Il matrimonio tra Stati Uniti e Arabia Saudita ha generato il jihadismo

I tentativi di usare il wahhabismo a nostro vantaggio alla fine sono stati disastrosi.
Daniel Lazare, The American Conservative 2 novembre 2017Chiacchierando col primo ministro australiano Malcolm Turnbull al summit di cooperazione economica Asia-Pacifico nel novembre 2016, Barack Obama menzionava l’Indonesia, dove trascorse parte dell’infanzia negli anni ’60. Il Paese, notò, era cambiato. Laddove i musulmani un tempo adottarono elementi di induismo, buddismo e animismo, oggi una versione austera dell’Islam prevale da quando l’Arabia Saudita riversa denaro nelle madrase wahhabite dagli anni ’90. Dove le donne circolavano a capo scoperto, l’hijab comincia a diffondersi. Ma perché, voleva sapere Turnbull, succedeva questo? “I sauditi non sono vostri amici?” Al che Obama rispose, “È complicato“. Quella parola copre molto, non solo il wahhabismo, l’ideologia saudita ultra-fondamentalista il cui impatto si fa sentire in tutto il mondo, ma anche riguardo gli Stati Uniti principale protettore dei sauditi, e coadiuvante, dalla Seconda guerra mondiale. Come ogni potenza imperialista, gli Stati Uniti possono essere senza scrupoli nei partner che scelgono. Quindi ci si potrebbe aspettare che guardino dall’altra parte quando gli amici sauditi diffondono le loro dottrine militanti in Indonesia, Filippine, subcontinente indiano, Siria e numerosi altri posti. Ma Washington ha fatto di più che guardare altrove. Ha incoraggiato attivamente tali attività collaborando coi wahhabiti in qualsiasi occasione, come l’Afghanistan, dove statunitensi e sauditi armarono i jihadisti per cacciare i sovietici negli anni ’80. Come anche la Bosnia, dove i due Paesi collaborarono a metà degli anni ’90 per contrabbandare centinaia di milioni di dollari in armi nella repubblica islamica di Alija Izetbegovi?, oggi roccaforte del salafismo wahhabita. Altri esempi degni di nota: il Kosovo, dove gli Stati Uniti si sono uniti agli “arabi afghani” e altri jihadisti sostenuti dai sauditi per supportare il movimento separatista di Hashim Thaçi; in Cecenia, dove i principali neocon come Richard Perle, Elliott Abrams, Kenneth Adelman, Midge Decter, Frank Gaffney, Michael Ledeen e R. James Woolsey difesero gli islamisti sostenuti dall’Arabia Saudita; la Libia, dove Hillary Clinton reclutò personalmente il Qatar per aderire all’azione contro Muammar Gheddafi e poi non disse nulla mentre il regno wahhabita inviava 400 milioni di dollari ai gruppi islamisti che volevano rovesciare il Paese; e naturalmente la Siria, dove i terroristi sunniti appoggiati da sauditi e altre petromonarchie hanno ridotto il Paese in un ossario. Gli Stati Uniti si dichiarano scioccati, scioccati!, dai risultati, mentre intascano la vincita. Ciò è evidente da una famosa intervista del 1998 a Zbigniew Brzezinski che in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, fece tutto il possibile per inventare il fenomeno della jihad moderna. Alla domanda se avesse qualche rimpianto, Brzezinski fu sfacciato: “Rimpiangere cosa? Quell’operazione segreta era un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di trascinare i russi nella trappola afgana e volete che me ne penti? Il giorno in cui i sovietici varcarono ufficialmente il confine, scrissi al presidente Carter: Ora abbiamo l’opportunità di dare all’URSS la sua guerra del Vietnam… Cos’è più importante per la storia del mondo? I taliban o il crollo dell’impero sovietico? Alcuni musulmani agitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?” Oppure, come Graham Fuller, ex-vicedirettore del Consiglio nazionale sull’intelligence della CIA ed analista della RAND Corporation, un anno dopo: “La politica per guidare l’evoluzione dell’Islam e aiutarlo contro i nostri avversari ha funzionato meravigliosamente bene in Afghanistan contro l’Armata Rossa. Le stesse dottrine possono ancora essere utilizzate per destabilizzare ciò che rimane della potenza russa e soprattutto per contrastare l’influenza cinese in Asia centrale”.
Cosa potrebbe andare storto? Meno fenomeno specificamente saudita, la grande offensiva wahhabita degli ultimi 30-40 anni è meglio intesa come joint venture tra imperialismo e revivalismo islamico neo-medievale. Di per sé, tale austera dottrina non sarebbe mai uscita dai calanchi dell’Arabia centrale. Solo grazie alle potenze estere, prima la Gran Bretagna e poi gli Stati Uniti, è divenuta una forza che altera il mondo. Tuttavia, un po’ di preistoria potrebbe essere utile. Per sapere come è nato il wahhabismo, è necessario sapere dove è sorto. Nel Najd, un vasto pianoro nell’Arabia centrale delle dimensioni della Francia. Limitato su tre lati dal deserto e dal quarto dalla provincia dell’Hajaz, un po’ più fertile sul Mar Rosso, era uno dei luoghi più isolati e aridi della terra fino alla scoperta del petrolio negli anni ’30. Meno isolato ora, rimane estremamente sterile. L’esploratrice inglese Anne Blunt lo descrisse nel 1881 come composto da “vasti altipiani di ghiaia, quasi privi di vegetazione come alcun’altra zona del mondo“, costellata di insediamenti occasionali isolati tra essi quasi quanto dal mondo. Era uno dei pochi Paesi del terzo mondo ancora non colonizzato dal XIX secolo, non perché fosse insolitamente forte o ben organizzato, ma perché era troppo povero, selvaggio e inaccessibile per meritarsi uno sforzo. Era una terra che nessun altro voleva. Era anche sede di un’ideologia che nessun altro voleva. L’hanbalismo, la più severa e spietata delle quattro maggiori scuole di giurisprudenza islamica. Sorse a Baghdad nel IX secolo e nel giro di pochi decenni scatenò il caos mentre i seguaci depredavano le case per confiscare liquori, strumenti musicali e altri oggetti proibiti; razziare negozi e molestare uomini e donne che camminano insieme per strada. Espulsi dalla metropoli, gli hanbalisti furono relegati negli avamposti più primitivi e lontani, in particolare il Najd. Ma poi, a metà del 18° secolo, furono attaccati da un predicatore errante di nome Muhamad Ibn Abd al-Wahhab, per il quale l’hanbalismo non era abbastanza severo. Passando da un villaggio all’altro, “il Lutero del maomettanismo”, come lo descrisse Lady Blunt, denunciò pratiche popolari come adorare le tombe dei santi e pregare gli alberi sacri. Teologicamente, il grande contributo di Wahhab era prendere il concetto di shirq, o associazione, che tradizionalmente si riferiva all’adorazione di qualsiasi divinità in congiunzione con Allah, ed espanderlo includendo tutto ciò che distraeva dall’attenzione focalizzata sull’unico vero dio. Cercare l’intervento di un santo, un portafortuna, ciò che adornava persino le moschee, era tutto shirq. L’obiettivo era una religione nuda come il paesaggio, che non permetteva che nulla potesse accadere tra uomo e Dio. Presumibilmente, Wahhab non fu il primo mullah ad inveire contro la superstizione. Ma ciò che lo distinse è l’energia, il fanatismo, si fece un nome ordinando la lapidazione di una adultera, e alleandosi nel 1744 con un capo tribale di nome Muhammad bin Saud. In cambio del sostegno militare, al-Wahhab fornì a bin Saud il mandato legale di rapinare, uccidere o schiavizzare chiunque rifiutasse di inchinarsi alla nuova dottrina. Sostenuto dai fanatici beduini conosciuti come Iqwan, o Fratellanza, Saud e i suoi figli iniziarono a conquistare il deserto.
Era nata una nuova dinastia. L’alleanza saudita-wahhabita costituiva una sorta di “costituzione” in quanto stabiliva le regole base che il nuovo regno avrebbe dovuto seguire. Al-Saud ottenne un’autorità economica e politica senza limiti. Ma il clan acquisì anche l’obbligo religioso di sostenere e difendere la wahhabiya e lottare contro le pratiche che consideravano non islamiche. Nel momento in cui vacillasse, la legittimità svanirebbe. Ciò spiega forza e debolezza dello Stato saudita. A prima vista, il wahhabismo sembrerebbe essere la più indomabile delle ideologie poiché l’unica sottomissione che riconosce è a Dio. Ma dopo essere stati brevemente rovesciati dagli ottomani nel 1818, gli al-Saud poterono riprendere la via solo col sostegno esterno. La sopravvivenza del regime dipendeva quindi dall’equilibrare una feroce dirigenza religiosa con le forze internazionali che, come la dinastia sapeva troppo bene, erano infinitamente più potenti di qualsiasi orda di cavalieri del deserto.
L’ondata di petrolio che investì il regno negli anni ’70 aggravò il problema. Non solo la dinastia al-Saud doveva bilanciare la wahhabiyya cogli Stati Uniti, ma doveva anche bilanciare l’austerità religiosa con il consumismo moderno. Negli anni ’20, i mullah si erano infuriati contro viaggi e telefoni stranieri. Un membro dell’Iqwan una volta colpì persino un servo del re perché andava in bicicletta, che i wahhabiti denunciarono come “carrozza di Satana”. Ma ora i mullah devono fare i conti con Rolls Royce, Land Rover, centri commerciali, cinema, giornaliste e, naturalmente, la crescente ubiquità sessuale. Che fare? La risposta divenne chiara nel 1979, quando si verificarono tre eventi epocali. A gennaio, lo Scià dell’Iran fuggì in aereo verso l’Egitto, aprendo la strada al ritorno trionfante dell’Ayatollah Khomeini a Teheran due settimane dopo. A luglio, Jimmy Carter autorizzò la CIA ad armare i mujahidin afgani, spingendo l’Unione Sovietica ad intervenire alcuni mesi dopo a sostegno dell’assediato governo di sinistra a Kabul. E a novembre, militanti wahhabiti presero il controllo della Grande Moschea alla Mecca, occupandola per due settimane prima di essere scacciati da commando francesi. L’ultimo fu particolarmente sconvolgente perché fu subito evidente che i militanti godevano di un ampio sostegno clericale. Juhayman al-Utaybi, a capo dell’assalto, era membro di un’importante famiglia dell’Iqwan e aveva studiato col gran muftì Abd al-Aziz ibn Baz. Mentre i wahhabiti condannarono l’assalto, le loro lingue, secondo il giornalista Robert Lacey, “curiosamente si trattennero”. Il sostegno alla famiglia reale cominciò a vacillare. Chiaramente, la famiglia reale saudita aveva bisogno di ricucire le relazioni con la wahhabiya mentre bruciava le credenziali islamiche respingendo critiche in patria e all’estero. Dovette reinventarsi Stato islamico non meno militante di quello persiano nel Golfo Persico. Ma il nascente conflitto in Afghanistan suggerì una via d’uscita. Mentre gli Stati Uniti potevano inviare aiuti alle forze antisovietiche, ovviamente non potevano organizzare da soli una jihad adeguata. Perciò avevano bisogno dell’aiuto dei sauditi, che il regno si affrettò a fornire. Sparirono multiplex e presentatrici, e arrivò la polizia religiosa e gli sconti del 75% alla Saudi Arabian Airlines per i guerrieri santi che viaggiavano in Afghanistan via Peshawar, in Pakistan. Migliaia di giovani annoiati e irrequieti che avrebbero potuto causare guai nel regno furono spediti in una terra lontana per creare problemi a qualcun altro. I principi sauditi potevano ancora festeggiare come se non ci fosse un domani, ma ora dovevano farlo all’estero o a porte chiuse a casa. La patria doveva rimanere pura e incontaminata. Era una soluzione pulita, ma lasciava ancora sciolti alcuni nodi. Uno era il problema del ritorno al passato sotto forma di jihadisti induriti che ritornavano dall’Afghanistan più determinati che mai a combattere la corruzione in patria. “Ho più di 40000 mujahidin nella terra delle due sacre moschee“, disse Usama bin Ladin a un collega. Era un’affermazione che non poteva essere del tutto derisa quando le bombe di al-Qaida iniziarono ad esplodere nel regno fin dal 1995. Un altro problema riguardava chi i militanti avevano preso di mira all’estero, un problema che inizialmente non si presentò serio ma che alla fine si sarebbe rivelato assai significativo. Tuttavia, la nuova partnership funzionò brillantemente per un certo periodo. Aiutò il regime di al-Saud a mitigare gli ulama, come sono noti collettivamente i mullah, che videro l’umma, o comunità dei fedeli, assediata su più fronti. Come disse Muhamad Ali Haraqan, segretario generale della Lega mondiale musulmana sponsorizzata dall’Arabia Saudita, già nel 1980: “La Jihad è la chiave per il successo e la felicità dei musulmani, specialmente quando i loro santuari sono sotto l’occupazione sionista in Palestina, quando milioni di musulmani subiscono repressione, oppressione, ingiustizia, tortura e persino campagne di morte e sterminio in Birmania, Filippine, Patani (regione prevalentemente musulmana della Thailandia), Unione Sovietica, Cambogia, Vietnam, Cipro, Afghanistan, ecc. Questa responsabilità diventa ancora più vincolante e pressante quando consideriamo le campagne malvagie intraprese contro l’Islam e i musulmani dal sionismo, dal comunismo, dalla massoneria, dal qadianismo (cioè l’Islam Ahmadi), Bahai e missionari cristiani”. La Wahhabiya avrebbe trascurato i molti peccati dei principi se avessero usato le loro ricchezze per difendere la fede. L’accordo funzionò anche per gli Stati Uniti, che acquisirono un utile partner diplomatico e forza militare ausiliaria oltre che economico, efficace e degna di credibilità. Funzionò per i giornalisti entusiasti che si avventurarono per le terre selvagge dell’Afghanistan, assicurando la gente a casa che i “muj” non erano altro che “gente di montagna che non cede a una potenza straniera che ha conquistato le loro terre, ucciso la loro gente, e attaccato la loro fede“, per citare William McGurn, salito alla ribalta come autore dei discorsi di George W. Bush.
Funzionò per quasi tutti finché 19 dirottatori, 15 dei quali sauditi, lanciarono un paio di aerei di linea carichi di carburante sul World Trade Center e un terzo sul Pentagono, uccidendo quasi 3000 persone. Gli attacchi dell’11 settembre avrebbero dovuto essere il campanello d’allarme su ciò che era andato seriamente male. Ma invece di premere il pulsante pausa, gli Stati Uniti optarono per raddoppiare la stessa vecchia strategia. Dal loro punto di vista, non avevano scelta. Avevano bisogno del petrolio saudita; della sicurezza nel Golfo Persico, del più importante fulcro del commercio globale; e di un alleato affidabile nel mondo musulmano. Inoltre, la famiglia reale saudita era chiaramente nei guai. Al-Qaida aveva ampio sostegno pubblico. In effetti, secondo un’indagine dell’intelligence saudita, il 95 per cento dei sauditi istruiti tra i 25 e i 41 anni aveva “simpatie” per la causa di bin Ladin. Se l’amministrazione Bush si fosse offesa, la Casa dei Saud sarebbe diventata più vulnerabile ad al-Qaida piuttosto. Di conseguenza, Washington scelse il matrimonio piuttosto che il divorzio. Ciò comportò tre cose. In primo luogo, era necessario nascondere il ruolo considerevole di Riyadh nella distruzione delle Twin Towers, sopprimendo, tra le altre cose, un cruciale capitolo di 29 pagine nel rapporto del Congresso che trattava dei legami sauditi con i dirottatori. In secondo luogo, l’amministrazione Bush raddoppiò gli sforzi per incolpare Sadam Husayn, l’ultimo villain du jour di Washington. Servivano “migliori informazioni e in fretta“, ordinò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld mentre le torri erano ancora in fiamme, secondo le note del collaboratore Stephen Cambone. “…Giudica se è abbastanza buono per colpire SH allo stesso tempo, non solo UBL (cioè Usama bin Ladin). Difficile trovare una buona causa. Serviva agire rapidamente: bisognava trovare un bersaglio a breve termine, e per spazzare massicciamente via tutto, serviva avere qualcosa di utile. Che le cose fossero collegate o no“. Washington aveva bisogno di un disgraziato per salvare i sauditi. Terzo, era necessario perseguire la cosiddetta “guerra al terrorismo”, che non riguardò mai il terrorismo di per sé, ma il terrorismo non autorizzato dagli Stati Uniti. L’obiettivo era organizzare i jihadisti solo per colpire obiettivi decisi congiuntamente da Washington e Riyad. Ciò significava, in primo luogo, l’Iran, la bestia nera dei sauditi, il cui potere, ironia della sorte, era cresciuto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, mutando il Paese precedentemente controllato dai sunniti in un pilastro pro-sciita. Ma significava anche la Siria, il cui presidente, Bashar al-Assad, è un alawita, forma di sciismo, e la Russia, la cui amicizia con entrambi i Paesi disturbava doppiamente Stati Uniti ed Arabia Saudita. Ideologicamente, significava prendere la rabbia wahhabita contro le potenze occidentali come USA, Gran Bretagna e Francia e scagliarla sullo sciismo. Le porte al settarismo furono così aperte.
Il “reindirizzamento”, come il giornalista investigativo Seymour Hersh lo definì nel 2007, funzionò brillantemente per un certo periodo. Hersh lo descrisse come idea di quattro uomini: il vicepresidente Dick Cheney; il neocon Elliott Abrams, all’epoca viceconsigliere per la sicurezza nazionale per la “strategia per la democrazia globale”; l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Zalmay Khalilzad; e il principe Bandar bin Sultan, per 22 anni ambasciatore saudita negli Stati Uniti e ora a capo della sicurezza nazionale del regno. In Libano, l’obiettivo era lavorare a stretto contatto col governo del primo ministro Fuad Siniora, appoggiato dall’Arabia Saudita, per limitare l’influenza della milizia sciita filo-iraniana Hezbollah, mentre in Iraq comportava un lavoro ancor più stretto con le forze sunnite e curde per frenare l’influenza sciita in Siria, significava lavorare coi sauditi a rafforzare i Fratelli musulmani, gruppo sunnita in lotta feroce contro il governo baathista di Damasco dagli anni ’60. Infatti un memorandum segreto del dipartimento di Stato del 2006, reso pubblico da Wikileaks, dettagliava i piani per incoraggiare i timori sunniti su una crescente influenza sciita, pur ammettendo che tali preoccupazioni erano “spesso esagerate”. Il programma di “reindirizzamento” presto esplose. Il problema iniziò in Libia, dove Hillary Clinton passò gran parte del marzo 2011 a persuadere il Qatar ad unirsi all’azione contro l’uomo forte Muammar Gheddafi. L’emiro Tamim bin Hamad al-Thani alla fine accettò e ne approfittò per inviare 400 milioni di dollari ai gruppi ribelli salafiti che procedettero a rovesciare il Paese. Il risultato fu l’anarchia, eppure l’amministrazione Obama rimase muta per anni. In Siria, la Defense Intelligence Agency decise nell’agosto 2012 che “gli eventi prendevano una chiara direzione settaria”; che i salafiti, i Fratelli musulmani e al-Qaidasono le principali forze che guidano l’insurrezione“; e che, nonostante tale ondata fondamentalista, occidente, Turchia e Stati del Golfo sostenevano ancora la rivolta anti-Assad. “Se la situazione si risolve”, proseguì il rapporto, “c’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale… e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che supportano l’opposizione, al fine d’isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita...” La Siria orientale, ovviamente, divenne parte del Califfato dichiarato dallo SIIL, destinatario del supporto finanziario e logistico clandestino di Arabia Saudita e Qatar, secondo Hillary Clinton nel giugno 2014.
La guerra al terrore divenne la via più lunga possibile tra terrorismo sunnita e terrorismo sunnita. Ancora una volta, gli Stati Uniti avevano cercato di usare il wahhabismo a proprio vantaggio, ma con conseguenze che si rivelarono nientemeno che disastrose. Cosa andò storto? Il problema è duplice. Il wahhabismo è un’ideologia di fanatici beduini che possono essere esperti nel conquistare i compagni delle tribù ma incapaci di governare uno Stato moderno. Nulla di nuovo. È un problema discusso da Ibn Qaldun, il famoso scienziato nordafricano del 14° secolo, e da Friedrich Engels, collaboratore di Marx, alla fine del 19°, ma la linea di fondo è un ciclo infinitamente ripetitivo in cui i fanatici nomadi si sollevano, rovesciano un regime divenuto molle e corrotto, solo per divenire loro stessi molli e corrotti prima di soccombere a un’altra ondata di guerrieri del deserto. Il risultato è anarchia dopo anarchia. L’altro problema riguarda l’imperialismo USA che, in contrasto con le varietà francese e inglese, si astiene spesso dall’amministrazione diretta di possedimenti coloniali e cerca invece di sfruttare il potere degli Stati Uniti con innumerevoli alleanze con forze locali. Sfortunatamente, la leva funziona come la diplomazia e la finanza, cioè da moltiplicatore di guadagni e perdite. Da alleati dei sauditi, gli Stati Uniti incoraggiarono la crescita non solo della jihad, ma del wahhabismo in generale. Sembrava una buona idea quando i sauditi fondarono la Lega mondiale musulmana alla Mecca nel 1962 in contrappeso all’Egitto di Gamal Abdel Nasser. Quindi, come poteva obiettare Washington quando il regno ampliò enormemente il proselitismo nel 1979, spendendo da 75 a 100 miliardi di dollari per diffondere il verbo? Re Fahd, che regnò dal 1982 al 2005, si vantava delle strutture religiose ed educative che costruiva nelle terre non musulmane: 200 college islamici, 210 centri islamici, 1500 moschee, 2000 scuole per bambini musulmani, ecc. Poiché lo scopo era combattere l’influenza sovietica e promuovere la visione conservatrice dell’Islam, le fortune degli Stati Uniti ne ricevettero un’enorme spinta. Sembrava una buona idea 15 o 20 anni fa. Poi le bombe iniziarono a esplodere, gli attacchi dell’11 settembre scossero gli Stati Uniti che si precipitarono nell’inquieto Medio Oriente e il saudismo radicale si metastatizza oltre il terreno di coltura. Le fortune degli Stati Uniti non sono più state le stesse, da allora.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Venezuela: Petro, valute virtuali, geopolitica e sanzioni yankee

Misión Verdad, 11 dicembre 2017 – InvestigActionIl Presidente Nicolás Maduro ha annunciato la creazione di una moneta virtuale venezuelana (Petro) sostenuta dalle riserve di petrolio, gas, oro e diamanti del Paese e un osservatorio sul Blockchain venezuelano per dare base legale ed istituzionale a questa valuta. Cos’è questa iniziativa finanziaria che avanza nel mondo della finanza?

Cos’è una valuta virtuale?
Una moneta virtuale è fondamentalmente un mezzo di scambio elettronico. A differenza delle valute emesse dalle banche centrali (dollari, euro, ecc …), la particolarità delle valute virtuali è che la loro “produzione” dipende da persone fisiche o giuridiche non soggette a regolamentazione o mediazione da istituzioni finanziarie globali (guidate dagli Stati Uniti) ed istituzioni finanziarie statali. Questo processo di produzione, noto come “estrazione”, in cui reti di persone o gruppi (chiamati “minatori”) con computer molto potenti competono su Internet per la ricompensa (bitcoin o altra valuta virtuale) risolvendo problemi matematici complessi e cercando numeri casuali molto rapidamente. Come in un casinò, il primo che dà la risposta giusta riceve la valuta virtuale che viene distribuita tra i minatori vincitori. Dalla divulgazione nel 2009 col famoso sistema Bitcoin, l’uso delle valute virtuali nel mondo e in particolare il loro prezzo è aumentato esponenzialmente, il che risulta non solo dalla forte domanda per l’acquisto di queste valute, ma anche dalla facilità d’uso: basso costo di transazioni e sicurezza dato che possono essere controllate da chi fa parte della rete senza passare dalle banche internazionali. La crescita è stata tale che banche come Goldman Sachs e BlackRock già offrono servizi di gestione degli hedge fund che investono in modo aggressivo sulle valute virtuali. Sebbene all’inizio fossero stati concepiti come mezzo di pagamento virtuale, queste valute diventano gradualmente valute di riserva, protezione di attività finanziarie o semplicemente strumento di investimento. Il valore di una moneta virtuale dipende dalla domanda e si basa sulle valute dalla maggiore influenza nel mondo, come euro, dollaro e yuan.

E il Blockchain?
Secondo il sito Investopedia, Blockchain è un libro virtuale che, in modo decentralizzato e pubblico, tiene conto di tutte le transazioni in valute virtuali. In ogni nodo (server connesso a questa rete), è possibile caricare una copia di qualsiasi transazione. Questo sistema opera al di fuori delle istituzioni classiche del sistema finanziario internazionale. Fondamentalmente, è un sistema contabile che, sotto forma di blocchi, genera un record permanente garantendo, secondo i pionieri, un meccanismo affidabile, sicuro e non regolamentato da un’autorità centrale per controllare le transazioni in valute virtuale.

Il falso dibattito sulle valute virtuali
La crescita delle valute virtuali, il bitcoin ha superato la soglia di 11000 dollari nel cambio, ha iniziato a preoccupare i padroni dell’economia globale, club d’élite formato da istituzioni finanziarie multinazionali, principali banche banche centrali e private. All’avvertimento dell’International Bank of Payments (BRI), istituzione finanziaria che controlla quasi tutte le transazioni globali collegata alla potente famiglia Rothschild, sul ruolo dannoso del bitcoin, si univa la Federal Reserve degli Stati Uniti che avvertiva sul “pericolo” che l’uso di valute virtuali pone al sistema finanziario internazionale. Altre grandi banche come JP Morgan o UBS condannano apertamente gli investimenti in valute virtuali. Le preoccupazioni di tali attori finanziari si basano sul fatto che il sistema di scambio delle valute virtuali promuove l’anonimato e, di conseguenza, le operazioni criminali legate a traffico di droga e commercio illegale di armi. Le grandi banche private negli Stati Uniti riciclano denaro del traffico globale di droga e dei gruppi paramilitari come lo “Stato islamico” o il Cartel de Los Zetas, quindi tali “preoccupazioni” riflettono più che altro la concorrenza aperta delle valute virtuali che si sviluppano. Il dibattito sull’uso del bitcoin nelle operazioni criminali è totalmente fuorviante perché il problema non è il mezzo utilizzato per finanziarle, ma l’esistenza di tali organizzazioni, tradizionalmente supportate da Stati Uniti e NATO. Su valore e supporto della moneta virtuale, è anche importante sottolineare che il dollaro non ha altro supporto che la “fiducia” (elemento psicologico, non materiale) poiché l’amministrazione Nixon tolse la convertibilità dollaro/oro.

Valute virtuali in Venezuela
A seguito delle distorsioni create dal dollaro nel mercato dei cambi venezuelano, l’estrazione di moneta virtuale è aumentata. Un’organizzazione coinvolta in questi casi, Dash Caracas, affermava che a settembre furono effettuati circa 40 miliardi di bolivar di transazioni in valuta virtuale. Dato il basso costo dell’elettricità in Venezuela e l’aumento giornaliero del dollaro sul mercato parallelo, l’attività mineraria è diventata redditizia e attraente come meccanismo di risparmio e accesso alle valute. Un recente rapporto della BBC sull’argomento menziona che “i minatori in Venezuela sono generalmente giovani imprenditori, molti dei quali maschi, esperti di tecnologia, di classe media o più alta“. Sebbene il costo dell’elettricità sia basso, gli investimenti nelle attrezzature necessarie per l’estrazione sono ingenti e considerevoli, in dollari. Il rapporto afferma che “i minatori sono responsabili del deterioramento del servizio elettrico” a causa dell’alto consumo di elettricità richiesto da tale attività. L’Osservatorio Blockchain venezuelano e il “Petro” potrebbero essere di per sé un meccanismo per regolare ed intervenire in questa attività in Venezuela e persino un overcoin (leader nei prezzi di riferimento e nelle transazioni in valute virtuali). Questa organizzazione ha affermato che il principale partner bancario è Banesco. Tuttavia, nel contesto di una globalizzazione finanziaria sempre più accelerata in cui gli Stati-nazione perdono la capacità di controllo interno, è molto difficile regolare completamente l’estrazione delle valute virtuali (non solo in Venezuela). Il caso della Cina, Stato tutt’altro che debole, è tipico: l’80% dei bitcoin nel mondo è usato in questo Paese.

Venezuela, Russia e valute virtuali, manovra politica contro le sanzioni degli Stati Uniti?
Contrariamente a quanto si dice sulle valute virtuali, Venezuela e Russia, a solo 2 mesi di distanza, annunciavano la creazione di valute virtuali nazionali per facilitare il commercio internazionale. Nel caso della Russia, la valuta si chiamerà cryptorublo, non può essere estratto e il suo tasso di cambio sarà deciso dalla Banca Centrale della Russia. In alcun momento questa decisione implica la legalizzazione del mercato dei bitcoin in Russia. L’idea iniziale è sfruttarne i benefici in modo controllato. Lo Stato venezuelano potrebbe pianificare qualcosa di simile. Venezuela e Russia sono entrambi sanzionati dagli Stati Uniti, il che limita l’accesso al mercato finanziario e al sistema finanziario legato al dollaro per transazioni e progetti d’investimento. Gli Stati Uniti considerano la possibilità, secondo Bloomberg, di applicare sanzioni sul debito russo (come fatto col Venezuela), motivo per cui il governo Putin trova nella creazione di una moneta virtuale nazionale una risposta immediata per proteggere il debito e la connettività finanziaria nel mondo. Il 2017 è stato un anno importante nella transizione verso un sistema finanziario emergente separato dal dollaro in cui Russia e Cina sono attive costruendo un’architettura di pagamenti, investimenti e scambi regionali nella propria regione, con valute nazionali e nuovi elementi non necessariamente in concorrenza col denaro virtuale. Nel contesto di tale offensiva, in America Latina il Venezuela ha un ruolo pioneristico, in questa proiezione geo-economica che sfida la spina dorsale del potere politico statunitense nel mondo: la dipendenza dal dollaro. Una delle ragioni per cui la Russia lancia la propria moneta virtuale nazionale è che il principale hub geo-economico, la Comunità economica euroasiatica, uno dei poli commerciali più dinamici nel mondo multipolare che si sviluppa, è favorevole all’uso di questo mezzo di pagamento per i suoi scambi commerciali. La Russia vede indubbiamente i benefici geopolitici, con cautela e in base alla situazione, dell’uso del sistema di pagamenti che non dipende dal dollaro (oltre al fatto che viene usato come riferimento) e che consente di eludere le barriere finanziarie imposte dalle sanzioni. Da parte sua, il Venezuela soffre del terribile blocco finanziario, economico e petrolifero che, oltre a limitarne l’accesso ai mercati del debito, è arrivato a bloccarne le operazioni di base per il pagamento del debito estero e per importare farmaci e cibo nel momento in cui la popolazione ne ha più bisogno. L’uso della moneta virtuale facilita cooperazione e finanziamento in Venezuela e Russia, trovando un modo comune per aumentare i finanziamenti nel settore energetico, area importante per la sostenibilità economica a medio termine dei Paesi. L’annuncio del Presidente Maduro non va visto isolatamente ma nell’ambito di una strategia finanziaria che cerca meccanismi alternativi per superare i limiti delle banche statunitensi nell’effettuare pagamenti e importare forniture vitali per il popolo. La valuta virtuale offre un’alternativa a questa situazione poiché potrebbe funzionare da meccanismo di finanziamento e pagamento in valuta estera esterno alle banche statunitensi. Nell’ambito di questa strategia, la PDVSA (Petróleos de Venezuela SA) iniziava alcuni mesi fa a regolare il prezzo del greggio venezuelano in yuan e ordinava che pagamenti ed importazioni migrassero gradualmente verso banche europee, superando il blocco finanziario degli Stati Uniti. La valuta virtuale venezuelana, secondo Maduro, sarà un nuovo passo in questo processo per liberarsi dal dollaro. È una misura politica.

Conclusioni
La quantità di moneta virtuale da emettere e le sue condizioni dipenderanno dal governo e spetterà ad esso decidere le quantità di once d’oro, barili di petrolio, BTU di gas o carati di diamanti necessari per definirne il valore e l’uso delle carte di pagamento in valute virtuali. Allo stesso modo, una volta attivato il meccanismo, il mercato parallelo del dollaro sarà collegato al valore del Petro facendone abbassare il marcatore che, giorno dopo giorno, aumenta l’inflazione in Venezuela per ragioni politiche. Un articolo di Bloomberg di Leonid Bershidsky sull’annuncio del Presidente Nicolás Maduro, si arrabbia per la valuta virtuale venezuelana che potrebbe evitare le sanzioni finanziarie statunitensi, dando l’opportunità di contrarre debiti e avere un certo grado di anonimato col sistema centralizzato Blockchain, proteggendo i creditori dalle sanzioni e fornendo l’accesso necessario alle valute. Le valute virtuali possono essere utilizzate come strumenti dai Paesi sanzionati, in quanto non controllati o sottoposti alle istituzioni finanziarie di Stati Uniti ed Europa. L’argomento delle valute virtuali non va trattato con un’analisi moralistica. Sono buoni o cattivi? Dipende da come le si usano e dai risultati della strategia d’uso. Ci rendono vulnerabili ai fondi avvoltoio e agli speculatori finanziari? Questo accade con tutte le valute, non è peculiare delle valute virtuali. I fondi avvoltoio agiscono contro il Venezuela senza utilizzare questo meccanismo. Possono essere utilizzate per attività illegali? Il dollaro e le banche statunitensi sono usati per riciclare denaro di gruppi terroristici e trafficanti di droga. In effetti, ciò che fa paura è l’ascesa delle valute virtuali. Il tema delle valute virtuali farà molto parlare in Venezuela e se una cosa è chiara nel 2017, è che la fiducia in Maduro è importante per vincere le battaglie future.Traduzione di Alessandro Lattanzio

OPEC: come Putin ha tolto la “corona petrolifera” all’Arabia Saudita

KtovKurse, 25 novembre 2017 – Fort RussPer oltre mezzo secolo, i ministri del petrolio sauditi hanno deciso i movimenti di mercato, dicendo poche parole su quale fosse la decisione dell’OPEC al successivo incontro, intascando milioni, se non miliardi, di dollari di profitto. Ora la situazione è cambiata. Gli incontri dell’OPEC continuano a condizionare i prezzi, ma non c’è più l’influenza dell’Arabia Saudita, ma di un Paese che non fa parte dell’OPEC: la Russia e, più specificamente, Vladimir Putin. Da quando è stato raggiunto l’accordo della Russia con l’OPEC per ridurre la produzione lo scorso anno, Putin è il giocatore più influente del gruppo, scrive Bloomberg. Come affermava un alto funzionario dell’OPEC, il leader russo ora “dà gli ordini”. La crescente influenza del Cremlino nel cartello riflette la politica estera volta a contrastare l’influenza statunitense nel mondo attraverso una vasta gamma di misure economiche, diplomatiche, militari e d’intelligence. Questa strategia, sostenuta dall’enorme ricchezza in risorse naturali della Russia, sembra funzionare. “Putin è ora il padrone dell’energia mondiale“, dichiarava Helima Croft, responsabile strategico della RBC Capital Markets LLC di New York. L’influenza di Putin rimarrà al centro dell’attenzione il 30 novembre, quando 14 membri dell’OPEC, tra cui Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela, nonché Paesi non OPEC come Russia e Messico, s’incontreranno a Vienna per discutere l’estensione della riduzione della produzione fino a marzo. La posta in gioco è la salute economica e politica di tutti gli Stati interessati, tra cui Kazakistan e Azerbaigian, le due repubbliche ex-sovietiche che Putin ha introdotto in questo accordo. I partecipanti all’accordo producono il 60% del petrolio mondiale. Putin provocava un breve aumento dei prezzi alla vigilia della prima visita del re saudita in Russia il mese scorso, suggerendo un’estensione dei tagli entro la fine del prossimo anno, anche se sottolineava di non aver preso una decisione definitiva. Le osservazioni di Putin portavano a nuovi sforzi diplomatici di Paesi OPEC e non OPEC per cercare di concludere un accordo. Certo, non è facile. L’Arabia Saudita, il maggiore esportatore mondiale, è già insoddisfatta del fatto di subire il grosso dei tagli, lamentando che gli alleati produttori non rispettano pienamente i termini dell’accordo. È anche frustrata dalla moderazione della Russia nell’estendere l’accordo. Dopo le osservazioni di Putin, il Cremlino inviava segnali contrastanti, in parte per placare i baroni del petrolio russi, come il CEO di Rosneft Igor Sechin e il miliardario a capo di Lukoil Vagit Alekperov. Tuttavia, ci sono ancora tentativi d’impedire l’aumento dei prezzi del petrolio, che porterebbero le aziende dello scisto ad aumentare la produzione negli Stati Uniti, dove si prevede che raggiunga i 10 milioni di barili al giorno l’anno prossimo, un livello superiore ad Arabia Saudita e Russia. Per Putin, che ha stretto un’alleanza senza precedenti con l’OPEC, quando i prezzi erano inferiori di 20 dollari rispetto ad oggi, c’è un’altra ragione per non cercare un forte aumento dei prezzi. Al momento, la Russia ha un rublo debole, che avvantaggia gli esportatori, ed è meno dipendente dalle vendite di prodotti energetici per soddisfare gli obblighi di spesa. Per i produttori russi, le riduzione è sempre più dolorosa. Sebbene il Brent sia commercializzato a 63 dollari al barile, quasi il 30% in più rispetto a un anno fa, sono costretti ad iniziare a ridurre la produzione. “Ci sono tre scenari da considerare: l’OPEC prolungherà la riduzione entro l’anno fino al prossimo marzo o la fine del 2018“, affermava Erik Liron, Primo Vicepresidente di Rosneft. Ciononostante, i prezzi correnti, e la realtà geopolitica, suggeriscono che l’accordo sarà cambiato, secondo Edward Chow, del Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington ed ex-capo della Chevron Corp. “Ciò è vantaggioso per entrambi: i sauditi hanno bisogno di un grande partner per la produzione di petrolio, per influenzare efficacemente il mercato, e il potenziale del più impressionante ruolo geopolitico ed economico della Russia in Medio Oriente fa delle misure per ridurre la produzione un espediente di Mosca“, affermava.
Il ministro per l’Energia saudita Qalid al-Falih dichiarava di voler annunciare entro la prossima settimana l’estensione dei tagli entro la fine del 2018, mentre i funzionari russi dichiaravano di voler aspettare e decidere a marzo. Quando, come anticipato, il Presidente Putin parteciperà alle elezioni presidenziali. Il risultato più probabile dell’incontro di Vienna sarà un compromesso. Per l’Arabia Saudita, la necessità di condividere le decisioni sulla produzione con la Russia, alleata del nemico iraniano nella guerra civile siriana, è una pillola amara. In passato, i sauditi potevano imporre la loro volontà sui prezzi e punire i rivali, saturando il mercato come fecero contro altri membri dell’OPEC nel 1985-86, il Venezuela nel 1998-1999 e l’industria del petrolio bituminoso nel 2014-15. Ma ora l’economia dell’Arabia Saudita è in cattive acque ed ha bisogno di prezzi del petrolio più alti. Su alcuni parametri, dato il punto di pareggio, l’Arabia Saudita ha bisogno di prezzi più alti rispetto ad Iran o Russia, che nel calcolo del bilancio per l’anno successivo punta sui 40 dollari al barile. Le azioni del principe ereditario Muhamad bin Salman contro la corruzione, compresi gli improvvisi arresti di dozzine di principi e miliardari, sembrano aver solo rafforzato la ritrovata dipendenza del regno dalla Russia. “Il risanamento ha capovolto un modello pluriennale che univa l’élite e concede il successo all’ambizioso programma di riforme economiche nella lotta per la sopravvivenza“, afferma Amrita Sen, analista petrolifero presso l’Energy Aspects Ltd. di Londra. “Sullo sfondo di questa vulnerabilità, crediamo che il regno e, cosa più importante, Muhamad bin Salman, necessitino di elevate entrate petrolifere e quindi di alti prezzi che gli consentano di rimanere al potere“, affermava Sen.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Niente guerra al Libano ma mosse preliminari verso l’intesa saudita-israeliana

Elijah J. Magnier, 21 novembre 2017Non si tratta di guerra contro Hezbollah, Iran o Libano, ma di preparare la relazione aperta tra Arabia Saudita e Israele“. Questo è ciò che ha detto un politico collegato alla lotta israelo-arabo-iraniana. Nello Yemen, Hezbollah non è mai stato molto presente: poche decine di consiglieri erano nel Paese per addestrare e trasmettere la lunga esperienza raccolta in anni di guerra contro Israele e in Siria. Gli istruttori delle forze speciali di Hezbollah erano presenti nello Yemen per insegnare ai zayditi Huthi come difendersi dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti e dalla continua aggressione saudita. È dovere dei musulmani difendere gli oppressi (Mustadafin) come l’Imam Khomeini sostenne i libanesi durante l’invasione israeliana del 1982. Il dovere religioso dell’Iran ha dettato l’obbligo di sostenere l’Iraq contro le forze di occupazione nel 2003 e anche la resistenza afgana. “Oggi gli yemeniti vengono sterminati e il mondo guarda impotente e insensibile, permettendo all’Arabia Saudita di distruggere il Paese e uccidere“. Tuttavia, oggi c’è minor bisogno dell’esperienza di Hezbollah nello Yemen. La resistenza ha acquisito abbastanza esperienza e addestramento, combattendo in un ambiente diverso da Libano, Siria e Iraq. Non c’è bisogno che Hezbollah rimanga nello Yemen o in Iraq dove il gruppo “Stato islamico” (ISIS) è stato sconfitto ed espulso da ogni città irachena. Oggi gli iracheni hanno abbastanza uomini, mezzi avanzati e grande esperienza per resistere a qualsiasi pericolo. Quindi non c’è più bisogno di Iran, Hezbollah o che le forze statunitensi rimangano in Mesopotamia. In Siria, la fonte ritiene che “Hezbollah è nel Levante su richiesta del Presidente Bashar al-Assad per combattere taqfiri e terrorismo. Con la città di al-Buqamal sotto il controllo dell’Esercito arabo siriano, lo SIIL ha perso l’ultima città in Siria anche se esiste ancora ad est dell’Eufrate, nella Badiyah (steppa) e in alcune sacche ai confini meridionali siriani. Ci sono ancora migliaia di terroristi di al-Qaida ad Idlib, presso Hajar al-Asuad e nel sud della Siria. Pertanto, è solo su richiesta diretta del presidente siriano che Hezbollah può rimanere o lasciare il Paese. Indipendentemente da quanto rumorosi siano statunitensi, israeliani e sauditi, la presenza di Hezbollah in Siria è legata al governo siriano e a nessun altro“.
Per il Libano, il primo ministro Sad Hariri è stato liberato dal carcere d’oro in Arabia Saudita e dovrebbe tornare in Libano nelle prossime ore. Secondo la fonte “non c’è alcuna guerra araba contro l’Iran nella regione o israeliana contro il Libano. Ciò non significa che Hezbollah possa ritornare a casa e cessare qualsiasi preparativo per una possibile guerra futura. Il ritorno di Hariri è ovviamente legato all’agenda saudita che chiederà ad Hezbollah di ritirarsi da Siria, Yemen ed Iraq e a cedere le armi. Va notato che Hezbollah ha sostenuto la liberazione di Hariri in quanto detenuto illegalmente dall’Arabia Saudita e perché primo ministro del Libano. L’Arabia Saudita non può essere autorizzata a trattare il Libano come se fosse una sua provincia. E per Hariri è illusorio credere che stia tornando in Libano da eroe per dettare la politica saudita, che possa attuarne i desideri e ottenere ciò che Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita non hanno ottenuto. Se davvero insiste sull’agenda saudita, può tornarsene in Arabia Saudita questa volta da ex-primo ministro. La visione saudita del Medio Oriente semplicemente non accetta la multietnicità e la convivialità in Libano tra tutte le religioni e i vari gruppi politici e loro rappresentanti“. Non è quindi questione dell’Iran o delle riserve di armi di Hezbollah o del loro intervento militare regionale. La guerra in Siria è stata vinta dall’Asse della Resistenza e l’altra parte (Stati Uniti, UE, Qatar, Giordania, Turchia e Arabia Saudita) non è riuscita a cambiare il regime, a distruggere la cultura multietnica in Siria, e a legare le mani agli estremisti. È semplicemente la questione dell’Arabia Saudita che prepara la relazione ampia e aperta con Israele. L’Arabia Saudita agisce come se avesse bisogno di tale scenario per coprire le sue future relazioni con Israele. Vediamo ogni giorno accademici, scrittori e persino funzionari sauditi usare la scusa di “combattere l’Iran, nemico comune” per giustificare la prossima relazione con Israele. In effetti, l’opinione pubblica israeliana è pronta ad accogliere l’Arabia Saudita e viceversa.
Questo nuovo progetto saudita è chiaro e non ingannerà gli arabi. I Paesi arabi hanno promesso di stabilire un rapporto ufficiale con Israele in cambio delle teste di Hezbollah e dell’Iran. In cambio, Stati Uniti ed Israele hanno promesso d’impegnarsi sul conflitto arabo-israeliano. Questa non è una soluzione del conflitto arabo-israeliano e Trump non può certo adempiere alle promesse. Israele non lascerà agli arabi ciò che ottiene gratuitamente (la relazione coi Paesi del Golfo). Chi corre a stabilire legami con Tel Aviv lo fa di sua spontanea volontà, per usare Israele come ponte per gli Stati Uniti. D’altra parte, anche la nuova alleanza USA-Arabia Saudita non potrà consegnare le teste di Iran e Hezbollah senza sprofondare la regione in una guerra globale. Questi Paesi sono pronti a una guerra del genere in cui i costi supereranno i benefici?Traduzione di Alessandro Lattanzio

Medio Oriente: il declino della potenza statunitense

Viktor Mikhin, New Eastern Outlook 20.11.2017Il leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che la cooperazione tra Mosca e Teheran e il rifiuto dei pagamenti reciproci in dollari statunitensi potrebbero isolare gli Stati Uniti e “respingere le loro sanzioni“. Il Leader Supremo ha aggiunto: “È possibile cooperare con la Russia nel trattare questioni di ampiezza che richiedono impegno, determinazione e cooperazione logistica“. In questo contesto, non va dimenticato che la Cina, grande acquirente di petrolio, è il giocatore chiave nella soppressione dei petrodollari. Pechino ha già presentato un nuovo mercato del petrolio in yuan (in questo momento, due contratti per il greggio, WTI e Brent, sono scambiati in dollari USA) e pubblicherà il primo contratto sudafricano entro la fine di quest’anno. È interessante notare che è stato annunciato che qualsiasi esportatore di petrolio che accetterà il pagamento in yuan potrà convertirli in oro alla Shanghai Gold Exchange (SHGE) e coprire il valore in valuta dell’oro presso la Shanghai Futures Exchange (SHFE). Questo è il motivo per cui la Cina ha bisogno di oro fisico recentemente acquistato su larga scala. Indubbiamente, tutti gli esportatori di petrolio, e specialmente chi ha scarsi rapporti politici con gli Stati Uniti, trarranno profitto da questa segregazione del mercato dei futures cinese. Poiché ogni diminuzione dell’influenza del dollaro diminuisce seriamente la capacità di Washington di condurre la guerra economica a certi Stati, l’introduzione dei futures del petrolio scambiati in yuan consentirà agli esportatori di petrolio, ad esempio Russia, Iran e Venezuela, di evitare sanzioni sul commercio petrolifero. Quindi, un piano è stato commissionato per rovinare gli Stati Uniti d’America sotto i nostri occhi. Secondo quanto riferito, il dollaro, valuta mondiale (e non l’industria o l’agricoltura), costituisce il fondamento del potere statunitense. È questa valuta mondiale consente agli Stati Uniti di derubare il mondo intero, costringendo i popoli a pagare i desideri ambiziosi di Washington. Qualche tempo fa il dollaro veniva assicurato nell’equivalente in oro, poi abolito, ed ora è in effetti senza garanzie. Gli Stati Uniti imposero un accordo all’Arabia Saudita che prevedeva il loro aiuto militare e la “protezione” dei suoi giacimenti petroliferi, sebbene non fosse chiaro da cosa. In cambio, i sauditi s’impegnarono ad eseguire tutte le vendite di petrolio in dollari ed investire i loro profitti in titoli del debito statunitensi. Nel 1975, tutti i membri dell’OPEC furono costretti, su pressione di Washington, a seguirne l’esempio. Di conseguenza, il mondo sprofondò nel pantano dei petrodollari.
Non è che i capi dei Paesi petroliferi non capissero che si trattava di una rapina da parte degli Stati Uniti, ma allo stesso tempo non potevano intraprendere nulla da soli perché Washington schiacciò tali sforzi, arrivando addirittura ad occupare gli Stati insubordinati, come l’Iraq ad esempio: gli Stati Uniti imposero sanzioni spietate, facendo sì che la gente comune ne soffrisse. Le sanzioni esistevano dal 1991 e sembrò che rimanessero per sempre. Tuttavia, all’inizio del XXI secolo, Sadam Husayn decise di vendere il petrolio in euro col programma “Oil for Food“. Ci fu l’immediata rappresaglia: con la pretesa di democratizzare l’Iraq, i militari statunitensi occuparono il Paese e vi scatenarono la guerra civile ancora in corso. Sadam Husayn fu impiccato. Un altro esempio: Muammar Gheddafi, leader della Jamahiriya araba libica, favorito da Europa e Stati Uniti, decise d’introdurre il dinaro d’oro e svolgere tutti gli scambi solo in quella valuta. La punizione fu istantanea: cosiddetti disordini popolari furono organizzati dall’estero e le risoluzioni ONU imposte da Washington legarono, mani e piedi, il leader libico brutalmente assassinato poco dopo. Tuttavia, l’idea di sbarazzarsi della morsa del dollaro USA non è scomparsa, e proprio ora, potenti Stati liberi dall’influenza statunitense, come Russia, Cina e Iran, hanno deciso di farlo. Il futuro di un altro Paese, l’Arabia Saudita, leader nella produzione di petrolio greggio, è in pericolo. Cioè, il destino degli Stati Uniti, che hanno preso tutte le misure possibili per mantenere Riyadh nella propria orbita, dipende, senza esagerazione, dalla posizione del regno. Perciò l’attuale situazione saudita non è difficile da capire. In primo luogo, la tradizione avviata da Abdulaziz ibn Abdurahman ibn Faysal al-Saud, fondatore del regno, di passare il potere da un figlio all’altro non c’è più. In secondo luogo, c’è la lotta senza precedenti per il potere da quando Salman bin Abdulaziz al-Saud, l’attuale re, tolse l’erede legittimo e dichiarò il desiderio di passare il potere al figlio Muhamad bin Salman al-Saud. In terzo luogo, il nuovo erede, privo d’esperienza, ha già commesso diversi gravi errori. Ha speso molti fondi per sostenere i gruppi terroristici in Siria, scatenato una lotta insensata contro il vicino Yemen, e ha un ambiguo conflitto personale col Qatar. Inoltre, la lotta per il mercato petrolifero mondiale ha portato al forte calo dei prezzi dell’oro nero, comportando un deficit di bilancio. A peggiorare le cose, una crisi ancora irrisolta è sorta in Libano quando il suo primo ministro è partito per l’Arabia Saudita da cui ha inviato la lettera di dimissioni. Ha spiegato la decisione con l’interferenza dell’Iran negli affari interni del suo Paese, la pressione di Hezbollah e l’informazione su un tentativo di assassinerlo in preparazione, di cui è stato presumibilmente informato dall’intelligence saudita.
Attualmente, un nuovo e piuttosto decisivo round della lotta per il potere istigato da Washington si svolge nel Regno. Ovviamente, l’attuale re, prima di passare il potere al figlio, cerca di chiarire il quadro politico e di eliminare qualsiasi rivale, anche se membri della famiglia saudita al potere. Un nuovo comitato anti-corruzione guidato dal principe ereditario è stato creato con decreto reale. Il comitato ha il diritto di condurre proprie indagini ed arresti, imporre divieti di viaggio, congelare i beni bancari e attuare altre misure nel quadro della lotta alla corruzione. Dal 10 novembre, duecentootto persone sono detenute in Arabia Saudita per la campagna anti-corruzione senza precedenti. Sette furono precedentemente rilasciati senza accuse. Gli altri, come il procuratore generale del regno Saud al-Mujab ha detto ad al-Jazeera, sono ancora agli arresti. Subito dopo, il segretario di Stato USA Rex Tillerson ebbe una conversazione telefonica con l’omologo saudita Adil al-Jubayr, durante cui discussero della situazione in Arabia Saudita o, più precisamente, il ministro degli Esteri saudita ricevette ulteriori istruzioni dagli statunitensi. Nel frattempo, Washington mette abilmente e deliberatamente il futuro re contro altri membri della famiglia Saud, in modo che Muhamad bin Salman resti solo e faccia affidamento totale al sostegno degli Stati Uniti. Per inciso, anche il principe saudita Walid bin Talal bin Abdulaziz al-Saud, uno degli uomini più ricchi del Medio Oriente (e che era a capo del ministro delle Finanze saudita) è tra i detenuti. Il principe è il nipote del fondatore dell’Arabia Saudita e di sei re sauditi, incluso l’attuale. Non ha mai cercato il potere politico e ha preferito investimenti e giochi d’azzardo in borsa. Il principe ha tre titoli accademici, di cui uno in filosofia. Per la prima volta nella storia del regno sua figlia, una principessa, fu arrestata. C’è un altro problema altrettanto complicato relativo al petrolio, cioè con quale valuta il petrolio va venduto alla Cina, ancora una delle più grandi piattaforme di trading per i sauditi. Nel frattempo, l’Arabia Saudita continua a chiedere con insistenza solo dollari in cambio del petrolio agli importatori cinesi. Pechino è piuttosto infastidita da tale testardaggine, perché ha una vasta gamma di fornitori di petrolio da cui scegliere. Le autorità cinesi hanno cercato di fare capire a Riyadh che il fanatismo per il dollaro può costare parecchio. Tuttavia, il passaggio dal dollaro allo yuan sarebbe un duro colpo per gli Stati Uniti, l’alleato chiave del Regno, ma Riyadh si arrenderà prima o poi. Cosa succederà allora agli Stati Uniti?
A causa di ciò, il rifiuto di alcuni importanti produttori di petrolio dei pagamenti in dollari darebbe un colpo irreparabile agli Stati Uniti e contribuirà notevolmente al declino dell’impero statunitense e delle sue ambizioni egemoniche.Victor Mikhin, corrispondente di RANS, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio