La guerra delle petrovalute

Gulam Asgar Mitha (Canada) Oriental Review 22 marzo 2015Us Dollar Versus China YuanLa segretaria di Stato Hillary Clinton, nel 2007 chiese all’ex-primo ministro australiano Kevin Rudd “come imporsi ai propri banchieri?”, preoccupata per i crescenti potere e presa della Cina sulle finanze USA, e secondo Wikileaks Rudd disse a Clinton di usare la forza come ultima risorsa. I cinesi si fidano degli USA? Da superpotenze, sono diffidenti. Per gli USA è sempre stata questione di affari, non di amicizia o interesse altrui, ma dei propri. Ciò è comprensibile. Sull’arroganza statunitense, una volta lessi da qualche parte che tale arroganza era piovuta dall’eroe greco di qualche tragedia classica. Entriamo in una nuova epoca, quella della guerra valutaria che metterà alla prova la forza dell’economia statunitense e del dollaro contro la forza dell’economia cinese e dello yuan. La corda nel tiro alla fune sarà il greggio. L’egemonia economica statunitense è contestata dalla Cina e di conseguenza è naturale che gli Stati Uniti cerchino di mantenere la loro posizione geopolitica e finanziaria globale. Tra tali giganti, il sistema finanziario globale potrebbe essere completamente ridefinito con una guerra devastante in Medio Oriente. Qualche anno fa lessi il libro “Petrodollar Warfare” di William Clark, pubblicato nel 2005, quando l’euro era una moneta in crescita e lo yuan un sogno lontano. Clark scrisse che la logica dell’intervento (in Iraq) non era solo il controllo dei giacimenti petroliferi, ma anche dei mezzi con cui il petrolio viene scambiato sui mercati mondiali. Sadam fu deposto dagli Stati Uniti e dai loro alleati arabi (che avevano i dollari come valuta di riserva) perché si rifiutava di vendere petrolio in dollari USA. La stessa sorte fu inflitta alla Libia di Gheddafi. Ora l’Iran è nel mirino degli USA non perché svilupperebbe la bomba nucleare che la CIA nega, ma perché vende il petrolio in diverse valute nella sua borsa sull’isola di Kish. La Cina compra petrolio nei mercati internazionali da Paesi che accettano lo yuan. Secondo l’US Energy Information Agency (EIA), la Cina nel 2013 è diventata la seconda importatrice di petrolio con 6,2 milioni di barili/giorno (MMBOPD), leggermente dietro gli Stati Uniti a 6,6 MMBOPD. Sempre per l’EIA, la Cina diverrà il maggiore importatore di petrolio nel 2014-15. Non solo, ma la produzione di petrolio della Cina tramite l’acquisizione di azioni all’estero è aumentata dai pochi 150000 barili al giorno del 2005 ai 2,7 MMBOPD nel 2013. La Cina importa il 52% del petrolio greggio dal Medio Oriente (10% dall’Iran e 20% dall’Arabia Saudita), mentre al contrario gli Stati Uniti hanno ridotto le proprie importazioni dall’Arabia Saudita al 16%, mentre le importazioni dal Canada sono in costante aumento. Nel 2010 la produzione di petrolio degli Stati Uniti era 9,7 MMBOPD e il consumo del 19,2 MMBOPD. Tale equilibrio è cambiato nel 2014, la produzione di petrolio è aumentata a 13,4 MMBOPD grazie allo scisto, mentre il consumo è diminuito a 18,7 MMBOPD grazie all’energia alternativa e all’efficienza dei carburanti. Le importazioni nette, quindi, sono ulteriormente diminuite nel 2014 di 1,3 MMBOPD (fonte: EIA)
Da oltre 40 anni il dollaro degli Stati Uniti ha goduto della posizione di rendita di valuta di riserva globale. Nel 1971, il presidente Richard Nixon ordinò la cancellazione della convertibilità diretta del dollaro degli Stati Uniti in oro per via dell’inflazione causata dalla guerra del Vietnam, dal deficit commerciale e dall’aumento del prezzo del petrolio che svalutò il dollaro rispetto al prezzo dell’oro stabilito a Bretton Woods, che legava indirettamente tutte le altre valute (tra cui la sterlina inglese) al gold standard, con cui le banche centrali commerciavano l’oro sulla base del rapporto di 35 dollari USA per oncia. Subito dopo, Nixon negoziò con l’Arabia Saudita affinché i prezzi del petrolio, in futuro, fossero denominati in dollari USA scollegando l’oro del gold standard dallo standard dell’oro nero, in cambio di armi e protezione. Tutti i tredici Paesi OPEC, tra cui l’Iran, adottarono la vendita del petrolio in dollari USA. Ciò permise agli Stati Uniti di esportare gran parte della propria inflazione. Nel gennaio 2015, la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) ha pubblicato un documento intitolato Credito globale in dollari: collegamenti tra politica monetaria e di leva indicando “che dalla crisi finanziaria globale (del 2008), banche e investitori obbligazionari hanno aumentato la circolazione creditizia in dollari statunitensi, presso mutuatari non bancari al di fuori degli Stati Uniti, da 6000 miliardi di dollari a 9 trilioni (erano 2000 miliardi dollari nel 2001). Tale incremento dovuto al quantitative easing (QE) della Federal Reserve Bank ha implicazioni sulla comprensione della liquidità globale e la trasmissione della politica monetaria“. Il rapporto analizza l’entità impressionante e sconvolgente del debito globale in dollari USA. Nel linguaggio profano il debito è il risultato diretto della stampa di dollari statunitensi dal 2008. Secondo SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) lo yuan cinese è diventato una delle primi cinque valute di pagamento del mondo, nel novembre 2014, superando il dollaro canadese e il dollaro australiano. I pagamenti globali in yuan sono aumentati del 20,3 per cento nel dicembre 2014. CIPS (China International Payments System) avvicinerà lo yuan alle altre principali valute mondiali come dollaro statunitense, yen, sterlina ed euro. E’ possibile che in pochi anni lo yuan condivida la stessa posizione con il dollaro quale petrovaluta e che il prezzo del petrolio sarà sia in yuan che in dollari. Ciò causerà una massiccia migrazione di dollari negli Stati Uniti da Paesi e investitori stranieri con conseguente iperinflazione. Dopo aver spiegato l’impatto dello yuan in pochi anni e la dipendenza del debito globale a causa delle politiche di QE degli Stati Uniti, rivolgiamo la nostra attenzione al nuovo CIPS che sarà lanciato entro la fine del 2015 in alternativa a SWIFT, collegando oltre 9000 istituzioni finanziarie in 200 Paesi, agevolando le transazioni valutarie globali. Secondo Reuters del 9 marzo 2015 “il lancio di CIPS eliminerà uno dei maggiori ostacoli all’internazionalizzazione dello yuan e dovrebbe aumentare notevolmente l’uso globale della valuta cinese, tagliando costi e tempi delle transazioni“. Secondo Reuter “CIPS diverrà la superstrada dello yuan”.
In questi scenari, i 40 anni di matrimonio di convenienza politica ed economica tra Arabia Saudita e Stati Uniti probabilmente cambieranno. L’Iran potrebbe emergere come superpotenza regionale in Medio Oriente e stretto alleato dei cinesi e russi nella Shanghai Cooperation Organization (SCO). Una nuova OPEC con le testate nucleari, come suggerito dal professor David Wall sul Journal of International Affair di Matthew Brummer, Shanghai Cooperation Organization e Iran: una potente unione. Ciò potrebbe portare alla 3.za guerra mondiale, che la storia potrebbe chiamare “La guerra delle petrovalute”?Chine-Russie-OrGulam Asgar Mitha è un ex-ingegnere della sicurezza. Ha collaborato con diverse compagnie petrolifere e gasifere nordamericane e internazionali ed ha lavorato in Libia, Qatar, Pakistan, Francia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Calgary, in Canada, ed ama leggere e seguire le attuali questioni politiche globali. In esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Piano B dell’Europa: gli “alleati” mollano Obama aderendo alla Bank of Infrastrutture della Cina

Tyler Durden Global Research, 17 marzo 2015aiib2Sembra che il mare della de-dollarizzazione abbia raggiunto le coste dell’Europa. Con Australia e Regno Unito che già aderiscono all’AIIB della Cina, FT riporta che Francia, Germania e Italia sono d’accordo nell’aderire alla banca di sviluppo, il ‘perno in Asia’ appare essere il Piano B dell’Europa. Come Greg Sheridan ha già osservato, “la saga della Banca della Cina è quasi un caso da manuale del fallimento della politica estera di Obama“, ma come conclude FT, le decisioni europee rappresentano una significativa sconfitta per l’amministrazione Obama, che ha sostenuto che i Paesi occidentali potrebbero avere più influenza sulla nuova banca se ne rimanessero tutti fuori. Come nota Forbes, ciò lascia ad Obama 3 opzioni scomode…
Come riporta FT, “Francia, Germania e Italia hanno accettato di seguire l’esempio della Gran Bretagna partecipando alla banca di sviluppo internazionale della Cina, secondo i funzionari europei, colpendo gli sforzi degli Stati Uniti per tenere i principali Paesi occidentali fuori dalla nuova istituzione. La decisione dei tre governi europei viene dopo che la Gran Bretagna annunciava che avrebbe raggiunto l’Infrastructure Asian Investment Bank da 50 miliardi, potenziale rivale della Banca Mondiale di Washington. … Le decisioni europee rappresentano una significativa sconfitta dell’amministrazione Obama, che ha sostenuto che i Paesi occidentali potrebbero avere più influenza sulla nuova banca se ne rimanessero tutti fuori, aumentando gli standard sui prestiti. L’AIIB, ufficialmente inaugurato dal presidente cinese Xi Jinping lo scorso anno, è un elemento dell’ampia spinta cinese nel creare nuove istituzioni finanziarie ed economiche per aumentarne l’influenza internazionale. E’ diventato tema centrale nella crescente contesa tra Cina e Stati Uniti su chi definirà le regole economiche e commerciali in Asia nei prossimi decenni”.
Questo segue Australia e Regno Unito… “L’Australia, alleato chiave degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico, sottoposto a pressione da Washington affinché rimanesse fuori dalla nuova banca, ha detto che ora ci ripenserà su tale posizione. Quando la Gran Bretagna ha annunciato la decisione di aderire all’AIIB, l’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che rientrava nella tendenza alla “continua sistemazione” di Londra verso la Cina. I funzionari inglesi furono relativamente trattenuti nel criticare la Cina sulla gestione delle proteste pro-democrazia a Hong Kong, l’anno scorso. La Gran Bretagna ha cercato di acquisire il “vantaggio del promotore” firmando con la nascente banca cinese prima degli altri membri del G7. La Gran Bretagna spera di affermarsi come meta numero uno degli investimenti cinesi e i funzionari inglesi non se pentono”.
Il che, come spiega Forbes, “lascia ad Obama tre opzioni…
1) Continuare a premere sugli alleati per non aderire all’AIIB, finché non ne controlleranno la governance;
2) Partecipare all’AIIB;
3) Eliminare il problema.
L’opzione uno è chiaramente una proposta perdente. Non ha senso spendere capitale politico per convincere attori regionali ed altri a non aderire alla banca. È un problema di piccola portata che fa apparire gli Stati Uniti deboli in un momento in cui la loro influenza nella regione è comunque molto forte. Opzione due, io, come praticamente ogni altro analista sulla Cina al di fuori del governo degli USA, ritiene da ottobre che gli Stati Uniti debbano aderire all’AIIB. Ci sono diversi motivi per cui sarebbe una buona idea. Consentirebbe agli Stati Uniti di sedervi dove potrebbe essere una forza positiva per una migliore governance e un critico interno, se le cose andassero male. Inoltre, contribuirebbe a garantirsi che le imprese statunitensi abbiano un accesso equo alle offerte che scaturiranno dal finanziamento degli investimenti dell’AIIB. Aderirvi ora difficilmente ne salverebbe la faccia, ma gli Stati Uniti potrebbero riconoscere pubblicamente la necessità del finanziamento in Asia che l’AIIB può fornire, avviandosi rapidamente a cooperare con Australia, Corea del Sud e Giappone per elaborare i principi di una comune adesione.
Opzione tre, gli Stati Uniti si allontanerebbero dall’AIIB evitando di premere sugli altri Paesi che potrebbero risentire dall’adesione degli Stati Uniti e lasciare che l’AIIB cresca o cada per propri meriti. Risorse e infrastrutture cinesi incontrano notevoli difficoltà in un certo numero di Paesi, tra cui Zambia, Myanmar, Vietnam, Brasile e Sri Lanka. Se l’AIIB non va meglio delle banche di sviluppo della Cina, sarà una macchia non solo per Pechino, ma anche per tutti gli altri Paesi che vi partecipano. Se non sarà come Banca Mondiale e Banca asiatica di sviluppo, allora sarà una gradita aggiunta al finanziamento del Mondo in via di sviluppo. Gli Stati Uniti non devono aderire ad ogni organizzazione regionale in Asia-Pacifico; non sono nella Shanghai Cooperation Organization, per esempio, e sono solo osservatori alla Conferenza su Interazioni e misure di fiducia in Asia. Possono evitare l’AIIB o assumervi lo status di osservatore. La priorità di Washington dovrebbe essere la promozione di ideali e istituzioni propri con il perno o il riequilibrio, anziché bloccare le iniziative cinesi, se non assolutamente necessario. (Non confondiamo lo sforzo della Cina di sviluppare l’AIIB con la spinta ad attuare l’Air Defense Identification Zone, per esempio). L’opposizione all’Infrastructure Investment Asiatic Bank è diventata una macina al collo di Washington. È tempo di togliersela, in un modo o nell’altro”.
La de-dollarizzazione continua… Come ha recentemente concluso Simon Black, ora possiamo vedere le parole divenire fatti… “‘Gli alleati’ potrebbero essere fin troppo educati nel dire in faccia agli Stati Uniti, “Guardate, avete 18100 miliardi dollari di debito ufficiale, 42000 miliardi di dollari di passività non finanziate, e siete dei cazzoni. Vi molliamo. Così, invece si persegue l’approccio del “non sa chi sono io”. Ma a chi interessa è abbastanza evidente dove tale tendenza porta. Non passerà molto tempo prima che le altre nazioni occidentali saltino sul carro anti-dollaro con i fatti e non solo a parole”.
In fondo non si tratta di teoria o ipotesi. Ogni brandello di prova oggettiva suggerisce che il dominio del dollaro volge al termine.

1420608736Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La de-dollarizzazione globale e gli Stati Uniti

Vladimir Odintsov New Eastern Outlook, 02/02/2015

A U.S. $100 banknote is placed on top of  100 yuan banknotes in this picture illustration taken in BeijingLa ricerca del dominio mondiale, che la Casa Bianca porta avanti da più di un secolo, si basa su due strumenti principali: il dollaro e la forza militare. Per evitare che Washington stabilisca la completa egemonia globale, alcuni Paesi recentemente rivedono le loro posizioni verso questi due elementi sviluppando alleanze militari alternative e spezzando la dipendenza dal dollaro. Fino alla metà del XX secolo, il gold standard è stato il sistema monetario dominante, basato sulla quantità fissa di riserve auree stoccate nelle banche nazionali, limitando i prestiti. A quel tempo, gli Stati Uniti possedevano il 70% delle riserve auree del mondo (esclusa l’URSS), quindi indebolirono il concorrente Regno Unito creando il sistema finanziario di Bretton Woods nel 1944. Qui il dollaro divenne la moneta predominante nei pagamenti internazionali. Ma un quarto di secolo dopo tale sistema si rivelò inefficace per l’incapacità di contenere la crescita economica di Germania e Giappone, oltre alla riluttanza degli Stati Uniti nel regolare le politiche economiche per mantenere l’equilibrio dollaro-oro. A quel tempo, il dollaro subì un drammatico declino, ma fu salvato grazie al sostegno dei ricchi esportatori di petrolio, soprattutto una volta che l’Arabia Saudita iniziò a scambiare il suo oro nero con le armi degli Stati Uniti e il supporto alle trattative con Richard Nixon. Perciò, il presidente Richard Nixon nel 1971 ordinò unilateralmente la cancellazione della convertibilità diretta del dollaro degli Stati Uniti con l’oro, e stabilì il sistema di valuta giamaicana in cui il petrolio era alla base del sistema del dollaro. Pertanto, non è un caso che da quel momento il controllo sul commercio di petrolio divenne la priorità della politica estera di Washington. In seguito al cosiddetto Nixon Shock gli impegni militari statunitensi in Medio Oriente e altre regioni produttrici di petrolio subirono un forte aumento. Una volta che tale sistema fu sostenuto dall’OPEC, la domanda globale di petrodollari aumentò mai come prima. I petrodollari divennero la base del dominio USA sul sistema finanziario globale, costringendo gli altri Paesi ad acquistare dollari per comprare petrolio sul mercato internazionale.
template_clip_image015 Gli analisti ritengono che la quota degli Stati Uniti sul prodotto interno lordo mondiale, oggi, non superi il 22%. Tuttavia, l’80% dei pagamenti internazionali avviene in dollari USA. Di conseguenza, il valore del dollaro è estremamente elevato rispetto alle altre valute, perciò i consumatori degli Stati Uniti ricevono merci importate a prezzi estremamente bassi, fornendo agli Stati Uniti un significativo profitto finanziario, mentre l’alta domanda di dollari nel mondo permette al governo degli Stati Uniti di rifinanziare il proprio debito a tassi d’interesse molto bassi. In tali circostanze, chi va contro il dollaro è considerato una minaccia diretta all’egemonia economica e agli elevati standard di vita dei cittadini statunitensi, quindi i circoli politici e d’affari a Washington tentano con ogni mezzo di opporsi a questo processo. Ciò si manifestò con il rovesciamento e il brutale assassinio del leader libico Muammar Gheddafi, che decise di passare all’euro nei pagamenti del petrolio, prima d’introdurre il dinaro d’oro per sostituire la moneta europea. Tuttavia, negli ultimi anni, nonostante il desiderio di Washington di usare qualsiasi mezzo per sostenere la propria posizione internazionale, le politiche degli Stati Uniti incontrano sempre più spesso opposizione. Di conseguenza, un numero crescente di Paesi cerca di abbandonare il dollaro statunitense, e la dipendenza dagli Stati Uniti, perseguendo una politica di de-dollarizzazione. Tre Stati sono particolarmente attivi in questo campo, Cina, Russia e Iran. Questi Paesi cercano di raggiungere la de-dollarizzazione a passo di corsa, insieme ad alcune banche e società energetiche europee attive nei loro territori.
Il governo russo ha tenuto una riunione sulla de-dollarizzazione nella primavera 2014, dove il Ministero delle Finanze annunciò il piano per aumentare la quota di accordi in rubli e il conseguente abbandono del cambio del dollaro. Lo scorso maggio, in occasione del vertice di Shanghai, la delegazione russa firmò il cosiddetto “affare del secolo” per l’acquisto, nei prossimi 30 anni, di 400 miliardi di dollari di gas russo dalla Cina, pagando in rubli e yuan. Inoltre, nell’agosto 2014 una società controllata da Gazprom annunciava la disponibilità ad accettare il pagamento in rubli di 80000 tonnellate di petrolio, dai giacimenti artici, da inviare in Europa, mentre il pagamento del petrolio fornito dall’oleogasdotto “Siberia orientale – Pacifico” potrà essere in yuan. Lo scorso agosto, mentre era in visita in Crimea, il presidente russo Vladimir Putin annunciava che “il sistema dei petrodollari dovrebbe diventare storia” mentre “la Russia discute l’uso di monete nazionali nelle transazioni con un certo numero di Paesi“. Queste misure, adottate di recente dalla Russia, sono le vere ragioni delle sanzioni occidentali. Negli ultimi mesi, la Cina s’è anche attivata in questa campagna “anti-dollaro”, dato che ha firmato accordi con Canada e Qatar per il cambio in valute nazionali, facendo del Canada il primo hub oltreoceano dello yuan in Nord America. Questo fatto da solo potenzialmente raddoppierebbe o addirittura triplicherebbe il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi, dato che il volume dell’accordo di cambio stipulato tra Cina e Canada è pari a 200 miliardi di yuan. L’accordo della Cina con il Qatar sul currency swap diretto tra i due Paesi equivale a 5,7 miliardi di dollari colpendo duramente i petrodollari, divenendo la base per l’utilizzo dello yuan nei mercati del Medio Oriente. Non è un segreto che i Paesi produttori di petrolio del Medio Orussia-declares-warriente abbiano scarsa fiducia nel dollaro USA, a causa della esportazione d’inflazione, quindi altri Paesi OPEC potrebbero firmare accordi con la Cina. Nella regione del Sud-Est asiatico, la creazione di un centro di compensazione a Kuala Lumpur, che promuoverà un maggiore uso dello yuan, è un altro importante passo della Cina nella regione. Ciò si è verificato meno di un mese dopo che il centro finanziario leader in Asia, Singapore, era divenuto il centro di scambio dello yuan nel Sudest asiatico, dopo aver stabilito un rapporto diretto tra dollaro di Singapore e yuan. La Repubblica islamica dell’Iran ha recentemente annunciato la riluttanza ad usare dollari USA nel commercio estero. Inoltre, il presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbaev, ha recentemente incaricato la Banca nazionale della de-dollarizzazione dell’economia nazionale. In tutto il mondo, le richiesta di creare un nuovo sistema monetario internazionale è sempre più forte. In tale contesto va osservato che il governo inglese ha intenzione di emettere titoli di debito in yuan, mentre la Banca Centrale Europea discute la possibilità d’includere lo yuan nelle sue riserve ufficiali. Queste tendenze appaiono ovunque, ma con la propaganda anti-russa, i media occidentali preferiscono tacere su questi fatti, in particolare quando l’inflazione negli Stati Uniti è alle stelle. Negli ultimi mesi, la percentuale di obbligazioni del Tesoro USA nelle riserve valutarie russe è diminuita rapidamente, venendo vendute a un ritmo record, mentre la stessa tattica è utilizzata da numerosi Stati. A peggiorare le cose per gli Stati Uniti, molti Paesi cercano di riprendersi le loro riserve auree negli Stati Uniti, depositate presso la Federal Reserve Bank. Dopo lo scandalo del 2013, quando la Federal Reserve degli Stati Uniti rifiutò di restituire le riserve d’oro tedesche al proprietario, i Paesi Bassi raggiunsero la lista dei Paesi che cercano di recuperare l’oro dagli Stati Uniti. Se avessero successo i Paesi che cercano il rientro delle riserve auree, ciò si tradurrebbe in una grave crisi per Washington.
I fatti qui riportati indicano che il mondo non vuole più affidarsi ai dollari. In queste circostanze, Washington usa la politica dell’aggravamento della destabilizzazione regionale che, secondo la strategia della Casa Bianca, dovrebbe considerevolmente indebolire i potenziali rivali degli USA. Ma c’è scarsa speranza che gli Stati Uniti sopravvivano al caos che hanno scatenato nel mondo.

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Questi sono i nemici di tutto ciò che ci è caro in America. I vostri figli devono ucciderli per noi!

Vladimir Odintsov, commentatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – StoAurora

Shanghai e Hong Kong: le nuove borse collegate

Ariel Noyola Rodríguez
Ariel Noyola Rodríguez dell’Observatorio Económico de América Latina dell’Instituto de Investigaciones Económicas dell’Universidad Nacional Autónoma de México. Redattore della rivista Contralínea (Messico) e collaboratore della Rete Voltaire (Francia).
scmp_10apr14_bz_exchange1_ci6e6167a_42245791Il collegamento tra le borse di Shanghai e Hong Kong rappresenta un evento storico per i mercati finanziari internazionali. Il progetto recentemente approvato apre la via all’internazionalizzazione dello yuan, passo fondamentale per lo sviluppo finanziario della Cina continentale. In campo finanziario, la Grande Muraglia cinese è cambiata radicalmente lunedì 17 novembre, accelerando il processo di apertura ai capitali: le borse di Shanghai e Hong Kong collegano le loro operazioni attraverso un nuovo programma chiamato “Stock Connect“, consentendo agli investitori internazionali di acquistare e vendere più di 500 azioni tipo A cinesi dal centro finanziario di Hong Kong. Dall’annuncio, il collegamento tra mercati azionari ha sollevato grandi aspettative tra le autorità finanziarie asiatiche. Con la cooperazione finanziaria, compresa la dimensione geopolitica della rivalità tra valute del sistema monetario internazionale, il programma “Stock Connect” contribuisce in modo decisivo a raggiungere gli obiettivi delineati dal XII Piano quinquennale (2011-2015). Charles Li, CEO della Borsa di Hong Kong, ha detto ai primi di aprile 2014: “Siamo convinti che questo progetto aprirà la strada a un mercato dei capitali più aperto (…) contribuendo a promuovere l’internazionalizzazione del Renminbi. Possiamo anche offrire nuove opportunità e costruire ad affermare Hong Kong quale centro finanziario internazionale”. Dal 2002, gli investitori globali potevano acquistare titoli cinesi solo attraverso il Programma cinese per gli Investitori Istituzionali Esteri Qualificati (QFII nell’acronimo in inglese). Il progetto aveva diversi ostacoli normativi, per esempio era subordinato alla firma di un memorandum d’intesa tra la Cina e il Paese di origine dell’agente finanziario, così come ai limiti d’investimento. Nel 2012 tuttavia, le autorità di vigilanza di Pechino annunciarono la creazione di un nuovo meccanismo, il Programma cinese per Investitori Istituzionali Esteri Qualificati in Renminbi (RQFII, nell’acronimo in inglese). L’avvio di RQFII, al completamento delle operazioni QFII, varcava i confini asiatici coinvolgendo sempre più Paesi nel commercio e negli investimenti finanziari espressi in “moneta del popolo” (renminbi). Alla fine del 2013, George Osborne, ministro delle Finanze inglese, annunciava il lancio della City di Londra quale mercato finanziario in yuan leader in occidente. Successivamente, gli investitori inglesi cominciarono ad acquistare e vendere strumenti finanziari di origine cinese per l’ammontare massimo di 80 miliardi di dollari. Successivamente, Germania e Francia hanno cominciato a condurre operazioni simili in Europa. ultimamente, RQFII è stato adottato da Qatar e Canada per una quota massima di 30 e 50 miliardi di dollari rispettivamente. A livello globale, le quote degli otto Paesi sottoscritte oggi nel progetto di investimento, ammontano a un totale di 720 miliardi di dollari. Il nuovo programma pilota “Stock Connect“, a differenza dei due precedenti progetti (QFII e RQFII) riduce il tempo di attesa affinché un investitore inizi ad acquistare e vendere azioni di società cinesi, funzionando tramite quote massime d’investimento, i cui limiti non sono decisi dagli investitori, ma dal mercato.
Le regole per i flussi di capitale tra le due borse sono fondamentalmente di due tipi:
Da un lato, investimenti diretti dal mercato azionario di Hong Kong a quello di Shanghai, o “Northbound“. Gli investitori internazionali possono acquistare e vendere azioni di 568 aziende cinesi relative a sanità, materiali industriali e beni di consumo. Il limite d’investimento è di 49 miliardi di dollari (300 miliardi di yuan) e la quota giornaliera è di 2,127 miliardi di dollari (13 miliardi di yuan). Dall’altra parte, investimenti diretti dal mercato azionario di Shanghai a Hong Kong, o “Southbound“. Gli investitori cinesi hanno accesso ai titoli delle 266 società quotate ad Hong Kong e le cui azioni rappresentano oltre l’82 per cento della capitalizzazione totale del mercato. Il limite d’investimento è di 41 miliardi di euro (250 miliardi di yuan) e la quota giornaliera di 1,718 miliardi di dollari (10,5 miliardi di yuan). Inoltre, gli investitori via ‘Southbound‘ devono avere minimo 500000 yuan (81833 dollari) in un conto bancario. Non c’è dubbio che, anche se il collegamento tra Shanghai e Hong Kong contribuirà a rafforzare gradualmente la leadership mondiale della Cina e dello yuan, sia anche un meccanismo d’ingegneria finanziaria per alleviare, almeno nel breve termine, le contraddizioni crescenti al regime interno di accumulazione. In primo luogo, vi sono molti sospetti sulla solvibilità del sistema bancario cinese, dovuti alla crisi legata agli investimenti eccessivi e alla sovracapacità nel settore immobiliare. Nella sua relazione per il terzo trimestre del 2014, la Banca popolare della Cina ha confermato di aver effettuato due iniezioni di liquidità, durante l’anno, per un totale di 125,9 miliardi di dollari (769,25 miliardi di yuan). Inoltre, diverse ricerche scientifiche stimano ad oltre 250 per cento la somma del debito pubblico e privato, in percentuale del PIL. Inoltre, la crescita esponenziale del sistema bancario ombra (shadow banking system) e la partecipazione ai circuiti del finanziamento tradizionale, rappresentano una grave minaccia per l’economia cinese e del resto del mondo. Secondo i calcoli di Xiao Qi (beyondbrics, 20/11/2014 ), il sistema bancario ombra cinese potrebbe avere attività finanziarie ad alto rischio per un importo pari a 7,56 miliardi di dollari (46,30 miliardi di yuan), circa un decimo del PIL mondiale del 2013 misurato in termini nominali. In secondo luogo, mancanza di liquidità e calo della redditività delle imprese, hanno creato profondo caos sul mercato azionario negli ultimi anni. Il culmine fu il primo ottobre 2007, quando l’indice principale della Borsa di Shanghai (SSE Composite Index) registrò il record massimo di 5954 punti. Dalla crisi del credito negli Stati Uniti, nell’agosto dello stesso anno, il mercato azionario cinese ha registrato un ribasso costante, raggiungendo il minimo di 1728 punti ai primi di ottobre 2008, un calo di oltre il 70 percento. Tuttavia, dopo l’annuncio dello “Stock Connect“, il mercato azionario cinese ha continuato a registrare rialzi: tra il 3 aprile e il 18 novembre di quest’anno, sé passati da 2058 a 2456 punti, un significativo aumento del 20 percento anche se ancora inferiore alla metà del livello raggiunto alla fine del 2007.
Uno dei grandi paradossi della crisi attuale è l’apparente disaccoppiamento tra forza commerciale della potenza economico in ascesa (Cina) e potere finanziario della potenza egemone in declino relativo (Stati Uniti). Finora, nessuna moneta sembra sfidare il dollaro sul mercato globale dei capitali. Secondo le stime di Jonathan Anderson, dell’Emerging Advisors Group, gli investitori internazionali hanno accesso a circa 56 miliardi di dollari di attività finanziarie denominate in dollari, tra cui obbligazioni e azioni. La scarsa denominazione in euro e yen giapponese potrebbe equivalere a 29 miliardi e 7 miliardi di dollari rispettivamente. Al contrario, le attività finanziarie globali denominate in yuan sarebbero pari a 300 miliardi di dollari, una cifra 187 volte inferiore a quella in dollari (The Economist, 21/06/2014). In breve, le conseguenze del collegamento tra le borse di Shanghai e Hong Kong non sono immuni da una serie di rischi e sfide nazionali, regionali e globali. Diverse incognite potrebbe alla fine porre in una situazione seria l’esito del nuovo collegamento tra i due mercati, in particolare un aspetto sarà fondamentale nel prossimo futuro: evitare a tutti i costi gli effetti perniciosi della globalizzazione del capitale finanziario sotto l’egemonia del dollaro e di Wall Street.543b97aad4a94Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Oro o cannonate: agire contro il crollo del dollaro

Christof Lehmann New Eastern Outlook 27/10/2014

827echina-gold-deng-xiaoping-bust-3Il crollo dell’economia è inevitabile, ha detto l’ex-capo economista della Banca dei regolamenti internazionali (BRI) William White in risposta alla relazione trimestrale del BRI di settembre 2013. Gli esperti prevedono che il collasso economico globale possa verificarsi all’improvviso tra la fine del 2014 e il 2015. Il fatto che gli interessi privati detengano Federal Reserve, Banca Centrale d’Inghilterra e le istituzioni di Bretton Woods rendono improbabile che i governi di Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea possano impedirne il crollo. Le loro politiche sono sostanzialmente invariate dall’inizio del 2013, quando il vicegovernatore della Banca Popolare cinese Yi Gang ha sottolineato che la Cina non prevede una guerra economica, ma che vi si è preparata. Gli Stati dei BRICS da allora capitalizzano la Banca di sviluppo dei BRICS; l’asse Stati Uniti/Regno Unito e Unione europea hanno lanciato la guerra delle sanzioni alla Russia e la guerra civile in Ucraina. Nel 2014, la Cina comincia ad aprire il settore bancario a investimenti e banche esteri su scala inaudita; l’Australia è impantanata tra pressione degli Stati Uniti e tendenza ad utilizzare le attraenti e sicure opportunità cinesi. Thailandia, Malaysia e altre economie sono sempre più incoraggiante dai loro investitori a studiare il mercato cinese. Con il sistema di Bretton Woods sull’orlo del collasso e possibili conflitti incombenti, l’oro e le nuove economie basate sull’oro attraggono, in alcuni casi più in altri casi una meno esitante attenzione dai governi di tutto il mondo. La tendenza è, sebbene a malincuore accettata, impossibile da ignorare. La Cina ha superato gli Stati Uniti come prima economia mondiale per potere d’acquisto, ed è pronta a diventare la No.1 per PIL entro un anno, riporta il FMI.

Evitare la confusione dei principi. Fiat vs oro
Le valute fiat non sono necessariamente più instabili delle valute basate sui beni. Hanno vantaggi e svantaggi. Le materie prime, ad esempio l’oro, hanno un valore intrinseco dovuto alla presenza fisica e al valore del lavoro investito nell’estrazione e raffinazione dell’oro. Un problema con l’oro è che è limitato, come altre materie prime e non è equamente distribuito nel mondo. L’oro, in altre parole, non è una panacea contro la geopolitica e i conflitti per le risorse. Le valute fiat sono, in linea di principio, infinite. Stampare sempre moneta a corso forzoso senza adattarsi a valori come materie prime, merci, forza lavoro o potenziale produttivo, implica che le prime potenze militari possano essere tentate di costringere le altre ad accettare, in linea di principio, una moneta senza valore fiat che potrebbero contraffare. Gli Stati Uniti, con la loro geopolitica militare e il costringere più volte altre nazioni, come l’Iraq, ad accettare il dollaro dei regolamenti internazionali o a subire una guerra, sostanzialmente producono denaro contraffatto per risolvere i propri bilanci; l’uso di eufemismi come quantitative easing per coprire la fallimentare politica della contraffazione, è un buon esempio dei problemi e rischi inerenti le valute fiat. Mentre le valute fiat non sono necessariamente migliori o peggiori dei sistemi basati sull’oro, il maggiore problema dell’utilizzo di valute fiat negli accordi economici tra le nazioni, è piuttosto il fatto che alcune banche nazionali sono di proprietà privata; cioè, i proprietari sono parte delle reti canaglia che hanno in ostaggio il governo di uno Stato. Lo stesso vale per le istituzioni di Bretton Woods, come FMI e Banca Mondiale. Altre economie nazionali funzionano bene con valute a corso forzoso, a condizione che la banca nazionale sia una realtà nazionale e che la moneta non sia creata come debito. L’attuale “corsa” all’oro, in altre parole, non è causato da vantaggi intrinseci e superiori delle economie basate sull’oro, ma piuttosto dalle dinamiche conflittuali dell’attuale politica internazionale.

L’illusione che un mercato sotto pressione possa mantenere liquidità
La relazione trimestrale realisticamente pessimista della Banca dei Regolamenti Internazionali, del settembre 2013, indicò il quantitative easing della Banca centrale europea e della Federal Reserve Bank degli Stati Uniti come uno dei principali fattori che potrebbero causare il collasso economico globale. Gli esperti concordano sul fatto che la Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno perso il controllo sul diluvio di denaro e debito che creano. Il rapporto della BRI ha osservato, in tante parole, che è impossibile per Federal Reserve e BCE rimettere il dentifricio nel tubetto, mentre, all’epoca, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, continuava a spremere il tubetto. L’ex-capo economista della BIS William White ha avvertito, in modo inequivocabile, che il mondo è diretto verso un inevitabile crollo economico globale. White ha osservato che la bolla del credito globale sta per scoppiare e che la percentuale dei prestiti di rischio estremo è balzata del 45 per cento a metà 2013. Cioè, l’interesse sui prestiti di rischio estremo è il dieci per cento in più dalla comparsa della crisi economica globale nel 2007. Parlando a The Telegraph, White ha aggiunto che la situazione nel 2013 era peggiore di prima del crollo di Lehmann Brothers. Il giornale citava White, “Tutti gli squilibri precedenti sono ancora lì. Il totale dei debiti pubblico e privato è del 30 per cento più elevato nel PIL delle economie avanzate di quanto non fosse allora, aggiungendovi il problema del tutto nuovo delle bolle nei mercati emergenti che intendono inserirsi nel ciclo del boom“. White prevede che il collasso economico possa essere improvviso, aggiungendo il problema che la politica finanziaria degli Stati Uniti è imprevedibile e che sia un’illusione credere che un mercato sotto stress possa mantenere liquidità. I problemi di liquidità degli Stati Uniti sono evidenti dal 2013, quando la Federal Reserve respinse i sindaci tedeschi venuti a controllare le riserve d’oro della Germania negli Stati Uniti. Nel 2013 la Germania, come molti altri, iniziò la copertura contro il crollo economico atteso tentando di rimpatriare la maggior parte delle proprie riserve auree. La banca federale e il governo tedeschi risposero al rifiuto chiedendo il rimpatrio dell’oro tedesco dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti risposero che potevano fornire l’oro a rate entro il 2020. Gli Stati Uniti da allora iniziarono a consegnare le rate, ma dissero alla Banca Federale Tedesca che dovevano fondere i lingotti prima della consegna. I lingotti d’oro che la Germania ha ricevuto, da allora, in altre parole non sarebbero identificabili dai numeri di serie. Il processo di ri-fonditura rimuove anche l’impronta digitale chimica con la quale l’oro potrebbe essere identificato come l’oro che la Germania aveva depositato negli Stati Uniti. In altre parole, potrebbe ricevere l’oro rubato alla Libia nel 2011.
Un articolo ironico, intitolato “L’oro della Germania e la Fed dei fessi” descrive la situazione utilizzando un’allegoria. Un motociclista investe il proprietario di una Ferrari, gli rompe le ossa e quindi gli ruba l’auto dicendogli: “guardi quanto è pericoloso il mondo, mi permetta di prendermi cura della sua bella Ferrari”. Quando il titolare si riprende e chiede di riavere l’auto viene cacciato. Dopo di che riceve il permesso di vedere il motore, senza numero di serie, quindi un volante, e alla fine riottiene i pezzi di ricambio che possono, o non possono, provenire dalla sua auto. Infine le altre parti dell’auto vengono consegnate in sette anni. Inutile dire che gli Stati Uniti comunque mancano di liquidità. Molti analisti notano che gli Stati Uniti hanno venduto la maggior parte dell’oro che avrebbero dovuto detenere per conto di altre nazioni. Il furto potrà essere coperto fin quando sarà possibile mantenere lo status quo del fallimentare sistema di Bretton Woods.

peoples_bank_of_china--621x414La Cina si prepara alla guerra economica
Il vicegovernatore della Banca Popolare cinese, Yi Gang, ha dichiarato all’inizio di quell’anno che la Cina può pienamente affrontare una guerra valutaria, se necessario. L’agenzia cinese Xinhua ha citato Yi Gang dire: “La Cina è pronta nelle politiche monetarie ed altri meccanismi, ad affrontare una possibile guerra valutaria, e la Cina terrà pienamente conto della politica dei quantitative easing condotta dalle banche centrali di certi Paesi“. La Cina da allora, prudentemente, ha iniziato a sbarazzarsi dei dollari USA utilizzandoli per acquisire beni di valore nelle economie occidentali, ampliando la portata delle sue importazioni di risorse strategiche, investendo in partnership per garantirsi le risorse e in partnership di produzione in Europa, Latina America, Africa, Asia e Medio Oriente, e tutto questo su una scala senza precedenti. Mentre Stati Uniti, Regno Unito ed Unione europea continuano la loro “quantitative easing”, una strategia per sfuggire al crollo incombente, in generale creando conflitti per perpetuare ancora un po’ il non-glorioso nuovo secolo americano.
Il piano di Stati Uniti/Regno Unito era impedire la costruzione del gasdotto Iran-Iraq-Siria con l’obiettivo di creare insicurezza sull’invio del gas iraniano all’Europa; un coinvolgimento profondo nella crisi in Ucraina, volta a generare insicurezza sulle fornitura di gas russo all’Europa; tentare di forzare l’Europa alla dipendenza degli Stati Uniti su gas e petrolio di scisto statunitensi mentre arginano Mosca; tutto ciò sono risposte illecite a problemi economici leciti. Risposte pericolose e intrinsecamente inadatte a una prevenzione efficace, o almeno attenuazione della crisi economica globale e alla fine del sistema monetario di Bretton Woods. Anche nel 2013, mentre gli esperti avvertivano che il collasso economico globale è inevitabile e mentre altri già notavano che USA/UK non potendo vincere la guerra alla Siria, già dal luglio 2012, puntavano al conflitto in Ucraina, gli Stati membri dei BRICS s’incontravano a margine del G20 a San Pietroburgo, in Russia, decidendo d’istituire la Banca di sviluppo BRICS come complemento a FMI e Banca mondiale. Nel luglio 2014, la Banca di sviluppo dei BRICS è stata fondata con 100 miliardi di dollari. Inoltre, il conflitto in Ucraina ha avvicinato Russia e Cina nella cooperazione economica, energetica, nonché nella sicurezza.

L’apertura della Cina: far gravitare le nuove economie verso l’oro
La Cina ha risposto alla plausibilità del crollo economico globale con la deregolamentazione relativamente rapida e completa su investimenti esteri e commercio. La Cina è, tuttavia, abbastanza prudente da assicurarsi il controllo dello Stato sull’economia nazionale e la moneta. L’apertura della Cina non è passata inosservata. Nel luglio 2014, l’assistente del Governatore del Gruppo operazioni sui mercati finanziari della Banca di Thailandia (BoT), Chantarvan Sucharitakul, ad esempio, ha tenuto un seminario per investitori e uomini d’affari thailandesi. Chantarvan ha incoraggiato gli investitori tailandesi dicendo che dovrebbero indagare sui vantaggi dell’uso dello yuan nei pagamenti quando trattano con la Cina. Chantarvan ha detto: “Attualmente l’uso dello yuan cinese in Thailandia non è molto diffuso in quanto solo l’1 per cento delle attività commerciali della Thailandia con la Cina avviene utilizzando il renminbi (RNB)… Tuttavia, questo tasso è in rapido aumento e pertanto gli investitori thailandesi dovrebbero imparare ad utilizzare il canale di trading supplementare perché importanza e popolarità dello yuan aumenteranno in futuro, anche se non è ampiamente accettato e completamente libero in questo momento“. Sviluppi analoghi si vedono in Malesia, Indonesia e molti altri Paesi asiatici. Questo sviluppo non avviene senza la rigida resistenza degli Stati Uniti. La Thailandia ha subito una grave crisi nel 2014, quando l’opposizione popolare al governo di Yingluck Shinavatra sfidava il governo sul rigetto dell’amnistia per il fratello Taksin Shinawatra, creando una situazione di stallo prolungato e infine l’intervento della maggioranza sostenuta dai militari in Thailandia. L’ex-premier Taksin Shinawatra, che ha ammesso che governava il Paese dall’estero tramite la sorella Yingluck, era fuggito dalla Thailandia dopo essere stato condannato per corruzione. Tali eventi sarebbero un tentativo fallito d’istigare la guerra civile in Thailandia, sostenuta dalle élite di Wall Street e Londra, e l’imposizione di sanzioni degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti così come le lobby di Wall Street e la City of London, sono più smussati quando si tratta di nazioni come l’Australia. Probabilmente perché percepita come nazione popolata prevalentemente da caucasici, l’Australia subisce un approccio soft-power, mentre Stati Uniti/Regno Unito si ritengono più legittimati nel tentare di sovvertire la Thailandia con la violenza, segno del razzismo radicato osservabile nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Soft power o meno, la pressione degli Stati Uniti contro il tentativo dell’Australia di agire nel migliore interesse degli australiani impantana il governo australiano. Nell’ottobre 2014, la giornalista australiana Michelle Grattan riferiva che alti membri del governo australiano sono divisi sulla possibilità che l’Australia debba firmare la banca internazionale per finanziare lo sviluppo delle infrastrutture, che la Cina si appresta a lanciare nel novembre 2014. Grattan ha osservato che: “L’Australia è sotto pressione degli Stati Uniti, affinché non partecipi alla nuova banca. … Il piano cinese rientra nel grande contesto geopolitico internazionale della concorrenza cino-statunitense nella regione. Gli statunitensi, che vedono la banca come possibile via per aumentare l’influenza della Cina nei Paesi dell’Asia sud-est, fanno vive pressioni per tenersene fuori”. La Cina, dal canto suo, ha annunciato che avrebbe offerto fondi ai Paesi in via di sviluppo nella regione per progetti su energia, telecomunicazioni e trasporti. La Cina ha dichiarato che inizialmente finanzierà la banca di sviluppo regionale con 50 miliardi di dollari, non yuan o renminbi. I segnali sono chiari. La Cina è uno dei più grandi possessori di debito e dollari degli Stati Uniti. La Cina si sbarazza del dollaro sempre più velocemente, e fa il massimo per non ribaltare le economie basate sul dollaro già in difficoltà estrema. Ancora più importante, la Cina investe tali dollari nello sviluppo strategico dei partenariati regionali aiutando le economie delle nazioni più deboli come il Laos, aprendo i suoi mercati a investitori e commercianti di Thailandia, Malaysia, Australia, favorendo la cooperazione su energia e sicurezza con la Russia, utilizzando Hong Kong come base per la sua apertura economica. Del 2014 il conflitto sull’autodeterminazione politica di Hong Kong deve essere visto nella prospettiva della prudente, ma rapida, apertura economica della Cina ai capitali stranieri. Non sorprende che la National Endowment for Democracy, l’ala soft power del dipartimento di Stato degli Stati Uniti e della CIA, sostenga il movimento di Hong Kong “Occupy Central“.
La scena è pronta per una transizione, sia che si presenti sotto forma di crollo improvviso o meno. La spinta primaria di tale transizione, probabilmente, non è la debolezza intrinseca di Stati Uniti/Regno Unito e del sistema monetario ed economico basato sul debito dalle istituzioni di Bretton Woods, ma senza dubbio il fatto che i governi di Paesi come Venezuela, Mozambico, Laos, Myanmar ed altri percepiscano l’approccio soft power della Cina assai meno problematico e, soprattutto, assai meno letale e devastante del presunto “Nuovo secolo americano”. E’ come scegliere tra l’oro e le cannonate.

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Capisco perchè sia così grande da vedersi dallo spazio

Dr. Christof Lehmann è un consulente politico indipendente su conflitti e risoluzione dei conflitti, fondatore e direttore di Nsnbc, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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