Francia, Nazioni Unite e colloqui di pace in Libia

Richard Galustian, Global Research, 26 dicembre 2017L’attuale situazione in Libia mostra che i processi che l’ONU e l’occidente hanno cercato d’attuare continuano a fallire. Ciononostante, c’è una nuova tendenza in Libia sulla risoluzione delle dispute sul campo, riordinando una varietà di attori, i troppi e complessi dettagli, anche se la Francia inviava il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian in Libia, nel continuo tentativo futile d’imporre il matrimonio forzato tra Fayaz Saraj, scelto e sostenuto dalle Nazioni Unite, e il capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), a Camp Marshall, nella Libia Orientale, Qalifa Haftar. Un’assoluta impossibilità.
Non sembra esserci realismo nel modo di pensare delirante della Francia e delle Nazioni Unite. Il fatto è che LNA e Haftar controllano quasi tutto il petrolio in Libia e nella maggior parte del Paese. Considerando che Saraj non può andare oltre la piccola base navale vicino Tripoli, fortemente protetta da milizie mercenarie. Dopo l’incontro di Le Drian a Tripoli con Saraj, Le Drian volava a Bengasi per incontrare Haftar, “per discutere del processo politico in Libia e della guerra al terrorismo guidata dall’esercito libico”. Haftar aveva detto a Le Drian che l’esercito non smetterà di combattere il terrorismo in Libia. Per risposta, Le Drian avrebbe informato Haftar del rispetto della comunità internazionale per i sacrifici dell’esercito contro i gruppi terroristici. Allo stesso tempo, tuttavia, Le Drian chiese ad Haftar e al comando dell’esercito di rispettare il processo politico dell’Accordo politico libico (LPA) e di lavorare a un accordo completo con tutte le parti libiche. Le Drian, Nazioni Unite e potenze occidentali non riescono ancora a capire che l’LPA è respinto dal popolo libico come totalmente illegittimo e completamente irrilevante per il processo di pace. Haftar non s’impegna nel processo politico come dettato dall’ONU, e continua a sottolineare l’importanza del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale degli sforzi dell’LNA contro il terrorismo. Haftar presumibilmente aggiunse con fermezza, “Togliere l’embargo sulle armi all’esercito, se deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà molto apprezzato”. Il Comando del LNA crede ancora che alcune potenze cerchino di mantenere l’embargo sulle armi per dare una leva a un certo partito politico nel Paese, forse per ricreare un altro partito islamista in Libia; per deduzione, si presume che Haftar parlasse principalmente del chiaro appoggio internazionale di Regno Unito, Stati Uniti, Nazioni Unite e UE al partito dei fratelli musulmani e ai suoi membri, a cui Haftar si oppone con veemenza. A questo punto va notato che la maggior parte dei libici sa che Serraj ‘è schiavo’ della Confraternita. Inoltre, siamo molto chiari. Haftar annunciava che l’accordo politico libico “è scaduto” due anni dopo che le parti politiche libiche l’avevano firmato, dicendo “A partire dal 17 dicembre 2017, scade il cosiddetto accordo politico. Pertanto, tutti gli organismi risultanti da tale accordo hanno automaticamente perso legittimità, messa in discussione sin dal primo giorno“, in un discorso televisivo. Haftar e la maggior parte della popolazione libica dicono “no” al LPA. Se l’ONU persiste con questa fantasia significa che è drogata o incompetente, o forse entrambe, perdonando l’irriverenza. L’LPA non ci sarà. È impossibile. Tornate sulla terra.
Innanzitutto, ai libici non interessano i migranti che secondo la stampa occidentale liberale e l’Unione europea sono una priorità. Per i libici non lo sono, vogliono che i migranti se ne vadano a casa e l’ONU smetta d’interferire e lasci che l’attore più forte in Libia porti ordine e pace nel Paese. Quell’attore sono Haftar e la LNA, e l’unica cosa che impedisce questa naturale evoluzione è la continua interferenza inutile del mondo occidentale. Francia e ONU continuano i colloqui con istituzioni ed entità superflue di Libia orientale e occidentale, ostacolando la soluzione al pantano libico. In parole semplici, l’occidente ha scelto la parte sbagliata sostenendo la Libia occidentale quando l’orientale possiede e occupa, per gentile concessione del LNA di Haftar, la maggior parte del petrolio e della nazione della Libia. I sauditi sono importanti; con l’accordo di varie fazioni, tra cui Haftar, inviarono alcuni religiosi a gestire la mappa religiosa di Misurata (e di tutta la Libia). L’assassinio di pochi giorni prima del sindaco di Misurata è parte di tale lotta globale contro l’ideologia dello SIIL e il suo opposto, il secolarismo. Alcuni vedono il salafismo come “casa a metà strada”, per così dire. Anche se non può essere confermato, Haftar sembra aver fatto un accordo coi sauditi affinché una manciata di loro chierici “risolvesse” Misurata permettendo la promozione del salafismo nella convinzione che distrugga i resti dell’estremismo dello SIIL presso Misurata e ovviamente altrove nel Paese. Questo “compromesso” tra il minore dei due mali, i salafiti e l’ideologia dello SIIL, deve trovare spazio affinché un certo secolarismo si evolva, cosa che la maggior parte dei libici vuole. Niente è facile.
Anche gli Emirati Arabi Uniti sono cruciali per il futuro della Libia. Sia causa della vicinanza alla nuova generazione della leadership saudita che dal punto di vista pratico, per via della base aerea stabilita due anni fa nella Libia orientale. La costruzione della base aerea al-Qadim degli Emirati Arabi Uniti nella Libia orientale, significa che in meno di qualche settimana potranno dispiegare vari aerei per supportare Haftar. Spiegando la presenza dei loro jet nel teatro della guerra civile in Libia. Chiaramente, gli EAU si preparano ad intervenire in Libia militarmente. Molti l’accettano. La base aerea al-Qadim si trova nella provincia di al-Marj, vicino al quartier generale principale di Haftar, e ha recentemente aggiunto un nuovo ampio parcheggio e rifugi per aeromobili che ne ospiteranno vari.
Haftar non aderirà mai al LPA dettato dall’ONU e l’ha detto molto chiaramente. In sintesi, questa è la realtà: Politicamente, solo il ruolo della Russia, non di Nazioni Unite, UE o Stati Uniti, principalmente attraverso gli amici della Cecenia, rimane uno dei più cruciali e sarà veramente efficace nel riportare la pace in Libia. E militarmente, Haftar alla fine vincerà, con l’assistenza militare principalmente di Egitto ed Emirati Arabi Uniti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Situazione mutevole in Libia: Haftar passa all’offensiva

Aleksandr Orlov, New Eastern Outlook 21.12.2017Il 18 dicembre, il Comandante supremo dell’Esercito libico, Feldmaresciallo Qalifa Haftar, annunciava la fine dell’accordo di Shqirat per la riconciliazione nazionale firmato il 17 dicembre 2015 sotto l’egida delle Nazioni Unite. Uno dei suoi partecipanti era il governo di Fayaz al-Saraj, a cui manca il sostegno del Parlamento e delle Forze Armate libiche. L’accordo, firmato in Marocco, fu rinnovato solo una volta e prevedeva la formazione di un governo, concordato da tutte le parti, per un anno. Nonostante il mandato del governo di al-Saraj si sia concluso il 17 dicembre, il Consiglio di sicurezza dell’ONU notava che l’accordo di Shqirat dovrebbe rimanere l’unico modo per la risoluzione della crisi in Libia fino alle elezioni generali del prossimo anno. In un discorso alla televisione, di meno di sette minuti, Haftar dichiarava: “la legalità di tale cosiddetto accordo politico è scaduta insieme a tutte le strutture create con esso. Le Forze Armate non seguiranno gli ordini di alcun partito che non abbia ricevuto legittimità dal popolo libico“. Il feldmaresciallo osservava che il Comando supremo delle Forze Armate libiche è in diretta comunicazione con la comunità internazionale per risolvere la situazione libica e indicava la sua visione del processo politico e dello svolgimento delle elezioni generali. In questo modo, Haftar confermava che d’ora in poi il governo di al-Saraj è illegale, avendo perso la legittimità ricevuta in conformità all’accordo di Shqirat, e che ora tutto il potere è passato nelle mani dell’esercito. Ciò significa che il comandante dell’Esercito nazionale libico è disposto a entrare in conflitto con al-Saraj se decidesse di opporsi. Quest’ultimo, burattino dell’UE, in particolare di Francia e Italia, visitava l’Algeria il giorno prima, incontrando il primo ministro algerino. Al-Saraj osservava che l’Accordo di Shqirat “ha i meccanismi per giungere a un accordo superando ogni ostacolo politico” e si schierava contro la soluzione militare alla crisi. Il 17 dicembre si teneva in Tunisia una riunione dei ministri degli Esteri di Egitto, Tunisia e Algeria per discutere del processo politico e della situazione della sicurezza in Libia. Il Ministero degli Esteri tunisino dichiarava che l’incontro mirava a dare l’opportunità per elaborare un piano d’azione tripartito per la fase imminente ed esprimeva sostegno agli sforzi delle Nazioni Unite, che prendevano le parti di al-Saraj, anche se l’aveva accusato dell’inattuazione dell’Accordo di Shqirat ed ha stretti legami coi gruppi estremisti finanziati dal Qatar. Il rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite in Libia, Ghasan Salamah dichiarava che la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) aveva fornito il necessario supporto tecnico alla Commissione elettorale nazionale (HNEC) e cercava intensamente di stabilire le condizioni politiche e legislative appropriate, così come la sicurezza, per le elezioni che si terranno entro la fine del 2018.
In queste condizioni, il figlio maggiore di Muammar Gheddafi, Sayf al-Islam, annunciava l’intenzione di partecipare alle elezioni presidenziali che si terranno nel 2018. Secondo un rappresentante di Gheddafi, presenterà il manifesto politico nel prossimo futuro. In particolare, le misure che “dovranno aiutare la Libia ad attraversare un periodo di transizione verso la stabilità“, saranno enfatizzate nel manifesto. Il ritorno di Gheddafi nella politica libica fu segnalato a metà ottobre. Al momento, l’avvocato disse che Sayf al-Islam aveva cominciato a ricostruire i contatti coi leader della comunità e tribali per formare un programma completo. Nel 2015, Sayf al-Islam fu condannato a morte a Tripoli per crimini di guerra. Il processo fu criticato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani per le numerose violazioni e perché avvenuto in contumacia, essendo l’imputato in prigione nella città di Zintan. Tuttavia, dopo la sentenza, i capi delle autorità armate di Zintan si rifiutarono di trasferirlo a Tripoli per l’esecuzione. Nell’estate 2017, Sayf al-Islam fu rilasciato con un’amnistia generale (secondo dati non ufficiali, infatti, avrebbe potuto essere rilasciato qualche mese prima). I rappresentanti del gruppo Abu Baqr al-Sidiq, che l’aveva detenuto, in precedenza affermò che Gheddafi fu rilasciato con un’amnistia annunciata dal Parlamento. L’ufficio del procuratore generale libico rifiutò di annullare il mandato d’arresto dato che il processo di Gheddafi era stato tenuto in contumacia, e continuava a chiederne la comparizione dinanzi al tribunale. Un mandato d’arresto fu emesso anche dalla Corte penale internazionale (CPI) nei confronti di Gheddafi per perseguirlo per crimini contro l’umanità, torture e omicidi di civili durante la guerra civile. Tuttavia, la Libia non riconosce la giurisdizione della Corte penale internazionale e Gheddafi respinge tali accuse. Molto probabilmente, l’occidente dichiarerà la candidatura di Gheddafi illegittima per presunti crimini. Le accuse dalla CPI per “crimini contro l’umanità” pendono ancora contro di lui. Tuttavia, non gli impediranno di partecipare alle elezioni in quanto affare interno della Libia. C’è un precedente, quando la stessa accusa fu pronunciata contro il leader keniota Uhuru Kenyatta che vinse alle urne nel 2013. Prima che Gheddafi annunciasse la propria candidatura, gli esperti pensavano a uno scenario da “struttura militare integrata”, la creazione di un consiglio militare attraverso cui tutti gli attori politici risolvessero i problemi associati al terrorismo. La possibilità della formazione di un nuovo governo dopo le elezioni non viene esclusa. Se Gheddafi va alle urne, una nuova prospettiva è possibile. Gli scettici credono che il giovane leader non avrà il dominio assoluto in Libia, dato che non potrà raccogliere abbastanza fedelissimi per resistere a Tripoli. La milizia tribale Warshafana, sostenitrice di Gheddafi, fino a poco tempo prima controllava le aree intorno a Tripoli, incontrando la resistenza dalle forze di Zintan e, se prima erano alleate, ora competono per aver influenza sui posti di controllo e le strade. D’altra parte, Gheddafi è popolare, specialmente nelle regioni meridionali. Nell’ovest del Paese, anche gli imprenditori vorrebbero il successore del precedente regime stabile. Anche la nostalgia per i giorni del padre di Gheddafi è diffusa: l’immagine di suo padre, sotto il quale la nazione prosperava, viene avanzata dal figlio. Il popolo è stanco di guerra, crimini e potere frammentato e vuole la pace.
Tale scetticismo scompare se si afferma lo scenario in cui Gheddafi può unire i suoi compagni con le forze del Generale Haftar, e/o con Zintan e le singole fazioni, nel qual caso il potere di Tripoli può essere scosso. Haftar ha buoni rapporti con Egitto ed Emirati Arabi Uniti, mentre Mosca dialoga con lui e con Tripoli. Il giorno prima, Haftar negoziava coi militari di Tripoli, da cui dipende il futuro di al-Saraj. Inoltre, a giudicare dalle tendenze, Tripoli perde il sostegno degli Stati Uniti. Ad esempio, in un incontro col presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il primo ministro non otteneva da Washington l’intervento attivo o garanzie sulla sicurezza personale. Sebbene il fatto stesso che la visita avesse luogo indichi che la Casa Bianca continua ad essere presente in Libia, in realtà, ogni anno si rafforzano le posizioni dei sostenitori della famiglia Gheddafi. Molto dipende da al-Saraj, Francia e Italia. Se questi Paesi spingono l’attuale ex-capo del governo libico allo scontro, Haftar dovrà avviare le operazioni militari, e i seguaci di Gheddafi lo sosterranno. È difficile agire per Parigi, dato che un libro recentemente pubblicato in Francia rivela che l’ex-presidente N. Sarkozy ricevette ingenti somme dal compianto leader libico nelle elezioni del 2007, e fu Sarkozy a essere il più attivo nel fomentare la guerra alla Libia, sperando che l’eliminazione fisica della famiglia di Gheddafi avrebbe coperto i suoi legami finanziari con loro. In particolare, si parla di tangenti da uno Stato estero e ci si aspetta che il sistema giudiziario francese reagisca. Per Haftar, oltre a parlamento libico, Egitto ed Arabia Saudita che lo sostengono, la Russia mostra una predilezione per lui ed è pronta a dare al maresciallo assistenza militare e tecnica. Per l’Italia, la cosa più importante è avere contratti per ripristinare l’economia libica, ed è improbabile che combatta per al-Saraj. Quindi le probabilità sono chiaramente a favore di Haftar. Perciò, ha smesso di partecipare militarmente all’accordo di Shqirat.Aleksandr Orlov, politologo e esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’ultima vittoria di Muammar Gheddafi

Oriental Review 09/03/2011Il 6 marzo 2011 era chiaro che il regime libico aveva soppresso la rivolta interna e sospeso il caos nel mondo arabo. Una missione clandestina di un diplomatico inglese protetto da 8 ufficiali delle SAS nella base orientale dell’opposizione libica si concluse con la loro detenzione e “interrogatorio” da parte dei capi ribelli. L’articolo del Sunday Times fu la “bandiera bianca” issata dagli organizzatori delle proteste in Medio Oriente e Nord Africa del 2010-2011. Fin dall’inizio la catena di eventi in Libia ebbe una svolta inaspettata per le élite globali. Muammar Gheddafi si rifiutò di abbandonare Tripoli e, insieme alla famiglia e al clan, mantenne i contatti coi libici attraverso la TV nazionale e regolari apparizioni pubbliche. Nell’impressionante discorso del 22 febbraio 2011, ripristinò il sostegno pubblico ed incoraggiò i libici a resistere alla rivolta. Da allora i media mainstream internazionali diffusero bugie inaudite sugli eventi in Libia. Si sentì parlare di “mercenari stranieri che uccidono civili”, “attacchi aerei sui dimostranti”, “bombardamenti delle posizioni ribelli”, “grandi proteste contro Gheddafi a Tripoli”, “migliaia di rifugiati libici” e tanti altri annunci che, come risultò, non avevano nulla a che fare con la realtà. Le fonti interne libiche, ad esempio del Centro di San Pietroburgo per il Medio Oriente moderno, descrivevano una realtà piuttosto diversa. Non c’erano proteste a Tripoli e dintorni. Pochi gruppi di emarginati operavano ad al-Zawiya (sobborgo occidentale di Tripoli) e al centro (l’incendio doloso della Sala del Popolo la notte del 21 febbraio è apparentemente l’atto più noto) furono prontamente neutralizzati dalla polizia municipale. Gli “attacchi aerei” dell’Aeronautica libica prendevano di mira depositi di munizioni nelle vicinanze di Bengasi, quando la minaccia che venissero catturati dai separatisti orientali era ancora alta. La questione dei “mercenari stranieri che proteggevano Gheddafi”, è apparentemente la più interessante. È chiaro che qualsiasi mercenario combatte per soldi. Quindi nel conflitto in cui sono coinvolti gli interessi delle mafie petrolifere internazionali, i mercenari sono la forza meno affidabile. Avrebbero tradito Gheddafi ben prima. Quindi Gheddafi è un uomo intelligente e ne è perfettamente consapevole. Non poteva arruolarli. Ma supponiamo che la loro presenza in Libia fosse un fatto provato. Potevano essere “gentilmente” proposti a Gheddafi dai vicini “simpatizzanti” africani? Si, perché no. Qual era la loro missione? Dovevano avere l’ordine dai loro veri padroni di essere spietati e feroci contro i “manifestanti” locali il più possibile per intensificare il conflitto. Non c’è da stupirsi che dopo i primi scontri con la loro partecipazione e annunci nel mondo dei media, i mercenari siano “scomparsi”. Certamente avremo modo di conoscere dettagli sorprendenti sulle operazioni militari dell’esercito libico contro i mercenari “alleati” di fine febbraio 2011. Guardando la CNN riportare la “guerra civile” in Libia va capito che ciò significa che le forze governative localizzavano ed eliminavano questi “alleati”.
Ora, perché tale scenario rischioso? Perché il regime di Gheddafi era il più stabile in Medio Oriente. Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora. Ma chi fece lo stesso in Tunisia durante l’agitazione pubblica fu catturato e mostrato da RT. Si guardi il seguente video:

Credete che costoro dai passaporti svedesi e inlgesi cacciassero davvero cinghiali per le strade di Tunisi?
Ora possiamo fare alcune conclusioni. Innanzitutto, non c’era nulla di spontaneo nell’ondata delle rivoluzioni del Nord Africa e Medio Oriente del 2011. I disordini popolari in Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, ecc. furono accuratamente preparati, organizzati, finanziati e sostenuti dai media internazionali. Abbastanza sorprendentemente, al-Jazeera svolse un ruolo fondamentale nel sostenere i conflitti nelle società arabe diffondendo disinformazione e silenziando le voci della verità e sobrie. In secondo luogo, chi architettò tali insurrezioni, generalmente fallì. Non c’è dubbio che l’idea era organizzare caos e guerre civili nel mondo arabo, provocare imbarazzo nelle élite nazionali, imporre l’opposizione radicale anti-progressista al potere nei Paesi chiave della regione. Poi si aspettavano che, a tempo debito, standard sociali degradati e cattiva gestione del governo catalizzata dalla propaganda dei media internazionali creassero le condizioni per imporre il controllo estero su questi Stati islamici. La Libia con le sue ricche riserve naturali era il premio più ambito. Ma con Muammar Gheddafi ancora al potere che riacquistava sostegno pubblico e si sbarazzava dei rami “secchi” tra gli alti funzionari, gli attori globali soffrivano molto mentre il fantasma del presidente Bush Jr. si profila di nuovo al largo delle coste libiche. Apparentemente le élite non ebbero altra scelta che attivare le super-portaerei statunitensi. Messi all’angolo e sotto la pressione schiacciante della piramide del dollaro. Terzo e più importante, questi eventi rivelavano il legame occulto tra “islamisti” ed élite globali. Muammar Gheddafi combattendo gli islamisti di al-Qaida e allo stesso tempo sostituendo solennemente bin Ladin come incarnazione del “Male assoluto” nei media tradizionali, fu un cambiamento notevole. I radicali dovevano essere la nuova generazione di leader arabi. Non avrebbero portato prosperità o giustizia nelle loro società. La loro missione era stringere saldamente la pentola a pressione del mondo musulmano con regole e retorica pseudo-islamiche. Una volta esplosa, l’energia di milioni di giovani fanatici ignoranti che si diffondono nel mondo avrebbe aperto la strada allo scaltro Gran Pacificatore. I semi di tale misteriosa simbiosi furono piantati dall’intelligence inglese nel XIX secolo. Per esempio, se si segue la storia del fondatore della Fratellanza musulmana Hasan al-Bana, si vedrà che il “controllore generale” inglese in Egitto dal 1878 era Evelyn Baring, rampollo di una vecchia dinastia di banchieri che nominò lo sceicco Muhamad Abduh Gran Mufti d’Egitto. Non ne va sottovalutata l’importanza. Il Gran Mufti d’Egitto del tempo era la massima autorità spirituale nel mondo musulmano. Perché lo sceicco Abduh, noto salafita, fu scelto dal residente inglese? Perché lo scenario della falsa guida del mondo islamico delle élite globali era già stato scritto. Volevano che i musulmani fossero carne da cannone per imporre il loro dominio. Dovevano corrompere la fede islamica, sostituirla con un surrogato pseudo-islamico. Ecco perché Evelyn Baring scrisse dei salafiti: “Sono gli alleati naturali del riformatore europeo” (Goodgame, Peter. La Fratellanza Musulmana: l’arma segreta dei globalisti). A quel tempo Sheikh Adbuh divenne murshid (insegnante) di Muhamad al-Bana, padre di Hasan…
Quindi entriamo in tempi molto interessanti, forse decisivi. Muammar Gheddafi ha vinto la sua ultima battaglia nonostante vigore e pressione insolente da ogni parte. Ci saranno nuovi Gheddafi nati da madri musulmane che resisteranno al nuovo ordine mondiale? Speriamo e preghiamo di sì.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Libano unito e Partito Comunista Libanese

Joyce Chediac, Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Liberation News, 22 novembre 2017Proprio la scorsa settimana, le sconvolgenti dimissioni di Sad Hariri da primo ministro libanese e l’assalto verbale a Hezbollah e Iran ponevano le basi per un conflitto interno e dava ad Israele un pretesto per attaccare. Durante la settimana, il Libano si è unito per difendere la sovranità, vedendo Hariri tenuto prigioniero da una potenza straniera e chiedendone il ritorno dall’Arabia Saudita.

Cosa è cambiato e perché?
Jana Nakhal, ricercatrice indipendente e membro del Comitato centrale del Partito comunista libanese, ha guidato questa giornalista sugli sviluppi il 16 novembre. “Quando Hariri si è dimesso da primo ministro libanese in Arabia Saudita, il 4 novembre, tutti furono scioccati”, affermava. “Tutto era possibile, un bombardamento israeliano, assassini. Tutti erano preoccupati che il Libano fosse al centro di un confronto internazionale“. L’ingombrante sistema politico del Libano è facilmente destabilizzabile. Unito dai colonizzatori francesi nel 1925, impone che i posti del governo e la ripartizione parlamentare si basino sui diversi gruppi religiosi del Paese. Hariri rappresentava i sunniti e Aoun i cristiani, in linea con Hezbollah, il gruppo più forte della comunità sciita. Tuttavia, il leader di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah e il presidente Michel Aoun, se oppositori politici di lunga data di Hariri, l’hanno sostenuto contro l’Arabia Saudita, difendendo la sovranità libanese chiedendone la liberazione. Aoun aveva detto che non accetterà le dimissioni di Hariri a meno che il primo ministro non tornasse in Libano a spiegarsi. Aoun e Nasrullah hanno spinto il principio dell’unità nazionale, e la popolazione si è radunata attorno all’appello. “Fermare l’escalation era la soluzione. Tutti si opposero“, aggiungeva Nahkal. Non ci sono stati scontri interni anche se il movimento Futuro di Hariri, sempre pronto ad incolpare Hezbollah di tutto, li avrebbe avviati. La crisi, affermava, era vista in Libano come creazione dei sauditi, e divenne un problema diplomatico per Riyadh.

L’unità interna dissuade l’aggressione israeliana
Nakhal sottolineava l’importanza dell’unità libanese per scoraggiare l’aggressione israeliana, poiché i combattimenti tra gruppi furono usati da Israele come pretesto per attaccare. Ad esempio, il Paese si riuniva attorno ad Hezbollah ed altri combattenti della resistenza quando respinsero l’invasione israeliana nel 2006. “Nel 2006, ci siamo resi conto che Israele poteva batterci solo dall’interno”. “Non ci sarà un attacco adesso“, aggiungeva Nakhal: “Israele vuole attaccare secondo il proprio programma“. I pericoli rimangono. Ad esempio, l’Arabia Saudita potrebbe imporre un blocco o boicottaggio economico al Libano. Ciò sarebbe certamente dannoso, dato che 350000 cittadini libanesi lavorano in Arabia Saudita e trasferiscono a casa in media 4,5 miliardi di dollari l’anno, entrate molto necessarie.

L’attacco saudita alla sovranità libanese
Perché l’Arabia Saudita ha interferito così apertamente negli affari interni del Libano, al punto da trasformare questa piccola nazione in una zona di guerra nel tentativo di affrontare l’Iran? Uno dei principali clienti di Washington nel Medio Oriente, l’Arabia Saudita vede il Libano non come Stato sovrano ma come estensione dei propri interessi. Riyadh da tempo considera Hariri, dalla doppia cittadinanza saudita-libanese e dagli interessi commerciali nel regno, come “suo uomo” in Libano. I sauditi si arrabbiarono quando entrò nel governo di coalizione con Aoun e Hezbollah, lo scorso anno, anche se fu il primo governo capace di portare stabilità e sviluppare il bilancio nazionale in 13 anni. Le recenti indicazioni del riavvio delle relazioni e di un accordo politico tra i governi libanese e iraniano hanno fatto arrabbiare Riyadh tanto da convocare Hariri per firmare le dimissioni. Il 23 agosto, Hariri disse ai funzionari iraniani che “Israele e il terrorismo” erano le principali minacce al Libano, non Hezbollah ed Iran, come sostengono i sauditi. Il 3 novembre, Hariri incontrò il principale consigliere iraniano Ali Akbar Velayati, che descrisse le relazioni tra Libano e Iran come “molto buone”. Il giorno successivo, Aoun incontrava Velayati e, secondo Tehran Times, “elogiò il ruolo dell’Iran nel contribuire a stabilità e sicurezza nella regione e dato grande importanza all’espansione dei legami tra i due Paesi“.
Nakhal sottolineava che il discorso delle dimissioni di Hariri, facendo rivivere la vecchia linea del “terrorismo dall’Iran”, è l’esatto opposto delle recenti dichiarazioni. Uno non s’incontra con un iraniano un giorno, e il giorno dopo chiede di “tagliare la mano dell’Iran” in Libano. I sauditi sono anche fortemente contrari al sostegno di Hezbollah agli yeminiti che combattono il dominio saudita. Indiscriminati bombardamenti sauditi con armi fornite dagli Stati Uniti, e conseguenti fame e malattia, uccidono centinaia di persone ogni giorno. Nakhal paragonava l’aiuto di Hezbollah allo Yemen al sostegno internazionalista di Che Guevara e Cuba alle lotte di liberazione all’estero. Hariri cambiò di nuovo tono nell’intervista del 12 novembre, aggiungeva. Era più conciliante nei confronti degli oppositori e si concentrava in modo particolare sull’assistenza di Hezbollah allo Yemen come “problema principale”. Questa sembrava una revisione della linea saudita. Nell’intervista dall’Arabia Saudita a Futuro TV, il canale del proprio partito, affermava che non era prigioniero, ma sembrava così poco plausibile che la tv libanese smise di trasmettere l’intervista. Infine, Hariri diceva di tornare in Libano il giorno dell’indipendenza, il 22 novembre.

Ruolo di Hezbollah e PC libanese nella resistenza
Il governo degli Stati Uniti conduce la propria campagna contro Hezbollah come “terrorista”. Nahdal rispose con una descrizione accurata. Hezbollah, affermava, “è una componente della comunità e della scena politica libanese. Ogni volta che c’è un attacco al Libano, si tratta della resistenza“. Il Partito comunista libanese ha contingenti armati, e fa parte della resistenza. Ha combattuto per proteggere il popolo palestinese in Libano durante la guerra civile libanese del 1975-90. Gli aderenti hanno combattuto insieme alla milizia di Hezbollah per liberare il Libano meridionale in 18 anni di occupazione israeliana nel 2000, e di nuovo per respingere l’invasione israeliana nel 2006, spiegava. Ultimamente, il PC libanese combatté in coordinamento con Hezbollah e l’esercito libanese per liberare da al-Nusra e al-Qaida 120 chilometri di suolo libanese al confine con la Siria. Le forze libanesi combinate vinsero a maggio, restituendo queste terre ai villaggi cristiani e sunniti dopo un’occupazione di quattro anni. Nakhal descriveva altre questioni chiave che affliggono il Libano oggi. La guerra in Siria, affermava, ha distrutto l’economia e lo stile di vita di agricoltori e beduini che attraversavano il confine libanese con la Siria per vendere i loro prodotti in Siria. Quel confine è stato chiuso a causa dei combattimenti in Siria.

Rifugiati siriani in Libano
Inoltre, il Libano, con una popolazione di 4-5 milioni di abitanti, ha oltre un milione di rifugiati siriani. “Il problema principale è che il governo libanese se ne lava le mani e non gli concederà lo status di rifugiato, perché dovrebbe sostenerli e dargli asilo”. I rifugiati siriani sono classificati “individui temporaneamente sfollati“. L’aiuto ai rifugiati siriani è monopolizzato dalle agenzie delle Nazioni Unite e distribuito in modo da rafforzarne la dipendenza. Molti bambini siriani in Libano non vanno a scuola e non sanno leggere e scrivere. C’è anche la tendenza, continuava, a vedere tutti i problemi arabi come dovuti ai rifugiati. Questa visione non è indipendente dalla classe. Nessuno dice di esser infastidito dai ricchi siriani. Questo è totalmente legato al sistema politico settario del Libano, aggiungeva. Questo sistema “maschera le relazioni di classe“. Ad esempio, “Gli sciiti sono poveri urbani e contadini poveri“.

Un sistema politico settario ‘insostenibile’
Il Partito Comunista Libanese non segue il modello settario definendo le persone dalla loro comunità religiosa. I suoi aderenti e leader provengono da tutti i gruppi etnici e religiosi del Libano. “Diciamo che la forma di governo settario è insostenibile“, affermava Nakhal. “Fornisce pochi servizi ai poveri. In alcune regioni non c’è istruzione“. Il Partito Comunista Libanese attualmente lavora con donne, agricoltori, operai, sindacati, cooperative e movimenti studenteschi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La controffensiva sovietica che cambiò il corso della storia

Sputnik 19.11.2017Domenica scorsa era il 75° anniversario dell’inizio della controffensiva sovietica a Stalingrado, la drammatica battaglia che sconfisse gli eserciti dell’Asse e divenne il punto di svolta nella guerra contro i nazisti. Il giornalista militare russo Andrej Stanavov ripercorre gli eventi chiave della battaglia e le sue lezioni.
Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, lungo le steppe innevate sulle rive del Volga, la macchina da guerra nazista subì la sconfitta più devastante della sua storia, da cui non si sarebbe mai ripresa. La controffensiva sovietica su Stalingrado, nota come “Operatsija Uran” (Operazione Urano) iniziò il 19 novembre e proseguì fino al 2 febbraio 1943. L’audace operazione, pianificata dall’Alto Comando sovietico ed eseguita dai Generali Georgij Zhukov, Konstantin Rokosovskij, Aleksandr Vasilevskij e Nikolaj Vatutin, culminò con l’accerchiamento e la liquidazione di oltre 300000 truppe della Wehrmacht comandate dal feldmaresciallo Friedrich Paulus e partner dei tedeschi nell’Asse.‘Inferno sulla terra’
La battaglia fu preceduta dall’offensiva nazista nella Russia meridionale e nel Caucaso nell’estate del 1942, durante la quale la Germania nazista raggiunse l’apice delle conquiste territoriali nell’invasione dell’URSS. Tra gli obiettivi dell’operazione c’era Stalingrado, la strategica città industriale sul Volga con l’ulteriore, simbolica importanza di portare il nome di Josif Stalin, Comandante in capo dell’Armata Rossa. Per oltre due mesi le unità meccanizzate, l’artiglieria e l’aviazione naziste avanzarono su Stalingrado, premendo contro la 62.ma e 64.ma Armate sovietiche e radendo al suolo metodicamente la città. “Tuttavia“, il giornalista militare e collaboratore di RIA Novosti Andrei Stanavov ricorda: “il nemico non riuscì conquistare l’argine del Volga e il centro della città, nonostante la superiorità numerica e di potenza di fuoco di cinque volte“. “Stalingrado è l’inferno sulla terra, Verdun, la bella Verdun, ma con nuove armi. Attacchiamo quotidianamente, se al mattino riusciamo ad avanzare di 20 metri, la sera i russi ci respingono“. Fu così che Walter Oppermann, soldato della Wehrmacht, descrisse la campagna di Stalingrado in una lettera al fratello del 18 novembre 1942, il giorno prima dell’inizio della controffensiva sovietica. Detestando i confronti tra Stalingrado e il sanguinoso tritacarne della Prima guerra mondiale, Hitler chiese che i suoi generali lanciassero le loro maltrattate unità su Stalingrado ancora e ancora. L’ultima spinta, iniziata ad autunno con cinque divisioni di fanteria e due di carri armati, fu bloccata dall’Armata di Vasilij Chujkov, esaurita e intrappolata, ma ancora combattiva, rifiutando di cedere una sola strada, casa o stanza al nemico senza combattere. “A metà novembre, i tedeschi furono fermati lungo tutto il fronte, costretti a passare alla difesa e al trinceramento“, scrive Stanavov. “In totale furono perduti oltre 1000 carri armati, 1400 aerei, 2000 cannoni e mortai, e 700000 soldati e ufficiali della Wehrmacht davanti alle mura impenetrabili della città. Prendendo rapidamente in considerazione la situazione, l’Alto Comando sovietico decise di non dare al nemico un momento di riposo, decidendo invece d’iniziare un contrattacco schiacciante“.
Con i nazisti impantanati dentro e intorno la città, l’Armata Rossa radunò un potente gruppo di forze dai fronti sud-occidentale, Don, Stalingrado e Voronezh e li concentrò a Stalingrado, rinforzandoli con unità meccanizzate della riserva. Il gruppo comprendeva oltre un milione di soldati, 15000 cannoni e mortai, circa 2000 aerei, 1500 carri armati e pezzi d’artiglieria semoventi. “Nel novembre del 1942, dal punto di vista operativo, la Wehrmacht non era nella posizione più favorevole verso Stalingrado“, spiega il giornalista militare. “Concentrati sull’assalto, i tedeschi spostarono le migliori formazioni per attaccare la città, coprendo i fianchi con le deboli divisioni romene e italiane: fu contro di esse che partirono i potenti assalti delle forze dell’Armata Rossa sui fronti Sud-Ovest e Stalingrado. Il comando sovietico scelse le aree di Serafimovich e Keltskaja come teste di ponte per gli assalti, così come l’area dei laghi Sarpinskij, a sud della città“.‘Storditi e confusi’
Il 19 novembre, le truppe del Fronte Sud-Ovest al comando del Colonnello-Generale Vatutin e parte del Fronte del Don iniziarono l’offensiva. Colpendo il gruppo dell’Asse sul fianco sinistro da nord con un’avanzata lampo, l’Armata Rossa spezzò le difese della 3.za Armata romena, respingendo le forze nemiche per 35 km. Il giorno dopo, le divisioni dei fucilieri del Fronte di Stalingrado, comandato dal Colonnello-Generale Andrej Eremenko, colpirono da sud-est, distruggendo la 4.ta armata romena e avanzando di 30 km, devastando le trincee nemiche con 80 minuti di fuoco concentrato dell’artiglieria. Un ufficiale dei servizi segreti tedesco in seguito ricordò il disastro imminente che stava per colpire la Wehrmacht: “Storditi e confusi, non abbiamo distolto lo sguardo dalle mappe… Spesse linee e frecce rosse indicavano le direzioni dei molteplici attacchi nemici, le manovre di avvolgimento e le aree dove avevano sfondato, e con tutto il nostro presagio, non potemmo nemmeno immaginare la possibilità di una catastrofe così tremenda!” Consolidando le conquiste, l’Armata Rossa iniziò ad avvicinare i gruppi d’assalto. Il 22 novembre, il 26.mo Corpo Corazzato sovietico prese il ponte sul Don e la città di Kalach, proprio dietro la 6.ta Armata tedesca e parte del 4.to Corpo panzer. Nel giro di pochi giorni, l’Armata Rossa creò un anello di ferro attorno alle 300000 forze dell’Asse, comprendenti tedeschi, rumeni, italiane, croati e collaborazionisti dei territori occupati, intrappolando 22 divisioni tedesche e oltre 160 unità. Entro il 30 novembre, i tentativi del nemico di rompere l’accerchiamento furono fermati. Stanavov ricorda: “Le truppe dell’Asse circondate occupavano un’area di oltre 1500 km quadrati: la lunghezza del perimetro della sacca era di 174 km… Privi di cibo, munizioni, carburante e medicine, i soldati e gli ufficiali del feldmaresciallo Paulus congelarono a 30 gradi sottozero: morivano di fame, mangiarono i loro cavalli e cacciavano cani, gatti e uccelli, e nonostante l’evidente disperazione della situazione, le direttive che ordinavano di “combattere fino alla fine e di non arrendersi” continuavano a provenire da Berlino“.
Da dicembre, il gruppo d’armate del Don di Hermann Hoth, composto da 30 divisioni, tentò di sfondare l’anello presso il villaggio di Kotelnikovo. Furono accolti dalla 2.da Armata della Guardia di 122000 soldati comandato dal Tenente-Generale Rodion Malinovskij. In feroci battaglie, i carri armati di Hoth s’impantanarono lungo il fiume Myshkova e l’offensiva fu fermata. Il feldmaresciallo Erich von Manstein, comandante dell’operazione, chiese al Fuhrer di permettere a Paulus di sfondare per incontrare Hoth, ma Hitler rifiutò credendo che la 6.ta Armata potesse ancora resistere a Stalingrado.Svolta nella seconda guerra mondiale
Durante i combattimenti tra gennaio e inizio di febbraio 1943, le forze del Fronte del Don dell’Armata Rossa, comandate dal Generale Konstantin Rokosovskij, gradualmente spezzò il gruppo accerchiato e lo distrusse. Il 31 gennaio, Paulus e il suo comando furono catturati e prontamente si arresero. Truppe e ufficiali dell’Asse si arresero a frotte, nonostante gli ordini contrari di Berlino. Il resto della 6.ta Armata capitolò il 2 febbraio 1943. Si stima che furono catturati 91500 soldati, inclusi 2500 ufficiali e 24 generali. Per molti anni, dopo la battaglia, gli storici occidentali accusarono l’Unione Sovietica di aver deliberatamente maltrattato i prigionieri di guerra dell’Asse. Gli storici sovietici e russi smentirono tali affermazioni, sottolineando che la maggior parte delle truppe nemiche fu catturata dopo essere stata gravemente indebolita dai combattimenti e dai successivi tre mesi di fame, mentre erano circondate. Nei primi tre mesi dopo la cattura, il tasso di mortalità dei prigionieri nell’accampamento 108 appositamente organizzato presso l’insediamento operaio di Beketovka, a Stalingrado, fu estremamente alto, con circa 27000 prigionieri di guerra morti in viaggio per il campo o poco dopo essere arrivati. Circa altri 35100 furono curati presso gli ospedali allestiti nel campo; altri 28100 furono inviati negli ospedali di altre località. Solo circa 20000 prigionieri furono ritenuti idonei a lavorare ed inviati ai lavori di costruzione. Dopo il terribile picco di mortalità nei primi tre mesi, i tassi di mortalità delle truppe catturate a Stalingrado si stabilizzarono, e tra luglio 1943 e gennaio 1949, 1777 prigionieri morirono. Con l’eccezione di truppe e ufficiali condannati per crimini di guerra, gli ultimi prigionieri di guerra della Battaglia di Stalingrado furono rilasciati per la Germania nel 1949.
Stalingrado fu il principale punto di svolta nel teatro europeo della Seconda guerra mondiale e la prima seria sconfitta della Germania nazista dalla battaglia d’Inghilterra del 1940. Nel 1943, dopo la sconfitta nelle grandi battaglie tra carri armati a Kursk e l’invasione alleata dell’Italia, la capitolazione totale e incondizionata dei nazisti divenne solo questione di tempo. Stalingrado fu il primo chiodo sulla bara.

Il pilota del 237.mo Reggimento caccia della 16.ma Armata Aerea sul Fronte di Stalingrado, Sergente Ilija Mikhailovich Chumbarov davanti ai resti dell’aereo da ricognizione tedesco Focke-Wulf Fw.189, abbattuto il 14 settembre 1942 col suo aereo da caccia Jakovlev Jak-1. L’equipaggio dell’aereo nemico fu fatto prigioniero presso Ivanovka.

Traduzione di Alessandro Lattanzio