Il caso dell’oro mancante della Cina

Tyler Durden Zerohedge 20/07/2015827echina-gold-deng-xiaoping-bust-3Dopo la rivelazione ufficiale della Cina secondo cui, per la prima volta dall’aprile 2009, ha aumentato le riserve auree “solo” di 600 tonnellate, presumibilmente in un mese, cosa impossibile che conferma come anche la PBOC non solo trucchi i suoi libri, ma sia disposta a confermare ciò, molti si chiedono cosa realmente accade dietro le quinte della banca centrale, che secondo anche stime prudenti di Bloomberg, ha visto il suo oro triplicarsi ad oltre 3510 tonnellate. Forse la risposta è molto semplice: mentre molti ritengono che l’unica ragione per cui la Cina ha rivelato (parte delle) sue ultime riserve auree, rafforza ulteriormente la richiesta per l’ammissione al Diritto speciale di prelievo presso la FMI, la vera ragione per cui la PBOC può aver dichiarato al mondo che ha molto più oro sia semplicemente per sostenere il proprio mercato. Impossibile? Ricordiamo una citazione poco nota della Reuters del 3 luglio, proprio mentre le scorte cinesi precipitavano del 7% su base giornaliera, con indici dei futures fermi al limite minimo e la metà delle borse cinesi sospese: “Lo Shanghai Composite Index è crollato di oltre il 7,1 per cento all’avvio. La sessione mattutina si è conclusa con un calo del 3,3 per cento, a 3785,6 punti, verso una perdita settimanale di quasi il 10 per cento. “E’ un disastro borsistico. Se non lo è, cos’è?” ha detto Fu Xuejun, stratega della Huarong Securities Co. “Il governo deve salvare il mercato, non con parole vuote ma con veri argento e oro” disse, dicendo che la caduta in piena regola del mercato metteva in pericolo il sistema bancario, colpendo i consumi ed innescando l’instabilità sociale”. Forse tutto ciò che la PBOC ha fatto è seguire il consiglio di Fu e tirare delicatamente il sipario sul fatto che la sua vera partecipazione non ha altro motivo che ripristinare la fiducia nel bilancio e quindi stabilizzare il mercato. Per inciso, questo è esattamente ciò che dicemmo quando la PBOC stupì i media. Ricordiamo che la spiegazione ufficiale della SAFE della Cina fu una rivelazione inattesa: “L’oro come bene speciale, dai diversi attributi finanziari e vantaggi, insieme ad altre attività. aiuta a regolare e ottimizzare le caratteristiche di rischio del rendimento complessivo del portafoglio delle riserve internazionali. A lungo termine e da una prospettiva strategica, se necessario, regola dinamicamente le riserve internazionali di portafoglio, sicurezza, liquidità ed incremento del valore delle attività di riserva internazionale”. Come osservammo “la Cina ha dovuto attendere che il suo mercato azionario si arrestasse per presentare il “bazooka” della stabilità sistemica: l’oro. Perché rivelando l’aumento delle proprie riserve auree, la PBOC spera di fornire finalmente quel legame mancante che aumenterà la fiducia degli investitori, convincendoli ad acquistare nuovi titoli“. E ora che il sigillo è stato finalmente rotto dopo tanti anni, e dato che l’aggiornamento di oggi indica che le cifre sull’oro cinese sono chiaramente dettate da uno scopo politico specifico, rafforzare la fiducia, attendiamo che la PBOC inizi a diffondere ogni mese i dati sull’aumento dell’oro in suo possesso (soprattutto nei mesi in cui blocca il mercato) avvicinandoci sempre più alle vere riserve auree della Cina. Forse è un semplice caso che la PBOC riveli di possedere più oro di quanto previsto, solo per conservare un po’ di fiducia dopo aver intrapreso una serie inaudita di “tuffi di protezione”, pochi dei quali riusciti (almeno fino a quando le minacce di chiusura definitiva dei venditori sono emerse). Poi un’altra possibile spiegazione è offerta da Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph, citando l’analista della Sharps Pixley, Ross Norman, secondo cui “il livello di riserve auree annunciato dalla Cina sottostima in maniera massiccia i dati reali del Paese. “Pensiamo che abbia almeno il doppio, forse anche 4000 tonnellate”, ha detto. Secondo la Sharps Pixley un “cambiamento sismico” è in corso sul mercato dell’oro mentre il potere economico si sposta ad est aumentando i prezzi dell’oro nel frattempo”. “Una divisione dell’Esercito di liberazione popolare ha miniere d’oro da cui trasferisce il metallo al Ministero delle Finanze cinese, agendo da circuito commerciale normale. Il governo acquista l’oro direttamente dai produttori cinesi. Si tratta di una transazione interna e non è quindi necessariamente registrata nelle riserve estere della Cina”. Poi AEP prosegue citando David Marsh, del forum monetario OMFIF, secondo cui “la Cina rischierebbe d’inquietare il mercato dell’oro mondiale se rivelasse riserve per 2000 o 3000 tonnellate. Questo potrebbe essere interpretato come mossa ostile nei confronti del dollaro in un “momento delicato“.” E da un punto di vista puramente logico, sarebbe molto più ragionevole per la PBOC rivelare solo una frazione delle sue riserve auree, sia per stabilizzare il mercato azionario che per aumentare le possibilità di ammissione alla DSP, piuttosto che svelare l’intera cassaforte, soprattutto se ne vuole comprare altro: non ci vuole un genio per capire che si possono acquistare più beni e più economicamente se non si svela di aver accumulato enormi quantità di un determinato bene. Così la prossima domanda è se la Cina ha effettivamente più oro di quanto viene detto e se la PBOC semplicemente esponga le sue partecipazioni un mese alla volta, per qualsiasi motivo (soprattutto perché sappiamo che la PBOC non ha acquistato più di 600 tonnellate a giugno), allora dov’è questo oro “nascosto”, o meglio, dove va tutto l’oro della Cina, le migliaia di tonnellate sia delle miniere nazionali che importate negli ultimi cinque anni? Una risposta è data da Louis Cammarasno nel seguente post sul blog Smaulgld:

“Il caso dell’oro mancante cinese”
• La Banca Popolare di Cina aggiorna le sue riserve auree
• Le riserve auree cinesi aumentano di 604 tonnellate passando da 1054 tonnellate nel 2009 a 1658
• Molti osservatori si chiedono: ‘Tutto qui’?
• Dal 2009 la Cina ha estratto più di 2000 tonnellate d’oro e importato oltre 3300 tonnellate d’oro attraverso Hong Kong*.
• Dov’è finito?

Il caso dell’oro mancante della Cina
Il 17 luglio 2015 la Banca popolare di Cina (PBOC) ha aggiornato le riserve auree per la prima volta dal 2009. La PBOC ha riferito dell’aggiunta di 604 tonnellate d’oro alle riserve per un totale che passa da 1054 a 1658 tonnellate. L’annuncio è stato ampiamente anticipato dalla PBOC come pre-requisito alla domanda della Cina per aderire ai Diritti Speciali di Prelievo (“DSP”) del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Le riserve auree annunciate dalla Cina sono una quantità rispettabile ma di gran lunga inferiore a ciò che molti osservatori credono possieda. 1658 tonnellate d’oro sono sufficienti per il Fondo monetario internazionale? Avere maggiori riserve auree non serve per aderire ai DSP. L’Inghilterra è nei DSP ed ha poco più di 310 tonnellate d’oro. Abbiamo sostenuto che l’obiettivo primario della Cina non è l’accettazione dei DSP, ma piuttosto creare una struttura internazionale finanziaria parallela che rivaleggi con il FMI. Pensiamo che la Cina detenga parte del suo oro nella PBOC quale riserva, e il resto sia tenuto altrove in Cina. Le riserve auree aggiornate della PBOC sono cinque volte quelle inglesi e certamente sufficienti a dimostrare il peso finanziario richiesto per l’ammissione ai DSP. La PBOC non deve riportare migliaia di tonnellate d’oro per entrarvi, e non deve eclissare il principale partner commerciale, a questo punto, gli Stati Uniti (che dichiarano riserve auree per 8135 tonnellate).world-gold-reserves-july-2015-top-20Il recente aggiornamento della Cina delle proprie riserve auree la mettono al quinto posto tra le nazioni in possesso d’oro.

Come la Cina ha segnalato l’aggiornamento delle sue riserve auree
Inoltre le oltre 600 tonnellate d’oro delle riserva della PBOC sono presentate quale singola voce, nel giugno 2015! A differenza della Russia che riporta gli aumenti nelle sue riserve auree mensilmente (come noi cataloghiamo qui), la PBOC ha scelto d’includere l’intero aumento delle sue riserve auree dal 2009 in un solo mese.PBOC-gold-reserves-july-2105-amendedLa Banca Popolare Cinese presumibilmente ha aggiunto 1943 milioni di once di oro (circa 600 tonnellate) alle sue riserve a giugno.

Quanto oro c’è in Cina?
L’importo supplementare di oro che la PBOC ha riferito non sembra quadrare con i rapporti disponibili su produzione e importazione di oro cinese.

Produzione mineraria cinese
La Cina è ora la prima nazione del mondo per miniere d’oro e non l’esporta praticamente mai.chinese-gold-mining-production-2000-2014-for-postLa Cina ha prodotto più di 2000 tonnellate d’oro dal 2009.

Riserve minerarie cinesi
Ce n’è molto di più laddove proviene! Il 25 giugno 2015, Zhang Bignan Presidente e Segretario Generale della China Gold Association presentò questa diapositiva al forum del London Bullion Market indicando che la Cina ha riserve minerarie di oro per circa 9800 tonnellate.Chinese-gold-mining-reserves-2015Secondo il Presidente e Segretario Generale della China Gold Association, la Cina ha più di 9800 tonnellate di oro nelle riserve minerarie.

Le importazioni di oro cinesi
La Cina ha anche di molto intensificato la importazioni di oro dal 2009. Dal 2010 al maggio 2015 le importazioni cinesi d’oro nette attraverso Hong Kong furono di oltre 3300 tonnellate.annual-chinese-gold-net-imports-july-2015Le importazioni di oro cinesi attraverso Hong Kong ammontano ad oltre 3300 tonnellate dal 2009.
* La Cina importa anche una quantità ignota, ma grande, di oro attraverso Shanghai.

Il commercio di oro cinese sul Shanghai Gold Exchange
Oltre a produzione e importazione di oro la Cina gestisce anche il Shanghai Gold Exchange (SGE) un importante hub commerciale di oro fisico. I prelievi di oro fisico dal SGE fino ad oggi, 2015, vanno oltre le 1200 tonnellate e oltre le 9000 tonnellate da gennaio 2009.shanghai-gold-exchange-week-ended-july-10-2015I prelievi di oro fisico dal Shanghai Gold Exchange vanno oltre le 1200 tonnellate dall’inizio del 2015.

Chi possiede l’oro cinese?
Se la produzione mineraria e le importazioni attraverso Hong Kong e Shanghai di oro cinese non finiscono alla PBOC, dove vanno?

Il popolo cinese
Una buona parte dell’oro cinese è in mano ai cittadini. La famosa follia “Da Ma” o le casalinghe cinesi che comprano ad ogni tuffo dei prezzi, presumibilmente detengono buona parte dell’oro della nazione. Alcuni stimano che i cittadini cinesi detengano migliaia di tonnellate d’oro. Una stima afferma che ne detengano 6000 tonnellate.

Banche pubbliche cinesi
Forse altro oro della nazione cinese si trova nelle altre banche statali, non necessariamente nella PBOC, come Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank, China Development Bank e Industrial and Commercial Bank of China tutte situate, come la PBOC, a Beijing.

Il Fondo sovrano cinese
La China Investment Corporation (CIC) sempre a Bejiing, è un fondo sovrano responsabile della gestione di parte delle riserve in valuta estera della Repubblica Popolare cinese. La CIC ha 746,7 miliardi dollari di asset e riferisce al Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese.

Contabilità fuori bilancio?
La CIC ha 225,321 miliardi di beni finanziari e circa 3,130 miliardi di dollari in “altre attività” in bilancio. È possibile che alcuni di questi “attivi” siano in oro. La CIC ha tre filiali: CIC International (responsabile di azioni ed investimenti obbligazionari internazionali), CIC Capital (investimenti diretti) e Central Huijin (partecipazioni in istituzioni finanziarie ed imprese di proprietà statale cinesi).
Central Huijin detiene partecipazioni rilevanti in: Agricultural Bank of China (40,28%), Bank of China (65,52%), China Construction Bank (57,26%), China Development Bank (47,63%) e Industrial and Commercial Bank of China (35,12%). Per un Remnimbi sostenuto dall’oro 1658 tonnellate di riserve auree sono insufficienti, ma per l’ammissione ai DSP sono perfette. Se infatti la Cina detiene oro tramite la CIC e/o qualsiasi banche statale, la PBOC potrebbe inserire l’oro nel proprio bilancio per dimostrare, rapidamente e facilmente in un solo mese, più riserve auree con una singola voce.central_bank_chinaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina si sbarazza di 120 miliardi in buoni del Tesoro degli USA

Tyler Durden Zerohedge 15 /06/2015

Coloro che seguono la saga delle azioni del Tesoro USA “del Belgio” sanno che il mese scorso il “compratore misterioso” dietro Euroclear in Belgio era, come alcuni specularono, come sempre la Cina. Ciò è più evidente nella sovrapposizione delle partecipazioni TSY combinate di Cina e Belgio rispetto alle riserve forex cinesi.

China%20and%20Belgium%20vs%20FX%20reservesEcco cosa abbiamo concluso il mese scorso:
• “Il Belgio” è, o meglio, era una facciata della Cina: SAFE, CIC o PBOC.
• Che le partecipazioni del Belgio, dopo l’impennata da 381 miliardi di dollari di un anno fa, sono cadute a soli 2532 miliardi di dollari, che la Cina scarica sopratutto nelle sue partecipazioni in Euroclear, e una volta che tale cifra torna al livello storico di circa 170-180 miliardi di dollari. il “Belgio” ritornerà ad essere il Belgio.
• La riserve valutarie della Cina sono cadute e ciò viene compensato dal maggiore calo trimestrale delle azioni del Tesoro pro-forma cinesi, scese con un record di 72 miliardi dollari a marzo, un record di 113 miliardi dollari nel trimestre.
Non è esattamente chiaro perché la Cina, che storicamente utilizza banche offshore nel Regno Unito per le transazioni con gli Stati Uniti, oltre alla terraferma abbia scelto il Belgio, o il motivo per cui abbia scelto di nascondere tali operazioni in modo così rozzo, tuttavia la recente accelerazione del deflusso di capitali dalla Cina si manifesta con un tuffo nelle riserve forex cinesi, assieme alla liquidazione record mensile del totale delle aziende cinesi, mostrata proprio laddove la Cina compie gli scambi. E mentre dobbiamo ancora avere gli aggiornamenti da Pechino sulle sue riserve forex di aprile, sappiamo che il suo Tesoro continua la liquidazione. Ovvero il Belgio, che questa volta non ha un acquirente “misterisoo” dietro, ma è un venditore. Come mostra il grafico qui sotto, dopo il record di meno 92,5 miliardi di dollari a marzo, il “Belgio” ha venduto altri 24 miliardi di dollari ad aprile, portando a una liquidazione totale di ben 116,4 miliardi a marzo e aprile.Belgium%20April%202015Ciò significa che dopo l’aggiunta dalla Cina continentale di 2 miliardi di dollari ad aprile, e dopo un aumento di 37 miliardi di dollari nel mese precedente, al netto della liquidazione belga la Cina ha venduto ben 77 miliardi di dollari di buoni del Tesoro negli ultimi due mesi. E mentre aspettiamo l’aggiornamento mensile delle riserve forex ufficiali cinesi, possiamo stimare che il calo sarà di altri 50-60 miliardi di dollari ad aprile.China%20vx%20FX%20aprilLa buona notizia, per chi segue la storia dei deflussi di capitali senza precedenti della Cina, è che dopo la discarica record “belga” di marzo, ad aprile le vendite del Tesoro cinese sono rallentate più che nei tre mesi precedenti.China%20vx%20Belgium%20monthlyIn altre parole, la Cina potrebbe finalmente avere per sempre sotto controllo il problema del deflusso di capitali che, per inciso, è una cattiva notizia per il mercato azionario cinese, perché se vero significa che il PBOC può fare un passo indietro nella micro-gestione del bolla del mercato azionario e “beneficiare” dei flussi di conto corrente per compensare il conto capitale in declino. Ma ciò che è forse più curioso è che anche con la Cina che liquida tale massiccia quantità di carta degli Stati Uniti, in un mercato molto illiquido, il rendimento decennale non va lontano nei mesi di marzo o aprile. E ultima domanda: a chi ha venduto la Cina tutta questa carta?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché è fallito il grande gioco di Washington

Alfred McCoy Tom Dispatch 7 giugno 2015788189-PutinXiJinpingAFP-1415544001-513-640x480Avrebbe potuto essere la più influente singola frase di quel periodo: “In queste circostanze è chiaro che l’elemento principale di qualsiasi politica a lungo termine degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica deve essere un paziente ma fermo e vigile contenimento dell’espansionismo russo”. Originato dal telegramma di 8000 parole, sì in quei giorni abbastanza incredibilmente non c’erano email, internet, chat, facebook, inviato a Washington nel febbraio 1946 da George F. Kennan, incaricato d’affari degli Stati Uniti a Mosca, in un momento in cui la guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica accelerava. L’anno successivo, una versione rielaborata del “Lungo telegramma” di Kennan, con quella frase, fu pubblicata come “Le fonti della condotta sovietica” sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs sotto lo pseudonimo di “Mr. X”(anche se era risaputo a Washington chi l’avesse scritto). Da quel momento, il “contenimento” di ciò che fino alla crisi sino-sovietica veniva chiamato blocco sovietico, fu la firma della politica estera e militare di Washington. L’idea era circondare Unione Sovietica e Cina militarmente, economicamente e diplomaticamente, assieme alla fascia di Stati comunisti da Ungheria e Cecoslovacchia in Europa orientale alla Corea democratica sul Pacifico e dalla Siberia alle SSR dell’Asia centrale dell’Unione Sovietica. In altre parole, la maggior parte del territorio euroasiatico. E poi fin quando il muro di Berlino nel 1989 crollò e l’Unione Sovietica scomparve dalla faccia della Terra, nel 1991. Assieme all’ex mondo comunista, la politica del contenimento finì nella pattumiera della storia, o no? Stranamente, come sottolinea oggi lo storico e autore di TomDispatch Alfred McCoy, se si guardano le basi militari di Washington (che, se non altro, si sono ampliate nell’epoca post-sovietica), ai suoi conflitti e al centro della sua politica estera, i tentativi statunitensi di “contenere” le roccaforti dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, non sono mai cessati. Dopo il passaggio di quasi un quarto di secolo dalla Guerra Fredda, la mappa di quei presidi, e dei conflitti che li seguono, sembra ancora stranamente familiare. Ed ecco una cosa ancora più strana, come McCoy chiarisce: gli Stati Uniti non sono la prima potenza imperiale a sforzarsi di “contenere” l’Eurasia. Nel 1945, quando la seconda guerra mondiale si concluse con la Gran Bretagna e il suo impero in via di esaurimento, gli Stati Uniti ereditarono l’anonima politica del “contenimento” inglese prima che Kennan pensasse di usarne il termine. E’ strano rendersi conto che il “contenimento”, come politica imperiale, ha una storia che, in un certo senso, ha più di due secoli. E’ abbastanza strano, infatti, che McCoy rivolga l’attenzione al tema contribuendo a dare un senso al tagliente rapporto USA-Cina per il resto di questo secolo. Tom

La geopolitica del declino globale degli USA
Washington contro Cina nel XXI secolo
Alfred W. McCoy
987-MackinderBriesemeisterInfatti, anche per il più grande degli imperi, la geografia è spesso destino. Non lo si saprebbe a Washington, però. Le élite della sicurezza politica nazionale e della politica estera statunitensi continuano ad ignorare le basi della geopolitica che hanno plasmato il destino degli imperi mondiali negli ultimi 500 anni. Di conseguenza, hanno perso il senso dei rapidi cambiamenti globali in Eurasia che sono in procinto di minare la grande strategia per il dominio mondiale che Washington ha perseguito in questi ultimi sette anni. Uno sguardo a ciò che accade nella “saggezza” di Washington in questi giorni, rivela una visione del mondo stordita dall’insularità. Si prenda ad esempio il politologo di Harvard Joseph Nye, Jr., noto per il suo concetto di “soft power”. Offrendo una semplice lista di modi in cui crede che il potere militare, economico e culturale degli USA rimanga unico e superiore, ha recentemente sostenuto che non vi sia alcuna forza, interna o globale, in grado di eclissare in futuro gli USA quale potenza più importante del mondo. Per chi punta sull’impennata economica di Pechino proclamando il “secolo cinese”, Nye elenca aspetti negativi: il reddito pro capite della Cina, “ci vorranno decenni per recuperare il ritardo (se mai)” con gli USA; è miope, “focalizzata su politiche principalmente regionali” e “non sviluppa alcuna funzionalità significativa come forza di proiezione globale”. Soprattutto Nye sostiene che la Cina soffre di “svantaggi geopolitici nell’equilibrio di potere asiatico, rispetto agli USA”. Oppure mettiamola così (e in questo Nye è tipico di come si pensa il mondo a Washington): con più alleati, navi, caccia, missili, denaro, brevetti e film di successo rispetto a qualsiasi altra potenza, Washington vince a mani basse. Se il professor Nye dipinge la potenza dai numeri, l’ultimo tomo dell’ex-segretario di Stato Henry Kissinger, modestamente intitolato Ordine mondiale, salutato sulle riviste come niente di meno che una rivelazione, adotta una prospettiva nietzscheana. L’intramontabile Kissinger ritrae la politica globale come plastica così assai plasmabile per i grandi leader dalla volontà di potenza. Con questa misura, secondo la tradizione di maestri diplomatici europei come Charles de Talleyrand e il principe Metternich, il presidente Theodore Roosevelt era un visionario coraggioso che lanciò “il ruolo americano nella gestione dell’equilibrio Asia-Pacifico”. D’altra parte, il sogno idealistico di Woodrow Wilson dell’autodeterminazione nazionale lo rendeva geopoliticamente inetto e Franklin Roosevelt era cieco verso l’inflessibile “strategia globale” del dittatore sovietico Josif Stalin. Harry Truman, al contrario, superò l’ambivalenza nazionale impegnando “gli USA nella formazione di un nuovo ordine internazionale”, una politica saggiamente seguita dai successivi 12 presidenti. Tra i più “coraggiosi”, Kissinger insiste, vi era il leader per “coraggio, dignità e convinzione”, George W. Bush, la cui risolutezza nel “trasformare l’Iraq tra gli Stati più repressivi del Medio Oriente a democrazia multipartitica” sarebbe riuscita se non fosse stato per la “sovversione spietata” della sua opera da parte di Siria e Iran. In tale prospettiva, la geopolitica non ha luogo; solo la coraggiosa visione di “statisti” e re conta davvero. E forse questa è una prospettiva confortante per Washington, in un momento in cui l’egemonia statunitense va visibilmente sgretolandosi tra i sommovimenti tettonici del potere globale. Con i sacri veggenti di Washington sorprendentemente ottusi sul tema del potere geopolitico, forse è il momento di tornare alle origini. Ciò significa ritornare al testo fondante della moderna geopolitica, che rimane una guida indispensabile anche se pubblicata su una oscura rivista geografia inglese oltre un secolo fa.

eGruposDMime.cgiSir Halford inventa la Geopolitica
In una fredda serata di Londra del gennaio 1904, Sir Halford Mackinder, direttore della London School of Economics, mise in “trance” il pubblico al Royal Geographical Society, nel Savile Row, con un documento audacemente intitolato “Il Perno geografico della storia“. Da questa presentazione si evince, secondo il presidente della società, “una splendida descrizione… raramente eguagliata in questa stanza“. Mackinder sostenne che il futuro del potere globale non risiede, come la maggior parte degli inglesi immaginava, nel controllo delle rotte marittime globali, ma nel controllo della vasta massa di terra chiamata “Euro-Asia”. Volgendo l’epicentro del pianeta dall’America al centro dell’Asia, quindi inclinando l’asse terrestre a nord, appena oltre la proiezione equatoriale di Mercatore, Mackinder ridisegnava e riconcettualizzava la mappa del mondo. La sua nuova mappa mostra Africa, Asia, Europa non come tre continenti separati, ma come massa di terra unitaria, una vera e propria “isola mondo”. Il suo ampio e profondo “Heartland”, 4000 miglia dal Golfo Persico al Mare della Siberia, è così enorme che può essere controllato solo dai sue “rimlands”, in Europa orientale, o quella che lui chiamava “margine” marittimo nei mari circostanti. Ne la “Scoperta della rotta del Capo per le Indie” nel XVI secolo, Mackinder scrisse, “dotando la Cristianità dell’ampia possibilità di mobilitare la potenza… avvolgendo l’influenza intorno alla potenza terrestre eurasiatica che fino ad allora ne aveva minacciato l’esistenza“. Questa maggiore mobilità, poi spiegò, diede ai marinai dell’Europa “la superiorità per circa quattro secoli sugli uomini delle terre di Africa e Asia”. Eppure il “cuore” di questa vasta massa, un'”area pivot” che si estende dal Golfo Persico al fiume Yangtze della Cina, rimase niente di meno che la leva di Archimede della futura potenza mondiale. “Chi domina l’Heartland comanda l’Isola-Mondo”, riassumeva più avanti la situazione Mackinder. “Chi domina l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Al di là della vasta massa dell’isola-mondo, che costituiva quasi il 60% della superficie della Terra, c’era un emisfero meno conseguente coperto da ampi oceani e alcune periferiche “isole minori”, cioè naturalmente Australia e Americhe. Nella generazione precedente, l’apertura del Canale di Suez e l’avvento della navigazione a vapore “aumentarono la mobilità del potere marittimo (relativo) rispetto a quello terrestre”. Ma le ferrovie in futuro potrebbero “lavorare con maggior meraviglia nella steppa“, affermò Mackinder, riducendo i costi del trasporto marittimo e spostando il centro del potere geopolitico nell’entroterra. Nel tempo lo “Stato pivot” della Russia poteva, in alleanza con un’altra potenza come la Germania, espandersi “sulle terre marginali di Euro-Asia” permettendo “l’uso di vaste risorse continentali per costruire la flotta, e l’impero mondiale sarebbe stato in vista“. Per due ore, mentre leggeva un testo spesso dalla sintassi contorta e dai riferimenti classici, come ci si aspettava da un ex-docente di Oxford, il suo pubblico comprendeva di venire a conoscenza di qualcosa di straordinario. Diversi rimasero a fare ampi commenti. Ad esempio, il famoso analista militare Spenser Wilkinson, il primo a tenere una cattedra di storia militare a Oxford, si pronunciò poco convinto della “moderna espansione della Russia”, insistendo sul fatto che le potenze navali inglese e giapponese avrebbero continuato la funzione storica di mantenere “l’equilibrio tra le forze divise… sull’area continentale”. Incalzato dai suoi ascoltatori, considerando altri fatti o fattori tra cui “l’aria come mezzo di locomozione”, Mackinder rispose: “Il mio obiettivo non è prevedere il grande futuro di questo o quel Paese, ma avere una formula geografica cui poter adattare un qualsiasi equilibrio politico“. Invece di eventi specifici, Mackinder cercava una teoria generale sul nesso di causalità tra geografia e potenza globale. “Il futuro del mondo“, insisteva, “dipende dal mantenimento di (un) equilibrio di potere” tra potenze marittime come la Gran Bretagna o il Giappone, attive sul margine marittimo, e “le forze interne espansive” dal cuore euro-asiatico che erano intente a contenere.
Non solo Mackinder dava voce a una visione del mondo che avrebbe influenzato la politica estera della Gran Bretagna per diversi decenni, ma in quel momento creava la scienza moderna della “geopolitica”, lo studio di come la geografia può, in determinate circostanze, formare il destino di interi popoli, nazioni e imperi. Da quella notte a Londra, naturalmente, è passato tanto tempo. Era un’altra epoca. L’Inghilterra era ancora in lutto per la morte della regina Vittoria. Teddy Roosevelt era presidente. Henry Ford aveva appena aperto una piccola fabbrica automobilistica a Detroit per il suo Modello A, un’automobile dalla velocità massima di 28 miglia all’ora. Solo un mese prima, il “Flyer” dei fratelli Wright aveva preso il volo per la prima volta volando per 30 metri, per l’esattezza. Tuttavia, per i successivi 110 anni le parole di Sir Halford Mackinder offrirono un prisma di eccezionale precisione per capire la geopolitica spesso oscura che guidava i principali conflitti del mondo, due guerre mondiali, una guerra fredda, le guerre asiatiche degli USA (Corea e Vietnam), le due guerre del Golfo Persico e anche la pacificazione infinita dell’Afghanistan. La domanda di oggi è: come può Sir Halford aiutarci a capire non solo il secolo passato, ma il mezzo secolo prossimo?

Britannia Rules the Waves
Nell’era della potenza marittima durata poco più di 400 anni, dal 1602 alla Conferenza sul disarmo di Washington del 1922, le grandi potenze furono in competizione per il controllo dell’isola-mondo eurasiatica attraverso le rotte marittime circostanti che si estendevano per 15000 miglia da Londra a Tokyo. Lo strumento del potere era, naturalmente, la nave, prima con le fregate, poi con portaerei, corazzate, sottomarini e aerei. Mentre gli eserciti terrestri nuotavano nel fango della Manciuria o della Francia in battaglie dalle perdite da capogiro, le marine imperiali incrociavano sui mari, manovrando per il controllo di coste e continenti. Al culmine della potenza imperiale intorno al 1900, la Gran Bretagna dominava i mari con una flotta di 300 grandi navi e 30 bastioni navali, basi che circondavano l’isola-mondo dal Nord Atlantico a Scapa Flow al Mediterraneo, Malta e Suez, a Bombay, Singapore e Hong Kong. Proprio come l’impero romano racchiuse il Mediterraneo, facendone il Mare Nostrum, la potenza inglese fece nell’Oceano Indiano il proprio “mare chiuso”, garantendosi i fianchi con le forze dell’esercito alla Frontiera nord-occidentale dell’India e bloccando persiani e ottomani costruendo basi navali del Golfo Persico. Con tale manovra, la Gran Bretagna si assicurò il controllo su Arabia e Mesopotamia, terreno strategico che Mackinder definì “il passaggio terrestre dall’Europa alle Indie” e via al “cuore” dell’isola mondo. Da questo punto di vista geopolitico, il XIX secolo fu, in fondo, la rivalità strategica spesso chiamata “Grande Gioco” tra Russia “al comando di quasi tutto l’Heartland… che bussava alle porte via terra delle Indie“, e la Gran Bretagna “che avanzava verso l’interno dai porti dell’India per affrontare la minaccia da nord-ovest”. In altre parole, Mackinder concluse “le realtà geografiche finali” dell’era moderna sono potenza marittima contro potenza terrestre o “World-Island e Heartland”. Rivalità intense, prima fra Inghilterra e Francia, poi Inghilterra e Germania, che guidarono l’implacabile gara europea degli armamenti navali che portò il costo della potenza marittima a livelli insostenibili. Nel 1805, l’ammiraglia dell’ammiraglio Nelson, la HMS Victory, con il suo scafo di quercia pesava appena 3500 tonnellate, combatté nella battaglia di Trafalgar contro la flotta di Napoleone navigando a nove nodi, e i suoi 100 cannoni ad anima liscia sparavano palle da 42 libbre a una gittata massima di 400 metri. Nel 1906, solo un secolo più tardi, la Gran Bretagna varò la prima corazzata moderna del mondo, la HMS Dreadnought, con scafo in acciaio dallo spessore di 30 cm, del peso di 20000 tonnellate, le cui turbine a vapore consentivano una velocità di 21 nodi, e i cui cannoni meccanizzati da 305mm permettevano di sparare rapidamente proiettili da 400kg fino a 12 km. Il costo di questo leviatano fu di 1,8 milioni di sterline, pari a quasi 300 milioni di oggi. Nel giro di un decennio, una mezza dozzina di potenze svuotò il tesoro per costruire flotte di queste costosissime letali corazzate. Grazie ad una combinazione di superiorità tecnologica, portata globale e alleanze navali con Stati Uniti e Giappone, la pax britannica durò un intero secolo, dal 1815 al 1914. Alla fine, tuttavia, questo sistema globale fu afflitto dall’accelerazione della corsa agli armamenti navali, dalla volatile diplomazia da grande potenza e dall’aspra gara per l’impero d’oltremare che implose nella strage insensata della prima guerra mondiale, lasciando 16 milioni di morti nel 1918.Valiant_ShieldIl secolo di Mackinder
Come l’eminente storico degli imperi Paul Kennedy una volta osservò, “il resto del Novecento testimonia la tesi di Mackinder“, con due guerre mondiali combattute sui suoi “rimlands”, dall’Est Europa attraverso il Medio Oriente all’Asia orientale. In effetti, la prima guerra mondiale fu, come lo stesso Mackinder in seguito osservò, “un duello diretto tra potenza terrestre e potenza marittima“. Alla fine della guerra nel 1918, le potenze del mare, Gran Bretagna, USA e Giappone, inviarono spedizioni navali ad Arcangelo, Mar Nero e Siberia per contenere la rivoluzione della Russia nel suo “cuore”. Riflettendo l’influenza di Mackinder sul pensiero geopolitico in Germania, Adolf Hitler rischiò il suo Reich nel tentativo criminale di catturare il cuore russo quale spazio vitale, per la sua “razza superiore”. L’opera di Sir Halford contribuì a plasmare le idee del geografo tedesco Karl Haushofer, fondatore della rivista Zeitschrift für Geopolitik, fautore del concetto di Lebensraum e consigliere di Adolf Hitler e del suo vice Rudolf Hess. Nel 1942, il Führer inviò un milione di uomini, 10000 pezzi di artiglieria e 500 carri armati per forzare il Volga a Stalingrado. Alla fine, le sue forze subirono 850000 feriti, uccisi e catturati nel vano tentativo di sfondare il Rimland europeo-orientale nella regione centrale dell’isola-mondo. Un secolo dopo la conferenza di Mackinder, un altro studioso inglese, lo storico degli imperi John Darwin ha sostenuto nel suo saggio Dopo Tamerlano, che gli Stati Uniti avevano raggiunto l'”Imperium colossale… su scala senza precedenti” a seguito della seconda guerra mondiale, divenendo la prima potenza nella storia a controllare i punti strategici assiali “su entrambe le estremità dell’Eurasia” (sua interpretazione di “Euro-Asia” di Mackinder). Temendo l’espansione cinese e russa quale “catalizzatore della collaborazione”, gli Stati Uniti occuparono i bastioni imperiali di Europa occidentale e Giappone. Con questi punti assiali come ancoraggio, Washington costruì un arco di basi militari seguendo il modello marittimo della Gran Bretagna che ha visibilmente lo scopo di circondare l’isola-mondo.

La geopolitica assiale degli USA
Dopo aver preso le estremità assiali dell’isola-mondo da Germania nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati Uniti aumentarono le barriere della potenza militare per contenere Cina e Russia nel cuore eurasiatico. Spogliata dai fronzoli ideologici, la grande strategia anticomunista del “contenimento” della Guerra Fredda di Washington era poco più che un processo di successione imperiale. Il Regno unito esaurito su sostituito ai “margini” marittimi, ma la realtà strategica rimase sostanzialmente la stessa. Infatti, nel 1943, due anni prima della fine della seconda guerra mondiale, un Mackinder invecchiato pubblicò il suo ultimo articolo, “Il Mondo e la Conquista della Pace“, per l’influente rivista degli Stati Uniti Foreign Affairs. In esso ricordò agli statunitensi che aspiravano ad una “grande strategia” nella versione inedita dell’egemonia planetaria, che anche il loro “sogno della forza aerea globale” non cambiava le basi geopolitiche. “Se l’Unione Sovietica emerge da questa guerra come vincitrice sulla Germania”, avvertì, “diverrà la più grande potenza terrestre sul globo”, controllando “la più grande fortezza naturale sulla terra“. Quando si giunse a creare la nuova Pax Americana post-bellica, fondamentale per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’US Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico, integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si basò a Napoli nel 1946 per il controllo dell’Oceano Atlantico e del Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per il Pacifico occidentale; e la Quinta Flotta in Bahrain nel Golfo Persico dal 1995. Successivamente, i diplomatici statunitensi aggiunsero cerchie di alleanze militari, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e trattato di sicurezza nippo-statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano una rete globale di 450 basi militari in 36 Paesi volti, in gran parte, a contenere il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai “rimlands” di Mackinder nel continente eurasiatico. Alla fine della guerra fredda, nel 1990, l’accerchiamento di Cina comunista e Russia richiese 700 basi all’estero, una forza aerea di 1763 jet da combattimento, un vasto arsenale nucleare, più di 1000 missili balistici, una flotta di 600 navi, di cui 15 gruppi tattici di portaerei nucleari, tutti collegati al solo sistema globale di satelliti per le comunicazioni.
Fulcro del perimetro strategico di Washington intorno all’isola mondo è la regione del Golfo Persico, dove da quasi 40 anni è il luogo del continuo intervento statunitense, palese ed occulto. La rivoluzione del 1979 in Iran significò la perdita di un Paese chiave dell’arco di potenza degli Stati Uniti nel Golfo e lasciò Washington lottare per ricostruirsi la presenza regionale. A tal fine, allo stesso tempo sostenne l’Iraq di Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran rivoluzionario e armò i più estremisti mujahidin afghani contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. E’ in tale contesto che Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, scatenò la strategia per sconfiggere l’Unione Sovietica con una agilità geopolitica ancora oggi poco compresa. Nel 1979, Brzezinski, aristocratico polacco declassato e in unica sintonia con le realtà geopolitiche del suo continente nativo, convinse Carter ad intraprendere l’operazione Ciclone con massicci finanziamenti, arrivati a 500 milioni di dollari all’anno alla fine degli anni ’80. Il suo obiettivo: mobilitare i militanti musulmani per attaccare il ventre molle nell’Asia centrale dell’Unione Sovietica e imporre un cuneo islamista nel cuore sovietico, per infliggere contemporaneamente una sconfitta demoralizzante all’Armata Rossa in Afghanistan e staccare il “Rimland” dell’Europa dell’Est dall’orbita di Mosca. “Non abbiamo spinto i russi ad intervenire (in Afghanistan)“, disse Brzezinski nel 1998 spiegando la sua geopolitica nella versione da Guerra Fredda del Grande Gioco “ma consapevolmente aumentammo le probabilità che avvenisse… Quell’operazione segreta fu un’ottima idea. Il suo effetto fu trascinare i russi nella trappola afghana“. Alla domanda sull’eredità di questa operazione, trattandosi di creare un Islam militante ostile agli Stati Uniti, Brzezinski, che ha studiato e spesso cita Mackinder, fu freddamente impenitente. “Cos’è più importante per la storia del mondo?” Chiese. “I taliban o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni musulmani esagitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?” Eppure, anche la splendida vittoria degli USA nella guerra fredda con l’implosione dell’Unione Sovietica, non avrebbe trasformato i fondamenti geopolitici dell’isola-mondo. Di conseguenza, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, la prima incursione estera di Washington nella nuova era fu il tentativo di ristabilire la sua posizione dominante nel Golfo Persico, con l’occupazione di Sadam Husayn del Quwayt quale pretesto. Nel 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, lo storico Paul Kennedy ritornò sul trattato di Mackinder per spiegare questa disavventura apparentemente inspiegabile. “In questo momento, con centinaia di migliaia di truppe statunitensi nei rimlands eurasiatici“, Kennedy scrisse sul Guardian, “sembra che Washington prenda sul serio l’ingiunzione di Mackinder di garantirsi il controllo del ‘perno geografico della storia'”. Se interpretiamo queste osservazioni in modo ampio, l’improvvisa proliferazione delle basi militari USA in Afghanistan e Iraq andava vista come ennesimo tentativo imperiale di avere una posizione centrale ai margini del cuore eurasiatico, come le antiche fortezze coloniali inglesi lungo la Frontiera di Nordovest dell’India. Negli anni successivi, Washington tentò di sostituire i suoi inefficaci soldati a terra con i droni. Nel 2011 l’Air Force e la CIA accerchiarono il continente eurasiatico con 60 basi per la loro flotta di droni, il cui cavallo di battaglia è il Reaper, armato di missili Hellfire e bombe GBU-30, con un raggio di 1150 miglia, potendo da queste basi colpire obiettivi quasi ovunque in Africa e Asia. Significativamente le basi dei droni ora punteggiano i margini marittimi intorno all’isola-mondo, da Sigonella, Sicilia, a Incirlik in Turchia; Gibuti sul Mar Rosso; Qatar e Abu Dhabi nel Golfo Persico; Isole Seychelles nell’Oceano Indiano; Jalalabad, Khost, Kandahar e Shindand in Afghanistan; e nel Pacifico, a Zamboanga nelle Filippine e l’Andersen Air Base sull’isola di Guam, tra gli altri luoghi. Per pattugliare questa periferia, il Pentagono spende 10 miliardi di dollari costruendo una flotta di 99 Global Hawk dotati di telecamere ad alta risoluzione in grado di sorvegliare il terreno per un raggio di cento miglia, sensori elettronici che possono sorvegliare tutte le comunicazioni, e motori efficienti capaci di 35 ore di volo continuo e un’autonomia di 8700 miglia.preview006_risultatoLa strategia della Cina
Le azioni di Washington, in altre parole, sono qualcosa di vecchio, anche se su scala inimmaginabile. Ma l’ascesa della Cina a prima economia del mondo, impensabile un secolo fa, rappresenta qualcosa di nuovo e così rischia di ribaltare la geopolitica marittima che ha plasmato il potere mondiale negli ultimi 400 anni. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla costruzione di una flotta oceanica come gli inglesi, o una flotta aerospaziale globale come gli USA, la Cina raggiunge le profondità dell’isola mondo, nel tentativo di ridisegnare completamente le basi geopolitiche del potere globale. Usa una strategia sottile, che finora ha eluso l’élite al potere a Washington. Dopo decenni di preparazione tranquilla, Pechino ha recentemente iniziato a rivelare la sua grande strategia per il potere globale, agendo attentamente. Il piano in due fasi è volto a costruire un’infrastruttura transcontinentale per l’integrazione economica dell’isola mondo dall’interno, mobilitando forze militari per affettare chirurgicamente l’accerchiamento di Washington. Il primo passo è il progetto mozzafiato di costruite una infrastruttura per l’integrazione economica del continente. Stabilendo una complessa ed enormemente costosa rete di ferrovie alta velocità e alto volume, così come oleodotti e gasdotti per tutta la grande Eurasia, la Cina realizzerà la visione di Mackinder in modo nuovo. Per la prima volta nella storia, il movimento veloce transcontinentale di carichi cruciali, petrolio, minerali e manufatti, sarà possibile su larga scala, quindi unificando potenzialmente questa vasta massa in un’unica zona economica che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In questo modo, la leadership di Pechino spera di spostare il centro del potere geopolitico dalla periferia marittima al cuore del continente. “Le ferrovie trans-continentali ora mutano le condizioni della potenza terrestre“, scrisse Mackinder nel 1904 quando la “precaria” ferrovia a binario unico Transiberiana, la più lunga del mondo, attraversò il continente per 5700 miglia da Mosca a Vladivostok. “Ma il secolo non sarà vecchio prima che tutta l’Asia sia coperta di ferrovie“, aggiunse. “Gli spazi nell’Impero Russo e nella Mongolia sono così vasti, e le loro potenzialità in… carburante e metalli così incalcolabili che un vasto mondo economico, più o meno isolato, vi si svilupperà inaccessibile al commercio oceanico“. Mackinder era un po’ prematuro. La rivoluzione russa del 1917, la rivoluzione cinese del 1949, e i successivi 40 anni di guerra fredda rallentarono un reale sviluppo per decenni. In questo modo, al “cuore” eurasiatico fu negata crescita economica ed integrazione, grazie anche a barriere ideologiche artificiali; cortina di ferro e poi frattura cino-sovietica bloccarono qualsiasi costruzione di infrastrutture nel vasto territorio euroasiatico. Ma non più. Solo pochi anni dopo la fine della guerra fredda, l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale Brzezinski, allora fortemente critico sulla visione globale delle élite politiche repubblicane e democratiche, iniziò a lanciare segnali di avvertimento sull’inetta geopolitica di Washington. “Da quando i continenti iniziarono ad interagire politicamente, circa cinquecento anni fa”, scrisse nel 1998, parafrasando Mackinder, “L’Eurasia è stata il centro del potere mondiale. La potenza che domina l”Eurasia’ controllerà due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo… rendendo l’emisfero occidentale e l’Oceania geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo“. Mentre tale logica geopolitica fu elusa da Washington, venne ben compresa a Pechino. In effetti, negli ultimi dieci anni la Cina ha lanciato il più grande investimento infrastrutturale mondiale, che già conta un trilione di dollari, da quando Washington avviò l’U.S. Interstate Highway System nei lontani anni ’50. Le cifre su rotaie e condotti costruiti sbalordiscono. Tra 2007 e 2014 la Cina ha posto nelle sue campagne 9000 miglia di ferrovie per i nuovi treni ad alta velocità, più del resto del mondo messo insieme. Il sistema ora trasporta 2,5 milioni di passeggeri al giorno a una velocità massima di 240 miglia all’ora. Il sistema sarà completato nel 2030, aggiungendo 16000 miglia di ferrovie ad alta velocità al costo di 300 miliardi di dollari, collegando tutte le principali città della Cina. Allo stesso tempo, la leadership cinese ha cominciato a collaborare con gli Stati vicini su un imponente progetto per integrare la rete ferroviaria nazionale con una rete transcontinentale. Dal 2008, tedeschi e russi si sono uniti ai cinesi nel lancio del “Ponte Eurasiatico”. Due rotte est-ovest, la vecchia Transiberiana a nord e la nuova rotta a sud lungo l’antica Via della Seta, attraverso il Kazakistan, hanno lo scopo di unire tutta l’Eurasia. Sulla rotta più veloce del sud, container di manufatti ad alto valore aggiunto come computer e parti per auto, viaggiano per 6700 miglia da Lipsia, in Germania, a Chongqing, in Cina, in soli 20 giorni, circa la metà dei 35 giorni per viaggiare via mare.
Nel 2013, le Deutsche Bahn AG (ferrovie tedesche) iniziarono a preparare una terza via tra Amburgo e Zhengzhou, riducendo i tempi ad appena 15 giorni, mentre la ferroviaria kazaka apriva il collegamento Chongqing-Duisburg dai tempi simili. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava i piani per la costruzione della più lunga linea ferroviaria ad alta velocità del mondo, al costo di 230 miliardi di dollari. Secondo i piani, i treni potranno percorrere le 4300 miglia tra Pechino e Mosca in soli due giorni. Inoltre, la Cina costruisce due ramificazioni verso sud-ovest e sud, in direzione dei “margini” marittimi dell’isola-mondo. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha firmato un accordo con il Pakistan per spendere 46 miliardi di dollari sul corridoio economico Cina-Pakistan. Autostrade, collegamenti ferroviari e condutture copriranno le quasi 2000 miglia da Kashgar nello Xinjiang, la provincia più occidentale della Cina, all’impianto portuale di Gwadar, in Pakistan, aperto nel 2007. La Cina ha investito più di 200 miliardi di dollari nella costruzione del porto strategico di Gwadar sul Mar Arabico, a 370 miglia dal Golfo Persico. Dal 2011, la Cina ha anche iniziato ad estendere le sue linee ferroviarie nel Laos, nel sud-est asiatico, al costo iniziale di 6,2 miliardi di dollari. Alla fine, una linea ad alta velocità trasporterà passeggeri e merci da Kunming a Singapore, in sole 10 ore. In questo stesso dinamico decennio, la Cina ha costruito una vasta rete di gasdotti e oleodotti trans-continentali per importare combustibili da tutta l’Eurasia ai suoi centri abitati, nel nord, centro e sud-est. Nel 2009, dopo un decennio di lavori, la China National Petroleum Corporation (CNPC) ha aperto la fase finale del Kazakistan-China Oil Pipeline, che si estende per 1400 miglia dal Mar Caspio al Xinjiang. Allo stesso tempo, la CNPC ha collaborato con il Turkmenistan per inaugurare il gasdotto Asia Centrale-Cina, lungo 1200 miglia, in gran parte parallelo al Kazakstan-China Oil Pipeline, il primo a trasportare gas naturale dalla regione alla Cina. Bypassando lo stretto di Malacca controllato dall’US Navy, CNPC ha aperto una pipeline Cina-Myanmar nel 2013 per trasportare petrolio del Medio Oriente e gas naturale birmano lungo le 1500 miglia dal Golfo del Bengala al sud-ovest della Cina. Nel maggio 2014, l’azienda firmava un accordo 30ennale da 400 miliardi con il colosso energetico russo Gazprom per trasportare 38 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno entro il 2018, attraverso una rete settentrionale di gasdotti ancora da completare attraverso Siberia e Manciuria.
Anche se massicci, questi progetti sono solo una parte del boom delle costruzioni che negli ultimi cinque anni ha tessuto una rete di oleogasotti in Asia centrale e meridionale, in Iran e Pakistan. Il risultato sarà presto un’infrastruttura energetica interna integrante la vasta rete russa di oleodotti, che si estende sull’Eurasia dall’Atlantico al Mar Cinese Meridionale. Per sfruttare tali sconcertanti piani di crescita regionali, nell’ottobre 2014 Pechino annunciava la creazione della Banca per investimenti infrastrutturali asiatica. La leadership cinese vede questa istituzione come futura alternativa regionale, e alla fine eurasiatica, alla Banca mondiale dominata dagli Stati Uniti. Finora, nonostante le pressioni di Washington per non aderire, 14 Paesi chiave, tra cui stretti alleati degli Stati Uniti come Germania, Gran Bretagna, Australia e Corea del Sud, hanno firmato. Allo stesso tempo, la Cina ha iniziato a costruire rapporti commerciali a lungo termine con le aree ricche di risorse dell’Africa, così come con Australia e Sud-Est asiatico, nell’ambito del suo progetto d’integrazione economica dell’isola-mondo. Infine, Pechino ha da poco rivelato una strategia abilmente progettata per neutralizzare le forze militari di Washington disposte intorno al perimetro del continente. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha annunciato la costruzione del massiccio corridoio stradale-ferroviario-gasifero dalla Cina occidentale al nuovo porto di Gwadar, in Pakistan, creando la logistica per le future installazioni navali nel Mare Arabico ricco di energia. A maggio, Pechino ha intensificato le pretese sul controllo esclusivo sul Mar Cinese Meridionale, ampliando la base navale di Longpo sull’isola di Hainan a prima struttura per sottomarini nucleari della regione, accelerandone il dragaggio per creare tre nuovi atolli che potrebbero diventare aeroporti militari nelle controverse isole Spratley, e avvertendo formalmente l’US Navy di stare alla larga. Con la costruzione delle infrastrutture militari nel Mar cinese meridionale e nel Mar arabico, Pechino forgia la futura capacità di compromettere chirurgicamente e strategicamente il contenimento militare statunitense. Allo stesso tempo, Pechino sviluppa piani per sfidare il dominio di Washington nello spazio e nel cyberspazio. Per esempio, completerà il proprio sistema satellitare globale entro il 2020, prima sfida al dominio di Washington sullo spazio da quando gli Stati Uniti lanciarono il sistema di 26 satelliti di comunicazione per la difesa nel 1967. Allo stesso tempo, Pechino costruisce una formidabile capacità di cyberguerra.
In un decennio o due, in caso di necessità, la Cina sarà pronta a tagliare chirurgicamente l’accerchiamento continentale di Washington in alcuni punti strategici, senza dover confrontarsi con la potenza globale delle forze armate statunitensi, potenzialmente rendendo inutile la vasta flotta di portaerei, incrociatori, droni, caccia e sottomarini statunitensi. Senza la visione geopolitica di Mackinder e della sua generazione di imperialisti inglesi, l’attuale leadership statunitense non è riuscita a cogliere il significato del cambiamento globale radicale in atto sul territorio euroasiatico. Se la Cina riesce a collegare le sue industrie in crescita alle vaste risorse naturali del cuore eurasiatico, molto probabilmente, come Sir Halford Mackinder previde quella fredda sera di Londra nel 1904, “l’impero mondiale sarà in vista“.Newsilkroad2Alfred W. McCoy, autore di TomDispatch, detiene la cattedra Harrington di Storia presso l’Università del Wisconsin-Madison. È redattore di Endless Empire: Spain’s Retreat, Europe’s Eclipse, America’s Decline e autore di Policing America’s Empire: The United States, the Philippines, and the Rise of the Surveillance State.

Copyright 2015 Alfred McCoy
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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran e una nuova geopolitica dell’energia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 12/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

engdahl1_bkIl tentato accordo tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare iraniano apre la prospettiva della fine di quasi 36 anni di sanzioni economiche statunitensi all’Iran. Viene accolto da minacce di attacchi militari unilaterali da parte di Israele all’Iran per “impedirgli” di sviluppare la bomba nucleare. Un’alleanza che sembrerebbe inverosimile tra la monarchia saudita ultra-conservatrice e il governo d’Israele, emerge contro l’accordo tra Iran e Stati Uniti. La vera domanda è quale sia il motivo più recondito dell’amministrazione Obama sull’Iran. Qui la geopolitica energetica gioca il ruolo principale, come spesso accade nel Medio Oriente ricco di energia. E la Russia è l’obiettivo. Recentemente ho dialogato con Shervin, esperto di energia iraniano che ho conosciuto due anni fa a Teheran, su questi sviluppi. Voglio condividere alcuni punti salienti della discussione. È uno specialista di energia presso la principale agenzia stampa internazionale dell’Iran, Tasnim News Agency. Il discorso fornisce una visione utile nel pensiero degli intellettuali iraniani su sanzioni degli Stati Uniti, possibile ruolo dell’Iran nel mondo e geopolitica dell’energia.

Tasnim: Qual è la tua opinione sulle sanzioni all’Iran?
WE: Le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran sono illegali secondo le norme del diritto internazionale e un atto di guerra, così come le sanzioni contro la Siria e ora la Russia.

Tasnim: I negoziati con l’Iran hanno raggiunto un accordo definitivo che vedrà le sanzioni economiche dell’occidente all’Iran annullate?
WE: Dobbiamo essere chiari. Le sanzioni sono di Washington e dell’unità di guerra finanziaria del Tesoro USA, in particolare le ultime sanzioni sull’uso del sistema interbancario di compensazione SWIFT per vendere petrolio iraniano, un passo inaudito di Washington che ora viene minacciato contro la Russia. L’UE vorrebbe riaprire il commercio con l’Iran. Finché Washington è controllata dalle banche di Wall Street e dal complesso militare-industriale ci si può aspettare qualche scusa, anche con l’accordo nucleare, per continuare le sanzioni in qualche modo. Guardate Cuba.

Tasnim: Come gli attuali bassi prezzi del petrolio influenzano l’economia degli USA?
WE: Il segretario di Stato degli USA John Kerry incontrò il re saudita in Arabia Saudita lo scorso settembre e propose il crollo dei prezzi del petrolio per fare pressione su Iran e soprattutto Russia di Putin, essendo determinati a distruggere l’unica grande potenza militare che potrebbe minacciare la totale egemonia militare del Pentagono. Se la Russia capitola, e sono convinto che non avverrà, il mondo attuale crollerà, l’Iran sarà isolato e distrutto, la Cina anche e tutte le nuove strutture alternative multipolari che si oppongono al totalitarismo sempre più evidente degli egemoni anglo-statunitensi subiranno una sconfitta devastante. Ironia della sorte, lo shock petrolifero saudita dello scorso anno ha un impatto devastante sulla nuova grande industria petrolifera dello scisto in North Dakota, Texas, California ecc. Credo che tra 3-6 mesi inizieremo a vedere una valanga di fallimenti di compagnie petrolifere per l’oltre miliardo di dollari di prestiti delle compagnie petrolifere o di obbligazioni “spazzatura”. Finora le compagnie petrolifere dello scisto hanno inondato il mercato con il loro petrolio per avere il denaro per evitare l’inadempienza bancaria nella speranza che la crisi finisca presto. I tizi di Big Oil come ExxonMobil, Chevron, BP, Shell possono cavalcare la tempesta essendo ben capitalizzati e globalizzati. Per l’economia in generale degli Stati Uniti, praticamente l’unico punto positivo della crescita di posti di lavoro furono le centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro nell’industria dello scisto nazionale. Ma ormai scompaiono rapidamente. L’amministrazione Obama non è riuscita, ancora una volta, a vedere le gravi conseguenze delle proprie azioni. Si sono sparati ai piedi per la guerra petrolifera contro Putin.

Tasnim: Come le sanzioni economiche all’Iran hanno colpito l’economia degli Stati Uniti?
WE: Le sanzioni del Tesoro USA contro l’Iran non hanno praticamente alcun impatto sull’economia statunitense, rendendole così diaboliche.

Tasnim: Le sanzioni economiche all’Iran sono più vantaggiose per gli USA o l’Iran?
WE: In realtà, e l’ho visto quando ero a Teheran due anni fa, s’avvantaggia molto di più l’Iran. Ciò perché vi costringe ad essere autosufficienti e a non lasciare che la vostra economia, le vostre industrie, la vostra agricoltura siano distrutte dalle importazioni occidentali a basso prezzo come hanno fatto tanti Paesi di Asia, Africa e America del Sud. Costringono l’Iran a sviluppare le proprie meravigliose capacità interne, a controllare il proprio credito e a non divenire un vassallo del sistema del dollaro che va in bancarotta. Gli iraniani sono persone molto istruite, molto intelligenti e molto intraprendenti. Penso che si faccia benissimo a non importare iPhone6 o il tossico soia OGM della Monsanto.

Tasnim: Washington ha fatto scendere il prezzo dai sauditi, per danneggiare la Russia e forse l’Iran?
WE: Sì, naturalmente. Fu una ripetizione di ciò che George Schultz e il vicepresidente Bush Sr. fecero nel 1986 permettendo ai sauditi, allora, d’invadere il mercato e far scendere i prezzi al di sotto dei 10 dollari al barile, in modo da mandare in bancarotta l’Unione Sovietica durante la guerra in Afghanistan contro i mujahidin filo-USA di Usama bin Ladin. Ma la gente del dipartimento di Stato e della CIA di Washington è stata piuttosto stupida stavolta. Non ha calcolato che i sauditi avevano la propria agenda con il petrolio a buon mercato, cioè distruggere la crescente concorrenza del petrolio di scisto degli Stati Uniti. Ora è troppo tardi per Obama e Washington invertire facilmente i prezzi petroliferi. La qualità intellettuale dei burocrati di Washington, anche rispetto a trent’anni fa, è miserabile per memoria storica, cultura, economia e strategia. Si noti che alcuni dei peggiori individui della politica estera degli Stati Uniti, come Brzezinski e Kissinger, sollecitano Obama a non provocare una guerra con la Russia. Sanno almeno qualcosa di storia. I neo-conservatori come Victoria Nuland del dipartimento di Stato o il segretario alla Difesa Ashton Carter o Hillary Clinton, che punta il suo sguardo freddo sulla Casa Bianca, non hanno spessore oltre ad essere malvagi. Pertanto sono pericolosi tanto per la loro nazione che per il mondo.

Tasnim: I sauditi vedono nella richiesta di Washington l’opportunità di espellere il fracking statunitense dal mercato, preservando in tal modo il loro mercato statunitense?
WE: Non si tratta del mercato statunitense dei sauditi. Le esportazioni saudite principalmente vanno in Asia oggi, e piuttosto poco, circa 800000 barili al giorno, negli Stati Uniti, dove il consumo di petrolio giornaliero è circa 19 milioni di barili al giorno, il 4%. E’ il mercato globale che i sauditi sono interessati dominare con la leva dell’OPEC araba: Arabia Saudita, Quwayt, Emirati. Senza Iran, naturalmente per i sauditi, ma il conflitto tra sunniti e sciiti, soprattutto quando Washington ha deliberatamente avviato le rivoluzioni colorate della primavera araba alla fine del 2010, mira a creare totale disordine tra i membri dell’OPEC che una volta cooperavano, per stabilire il controllo militare statunitense diretto su tutto il Medio Oriente. I Paesi OPEC e i loro fondi sovrani, con i loro enormi proventi petroliferi, cominciavano a creare le reti bancarie islamiche indipendenti dall’usura e dalla schiavitù del debito occidentale; Tunisia, Libia, Egitto… continuando, in pochi anni il dollaro sarebbe diventato la moneta senza valore di una repubblica delle banane, proprio come la minaccia che Washington vede oggi nei BRICS e nell’Infrastructure Asian Investment Bank. È utile ricordare i due pilastri dell’egemonia di Washington: controllare il denaro tramite Wall Street e avere il dollaro quale valuta di riserva mondiale; e controllare la potenza militare. Il controllo del denaro iniziò a collassare con la stupida deregulation bancaria quando Alan Greenspan era alla Federal Reserve e la conseguente orgia speculativa chiamata Asset Backed Securitization che portò all’inevitabile crisi finanziaria del 2007-2008. Dopo di che, la “soluzione” militare è divenuta sempre più dominante con il pilastro finanziario troppo debole per supportare la spinta al dominio globale, o come Bush e David Rockefeller lo chiamavano, Nuovo Ordine Mondiale. Potrebbe essere utile sapere che oggi tali oligarchi statunitensi, come li chiamo io, sono terrorizzati come mai in 100 anni dal rischio di poter perdere tutto. Sono disperati. Washington oggi è pieno di gente confusa che si scontra e combatte il mondo. E’ un po’ come gli ultimi anni dell’impero romano, nel IV secolo d.C. Ricordando l’antico detto greco, “chi gli dei vogliono distruggere, prima fanno impazzire”. Oggi Washington ha perso l’egemonia e ospita certi pazzi, mentre Israele è guidato dal gangster Binjamin Netanyahu.

Tasnim: La riduzione del prezzo del petrolio per l’Iran è una minaccia o un’opportunità?
WE: Un’opportunità meravigliosa, per assumere un ruolo guida nel nuovo sistema commerciale internazionale ma solo a prezzi che escludono i dollari. Finché il mondo vende il petrolio in dollari, sostiene l’impero del dollaro e si autodistrugge. Qui Cina, Russia e altri giocano un ruolo cruciale con i prezzi in valuta locale, quindi con la de-dollarizzazione delle proprie economie. Oggi l’unica cosa che puntella il sistema del debito mastodontico in dollari USA sono le vendite di petrolio in dollari, il narcotraffico mondiale in dollari e i militari degli Stati Uniti in tutto il mondo come poliziotti globali. Questo è un sistema piuttosto fragile, a mio avviso.

Tasnim: Quali suggerimenti avete per le autorità economiche?
WE: L’Iran è un Paese meraviglioso con belle persone di buon cuore ed enorme intelligenza e risorse economiche. Se fossi a capo dello Stato iraniano avrei indirizzato il mio governo nel pianificare in tutto l’Iran e in tutte le regioni, se non c’è di già, coinvolgendo i cittadini nel dialogo con i funzionari economici regionali per definire gli obiettivi economici prioritari di ogni regione nei prossimi 5 anni (oltre diventa troppo rigido). Proprio come Charles de Gaulle, che non era certo comunista, fece con la sua “Pianificazione” di Jacques Rueff. Poi i ministri del governo centrale si incontrano e rivedono desideri ed esigenze della popolazione dell’Iran e traccia le priorità da realizzare. Vorrei vietare tutti i vaccini occidentali. Una dieta sana e amorevoli famiglia e comunità sono l’unico modo per avere un sistema immunitario sano. Vorrei vietare gli OGM e la Protezione chimica killer come il Roundup della Monsanto, sempre immanente, anche indirettamente tramite la soia o il mais OGM di Stati Uniti e Argentina. La Cina solo ora comprende l’errore nel permettere che il 60% dei suoi semi di soia sia OGM importato. Farei sviluppare la meravigliosa cultura alimentare dell’Iran naturalmente, con metodi naturali e senza chimica, sovvenzionandola con una politica fiscale positiva e punendo l’industria agroalimentare tipo USA con tasse punitive. Oggi gli oligarchi occidentali hanno un semplice ordine del giorno: il genocidio di tutti i non-anglosassoni dalla pelle scura. Ne ho incontrato molti negli anni nelle conferenze di Davos, Francoforte e molti luoghi. Sono razzisti sanguinari, eugenetisti, gente come Gates con i suoi vaccini uccide i neonati e rende sterili le ragazze. Bill Gates, George Soros, David Rockefeller, Warren Buffett, i DuPont, la famiglia Russell della Yale University, e altri i cui nomi non sono così noti. Sono tutte persone fondamentalmente stupide e ridicole, incapaci di vedere le conseguenze di ogni vita che tolgono dalla totalità dell’umanità. Per uccidere “le bocche inutili” come noi, fanno guerre, diffondono malattie, rendono sempre più malati e paralizzati i nostri bambini con i loro vaccini velenosi, distruggono la sana medicina tradizionale non chimica come quella che esiste ancora in alcune parti di Cina, Iran e Russia, in favore di farmaci e tossine delle aziende farmaceutiche occidentali che, tra l’altro, controllano. Creano organizzazioni terroristiche per diffondere le loro guerre di sterminio come al-Qaida in Libia, Iraq, Yemen e nel mondo arabo, il Cemaat di Fethullah Gülen in Turchia e altrove, il SIIL è una creazione di Stati Uniti e servizi segreti israeliani per distruggere Bashar al- Assad e il legame tra Siria, Iran e Iraq.
Washington ora vuole sedurre Iran per allontanarlo dall’alleata Russia e ridurre le esportazioni di gas russo verso la Turchia e l’Unione europea. A mio avviso il futuro dell’Iran non è divenire un nuovo alleato degli attuali neoconservatori di Washington per qualche biscotto economico occidentale; abbandonando la sua alleanza naturale con l’Eurasia, in particolare con Russia, Cina e i Paesi della Shanghai Cooperation Organization. Le riserve accertate di gas naturale dell’Iran sono stimate da BP in circa 34 miliardi di metri cubi, mentre per la Russia sono 33 miliardi di metri cubi. La cooperazione tra queste due superpotenze del gas naturale è essenziale per costruire l’architettura dell’Eurasia in modo vantaggioso per tutti, anche per la Germania e il resto dell’UE. Questa è un’occasione d’oro per allontanare la geopolitica energetica globale dalle potenze dell’asse Washington-Londra-Riyadh che la controllano dall’accordo iniziale tra il presidente statunitense Roosevelt e il re saudita Ibn Saud del 1943, dando alle transnazionali petrolifere statunitensi di Rockefeller il controllo esclusivo delle vaste ricchezze petrolifere dell’Arabia Saudita.

screenshot 2015-01-20 08.09.56.pngF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il fascino discreto dell’AIIB cinese

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 8 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAuroraasianbank4-wb2Le motivazioni che operano nella mente cinese, mentre avanza l’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB), continuano ad essere argomento di discussioni animate. Diverse interpretazioni sono possibili, ve n’è una gamma incredibile. E’ un obiettivo a senso unico o ce ne sono altri? Sono prevalse considerazioni economiche o, come nella buona economia, la politica non può esserne separata? L’iniziativa dell’AIIB è un’altra manifestazione “assertiva” della Cina o un vero e proprio esempio di cooperazione “piena”? L’AIIB è una lama puntata al cuore del sistema di Bretton Woods? La Cina distrugge o crea? L’AIIB è una sfida strategica all’egemonia globale degli Stati Uniti? La Cina spera di governare il mondo con il potere del denaro, non importa quanto sia grande la superiorità militare degli Stati Uniti? Queste sono tutte domande plausibili, e la risposta ad ognuna di esse non può bastare a spiegare i calcoli della Cina sull’AIIB. Nel frattempo, un’altra domanda si pone: Pechino ha deciso la rotta e l’AIIB viene implementata secondo un copione prestabilito; o la Cina improvvisa e si sintonizza sull’iniziativa mentre l’AIIB salta fuori dai progetti imponendosi e ampliandosi ben oltre le aspettative di Pechino, anche in parti del mondo considerate improbabili? Un editoriale sul New York Times del noto accademico, autore e studioso della Cina presso la Johns Hopkins, Ho-Fung Hung, traccia un’interpretazione romanzesca sorprendente per la semplicità e accattivante freschezza, cioè che iniziative multilaterali come AIIB e Banca dei BRICS in realtà implichino “un vincolo auto-imposto” dalla Cina verso le “iniziative bilaterali aggressive” (dai successi irregolari) che la Cina aveva perseguito finora, e che base del cambiamento dell’approccio essenzialmente sia la necessità di adottare una via alternativa per proficui investimenti all’estero da parte del massiccio fondo sovrano accumulato, cercando “di coprirli e legittimarli con la partecipazione di altri Paesi“. A sostegno di ciò, il viceministro delle finanze cinese Shi Yaobin avrebbe detto che Pechino è consapevole che “la quota di ogni aderente” di potere decisionale nella nuova AIIB, “diminuirà proporzionalmente al progressivo aumento dei Paesi aderenti“, cioè la Cina consapevolmente si tarpa deliberatamente le ali nell’ambito decisionale dell’AIIB. (NYT) Certo, c’è il merito nell’argomento. E’ inconcepibile che Paesi come Gran Bretagna, Francia o Germania vogliano essere membri fondatori dell’AIIB senza la speranza di potervi decidere le politiche di gestione e prestito. Vi sono segnalazioni secondo cui la Cina ha fatto un buon lavoro persuadendo le influenti potenze europee a collaborare al progetto AIIB garantendo che Pechino è disposta a concedere diffusi poteri decisionali e che lo spirito ‘win-win’ vi prevarrà. Dovremo aspettare giugno, quando la carta dell’AIIB sarà pronta, per una decisione definitiva. Ma il fatto che la Cina dimostri spirito democratico, coinvolgendo i soci fondatori in discussioni attive, è un segno positivo. Nel frattempo, è possibile trarre già alcune conclusioni politiche.
A dire il vero, l’AIIB è un colpo da maestro della Cina dal punto di vista politico e diplomatico. Un vantaggio minimo irriducibile per la Cina che in qualche modo intacca l’immagine di crescente potenza “assertiva” nella regione asiatica. In questo senso, la strategia del “pivot in Asia” degli Stati Uniti, volta a contene la Cina, viene messa sulla difensiva. L’AIIB rende il progetto Trans-Pacific Partnership degli USA (che esclude la Cina) ancora più inane. Secondo indicazioni, c’è la buona possibilità che il Giappone possa finalmente decidere di entrare nell’AIIB. Se accadesse, gli Stati Uniti rimarrebbero senza alternativa se non associarsi all’AIIB attraverso una formula che ne salvi la faccia (e che la Cina potrebbe facilmente accettare). In secondo luogo, vi è stata l’ernome “defezione” dei tradizionali alleati dagli Stati Uniti sul progetto AIIB, nonostante i robusti sforzi di Washington per impedire che ciò accadesse. Una cosa del genere non era mai accaduta prima nel mondo degli affari. Sicuramente, si va degradando l’influenza degli Stati Uniti sugli alleati europei. In terzo luogo, se la Cina dimostra come un sistema di governo democratizzato si possa combinare con politiche di prestiti non prescrittiva, diventa assai difficile rinviare ulteriormente la tanto necessaria riforma di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Infine, la saga dell’AIIB testimonia la tendenza, percettibile ultimamente, della Cina ad allontanarsi dal primato precedentemente assegnato in politica estera alle relazioni con gli USA. L’AIIB ‘punta’ ai Paesi in via di sviluppo e l’iniziativa “Belt and Road” si concentra su un’ampia rete di Paesi in via di sviluppo dell’Asia del sud-est, del sud e centrale, di Medio Oriente e Africa; in ogni caso, la Via della Seta risale a prima che Colombo scoprisse l’America.

the-straits-times-photo_20141106091109Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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