Chernobyl, sabotaggio imperialista?

Luca BaldellichbvioqwuaavqfkLa data del 26 aprile 1986 è entrata nella storia, e ci rimarrà per sempre, per il tragico incidente di Chernobyl: la “Chernobilskaja Avarija” o “ Chernobilskaja Katastrofe“, nell’accezione ucraina ancora più incisiva e forte, è da più di 30 anni, e lo sarà ancora per molti anni, il simbolo dei rischi connessi al nucleare e al suo sviluppo. La versione ufficiale ci ha informati, e continua a ripeterci, che in quel giorno, alle ore 1:23, presso la centrale nucleare situata a 3 km da Prypjat e a 18 km da Chernobyl, avvenne il fatale incidente: il personale, in maniera inopinata ed irresponsabile, in violazione di numerosi protocolli e allo scopo di eseguire un test per saggiare la sicurezza complessiva dell’impianto, avrebbe aumentato repentinamente la temperatura nel nocciolo del reattore numero 4. La scissione dell’acqua in idrogeno ed ossigeno, determinata da quella dinamica, avrebbe provocato la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore, con esplosione, scoperchiamento dello stesso e conseguente, vasto incendio della grafite, minerale presente, negli impianti nucleari, in barre per assorbire le radiazioni. Una nuvola di materiale radioattivo, sprigionandosi, avrebbe esteso la sua mortifera ombra su un’area sterminata. Fin qui, la versione ufficiale, illuminante e certamente degna di fede rispetto alla descrizione oggettiva di alcuni passaggi, ma assolutamente lacunosa e omertosa sul quadro generale esistente in quella maledetta notte dell’aprile ’86. Versione che diventa addirittura grottesca e paradossale quando pretende di accreditare presunte carenze strutturali della centrale nucleare esistente, costruita invece secondo i più rigorosi criteri allora esistenti, a livello edile ed ingegneristico. Che poi il nucleare sia intrinsecamente pericoloso, vulnerabile e rischioso, questa è una considerazione, almeno per chi scrive, assolutamente condivisibile, ma che vale a Chernobyl come a Fukushima e in ogni altra parte del mondo. La verità ufficiale, diffusa con al potere il revisionista Gorbaciov, legato alle centrali imperialiste e ai circoli mondialisti, è tutto fuorché oro colato da custodire nei crogioli della ricerca storica: è, con ogni evidenza, una verità di comodo, come dimostrano diversi fatti. Vediamoli uno per uno.
041-k64ezoo L’insigne fisico nucleare Nikolaj Kravchuk, supportato da altri eminenti calibri della scienza russa ed ucraina, tra i quali I.A. Kravets e V.A. Vyshinskij, presentò nel 2011 uno studio sull’incidente occorso alla centrale nucleare ucraina, dal titolo di per sé eloquente: “L’enigma del disastro di Chernobyl”. Frutto di ricerche condotte con coraggio, abnegazione e autentica sete di verità, tale studio ha sollevato polemiche e provocato la levata di scudi del mondo accademico, chiuso nel suo conformismo, quando non nella complicità verso la disinformazione pilotata dal potere che lo sostiene, lo foraggia, ne avalla o ne impone le tesi ufficiali. Per il suo testo decisamente al di là di ogni verità di comodo, Kravchuk ha subito un ostracismo che nemmeno al più immorale e abietto dei delinquenti sarebbe toccato in sorte: dileggiato, emarginato, minacciato, è stato infine espulso (lui, studioso tra i migliori presenti sul campo!) dall’Istituto di Fisica Teorica “Bogoljubov” dell’Accademia Nazionale delle Scienza dell’Ucraina, quello stesso Istituto che ha visto, nei decenni, operare con profitto e risultati apprezzati a livello mondiale calibri quali lo scienziato eponimo, ovvero Nikolaj Nikolaevich Bogoljubov, Aleksandr Sergeevich Davydov, Aleksej Grigorevic Sitenko. Il torto di Nikolaj Kravchuk qual è stato? Uno solo, ma imperdonabile: quello di aver evidenziato, con rigore analitico e inappuntabile metodo scientifico, i talloni d’Achille della tesi ufficiale sull’incidente di Chernobyl, diffusa subito dalla cupola gorbacioviana affinché il mondo pensasse a negligenze, arretratezze strutturali della base materiale industriale e scientifica dell’URSS, debolezze inesistenti, anziché ad altro, in primis a complotti orchestrati e condotti per minare l’URSS in quanto unica potenza capace di competere con il mondo capitalista e superarlo per produttività, concorrenzialità, capacità di costruire una società migliore, a misura d’uomo. In primis, Kravchuk dimostra, con dovizia di dati, come l’azione di sollecitazione sul reattore n. 4 sia stata reiterata nel tempo, a partire dal 1° aprile 1986 fino al 23 dello stesso mese, e non esercitata solo la notte del tragico incidente, nel quadro del famoso “test di sicurezza”, come ha preteso e pretende il “dogma” ufficiale. Tutto ciò in nome di un obiettivo, lucido e scientemente perseguito, volto a sabotare la centrale. Kravchuk non usa troppo la parola “complotto”, o meglio non ne fa abuso, ma quando scrive che, a Chernobyl, nell’aprile del 1986, sono state poste in essere “azioni ben pianificate e pre–implementate”, intende rendere pienamente intellegibile una situazione nella quale tutto ha avuto posto, fuorché la casualità. In particolare, il reattore n. 4 era stato stipato di materiali radioattivi con un contenuto fino a 1500 MegaCurie (il “Curie” è l’unità di misura della radioattività, adottata a partire dal Congresso Internazionale di Radiologia di Bruxelles del 1910). In alcune cellule del reattore, poi, era presente del Plutonio 239, combustibile utilizzato nei sottomarini nucleari e potente fattore d’innalzamento della temperatura complessiva. Tutto questo non poteva essere né casuale né incidentale: dobbiamo pensare vi fosse, altresì, la deliberata volontà di mandare in tilt l’impianto, di provocare un incidente, a meno di non postulare la follia, l’insania di qualcuno come il movente unico e solo del fatto, dopodiché non si spiegherebbero però le coperture, gli insabbiamenti, i depistaggi sistematicamente attuati dal vertice del potere, in URSS come a livello mondiale. Vi sono però altri tasselli che, messi insieme, vanno a comporre un mosaico inquietante: la notte del 26 aprile, qualificati specialisti in forza alla centrale, a partire da A. Chernyshev, non furono autorizzati a prestare servizio e altri presenti fecero di tutto, disperatamente, per fare in modo che Anatolij Stepanovich Djatlov, ingegnere capo, quadro direttivo della centrale, stoppasse l’assurdo test di sicurezza, nel quale, lo ribadiamo, la maggior parte dei sistemi di protezione era stata disattivata per… saggiare il livello di sicurezza dell’impianto (!!!). Come se, per testare la sicurezza di un’automobile, la si spingesse a 200 all’ora lungo una discesa, con i passeggeri privi di cinture di sicurezza e le portiere spalancate.
Vi era stata, da parte di molti quadri tecnici, una sollevazione generale contro le criminali sollecitazioni, ripetute nel tempo, del reattore n. 4? Djatlov era lo strumento di una volontà superiore alla quale non aveva voluto o saputo opporsi? Di certo, si sa che almeno due tecnici, Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov, furono minacciati di licenziamento per essersi opposti al disinserimento dei meccanismi di sicurezza, misura questa non solo folle, ma anche proibita dai protocolli disciplinanti il funzionamento della centrale. Sono ancora molti i lati oscuri della vicenda, ma, di certo, in quella primavera solo apparentemente dolce e rigenerante di 31 anni fa, a Chernobyl tutto era stato predisposto per la creazione di una “bomba” devastante, pronta ad esplodere senza freni e l’esito fu, in tal senso, coronato da successo. Non è tutto però: altri tre elementi aggiungono alla disamina dei fatti un corredo di precedenti e di circostanze da brivido. Già nel 1982 (ci si concentri su questa data, come vedremo in seguito, strategica!) il reattore n. 1 della centrale in questione, sempre a causa di “manovre errate”, aveva subito la distruzione dell’elemento centrale e si era evitata la catastrofe solo grazie alla prontezza e alla perizia del personale. Qualche anno dopo la tragedia, poi, vicino al teatro dell’esplosione furono ritrovate tracce di TNT e di esplosivo al plastico: ne parlò il giornale russo Trud in un articolo pubblicato nel numero 74 del 1995, subito circondato dal chiasso assordante dell’omertà, della congiura del silenzio, come sempre avviene quando la verità viene sbattuta in faccia a chi pensa che il Re sia nudo. A Chernobyl vi fu anche un’esplosione di natura terroristica? Una “doppia bomba”, con effetto combinato di ordigno ed esplosione indotta del reattore? Nessuno, su questo, ha fornito risposte efficaci e convincenti. Come nessuno le ha anche solo adombrate rispetto a quanto sostenuto dagli studiosi Je. Sobotovich e S. Chebanenko, i quali hanno riferito di aver trovato, nella zona della centrale nucleare, un gran numero di tracce di uranio altamente arricchito, ricollegando questo al “carico segreto£ con il quale era stato riempito il reattore n. 4 esploso. Chi poteva avere interesse a generare un disastro? E com’è possibile pensare che una parte dei tecnici presenti a Chernobyl accettasse di suicidarsi, anche in nome di piani eversivi condivisi? Andiamo per ordine.
51z4azf5ygl-_sy344_bo1204203200_Come abbiamo già accennato, l’interesse a sabotare l’economia dell’URSS, il suo possente apparato infrastrutturale tecnico–scientifico, era ben vivo e anzi prioritario nelle strategie dell’imperialismo, specie dopo l’ascesa al potere, negli USA di Ronald Reagan, sostenuto dalle più agguerrite lobbies anticomuniste. Abbiamo prima parlato del 1982, anno nel quale il reattore n. 1 della centrale di Chernobyl subì un danno derivato da azioni “improvvide” del personale in servizio. Ebbene, in quello stesso anno la CIA di William Casey dava inizio al suo piano aggiornato di destabilizzazione dell’URSS e dei Paesi socialisti, mediante sabotaggi e attentati, piano approvato e “vidimato” da Reagan nel mese di gennaio, in coincidenza temporale con fatti come il rapimento Dozier in Italia, pilotato dai servizi USA, e il massiccio finanziamento del sindacato anticomunista polacco Solidarnosc ad opera delle centrali imperialiste. Il via alle “danze” terroristiche ed eversive lo diede l’esplosione di un gasdotto in Siberia, generata dall’impiego di un software difettoso, esportato deliberatamente dagli USA in URSS per produrre danni irreversibili. Il fuoco ed il fumo che si sprigionarono dalla deflagrazione, furono ripresi dai satelliti ed allarmarono un gran numero di persone, convinte che fosse avvenuta una catastrofe nucleare. Tutto ciò è stato raccontato, fin nei più minimi dettagli, da Thomas C. Reed, ex-membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America, nel suo libro dal titolo “At the Abyss: An Insider’s History of The Cold War” (Sull’abisso: una storia della guerra fredda scritta da uno al dentro”), mai tradotto in Italia, Paese dove certe sudditanze dure a morire arrivano, spesso, al tragicomico epilogo dell’eccesso di zelo censorio, anche dopo che il “burattinaio” ha mostrato i fili. Alla luce di quanto narrato e documentato da Reed, come escludere che anche a Chernobyl, nel 1982 e nel 1986, possa essere avvenuto qualcosa di simile? E qui già sento aleggiare le obiezioni, già prima fugacemente menzionate, di chi sa guardare poco lontano dal suo naso, ma anche di chi, in buona fede e sincera volontà di capire, strabuzza gli occhi davanti a scenari da Dottor Stranamore: com’è possibile che delle persone, per quanto pedine di un complotto, abbiano accettato scientemente di provocare un danno in una centrale nucleare dalle prevedibilissime tragiche conseguenze, in primis su esse stesse? Chi si pone un simile interrogativo (legittimo nella misura in cui chi lo avanza non si è dato già risposte refrattarie ad ogni chiarimento in senso opposto), deve tener presente che, quando si studia un sabotaggio e lo si mette in atto, le conseguenze, spesso, vanno ben oltre le intenzioni. La notte del 26 aprile 1986, plausibilmente, chi ha attuato i piani del complotto pensava di certo a un sabotaggio che avrebbe comportato un danno ridotto, o non così devastante come quello che poi avvenne. L’importante era infliggere un vulnus all’economia ed all’immagine dell’URSS, consci del fatto che, con il nuovo indirizzo della Perestrojka, i panni sarebbero stati non lavati in casa, come avveniva prima (e giustamente, per certi fatti!) ma esposti in pubblico, a rinfocolare il coro mondiale del dileggio per l’“arretrata” e “pericolosa” tecnologia sovietica. La sottovalutazione delle conseguenze riconduce all’umana fallibilità, in questo caso accompagnata da comportamento criminale dei tecnici non solo in ordine allìatto compiuto, ma anche alla leggerezza (questa sì) con la quale si pensò di scartare a priori conseguenze più gravi. Ciò, naturalmente, nell’ipotesi in cui complotto vi sia stato, e su questo chi scrive intende non affermare dogmi di fede, ma portare elementi di riflessione.
Le vicende processuali di alcuni responsabili della tragedia, in primis quella che interessò l’ingegner Djatlov, lasciano pensare a una trama molto poco “cristallina”: il dirigente in questione fu condannato, nel 1986, a 10 anni di colonia penale, ai sensi del Codice Penale della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, ma quattro anni dopo venne rilasciato, ufficialmente per una malattia grave (morirà nel 1995, a 64 anni). Appoggiato e sostenuto ad ogni piè sospinto dagli immancabili templari dell’antisovietismo Andrej Sacharov ed Elena Bonner, Djatlov dette la colpa di tutto quanto era accaduto ai progettisti dell’impianto, tesi debolissima e, anzi, inconsistente, visto che l’impianto di Chernobyl, a detta di molti scienziati, anche occidentali, era stato costruito con tutti i crismi della sicurezza strutturale. Djatlov sapeva e voleva coprire responsabilità sue e di altri? Se poi a questo associamo il ritrovamento di tracce di TNT e di esplosivo al plastico attorno all’area dell’incidente, allora si può pensare addirittura ad un doppio binario: sabotaggio interno ed esplosivo collocato all’esterno, a rafforzare gli effetti disastrosi della deflagrazione, da parte di agenti stranieri introdottisi furtivamente e poi prontamente fuggiti. Ipotesi, congetture, certo, ma sostenute dai lati oscuri della vicenda, dai suoi “buchi neri” non ancora colmati dalla benefica luce della chiarezza, non meno che da fatti espliciti e sottaciuti o censurati con violenza. In tutto ciò, cosa sapeva Gorbaciov? Come minimo, vi erano quinte colonne al servizio dell’imperialismo, nel suo entourage, ma la sua stessa figura, come testimoniano le dichiarazioni rese all’Università di Ankara nel 1999, è tutt’altro che adamantina: l’ex-segretario del PCUS, coccolato dai circoli imperialisti mondiali, aveva pubblicamente affermato, in Turchia, di aver lavorato con gli statunitensi alla disgregazione dell’URSS. Non si spiegherebbero altrimenti misure e provvedimenti economici e politici che minarono la stabilità dell’URSS, il suo benessere e il suo potenziale produttivo, facendo regredire la seconda superpotenza mondiale allo status di colonia. Che anche Chernobyl abbia fatto parte della congiura antisovietica è perfettamente plausibile, quindi, con attori e comparse non solo stranieri, ma anche all’interno delle frontiere del Paese, a ripetere il copione stabilito almeno fin dal 1982 dai “gentiluomini” di Langley, come li definiva lucidamente, e con pepata ironia, la stampa sovietica fin dagli anni ’60.3497722967_f35163c00b_bRuferimenti:
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Siria, i turchi sconfitti ad al-Bab e i “ribelli” si ammazzano tra di loro

Moon of Alabama, 18 febbraio 2017

16425852Questa settimana il presidente turco Erdogan visitava gli Stati del Golfo, chiedendo altri investimenti in Turchia e contanti per il suo programma di occupazione della Siria. Una settimana prima Erodgan affermò: ““Al-Bab sta per essere catturata. Manbij e Raqqah sono le prossime”, aggiungendo che la priorità numero uno era formare una zona sicura nel Paese”. E questa settimana il suo Capo di Stato Maggiore Araq dichiarava vittoria. Diversi media vicini ad Erdogan in Turchia (e chi altro è rimasto?) riferivano: “L’operazione Eufrate Shield è entrata in una nuova fase ad al-Bab, essendo l’offensiva finita ora che la città è in gran parte stata presa allo SIIL. “L’operazione di al-Bab è finita”, ha detto il Capo di Stato Maggiore Generale Hulusi Akar in una conferenza stampa in Qatar, durante il viaggio del presidente Recep Tayyip Erdogan nei Paesi del Golfo… Il silenzio ora domina la zona che un tempo era luogo di scontri pesanti. I carri armati turchi pattugliano le strade di al-Bab e l’opposizione siriana ha compiuto un grande passo avanti”. Tale affermazione era una bugia colossale. Mentre le forze turche avevano preso alcuni punti alla periferia di al-Bab e affermato di controllare il 40% della città, furono bloccate e successivamente erano in piena ritirata. Il 16 febbraio le forze turche perdevano l’ospedale al-Hiqma e la panetteria che avevano in precedenza catturato, e si ritiravano da tutti i quartieri interni di al-Bab. Almeno il 90% di al-Bab è ancora nelle mani dello Stato islamico. Video di Stato islamico e forze filo-turche mostrano che i turchi sono tornati al punto di partenza, alla periferia della città. Ben 430 civili siriani sono stati uccisi dalle forze turche e dai loro ausiliari. Proprio la scorsa settimana l’Osservatorio siriano sponsorizzato dall’MI-6 ha detto che i bombardamenti turchi hanno ucciso più di 60 civili ad al-Bab, confermati dai video dello Stato islamico che mostrano bambini morti e case distrutte. A differenza dei morti per gli scontri tra taqfiri ed Esercito arabo siriano, alcun media mainstream “occidentale” ne ha parlato.
La Turchia ha invaso la Siria tra Aleppo e l’Eufrate esattamente sei mesi fa. L’obiettivo era evitare che i curdi siriani occupassero il corridoio est-ovest al confine con la Turchia. Se veniva chiuso la Turchia perdeva influenza sulla Siria. I turchi avevano assunto alcuni “ribelli”, che avevano sostenuto contro il governo siriano, per combattere lo Stato islamico e i curdi. I taqfiri di Ahrar al-Sham sono le loro truppe d’assalto. I primi tre mesi hanno visto dei rapidi progressi. Lo Stato islamico veniva corrotto affinché lasciasse le aree nel nord della Siria e i turchi vi entrassero. Ma a dicembre arrivarono ad al-Bab, città ad est di Aleppo che aveva 60000 abitanti. Ci fu resistenza da parte dello Stato Islamico e l’avanzata turca si fermò. I blindati turchi, spesso piazzati senza copertura sulla prima linea, venivano distrutti dai missili anticarro dello Stato islamico. Le vittime aumentarono e i mercenari dell’ELS si rifiutarono di continuare a combattere. Al 16 febbraio, le perdite erano almeno 64 soldati turchi uccisi e 386 feriti. Gli ausiliari dell’ELS ebbero almeno 469 uccisi e 1712 feriti. Una dozzina di carri armati era andata perduta. Fonti non ufficiali affermano che oltre 30 carri armati turchi sono stati distrutti, così come più di 20 blindati per la fanteria, quasi 2 battaglioni sprecati senza alcuna avanzata significativa. I mercenari dell’ELS che Erdogan ha assunto per combattere curdi e Stato islamico sono inutili. Non combattono in modo efficace, ma sprecano abbondantemente le munizioni per dare spettacolo.
Per compensare ciò, la Turchia ha inviato le proprie forze speciali e ora ha circa 3000 soldati partecipi nell’operazione. Ma non è servito, le perdite continuano e non si hanno progressi. Altri 5000 soldati turchi vengono inviati per partecipare all’operazione. Veniva anche annunciato che la Turchia prevede di costruire tre presidi in Siria. Oltre a prendere al-Bab, Erdogan ora vuole anche prendere Raqqa allo Stato islamico e Manbij ai curdi. Ma chi prende sul serio tali annunci? Dopo il presunto colpo di Stato subito, Erdogan ha cacciato ogni ufficiale che non gli fosse, a suo avviso, sufficientemente fedele. La sua aviazione è la più danneggiata. Presumibilmente solo 0,4 piloti qualificati per aereo sono disponibili invece dei normali 2-3. Ci vogliono dieci anni per addestrare nuovi piloti. L’esercito è in una forma leggermente migliore, ma anche se è il secondo più grande della NATO non è più la forza di una volta. L’intera operazione turca è allo sbando. Inoltre non c’è un piano a medio termine o una qualsiasi strategia di uscita. Decisioni e annunci cambiano di giorno in giorno. Gli attuali piani turchi contraddicono gli accordi di Astana conclusi con Russia, Siria e Iran. Solo un breve e temporaneo ruolo per le forze turche è stato concordato. Al-Bab doveva essere liberata dalle forze siriane. La Siria ha ufficialmente protestato presso le Nazioni Unite contro l’invasione turca. Ma né Siria, Russia o Iran combattono le forze turche. “Basta lasciare i turchi sanguinare”, sembra essere il loro pensiero attuale. Erdogan ha deciso la data del referendum in Turchia per la nuova costituzione. Il voto di aprile legalizzerebbe i suoi quasi poteri dittatoriali. Ma il pantano in Siria e la situazione di stallo ad al-Bab gli costeranno, perché scegliere un dittatore incline a perdere le sue guerre? Voci non confermate sosterrebbero che Erdogan stia cercando di corrompere lo Stato Islamico affinché lasci al-Bab. Tale mossa si adatterebbe alle motivazioni di Erdogan, che avendo bisogno di una vittoria non si sottrarrebbe da metodi altrimenti illegittimi.
A sud di al-Bab l’Esercito arabo siriano avanza verso l’Eufrate, tagliando la strada alle forze turche per Raqqa e Manbij. Nel nord-est della Siria, i taqfiri sponsorizzati dai turchi si combattono tra di loro. Jund al-Aqsa, alleato dello Stato islamico, massacra i “ribelli moderati” alleati di al-Qaida. Centinaia di combattenti e prigionieri “ribelli” hanno perso la vita in tali lotte intestine. Nel sud, i “ribelli moderati” e al-Qaida cercano di attaccare Dara, tenuta dalle forze siriane regolari. Gli attacchi sono falliti e la Giordania ha chiuso i confini e non ricovera più i “ribelli” feriti. Il centro delle operazioni militari in Giordania ha chiuso rifornimenti e pagamenti alle forze antisiriane. Solo Israele ancora le aiuta in segreto. Le forze governative siriane eliminano le isolate roccaforti ribelli presso Damasco. Alcune forze dell’Esercito arabo siriano vanno riprendendosi Palmyra. La guarnigione siriana di Dayr al-Zur, isolata e attaccata dallo Stato Islamico, è ancora fuori portata. Le maggiori operazioni contro i taqfiri nel sud e nel nord-ovest sono già pianificate, ma la mossa intelligente ora è sedersi e lasciare che i nemici, taqfiri e turchi, continuino ad autodistruggersi.ealeppo20160215Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ergastolo al terrorista islamista ospite della RAI e di Gad Lerner

Alessandro Lattanzio, 17/2/2017

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Il narcoterrorista islamista Haysam Umar Saqan

La Corte Distrettuale di Stoccolma, il 16 febbraio, ha condannato all’ergastolo il terrorista siriano Haysam Umar Saqan, per aver partecipato all’assassinio di sette prigionieri in Siria, nel maggio 2012. I sette uomini assassinati erano stati sequestrati da un gruppo islamista fondato nel 2011, la compagnia di Sulayman, attivo sul jabal al-Zawiya, presso Idlib. Il gruppo terroristico era guidato dal trafficante di droga e terrorista salafita Abu Sulayman al-Hamawi.
Saqan era attivo in Italia nel 2011 e nel 2012, dove protetto dai servizi segreti e dalla polizia politica italiana, irruppe nell’ambasciata della Repubblica Araba di Siria. E sempre protetto da servizi segreti e polizia politica italiani, emanazioni del partito neofascista al potere, il PD, Saqan ha potuto godere di un’ampia visibilità mediatica presso la RAI (TG-3) e La7 (trasmissione di Gad Lerner), come foto con l’inviata di Rai3 Lucia Goracci, sfegata propagandista del terrorismo islamista in Libia e Siria, e del golpe neonazista e dell’aggressione armata al Donbas in Ucraina.

Lucia Goracci con il suo sodale, il narco-terrorista salafita Saqan

L’inviata della Rai, e guerrafondaia furiosa, Lucia Goracci con il suo sodale, il narco-terrorista salafita Saqan (il tizio con berretto e occhiali da sole sarebbe un agente della CIA).

L’arresto di Saqan è stato possibile dopo la comparsa di un video dove partecipa alla strage del 2012 commessa dal suo gruppetto terroristico in Siria. La polizia italiana avrebbe aiutato gli investigatori in Svezia ad identificarlo, grazie ai video di quando irruppe nell’Ambasciata siriana a Roma. Saqan, partito dall’Italia per la Siria nel 2012, cercò asilo in Svezia nel 2013, Paese dove si nascose occultando i crimini che aveva compiuto e pretendendo lo status di rifugiato ed ottenendo il permesso di soggiorno nel 2016, ma già a marzo fu arrestato. “In una dichiarazione, la corte ha detto che il crimine di Saqan è così grave che la punizione decisa è l’ergastolo”. Ma c’è un pericolo, in Svezia la condanna all’ergastolo di uno straniero equivale a dieci anni di carcere seguiti dall’espulsione. E’ prevedibile che il circo islamonazista di sinistra si attiverà, complici i media di regime, il PD, le ONG dei servizi segreti, i servizi segreti, la fratellanza mussulmana piddina e i nazipiddini filo-Kiev per chiederne l’estradizione in Italia e conferire al terrorista stragista la nazionalità italiana e relativa residenza per “meriti democratici e umanitari”. Boldrini, Grasso e Mattarella (alias Mozzarella-mafia) prontamente esprimeranno solidarietà al “povero” Saqan, vittima della brutalità del “regime siriano”, conferendogli oltre all’immunità per i suoi crimini, vitto, alloggio e vitalizio, come già fatto con diversi altri ben noti terroristi, come il capo taqfirita Qraqar, oggi ospite di una galera a 5 stelle della Norvegia.
I media e i giornalisti (Berlinguer, Goracci, Lerner e infiniti altri) che hanno sempre coccolato tale feccia sanguinaria, sono i medesimi che hanno sempre attribuito i crimini commessi dai loro sodali, appunto i terroristi islamisti, alle loro vittime, cioè ai siriani, come dimostra la favola degli infiniti “ospedali pediatrici” distrutti “ogni santo giorno” ad Aleppo o altrove in Siria.

Saqan al momento della strage

Saqan al momento della strage

Quando Saqan era protetto dai servizi segreti e dalla polizia politca del PD

Il terrorista Saqan ospite di Gad Lerner, sorridente mentre sionisti e terroristi spiegano come esportare la democrazia in Siria

L’operato “democratico” del “combattente per la libertà” Haysam Umar Saqan, il terrorista coccolato da RAI e La7

Fonte: Daily Mail

Trump e i “Ruski”

Leftist Critic, Oriental Review 16 febbraio 2017170211134242-micahel-flynn-file-exlarge-169Nei giorni scorsi la politica statunitense sembrava un film di Hollywood, tranne che è vera ed ha conseguenze reali. Dopo che il Generale Mike Flynn è stato estromesso dall’incarico nella Sicurezza Nazionale per aver osato parlare con i russi, eventualmente delle sanzioni, ma anche forse delle tensioni russofobe che politici e media compiacenti hanno acuito. Una domanda a cui rispondere è quanto sia “pro-Russia” l’amministrazione Trump?
Nell’ultima campagna presidenziale negli Stati Uniti, Hillary Clinton e lacchè accusarono Trump di essere un “burattino di Putin”. Va ricordato che Clinton fece tali accuse già nel 2014, sostenendo che ci fossero “gruppi ambientalisti falsi… finanziati dai russi” che si opponevano al fracking, una pretesa avanzata dall’industria petrolifera e gasifera. Non c’è dubbio che durante la campagna, Trump avesse un tono più moderato nei confronti della Russia dei dirigenti democratici o repubblicani che gridano all'”impeachment” oggi, mentre certi democratici plaudono allo “scandalo” che l’amministrazione Trump affronta. Mentre Tillerson e Dunford s’incontrano con i loro omologhi russi, poco è cambiato da Obama. L’amministrazione Trump ha dichiarato, attraverso Nikki Haley e Sean Spicer, che la Russia deve “restituire” la Crimea all’Ucraina e ridurre le violenze nel Paese, per rimuovere le sanzioni. I russi hanno giustamente respinto ciò come ridicolo. Se Trump fosse davvero “pro-Russia” avrebbe rimosso le truppe statunitense alle frontiere della Russia e aumentato gli sforzi per rimuovere le sanzioni. È chiaro, le stesse politiche di Obama sulla Russia sono proseguite sotto Trump. La dirigenza della sicurezza nazionale, spesso chiamata “comunità d’intelligence”, è supportata direttamente i democratici russofobi a cui giurano fedeltà e che sostengono che ciò che gli spettri dicono è vero al 100%. Chiaramente, non ricordano la loro storia e collegano Trump alla Russia con nuova “teoria della cospirazione” liberal, screditando tutti i democratici. Costoro, insieme ai repubblicani russofobi, hanno presentato un disegno di legge al Congresso che propone la revisione dei possibili tentativi dell’amministrazione Trump di alleggerire le sanzioni alla Russia, dichiarando che l’amministrazione “insabbia”, e chiedendo un’indagine per “scoprire” i collegamenti russi della nuova amministrazione, che potrebbero anche non esserci. Anche i media di regime usano la “minaccia della Russia”, spacciando la pretesa della “magica nave spia russa” a largo del Connecticut, mentre si giravano i pollici su “ciò che succedeva” nella telefonata tra il generale Flynn e l’ambasciatore russo negli Stati Uniti. Altri media sono più percettivi. Chicago Tribune e The Atlantic riportavano che l’estromissione di Trump è una vittoria dello “Stato profondo”, come più precisamente va chiamata l’istituzione della sicurezza nazionale. Anche l’arciconservatore National Review ha chiesto che la conversazione di Flynn, registrata da FBI e NSA, sia resa pubblica.
Prendendo tutto ciò in considerazione, ogni giorno c’è sempre meno possibilità che Trump riduca le tensioni con la Russia. L'”establishment golpista” che caccia Flynn è spinta dalla stessa macchina spionistica che egli stesso ha contribuito a creare, autorizzando Trump ad incolparla direttamente delle conseguenze. A parte gli argomenti che servono alla “sinistra”, delle critiche significative di Trump e che Flynn avesse tendenze “cospirazioniste”, le dimissioni di Flynn probabilmente avranno effetti negativi sulla possibile “distensione russa” dell’amministrazione Trump. Alcuni possono rispondere notando che Trump ha un tono “positivo” verso Putin da quando è in carica. Potrebbero esclamare che Trump, nell’intervista con Bill O’Reilly, quando ha detto che Putin è ragionevole “glossando” sull’idea che fosse un “killer” dicendo che l’impero ha commesso degli errori, dimostrasse “fedeltà” ai russi. È completamente senza senso. L’amministrazione Trump ha aspre posizioni anti-Iran e pro-Israele, danneggiando profondamente gli interessi russi. Questa posizione potrebbe anche portare alla guerra con l’Iran, nonostante la cacciata di Flynn sia una buona notizia per l’Iran, dato che era esplicito nel condannare gli atti “terroristici” del governo iraniano. Il vero terrorismo sono le decine di migliaia di bombe sganciate dagli Stati Uniti su Libia, Somalia, Iraq, Siria, Yemen, Afghanistan e Pakistan l’anno scorso, insieme alle forze speciali nel 70% delle regioni del mondo, persone che Trump chiama “guerrieri leggendari” che combattono in luoghi lontani contro gli “islamisti radicali”. A credito dell’Iran, resiste all’aggressività dell’amministrazione Trump, deridendola come fuori luogo.
Indipendentemente dal motivo per cui Flynn è stato licenziato, se per mancanza di fiducia o altro, non vi è dubbio che gli sforzi dei russofobi nella dirigenza della sicurezza nazionale e nei partiti democratico e repubblicano s’intensificheranno nei prossimi giorni. Quasi pensano che l’Unione Sovietica sia “tornata” come in Simpson Tide, episodio del 1998 dei Simpson, quando i russi fecero credere agli Stati Uniti che l’Unione Sovietica fosse scomparsa. Forse, più precisamente, l’attuale enigma politico assomiglia alla satira del 1964 del Dottor Stranamore. I russofobi sono come il generale “Buck” Tergidson, solo diversi per sfumatura sciovinista dal generale Jack D. Ripper che voleva la guerra nucleare con la Russia, a qualsiasi costo, affermando che i comunisti ingannavano il presidente dicendogli che “ci pesteranno!” L’amministrazione Trump è come il presidente Merkin Muffley che cercava un approccio più equilibrato, razionale con la Russia finché fu evidente che la guerra era inevitabile.
Ora ci troviamo a un bivio, con il futuro del mondo in bilico. Finché l’amministrazione Trump avrà una posizione aspra contro Iran, Venezuela e Corea democratica, il mondo multipolare sarà minacciato. Se ci fosse un indirizzo filo-russo nel governo Trump, sarebbe positivo per il mondo, eventualmente riducendo i conflitti, anche se è difficile sostenere tale postura con gli attacchi dai russofobi. Ciò che succede dopo riguarda noi, gente del mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La cocaina della Chiquita e gli squadroni della morte sionisti

Dean Henderson Left Hook 24/08/2014
(Tratto dal capitolo 11: Big Oil e i suoi banchieri)7ba526fad4fbfbdbeaaa8454d08bf6b1Nel 1954 il direttore della CIA Allen Dulles salvò la BP lanciando l’Operazione Ajax contro il legittimo Mohamed Mossadegh in Iran. Nello stesso anno Dulles soccorse l’United Fruit Company in Guatemala dove fu eletto il presidente nazionalista Jacobo Arbenz con un promettente prgramma di riforma agraria. Quando Arbenz mirò ad espropriare 550000 acri di piantagioni di banane dell’United Fruit, Dulles si rivolse al suo vecchio datore di lavoro Sullivan&Cromwell per pianificarne il rovesciamento. Sullivan era l’avvocato della BP e consulente legale della J. Henry Schroeder Bank, la banca di Amburgo dei Warburg che finanziò Adolf Hitler. [1] Il re del petrolio di Dallas, Clint Murchison, comprò due cartiere in Honduras nel 1954 dal compare di golf di Bush Walt Mischer. Entrambi avevano legami con la famiglia mafiosa dei Marcello a New Orleans. L’assassino di Kennedy e idraulico del Watergate Howard Hunt, con l’aiuto del dittatore nicaraguense Somoza, addestrò una milizia in Honduras per attaccare Arbenz. Frank Wisner, vicedirettore operativo della CIA, supervisionò l’operazione.
chiquita-gun-logo L’United Fruit fu creata da Joseph Macheca, il boss mafioso di New Orleans precedessore di Marcello. Macheca era il grande mago del Ku Klux Klan della città. Lui e il socio Charles Matrenga erano protetti dal fondatore della mafia italiana e 33° Grado Gran Maestro della massoneria di rito scozzese Giuseppe Mazzini. La parola “mafia” è un acronimo per “Mazzini autorizza furti, incendi e avvelenamenti”. Mazzini rispondeva direttamente al primo ministro massone inglese Benjamin Disraeli. Inviò Macheca e Matrenga a New Orleans per avviare l’United Fruit. August Belmont, agente della famiglia Rothschild negli Stati Uniti, lavorò con Macheca per corrompere i politici della Louisiana. [2] L’onnipresenza della United Fruit in America Centrale originò la frase “repubbliche delle banane”. Cambiò nome in United Brands (UB) ed acquisì le banane Chiquita, la carne John Morrell e i ristoranti A&W. La DEA stimò che il 20% della cocaina che arrivò negli Stati Uniti negli anni ’70 arrivasse a bordo delle navi dell’UB nel porto di Baltimora. Le sue piantagioni coprivano quasi la metà di Guatemala, Honduras e Nicaragua. Chevron Texaco possedeva tutte le pompe di benzina della regione. Nel 1991, la relazione annuale del gigante petrolifero vantava il possesso del 26% delle stazioni di servizio nei Caraibi. La famiglia Bush possiede gran parte dei terreni sulla costa caraibica di Panama. Secondo un funzionario della DEA di Dallas, nel 1991 il CEO di Texaco era il boss della cocaina della città che utilizzava le piattaforme petrolifere off-shore per importare la cocaina colombiana. La Chevron Texaco aveva aperto un “impianto di miscelazione” a Shanghai, Cina. L’UB è per il 45,4% posseduta dal magnate finanziario di Cincinnati Carl Lindner, amico intimo di George Bush Sr. e uno dei suoi maggiori finanziatori. Bush passava le vacanze al Key Largo Ocean Reef Club di Lindner, che ospita una pista utilizzata dal trafficante di armi della CIA Jack Devoe e come area di arrivo della cocaina. Quando il presidente Reagan creò la Commissione presidenziale per l’America centrale nel 1983, il gruppo guidato da Henry Kissinger s’incontrò all’Ocean Reef Club. Nel 1988 lo Stato della Florida denunciò l’Ocean Reef secondo lo statuto contro il crimine RICO. Una voce sui diari di Oliver North parla di una borsa dell’UB a John Singlaub, compare del maggiore Andy Messing. [3]
bilde-5Lindner possedeva la Penn Central prima che la banca scomparisse in uno scandalo. Walt Mischer vendette la Marathon Manufacturing a Lindner, il cui conglomerato American Insurance Financial controllava numerose aziende di trasporti che presumibilmente trasportavano la cocaina dell’UB, come Rapid-American Corporation e Reliance Corporation. Lindner possedeva una quota dell’8% della Gulf&Western Corporation, nel cui CdA sedeva il segretario di Stato di Carter Cyrus Vance. Gulf&Western è leader nella raffinazione dello zucchero grezzo, un processo identico a quello per trasformare l’oppio in eroina. Lindner vendette la Lincoln S&L a Charles Keating, che concluse accordi commerciali con il rappresentante dei Rothschild e della BCCI di Ginevra Alfred Hartman. The Arizona Republic riferì che gli aerei aziendali di Keating, insieme a quelli della Resorts International, sono spesso usati dal senatore dell’Arizona John McCain. McCain sposò Cindy Hensley, figlia del magnate dell’alcol James Hensley, socio del mafioso dell’Arizona Kemper Marley. Partner di Lindner nell’UB era il boss di Detroit Max Fischer, messo nel CdA dell’UB da Donald Gant della Goldman Sachs. Altro membro del consiglio dell’UB era il negoziatore sul Canale di Panama di Carter Sol Linowitz che, insieme a Cyrus Vance, era nel CdA della Pan Am. La sede centrale dell’UB era nell’edificio Pan Am di New York. Max Fischer possedeva Airborne Freight assieme alla famiglia Jacobs di Buffalo, la cui Sportsystems possiede venti ippodromi negli Stati Uniti e in Canada, gestisce le concessioni alimentari per quaranta ippodromi, dieci cinodromi, ventiquattro stadi della Major League Baseball e il Boston Garden. Jacobs ha una squadra di hockey, la Boston Bruins, la compagnia di spedizione Alaska-Seattle, quindici concessioni aeroportuali, lo stadio della Florida Jai Alai e, più interessante, concessioni per i servizi alimentari per le piattaforme petrolifere nel Golfo del Messico. La Letheby&Christopher di Jacobs provvede a tutti gli eventi in cui partecipa la Nobiltà Nera europea. Il conglomerato Emprise di Jacobs nacque a Buffalo nel 1916 come partner della giustamente denominata US Pure Drug Company della famiglia Bronfman. La sede di Max Fischer, nel centro di Detroit, è di proprietà dei Bronfman. Buffalo e Detroit sono al confine USA-Canada, conveniente per il contrabbando di eroina finanziato dalla HSBC, da Vancouver alla costa orientale degli Stati Uniti. HSBC ha una forte presenza in entrambe le città. Quando l’inchiesta del giornalista dell’Arizona Republic Don Bolles costrinse Kemper Marley a dimettersi dalla Commissione di Stato sulle corse, Bolles fu assassinato. Una delle ultime parole da lui pronunciate fu “Emprise“. I Bronfman controllano Eagle Star Insurance insieme a enormi banche canadesi e inglesi che supportano il traffico di droga dal triangolo d’argento. Possiedono DuPont, Seagrams (nata per contrabbandare whisky durante il proibizionismo), Vivendi, Jockey Club di Toronto e (fino alla scomparsa) il Montreal Expos Baseball Club. [4] Il nome Bronfman in yiddish significa “uomo del whisky”. Questi sionisti convinti partecipano agli imbrogli di Mossad e MI6. Airborne Freight di Fischer e Jacobs possiede Midwest Express, che ha un contratto in esclusiva con la Federal Reserve per spedire gli assegni annullati, un’operazione che gode dell’immunità dell’US Customs. Il vicepresidente esecutivo della Chase Manhattan James Carey era nel CdA di Airborne Freight. Max Fischer possiede i centri commerciali di Detroit, Fruehauf Autotrasporti e Marathon Oil. Era solito lavorare con la più grande banca mercantile inglese, l’Hambros, dove lavorava il colonnello del SOE e assassino di Kennedy Louis Mortimer Bloomfield. Fischer consegnò i fondi di Meyer Lansky e del contrabbando di petrolio ai terroristi dell’Haganah che sequestrarono la terra palestinese per creare Israele. Nel 1957 fu premiato dai Rothschild per i suoi sforzi quando la famiglia divise Paz Oil e Chemical Paz, che detengono il monopolio dell’industria petrolifera israeliana. Fischer, come Bloomfield, è un membro dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, la società segreta che risponde alla regina Elisabetta II. Bloomfield è presidente del servizio di ambulanza della Croce Rossa, ramo dell’intelligence della monarchia inglese. [5]…

Louis Mortimer Bloomfield e David Ben Gurion

Louis Mortimer Bloomfield e David Ben Gurion

Il genocidio guatemalteco
La CIA rovesciò Jacobo Arbenz e lo sostituì con il dittatore Castillo Armas, il primo di una serie di brutali governi militari legati all’UB e al suo sindacato della cocaina. I generali governarono il Guatemala per 33 anni inquietanti, mentre i lealisti di Arbenz combatterono la guerra di guerriglia contro le varie giunte dalle province confinanti l’Altiplano Messicano. I ranghi dell’UNRG erano formati da indiani Qechua, Ketchikel e Mam che costituiscono la maggioranza della popolazione del Guatemala. Per contrastare i ribelli, la CIA collaborò con Mossad israeliano e consiglieri di Taiwan per creare “villaggi modello”, secondo i villaggi strategici impiegati nella guerra del Vietnam. Parte del programma fu Fagioli in cambio di fucili, del presidente guatemalteco Efrain Rios Montt con cui, però, gli abitanti dei villaggi dell’altopiano ricevettero cibo dall’USAID in contenitori recanti bandiere e slogan pro-USA. In cambio, gli abitanti del villaggio dovevano prendere le armi contro i ribelli del Guatemala. L’USAID finanziò la costruzione di strade nelle aree controllate dai ribelli nella provincia di Alta Verapaz, consentendo all’esercito guatemalteco di raggiungere i villaggi più remoti dove interrogarono, torturarono e uccisero più di 100000 indiani guatemaltechi che si rifiutarono di partecipare alla contro-insurrezione della CIA, negli anni ’80 e ’90. I militari del Guatemala crearono gli squadroni della morte di destra che gestivano il traffico di cocaina colombiana, utilizzando le zone di trasformazione ed esportazione delle multinazionali statunitensi come Chiquita.
b340d20ace5466fc2d729093beb57d2f Il 14 settembre 1996 la polizia guatemalteca catturò il capo del più grande dei narco-squadroni della morte, Alfredo Moreno Molina. Quando Moreno iniziò a parlare, l’oligarchia guatemalteca, che detiene il 85% della terra coltivabile del Paese, cominciò a tremare. Tra le coorti di Moreno c’erano il presidente Efrain Rios Montt che sosteneva di essere un cristiano evangelico, gli ex-candidati a presidente della Repubblica Alfonso Portilla e Zury Rios e decine di membri del Congresso del Frente Repubblicano Guatemalteco di destra. All’inizio del 1997 i ribelli dell’UNRG firmarono l’accordo di pace con il governo, e il periodico del Guatemala Ameroteca pubblicò una serie di articoli implicanti la CIA nelle attività degli squadroni della morte e del traffico di droga di Moreno. La rete di Moreno includeva il vice-ministro della Difesa, capitani della Marina, l’ispettore generale della Guardia de Haciendas, l’ispettore generale della polizia nazionale, agenti della Guardia e della Polizia, il capo della polizia motorizzata, il direttore generale delle dogane e molti generali, colonnelli, funzionari doganali e capi della polizia. [6] Gli stessi squadroni della morte guidarono la valanga di rapimenti che sommerse il Guatemala nella metà degli anni ’90. I tre generali che guidavano la rete dei sequestri erano Luis Ortega, Manuel Callejas e Edgar Godoy. La rete era così potente e comprendeva così tanti ufficiali guatemaltechi che non sarebbe mai stata denunciata se i ribelli dell’UNRG non avessero vuotato il sacco durante i colloqui di pace. Le indagini furono lente, avendo come procuratore generale l’oligarca Hector Perez, che bloccò i lavori. [7]
CIA e Mossad guidarono gli squadroni della morte, i massacri e l’addestramento dei militari guatemaltechi nel più raffinato terrorismo. Reclutarono mercenari nel bar Europa del sergente dell’US Army Barry Sadler, a Città del Guatemala, un covo di spie dove commando inglesi e israeliani si mescolavano a mercenari argentini e cileni e ai capi degli squadroni della morte guatemaltechi. Prostituzione e gioco d’azzardo erano all’ordine del giorno. Il genocidio in Guatemala ebbe l’attenzione dei media solo quando cittadini statunitensi furono vittime degli squadroni della morte. Nel marzo 1995, il senatore Robert Torricelli (D-NJ) annunciò che un albergatore statunitense che viveva in Guatemala, Michael Devine, fu ucciso da uno squadrone della morte di destra diretto da un colonnello guatemalteco a libro paga della CIA. Devine aprì un ostello a Poptun, nel Guatemala orientale. Nel 1990 la moglie aprendo la porta trovò un sacchetto contenente la testa del marito. Julio Roberto Alpirez, l’agente della CIA che ordinò l’omicidio brutale di Devine, ordinò anche l’omicidio di Efrain Bamaca, un comandante delle UNRG. La moglie di Bamaca, l’avvocatessa statunitense Jennifer Harbury, organizzò scioperi della fame a Washington e Città del Guatemala per protestare contro l’assenza di cooperazione dei governi nelle indagini sulla morte del marito. La CIA seppe dell’omicidio subito, ma non disse nulla ad Harbury. Si unì allo sciopero della fame Suor Diana Ortiz, delle Orsoline del New Mexico, che fu ripetutamente violentata e torturata con mozziconi di sigaretta da uno squadrone della morte in Guatemala, nel 1989. Ortiz disse che la persona che sovrintese al suo calvario era un uomo di nome Alejandro che pensava fosse statunitense. Torricelli fece le accuse dopo che un membro dello staff della NSA gli inviò una nota che indicava che NSC ed esercito degli Stati Uniti erano direttamente coinvolti negli omicidi Devine e Bamaca, avendo dei consiglieri nell’unità d’elite segreta G-2 dell’esercito guatemalteco. Lo studioso guatemalteco Alan Nairn dice che la CIA collaborò con il G-2, la cui missione principale era eliminare l’opposizione politica con gli squadroni della morte. Dopo la notizia della morte di Devine, il Congresso tagliò gli aiuti militari al Guatemala, ma la CIA mantenne segretamente un bilancio annuale di 5 milioni di dollari per le operazioni guatemalteche. Il colonnello dell’esercito Julio Alpirez ricevette 44000 dollari dalla CIA, anche se si sapeva che aveva fatto uccidere Devine. [8] Torricelli disse che il popolo statunitense avrebbe sentito cose sui propri servizi segreti che l’avrebbero fatto inorridire. Anche il senatore Arlen Spector, lacchè della Commissione Warren, fu costretto ad ammettere che la CIA aveva omesso informazioni nelle indagini di Torricelli. Il presidente Clinton era così sconvolto dalle rivelazioni che inviò agenti dell’FBI all’NSA per indagare sulle accuse di Torricelli. L’NSA distrusse i documenti sul Guatemala. Fu la prima volta nella storia degli Stati Uniti che un presidente ricorse all’FBI per indagare sull’NSA. Nel giugno 1996, l’Intelligence Oversight Board del Senato pubblicò un documento di 53 pagine secondo cui: “Alcuni agenti della CIA furono credibilmente accusati di aver ordinato, pianificato e partecipato a gravi violazioni dei diritti umani, come omicidi, esecuzioni extragiudiziali, torture o rapimenti… la CIA era a conoscenza di molte delle accuse“. Torricelli fu successivamente oggetto di uno scandalo politico fasullo che lo costrinse ad abbandonare la corsa del 2002 per la rielezione.

Rios Montt

Rios Montt

La repubblica delle banane dell’Honduras
ambassadornegroponte101404La CIA collaborò con l’United Brands (UB) nell’America Centrale. Nel 1932, quando i contadini salvadoregni si ribellarono contro le condizioni di lavoro deprimenti nelle piantagioni di banane dell’UB, l’azienda supportò la strage di 300000 persone ricordata come La Matanza. Nel 1947 l’UB sponsorizzò il golpe della CIA che portò l’amico di Robert Vesco, Jose “Pepe” Figueres, al potere in Costa Rica. Nel 1954 la CIA tentò di rovesciare il sempre più nazionalista Figueres. L’UB sostenne Somoza in Nicaragua, che contribuì ad organizzare il colpo di Stato contro Arbenz. Il trafficante di armi dell’Haganah Yehuda Arazi divenne ambasciatore d’Israele in Nicaragua su raccomandazione dell’UB. [9] L’agente dell’UB Francisco Urcyo tentò di condurre un governo ad interim mentre i sandinisti entravano a Managua. Ma alcun governo centro-americano fu più influenzato dall’UB dell’Honduras, un Paese che esemplifica davvero il termine “repubblica delle banane”. Nel 1975, il presidente dell’UB Eli Black morì cadendo dalla finestra dell’ufficio al quarantaquattresimo piano dell’edifico della Pan Am, a New York. Un’indagine della SEC in seguito rivelò che l’UB praticamente dirigeva l’Honduras corrompendo pubblici ufficiali e sistemando le elezioni. Nel 1978 il generale Policarpo Paz, capo delle Forze armate honduregne, guidò il colpo di Stato sostenuto da Tegucigalpa dal capo della polizia Amilcar Zelaya. Entrambi accusati dalla stampa honduregna di traffico di droga e corruzione che coinvolgevano l’United Brands. Paz Garcia era il co-proprietario di un ranch vicino a Tegucigalpa, assieme al boss mafioso honduregno Ramon Matta Ballesteros. Il capo dell’Interpol honduregna Juan Barahona fu accusato di calunnia quando accusò i generali honduregni di connessioni con la mafia di Ballesteros, che fece dell’Honduras una via di transito della cocaina colombiana. [10] Ballesteros consegnò le armi ai contras per conto della CIA. Più tardi fu ucciso da Raphael Quintero per proteggere la rete del narcotraffico Sicilia-Falcon in Messico.
Nel 1979, Vernon Walters organizzò i contras somozisti a Tegucigalpa. Gli Stati Uniti costruirono basi militari supplementari in Honduras e la CIA lanciò, attrezzò e addestrò il Battaglione 316 dell’esercito honduregno, uno squadrone della morte scatenato contro gli honduregni che protestavano contro la presenza militare degli Stati Uniti nel loro Paese. Il comandante delle forze armate honduregne, generale Gustavo Alvarez, guidò la campagna terroristica del Battaglione 316. Oltre 10000 honduregni furono uccisi negli anni ’80. Altre migliaia scomparvero e furono torturati. Le vittime venivano interrogate nelle basi militari statunitensi. Agenti della CIA aiutarono il Battaglione 316 nei rapimenti. Ines Murillo testimoniò che un agente della CIA era presente quando veniva torturata con scosse elettriche e acqua. Alvarez era uno stretto amico del capo stazione CIA in Honduras Donald Winters e dell’ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras John Negroponte. Alvarez è il padrino della figlia adottiva di Winters. Nel 1983 il presidente Reagan premiò Alvarez con la Medal of Honor. [11] Nel novembre 2002 Negroponte fu ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, dove fece pressioni sul Consiglio di Sicurezza, senza successo, per far passare una risoluzione di adesione all’invasione statunitense dell’Iraq. Il 21 aprile 2005 Negroponte giurò da primo direttore della National Intelligence degli Stati Uniti. L’ambasciata degli Stati Uniti a Tegucigalpa si trova nello stesso edificio dell’Intercontinental Hotel della famiglia Murchsion occupato dalla CIA. L’United Brands cambiò nome in Chiquita Brands International. Nel marzo 2002, l’eterno-onesto padrone della Chiquita, Carl Lindner, invitò i suoi azionisti a farsi un giro quando dichiarò fallimento.

Al centro, il generale Gustavo Adolfo Alvarez Martinez

Al centro, il generale Gustavo Adolfo Alvarez Martinez

[1] Il Quarto Reich dei ricchi. Des Griffin. Emissary Publications. Pasadena, CA. 1978. p.97
[2] Dope Inc: Il libro che ha fatto impazzire Kissinger. Executive Intelligence Review. Washington DC. 1992. p.504
[3] Mafia, CIA e George Bush: la storia occulta del peggior disastro finanziario degli Stati Uniti. Pete Brewton. SPI Books. New York. 1992
[4] Executive Intelligence Review. p.516
[5] Ibid. p.339
[6] Chronica. Città del Guatemala. 9-20-96. p.19-24
[7] El Siglio News. Città del Guatemala. 3-4-97. p.7
[8] Con amici come questi. David Van Biema. Tempo. 8-7-95. p.29
[9] Executive Intelligence Review. p.504
[10] Il grido del popolo: la lotta della Chiesa cattolica per la giustizia in America Latina. Penny Lernoux. Penguin Books. New York. 1985. p.117
[11] Le atrocità del Battaglione 316. Il Sole. # 5. Tegucigalpa. Febbraio 1996.8dcb2-govdrugdealing_cia_cocaine_import_agencyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora