Trump rischia grosso su Gerusalemme

Frontier Insights 7 dicembre 2017Il presidente Trump annunciava che intende trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme entro sei mesi, oltre a dichiarare l’audace riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Tale atto inaudito è stato ampiamente denunciato dalla maggior parte dei capi di Stato, ad eccezione ovviamente del governo israeliano. Attualmente, quasi tutti i Paesi con relazioni diplomatiche con Israele hanno la missione a Tel Aviv. Trump ha appena fatto una grande scommessa per risolvere il lungo conflitto tra Israele e Palestina. Ma già da come le cose si svolgono, le speranze di una soluzione sono lontane.

Breve riassunto del conflitto arabo-israeliano
Questo è un conflitto molto lungo, teso e complicato, quindi il riassunto non si garantisce in alcun modo adeguato, non potendo coprire tutto, poiché probabilmente richiederebbe un intero libro. In breve, l’ultimo grande cambiamento che emerge quale riferimento della maggior parte dei tentativi di accordi di pace, è la guerra dei 6 giorni del 1967, quando Israele sconfisse gli arabi. Israele finì col prendere il Sinai dall’Egitto, Gerusalemme Est e Cisgiordania dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Da allora, il Sinai fu restituito all’Egitto con l’accordo di pace nel 1979, mentre le alture del Golan e la Cisgiordania (nota anche come Giudea e Samaria in Israele), sono rimaste sotto occupazione israeliana. La maggior parte dei tentativi di risoluzione del conflitto arabo-israeliano da allora faceva frequenti riferimenti ai confini precedenti al 1967, quando la composizione politica di Israele e Palestina era molto più vicina al piano di partizione originale dell’ONU del 1947, Risoluzione 181. Il motivo per cui ciò non è esatto è che il piano di partizione originale cambiò dopo la guerra del 1948, quando gli arabi dichiararono guerra ad Israele il giorno dopo aver dichiarato l’indipendenza. Israele vinse la guerra e occupò più terra di quella in origine lasciata dall’ONU.

Problemi chiave
Diritto al ritorno
I palestinesi espulsi e/o fuggiti da Israele durante la guerra del 1948, che all’epoca erano oltre 700000, si stabilirono in grandi campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Oggi sono 4-5 milioni. Il diritto al ritorno è una richiesta che sancisce il diritto ai rifugiati di tornare in Israele. Israele si oppone fermamente a ciò per ovvi motivi; ne cambierebbe i dati demografici in favore degli arabi.

Status di Gerusalemme
Entrambe le parti rivendicano Gerusalemme come capitale, con Gerusalemme Ovest conosciuta come la metà israeliana, e Gerusalemme Est conosciuta come la metà araba. L’ONU dichiarò Gerusalemme città internazionale, per la sua importanza sia per gli israeliani che per gli arabi, così come per cristiani, ebrei e musulmani. La Chiesa ortodossa russa orientale, il Vaticano e il musulmano Waqf possiedono le proprietà storiche di Gerusalemme e sovrintendono vari monumenti sacri, consolidando così la nozione di status internazionale.

Sicurezza
Con la divisione dell’Autorità Palestinese tra Hamas a Gaza e Fatah a Ramallah (Cisgiordania), Fatah riconobbe il diritto d’Israele ad esistere all’inizio degli anni ’90, prima degli accordi di pace di Oslo del 1993. Tuttavia, Fatah non riconosce il diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico. Hamas non riconosce il diritto d’Israele di esistere in alcuna forma, mentre Israele lo esige. Perciò, Gaza subisce un intenso blocco aereo, marittimo e terrestre da Israele, mentre la Cisgiordania ha libertà di movimento molto limitata, con limitate forze di sicurezza palestinesi autorizzate a controllare una zona interna alla zona esterna dei checkpoint della sicurezza israeliana. Israele insiste su un’autorità palestinese smilitarizzata in qualsiasi accordo. L’AP probabilmente insisterà su una più ampia forza di polizia e di confine, ma qualsiasi cosa al di là di ciò sarà considerata grave minaccia per Israele. Israele ha costruito il famigerato muro di cemento, la “barriera di sicurezza”, attorno ai territori palestinesi, impedendo gli attacchi suicidi dell’Intifada, ma divenendo anche simbolo di oppressione. La peggiore minaccia che ora affronta sono gli attacchi coi razzi dall’estero e quelli dei lupi solitari all’interno. I palestinesi non hanno praticamente forze di sicurezza e sono vulnerabili alle IDF.

Confini e insediamenti
Questo è un importante punto critico perché il governo israeliano attivamente persegue un cambio demografico a proprio favore costruendo insediamenti ebraici illegali in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e sfrattando i palestinesi a Gerusalemme e Cisgiordania. Molti lo vedono come un modo per pregiudicare i territori palestinesi. Le IDF sono note fare nulla contro i coloni illegali che molestano i palestinesi. L’espansione degli insediamenti è l’opportunismo israeliano verso un’Autorità palestinese disunita. La costruzione della “barriera di sicurezza” portava Israele ad assorbire circa il 10% delle terre palestinesi in Cisgiordania. Quindi, la richiesta dell’Autorità Palestinese dei confini di prima del ’67 rimane un argomento molto controverso. Questi sono i problemi principali. Ora si analizzano le azioni di Trump in tale contesto.Gli Stati Uniti in veste di mediatori sono permanentemente danneggiati
Trump ha una posizione fin troppo filoisraeliana screditando gli USA come mediatori del conflitto. Ridurrà ancor più il prestigio degli Stati Uniti nel mondo arabo, in particolare nel contesto degli ultimi due decenni d’imperialismo statunitense in Medio Oriente, causando incessanti massacri attraverso cambi di regime, ingerenza palese nella guerra tra sunniti e sciiti, così come ierrorismo sponsorizzato da Stati. Francamente, la mediazione degli Stati Uniti non può più essere presa sul serio. Adottare un approccio non sfumato e riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele senza menzionarne l’importanza per palestinesi e musulmani, è sbagliato. Tale posizione è grossolanamente incompatibile con la soluzione dei 2 Stati. Si ha solo la soluzione di uno Stato: quello ebraico. Trump ha fatto una mossa estrema anche per gli standard statunitensi, dove alcuna precedente amministrazione degli Stati Uniti osò fare una simile dichiarazione. I politici europei hanno condannato tale mossa. Quindi lo status di Gerusalemme come questione chiave del conflitto arabo-israeliano è ormai danneggiato da tale posizione nettamente filo-israeliana. Jared Kushner chiaramente lavora per l’agenda sionista e Trump ne è un burattino.

L’escatologia di fondo
Credo che le basi di tale dichiarazione siano state poste tempo fa dai neocon filo-sionisti. Le loro guerre e destabilizzazione del mondo musulmano hanno contribuito a indebolirlo con lotte intestine, guerre ed odio, permettendo ai sionisti di promuovere la loro agenda mentre il mondo islamico rimane diviso. La politica estera degli Stati Uniti è guidata da un’alleanza tra sionisti cristiani di destra ed sionisti ebrei, rappresentati da cittadini statunitensi-israeliani che operano negli USA per promuovere il programma israeliano. Tale alleanza di convenienza mira a schiacciare l’opposizione musulmana in Israele, dato che gli evangelici credono che Israele debba essere solo uno Stato ebraico, pre-condizione per la seconda venuta di Cristo. Gli ebrei d’altra parte, in ultima analisi, mirano a ricostruire il loro terzo tempio, che necessariamente significa distruggere le moschee di al-Aqsa e della Cupola della Roccia, entrambe molto sacre per l’Islam. Questa è una resa dei conti religiosa di proporzioni potenzialmente apocalittiche. Purtroppo, auto-avverantesi e delirante. Il fattore religioso è il fine a Gerusalemme. Escatologia significa fine dei tempi, segno distintivo di tutte le religioni abramitiche convergenti su Israele.

Il fattore russo
La Russia potrebbe rispondere bilanciando la situazione aprendo l’ambasciata a Gerusalemme Est, dando così speranza alla causa palestinese. A ciò potrebbe seguire la corsa di varie nazioni ad aprire le missioni diplomatiche a Gerusalemme Ovest od Est, legittimando la città come internazionalmente importante. Sarebbe una mossa rischiosa per Putin, ma comunque possibile. Aiuterebbe Trump a salvare la faccia, calmando una situazione potenzialmente esplosiva. La volontà del contrappeso russo sarà seguita nel mondo arabo, specialmente dopo la decisa dimostrazione di forza in Siria.

Potenziale scissione con alleati arabi
Dopo la guerra del 1973, gli Stati arabi si unirono per mettere in ginocchio l’occidente con un devastante embargo petrolifero. Fu la risposta al sostegno occidentale ad Israele nella guerra e una dimostrazione così profonda di potere che diede vita all’accordo sul petrodollaro, con cui gli USA sterilizzarono l’arma petrolifera araba fatturandone la vendita in dollari USA in cambio di garanzie per la sicurezza agli Stati arabi. Così, la mossa di Trump rischia di alienare gli alleati arabi, in particolare gli Stati fantoccio nel Golfo, già visti come troppo vicini a Israele e USA dal loro popolo. Questo potrebbe imbarazzarli seriamente, venendo visti come filo-sionisti e costringendoli a prendere le distanze da Stati Uniti e Israele. Trump potrebbe benissimo finire per unire il mondo musulmano con tale mossa e contro USA ed Israele, perdendo altri alleati e annullando decenni di complotti di CIA-Mossad volti esattamente al contrario, seminare discordia nel mondo musulmano. Non va dimenticato che potrebbe anche spingere l’Arabia Saudita, se abbastanza irritata, a rinunciare al petrodollaro per il petroyuan e scartare qualsiasi possibilità di quotare Aramco sulla borsa di New York. Qui appare un possibile sospetto; Jared Kushner avrebbe convinto l’ingenuo Muhamad bin Salman ad impegnarsi nella faida familiare per indebolire i sauditi poco prima dell’annuncio di Gerusalemme? Non si sa a questo punto, ma è possibile che l’alleanza evangelico-sionista si sia posizionata per distruggerli, per così dire, in Israele. Ma ciò potrebbe tremendamente ritorcerglisi contro, essendoci già in programma proteste di massa. Vladimir Putin osserverà da vicino come ciò influirà sulla posizione degli USA nel mondo musulmano, e potrebbe cogliere l’opportunità d’intervenire in soccorso laddove gli USA hanno fallito, ancora una volta. Il fatto che questo accada poco prima di Natale dimostra che la mossa ha intenti evangelico-sionisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Lo sporco segreto di Raqqa

L'”accordo segreto” della Coalizione USA per permettere ai terroristi dello SIIL di fuggire
Prof. Michel Chossudovsky, Mondialisation 1° dicembre 2017Il segretario alla Difesa James “Mad Dog” Mattis confermava a maggio la volontà di Washington di annientare i terroristi dello Stato Islamico (SIIL): “La nostra intenzione è che i combattenti stranieri non sopravvivano alla battaglia e tornino in Nord Africa, Europa, America, Asia e Africa. Li fermeremo…” (citazione da un articolo della BBC intitolato “Lo sporco segreto di Raqqa”). Ciò che precede è il “piano narrativo politico” del Pentagono. La verità nascosta è che lo zio Sam soccorse lo SIIL. Tale decisione fu ovviamente presa ed eseguita dal Pentagono piuttosto che dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Come confermato da un articolo della BBC intitolato “Lo sporco segreto di Raqqa“, la coalizione guidata dagli Stati Uniti permise l’esodo dei terroristi dello SIIL e dei loro familiari dalla fortezza di Raqqa, nel nord della Siria. Sebbene l’articolo della BBC si concentri sui dettagli dell’operazione, rivela l’esistenza di un “accordo segreto” tra Stati Uniti e l’incrollabile alleata inglese per consentire ai terroristi di fuggire da Raqqa. “L’accordo che consentiva ai terroristi dello SIIL di sfuggire da Raqqa, capitale de facto del loro califfato auto-nominato, fu preparato da funzionari locali. Fu concluso dopo quattro mesi di combattimenti che lasciarono la città completamente distrutta e praticamente svuotata della popolazione. Salvò delle vite e concluse i combattimenti. Salvò anche la vita di arabi, curdi e altri combattenti contro lo SIIL. Ma permise a centinaia di terroristi dello SIIL di fuggire dalla città. Al momento, né la coalizione guidata da Stati Uniti e Regno Unito, né le Forze Democratiche Siriane (SDF), che la coalizione sostiene, l’ammisero. Questo patto, questo sporco piccolo segreto di Raqqa, minacciava il mondo, permettendo ai terroristi di allargare i tentacoli in Siria e oltre? Cercarono di nascondere questo segreto al resto del mondo, ma la BBC ha potuto parlarne con dozzine di persone che fecero parte dei convogli o che lo videro, così come coi negoziatori dell’accordo. (…) Non era una evacuazione. Fu l’esodo del cosiddetto “Stato islamico”.” (Quentin Sommerville e Riam Dalati, Lo sporco segreto di Raqqa, BBC, novembre 2017)
Gli aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti monitorarono l’evacuazione dei terroristi, ma ovviamente i convogli di autobus e camion non furono bombardati. La coalizione ora conferma di non avere personale sul terreno, ma di aver monitorato i convogli dall’aria (ma senza bombardarli) (…) Alla luce delle indagini della BBC, la coalizione ora riconosce il ruolo che svolse nell’accordo (…)” (ibid) Se l’aviazione statunitense avesse voluto attaccare i convogli dello SIIL, sarebbe stato facile. La coalizione poteva anche bloccarli (riducendo al minimo gli incidenti) e imprigionare i combattenti stranieri. I funzionari statunitensi asserirono con nonchalance che, non partecipando ai negoziati, non poterono impedire l’esodo dei terroristi: ““Non volevamo che qualcuno se ne andasse”, diceva il colonnello Ryan Dillon, portavoce della Coalizione contro lo SIIL dell’Operazione Absolute Determination. “La decisione spetta ai siriani. Sono loro che combattono e muoiono, quindi spetta a loro decidere sulle operazioni”. Sebbene durante i negoziati fosse presente un ufficiale occidentale, la coalizione non vi prese parte attiva, sostiene il colonnello Dillon (…)” (ibid) Ciò che è significativo è che la maggior parte dei terroristi proveniva da numerosi Paesi esteri, suggerendo un programma di addestramento e reclutamento attentamente pianificato: “(…) C’era un enorme numero di stranieri, da Francia, Turchia, Azerbaigian, Pakistan, Yemen, Arabia Saudita, Cina, Tunisia, Egitto (…) La maggior parte erano stranieri, ma c’erano anche siriani” (…) Chiedeva 600 dollari a persona e minimo 1500 a famiglia. In questo tipo di attività, ai clienti non piacciono molto le domande. Ma Imad dice che c’erano “francesi, europei, ceceni, uzbechi”. “Alcuni parlavano francese, altri inglese, altri lingue straniere” (…)” (ibid)
L’articolo della BBC suggerisce un piano meticolosamente preparato per l’evacuazione sicura dei terroristi. La spiegazione ufficiale era che l’accordo fu concluso dalle forze democratiche siriane (SDF). La coalizione guidata dagli Stati Uniti “lasciò andare” senza intervenire per impedire l’esodo e il contrabbando di terroristi stranieri da Raqqa. Non c’è nulla di sorprendente. Sin dalla nascita nel 2014, lo SIIL ebbe il sostegno della coalizione guidata dagli Stati Uniti, con la partecipazione attiva dell’Arabia Saudita. Stati Uniti ed alleati sponsorizzavano lo “Stato islamico” (SIIL). Armi, addestramento, logistica: lo SIIL è un prodotto dei servizi segreti statunitensi. I terroristi dello SIIL sono la fanteria di USA e NATO. Il bombardamento statunitense di Iraq e Siria, col falso pretesto della “guerra al terrore”, non era diretto contro lo SIIL. I terroristi erano protetti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. Lo scopo non dichiarato era uccidere i civili e distruggere le infrastrutture della Siria e dell’Iraq.Già visto:
Esodo dei terroristi dello SIIL da Raqqa, Siria (2017) ed esodo dei “combattenti nemici” di al-Qaida da Kunduz, Afghanistan (2001 )
C’è uno standard per evacuare i terroristi sponsorizzati dagli Stati Uniti? Torniamo a un’altra guerra degli Stati Uniti, l’Afghanistan del 2001, il cui scopo era proteggere “le risorse dei loro servizi segreti”. L’esodo di Raqqa è stranamente simile a quello di Kunduz ordinato da Donald Rumsfeld. In entrambi i casi l’obiettivo di Pentagono e CIA era assicurarsi la fuga (e il trasferimento) dei jihadisti stranieri sponsorizzati dagli Stati Uniti. A fine novembre 2001, secondo Seymour M. Hersh, l’Alleanza del Nord, appoggiata dai bombardamenti statunitensi, prese il controllo della città di Kunduz, sulle montagne dell’Afghanistan settentrionale: “(Almeno 8000 uomini) erano nella città negli ultimi giorni dell’assedio, circa la metà erano pakistani, il resto afghani, uzbeki, ceceni e mercenari arabi“. (Seymour M. Hersh, The Getaway, The New Yorker, 28 gennaio 2002). Tra questi combattenti c’erano diversi alti ufficiali dell’esercito e dell’intelligence pakistani, inviati nel teatro di guerra dall’esercito pakistano. La presenza di questi consiglieri nelle file dei taliban e di al-Qaida era nota e approvata da Washington. Il presidente Bush fu inequivocabile: “Sono cotti. Fuggono e li consegneremo alla giustizia”. (CNN, 26 novembre 2001). Non erano affatto cotti, perché furono evacuati in aereo in un luogo sicuro. Su ordine del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, l’esodo (evacuazione) dei combattenti di al-Qaida fu reso possibile dalle forze statunitensi in collegamento con l’esercito pakistano: “L’amministrazione ordinò al Comando Centrale degli Stati Uniti di stabilire un corridoio aereo speciale per proteggere i sopravvissuti pakistani da Kunduz al Pakistan nordoccidentale”. (…) Secondo un ex-alto funzionario della difesa, il ponte aereo fu approvato dopo le denunce dei pakistani che “c’erano agenti dell’intelligence che lavoravano nell’ombra e che dovevano uscire”. (Seymour Hersh, op cit) In altre parole, la versione ufficiale era: non eravamo noi a decidere, “fummo incastrati” dal servizio segreto pakistano (ISI). Su circa 8000 uomini, 3300 si arresero all’Alleanza del Nord, lasciando 4000-5000 “dispersi”. Secondo l’indagine di Hersh, che si basava su fonti dell’intelligence indiane, almeno 4000 uomini, inclusi due generali dell’esercito pakistano, furono evacuati. (Ibid) È la stessa smentita prevalse. I funzionari statunitensi, tuttavia, ammisero che: “Ciò che doveva essere un’evacuazione limitata apparentemente andò fuori controllo, con la conseguenza involontaria che un numero sconosciuto di taliban e alqaidisti si unì all’esodo”. (Citazione in Hersh op cit). “Evacuazione involontaria” dei combattenti di al-Qaida?

“Terroristi” e “agenti dei servizi segreti”
Il racconto di Seymour Hersh sull’esodo di Kunduz che permise l’evacuazione sponsorizzata dagli USA di taliban e militanti di al-Qaida è paragonabile all’esodo dei terroristi dello SIIL dalla città assediata di Raqqa nel nord della Siria. I combattenti di al-Qaida stranieri e pakistani furono evacuati nel nord del Pakistan, in zone successivamente attaccate dai droni statunitensi. Molti di tali combattenti entrarono nei due principali gruppi terroristici, Lashkar-e-Taiba (“esercito dei puri”) e Jaish-e-Muhammad (“esercito di Maometto”). Quale sarà la prossima destinazione dei combattenti dello SIIL evacuati da Raqqa con l’appoggio dell’esercito statunitense?

Raqqa liberata…

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Yemen, dinamica di un golpe fallito

Alessandro Lattanzio, 6/12/2017Il leader di Ansarullah, Sayad Abdulmaliq al-Huthi, affermava che il movimento era riuscito a sventare una grave minaccia alla sicurezza del Paese eliminando il complotto ordito dall’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che si era schierato dalla parte degli aggressori dello Yemen. Il leader di Ansarullah affermava che le posizioni di Salah, sostenute da un fronte unito di nemici, avevano sorpreso anche il suo partito. Sayad Huthi affermava che i partigiani di Salah e la coalizione saudita si erano coordinati per occupare Sana. Sayad Huthi, osservando che il popolo e la resistenza dello Yemen erano stati i principali fattori che permisero alle forze yemenite di sventare la cospirazione, dichiarava che Arabia Saudita e suoi alleati Stati Uniti e Regno Unito, “Sono consumati dalla rabbia e gli auguriamo di morirne“, perché qualunque cosa facciano, la nazione yemenita sarà più resistente e vigile, traendo una lezione dal fallimento del complotto di Salah a Sana. La guerra scatenata da Salah era, difatti, la continuazione della guerra lanciata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro lo Yemen, dato il supporto aereo da essi fornito alle milizie di Salah. Infine, invitava tutte le forze politiche dello Yemen a rimanere unite e a formare un fronte unico per difendere l’indipendenza del Paese e sconfiggere il nemico.
Secondo funzionari yemeniti, il golpe di Salah fu programmato ad Abu Dhabi all’inizio dell’anno, in collaborazione con l’Arabia Saudita; “Muhamad bin Salman principe ereditario dell’Arabia Saudita, fu convinto dagli Emirati Arabi Uniti ad abbandonare l’ex-presidente yemenita Abdarabu Mansur Hadi a vantaggio di Salah, allo scopo di por fine alla guerra contro lo Yemen. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno perso molti uomini in questa guerra e sembra che con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti, Salah, o uno dei suoi figli, potesse concluderla“. Muhamad bin Salman aveva inviato Ahmad al-Asiri, ex-portavoce della coalizione saudita, ad Abu Dhabi a giugno per incontrare il figlio di Salah, Ahmad, e discutere la possibilità di formare un nuovo governo nello Yemen. Ahmad vive da cinque anni negli Emirati Arabi Uniti. Murad al-Azany, analista politico yemenita e professore all’Università di Sana, dichiarava che il figlio di Salah era la “carta vincente” degli Emirati Arabi Uniti, “Gli Emirati Arabi Uniti hanno tenuto sotto controllo Ahmad nel caso in cui qualcosa accadesse al padre: in quel caso, pensavano di spedirlo immediatamente nello Yemen ad assumerne il ruolo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sempre avuto piani per lui: è uno strumento, proprio come l’ex-presidente afgano Hamid Karzai fu usato dagli Stati Uniti, e quando sarà il momento, lo useranno per fare ciò che vogliono“.
Secondo il ricercatore iraniano Dr. Muhamad Sadiq al-Husayni, Salah aveva preparato il colpo di Stato contro Ansarullah otto mesi prima, con l’aiuto del principe emiratino Muhamad bin Zayad, del generale Shaul Mofaz, ex-ministro della Difesa israeliano, di Muhamad Dahlan, ex-membro del comitato centrale di Fatah e di Ahmad Ali Abdullah Salah, figlio dell’ex-presidente yemenita. La pianificazione dell’operazione fu avviata ad Abu Dhabi, e successivamente gli incontri si svolsero sull’isola di Socotra, ceduta da Abdurabu Manour Hadi agli Emirati Arabi Uniti. Nell’isola si ebbero nove incontri, con la partecipazione di ufficiali degli Emirati Arabi, schierati nel sud dello Yemen, ed ufficiali israeliani inviati da Shaul Mofaz. Secondo Husayni, 1200 miliziani fedeli ad Ali Abdullah Salah furono addestrati nelle basi militari degli Emirati Arabi Uniti ad Aden, in vista dell’attuazione del colpo di Stato. Furono stanziati fondi per addestrare 6000 uomini di Salah. Il centro operativo di Muhamad bin Zayad passò 289 milioni di dollari da Aden a Sana attraverso i parenti di Ali Abdullah Salah, tra febbraio e giugno 2017. Inoltre, tra agosto e fine ottobre 2017, Salah ricevette altri 100 milioni di dollari. Il colpo di Stato era previsto per il 24 agosto, ma gli Emirati Arabi Uniti e gli israeliani posticiparono l’operazione per due motivi: scarsa preparazione delle forze di Salah ed Ansarullah che aveva scoperto i piani golpisti. Ancora, i golpisti decisero di armare e addestrare 8000 combattenti filo-Salah. La missione fu affidata a 16 capi dello SIIL trasferiti dall’Iraq ad Aden all’inizio del 2017 e a 4 ufficiali israeliani inviati sempre ad Aden. Le armi dei golpisti furono nascoste in 49 nascondigli a Sana, secondo il piano di mobilitazione per armare i seguaci si Salah nel momento in cui il centro operativo avesse deciso di agire, con sorpresa e rapidità, contro Ansarullah nella capitale Sana. Il piano scattò la notte del 3 dicembre, e prevedeva di controllare Sana entro sei ore. Quando la direzione di Ansarullah capì che i negoziati con Salah erano una manovra tattica, gli garantì la via di fuga in cambio della fine del colpo di Stato, avvertendo che in caso contrario avrebbe risolto la situazione militarmente, cosa effettivamente successa tra il 2 e il 3 dicembre 2017. Dopo che la situazione fu risolta a Sana da Ansarullah, Ali Abdullah Salah fu costretto a fuggire dalla capitale. In coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti, i cui aerei scortarono il suo convoglio, costituito da 3 veicoli blindati e 8 tecniche. 11 posti di blocco lungo la strada furono bombardati dagli aerei della coalizione saudita aprendo la via di fuga a Salah. Ma a Sayan si ebbe lo scontro con elementi di Ansarullah, quindi qli aerei della coalizione saudita bombardarono la postazione per eliminare Ali Abdullah Salah, scomodo testimone del coordinamento tra Emirati Arabi, sauditi ed israeliani.
Ali Abdullah Salah aveva commesso quattro gravi errori:
– Non ha saputo valutare la reazione di Ansarullah. Da agosto, le milizie dell’ex-presidente avevano ampliato l’influenza nella capitale e l’inattività di Ansarullah fu interpretata da Salah come segno di debolezza, mentre in realtà Ansarullah seguiva tutto ciò accadeva e vi si preparava.
– Le principali tribù yemenite, anche quella di Salah, i Sanhan, non sostenevano il colpo di Stato. Furono infatti sorprese dall’improvviso cambio di posizione dell’ex-presidente, che annunciava la fine dell’alleanza con Ansarullah e l’apertura dei rapporti con l’Arabia Saudita. Gli yemeniti si rifiutarono di allinearsi con gli aggressori, che da tre anni distruggono il loro Paese. Inoltre, solo pochi giorni prima Salah aveva elogiato l’Iran e denunciato l’Arabia Saudita.
– Il partito di Salah, il Congresso del Popolo, non lo seguì su questo piano, ritenendolo un mero tradimento.
– Sauditi ed emirati non mantennero la promessa di un aviosbarco presso Sana per sostenere le milizie di Salah, rapidamente travolte da Ansarullah.
Il Comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) Generale Muhamad Ali Jafari, dichiarava “Abbiamo visto che i nemici intendevano lanciare un colpo di Stato contro i Mujahidin ed Ansarullah, ma questo complotto è stato stroncato sul nascere“. Il ministero degli Interni yemenita confermava che l’ex-presidente Salah era stato eliminato mentre scappava da Sana verso Marib su un veicolo blindato. Salah era accompagnato dal vice Arif Zaqa e dal Segretario generale del Partito del Congresso Popolare Yasir al-Uazi quando la loro auto fu colpita al checkpoint di Qulan al-Tayal. Salah doveva incontrare il cugino Ali Muhsan al-Ahmar, vice di Hadi, che doveva aiutarlo a fuggire negli Emirati Arabi Uniti. Nel frattempo, Zayfullah al-Shami, del politburo di Ansarullah, dichiarava che “Ansarullah, che ha già colpito Riyadh e Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti due volte, può colpire la capitale di qualsiasi altro Paese membro della coalizione degli aggressori che ha scatenato la guerra contro lo Yemen e l’occupa. Inoltre, abbiamo dato una risposta diretta agli Emirati Arabi Uniti quale principale sostenitore delle milizie di Salah, dove possedeva beni e proprietà e i figli vivono. Salah e gli Emirati Arabi Uniti si erano coordinati, ma si sono infine disonorati e la loro vera natura è stata svelata”. Il presidente-fantoccio Abdurabu Mansur Hadi, difatti, era caduto in disgrazia presso gli Emirati Arabi Uniti, che ora versano miliardi di dollari per sostenere Aydarus al-Zubaydi, capo secessionista del sud e rivale dell’ex-presidente-fantoccio. Le sue forze avrebbero impedito a quelle di Hadi l’accesso alla città di Aden, capitale della coalizione filo-saudita.
Il fondatore di Ansarullah, Sayad Husayn Badradin al-Huthi, creò il movimento negli anni ’90. All’epoca Sayad Husayn era deputato nel parlamento dell’opposizione al governo dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah. Salah definì Sayad Husayn un cospiratore finanziato dall’Iran e l’accusò di aver suscitato violenze, quindi lanciò la guerra contro il movimento, nel nord dello Yemen, che durò dal 2004 al 2009. Salah era sostenuto da Stati Uniti e Arabia Saudita. Il movimento Ansarullah aveva carattere civico-sociale, ma quando Sayad Husayn fu assassinato dalle forze di Salah, suo fratello, Sayad Abdalmaliq, ne assunse la guida. Il movimento fu uno dei principali organizzatori delle proteste contro l’ex-presidente Salah nel 2011, e si oppose anche all’elezione di Abdurabu Mansur Hadi, sostenuto dall’occidente e dai sauditi. Salah voleva emendare la costituzione, volendo portare il mandato presidenziale da cinque a sette anni. Salah voleva rimanere in carica fino al 2013, quando il figlio Ahmad avrebbe avuto 40 anni, l’età minima per divenire presidente. Ma si scontrò con Hadi e il suo gruppo. Per 33 anni Salah aveva governato lo Yemen con una complessa rete di alleanze tra gruppi militari, civili e tribali. Dopo aver ceduto il potere al vice Hadi, nel 2012, nell’ambito di un accordo con Stati del Golfo e Stati Uniti, Salah rimase a comandare diverse unità dell’esercito e a presiedere il partito del Congresso Generale del Popolo, che aveva fondato. Il presidente Hadi permise al partito Isla, della fratellanza mussulmana, d’influenzare governo e parlamento. Ma ciò innescò proteste popolari ancora più grandi, guidate da Ansarullah, che il 21 settembre 2014 prese il controllo del governo, senza scontrarsi con le forze di sicurezza. Ansarullah eliminò dalle proprie aree d’influenza la presenza dei taqfiriti e di al-Qaida, suscitando la reazione di Stati Uniti, Regno Unito, Israele e sauditi. Nel maggio 2015, dopo le incursioni aeree saudite su Sana, Salah annunciò l’alleanza con Ansarullah. Nel 2016, il partito di Salah firmò un accordo con Ansarullah, formando il consiglio politico che governa il Paese. Autosufficienza ed autodeterminazione sono i principi base della leadership yemenita di Ansarullah, che in oltre 2 anni di guerra ha anche dimostrato di non essere un “gruppo ribelle”, ma di essere ben organizzato, ben addestrato, politicamente scaltro e con esperienza di governo, soprattutto della regione di Sada. Ansarullah ora ingloba la maggior parte delle Forze Armate dello Yemen, comprese Guardia costiera, Guardia Repubblicana e Aeronautica.E in relazione a ciò, il New York Times affermava che il missile Burqan-2H lanciato dagli yemeniti sull’aeroporto internazionale di Riyadh, aveva colpito il territorio aeroportuale accanto a una delle piste, a un chilometro dal terminal. Quindi, il missile aveva eseguito il programma di volo violando la difesa aerea saudita, costituita da batterie di missili antiaerei Patriot. Aspetto che i funzionari sauditi e statunitensi hanno voluto nascondere. In definitiva, l’Arabia Saudita dimostrava, ancora una volta, incapacità geopolitica e disponibilità a sacrificare gli alleati, a differenza dell’Iran, che non abbandona mai un alleato in difficoltà. Ciò ha permesso alla Repubblica Islamica dell’Iran di avere molti alleati. Difatti, l’episodio di Salah è il terzo grave fallimento in tre mesi dei sauditi. Il primo fu il referendum curdo del 25 settembre, sostenuto da Israele, Stati Uniti ed Arabia Saudita, allo scopo di smembrare l’Iraq, ma si concluse con la schiacciante sconfitta del capo curdo Barzani e dei suoi alleati, sorpresi dalla risposta rapida e decisa di Baghdad che in una sola settimana liberava Qirquq e la sua provincia, occupate dai pishmirga dal 2013. Il secondo fallimento saudita si aveva in Libano, all’inizio di novembre, col caso delle ‘dimissioni’ di Hariri, volte a rovesciare il governo libanese e far esplodere una guerra civile contro Hezbollah.Fonti:
FNA
FNA
Fort Russ
al-Jazeera
Jurij Ljamin
al-Manar
Reseau International
TeleSur

Mueller indica la potenza straniera “collusa” con Trump: Israele

Wayne Madsen SCF 04.12.2017Nell’accusa al gran giurì federale del consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, tenente-generale Michael Flynn, il consigliere speciale del dipartimento di Giustizia Robert Mueller indica chiaramente la potenza straniera collusa con la squadra di transizione presidenziale di Trump prima del giuramento del 20 gennaio 2017. La potenza straniera non era la Russia, la Cina o il Regno Unito, ma Israele. Subito dopo che Mueller annunciava che Flynn accettava di dichiararsi colpevole della sola accusa di falso a un agente del Federal Bureau of Investigation, l’autorevole squadra di propaganda israeliana, penetrata in ogni redazione di New York e Washington DC, entrava in azione. L’accusa a Flynn, che enuncia una delle sue due false dichiarazioni all’FBI, presenta una falsa dichiarazione di Flynn: “Il 22 dicembre 2016, Flynn non chiese all’ambasciatore russo di ritardare il voto o impedire una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni“. Kushner e il suo principale controllore, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, sepperp dell’intenzione dell’amministrazione uscente Obama di astenersi su una risoluzione egiziana, la 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sottoposta al Consiglio il 21 dicembre 2016, per condannare la decisione d’Israele d’espandersi in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nello specifico, la risoluzione chiedeva che “Israele cessasse immediatamente e completamente tutte le attività d’insediamento nel territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est“. L’astensione degli USA sulla 2334 rompeva col precedente degli Stati Uniti di porre il veto a qualunque risoluzione anti-israeliana nel Consiglio di sicurezza. Israele usò la considerevole influenza sulla squadra di Trump per sabotare la risoluzione delle Nazioni Unite, il cui voto era prevista il 23 dicembre 2016. L’accusa a Flynn afferma che chiese, su ordine di Kushner, all’ambasciatore russo a Washington di ritardare o comunque bloccare la risoluzione egiziana. L’accusa dichiara: “Intorno al 22 dicembre 2016, un membro del team di transizione presidenziale disse a Flynn di contattare funzionari di governi stranieri, inclusa la Russia, per sapere come ogni governo vedesse la risoluzione e l’influenzasse per ritardare il voto o non votare la risoluzione“. La dichiarazione sui reati di Flynn recita: “Durante il colloquio del 24 gennaio con l’FBI, Flyn rese ulteriori dichiarazioni false sulle chiamate fatte alla Russia e molti altri Paesi sulla risoluzione presentata dall’Egitto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 21 dicembre 2016“. L’accusa a Flynn afferma inoltre che aveva falsamente affermato di aver solo chiesto le posizioni dei Paesi sul voto, e che non chiese d’intraprendere azioni specifiche sulla risoluzione. Flynn affermò anche falsamente che l’ambasciatore russo non gli descrisse la risposta della Russia alla richiesta”. Flynn mentì in tutti e tre i casi. L’ambasciatore russo Sergej Kisljak respinse la richiesta di Flynn d’interferire col voto delle Nazioni Unite. L’episodio, lungi dal mostrare la “collusione” tra la squadra di Trump e la Russia, dimostra che la Russia non aderiva alle pretese di Trump, Kushner, Flynn o chiunque altro, inclusa l’ambasciatrice nominata alle Nazioni Unite Nikki Haley, che cercò di convincere l’ambasciatrice in carica Samantha Power a far decadere il voto del Consiglio di sicurezza. Secondo la rivista Foreign Policy, Flynn fece una tremenda pressione per affondare la risoluzione delle Nazioni Unite, riferendo: “Il team di transizione di Trump contattò il dipartimento di Stato con una richiesta urgente: avere numero di cellulare, e-mail e altri contatti degli ambasciatori e ministri degli Esteri dei 15 Stati membri del Consiglio di sicurezza“. Trump convinse il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ad ordinare alla delegazione ONU di ritardare il voto. L’Egitto poi ritirò il sostegno alla 2334. Tuttavia, quattro membri del Consiglio di sicurezza, Malaysia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela, vi si opposero e portarono la risoluzione al voto del Consiglio. Passò e fu promulgata con l’astensione statunitense. È certo che l’amministrazione Obama cercasse l’aiuto dell’alleata militare e d’intelligence Nuova Zelanda, nel sostenere Malesia, Senegal e Venezuela contro la furiosa opposizione di retroguardia d’Israele e della squadra di transizione di Trump. Trump e Kushner decisero, poco prima dell’accusa a Flynn, di manifestare fedeltà ad Israele annunciando che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto Gerusalemme sua capitale trasferendovi l’ambasciata. Tali azioni, lungi dal mostrare la “collusione” con una potenza straniera, accusa una lealtà conflittuale, per lo meno.
Non è noto chi nel team di transizione di Trump abbia molestato, tramite cellulare ed e-mail, ambasciatori e ministri degli Esteri di Russia, Egitto, Nuova Zelanda, Malesia, Senegal, Venezuela, Cina, Francia, Gran Bretagna, Angola, Giappone, Spagna, Ucraina e Uruguay, ma gli affari di Kushner e Trump hanno interessi finanziari significativi in Angola (miniere di diamanti), Cina (immobiliari ed abbigliamenti di Ivanka Trump), Gran Bretagna (corsi di golf di Trump) e Ucraina (partner commerciale di Kushner e Trump). Dopo che Netanyahu dichiarò al ministro degli Esteri della Nuova Zelanda Murray McCully che il suo sostegno alla risoluzione equivaleva a una dichiarazione di guerra, la Nuova Zelanda ritirò il suo sostegno. Kushner, secondo chi lo conosce, sarebbe stato più che capace di unirsi a Netanyahu nel minacciare diplomatici e governi rappresentati alle Nazioni Unite. Con un impeto di rabbia, Netanyahu richiamò gli ambasciatori israeliani in Senegal e Nuova Zelanda, cancellò i programmi di assistenza al Senegal e tolse l’accredito al ministro degli Esteri senegalese Mankeur Ndiaye per una visita programmata in Israele. In Israele chiamò gli ambasciatori di Stati Uniti ed altri dieci Paesi che votarono a favore della 2443 per rimproverarli verbalmente. Fu anche cancellata una visita programmata in Israele del primo ministro ucraino Volodymyr Grojsman, ebreo. Israele bloccò anche i visti di lavoro per i dipendenti di cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite attive nella West Bank ed espulse il portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi della Palestina e del Vicino Oriente (UNRWA). La collusione israeliana con la squadra di transizione presidenziale di Trump va oltre Trump, Kushner e Flynn, e viola il Logan Act del 1799, legge arcana che proibisce ai cittadini statunitensi di avere una propria politica estera. Convincendo Trump, Kushner e Flynn che Obama fosse dietro la risoluzione 2443, Israele cooptò la squadra di transizione di Trump. Il Logan Act è irrilevante quando Trump, Kushner, Flynn e altri hanno commesso un tradimento virtuale contro il proprio Paese per promuovere gli obiettivi politici di Israele. Non c’è mai stato un processo riuscito col Logan Act e probabilmente non ce ne sarà mai. Tuttavia, chi aveva accesso ad informazioni classificate, Trump, Kushner, Flynn, Haley e altri che contemporaneamente prendevano ordini da Israele sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, potrebbe essere ritenuto colpevole di violazione della legge sullo spionaggio. Il “pianto greco” dei sostenitori d’Israele nei media e al Congresso degli Stati Uniti ha promosso il Logan Act per minimizzare il danno causato dalla collusione tra l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon, Netanyahu, Kushner, Flynn, Trump e Haley per sabotare la risoluzione. Se il Logan Act avesse avuto qualche efficacia, sarebbe stato usato da tempo per incriminare George Soros, Sheldon Adelson, Haim Saban, Paul Singer e altri miliardari filo-israeliani che rappresentano gli interessi di altre nazioni e s’impegnano in proprie politiche estere. L’aspetto più falso del cosiddetto “Russiagate” è che lo scandalo politico che coinvolge Trump, Kushner, Flynn, l’ex-direttore elettorale di Trump Paul Manafort, i consiglieri Steve Bannon e Stephen Miller e altri, difficilmente coinvolge il governo russo. Invece, gli oligarchi europeorientali-israeliani, insieme alle loro migliaia di società off shore in luoghi lontani come le Isole Vergini inglesi, l’Isola di Jersey, le Isole Marshall e le Seychelles, insieme a ben piazzati agenti d’influenza statunitense filo-Israele, sono in prima fila nello scandalo che ora minaccia di far cadere l’amministrazione Trump. È praticamente impossibile per i media aziendali statunitensi convincersi che il titolo appropriato per lo scandalo Trump sia “Israelgate” e non “Russiagate”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Yemen, golpe fallito e reazione internazionale

Alessandro Lattanzio, 4/12/2017Il 2 dicembre 2017, il presidente del Comitato rivoluzionario supremo Muhamad Ali al-Huthi invitava le tribù yemenite a prepararsi a coordinarsi con la Sicurezza pubblica per proteggere la capitale Sana. “Fratelli ribelli delle tribù dello Yemen, c’è un complotto tramato contro la capitale Sana, e su voi, che ne avete protetto sicurezza e stabilità la notte del 21 settembre, che contiamo oggi per coordinarsi con la Sicurezza pubblica delle province, se è necessario proteggere la sicurezza nella capitale o in qualsiasi provincia sia pronta a richiederla, a Dio per il nostro Yemen“. Il leader del movimento popolare Ansarullah dello Yemen, Abdulmaliq al-Huthi, aveva criticato la nuova posizione dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, che creava caos nella capitale yemenita Sana, definendolo tradimento della nazione. Salah aveva invitato le forze armate e la polizia a rivoltarsi contro Ansarullah, esprimendo l’intenzione “di voltare pagina” nei rapporti con la coalizione saudita che ha invaso lo Yemen. Dal 29 novembre si svolgevano scontri armati, scatenati dalle forze fedeli a Salah (Afash), contro le forze popolari. Le forze di Salah, “provocano caos e disordine contro la sicurezza e la stabilità” del Paese, concludeva il leader di Ansarullah. Salah si dimise dopo la rivolta del 2011, dopo essere stato al potere per 33 anni. Nel 2012 ciò spianò la strada al potere ad Abdurabuh Mansur Hadi. Tuttavia, nel 2014 Hadi si dimise e fuggì in Arabia Saudita. Da allora Ansarullah governa lo Yemen. Salah si alleò con Huthi e l’esercito yemenita per difendere il Paese contro l’aggressione saudita iniziata nel marzo 2015.
Il 3 dicembre, il portavoce di Ansarullah, Muhamad Abdasalam, affermava via twitter: “Ieri hanno festeggiato sui media il rovesciamento della capitale e di cinque province, e di sera le loro forze aeree hanno bombardato Sana, le cinque province ed altre. Perché bombardano le aree che hanno perso! C’era un grave complotto e ci hanno scommesso, ma è fallito facendoli cadere tutti. Grazie e lode a Dio e Dio benedica il popolo yemenita“, concludeva Abdusalam. L’aviazione saudita aveva bombardato le caserme Garban, Istiqbal, 22 Mayu e Tal Rayan, a Sana, l’edificio governativo e il dipartimento di sicurezza di Amaran, compiendo varie incursioni in diverse province, dopo il fallimento del complotto per destabilizzare queste province. Il portavoce di Ansarullah osservava che molti leader del Partito del Congresso Generale Popolare, il partito di Salah, non ne accettavano la nuova posizione, mentre le forze di sicurezza sopprimevano molti tentativi di creare caos. Il portavoce confermava che gli EAU avevano manovrato il tentato golpe appoggiando certi capi del Congresso Generale Popolare. Abdasalam dichiarava che le forze di sicurezza erano pronte a porre fine alla sovversione nella capitale e che la situazione sui fronti non ne veniva influenzata. Nel frattempo, le truppe yemenite respingevano l’attacco saudita nel Najran e bombardavano le posizioni delle truppe dell’alleanza saudita su Jabal Qays, Munaq, Qirs, Abadiya e Qaran, mentre nel governatorato di al-Juf un UAV degli Stati Uniti veniva abbattuto dalle truppe yemenite. A Sana, le forze yemenite liberavano il quartiere Syasi, vicino all’ex-ambasciata saudita, che la coalizione saudita aveva colpito cinque volte la mezzanotte del 2 dicembre. Ad est di Sana, sul fronte di Nahm, le truppe yemenite liberavano il Jabal Salab. A nord di Sana, l’aeroporto veniva bombardato tre volte dall’alleanza saudita, ma restava sotto il controllo delle truppe yemenite.
Sempre il 3 dicembre, il Consiglio Politico Supremo dello Yemen, che dirige gli affari di Stato, dichiarava che la situazione a Sana era tornata alla normalità dopo gli scontri tra le forze fedeli all’ex-presidente Ali Abdullah Salah (forze Afash) e Ansarullah. Il capo del Consiglio Salah Ali al-Samad invitava i partiti e le tribù yemeniti a contrastare qualsiasi atto di aggressione e le “cospirazioni” volte ad istigare tensioni. “I servizi di sicurezza continuano gli sforzi per migliorare sicurezza e stabilità, e tutti coloro che cercano di destabilizzarle saranno trattati con severità. Tutte le figure, le persone sagge e tutti i cittadini devono esercitare la massima responsabilità e disciplina e assumersene la responsabilità nella fase attuale per risparmiare al Paese il flagello di conflitti interni“. Salah aveva avviato colloqui con l’Arabia Saudita per “voltare pagina” se Riyad toglieva il blocco e fermava i bombardamenti sullo Yemen. Il leader di Ansarullah Abdulmaliq al-Huthi descriveva la posizione di Salah come un “tradimento” che favoriva i nemici dello Yemen. Le forze leali a Salah “continuano a portare caos e a disturbare sicurezza e stabilità”, aveva dichiarato descrivendo l’azione dell’ex- presidente come “colpo di Stato” contro l’alleanza yemenita. “Dobbiamo continuare a sostenere i fronti dei combattimenti perché questo complotto è l’ultima carta delle forze d’aggressione, con cui cercano d’imporre l’occupazione del nostro Paese“, osservava Huthi. Ansarullah eliminava decine di posizioni delle milizie golpiste Afash a Sana e provincia, occupando a Sana le caserme Suad e Shiraz della 4.ta Brigata e il 48.mo ospedale; in via Baghdad le milizie Afash venivano eliminate dalla moschea Abu Ubayda. Anche la caserma Amad veniva occupata, liberando il quartiere Nuarah, mentre venivano occupati l’ex-ambasciata saudita e numerosi edifici amministrativi, come gli edifici del Comitato permanente di Hasbah, del Comitato permanente di Hadah, della TV Yemen ad Atan e la moschea al-Salah. Nella provincia di Amaran, le forze di sicurezza, in collaborazione coi Comitati Popolari, liberavano Bani Sarim e Bani Qays. Nella provincia di Ib, la stazione al-Sayani veniva liberata come il dipartimento di polizia nell’est della città di Ib. Nella provincia di Dhamar, l’edificio al-Qumani e l’ingresso nord di Dhamar venivano liberati mentre numerose forze Afash venivano catturate. Anche le stazioni Rasabah, Mabar, Sanban, Hada al-Hurur e Naqil Yaslah venivano riprese. Nella provincia di Haja il capo della milizia Afash, Zidan Dahshush, fuggiva mentre veniva assicurata la linea Haja-Sana. I servizi di sicurezza liberavano i quartieri al-Sabin, Maspahi, al-Qana e via Algeria mentre centinaia di golpisti si arresero nella capitale. Infine, il Ministero degli Interni yemenita dichiarava la morte dell’ex-presidente Ali Abdullah Salah, del suo vice Arif Zaqa e del segretario generale del Partito del Congresso Yasir al-Uazi, mentre fuggivano da Sana verso Marib, dove si trovava il vice del presidente-fantoccio filo-saudita Hadi, Ali Muhsan al-Ahmar. Il presidente del Consiglio politico supremo Salah al-Samad dichiarava che la sedizione era stata repressa grazie al sostegno dei servizi di sicurezza, dell’esercito, dei comitati popolari, dei comitati di mediazione, delle tribù, dei capi del Congresso generale del popolo e della sua base popolare, che avevano deciso di opporsi al golpe di Salah, e delle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato.
Il 4 dicembre, il Ministero degli Interni annunciava la fine della crisi nella capitale Sana e in tutte le province. Il Ministero degli Interni ringraziava il Consiglio politico supremo, il governo di salvezza, il popolo, le tribù e le forze nazionali dello Yemen per il sostegno ai servizi di sicurezza nel ripristinare sicurezza e stabilità del Paese. Almeno otto civili yemeniti venivano uccisi da un raid aereo saudita nella provincia di Sada. Aerei sauditi bombardavano le aree dell’Aeroporto Internazionale e del Ministero degli Interni di di Sana, per appoggiare il fallito golpe di Salah.Il 4 dicembre, la centrale nucleare di al-Braqa, in costruzione ad ovest di Abu Dhabi, veniva colpita da un missile da crociera Qurus, che aveva volato per 1600 km. La centrale nucleare, che dovrà ospitare 4 reattori, è in costruzione dal luglio 2012. Il leader della rivoluzione yemenita Abdulmaliq Badradin al-Huthi, il 14 settembre 2017 aveva avvertito gli Emirati Arabi Uniti della possibilità di attacchi missilistici in qualsiasi momento, sottolineando che la forza missilistica yemenita aveva testato un missile da crociera capace di raggiungere Abu Dhabi. L’azione era chiaramente la risposta al tentato golpe organizzato da Salah ed Emirati Arabi Uniti.

Fonti:
HispanTV
IFP News
ISW News
RussiaToday
Yemen Press
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