Guerra civile in Arabia Saudita

Zerohedge 4 agosto 2017Il regime saudita è di una crudeltà e brutalità estrema nei confronti dei cittadini della provincia orientale del Paese, una situazione ora fuori controllo con l’aumentare dei morti, interi quartieri in macerie e notizie su acqua e luce tagliate nella città assediata di al-Awamiya. Sebbene gli attivisti locali continuino a caricare video sconvolgenti sui media sociali rivelando interi quartieri spianati, i media internazionali e degli Stati Uniti osservano il silenzio. Nell’ultimo anno, soprattutto dopo l’esecuzione a gennaio del noto clerico sciita di al-Awamiya Nimr al-Nimr, vi sono state tensioni nel Qatif sciita. Inoltre, 14 cittadini sciiti, tra cui il giovane Mujtaba al-Suayqat, studente della Western Michigan University, attendono l’esecuzione su firma del re Salman. Tortura e processi di massa del gruppo accusato del crimine di “protesta”, hanno ulteriormente infiammato le tensioni nella regione. Grandi proteste contro la monarchia e i servizi di sicurezza saudita sono frequenti nel Qatif fin dalla cosiddetta “primavera araba”, anche se i grandi media internazionali ignorano le proteste che avvengono nei regimi amici di Stati Uniti e Regno Unito. Ciò in particolare accadde nel 2011, quando centinaia di carri armati sauditi attraversarono il viadotto Re Fahd per minacciare la rivolta popolare contro la monarchia sunnita del vicino Bahrayn. I media occidentali trattato l’evento in modo erratico e sottotono, con alcuni servizi che sottilmente indicavano le azioni saudite motivate effettivamente dalla protezione dei civili contro le forze di sicurezza del Bahrayn, mentre in realtà fu una grossa dimostrazione di forza contro i civili per preservare il regime autocratico assediato del Bahrayn. Questa settimana, le cose si sono drammatizzate poiché le autorità saudite concentravano un uragano di fuoco sul quartiere al-Musara di Awamiya, usando aerei, artiglieria pesante, lanciarazzi, cecchini e veicoli corazzati d’assalto. All’inizio dell’anno il regime saudita annunciò i piani per demolire il quartiere e consegnarlo a imprenditori privati in una sorta di versione saudita del “dominio eminente”. Tuttavia, la presenza di militanti sciiti nascosti nel strette strade e nei vicoli sembra sia il vero motivo della distruzione del quartiere. Anche se combattimenti sporadici si sono verificati d’estate, l’assedio iniziava l’ultima settimana di luglio, quando bulldozer e veicoli corazzati giunsero in città per avviare la demolizione mentre le forze di sicurezza tentavano simultaneamente di sradicare i militanti sciiti. Molti centri d’informazione mediorientali parlarono di almeno 5 civili uccisi dall’ingresso delle forze saudite, ma gli attivisti online parlano di molte decine di persone uccise dall’inizio dell’incursione.
Prima e durante l’inizio dell’assedio, i cittadini locali ebbero la promessa di “trasferimenti” promossi dal governo, sebbene gli attivisti li descrivano come pulizia settaria occulta della popolazione sciita, perseguitata storicamente dallo Stato wahhabita. L’informazione regionale pubblicava filmati che rivelerebbero l’attiva pulizia anti-sciita delle forze saudite. Un attivista di Awamiya, Amin Namar, affermava che c’è lo sforzo consapevole delle autorità di cambiare forzatamente l’identità della città: “Ciò che vedo dal primo giorno è una punizione collettiva… un piano per la deportazione. Niente a che fare con al-Musara e lo sviluppo, ma con la punizione di questa città per aver chiesto diritti e riforme dal 2011”. Un comunicato stampa della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite rispondeva ai piani sauditi che annunciavano la demolizione di aree residenziali per lo sviluppo commerciale. L’affermazione delle Nazioni Unite suggerisce che è l’identità della città in realtà in gioco: “Gli esperti delle Nazioni Unite avvertono che il piano di sviluppo del quartiere al-Masura ne minaccia il patrimonio storico e culturale con danni irreparabili e che può comportare lo sfratto forzato di numerose persone dalle loro imprese e residenze”. Gli esperti delle Nazioni Unite avevano avvertito che l’intera iniziativa avrebbe comportato l’evacuazione forzata con misure estreme di coercizione, ma senza condannarla: “I residenti sono spinti in molti modi, anche attraverso taglio della luce, a lasciare le case e le imprese senza adeguata alternativa, lasciandoli con indennizzi insufficienti e, peggio, senza dove andare… Sembra che la demolizione sia stata annunciata senza alcuna consultazione significativa con i residenti e senza considerare alternative meno dannose, come il restauro o una comunicazione adeguata per informarli sui piani di demolizione”.
Armi da fuoco e bulldozer del governo distruggono le infrastrutture civili: i tiri delle autorità saudite distruggono i quartieri sciiti nella provincia orientale del Paese. Alcuni video sono stati caricati sulle pagine personali dei social media dai soldati sauditi per vantarsi del loro ruolo nell’assedio, dopo di che i video vengono eliminati dagli attivisti dell’opposizione. E ora l’assalto ha raggiunto un violento crescendo. Al-Masdr News riferiva che le forze del regime saudita sparavano su un autobus di civili mentre cercava di fuggire da Awamiya, uccidendo il conducente (altre relazioni non confermate menzionano il ferimento di donne e bambini). Reuters tuttavia presentava resoconti conflittuali sull’incidente, tentando di giustificare l’assedio brutale di Awamiya come tentativo della sicurezza saudita di “arrestare i responsabili degli attacchi alla polizia”. Mentre i dettagli e l’esattezza di vari rapporti sulle atrocità non sono chiari, con gli attivisti che citano decine di civili uccisi dal governo e i media allineati dello Stato affermare che combattenti sciiti hanno ucciso dei poliziotti, e la mancanza di accesso indipendente per i media rende una valutazione giornaliera difficile.
Questa settimana, al-Mayadin News di Beirut era la prima emittente satellitare araba a presentare video provenienti dagli assediati di Awamiya, riferendo di aerei militari che sorvolano la città e di un uomo in uniforme che sparava con un RPG su un’area urbana. Gli attivisti dell’opposizione saudita dicono che l’uomo era un soldato saudita. Nel frattempo, Middle East Eye riceveva un documento che gli attivisti dicono aver trovato nelle case della città assediata. Si tratta di un avviso di sequestro di proprietà che prevede l’obbligo di trasferire i residenti e timbrato dal Comando Nazionale Antiterrorismo Comune (NJCC) del governo saudita. Dava istruzioni sulle procedure di rilocazione, MEE citava gli attivisti affermare che le famiglie sfollate devono ancora essere alloggiate. Anche se non è ancora riportato dalla stampa statunitense, il governo canadese è criticato per la fornitura di blindati che i sauditi utilizzerebbero per la repressione dei civili. Nel 2013 il Canada ebbe un record di vendite, per oltre 13 miliardi di dollari, fornendo all’Arabia Saudita un numero non noto di blindati leggeri fabbricati dalla General Dynamics Land Systems (GDLS). The Globe and Mail del Canada pubblicava un’indagine che scoprì che “video e foto diffusi sui social media mostrano il regno saudita utilizzare mezzi canadesi contro i civili”, specificamente nell’ambito dell’assalto ad Awamiya che ha causato morti tra i civili. Il rapporto confermava, sulla base di un’analisi degli esperti, che i veicoli canadesi vengono utilizzati, anche se le immagini analizzate mostravano i Gurkha PVR, realizzati dalla Terradyne Armored Vehicles (di Newmarket, Ontario) e non i veicoli della General Dynamics del contratto del 2013. Sembra che altre compagnie private del Canada siano in trattativa con il governo saudita, ma ora sono sotto controllo. Il rapporto chiede una risposta dal primo ministro Justin Trudeau: “Stiamo esaminando queste affermazioni molto seriamente… e abbiamo immediatamente lanciato un’indagine”. Vari parlamentari canadesi hanno sollecitato l’attuale governo liberale ad annullare il contratto motivandolo con il sospetto che violi le regole del Canada sul controllo delle esportazioni di armi. Anche i gruppi di monitoraggio dei diritti umani pesano. Il segretario generale Alex Neve di Amnesty International Canada, invitava il governo a fermare le esportazioni di blindati, dicendo: “Indicazioni che veicoli corazzati del Canada siano forse utilizzati quando le forze saudite si mobilitano nell’est del Paese, evidenziano quanto sia cruciale che il governo intervenga e metta immediatamente fine all’accordo canadese-saudita sul LAV”. Stati Uniti e Regno Unito rimangono i maggiori fornitori di armi avanzate dell’Arabia Saudita e da sempre ignorano gli abusi dei diritti umani. Ironia della sorte, la popolazione sciita sempre più perseguitata nel regno si concentra nella regione orientale che produce gran parte del petrolio mondiale. Nel 2012, un’esplosione dei gasdotti, forse opera di militanti sciiti della stessa regione, fece balzare il prezzo del greggio temporaneamente nel timore che la “primavera araba” fosse arrivata nella provincia petrolifera.
È ampiamente noto che, dopo la fondazione dell’Arabia Saudita, i cittadini sciiti sono emarginati per motivi religiosi dalla religione ufficiale dello Stato wahhabita, che li ritiene eretici collegati agli interessi iraniani, soprattutto dopo la rivoluzione islamica del 1979. Le comunità sciite saudite sono presenti nelle aree storiche di tensioni che hanno visto proteste, sparatorie, detenzioni di massa e negligenza economica. Le dimostrazioni sono state da tempo vietate in tutta l’Arabia Saudita, un fatto raramente evidenziato dalla stampa occidentale. Attualmente, rapporti non confermati dei media allineati all’Iran affermano che i combattenti dell’opposizione yemenita hanno bombardato basi e avamposti sauditi nella regione del Jizan, infliggendo per la prima volta perdite alle truppe in territorio saudita. Mentre Qatif va fuori controllo, il contraccolpo della guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen è sempre più probabile. Come avevamo recentemente riportato sulla marcia dell’Arabia Saudita verso la Guerra Civile, tensioni e fratture su più livelli dello Stato saudita, anche nella stessa famiglia reale, si avvicinano al punto di rottura. Quest’ultimo turno di misure estreme contro il dissenso sciita, che sembrano sempre più disperate e che ora sono rese pubbliche, segneranno l’inizio di un regno permanentemente diviso?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I russi hanno il martello delle sanzioni

Tom Luongo, 28 luglio 2017La Russia controlla più del 45% della capacità di arricchimento dell’uranio mondiale. Gli Stati Uniti importano il 90% del combustibile nucleare. Fate voi.
Perduta tra le chiacchiere sul Congresso statunitense che impone altre sanzioni alla Russia, è l’unicità della posizione della Russia nell’industria dell’uranio mondiale. Tanto l’attenzione è posta sull’industria petrolifera e gasifera russa (e in particolare le esportazioni) che s’ignora la nostra analisi sulla posizione della Russia tra le potenze nucleari mondiali. E così John McCain può tributare tutto ciò che vuole su come la Russia non sia altro che una “stazione di servizio mascherata da Paese”, ma ciò che non vuole ammettere a se stesso e al mondo è che la Russia è più centrale nel mercato mondiale dell’uranio che mai l’Arabia Saudita nel mercato del greggio. La potenza della Russia in questo settore non deriva dalla produzione di ossido di uranio (U3O8 o yellowcake) ma dal possesso del 45% della capacità di arricchimento del mondo del combustibile usabile. La Russia produce da sola circa 3000 tonnellate di U3O8 ogni anno.Il Kazakistan è il più grande produttore mondiale di yellowcake dalle più grandi riserve mondiali. Pensate seriamente che il Kazakistan, uno degli alleati più stretti della Russia, abbandonerà una delle sue industrie più importanti se la nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Russia s’intensificasse?Ho due parole, all’inferno o meno. Il bacino dell’Athcabasca in Canada, nel Saskatchewan, ha contribuito ad ampliare l’offerta di yellowcake negli ultimi anni. Ma non cambia le dinamiche dell’industria, riduce solo i prezzi dell’uranio.

SWU per l’SJW di Trump
Poiché la questione non è la produzione di minerale, ma trasformarlo in combustibile chiamato Single Work Units (SWU). Stati Uniti e Canada non sono interessati a raffinare l’uranio per via della politica ambientale. A tal proposito non ho sentito nulla dall’amministrazione Trump, perciò, nulla cambierà da influenzare gli attuali e futuri eventi. Rosatom, società per l’energia nucleare russa, ha una leva enorme. L’indignazione fasulla su Hillary Clinton che vende il 20% delle riserve di uranio degli Stati Uniti ai russi è irrilevante. La parafraserò per l’unica volta nella mia vita, “Che differenza fa” ampliare la produzione di minerali quando i russi controllano efficacemente le raffinerie? Perché a causa dei cambiamenti politici negli ultimi venti anni, gli Stati Uniti non possono produrre seriamente il proprio combustibile nucleare. Quindi, la nuova produzione di minerali canadesi va spedita in Russia o in Europa per essere trasformata. Sì, Russia ed Europa.Inoltre, si noti dove sarà la futura capacità di arricchimento… in Cina. E tutto ciò aiuterà la Cina a rifornire le centrali elettronucleari che Rosatom attualmente costruisce in Cina, India, Turchia, Iran e praticamente nel resto del mondo che vuole il nucleare. Il 19,5% della nostra energia elettrica proviene da centrali elettronucleari. La rete elettrica statunitense è alimentata dalle SWU russe, gente. Senza relazioni con la Russia non c’è aria condizionata. Siamo il più grande consumatore mondiale di SWU, oltre il 32% del totale globale. Sono circa 15,1 milioni di SWU. La Francia è vicina al 14%. Oltre il 90% del nostro consumo di uranio viene importato. La ripartizione è la seguente:
Fonti e quote di acquisti di uranio prodotti in Paesi esteri nel 2016
Canada – 25%
Kazakistan – 24%
Australia – 20%
Russia – 14%
Uzbekistan – 4%
Malawi, Namibia, Niger e Sud Africa – 10%
Brasile, Bulgaria, Cina, Repubblica ceca, Germania e Ucraina – 2%
Qui dove è stato acquistato, non dove è stato raffinato. I pozzi petroliferi non sono un’infrastruttura energetica. Raffinazione e distribuzione si. Possiamo acquistarlo dal Kazakistan, ma deve passare da uno dei suddetti raffinatori. Semplifichiamo per la discussione, ma va colto il quadro. La discussione sulla sicurezza energetica statunitense è inutile finché non si parla dell’uranio. È il limite entro cui il Congresso degli Stati Uniti può fare rumore fin quando Putin ne ha abbastanza. Si noti che non ne parla mai. Nessuno lo fa. Perché, ad ogni modo, questa è veramente l'”Opzione Nucleare” geopolitica. È il martello che si abbatte una volta che il mondo sarà in deficit di SWU, a cui ci si avvicina rapidamente.

Risposta alle sanzioni
L’annuncio della Russia di espellere diplomatici e prenderne le proprietà formalmente utilizzate, è in effetti un avvertimento. Putin prepara lo spettacolo prima che le cose diventino gravi. Il nuovo disegno di legge sulle sanzioni non dice nulla sull’industria nucleare della Russia. Non dice nulla delle aziende tedesche o francesi sanzionate per affari nelle esportazioni nucleari russe o per trasformare lo yellowcake in carburante. Non può dire niente e il feroce John McCain lo sa, altrimenti la risposta russa può rivolgersi al Kazakistan sospendendo le esportazioni di SWU negli Stati Uniti. E questo conclude la discussione degli Stati Uniti come produttore di qualcosa nel Mondo. La nostra rete elettrica è già sovraccarica. La potenza delle nostre centrali nucleari è un nostro vantaggio comparativo, economicamente parlando. Ma ciò scomparirà nel prossimo decennio, mentre Cina e persino Russia ampliano l’uso del nucleare. Ancora una volta, l’abbraccio della Cina del solare è solo un’opera keynesiana. Non è una soluzione ai loro problemi energetici. Petrolio, gas e uranio russo sì. Se le cose si faranno veramente dure sulla pipeline Nordstream-2 della Germania, allora si può scommettere che diverrà un problema. Ecco perché le sanzioni sono stupide, accelerano l’abbraccio della Germania con la Russia. Portano i russi ad stringere i legami con la Cina. Gli Stati Uniti scacciano coloro da cui dipendono per l’energia che alimenta l’industria pesante. I tedeschi non utilizzeranno più le SWU che producono, fermando i loro impianti nucleari, e sono sicuro che le venderanno agli Stati Uniti per ora, ma queste SWU gli darà una certa contrattazione sul futuro della politica energetica mondiale. La Germania è territorio occupato, limitandone le risposte. Vi siete mai chiesti perché l’Unione europea vuole un proprio esercito permanente? Merkel, insieme a Putin, ha un forte guinzaglio sulla capacità degli Stati Uniti di andare avanti per molto.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita verso la guerra civile

William Craddick, Disobedient Media 29 giugno 2017Dopo decenni durante i quali ha svolto il ruolo di intermediario tra Stati, affermandosi come potenza regionale, la politica dell’Arabia Saudita d’ingerenza nei Paesi vicini e di supporto al terrorismo sembrano aver esacerbato i problemi del Paese che potrebbero minacciare di precipitare nel caos. La crescente insoddisfazione con l’introduzione dell’austerità, i problemi economici legati alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e i segni di disaccordi nella casa reale sul successore di re Salman bin Abdulaziz al-Saud, indicano che le avventure all’estero dei sauditi prepararono la tempesta perfetta per un conflitto civile che porterebbe ad ulteriore instabilità in Medio Oriente. La perturbazione appare mentre Stati come Iran e Turchia si pongono a potenziali concorrenti per la leadership del mondo arabo.

I. L’Arabia Saudita vive crescenti segnali d’instabilità
L’Arabia Saudita subisce vari problemi che contribuiscono alla destabilizzazione interna. Ad aprile, Bloomberg riferiva che re Salman fu costretto a ripristinare bonus e indennità per i dipendenti statali, respingendo l’ampia riforma dei programmi di austerità in Arabia Saudita. Il governo saudita insisteva che la decisione era dovuta a “maggiori ricavi attesi”, nonostante gli osservatori notassero a marzo che le riserve di valuta estera dell’Arabia Saudita si erano ridotte di un terzo mentre i membri del Consiglio cooperazione del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Quwayt, videro il loro rating ridursi mentre erano sempre più in disaccordo su una politica estera comune verso l’Iran. I crescenti problemi finanziari del regno sono spiegati in parte dai prezzi del petrolio bassi. Nel gennaio 2016, The Independent osservò che il calo dei prezzi del petrolio minava i programmi di spesa dell’Arabia Saudita, con un terzo dei giovani di 15-24 anni del Paese non lavora. The Journal of Science and Engineering Petroleum ritiene che l’Arabia Saudita raggiungerà il picco nella produzione di petrolio entro il 2028, ma questo sarebbe un eufemismo incredibile. The Middle East Eye citava esperti statunitensi precisare che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita iniziarono a diminuire nel 2006, diminuendo annualmente dell’1,4% l’anno dal 2005 al 2015. Citigroup riteneva che il regno potrebbe esaurire il petrolio per l’esportazione entro il 2030. La fine della vacca da mungere del regno probabilmente causerà problemi nella nazione che The Atlantic definiva gestita come una “sofisticata organizzazione criminale“.

II. L’aumento dei segnali di conflitti interni in Arabia Saudita
Vi sono varie indicazioni che la famiglia reale dell’Arabia Saudita sappia molto anche sui conflitti interni. Re Salman ha causato un grave sconvolgimento adottando il passo controverso di revisionare completamente le regole della successione nominando il figlio Muhamad bin Salman principe ereditario. Tale passo è pericoloso perché ha causato una divisione nella famiglia reale. La rivista Foreign Policy osservava che le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita non sono sotto il controllo di un unico comandante, il che significa che l’esercito corre il rischio di fratturarsi nel conflitto interno. Nel 2015, The Independent parlò con un principe saudita che rivelò che otto degli undici fratelli di Salman erano scontenti della sua leadership e che intendevano dimetterlo per sostituirlo con l’ex-ministro dell’Interno principe Ahmad bin Abdulaziz. NBC News rivelò che la promozione del figlio di Salman a principe ereditario ha anche fatto arrabbiare il principe Muhammad bin Nayaf, che lo precedeva nella linea di successione ed è noto per la posizione dura nei confronti dell’Iran. Il 28 giugno 2017, il New York Times riferì che a Nayaf fu impedito di lasciare l’Arabia Saudita, venendo confinato nel suo palazzo di Gedda, dove le sue guardie venivano sostituite da quelle fedeli a Muhamad bin Salman. Nayaf governa la regione orientale dell’Arabia Saudita, descritta come provincia pronta a ribellarsi in caso di conflitto civile, per via della grande popolazione sciita. È generalmente considerato uno dei principali sostenitori dell’esecuzione, nel 2016, dello sciita Nimr al-Nimr, passo che suscitò grande rabbia presso gli iraniani. La famiglia di Nayaf ha anche legami storici con gruppi di insorti utilizzati dall’Arabia Saudita come strumento di politica estera. Suo padre, Nayaf bin Abdulaziz al-Saud, fu ministro degli Interni e monitorava i servizi segreti, la polizia, le forze speciali, l’agenzia d’interdizione della droga dell’Arabia Saudita e le forze dei mujahidin. Re Salman utilizza la guerra nello Yemen per contrastare le élite insoddisfatte per via di ciò che The Washington Post descrisse come un’ondata di sentimenti nazionalisti tra i cittadini. La decisione fu anche un tentativo di adottare misure attive contro il sostegno iraniano ai ribelli huthi nello Yemen e impedire la destabilizzazione della primavera araba. Ma se l’intervento può aver dato all’Arabia Saudita vantaggi a breve termine, ha anche contribuito ad inasprire le fratture in Medio Oriente permettendo agli Stati vicini di adottare misure per sostituire l’Arabia Saudita a potenza dominante nella regione.

III. I cambiamenti geopolitici aumentano la probabilità di conflitto
Non solo lo Yemen preoccupa i sauditi. Anni di interferenze ora spingono il Regno a condurre sempre più gli affari esteri col fine di evitare la destabilizzazione interna ed equilibrare la situazione regionale. Il rilascio da WikiLeaks di dispacci diplomatici e del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita dimostrano che i funzionari s’impegnano a voler distruggere il regime siriano per il timore che il governo di Assad attui una rappresaglia distruttiva per la guerra civile. L’Arabia Saudita ha contribuito ad alimentare la guerra sostenendo gruppi terroristici. I cablo del dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks mostrano che l’Arabia Saudita è considerata il maggiore finanziatore dei gruppi terroristici sunniti nel mondo. Ma sugli interventi all’estero, il terrorismo è uno strumento di politica estera utilizzato per indirizzare al meglio l’energia distruttiva. Ci sono da tempo timori che il metodo non funzioni e creino problemi ai finanziatori del terrorismo. Le forze di sicurezza saudite hanno regolarmente avuto problemi d’infiltrazione dai gruppi terroristici. Nel 2001, Stratfor osservò la crescente preoccupazione della famiglia reale sull’aumento di simpatizzanti del terrorismo tra i militari, per via del timore che alcuni gruppi di insorti non fossero amichevoli verso il regno. Gruppi terroristici come lo SIIL negli ultimi anni hanno effettuato vari attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui attentati suicidi contro la città santa islamica di Medina e la Grande Moschea della Mecca. Tradizionalmente, il potere in Medio Oriente fu diviso tra i governi israeliani e sauditi. Questo ordine regionale potrebbe comunque iniziare a cambiare, a causa della combinazione tra strategia fluttuante degli Stati Uniti e tentativi di altri Stati del Medio Oriente di divenire i principali attori della regione. Nel marzo 2016, Julian Assange osservò su New Internationalist che gli strateghi statunitensi come John Brennan vedevano sempre più il rapporto israelo-saudita come ostacolo agli interessi strategici degli USA, soprattutto verso l’Iran. Tale cambiamento politico attualmente si riproduce con la crisi in Qatar. Il Qatar storicamente si era posto da centro diplomatico in Medio Oriente, rimanendo vicino a Iran e diversi gruppi di insorti, come i taliban, che lo vedevano come luogo di negoziati. Le e-mail di John Podesta rivelano che il Qatar ha sostenuto gruppi terroristici come lo SIIL assieme all’Arabia Saudita, ma con l’intenzione di competere con altri gruppi terroristici. Fazioni supportate dal Qatar sono al-Qaida, al-Nusra, Hamas e taliban. Inoltre, al-Jazeera, media del Qatar, ha provocato l’Arabia Saudita fornendone una visione inquietante sui problemi in precedenza non riconosciuti in Medio Oriente (anche se una copertura critica della politica del Qatar fu risparmiata). NPR ha anche osservato che il Qatar era apertamente in competizione con l’Arabia Saudita durante la primavera araba, quando sostennero opposte fazioni in Paesi come l’Egitto. Il conflitto con il Qatar crea il rischio molto reale che le ostilità possano diffondersi in Arabia Saudita, dato il supporto di entrambi ai gruppi terroristici. Lo scontro recente ha rivelato anche la nascita di un nuovo ordine in Medio Oriente: tra Stati che difendono il vecchio rapporto israelo-saudita e chi vuole rimodellare i rapporti di forza. L’Arabia Saudita è sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Yemen e Maldive. Il Qatar è sostenuto dagli avversari regionali dell’Arabia Saudita, Iran e Turchia. La Turchia ha continuato ad accrescere il proprio ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni ed è visto dagli Stati Uniti come attore adatto a bilanciare l’influenza saudita in Paesi come il Pakistan. Turchia e Iran ora sfidano attivamente l’Arabia Saudita con la Turchia che schiera truppe in Qatar e l’Iran che sostiene il piccolo Stato del Golfo con aiuti alimentari. Se i due Stati sopravvivono a destabilizzanti colpi di Stato e terrorismo, possono trarre vantaggio da qualsiasi futura riduzione dell’influenza saudita.

IV. I pericoli di un conflitto civile saudita
Una guerra civile o conflitto interno in Arabia Saudita raggiungerebbe rapidamente una dimensione internazionale. Le aziende della difesa sono sempre più corteggiate dai fondi sauditi, nell’ambito dei piani per rivedere l’esercito, cui una parte comprende il recente accordo da 100 miliardi con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha utilizzato sempre più aziende militari private come la Blackwater, che attualmente forniscono personale alla coalizione saudita nello Yemen. Lo spettro della proliferazione nucleare nel Medio Oriente solleva anche il timore che le armi possano cadere nelle mani sbagliate o di un impiego indiscriminato. Le dichiarazioni del 2010 del direttore di al-Jazeera, ripetute da Julian Assange, secondo cui il Qatar ha un’arma nucleare. L’Arabia Saudita è anch’essa sospettata di avere armi nucleari. Nel 2013, BBC News riferì che l’Arabia Saudita aveva armi nucleari “ordinate” dal Pakistan, il cui programma nucleare fu finanziato dai sauditi. Nel 2012, i sauditi firmarono anche un accordo di cooperazione nucleare con la Cina secondo cui Riyadh avrà 16 reattori nucleari dal 2030. L’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dei Paesi arabi preoccupa i funzionari dei servizi segreti israeliani, che temono che i Paesi che acquistano tali sistemi d’arma non li useranno in modo efficace. Se il conflitto con il Qatar (o in una delle altre regioni in cui l’Arabia Saudita è intervenuta) va fuori controllo, la possibile proliferazione di sistemi d’arma nucleari pone un serio pericolo. Conflitti internazionali e regionali ed operazioni terroristiche creano il rischio che tali armi possano essere utilizzate intenzionalmente o inavvertitamente. Una guerra civile saudita crea anche pericoli per la comunità internazionale, in quanto ci sarebbero gravi problemi se le città sante di Mecca e Medina venissero danneggiate da un conflitto. Il calo delle riserve di valuta estera, per la diminuzione della fornitura di petrolio, conflitti nella famiglia reale e la minaccia sempre presente che le reti terroristiche danneggino i loro finanziatori, indicano che l’Arabia Saudita è in crisi. Il conflitto del Qatar continua ad aggravarsi e le vere domande non dovrebbero porsi sulla possibile fine del terrorismo o sull’etica di vendere nuove armi ai Paesi arabi, ma su ciò che il mondo spera sia il Medio Oriente una volta che la polvere si sia depositata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita compie un passo verso la disintegrazione

Alessandro Lattanzio, 22/6/2017

Muhamad bin Salman tra businessmen della ‘new economy’ degli USA

Il 21 giugno, il presidente turco Erdogan condannava ufficialmente l’idea della “Grande Albania” mentre inviava mezzi e rinforzi dell’esercito turco nel nord della Siria, mentre il parlamento tedesco votava il ritiro delle forze tedesche dalla base aerea turca di Incirlik, la principale base della NATO in Turchia. Ciò a seguito del deteriorarsi delle relazioni tra Germania e Turchia, dell’allontanamento di Erdogan dall’Unione europea e dei contrasti tra Ankara e Washington sulla questione curda e il ruolo dei curdi in Siria. Inoltre, il neopresidente francese Emmanuel Macron dichiarava che non esiste un ‘legittimo successore’ al Presidente Assad e che la priorità sia combattere il terrorismo islamista con l’aiuto della Russia; “La nuova prospettiva che ho su questo argomento è che non affermo che la dipartita di Bashar al-Assad sia una precondizione, perché nessuno mi ha mostrato un legittimo successore… Le mie linee sono chiare: in primo luogo, lotta completa contro tutti i gruppi terroristici. Sono i nostri nemici… abbiamo bisogno della cooperazione di tutti, specialmente della Russia, per eliminarli”. Un cambiamento significativo della posizione della Francia rispetto ai presidenti Sarkozy e Hollande. “Il riconoscimento di Macron che il cambio di regime in Siria è fuori dall’ordine del giorno non è altro che il riconoscimento dell’evidenza. Con la ‘Siria utile’, le ricche coste della Siria dove la maggior parte della popolazione siriana vive, sotto il controllo del Presidente Assad, con l’Esercito arabo siriano che avanza rapidamente nella Siria orientale e la Russia che ha istituito un potente sistema di difesa aerea, non c’è possibilità che il Presidente Assad sia rovesciato”. E infine il Viceministro degli Esteri russo Oleg Syromolotov dichiarava che “Secondo il Ministero della Difesa russo, è altamente probabile che il capo dello SIIL al-Baghdadi sia stato eliminato dalle forze aerospaziali russe quando colpirono un centro di comando dei terroristi alla periferia sud di Raqqa, verso la fine di maggio. L’informazione è ora verificata da vari canali“. La Russia inviava in Siria 21 pezzi d’artiglieria M30, sistemi lanciarazzi multipli TOS-1 e BM-30 Smerch, e 50 missili tattici Tochka-U. Inoltre, la Russia riposizionava i sistemi di difesa aerea in Siria, per permetterne la massima copertura possibile nello spazio aereo della Siria. Inoltre, gli aerei da combattimento russo aumentavano le operazioni d’intercettazione dei caccia statunitensi, in particolare nelle zone operative degli aerei siriani. Le unità dell’Esercito arabo siriano bombardavano le posizioni del SIIL a Tabarat al-Dibah, ad est di Hama, eliminando numerosi terroristi. Intanto, in Arabia Saudita, re Salman nominava il figlio, Muhamad bin Salman, principe ereditario al posto del principe Muhamad bin Nayaf, che supervisionava le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita. Muhamad bin Salman ha trascinato l’Arabia Saudita nella guerra allo Yemen, causando 14000 morti, e nel conflitto con il Qatar, dove perde il sostegno degli Stati Uniti. Ma Muhamad bin Salman, che aveva guidato i negoziati sulla riduzione della produzione dell’OPEC, appare circondato da una cricca di principi aggressivi che oggi puntano a guidare l’Arabia Saudita ed è responsabile della riduzione delle sovvenzioni energetiche e della proposta di privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco, e soprattutto dell’attacco terroristico dello SIIL a Teheran, il 7 giugno 2017, che ha acuito le tensioni tra Arabia Saudita ed Iran. Il Generale Mohammad Ali Jafari, del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, aveva dichiarato, “Abbiamo intelligence precise che dimostrano che, purtroppo, l’Arabia Saudita, oltre a sostenere i terroristi, gli ha chiesto di condurre operazioni in Iran”. Mentre il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah, indicava l’Arabia Saudita affermando che l’attentato di Teheran aveva i segni di un “piano distruttivo internazionale”. Muhamad bin Salman controlla difesa, petrolio e politica economica del regno saudita, e aveva organizzato il viaggio di Trump a Riyadh. La promozione del principe è stata approvata da 31 dei 34 membri del Consiglio di reggenza del regno. Il principe Muhamad bin Nayaf veniva anche sostituito, da ministro degli Interni, da Saud bin Nayaf e dal vice Ahmad bin Muhamad al-Salim. Ad aprile, il re saudita aveva nominato due altri figli, il principe Salman bin Abdulaziz e il principe Qalid bin Salman, ministro per gli Affari Energetici e ambasciatore negli Stati Uniti. Già nel dicembre 2015, fu affermato che Salman bin Abdulaziz, l’ultimo dei figli del primo re saudita, Abdulziz al-Saud, sarà sostituito dalla nuova generazione di reali sauditi. Salman aveva nominato il nipote, Muhamad bin Nayaf, principe della corona dopo averne fatto dimettere il fratello, Muqrin bin Abdulaziz, nel 2015. Nel frattempo Muhamad bin Salman concentra nelle proprie mani sempre più potere: nel Ministero della Difesa, nel Consiglio di Economia e Sviluppo e nell’Aramco, ed è il responsabile dell’aggressione allo Yemen, del sostegno saudita ai terroristi in Siria e Iraq, del sostegno alla dittatura wahhabita in Bahrayn e del confronto con Qatar e Iran.
In tale situazione, il 22 giugno sarebbero atterrati in Arabia Saudita 18 aerei da combattimento F-16I, F-15CD e F-16CD, 2 Gulfstream per la guerra elettronica e 2 aerocisterne C-130 israeliani, quale deterrenza contro un possibile golpe contro Muhamad bin Salman. Infatti, una petizione firmata da principi sauditi veniva pubblicata dopo la nomina a principe ereditario di Muhamad bin Salman. La petizione, che protesta contro re Salman per la decisione di sostituire bin Nayaf, è firmata dal principe Muqrin bin Abdulaziz e da altri 21 capi sauditi. I principi che si oppongono a bin Salman dichiarano che egli vuole diventare re de facto con tale nomina, e che ciò distruggerebbe la famiglia reale saudita. Inoltre, “Washington ha chiesto altri soldi per difendere il regime saudita e Riyadh ha recentemente versato 200 miliardi agli Stati Uniti per comprarne il sostegno nella guerra allo Yemen“, secondo l’analista yemenita Salah al-Qarshi. “Si tratta di parte dell’enorme quantità di denaro che l’Arabia Saudita versa al Tesoro degli Stati Uniti per proteggere la corona“. Secondo al-Qarshi, l’ex-capo dei servizi segreti sauditi Turqi al-Faysal aveva rivelato che il suo Paese aveva acquistato i poco redditizi buoni del Tesoro USA per aiutare l’economia degli Stati Uniti. Abdalbari Atwan, caporedattore del giornale Rai al-Yum, affermava che “che il principe Muhamad bin Salman è solo a un passo dal divenire re“, attendendo solo il via libera dal governo degli Stati Uniti. Sempre secondo Atwan, anche il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhamad bin Zayad al-Nahyan, potrebbe inscenare un colpo di Stato negli Emirati Arabi Uniti per diventarne il re. Secondo l’insider saudita Mujtahid, il re saudita Salman bin Abdulaziz dovrebbe presto ritirarsi e fare accedere al trono Muhamad bin Salman, ma non prima di averne informato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.Fonti:
Análisis Militares
FNA
FNA
FNA
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The Duran
The Duran
The Duran
Zerohedge

I petrodollari in difficoltà mentre i sauditi liquidano le riserve valutarie

SRSrocco, 16 giugno 2017Il sistema dei petrodollari degli Stati Uniti è in gravi difficoltà mentre il più grande produttore di petrolio del Medio Oriente continua a soffrire perché il basso prezzo del petrolio ne devasta la base finanziaria. L’Arabia Saudita, fattore chiave del sistema dei petrodollari, continua a liquidare le proprie riserve valutarie, poiché il prezzo del petrolio non copre i costi della produzione e del finanziamento del bilancio nazionale. Il sistema dei petrodollari fu avviato nei primi anni ’70, dopo che Nixon abbandonò il gold standard, scambiando il petrolio saudita coi dollari USA. L’accordo affermava che i sauditi avrebbero scambiato solo in dollari USA il loro petrolio per reinvestirne le eccedenze nei buoni del tesoro USA. Ciò permise all’impero statunitense di persistere per altri 46 anni, in quanto possedeva la carta di credito energetico, e tale carta funzionò sicuramente. Secondo le statistiche più recenti, il totale cumulato del deficit commerciale degli USA dal 1971 è di circa 10,5 trilioni di dollari. Ora, considerando la quantità di importazioni di petrolio dal 1971, ho calcolato che quasi la metà di quei 10,5 trilioni di dollari di deficit è per il petrolio. Quindi, un’enorme carta di credito energetica. Indipendentemente da ciò… il sistema del petrodollaro funziona quando un Paese esportatore di petrolio ha un “surplus” da reinvestire nei buoni degli Stati Uniti. E questo è esattamente ciò che l’Arabia Saudita fece fino al 2014, quando fu costretta a liquidare le riserve in valuta estera (per lo più buoni del tesoro USA) quando il prezzo del petrolio scese sotto i 100 dollari:Quindi, mentre il prezzo del petrolio ha continuato a diminuire dalla metà 2014 alla fine del 2016, l’Arabia Saudita vendete il 27% delle proprie riserve valutarie. Tuttavia, quando il prezzo del petrolio si è ripreso alla fine del 2016 e nel 2017, non bastò a limitare la continua vendita di riserve valutarie saudite. Nel 2017 il Regno ha liquidato altri 36 miliardi di dollari di riserve valutarie:Secondo Zerohedge, in Economisti turbati dall’ imprevisto assalto nelle riserve di valuta estera saudita: “La stabilizzazione dei prezzi del petrolio sui 50-60 dollari avrebbe dovuto avere un particolare impatto sulle finanze saudite: si prevedeva che fermasse l’esaurimento delle riserve dell’Arabia Saudita. Tuttavia, secondo gli ultimi dati della banca centrale saudita e dell’autorità monetaria saudita, ciò non è accaduto e le attività estere nette sono inesplicabilmente cadute sotto i 500 miliardi di dollari ad aprile, per la prima volta dal 2011, anche dopo aver contabilizzato 9 miliardi di dollari raccolti dalla prima vendita internazionale di buoni islamici del regno… Qualunque sia la ragione, una cosa appare chiara: se l’Arabia Saudita non può sopprimere le perdite della riserva con il petrolio nella zona critica dei 50-60 dollari, qualsiasi ulteriore diminuzione del prezzo del petrolio avrà conseguenze terribili sulle finanze del governo saudita. Infatti, secondo Sushant Gupta della Wood Mackenzie, nonostante l’estensione della riduzione della produzione di petrolio dell’OPEC, il mercato non potrà assorbire la crescita della produzione di scisto e tornare ai volumi produttivi dell’OPEC, dopo la riduzione, fino alla seconda metà del 2018. In particolare, l’azienda di consulenza petrolifera avverte che, a causa della debolezza stagionale nel primo trimestre della domanda globale di petrolio, il mercato si ammorbidirà proprio quando i tagli scadranno nel marzo 2018”.
I sauditi hanno due gravi problemi:
1. Poiché hanno ridotto la produzione petrolifera con l’accordo OPEC, le aziende di scisto statunitensi aumentano la produzione perché possono produrre petrolio spostando le perdite sugli investitori “Brain Dead” che cercano rendimenti superiori. Ciò distrugge la capacità dell’OPEC di scaricare le scorte petrolifere globali, per cui il prezzo del petrolio continua a diminuire. Ciò significa che i sauditi dovranno liquidare ancora più riserve valutarie, se in futuro i prezzi del petrolio saranno bassi. Risciacqua e ripeti.
2. I sauditi prevedono un’asta pubblica iniziale del 5% nel 2018, su una stima di 2 trilioni di dollari di riserve di petrolio, e sperano di ottenerne 200 miliardi. Tuttavia, gli analisti della Wood Mackenzie stimano che il valore delle riserve sia di 400 miliardi di dollari, non di 2 trilioni. Ciò è dovuto a costi, royalties e imposta sul reddito dell’85% per sostenere il governo saudita e i 15000 membri della famiglia reale saudita. Così, Wood Mackenzie non crede che ci rimarrà molto dei dividendi.
Detto ciò, dubito molto che i sauditi abbiano i 266 miliardi di barili di riserve petrolifere dichiarate nella nuova revisione statistica BP 2016. L’Arabia Saudita produce circa 4,5 miliardi di barili di petrolio all’anno. Così, le loro riserve dovrebbero durare quasi 60 anni. Ora… perché l’Arabia Saudita vende una percentuale delle proprie riserve petrolifere se avrà altri 60 anni di produzione di petrolio futura? Qualcosa puzza. È preoccupata dai prezzi del petrolio più bassi, o forse non avrebbe tutte le riserve che afferma? In entrambi i casi… è abbastanza interessante che l’Arabia Saudita continui a liquidare le riserve valutarie ad aprile, anche se il prezzo del petrolio era superiore ai 53 dollari in quel mese. Credo che il regno dei Saud sia in gravi difficoltà. Ecco perché cerca di vendere una OPA per aumentare i fondi necessari. Se l’Arabia Saudita continua a liquidare altre riserve valutarie, vi saranno gravi problemi per il sistema dei petrodollari. Ancora… senza fondi “surplus”, i sauditi non possono acquistare i buoni del tesoro degli Stati Uniti. In realtà, negli ultimi tre anni, l’Arabia Saudita ne ha venduti molti (in riserve in valuta estera) per integrare le carenze dei ricavi petroliferi. Se il prezzo del petrolio continua a diminuire, e credo che sarà così, Arabia Saudita e sistema dei petrodollari avranno altri problemi. Il crollo del sistema dei petrodollari significherebbe la fine della supremazia del dollaro statunitense e con essa, la fine dell’intervento sul mercato dell’oro.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora