Attacchi aerei: Israele si rompe i denti sulla Siria

Mikhail Gamandij-Egorov, al-Manar, 6 dicembre 2017Israele vede la superiorità aerea in Medio Oriente seriamente limitata. Damasco, dopo aver eliminato la minaccia terroristica, non lascia più senza risposta le aggressioni israeliane, registrando un primo successo in questo settore. La fine dell’impunità aerea di Tel Aviv è gravida di conseguenze nella regione. L’intercettazione da parte dei siriani di diversi missili terra-terra israeliani indica i cambiamenti radicali nella bilancia di potere nel Vicino e Medio Oriente. Questa evoluzione militare è senz’altro sostenuta dai cambiamenti della linee di forza geostrategiche, che non saranno lamentati dai partigiani della multipolarità. Affrontando quest’ultimo punto, si nota innanzitutto l’isteria sempre più evidente dai capi israeliani. Netanyahu, notando il fallimento del suo scenario ideale, l’incancrenimento indefinito del conflitto siriano, minaccia quasi quotidianamente Damasco ed alleati, tra cui Teheran. A volte le minacce sono seguite da momenti di silenzio, poiché la nuova realtà sembra travolgere i capi dello Stato ebraico. In effetti, nei giorni scorsi, Israele alzava i toni dicendo che “non tollererà alcuna presenza iraniana in Siria”. Dimenticando che la Siria non è una colonia israeliana, come quelle nel territorio palestinese. Inoltre trascura il fatto che la Repubblica Siriana, in quanto Stato sovrano, non deve chiedere il permesso di terzi, siano israeliani, statunitensi o europei, per la presenza sul suo territorio delle forze alleate di Russia, Iran od Hezbollah. Tel-Aviv sembra anche sorpresa che la Siria abbia non solo sconfitto decine di migliaia di terroristi che operavano sul suo territorio da diversi anni, grazie all’aiuto decisivo della Russia, avviando ampi progetti di ricostruzione nazionale, ma che anche imponga le nuove condizioni nella difesa del proprio spazio aereo. Va ricordato che durante la guerra di Siria ed alleati contro il terrorismo internazionale, l’aviazione sionista compì numerosi raid contro le postazioni dell’Esercito arabo siriano, senza mai toccare alcun gruppo terroristico, come SIIL o al-Qaida? Damasco non mancò di sottolineare la complicità tra Tel Aviv e i gruppi terroristici. Ma al di là di tali convinzioni, è chiaro che la Siria non poteva in genere difendere adeguatamente il proprio territorio dagli attacchi israeliani; in realtà, l’Esercito arabo siriano era principalmente mobilitato nella lotta al terrorismo e, secondo il Presidente Assad, diversi sistemi di difesa aerea furono distrutti dai terroristi all’inizio del conflitto.
Alcuni pettegolezzi non esitavano a denigrare la Russia, alleata di Damasco, sulla volontà di affrontare gli attacchi aerei israeliani, che spesso solcano lo spazio aereo libanese. La sola azione visibile di Mosca era convocare l’ambasciatore israeliano per presentargli le proteste ufficiali. Personalmente, sono convinto che se il Cremlino avesse provato, invano, a convincere Israele a fermare le ostilità contro la Siria, la ragione principale di tale “pazienza” era concentrarsi sull’eliminazione dei terroristi in Siria. Missione compiuta, dato che i terroristi sono stati eliminati per più del 95%. Sulle incursioni aeree contro Damasco, la Russia aveva annunciato l’intenzione di rafforzare in modo significativo la difesa aerea siriana. Alcuni potrebbero aver pensato che sarebbero state solo parole. La Russia ha fatto di tutto per nasconderlo, ma i risultati ci sono: con diversi missili israeliani intercettati, la Siria ha dimostrato di poter contrastare gli attacchi israeliani. La Russia, da buon alleato, non sbandiera di certo le ragioni di tale cambiamento della difesa antiaerea della Repubblica Araba. Non è sua abitudine. Un po’ come al momento delle vittorie decisive ad Aleppo, Palmyra, Homs o Dayr-al-Zur, dove la Russia ha sempre lasciato la palma della vittoria a popolo, esercito e governo siriani. Tuttavia, una cosa è certa: lo Stato sionista non domina più lo spazio aereo della regione. La pillola sarà difficile da ingoiare, ma avverrà. E invece di rompersi i denti, Israele farebbe meglio a ripensare la propria politica verso Siria, Palestina e l’intera regione. In caso contrario, potrebbe affrontare conseguenze che gli saranno certamente dannose.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Trump rischia grosso su Gerusalemme

Frontier Insights 7 dicembre 2017Il presidente Trump annunciava che intende trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme entro sei mesi, oltre a dichiarare l’audace riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Tale atto inaudito è stato ampiamente denunciato dalla maggior parte dei capi di Stato, ad eccezione ovviamente del governo israeliano. Attualmente, quasi tutti i Paesi con relazioni diplomatiche con Israele hanno la missione a Tel Aviv. Trump ha appena fatto una grande scommessa per risolvere il lungo conflitto tra Israele e Palestina. Ma già da come le cose si svolgono, le speranze di una soluzione sono lontane.

Breve riassunto del conflitto arabo-israeliano
Questo è un conflitto molto lungo, teso e complicato, quindi il riassunto non si garantisce in alcun modo adeguato, non potendo coprire tutto, poiché probabilmente richiederebbe un intero libro. In breve, l’ultimo grande cambiamento che emerge quale riferimento della maggior parte dei tentativi di accordi di pace, è la guerra dei 6 giorni del 1967, quando Israele sconfisse gli arabi. Israele finì col prendere il Sinai dall’Egitto, Gerusalemme Est e Cisgiordania dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Da allora, il Sinai fu restituito all’Egitto con l’accordo di pace nel 1979, mentre le alture del Golan e la Cisgiordania (nota anche come Giudea e Samaria in Israele), sono rimaste sotto occupazione israeliana. La maggior parte dei tentativi di risoluzione del conflitto arabo-israeliano da allora faceva frequenti riferimenti ai confini precedenti al 1967, quando la composizione politica di Israele e Palestina era molto più vicina al piano di partizione originale dell’ONU del 1947, Risoluzione 181. Il motivo per cui ciò non è esatto è che il piano di partizione originale cambiò dopo la guerra del 1948, quando gli arabi dichiararono guerra ad Israele il giorno dopo aver dichiarato l’indipendenza. Israele vinse la guerra e occupò più terra di quella in origine lasciata dall’ONU.

Problemi chiave
Diritto al ritorno
I palestinesi espulsi e/o fuggiti da Israele durante la guerra del 1948, che all’epoca erano oltre 700000, si stabilirono in grandi campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Oggi sono 4-5 milioni. Il diritto al ritorno è una richiesta che sancisce il diritto ai rifugiati di tornare in Israele. Israele si oppone fermamente a ciò per ovvi motivi; ne cambierebbe i dati demografici in favore degli arabi.

Status di Gerusalemme
Entrambe le parti rivendicano Gerusalemme come capitale, con Gerusalemme Ovest conosciuta come la metà israeliana, e Gerusalemme Est conosciuta come la metà araba. L’ONU dichiarò Gerusalemme città internazionale, per la sua importanza sia per gli israeliani che per gli arabi, così come per cristiani, ebrei e musulmani. La Chiesa ortodossa russa orientale, il Vaticano e il musulmano Waqf possiedono le proprietà storiche di Gerusalemme e sovrintendono vari monumenti sacri, consolidando così la nozione di status internazionale.

Sicurezza
Con la divisione dell’Autorità Palestinese tra Hamas a Gaza e Fatah a Ramallah (Cisgiordania), Fatah riconobbe il diritto d’Israele ad esistere all’inizio degli anni ’90, prima degli accordi di pace di Oslo del 1993. Tuttavia, Fatah non riconosce il diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico. Hamas non riconosce il diritto d’Israele di esistere in alcuna forma, mentre Israele lo esige. Perciò, Gaza subisce un intenso blocco aereo, marittimo e terrestre da Israele, mentre la Cisgiordania ha libertà di movimento molto limitata, con limitate forze di sicurezza palestinesi autorizzate a controllare una zona interna alla zona esterna dei checkpoint della sicurezza israeliana. Israele insiste su un’autorità palestinese smilitarizzata in qualsiasi accordo. L’AP probabilmente insisterà su una più ampia forza di polizia e di confine, ma qualsiasi cosa al di là di ciò sarà considerata grave minaccia per Israele. Israele ha costruito il famigerato muro di cemento, la “barriera di sicurezza”, attorno ai territori palestinesi, impedendo gli attacchi suicidi dell’Intifada, ma divenendo anche simbolo di oppressione. La peggiore minaccia che ora affronta sono gli attacchi coi razzi dall’estero e quelli dei lupi solitari all’interno. I palestinesi non hanno praticamente forze di sicurezza e sono vulnerabili alle IDF.

Confini e insediamenti
Questo è un importante punto critico perché il governo israeliano attivamente persegue un cambio demografico a proprio favore costruendo insediamenti ebraici illegali in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e sfrattando i palestinesi a Gerusalemme e Cisgiordania. Molti lo vedono come un modo per pregiudicare i territori palestinesi. Le IDF sono note fare nulla contro i coloni illegali che molestano i palestinesi. L’espansione degli insediamenti è l’opportunismo israeliano verso un’Autorità palestinese disunita. La costruzione della “barriera di sicurezza” portava Israele ad assorbire circa il 10% delle terre palestinesi in Cisgiordania. Quindi, la richiesta dell’Autorità Palestinese dei confini di prima del ’67 rimane un argomento molto controverso. Questi sono i problemi principali. Ora si analizzano le azioni di Trump in tale contesto.Gli Stati Uniti in veste di mediatori sono permanentemente danneggiati
Trump ha una posizione fin troppo filoisraeliana screditando gli USA come mediatori del conflitto. Ridurrà ancor più il prestigio degli Stati Uniti nel mondo arabo, in particolare nel contesto degli ultimi due decenni d’imperialismo statunitense in Medio Oriente, causando incessanti massacri attraverso cambi di regime, ingerenza palese nella guerra tra sunniti e sciiti, così come ierrorismo sponsorizzato da Stati. Francamente, la mediazione degli Stati Uniti non può più essere presa sul serio. Adottare un approccio non sfumato e riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele senza menzionarne l’importanza per palestinesi e musulmani, è sbagliato. Tale posizione è grossolanamente incompatibile con la soluzione dei 2 Stati. Si ha solo la soluzione di uno Stato: quello ebraico. Trump ha fatto una mossa estrema anche per gli standard statunitensi, dove alcuna precedente amministrazione degli Stati Uniti osò fare una simile dichiarazione. I politici europei hanno condannato tale mossa. Quindi lo status di Gerusalemme come questione chiave del conflitto arabo-israeliano è ormai danneggiato da tale posizione nettamente filo-israeliana. Jared Kushner chiaramente lavora per l’agenda sionista e Trump ne è un burattino.

L’escatologia di fondo
Credo che le basi di tale dichiarazione siano state poste tempo fa dai neocon filo-sionisti. Le loro guerre e destabilizzazione del mondo musulmano hanno contribuito a indebolirlo con lotte intestine, guerre ed odio, permettendo ai sionisti di promuovere la loro agenda mentre il mondo islamico rimane diviso. La politica estera degli Stati Uniti è guidata da un’alleanza tra sionisti cristiani di destra ed sionisti ebrei, rappresentati da cittadini statunitensi-israeliani che operano negli USA per promuovere il programma israeliano. Tale alleanza di convenienza mira a schiacciare l’opposizione musulmana in Israele, dato che gli evangelici credono che Israele debba essere solo uno Stato ebraico, pre-condizione per la seconda venuta di Cristo. Gli ebrei d’altra parte, in ultima analisi, mirano a ricostruire il loro terzo tempio, che necessariamente significa distruggere le moschee di al-Aqsa e della Cupola della Roccia, entrambe molto sacre per l’Islam. Questa è una resa dei conti religiosa di proporzioni potenzialmente apocalittiche. Purtroppo, auto-avverantesi e delirante. Il fattore religioso è il fine a Gerusalemme. Escatologia significa fine dei tempi, segno distintivo di tutte le religioni abramitiche convergenti su Israele.

Il fattore russo
La Russia potrebbe rispondere bilanciando la situazione aprendo l’ambasciata a Gerusalemme Est, dando così speranza alla causa palestinese. A ciò potrebbe seguire la corsa di varie nazioni ad aprire le missioni diplomatiche a Gerusalemme Ovest od Est, legittimando la città come internazionalmente importante. Sarebbe una mossa rischiosa per Putin, ma comunque possibile. Aiuterebbe Trump a salvare la faccia, calmando una situazione potenzialmente esplosiva. La volontà del contrappeso russo sarà seguita nel mondo arabo, specialmente dopo la decisa dimostrazione di forza in Siria.

Potenziale scissione con alleati arabi
Dopo la guerra del 1973, gli Stati arabi si unirono per mettere in ginocchio l’occidente con un devastante embargo petrolifero. Fu la risposta al sostegno occidentale ad Israele nella guerra e una dimostrazione così profonda di potere che diede vita all’accordo sul petrodollaro, con cui gli USA sterilizzarono l’arma petrolifera araba fatturandone la vendita in dollari USA in cambio di garanzie per la sicurezza agli Stati arabi. Così, la mossa di Trump rischia di alienare gli alleati arabi, in particolare gli Stati fantoccio nel Golfo, già visti come troppo vicini a Israele e USA dal loro popolo. Questo potrebbe imbarazzarli seriamente, venendo visti come filo-sionisti e costringendoli a prendere le distanze da Stati Uniti e Israele. Trump potrebbe benissimo finire per unire il mondo musulmano con tale mossa e contro USA ed Israele, perdendo altri alleati e annullando decenni di complotti di CIA-Mossad volti esattamente al contrario, seminare discordia nel mondo musulmano. Non va dimenticato che potrebbe anche spingere l’Arabia Saudita, se abbastanza irritata, a rinunciare al petrodollaro per il petroyuan e scartare qualsiasi possibilità di quotare Aramco sulla borsa di New York. Qui appare un possibile sospetto; Jared Kushner avrebbe convinto l’ingenuo Muhamad bin Salman ad impegnarsi nella faida familiare per indebolire i sauditi poco prima dell’annuncio di Gerusalemme? Non si sa a questo punto, ma è possibile che l’alleanza evangelico-sionista si sia posizionata per distruggerli, per così dire, in Israele. Ma ciò potrebbe tremendamente ritorcerglisi contro, essendoci già in programma proteste di massa. Vladimir Putin osserverà da vicino come ciò influirà sulla posizione degli USA nel mondo musulmano, e potrebbe cogliere l’opportunità d’intervenire in soccorso laddove gli USA hanno fallito, ancora una volta. Il fatto che questo accada poco prima di Natale dimostra che la mossa ha intenti evangelico-sionisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Lo sporco segreto di Raqqa

L'”accordo segreto” della Coalizione USA per permettere ai terroristi dello SIIL di fuggire
Prof. Michel Chossudovsky, Mondialisation 1° dicembre 2017Il segretario alla Difesa James “Mad Dog” Mattis confermava a maggio la volontà di Washington di annientare i terroristi dello Stato Islamico (SIIL): “La nostra intenzione è che i combattenti stranieri non sopravvivano alla battaglia e tornino in Nord Africa, Europa, America, Asia e Africa. Li fermeremo…” (citazione da un articolo della BBC intitolato “Lo sporco segreto di Raqqa”). Ciò che precede è il “piano narrativo politico” del Pentagono. La verità nascosta è che lo zio Sam soccorse lo SIIL. Tale decisione fu ovviamente presa ed eseguita dal Pentagono piuttosto che dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Come confermato da un articolo della BBC intitolato “Lo sporco segreto di Raqqa“, la coalizione guidata dagli Stati Uniti permise l’esodo dei terroristi dello SIIL e dei loro familiari dalla fortezza di Raqqa, nel nord della Siria. Sebbene l’articolo della BBC si concentri sui dettagli dell’operazione, rivela l’esistenza di un “accordo segreto” tra Stati Uniti e l’incrollabile alleata inglese per consentire ai terroristi di fuggire da Raqqa. “L’accordo che consentiva ai terroristi dello SIIL di sfuggire da Raqqa, capitale de facto del loro califfato auto-nominato, fu preparato da funzionari locali. Fu concluso dopo quattro mesi di combattimenti che lasciarono la città completamente distrutta e praticamente svuotata della popolazione. Salvò delle vite e concluse i combattimenti. Salvò anche la vita di arabi, curdi e altri combattenti contro lo SIIL. Ma permise a centinaia di terroristi dello SIIL di fuggire dalla città. Al momento, né la coalizione guidata da Stati Uniti e Regno Unito, né le Forze Democratiche Siriane (SDF), che la coalizione sostiene, l’ammisero. Questo patto, questo sporco piccolo segreto di Raqqa, minacciava il mondo, permettendo ai terroristi di allargare i tentacoli in Siria e oltre? Cercarono di nascondere questo segreto al resto del mondo, ma la BBC ha potuto parlarne con dozzine di persone che fecero parte dei convogli o che lo videro, così come coi negoziatori dell’accordo. (…) Non era una evacuazione. Fu l’esodo del cosiddetto “Stato islamico”.” (Quentin Sommerville e Riam Dalati, Lo sporco segreto di Raqqa, BBC, novembre 2017)
Gli aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti monitorarono l’evacuazione dei terroristi, ma ovviamente i convogli di autobus e camion non furono bombardati. La coalizione ora conferma di non avere personale sul terreno, ma di aver monitorato i convogli dall’aria (ma senza bombardarli) (…) Alla luce delle indagini della BBC, la coalizione ora riconosce il ruolo che svolse nell’accordo (…)” (ibid) Se l’aviazione statunitense avesse voluto attaccare i convogli dello SIIL, sarebbe stato facile. La coalizione poteva anche bloccarli (riducendo al minimo gli incidenti) e imprigionare i combattenti stranieri. I funzionari statunitensi asserirono con nonchalance che, non partecipando ai negoziati, non poterono impedire l’esodo dei terroristi: ““Non volevamo che qualcuno se ne andasse”, diceva il colonnello Ryan Dillon, portavoce della Coalizione contro lo SIIL dell’Operazione Absolute Determination. “La decisione spetta ai siriani. Sono loro che combattono e muoiono, quindi spetta a loro decidere sulle operazioni”. Sebbene durante i negoziati fosse presente un ufficiale occidentale, la coalizione non vi prese parte attiva, sostiene il colonnello Dillon (…)” (ibid) Ciò che è significativo è che la maggior parte dei terroristi proveniva da numerosi Paesi esteri, suggerendo un programma di addestramento e reclutamento attentamente pianificato: “(…) C’era un enorme numero di stranieri, da Francia, Turchia, Azerbaigian, Pakistan, Yemen, Arabia Saudita, Cina, Tunisia, Egitto (…) La maggior parte erano stranieri, ma c’erano anche siriani” (…) Chiedeva 600 dollari a persona e minimo 1500 a famiglia. In questo tipo di attività, ai clienti non piacciono molto le domande. Ma Imad dice che c’erano “francesi, europei, ceceni, uzbechi”. “Alcuni parlavano francese, altri inglese, altri lingue straniere” (…)” (ibid)
L’articolo della BBC suggerisce un piano meticolosamente preparato per l’evacuazione sicura dei terroristi. La spiegazione ufficiale era che l’accordo fu concluso dalle forze democratiche siriane (SDF). La coalizione guidata dagli Stati Uniti “lasciò andare” senza intervenire per impedire l’esodo e il contrabbando di terroristi stranieri da Raqqa. Non c’è nulla di sorprendente. Sin dalla nascita nel 2014, lo SIIL ebbe il sostegno della coalizione guidata dagli Stati Uniti, con la partecipazione attiva dell’Arabia Saudita. Stati Uniti ed alleati sponsorizzavano lo “Stato islamico” (SIIL). Armi, addestramento, logistica: lo SIIL è un prodotto dei servizi segreti statunitensi. I terroristi dello SIIL sono la fanteria di USA e NATO. Il bombardamento statunitense di Iraq e Siria, col falso pretesto della “guerra al terrore”, non era diretto contro lo SIIL. I terroristi erano protetti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. Lo scopo non dichiarato era uccidere i civili e distruggere le infrastrutture della Siria e dell’Iraq.Già visto:
Esodo dei terroristi dello SIIL da Raqqa, Siria (2017) ed esodo dei “combattenti nemici” di al-Qaida da Kunduz, Afghanistan (2001 )
C’è uno standard per evacuare i terroristi sponsorizzati dagli Stati Uniti? Torniamo a un’altra guerra degli Stati Uniti, l’Afghanistan del 2001, il cui scopo era proteggere “le risorse dei loro servizi segreti”. L’esodo di Raqqa è stranamente simile a quello di Kunduz ordinato da Donald Rumsfeld. In entrambi i casi l’obiettivo di Pentagono e CIA era assicurarsi la fuga (e il trasferimento) dei jihadisti stranieri sponsorizzati dagli Stati Uniti. A fine novembre 2001, secondo Seymour M. Hersh, l’Alleanza del Nord, appoggiata dai bombardamenti statunitensi, prese il controllo della città di Kunduz, sulle montagne dell’Afghanistan settentrionale: “(Almeno 8000 uomini) erano nella città negli ultimi giorni dell’assedio, circa la metà erano pakistani, il resto afghani, uzbeki, ceceni e mercenari arabi“. (Seymour M. Hersh, The Getaway, The New Yorker, 28 gennaio 2002). Tra questi combattenti c’erano diversi alti ufficiali dell’esercito e dell’intelligence pakistani, inviati nel teatro di guerra dall’esercito pakistano. La presenza di questi consiglieri nelle file dei taliban e di al-Qaida era nota e approvata da Washington. Il presidente Bush fu inequivocabile: “Sono cotti. Fuggono e li consegneremo alla giustizia”. (CNN, 26 novembre 2001). Non erano affatto cotti, perché furono evacuati in aereo in un luogo sicuro. Su ordine del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, l’esodo (evacuazione) dei combattenti di al-Qaida fu reso possibile dalle forze statunitensi in collegamento con l’esercito pakistano: “L’amministrazione ordinò al Comando Centrale degli Stati Uniti di stabilire un corridoio aereo speciale per proteggere i sopravvissuti pakistani da Kunduz al Pakistan nordoccidentale”. (…) Secondo un ex-alto funzionario della difesa, il ponte aereo fu approvato dopo le denunce dei pakistani che “c’erano agenti dell’intelligence che lavoravano nell’ombra e che dovevano uscire”. (Seymour Hersh, op cit) In altre parole, la versione ufficiale era: non eravamo noi a decidere, “fummo incastrati” dal servizio segreto pakistano (ISI). Su circa 8000 uomini, 3300 si arresero all’Alleanza del Nord, lasciando 4000-5000 “dispersi”. Secondo l’indagine di Hersh, che si basava su fonti dell’intelligence indiane, almeno 4000 uomini, inclusi due generali dell’esercito pakistano, furono evacuati. (Ibid) È la stessa smentita prevalse. I funzionari statunitensi, tuttavia, ammisero che: “Ciò che doveva essere un’evacuazione limitata apparentemente andò fuori controllo, con la conseguenza involontaria che un numero sconosciuto di taliban e alqaidisti si unì all’esodo”. (Citazione in Hersh op cit). “Evacuazione involontaria” dei combattenti di al-Qaida?

“Terroristi” e “agenti dei servizi segreti”
Il racconto di Seymour Hersh sull’esodo di Kunduz che permise l’evacuazione sponsorizzata dagli USA di taliban e militanti di al-Qaida è paragonabile all’esodo dei terroristi dello SIIL dalla città assediata di Raqqa nel nord della Siria. I combattenti di al-Qaida stranieri e pakistani furono evacuati nel nord del Pakistan, in zone successivamente attaccate dai droni statunitensi. Molti di tali combattenti entrarono nei due principali gruppi terroristici, Lashkar-e-Taiba (“esercito dei puri”) e Jaish-e-Muhammad (“esercito di Maometto”). Quale sarà la prossima destinazione dei combattenti dello SIIL evacuati da Raqqa con l’appoggio dell’esercito statunitense?

Raqqa liberata…

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mueller indica la potenza straniera “collusa” con Trump: Israele

Wayne Madsen SCF 04.12.2017Nell’accusa al gran giurì federale del consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, tenente-generale Michael Flynn, il consigliere speciale del dipartimento di Giustizia Robert Mueller indica chiaramente la potenza straniera collusa con la squadra di transizione presidenziale di Trump prima del giuramento del 20 gennaio 2017. La potenza straniera non era la Russia, la Cina o il Regno Unito, ma Israele. Subito dopo che Mueller annunciava che Flynn accettava di dichiararsi colpevole della sola accusa di falso a un agente del Federal Bureau of Investigation, l’autorevole squadra di propaganda israeliana, penetrata in ogni redazione di New York e Washington DC, entrava in azione. L’accusa a Flynn, che enuncia una delle sue due false dichiarazioni all’FBI, presenta una falsa dichiarazione di Flynn: “Il 22 dicembre 2016, Flynn non chiese all’ambasciatore russo di ritardare il voto o impedire una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni“. Kushner e il suo principale controllore, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, sepperp dell’intenzione dell’amministrazione uscente Obama di astenersi su una risoluzione egiziana, la 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sottoposta al Consiglio il 21 dicembre 2016, per condannare la decisione d’Israele d’espandersi in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nello specifico, la risoluzione chiedeva che “Israele cessasse immediatamente e completamente tutte le attività d’insediamento nel territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est“. L’astensione degli USA sulla 2334 rompeva col precedente degli Stati Uniti di porre il veto a qualunque risoluzione anti-israeliana nel Consiglio di sicurezza. Israele usò la considerevole influenza sulla squadra di Trump per sabotare la risoluzione delle Nazioni Unite, il cui voto era prevista il 23 dicembre 2016. L’accusa a Flynn afferma che chiese, su ordine di Kushner, all’ambasciatore russo a Washington di ritardare o comunque bloccare la risoluzione egiziana. L’accusa dichiara: “Intorno al 22 dicembre 2016, un membro del team di transizione presidenziale disse a Flynn di contattare funzionari di governi stranieri, inclusa la Russia, per sapere come ogni governo vedesse la risoluzione e l’influenzasse per ritardare il voto o non votare la risoluzione“. La dichiarazione sui reati di Flynn recita: “Durante il colloquio del 24 gennaio con l’FBI, Flyn rese ulteriori dichiarazioni false sulle chiamate fatte alla Russia e molti altri Paesi sulla risoluzione presentata dall’Egitto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 21 dicembre 2016“. L’accusa a Flynn afferma inoltre che aveva falsamente affermato di aver solo chiesto le posizioni dei Paesi sul voto, e che non chiese d’intraprendere azioni specifiche sulla risoluzione. Flynn affermò anche falsamente che l’ambasciatore russo non gli descrisse la risposta della Russia alla richiesta”. Flynn mentì in tutti e tre i casi. L’ambasciatore russo Sergej Kisljak respinse la richiesta di Flynn d’interferire col voto delle Nazioni Unite. L’episodio, lungi dal mostrare la “collusione” tra la squadra di Trump e la Russia, dimostra che la Russia non aderiva alle pretese di Trump, Kushner, Flynn o chiunque altro, inclusa l’ambasciatrice nominata alle Nazioni Unite Nikki Haley, che cercò di convincere l’ambasciatrice in carica Samantha Power a far decadere il voto del Consiglio di sicurezza. Secondo la rivista Foreign Policy, Flynn fece una tremenda pressione per affondare la risoluzione delle Nazioni Unite, riferendo: “Il team di transizione di Trump contattò il dipartimento di Stato con una richiesta urgente: avere numero di cellulare, e-mail e altri contatti degli ambasciatori e ministri degli Esteri dei 15 Stati membri del Consiglio di sicurezza“. Trump convinse il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ad ordinare alla delegazione ONU di ritardare il voto. L’Egitto poi ritirò il sostegno alla 2334. Tuttavia, quattro membri del Consiglio di sicurezza, Malaysia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela, vi si opposero e portarono la risoluzione al voto del Consiglio. Passò e fu promulgata con l’astensione statunitense. È certo che l’amministrazione Obama cercasse l’aiuto dell’alleata militare e d’intelligence Nuova Zelanda, nel sostenere Malesia, Senegal e Venezuela contro la furiosa opposizione di retroguardia d’Israele e della squadra di transizione di Trump. Trump e Kushner decisero, poco prima dell’accusa a Flynn, di manifestare fedeltà ad Israele annunciando che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto Gerusalemme sua capitale trasferendovi l’ambasciata. Tali azioni, lungi dal mostrare la “collusione” con una potenza straniera, accusa una lealtà conflittuale, per lo meno.
Non è noto chi nel team di transizione di Trump abbia molestato, tramite cellulare ed e-mail, ambasciatori e ministri degli Esteri di Russia, Egitto, Nuova Zelanda, Malesia, Senegal, Venezuela, Cina, Francia, Gran Bretagna, Angola, Giappone, Spagna, Ucraina e Uruguay, ma gli affari di Kushner e Trump hanno interessi finanziari significativi in Angola (miniere di diamanti), Cina (immobiliari ed abbigliamenti di Ivanka Trump), Gran Bretagna (corsi di golf di Trump) e Ucraina (partner commerciale di Kushner e Trump). Dopo che Netanyahu dichiarò al ministro degli Esteri della Nuova Zelanda Murray McCully che il suo sostegno alla risoluzione equivaleva a una dichiarazione di guerra, la Nuova Zelanda ritirò il suo sostegno. Kushner, secondo chi lo conosce, sarebbe stato più che capace di unirsi a Netanyahu nel minacciare diplomatici e governi rappresentati alle Nazioni Unite. Con un impeto di rabbia, Netanyahu richiamò gli ambasciatori israeliani in Senegal e Nuova Zelanda, cancellò i programmi di assistenza al Senegal e tolse l’accredito al ministro degli Esteri senegalese Mankeur Ndiaye per una visita programmata in Israele. In Israele chiamò gli ambasciatori di Stati Uniti ed altri dieci Paesi che votarono a favore della 2443 per rimproverarli verbalmente. Fu anche cancellata una visita programmata in Israele del primo ministro ucraino Volodymyr Grojsman, ebreo. Israele bloccò anche i visti di lavoro per i dipendenti di cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite attive nella West Bank ed espulse il portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi della Palestina e del Vicino Oriente (UNRWA). La collusione israeliana con la squadra di transizione presidenziale di Trump va oltre Trump, Kushner e Flynn, e viola il Logan Act del 1799, legge arcana che proibisce ai cittadini statunitensi di avere una propria politica estera. Convincendo Trump, Kushner e Flynn che Obama fosse dietro la risoluzione 2443, Israele cooptò la squadra di transizione di Trump. Il Logan Act è irrilevante quando Trump, Kushner, Flynn e altri hanno commesso un tradimento virtuale contro il proprio Paese per promuovere gli obiettivi politici di Israele. Non c’è mai stato un processo riuscito col Logan Act e probabilmente non ce ne sarà mai. Tuttavia, chi aveva accesso ad informazioni classificate, Trump, Kushner, Flynn, Haley e altri che contemporaneamente prendevano ordini da Israele sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, potrebbe essere ritenuto colpevole di violazione della legge sullo spionaggio. Il “pianto greco” dei sostenitori d’Israele nei media e al Congresso degli Stati Uniti ha promosso il Logan Act per minimizzare il danno causato dalla collusione tra l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon, Netanyahu, Kushner, Flynn, Trump e Haley per sabotare la risoluzione. Se il Logan Act avesse avuto qualche efficacia, sarebbe stato usato da tempo per incriminare George Soros, Sheldon Adelson, Haim Saban, Paul Singer e altri miliardari filo-israeliani che rappresentano gli interessi di altre nazioni e s’impegnano in proprie politiche estere. L’aspetto più falso del cosiddetto “Russiagate” è che lo scandalo politico che coinvolge Trump, Kushner, Flynn, l’ex-direttore elettorale di Trump Paul Manafort, i consiglieri Steve Bannon e Stephen Miller e altri, difficilmente coinvolge il governo russo. Invece, gli oligarchi europeorientali-israeliani, insieme alle loro migliaia di società off shore in luoghi lontani come le Isole Vergini inglesi, l’Isola di Jersey, le Isole Marshall e le Seychelles, insieme a ben piazzati agenti d’influenza statunitense filo-Israele, sono in prima fila nello scandalo che ora minaccia di far cadere l’amministrazione Trump. È praticamente impossibile per i media aziendali statunitensi convincersi che il titolo appropriato per lo scandalo Trump sia “Israelgate” e non “Russiagate”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Siria: l’intercettazione dei missili israeliani conferma l’esistenza della difesa ABM russo-siriano

Strategika512 dicembre 2017

Il comando siriano dichiarava che almeno 2 missili israeliani sarebbero stati intercettati e distrutti prima di colpire una struttura radar del sistema di difesa aerea che protegge Damasco. L’agenzia stampa siriana SANA rilasciava una dichiarazione secondo cui la difesa aerea siriana intercettava e distruggeva 2 missili israeliani destinati contro “una postazione militare” vicino Damasco. Secondo SANA, “il nemico israeliano ha sparato alle 2230 del 1 dicembre 2017 diversi missili superficie-superficie contro una postazione militare nella provincia di Damasco“, ma prima di continuare, “le difese aeree siriane facevano fronte all’aggressione” sottolineando, e questo è il punto più interessante, che 2 missili nemici venivano distrutti. Non è noto se si trattasse di missili Delilah GL, missile da crociera sparato da strutture a terra, molto preciso e con un raggio operativo di 250 chilometri, o una versione migliorata e modernizzata del vecchio missile Jericho I (gittata: 500 km), imprecisa ma che può trasportare una testata significativa (400 kg). Un sito d’informazione vicino ai rivoltosi in Siria confermava l’attacco aggiungendo che potenti esplosioni si erano sentite a sud-ovest di Damasco nella notte del 1° dicembre 2017. Il famosissimo e non meno controverso OSDH (Osservatorio siriano dei diritti umani), un ramo dei servizi segreti inglesi, da parte sua affermava che almeno un deposito di armi sarebbe stato colpito ma senza confermare l’informazione o fornire prove se la postazione interessata appartenesse all’Esercito arabo siriano o ad Hezbollah.
Israele è di fatto uno dei belligeranti diretti nella guerra alla Siria, anche se Tel Aviv nega qualsiasi coinvolgimento nel conflitto ripetendo che si tratta di una guerra civile che colpisce un Paese con cui è tecnicamente in guerra dal 1973. Una versione ripresa dai media cosiddetti “mainstream” ma smentita da Damasco, che considera Israele e i suoi potenti alleati occidentali e arabi principali sostenitori dei terroristi attivati in Siria. Il nuovo attacco israeliano con missili superficie-superficie è interessante per vari modi, poiché conferma in parte l’incremento delle difese aeree della Siria e dei suoi alleati, l’istituzione di un sistema di individuazione e intercettazione antibalistica abbastanza efficace da creare una deterrenza e infine l’impossibilità di lanciare attacchi aerei contro postazioni militari siriane senza una risposta. Ciò contrasta con le tradizionali strategie in Medio Oriente dove Israele ha tutta la libertà di condurre incursioni aeree in Libano, Siria, Iraq e Libia senza incontrare alcun tipo di resistenza. Ai neofiti va ricordato che gli israeliani non esitano mai a colpire in modo massiccio, quando sono certi che l’avversario non ha difese. L’impronta russa non è molto lontana. In realtà, la guerra in Siria ridefinisce i nuovi poli del potere con l’effettiva conferma dell’esistenza di una bolla della difesa antiaerea con capacità ABM che neanche i migliori aerei da combattimento e la guerra elettronica degli israeliani possono violare senza lasciarci le penne. L’incubo assoluto di Tel Aviv e del complesso militare-industriale statunitense che lo sostiene sarebbe assistere alla distruzione “pubblica” di un caccia F-35 sulla Siria da parte di un sistema SAM di produzione iraniana o nordcoreana. Questa è la fine di una guerra presentata come mera rivoluzione in Siria: si tratta della vera rivoluzione geostrategica dell’equilibrio strategico del pianeta!L’attacco israeliano su Damasco
Análisis Militares

Nelle prime ore del 2 dicembre 2017, Israele lanciava un attacco contro la capitale siriana Damasco, colpendo una base militare iraniana a Damasco. Cito due fonti, una per parte. Le informazioni più dettagliate finora sono fornite dai siriani. Secondo loro Israele aveva lanciato 4-6 missili superficie-superficie (MSS) contro l’area del distretto di al-Qiswah, a sud di Damasco. Secondo fonti governative, almeno 2, forse 3, missili sono stati intercettati utilizzando i sistemi di difesa aerea Buk-M2E. Un’altra versione sostiene che aerei israeliani avevano lanciato missili dallo spazio aereo libanese. Il che indicherebbe che fossero missili aria-superficie. In teoria ciò che è stato attaccato sarebbe una presunta base iraniana a sud di Damasco. Secondo la versione siriana, ciò che fu lanciato dalla zona delle alture del Golan sarebbe stata una salva di missili Predator Hawk.Traduzione di Alessandro Lattanzio