Il cyber-attacco preventivo degli USA alla Corea democratica avrà gravi conseguenze

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 23/12/2014USmilitaryOUTGli Stati Uniti hanno utilizzato le più inconsistenti prove per giustificare un attacco massiccio al rudimentale servizio internet della Repubblica democratica popolare di Corea. Con il lancio di ciò che equivale a un attivo cyber-attacco contro la Corea democratica, una potenza nucleare, l’amministrazione Obama ha ancora una volta dimostrato di essere più adatta a usare la forza che la diplomazia, e le spacconate al ragionamento. Quando si tratta di brandire l’arsenale degli USA, che si tratta di armi tradizionali o cyber-armi, Barack Obama non è diverso dal suo predecessore guerrafondaio George W. Bush. Anche gli svolazzi retorici di Obama corrispondono a quelli di Bush. Rispondendo alla presunta pirateria informatica della Corea democratica alla rete dei computer della Sony Pictures, per la prevista proiezione a Natale della commediola “The Interview”, dove un carro armato uccide il leader nordcoreano Kim Jong Un. Obama ha detto che gli Stati Uniti avrebbero risposto “nel luogo, tempo e modi che abbiamo scelto”. A quanto pare, la risposta è venuta sotto forma di attacco dell’US Cyber Command alle poche connessioni Internet che la Corea democratica mantiene con il resto del mondo. La maggior parte della connettività globale della Corea democratica avviene tramite server nella città cinese di Shenyang. La Corea democratica non aveva connettività diretta con Internet fino al 2010. Vi sono tutte le indicazioni che la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, così come il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, abbiano collaborato con i dirigenti della Sony Pictures, produttori di “The Interview” come operazione di “soft power” per minare il governo della Corea democratica. Un certo numero di DVD pirata attraversa il confine Cina-Corea democratica dove i cittadini nordcoreani normalmente sono esclusi dalla visione di film occidentali. La CIA e il suo contraente privato prediletto, la RAND Corporation di Santa Monica, in California, hanno riconosciuto il “soft power” nella cultura popolare degli Stati Uniti integrandone l’impiego nelle operazioni d’intelligence degli Stati Uniti. La diffusione nel 2012 su YouTube del “trailer” del film anti-islamico “The Innocence of Muslims”, aveva tutte le caratteristiche di una provocazione delle intelligence statunitense e israeliana per sfruttare le già tese proteste di piazza dall’Egitto e Libia a Yemen e Pakistan. A seguito delle informazioni raccolte dalle e-mail violate dei vertici della Sony Pictures di Culver City, California, e della Sony Corporation di Tokyo, la responsabilità politica e delle agenzie di intelligence nella produzione e distribuzione programmata di “The Interview” diventa cristallina. E’ anche abbondantemente evidente che i responsabili dell’hacking dei computer Sony avessero informazioni che avrebbero potuto ottenere solo addetti ai lavori della Sony o delle agenzie d’intelligence statunitensi. Le informazioni in possesso degli “hacker” includevano password amministrative e di sicurezza e altre credenziali privilegiate. Ci sono anche scarse prove che il gruppo di hacker che ha rivendicato la fuga di numerosi file della Sony Pictures, “I Guardiani della Pace”, sia legato alla Corea democratica.
Sony Corporation è sotto pressione da parte del governo del Giappone a causa dei negoziati molto sensibili tra Tokyo e Pyongyang sul rimpatrio di cittadini giapponesi, per lo più della città di Niigata, rapiti dalla Corea democratica negli anni ’70. Le delicate trattative tra Tokyo e Pyongyang sono incentrate sul numero di sequestrati che devono essere rimpatriati. Mentre Corea democratica e Giappone concordano sul numero dei rapiti giapponesi, meno di 20, altri rapporti indicano che sarebbero centinaia. Mentre la Corea democratica si preparava per consegnare a Tokyo una lista di 883 rapiti, numero che ha stupito il governo giapponese del primo ministro Shinzo Abe, Sony Pictures ha annunciato la distribuzione di “The Interview” il 25 dicembre. Il film, che ha per stelle i tristi e arroganti sostenitori dell’Israel Defense Force Seth Rogen e James Franco, è carico di stereotipi anti-asiatici e sciovinismo americanista. Quando i dettagli del film sono fuoriusciti, non da parte degli hacker ma dalle pagine di Hollywood Reporter e Variety, Sony e il governo giapponese si sono preoccupati. La scena più raccapricciante del film mostra la testa di Kim fatta a pezzi da un carro armato, spargendo materia cerebrale, pezzi di cranio, capelli e carne carbonizzata. I due personaggi principali, interpretati da Rogen e Franco, sono presumibilmente assunti dalla CIA per uccidere Kim Jong Un, dopo esser stati invitati a intervistare il leader nordcoreano. Secondo le e-mail trapelate della Sony, i dirigenti della sede centrale di Sony tentavano di frenare la libera gestione della divisione di City Culver e modificare il contenuto del film che avrebbe infiammato il governo della Corea democratica. Su pressione del governo Abe a ritirare “The Interview”, i dirigenti della Sony iniziarono a fare presente le loro riserve alla divisione intrattenimento della società a Culver City. I bigotti media aziendali statunitensi, legati a Hollywood tramite i legami aziendali di Fox News, MSNBC, CNN e “Tinsel Town”, si sono lamentari di come gli Stati Uniti siano preda del bullismo del dittatore della Corea del Nord. La CIA è salita sul carro invocando maggiore sorveglianza del cyberspazio. E senza alcuna prova, anche circostanziale, il Federal Bureau of Investigation ha accusato la Corea democratica del cyber-assalto alla Sony. La Corea democratica è il cyber-spauracchio favorito dal complesso militar-spionistico degli Stati Uniti che la classifica con Russia e Cina per creare “cyber-nemici”.
POSTER DEPICTING NORTH KOREAN MILITARY POWER DEFEATING US IS DISPLAYED IN PYONGYANGLe e-mail hackerate della Sony mostrano lo scambio tra l’“esperto” sulla Corea democratica della RAND Corporation Bruce Bennett e il presidente e CEO della Sony Pictures Entertainment Michael Lynton. Bennett ha detto di aver esaminato la scena finale in cui la testa di Kim saltava e credeva che il DVD del film, una volta contrabbandato in Corea democratica, avrebbe avuto un impatto in Corea potendo accelerare l’assassinio del vero Kim e innescare il rovesciamento del governo della Corea democratica. La RAND Corporation era ed è un’importanta aziende della CIA. Bennett è il consulente sulla Corea democratica della RAND i cui consigli sono richiesti dai finanziatori della RAND, CIA, US Cyber-Command (affiliato alla National Security Agency) e Pentagono. Lynton rispose a Bennett dicendo che la scena della morte di Kim era stata approvata da un alto funzionario del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e dall’inviato speciale degli Stati Uniti per i diritti umani in Corea democratica, l’ambasciatore Robert King. Le email diffuse indicano che l’alto funzionario della Sony ha poi contattato Daniel Russel, assistente Segretario di Stato per l’Asia Orientale e il Pacifico. A giugno, la co-presidente di Sony Pictures Entertainment Amy Pascal, il cui razzismo verso il presidente Obama appare nelle e-mail rivelate dagli hacker “I Guardiani della Pace”, inviò una e-mail al vicepresidente della Sony Pictures Jeff Black con un ordine urgente: “dobbiamo far uscire da qui il nome della sonys [sic] al più presto”. Pascal esortava a cancellare la scena della morte orribile di Kim che RAND e dipartimento di Stato volevano rimanesse, e confezionare una versione meno violenta di “The Interview” da distribuire con la sussidiaria della Sony, la Columbia Pictures. Lynton inoltre convenne che la scena della morte dovesse sparire: “Sì, possiamo essere carini qui. Ciò che vogliamo veramente non è il volto che esplode, in realtà non vederlo morire. Uno sguardo d’orrore all’avvicinarsi del fuoco è probabilmente ciò che ci serve”. E’ chiaro che i dirigenti della Sony in Giappone fecero pressione sulla divisione per abbandonare la scena, se non l’intero film. Kaz Hirai, presidente della Sony in Giappone, non voleva la scena della morte di Kim. Le sue preoccupazioni coincidevano con le trattative delicate tra Giappone e Corea democratica sui giapponesi rapiti. Tuttavia, emerge dalle e-mail trapelate che l’arrogante supporter delle IDF, la co-star Rogen, s’era infuriato nell’abbandono della scena della morte. Rogen, un noto sostenitore delle atrocità dell’esercito israeliano a Gaza e altrove, si è anche opposto al piano del capo della Sony, Hirai. Con i cartelloni teatrali che toglievano la prevista premiere di “The Interview” del 25 dicembre, Rogen e Franco hanno istigato i loro “glitterati” amici a condannare la censura. I proprietari del teatro si erano detti preoccupati da non precisate minacce “terroristiche” contro i teatri che proiettavano il film. Utili idioti come George Clooney e Bill Maher si sono mobilitati a difesa del film. Va sottolineato che l’operazione VICE di Maher, della HBO, è penetrata in Corea democratica con la scusa di documentare il viaggio del giocatore di basket Dennis Rodman per incontrare Kim. Non vi è dubbio che VICE, che accede ai campi di battaglia di tutto il mondo, sia un’altra operazione d’intelligence degli Stati Uniti con Hollywood come copertura.
La Corea democratica s’è offerta di condurre un’indagine congiunta con gli Stati Uniti sull’hackeraggio della Sony. Washington l’ha respinta immediatamente. Nessuno dell’amministrazione Obama vuole mostrare le impronte digitali degli Stati Uniti nel film di propaganda “The Interview”, meno di tutti alla RPDC. Lsabota negazione inaudita degli attacchi alle reti dei computer della Corea democratica spacciata da “risposta proporzionale” degli USA all’attacco alla Sony, ha innescato l’hacking dei computer dell’operatore dei reattori nucleari della Corea del Sud, Korean Hydro Nuclear Power Company (KHNP). Proprio come le sanzioni economiche contro la Russia hanno innescato una crisi finanziaria europea e mondiale, l’attivo cyber-attacco di Washington alla Corea democratica avrà conseguenze di vasta portata. L’amministrazione Obama, come il suo predecessore, dimostra al mondo che gli USA non sono affidabili con i loro adorati “giocattoli da guerra”.

Bruce Bennett: 'esperto' della CIA sulla Corea e nullità umana.

Bruce Bennett: ‘esperto’ della CIA sulla Corea e nullità umana.

Robert King: l'inviato speciale statunitense per i diritti umani in Corea democratica, che invoca l'assassinio del leader della Corea democratica e il rovesciamento armato del governo nordcoreano.

Robert King: l’inviato speciale statunitense per i ‘diritti umani in Corea democratica’, che invoca l’assassinio del leader della Corea democratica e il rovesciamento armato del governo nordcoreano.

Bill Maher: ideatore e padrone della serie giornalistica VICE, copertura globale delle operazioni della CIA.

Bill Maher: ideatore e padrone della serie giornalistica VICE, copertura globale delle operazioni della CIA.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Sud Africa nega il visto al Dalai Lama? Mai sprecare un’opportunità per diffondere propaganda della CIA

Christof Lehmann, Nsnbc, 08/09/2014

Il Sud Africa avrebbe negato il visto a Tenzin Gyatso, alias Dalai Lama, che voleva entrare nel Paese per partecipare alla 14° conferenza dei vincitori del Premio Nobel. Il governo cinese e quello sudafricano considerano Tenzin Gyatso un esule che sfrutta una copertura religiosa per tentare di sovvertire l’integrità territoriale e politica della Cina. Il Dalai Lama e gli altri monaci tibetani in esilio, hanno una lunga e ben documentata cooperazione con la CIA.

12dalailama1La comunità buddista internazionale, tra cui la maggioranza dei tibetani buddisti, considera da tempo il Dalai Lama e il cosiddetto governo tibetano in esilio dei reietti che contaminano la religione buddista, come i voti e gli obblighi dei monaci, la cui vita dovrebbe concentrarsi sullo spirituale ed illuminare la comunità, piuttosto che avere incarichi politici, viaggiando come diplomatici in alberghi di lusso ed istigando insurrezioni armate con l’aiuto dei servizi segreti stranieri. Anche il numero di praticanti del buddismo tibetano, che negli Stati Uniti e in Europa si svegliano su tali evidenti incongruenze, aumenta nonostante il budget miliardario dei film di propaganda di Hollywood.
Il Ministero degli Esteri sudafricano ha detto che la sua Alta Commissione in India ha ricevuto una domanda di visto, ma ha negato sia stata respinta, aggiungendo che era oggetto di normale procedimento. Il Dalai Lama avrebbe poi annullato il viaggio. L’agenzia Reuters, tuttavia, cita un rappresentante in Sud Africa del Dalai Lama, Nangsa Chodon, dire “Abbiamo saputo informalmente che a Sua Santità non sarà possibile avere il visto“. Gyatzo avrebbe poi annullato il previsto viaggio. Né Reuters, né il rappresentante sudafricano di “Sua Santità” hanno fornito prove a sostegno della tesi che il governo sudafricano s’è rifiutato di rilasciare il visto e che la richiesta del Dalai Lama sia stata gestita diversamente dalle domande di visto di altri viaggiatori. Tale circostanza, tuttavia, non impedisce a Reuters di pubblicare un articolo dal titolo “Il Sud Africa ancora nega al Dalai Lama il visto”. The Guardian segue affermando “Al Dalai Lama negato il visto per l’Africa Summit Nobel”. ABC, sulla base di AP riprende “Al Dalai Lama nuovamente rifiutato il visto per il Sud Africa“. Supponendo che il Ministero degli Esteri sudafricano abbia utilizzato canali non ufficiali per comunicare che difficilmente Tenzin Gyatzo, alias Dalai Lama, avrebbe avuto il visto, come sostenuto da Nagsa Chodon, il Ministero degli Esteri sudafricano avrebbe voluto risparmiare a “Sua Santità” l’imbarazzo di affermare pubblicamente perché non avrebbe avuto il visto.
Una questione aperta discussa dai buddisti di tutto il mondo è come un monaco possa essere un re? Non è coerente anche con il più elementare insegnamento o Dharma buddhista. Un altro problema potrebbe essere il fatto che il premio Nobel per la pace ha sostenuto attivamente l’insurrezione secessionista armata appoggiata dalla CIA, come riportato da Süddeutsche Zeitung e molti altri.

Un ricordo del Tibet governato dal feudalesimo teocratico: le mutilazioni nel vecchio Tibet. Un pastore mostra le mani amputante da un Lama. Il padrone Lama prese la moglie di quest'uomo, e quando si oppose le sue mani vennero colpite fino a staccarle. Fecero lo stesso al fratello e alla sorella, entrambi morti per lo shock.

Un ricordo del Tibet governato dal feudalesimo teocratico: le mutilazioni nel vecchio Tibet. Un pastore mostra le mani amputante da un Lama. Il padrone Lama prese la moglie di quest’uomo, e quando si oppose le sue mani vennero colpite fino a staccarle. Fecero lo stesso al fratello e alla sorella, entrambi morti per lo shock.

Riguardo l’Africa, si può dire che la reti di buddisti tibetani esiliati accusavano la Cina di genocidio in Darfur fino alle Olimpiadi del 2008, e numerose altre diffamazioni contro il Sud Africa, alleato della Cina nei BRICS, grata per la posizione del Sudafrica verso il re-monaco in esilio. Un articolo ben documentato dal titolo “La diffamazione collettiva del Dalai Lama contro la Cina” contiene numerosi riferimenti a ricerche che documentano come le accuse che vanno dal genocidio a pulizia etnica, infanticidio, sterilizzazione forzata, genocidio culturale siano infondate e che nessuna prova a sostegno è stata mostrata trattandosi di propaganda diffamatoria. Un altro, articolo ben documentato, intitolato “La verità sull’auto-immolazione: il buddismo tibetano rapito dalla politica“, smonta i tanti articoli sulle auto-immolazioni causate da oppressione religiosa e politica come ennesima truffa propagandistica condotta contro la Cina, abusando delle buone intenzioni dei buddisti nel mondo per scopi politici.
Considerando la serie di vincitori del Premio Nobel per la Pace, tra cui Henry Kissinger, Barak Obama e Tenzin Gyatso, è sorprendente che il Sudafrica ospiti un incontro di tali premiati. Perché non lasciare che si riuniscano presso gli stabilimenti chimici Nobel in Norvegia, specializzati nella produzione dalla dinamite ai propellenti ed esplosivi a base di azoto, invece?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Venezuela, Ucraina e Corea democratica: obiettivi del declinante imperialismo statunitense

Danny Haiphong Global Research, 26 febbraio 2014

us-flag-bombsIn ogni parte del globo, nazioni sovrane subiscono l’ira del declinante sistema imperialista degli Stati Uniti. L’imperialismo USA perde la presa quale economia capitalista dominante nel pianeta. Per conciliare l’umiliazione e mantenere il predominio economico in caduta, l’imperialismo degli Stati Uniti ha fatto ricorso alla costruzione di un vasto impero militare all’estero, per schiacciare gli Stati indipendenti. Dal 1945, passando per l’appello di GW Bush per il “New American Century”, il rovesciamento di governi democraticamente eletti e palesi atti di guerra ebbero il consenso popolare negli Stati Uniti prima o furono segretamente eseguiti dalla CIA. Ora, con l’economia capitalista globale in crisi permanente, gli Stati Uniti e i loro alleati sponsorizzano i cosiddetti “movimenti di protesta” e gruppi “d’opposizione” per scatenare guerre che la maggioranza degli statunitensi non supporta più. In nessun luogo ciò è più chiaro che in Venezuela, Corea democratica e Ucraina. Come in Libia e Siria, Venezuela e Ucraina lottano contro i gruppi d'”opposizione” di Washington, che tentano d’installare regimi filo-USA. Al governo democraticamente eletto del Venezuela non è mai stato perdonato di aver tradito la volontà dell’oligarchia neo-coloniale e di voler riformare completamente la base elettorale ed economica allineandosi agli interessi della maggioranza povera del Venezuela. Il governo bolivariano ha compiuto notevoli progressi riducendo la povertà e nell’assistenza sanitaria, nell’alfabetizzazione e nell’istruzione. Ma i media aziendali e i leader politici statunitensi vogliono far credere che i manifestanti “antigovernativi”, finanziati ogni anno con 5 milioni di dollari dal governo degli Stati Uniti, rappresentino gli interessi della maggioranza venezuelana. Indubbiamente, l’oligarchia venezuelana e i loro padrini di Washington sono irritati dai loro rappresentanti, che hanno perso oltre il 70 per cento dei comuni nelle elezioni locali e non sono riusciti ad andare al governo in quello che Jimmy Carter, nel 2012, definì il più democratico processo elettorale presidenziale nel mondo.
In Ucraina, un movimento fascista di “protesta” armato è allevato da NATO e Stati Uniti. Questi “manifestanti”, pesantemente armati e inalberanti svastiche, chiedono che il governo ucraino apra le relazioni con l’UE consentendo che l’economia diventi possesso del capitale finanziario. Il governo ucraino ha sfidato le pretese dei fascisti e dei loro alleati occidentali, volgendosi alla Russia. L’alleanza USA-NATO-UE considera l’Ucraina futura base militare della NATO e risorsa economica per affrontare l’austerità e la crisi che sconvolge l’ordine capitalista europeo. Solo un colpo di Stato, a questo punto, poteva raggiungere tali obiettivi. La sostituzione del Presidente Janukovich con un governo filo-UE esacerba le difficoltà economiche e respinge la speranze di Russia ed alleati per un ordine globale multipolare economico e militare. A livello di soft power, un nuovo rapporto è emerso alle Nazioni Unite, sulla base di interviste a esuli residenti in occidente e Sud Corea. La relazione conclude che il leader della Corea democratica Kim Jong Un, dovrebbe essere deferito alla Corte penale internazionale per “crimini contro l’umanità.” Ipocrisia totale del  rapporto. Gli Stati Uniti non hanno mai concluso la guerra contro la Corea, firmando solo un armistizio nel 1953, che tiene il Paese diviso tra RPDC socialista e la neo-colonia Corea del sud.  Gli Stati Uniti non sono mai stati processati da un qualsiasi organismo internazionale per i loro crimini di guerra, e tanto meno per i bombardamenti terrificanti che lasciarono in rovina la Corea  con migliaia di morti e profughi. Né il rapporto delle Nazioni Unite ammette che le sanzioni USA alla Corea democratica, imposte dopo la caduta dell’Unione Sovietica, sono un palese atto di guerra. Gli Stati Uniti, non la Corea democratica, usano “il cibo come arma” contro il popolo della Corea democratica, bloccando l’accesso dall’estero delle risorse necessarie per incrementare la produzione alimentare. Infine, l’ONU tace sui crimini del governo sudcoreano, che accresce le masse impoverite e imprigiona i dissidenti del suo regime fascista. L’ONU e il suo sovrano, gli Stati Uniti, non criticano le operazioni militari della Corea del Sud, che violano la sovranità della Corea democratica. Infatti, il rapporto delle Nazioni Unite è stato stilato al solo scopo di giustificare un ulteriore intervento statunitense contro la Corea democratica, per imporre il predominio geopolitico.
1656252La realtà è che il sistema imperialista degli Stati Uniti è in un così terribile stato economico che deve contare sulla guerra in ogni angolo del globo per mantenere la propria rilevanza. L’imperialismo degli Stati Uniti non può più condurre ampi bombardamenti o rovesciare impunemente governi democraticamente eletti con la CIA. Per bypassare la Russia e la Cina alle Nazioni Unite, l’imperialismo statunitense deve ricorrere alla manipolazione di massa attraverso i  media e la rete di agenzie d’intelligence, militari privati e nazioni alleate nelle organizzazioni imperialiste come la NATO, per addestrare e finanziare i cosiddetti “movimenti di protesta” e “gruppi d’opposizione”. Venezuela, Ucraina e Corea democratica sono vittime dell’inganno mediatico e del terrorismo mercenario sponsorizzato dall’alleanza USA-occidente governata da Wall Street. Gli antimperialisti negli Stati Uniti devono difendere il diritto alla sovranità di questi Paesi e organizzare la resistenza interna all’imperialismo degli Stati Uniti. Inoltre, gli antimperialisti negli Stati Uniti devono spiegare ai cittadini il legame tra l’imperialismo USA all’estero e la maggiore austerità, povertà, razzismo, le grandi prigioni e lo stato di polizia interni.

Danny Haiphong è un attivista della Grande Boston.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Propaganda, Hollywood e CIA

Julie Lévesque Global Research, 1 febbraio 2014

Una delle tendenze più diffuse nella cultura occidentale del 21.mo secolo è diventata un po’  un’ossessione negli USA. Si chiama “storia di Hollywood”, dove le macchine degli studi aziendali di Los Angeles spendono centinaia di milioni di dollari per adottare e tagliare su misura la Storia secondo il paradigma politico prevalente.” (Patrick Henningsen, Storia di Hollywood: “Dark Zero Trenta” Sponsorizzato dalla CIA, Oscar per il “Miglior Film di Propaganda”) 528383Black Hawk Dawn, Zero Dark Thirty e Argo sono solo alcune delle grandi recenti produzioni che mostrano come l’industria del cinema di oggi promuova la politica estera degli Stati Uniti. Ma il film viene utilizzato nella propaganda fin dall’inizio del 20.mo secolo e la collaborazione di Hollywood con dipartimento della Difesa, CIA e altre agenzie governative non è una tendenza moderna. Con l’assegnazione dell’Oscar del miglior film ad Argo di Ben Affleck, da parte di Michelle Obama, l’industria mostra quanto sia vicina a Washington. Secondo Soraya Sepahpour-Ulrich, Argo è un film di propaganda che nasconde la brutta verità sulla crisi degli ostaggi iraniana ed è volto a preparare il pubblico statunitense allo scontro con l’Iran: “Gli osservatori della politica estera sanno da tempo che Hollywood riflette e promuove le politiche statunitensi (a sua volta, determinate da Israele e dai suoi sostenitori). Tale fatto fu reso pubblico quando Michelle Obama annunciò l’Oscar per “Argo”, film anti-iraniano assai propagandistico. Tra scintillio ed eccitazione, Hollywood e Casa Bianca rivelano il loro patto e mandano un messaggio in tempo per i prossimi colloqui sul programma nucleare iraniano (…) Hollywood ha una lunga tradizione nel promuovere la politica degli Stati Uniti. Nel 1917, quando gli Stati Uniti entrarono nella Prima Guerra Mondiale, il Comitato per la pubblica informazione (CPI) del presidente Woodrow Wilson arruolò l’industria cinematografica degli USA per produrre film di propaganda a sostegno della ‘causa’. George Creel, presidente della CPI, credeva che i film avessero un ruolo nel “portare il Vangelo dell’americanismo in ogni angolo del globo.” Il patto si fece più stretto durante la seconda guerra mondiale (…) il contributo di Hollywood fu la propaganda. Dopo la guerra, Washington ricambiò utilizzando sussidi e disposizioni speciali del Piano Marshall, e il suo peso per eliminare le resistenze all’apertura dei mercati cinematografici europei (…) Hollywood e la Casa Bianca hanno accolto con entusiasmo “Argo” e il suo messaggio propagandistico, senza vergogna e nascondendo deliberatamente un aspetto cruciale di tale evento “storico”. Lo scintillio seppellisce il fatto fin troppo importante che gli studenti iraniani che assaltarono l’ambasciata statunitense di Teheran, svelarono al mondo gli oscuri segreti d’Israele. I documenti classificati “SECRET” rivelarono le attività della Lakam. Nata nel 1960, la Lakam era la rete israeliana dedita allo spionaggio economico negli Stati Uniti, alla “raccolta di intelligence scientifica negli Stati Uniti per l’industria della difesa di Israele’“. (Soraya Sepahpour-Ulrich, L’Oscar di Hollywood ad “Argo”: ed i vincitori sono… il Pentagono e la lobby israeliana)
Per un vero resoconto della crisi degli ostaggi in Iran, un’operazione segreta della CIA, Global Research consiglia di leggere l’articolo di Harry V. Martin del 1995: La vera storia degli ostaggi iraniano dal dossier di Fara Mansoor: “Fara Mansoor è un esiliato. Non infranse nessuna legge negli Stati Uniti. Il suo crimine è la verità. Cosa dice e i documenti che porta equivalgono alla sua condanna a morte, Mansoor è un iraniano che faceva parte della “dirigenza” dell’Iran molto prima della cattura degli ostaggi del 1979. I dati di Mansoor effettivamente svelarono la teoria dell'”October Surprise” con cui la squadra di Ronald Reagan e George Bush pagarono gli iraniani per non liberare i 52 ostaggi statunitensi fino a dopo le elezioni presidenziali del novembre 1980 (…) Con migliaia di documenti a sostegno, Mansoor dice che la “crisi degli ostaggi” fu uno “strumento di gestione” politico creato dalla fazione pro-Bush della CIA, e usato in alleanza con i fondamentalisti islamici di Khomeini.” Lo scopo era duplice:
- Tenere l’Iran, intatto e senza comunisti, sotto il pieno controllo di Khomeini.
- Destabilizzare l’amministrazione Carter e portare George Bush alla Casa Bianca”. (Harry V. Martin, The Real Hostage Crisis Iran: A CIA Covert Op)
Zero Dark Thirty è un altro grande film propagandistico che ha suscitato indignazione all’inizio di quest’anno. Sfrutta gli orribili eventi dell’11 settembre per presentare le torture come un male efficace e necessario: “Zero Trenta Dark è inquietante per due ragioni. In primo luogo, lascia lo spettatore con l’impressione errata che la tortura abbia aiutato la CIA a trovare il nascondiglio di bin Ladin in Pakistan. In secondo luogo, ignora l’illegalità e l’immoralità della tortura come strumento d’indagine. Il thriller si apre con le parole “Basato su resoconti di prima mano su eventi reali”. Dopo aver mostrato i filmati dei terribili attacchi dell’11/9, passa a una lunga e impressionante rappresentazione delle torture. Il detenuto “Ammar” viene sottoposto a waterboarding, posizioni di stress, privazione del sonno e confinato in una piccola scatola. Rispondendo alle torture, divulga il nome del corriere che porta infine la CIA alla posizione e all’assassinio di bin Ladin. Sarà buon teatro, ma è impreciso e fuorviante”. (Marjorie Cohn, “Zero Dark Thirty: Torturare i fatti”)
All’inizio di quest’anno i Golden Globe hanno spinto alcuni analisti a criticare l’oscura “celebrazione dello Stato di polizia” di Hollywood sostenendo che il vero vincitore del Golden Globe è il complesso militare-industriale: “Homeland ha avuto miglior serie tv, e migliori attore e attrice televisivi. È uno spettacolo molto divertente che in realtà ritrae alcuni dei difetti del sistema MIIC. Argo ha avuto miglior film e miglior regista. Glorifica la CIA e Ben Affleck ha assai elogiato la CIA. La migliore attrice è Jessica Chastain, per l’infame film che propaganda la tortura”.
Il Complesso Militare Industriale d’Intelligence ha un ruolo sempre più pervasivo nella nostra vita.  Nei prossimi anni vedremo film sull’uso dei droni di forze di polizia e spionaggio negli Stati Uniti. Già vediamo filmati che mostrano come le spie possono violare ogni aspetto della nostra privacy, gli aspetti più intimi della nostra vita. Con film e serie TV che celebrano queste estensioni cancerose dello Stato di polizia, Hollywood e i grandi studi banalizzano le idee che ci presentano, mentendo al pubblico creando storie fasulle per coprire ciò che accade realmente. (Rob Kall citato sul Washington Blog, The CIA and Other Government Agencies Dominate Movies and Television)
Tali collegamenti problematici di Hollywood furono esaminati in un articolo approfondito di Global Research del gennaio 2009: Lights, Camera… Covert Action: The Deep Politics of Hollywood. L’articolo elenca un gran numero di film in parte sceneggiati a scopo propagandistico da dipartimento della Difesa, CIA e altre agenzie governative. E’ interessante notare che quest’anno, il regista premio Oscar Ben Affleck abbia collaborato con la CIA nel 2002 recitando in The Sum of All Fears. “Gli autori Matthew Alford e Robbie Graham spiegano che rispetto alla CIA, il dipartimento della Difesa “ha un rapporto ‘aperto’ ma appena pubblicizzato con la Tinsel Town”, che “pur moralmente discutibile e poco pubblicizzato, almeno avviene in ambito pubblico.” Alford e Graham citano un rapporto del 1991 della CIA che rivela l’influenza tentacolare dell’agenzia non solo nel cinema ma anche nei media, dove “intrattiene rapporti con giornalisti di ogni importante radio, giornale, settimanale e rete televisiva della nazione”. Non fu che nel 1996 che la CIA annunciò che “sarebbe ora di collaborare apertamente nelle produzioni hollywoodiane, presumibilmente con una stretta ‘consulenza'”: “La decisione dell’Agenzia di lavorare pubblicamente con Hollywood fu preceduta dalla “Relazione della task force sulla Grande Apertura della CIA” del 1991, redatta dalla Task Force della Grande Apertura del neodirettore della CIA Robert Gates, che segretamente discusse, anche se ironicamente, se l’Agenzia dovesse essere meno reticente. La relazione riconosce che la CIA “oggi ha rapporti con giornalisti di ogni importante radio, giornale, settimanale e rete televisiva della nazione”, e gli autori della relazione notano che ciò li ha aiutati a “trasformare alcuni “fallimenti dell’intelligence” in successi dell'”intelligence”, contribuendo alla limatura di innumerevoli altre.” E continua rivelando che la CIA in passato persuase giornalisti a rinviare, modificare, tenersi o anche rigettare storie che avrebbero leso gli interessi sulla sicurezza nazionale” (…)
Il romanziere Tom Clancy ebbe un rapporto particolarmente stretto con la CIA. Nel 1984 Clancy fu invitato a Langley dopo aver scritto Caccia a Ottobre Rosso, poi ridotto in film del 1990. L’Agenzia l’invitò di nuovo quando lavorava su Giochi di potere (1992) e per l’adattamento cinematografico venne concesso l’accesso alle strutture di Langley. Di recente, The Sum of All Fears (2002) raffigura la CIA rintracciare dei terroristi che vogliono fare esplodere una bomba nucleare sul suolo statunitense. Per tale produzione, il direttore della CIA George Tenet guidò personalmente gli autori in un tour al quartier generale di Langley, la star del film Ben Affleck consultò gli analisti dell’Agenzia, e Chase Brandon ne fu un consulente. Le vere ragioni della CIA nell’adottare un ruolo “consultivo” in tali produzioni furono chiaramente rilevate dal commento solitario dell’ex Associate General Counsel della CIA, Paul Kelbaugh. Nel 2007, mentre era in un college in Virginia, Kelbaugh tenne una conferenza sul rapporto della CIA con Hollywood, in cui un giornalista locale era presente. Il giornalista (che ora vuole restare anonimo) scrisse una recensione della conferenza che riguardava la discussione di Kelbaugh sul thriller del 2003 The Recruit, interpretato da Al Pacino. La revisione rilevò, secondo Kelbaugh, che un agente della CIA era sul set per tutta la durata delle riprese con il pretesto della consulenza, ma il suo vero lavoro era deviare i realizzatori, avrebbe detto Kelbaugh secondo il giornalista (…) Kelbaugh enfaticamente negò tale dichiarazione pubblica. (Matthew Alford e Robbie Graham, Lights, Camera… Covert Action: The Deep Politics of Hollywood)
Durante la Guerra Fredda, l’agente della CIA del Psychological Strategy Board (PSB), Luigi G. Luraschi, era un dirigente della Paramount. “Aveva assicurato l’accordo di diversi direttori di casting nel presentare sottilmente ‘negri ben vestiti’ nei film, tra cui ‘un dignitoso maggiordomo negro’ che apparisse ‘come uomo libero’“. Lo scopo di tali cambiamenti era “ostacolare la capacità dei sovietici di sfruttare al meglio gli scarsi risultati del nemico nelle relazioni razziali e per dare un’impressione particolarmente anodina degli USA che all’epoca erano ancora impantanati nella segregazione razziale.” (Ibid). Le ultime produzioni cinematografiche premiate dimostrano che la visione manichea del mondo dedotta dalla politica estera degli Stati Uniti, non è cambiata dalla Guerra Fredda. L’alleanza Hollywood-CIA è viva e vegeta e ritrae ancora gli USA come “leader del mondo libero” che combattono il “male” in tutto il mondo: “L’incastro tra Hollywood e apparati di sicurezza nazionale rimane stretto come sempre, ci ha detto l’ex-agente della CIA Bob Baer. “C’è una simbiosi tra la CIA e Hollywood” (…) le affermazioni di Baer hanno un peso nelle riunioni di Sun Valley, l’annuale convegno nell’Idaho in cui diverse centinaia grandi nomi dei media statunitensi, tra cui tutti i principali studi di Hollywood, discutono delle strategie mediatiche collettive per il prossimo anno”. (Ibid).

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le FEMEN legate all’estrema destra ucraina e ai think tank degli USA

Joe Lecorbeau 22 gennaio 2014

femen cavalleTale articolo è una bomba per tutti gli appassionati e sostenitori del controverso movimento delle FEMEN. In primo luogo, Joelecorbeau.com loda il lavoro eccezionale di Olivier Pechter che ha contribuito ad evidenziare il passato “nauseante” (riprendendo i mass media) di tali attiviste femministe. Lavoro che presenteremo con informazioni aggiuntive.

image002Inizio comunista
Come abbiamo visto nella prima parte del suo articolo “la faccia nascosta delle FEMEN”, queste attiviste sono delle note transfughe, passate dai movimenti giovanili comunisti a quelli ultranazionalisti, ma anche come “tecnologia politica: una manipolazione politica estrema. Gli strumenti sono familiari: narrazione, disinformazione, e interpolazione...” marketing ed organizzazione dei media sarebbe il termine oggi appropriato. Tra costoro troviamo Oksana Chashko (co-fondatrice delle FEMEN), Anna Hutsol (co-fondatrice delle FEMEN) e Viktor Svjatskij (l’uomo presentato come uno dei burattinai nell’ombra del movimento FEMEN ).

Il passaggio alla Grande Ucraina
In seguito ai risultati catastrofici del Partito comunista ucraino nel 2006, Anna Hutsol e Viktor Svjatskij, che crearono nel frattempo “due movimenti studenteschi alla fine del 2005, il Centro per le prospettive della gioventù (un sindacato) e Nuova Etica, prefigurando l’organizzazione delle FEMEN (che sarà guidata da Sasha Shevchenko, altra co-fondatrice delle FEMEN), si avvicinarono al partito della Grande Ucraina di Igor BerkutLa “Grande Ucraina” è un partito social-patriottico e vagamente di sinistra, quindi appartenente come il Partito Comunista al campo filo-russo. Il suo supporto deciso alla pena di morte gli valsero la mediatizzazione, e le proposte anti-immigrati (comprendenti il posizionamento al confine di “circoli militari-patriottico”) interessarono i forum di destra. Nel 2010, si dichiarò (sul serio) per una “buona dittatura democratica”.”

24103_3_image002-33741Viktor Svjatskij (Centro di prospettiva/Grande Ucraina), Sasha Shevchenko (che poi diresse Nuova Etica, e futura co-fondatrice delle FEMEN) e Igor Berkut (Grande Ucraina) ottobre 2007.

Quando le FEMEN furono avviate a Kiev, nella primavera 2008, Andrej Kolomets (“Andrew Kolomyjec”), uno dei quadri di Grande Ucraina (movimento rosso-bruno da cui provengono le FEMEN) entrò subito nel consiglio d’amministrazione. Sarà uno dei più “costanti sostegni finanziari” delle attiviste. “Al fine di garantirne l’indipendenza”, disse molto seriamente … aggiungendo che il movimento “non era mai scaduto nel razzismo”. Vedasi Mickael Orlyuk un altro quadro del partito, e anche partecipe delle proteste delle FEMEN.
Un certo numero di tesi della Grande Ucraina viene ripreso delle FEMEN. Immigrazione: l’esenzione dei visti per i cittadini europei che visitano l’Ucraina è un disastro, dovrebbero chiudere le frontiere. La Grande Ucraina denuncia le “centinaia di migliaia di immigrati clandestini (che) ci minacciano”. Le FEMEN si ponevano al suo fianco, con l’aiuto dell’influenza aviaria “all’ingresso di stranieri nel nostro Paese.” “Xenofobia? Forse”, rispose Anna Hutsol. Sull’esempio della Grande Ucraina, le FEMEN sostengono la pena di morte per i ‘sadici’.” Infine, ci sono i turchi contro cui Igor Berkut (leader di Grande Ucraina) ritiene che la guerra sia inevitabile. Le FEMEN, da parte loro, li hanno avuti a lungo come primi nemici, in nome della lotta al turismo sessuale.”

Il riavvicinamento con l’estrema destra ucraina
Tra le reclute del movimento FEMEN, troviamo Darija Stepanenko, membro del gruppo identitario  Confraternita di San Luca, che sostiene “la rivoluzione nel mondo ortodosso”, ramo del partito Bratstvo (“Fratellanza”).

24103_11-19962Inna e Sasha Shevchenko tengono per mano Darija Stepanenko, altra figura pubblicizzata dalla confraternita.

Le FEMEN appaiono accanto a Bogdan Titskij, capo del Comitato Nero, organizzazione di estrema destra ucraina i cui membri furono condannati per l’incendio doloso “di un ostello per studenti africani e per aver attaccato un centro della comunità ebraica“.

24103_13-e3d2aDa sinistra a destra: l’ultra-destra Anna Sinkova (a capo della Confraternita di San Luca), Sasha Shevchenko, Anna Hutsol, un’attivista delle FEMEN e Bogdan Titskij (responsabile del Comitato Nero), all’uscita da un interrogatorio della polizia (agosto 2013)

Le FEMEN sostengono un poster del partito di estrema destra Svoboda, fondato come Partito Nazionalsocialista d’Ucraina (in riferimento ai nazisti.) Il partito ottenne 36 seggi nelle elezioni parlamentari del 2012, divenendo il quarto del Paese. Membro del Fronte Nazionale Europeo che comprende, tra gli altri, l’NDP (Nationaldemokratische Partei Deutschlands), un partito neo-nazista  tedesco.

24103_14-ff16f“Viva la Bielorussia indipendente! Viva la libera Ucraina!” “No al terrore rosso!”

Le FEMEN manifestano soprattutto con l’UNA-UNSO o Assemblea Nazionale ucraina – Autodifesa ucraina, il maggiore partito di destra, difensore della Chiesa ortodossa in Ucraina (Patriarcato di Kiev). Conoscendo l’odio delle FEMEN verso la religione, non c’è una contraddizione?

24103_15-d411cInna e Sasha Shevchenko, sullo sfondo Viktor Svjatskij

Concludiamo questa lista sui collegamenti tra FEMEN e le organizzazioni di estrema più radicali osservandone le connessioni trans-atlantiche.

24103_8-65ebdCollegamento con l’Open World Leadership Center
Il movimento delle FEMEN avrebbe ricevuto sostegno estero (soprattutto da Washington) per sviluppare il movimento? L’articolo di Olivier Pechter indica la strada. “Anna Hutsol (fondatrice delle FEMEN) fu infatti invitata negli Stati Uniti da un’agenzia del Congresso degli Stati Uniti, l’Open World Leadership Institute, che descrisse come “una studentessa”.” Nel report del 2008, Anna Hutsol viene chiaramente menzionata sulla settima pagina (link PDF):
Coordinate del centro:
The Library of Congress, 101 Independence Avenue., SE Camera LM 611, Washington DC, 20540-1026, USA Tel: (202) 707-8943 Fax: (202) 252-3464 E-mail: RLP@loc.gov, sito http://www.openworld.gov

Qual è l’obiettivo del centro?
L’Open World Leadership Center è descritto come: “Il programma Open World permette ai leader russi di sperimentare la democrazia e la libera impresa in azione nelle comunità degli Stati Uniti in una visita di 10 giorni. I partecipanti al World Open studiano ruoli e relazioni tra i tre diversi livelli e rami del governo degli Stati Uniti. Esaminano anche in che modo il settore privato e no-profit negli Stati Uniti contribuiscano a soddisfare le esigenze sociali e civiche.”

Billington-2A pagina 3 del report del 2008, trovate il discorso del presidente del consiglio d’amministrazione dell’Open World Leadership Center, l'”onorevole” James H.  Billington. Chi è costui? Secondo  Wikipedia, James Hadley Billington è un accademico e bibliotecario statunitense, fu membro del consiglio del comitato di redazione della rivista Foreign Affairs. Un bimestrale internazionale, pubblicato a New York dal Council on Foreign Relations, che appartiene a David Rockefeller! Ecco, trovato il think tank statunitense dietro le FEMEN. Poche righe dopo, gli ultimi dubbi scompaiono quando viene confermato che James Hadley Billington è membro del Council on Foreign Relations!

James H. BillingtonIl presidente George W. Bush consegna la Presidential Citizen Medal a James H Billington. Questa decorazione viene assegnata a qualsiasi cittadino degli Stati Uniti “che ha compiuto un servizio esemplare per il Paese o i cittadini di questo Paese.”

Associated Press, una seconda connessione?
Il 24 febbraio 2013, durante le elezioni presidenziali in Italia, tre membri delle FEMEN avviarono un’operazione mediatica per colpire, senza successo, Silvio Berlusconi mentre andava a votare a Milano. L’operazione mediatica riuscì potendosi avvicinare a Berlusconi con lo slogan sul petto “Basta Berlusconi”. Tuttavia, come poterono le FEMEN arrivare così vicino al loro obiettivo?
Le FEMEN avevano documenti contraffatti dell’agenzia di stampa statunitense Associated Press. Legalmente dovrebbero essere perseguite per falsificazione e uso di falsi. Tuttavia, nessuna inchiesta preliminare è stata aperta. Perché Associated Press non ha presentato una denuncia contro tale usurpazione? Forse la risposta è nel nome del proprietario di tale agenzia? In un articolo pubblicato nel maggio 2011, Fox News rivelava che l’Associated Press è di proprietà del miliardario George Soros! George Soros, oltre che per le speculazioni nelle valute estere è noto come il burattinaio delle rivoluzioni colorate in Serbia nel 2000, in Georgia nel 2003, Kirghizistan nel 2005 e anche in Ucraina nel 2004, passata al campo russo nel 2010 con la vittoria di Viktor Janukovich alle elezioni presidenziali.
Il ruolo dell’Open Society Institute di Soros è determinante nel passaggio degli ex-satelliti dell’URSS al campo atlantista. Vedasi il documentario: Gli USA alla conquista dell’Est. Open Society Institute finanzia Reporters Sans Frontières di Robert Ménard. Leggasi il libro di Maxime Vivas “La face cachée de Reporters sans frontières : de la CIA aux faucons du Pentagone

george_soros_4_13_2012George Soros, specialista in sovversioni e interferenze. Le FEMEN furono appoggiate dall’Associated Press di George Soros? Resta da determinare. Ma i primi tesserini (della stampa) furono gettati via.

In conclusione
E’ ormai chiaro che le FEMEN sono agenti delle sovversione per imporre l’ideale liberal-libertario anti-religioso e anti-tradizionale. Ideale nel servire interessi stranieri, se non atlantisti. Un servizio per la sovversione e la destabilizzazione invocando diritti umani, democrazia e libertà in Paesi come la filo-russa Ucraina e la Russia di Vladimir Putin, nell’ambito della partita geopolitica statunitense contro questi Paesi, grandi principi che portarono alla “guerra contro il terrorismo” e all’attacco all’Iraq nel 2003, con il risultato che tutti conosciamo.
Abbiamo sintetizzato il lavoro di Olivier Pechter combinandolo con le informazioni di Joelecorbeau.com, indicando il passato di transfughi ed estremisti delle FEMEN che, misteriosamente, non viene affrontato nel documentario di Foufou (Caroline Fourest): “I nostri seni, le nostre armi”, dove dice di ospitare Inna Shevchenko, la leader più estremista del movimento, Fufu s’è bruciata! Manuel Valls ha vietato lo spettacolo di Dieudonné in nome della dignità umana, mentre concede asilo politico alle FEMEN, gruppo affiliato all’estrema destra ucraina! Dire che i merdia hanno fatto tutto un gran baccano sul presunto antisemitismo e razzismo di Dieudonné, mentre puntano i riflettori sulle FEMEN, dimostra dove sia l’odio. Amici, non esitate a inviare queste informazioni a tutti coloro che sostengono le FEMEN. Tale organizzazione deve smetterla di danneggiare il nostro Paese e il mondo. Facciamo presente il loro passato “nauseante”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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