Hezbollah da un pugno sul naso ad Israele

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 19 luglio 2016

10392481_10152561145603603_5382781658211898243_nLa missione riuscita di un drone di Hezbollah nello spazio aereo israeliano sul Golan, scattando foto, è un evento significativo in vari aspetti. Nella forma più evidente, Hezbollah ha beffato la superiorità aerea vantata da Israele. Tre missili israeliani, tra cui uno sparato da un F-16, non hanno potuto abbattere il drone rientrato al sicuro in Siria. Per Israele equivale a un umiliante sfregio da Hezbollah. (Sputnik) In secondo luogo, i radar russi avranno sicuramente rilevato il drone, ma non hanno fatto nulla in proposito. Come dice Sherlock Holmes, il cane non ha abbaiato. La linea di fondo è che la Russia non correrà a proteggere l’Hezbollah né muoverà un dito per dissuaderlo. In terzo luogo, naturalmente, il drone è un dimostratore tecnologico che sottolinea la potenza crescente di Hezbollah nel rispondere ad Israele se attaccato. Questo particolare drone probabilmente non aveva armi, ma quello successivo potrebbe averle. A dire il vero, Israele può solo chiedersi come Hezbollah abbia accesso a tale tecnologia sofisticata. Dalla Russia? Dall’Iran? Oppure è tecnologia di Hezbollah? Poi c’è il ‘quadro generale’. Ad Israele è stato ricordato che il Golan è ancora un fronte. La migliore speranza d’Israele è che la Siria rimanga debole e frammentata, senza un’autorità centrale a Damasco che sfidi la futura annessione dei territori occupati nel Golan. Hezbollah potrebbe aver indicato che ciò rimane una chimera. Infatti, le forze governative siriane avanzano gradualmente sul terreno. Il blocco di Aleppo ribalta le sorti della guerra. Da segno eloquente della svolta, vi sono notizie che la Turchia abbia inviato ‘antenne’ presso il governo siriano. (Guardian)
Ora, gli sviluppi in Turchia possono solo indcare che Ankara potrebbe cedere sull’intervento in Siria. L’obiettivo della Turchia è impedire la formazione del Kurdistan ai confini col tacito appoggio degli Stati Uniti (che Israele accetta) e su tale piattaforma Siria, Iran e Iraq sono “alleati naturali” di Ankara. D’altra parte, senza la Turchia, Arabia Saudita, Qatar o altri sceiccati del Golfo potrebbero pensare di non poter continuare col ‘cambio di regime’ in Siria. In poche parole, Israele è ridotto a muto testimone dei cambiamenti drammatici nel vicinato senza alcun ruolo o capacità di influenza politica o militare. Probabilmente, Israele e Arabia Saudita sono i maggiori “perdenti” del fallito colpo di Stato in Turchia. Entrambi sperano disperatamente che gli Stati Uniti presentino qualche idea brillante per recuperare la situazione siriana, a 2 giorni dalla conferenza della coalizione anti-SIIL che si terrà a Washington il 20-21 luglio; ma lo stallo turco-statunitense sull’estradizione di Fetullah Gulen introduce altra incertezza sulla capacità degli Stati Uniti d’influenzare gli eventi in Siria. Tutto sommato, la provocazione del drone di Hezbollah richiama l’attenzione sul grande cambiamento degli equilibri in Medio Oriente causato dal conflitto siriano. Per la prima volta, Israele deve fare i conti con una potenza militare superiore nei Paesi limitrofi. In effetti, senza la presenza russa, gli aviogetti israeliani avrebbero bombardato la Siria per rappresaglia. Fortunatamente, Israele non subisce ‘contraccolpi’ da SIIL o Jabhat al-Nusra, a differenza di Turchia o Arabia Saudita, per l’intervento nel conflitto siriano. (Leggasi il commento: Golpe in Turchia: che succede in Iraq e Siria?)Yasir-1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hezbollah combatte la battaglia decisiva in Siria

Tony Cartalucci, LD, 27 giugno 2016Group of Hezbollah fighters take position in Sujoud village in south LebanonIl leader di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah ha annunciato l’intenzione per rafforzare le posizioni in Siria, in particolare ad Aleppo. Al-Manar nell’articolo, “S. Nasrallah: Hezbollah rafforzerà le truppe ad Aleppo per compiere la grande vittoria“, riferisce che: “Il Segretario generale di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah ha confermato che il partito invierà altre truppe ad Aleppo in Siria, dove una grande battaglia continua per sconfiggere il progetto taqfiro-terrorista sostenuto da Arabia Saudita e Stati Uniti”. Nasrallah aggiungeva che gli alleati regionali degli Stati Uniti si preparano ad inondare la Siria di migliaia di altri agenti terroristi nel tentativo di occupare Aleppo, sottolineando come il cosiddetto “cessate il fuoco” sia stato utilizzato dai vari gruppi terroristici sostenuti da statunitensi e sauditi per prepararsi ai successivi combattimenti.

Nasrallah avvertì il mondo nel 2007 dell’imminente catastrofe in Siria
Nel 2007 Nasrallah fu intervistato dal giornalista vincitore del premio Pulitzer Seymour Hersh, nell’articolo “Il cambio di direzione: la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?“. Nasrallah affermò, discutendo della guerra civile in Iraq, anni prima della comparsa della crisi siriana: “di ritenere che gli USA volevano anche frammentare Libano e Siria. In Siria, ha detto, il risultato sarà spingere il Paese “nel caos e in scontri interni come in Iraq”. In Libano, “Ci sarà uno Stato sunnita, uno alawita, uno cristiano e uno druso”, ma, disse, “Non so se ci sarà uno Stato sciita”.” Credeva che dei tentativi sarebbero stati fatti per scacciare la Shia da Libano, Siria e sud dell’Iraq, spiegando il motivo per cui l’autoproclamato “Stato islamico” (SIIL) opera comodamente in Siria e Iraq come strumento per influenzare geopoliticamente non solo la Siria, ma l’intera regione. L’articolo di Hersh del 2007 rivelava anche un altro aspetto importante della politica estera degli Stati Uniti, evidente al momento e profetico in retrospettiva. L’articolo dichiarava che: “Per minare l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso in effetti di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, nelle operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti presero anche parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di queste attività fu il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che abbracciano una visione militante dell’Islam ostili agli USA e vicini ad al-Qaida”. In sostanza, l’inchiesta di Hersh rivelava già nel 2007 che gli Stati Uniti collaboravano con gli alleati regionali come l’Arabia Saudita per sostenere i gruppi armati e le reti politiche dei terroristi, tra cui i Fratelli musulmani, preparandosi a suddividere e distruggere la regione, tra cui Siria e Libano.

La lotta della Siria è la lotta del Libano e di Hezbollah
11236423 Le agenzie propagandistiche di spicco di Washington, travestite da giornalismo come il Daily Beast, insistono sul fatto che la lotta di Hezbollah in Siria sia disgiunta dalle presunta finalità dell’organizzazione, che secondo Daily Beast semplicisticamente è “combattere Israele”. Nell’articolo, “I combattenti di Hezbollah sono stufi della guerra che combattono in Siria“, secondo la tipica “moda giornalistica” occidentale, Daily Beast rinvia a una manciata di anonimi aneddoti per sostenere la premessa infondata che promuove tale racconto vacuo. Lo scopo di Hezbollah non è “combattere Israele”, ma proteggere il Libano e la popolazione sciita da ogni minaccia. L’articolo di Hersh del 2007 rivelava che, oltre a proteggere le popolazioni sciite, come anche l’ex-operatore della CIA Robert Baer ammise, Hezbollah aveva anche un ruolo primario nel proteggere le altre minoranze della regione, tra cui i cristiani, quando la guerra per procura di al-Qaida guidata da Washington iniziò. Dato che lo scopo reale di Hezbollah è la difesa del Libano, non è difficile capire il motivo per cui ha investito così pesantemente nella guerra che infuria nella vicina Siria. La belligeranza del regime attuale d’Israele è solo una delle tante gravi minacce che incombono sul futuro del Libano. L’espansione di gruppi estremisti come al-Nusra, al-Qaida e Stato islamico sostenuti con denaro, armi e supporto politico da Stati Uniti, Arabia Saudita, Turchia, Qatar e Giordania, è un’altra minaccia esistenziale non solo alla Siria, ma ai vicini, tra cui il Libano. Il Libano, infatti, è uno dei tanti canali attraverso cui i combattenti della guerra per procura degli USA ricevono notevole supporto, comportando scontri in Libano tra i gruppi estremisti con Hezbollah ed esercito libanese nel tentativo d’interdire il flusso di uomini e materiali. Ma l’impatto attuale della guerra siriana sul Libano è solo una delle minacce alla nazione che affrontano i suoi difensori. L’altra è la prospettiva del collasso del governo e la diffusione dei gruppi terroristici in Siria sostenuti dall’occidente e dagli alleati regionali.

La Libia avverte i vicini della Siria: “Siete i prossimi”
Come si è visto in Libia, il crollo del governo istigato dell’occidente e il successivo cambio di regime è solo il primo passo delle grosse ambizioni dell’occidente. La Libia fu poi utilizzata come trampolino di lancio per inviare combattenti e armi nelle altre nazioni prese di mira dai “cambi di regime” di Washington, tra cui la Siria. Gli osservatori del conflitto siriano possono ricordare che alla fine del 2011 e all’inizio del 2012, la Libia inviò un numero significativo di terroristi ed armi nel conflitto siriano, entrando nel Paese dalla Turchia membro della NATO e con l’assistenza del governo degli Stati Uniti, guidando l’invasione della città più grande della Siria, Aleppo. Nel novembre 2011, il Telegraph, nell’articolo, “I capi islamisti libici hanno incontrato il gruppo di opposizione dell’ELS“, riferiva: “Abdulhaqim Belhadj, capo del Consiglio militare di Tripoli ed ex-capo del Gruppo combattente islamico libico, “incontrava i capi dell’esercito libero siriano ad Istanbul e al confine con la Turchia”, secondo un ufficiale che lavora per Belhadj. “Mustafa Abduljalil (presidente libico ad interim) ce l’ha mandato”.” Va notato che il capo terrorista sostenuto dagli Stati Uniti, Belhadj, ora svolgerebbe un ruolo centrale nella presenza dello SIIL in Libia. Un altro articolo del Telegraph, “I nuovi governanti della Libia offrono armi ai ribelli siriani”, ammetteva: “I ribelli siriani hanno avuto colloqui segreti con le nuove autorità della Libia, l’obiettivo di garantire armi e soldi all’insurrezione contro il regime del Presidente Bashar al-Assad. Nel corso della riunione, tenutasi ad Istanbul con funzionari turchi, i siriani hanno chiesto “assistenza” ai rappresentanti libici che offrivano armi e forse volontari. “C’è qualcosa in programma per inviare armi e perfino combattenti libici in Siria”, ha detto una fonte libica, parlando sotto anonimato. “C’è un intervento militare in corso. Nel giro di poche settimane si vedrà“.” Nello stesso mese, circa 600 terroristi libici sarebbero entrati in Siria avviando i combattimenti e, successivamente, Ivan Watson della CNN accompagnò i terroristi oltre il confine turco-siriano ad Aleppo, rivelando che i combattenti erano in realtà terroristi stranieri, in particolare libici, ed ammettendo che: “Nel frattempo, i residenti del villaggio dove avevano sede i cosiddetti ‘Falconi’ siriani, avevano detto che vi erano combattenti nordafricani nei ranghi della brigata. Un combattente libico volontario ha anche detto alla CNN che voleva viaggiare dalla Turchia alla Siria in pochi giorni per aggiungere un “plotone” di combattenti del movimento armato libico”. La CNN aggiunse: “l’equipe della CNN ha incontrato un combattente libico che recatosi in Siria dalla Turchia con altri quattro libici. Il combattente indossava la mimetica e aveva un Kalashnikov. Ha detto che altri combattenti libici erano in arrivo. I combattenti stranieri, alcuni dei quali giunti perché cercano chiaramente… una jihad. Quindi ciò è una calamita per i jihadisti che vi vedono la lotta per i sunniti”. Ricordando tutto questo, si può solo immaginare quanto maggiore sarebbe la portata di tali gruppi terroristici con una Siria divenuta altro snodo per addestrare, armare e spedire terroristi mentre l’occidente avvia la sua guerra per procura in Libano, Iran, perfino Russia meridionale e Cina occidentale.
Il Libano, senza il governo e i militari della Siria, e con l’Iran che combatte contro una guerra per procura che inevitabilmente arriverebbe nel proprio territorio se la Siria dovesse cadere, non avrebbe possibilità contro gli agenti della multinazionale del terrorismo guidata dagli USA. La battaglia della Siria è una guerra del Libano, come anche di Iran, Russia e persino Cina. Queste nazioni supportano e difendono il governo siriano non solo per obbligo verso un alleato. Lo fanno capendo dove il conflitto arriverebbe dopo, se non terminasse in Siria ora. Perciò Russia, Iran, Libano e in misura minore Cina, non possono permettersi di abbandonare la Siria. Questo è anche il motivo per cui le “assicurazioni” degli Stati Uniti che solo col “cambio di regime” in Siria il conflitto finirebbe, non vanno considerate. Il “cambio di regime” non è finito col conflitto in Libia, né col ruolo della Libia nel sostenere altri conflitti all’estero. Non finirà neanche in Siria. Porterà solo a un successivo e molto più grande conflitto. Hezbollah non si batte per “Assad” in Siria, ma combatte per il Libano e la stabilità della regione da cui il futuro del Libano dipende.11393064Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iran, ancora multipolare

Daahireeto Mohamud, Katehon 06/07/2016Mideast-Iran_Horo-2-e1375552179584L’Iran ha dimostrato di essere uno dei più strenui Stati anti-egemoni del mondo. Dalla rivoluzione del 1979 Teheran ha combattuto aspre guerre indotte da USA/Israele in Iraq, Golfo Persico, Siria, Libano e Palestina occupata, direttamente o indirettamente, ma anche affrontato le dure sanzioni economiche occidentali. La Repubblica islamica dell’Iran è una potenza regionale potente e accorta che sempre influenzerà il destino del Medio Oriente, come la storia ha dimostrato nei secoli passati. Il Paese occupa una posizione geostrategica tra Medio Oriente, Golfo Persico/Mare Arabico, Asia centrale, Asia meridionale e Caucaso/Caspio. Le regioni chiave saranno un cruciale ”perno” per la competizione geopolitica delle grandi potenze del 21° secolo. L’unipolarismo degli Stati Uniti proverà ad isolare le grandi potenze eurasiatiche Russia e Cina controllando “i rimland” dell’Eurasia e destabilizzando le regioni con la guerra ibrida. L’Iran sarà il nodo fondamentale per gli Stati Uniti per collegare le loro basi militari nella NATO/Turchia con la presenza militare in Iraq/GCC/Afghanistan/Pakistan fino alla possibile presenza militare in India, e quindi Mynamar, e ai loro centri militari nell’Asia-Pacifico. Se Washington avrà una presenza militare in Iran e come sembra in India, poi “La Grande muraglia geopolitica” contro le grandi potenze eurasiatiche sarà completata, dal teatro europeo/NATO a Medio Oriente e Asia meridionale fino al teatro Asia-Pacifico. Solo l’Iran e il possibile riallineamento strategico pakistano verso la multipolarità potrebbero ostacolare tale “Grande muraglia geopolitica”, che il segretario alla difesa USA Ash Cater chiama anche ‘stretta di mano strategica’ tra Perno in Asia degli Stati Uniti e Politica verso est dell’India.

Geopoliticamente
L’Iran è la chiave del mondo multipolare: l’influenza di Teheran in Iraq, Golfo Persico, Siria, Libano e potenzialmente Yemen e la posizione geografica nella regione del Golfo Persico e del Mar Arabico/Oceano Indiano, aiuterà gli Stati del multipolarismo a liberarsi nei rimland del Mar Mediterraneo e dell’Oceano Indiano. Difatti, il Paese è all’incrocio tra nucleo centrale eurasiatico e rimland mediorientali.

Pensiero strategico dell’Iran
L’attuale composizione del regime iraniano ha un solido ancoraggio multipolare, le forze conservatrici/nazionaliste pro-multipolari dell’Iran controllano quasi tutte le principali istituzioni dello Stato e del regime tra cui Ufficio del leader supremo, Consiglio dei Guardiani, IRGC, Assemblea degli Esperti, Ministero dell’Intelligence, magistratura, tutte le forze dell’ordine e quasi tutti i principali media. Solo la presidenza gli sfugge, il nuovo parlamento è un”istituzione ‘contestata’ ma è un ente molto potente. La rielezione di Larijani a speaker probabilmente inclinerà il parlamento più sul campo conservatore che riformista. Eppure i moderati e riformisti avranno ancora più voce rispetto a prima nel nuovo parlamento. Tuttavia, l’elezione del duro conservatore Ayatollah Janati a presidente della potente Assemblea degli Esperti cementa il controllo conservatore su questo ente chiave, dissipando il battage mediatico unipolare sui riformisti/moderati vincenti nelle ultime elezioni. La cultura strategica dell’Iran renderà difficile all’occidente unipolare corteggiare Teheran, vi sono forze su entrambi i lati (lobby israeliana negli Stati Uniti, Israele, neocon, Congresso degli Stati Uniti e Arabia Saudita, solo per citarne alcune, da una parte, conservatori, Iran e nazionalisti dall’altra), che impediscono una qualsiasi possibile defezione iraniana nel campo unipolare. C’è una profonda cultura strategica anti-egemonica in Iran, imposta dai principi islamici e dal sistema politico teologico del Wilayat Faqih. La sicurezza iraniana e le élite strategiche giustamente ritengono che il loro Paese affronti una grave minaccia strategica con la presenza militare degli Stati Uniti nel Golfo Persico e le armi nucleari israeliane. In effetti, l’Iran ha combattuto una guerra reale diretta dagli Stati Uniti sotto forma di guerra delle petroliere nel Golfo, durante la guerra Iran-Iraq. L’animosità tra Iran e Stati Uniti è così grande che il recente accordo nucleare è improbabile li renda amici o partner strategici, come alcuni si sarebbero immaginati. Libri bianchi, valutazioni militari e altri documenti ufficiali degli Stati Uniti mostrano l’Iran, con Russia e Cina, avversario strategico o addirittura nemico. Corea democratica e “alleati della guerra ibrida” degli Stati Uniti SIIL/al-Qaida sono menzionati in tali documenti, probabilmente per propaganda. Probabilmente l’Iran è ancora più anti-egemonico e multipolare di Russia e Cina, e questi tre Paesi formano la base della multipolarismo. Si dice che un cambio di regime indotto dall’occidente incomba sempre più sull’Iran per via della gioventù influenzata dai social media, e degli attivisti e riformisti filo-occidentali. Una cosa che può attenuare tale rischio è il fallimento della primavera araba e le sue guerre disastrose. Se il supporto al multipolarismo iraniano gioca bene questa carta informando la popolazione del grave pericolo che tali proteste e rivoluzioni congegnate dagli occidentali possono arrecare alle loro vite e al Paese, ci saranno tutte le ragioni di credere che la maggioranza degli iraniani ascolterà questo messaggio.

Protezione dal cambio di regime unipolare dopo l’accordo nucleare
d02f0695-e9c9-4870-ad10-42ec65ae0f8c C’è un rischio strategico che gli iraniani e gli Stati-guida multipolari Russia e Cina dovrebbero riconoscere e quindi sviluppare politiche per evitarlo. E’ ciò che si chiama “cambio di regime morbido”, con l’occidente che ha concluso che il ‘cambio di regime duro’ in Iran è quasi impossibile e l’unica opzione disponibile è mettere le mani sull’Iran con un ‘cambio di regime morbido’ a lungo termine; la strategia sembra seguire due direzioni opzionali. 1) “cambio di regime morbido rapido”, che richiede l’impiego di attivisti addestrati, giovani filo-occidentali, riformisti e social media da coinvolgere in campagne concertate contro clero conservatore, IRGC e altre istituzioni multipolari nella speranza di indebolirli e delegittimarli di fronte il pubblico, oltre a diffondere idee liberali e stile di vita occidentale. Tale piano prevede che, quando le istituzioni conservatrici multipolari siano abbastanza indebolite, i giovani unipolari, riformisti e attivisti possano dare la spinta finale per grandi proteste e violenze per un cambio di regime, o a votare contro la maggioranza conservatrice in elezioni orchestrate dagli occidentali, o ad anche un certo tipo di ”colpo di Stato costituzionale”, come quello avutosi in Brasile. “Il voto contro i conservatori dalla linea dura” è la strategia utilizzata nelle ultime elezioni, ed è riuscita nelle elezioni regionali a Teheran dove ciò che i conservatori chiamano ” lista inglese” ha stravinto. Se tale scenario viene replicato in tutto il Paese nelle elezioni future, le forze unipolari potrebbero facilmente prendere il potere in Iran. 2) Le altre opzioni del “cambio di regime evolutivo a lungo termine” che molti strateghi e agenzie d’intelligence statunitensi, sono chiaramente i piani per avere una Guida Suprema o gruppo di leader moderati e riformisti, quando l’attuale leader scomparirà, riconoscendo che senza l’approvazione del leader supremo nessun presidente o parlamento può invertire politica dell’Iran. L’“uomo di punta” occidentale in tale strategia a lungo termine sembra essere l’Ayatollah Rafsanjani, chiaramente sostenuito dall’attuale presidente Rouhani. I due uomini e i loro sostenitori sono apparentemente in procinto di nominare un leader supremo riformista in sostituzione dell’attuale, ma tale strategia è stata gravemente colpita dall’elezione di Janati alla presidenza dell’Assemblea degli esperti, almeno nel breve termine. Nell’Iran post-accordo nucleare, c’è una battaglia politica feroce tra forze riformiste filo-occidentali unipolari e forze conservatrici dal principio multipolare. L’occidente vede l’accordo nucleare quale chiave per un cambio di regime a lungo termine in Iran; senza di che, vede l’accordo quale vittoria strategica per l’Iran e l’ordine multipolare. Sa bene che le intenzioni di costruire la bomba nucleare nell’attuale Iran non sono mai state dimostrate.

La politica degli Stati-guida multipolari
In Iran oggi, forze opposte sostengono partner internazionali contrapposti, i conservatori sono associati ai principali Stati multipolari Russia e Cina; i riformisti all’occidente unipolare, e ciò non aiuta abbastanza il Paese. I conservatori sostengono giustamente che riformisti e moderati non possono dimostrare ciò che l’occidente ha fatto per l’Iran, mentre i riformisti sostengono che gli altri non possono dimostrare ciò che Cina e Russia hanno fatto, al contrario. Sembra che entrambe le parti vogliano far valere i propri partner internazionali nello sviluppo economico, migliorando la propria posizione nazionale. Con ciò in mente i grandi Stati multipolari Russia e Cina dovrebbero inquadrare una politica coordinata per aiutare l’Iran a respingere attacchi e tentativi unipolari, a tal fine la Cina dovrebbe intensificare l’impegno economico crescente con l’Iran aumentando investimenti, progetti infrastrutturali e trasferimenti tecnologici, l’invio dalla Russia dei missili da difesa aerea S-300 in Iran è un buon passo in avanti (anche se i ritardi dal 2007 hanno creato disagio strategico dell’Iran verso la Russia). la suscettibilità di Mosca alle pressioni di Israele e Stati Uniti sulla vendita di armi all’Iran fu una chiara sfida alle relazioni strategiche russo-iraniane. Gli iraniani odiano essere merce di scambio tra Stati Uniti e Russia o Cina, ed onestamente non meritano di essere trattati così, data la loro gloriosa storia e potenza attuale e futura. Tuttavia il recente sostegno militare diretto russo in Siria nella guerra antiterrorismo ed i suoi effetti positivi sul terreno approfondiscono le relazioni strategiche russo-iraniane. Il leader russo Putin è ormai popolare non solo tra gli iraniani, ma anche tra gli alleati regionali dell’Iran, Iraq, Siria e Libano, dove è chiamato “Abu Ali Putin”, suggerendo un sentimento di vicinanza. Per cementare l’Iran quale solida ancora multipolare, Russia e Cina dovrebbero abbracciare la piena relazione strategica con Teheran e sganciare i rapporti tra Washington e Teheran. L’Iran ha urgente bisogno della modernizzazione militare e la vendita di armi avanzate dovrebbe seguire l’invio degli S-300, in modo che l’Iran possa sentirsi al sicuro da un attacco militare unipolare. Sembra che nei restanti cinque anni di sanzioni su certe vendite di armi offensive all’Iran, non sia chiaro se Russia e Cina sostengano che l’Iran abbia il diritto di modernizzare l’esercito per ragioni difensive, avendo Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri impegnati in inauditi programmi di acquisizione di armi. Russia e Cina possono firmare accordi sulle armi con l’Iran ora e se il Consiglio di sicurezza dell’ONU si oppone, le armi potrebbero essere inviate passato il limite dei cinque anni. Tali offerte darebbero alle forze multipolari in Iran la credibilità di poter avere qualcosa dagli alleati multipolari. Dal punto di vista politico sarebbe buona idea per le forze multipolari in Iran (con il sostegno diplomatico degli Stati leader multipolari Russia e Cina), anticipare la strategia del cambio di regime a lungo termine degli USA con l’elezione di una giovane, dinamica e conservatrice Guida Suprema prima che l’attuale scompaia. Tale brillante mossa strategica sventerà la grande strategia statunitense contro l’Iran, e cementerà lo status multipolare a lungo termine di Teheran. Sembra che il capo supremo attuale Ali Khamenei riconosca bene questa importanza ed abbia già iniziato la preparazione dell’elezione del nuovo leader supremo. Osservando dall’esterno l’Iran (ci potrebbe essere una più profonda politica interna di quanto noto), ci sarebbero tre potenziali candidati che certamente difenderanno lo status multipolare dell’Iran, se eletti: Mojtaba Khamenei, figlio del leader attuale, Sadeq Larijani, fratello di Ali Larijani e potente capo della magistratura, e Ahmed Khatami, leader delle preghiere del venerdì a Teheran. Ci potrebbero essere altri, ma questi tre sono dei provati conservatori multipolari che probabilmente seguiranno la via di Ali Khamenei, l’attuale leader 76enne che avrebbe problemi di salute. Sarà saggio per i conservatori multipolari iraniani non aspettare e rischiare sviluppi improvvisi sulla salute di Khamenei ed eleggere uno dei tre, o qualsiasi altro giovane conservatore, a leader supremo nominato o anche effettivo se i leader attuali concordano. Russia e Cina dovrebbero anche accelerare l’adesione dell’Iran alla SCO dato che le sanzioni delle Nazioni Unite non sono più una scusa. Il tempo in cui Russia e Cina si trattenevano nella scommessa sull’Iran impegnandosi nella ‘strategia attendista’, è scaduto; dopo l’accordo nucleare è il momento di agire per negare il dominio economico e politico occidentale sull’Iran.

Il rischio di acquisizione indiano del porto di Chabahar
L’accordo sul porto di Chabahar con l’India sembra essere il tentativo disperato dell’Iran di avere finanziamenti per il progetto portuale, tuttavia l’India con la sua recente “defezione” presso l’ordine unipolare, potrebbe utilizzarlo per attività anti-multipolari. Nuova Delhi ha già iniziato la destabilizzazione del Pakistan, in particolare Beluchistan, per affossare il corridoio CPEP della Cina. Gli Stati Uniti sembrano sostenere l’acquisizione indiana del porto di Chabahar perché conta sull’influenza indiana in Iran per i suoi interessi strategici. I media unipolari celebrano l’accordo ritraendolo come vittoria indiana sulla Cina e sfida al corridoio CPEC cinese. Sembra che i riformisti/moderati in Iran sostengano l’accordo di Chabahar con l’India perché vorrebbero bilanciare l’influenza russa e cinese in Iran, secondo l’ex-ambasciatore indiano in Iran in un programma televisivo indiano. Se questo è vero, allora il progetto di Chabahar potrebbe essere un velato piano unipolare volto a rafforzare i riformisti iraniani nella loro ricerca del potere. Ci sono rapporti non confermati su Giappone e Corea del Sud che si unirebbero all’India nel progetto del porto di Chabahar. Per essere chiari, non c’è niente di sbagliato a che l’Iran commerci con i Paesi unipolari, ma se i legami commerciali ed economici sono delle operazioni di cambio di regime per indebolire l’economia delle forze iraniane multipolari, in particolare l’IRGC, allora sono una minaccia strategica e dovrebbero essere riconsiderati. È sempre più evidente che il governo Rouhani sia intenzionato ad indebolire il potere economico dell’IRGC e l’influenza delle aziende cinesi in Iran. Le società occidentali e le ONG che entrano in Iran sembrano far parte di tale strategia per “ridurre il potere economico dell’IRGC” e “scacciare le aziende cinesi e russe”.

Conclusione
Anche se l’Iran è uno Stato multipolare solido, deve ancora affrontare sfide importanti dagli ostili unipolari Stati Uniti e loro ascari regionali, particolarmente Israele e Arabia Saudita; i sauditi sono diventati il “cane da punta” contro l’Iran nella regione, tuttavia la loro capacità effettiva, oltre ad utilizzare ascari terroristici, è limitata e l’Iran potrebbe facilmente sconfiggere qualsiasi aggressione diretta saudita sul territorio d’origine. Con la possibilità di un furtivo attacco israeliano agli impianti nucleari iraniani ed altri obiettivi militari, l’Iran si affida alla crescente potenza dei missili balistici e dell’arsenale missilistico di Hezbollah, fedele alleato in Libano. In realtà, si può affermare che la potenza militare di Hezbollah sia lo ‘stabilizzatore strategico’ regionale, perché ha chiaramente dissuaso Israele dall’impegnarsi in una guerra distruttiva con Iran, Siria o Hezbollah, per non parlare dell’enorme contributo alla lotta al terrorismo in Siria e Iraq. Per garantirsi la sicurezza e custodire il fianco multipolare del Rimland meridionale, l’Iran ha bisogno di un forte sostegno economico, militare e diplomatico dagli alleati multipolari Russia e Cina. Le forze multipolari in Iran hanno bisogno del generoso aiuto dei vicini Stati leader multipolari per bilanciare i progressi unipolari in Iran e le guerre per procura nella regione, specialmente dopo l’accordo nucleare e la ‘defezione’ dell’India presso l’ordine unipolare, posizionandosi da avamposto unipolare nelle ‘retrovie’ dell’Iran. Tutto ciò dipenderà dagli sviluppi multipolari strategici globali che includono: 1) riallineamento strategico sino-russo e suo rafforzamento. 2) Russia e Cina che in generale coordinano politica e strategie verso un determinato Stato o potenza regionale multipolare. Possono avere una certa concorrenza limitata in alcuni aspetti delle relazioni con l’estero, ma l’obiettivo strategico multipolare dovrebbe sempre prevalere. 3) impegno proattivo, creativo e sostanzialmente diplomatico russo/cinese sui nodi multipolari regionali come Iran ed altri potenziali Paesi multipolari non-alleati degli USA, dandogli il necessario supporto economico, militare e diplomatico per resistere a pressioni e provocazioni unipolari. Senza una scossa strategica in Iran, il Paese resta un nodo multipolare solido e merita un maggiore sostegno dagli alleati Stati guida multipolari Russia e Cina.Un-iran_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran: nuova era di cooperazione militare

Rusplt, Southfront, 04/05/2016235513872Il 27-28 aprile Mosca ha ospitato la Quinta Conferenza Internazionale sulla Sicurezza cui partecipavano circa 500 rappresentanti delle Forze Armate di oltre 80 Paesi, aderenti anche ad organizzazioni come ONU, OSCE, CIS, CSTO e CICR. I temi principali erano la lotta al terrorismo, la sicurezza nella regione Asia-Pacifico, i rapporti Russia-Europa e la cooperazione militare. La Repubblica islamica dell’Iran era rappresentata dal Ministro della Difesa e Logistica delle Forze Armate Hossein Dehghan, in visita su invito del Ministro della Difesa della Federazione Russa Sergej Shojgu. Dopo il messaggio del Presidente Vladimir Putin e il discorso Shojgu, i capi della delegazione ospiti presentavano la posizione del proprio Paese sulle questioni regionali e internazionali, come anche nel caso del Ministro della Difesa iraniano. La retorica iraniana da diversi anni rimane invariata. Dehgan ha accusato le autorità di Paesi regionali ed extra-regionali di fornire aiuto finanziario, tecnico-militare e logistico a gruppi terroristi e radicali che operano in Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Libia, Yemen. In particolare, l’Iran ha accusato Stati Uniti, “regime sionista” (Israele) e Arabia Saudita di supportare il terrorismo. Da un lato può sembrare che Dehgan non abbia detto nulla di nuovo e sensazionale. Ma d’altra parte forse è la posizione costruttiva e coerente di Teheran la chiave del successo della politica estera dell’Iran nella regione e nel mondo. Fin dall’inizio della “primavera araba” e della guerra in Siria, l’Iran ha accusato gli stessi Paesi di favorire il terrorismo, mentre l’occidente (Stati Uniti ed Europa) e le monarchie arabe hanno accusato l’Iran di finanziare il terrorismo, di avere un piano per la bomba nucleare e d’interferire negli affari interni di altri Stati. Ma da un paio di anni è chiara al mondo la prova inconfutabile delle armi inviate dall’occidente alla cosiddetta opposizione armata in Siria, delle attività economiche del SIIL nel settore petrolifero e nella vendita dei costosi oggetti d’antiquariato dei musei della Siria. La stessa posizione è tenuta sullo Yemen, dove c’è una guerra all’ombra del conflitto siriano. Durante la presidenza di Mahmud Ahmadinejad, l’Iran aveva la stessa politica, ma una retorica tagliente e un principio con cui l’occidente creò l’immagine di un Iran aggressivo. Dopo l’elezione, Hassan Rouhani cambiò retorica e prese provvedimenti per la soluzione dei conflitti, ma la posizione di Teheran sulla sicurezza rimane la stessa, a differenza dell’occidente. Nel periodo del caos in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno cambiato ogni anno posizione. Washington ha visto come nemico Iran, Russia, Bashar al-Assad e infine SIIL. Grazie alla posizione coerente dell’Iran sulla questione della lotta al terrorismo e della sicurezza in Medio Oriente, generalmente coincidente con la posizione di Mosca, Vladimir Putin, nell’aprile dello scorso anno firmò un decreto per la ripresa delle forniture dei sistemi missilistici antiaerei S-300 all’Iran. Inizialmente, l’Iran aveva bisogno degli S-300 per proteggere gli impianti nucleari a Natanz, Bushehr, Arak, perché nello spazio aereo su tali strutture l’Iran aveva abbattuto vari droni israeliani (Harop, cosiddetti “drone kamikaze” che si autodistruggono con una bomba interna), poi impiegati sul confine iraniano dall’Azerbaigian nella “guerra di quattro giorni” contro la Repubblica del Nagorno-Karabakh del 2-5 aprile. Oggi la gamma di minacce s’è ampliata notevolmente, visto il successo del coinvolgimento dell’Iran nel conflitto in Siria, Iraq, Yemen, rivelatosi irritante per occidente e Paesi del Golfo Persico (Stati membri (UAE, Qatar, Arabia Saudita) del Consiglio di cooperazione Golfo (GCC)).
La fine delle sanzioni economiche contro Teheran ha permesso di espandere la cooperazione tecnico-militare che i ministri della Difesa dell’Iran e della Federazione russa sottolineavano. Le parti hanno sottolineato l’importanza di rafforzare e sviluppare la cooperazione tecnico-militare tra i due Stati e d’intensificare ulteriormente la lotta al terrorismo. Dehgan definiva la cooperazione militare tra Iran e Federazione russa un “modello di successo” nei rapporti. La visita della dirigenza iraniana era definita inizio di una “nuova era” della cooperazione militare. I prerequisiti furono il viaggio di Sergej Shoigu a Teheran lo scorso anno, e la visita del Segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani a Mosca e, naturalmente, la fornitura degli S-300. A questo proposito, si pongono varie domande. Perché con il potente sostegno militare della Federazione Russa, non contribuisce all’adesione dell’Iran alla CSTO? O forse vi è la possibilità di creare una nuova organizzazione? Forse l’Iran può agire da garante della sicurezza in Medio Oriente? Queste domande trovano risposta dall’esperto russo su Iran e Medio Oriente, docente alla RAD Anton Evstratov: “La CSTO è dominata dalla Russia, ma il problema principale dell’inclusione dell’Iran nell’organizzazione era lo status di Stato paria dalle sanzioni del 2012 e, in senso più ampio, dalla rivoluzione del 1979. All’Iran non è ancora permesso acquistare alcuni tipi di armamenti, e alcuni politici e militari sono nella lista delle sanzioni delle Nazioni Unite e non possono ufficialmente lasciare i confini del proprio Paese. Qual è poi il potenziale della cooperazione militare nel quadro dei blocchi politico-militari? Allo stesso tempo la Russia ha iniziato il processo di attualizzazione della cooperazione militare con Teheran, anche per aumentare la popolarità nella Repubblica islamica dell’Iran, nell’ambito della lotta per uscire dall’isolamento sollecitato dall’occidente, nel panorama geopolitico post-conflitto ucraino. Un’altra domanda è la cooperazione militare in Medio Oriente, in particolare in Siria, dove l’Iran ha bisogno della Russia; ma è stata quest’ultima che ha inviato il maggior numero di consiglieri militari, e sono le sue truppe che guidano le operazioni più complesse, inviando anche dei generali che hanno sollevato la scarsa preparazione al combattimento delle Forze Armate siriane. Vi hanno formato un blocco militare de facto, a cui, oltre l’Iran si è unito “Hezbollah” e, con qualche riserva, anche il governo iracheno. In futuro si potrà parlare di adesione al blocco delle associazioni curde (YPG); ma questo, tuttavia, dipenderà dalla posizione di Damasco. L’Iran ha un enorme impatto sulla popolazione sciita di Iraq, Siria, Libano, Yemen e Stati del Golfo, mentre cerca di raggiungere la stabilità nella regione, soprattutto dopo il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq. La Repubblica islamica dell’Iran cerca di risolvere i problemi economici e sociali e di adempiere alla modernizzazione, e non è interessata a conflitti ai confini e nella propria sfera di influenza, ma al momento è costretta, anche se senza successo, a combattere. Forse la cooperazione con la Russia è la chiave per l’adempimento graduale degli obiettivi iraniani, ma dobbiamo capire che combattere insieme la minaccia salafita e affrontare gli Stati Uniti sono un obiettivo comune, ma a livello globale Teheran e Mosca hanno ancora interessi divergenti nella regione. La ricerca di un compromesso a lungo termine è necessaria per entrambi i Paesi, se si desidera una seria cooperazione, ma se si è memori delle differenze nel passato sulle questioni economiche, vi è ancora un percorso accidentato da fare“.
La guerra imposta all’Iran, la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, e i decenni successivi hanno dimostrato che Teheran può garantire la sicurezza anche per l’intera regione. Oggi è coinvolta in quasi tutti i conflitti regionali, e si offre anche di mediarne uno dei più difficili, il conflitto del Karabakh (tra Azerbaigian e Armenia). Avere un alleato dalla posizione netta e che non può essere assoggettato alla pressione di Stati più potenti, è un vantaggio per qualsiasi Paese.235522992Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: la maledizione dell’opposizione

A nord di Aleppo CIA e Pentagono si combattono
Evgenij Satanovskij, VPK, South Front, 28 aprile 2016
Evgenij Satanovskij è a capo dell’Intituto Medio OrienteChFV22vWMAQV2pDLa situazione in Siria esce dalla crisi più acuta, in cui si trova dall’autunno. La situazione sui fronti è più o meno stabilizzata. La presenza della forza aerea russa è riconosciuta legittima, efficace e molto utile nel combattere i terroristi, anche per i critici di Mosca, molti dei quali ora si chiedono perché il Pentagono ha iniziato a comportarsi in modo passivo dall’inizio delle operazioni russe. La fine delle operazioni in Siria dell’Aeronautica russa è stata una risposta alle preoccupazioni (e alle speranze dei detrattori) che la Russia “rimanesse bloccata” nella guerra in questo Paese, come in Afghanistan. Ma, ahimè, il ricostituito l’Esercito siriano ha potuto condurre l’offensiva a Palmyra e a non cedere posizioni a nord di Aleppo. Sorprendentemente per tutti, il cessate il fuoco a lungo termine è stato mediato dai militari russi. Ma allo stesso tempo la guerra civile non è finita. Si consideri, allo stato attuale delle cose, le prospettive sul futuro dell’opposizione siriana secondo lo studio degli esperti dell’Istituto IPM, A. Kuznetsov e B. Ju Sheglovina.

C’è assai meno spazio al sole
Il ritiro parziale del gruppo militare russo in Siria e il processo di pace avviato nel Paese da Mosca e Washington hanno aperto una nuova fase nello stallo politico-militare del conflitto, in corso da cinque anni. Allo stesso tempo, gli atteggiamenti dell’opposizione hanno cominciato a maturare e cambiare, in parte per via dei tentativi di ritrovarsi nella nuova realtà del compromesso, e questa realtà è stata categoricamente respinta. Mostrando in dettaglio che nel futuro post-bellico della Siria chi ha la possibilità d’integrarsi nel sistema, e chi no (con un biasimo “implacabile” che ricadrà pienamente su loro stessi). “L’Iran aumenta il corpo dei consiglieri in Siria, e l’esercito governativo riempie le scorte prima della campagna decisiva“. Coloro che non hanno accettato l’accordo di pace e sono disposti a continuare la guerra, con l’accordo ancora sul tavolo di Assad e garantito dall’Aeronautica russa, ancora sperano su una vittoria militare contro Assad, sostenuti da Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Ankara, Doha e Riyadh cercano il dominio assoluto col confronto globale tra sunniti e sciiti in Siria. Pertanto, non sono interessati ad armonizzare le condizioni del ritiro graduale dei combattenti e a raggiungere un compromesso con Assad e l’alleata Teheran. Il trio non accetta altra forma per la fine della crisi. Per di più, incoraggiano i gruppi di opposizione a continuare la lotta e non accettano che i loro gruppi siano stati finalmente sconfitti. I negoziati ufficiali lanciati a Ginevra vanno molto lentamente ed è improbabile che nel prossimo futuro ci siano risultati significativi. Ci sono due opzioni. Primo, l’opposizione in esilio, con cui sono in corso trattative a Ginevra, non controlla i gruppi armati in Siria, avendo un peso trascurabile su di essi. Di conseguenza, può raggiungere un accordo con chiunque su qualsiasi cosa, ma “al fronte” non è riconosciuta, ancora una volta ricordando il proverbio “della ragione” e mostrando il ruolo primario dei militari (anche interni) sui diplomatici nella politica reale. In secondo luogo, l’opposizione siriana è divisa dai diversi interessi dei principali sponsor: Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Stati Uniti. Nel tempo, la frammentazione per ragioni oggettive è aumentata. Con i negoziati i gruppi armati cercano di costruire dei propri domini, garantendosi la posizione più favorevole. Questo porterà a conflitti tra ex-alleati. Un esempio di tale situazione è lo scontro avutosi il 27 e il 30 marzo tra i due gruppi sostenuti dagli Stati Uniti, vicino alla città di Marah, a nord di Aleppo. I militanti delle unità sostenute dalla CIA del “Furqan al-Haq” attaccavano le Forze democratiche siriane apertamente patrocinare dal Pentagono. Queste ultime sono una coalizione di milizie per l’80 per cento costituite da curdi, con un 20 per cento di gruppi arabi e turcomanni. La milizia è formata dal Partito di Unione Democratica (PDS) curda di Salah Muslim, dalle truppe siro-assire e dall’esercito siriano rivoluzionario (“Jaysh al-Tuwar“) assemblato dai resti di quello che era l’assai “rispettato”, da Stati Uniti e alleati della NATO, esercito libero siriano (ELS). Un gruppo di combattenti del “Jaysh al-Tuwar” attaccò le due fazioni opposte, “Fronte rivoluzionario siriano” e “Haraqat al-Hazam” (“Movimento della decisione”). Inoltre, nell’ambito delle forze di autodifesa, che guidano la lotta al terrorismo internazionale, vi sono due unità di turcomanni siriani, “liwa al-Salajiqa’ e ‘liwa Sultan Murad“. Insieme cercano di allontanare l’opposizione armata laica dagli estremisti radicali, i principali dei quali sono i noti terroristi russi del gruppo terroristico “Jabhat al-Nusra“. Il 25 marzo i suoi combattenti nella provincia settentrionale di Idlib si scontravano con la 13.ma brigata dell’ELS. Così, gli islamisti riuscirono a cacciare le forze “moderate” della provincia. Secondo un esperto dell’University of Michigan, Juan Cole, la stragrande maggioranza dei gruppi “moderati” nelle province di Idlib e Aleppo ha ricevuto armi statunitensi, sequestrate nei combattimenti dai jihadisti (o volontariamente consegnategli), dando ragione a chi pensa nel Congresso degli Stati Uniti allo scandalo sul passaggio di armi a “Jabhat al-Nusra” (ufficialmente si parla di sequestro delle armi) dai due gruppi dell'”opposizione moderata” che avevano ricevuto un aiuto da 500 milioni di dollari assegnato alla Turchia. Il mese prima si vide la significativa intensificazione delle operazioni di “Jabhat al-Nusra” in Siria. Le sue forze si erano concentrate a nord di Aleppo, combattendo le unità di difesa curde nella zona di Shaiq Maqsud. Ciò fu dovuto a due fattori. In primo luogo, il gruppo, nonostante l’aumento del sostegno dei diplomatici statunitensi, che ufficialmente l’includevano nella lista delle organizzazioni terroristiche, ora cerca di avere almeno un posto al sole. In secondo luogo, dopo l’annuncio dell’armistizio, la riduzione dell’intensità dei combattimenti dei jihadisti era dovuta alla scarsa popolarità tra i siriani. Nelle zone occupate da Jabhat al-Nusra si sono verificate dimostrazioni in cui i partecipanti gridavano: “Accidenti all’anima tua, Julani” (il capo del gruppo islamista). Insieme ad Abu Muhamad al-Julani veniva anche maledetto il capo dello “Stato islamico” bandito in Russia, Abu Baqr al-Baghdadi, e il gran Muftì di Siria Ahmad Badradin al-Hasun. “Jabhat al-Nusra” ha subito perdite. Il 4 aprile nel corso di un bombardamento della Syrian Arab Air Force, Abu Firas al-Suri veniva eliminato. Era il capo ideologo e suo promotore “al fronte”, oltre che veterano del movimento jihadista in Siria. Nel 1982 prese parte alla rivolta dei “Fratelli musulmani” nella città di Hama, e in seguito partecipò alla jihad in Afghanistan. Conosceva personalmente Abdullah Azam e Usama bin Ladin, e a lungo visse nello Yemen, dove partecipò alle attività della locale “al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP)”; nel 2011 tornò in Siria per partecipare alla guerra contro il governo di Assad. Secondo il quotidiano libanese “al-Akhbar”, durante l’attacco vicino ad Abu Firas vi erano diversi militanti dell’Uzbekistan.Map-northern-Aleppo-2016Tentativo sventato
L’ulteriore frammentazione dell’opposizione siriana s’è vista al Congresso di Cairo del 12 marzo, che vide la nascita di una nuova alleanza, “Ghada al-Suriy” (“Futuro della Siria”), guidata dall’ex-presidente della Syrian National Coalition Ahmad Jarba. Il portale internet “Arabi al-Jadid“, ha scritto che “Futuro della Siria” farà lobbing in Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Nella Repubblica Araba d’Egitto e negli Emirati Arabi Uniti, queste parole non sono così lontane dalla verità. Gli egiziani cercano di impegnarsi attivamente nel processo politico su Damasco dal giugno 2015, quando a Cairo vi fu una riunione dei Comitati Nazionali di Coordinamento della Siria. Cairo ha cercato di creare una coalizione di opposizione, in alternativa all’attuale orientamento alla frammentazione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno recentemente aderito a questi tentativi e cercano di realizzare il proprio piano politico, diverso da quello saudita. Partecipanti anonimi alla conferenza hanno detto, ad esempio, che la conferenza fu pianificata da Muhamad Dahlan, ex-capo dell’organizzazione palestinese Fatah, alla guida delle forze di sicurezza nella Striscia di Gaza prima dell’ascesa al potere di Hamas. Nel 2011, dopo essere stato accusato di aver avvelenato Arafat, emigrò a Dubai. Negli Emirati Arabi Uniti agiva da consigliere per la sicurezza di Muhamad bin Zayad, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante delle forze armate degli Emirati. Secondo “Arabi al-Jadid“, Dahlan organizzò in uno degli alberghi di Cairo appartenenti al servizio di intelligence egiziano l’incontro con Ahmad Jarba e Qasim Qatib, membri dell’opposizione considerati creature ufficiose del governo di Assad. Vi è tuttavia un punto all’ordine del giorno siriano, che la maggior parte dei vari gruppi di opposizione e il governo condividono, il rifiuto categorico dell’autonomia curda e della federalizzazione del Paese. Tuttavia, questo punto improbabilmente unirà le contrastanti associazioni siriane. Così il gruppo di Riyadh (VIP o Comitato Supremo di Negoziazione) continua a presentare precondizioni nei negoziati di Ginevra, chiedendo il ritiro di Assad e il trasferimento di tutto il potere all’opposizione. Questo è un prerequisito per la sua partecipazione ai negoziati, come dichiarato in un colloquio con il rappresentante permanente della TASS presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, Aleksej Borodavkin. L’opposizione esige che tutto il potere nella RAS sia immediatamente trasferito ad essa. Allo stesso tempo, per la Russia “questo non può che essere causa di preoccupazione con l’opposizione di Riyadh respinge l’idea di preservare la RAS come Stato laico. Ci sono molti sospetti, anche nell’opposizione moderata, rappresentanti della visione di Mosca-Cairo e contrari all’idea del gruppo dei Paesi del Consiglio del Golfo di trasformare la Siria in una sorta di califfato”, ha detto il diplomatico russo. Le sue parole sulla Siria e le intenzioni di trasformarla in un califfato sono ripetutamente confermate da Qatar e Arabia Saudita, anche se la Turchia preferisce dividere il Paese e accorparne le regioni settentrionali nel nuovo impero ottomano guidato dal sultano Erdogan. Tuttavia, non si tratta di un completo fallimento, in quanto, il congelamento dei negoziati, in questo momento, è nell’interesse non solo di Arabia Saudita e Turchia, ma anche degli Stati Uniti, che non possono impedire la presa da parte delle forze governative di Aleppo e quindi cercano di aggirare il tema principale dei terroristi, che cedono la capitale economica della Siria, comportando il fallimento di tutti i piani di Ankara e Riyadh. Nel contesto del rifiuto di Washington e Bruxelles dell’idea turca di una “no-fly zone” su una parte della Siria, e della scommessa sui curdi quale segmento dell’opposizione, ciò non comporterebbe il fallimento totale (il totale collasso della campagna contro Assad poterebbe alla liberazione di Idlib), ma sarà quantomeno l’inizio del fallimento.

Verso il momento della verità
Aleppo, che inizialmente sembrava per Ankara e Riyadh una sorta di “Bengasi siriana” e l’area circostante erano destinati ad essere il terreno per la grande offensiva finale su Damasco, e perciò considerate “pietra miliare dei loro piani”. Con la perdita di questa città, è chiaro che l’opposizione islamista si concentrerà esclusivamente sulla difesa d’Idlib (sicuramente inutile). Ma se la provincia è in gran parte persa presso le forze governative e i loro alleati, l’opposizione attenderà la propria frammentazione (escludendo importanti offensive, anche su Damasco), intensificando i processi di pace con i leader tribali, nella fase finale del processo, compiendo costanti progressi nei colloqui di Ginevra. I successi diplomatici nella storia mondiale sono dipesi dalle vittorie militari. La Siria difficilmente sarà un’eccezione. La scommessa dell’Arabia Saudita in questo caso è estremamente alta. Troppi soldi sono stati spesi nel conflitto per lasciare che la vittoria le sfugga (per non parlare del pantano nello Yemen, dove il regno non solo spende soldi e prestigio, ma perde anche attrezzature e personale militari). Perdere in Siria comporta gravi complicazioni per l’Arabia Saudita e re Salman, e assai più importante, per suo figlio, attualmente in lotta per il potere supremo nel Paese. La potenza del titolo di “erede dell’erede” non importa. Inoltre, il re ha un’influenza più forte, ma implica che il principe Muhamad bin Salman debba dimostrare di competere al meglio alla successione bypassando gli altri pretendenti al trono. Tutto questo si sovrappone al rischio globale di “perdere la faccia” in Medio Oriente. Mentre si nota il confronto con la Russia in Siria, i sauditi non hanno deciso sugli accordi con la Russia riguardo la decisione di congelare la produzione di petrolio. Infine, il regime saudita affronta anche la sfida importante del deficit fiscale incombente.
Gli Stati Uniti hanno altri interessi nella regione e in Siria, sono impegnati solo a scoraggiare la Russia, attore geopolitico sempre più importante. La figura di Assad presidente per Washington è una questione secondaria. Suggerendo che lo stesso si può dire degli alleati, che si tratti di Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Come evidenziato dai freddi rapporti con Erdogan, che gli Stati Uniti considerano un avventuriero pericoloso, così come dal successo degli “scettici sui sauditi” presso Congresso, Pentagono e CIA. Non è un caso che la questione della declassificazione delle pagine segrete della relazione su organizzatori e sponsor dell’attentato dell’11 settembre causi indignazione a Riyadh, i cui vertici del potere cercando di reagire spingendosi a porre un ultimatum a Obama della vendita dei 750 miliardi di dollari in buoni del Tesoro. Il problema principale per Washington, al momento, è non permettere a Mosca di continuare i “successi strategici” come la liberazione di Palmyra, avendo effetti profondi sull’opinione pubblica mondiale; da cui quindi la fuga sui media della possibile fornitura di sistemi MANPADS ai gruppi di opposizione. Alla Casa Bianca ci sono discussioni su come impedire la campagna della Russia in Siria: se sia necessario intervenire con l’opposizione islamista realizzando una struttura centralizzata e approfittare di tale slancio per salvare la faccia, o cercare di combattere i risultati del vuoto creato dalla sconfitta delle forze fedeli agli Stati Uniti. Basandosi sull’addestramento attivo delle organizzazioni ribelli in Giordania, l’aumento delle forze speciali stanziatevi e il sostegno diretto ai curdi, si può parlare di vittoria del secondo pensiero. Ma ciò non significa che gli Stati Uniti siano disposti ad accettare la presa di Aleppo da parte delle forze governative. Quindi, è comprensibile perché la leadership politico-militare statunitense “abbia chiuso gli occhi” sul trasferimento massiccio di terroristi dalla Turchia per ricostituirne le fila in Siria e quindi ricattare Mosca con tutti i mezzi disponibili. In tale contesto, gli Stati Uniti avendo bisogno di progressi sul campo di battaglia, accetteranno chiunque quale risorsa nel conflitto. D’interesse è anche la futura presa di Mosul e Raqqa. E c’è bisogno di un vero grande successo sul fronte, non nei discorsi dei politici statunitensi sulle vittorie degli Stati Uniti in Iraq e Siria. La presa di Aleppo è importante anche per Teheran che, dopo una breve pausa, intensificherà il sostegno a Damasco. A questo proposito, il portavoce dello Stato Maggiore russo ha detto che “non è all’ordine del giorno delle operazioni congiunte riconquistare Aleppo“, commentato dagli analisti statunitensi senza capire il sottinteso di queste parole, rendendo chiaro che si tratta del trasferimento del “comando sul campo” all’Iran piuttosto che essere una frattura tra Mosca e Teheran. Gli statunitensi giustamente fanno notare che per l’Iran è il momento della verità in Siria, che deciderà l’equilibrio di potere in Medio Oriente per almeno i prossimi dieci anni. Ma i loro calcoli sulla motivazione delle azioni del Cremlino sono profondamente sbagliate. I leader russi hanno imparato a calcolare le mosse occidentali e preferiscono non credere ad una sola parola che profferisce. I calcoli della CIA sugli effetti di un riscaldamento presunto nel dialogo con Washington e dell’ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso l’Ucraina, e quindi la loro cosiddetta “analisi” su Mosca che non vorrebbe aiutare Assad a riprendersi Aleppo assicurandone la vittoria, sono un chiaro pio desiderio.
Prendendo Aleppo con l’aiuto dell’Aeronautica russa si motiverà l’Arabia Saudita a domandarsi se possa tornare al tavolo dei negoziati, in quanto unica opportunità per il regno di mantenere una presenza nell’arena politica al momento di risolvere la questione. La liberazione di Aleppo e Idlib automaticamente colpirà Arabia Saudita e gruppo di Riyadh, grevi figure nei colloqui di Ginevra. E la Turchia e il suo principale alleato, il Qatar, ne saranno travolti. E in una situazione del genere, la conservazione dell’alleanza tripartita dei Paesi filo-sauditi o anche del solo asse Ankara – Doha, si rivelerà inutile nel trasformare l’equilibrio. Da parte sua, Teheran cercherà di attuare in Siria una pianificazione militare che influenzi i sauditi. Perciò l’Iran cerca di rafforzare il corpo dei consiglieri e le milizie sciite afgane ed irachene, così come di ricostituire l’arsenale dell’Esercito siriano per permettergli l’offensiva decisiva. Per farlo, Teheran sponsorizza l’acquisto di armi e munizioni dalla Bielorussia.northsyriaapril2016Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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