L’“élite” golpista del 2016

Moon of Alabama

49386354-cachedC’è il tentativo golpista dell'”élite” contro il neo-President Trump, orchestrato dalla gente di Hillary Clinton in collaborazione con la CIA e i neocon al Congresso. Il piano è usare l’idiozia della CIA “La Russia ha fatto vincere Trump” per mettergli contro il collegio elettorale. Il caso poi finirebbe al Congresso. I neocon guerrafondai repubblicani potrebbero quindi dare la presidenza a Clinton o, se non funziona, intronare il vice di Trump, Mike Pence. Il regolare belluismo bipartisan, che la presidenza Trump minaccia di por fine, potrebbe continuare. Se il colpo riuscisse violente insurrezioni potrebbero scaturire negli Stati Uniti, con conseguenze imprevedibili. Tale tesi è finora solo un’idea generale. Alcun piano è stato pubblicato, però è abbastanza evidente, ormai. Tuttavia, vi sono alcune speculazioni. L’obiettivo prioritario è negare a Trump la presidenza. E’ troppo indipendente ed un pericolo per diversi centri di potere nei circoli dominanti degli Stati Uniti. La scelta di Tillerson a segretario di Stato lo rafforzerebbe (previsione: Bolton non sarà suo vice). Tillerson è per una stabilità redditizia, non per avventurosi cambi di regime. Le istituzioni nemiche di Trump sono:
La CIA, diventata Central Intelligence Assassination con le amministrazioni Bush e Obama. parti enormi del suo bilancio dipendono dalla guerra alla Siria e dalle operazioni di omicidio via droni in Afghanistan, Pakistan e altrove. Le politiche isolazioniste di Trump porrebbero probabilmente fine a tali azioni riducendone il bilancio.
L’industria bellica perderebbe enormi affari con i principali clienti nel Golfo Persico, se Trump riducesse le interferenze in Medio Oriente e altrove.
I neoconservatori e il Likud che vogliono che gli Stati Uniti armino Israele facendolo il più forte del Medio Oriente a beneficio dei sionisti.
I guarrafondai militaristi e “interventisti umanitari” ai quali la riduzione del ruolo degli Stati Uniti prima potenza mondiale è un’eresia.
L’attuale direttore della CIA, Brennan, figura di spicco del programma di torture della CIA e consigliere di Obama, è della fazione Clinton/anti-Trump. Gli ex-capi della CIA Hayden e Panetta sono sostenitori di Clinton come il torturatore re ed ex-vicedirettore della CIA Michael Morell. Non stupisce quindi che la CIA attui la campagna russofoba, spacciando l’idea al pubblico degli Stati Uniti che l’intervento russo abbia distorto l’elezione di Trump. Lo scopo è delegittimarne la vittoria agli occhi di media e pubblico, ma ancor di più dei grandi elettori. La CIA ha fortemente supportato gli stessi media mainstream che sostenevano Clinton nelle elezioni. (Non a caso sono gli stessi media che sostenevano la campagna della CIA sulle “armi di distruzione di massa di Saddam”). I democratici e il professore di diritto di Harvard Lawrence Lessig istigano i grandi elettori offrendogli sostegno giuridico personale gratuito, dicendo che il voto del collegio elettorale è ormai vicino. I 37 elettori repubblicani, nominati dagli elettori dei loro Stati a votare Trump, verrebbero convinti ad astenersi o a votare qualcun altro, e Trump perderebbe i necessari 270 voti. L’elezione del presidente verrebbe rigettata dalla Camera dei Rappresentanti. Qualora gli elettori votino Trump c’è sempre la possibilità che Camera e Senato mettano in discussione ufficialmente il voto ritardandolo o sottoponendolo a indagini del Congresso. Qui i procedimenti generali, dettagliati e specifici per collegio elettorale, spiegato dal National Archives and Records Administration.
Anche se i neoconservatori non hanno alcun sostegno effettivo nell’elettorato, hanno una forte presa su parti significative del Congresso e dei media dominanti. Molti capi neocon guerrafondai come Robert Kagan, Max Boot e il comitato editoriale del Washington Post sostenevano Clinton durante la campagna, e Clinton ebbe anche il sostegno di luminari repubblicani del Congresso come Lindsay Graham, Sasse e Flake. Congresso e maggioranza del Senato potrebbero essere contro Trump al momento critico. Ma qualunque sia l’esito, sicuramente ci saranno intense sfide legali ed è possibile che il caso finisca alla Corte Suprema. In alternativa ai brogli legali, si potrebbe ritardare la nomina di Trump su ordine di Obama alla comunità di intelligence di visionare formalmente l’intervento russo nelle elezioni, entro il 20 gennaio, non a caso data ufficiale della nomina! I media: “Ordinando la “revisione completa” delle accuse sui russi nel processo elettorale del 2016, il presidente Barack Obama chiede in sostanza all’intelligence di formulare un giudizio analitico sulla validità delle elezioni che metteranno Trump nello Studio Ovale”. Un “compromesso” al Congresso permetterebbe di attendere l’analisi della Comunità d’Intelligence per poi discuterne prima di nominare Trump presidente; ma ciò che finirà nel nulla, dato che la affermazioni dell’intelligence sono notoriamente vaghe. Nel frattempo, il vicepresidente diverrebbe presidente facente funzione: “Se il neopresidente non viene approvato prima della nomina, la sezione 3 del 20° emendamento stabilisce che il neo-vicepresidente agirà da presidente fino al momento in cui un Presidente sia nominato”. Se il processo del Congresso o giuridico sull’elezione di Trump viene ritardato, lo sarà per molto tempo. Il governo del Washington Blob o Borg potrebbe benissimo convivere con un presidente Pence mentre Trump non avrebbe alcun ruolo nelle attività di governo. (Clinton potrebbe diventare vicepresidente o nuovo presidente?)
L’intervento dei media contro Trump è pesante. Ma prima si ricordi che non vi è alcuna prova, zero, che la Russia abbia effettivamente a che fare con DNC o Podestà o altre e-mail diffuse su media come Wikileaks. Craig Murray ci assicura che sa che non erano piratate, ma fughe privilegiate da uno che conosce. Infatti dice che i messaggi di posta elettronica gli furono consegnati mentre visitava Washington. Ex-funzionari dei servizi segreti, tra cui il noto tecnico ed ex-funzionario della NSA William Binney, concordano che la storia dell’hackeraggio sia falsa. Tutto ciò che si è sentito o visto finora sono dicerie e accuse senza prove. Secondo i professionisti dell’IT il caso è tecnicamente risibile, come Murray spiega. Se i pretesi pirataggi si sono verificati, nei presunti modi, sono stati così comuni che chiunque avrebbe potuto farlo. Non c’è alcun fatto tecnico che sia almeno accettabile come prova che “la Russia l’ha fatto”. Ma ancora il NYT spaccia articoloni per dire che “la Russia l’ha fatto”, secondo le voci della CIA e le affermazioni dei tecnici amatoriali di Crowdstrike, l’auto-promossa società di sicurezza assunta e pagata dalla DNC. Prima il Washington Post pubblicò altre anonime pretese sull’interferenza russa. NBC News ora dice che “funzionari dei servizi segreti” affermano che lo stesso Putin ha diretto l’hackeraggio. Gli autori di tale favola sono i pirati informatici Bill Arkin e Ken Dilanian, noti per far aggiustare le loro frottole dalla CIA prima di pubblicarle. La prossima fola dirà che Vladimir Valdimirovich era sulla tastiera. Molte agenzie ed editoriali vanno dietro a tali “contatti”.
Come funzioni il piano dei clintoniani è spiegato dall’ex-consulente per le ricerche dell’opposizione del Consiglio Nazionale Democratico, l’ucraina-statunitense Alexandra (Andrea) Chalupa, qui:
Andrea Chalupa @AndreaChalupa 11 dicembre
1) Il collegio elettorale s’incontra il 19 dicembre. Se gli elettori ignorano lo #StatoD’Emergenza in cui ci troviamo, e Trump viene eletto, lo possiamo fermare il 6 gennaio al Congresso
2) Se obiezioni al voto del collegio elettorale vengono fatte, devono essere presentate per iscritto, firmata da almeno da un congressista e un Senatore
3) Se obiezioni sono presentate, Camera e Senato si riuniscono per considerare i meriti secondo le procedure stabilite dalla legge federale…
Editoriali ed editoriali dei principali giornali sostengono con forza tale piano. Un solo esempio, la colonna di AJ Dionne sul Washington Post: “la conclusione della CIA che la Russia intervenne attivamente nelle nostre elezioni eleggendo Trump è un ottimo motivo a che gli elettori considerino l’esercizio del loro potere in modo indipendente. Per lo meno, dovrebbero essere informati su ciò che la CIA sa, e in particolare sul fatto che vi sia qualche prova che Trump o suoi luogotenenti siano stati ingaggiati dalla Russia durante la campagna”. L’editoriale del New York Times si lamenta di Trump che ridicolizza le fiabe promosse dalla CIA. Molti che hanno votato Trump sarebbero disgustati e indignati se gli venisse negato l’incarico, sono armati e protesteranno. Le violenze sono sicure in caso di colpo di Stato. Trump ha scelto quattro ex-generali per i suoi gabinetto e staff. Se i problemi si aggravassero, si potrebbe avere lo scenario tracciato nel 1992 dal documento militare: Le origini del colpo di Stato militare negli USA del 2012 di Charles J. Dunlap.tdy_sat-trump-today-161211-nbcnews-ux-1080-600Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo Stato profondo in guerra con se stesso

Peter Lavelle, The Duran15443200Il tentativo di screditare e delegittimare il neopresidente testimonia benissimo lo Stato profondo in guerra con sé stesso.
Le elezioni presidenziali negli USA svelano le varie fratture gravi che minano la stabilità di Stati Uniti ed occidente. Le élite al potere e la massa di media al servizio, sono scioccate e infuriate con gli elettori occidentali che rifiutano in massa l’ordine neoliberale. Ciò ha scosso la fiducia dei potenti. Come previsto, tali élite non la prendono alla leggera, ma reagiscono con rabbia. Al centro dello Stato profondo vi è l’intelligence, custode dello status quo e dell’egemonia. Apolitica (anche se intensamente ideologica), di solito non esprime preferenze politiche. Si presume che partiti e loro capi siano in sintonia con interessi e obiettivi dello Stato profondo. Si presume inoltre che la comunità d’intelligence segua lo stesso spartito, più o meno. Ma oggi non sembra essere così. L’elezione inaspettata di Donald Trump a 45° presidente degli Stati Uniti è una deviazione sgradita da ciò che la democrazia occidentale deve dare allo Stato profondo. Le elezioni in occidente sono un rituale per convalidare e legittimare lo status quo. La volontà popolare è fabbricata, con i mass media aziendali che appongono il timbro di approvazione. Questa volta non ha funzionato.
L’elezione di Trump è una seria deviazione dalla sceneggiatura. In vari modi Trump è problematico, ma è anche un grave problema per lo Stato profondo. Chiaramente ciò è il motivo per cui la “carta Russia” viene usata contro di lui. Trump va screditato, assolutamente. Quale modo migliore se non accusarlo di sedizione? Data il concertato falso cospirazionismo sul Presidente Vladimir Putin burattinaio dell’universo, non sorprende che tale racconto abbia enorme attrazione sui media. La “carta Russia” divide l’intelligence. La CIA (la cui missione segreta include l’inganno delle masse), gli screditatissimi media liberali e la cabala neocon ritengono Trump una seria minaccia. Se entra alla Casa Bianca, il mondo visto da decenni sarà in dubbio. Il Presidente Trump certamente ricorderà tutte le offese e gli intrighi. Sarà una lotta fino alla morte. Dall’altra parte della barricata vi sono Defense Intelligence Agency, NSA e FBI. E’ molto raro che tali agenzie differiscano apertamente dalle conclusioni della CIA. Senza alcuna prova concreta che dimostri “inferenza russa” e/o i forti legami con la Russia, tali agenzie non sembrano disposte a sfidare l’esito elettorale. Le agenzie probabilmente sanno che approvare le falsità dell'”ingerenza russa” si ammetterebbe apertamente che la dirigenza della sicurezza di Washington non sa proteggere gli interessi vitali del Paese. Tale ammissione richiederebbe la totale risistemazione della comunità di intelligence.
CIA e amici giocano in modo pericoloso. Il tentativo di screditare e delegittimare il neopresidente potrebbe benissimo testimoniare lo Stato profondo in guerra con se stesso.Donald Trump Addresses GOP Lincoln Day Event In MichiganPeter Lavelle è ospite del programma di dibattito di RT. Le sue opinioni possono o meno riflettere quelli di RT.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Trump” dell’apocalisse

Alessandro Lattanzio, 21/11/2016mystery-plane-over-denver-metabunkIl 16 novembre, un cosiddetto “velivolo dell’apocalisse”, ovvero l’aereo-comando Boeing E-6B Mercury, utilizzato per scatenare l’attacco nucleare, veniva avvistato su Denver, in Colorado, dopo essere decollato da una base aerea presso San Diego, in California. L’US Navy possiede 16 di tali velivoli “da giorno del giudizio”. Il velivolo avvistato su Denver, denominato Iron99, sorvolò l’area diverse volte, allarmando la popolazione, prima di dirigersi verso l’Oklahoma. Una stazione televisiva locale ne aveva ripreso il sorvolo. Il giornalista che aveva riportato l’evento, riferì che Federal Aviation Administration (FAA), US Northern Command (NORTHCOM), US Strategic Command (STRATCOM) e North American Aerospace Defense Command (NORAD) non potevano confermare il volo. Inoltre, gli ufficiali di una dozzina di basi aeree avevano dichiarato che il volo dell’aereo non era stato notificato presso le rispettive torri di controllo del traffico aereo. Iron99 appartiene alla squadriglia dell’aeronautica navale della Marina degli Stati Uniti, la VQ-3 Ironmen, di stanza nella Tinker Air Force Base, in Oklahoma.
Il Boeing E-6B Mercury (TACAMO – “Take Charge And Move Out and Move Out“) svolge un ruolo estremamente importante per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti: viene impiegato principalmente per trasmettere istruzioni alla flotta di sottomarini lanciamissili balistici dell’US Navy, in caso di guerra nucleare; ma anche per supportare o sostituire i 4 Boeing E-4BS NAOC (National Operations Alternative Center) che svolgono funzioni da ABNCP (Airborne Command Post), ovvero di posti di comando volanti in caso di attacco nucleare (da cui il soprannome di “aerei dell’apocalisse”). Le missioni che svolgono sono del tipo Looking Glass (ovvero doppiare il Centro comando della base aera di Offutt); comunicare con i sottomarini; emanare l’ordine di lancio per gli ICBM (missili balistici intercontinentali) tramite il Sistema aeroportato di controllo dei lanci, e svolgere operazioni C3 (Comando, Comunicazioni e Controllo) per le forze di teatro e i bombardieri strategici degli Stati Uniti nelle missioni di attacco nucleare globale. I velivoli possono comunicare su praticamente ogni banda di frequenza radio, e tramite satelliti commerciali ed Internet. Il velivolo di solito compie voli circuitali per impiegare le antenne di bordo o un particolare satellite geostazionario nelle radiocomunicazioni.
Secondo la portavoce dell’US Navy, tenente Leslie Hubbell, il velivolo sarebbe decollato dalla Travis Air Force Base, nel nord della California, ma gli ufficiali della Trevis AFB avevano negato che il velivolo fosse decollato dalla loro base. Inoltre, la FAA, l’amministrazione aeronautica degli USA, dichiarava di non aver avuto alcun contatto con il velivolo avvistato su Denver, che a quanto partecipava a un’esercitazione classificata ed organizzata dal dipartimento della Difesa riguardante la sorveglianza elettronica, a cui partecipavano diverse agenzie d’intelligence degli USA.
mystery_plane_topL’8 marzo 2016, un velivolo E-6B impiegò il nominativo Trump per una missione di volo dall’Offutt Air Force Base, nel Nebraska, sorvolando a 12000 metri di quota Nebraska, Kansas, Oklahoma e Texas. Il nominativo Trump non erano mai stato utilizzato prima.
Va ricordato che ad ottobre, Pentagono e comunità dell’intelligence avevano chiesto al presidente Obama di rimuovere il direttore della National Security Agency e dell’US Cyber Command, l’Ammiraglio Michael S. Rogers. Ma Rogers sarebbe preso in considerazione dal neopresidente Donald Trump, che vorrebbe candidarlo a direttore dell’intelligence nazionale, in sostituzione proprio di Clapper, che supervisiona le 17 agenzie d’intelligence degli Stati Uniti. E con una mossa inaudita, Rogers, senza avvertire i superiori, si recava a New York per incontrare Trump, il 17 novembre, allarmando i vertici dell’amministrazione Obama. Casa Bianca, Pentagono e direttore della National Intelligence si rifiutavano di commentare il caso, così come anche la NSA. Rogers guida la NSA dall’aprile 2014, nominatovi a seguito dello scandalo sulla sorveglianza delle comunicazioni dell’agenzia svelato da Edward Snowden. Inoltre, sono state scoperte altre violazioni, durante la direzione di Rogers, da parte di agenti della NSA. Un caso riguarda l’impiegato della Booz Allen Hamilton, Harold T. Martin III, accusato di furto di materiale classificato governativo ad agosto. Tra il materiale trafugato vi era il codice di un software, sconosciuto, che sarebbe utilizzato per prendere il controllo di firewall e reti. Il secondo caso riguarda una violazione avvenuta nell’estate 2015 da parte di un agente dell’unità di hackeraggio della NSA, la Tailored Access Operations (TAO). L’agente fu arrestato, ma il caso non venne reso pubblico. L’individuo si ritiene abbia consegnato il materiale a un altro Paese.
Rogers doveva esser sostituito prima delle elezioni dell’8 novembre, ma il senatore neo-con John McCain, presidente del Comitato dei Servizi Armati del Senato, minacciò di bloccare la nomina di qualsiasi sostituto di Rogers, se la Casa Bianca non procede a certe riforme della NSA e dell’US CyberCommand. McCain appoggia Rogers perchè quest’ultimo aveva affermato, il 15 novembre, che c’era stato “Uno sforzo consapevole da parte di uno Stato-nazione per tentare di ottenere un effetto specifico” durante le elezioni presidenziali statunitensi.

Rogers

Michael S. Rogers

Fonti:
Express
The Aviationist
The Aviationist
The Denver Channel
Wwashington Post

Trump presidente degli USA: politica etnica e scomparsa delle dinastie

Michiyo Tanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 9 novembre 2016

neocon-3-22Donald Trump, del partito repubblicano, sarà il prossimo leader degli Stati Uniti. In altre parole, le dinastie Bush e Clinton, a prescindere dal partito politico, finalmente perdono la morsa sul potere politico degli USA. Altrettanto importante, la campagna di Clinton soverchiava il candidato repubblicano con l’enorme rapporto con i mass media, ma ha perso contro il personaggio Trump. In altre parole, il voto anti-establishment ha vinto. Trump, il candidato più non-repubblicano della storia recente, appare indipendente. A quanto pare, ha alienato molti elettori ispanici e donne per via dei commenti precedenti, ma chiaramente non nella misura indicata dai media. Una grazia salvifica per Trump è la classe operaia bianca e altra di questo gruppo, che si sente emarginata e non rappresentata dalle élite liberali e politiche al potere. Ciò a prescindere dalle dinastie Bush o Clinton, di conseguenza i sostenitori credono che Trump dia nuove speranze perché non teme di dire la sua. Gli afro-americani, la classe operaia bianca e i nativi americani sono stati ulteriormente emarginati dal corpo politico degli USA. Eppure, la maggior parte degli afro-americani ancora si affida ai democratici, nonostante sembri scontato essere la causa dei loro problemi perenni. Tuttavia, con la politica etnica che diventa un problema crescente del corpo politico degli USA, appare chiaro che l’incremento dell’immigrazione e la manipolazione del linguaggio sono stati adottati dai democratici per soverchiare incommensurabilmente Trump. Nonostante ciò, molti immigrati dalla nuova cittadinanza hanno una cultura conservatrice, ed abbastanza chiaramente rifiutano il mantra delle élite liberali politiche.
A livello internazionale, la vittoria elettorale di Trump non è gradita nell’Unione Europea, in Cina, Giappone, Messico e altre nazioni. Naturalmente, le ragioni variano perché in tanti decenni, Cina e Giappone sono stati testimoni di accordi commerciali favorevoli con gli USA grazie a tariffe sleali ed altri fattori. Allo stesso modo, il Messico vuole manipolare il NAFTA, mentre il blocco militare della NATO è preoccupato da Trump che chiede un’organizzazione più equilibrata nei costi. Eppure, il popolo degli USA, sostenendo Trump, ignora le preoccupazioni internazionali perché vuole che Trump porti a un esito favorevole gli USA. In altre parole, impedire alle altre nazioni di abusare su tariffe e altri accordi commerciali ed economici negativi.
Nel complesso, l’elezione ha smantellato la concentrazione di potere delle dinastie Bush e Clinton, negli USA. Se Clinton avesse vinto con la politica etnica dinastica, le élite politiche tradizionali, e altri aspetti negativi, avrebbero continuato sotto la sua guida. Dopo tutto, solo Trump ha offerto un cambiamento, anche se irto di pericoli, ma il cambio in sfida a status quo e accordi negativi commerciali internazionali, sarà ora sul tavolo. Pertanto, la vittoria elettorale di Trump equivale a una nuova sconfitta dalla classe politica dominante nei movimenti politici democratico e repubblicano.screen-shot-2016-11-09-at-10-33-31Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa c’è in gioco nelle elezioni degli Stati Uniti?

Oriental Review 8 novembre 2016constitutionorleostrauss32813_0L’esito delle elezioni presidenziali del 2016 dimostrerà che il sistema politico degli USA, come lo conosciamo, cesserà di esistere. Trump non è una di quelle pedine repubblicane che, assieme ai burattini democratici, negli ultimi 40 anni hanno retto la facciata della democrazia statunitense. Sembra proprio sia pronto ad attuare la minaccia di prima della Convention nazionale repubblicana, inviare milioni di sostenitori per le strade. Oggi Trump rappresenta un completamente nuovo partito, costituito da metà dell’elettorato statunitense, pronto all’azione. E qualunque sia l’eventuale struttura politica del nuovo modello, plasma la realtà attuale degli Stati Uniti. Inoltre, non sembra una situazione isolata. Piuttosto sembra l’ultimo capitolo di una vecchia storia, dove trame contorte infine prendono forma e trovano una risoluzione. Le circostanze sempre più ricordano il 1860, quando l’elezione di Lincoln fece infuriare il Sud avviando l’agitazione per la secessione. Trump è oggi il simbolo della vera tradizione statunitense che nella guerra civile (1860-1865), per la prima volta si gettò a capofitto nel liberalismo rivoluzionario. Fino alla prima guerra mondiale, il tradizionale conservatorismo statunitense indossò la maschera dell'”isolazionismo”. Prima della Seconda Guerra Mondiale era noto come “non-interventismo”. In seguito, tale movimento tentò di utilizzare il senatore Joseph McCarthy per combattere la morsa sinistra-liberali. E negli anni ’60 divenne l’obiettivo principale della “rivoluzione contro-culturale”. Il suo ultimo bastione fu Richard Nixon, la cui caduta fu conseguenza dell’attacco senza precedenti della stampa liberale di sinistra nel 1974. E questo è forse l’esempio con cui confrontare Trump e la sua lotta attuale. Tra l’altro, i reati di Hillary Clinton, che non ha protetto i segreti di Stato ed è stata più volte colta a mentire sotto giuramento, superano il Watergate che portò alle dimissioni forzate di Nixon con la minaccia dell’impeachment. Ma i media liberal statunitensi sono silenziosi, come se nulla fosse accaduto. Da tutte le indicazioni, è chiaro che si è in un momento davvero epocale. Ma prima di passare al futuro che ci attende, diamo un rapido sguardo alla storia del conflitto tra liberalismo rivoluzionario e conservatorismo tradizionale bianco negli Stati Uniti.
shachtman Subito dopo la Seconda guerra mondiale, un attacco su due fronti fu lanciato dal partito dell'”espansionismo” (lo chiameremo così). L’Unione Sovietica e il comunismo furono designati nemici numero uno. Nemico numero due (con meno clamore) fu il conservatorismo tradizionale statunitense. La guerra contro l'”americanismo” tradizionale fu condotta contemporaneamente da diverse frange intellettuali. La vita culturale e intellettuale del Paese era sotto il controllo assoluto del gruppo noto come “intellettuali di New York”. La critica letteraria, così come tutti gli altri aspetti della vita letteraria del Paese, era nelle mani di tale gruppetto di curatori letterari emersi dall’ambiente della rivista trotskista-comunista Partisan Review (PR). Nessuno poteva diventare uno scrittore professionista negli USA degli anni ’50 e ’60, senza essere accuratamente filtrato da tale setta. I principi fondamentali della filosofia politica e della sociologia statunitensi furono decisi dalla Scuola di Francoforte, nata tra le due guerre nella Germania di Weimar e che si recò negli Stati Uniti dopo che i nazisti presero il potere. Qui, passò dal comunismo al liberalismo, avviando la progettazione della “teoria del totalitarismo”, unita al concetto di “personalità autoritaria”, entrambi ostili alla “democrazia”. Gli “intellettuali di New York” e i rappresentanti della Scuola di Francoforte divennero amici, e Hannah Arendt, per esempio, fu un’autorevole rappresentante di entrambe le sette. Qui nacquero i futuri neocon (Norman Podhoretz, Eliot A. Cohen e Irving Kristol) acquisendovi esperienza. L’ex-capo della Quarta internazionale trotskista e padrino dei neocon, Max Shachtman, ha un posto d’onore nella “famiglia degli intellettuali”. La scuola antropologica di Franz Boas e il freudismo dominavano il mondo della psicologia e della sociologia al momento. L’approccio di Boas alla psicologia sosteneva che le differenze genetiche, nazionali, razziali e tra gli individui non hanno alcuna importanza (quindi concetti come “cultura nazionale” e “comunità nazionale” sono privi di significato). La psicoanalisi divenne di moda, tendendo principalmente a soppiantare le istituzioni ecclesiastiche tradizionali e a diventare una sorta di quasi-religione della classe media. Il denominatore comune che lega tali movimenti era l’antifascismo. Ma qui qualcosa sembrava puzzare? Il problema era che i valori tradizionali di nazione, Stato e famiglia erano tutti classificati “fascisti”. Da tale punto di vista, ogni cristiano bianco consapevole della propria identità culturale e nazionale è potenzialmente un “fascista”. Kevin MacDonald, professore di psicologia presso la California State University, analizzò in dettaglio il sequestro del quadro culturale, politico e mentale degli Stati Uniti per mano delle “sette liberali”, nel brillante libro “La cultura della Critica”, scrivendo: “Gli intellettuali di New York, per esempio, hanno sviluppato legami con le università d’élite, in particolare Harvard, Columbia, Chicago e Berkeley, mentre psicoanalisi e antropologia si radicarono nel mondo accademico. L’élite intellettuale e morale creata da tali movimenti dominò il discorso intellettuale nel periodo critico del secondo dopoguerra, portando alla rivoluzione controculturale degli anni ’60”. Fu tale ambiente intellettuale che generò la rivoluzione controculturale degli anni ’60. Cavalcando l’onda di tali sentimenti, la nuova legge sull’immigrazione e la nazionalità venne approvata nel 1965, incoraggiando tali fenomeni e favorendo l’integrazione degli immigrati nella società degli Stati Uniti. Gli architetti delle legge volevano utilizzare il melting pot per “diluire” i discendenti “potenzialmente fascisti” degli immigrati europei, facendo uso di nuovi elementi etno-culturali. La rivoluzione degli anni ’60 aprì la porta alla dirigenza politica statunitense ai rappresentanti di entrambe le ali del “partito” espansionista: neo-liberali e neo-conservatori. Assediato dalla stampa liberale di sinistra nel 1974, Richard Nixon si dimise per la minaccia d’impeachment. Nello stesso anno, il Congresso degli Stati Uniti approvò l’emendamento Jackson-Vanik (redatto da Richard Perle), simbolo della “nuova agenda politica” del Paese, la guerra economica contro l’Unione Sovietica con sanzioni e boicottaggi. Nello stesso tempo la “generazione hippie” aderì ai democratici dietro la campagna del senatore George McGovern. Fu allora che il volto sorridente di Bill Clinton apparve sull’orizzonte politico degli Stati Uniti. E i futuri neo-conservatori (allora discepoli del falco democratico Henry “Scoop” Jackson) iniziarono lentamente a volgersi verso i repubblicani.
friedman2 Nel 1976, Rumsfeld e colleghi neoconservatori resuscitarono la commissione sul pericolo presente, un club inter-partito per falchi politici il cui obiettivo era la guerra totale propagandistica contro l’URSS. Gli ex-trotzkisti e seguaci di Max Shachtman (Kristol, Podhoretz e Jeane Kirkpatrick) e i consiglieri del senatore Henry Jackson (Paul Wolfowitz, Perle, Elliott Abrams, Charles Horner e Douglas Feith) si unirono a Donald Rumsfeld, Dick Cheney e altri politici “cristiani” con l’intenzione di lanciare una “campagna per cambiare il mondo”. Così nacque “l’ideologia nonpartisan” dei neocon, generando il “governo inalterabile degli Stati Uniti”. La politica statunitense acquisì la forma attuale con Reagan. In economia lo si vide nel neoliberismo (la politica guidata dagli interessi del grande capitale finanziario) e in politica estera, la strategia nella tradizione di Nixon-Kissinger (“guerra santa contro le forze del male”, che vedeva Unione Sovietica e Cina normali Paesi con cui è essenziale trovare un terreno comune) fu interamente abbandonata. Il crollo dell’URSS fu il segnale dell’inizio della fase finale della “rivoluzione neocon”. A quel punto il loro protetto, Francis Fukuyama, annunciò la “fine della storia”. Col passare degli anni, l’influenza dei neo-conservatori (in politica) e dei neoliberisti (in economia) si ampliò. Attraverso ogni sorta di comitati, fondazioni, “gruppi di riflessione”, ecc, i seguaci di Milton Friedman e Leo Strauss (dei dipartimenti di economia e scienze politiche presso l’Università di Chicago) penetrò sempre più profondamente nella macchina del potere di Washington. L’apoteosi di tale espansione fu la presidenza di George W. Bush, durante cui i neocon, dopo aver sequestrato i principali strumenti di potere alla Casa Bianca, fecero precipitare il Paese nella follia della guerra in Medio Oriente. Alla fine della presidenza Bush, tale cricca era oggetto dell’odio universale negli Stati Uniti. Ecco perché l’ibrida innocua figura del democratico Barack Obama poté finire alla Casa Bianca per otto anni. I neocon furono dimessi dalle loro tribune al centro del potere e tornarono ai loro “comitati influenti”. E’ probabile che l’elezione abbia per scopo il ritorno trionfale del paradigma neo-conservatore e neoliberista con “una nuova confezione”. Per vari motivi fu deciso di assegnare tale ruolo a Hillary Clinton. Ma sembra che nel momento più critico la fragile confezione si sia lacerata… Cos’è successo? Perché il ritorno trionfale al potere di tale cricca sfocia in un enorme scandalo, questa volta? Probabilmente perché viviamo nell’epoca in cui ciò che era misterioso è improvvisamente diventato chiaro. Probabilmente perché la “maggioranza silenziosa” di Trump improvvisamente ha visto qualcuno che attendeva da molto tempo, un uomo pronto a difenderne gli interessi. Forse anche perché la classe media soffoca per la crescente esasperazione verso la “casta delle élite” che occupa il Paese natio. E, infine, è chiaro ai patrioti statunitensi più sobri delle forze dell’ordine che il ritorno al potere dei responsabili dell’attuale caos globale sarà una grave minaccia per Stati Uniti e resto del mondo. Perché, alla fine, tutti hanno dei figli e nessuno vuole una nuova guerra mondiale. Come sarà la nuova rivolta conservatrice contro l’estremismo delle élite? Trump riuscirà a “prosciugare la palude di Washington, DC” come ha promesso, o sarà la prossima vittima del sistema? Molto presto potremo avere una risposta a queste domande.30463761622_7911937ac9_bTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora