Gli USA in ritirata mentre le forze filo-russe avanzano in Medio Oriente

Finian Cunningham SCF 06.11.2017È stata una settimana intensa per il Medio Oriente. Le forze filo-russe sono avanzate ulteriormente sconfiggendo i fantocci sponsorizzati dagli Stati Uniti in Siria, con una terribile dimostrazione di potenza a lungo raggio aeronavale contro i terroristi nei pressi di Dayr al-Zur. Questo mentre il Presidente Vladimir Putin veniva accolto nella capitale iraniana dall’Ayatollah Khamenei, per una riunione che chiariva nettamente la nuova realtà dell’autorità geopolitica regionale. Pochi giorni dopo, il premier libanese Sad Hariri, sostenuto dai sauditi, si “dimetteva” a sorpresa, senza esserlo per chi segue gli eventi. Hariri fece un discorso scioccante dalla capitale saudita Riyadh, accusando l’Iran e l’alleato libanese Hezbollah di “destabilizzare” il suo Paese e persino di volerlo assassinare. L’Iran denunciava l’arcano di Hariri come “messinscena” ed attuazione del programma deciso da Washington ed alleati regionali, Arabia Saudita ed Israele, volto a colpire Iran ed Hezbollah. Il presidente del Libano Michel Aoun, che ha rapporti abbastanza buoni con Iran ed Hezbollah, non era contento dell’addio del primo ministro alla tv dalla capitale saudita. Aoun riferiva, piuttosto, che si aspettava che Hariri ritornasse in Libano per spiegare le dimissioni mentre soggiornava in un Paese straniero. Il presidente libanese aveva anche respinto le dichiarazioni sull’interferenza iraniana negli affari interni del suo Paese. Nel frattempo, contemporaneamente, i governanti sauditi lanciavano la retata contro i rivali nel regno con la scusa di un'”azione contro la corruzione”. Decine di principi sauditi, così come ministri attuali ed ex, arrestati o licenziati per consolidare ulteriormente il potere di re Salman e suo figlio, il principe ereditario Muhamad bin Salman. Le notizie sui media occidentali tendevano a rappresentare colpevoli gli accusati, suggerendo una pulizia anticorruzione. Mentre la realtà è che il regime saudita concentra il potere autocratico sbarazzandosi dei rivali interni presunti. La mossa renderà i Saud ancora più insicuri nel detenere il potere assoluto. Tali incantesimi per spaventare criminali e nemici vari, ci dicono che la fine è vicina. Un po’ come smuovere le sedie a sdraio mentre il Titanic cola a picco. È un’opera disperata, ma inutile ad evitare l’inevitabile. Una realtà inevitabile è che la Siria è stata salvata dall’asse degli USA e dal suo piano criminale per rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad. La guerra di sei anni per il cambio di regime è stata sconfitta, soprattutto dall’intervento di Russia, Iran e Hezbollah a sostegno dello Stato siriano.
Quando Putin visitava Teheran, la scorsa settimana, era ovvio dall’interazione con l’Ayatollah Ali Khamenei che Russia-Iran sono la nuova forza dominante in Medio Oriente. L’asse guidato dagli Stati Uniti e con l’ordine di affermarvi il dominio col conflitto settario e il caos è decisamente in declino. La Siria rappresenta una grave sconfitta dell’asse guidato dagli Stati Uniti e, al contrario, una monumentale vendetta di Russia, Iran e Hezbollah che stabilizzaa una regione strategicamente importante. L’ex-premier libanese Sad Hariri ovviamente può gettare disperatamente i dadi al casinò dell’ultima chance. Ma non è sua l’iniziativa. Il patetico Hariri, dalla nazionalità saudita e libanese, esegue gli ordini dei suoi padroni dell’asse statunitense, accusando Iran ed Hezbollah di presunta discordia e di un complotto per assassinarlo, Hariri cerca con non chalance di gettare il suo Paese in una possibile guerra civile. Sad Hariri, miliardario il cui padre Rafiq fu ucciso con una bomba nel 2005, accende le tensioni settarie in Libano. Il suo Movimento futuro finanziato dall’Arabia Saudita accusa regolarmente Hezbollah di avergli ucciso il padre 12 anni fa. Non è chiaro chi uccise Rafiq Hariri. Hezbollah ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento. L’assassinio di Rafiq Hariri potrebbe essere stata una falsa bandiera di CIA e Mossad per accusare Hezbollah, incitare il settarismo regionale e demonizzare l’Iran. La drammatica, per non dire altro, dimissione di Sad Hariri da primo ministro libanese nel fine settimana, sembra un tentativo di riaccendere le passioni settarie in Libano e rientra nella trama per attuare l’agenda della destabilizzazione guidata dagli Stati Uniti nella regione. Avendo visto distrutto il loro piano nefasto in Siria, Washington e clienti regionali cercano di passare a un altro teatro. Il rifiuto dell’amministrazione Trump, il mese scorso, dell’accordo nucleare internazionale con l’Iran e l’adozione di nuove sanzioni di Washington per la presunta sponsorizzazione del terrorismo iraniano, sono coerenti col tentativo di aprire un nuovo conflitto. Trump vuole anche imporre nuove sanzioni a Hezbollah per presunto terrorismo nei confronti degli Stati Uniti. Dato che Hezbollah fa parte del governo di coalizione del Libano, le sanzioni di Washington vi alimenteranno le tensioni sociali e politiche. Ancora una volta il piccolo Paese mediterraneo è esposto ai pericoli della guerra civile per le ambizioni geopolitiche statunitensi, saudite e israeliane. Le cicatrici della guerra civile del Libano (1975-90) tra le fazioni religiose sono ancora vive. Hariri e i suoi manipolatori statunitensi e sauditi, deliberatamente riaprono quelle ferite. Tutto ciò perché l’asse statunitense non può sopportare la sconfitta storica subita in Siria per mano dell’Esercito arabo siriano, col sostegno di Russia, Iran ed Hezbollah. Tuttavia, il tentativo di spostare il conflitto altrove non è una mossa intelligente come i suoi orchestratori potrebbero pensare. Per cominciare, la regione e il mondo sono assai meglio informati sulla nevrotica agenda settaria e terroristica di Washington ed alleati. I clienti come Sad Hariri sono visti per ciò che sono. Volenterosi burattini che non hanno alcuna preoccupazione per il benessere delle proprie nazioni. Non solo Washington è denunciata come fonte dei conflitti in Medio Oriente, ma i suoi regimi clienti lo sono anche. Ciò spiega perché la Casa dei Saud si affretti a barricarsi contro un possibile dissenso interno. Ha i giorni contati e lo sa.
Naturalmente il pericolo è sempre presente. Ma la Russia ha ancora il diritto di essere orgogliosa di essere stata acclamata a ripristinare stabilità e pace in Medio Oriente. La Russia e i suoi alleati Iran, Libano, Siria e Iraq avanzano forgiando una regione innanzitutto al servizio degli interessi dei popoli, piuttosto che degli interessi di Washington e suoi regimi clienti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Putin e il Medio Oriente

Con la nuova iniziativa per porre fine alla crisi siriana, il presidente russo emerge quale principale regolatore della regione
Abdalbari Atwan, Rai al-Yum 1° novembre 2017Il Presidente Vladimir Putin sorprende regolarmente per i risultati politici, diplomatici e militari in Medio Oriente che ne affermano la qualità della leadership dimostrando di avere una strategia chiara per affrontare i vari problemi della regione, soprattutto la crisi siriana. L’intervento in Siria si è rivelato decisivo garantendo grandi successi sul campo: tregue nel Paese, istituzione di quattro zone di de-escalation e avvio dei colloqui quadro di Astana che hanno riunito i capifazione dell’opposizione armata coi rappresentanti del governo siriano. Putin ha sorpreso con un altro, e non meno importante, sviluppo. Sono stati invitati più di 33 fazioni e gruppi politici e tribali al dialogo nazionale di Sochi sul Mar Nero, per il 18 novembre. L’obiettivo è discutere e concordare a grandi linee la nuova costituzione siriana che deciderà carattere ed identità della Siria futura, consolidandone la convivenza e la partecipazione delle varie componenti confessionali ed etniche del Paese, ponendo le basi di un nuovo sistema politico istituito dalle tanto attese riforme. I tre Paesi interessati, Iran, Turchia e Siria, hanno accettato senza esitazione e approvato questo passo. Ciò significa che le parti più attive ed influenti della crisi siriana hanno adottato la tabella di marcia russa che vogliono abbia successo e sono altresì disposte a rimuovere eventuali ostacoli. La Turchia, per esempio, ha tolto il vecchio veto su qualsiasi coinvolgimento delle unità di protezione dei popoli curdi (YPG), che ha sempre visto come organizzazione ‘terroristica’ che sfida i suoi confini e minaccia la sua sicurezza. Ma non ha espresso alcuna obiezione alle YPG partecipi alla conferenza sulla Siria che mira ad includere i rappresentanti di tutti i gruppi etnici, religiosi e confessionali. La convocazione di questa conferenza, prevista tra tre settimane, dopo il settimo round dei colloqui di Astana, attesta la vittoria militare decisiva sul campo in Siria e l’avvio della fase politica dei colloqui e della riconciliazione nazionale, prerequisito per la stabilità e la ricostruzione.
Le conferenze sotto gli auspici nominali dell’ONU a Ginevra, sponsorizzate dagli Stati Uniti, sono superflue e superate dagli eventi, venendo abbandonate da tutti gli attori pertinenti e soppiantate dalla conferenza di Sochi. In termini strategici, la guerra in Siria è stata vinta dallo Stato col Presidente Bashar al-Assad saldo in carica di cui nessuno più seriamente ne chiede la rimozione, protetto dall’Esercito arabo siriano che ha dimostrato notevole saldezza per sette anni. Questo non sarebbe mai stato possibile senza Putin, il suo acume politico, prontezza ad agire rapidamente in aiuto degli alleati, resistenza quando suoi soldati e comandanti cominciarono ad essere presi di mira e capacità di stabilire forti ed efficaci alleanze politiche e militari, il suo rifiuto a farsi intimidire dagli Stati Uniti e dalle loro armadas. I suoi piani, almeno finora, si sono dimostrati precisi e accurati. Putin merita di diventare il primo regolatore del nuovo Medio Oriente che emerge dalle rovine di quattro decenni di dominio degli USA, agendo consultandosi cogli alleati fidati e di cui si fida. I funzionari dei Paesi limitrofi e di varie parti del mondo si presentano in numero crescente a Damasco per cercare di normalizzare le relazioni col regime. I sette anni di guerra civile lasciano il posto a sicurezza e stabilità in cui lo Stato può, o almeno deve, affrontare le priorità che è stato costretto a mettere da parte: riparare e riformare le strutture e provvedere alle esigenze di base dei cittadini, soprattutto giustizia sociale e partecipazione democratica al governo.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Libano ancora nel mirino

Mentre Trump si scalda contro l’Iran, i sauditi aggrediscono Hezbollah
Abdalbari Atwan, Rai al-Yum 2 novembre 2017Appare chiaro che un nuovo capitolo della vendetta dell’Arabia Saudita contro l’Iran inizia in Libano e che sarà multiforme: coinvolgendo politica, economia e media. Ciò è chiarito dai recenti scambi verbali tra Hasan Nasrallah, leader di Hezbollah e della Resistenza libanese, e Tamar al-Sabhan, ministro di Stato saudita e principale portavoce del regno. Ulteriormente sottolineato dalla frenetica convocazione a Riyad di Sad al-Hariri, primo ministro del Libano e principale cliente dell’Arabia Saudita nel Paese. Sabhan, che conosce bene il Libano avendo operato nell’ambasciata a Beirut, iniziò a volgere varie accuse pesanti ad Hezbollah su twitter, ripetendole in un’intervista alla TV MBC, affiliata al partito anti-Hezbollah delle Forze libanesi (FL). Utilizzando un linguaggio chiaramente non diplomatico, il ministro saudita si scagliava contro Hezbollah chiamandolo “partito diabolico” e “milizia terroristica”, chiedendo che sia eliminato dal Libano e dalla regione, accusandolo di una guerra contro l’Arabia Saudita attuata dall’Iran. Per lo più ha ripetutamente avvertito che se i ministri di Hezbollah non verranno esclusi dal governo multilaterale del Libano, il Paese l’avrebbe pagata cara e minacciando chi collabora col partito, politicamente, economicamente e mediaticamente, che sarà punito. In tale esaltazione di minacce Hariri fu chiamato urgentemente a Riad. Il primo ministro non perse tempo, annullando gli impegni e partendo come se fosse un funzionario del governo saudita, come osservavano alcuni giornalisti libanesi che considerano il suo comportamento degradante non solo per lui, ma per tutto il Paese.
Due domande inevitabili sorgono: primo, cosa ha spinto tale improvvisa escalation saudita contro Hezbollah, di tale ferocia verbale e in questo momento? Secondo, quali azioni può compiere l’Arabia Saudita contro il Libano e si arriverebbe a un confronto militare? In risposta alla prima domanda, si può tranquillamente affermare che tale escalation saudita è direttamente correlata a quella degli Stati Uniti contro l’Iran, riflessa nel discorso del presidente Donald Trump al Congresso e al rifiuto di ratificare l’accordo nucleare. È anche legato agli sviluppi nello Yemen, e in particolare ai recenti combattimenti sulle frontiere meridionali del regno saudita. Sabhan vi ha alluso quando aveva twittato: “Le milizie di Hezbollah mirano ai nostri Paesi del Golfo su ordine iraniano… e il Libano ne è prigioniero“. Due anni e mezzo dopo che l’Arabia Saudita scatenò ciò che pensava fosse una guerra rapida e decisa, i combattimenti nello Yemen e nelle aree di confine non sono favorevoli a Riad. Il movimento Ansarallah ha intensificato le operazioni militari, nonché gli attacchi missilistici sulle città saudite, come nel Jizan e nel Najran, dichiarando di aver raggiunto gli obiettivi senza esser stati intercettati dai sistemi di difesa missilistica Patriot dell’Arabia Saudita. La leadership saudita accusa Hezbollah di addestrare i combattenti di Ansarullah e di rifornirli di missili in un modo o l’altro (nonostante il blocco aereo, marittimo e terrestre dello Yemen). Inoltre, il portavoce di Ansarullah Muhamad Abdasalam, in un’intervista inedita ad al-Jazeera, minacciava anche di lanciare missili nelle città nel cuore dell’Arabia Saudita e su Abu Dhabi, capitale degli EAU, principale partner della Arabia Saudita nella guerra allo Yemen. Forse è questo che Sabhan intese quando accusava Hezbollah di minacciare gli Stati del Golfo. Ci sono molte cose che l’Arabia Saudita, l’alleato più stretto degli Stati Uniti nel mondo arabo, potrebbe tentare contro Hezbollah e i suoi alleati. L’escalation potrebbe assumere varie forme che avrebbero conseguenze negative, soprattutto economiche e finanziarie, per il Libano, e non si può escludere la possibilità di un confronto militare. Nasrallah ne è consapevole. In un intervento notava che l’Arabia Saudita non ha i mezzi per affrontare Hezbollah da sola o per mezzo dei fantocci libanesi; potrebbe solo con un’alleanza internazionale. Il leader di Hezbollah avverte da tempo che prevede che Israele potrebbe lanciare un’altra invasione del Libano.
Non sappiamo quali istruzioni abbiano dato a Hariri quando incontrò il principe ereditario Muhamad bin-Salman, ma non sorprenderebbe sapere che gli abbia detto di ritirarsi dal governo o di dimettere i ministri di Hezbollah per creare un’altra crisi nel governo libanese. Hariri non avrebbe altra scelta che eseguire. Ciò significherebbe il crollo dei complicati accordi politici che gli permisero di tornare in carica e al Generale Michel Aoun di essere eletto presidente. Sabhan non parlava per capriccio, ma su istruzione dall’alto. Queste autorità superiori sono strettamente legate a Casa Bianca e agenzie militari e di sicurezza statunitensi. Non agiscono né prendono posizioni su un qualsiasi problema significativo per la regione senza coordinarsi e ricevere direttive da tali agenzie, nel contesto dell’alleanza che vincola i due Paesi. Ciò ci porta a dove abbiamo iniziato. I libanesi vengono messi sul crogiolo che comincerà presto a bruciare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump non imparerà mai a non giocare a scacchi contro i persiani

Tom Luongo 30 ottobre 2017In tutte le discussioni sulla geopolitica, ogni volta che qualcuno fa apparire l’Iran come un gruppo di selvaggi, spappagallando le idee dei neocon, gli ricordo che sono persiani. E i persiani inventarono gli scacchi. Confondere l’Iran col mondo arabo, SIIL, al-Qaida, ecc., non solo è da ignoranti ma anche pericoloso. Perché facendo così, si sottovaluta il nemico. E questo, amici miei, è sempre il primo passo verso la sconfitta. Donald Trump farebbe meglio a capirlo subito o la sua amministrazione sarà contrassegnata da un errore in politica estera dopo l’altro, finché ci ritroveremo in un altro situazione alla Saigon, molto probabilmente in Afghanistan. Lo scorso weekend l’Iran faceva sapere che gli Stati Uniti gli si erano avvicinati per un incontro segreto tra Trump e il Presidente Hassan Rouhani, il giorno dopo che Trump fece uno dei discorsi più asinini nella storia delle Nazioni Unite. E Rouhani rifiutò decisamente. E la scorsa settimana, il segretario di Stato Rex Tillerson chiese all’Iraq di cacciare la Guardia Rivoluzionaria dell’Iran, ora che è stata vinta la guerra allo SIIL. L’Iraq ha detto a Rex senza messi termini di attaccarsi. Qualcuno ha notato quanto poco sia stato detto sulla Turchia che acquista sistemi di difesa missilistica S-400 dalla Russia? Oh, certo, questo fine settimana un generale della NATO ha fatto un po’ di casino, ma qui si tratta di un importante alleato della NATO che acquista sistemi di difesa missilistica russi all’avanguardia, e non c’è stata alcuna rappresaglia da Washington che abbia spinto la Turchia a cambiare idea.

Il nocciolo dell’accordo
La forma dei negoziati internazionali in stile estremi “bastone e carota” di Trump non ha funzionato, ancora una volta, contro chi non sia già nostro servo, come l’Arabia Saudita. Non ha prodotto risultati da considerarsi una vittoria sul campo di battaglia geopolitico. E c’è un motivo. Trump gioca a poker mentre i suoi avversari a scacchi. Il bluff negli scacchi è fondamentalmente diverso da quello nel poker. Perciò Trump non può prevalere su Putin in Russia, Xi in Cina o Rouhani in Iran. Vedono le sue mosse a un miglio di distanza, subito decidendo cosa fare dopo, o altro. Il discorso di Trump all’ONU è stato un chiaro richiamo all’avvio di una politica monetaria aggressiva, pur con una retorica bellica diplomatica e militare. Il culmine del triplice attacco è monetario. L’Iran non ne ha paura. A differenza del 2012 ha vari alleati ad aiutarla in caso di ulteriore isolamento economico: Russia e Cina. Ma ha anche un sorprendente nuovo alleato, l’Unione europea, in cattive condizioni economiche e che saluta nuovi affari con l’Iran, in particolare il partenariato per riportare l’esportazione di petrolio e gas dell’Iran ai livelli pre-sanzione. Russia e Cina sono meglio preparate a sostenere l’Iran nella resistenza al bullismo di Trump. Entrambe le economie sono assai meno dollarizzate rispetto al 2012. Tante banche russe sono state sanzionate dagli Stati Uniti, quindi non gli costerà niente fare affari con l’Iran. La Cina semplicemente ignorerà le sanzioni, ora che si è tolta i guanti. Mentre Trump sfida l’Iran, la Cina tenta discretamente di dominare l’Arabia Saudita offrendosi di acquistare la partecipazione nella Saudi Aramco, di cui propone un’OPA da quasi due anni. Il Qatar, altro nuovo alleato dell’Iran, ha appena detto al mondo ciò che sapevamo già, che Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita e Qatar (e anche Israele) hanno cospirato per distruggere la Siria armando i wahabiti, uccidendo e cacciando milioni di siriani poi usati come pedine nella cinica politica europea di distruzione della propria cultura. La Russia ha detto no. L’Iran ha detto no. La Cina ha detto no. E ora Trump pensa di usare l’accordo nucleare come carta di contrattazione per riportare le cose allo stato precedente?

Scacco matto di Rouhani
Ammettendo il rifiuto ad incontrare Trump, l’Iran ha detto al mondo che non ha paura degli USA Col crollo del piano B in Siria e Iraq, creando un grande Kurdistan, lo SIIL in rotta dappertutto e la Russia che gestisce la diplomazia allo stesso tempo, perché Rouhani dovrebbe incontrare qualcuno che ha ingannato tutti su ciò che succedeva in Siria. Tutto ciò riguarda pedoni e cavalieri posizionati per la vittoria. Vincere esporrà la doppiezza degli Stati Uniti sui negoziati politici in Siria per assicurarsi la dipartita delle truppe statunitensi dalla regione. In cambio, l’Iran sarà disposto a rinunciare al programma sui missili balistici. Probabilmente, una volta che le truppe statunitensi saranno sparite, la Guardia rivoluzionaria uscirà dalla Siria e la Russia controllerà Hezbollah e/o Hamas. Questo è ciò che vuole l’alleanza Russia-Cina-Iran. Ed ora può farlo. Il discorso di Trump all’ONU era così unilaterale da assicurarsi che l’Iran ne respingesse le proposte. Certo, so che Trump non va presso sulla parola, e lo sa anche Rouhani. Ma questo non significa che va presa la chiamata di Trump quando il telefono squilla. Sempre più il discorso all’ONU sembra essere un atto di totale disperazione, scritto dall’ala israeliana del partito repubblicano per costringere Trump a una posizione politica che avrebbe dovuto sostenere, o gli avrebbe perdere ciò che rimane della credibilità statunitense in Medio Oriente. E l’Iran l’ha visto per ciò che era. Ora, si avvia alla vittoria. Scacco e matto.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump vuole ‘respingere’ l’Iran

Mahdi Darius Nazemroaya SCF 25.10.2017Il piano di Washington per il cambio di regime a Damasco è fallito. Sebbene non sia andata come Stati Uniti ed Israele desiderano, si può dire utilizzando il linguaggio geopolitico dei pianificatori e strateghi israeliani e statunitensi che la Siria ha “respinto”. Ciò non significa che la Siria rimarrà ferma in questo stato. In Iraq, il governo federale è uscito vittorioso respingendo il cosiddetto “Stato islamico” e richiedendo il ritiro delle forze statunitensi. Nel Levante, i palestinesi sono riusciti a formare un governo di unità nazionale che cambierà l’equazione dei colloqui tra palestinesi e Israele, mentre Hezbollah e partner politici in Libano sono più forti che mai. Mentre nello Yemen, Ansarallah ha respinto i sauditi. Stati Uniti e loro alleati sul quadro geopolitico sono stati “respinti” di continuo. In tale contesto, Washington ora punta alla profondità strategica di Siria, Iraq, Libano, Yemen e palestinesi, la Repubblica islamica dell’Iran.

Benvenuti nella nuova architettura della sicurezza del Medio Oriente: l’Iran “disteso”
Ogni azione ha una reazione. I tentativi statunitensi ed israeliani di “respingere” la Siria hanno provocato l'”estensione” dell’Iran sul Medio Oriente. Le forze iraniane sono ora posizionate dall’Iraq e Siria alle coste del Mar Mediterraneo. Aggravando le cose, le forze iraniane si sono unite alle forze russe, altro rivale statunitense che ha “respinto” geopoliticamente. Le forze iraniane hanno collaborato ampiamente con le forze irachene contro il cosiddetto “Stato islamico”, che molti funzionari iracheni, iraniani e russi accusano essere sostenuto dagli Stati Uniti. Operano dal confine Iran-Iraq al confine Iraq-Siria. Iran, Russia, Siria ed Iraq hanno addirittura creato un centro per le operazioni militari, d’intelligence ed antiterrorismo a Baghdad; ecco perché da Baghdad un generale russo informò il governo degli Stati Uniti, con un avviso scritto alla loro ambasciata in Iraq, che la Federazione russa interveniva in Siria il 30 settembre 2015. La Turchia ha anche cambiato posizione in favore dell’Iran. Ankara e Teheran hanno sostenuto il Qatar contro l’Arabia Saudita. La posizione turca sulla Siria è cambiata coordinandosi con Iran e Russia per stabilire zone di de-escalation in Siria e coordinare i colloqui di Astana in Kazakistan tra governo siriano e opposizione. Inoltre, i governi e le forze armate di Iraq, Iran e Turchia si sono coordinati per impedire che il governo regionale del Kurdistan, nell’Iraq settentrionale, o Kurdistan iracheno, si separasse dall’Iraq. Perciò il capo di Stato Maggiore iraniano Generale Mohammad Baqeri e il capo di Stato Maggiore Generale delle Forze armate turche, generale Hulusi Akar, il 15 agosto s’incontravano ad Ankara, ed vi fu una visita di ricambio a Teheran dal generale Akar il 2 ottobre 2017. In Libano, un cambiamento si è avuto col mutare dell’equilibrio del potere politico a Bayrut. Un indicatore fu quando l’alleato degli iraniani Michel Aoun divenne presidente del Libano il 31 ottobre 2016. In Libano, dove anche le potenze straniere sedevano al tavolo delle discussioni sulla formazione dei governi e della presidenza, la decisione della presidenza Aoun faceva tacitamente dedurre qualcosa sulla crescente influenza degli iraniani in Libano a spese dell’influenza statunitense e saudita. La volontà politica di Bayrut di rafforzare rapporti su sicurezza e militari con Siria e Iran coagula il Libano nel quadro della sicurezza iraniano per il Medio Oriente. In parte, questo va visto nelle operazioni di sicurezza e belliche delle forze armate libanesi coordinate con l’Esercito arabo siriano ed Hezbollah. A tal proposito, Israele ha anche annunciato che non farà alcuna distinzione tra Hezbollah e militari libanesi nei futuri attacchi sul Libano. Stati Uniti e Israele sono preoccupati dall'”estensione” dell’Iran in Iraq e Levante. Le forze iraniane si sono collegate alla rete delle milizie locali incentrandosi sulle strutture delle forze armate e di sicurezza dell’Iraq e della Siria. Discorso e relazioni sull’Iran che costruisce installazioni militari al fianco dei partner russi nella base aerea di Humaymim in Siria, si rafforzano. Il Maggior-Generale Mohammad Baqeri veniva citato anche dal quotidiano Shargh, nel novembre 2016, affermare che le Forze Armate iraniane devono stabilire basi navali in Siria e Yemen. Il Maggior-Generale Baqeri visitò la Siria il 17 ottobre 2017, dove con discrezione visitò la frontiera vicino Aleppo ed ebbe colloqui col Presidente siriano Bashar Al-Assad e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito arabo siriano Generale Ali Ayub. Da Damasco, i militari iraniani inviavano ad Israele il messaggio che l’Iran gli avrebbe impedito di bombardare i siriani dato che Teheran e Damasco iniziano una nuova fase della cooperazione militare. Israele rispose minacciando di agire per impedire all’Iran di stabilire basi militari permanenti in Siria. Tel Aviv ha cercato di spingere la Russia ad impedire all’Iran di avere una presenza militare permanente in Siria, al centro dei colloqui tra governo israeliano e Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu durante la sua prima visita in Israele, il 15 ottobre 2017. Inoltre, Israele non potrà più giustificare il blocco della Striscia di Gaza, dato che Hamas ha accettato di formare un governo di unità nazionale con l’Autorità palestinese attraverso la mediazione dell’Egitto. Stati Uniti ed Israele sono allarmati dalla creazione della nuova architettura della sicurezza in Medio Oriente, incentrata sull’Iran e collegata agli interessi russi. È a causa di ciò e dell'”estensione” dell’Iran che il governo degli Stati Uniti pensa apertamente di dichiarare la Guardia rivoluzionaria iraniana organizzazione terroristica. Nel rinnovato sforzo per “respingere” l’Iran, il governo degli Stati Uniti ha chiesto l’accesso ai siti militari iraniani e afferma che le prove de i missili balistici iraniani violano la risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Il tentativo statunitense di “respingere” l’Iran al podio delle Nazioni Unite
Ecco perché Nimrata “Nikki” Haley, ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, ha detto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che le crisi in Medio Oriente riguardano l’Iran. L’ambasciatrice e la sua controparte israeliana all’ONU, l’ambasciatore Danny Danon, hanno persino dedicato l’intera sessione del 18 ottobre 2017 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che doveva riguardare la revisione del conflitto israelo-palestinese, al Piano di azione globale complessivo (JCPOA). Molti diplomatici criticarono Stati Uniti e Israele per aver ignorato la decisione dei palestinesi di formare un governo di unione, utilizzando il forum per attaccare l’Iran e promuovere l’agenda di Washington contro Teheran. Tra loro vi era Vasilij Nebenzia, ambasciatore russo alle Nazioni Unite. “La Russia è apertamente preoccupata dalle delegazioni israeliane e statunitensi che non hanno neppure pronunciato la parola “Palestina””, commentò l’ambasciatore Nebenzia all’agenzia TASS. “Questo è allarmante e triste perché non vediamo alcun progresso sulla questione israelo-palestinese e inoltre non ne sentiamo nemmeno dei riferimenti“, dicendo altro sulle azioni di Stati Uniti ed Israele alle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione in Palestina fece seguito all’annuncio del 13 ottobre 2017 della Casa Bianca che il governo degli Stati Uniti si rifiutava di ratificare il JCPOA. Anche se ogni firmatario del JCPOA, Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), Commissione europea, vari rami del governo USA, segretario di Stato USA Rex Tillerson e segretario alla Difesa USA James Mattis hanno pubblicamente detto che l’Iran non ha violato il JCPOA, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump Sr. Si rifiuta di ratificarlo dicendo che gli Stati Uniti ne sarebbero usciti. Nonostante il JCPOA sia un trattato internazionale che gli Stati Uniti non possono cambiare unilateralmente, Trump apriva unilateralmente la porta del Congresso statunitense a nuove pretese e sanzioni all’Iran. C’è un’alleanza contro l’Iran tra Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. La strategia dell’amministrazione Trump, che coinvolge Israele e Arabia Saudita, inizia a svilupparsi. Israele ed Arabia Saudita hanno salutato apertamente la decisione di Trump di non ratificare il JCPOA e di seguirne la leadership internazionalmente. Israele ha persino seguito gli Stati Uniti ritirandosi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO). Gli Stati Uniti avevano già smesso di pagarne le quote nel 2011, perché l’UNESCO e Stati membri hanno deciso di concedere l’adesione alla Palestina. Nonostante le proteste statunitense e israeliana, alcun altro lasciava l’UNESCO.

L’arte del compromesso: l'”approccio completo” del presidente Donald Trump contro l’Iran
Giudicando l’Iran dai limiti ristretti dell’accordo nucleare, non si valuta la vera natura della minaccia“, dichiarava l’ambasciatrice Haley al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 18 ottobre 2017. “L’Iran va giudicato in totalità per il suo comportamento aggressivo, destabilizzante e illecito“, aggiungeva. La parola chiave su cui concentrarsi è “totalità”, perché rappresenta ciò che gli Stati Uniti realmente vogliono dall’Iran. Le false preoccupazioni del governo degli Stati Uniti sulla natura pacifica del programma nucleare iraniano sono state sempre un pretesto per giustificare l’antagonismo statunitense e far sì che Teheran agisse nell’interesse degli Stati Uniti. In altre parole, gli Stati Uniti vogliono che l’Iran smetta di sfidare i loro tentativi di controllare Medio Oriente ed Asia Centrale. Questo è ciò che Washington ha sempre desiderato e convenientemente mascherato dietro le preoccupazioni sul programma nucleare iraniano. Ciò che fa Donald Trump è pretendere che gli iraniani seguano la sceneggiatura statunitense in Medio Oriente e Asia centrale collaborando sugli obiettivi della loro politica estera. A tal proposito, gli Stati Uniti chiedono che l’Iran smetta di aiutare i legittimi governi di Siria e Iraq, di sostenere i movimenti di resistenza libanesi e palestinesi contro l’occupazione israeliana, smetta di sostenere lo Yemen contro l’aggressione saudita e rinunci al diritto alla difesa coi missili balistici. Questo è ciò che l’amministrazione Trump chiama “approccio globale”. Ora gli Stati Uniti vogliono mettere sul tavolo quasi tutto, se non tutto. Grandi accordi o meno, invece di trattare i diversi dossier distintamente, gli Stati Uniti vogliono affrontarli tutti in una sola volta “in modo completo” e nella “totalità”. Vogliono parlare di Afghanistan, Golfo Persico, Iraq, Siria, Libano, Palestina, Yemen, energia, commercio e politica militare iraniane. L’Iran ha sconfitto Washington, Tel Aviv e Riyadh su diversi fronti e Washington sa che non può sopportare la crescente influenza regionale iraniana. Ecco perché Trump cerca di riscrivere il JPOA con modifiche o integrazioni che includano le questioni regionali che “respingano” l’influenza iraniana.Traduzione di Alessandro Lattanzio