Il terrorismo di Washington e Riyadh

Tony Cartalucci, LD, 6 aprile 2018

Per decenni Stati Uniti ed alleati della NATO hanno aiutato l’Arabia Saudita ad esportare l’indottrinamento politico noto come wahhabismo per radicalizzare gli individui e ingrossare le fila delle forze mercenarie usate nelle guerre per procura e per manipolare le popolazioni occidentali. Ciò che era iniziato come mezzo per la Casa dei Saud per stabilire, espandere e infine consolidare il potere politico sulla penisola arabica nel XVIII secolo, è ora diventato strumento affinato del potere geopolitico integrato nella politica estera di Washington. Recentemente, nelle pagine del Washington Post si faceva una notevole ammissione nell’articolo, “Il principe saudita nega che Kushner sia suo“. L’articolo citava il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman affermare: “Alla domanda sulla diffusione del wahhabismo finanziata dai sauditi, l’austera fede dominante nel regno e che alcuni hanno accusato di essere fonte del terrorismo globale, Muhamad ha detto che gli investimenti nelle moschee e nelle madrasa oltreoceano originano nella Guerra Fredda, quando gli alleati dell’Arabia Saudita chiesero di usare le proprie risorse per impedire le incursioni nei Paesi musulmani dell’Unione Sovietica. I successivi governi sauditi persero la traccia degli sforzi, ha detto, e ora “dobbiamo riprenderci tutto”. I finanziamenti ora provengono in gran parte da “fondazioni” saudite, affermava, piuttosto che dal governo”. Mentre l’articolo afferma che “i successivi governi sauditi persero la traccia dello sforzo” e che i finanziamenti sono ora forniti da fondazioni “saudite”“, ciò non è vero. Non ci sono “governi successivi” in Arabia Saudita. La nazione sin dalla fondazione è gestita da una sola famiglia, la Casa dei Saud. E mentre le fondazioni saudite possono essere il canale attraverso cui il wahhabismo è organizzato, finanziato e diretto, certamente avviene per volere di Riyadh col sostegno di Washington.

Uno strumento, non un’ideologia
Il wahhabismo fu creato e usato come strumento politico già nel 1700. Fu la pietra angolare della fondazione dell’Arabia Saudita. Convenientemente, il wahhabismo, sin dall’inizio, è intollerante. Per i sauditi che cercavano potere politico con la conquista, tale intolleranza veniva facilmente tradotta nelle violenze contro tribù e Stati confinanti che non si sottomettevano al potere saudita. Gli inglesi sfruttarono tale strumento politico nella lotta contro l’impero ottomano. Incoraggiò e coltivò le ideologie estremiste come il wahhabismo prima e dopo la caduta dell’impero ottomano. Dopo le guerre mondiali, inglesi e statunitensi si allearono con nazioni come l’Arabia Saudita, esportandone l’indottrinamento wahhabita nel mondo. L’ammissione di ciò da parte del principe Muhamad bin Salman fornisce ulteriori informazioni sull’uso da parte di Washington degli estremisti in Siria tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, così come il sostegno ai terroristi in Afghanistan per sloggiare la presenza sovietica. Ma rivela anche esattamente come il terrorismo sia strumento geopolitico usato oggi, dopo la Guerra Fredda, e chi lo usa. Le “moschee”, finanziate dall’Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo Persico ben oltre il Medio Oriente, tra cui Europa e Asia, fungono da centri di indottrinamento e reclutamento per le varie guerre per procura degli Stati Uniti e la loro destabilizzazione nel mondo.

Come viene allevato il wahhabismo
I terroristi reclutati da tutto il mondo per combattere in Siria venivano attirati principalmente dalla rete wahhabita finanziata e diretta dai sauditi. Le “moschee” e le “madrasse” che operano in Nord America ed Europa lo fanno con la piena cooperazione dei servizi di sicurezza e d’intelligence occidentali. Reclutamento, dispiegamento e rientro dei mercenari wahhabiti in occidente sono ammessi anche dai media occidentali. Il media danese The Local DK, espone uno di tali centri in Danimarca. L’articolo intitolato “La moschea danese raddoppia il sostegno allo SIIL“, descriveva il sostegno aperto alle organizzazioni terroristiche, in particolare il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). L’articolo indicava: “Vogliamo che lo Stato islamico si affermi. Vogliamo uno Stato islamico mondiale”, affermava il presidente della moschea Usama al-Sadi, nel programma DR. Al-Sadi aveva anche affermato di considerare la partecipazione della Danimarca nella battaglia degli USA contro la Siria un affronto diretto non solo alla moschea ma a tutti i musulmani. “La guerra è contro l’Islam”, aveva detto”. Tale presunta “moschea” in Danimarca, nonostante ammettesse apertamente di sostenere il terrorismo, non fu chiusa e i suoi capi arrestati come ci si aspetterebbe. Invece, il governo danese certamente collaborava con la “moschea” nel gestirla. L’articolo di Der Spiegel, “Risposta della comunità: una risposta danese alla Jihad radicale”, riportava: “Il commissario Aarslev dice di essere orgoglioso di ciò che hanno finora raggiunto, anche se non dimentica mai di elogiarne la gente e gli altri interessati al programma. È particolarmente effusivo quando parla di un uomo: un salafita barbuto a capo della moschea Grimhøjvej di Aarhus, dove molti giovani partiti per la guerra in Siria erano regolarmente presenti. Il suo capo è un uomo di nome Usama al-Sadi… questi due hanno unito le forze in un piano che cerca risposte alle domande che affliggono l’intero continente europeo: cosa si può fare per i radicali rimpatriati dalla Siria? Quali misure sono disponibili per contrastare il terrore che ancora una volta sembra minacciare l’occidente?” Sorprendentemente, i media occidentali hanno ammesso che una moltitudine di tali “moschee” reclutano apertamente uomini in occidente per combattere da mercenari in Siria sotto la bandiera di al-Qaida e delle sue varie sussidiarie prima di tornare a casa e minacciare le popolazioni occidentali. Anziché smantellare la rete ed eliminare la minaccia, l’occidente l’ha intenzionalmente lasciata crescere, creando divisioni sociopolitiche nelle nazioni occidentali, aumentando razzismo, fanatismo e xenofobia per continuare a giustificare le guerre occidentali all’estero, e allo stesso tempo un crescente Stato di polizia domestico.

La copertura
L’inglese Independent nell’articolo, “L’Arabia Saudita promuove l’estremismo in Europa, afferma l’ex-ambasciatore” ammetteva: “L’Arabia Saudita ha finanziato moschee in tutta Europa diventate focolai dell’estremismo, affermava l’ex-ambasciatore inglese in Arabia Saudita Sir William Patey”. Tuttavia, l’articolo e molti come questo, devia intenzionalmente dalle implicazioni sui finanziamenti sauditi e l’uso di tali cosiddette “moschee” come centri di indottrinamento e reclutamento del terrorismo finanziato e armato da Stati Uniti, Europa, Arabia Saudita e partner arabi nei conflitti nel mondo. I media e i politici occidentali, così come i rappresentanti sauditi, affermano che Riyadh non controlla completamente questa rete, o non sa del ruolo centrale che ha nel guidare il terrorismo globale. Tali scuse sono, tuttavia, anche nominalmente assurde. L’uso da parte di Stati Uniti ed Arabia Saudita delle reti wahhabite per alimentare i gruppi terroristici che combattono nel mondo è sfacciato. I terroristi “accidentalmente” reclutati nelle “moschee” finanziate dai sauditi in Europa, Medio Oriente e Asia formano gruppi armati, finanziati, addestrati e altrimenti supportati da Stati Uniti, Europa e loro alleati mediorientali, inclusa l’Arabia Saudita. In particolare, in relazione alla Siria, il giornalista Seymour Hersh già nel 2007, nell’articolo “Il reindirizzo è la nuova politica dell’amministrazione a beneficio dei nostri nemici nella guerra al terrorismo?“, espone tale processo, con la guerra del 2011 in Siria già in corso. L’articolo indicava: “Per indebolire l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato col governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali con al-Qaida… Questa volta, il consulente del governo statunitense mi ha detto che Bandar e altri sauditi assicuravano la Casa Bianca che “terranno d’occhio i fondamentalisti religiosi. Il loro messaggio per noi era “Abbiamo creato questo movimento e possiamo controllarlo”. Non è che non vogliamo che i salafiti lanciano bombe; sono loro a lanciarli contro Hezbollah, Muqtada al-Sadr, Iran e i siriani, se continuano a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. Quindi, non c’è nulla di accidentale nella creazione ed uso di tali reti da parte di Washington e Riyad. Altre tattiche furono utilizzate per evitare di affrontare direttamente tale ultradecennale sforzo. L’uso del “multiculturalismo” contro razzismo virulento, fanatismo e xenofobia ha creato un falso dibattito che trasforma essenzialmente la sponsorizzazione congiunta multinazionale occidentale-araba del terrorismo in diatribe e questioni inconciliabili. L’opposizione controllata di entrambe le parti del “dibattito” derivante, intenzionalmente allontana il discorso pubblico dalle domande su avvento ed uso del wahhabismo da parte dell’Arabia Saudita, dei suoi alleati arabi e dello stesso occidente.

La rete del terrorismo globale statunitense-saudita
Dalle “moschee” finanziate dai sauditi che indottrinano, radicalizzano e reclutano, terroristi vengono quindi inviati nei teatri operativi. Gli estremisti sponsorizzati da Stati Uniti ed Arabia Saudita, provenienti dalla popolazione uigura nella provincia occidentale dello Xinjiang, arrivavano passando dal Sud-Est asiatico in Turchia dove venivano inquadrati, addestrati e armati prima di essere inviati a combattere le truppe di Damasco in Siria. E se attualmente il compito principale della rete terroristica USA-Arabia Saudita è alimentare la guerra per procura contro la Siria, anche l’indottrinamento wahhabita, radicalizzazione e reclutamento sponsorizzati da USA-Arabia Saudita sono localizzati. Mentre gli estremisti uiguri vengono inviati in Siria, altri sono reclutati nella stessa Cina. Nel sud-est asiatico, i finanziamenti sauditi arrivano ai terroristi che combattono sotto la bandiera dello SIIL nelle Filippine. Vi sono legittime preoccupazioni che tale rete USA-Arabia Saudita cerchi d’infiltrarsi in Thailandia per sfruttarne il separatismo nel sud. Nel vicino Myanmar, gli Stati Uniti mettevano al potere l’attuale regime guidato dal “Consigliere di Stato” Aung San Suu Kyi. I suoi sostenitori ultra-nazionalisti e brutalmente razzisti hanno condotto per anni violenze genocide contro la minoranza rohingya. Contemporaneamente, Stati Uniti ed Arabia Saudita creavano un gruppo islamista “rohingya” guidato da Ata Ullah, istruitosi in Arabia Saudita. Le origini di Ata Ullah sono nebulose. La sua “leadership” sarebbe simile a quella di Abu Baqr al-Baghdadi, una figura a capo di un’organizzazione alla fine gestita da Riyadh e Washington. L’uso dei terroristi ha vari obiettivi. Per la Siria, è il cambio di regime, in Cina, l’agitazione e la possibile balcanizzazione alle frontiere della nazione, nel sud-est asiatico, tentativi di dividere ed indebolire le nazioni. Washington tenta d’installare regimi clienti in nazioni come Myanmar, in cui gli Stati Uniti chiedono un regime-cliente obbediente, e le Filippine, in particolare come mezzo per mantenervi la presenza militare.

Denunciare e chiudere l’attività terroristica di Washington e Riyad
Gli Stati Uniti considerano il wahhabismo un utile strumento geopolitico che hanno affinato ed utilizzato da decenni. Mentre essi e i loro alleati occidentali fingono ignoranza dall’inizio, e fingono di essere impotenti, continuano ad investire nella continuazione dell’operazione e nella sua continua reinvenzione. E mentre il wahabismo aiuta l’Arabia Saudita dalla fondazione ed espansione regionale, la sponsorizzazione di tali reti oggi è insostenibile divenendo rapidamente grave. Gli Stati Uniti, come hanno dimostrato verso molti ex-alleati, continueranno a usare il wahhabimo saudita fino quando non sarà più utile. Anche se è ancora presto per dirlo, l’Arabia Saudita ha molti incentivi ed interessi nel denunciare e smantellare tali reti con azioni concrete. Per il pubblico, sventare i meschini tentativi dell’occidente di usare cunei politici per proteggere tale rete multinazionale di indottrinamento, radicalizzazione e reclutamento è essenziale per fargli capire il ruolo di Arabia Saudita ed occidente nella sua costruzione e permanenza.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La partizione dell’Arabia Saudita è inevitabile

Intervista di Layla Mazbudi e Isra al-Fas, al-Manar, 7 novembre 2017

Questa intervista avvenne una settimana prima degli ultimi sviluppi in Arabia Saudita. È uno degli oppositori politici al regime saudita, e appartiene alla tribù Shamar, presente tra Arabia Saudita Quwayt, Qatar, Iraq e Siria. La tribù ha anche governato il Najd per quasi un secolo prima che Abdulaziz bin Saud la derubasse ripristinando il dominio dei suoi predecessori sostenuto dagli inglesi, che non riuscirono a sedurre gli Shamar. Al-Jarba ha forti legami con figure di rilievo tra le autorità del regno come l’ex-re saudita Abdullah bin Abdulaziz e l’ex-principe ereditario Muhamad bin Nayaf, garantendosi una sorta d’immunità esprimendo le sue opinioni. Il nome di Man al-Jarba emergeva di recente, vestito col costume della penisola araba, ma con altri discorsi: era apparso a Damasco dove decise di stabilirsi nel pieno della crisi politica del 2014, senza altro motivo se non essere onesto con le posizioni che riflettono la sua convinzione che la difesa della Siria sia la difesa degli arabi che vogliono cambiare. Le bombe (dei terroristi) in quel momento presero di mira il quartiere in cui risiede. Uno di essi colpì il suo edificio. Tuttavia, non decise di lasciare la Siria finché le cose non si stabilizzavano, quando la vittoria dell’Esercito Arabo Siriano e dei suoi alleati inizia a stabilizzarsi. Prima, alla fine del 2011, quando era ancora in Arabia Saudita, un sito web a lui affiliato fu chiuso per posizioni a supporto della Resistenza. Gli fu offerto di tenere una rubrica settimanale nel giornale saudita Uqaz. Avvertì sul conflitto settario, richiamando l’attenzione sui pericoli del piano di partizione che s’insinuava dall’Iraq. Ogni volta mostrò sostegno alla Resistenza, finché non fu costretto a smettere di scrivere nel 2013, per non essere ritenuto “responsabile”. Due giorni dopo aver lasciato le terre saudite nel 2014, Man al-Jarba apparve in un’intervista televisiva parlando dello SIIL e dei suoi legami coi wahhabiti. Da uno studio a Riyadh salutò il Presidente siriano Bashar al-Assad, e poi il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi per aver sostenuto la Resistenza della Siria. Le autorità saudite chiusero lo studio e da allora iniziò la guerra contro di lui. Dalla capitale libanese, Bayrut, Man al-Jarba aveva un’intervista esclusiva col sito di al-Manar, affrontando la situazione interna saudita, chiarendo la scena e parlando della formazione religiosa della società saudita e del ruolo delle tribù, esponendo i possibili esiti futuri dell’intensificarsi della lotta politica interna e gli imminenti piani di partizione stranieri.

Il wahhabismo non appartiene alla Sunnah
La società saudita è composta dall’85% di sunniti e dal 15% di ismailiti e duodecimani sciiti. Secondo al-Jarba “il wahhabismo non appartiene affatto alla Sunnah, ricordando che ha solo 300 anni“. “Il wahhabismo ha uno status che si differenzia dalle altre sette e gruppi islamici“, osservava respingendo la logica del taqfirismo. Secondo l’oppositore saudita, le famiglie della penisola araba erano sufi Ashari Maturidi prima che Muhamad bin Abdulwahab apparisse nel 17° secolo, e conservano ancora alcuni loro retaggi. “Nell’Hijaz, ad esempio, oltre ad abbracciare la dottrina sufi Ashari Maturidi, la maggior parte delle famiglie appartiene alle dottrine Hanafi e Shafai, come a Medina. Mentre gli ismailiti pesano a sud del regno, la dottrina Shafai vi è diffusa. I duodecimani sciiti sono nelle aree orientali, principalmente al-Qatif e al-Ahsa“, spiegava. “La maggior parte delle famiglie saudite è sufi Ashari, ma la dottrina ufficiale è wahhabita e gli viene imposta e insegnata a scuola“, riassume al-Jarba.

La famiglia al-Shayq… famiglia degli assegni
Nonostante i tentativi di alcune famiglie di preservare il patrimonio regionale, lo Stato investigativo imposto nel regno e il suo enorme potere finanziario, oltre alla protezione internazionale e ai sussidi all’estero, come qui chiamo gli Stati Uniti, hanno permesso a tale regime religioso di diffondersi. Il wahhabismo serve gli obiettivi statunitensi dalla guerra afghana contro l’Unione Sovietica a Iraq e Siria. Ha destinato l’istituzione religiosa nel regno a garantire ai governanti una legittimità, pagata, tanto che i sauditi chiamano la famiglia degli al-Shayq, famiglia degli assegni, in riferimento al denaro che ricevono“, aggiungeva al-Jarba. Nonostante il potere religioso, il rapporto tra situazione religiosa e situazione interna saudita è sotto controllo, poiché alcuna azione armata contro lo Stato è stata rilevata da non “wahhabiti”. Ciò riflette il contenimento che lo Stato intende usare su certi obiettivi “politici”, proprio come accaduto recentemente ad Awamiyah.

Yemen, Awamiyah e Qatar… come risarcimento
Al-Jarba crede che questi incidenti siano collegati ai tremendi sforzi sauditi per una vittoria con cui dimostrare agli statunitensi di essere ancora forti ed affidabili nel loro ruolo regionale. “Va ricordato che le sconfitte saudite in Iraq, Libano e Siria non sono state compensate nello Yemen, ma si sono piuttosto aggravate. Anche l’attacco al Qatar era una compensazione, tuttavia dimostratosi inutile, quindi non avevano altra scelta che usare la forza nel Paese e attaccare Awamiyah“. Al-Jarba proseguiva affermando che “i media sauditi hanno esibito l’avanzata ad Awamiyah come una conquista, descrivendola come operazione per liberare al-Qatif dagli sciiti, mostrati dai media sauditi come intrusi, ma sottolineava che il quartiere al-Musawara esiste da 400 anni, il che significa che è di 100 anni più vecchio del primo Stato saudita. Ciò significa che la popolazione di Awamiyah è inveterata e profondamente radicata nella regione più degli “inveterati” al-Saud e loro autorità…” “La sventata e sterile “vittoria” di Awamiya è stata usata dal sistema mediatico ufficiale per rafforzare “‘Iranofobia” e “Sciafobia”. A un certo punto, va detto che sono riusciti a promuovere tale fobia, una barriera che spaventa i popoli dalla Resistenza“.

La Palestina è nel cuore
A differenza della freddezza che il sistema governativo mostra nei confronti della causa palestinese, al-Jarba sottolinea che il popolo saudita simpatizza con la Palestina oltre ogni immaginazione. Ritiene che “L’asse della Resistenza difende la Palestina. Nonostante la fobia, le cose vanno meglio ogni giorno grazie alla scoperta delle relazioni saudite con “Israele”, così come agli sforzi sauditi per secolarizzare lo Stato e cercare di seguire il modello degli Emirati, risvegliando il popolo. Lo Stato che considera l’Iran e gli sciiti in generale come demoniaci con la scusa della religione e della difesa del Paese dalle Due Sante Moschee, appare oggi riconciliarsi con ‘Israele’ e permettere feste e danze miste, esponendo al vero pericolo la religione e il Paese delle Due Sante Moschee“.

La normalizzazione è la caduta saudita
Il crollo del regime saudita avverrà con la normalizzazione dei rapporti con ‘Israele’“, previde al-Jarba. “La relazione con ‘Israele’ supererà la linea rossa molto sensibile di chi vanta l’appartenenza al Paese delle Due Sante Moschee. Hanno una posizione decisa contro gli occupanti del “primo Qiblah” dei musulmani e chi commette crimini contro musulmani in Palestina, Libano e altrove. In particolare, in questi ambiti, il regime saudita perde legittimità. Cosa opprimerebbe allora il popolo saudita? Sono le fatwa che proibiscono di opporsi al sovrano a meno che non commetta bestemmia? La bestemmia per il popolo saudita è la rinuncia alla Palestina. I predicatori delle autorità possono giustificarla?” Nell’era delle grandi trasformazioni interne, metà dei predicatori del regno è in prigione. Secondo al-Jarba, non si tratta del Qatar, il problema è più profondo e grande. “Soprattutto, nulla indica che sono detenuti per la crisi col Qatar, sono solo analisi popolari. La crisi col Qatar era solo una scusa, perché sanno di essere contro la leadership e la secolarizzazione, e persino la normalizzazione con “Israele”… diranno alla gente che li detengono perché contrari alla secolarizzazione dello Stato? La scusa migliore è affermare che si tratta del Qatar, permettendosi di mettere a tacere qualsiasi voce obietti alle loro nuove politiche, iniziando dalle danze miste fino alla normalizzazione pubblica e altro“.

I sauditi contro la normalizzazione
Man al-Jarba sottolinea che lo Stato saudita è uno “Stato perfettamente inquisitore”. Tuttavia, i social media sono importanti misurando le tendenze dell’opinione pubblica. Qualche tempo fa, i media “israeliani” diffusero notizie sulla visita del principe ereditario Muhamad bin Salman nei territori occupati. Le istituzioni ufficiali saudite rimasero in silenzio e i media finanziati dai sauditi non dissero una parola. “Solo Twitter fu infiammato dalla campagna” dei sauditi contro la normalizzazione, “che si classifica prima tendenza in Arabia Saudita e nel mondo arabo. Quindi, c’era bisogno di formare un anti-esercito elettronico per promuovere la campagna ufficiale come lotta al terrorismo. Tuttavia, di fronte alla Palestina, l’esercito non può resistere a chi si oppone al tradimento della causa palestinese, di fronte la Palestina tutti cedono“, sottolineava al-Jarba.

Rompere il silenzio
Inoltre indicava tre fattori che potrebbero rompere il silenzio saudita:
1. La lotta nella famiglia dominante, presente e crescente. Darà al popolo la possibilità di scendere in piazza. Chi da notizie del palazzo a “Mujtahid”, è membro della famiglia dominante. Si dice anche che i principi imprigionati siano cinque, compresi Muhamad bin Nayaf e Abdulaziz bin Fahd, agli arresti domiciliari. Le notizie del conflitto interno sono note e rese pubbliche.
2. Togliendo la copertura religiosa e muovendosi verso la secolarizzazione, la gente troverebbe la causa diretta per scendere in piazza, in particolare dato che la scuola saudita insegna da 80 anni che la secolarizzazione è blasfemia e obbedire al sovrano è un dovere a meno che commetta bestemmia. Secondo i programmi sauditi, è permesso disobbedire al sovrano ateo, addirittura considerare la lotta sul sentiero di Allah, quindi il fattore religioso che lo Stato ha usato come pilastro per immunizzare i governanti cadrà mentre punta alla secolarizzazione.
3. Togliere la protezione internazionale all’Arabia Saudita, non è né difficile né impossibile. Gli statunitensi hanno bisogno di petrolio e soldi. Il presidente degli Stati Uniti era chiaro su ciò. In caso di caos e lotte interne, gli statunitensi non lasceranno i loro interessi per alcuna alleanza; preferiranno qualsiasi altra alleanza alternativa.La partizione è un piano inevitabile
L’oppositore saudita assicurava che gli Stati Uniti non riconoscono nulla al di sopra dei loro interessi. Col nuovo piano coloniale, gli Stati Uniti lavorano per dividere l’Arabia Saudita in quattro. “La partizione è sul tavolo ed è seria. La mappa è disponibile sul sito del ministero della Difesa degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita sarà divisa in quattro. Negli stessi Stati Uniti, ci sono alcune frange che supportano la partizione e altre che si oppongono. Ma tutti vogliono giocarla“.
Le quattro regioni sono:
• La Grande Giordania: composta da Tabuq, Yunbu e Hijaz, da unire alla Giordania come patria alternativa dei palestinesi, con cui la crisi che impedisce all’entità d’occupazione di annunciare lo Stato ebraico, sarà risolta.
• La zona orientale: composta da al-Qatif, al-Ahsa e al-Damam, aree ricche di petrolio vicine a Quwayt e Bahrayn, consentendo agli statunitensi di entrarvi facilmente e controllarne il petrolio. Fonti della provincia orientale aveva già notato che gli statunitensi avevano suggerito la spartizione, ma fu rifiutata.
• Najd: le aree centrali in cui il dominio dei Saud sarebbe limitatao.
• Sud: le aree di Asir, Najran e Jizan, regioni yemenite affittate dall’Arabia Saudita per 99 anni, scadute sotto l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah a cui “rinunciò” in favore dell’Arabia Saudita.
Al-Jarba ritiene che gli statunitensi abbiano tratto molti benefici dall’esperienza in Iraq. Non schiereranno truppe in alcun Paese arabo a meno che non appaiano come salvatori. Ciò accadrebbe in Arabia Saudita nel caso in cui la lotta tra i principi della famiglia dominante s’intensificasse e divenisse conflitto, concedendo agli statunitensi l’opportunità di contare di più in Arabia Saudita. Dall’altra parte, al-Jarba notava che il piano di partizione è inevitabile e che il 2017 era il centenario dell’accordo Sykes-Picot che divise la regione araba tra Francia e Gran Bretagna e che il nuovo centenario sarà una nuova divisione.

Tribù, bomba a orologeria
Oltre alla religione, le tribù hanno un ruolo importante nell’implementazione o meno della sistemazione interna del regno, osservava al-Jarba, ed inoltre notava quanto segue: “Nel 1902, Abdulaziz bin Abdurahman al-Saud tornò a Riyadh dopo essersi rifugiato nel Quwayt protetto dagli inglesi, per assumere il potere nel momento in cui la penisola araba settentrionale era controllata dalla leadership della tribù Shamar, aderente interamente all’impero ottomano. Ai Shamar fu offerto di collaborare cogli inglesi ma rifiutò e combatté nella Prima guerra mondiale a fianco dell’impero ottomano, Stato islamico contro gli inglesi… Gli inglesi diedero ad Ibn Saud armi e pensarono che il suo dominio su Najd e Hujaz avrebbe tolto legittimità religiosa agli ottomani. Quando lo Stato ottomano fu sconfitto, Abdulaziz entrò nelle regioni e formò l’emirato del Najd, quindi assediò Hail per un anno intero durante cui il suo esercito ascoltava gli appelli alla preghiera nella zona chiedendosi se “fossero musulmani”, mentre altri dicevano “prudenza”. L’esercito di Ibn Saud uccise bambini nelle moschee. E quando entrò nell’Hijaz uccise nelle moschee“. I sauditi si opposero scoprendo che in nome della religione, Abdulaziz mobilitò le tribù all’epoca note come “i fratelli obbedienti ad Allah”, per le sue guerre contro gli altri emirati. “Quando raggiunse i confini disegnati dagli inglesi, ne usò gli aerei per colpire le tribù che non vedevano l’ora di continuare la resistenza e ripristinare il mondo islamico! Fino ad allora, i Saud osservarono le tribù con preoccupazione, rispettandone posizione e peso, sposandosi in esse e sapendo che sono una bomba a tempo che scatenerà il conflitto interno che potrebbe esplodere nel regno“.

Principi preoccupanti
Oggi, gli occhi sono sulle tribù mentre la lotta s’intensifica tra i principi. Mutab bin Abdullah, ad esempio, è la figura più preoccupante per Muhamad bin Salman. Possiede una guardia nazionale con 150 mila combattenti dalle tribù, sposatisi con la sua famiglia e che si preparano a combattere fino all’ultimo. La guardia nazionale per numeri e mezzi è un potere importante quanto l’esercito saudita”. Oltre a Mutab, vi sono Ahmad bin Abdulaziz, fratello dell’attuale re, e i figli di Nayaf, Fahd e Sultan. Secondo al-Jarba “il loro scontento per la politica del principe ereditario si sentiva nel palazzo reale. Ci furono molte lettere al re chiedevano d’impedire al principe indegno di salire al trono“, e infine l’assalto armato al Palazzo della Pace a Jidah. “L’ultimo attacco ha indicato che le lettere dei principi sono molto serie, il che causò la scomparsa di Muhamad bin Salman, al momento”, come dettagliato in precedenza sul sito di al-Manar.

La magia si volge contro lo stregone
In breve, l’oppositore saudita vede l’Arabia Saudita come Paese che vive sulla cima di un vulcano che erutterebbe in qualsiasi momento. Tutti i fattori nel regno sono preoccupanti: lotta dei principi, brama di governo di Muhamad bin Salman e nuova tendenza alla secolarizzazione, nonché il ruolo delle tribù in tutto ciò. L’escalation della lotta non finirà se non con la “partizione”, nel caso in cui le chiavi per affrontare tutto siano consegnate agli statunitensi, avverte al-Jarba, che inoltre osservava che il regno non è lontano da ciò che avviene nella regione. I piani per la divisione seguiti dall’Arabia Saudita gli si rivolteranno decisamente contro. Quindi, la magia si volgerà contro lo stregone…Traduzione di Alessandro Lattanzio

Quali sono gli elementi più importanti del Petro

Mision Verdad, 21 febbraio 2018Il 19 febbraio notte, il Presidente Nicolás Maduro dichiarava che la prevendita del Petro sarebbe iniziata all’alba. Poi, dopo mezz’ora, il Vicepresidente Tariq Aysami apparve sui media per rendere pubblica la disponibilità del manuale per chi fosse interessato all’acquisto di Petro sul sito ufficiale della criptomoneta nazionale, oltre al link per registrarsi. Nel Manuale per l’Acquirente c’erano alcune modifiche rispetto al Libro bianco, il dettaglio più importante è il cambio Block Chain utilizzato per la prevendita. In linea di principio, Block Chain dell’Ethereum sarà utilizzata tramite Token ERC20, ma nel manuale era chiaro che Block Chain NEM sarebbe stata utilizzata dalla Fondazione del Movimento della Nuova Economia. Sebbene la NEM sia una Block Chain in fase iniziale, presenta molti vantaggi tecnici, distinguendosi per la possibilità di sviluppare rapidamente applicazioni e superando per capacità Ethereum con un Sistema di contratto intelligente già testato in numerosi primi accordi. Ratificando questa scelta tecnica, il Presidente Maduro incontrava i rappresentanti della NEM nel pomeriggio del 20 febbraio, alla vigilia della trasmissione sulla Rete nazionale radiotelevisiva, dove rendeva pubblici i dettagli di ciò che chiamava “Ecosistema Petro”: un insieme di accordi e misure educative, lavorative, politiche, fiscali e commerciali per adottare trasversalmente il Petro. Durante la trasmissione, fu chiaro l’impegno ad incentivare l’estrazione di criptovalute generando risorse aggiuntive con la libera circolazione nel Paese da parte di istituzioni scolastiche private e pubbliche e le casse di risparmio dei lavoratori, il tutto secondo uno schema basato su fiducia e certificazione dal Registro Nazionale dei Minatori. In tal senso veniva inaugurata la prima “Petroscuola” presso le strutture del velodromo Teo Capriles, dove il Ministro Pedro Infante e il segretario dell’Osservatorio Blockchain David Pebha illustrarono le strutture: aule per studiare il cambio delle criptovalute, laboratori “minerari” e sale attrezzature. Questa “Petroscuola” seguirà il piano Chamba Juvenil per avviare i partecipanti allo studio della “Block Chain“.
Anche se il Petro in questa fase non ha la capacità di essere estratto, è importante sottolineare che rendere pubblico il potenziale delle criptovalute e dei loro elementi tra la popolazione, prepara il Paese ad adottare più facilmente la “Block Chain”. Furono inoltre firmati diversi accordi tra il sovrintendente del SUPCAVEN Carlos Vargas, e varie società che assemblano apparecchiature “minerarie” nazionalmente, nonché con società dedite alla creazione di soluzioni finanziarie e di cambio basate sulla “Block Chain“, come la società russa Zeus probabile responsabile dello sviluppo delle diverse applicazioni per l’uso quotidiano di Petro e del suo cambio con altre attività. Sebbene gli annunci tecnici non fossero pochi, i cambiamenti politici che porteranno di conseguenza ad assumere il Petro nel territorio sotto assedio finanziario e commerciale, sono molto più importanti e spiegano meglio la misura presa dal governo. Maduro ordinava che le società nazionali responsabili della maggioranza delle attività che generano afflussi di valuta estera, includano il Petro nei portafogli iniziando a riceverlo come forma di pagamento per i prodotti. Aziende come Venalum, CVG, PDVSA e la controllata Pequiven saranno incluse dall’inizio nell’ecosistema Petro. Ciò rafforza l’impegno precedentemente assunto di accettare il Petro in cambio di greggio, espandendo ora la puntata a un’offerta diversificata di materie prime e lavorate che vegano acquisite internazionalmente con la criptovaluta nazionale.

Le ragioni politiche del Petro è ciò che va evidenziato della misura
Allo stesso modo, di fronte alla realtà del contrabbando della benzina e la dipendenza delle vicine città di Colombia e Brasile dal carburante venezuelano, il Presidente chiariva l’intenzione di utilizzare esclusivamente il Petro per l’acquisto di carburante nelle pompe al confine, riferendosi agli alti costi della benzina in Colombia, dove si aveva di recente un altro aumento, e dimostrandosi consapevole di cosa significhi chiudere completamente il flusso di carburante per la Colombia, ma allo stesso tempo favorire lo Stato venezuelano e la PDVSA. D’altra parte durante la trasmissione fu pubblicata sulla pagina ufficiale del Petro il manuale per creare le case di cambio e l’autorizzazione corrispondente; queste case di cambio avranno un ruolo preponderante quando, una volta svolte prevendita ed offerta iniziale, sarà attivata la Blockchian del Petro, attraverso cui i bolivar possono essere utilizzati per acquisire Petro nel cosiddetto “Mercato Secondario”. Questo manuale spiega in dettaglio i requisiti necessari per un’azienda di cambio di criptobeni e criptovalute da adottare nel Paese, oltre agli obblighi verso SUPCAVEN e i tempi per l’autorizzazione. Tra i dati più importanti, queste società vanno costituite da persone “identificabili” e mai da una figura che mascheri l’identità di un fondo d’investimento o altro tipo di società; questo chiaramente per preservare la sicurezza nazionale e una maggiore capacità di controllo del SUPCAVEN. Vanno inoltre specificati il tipo di protocolli di sicurezza da usare per impedire il riciclaggio di denaro e il manuale sui rischi con limiti che consentano ai clienti di avere sicurezza sulle risorse detenute dalla casa di cambio. Va inoltre depositato in una sorta di fondo di garanzia nella BCV, il 20% del valore dichiarato della società, nell’ambito della stessa misura.
In linea di principio verranno assegnate solo otto licenze, con la possibilità di studiare in futuro la creazione di più case di cambio se la domanda nazionale supera quelle create nella prima ondata. Veniva creato il Tesoro delle Criptoattività e Abraham Landaeta Parra vi veniva nominato tesoriere. Nonostante sia poco conosciuto, nella presentazione fu detto che aveva studiato in Cina e dopo le elezioni si vedrà il rapporto che avrà l’assunzione del Petro in Venezuela e la potenza asiatica sul piano comune, al quale partecipa anche la Russia, scacciando progressivamente il dollaro dal commercio internazionale dell’energia. Fondamentale è anche il fatto che il Petro non viene adottato dalle istituzioni tradizionali, ma ricorrendo alla strategia di Chavista di dare priorità, in casi di emergenza, alla costruzione di strutture ed istituzioni alternative per un rapido passaggio dei piani del governo, evitando le rigidità strutturali dello Stato sempre a vantaggio del Paese, come accadde con le missioni sociali del governo Chávez. Il clou della giornata fu la cifra raccolta con l’intenzione di acquisto del Petro, poche ore dopo l’inizio della prevendita. Confermando tutte le previsioni che indicavano un forte interesse da parte degli investitori. e considerando che c’erano diversi problemi tecnici nella piattaforma, si sa che l’equivalente di 4777 milioni di yuan è stato ricevuto, equivalenti a 735 milioni di euro, nella giornata di apertura della prevendita. L’importo ha una percentuale di sconto che non è stata resa pubblica, ma consiste in circa 15 milioni di Petro con impegno d’acquisto. Vedendo come il Petro si è comportato in questi pochi ma importanti passaggi, è molto probabile che l’Offerta Pubblica, la fase successiva alla Pre-vendita, avrà lo stesso andamento, vendendo tutti i Petro. Ciò comporterà la rapidità con cui sarà utilizzato e diffuso come mezzo di pagamento nel Paese ed internazionalmente, rompendo il blocco finanziario imposto da Washignton ed alleati. Maduro disse anche che nei prossimi giorni verrà fatto un nuovo annuncio sui progressi della relazione tra oro e criptovaluta nazionale. Così è chiaro che la via intrapresa dal governo nazionale, come in Russia, è quella d’inondare i mercati internazionali, nonché nazionali, di attivi dal valore reale più attraenti per conservare valore e come mezzo di cambio, accelerando la fuga del dollaro già in caduta come moneta egemonica nel commercio estero e risorsa geopolitica con cui applicare sanzioni e blocchi finanziari contro Paesi sovrani.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il matrimonio tra Stati Uniti e Arabia Saudita ha generato il jihadismo

I tentativi di usare il wahhabismo a nostro vantaggio alla fine sono stati disastrosi.
Daniel Lazare, The American Conservative 2 novembre 2017Chiacchierando col primo ministro australiano Malcolm Turnbull al summit di cooperazione economica Asia-Pacifico nel novembre 2016, Barack Obama menzionava l’Indonesia, dove trascorse parte dell’infanzia negli anni ’60. Il Paese, notò, era cambiato. Laddove i musulmani un tempo adottarono elementi di induismo, buddismo e animismo, oggi una versione austera dell’Islam prevale da quando l’Arabia Saudita riversa denaro nelle madrase wahhabite dagli anni ’90. Dove le donne circolavano a capo scoperto, l’hijab comincia a diffondersi. Ma perché, voleva sapere Turnbull, succedeva questo? “I sauditi non sono vostri amici?” Al che Obama rispose, “È complicato“. Quella parola copre molto, non solo il wahhabismo, l’ideologia saudita ultra-fondamentalista il cui impatto si fa sentire in tutto il mondo, ma anche riguardo gli Stati Uniti principale protettore dei sauditi, e coadiuvante, dalla Seconda guerra mondiale. Come ogni potenza imperialista, gli Stati Uniti possono essere senza scrupoli nei partner che scelgono. Quindi ci si potrebbe aspettare che guardino dall’altra parte quando gli amici sauditi diffondono le loro dottrine militanti in Indonesia, Filippine, subcontinente indiano, Siria e numerosi altri posti. Ma Washington ha fatto di più che guardare altrove. Ha incoraggiato attivamente tali attività collaborando coi wahhabiti in qualsiasi occasione, come l’Afghanistan, dove statunitensi e sauditi armarono i jihadisti per cacciare i sovietici negli anni ’80. Come anche la Bosnia, dove i due Paesi collaborarono a metà degli anni ’90 per contrabbandare centinaia di milioni di dollari in armi nella repubblica islamica di Alija Izetbegovi?, oggi roccaforte del salafismo wahhabita. Altri esempi degni di nota: il Kosovo, dove gli Stati Uniti si sono uniti agli “arabi afghani” e altri jihadisti sostenuti dai sauditi per supportare il movimento separatista di Hashim Thaçi; in Cecenia, dove i principali neocon come Richard Perle, Elliott Abrams, Kenneth Adelman, Midge Decter, Frank Gaffney, Michael Ledeen e R. James Woolsey difesero gli islamisti sostenuti dall’Arabia Saudita; la Libia, dove Hillary Clinton reclutò personalmente il Qatar per aderire all’azione contro Muammar Gheddafi e poi non disse nulla mentre il regno wahhabita inviava 400 milioni di dollari ai gruppi islamisti che volevano rovesciare il Paese; e naturalmente la Siria, dove i terroristi sunniti appoggiati da sauditi e altre petromonarchie hanno ridotto il Paese in un ossario. Gli Stati Uniti si dichiarano scioccati, scioccati!, dai risultati, mentre intascano la vincita. Ciò è evidente da una famosa intervista del 1998 a Zbigniew Brzezinski che in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, fece tutto il possibile per inventare il fenomeno della jihad moderna. Alla domanda se avesse qualche rimpianto, Brzezinski fu sfacciato: “Rimpiangere cosa? Quell’operazione segreta era un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di trascinare i russi nella trappola afgana e volete che me ne penti? Il giorno in cui i sovietici varcarono ufficialmente il confine, scrissi al presidente Carter: Ora abbiamo l’opportunità di dare all’URSS la sua guerra del Vietnam… Cos’è più importante per la storia del mondo? I taliban o il crollo dell’impero sovietico? Alcuni musulmani agitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?” Oppure, come Graham Fuller, ex-vicedirettore del Consiglio nazionale sull’intelligence della CIA ed analista della RAND Corporation, un anno dopo: “La politica per guidare l’evoluzione dell’Islam e aiutarlo contro i nostri avversari ha funzionato meravigliosamente bene in Afghanistan contro l’Armata Rossa. Le stesse dottrine possono ancora essere utilizzate per destabilizzare ciò che rimane della potenza russa e soprattutto per contrastare l’influenza cinese in Asia centrale”.
Cosa potrebbe andare storto? Meno fenomeno specificamente saudita, la grande offensiva wahhabita degli ultimi 30-40 anni è meglio intesa come joint venture tra imperialismo e revivalismo islamico neo-medievale. Di per sé, tale austera dottrina non sarebbe mai uscita dai calanchi dell’Arabia centrale. Solo grazie alle potenze estere, prima la Gran Bretagna e poi gli Stati Uniti, è divenuta una forza che altera il mondo. Tuttavia, un po’ di preistoria potrebbe essere utile. Per sapere come è nato il wahhabismo, è necessario sapere dove è sorto. Nel Najd, un vasto pianoro nell’Arabia centrale delle dimensioni della Francia. Limitato su tre lati dal deserto e dal quarto dalla provincia dell’Hajaz, un po’ più fertile sul Mar Rosso, era uno dei luoghi più isolati e aridi della terra fino alla scoperta del petrolio negli anni ’30. Meno isolato ora, rimane estremamente sterile. L’esploratrice inglese Anne Blunt lo descrisse nel 1881 come composto da “vasti altipiani di ghiaia, quasi privi di vegetazione come alcun’altra zona del mondo“, costellata di insediamenti occasionali isolati tra essi quasi quanto dal mondo. Era uno dei pochi Paesi del terzo mondo ancora non colonizzato dal XIX secolo, non perché fosse insolitamente forte o ben organizzato, ma perché era troppo povero, selvaggio e inaccessibile per meritarsi uno sforzo. Era una terra che nessun altro voleva. Era anche sede di un’ideologia che nessun altro voleva. L’hanbalismo, la più severa e spietata delle quattro maggiori scuole di giurisprudenza islamica. Sorse a Baghdad nel IX secolo e nel giro di pochi decenni scatenò il caos mentre i seguaci depredavano le case per confiscare liquori, strumenti musicali e altri oggetti proibiti; razziare negozi e molestare uomini e donne che camminano insieme per strada. Espulsi dalla metropoli, gli hanbalisti furono relegati negli avamposti più primitivi e lontani, in particolare il Najd. Ma poi, a metà del 18° secolo, furono attaccati da un predicatore errante di nome Muhamad Ibn Abd al-Wahhab, per il quale l’hanbalismo non era abbastanza severo. Passando da un villaggio all’altro, “il Lutero del maomettanismo”, come lo descrisse Lady Blunt, denunciò pratiche popolari come adorare le tombe dei santi e pregare gli alberi sacri. Teologicamente, il grande contributo di Wahhab era prendere il concetto di shirq, o associazione, che tradizionalmente si riferiva all’adorazione di qualsiasi divinità in congiunzione con Allah, ed espanderlo includendo tutto ciò che distraeva dall’attenzione focalizzata sull’unico vero dio. Cercare l’intervento di un santo, un portafortuna, ciò che adornava persino le moschee, era tutto shirq. L’obiettivo era una religione nuda come il paesaggio, che non permetteva che nulla potesse accadere tra uomo e Dio. Presumibilmente, Wahhab non fu il primo mullah ad inveire contro la superstizione. Ma ciò che lo distinse è l’energia, il fanatismo, si fece un nome ordinando la lapidazione di una adultera, e alleandosi nel 1744 con un capo tribale di nome Muhammad bin Saud. In cambio del sostegno militare, al-Wahhab fornì a bin Saud il mandato legale di rapinare, uccidere o schiavizzare chiunque rifiutasse di inchinarsi alla nuova dottrina. Sostenuto dai fanatici beduini conosciuti come Iqwan, o Fratellanza, Saud e i suoi figli iniziarono a conquistare il deserto.
Era nata una nuova dinastia. L’alleanza saudita-wahhabita costituiva una sorta di “costituzione” in quanto stabiliva le regole base che il nuovo regno avrebbe dovuto seguire. Al-Saud ottenne un’autorità economica e politica senza limiti. Ma il clan acquisì anche l’obbligo religioso di sostenere e difendere la wahhabiya e lottare contro le pratiche che consideravano non islamiche. Nel momento in cui vacillasse, la legittimità svanirebbe. Ciò spiega forza e debolezza dello Stato saudita. A prima vista, il wahhabismo sembrerebbe essere la più indomabile delle ideologie poiché l’unica sottomissione che riconosce è a Dio. Ma dopo essere stati brevemente rovesciati dagli ottomani nel 1818, gli al-Saud poterono riprendere la via solo col sostegno esterno. La sopravvivenza del regime dipendeva quindi dall’equilibrare una feroce dirigenza religiosa con le forze internazionali che, come la dinastia sapeva troppo bene, erano infinitamente più potenti di qualsiasi orda di cavalieri del deserto.
L’ondata di petrolio che investì il regno negli anni ’70 aggravò il problema. Non solo la dinastia al-Saud doveva bilanciare la wahhabiyya cogli Stati Uniti, ma doveva anche bilanciare l’austerità religiosa con il consumismo moderno. Negli anni ’20, i mullah si erano infuriati contro viaggi e telefoni stranieri. Un membro dell’Iqwan una volta colpì persino un servo del re perché andava in bicicletta, che i wahhabiti denunciarono come “carrozza di Satana”. Ma ora i mullah devono fare i conti con Rolls Royce, Land Rover, centri commerciali, cinema, giornaliste e, naturalmente, la crescente ubiquità sessuale. Che fare? La risposta divenne chiara nel 1979, quando si verificarono tre eventi epocali. A gennaio, lo Scià dell’Iran fuggì in aereo verso l’Egitto, aprendo la strada al ritorno trionfante dell’Ayatollah Khomeini a Teheran due settimane dopo. A luglio, Jimmy Carter autorizzò la CIA ad armare i mujahidin afgani, spingendo l’Unione Sovietica ad intervenire alcuni mesi dopo a sostegno dell’assediato governo di sinistra a Kabul. E a novembre, militanti wahhabiti presero il controllo della Grande Moschea alla Mecca, occupandola per due settimane prima di essere scacciati da commando francesi. L’ultimo fu particolarmente sconvolgente perché fu subito evidente che i militanti godevano di un ampio sostegno clericale. Juhayman al-Utaybi, a capo dell’assalto, era membro di un’importante famiglia dell’Iqwan e aveva studiato col gran muftì Abd al-Aziz ibn Baz. Mentre i wahhabiti condannarono l’assalto, le loro lingue, secondo il giornalista Robert Lacey, “curiosamente si trattennero”. Il sostegno alla famiglia reale cominciò a vacillare. Chiaramente, la famiglia reale saudita aveva bisogno di ricucire le relazioni con la wahhabiya mentre bruciava le credenziali islamiche respingendo critiche in patria e all’estero. Dovette reinventarsi Stato islamico non meno militante di quello persiano nel Golfo Persico. Ma il nascente conflitto in Afghanistan suggerì una via d’uscita. Mentre gli Stati Uniti potevano inviare aiuti alle forze antisovietiche, ovviamente non potevano organizzare da soli una jihad adeguata. Perciò avevano bisogno dell’aiuto dei sauditi, che il regno si affrettò a fornire. Sparirono multiplex e presentatrici, e arrivò la polizia religiosa e gli sconti del 75% alla Saudi Arabian Airlines per i guerrieri santi che viaggiavano in Afghanistan via Peshawar, in Pakistan. Migliaia di giovani annoiati e irrequieti che avrebbero potuto causare guai nel regno furono spediti in una terra lontana per creare problemi a qualcun altro. I principi sauditi potevano ancora festeggiare come se non ci fosse un domani, ma ora dovevano farlo all’estero o a porte chiuse a casa. La patria doveva rimanere pura e incontaminata. Era una soluzione pulita, ma lasciava ancora sciolti alcuni nodi. Uno era il problema del ritorno al passato sotto forma di jihadisti induriti che ritornavano dall’Afghanistan più determinati che mai a combattere la corruzione in patria. “Ho più di 40000 mujahidin nella terra delle due sacre moschee“, disse Usama bin Ladin a un collega. Era un’affermazione che non poteva essere del tutto derisa quando le bombe di al-Qaida iniziarono ad esplodere nel regno fin dal 1995. Un altro problema riguardava chi i militanti avevano preso di mira all’estero, un problema che inizialmente non si presentò serio ma che alla fine si sarebbe rivelato assai significativo. Tuttavia, la nuova partnership funzionò brillantemente per un certo periodo. Aiutò il regime di al-Saud a mitigare gli ulama, come sono noti collettivamente i mullah, che videro l’umma, o comunità dei fedeli, assediata su più fronti. Come disse Muhamad Ali Haraqan, segretario generale della Lega mondiale musulmana sponsorizzata dall’Arabia Saudita, già nel 1980: “La Jihad è la chiave per il successo e la felicità dei musulmani, specialmente quando i loro santuari sono sotto l’occupazione sionista in Palestina, quando milioni di musulmani subiscono repressione, oppressione, ingiustizia, tortura e persino campagne di morte e sterminio in Birmania, Filippine, Patani (regione prevalentemente musulmana della Thailandia), Unione Sovietica, Cambogia, Vietnam, Cipro, Afghanistan, ecc. Questa responsabilità diventa ancora più vincolante e pressante quando consideriamo le campagne malvagie intraprese contro l’Islam e i musulmani dal sionismo, dal comunismo, dalla massoneria, dal qadianismo (cioè l’Islam Ahmadi), Bahai e missionari cristiani”. La Wahhabiya avrebbe trascurato i molti peccati dei principi se avessero usato le loro ricchezze per difendere la fede. L’accordo funzionò anche per gli Stati Uniti, che acquisirono un utile partner diplomatico e forza militare ausiliaria oltre che economico, efficace e degna di credibilità. Funzionò per i giornalisti entusiasti che si avventurarono per le terre selvagge dell’Afghanistan, assicurando la gente a casa che i “muj” non erano altro che “gente di montagna che non cede a una potenza straniera che ha conquistato le loro terre, ucciso la loro gente, e attaccato la loro fede“, per citare William McGurn, salito alla ribalta come autore dei discorsi di George W. Bush.
Funzionò per quasi tutti finché 19 dirottatori, 15 dei quali sauditi, lanciarono un paio di aerei di linea carichi di carburante sul World Trade Center e un terzo sul Pentagono, uccidendo quasi 3000 persone. Gli attacchi dell’11 settembre avrebbero dovuto essere il campanello d’allarme su ciò che era andato seriamente male. Ma invece di premere il pulsante pausa, gli Stati Uniti optarono per raddoppiare la stessa vecchia strategia. Dal loro punto di vista, non avevano scelta. Avevano bisogno del petrolio saudita; della sicurezza nel Golfo Persico, del più importante fulcro del commercio globale; e di un alleato affidabile nel mondo musulmano. Inoltre, la famiglia reale saudita era chiaramente nei guai. Al-Qaida aveva ampio sostegno pubblico. In effetti, secondo un’indagine dell’intelligence saudita, il 95 per cento dei sauditi istruiti tra i 25 e i 41 anni aveva “simpatie” per la causa di bin Ladin. Se l’amministrazione Bush si fosse offesa, la Casa dei Saud sarebbe diventata più vulnerabile ad al-Qaida piuttosto. Di conseguenza, Washington scelse il matrimonio piuttosto che il divorzio. Ciò comportò tre cose. In primo luogo, era necessario nascondere il ruolo considerevole di Riyadh nella distruzione delle Twin Towers, sopprimendo, tra le altre cose, un cruciale capitolo di 29 pagine nel rapporto del Congresso che trattava dei legami sauditi con i dirottatori. In secondo luogo, l’amministrazione Bush raddoppiò gli sforzi per incolpare Sadam Husayn, l’ultimo villain du jour di Washington. Servivano “migliori informazioni e in fretta“, ordinò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld mentre le torri erano ancora in fiamme, secondo le note del collaboratore Stephen Cambone. “…Giudica se è abbastanza buono per colpire SH allo stesso tempo, non solo UBL (cioè Usama bin Ladin). Difficile trovare una buona causa. Serviva agire rapidamente: bisognava trovare un bersaglio a breve termine, e per spazzare massicciamente via tutto, serviva avere qualcosa di utile. Che le cose fossero collegate o no“. Washington aveva bisogno di un disgraziato per salvare i sauditi. Terzo, era necessario perseguire la cosiddetta “guerra al terrorismo”, che non riguardò mai il terrorismo di per sé, ma il terrorismo non autorizzato dagli Stati Uniti. L’obiettivo era organizzare i jihadisti solo per colpire obiettivi decisi congiuntamente da Washington e Riyad. Ciò significava, in primo luogo, l’Iran, la bestia nera dei sauditi, il cui potere, ironia della sorte, era cresciuto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, mutando il Paese precedentemente controllato dai sunniti in un pilastro pro-sciita. Ma significava anche la Siria, il cui presidente, Bashar al-Assad, è un alawita, forma di sciismo, e la Russia, la cui amicizia con entrambi i Paesi disturbava doppiamente Stati Uniti ed Arabia Saudita. Ideologicamente, significava prendere la rabbia wahhabita contro le potenze occidentali come USA, Gran Bretagna e Francia e scagliarla sullo sciismo. Le porte al settarismo furono così aperte.
Il “reindirizzamento”, come il giornalista investigativo Seymour Hersh lo definì nel 2007, funzionò brillantemente per un certo periodo. Hersh lo descrisse come idea di quattro uomini: il vicepresidente Dick Cheney; il neocon Elliott Abrams, all’epoca viceconsigliere per la sicurezza nazionale per la “strategia per la democrazia globale”; l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Zalmay Khalilzad; e il principe Bandar bin Sultan, per 22 anni ambasciatore saudita negli Stati Uniti e ora a capo della sicurezza nazionale del regno. In Libano, l’obiettivo era lavorare a stretto contatto col governo del primo ministro Fuad Siniora, appoggiato dall’Arabia Saudita, per limitare l’influenza della milizia sciita filo-iraniana Hezbollah, mentre in Iraq comportava un lavoro ancor più stretto con le forze sunnite e curde per frenare l’influenza sciita in Siria, significava lavorare coi sauditi a rafforzare i Fratelli musulmani, gruppo sunnita in lotta feroce contro il governo baathista di Damasco dagli anni ’60. Infatti un memorandum segreto del dipartimento di Stato del 2006, reso pubblico da Wikileaks, dettagliava i piani per incoraggiare i timori sunniti su una crescente influenza sciita, pur ammettendo che tali preoccupazioni erano “spesso esagerate”. Il programma di “reindirizzamento” presto esplose. Il problema iniziò in Libia, dove Hillary Clinton passò gran parte del marzo 2011 a persuadere il Qatar ad unirsi all’azione contro l’uomo forte Muammar Gheddafi. L’emiro Tamim bin Hamad al-Thani alla fine accettò e ne approfittò per inviare 400 milioni di dollari ai gruppi ribelli salafiti che procedettero a rovesciare il Paese. Il risultato fu l’anarchia, eppure l’amministrazione Obama rimase muta per anni. In Siria, la Defense Intelligence Agency decise nell’agosto 2012 che “gli eventi prendevano una chiara direzione settaria”; che i salafiti, i Fratelli musulmani e al-Qaidasono le principali forze che guidano l’insurrezione“; e che, nonostante tale ondata fondamentalista, occidente, Turchia e Stati del Golfo sostenevano ancora la rivolta anti-Assad. “Se la situazione si risolve”, proseguì il rapporto, “c’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale… e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che supportano l’opposizione, al fine d’isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita...” La Siria orientale, ovviamente, divenne parte del Califfato dichiarato dallo SIIL, destinatario del supporto finanziario e logistico clandestino di Arabia Saudita e Qatar, secondo Hillary Clinton nel giugno 2014.
La guerra al terrore divenne la via più lunga possibile tra terrorismo sunnita e terrorismo sunnita. Ancora una volta, gli Stati Uniti avevano cercato di usare il wahhabismo a proprio vantaggio, ma con conseguenze che si rivelarono nientemeno che disastrose. Cosa andò storto? Il problema è duplice. Il wahhabismo è un’ideologia di fanatici beduini che possono essere esperti nel conquistare i compagni delle tribù ma incapaci di governare uno Stato moderno. Nulla di nuovo. È un problema discusso da Ibn Qaldun, il famoso scienziato nordafricano del 14° secolo, e da Friedrich Engels, collaboratore di Marx, alla fine del 19°, ma la linea di fondo è un ciclo infinitamente ripetitivo in cui i fanatici nomadi si sollevano, rovesciano un regime divenuto molle e corrotto, solo per divenire loro stessi molli e corrotti prima di soccombere a un’altra ondata di guerrieri del deserto. Il risultato è anarchia dopo anarchia. L’altro problema riguarda l’imperialismo USA che, in contrasto con le varietà francese e inglese, si astiene spesso dall’amministrazione diretta di possedimenti coloniali e cerca invece di sfruttare il potere degli Stati Uniti con innumerevoli alleanze con forze locali. Sfortunatamente, la leva funziona come la diplomazia e la finanza, cioè da moltiplicatore di guadagni e perdite. Da alleati dei sauditi, gli Stati Uniti incoraggiarono la crescita non solo della jihad, ma del wahhabismo in generale. Sembrava una buona idea quando i sauditi fondarono la Lega mondiale musulmana alla Mecca nel 1962 in contrappeso all’Egitto di Gamal Abdel Nasser. Quindi, come poteva obiettare Washington quando il regno ampliò enormemente il proselitismo nel 1979, spendendo da 75 a 100 miliardi di dollari per diffondere il verbo? Re Fahd, che regnò dal 1982 al 2005, si vantava delle strutture religiose ed educative che costruiva nelle terre non musulmane: 200 college islamici, 210 centri islamici, 1500 moschee, 2000 scuole per bambini musulmani, ecc. Poiché lo scopo era combattere l’influenza sovietica e promuovere la visione conservatrice dell’Islam, le fortune degli Stati Uniti ne ricevettero un’enorme spinta. Sembrava una buona idea 15 o 20 anni fa. Poi le bombe iniziarono a esplodere, gli attacchi dell’11 settembre scossero gli Stati Uniti che si precipitarono nell’inquieto Medio Oriente e il saudismo radicale si metastatizza oltre il terreno di coltura. Le fortune degli Stati Uniti non sono più state le stesse, da allora.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Venezuela: Petro, valute virtuali, geopolitica e sanzioni yankee

Misión Verdad, 11 dicembre 2017 – InvestigActionIl Presidente Nicolás Maduro ha annunciato la creazione di una moneta virtuale venezuelana (Petro) sostenuta dalle riserve di petrolio, gas, oro e diamanti del Paese e un osservatorio sul Blockchain venezuelano per dare base legale ed istituzionale a questa valuta. Cos’è questa iniziativa finanziaria che avanza nel mondo della finanza?

Cos’è una valuta virtuale?
Una moneta virtuale è fondamentalmente un mezzo di scambio elettronico. A differenza delle valute emesse dalle banche centrali (dollari, euro, ecc …), la particolarità delle valute virtuali è che la loro “produzione” dipende da persone fisiche o giuridiche non soggette a regolamentazione o mediazione da istituzioni finanziarie globali (guidate dagli Stati Uniti) ed istituzioni finanziarie statali. Questo processo di produzione, noto come “estrazione”, in cui reti di persone o gruppi (chiamati “minatori”) con computer molto potenti competono su Internet per la ricompensa (bitcoin o altra valuta virtuale) risolvendo problemi matematici complessi e cercando numeri casuali molto rapidamente. Come in un casinò, il primo che dà la risposta giusta riceve la valuta virtuale che viene distribuita tra i minatori vincitori. Dalla divulgazione nel 2009 col famoso sistema Bitcoin, l’uso delle valute virtuali nel mondo e in particolare il loro prezzo è aumentato esponenzialmente, il che risulta non solo dalla forte domanda per l’acquisto di queste valute, ma anche dalla facilità d’uso: basso costo di transazioni e sicurezza dato che possono essere controllate da chi fa parte della rete senza passare dalle banche internazionali. La crescita è stata tale che banche come Goldman Sachs e BlackRock già offrono servizi di gestione degli hedge fund che investono in modo aggressivo sulle valute virtuali. Sebbene all’inizio fossero stati concepiti come mezzo di pagamento virtuale, queste valute diventano gradualmente valute di riserva, protezione di attività finanziarie o semplicemente strumento di investimento. Il valore di una moneta virtuale dipende dalla domanda e si basa sulle valute dalla maggiore influenza nel mondo, come euro, dollaro e yuan.

E il Blockchain?
Secondo il sito Investopedia, Blockchain è un libro virtuale che, in modo decentralizzato e pubblico, tiene conto di tutte le transazioni in valute virtuali. In ogni nodo (server connesso a questa rete), è possibile caricare una copia di qualsiasi transazione. Questo sistema opera al di fuori delle istituzioni classiche del sistema finanziario internazionale. Fondamentalmente, è un sistema contabile che, sotto forma di blocchi, genera un record permanente garantendo, secondo i pionieri, un meccanismo affidabile, sicuro e non regolamentato da un’autorità centrale per controllare le transazioni in valute virtuale.

Il falso dibattito sulle valute virtuali
La crescita delle valute virtuali, il bitcoin ha superato la soglia di 11000 dollari nel cambio, ha iniziato a preoccupare i padroni dell’economia globale, club d’élite formato da istituzioni finanziarie multinazionali, principali banche banche centrali e private. All’avvertimento dell’International Bank of Payments (BRI), istituzione finanziaria che controlla quasi tutte le transazioni globali collegata alla potente famiglia Rothschild, sul ruolo dannoso del bitcoin, si univa la Federal Reserve degli Stati Uniti che avvertiva sul “pericolo” che l’uso di valute virtuali pone al sistema finanziario internazionale. Altre grandi banche come JP Morgan o UBS condannano apertamente gli investimenti in valute virtuali. Le preoccupazioni di tali attori finanziari si basano sul fatto che il sistema di scambio delle valute virtuali promuove l’anonimato e, di conseguenza, le operazioni criminali legate a traffico di droga e commercio illegale di armi. Le grandi banche private negli Stati Uniti riciclano denaro del traffico globale di droga e dei gruppi paramilitari come lo “Stato islamico” o il Cartel de Los Zetas, quindi tali “preoccupazioni” riflettono più che altro la concorrenza aperta delle valute virtuali che si sviluppano. Il dibattito sull’uso del bitcoin nelle operazioni criminali è totalmente fuorviante perché il problema non è il mezzo utilizzato per finanziarle, ma l’esistenza di tali organizzazioni, tradizionalmente supportate da Stati Uniti e NATO. Su valore e supporto della moneta virtuale, è anche importante sottolineare che il dollaro non ha altro supporto che la “fiducia” (elemento psicologico, non materiale) poiché l’amministrazione Nixon tolse la convertibilità dollaro/oro.

Valute virtuali in Venezuela
A seguito delle distorsioni create dal dollaro nel mercato dei cambi venezuelano, l’estrazione di moneta virtuale è aumentata. Un’organizzazione coinvolta in questi casi, Dash Caracas, affermava che a settembre furono effettuati circa 40 miliardi di bolivar di transazioni in valuta virtuale. Dato il basso costo dell’elettricità in Venezuela e l’aumento giornaliero del dollaro sul mercato parallelo, l’attività mineraria è diventata redditizia e attraente come meccanismo di risparmio e accesso alle valute. Un recente rapporto della BBC sull’argomento menziona che “i minatori in Venezuela sono generalmente giovani imprenditori, molti dei quali maschi, esperti di tecnologia, di classe media o più alta“. Sebbene il costo dell’elettricità sia basso, gli investimenti nelle attrezzature necessarie per l’estrazione sono ingenti e considerevoli, in dollari. Il rapporto afferma che “i minatori sono responsabili del deterioramento del servizio elettrico” a causa dell’alto consumo di elettricità richiesto da tale attività. L’Osservatorio Blockchain venezuelano e il “Petro” potrebbero essere di per sé un meccanismo per regolare ed intervenire in questa attività in Venezuela e persino un overcoin (leader nei prezzi di riferimento e nelle transazioni in valute virtuali). Questa organizzazione ha affermato che il principale partner bancario è Banesco. Tuttavia, nel contesto di una globalizzazione finanziaria sempre più accelerata in cui gli Stati-nazione perdono la capacità di controllo interno, è molto difficile regolare completamente l’estrazione delle valute virtuali (non solo in Venezuela). Il caso della Cina, Stato tutt’altro che debole, è tipico: l’80% dei bitcoin nel mondo è usato in questo Paese.

Venezuela, Russia e valute virtuali, manovra politica contro le sanzioni degli Stati Uniti?
Contrariamente a quanto si dice sulle valute virtuali, Venezuela e Russia, a solo 2 mesi di distanza, annunciavano la creazione di valute virtuali nazionali per facilitare il commercio internazionale. Nel caso della Russia, la valuta si chiamerà cryptorublo, non può essere estratto e il suo tasso di cambio sarà deciso dalla Banca Centrale della Russia. In alcun momento questa decisione implica la legalizzazione del mercato dei bitcoin in Russia. L’idea iniziale è sfruttarne i benefici in modo controllato. Lo Stato venezuelano potrebbe pianificare qualcosa di simile. Venezuela e Russia sono entrambi sanzionati dagli Stati Uniti, il che limita l’accesso al mercato finanziario e al sistema finanziario legato al dollaro per transazioni e progetti d’investimento. Gli Stati Uniti considerano la possibilità, secondo Bloomberg, di applicare sanzioni sul debito russo (come fatto col Venezuela), motivo per cui il governo Putin trova nella creazione di una moneta virtuale nazionale una risposta immediata per proteggere il debito e la connettività finanziaria nel mondo. Il 2017 è stato un anno importante nella transizione verso un sistema finanziario emergente separato dal dollaro in cui Russia e Cina sono attive costruendo un’architettura di pagamenti, investimenti e scambi regionali nella propria regione, con valute nazionali e nuovi elementi non necessariamente in concorrenza col denaro virtuale. Nel contesto di tale offensiva, in America Latina il Venezuela ha un ruolo pioneristico, in questa proiezione geo-economica che sfida la spina dorsale del potere politico statunitense nel mondo: la dipendenza dal dollaro. Una delle ragioni per cui la Russia lancia la propria moneta virtuale nazionale è che il principale hub geo-economico, la Comunità economica euroasiatica, uno dei poli commerciali più dinamici nel mondo multipolare che si sviluppa, è favorevole all’uso di questo mezzo di pagamento per i suoi scambi commerciali. La Russia vede indubbiamente i benefici geopolitici, con cautela e in base alla situazione, dell’uso del sistema di pagamenti che non dipende dal dollaro (oltre al fatto che viene usato come riferimento) e che consente di eludere le barriere finanziarie imposte dalle sanzioni. Da parte sua, il Venezuela soffre del terribile blocco finanziario, economico e petrolifero che, oltre a limitarne l’accesso ai mercati del debito, è arrivato a bloccarne le operazioni di base per il pagamento del debito estero e per importare farmaci e cibo nel momento in cui la popolazione ne ha più bisogno. L’uso della moneta virtuale facilita cooperazione e finanziamento in Venezuela e Russia, trovando un modo comune per aumentare i finanziamenti nel settore energetico, area importante per la sostenibilità economica a medio termine dei Paesi. L’annuncio del Presidente Maduro non va visto isolatamente ma nell’ambito di una strategia finanziaria che cerca meccanismi alternativi per superare i limiti delle banche statunitensi nell’effettuare pagamenti e importare forniture vitali per il popolo. La valuta virtuale offre un’alternativa a questa situazione poiché potrebbe funzionare da meccanismo di finanziamento e pagamento in valuta estera esterno alle banche statunitensi. Nell’ambito di questa strategia, la PDVSA (Petróleos de Venezuela SA) iniziava alcuni mesi fa a regolare il prezzo del greggio venezuelano in yuan e ordinava che pagamenti ed importazioni migrassero gradualmente verso banche europee, superando il blocco finanziario degli Stati Uniti. La valuta virtuale venezuelana, secondo Maduro, sarà un nuovo passo in questo processo per liberarsi dal dollaro. È una misura politica.

Conclusioni
La quantità di moneta virtuale da emettere e le sue condizioni dipenderanno dal governo e spetterà ad esso decidere le quantità di once d’oro, barili di petrolio, BTU di gas o carati di diamanti necessari per definirne il valore e l’uso delle carte di pagamento in valute virtuali. Allo stesso modo, una volta attivato il meccanismo, il mercato parallelo del dollaro sarà collegato al valore del Petro facendone abbassare il marcatore che, giorno dopo giorno, aumenta l’inflazione in Venezuela per ragioni politiche. Un articolo di Bloomberg di Leonid Bershidsky sull’annuncio del Presidente Nicolás Maduro, si arrabbia per la valuta virtuale venezuelana che potrebbe evitare le sanzioni finanziarie statunitensi, dando l’opportunità di contrarre debiti e avere un certo grado di anonimato col sistema centralizzato Blockchain, proteggendo i creditori dalle sanzioni e fornendo l’accesso necessario alle valute. Le valute virtuali possono essere utilizzate come strumenti dai Paesi sanzionati, in quanto non controllati o sottoposti alle istituzioni finanziarie di Stati Uniti ed Europa. L’argomento delle valute virtuali non va trattato con un’analisi moralistica. Sono buoni o cattivi? Dipende da come le si usano e dai risultati della strategia d’uso. Ci rendono vulnerabili ai fondi avvoltoio e agli speculatori finanziari? Questo accade con tutte le valute, non è peculiare delle valute virtuali. I fondi avvoltoio agiscono contro il Venezuela senza utilizzare questo meccanismo. Possono essere utilizzate per attività illegali? Il dollaro e le banche statunitensi sono usati per riciclare denaro di gruppi terroristici e trafficanti di droga. In effetti, ciò che fa paura è l’ascesa delle valute virtuali. Il tema delle valute virtuali farà molto parlare in Venezuela e se una cosa è chiara nel 2017, è che la fiducia in Maduro è importante per vincere le battaglie future.Traduzione di Alessandro Lattanzio