Siria: la maledizione dell’opposizione

A nord di Aleppo CIA e Pentagono si combattono
Evgenij Satanovskij, VPK, South Front, 28 aprile 2016
Evgenij Satanovskij è a capo dell’Intituto Medio OrienteChFV22vWMAQV2pDLa situazione in Siria esce dalla crisi più acuta, in cui si trova dall’autunno. La situazione sui fronti è più o meno stabilizzata. La presenza della forza aerea russa è riconosciuta legittima, efficace e molto utile nel combattere i terroristi, anche per i critici di Mosca, molti dei quali ora si chiedono perché il Pentagono ha iniziato a comportarsi in modo passivo dall’inizio delle operazioni russe. La fine delle operazioni in Siria dell’Aeronautica russa è stata una risposta alle preoccupazioni (e alle speranze dei detrattori) che la Russia “rimanesse bloccata” nella guerra in questo Paese, come in Afghanistan. Ma, ahimè, il ricostituito l’Esercito siriano ha potuto condurre l’offensiva a Palmyra e a non cedere posizioni a nord di Aleppo. Sorprendentemente per tutti, il cessate il fuoco a lungo termine è stato mediato dai militari russi. Ma allo stesso tempo la guerra civile non è finita. Si consideri, allo stato attuale delle cose, le prospettive sul futuro dell’opposizione siriana secondo lo studio degli esperti dell’Istituto IPM, A. Kuznetsov e B. Ju Sheglovina.

C’è assai meno spazio al sole
Il ritiro parziale del gruppo militare russo in Siria e il processo di pace avviato nel Paese da Mosca e Washington hanno aperto una nuova fase nello stallo politico-militare del conflitto, in corso da cinque anni. Allo stesso tempo, gli atteggiamenti dell’opposizione hanno cominciato a maturare e cambiare, in parte per via dei tentativi di ritrovarsi nella nuova realtà del compromesso, e questa realtà è stata categoricamente respinta. Mostrando in dettaglio che nel futuro post-bellico della Siria chi ha la possibilità d’integrarsi nel sistema, e chi no (con un biasimo “implacabile” che ricadrà pienamente su loro stessi). “L’Iran aumenta il corpo dei consiglieri in Siria, e l’esercito governativo riempie le scorte prima della campagna decisiva“. Coloro che non hanno accettato l’accordo di pace e sono disposti a continuare la guerra, con l’accordo ancora sul tavolo di Assad e garantito dall’Aeronautica russa, ancora sperano su una vittoria militare contro Assad, sostenuti da Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Ankara, Doha e Riyadh cercano il dominio assoluto col confronto globale tra sunniti e sciiti in Siria. Pertanto, non sono interessati ad armonizzare le condizioni del ritiro graduale dei combattenti e a raggiungere un compromesso con Assad e l’alleata Teheran. Il trio non accetta altra forma per la fine della crisi. Per di più, incoraggiano i gruppi di opposizione a continuare la lotta e non accettano che i loro gruppi siano stati finalmente sconfitti. I negoziati ufficiali lanciati a Ginevra vanno molto lentamente ed è improbabile che nel prossimo futuro ci siano risultati significativi. Ci sono due opzioni. Primo, l’opposizione in esilio, con cui sono in corso trattative a Ginevra, non controlla i gruppi armati in Siria, avendo un peso trascurabile su di essi. Di conseguenza, può raggiungere un accordo con chiunque su qualsiasi cosa, ma “al fronte” non è riconosciuta, ancora una volta ricordando il proverbio “della ragione” e mostrando il ruolo primario dei militari (anche interni) sui diplomatici nella politica reale. In secondo luogo, l’opposizione siriana è divisa dai diversi interessi dei principali sponsor: Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Stati Uniti. Nel tempo, la frammentazione per ragioni oggettive è aumentata. Con i negoziati i gruppi armati cercano di costruire dei propri domini, garantendosi la posizione più favorevole. Questo porterà a conflitti tra ex-alleati. Un esempio di tale situazione è lo scontro avutosi il 27 e il 30 marzo tra i due gruppi sostenuti dagli Stati Uniti, vicino alla città di Marah, a nord di Aleppo. I militanti delle unità sostenute dalla CIA del “Furqan al-Haq” attaccavano le Forze democratiche siriane apertamente patrocinare dal Pentagono. Queste ultime sono una coalizione di milizie per l’80 per cento costituite da curdi, con un 20 per cento di gruppi arabi e turcomanni. La milizia è formata dal Partito di Unione Democratica (PDS) curda di Salah Muslim, dalle truppe siro-assire e dall’esercito siriano rivoluzionario (“Jaysh al-Tuwar“) assemblato dai resti di quello che era l’assai “rispettato”, da Stati Uniti e alleati della NATO, esercito libero siriano (ELS). Un gruppo di combattenti del “Jaysh al-Tuwar” attaccò le due fazioni opposte, “Fronte rivoluzionario siriano” e “Haraqat al-Hazam” (“Movimento della decisione”). Inoltre, nell’ambito delle forze di autodifesa, che guidano la lotta al terrorismo internazionale, vi sono due unità di turcomanni siriani, “liwa al-Salajiqa’ e ‘liwa Sultan Murad“. Insieme cercano di allontanare l’opposizione armata laica dagli estremisti radicali, i principali dei quali sono i noti terroristi russi del gruppo terroristico “Jabhat al-Nusra“. Il 25 marzo i suoi combattenti nella provincia settentrionale di Idlib si scontravano con la 13.ma brigata dell’ELS. Così, gli islamisti riuscirono a cacciare le forze “moderate” della provincia. Secondo un esperto dell’University of Michigan, Juan Cole, la stragrande maggioranza dei gruppi “moderati” nelle province di Idlib e Aleppo ha ricevuto armi statunitensi, sequestrate nei combattimenti dai jihadisti (o volontariamente consegnategli), dando ragione a chi pensa nel Congresso degli Stati Uniti allo scandalo sul passaggio di armi a “Jabhat al-Nusra” (ufficialmente si parla di sequestro delle armi) dai due gruppi dell'”opposizione moderata” che avevano ricevuto un aiuto da 500 milioni di dollari assegnato alla Turchia. Il mese prima si vide la significativa intensificazione delle operazioni di “Jabhat al-Nusra” in Siria. Le sue forze si erano concentrate a nord di Aleppo, combattendo le unità di difesa curde nella zona di Shaiq Maqsud. Ciò fu dovuto a due fattori. In primo luogo, il gruppo, nonostante l’aumento del sostegno dei diplomatici statunitensi, che ufficialmente l’includevano nella lista delle organizzazioni terroristiche, ora cerca di avere almeno un posto al sole. In secondo luogo, dopo l’annuncio dell’armistizio, la riduzione dell’intensità dei combattimenti dei jihadisti era dovuta alla scarsa popolarità tra i siriani. Nelle zone occupate da Jabhat al-Nusra si sono verificate dimostrazioni in cui i partecipanti gridavano: “Accidenti all’anima tua, Julani” (il capo del gruppo islamista). Insieme ad Abu Muhamad al-Julani veniva anche maledetto il capo dello “Stato islamico” bandito in Russia, Abu Baqr al-Baghdadi, e il gran Muftì di Siria Ahmad Badradin al-Hasun. “Jabhat al-Nusra” ha subito perdite. Il 4 aprile nel corso di un bombardamento della Syrian Arab Air Force, Abu Firas al-Suri veniva eliminato. Era il capo ideologo e suo promotore “al fronte”, oltre che veterano del movimento jihadista in Siria. Nel 1982 prese parte alla rivolta dei “Fratelli musulmani” nella città di Hama, e in seguito partecipò alla jihad in Afghanistan. Conosceva personalmente Abdullah Azam e Usama bin Ladin, e a lungo visse nello Yemen, dove partecipò alle attività della locale “al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP)”; nel 2011 tornò in Siria per partecipare alla guerra contro il governo di Assad. Secondo il quotidiano libanese “al-Akhbar”, durante l’attacco vicino ad Abu Firas vi erano diversi militanti dell’Uzbekistan.Map-northern-Aleppo-2016Tentativo sventato
L’ulteriore frammentazione dell’opposizione siriana s’è vista al Congresso di Cairo del 12 marzo, che vide la nascita di una nuova alleanza, “Ghada al-Suriy” (“Futuro della Siria”), guidata dall’ex-presidente della Syrian National Coalition Ahmad Jarba. Il portale internet “Arabi al-Jadid“, ha scritto che “Futuro della Siria” farà lobbing in Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Nella Repubblica Araba d’Egitto e negli Emirati Arabi Uniti, queste parole non sono così lontane dalla verità. Gli egiziani cercano di impegnarsi attivamente nel processo politico su Damasco dal giugno 2015, quando a Cairo vi fu una riunione dei Comitati Nazionali di Coordinamento della Siria. Cairo ha cercato di creare una coalizione di opposizione, in alternativa all’attuale orientamento alla frammentazione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno recentemente aderito a questi tentativi e cercano di realizzare il proprio piano politico, diverso da quello saudita. Partecipanti anonimi alla conferenza hanno detto, ad esempio, che la conferenza fu pianificata da Muhamad Dahlan, ex-capo dell’organizzazione palestinese Fatah, alla guida delle forze di sicurezza nella Striscia di Gaza prima dell’ascesa al potere di Hamas. Nel 2011, dopo essere stato accusato di aver avvelenato Arafat, emigrò a Dubai. Negli Emirati Arabi Uniti agiva da consigliere per la sicurezza di Muhamad bin Zayad, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante delle forze armate degli Emirati. Secondo “Arabi al-Jadid“, Dahlan organizzò in uno degli alberghi di Cairo appartenenti al servizio di intelligence egiziano l’incontro con Ahmad Jarba e Qasim Qatib, membri dell’opposizione considerati creature ufficiose del governo di Assad. Vi è tuttavia un punto all’ordine del giorno siriano, che la maggior parte dei vari gruppi di opposizione e il governo condividono, il rifiuto categorico dell’autonomia curda e della federalizzazione del Paese. Tuttavia, questo punto improbabilmente unirà le contrastanti associazioni siriane. Così il gruppo di Riyadh (VIP o Comitato Supremo di Negoziazione) continua a presentare precondizioni nei negoziati di Ginevra, chiedendo il ritiro di Assad e il trasferimento di tutto il potere all’opposizione. Questo è un prerequisito per la sua partecipazione ai negoziati, come dichiarato in un colloquio con il rappresentante permanente della TASS presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, Aleksej Borodavkin. L’opposizione esige che tutto il potere nella RAS sia immediatamente trasferito ad essa. Allo stesso tempo, per la Russia “questo non può che essere causa di preoccupazione con l’opposizione di Riyadh respinge l’idea di preservare la RAS come Stato laico. Ci sono molti sospetti, anche nell’opposizione moderata, rappresentanti della visione di Mosca-Cairo e contrari all’idea del gruppo dei Paesi del Consiglio del Golfo di trasformare la Siria in una sorta di califfato”, ha detto il diplomatico russo. Le sue parole sulla Siria e le intenzioni di trasformarla in un califfato sono ripetutamente confermate da Qatar e Arabia Saudita, anche se la Turchia preferisce dividere il Paese e accorparne le regioni settentrionali nel nuovo impero ottomano guidato dal sultano Erdogan. Tuttavia, non si tratta di un completo fallimento, in quanto, il congelamento dei negoziati, in questo momento, è nell’interesse non solo di Arabia Saudita e Turchia, ma anche degli Stati Uniti, che non possono impedire la presa da parte delle forze governative di Aleppo e quindi cercano di aggirare il tema principale dei terroristi, che cedono la capitale economica della Siria, comportando il fallimento di tutti i piani di Ankara e Riyadh. Nel contesto del rifiuto di Washington e Bruxelles dell’idea turca di una “no-fly zone” su una parte della Siria, e della scommessa sui curdi quale segmento dell’opposizione, ciò non comporterebbe il fallimento totale (il totale collasso della campagna contro Assad poterebbe alla liberazione di Idlib), ma sarà quantomeno l’inizio del fallimento.

Verso il momento della verità
Aleppo, che inizialmente sembrava per Ankara e Riyadh una sorta di “Bengasi siriana” e l’area circostante erano destinati ad essere il terreno per la grande offensiva finale su Damasco, e perciò considerate “pietra miliare dei loro piani”. Con la perdita di questa città, è chiaro che l’opposizione islamista si concentrerà esclusivamente sulla difesa d’Idlib (sicuramente inutile). Ma se la provincia è in gran parte persa presso le forze governative e i loro alleati, l’opposizione attenderà la propria frammentazione (escludendo importanti offensive, anche su Damasco), intensificando i processi di pace con i leader tribali, nella fase finale del processo, compiendo costanti progressi nei colloqui di Ginevra. I successi diplomatici nella storia mondiale sono dipesi dalle vittorie militari. La Siria difficilmente sarà un’eccezione. La scommessa dell’Arabia Saudita in questo caso è estremamente alta. Troppi soldi sono stati spesi nel conflitto per lasciare che la vittoria le sfugga (per non parlare del pantano nello Yemen, dove il regno non solo spende soldi e prestigio, ma perde anche attrezzature e personale militari). Perdere in Siria comporta gravi complicazioni per l’Arabia Saudita e re Salman, e assai più importante, per suo figlio, attualmente in lotta per il potere supremo nel Paese. La potenza del titolo di “erede dell’erede” non importa. Inoltre, il re ha un’influenza più forte, ma implica che il principe Muhamad bin Salman debba dimostrare di competere al meglio alla successione bypassando gli altri pretendenti al trono. Tutto questo si sovrappone al rischio globale di “perdere la faccia” in Medio Oriente. Mentre si nota il confronto con la Russia in Siria, i sauditi non hanno deciso sugli accordi con la Russia riguardo la decisione di congelare la produzione di petrolio. Infine, il regime saudita affronta anche la sfida importante del deficit fiscale incombente.
Gli Stati Uniti hanno altri interessi nella regione e in Siria, sono impegnati solo a scoraggiare la Russia, attore geopolitico sempre più importante. La figura di Assad presidente per Washington è una questione secondaria. Suggerendo che lo stesso si può dire degli alleati, che si tratti di Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Come evidenziato dai freddi rapporti con Erdogan, che gli Stati Uniti considerano un avventuriero pericoloso, così come dal successo degli “scettici sui sauditi” presso Congresso, Pentagono e CIA. Non è un caso che la questione della declassificazione delle pagine segrete della relazione su organizzatori e sponsor dell’attentato dell’11 settembre causi indignazione a Riyadh, i cui vertici del potere cercando di reagire spingendosi a porre un ultimatum a Obama della vendita dei 750 miliardi di dollari in buoni del Tesoro. Il problema principale per Washington, al momento, è non permettere a Mosca di continuare i “successi strategici” come la liberazione di Palmyra, avendo effetti profondi sull’opinione pubblica mondiale; da cui quindi la fuga sui media della possibile fornitura di sistemi MANPADS ai gruppi di opposizione. Alla Casa Bianca ci sono discussioni su come impedire la campagna della Russia in Siria: se sia necessario intervenire con l’opposizione islamista realizzando una struttura centralizzata e approfittare di tale slancio per salvare la faccia, o cercare di combattere i risultati del vuoto creato dalla sconfitta delle forze fedeli agli Stati Uniti. Basandosi sull’addestramento attivo delle organizzazioni ribelli in Giordania, l’aumento delle forze speciali stanziatevi e il sostegno diretto ai curdi, si può parlare di vittoria del secondo pensiero. Ma ciò non significa che gli Stati Uniti siano disposti ad accettare la presa di Aleppo da parte delle forze governative. Quindi, è comprensibile perché la leadership politico-militare statunitense “abbia chiuso gli occhi” sul trasferimento massiccio di terroristi dalla Turchia per ricostituirne le fila in Siria e quindi ricattare Mosca con tutti i mezzi disponibili. In tale contesto, gli Stati Uniti avendo bisogno di progressi sul campo di battaglia, accetteranno chiunque quale risorsa nel conflitto. D’interesse è anche la futura presa di Mosul e Raqqa. E c’è bisogno di un vero grande successo sul fronte, non nei discorsi dei politici statunitensi sulle vittorie degli Stati Uniti in Iraq e Siria. La presa di Aleppo è importante anche per Teheran che, dopo una breve pausa, intensificherà il sostegno a Damasco. A questo proposito, il portavoce dello Stato Maggiore russo ha detto che “non è all’ordine del giorno delle operazioni congiunte riconquistare Aleppo“, commentato dagli analisti statunitensi senza capire il sottinteso di queste parole, rendendo chiaro che si tratta del trasferimento del “comando sul campo” all’Iran piuttosto che essere una frattura tra Mosca e Teheran. Gli statunitensi giustamente fanno notare che per l’Iran è il momento della verità in Siria, che deciderà l’equilibrio di potere in Medio Oriente per almeno i prossimi dieci anni. Ma i loro calcoli sulla motivazione delle azioni del Cremlino sono profondamente sbagliate. I leader russi hanno imparato a calcolare le mosse occidentali e preferiscono non credere ad una sola parola che profferisce. I calcoli della CIA sugli effetti di un riscaldamento presunto nel dialogo con Washington e dell’ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso l’Ucraina, e quindi la loro cosiddetta “analisi” su Mosca che non vorrebbe aiutare Assad a riprendersi Aleppo assicurandone la vittoria, sono un chiaro pio desiderio.
Prendendo Aleppo con l’aiuto dell’Aeronautica russa si motiverà l’Arabia Saudita a domandarsi se possa tornare al tavolo dei negoziati, in quanto unica opportunità per il regno di mantenere una presenza nell’arena politica al momento di risolvere la questione. La liberazione di Aleppo e Idlib automaticamente colpirà Arabia Saudita e gruppo di Riyadh, grevi figure nei colloqui di Ginevra. E la Turchia e il suo principale alleato, il Qatar, ne saranno travolti. E in una situazione del genere, la conservazione dell’alleanza tripartita dei Paesi filo-sauditi o anche del solo asse Ankara – Doha, si rivelerà inutile nel trasformare l’equilibrio. Da parte sua, Teheran cercherà di attuare in Siria una pianificazione militare che influenzi i sauditi. Perciò l’Iran cerca di rafforzare il corpo dei consiglieri e le milizie sciite afgane ed irachene, così come di ricostituire l’arsenale dell’Esercito siriano per permettergli l’offensiva decisiva. Per farlo, Teheran sponsorizza l’acquisto di armi e munizioni dalla Bielorussia.northsyriaapril2016Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria nella geopolitica: cinque anni dopo

Omar Rafael García Lazo, al-MayadinSouth Front4-putin-friendsE’ ampiamente noto come Washington e Londra videro l’ascesa di Hitler in Germania con speranze antisovietiche. L’avvicinamento della Cina aveva motivazioni antisovietiche orchestrate dalla Casa Bianca. È nota la posizione degli Stati Uniti nel conflitto iraniano-iracheno, e il loro sostegno ai terroristi islamici in Afghanistan contro l’Armata Rossa è storia abbondantemente nota. Questi pochi esempi (ve ne sono altri) aiutano a capire il ruolo degli Stati Uniti quando pianta gli stivali su terreni scomodi. Allo stesso modo, dobbiamo capire cosa succede oggi in Siria, Paese da decenni ostacolo ai piani di Israele e Stati Uniti ed anche delle fratricide petromonarchie della regione.

Perché la Siria?
88706259_Siriya La proposta panaraba di sostegno alla causa palestinese e della resistenza anti-sionista, i rapporti con l’URSS e i concetti di organizzazione sociale e costruzione dello Stato dei leader siriani si scontrarono sempre con gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, assetati di petrolio e bloccati nella Guerra fredda; di un Israele sionista dalle mire espansionistiche e delle monarchie tribali che videro crescere il loro potere con il boom della produzione di petrolio. L’invasione degli Stati Uniti di Afghanistan e Iraq, con la scusa della lotta al terrorismo, fu il culmine della loro egemonia, ma evidenziò l’esaurimento dell’uso della forza. Mentre gli Stati Uniti si bloccarono nei territori afgani e iracheni, la ricomposizione globale prendeva una piega inaspettata con l’ascesa cinese, la ripresa russa e l’inizio di una nuova era in America Latina. Allo stesso tempo, in Medio Oriente l’Iran rafforzava le posizioni anche con decine di migliaia di soldati statunitensi ai confini est ed ovest; la Siria affrontava la crisi con le riforme economiche; in Libano le forze della resistenza divenivano interlocutori indispensabili; e nei territori palestinesi occupati, Hamas vinse le elezioni per la prima volta. Così fu creato l’asse della resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e Hamas. Da allora, l’Iran e i suoi alleati regionali sono un ostacolo strategico agli interessi regionali di Washington assieme a quelli di Tel Aviv e delle monarchie locali. L’asse Teheran-Damasco è alle porte dell’Asia centrale e dell’Oriente, dove Cina e Russia sono ancora l’obiettivo finale. Di conseguenza, gli USA scatenarono diverse azioni volte a indebolire tale alleanza. I militari israeliani ancora ricordano con disgusto come dovettero abbandonare i loro obiettivi in Libano meridionale, quando Hezbollah li conteneva mostrando un’elevata potenza di fuoco, dominio del terreno e controllo delle linee di rifornimento con il supporto di Iran e Siria, nel 2006. L’impotenza risultante si riversò due anni dopo contro Gaza e Hamas, il più debole membro dell’asse. L’Iran non fu lasciato in pace, ma date le dimensioni del nemico, la tattica fu diversa: sovvertimento interno aggiunto da pressioni internazionali e campagna mediatica senza scrupoli con l’obiettivo d’isolare il Paese a livello internazionale. Con la rielezione di Mahmud Ahmadinejad a Presidente nel 2009, gli Stati Uniti svilupparono un piano eversivo straordinario, rafforzato dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, capaci di far scendere migliaia di cittadini nelle strade sostenendo l’annullamento del voto. Tuttavia tali proteste prefabbricate furono sconfitte, costituendo un esempio di ciò che fu la primavera araba, stagione che, forse a causa del cambiamento del clima, non è mai sbocciata in alcuna delle monarchie alleate di Washington. A seguito di tali azioni, la Siria fu bersaglio degli Stati Uniti che, con il loro opportunismo proverbiale, puntavano ai loro interessi sostenendo senza scrupoli notori gruppi terroristici armandoli contro la Siria e il non allineato agli statunitensi Iraq, sempre più vicino Teheran, Damasco e Mosca. Il sostegno ai gruppi terroristici si materializzò con mezzi militari e tecnici, apparecchiature di comunicazione, informazioni d’intelligence e copertura mediatica. Fu impressionante vedere l’avanzata di convogli di camion pieni di terroristi e armamenti tra le sabbie del deserto, senza un singolo cenno dei portavoce occidentali o di uno dei loro mass media. Con i satelliti in grado di individuare una squadra in movimento nel mezzo della fitta giungla colombiana, sembrava inconcepibile che le unità dello Stato islamico si muovessero sotto gli occhi della grande potenza mondiale, lasciando una scia di crimini contro l’umanità in Iraq e Siria. Ma questo era l’obiettivo, consentire l’avanzata dello Stato islamico contro la Siria, smembrarla, indebolire l’alleanza e intimidire l’Iran che si opponeva allo smantellamento del proprio programma elettronucleare. Ma la Siria ha resistito, non solo contro i membri inumani dello Stato islamico, ma anche alla campagna mediatica contro il governo di Bashar al-Assad, criticato anche dalla sinistra di cui va discussa la dubbia capacità di riconoscere il vero nemico.

La svolta
La resistenza del popolo siriano, con migliaia di morti e rifugiati; la determinazione dell’esercito di lottare contro qualsiasi cittadella dei terroristi; e la decisione del Presidente di non cedere a qualsiasi pressione internazionale e rimanere alla guida del Paese, fece scomparire tutte le ipotesi secondo cui Bashar al-Assad non avesse alcun sostegno popolare e che la Siria non potesse resistere all’enorme invasione sostenuta da Stati Uniti, Turchia e certi Paesi arabi ed europei. A questa resistenza, l’appoggio militare e politico della Russia fu fondamentale. La decisione di Mosca d’iniziare attacchi aerei sistematici sulle posizioni dei terroristi in Siria fu il punto di svolta della guerra, creando le condizioni per l’avanzata dell’esercito che ultimamente riconquista, poco a poco, i territori occupati dallo Stato islamico o dai suoi affini e alleati. Questa svolta nella guerra chiariva i veri scopi di quei Paesi che sostengono i gruppi che si oppongono a Bashar al-Assad e allo stesso tempo pretendono di combattere il terrorismo. Una contraddizione netta che serve a giustificare l’invio di armi e munizioni ai terroristi. In tale scenario complesso, gli Stati Uniti hanno provocato manovre politiche in risposta alla pressione delle operazioni congiunte degli eserciti siriano, russo e iracheno, sostenuti da Iran e Hezbollah. Vittima delle proprie contraddizioni, il governo Obama e alleati ora discutono se evitare di offrire una tregua a Bashar e sostenere i terroristi o, con più pragmatismo, prevedendo le conseguenze del consolidamento dello Stato islamico, avere l’importante coinvolgimento della Russia nella regione e il rafforzamento dell’Asse della Resistenza incentrato su Iran e Siria. La cosa interessante di tutto questo è il silenzio dei mass media che hanno quasi omesso gli ultimi trionfi degli eserciti iracheno, siriano e russo, tra cui l’importante liberazione di Palmira. La realtà gli ha imposto il silenzio per evitare il discredito. Certo, è molto difficile spiegare, dopo cinque anni d’intensa campagna mediatica, come un dittatore può vincere ed essere lodato dal popolo nelle città liberate. E’ complicato supporre come l’Asse della Resistenza tra Iraq, Siria ed Hezbollah, a cui l’Iraq si unisce, dimostri forza e capacità militare. E’ molto difficile spiegare come in pochi mesi l’Aeronautica russa abbia colpito i terroristi più della coalizione degli Stati Uniti. E’ difficile riconoscere davanti al mondo politico, forza e capacità diplomatica e militare della Russia. E’ complicato spiegare perché sostenere i terroristi e permettergli di esportare il petrolio. E’ difficile spiegare come i terroristi ricevono missili e armi pesanti… E’ doloroso riconoscere che il piano non ha funzionato. Questa è la verità omessa, nascosta o distorta. Tutto ciò che è accaduto fino ad oggi conferma che la Siria è il nodo geopolitico mondiale. Vera o meno, la profezia attribuita a Caterina La Grande deve rimbombare nelle orecchie dei guerrafondai. La Zarina avrebbe affermato che “Le porte di Mosca si aprono a Damasco”. Nel 21° secolo sappiamo tutti che è vero. Le voglie di Washington si confermano; semplicemente non pensano di non poter passare per le porte della Grande Moschea di Damasco con i loro stivali.1169509Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La danza macabra di Ginevra suscita disprezzo e derisione. Regno Unito al freddo

Ziad Fadil, Syrian Perspective, 1° aprile 201612729168L’atmosfera è quella solenne. Si potrebbe pensare che, se si fosse stati invitati, l’opposizione sarebbe apparsa qualcosa di diverso dal rappresentante del’aspirapolvere della Kirby. Ma, in realtà non è così. Mentre i colloqui a Ginevra volgono verso la rottura inevitabile, ecco cosa realmente accade sul campo. L’esercito siriano ha creato la nuova realtà che rende l’opposizione in precedenza inesistente, un’opposizione attualmente inesistente. L’intera ragion d’essere degli esuli, molti dei quali noti criminali, è assicurarsi che le opinioni dell’Arabia Saudita siano rappresentate a Ginevra. Dato, come questo sito ha costantemente postulato, che l’opposizione è nuda. I suoi membri sono ex-galeotti dal passaporto scaduto e che devono viaggiare con documenti forniti da quei ratti che la maggior parte dei siriani non farebbe entrare in casa. Mentre il tempo volge all’epilogo, l’opposizione è freneticamente alla ricerca di un’altra casa, da qualche parte nell’Antartide, dove poter vivere a sbafo, mentre gli ex-sponsor sauditi affrontano la decapitazione, uno dopo l’altro. L’Arabia Saudita è al minimo quale regno che galleggia sul petrolio. Perde la terribile guerra nello Yemen, dove l’unica strategia sembra sia uccidere il maggior numero possibile di civili non potendo trovare obiettivi importanti. Anche se gli Stati Uniti avvertirono i sauditi da tale disavventura, arroganza e presunzione nutriti per decenni e una ricchezza volgarmente ostentata che illustra un’umanità venale, hanno portato alla bancarotta economica, all’esaurimento delle riserve d’oro, alla chiusura dei programmi sociali e a una neocondizione di paria nella diplomazia. Stati Uniti e Gran Bretagna (due nazioni decise a cadere insieme su tutto) aiutano i sauditi a perdere la guerra nello Yemen il più rapidamente possibile. Hanno fatto di meglio solo in Afghanistan. Nel Levante, dove i sauditi hanno interessi significativi, in particolare in Libano, sono incapaci di perseguire il loro programma verso una qualche conclusione positiva. In Siria hanno visto i loro arci-pupazzi dello SIIL sprofondare sotto il peso dei massicci investimenti militari della Russia. Ossessionati dalla caduta del Dr. Assad che rappresenta, per il cervello annebbiato dei sauditi, la continuazione dell’espansione dell’Iran nel mondo sunnita, perdono il contatto con la logica e il buon senso. Sostenere una cricca, chiamata opposizione di Riyadh, non ha giovato ai loro interessi. Al contrario, in realtà, quanto più quell’imbecille di Riyadh Hijab continua a ronzare su “nessuna presenza di Assad” in qualsiasi governo di transizione, tanto più appare chiaro che il gruppo di Riyadh è esattamente questo: il passaparola dei sauditi. Eppure, come evidenziano le notizie, i siriani esprimono verso i rappresentanti sauditi un sano rigetto, così infliggendo un colpo fatale alle macchinazioni di tali senescenti palloni di gas.
12933024 Staffan DeMistura cerca di saldare i colloqui con la cera d’api. Sa bene che il Dr. Assad vincerà ogni elezione presidenziale, anche se supervisionata totalmente dalle Nazioni Unite. La prova è che Assad è il simbolo della resistenza della Siria alle forze maniacali che, tentando di spodestarlo, devastano il Paese. Solo pochi siriani l’hanno accettato. Tutti gli altri, sunniti, cristiani, drusi, alawiti, ismailiti e armeni hanno un parere: Arabia Saudita, Turchia e NATO sono i veri nemici del popolo siriano. Ergo, a DeMistura è rimasto il compito sgradevole d’informare l’opposizione saudita che “non può pretendere che Assad non rimanga alla presidenza, se il popolo siriano lo vuole”. Ma la Gran Bretagna, sonoramente bastonata dall’intervento della Russia nella guerra al terrorismo della Siria, continua a pontificare sul futuro del Dr. Assad, anche se non può farci molto. La Gran Bretagna non è riuscita a convincere il presidente Barack Obama a dover trovarsi un altra palude estera in cui affogare il contribuente statunitense. In un’osservazione, il presidente degli Stati Uniti è stato aspramente critico verso il primo ministro inglese, citando il catastrofico assalto scimmiesco sulla Libia di Gheddafi di Regno Unito e Francia (sullo sfondo del sostegno degli Stati Uniti), che non ha creato qualcosa di simile a democrazia, libertà e sicurezza. Questo episodio dell’interventismo dell’Europa occidentale affianca altri monumentali SNAFU come Vietnam, Gallipoli, Afghanistan, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Gli inglesi sono così dipendenti dal denaro saudita e qatariota che non possono più avere una politica estera che abbia senso nel mondo della normale saggezza. Non osano pronunciare la parola che implichi la longevità del Dr. Assad, perché vedrebbero gli abbondanti conti dell’Isola di Man esaurirsi e il denaro saudita rapidamente ritirato dai mille progetti inglesi in quella miserabile isola “sovrana”. Senza gli Stati Uniti a sospingere il cambiamento richiesto dai babbioni sauditi, la Gran Bretagna non avrà l’influenza a cui è abituata. In Siria, nessuno menziona la Gran Bretagna. Ed anche la Francia è diventata una barzelletta, grazie soprattutto alle fortune rapidamente affondate del suo capo deplorevolmente impopolare Francois Hollande. La logica va in questo modo a Damasco: se Hollande insiste sulla cacciata del Dr. Assad, come può dirlo seriamente quando i suoi indici di gradimento sono crollati al 19%? No, Gran Bretagna e Francia, che massacrarono la società in Libia e commisero crimini di guerra orribili in Iraq, Algeria, Palestina e Siria, devono ritrovarsi perduti come i rifugiati siriani sul Mar Egeo. Se qualcuno deve andarsene, sono Cameron e Hollande.
Ciò che resta ai sauditi è un dilemma rabelaisiano. “Come facciamo a liberarci di Assad senza liberarci dell’Arabia Saudita?” L’agenda saudita è tipica del modo arretrato con cui pensa il beduino. Tutto è bianco e nero. I sauditi sono incapaci di vedere qualsiasi obiettivo senza il problema del valore dell'”onore personale” quale filtro. Da difensori dell’Islam sunnita, si chiedono come mai i sunniti in Siria sostengano uniformemente il Dr. Assad? Non si chiedono il motivo per cui l’esercito, per lo più sunnita, della Siria sia fedele e protegga il presidente? Non si arrischiano a chiedersi se qualcuno in Siria vorrebbe avere il tipo di assurda tirannia plutocratica vigente nella Twilight Zone wahabita, l’Arabia Saudita? Eppure persistono a voler bloccare la via dell’Iran in ascesa, a strangolare Hezbollah, la resistenza libanese, a sventare i piani iraniani per estendere il gasdotto dall’Iraq ai porti siriani sul Mediterraneo, a piegare i politici libanesi e a schiacciare le aspirazioni palestinesi. L’Arabia Saudita non è solo il nemico del popolo arabo; è il veleno iper-tossico che agisce da tramite di un demonismo prospero e in metastasi. Così, di che parlano a Ginevra? L’opposizione di Riyadh continua a spappagalleggiare le stesse assurdità. Il governo siriano, rappresentato dal nostro dilagante inviato Dr. Bashar al-Jafari, insiste sulla lettera del diritto. Invece di lavorare per promuovere una nuova costituzione, l’opposizione si concentra esclusivamente sulla “transizione” senza il Dr. Assad. E il Dr. Assad risponde sottolineando l’esistenza di una costituzione che va seguita in modo esplicito nella transizione. L’opposizione, recitando il mantra saudita, ripete in sostanza vecchi logori punti: “Non ci può essere un governo di transizione se il Dottor Assad vi è presente”. Sembra che l’opposizione, sotto la tutela saudita, abbia trovato un modo per assicurarsi che i colloqui falliscano completamente, ciò che i sauditi hanno sempre voluto. I fatti: al Dr. Assad non sarà permesso di lasciare la carica, anche se lo volesse. Il partito Baath, l’istituzione della sicurezza, i militari, il popolo e le istituzioni della nazione non gli permetteranno di lasciare il Paese in qualsiasi circostanza. Inoltre, il Dr. Assad è un patriota siriano nato e cresciuto nella terra d’origine. Sarebbe insolito che tale persona lasci l’incarico in piena guerra, come oggi è la Siria. Possono dei criminali assassini a Ginevra portare al-Qaida ai negoziati? Non pensiamo. Possono portarvi lo SIIL? Assolutamente no. Non vi portano altro che sogni e pretese dei sauditi. E fino ad oggi i sauditi non offrono nulla. Ciò che riguarda tali colloqui a Ginevra non è democrazia, o liberazione, o rivoluzione, o ciò che riguarda i progressi di una società civile unita. Tutto ciò che chiedono è la cacciata Dr. Assad. La linea di fondo è che statunitensi, inglesi e francesi, assieme al resto della marmaglia europea, sono alle prese con la dinamica dell’ipocrisia, al tempo stesso promuovendo la democrazia pubblicamente, mentre, in un secondo tempo, sovvertono il diritto internazionale cercando di spodestare il governo riconosciuto di uno Stato membro delle Nazioni Unite, in una trama occulta. È un crimine a cui DeMistura si presta per favoreggiamento. Questo è il motivo per cui DeMistura va sollevato da qualsiasi ulteriore coinvolgimento nei colloqui o da qualsiasi cosa abbia a che fare con la Siria.
Sappiamo che i colloqui “di prossimità” o “indiretti” procedono miseramente. Il fatto è che l’opposizione ha imposto ostacoli con cui nessuno può manovrare. Se abbiamo ragione, al Dr. Assad non sarà mai permesso di abbandonare la carica di presidente, e l’opposizione non può proporre nulla se non l’insistenza sulla sua rimozione prima della creazione di un “governo di transizione misto”, quindi, in questo caso, gli unici vincitori sono il governo siriano e la Federazione russa. Dopo tutto, non si può dire che il Dr. Assad non avesse fin dal 2012 evocato l’idea di tali colloqui e che i russi almeno dal 2013 non abbiano fatto ogni sforzo diplomatico per vedere l’opposizione dialogare con il governo per trovare un modus vivendi. Per tutto il tempo Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e la miserabile junta saudita hanno finanziato e addestrato i terroristi che, evidentemente, sono sempre più stanchi di perdere in Iraq e Siria, e si dirigono verso casa, in Europa, ad infettarla con la malattia che non è riuscita a smontare la società siriana. Ora, con centinaia di giovani di ritorno dal “jihad del sesso” in Siria, scalpitano per farlo in occidente, possiamo prevedere che i colloqui di Ginevra continueranno tra gli incendi appiccati dagli stessi europei. Quello che è successo a Parigi e Bruxelles è solo l’inizio. Non si fermerà fin quando l’Europa capirà che noi arabi siamo stufi dei loro interventi e siamo pronti a piantargli le corna sul loro continente. Non ci vorrà molto per farlo, dato che gli europei sono stati così abili a creare gli stessi mostri che tornano a perseguitarli per nostro conto. Un godimento.

1390383276-1-768x768Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il piano delle operazioni contro lo Stato islamico dell’Esercito Arabo Siriano

Valentin Vasilescu, Reseau International 27 marzo 20161914766Le quasi 9000 missioni di bombardamento dell’Aeronautica russa hanno neutralizzato le reti di tunnel e gallerie attraverso cui i gruppi di esercito libero siriano (ELS), Fronte islamico e al-Nusra riuscivano a sorprendere l’Esercito arabo siriano. Oggi i gruppi terroristici sono così indeboliti che non possono scatenare un attacco cambiando i rapporti di forza in Siria [1]. Il conflitto sorto tra la brigata dei Martiri di Yarmuq, sostenuta da Israele e Francia [2] e i suoi alleati di ELS e Fronte Islamico, sostenuti da Stati Uniti e Francia il primo, e da Arabia Saudita e Regno Unito il secondo, li massacra per il controllo di una zona a sud-ovest della città di Dara. Non appena la tregua entrava in vigore il 27 febbraio 2016, diversi gruppi jihadisti di Fronte islamico e al-Nusra cominciavano a deporre le armi o accettavano di combattere nelle unità dell’Esercito arabo siriano. Questo permise all’Esercito arabo siriano di schierare altre unità, rafforzando le più grandi contro lo Stato islamico. La situazione sarebbe assai migliore se l’Esercito arabo siriano potesse ritirarsi da 15 fronti nel nord-ovest e sud-est, dove vi è la maggior parte delle truppe, per impiegarle contro lo Stato islamico. Liberando l’autostrada Aleppo-Hama-Homs-Ithriyah nei primi giorni di marzo 2016, l’Esercito arabo siriano evitava la cooperazione tra i gruppi terroristici, isolando il compatto territorio islamico di al-Nusra, ELS e Fronte islamico nel sud della provincia di Aleppo e nella provincia d’Idlib, dal territorio occupato dallo Stato islamico in Siria centrale e orientale. I miliziani curdi a loro volta hanno creato una zona cuscinetto al confine con la Turchia, dove lo Stato islamico non controlla che una striscia di 90 km. La città di Tadmur è considerata dal Tenente-Generale Sergej Rudskoj, Capo del Centro Operativo dello Stato Maggiore dell’Esercito russo, un punto strategico dello Stato islamico per l’importanza dello snodo delle comunicazioni nel deserto. Il generale stima che il declino totale dello Stato Islamico comincerà con la liberazione di Tadmur. Dopo le battaglie nel deserto dell’Esercito arabo siriano per controllare la comunicazioni, e i bombardamenti aerei, lo Stato Islamico non ha mezzi sufficienti per garantirsi una mobilità, ed è costretto ad adottare lo schieramento difensivo in alcune principali città del territorio che controlla. Questo dà all’Esercito arabo siriano completa libertà di azione attuando offensive contemporaneamente su diverse direzioni, utilizzando i velivoli per circondare le sacche di resistenza dello Stato islamico. L’Esercito arabo siriano ha lanciato la fase intermedia della battaglia per Tadmur il 7 marzo 2016, avanzando da Homs con la 67.ma Brigata corazzata e il 64.mo Reggimento d’artiglieria della 18.ma Divisione corazzata, rinforzati da un battaglione di marines, liberando quindi i campi petroliferi di Shair, Mahr, Jihar e Jazl, ad ovest, nord e sud di Tadmur. L’Esercito arabo siriano avvolgeva il fianco di un avamposto dello Stato Islamico, a 20-25 km ad ovest di Tadmur, composto da 1500 combattenti (zona 1). Il gruppo tattico formato intorno alla 67.ma Brigata corazzata, composto da 3000 soldati, s’infiltrava così tra Tadmur e questa posizione, tagliando le vie di ritirata verso nord (Raqqa) e verso est (Palmira-Dair al-Zur) dei 1500 jihadisti con una manovra di accerchiamento. La 18.ma Divisione, tenuta nella riserva strategica dell’Esercito arabo siriano, aveva gli effettivi al completo e dotati di armi moderne, avendo beneficiato di un programma di addestramento organizzato dai consiglieri militari russi. [2]
La 67.ma Brigata corazzata attaccava ad ovest di Tadmur con circa 90 carri armati, 40 veicoli da combattimento per la fanteria (BMP-1) e moderni sistemi missilistici anticarro. Il 18 marzo 2016, le forze del Battaglione Tigre per le operazioni speciali dell’Esercito arabo siriano arrivava in zona, riunendosi al commando dei Falconi del Deserto, una milizia composta da ufficiali e sottufficiali siriani della riserva, addestrata da iraniani e Spetsnaz e dotata di mezzi e armi per combattere nell’ambiente desertico. Il gruppo tattico di Tigre e Falconi del Deserto era composto da 2000 uomini dotati di fuoristrada blindati armati di mitragliatrici pesanti KPV da 14,5mm o cannoni binati GS-23 da 23mm, e di missili anticarro a guida laser russi. Questo gruppo attaccava Tadmur da sud. Ad est di Tadmur, l’offensiva fu avviata il 24 marzo 2016 da uno schieramento controllato dagli istruttori militari di al-Quds (forze speciali iraniane), composto da 1800 combattenti delle Forze di Difesa Nazionale della Siria, Hezbollah e dai gruppi paramilitari iracheni Haraqat al-Nujaba, Liwa Imam Ali, Qataib Hezbollah. Questi tre principali gruppi tattici siriani neutralizzarono tutti i punti di appoggio dello Stato islamico sulle colline intorno Tadmur, il secondo cerchio difensivo dello SIIL, tagliando quindi ogni possibilità dei jihadisti di fuggire dalla città. Ora l’Esercito arabo siriano sfondava il terzo cerchio difensivo alla periferia di Tadmur, entrando nella città liberandola strada per strada (zona 2). I punti di appoggio dello Stato islamico scavati nelle rocce situate sulle alture che controllano l’accesso alla città di Tadmur, furono colpiti dai velivoli Su-22, L-39 Albatros e MiG-23 delle basi aeree siriane di Shayrat (20 km a sud-est di Homs) e Tiyas (40 km a ovest di Tadmur), a cui si univano aerei ed elicotteri d’attacco russi Mi-24V. Tra il 20 e il 23 marzo 2016, l’Aeronautica russa effettuava 41 missioni, colpendo 146 obiettivi dello Stato islamico a Tadmur, distruggendo 6 centri di comando, 5 carri armati, 6 pezzi d’artiglieria, 2 depositi di munizioni, 15 autoveicoli armati, ed eliminando 320 terroristi. Alcuno dei 180 aeromobili della coalizione anti-SIIL guidata dagli Stati Uniti partecipava all’operazione su Tadmur.al-assaudQuali sono le conseguenze della liberazione di Tadmur?
1. Nella Siria meridionale, fino a Tadmur, c’è solo una strada nel deserto di 150 km, attualmente controllata dello Stato islamico (Zona 3). Con la liberazione di Tadmur, un gruppo dello Stato Islamico di 3000 terroristi dispiegati tra la zona a sud di Tamdur e il confine giordano, ad est e nord-est della città di Suwayda, venivano isolati dalla capitale dello Stato islamico Raqqa.
2. La città di Dair al-Zur è difesa dalla 104.ma Brigata Paracadutisti, dalla 137.ma Brigata d’artiglieria dell’Esercito arabo siriano e dai combattenti delle Forze di difesa nazionale, con 4000 effettivi. Il gruppo tattico di Dair al-Zur agisce indipendentemente dall’Esercito arabo siriano, a 90 km da Tadmur. Il supporto aereo a questo gruppo tattico è fornito dalla base aerea di al-Nasiriyah, con bombardieri Su-24M3. La liberazione di Tadmur permette all’Esercito arabo siriano di controllare l’autostrada M20, tra Tadmur e Dair al-Zur, lunga 90 km, l’unica via di comunicazione nel deserto, costringendo i terroristi dello Stato Islamico a ritirarsi a nord (Zona 4). Nei giorni scorsi, il gruppo da battaglia dell’Esercito arabo siriano di Dair al-Zor veniva vigorosamente attaccato da sud dai terroristi dello Stato islamico. Per respingerli, l’Esercito arabo siriano inviava per via aerea rinforzi per circa 1000 soldati e munizioni. Dopo gli attacchi dello Stato islamico, la 104.ma Brigata paracadutisti spezzava il blocco istituito dai terroristi islamici e avanzava a sud-est lungo l’autostrada M4 (che collega Aleppo ad al-Buqama, al confine con l’Iraq), nella tratta Dair al-Zur – al-Mayadin. Il controllo totale di questo tratto di autostrada impedirà il trasferimento dei terroristi dello Stato islamico in Iraq verso la Siria. Le truppe siriane da Tadmur potranno collegarsi con quelle a Dair al-Zur, e verso est, ad Hasaqah, rafforzando i miliziani curdi sigillando il confine con l’Iraq (zona 5).
3. La liberazione di Tadmur e la congiunzione con il gruppo tattico di Dair al-Zur permetterà all’Esercito arabo siriano di attaccare la città di Raqqa, capitale dello Stato islamico, da tre direzioni: ovest, sud ed est (zona 6) e di neutralizzare completamente tutti i gruppi terroristici in Siria entro cinque o sei mesi.CeT_mrwXEAEbi8W1[1]. La trappola di Putin ritirando il contingente russo in Siria.
[2]. Lo stato attuale dell’Esercito arabo siriano.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rilancio economico eurasiatico e continuo declino dell’influenza statunitense

Alessandro Lattanzio, 28/3/20161035373629Il valore delle riserve auree della Russia è aumentato di 5,8 miliardi di dollari, passando da 381,1 miliardi a 386,9 miliardi tra l’11 e il 18 marzo, secondo la Banca centrale russa. In sette giorni, la Russia ha aumentato le riserve in oro e valuta estera dell’1,5 per cento. Dal 1° marzo, le riserve sono aumentate dell’1,7 per cento. A metà dicembre 2015, la Banca centrale russa annunciava che avrebbe aumentato le riserve d’oro della Russia a 500 miliardi di dollari nei prossimi tre-cinque anni.
Contemporaneamente, i profitti industriali della Cina crescevano nel bimestre gennaio-febbraio 2016 del 4,8 per cento, più che nello stesso periodo del 2014 (4,2 per cento). I profitti delle aziende industriali con un fatturato annuo di oltre 20 milioni di yuan (3,1 milioni di dollari) sono stati pari a 780,7 miliardi di yuan nel gennaio-febbraio 2016, secondo l’Ufficio nazionale di statistica (NBS). I profitti sono aumentati più velocemente in 18 mesi, infatti i profitti industriali della Cina registrarono un 4,7 per cento a dicembre e con una riduzione del 2,3 per cento nel 2015. He Ping, funzionario dell’NBS, attribuiva la crescita dei profitti all’aumento delle vendite e a un leggero calo dei prezzi. Nei primi due mesi, i ricavi delle imprese sono saliti dell’1 per cento rispetto al 2015, migliorando rispetto allo 0,6 per cento di calo nel dicembre 2015 e un aumento dello 0,8 per cento per tutto l’anno scorso. Nel gennaio-febbraio, l’indice dei prezzi alla produzione era scaduto al 5, dal 5,9 per cento a dicembre e del 5,2 per cento per tutto il 2015.
Infine, la Banca del Pakistan annunciava un piano per autorizzare l’emissione di lettere di credito in euro invece che in dollari, per gli uomini d’affari pakistani che desiderano importare beni strumentali dall’Iran, senza l’intermediazione di una banca degli Stati Uniti. Ecco una possibile risposta sull’attentato a Lahore che ha provocato 72 morti. Inoltre, il governo indiano aveva approvato a febbraio una prestito di 150 milioni di dollari per sviluppare il porto di Chabahar in Iran, e il Ministro del Petrolio indiano Dharmendra Pradhan, che dovrebbe visitare l’Iran il 6-7 aprile per firmare l’accordo da 3,5 miliardi di dollari per lo sviluppo del giacimento di gas Farzad-B nel Golfo Persico, che era stato bloccato dalle sanzioni contro l’Iran. Il progetto energetico Iran-India avrà effetti sull’equilibrio strategico della regione.

Nel frattempo, in Europa
viktor-orban-540x304 L'”Eurodream” ucraino svanisce mentre lo Stato controllato dagli oligarchici, non sarò mai membro dell’Unione europea. In Europa orientale, gli immigrati ucraini superano quelli provenienti da Medio Oriente e Nord Africa. In Polonia sono più di 2 milioni i lavoratori migranti con passaporto ucraino e che le autorità chiamano rifugiati secondo le norme dell’UE. Tra gennaio e novembre 2015, 706000 ucraini hanno ricevuto i permessi di lavoro in Ungheria, Repubblica Ceca e Germania. In futuro si prevede che saranno da 5 a 8 milioni nell’UE e a cui saranno negati i benefici sociali che gli immigrati provenienti da Libia, Siria e Afghanistan hanno ricevuto immediatamente all’arrivo. Comprendendo che il collasso dell’economia ucraina avrà conseguenze disastrose per l’Unione europea, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker annunciava che la Commissione europea esaminerà la decisione di annullare l’obbligo di visto per gli ucraini in coincidenza con il referendum olandese sulla ratifica dell’accordo di associazione tra UE e Ucraina, il 6 aprile. Gli olandesi sono riluttanti ad accettare ulteriori migranti dall’Ucraina, dopo l’ondata dal Medio Oriente; ma la Commissione sa che negare agli ucraini l'”Eurodream” priverà il governo golpista ucraino della legittimità superstite, mentre Washington prende le distanze dal problema. In relazione a ciò, il Parlamento polacco valuta la costruzione di un muro sul confine polacco-ucraino, facendo il paio con quello sul confine ungherese-rumeno. Infatti, le autorità rumene prevedono di accettare 6200 rifugiati nel 2016 e 2017 assecondando Bruxelles. Il Primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orban, emetteva un ordine al Ministero degli Interni e al Ministero della Difesa per costruire un muro lungo il confine con la Romania, allungando quello eretto ai confini con Croazia, Serbia e Slovenia. Un recinto alto 4 metri su tre file di filo spinato, e una barriera alta 3,5 metri in mezzo. L’accordo di Bucarest ad aprire le frontiere ai rifugiati, in cambio del sostegno di Angela Merkel al presidente rumeno di etnia tedesca Klaus Iohannis nelle elezioni presidenziali del 2014, dirigerà l’ondata di immigrati verso l’Ungheria orientale. Viktor Orban aveva chiesto all’Unione europea di fornire alla Macedonia ulteriori finanziamenti per rafforzarne la protezione dei confini nel nord della Grecia, per trattenere le ondate di profughi. Al vertice dell’UE tenutosi il 7-8 marzo in Turchia, Orban aveva detto che “Anche un solo rifugiato è molto per noi. Non saremo mai d’accordo al trasferimento di profughi dalla Turchia all’Ungheria”. Al vertice, Ankara prometteva di riprendersi tutti i rifugiati giunti in Europa in cambio di 6 miliardi di euro da Bruxelles, dell’adesione all’UE e dell’autorità di trasferire rifugiati direttamente nei Paesi dell’UE, nella misura di uno per ogni clandestino rientrato in Turchia. Il percorso attraverso la Romania e verso il confine orientale dell’Ungheria rimane aperto, quindi Budapest prevede di tenere un referendum sulla quota di 2300 rifugiati impostale dall’UE. Il primo ministro ungherese definisce i rifugiati “invasori” e giura che: “i gangster non faranno preda delle nostre mogli e figlie”.12795260A Palmira: Russia e USA
12049139 Il 27 marzo Tadmur veniva completamente liberata con l’eliminazione delle ultime sacche dei terroristi, e il comandante della Liwa Suqur al-Sahra esprimeva gratitudine a Vladimir Putin a nome del popolo siriano, osservando che mentre gli altri Paesi hanno sostenuto i terroristi, la Russia ha aiutato la Siria contro lo “Stato islamico”, “Tutto è accaduto in diverse fasi. Il nostro esercito ha circondato e liberato Palmira. La difficoltà principale era che i terroristi avevano seminato molte mine sulle strade“, e sottolineava che la vittoria non sarebbe stata possibile senza il sostegno della Russia e del Presidente Vladimir Putin. Il Comando Generale dell’Esercito e delle Forze Armate siriano dichiarava “sicurezza e stabilità sono state restaurate a Tadmur a seguito di varie operazioni militari precise ed efficaci effettuate dalle unità militari con l’aiuto dei gruppi di difesa popolare e sostenute dalle forze aeree siriane e russe. Questo risultato dimostra che il nostro valoroso esercito, aiutato dagli amici, è l’unica forza efficace in grado di combattere il terrorismo e sradicarlo“. E il Presidente Vladimir Putin si congratulava con il Presidente Bashar al-Assad per la liberazione di Palmira/Tadmur, e il Presidente Assad affermava che ciò era dovuto alla determinazione dell’Esercito arabo siriano e al sostegno efficace della Russia. Il Ministero della Difesa russo dichiarava che in 24 ore la RVVS aveva effettuato 117 sortite contro 40 obiettivi nella zona di Tadmur, distruggendo 8 centri comando, 12 fortificazioni, 2 carri armati, 3 pezzi di artiglieria, 6 depositi di munizioni, 8 autoveicoli ed eliminando oltre 80 terroristi. Il Comando dell’EAS chiariva che l’importanza del successo derivava dalla posizione strategica di Tadmur, quale importante anello di congiunzione tra le regioni centrali, meridionali, orientali e settentrionali della Siria. “Quasi 500 terroristi del SIIL furono uccisi nelle operazioni dell’Esercito arabo siriano per liberare Tadmur“, dichiarava una fonte militare siriana. Numerosi terroristi del SIIL furono eliminati mentre cercavano di fuggire dalla città, “abbandonando i feriti e le posizioni a Tadmur“. La RVVS distruggeva un grande deposito di combustibile dello SIIL presso Quraytin, distruggendolo assieme a tutte le autocisterne ed eliminando diversi terroristi presenti nel sito, mentre la 67.ma Brigata della 18.ma Divisione, l’81.ma e la 120.ma Brigata della 2.da Divisione dell’Esercito arabo siriano, Partito sociale nazionalista siriano (SSNP), Dara Qalamun, Liwa Suqur al-Sahra e Forze di difesa nazionale (NDF) liberavano Tulal al-Sud, Quota 850, Quota 849 e Tulal al-Rumayli a 1,5 km a nord-ovest di Quraytin. Presso Damasco, ad Harasta, la 105.ma Brigata della Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano distruggeva un tunnel lungo 200 metri e a 15 metri di profondità utilizzato come centro operativo da Jabhat al-Nusra. La Guardia repubblicana dell’Esercito arabo siriano ed Hezbollah liberavano l’ex-base della difesa aerea di Bala al-Qadim, nel Ghuta orientale, eliminando 13 terroristi di Jabhat al-Nusra.14589252921-519x389Mentre nel Governatorato di Lataqia, il 24 marzo, gli Spetsnaz russi catturavano i terroristi turcomanni che avevano distrutto, uccidendo un militare russo a bordo, l’elicottero Mil-8 russo decollato in soccorso dei piloti del cacciabombardiere russo Su-24 abbattuto dai turchi, la RVVS dispiegava in Siria, a fine marzo:
– 4 intercettori Sukhoj Su-35S
– 5 bombardieri Sukhoj Su-34
– 4 intercettori Sukhoj Su-30SM
– 12 cacciabombardieri Sukhoj Su-24M
– 4 elicotteri d’assalto Mil Mi-8AMTSh
– 8 elicotteri d’attacco Mil Mi-24P
– 4 elicotteri d’attacco Mil Mi-35M
– 1 velivolo da ricognizione Antonov An-30B
– 1 velivolo da ricognizione elettronica Iljushin Il-20M
– 1 velivolo da trasporto Antonov An-72
– 1 UAV Forpost
Questo dopo aver ritirato dalla base aerea di Humaymim
– 6 cacciabombardieri Sukhoj Su-24M
– 10 aerei d’attacco Sukhoj Su-25SM e 2 Sukhoj Su-25UB 2
– 3 bombardieri Sukhoj Su-34
– 3 elicotteri d’attacco Mi-24P
Complessivamente rientravano 24 velivoli, ma rimanevano ad Humaymim 44 velivoli e un numero ignoto di droni della RVVS.
Chi ha parlato di ritiro russo?CeeQ66KXEAElgiWCeiMU18WsAMdfDm12928438Infine, la New America Foundation for Studies and Research affermava che 4500 dei 10000 terroristi statunitensi ed europei arruolatisi nel SIIL erano stati eliminati in Siria e Iraq, “4500 combattenti stranieri, tra cui donne e giovani, sono stati eliminati in Iraq e Siria nelle battaglie e nei bombardamenti aerei e d’artiglieria effettuati nei due Paesi. Circa il sei per cento delle donne combattenti erano morte in battaglia. Tali statistiche escludevano i combattenti stranieri provenienti da Afghanistan, Cecenia, Asia e Africa“. Il Pentagono rivendicava l’eliminazione di Abdarahman Mustafa al-Qaduli, noto anche come Haji Iman o Abu Ala al-Afri, “Questo è il colpo più pesante per lo Stato islamico perché Qaduli era al centro della struttura amministrativa del SIIL“, affermava Hisham al-Hashimi, analista e consigliere del governo iracheno. “Baghdadi non può sostituire Haji Iman con una persona di valore equivalente. Dovrà nominarne tre per riempire il vuoto… riducendo… l’efficienza e lasciando al-Bahgdadi ancor più esposto al pericolo“. Difatti Qaduli era il governatore delle province siriane, ministro delle finanze e presidente del Consiglio della Shura del SIIL. Secondo Hashimi, “La sua morte e quella del ministro della guerra del SIIL Abu Umar al-Shishani, e la cattura di non identificati addetti alle armi chimiche, dimostrano che gli Stati Uniti hanno fonti vicine ai vertici dello Stato islamico“. Il SIIL aveva perso Tadmur e Ramadi, e il governo di Baghdad avanzava su Mosul, la maggiore città nel nord dell’Iraq. “La perdita di Haji Iman è grave. Anche se lo Stato islamico… ha un forte sistema per sostituire i capi più importanti, ci vorrà ancora tempo per sistemarsi“, dichiarava Ranj Talabany, funzionario dell’agenzia d’intelligence curda Zanyari. “Conosceva appieno le loro finanze, e le decisioni dei capi erano prese dopo avere consultato Haji Iman“. Qaduli era un capo di al-Qaida. Fu arrestato più volte durante il governo baathista in Iraq per il suo estremismo, e si recò in Afghanistan nel 1998, per incontrare Usama bin Ladin. Con la creazione del SIIL nel 2013, supervisionò la deportazione delle minoranze etniche e religiose e lo stupro delle donne yazidi. Qaduli veniva sostituito come governatore dal portavoce del SIIL Abu Muhamad al-Adnani; come capo finanziario da Iyad al-Ubaydi, noto anche come Fadil Haifa, ex- ufficiale della sicurezza di Sadam Husayn e sostituto anche di al-Shishani; ed infine da Abdallah al-Qatuni alla presidenza del Consiglio della Shura. Gli Stati Uniti conducevano operazioni mirate contro lo Stato islamico per eliminarne i propri agenti e i testimoni scomodi dell’intesa tra Gladio, Pentagono e terrorismo taqfirita.Syrian-Army-PalmyraNote
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