La ‘linea rossa’ dell’Iran avverte Israele via USA

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 28 gennaio 2015B8dHK4QIIAAboLDCon una splendida spiegazione su qualità e cadenza del tango diplomatico tra Iran e Stati Uniti, il Viceministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahain ha rivelato che Teheran se l’è presa con Washington per l’uccisione del Generale Muhammad Ali Allahdadi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche [IRGC] con un attacco aereo israeliano a Qunaytra, sulle alture del Golan in Siria, il 18 gennaio. Abollahian avrebbe detto: “Teheran ha avvertito Washington che Israele ha “violato la linea rossa dell’Iran”, (è la prima volta nella pluridecennale inimicizia tra i due Paesi che Israele uccide un generale iraniano). Israele “deve aspettarsi conseguenze delle sue azioni”.” C’è stata un’ondata di dichiarazioni da Teheran negli ultimi giorni, sullo sfondo del funerale del generale iraniano ucciso, seguite dell’attenta valutazione che l’attacco aereo israeliano è stato deciso ed effettuato su intelligence fornita dal gruppo islamista siriano collegato ad al-Qaida, Jabhat al-Nusra (che avrebbe interessi comuni con Israele sulla presenza iraniana e di Hezbollah in Siria). Teheran non si beve la versione israeliana, debitamente riportata dal Guardian, secondo cui Israele non “sapeva” della presenza del generale dell’IRGC. Il vicecomandante dell’IRGC Generale Rasoul Sanayee Raad ha detto ai giornalisti a Teheran, ieri, “Con l’intelligence fornita dai gruppi terroristici e dalle forze taqfire all’agenzia spionistica israeliana, il terreno è stato spianato al martirio… L’incidente rivela il sostegno alla resistenza di Bashar al-Assad, da un lato, e il partenariato tra i gruppetti di opposizione taqfiri e il regime sionista, dall’altro“. Chiaramente, la presenza del generale iraniano e di alcune figure di spicco di Hezbollah (uccisi nell’attacco israeliano) nella regione del Golan, potrebbe suggerire che l’Iran avrebbe intenzione di spezzare il nesso tra Jabhat al-Nusra ed intelligence israeliana (spiegando l’attacco aereo israeliano). Tuttavia, se l’intenzione d’Israele era richiamare l’attenzione sulla presenza iraniana ai confini con la Siria, non ha funzionato. Teheran da allora continua l’offensiva, come indica l’aiutante militare del leader supremo, Generale Yahya Rahim Safavi, che riconosce in modo assertivo che i consiglieri militari iraniani continueranno a rimanere in Siria (e in Iraq). “Partiamo dal presupposto che la sicurezza in Siria e Iraq sia la nostra sicurezza e anche che l’insicurezza in Afghanistan sia una sorta d’insicurezza per l’Iran. Non nascondiamo di esser presenti in Siria e in Iraq come consiglieri e consigliando Bashar al-Assad e Haydar al-Abadi“.
Sicuramente, Teheran deve reagire in qualche modo all’uccisione di un generale dell’IRGC. È quasi obbligatorio. Un generale dell’IRGC, Hossein Salami, ha detto che “Oltre alla riapertura (del fronte) della Cisgiordania, come apposita rappresaglia, sicuramente ci si vendicherà dell’attacco con un’azione specifica“. Ma d’altra parte la mossa iraniana contro Israele arriverà agli Stati Uniti. Se l’intenzione d’Israele era ostacolare ancora una volta l’impegno del presidente Barack Obama nei colloqui diretti con l’Iran, ciò avverrebbe se ne dovesse derivare lo scontro Iran-Israele. In teoria, dunque, proprio mentre Israele cerchi di negare l’attacco del 18 gennaio, senza confermarlo o negarlo, l’Iran potrebbe non fare altrettanto. Nel caso di un’azione di Hezbollah, probabilmente recherà la chiara firma dell’Iran. L’intelligence israeliana sarà già in allarme rosso. Difatti, che impatto ha tutto ciò sui colloqui USA-Iran? Le ultime dichiarazioni iraniane (qui, qui, qui e qui) non recano il precedente cauto ottimismo su un imminente accordo nucleare, anche per le mosse del Congresso degli Stati Uniti, dominato dai repubblicani, per imporre ulteriori sanzioni all’Iran. Alti funzionari iraniani hanno respinto l’idea che il Congresso degli Stati Uniti possa ‘legare’ le mani di Obama. Il potente speaker del Majlis iraniano, Ali Larijani, è stato piuttosto schietto in diverse osservazioni: “Se il Congresso degli Stati Uniti impone nuove sanzioni, certamente verrà rivisto il percorso avviato e, naturalmente, affronterà il balzo dell’Iran nella tecnologia nucleare, possibile alla Repubblica Islamica dell’Iran… Ora, se non risolvono i loro problemi, non dovrebbero dire che i negoziati nucleari sono in difficoltà; la loro incapacità significa che sconvolgono i negoziati… I problemi tra l’amministrazione e il congresso statunitensi, e i loro problemi interni, non ci vincolano… Se i negoziati non producono risultati, la colpa sarà di Obama“.
Può sembrare a primo acchito che la tempistica d’Israele nell’uccidere un generale dell’IRGC in questo frangente, quando Obama si arrabatta e la lobby israeliana sulla collina urla, sia stata perfetta. Israele, dopo tutto, conosce peso e ruolo dell’IRGC nell’equilibrio di potere iraniano e sollevando un vespaio a Teheran sull’adesione interna al processo decisionale iraniano. Provocando l’IRGC in tale delicato frangente, Israele mira a obiettivi multipli. Ma storicamente Teheran ha sventato le prevedibili trame israeliane contro i colloqui sul nucleare tra Obama e l’Iran, e la sua reazione calibrata, oggi, dimostra che Israele potrebbe aver fatto il passo più lungo della gamba. In altre parole, Israele potrebbe aver segnato un punto in termini tattici uccidendo un generale dell’IRGC, ma potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro in termini strategici, se il lungo braccio dell’Iran si vendica consolidando ulteriormente la cosiddetta ‘resistenza’ nelle alture del Golan o in Cisgiordania, sotto il naso dei militari israeliani, di cui l’Iran apertamente avverte. (Questo, dopo tutto, é ciò che l’Iran fa in Libano da tempo). Come l’Iran avrebbe visto, anche l’opinione occidentale ha compreso, dopo gli attentati di Parigi, che le operazioni dell’Iran in Siria e Iraq contro i gruppi estremisti (non solo lo Stato islamico) sono nell’interesse dell’occidente.

General-Allahdadi-funeral-1-HRTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele fra isteria e nuovo ruolo nella guerra contro la Siria

Nasser Kandil al-Bina, 8 dicembre 2014
Traduzione dall’arabo di Mouna Alno-Nakhal per Global Research

BzdB3oeIcAEvcx0Il 7 dicembre, i commentatori sui “raid israeliani” vicino Damasco erano divisi in due gruppi. Da un lato coloro che cercano di capire cosa potesse nascondere e se fosse l’inizio di una nuova fase, dopo un periodo di calma, di tale aggressione. Dall’altra, coloro preoccupati se la Siria avrebbe risposto e come. Due domande che meritano analisi e riflessioni, evitando esagerazioni e demonizzazioni. Inutile soffermarsi a discutere del valore militare di tali incursioni. L’operazione è “nulla” dato che la rete della difesa aerea siriana non ha risposto e gli obiettivi colpiti erano vecchi impianti vuoti e facilmente sostituibili. Tuttavia, le ragioni politiche meritano spiegazioni, questi raid sono inseparabili da quattro osservazioni strettamente connesse:
La prima osservazione riguarda ciò che accade in Israele, dove la discordia nel governo è giunta alla dissoluzione della Knesset provocando le elezioni anticipate [1] in un contesto in cui la classe politica continua ad essere impantanata, che decida per la guerra o la pace; così le elezioni non cambieranno la situazione, se non creando ulteriori divisioni politiche. Infatti, la decisione in favore della pace portò al potere Yitzhak Rabin con una larga maggioranza, ma il suo assassinio la sventò. Gli accordi di Oslo lanciarono Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu e il loro fallimento nelle guerre contro il Libano portò Ehud Barak con lo slogan del “ritiro in un anno”. Ma il ritorno di Sharon con lo scoppio dell’Intifada palestinese abbatté la possibilità della ritirata, che avrebbe limitato i danni. Sharon non è riuscito a schiacciare la rivolta palestinese. E dal ritiro da Gaza nel 2005 e dal fallimento della guerra del luglio 2006 (contro il Libano), Israele non riesce a formare una leadership politica che abbia un chiaro piano adeguato alla attuazione. Qui le incursioni e la minaccia alla sicurezza svolgono diverse funzioni contemporaneamente. Secondo i casi si tratta della falsa promessa di una guerra; dell’immagine eroica offerta da Netanyahu per le prossime elezioni; della presentazione di credenziali agli Stati Uniti per un nuovo ruolo all’ombra della crisi siriana; della preoccupazione davanti lo sviluppo delle relazioni militari tra Russia e Siria, in relazione alla Resistenza in Libano; e secondo il parere degli oppositori di Netanyahu guidati da Avigdor Lieberman, del fallimento elettorale con la guerra, un fatto compiuto imposto alla regione e al mondo che significa: “siamo in difficoltà, vi trascineremo, salvateci!”
La seconda osservazione riguarda le discussioni tra Stati Uniti e Turchia sulla versione di “zona di sicurezza” [2] al confine siriano-turco, divenuta conditio sine qua non per il coinvolgimento del governo Erdogan nella coalizione contro il SIIL, non riuscendo ad imporre la prima esigenza di rovesciare il regime siriano. Il requisito turco (zona cuscinetto da 20 a 40 km in territorio siriano, accoppiata a una no-fly zone) per ammissione del governo degli Stati Uniti, potrebbe portare ad un confronto con la difesa aerea siriana, anche con la resistenza libanese e forse anche con le forze regionali e internazionali che sostengono la Siria. Quindi, per evitare la crisi con il governo turco, gli USA in alternativa ridurrebbero la cosiddetta zona di sicurezza a una sottile “striscia di sicurezza” al confine turco, volta ad ospitare unità armate della presunta opposizione siriana “moderata” sostenuta da Washington e Ankara, su cui la Siria dovrebbe chiudere gli occhi per paura del confronto. Una prova statunitense dai risultati negativi; da un lato, a seguito delle dichiarazioni congiunte di Siria e Russia secondo cui gli attacchi aerei della coalizione internazionale di Washington in territorio siriano sono illegali [3]; dall’altra, con l’annuncio del presidente siriano Bashar al-Assad che in sintesi dice che tali attacchi sono “inefficaci”. [4] Un messaggio secondo cui la Siria cesserà di tollerare tali attacchi in caso si continuasse con l’idea di una “striscia di sicurezza” al confine settentrionale. Cosa che l’amministrazione statunitense ha colto pienamente evitando il confronto e portando la sua idea da nord a sud, affidando la missione a Israele “già sponsor di Jabhat al-Nusra [5] [6], organizzazione terroristica con cui ha “cellule operative congiunte“. Il coordinamento tra Israele e Jabhat al-Nusra, evidente con i raid israeliani sul fronte di Qunaytra di marzo [7] e il supporto dell’intelligence israeliano nelle imboscate all’esercito libanese a Balbaq. Pertanto, i raid sulla Siria annunciano l’espansione della missione israeliana dalla zona al confine meridionale della Siria alla periferia di Damasco, per installare una formazione militare protetta da Israele. Pertanto, gli Stati Uniti possono concentrarsi sulla loro guerra contro il SIIL mentre Israele s’impegna a continuare la guerra di logoramento contro la Siria.
La terza osservazione riguarda la geografia delle zone interessate dai raid israeliani del 7 dicembre. al-Dimas, ad ovest di Damasco, nel Qalamun e l’aeroporto di Damasco, dietro Ghuta est e ovest. Due zone in cui è noto che i gruppi armati sono in una situazione disastrosa davanti l’avanzata “pericolosa” dell’Esercito arabo siriano, secondo tali gruppi, Israele, Stati Uniti e Turchia. L’avanzata è ancora più “pericolosa” con l’Esercito arabo siriano che procede sui fronti di Aleppo e Dayr al-Zur, che appare vicino a liberare Dara, Shayq Misqin, Jubar e Duma. Pertanto, i raid israeliani alzerebbero il morale ai gruppi armati, dicendogli che non sono soli, suggerendo che è sempre possibile coprirli dall’aria, aiutandoli a respingere gli attacchi dell’Esercito arabo siriano e anche a colpirne i comandi.
La quarta osservazione è legata alla situazione in Libano, con Israele che cerca d’infiltrarsi, con cautela, dati gli avvertimenti della Resistenza libanese dopo l’ultima operazione nelle fattorie di Shaba nel sud del Libano. [8] Pertanto, tali raid israeliani sulla Siria mirano a rafforzare la prima linea dei gruppi armati ad Arsal (Libano) e Qalamun, bypassando la divisione territoriale tra Siria e Hezbollah, quest’ultima responsabile della dissuasione verso Israele dall’avanzare nelle sue regioni. Nel Qalamun, essendo una regione montuosa in cui si sovrappongono Libano e Siria, una tale pressione sul lato siriano potrebbe alleviare i gruppi armati minacciati di accerchiamento, e che non possono sperare nella salvezza né con il terrore che seminavano, né con le decapitazioni dei soldati libanesi, né con le operazioni di sostegno logistico israeliane; il che spiega tali incursioni, dopo i successi dell’Esercito arabo siriano in coordinamento con Hezbollah contro le posizioni di Jabhat al-Nusra nel Qalamun.
In conclusione, i raid israeliani coincidono con l’inizio di una nuova fase, ma non riflettono un cambio del rapporto di forze. Se vi è un cambio, è a favore di Siria e Resistenza. Detto ciò, non cadranno nella trappola dell’escalation e della risposta diretta e immediata. La vera risposta è la determinazione dell’Esercito arabo siriano e della resistenza a ripulire i fronti a partire da Aleppo, continuando per Ghuta e Qalamun, prima che Israele e Jabhat al-Nusra riescano ad aprire i fronti di Qusaya e Arqub in Libano.

10583782Note:
[1] Deputati israeliani votano lo scioglimento del Parlamento
[2] Siria: 4 domande sulla “zona cuscinetto” voluta dalla Turchia
[3] Siria: Fabius, Lavrov e le bugie dei media francesi
[4] L’intervista completa al presidente siriano Bashar al-Assad di Paris Match
[5] Rapporto delle Nazioni Unite: Rapporto del Segretario Generale sul disimpegno degli osservatori della forza delle Nazioni Unite dal 4 settembre al 19 novembre 2014
[6] La guerra continua d’Israele contro la Siria
[7] Netanyahu: la nuova minaccia da nord-est
[8] L’operazione militare contro Hezbollah dei soldati sionisti nel sud

Nasser Kandil, ex-deputato libanese, direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano al-Bina.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Oggi in Siria e Libia contro gli islamisti, domani in Ucraina contro i banderisti?

Alessandro Lattanzio, 24/9/2014

Ciò che ricevono oggi dagli USA i loro ex-alleati islamisti, in Siria e Iraq, è un monito per ciò che subiranno, domani, i futuri ex-alleati degli USA e della NATO: i banderisti locali e i loro camerati gladiatori atlantisti.

10341569Operazioni in Siria 19-23 settembre
Il 19 settembre, alle ore 11.00 a Raqqa, era previsto un incontro tra i capi del SIIL. L’intelligence militare siriana apprese della riunione ed infiltrò nella città un commando per le operazioni speciali il cui compito era fornire le coordinate del luogo della riunione, che avvenne presso l’Agricultural Research Building. Il commando trasmise le coordinate e piazzò un dispositivo di puntamento radio presso l’edificio. Alle 11:10, la SAAF compì una serie di sortite con attacchi di precisione sul luogo dell’incontro, dove erano presenti anche 8 tra ex-ufficiali dell’esercito iracheno e membri del Baath di Sadam Husayn, oltre ai capi del SIIL. 15 medici furono portati nella zona occupata dal SIIL, tra cui un medico statunitense e uno turco, per soccorrere i sopravvissuti, che furono poi trasferiti presso l’ex base militare di al-Manaqar, prontamente bombardata dalla SAAF sempre su indicazione del commando siriano. I terroristi, tra cui un alto responsabile del SIIL, e i 15 medici furono eliminati.
Il 20 settembre, la 105.ta Brigata della Guardia repubblicana siriana liberava le Torri Fitina a Jubar, dopo aver eliminato 25 terroristi del Jaysh al-Islam. Il capo militare di Jabhat al-Nusra, Abu Abdalrahman al-Baqa, veniva eliminato da Hezbollah a Falita, presso Yabrud. L’EAS e l’Esercito di liberazione della Palestina (ELP) assaltavano le posizioni di Jabhat al-Islamiya ad Adra, eliminando decine di terroristi, tra cui 2 capi di Jabhat al-Islamiya, Hani al-Musa e Anad al-Halmi. L’EAS subiva 9 caduti. Il 21 settembre presso Idlib, l’EAS e le NDF liberavano la città di al-Aziziya, le fattorie Abu Ruayda e Rawdha al-Jalma, i villaggi al-Turaymisa e Luwaybida, le località di Zuru Abu Zayd, Hajiriya al-Saman, Qafr al-Uwayna, al-Qaramita, al-Husayniya, al-Huwayr e la città di Jibin. L’esercito siriano sgomberava così 130 chilometri quadrati, liberando la rotabile Maharda – Salamiya. Il 22 settembre, a Dair al-Zur la SAAF distruggeva le basi del SIIL nei distretti di al-Mayadin e Abuqamal, eliminando 120 terroristi e distruggendo 3 tecniche. Gli attacchi aerei si ebbero in concomitanza dell’attacco della 104.ta Brigata della Guardia Repubblicana dell’EAS alle posizioni del SIIL nel quartiere di Dair al-Zur di al-Hawiqa, eliminando 23 terroristi. Ad Arsal, Hezbollah effettuava un attacco aereo tramite un drone contro una base dei terroristi di Jabhat al-Nusra, eliminandone almeno 23. Le truppe di Hezbollah continuarono l’offensiva sulle basi dei terroristi, eliminando Layth Abu al-Shami, capo di Jabhat al-Nusra in Libano. Inoltre, la SAAF colpiva una postazione dei terroristi nei pressi di un valico di frontiera di al-Zamarani, tra Siria e Libano, eliminando 10 jihadisti. Altri 11 terroristi furono eliminati quando le truppe siriane distrussero una fabbrica di ordigni esplosivi a Sarqah, nella provincia di Idlib.
In concomitanza con l’avanzata dell’EAS, gli USA intervenivano allo scopo di ostacolare i progressi dell’esercito siriano, e il 23 mattina l’US Air Force e Giordania, Arabia Saudita, Bahrayn, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, effettuavano oltre 40 raid su 20 obiettivi del SIIL a Raqqa, Aleppo, al-Hasaqah, Dair al-Zur, Abu Qamal ed Idlib, utilizzando aerei da combattimento F-22, F-15E, F-16 e F-18, bombardieri strategici Rockwell B-1, droni Reaper e 47 missili da crociera Tomahawk sparati dalle navi della flotta statunitense Arleigh Burke e Philippine Sea. Le operazioni erano dirette dal CAOC (Combined Air Operations Center) della base statunitense di al-Udayd in Qatar, sede del Comando aereo avanzato del CENTCOM (Central Command) degli USA. 14 attacchi furono compiuti su Raqqa, “capitale del califfato” del SIIL, contro campi d’addestramento, centri comando, depositi di armi e munizioni, strutture per la produzione di esplosivi e diversi autoveicoli. Furono eliminati 60 terroristi del SIIL quando un Tomahawk centrò l’ospedale di al-Tabqa. Venne anche bombardato un gruppo di Jabhat al-Nusra, il cosiddetto “gruppo Qurasan“, presso Aleppo, eliminando altri 50 terroristi, tra cui un capo di Jabhat al-Nusra, Muhsan al-Fadli al-Quwayt. Va ricordato che Jabhat al-Nusra era stata pagata dal Qatar per rilasciare 40 terroristi del SIIL, in cambio della liberazione dei 46 diplomatici turchi sequestrati dal SIIL a Mosul, nel giugno 2014. Inoltre, la Turchia impiegava il SIIL per contrastare il PKK nel Kurdistan siriano. I terroristi del SIIL avevano le loro basi in Turchia, da dove avviavano i loro assalti contro le cittadine curde nella Siria settentrionale. “Siamo pronti a colpire obiettivi del SIIL in Siria degradandone le capacità“, aveva dichiarato in precedenza il generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs of Staff degli USA, “Questa non sarà simile alla campagna shock-and-awe, perché semplicemente il SIIL non è organizzato, ma ci sarà una campagna persistente e durevole“. Il segretario alla Difesa degli USA Chuck Hagel disse che il piano “comprende azioni mirate contro i santuari del SIIL in Siria, tra cui infrastrutture di comando e controllo e della logistica“. Finora gli Stati Uniti avevano lanciato circa 190 attacchi aerei contro il SIIL in Iraq. Il Ministero degli Esteri della Siria affermava che gli Stati Uniti aveva informato l’inviato di Damasco alle Nazioni Unite poche ore prima degli attacchi aerei contro il SIIL in Siria. Intanto le IDF (Forze di Difesa Israeliane) abbattevano un caccia MiG-21UM siriano utilizzando il sistema di difesa aerea Patriot. I due piloti a bordo riuscivano a lanciarsi dall’aereo, abbattuto mentre compiva una missione sulla zona di Qunaytra contro le postazioni dei terroristi islamisti protetti dagli israeliani. Il Ministero degli Esteri russo si dichiarava “profondamente preoccupato” dall’incidente, che “aggrava una situazione già tesa. Chiediamo a tutti i Paesi della regione, e altrove, di mostrare la massima moderazione“, aggiungendo che era di fondamentale importanza non aprire un nuovo “fronte”, ma unire gli sforzi di tutte le parti interessate per combattere la minaccia islamista.
Il 24 settembre, a Tripoli, in Libia, esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di “Alba della Libia” nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti“.

ByNnRn1IIAEslcW
Una modesta proposta: la Russia dovrebbe colpire il SIIL in Siria!

Ziad Fadil Syrian Perspective 22 settembre

547483Il fallimento della politica estera e militare statunitense è ben illustrato da ciò che gli Stati Uniti non dicono. Ho visto Leon Panetta, Scott Pelley e re Abdullah di Giordania umiliarsi nei più patetici momenti di 60 Minutes’ in 40 anni. Durante tutto la puntata, curiosamente limitata all’impavida campagna curda per bloccare il SIIL (i curdi sono alleati degli Stati Uniti, ora, e se lo meritano) e sui fallimenti di Obama ad armare l'”opposizione moderata” (come no!) siriana quando avrebbe dovuto, senza mai menzionare l’attore che potrebbe risolvere tutti i purulenti problemi del calderone chiamato “Pianificazione americana”. Con tutto il parlare del possibile attacco statunitense in Siria contro il SIIL e dell’impetuoso Obama che in TV dice come non esiterebbe a colpire tale organizzazione sociopatica ovunque si trovi, nessuno ha mai pensato a menzionare i russi. Ammettiamolo, Damasco non avrebbe alcun timore di un attacco delle forze armate russe. Mentre Vlad si cura degli affari in giro e l’esercito siriano scaccia i terroristi sul campo, gli Stati Uniti e i loro ritrovati amici curdi potrebbero essere visti sostenere l’esercito iracheno riprendere a contrastare il Califfone, e tutto senza truppe da combattimento statunitensi in Iraq o Siria! SyrPer è sempre all’avanguardia nel pensiero creativo, quando la capitale della nazione dorme o galleggia sul mare dell’irrilevanza. Con i francesi che dichiarano l’indisponibilità ad attaccare i virulenti parassiti del SIIL in Siria, probabilmente per paura di vedersi i loro jet Rafale abbattuti come tanti moscerini fastidiosi dagli S-300, e gli inglesi che zittiscono al parlamento il loro Miles Gloriosus, l’illustre David “Wellington” Cameron, ci sono davvero poche opzioni. Un osservatore mi aveva strappato una risata incontrollabile quando scrisse che i possibili candidati per l’attacco aereo in Siria potevano essere Arabia Saudita ed Emirati! Suggerendo anche la presenza di soldati arabi sul terreno. (Per favore non incolpatemi se vi rovesciate dal ridere. Non rimborserò il pranzo). Costui ovviamente ignora la sospetta assenza di addestrati da sauditi e arabi in tale viavai, (mercenari pakistani esclusi).
A meno che non si voglia impiegare la vantata aeronautica del Libano, davvero non c’è molto da scegliere. Ma Vlad è sempre lì a risolvere il problema che lasci. Con così tanto parlare di violazione del diritto internazionale da parte statunitense, perché il dr. Assad non invita la flotta di Vlad ad inviare i nuovissimi Sukhoj e MiG presso la base aerea di Mazah. I piloti russi acquisirebbero esperienza contro bersagli reali senza il disturbo dei noiosi occidentali che abbaiano “male!”… O qualcosa del genere alle proteste per l’occupazione sovietica dell’Afghanistan o per l’attuale Ucraina. Non vi sembra una soluzione plausibile? Possiamo salvare la faccia dei sauditi facendogli pagare carburante e manutenzione. Come ulteriore incentivo per i sauditi, tutte le parti potranno osservare con sospetto il prossimo trambusto se i sauditi decidessero di usare la loro impressionante potenza militare invadendo il truculento Qatar, liberando il mondo da tale pernicioso batterio. Ma sarebbe troppo semplice e facile. Gli Stati Uniti sostengono pubblicamente il coinvolgimento della Russia mentre segretamente fanno di tutto per sabotarlo. Oh, e Obama accusa i russi di trattare con un regime “illegittimo”, accusando i russi esattamente di ciò che tutti accusano fare gli statunitensi; usare il SIIL per attaccare l’Esercito siriano, anche se diverrebbe un sotterfugio moscovita attaccare il SIIL per farla finita con gli eroi statunitensi del gruppo al-Nusra! Non vi sembra così bizantino? I neocon sionisti avranno continue coliche renali contorcendosi sui freddi pavimenti nella capitale nazionale, trasudando urina e bile e spuntando veleno. “Non può farlo, Capo. Non può!” Hillary avrebbe una giornata campale condannando il malvagio Vlad e John McCain preannuncerebbe la Terza Guerra Mondiale mentre sarebbe misericordioso con il popolo dell’Arizona con una gradita e solitaria dipartita. Già. E’ meglio non pensarci troppo. Le buone idee in questi giorni sono per i piccioni. Vorrei solo che gli statunitensi sappiano quanto ottuso e noioso sia il loro governo.

10702010Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno […]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell'”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d’Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 – 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il caos iracheno: la Waterloo di Obama, lo Yarmuq dell’Iran

Ziad al-Fadil Syrian Perspective
531655_Syrian Perspective ricorda umilmente di essere stata tra i primi a rivelare il ruolo di Izat Ibrahim al-Duri nel disastro in Iraq. Abbiamo seguito al-Duri per anni dopo esser sfuggito ai tribunali illegali istituiti dall’alto commissario statunitense L. Paul Bremer, forse uno dei più completi imbecilli del mondo, nascondendosi nel nord, nella sua città natale di Mosul, svicolando lungo le linee di faglia tra arabi, curdi e turchi. Finalmente arrivato in Turchia, fu adottato da una squadra di spettri statunitensi e inglesi presentatigli dai sicari del MIT di Erdoghan. Da quel momento svolge il ruolo che gioca ora. Attenzione, non credo che il SIIS sia ciò che sembra. Non è un’organizzazione salafita, poiché tali organizzazioni, ripeto, non prendono quali capi ex-baathisti come al-Duri. Alcuni di voi avranno sentito parlare di una recente dichiarazione da Mosul secondo cui il SIIS ha ora un comando unificato con al-Duri. È vero, al-Duri è un ex-militare iracheno salito alla ribalta sotto Sadam, divenendo l’unico uomo capace di sputare in faccia a leader temibili senza nemmeno alzare un sopracciglio. Tuttavia al-Duri non ha alcuna esperienza militare sostanziale come comandante sul campo, e se ne vedrà abbastanza presto il fallimento. È inoltre in cattive condizioni di salute, soffre di gravi condizioni respiratorie e nefrite che lo spacceranno al più presto. Che un naqshbandi/baathista (sufi) come al-Duri si possa alleare con Abu Baqr al-Baghdadi prova che il SIIS è un fantoccio statunitense ingrassato dai soldi sauditi e abbellito dalle banalità dei terroristi jihadisti. La pretesa di Obama di esser disposto ad inviare la propria potenza aerea in Iraq per aiutare al-Maliqi, è un semplice cavallo di Troia o dote di Jalila, un metodo per rimuovere il Primo Ministro al-Maliqi una volta divenuto chiaro che il disgraziato presidente statunitense non è riuscito a spodestare il nostro Dr. Bashar al-Assad. Il piano sionista, inventato e promosso dai traditori neo-con, viole che la Mezzaluna Fatimide sia più una collana di  perle che una vera mezzaluna. Se non è possibile sbarazzarsi del cordone siriano, si passi a quello iracheno. Questo è un piano sionista, reso evidente dal fatto che solo possono profferire una visione così sociopatica da comportare lo sterminio dei cristiani d’Iraq e Siria.
Il piano dei traditori neo-con è questo: Per soffocare Hezbollah è necessario troncarne i legami con l’Iran. Ciò significa distruggere Siria e Iraq. Hanno preso di mira la Siria per prima, dato che sembrava la più debole dei due. Ma la Siria non era la più debole dato l’immenso sostegno ricevuto  da Federazione Russa e Iran. Ciò lascia l’Iraq unico obiettivo per respingere gli iraniani dalla regione e isolare Hezbollah. Se l’Iraq finisse nelle mani di sadamisti come al-Duri, l’Iraq ancora una volta diverrebbe un cuscinetto contro l’Iran e un buco nero per Hezbollah. Voglio qui ricordare, inoltre, che il recente ammonimento dell’Arabia Saudita che le forze straniere dovrebbero rimanere fuori dal conflitto iracheno, serve solo a sviare le accuse sul suo netto coinvolgimento nel finanziamento del mostro SIIS in Siria e Iraq. Tre realtà sono ormai emerse da tutto ciò, per le sanguisughe sioniste: 1. La campagna di Bush contro Sadam fu un disastro di proporzioni storiche, che deve essere corretto; 2. Hezbollah è una delle forze più minacciose che lo Stato-colono sionista deve affrontare nei conflitti futuri; 3. Lo stesso piano disastroso contro la Siria potrebbe ancora funzionare in Iraq con una corretta pianificazione.
Nota: le dichiarazioni del Generale Qasim Ata a Baghdad, ieri, avvertivano i cittadini e l’opinione pubblica a diffidare di articoli faziosi da fonti che vomitano menzogne e propaganda. E’ la stessa situazione della Siria, con la condizione che gli iracheni sono pienamente consapevoli della campagna mediatica in Siria e sono disposti a contrastarla. Il Generale Qasim Ata, portavoce dell’esercito iracheno, cerca di assicurare avvertendo i cittadini su al-Arabiya, al-Jazeera e tutto il resto di ben noti menzognifici già utilizzati contro la Siria. E ancora più interessante notare come SIIS ed alleati del Baath iracheni usino in modo sofisticato internet, manipolando l’opinione popolare. Il modo con cui tali selvaggi utilizzano internet chiaramente indica una tutela di Stati Uniti ed alleati inglesi, turchi e altri. Suggerimento: si guardi attentamente come la BBC copre gli avvenimenti in Iraq e saprete chi c’è dietro tutto ciò.
Con il SIIS che sostiene di controllare le province del nord dell’Iraq contigue alla Turchia, si assicura le aree con i principali impianti petroliferi e basi militari. Ieri ha falsamente affermato di aver invaso la raffineria di petrolio di Bayji, la più grande dell’Iraq. Con tale piano, gli Stati Uniti probabilmente continueranno a sostenere logisticamente il SIIS fino a che al-Maliqi farà ciò che il Presidente Assad doveva fare: dimettersi. Ma ora la palla è nelle mani di Teheran. Potrà sostenere al-Maliqi come ha fatto con Assad? E (un grande E) Mosca interverrà anche qui? L’Iran ha un profondo rapporto storico con Mesopotamia/Iraq. Gli esempi dell’interazione tra i due popoli sono infiniti. Difficilmente si deve risalire ad Artaserse o Barmecide per spiegarlo. Ma oggi, nell’Iran teocratico, i luoghi santi di Najaf e Qarbala ne domineranno il pensiero geo-politico. L’Iran andrà in guerra per proteggere i santuari sciiti e ciò significa centinaia di migliaia di guerrieri Basij pronti ad attraversare il confine iracheno per sradicare le larve supportate dagli statunitensi che operano sotto la bandiera della banda di cannibali finanziati dai sauditi. Il SIIS ha già chiarito l’intenzione di uccidere gli “apostati” e distruggerne i santuari, galvanizzando i volontari iracheni che proteggono i santuari di Sayid Zaynab e Suqayna di Damasco e spingendoli a continuare la lotta in Iraq.  Avvertiamo i politici statunitensi di non permettere che la politica estera statunitense sia diretta dai traditori sionisti neo-con a Washington DC. Il loro movimento deve essere fermato e processato per alto tradimento.
La Russia osserva questi eventi con molta attenzione. L’Iraq è una miniera d’oro per i produttori di armi russi e Mosca non traballerà nel suo approccio. Tuttavia, Putin affronta molte questioni oggi.  La crisi ucraina creata dalla NATO, soprattutto da Obama, potrebbe essere una mossa volta a distrarre i russi, mentre gli Stati Uniti cercano di far risorgere il fallito piano sionista per sloggiare i leader di governi legittimi, soppiantandoli con i loro corrotti adulatori filo-sionisti, le cui vite saranno alquanto effimere. Già i media occidentali si scagliano su al-Maliqi accusandolo di settarismo e brutalità nella guida del suo Paese. Non stupitevi se sentirete parlare di atrocità commesse dai “lealisti pro-Maliqi”. Già delle storie vengono diffuse su prigionieri sunniti a Mosul  giustiziati da guardie sciite mentre il SIIS tentava di liberarli. Nauseanti storie inventate, menzogne e propaganda, ci si può aspettare cose ancor più nauseanti di quelle sentite sulla Siria. Non si arrendono. I sionisti non mollano, a meno che i popoli statunitense, francese, inglese e australiano s’oppongono e si riprendono la propria politica estera, tale rapporto da vampiro parassita continuerà a loro danno. Al-Maliqi deve fare ciò che il Dottor Assad ha fatto in Siria, deve serrare i ranghi e prepararsi a un lungo confronto con la chimera statunitense di Obama. Non è fantasia. La dirigenza sionista è ossessionata dall’Iran e trascinerà nel baratro dell’Inferno gli USA pur di prolungare l’esistenza del fasullo Stato-Ghetto. Al-Maliqi deve tendere la mano, come fa oggi, a tutti i sunniti, unendo le forze per bloccare l’assalto alla cultura semitica irachena arabo-musulmano-cristiana da parte dei coloni ebrei europei e cazari che non hanno portato nulla se non peste e miseria al nostro amato Vicino Oriente. Deve inoltre continuare l’alleanza con il Dr. Assad e utilizzare l’esperienza dell’Esercito siriano nel combattere le orde barbariche di Obama e del sionismo. Più che altro, il Primo Ministro al-Maliqi deve avere ciò che il Dottor George Habash chiamava “chiara visione”.  Non deve permettere che la pletora di trappole e disinformazione l’accechino dalla pura oggettività nel valutare la situazione. Ciò che ha mantenuto lucido il Dr. Assad è la sua formazione scientifica. O come GWF Hegel suggerirebbe nel suo Die Welt Verkehrte (Il mondo capovolto), che al-Maliqi si metta nella posizione dei suoi nemici e veda il loro punto di vista, svelandone i piani come se fossero stati creati dalla sua mente.

856c25c6-f182-11e3-a2da-00144feabdc0.imgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 468 follower