Bin Salman è stato assassinato?

Shafaqna

Vi sono molte prove che suggeriscono che l’assenza da 30 giorni di Muhamad bin Sulman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, sia dovuta a un incidente nascosto al pubblico“, affermava un giornale iraniano. Secondo il quotidiano Kayhan, il 21 aprile 2018 le agenzie di stampa riferirono che le forze saudite abbatterono un “drone giocattolo” vicino al palazzo reale saudita e furono pubblicate immagini dal sito dello scontro sui social media che illustravano chiaramente movimenti di carri armati e blindati attorno al palazzo reale e suoni di scambio a fuoco con armi pesanti tra la Guardia Reale e un gruppo la cui identità non mai stata rivelata. Kayhan afferma di aver ottenuto informazioni da alcuni servizi segreti secondo cui, negli scontri, almeno due proiettili colpirono il principe ereditario Muhamad bin Sulman, probabilmente uccidendolo.
Un altro sito iraniano “IFP News”, segnalato da Fars News, indicava che “in particolare, bin Salman non apparve mai durante la visita del 28 aprile del nuovo segretario di Stato USA Mike Pompeo a Riyadh, nel suo primo viaggio all’estero come capo diplomatico statunitense“. “Durante il soggiorno a Riyadh, i media sauditi pubblicarono le immagini degli incontri di Pompeo con re Salman e il ministro degli Esteri Adil al-Jubayr. Questo mentre le agenzie pubblicarono le immagini degli incontri a Riyad tra bin Salman e l’ex-segretario di Stato USA Rex Tillerson“.
Pochi giorni dopo l’incidente del 21 aprile, i media sauditi pubblicarono video e immagini di bin Salman che incontrava diversi funzionari sauditi e stranieri. Ma la data degli incontri non poteva essere verificata, quindi la diffusione dei video poteva essere volta a dissipare le voci sulle condizioni di bin Salman“. “Non è chiaro se la scomparsa di bin Salman sia dovuta a ragioni, come sentirsi minacciato, o perché ferito nell’incidente“. “Sembra che solo un’apparizione televisiva dal vivo possa dissipare le voci sulla condizione di bin Salman“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Ragioni geopolitiche del sostegno russo al Venezuela

Mision Verdad 5 maggio 2018Il 4 maggio il Ministero degli Esteri russo dichiarava di respingere le intenzioni degli Stati Uniti di boicottare le elezioni in Venezuela. “Washington non solo non abbandona la politica del violento cambio di potere, ma aumenta anche la pressione su Caracas usando meccanismi unilaterali restrittivi, semplicemente cercando d’isolare il Venezuela“. E sottolineava che le sanzioni finanziarie unilaterali applicate da Washington contro la nazione caraibica cercano “di provocare una crisi debitoria e di conseguenza peggiorare la situazione socio-economica“, un obiettivo persino riconosciuto dal dipartimento di Stato quando affermò a gennaio che le sanzioni cercavano d’indurre il collasso economico totale del Paese. La portavoce Maríja Zakharova notava che la Federazione Russa riconosce e sostiene le istituzioni giuridiche come piattaforme politiche per risolvere i conflitti tra lo Stato venezuelano e le forze d’opposizione. “Siamo lieti che i vicini latino-americani del Venezuela, nonostante la forte pressione, osservino la soluzione del problema esclusivamente dal campo giuridico attraverso l’ampio dialogo nazionale. Scegliere in modo indipendente le forme di democrazia, in conformità con le procedure costituzionali senza pressione estera, è diritto di ogni Stato“, sottolineava la funzionaria. La dichiarazione va posta nella dimensione geopolitica, nel contesto globale in cui l’egemonia statunitense è minata da sconfitte militari e finanziarie nel tentativo di destabilizzare il Medio Oriente (casi Siria e Iran), l’Asia (Cina) e il fronte latinoamericano, dove il Venezuela era l’obiettivo prioritario. L’equilibrio ne ha screditato le procedure politiche e militari. Il finanziamento delle rivoluzioni colorate e le imponenti sanzioni economiche sono schemi che non passano inosservati al gigante eurasiatico, al momento dell’annuncio delle elezioni del 20 maggio.

Le elezioni presidenziali venezuelane avranno conseguenze di ampia portata nell’attuale scenario geopolitico
Regolarmente osserviamo scenari simili in altri Paesi, vengono create le premesse per manifestare il malcontento popolare, persone vengono spinte a ribellarsi alle autorità, con prevedibili conseguenze negative e possibilmente catastrofiche“, affermava la diplomatica. Un’allerta che, se paragonata a quella d’inizio 2017 sui tentativi dell’opposizione, coordinati con Washington, di realizzare una rivoluzione colorata in Venezuela, che materializzatasi (al culmine del fallimento), illuminò i veri obiettivi del boicottaggio dei settori ultra-anti-Chavez. Nello specifico, queste voci raggruppate attorno a Primero Justicia e Volunted Popular sono allineate alle lobby israeliane ed aziendali rappresentate al Congresso degli Stati Uniti da Marco Rubio, e nell’OAS da Luis Almagro, architetti delle sanzioni contro il Venezuela, dell’embargo petrolifero a breve termine e della spinta all’intervento militare contro il Venezuela, travestito da “umanitario”. La Russia, rafforzando lo sforzo per stabilizzare i conflitti regionali nei territori che circondano l’area d’integrazione eurasiatica, comprende l’importanza di sostenere il Venezuela, elemento che rafforza la crescente influenza multipolare. Il sostegno in tal senso si confronta tempestivamente all’affronto della dittatura aziendale statunitense prima e dopo le elezioni presidenziali del 20 maggio.
La relazione strategica di queste due nazioni, con chiari obiettivi geopolitici di cooperazione economica e commerciale, per esempio, avanza proposte coraggiose come l’uso delle criptovalute (Petro e Criptorublo) per evitare le sanzioni, alterando la supremazia del dollaro. Le decisioni sovrane nazionali di questo tipo allarmavano i padroni del sistema finanziario mondiale, avviando azioni destabilizzanti che inibiscono i processi politici indipendenti e la creazione di un’architettura finanziaria alternativa al petrodollaro. In tale contesto, si comprende la necessità di aggravare l’aggressione agli attori dell’emergere di nuove potenze e di relazioni alternative a quelle imposte dall’egemonia statunitense, ancor più se provengono dall’America Latina, considerata ancora proprio cortile dove smantellare gli Stati che ne sfidano l’influenza, scavalcando istituzioni e regole nel rivendicare totalmente la Dottrina Monroe. Sviluppo ed esito delle elezioni presidenziali in Venezuela non solo decideranno il destino nazionale, ma avranno conseguenze di ampia portata sul quadro geopolitico in cui gli Stati Uniti lottano per non vedere la propria influenza internazionale erosa totalmente. La Russia lo sa ed anche il candidato della Patria.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Petrolio: il barile a 300 dollari?

ObservAlgerie, 2 maggio 2018

Il petrolio ha visto l’aumento dei prezzi nelle ultime settimane nei mercati globali, raggiungendo i massimi livelli dal 2014. Molti esperti del settore non escludono la continuazione di questo aumento e si aspettano che i prezzi raggiungano nuovi record. Secondo l’esperto francese Pierre Durant, specialista dei mercati petroliferi, un prezzo al barile a 300 dollari non è impossibile. Lo stesso specialista indica anche i fattori attuali che favoriscono il continuo aumento dei prezzi. “L’interruzione degli investimenti a lungo termine nel settore petrolifero e del gas potrebbe essere un fattore favorevole all’aumento dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale. 300 dollari al barile non sono impossibili e non rappresentano una minaccia per l’economia globale“, dichiarava Pierre Durand. Va notato che l’aumento dei prezzi del petrolio greggio è dovuto principalmente alla riduzione della produzione nei Paesi dell’OPEC (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), nonché alla crisi che si profila tra Iran e Stati Uniti, ma anche la situazione geopolitica del Medio Oriente, sono le prime regioni produttrici di petrolio al mondo. Per Pierre Durand, questi fattori favoriscono un aumento dei prezzi del greggio. Per l’Algeria, la cui quasi totalità delle entrate sono i proventi del petrolio, la continuazione dell’aumento dei prezzi, che attualmente è di circa 75 dollari, potrebbe significare la fine della crisi finanziaria che il Paese attraversa da alcuni anni, portando le riserve valutarie sotto i 100 miliardi di dollari a fine 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il gioco dei Rothschild in Siria

Dean Henderson 25/04/2018

Nel febbraio 2013, sorvegliata dai suoi ben pagati mercenari dello SIIL, Genie Energy, con sede nel New Jersey, ottenne un permesso di esplorazione petrolifera nelle alture del Golan occupate da Israele nel sud della Siria. Il 31 ottobre 2011, proprio mentre il cartello bancario della City of London lanciava la sua guerra al Presidente siriano debitamente eletto Bashar al-Assad, Genie fu stata scorporata dal suo creatore IDT Telecom. Alla Genie fu concessa la licenza per trivellare il Golan dal governo israeliano in palese violazione dell’Allegato alla Quarta Convenzione di Ginevra. Ed opera nel Golan tramite la controllata Afek Israel Oil & Gas. Il presidente della Genie Oil Efraim Eitam è stato determinante nel facilitare la rapina del petrolio del Golan. È un generale di brigata delle forze di difesa israeliane e si è laureato al Royal College of Defence Studies di Londra. Una volta Eitam affermò: “Non possiamo stare con tutti questi arabi e non possiamo abbandonare la terra perché abbiamo già visto che ci fanno. Alcuni di loro potrebbero rimanere a determinate condizioni ma la maggior parte dovrà andarsene”. I capi di Eitam sono un gruppo ancor più interessante di barbari.
Il comitato consultivo strategico di Genie Energy include il proprietario di Royal Dutch/Shell Lord Jacob Rothschild, l’ex-vicepresidente USA Dick Cheney, il presidente Newscorp (Fox News&Wall Street Journal) Rupert Murdoch, l’ex-segretario al Tesoro statunitense Lawrence Summers, l’ex-segretario all’Energia statunitense Bill Richardson, l’ex-membro della CIA e membro della Dyncorp James Woolsey e l’ex-senatrice della Louisiana Mary Landrieu. Sono tutti investitori della Genie. Un documento della CIA del 1983 rivela il piano Rothschild per la Siria. Il documento, scritto dall’ufficiale della CIA Graham Fuller, sostiene che l’occidente dovrebbe “costringere la Siria” rovesciando l’allora Presidente siriano Hafiz al-Assad, sostituendolo con un burattino pro-banchiero ed escludendo l’invia di armi alla Siria dalla Russia. Questo avrebbe quindi spianato la strada a un oleodotto e gasdotto controllato dalla City of London che sarebbe partito dal Qatar. Exxon Mobil possiede una grossa fetta di Qatar Gas, il cui giacimento offshore North Pars contiene più gas naturale di qualsiasi altro campo al mondo. Questo spiega ora perché l’ex-segretario di Stato e ex-CEO di Exxon Mobil, Rex Tillerson, sia col Qatar nella controversia coi sauditi. Il gasdotto sarà diretto a nord passando da Bahrayn, Arabia Saudita e Giordania prima di attraversare la Siria ed entrare in Turchia verso l’Europa. Un volume così ingente di gas aiuterebbe i banchieri a por fine alla presenza della russa Gazprom sulle importazioni di gas naturale dell’Europa. Russia, Iran, Iraq e Siria promuovono una rotta diverso partendo dall’adiacente giacimento di gas del Golfo Persico del Sud Pars, di proprietà dell’Iran. L’oleodotto si dirigerebbe a nord attraverso l’Iran, e poi a ovest attraverso Iraq e Siria fino al porto di Lataqia, dove verrebbe convogliato sotto il Mar Mediterraneo o spedito vai petroliere verso l’Europa. Anche prima del 1983, le agenzie di intelligence occidentali appoggiavano i Fratelli musulmani in Siria nella guerra clandestina per rimuovere l’anziano Assad. Nel 1982 i Fratelli musulmani occuparono la città di Hama, prima di essere bombardati delle forze aeree di Assad. L’appartenenza alla Fratellanza musulmana è punibile con la morte in Siria perché il Partito Baath al governo sottolinea che la fratellanza ha sempre collaborato coi “fratelli” massoni a Londra per dividere i nazionalisti arabi.
Con le perforazioni della Genie Oil nel Golan occupato e la corsa per costruire a ritmo sostenuto l’oleodotto controllato dalla City of London, si può essere sicuri che nonostante il vantaggio che Assad e i suoi sostenitori russi, iraniani ed Hezbollah hanno nella guerra siriana, Rothschild e i suoi scagnozzi useranno altri pretesti per far continuare a uno stanco presidente Trump la lotta per il loro impero in Siria. Spetta al popolo statunitense appoggiare l’impulso del presidente ad andarsene, sottolineando il momento per gli Stati Uniti di uscire dalla Siria e di liberarsi dalla morsa dei banchieri della City di Londra.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La fine dell’impero del dollaro

Wim Dierckxsens e Walter Formento, Kontra Info, 25/4/2018L’impero del dollaro volge al termine. Il dollaro sta per compiere una ritirata notevole. Nel 1944-1945 il dollaro-oro fu imposto dopo che gli Stati Uniti (USA) furono tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale ed imposero la propria moneta al Regno Unito, sostituendo la sterlina come valuta di riferimento mondiale. All’inizio degli anni settanta la crisi del dollaro-oro (che si trascinava dal 1967) pose fine al dollaro basato sull’oro; tuttavia, l’accordo ottenuto dall’ex-segretario di Stato Henry Kissinger e dalla Casa dei Saud permise la nascita del cosiddetto petrodollaro. Il petrodollaro era la moneta che esprimeva gli interessi delle multinazionali statunitensi già inglobanti Europa e Giappone. In realtà, il petrodollaro non è la valuta nazionale del capitale industriale statunitense, perché le multinazionali statunitensi dominavano produzione, commercio mondiale e consumo globale del petrolio. Per tale ragione poterono concordare e imporre la nuova valuta di riferimento mondiale, il petrodollaro, strumento d’estorsione che costringe tutti i Paesi a scambiare produzione e lavoro reali con una moneta creata dal mero debito e senza base. Oggi sempre più Paesi vedono il predominio del dollaro come ostacolo alla sovranità e al buon sviluppo nell’economia globale, mostrandone l’attuale crisi d’egemonia. Nel recente passato, Paesi relativamente piccoli come Iraq e Libia furono invasi quando cercarono di negoziare petrolio al di fuori del perimetro del dollaro, e oggi c’è la minaccia d’invadere il Venezuela perché ha deciso di negoziare il petrolio al di fuori del campo del dollaro. È necessario sapere che in questa congiuntura i Paesi BRICS multipolari, con la Cina in testa, asse dalla maggiore crescita economica degli ultimi anni, hanno seriamente pensato di lanciare il petroyuan-oro come valuta di riferimento mondiale. Con l’ascesa di questo rivale, abbastanza forte su diversi piani, per la prima volta dal 1944 sarà possibile parlare correttamente di imminente fine del dollaro come valuta dominante, poiché ha già perso l’egemonia. Il petroyuan-oro è un piano valutario mondiale che non si basa solo sulla più importante materia prima, il petrolio, ma anche sull’oro, cosa che gli Stati Uniti non possono più fare. Il suo vantaggio è nell’essere il piano monetario delle economie più dinamiche e maggiori produttrici e compratrici di oro, formando riserve d’oro gigantesche per sostenere lo yuan, che da solo non potrebbe avanzare ed imporsi.
Il 26 marzo 2018, dopo aver posticipato più volte, la Cina finalmente decise di lanciare sull’International Energy Exchange lo schema di scambio petroyuan-oro, producendo un cambiamento fondamentale del sistema monetario internazionale. Tutti gli esportatori di petrolio verso la Cina dovranno accettare la valuta cinese, lo yuan, in cambio del petrolio. Come incentivo, vi è l’offerta cinese di convertire lo yuan in oro. Inoltre, la borsa di Hong Kong emetterà contratti a termine in yuan, nel commercio del petrolio, anche convertibili in oro. Gli esportatori di petrolio potranno persino ritirare tali certificati d’oro al di fuori della Cina, cioè il petrolio potrà essere pagato anche presso le cosiddette “Bullion Banks” di Londra. Con l’introduzione del petroyuán, si ha la maggiore sfida diretta al dollaro, finora valuta dominante mondiale nei contratti petroliferi. La strategia multipolare della Cina non sarà attaccare frontalmente il sistema del petrodollaro, ma indebolirlo progressivamente per fare sì che yuan ed altre valute come euro, yen, ecc. diventino essenziali come il dollaro, cioè costruire il mondo multipolare delle valute. Esistono accordi tra Banca centrale cinese (PBoC) e Banca centrale dell’Unione europea (BCE) per consentire scambi diretti tra yuan ed euro, firmando accordi per consentire a entrambe le valute di rafforzarsi reciprocamente ed incoraggiare la compenetrazione dei sistemi finanziari di entrambe le regioni. Quanto sopra è il chiaro segnale che l’Unione Europea mantiene la porta aperta all’integrazione nel mondo multipolare. Non solo c’è la minaccia esterna al dollaro, il peggiore pericolo, a nostro avviso, risiede negli stessi Stati Uniti. Il capitale finanziario globalista fa di tutto per far crollare il mercato azionario e attribuirlo alle “forze del mercato”, utilizzando i propri conglomerati mediatici in tale golpe del potere morbido della manipolazione. Il globalismo finanziario può portare a una crisi economica finanziaria mai vista dal 1930. La crisi della grande bolla dai tempi di Alan Greenspan, che assunse la presidenza della Federal Reserve (Fed) nel 1987 e la lasciò a febbraio 2006, crisi che oggi si tenta di attribuire, con tutti i mezzi, alla “cattiva” amministrazione del governo Trump.
Il Partito Democratico degli Stati Uniti, vero rappresentante politico del capitale finanziario globalizzato, vi troverebbe il momento opportuno per imporre l’impeachment del presidente Trump. Così il globalismo finanziario potrebbe non solo attaccare Trump e i funzionari che esprimono l’interesse del continentalismo finanziario USA e dei capitali nazionali emarginati dai globalisti, ma prenderebbe il controllo del governo degli Stati Uniti, imponendo la valuta globale della Banca di Basilea, la banca delle banche centrali del mondo, sotto il pieno controllo del capitale finanziario globalizzato, specificatamente sotto l’egemonia dell’impero dei Rothschild.Traduzione di Alessandro Lattanzio