le sue reali intenzioni. L’Argentina, governata da Mauricio Macri, immobiliarista di Trump, e Perù, il cui scandaloso presidente Pedro Pablo Kuczynski elogia Trump e guida le azioni anti-Venezuela nell’Organizzazione degli Stati americani e in altre istituzioni internazionali. La Colombia è la base per le operazioni paramilitari e d’intelligence della CIA contro il Venezuela. A causa delle sanzioni USA contro il Venezuela, la Colombia ora ospita migliaia di rifugiati economici venezuelani, terreno fertile per reclutare le pedine per un colpo di Stato contro Maduro. Tutte le soste di Tillerson in America Latina, con l’eccezione della Giamaica, sono Paesi membri del Gruppo Lima, un blocco di nazioni che cerca di rovesciare Maduro dal potere in Venezuela. Lo scalo di Tillerson in Giamaica è ovviamente volto a staccare dall’orbita venezuelana diversi Stati insulari della Comunità Caraibica (CARICOM) che hanno beneficiato del petrolio poco costoso del Venezuela.
Secondo la BBC, Tillerson aveva persino scherzato in Texas sul destino di Maduro: “Se la cucina diventa un po’ troppo calda per lui, sono certo che ha qualche amico a Cuba che potrebbe dargli una bella hacienda in spiaggia“. Per i venezuelani che sostengono il governo, la “battuta” di Tillerson ricorda che Chavez, dopo essere stato destituito dal colpo di Stato dell’aprile 2002, fu tenuto prigioniero presso la stazione aeronavale Antonio Diaz sull’isola venezuelana di La Orchila. Se il colpo di Stato non fosse fallito, si ritiene che gli Stati Uniti avrebbero esiliato Chavez, possibilmente a Cuba, nella stazione navale e gulag degli Stati Uniti nella baia di Guantanamo. Tillerson, che apparentemente continua a portare acqua ad Exxon-Mobil, riprende il ruolo svolto da Harold Geneen, presidente dell’International Telephone and Telegraph (ITT). Geneen, lavorando con la CIA, diede 1 milione di dollari all’avversario di Allende nelle elezioni presidenziali del 1970, Jorge Alessandri. Si scoprì anche che ITT aveva sostenuto finanziariamente i piani del golpe del 1973 in Cile. Nel 1964, Geneen e ITT collaborarono con la CIA per rovesciare il governo brasiliano eletto democraticamente di Joao Goulart. Oggi sono Exxon-Mobil e la sua dirigenza nell’amministrazione Trump, Tillerson, a fare gli straordinari interpretando i ruoli di ITT e Geneen nel tentativo di rovesciare Maduro in Venezuela; processare con accuse inventate Luiz Inácio Lula da Silva e Cristina Fernandez de Kirchner, ex e possibili futuri presidenti di Brasile e Argentina rispettivamente; e far tornare la “diplomazia delle cannoniere” degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. In una conferenza stampa a Città del Messico, il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray respinse l’idea di Tillerson del colpo di Stato militare in Venezuela per estromettere il governo di Maduro. Alla conferenza era presente la ministra degli Esteri canadesi Chrystia Freeland, nemica dichiarata di Venezuela e Russia.
Tillerson ha un odio viscerale per il Venezuela che trascende Maduro e Chavez. Nel 1976, l’anno dopo che Tillerson iniziò a lavorare per Exxon, il presidente venezuelano Carlos Andres Perez nazionalizzò l’industria petrolifera venezuelana. Tra le attività nazionalizzate c’erano le partecipazioni di Exxon. Chavez rinazionalizzò i beni di Exxon-Mobil nel 2007, durante il regno di Tillerson. Exxon-Mobil e Tillerson combatterono il Venezuela per un risarcimento da Caracas. Exxon-Mobil portò il caso all’arbitrato della Banca Mondiale e chiese al Venezuela di risarcire la società con 115 miliardi di dollari. La banca optò per un risarcimento di soli 1,6 miliardi, spennando Tillerson, che non ha mai dimenticato che il Venezuela ha vinto la battaglia per compensare Exxon-Mobil. Tillerson ora intende vendicarsi cercando di rovesciare il successore di Chavez, Maduro. Nel 2015, Exxon-Mobil avviò le operazioni petrolifere al largo delle coste della Guyana, a est del Venezuela, nel territorio conteso di Essequibo. Sebbene Venezuela e Guyana abbiano cercato un arbitrato internazionale sul caso, ciò non impedì a Tillerson, alla guida di Exxon-Mobil, di ordinare alle controllate in Guyana, Esso Exploration e Production Guyana Ltd., di continuare ad esplorare nella regione contesa. Per Tillerson e il suo capo, Trump, apparentemente gli accordi legali non valgono la carta su cui sono stampati. Mentre si trovava in Giamaica, Tillerson si aspettava che il Primo Ministro Andrew Holness acquistasse il 49 percento venezuelano della società giamaicana di raffinazione del petrolio, Petrojam. Tillerson vuole assoggettare le nazioni caraibiche che hanno accordi di cooperazione con l’industria petrolifera venezuelana attraverso l’alleanza PetroCaribe, per annullare tali accordi e conformarsi all’ordine esecutivo punitivo di Trump 13808, che estende le sanzioni “alla Russia” anche al Venezuela. Tillerson non vorrebbe altro che aumentare i profitti di Exxon-Mobil limitando gli accordi di PetroCaribe con nazioni come Haiti, Nicaragua, Giamaica, Guyana, Belize, Honduras, Bahamas, Suriname, St. Kitts-Nevis e St. Lucia, costringendole ad acquistare petrolio e benzina più costosi di Exxon-Mobil. Tillerson ha mostrato il vero volto dell’amministrazione Trump in America Latina. Non solo vuole deportare milioni di residenti senza documenti dagli Stati Uniti con un’operazione di massa che non si vede dalla Seconda Guerra Mondiale, ma vuole cambiare coi colpi di Stato governi non graditi a Trump in America Latina.Traduzione di Alessandro Lattanzio