La vera “catastrofe” della Brexit: i 400 più ricchi del mondo perdono 127 miliardi di dollari

Zerohedge 25 giugno 2016

Con tutto l’allarmismo e le minacce sull’imminente apocalisse finanziaria che sarebbe stata la vittoria della Brexit, assieme alle terribili previsioni da gente come George Soros, Banca d’Inghilterra, David Cameron (che ha anche invocato la guerra) e perfino Jacob Rothschild, qualcosa di “inaspettato” è successo ieri, la borsa del Regno Unito ha avuto la migliore prestazione sul mercato europeo dall’esito della Brexit.20160624_EU1_0Questo risultato era proprio quello atteso tre giorni prima, per motivi che scrivemmo in “Soros sbaglia“, dove dicemmo “in un mondo in cui le banche centrali corrono a svalutare le valute con tutti i mezzi necessari, solo per avere un vantaggio competitivo modesto nelle guerre commerciali globali, il crollo della sterlina inglese è esattamente ciò che la Banca d’Inghilterra dovrebbe volere, se questo significa avviare l’economia del Regno Unito“. Venerdì scorso, il mercato l’ha apprezzato pure, rivelando che il grande perdente della Brexit non era il Regno Unito, ma l’Europa. Non solo, come abbiamo notato ieri in “Chi sono i maggiori perdenti della Brexit?“, ci sono perdenti ancora più grandi dell’UE: i più ricchi in Gran Bretagna ed Europa.20160624_britbillions_0I 15 cittadini più ricchi della Gran Bretagna hanno perso 5,5 miliardi di dollari di fortune collettive, dopo che il Paese ha votato l’abbandono dell’Unione europea. L’uomo più ricco della Gran Bretagna, Gerald Grosvenor, ha accusato il colpo perdendo 1 miliardo di dollari, secondo l’indice Bloomberg dei miliardari, seguito dal proprietario della Topshop Philip Green, dal barone terriero Charles Cadogan e da Bruno Schroder, azionista di maggioranza della Money Manager Schroders Plc. Non solo in Gran Bretagna: come Bloomberg aggiungeva, le 400 persone più ricche del mondo hanno perso 127,4 miliardi di dollari mentre i mercati azionari globali annaspavano alla notizia che gli elettori inglesi decidevano di lasciare l’Unione europea. I miliardari hanno perso il 3,2 per cento del loro patrimonio netto totale, portando la somma combinata a 3,9 trilioni di dollari, secondo l’indice Bloomberg dei miliardari. La perdita peggiore la subiva la persona più ricca d’Europa, Amancio Ortega, che ha perso più di 6 miliardi di dollari, mentre gli altri nove hanno perso oltre 1 miliardo di dollari, come Bill Gates, Jeff Bezos e Gerald Cavendish Grosvenor, la persona più ricca del Regno Unito. Ironia della sorte, si scopre che quando George Soros minacciava “La Brexit vi renderà tutti poveri, fate attenzione” ciò che intendeva veramente era “che mi renderà più povero”. Sì George, la gente conosceva il motivo per cui votare come ha votato.eu puzzleTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ecuador: l’agente della CIA Swat e altri

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 22/06/2016or-37496Sul murale nel parlamento ecuadoriano dal famoso pittore ecuadoriano Oswaldo Guayasamín, dal titolo “Imagen de la Patria”, appare un teschio ghignante con elmetto decorato con la sigla CIA. Quando il murale fu presentato nell’agosto 1988, Guayasamín spiegò che l’immagine sintetizzava le minacce straniere al suo Paese natale, e da quasi tre decenni questo “cranio della CIA” con ghigno sinistro osserva i deputati in parlamento. Le impronte digitali della CIA sono visibili in decine di incidenti in Ecuador, con cui i politici che minacciavano la politica estera statunitense furono eliminati. Ad esempio, nel maggio 1981 l’aereo con il presidente Jaime Roldós si schiantò nella provincia di Loja, regione montuosa dell’Ecuador. Il presidente Reagan era ostile agli ecuadoriani: Roldós rifiutò l’invito al suo insediamento e mantenne relazioni amichevoli con i sandinisti in Nicaragua e il governo cubano. Mostrò anche solidarietà al Fronte Democratico Rivoluzionario in El Salvador, che si opponeva alla dittatura militare. Roldós voleva riorganizzare l’industria petrolifera dell’Ecuador, mettendo a repentaglio gli interessi delle compagnie petrolifere transnazionali. Roldós fu eliminato a causa di “tutta una serie di lamentele”. Una volta che Rafael Correa è entrato in carica, la CIA intensificò le azioni in Ecuador. In una recente intervista Correa ha detto che nei primi giorni dell’amministrazione un certo diplomatico statunitense chiese un incontro durante il quale si presentò come “rappresentante ufficiale della CIA” in Ecuador. Costui sottolineò che agiva in modo indipendente dall’ambasciatore degli Stati Uniti. Come osservò Correa, a quel tempo “gli statunitensi ancora pensavano di poter prendere il controllo del nostro governo”. L’impulso delle ultime rivelazioni di Correa sulle attività sovversive dell’intelligence degli Stati Uniti nel Paese fu l’incidente con un’agente della CIA dal nome in codice “Swat”.
mario-pazmino Dal 1984 al 2007, una certa Leila Hadad Pérez, donna di origine libanese, agiva a Quito da agente illegale della CIA. In un primo momento usò un salone di bellezza come facciata, e poi un negozio che vendeva tappeti. Il suo vero nome era Sania Elias Zaytun al-Mayaq. Swat era soprattutto interessata agli alti ufficiali delle forze armate e della polizia. La loro collaborazione fu sottoscritta con “mance” mensili in dollari, pari a diversi stipendi degli ufficiali, e con la promessa di una carriera sempre in ascesa. Grazie agli sforzi di Swat, molti posti chiave dei servizi informativi e delle forze armate dell’Ecuador furono occupati da agenti della CIA. Uno degli obiettivi principali era ostacolare il coinvolgimento dell’Ecuador in iniziative volte ad integrare il continente ed anche a contrastare qualsiasi alleanza rafforzata con il Venezuela. Una campagna fu condotta per compromettere i leader vicini all’Ecuador come Hugo Chávez, Inácio Lula da Silva, Néstor Kirchner, Evo Morales, e altri. La rete degli agenti di Swat fece di tutto per evitare la chiusura della base militare statunitense di Manta. La campagna elettorale 2006 di Correa non nascose ciò che aveva in mente circa la presenza militare degli Stati Uniti. Praticamente ogni agente operativo della CIA nel Paese fu mobilitato, così come l’intelligence militare degli Stati Uniti, tra cui politici, poliziotti, militari, giornalisti, sindacalisti, studenti e ONG. Ma i loro sforzi fallirono. Come osserva Correa, i metodi impiegati da Swat erano “goffi” ed “era ovvio che era il cervello della CIA in Ecuador”. Di conseguenza, il presidente ecuadoriano decise di espellerla dal Paese. Nel luglio 2009, la base militare statunitense di Manta fu chiusa. L’ambasciatore degli Stati Uniti Todd Chapman cercò di negare l’esistenza dei legami tra CIA e politici ecuadoriani. Con una certa ironia, il Presidente Correa consigliò l’ambasciatore d’imparare “un po’ di più su come questi servizi lavorano, se non lo sa”. Rafael Correa pensa che il suo Paese sia ancora in pericolo di colpo di Stato. Alcuni analisti ritengono che, alla fine, la congiura della CIA in Ecuador sarà guidata da Mario Pazmino, ex-direttore dell’intelligence dell’Ecuador. Correa l’accusò di nascondere informazioni strategicamente vitali sull’attacco illegale lanciato dal confine con la Colombia a un accampamento delle FARC in Ecuador. Dall’inizio alla fine, l’attacco fu pianificato da CIA e intelligence militare. Conseguenza di queste rivelazioni, le agenzie di intelligence e controspionaggio dell’Ecuador compromesse furono riformate e un Segretariato Nazionale dell’Intelligence creato, nuovi agenti assunti e nuove attrezzature specializzate adottate. Tutto questo consentirà di monitorare in modo efficace le organizzazioni che rispondono alla CIA come USAID e National Endowment for Democracy (NED). Fu subito scoperto che Karen Hollihan, un’ecuadoriana di origine tedesca-statunitense, fu inviata a ripristinare la rete di agenti in Ecuador. Un uomo di nome Fernando Villavicencio collaborava con lei, affermando di essere un esperto di petrolio, ma la sua attività principale era denigrare il Presidente Correa. Villavicencio fu condannato a 18 mesi di carcere per diffamazione, ma riuscì a fuggire e ora usa internet per diffondere articoli scritti dalla CIA sulla corruzione nel governo Correa. Un altro contatto attivo di Hollihan si chiama César Ricaurte, che dirige l’organizzazione non-profit Fundamedios che monitora “le minacce alla libertà di stampa” in Ecuador sostenendo i critici del regime partecipi alla campagna di denunce della CIA. La ONG Participación Ciudadana, specializzata nel “giornalismo investigativo” della CIA, ha ricevuto 265000 dollari solo dal NED negli ultimi due anni, per coprire le “spese correnti”.
L’ecuadoregno Mario Ramos, direttore del Centro Andino per gli Studi Strategici, che analizza le operazioni contro i governi latino-americani che rifiutano le linee di Washington, ha osservato su Telesur che le attività sovversive della CIA aumentano in ogni Paese prima di scegliere “la strategia di destabilizzazione adeguata: guerra economica, mediatica o psicologica, e così via”. Ramos ritiene che, per contrastare tali operazioni sovversive, i latino-americani debbano stabilire “una strategia di difesa integrata” che si estenda alle sfere della diplomazia, militare e della finanza, e concentri gli sforzi dei servizi segreti dei loro Paesi su questo compito. La denuncia delle operazioni sovversive della CIA in Ecuador, la sfilata in TV dei primi piani dei criminali e l’analisi delle ripercussioni catastrofiche per il Paese dovute a tali attività illegali, provano che i leader politici e della sicurezza dell’Ecuador hanno raggiunto le dovute conclusioni.

Karen Hollihan

Karen Hollihan

Ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

BREXIT (e champagne)

Jacques Sapir, Russeurope 24 giugno 2016brexitLa votazione del 23 giugno è un momento storico capitale. E’ anche un grande momento per la democrazia. Votando per il 51,9% l’abbandono dell’Unione europea, gli elettori inglesi hanno dato una lezione di democrazia al mondo, e per il vostro umile servitore probabilmente cambiano il nostro futuro.

Una lezione di democrazia
coverfeature2304 La lezione di democrazia è prevalente su più livelli. Qui dobbiamo accogliere la decisione del primo ministro inglese, David Cameron, di lasciare che le posizioni divergenti si esprimessero, nel partito conservatore e nel governo. Allo stesso modo dovremmo accogliere la maturità degli elettori inglesi che legittimamente sconvolti dalla tragedia dell’omicidio della deputata laburista Jo Cox, non si sono lasciati sopraffare dall’emozione e sono rimasti nelle posizioni favorevoli all’uscita dall’UE. Naturalmente, non tutto era perfetto in questa campagna. Ci sono stati eccessi e bugie, come quelle di George Osborne [1], ministro delle Finanze, o dei catastrofisti patentati di Bruxelles. La copertura mediatica era sbilanciata a favore del “restare”, ma meno di quello che sarebbe successo se tale voto si fosse svolto in Francia [2]. Era evidente come la comunità finanziaria avesse attuato una campagna isterica affinché il Regno Unito rimanesse nell’UE. E questi circoli hanno il nerbo della guerra, cioè i soldi. Ma potremmo anche vedere che gli elettori non si sono lasciati particolarmente colpire da denaro o argomenti delle autorità riversati sui media. Il successo dell'”uscita” nel referendum può quindi essere paragonato al similare successo del “no” al referendum sul progetto di trattato costituzionale europeo, in Francia nel 2005. In entrambi i casi l’elettorato popolare e operaio era contro le autoproclamate ‘élite’ e i giornalisti al loro soldo. E il nuovo capo laburista Jeremy Corbyn, che guidava la campagna nel Regno Unito per rimanere nell’UE, è stato sconfessato da una parte significativa dei suoi elettori. Entrambi i referendum riflettono la vitalità dei sentimenti democratici nelle opinioni pubbliche di entrambe le rive della Manica. Il referendum inglese, inoltre, dimostra di essere un vero e proprio colpo al presidente degli Stati Uniti, recatosi in Gran Bretagna alcune settimane prima per invitare gli elettori a rimanere nell’Unione europea, riflettendo quindi la vera natura dell’UE. Infine, con questa lezione di democrazia, David Cameron ha detto di aver capito che la decisione del popolo inglese va rispettata, e che la procedura legale per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sarà avviata. Ancora una volta, ciò è nettamente diverso dal comportamento delle élite politiche francesi, che costantemente eseguono ogni decisione ampiamente respinta dagli elettori.

Ritorno alle Nazioni e negazione della realtà
brexit5 Questa lezione di democrazia avrà conseguenze importanti per il futuro. Non tanto finanziarie. Le turbolenze sui mercati finanziari dureranno un paio di giorni, poi si calmeranno quando gli operatori prenderanno atto che il voto di certo non interrompe flusso o produzione di merci. Norvegia e Svizzera non sono membri dell’UE e non vanno male, se si crede alle statistiche economiche. Le conseguenze più importanti saranno ovviamente politiche. Qui va ricordato che il voto è il primo in cui un Paese membro dell’UE, e prima nella Comunità economica europea, che si chiamava mercato comune, decide democraticamente di staccarsi da tali istituzioni. Come precedente, ma anche come effetto domino, l’impatto di questa decisione sarà notevole. Già si vede che in altri Paesi, come Olanda, Danimarca o Francia, il voto dà un’idea ai vari partiti euroscettici. inoltre la vittoria dei cosiddetti “populisti” alle amministrative italiane del M5S di Beppe Grillo, o la mancata elezione del candidato nel Partito della Libertà alle presidenziali in Austria (risultato oggetto di un ricorso per annullamento), mostra che vi è infatti una forma di ribellione contro l’Unione europea. Questo movimento s’è visto nello studio del Pew Research Center, dove pareri negativi verso l’UE superano quelli favorevoli in 4 Paesi: Spagna, Grecia, Francia e Regno Unito [3]. Il voto inglese non si ha per caso in omaggio alla grande capacità di negare la realtà delle élite europee, che il voto ha così sorpreso. La politica della negazione è quella che è, non va attesa una seria discussione delle opzioni politiche europee da parte degli stessi che le adottano. E’ quindi probabile che assisteremo, nelle prossime settimane, a un’escalation politica. Ma i fatti sono testardi: maggiore impegno verso “federalismo” e altre opzioni “sovranazionali” non produrrà che resistenza dai cittadini. Speriamo che siano presto consultati, perché in caso contrario tale resistenza potrebbe assumere forme violente. Il voto inglese condanna una forma di progetto europeo. La logica e il buon senso vorrebbero che se ne prenda atto, ritornando a forme più rispettose della sovranità e quindi di democrazia, nel quadro delle nazioni che compongono l’Europa.

Impasse e importanza della “sinistra” nella lotta per la sovranità
C’è un’ultima lezione. La vittoria dell'”uscita” è stata possibile in Gran Bretagna perché parte dell’elettorato operaio, come detto, ha votato contro le disposizioni impartite dai capi del suo partito. Ciò comporta due osservazioni. Il primo è il grado di cecità dei vertici socialdemocratici che si rifiutano di ammettere che le conseguenze pratiche dell’Unione europea sono negative per le classi popolari. I regolamenti europei sono il cavallo di Troia delle deregolamentazione e della finanziarizzazione delle economie nazionali. Continuare oggi a far finta di cambiare l’Unione dall’interno e a chiacchierare in modo conveniente di “Europa sociale”, sono la menzogna che si tramuta anche in impasse strategica. Tale bugia va sempre denunciata, se vogliamo che un giorno la sinistra esca dal pantano in cui si è cacciata. Il secondo punto è l’importanza del successo di un voto che può essere chiamato di “sovranità” dell’elettorato tradizionalmente di sinistra. L’elettorato non può agire che attraverso specifiche mediazioni politiche. In Gran Bretagna i comitati “Labour for Leave” sono stati fondamentali per il successo del “lasciare”. Possiamo dedurre l’importanza delle forme autonome di organizzazione che strutturano l’elettorato di sinistra nel poter esprimere opzioni sovraniste.Belgium EU Britain[1] Russeurope
[2] Russeurope
[3] Pew Global

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I sauditi istigano a Washington la rivolta contro Obama

Finian Cunningham Strategic Culture Foundation 23/06/20163501I 51 diplomatici statunitensi che rimproverano la politica sulla Siria del presidente Obama chiedendo maggiore uso della forza militare contro il governo di Damasco, sono di per sé notevole segno del dissenso dei funzionari a Washington. Ma l’autorità del presidente è ulteriormente minata sfacciatamente quando pochi giorni dopo i governanti sauditi applaudivano quei diplomatici dissidenti statunitensi, mentre venivano ricevuti alla Casa Bianca. Molte cose si possono individuare qui. Una, la politica degli Stati Uniti sulla Siria è fallita. L’obiettivo di un cambio di regime, che ha spinto la guerra nel Paese negli ultimi cinque anni, sembra dissolversi quale obiettivo possibile. L’intervento militare della Russia iniziato lo scorso ottobre per stabilizzare lo Stato siriano l’ha sventato. Le notizie su Abu Baqr al-Baghdadi, capo supremo del cosiddetto Stato Islamico (SIIL), ucciso da un attacco aereo siriano/russo nel roccaforte di Raqqa suggerisce che l’insurrezione terroristica straniera affronta la sconfitta finale. La tattica segreta degli Stati Uniti di utilizzare un processo politico dal doppio binario nei supposti negoziati di pace, per consentire ai loro mercenari di riorganizzarsi, fallisce pure. Siria ed alleati russi, iraniani e Hezbollah non hanno ceduto sull’azione contro le milizie terroristiche, anche quelle che Washington definisce malignamente “moderate”, e sul “cessate il fuoco”. La cessazione delle ostilità chiesta da Russia e Stati Uniti a febbraio finisce non essendo mai stata in buona fede, soprattutto per una Washington assai poco preoccupata. Era solo una manovra per facilitare il cambio di regime con mezzi politici. Così, la politica degli Stati Uniti è stata valutata in modo decisivo in Siria. E ciò spiegherebbe l’eruzione di frustrazione nei diplomatici degli Stati Uniti e pianificatori del dipartimento di Stato, come illustrato dalla “fuga” sulle molte critiche all’amministrazione Obama. Il fallimento genera frustrazione. I diplomatici contrariati chiedono agli Stati Uniti di attaccare direttamente le forze del governo siriano del Presidente Bashar al-Assad. Negli ultimi due anni, attacchi aerei degli USA in Siria presumibilmente colpivano lo Stato islamico in assenza di unità dell’esercito siriano. I diplomatici ribelli a Washington vogliono che la potenza di fuoco degli USA sia d’ora in poi diretta contro l’esercito siriano. La Russia ha subito bollato la proposta statunitense come grave violazione del diritto internazionale. Mosca sa che tale mossa rischia seriamente di trascinare le forze statunitensi e russe a un confronto diretto. Obama, da parte sua, difficilmente cambierà la politica sulla Siria. Sa che il rischio di escalation è troppo alto e a pochi mesi dalla fine il secondo mandato, il 44° presidente è riluttante a concludere la permanenza alla Casa Bianca nell’ignominia. Tuttavia, l’irrequietezza entusiasta a Washington per una grande guerra in Siria potrebbe essere tollerata dal successore di Obama. La democratica Hillary Clinton che ha invocato un’ampia campagna aerea sulla Siria, e dei repubblicani prescelti verrebbero assunti per assicurarsi altrettanto entusiasmo, se non di più. Il dissenso di Washington sulla Siria è quindi un segnale dell’inasprimento della guerra. Verrebbe accantonata per alcuni mesi, ma sembra quasi certo che una grande guerra sia in preparazione. E questo soprattutto perché gli obiettivi del cambio di regime statunitense in Siria sono stati contrastati finora. Il fallimento genera petulanza.
clinton-prince-nayef Lo straordinario spettacolo della sfida al presidente Obama è un biglietto da visita inquietante della futura escalation in Siria e Medio Oriente. Sembra più che incoscienza che Washington, in primo luogo, cerchi supporto all’intervento militare per salvare la causa persa dei suoi fantocci, e in secondo luogo, spinge affinché le sue forze si scontrino con quelle di Russia, Iran e Hezbollah. La gravità della rivolta a Washington sulla Siria è testimoniata dalle notizie su John Kerry, segretario di Stato degli USA, che incontrerebbe i 51 diplomatici che invocano l’intervento militare diretto. Kerry è arrivato a descrivere le loro proposte come “molto buone”, anche se non ha detto esplicitamente se le approva. Tuttavia, il fatto che il ministro degli Esteri di Obama e capo della diplomazia di Washington abbia apertamente incontrato il gruppo che sfida il presidente sulla Siria, dimostra che il Partito della Guerra va rilanciandosi. La settimana prima, Kerry avvertiva Mosca che gli Stati Uniti “perdono la pazienza” sul futuro di Assad in Siria, indicando ancora una volta che sembrava passare al campo militarista. Ciò dopo che Kerry quasi supplicasse, all’inizio dell’anno, a che lo spargimento di sangue in Siria finisse. Bene, dopo tutto, l’”eroe” della Guerra del Vietnam Kerry ha un passato di maestria nell’opportunismo carrieristico. Il Capo di Stato Maggiore della Russia Generale Valerij Gerasimov ha risposto alla bellicosità di Kerry dicendo che non sono gli Stati Uniti a perdere la pazienza, ma piuttosto la Russia, spinta dai giochi cinici di Washington a favore dei terroristi, rifiutandosi continuamente di cooperare con Mosca nel delineare i terroristi da colpire. In ogni caso, il punto saliente, come indicato all’inizio di questo commento, è il modo con cui il regime saudita dirige lo spettacolo di Washington da dietro le quinte, sfidando il presidente statunitense. Questo è un presagio sinistro.
Pochi giorni dopo la bordata dai diplomatici degli Stati Uniti, una delegazione saudita veniva ricevuta alla Casa Bianca con la consueta adulazione. La delegazione comprendeva il ministro della Difesa e viceprincipe ereditario saudita Muhamad bin Sultan (figlio del re) e il ministro degli Esteri Adil al-Jubayr. I sauditi poi dissero in conferenza stampa di appoggiare l’appello dei diplomatici ad Obama per una “linea dura” sulla Siria. Naturalmente, questo è il mantra del regime saudita negli ultimi cinque anni. Quando Obama rinnegò la “linea rossa” dell’intervento militare aperto alla fine del 2013, la Casa dei Saud fece un enorme sbuffo. Ma l’indebolimento audace del presidente degli USA ad opera degli ospiti sauditi dimostra quanto profondamente siano in sintonia la Casa dei Saud e il Partito della Guerra di Washington. L’arroganza promanata dai gradini della Casa Bianca parla del rapporto formidabile tra Casa dei Saud e potenti elementi del governo segreto statunitense, spiegando anche perché i sauditi fossero così atterriti dai tentativi del Congresso d’indagare sul presunto coinvolgimento saudita negli attacchi terroristici dell’11 settembre. Tale indagine probabilmente non ci sarà comunque, ma già il direttore della CIA John Brennan ha fiduciosamente dichiarato che i documenti ufficiali classificati dell’indagine del Congresso sul 9/11 respingeranno la presunta complicità dello Stato saudita. Data la storica collusione tra il potere statale occulto degli Stati Uniti e regime saudita, si può capire il motivo per cui i sauditi sono così tormentati anche da semplici tiepidi tentativi di Washington di far chiarezza sui despoti sauditi. Dal punto di vista saudita, ben sapendo la profonda collusione degli Stati Uniti nelle operazioni segrete, la semplice menzione dei crimini del regno petrolifero sembrerebbe alto tradimento. La torbida relazione USA-Arabia Saudita fu accennata da un raro articolo del New York Times all’inizio dell’anno, quando fu divulgato che per decenni le operazioni segrete statunitensi nel mondo dipesero fortemente dal finanziamento saudita. Il New York Times dice candidamente come i piani sovversivi e le criminali operazioni clandestine della CIA furono finanziate dal regime saudita. Tale partnership criminale va ben oltre la nota vicenda di come statunitensi e sauditi crearono ed armarono gli estremisti jihadisti in Afghanistan negli anni ’80 per lottare contro l’Unione Sovietica. Cioè, i fantocci della jihad che poi formarono al-Qaida e le varie diramazioni, come Stato islamico e Jabhat al-Nusra in Siria e in Iraq, non sono che un ramo della macchina insurrezionale e terroristica globale che gli Stati Uniti hanno schierato per rovesciare governi e destabilizzare i nemici. Implicito qui è che l’Arabia Saudita usò i petrodollari per ungere le operazioni segrete globali degli Stati Uniti, dal Centro e Sud America, all’Iraq a di nuovo Afghanistan, Cecenia, Balcani, Georgia, Libia, Siria e colpo di Stato in Ucraina nel febbraio 2014. Forse anche i recenti disordini in Kazakistan e Uzbekistan.
familysecrets Nel suo libro sulla dinastia Bush, “La famiglia dei segreti”, il pluripremiato autore Russ Baker documenta come George HW Bush Sr, capo della CIA a metà degli anni ’70, cementò il ruolo saudita nel finanziare le operazioni sporche degli Stati Uniti nel mondo. Quel rapporto oscuro crebbe da allora, raddoppiando con la presidenza del figlio George W. Bush Jr. Poiché la CIA ha ricevuto miliardi di dollari sauditi dalla metà degli anni ’70, per finanziare il suo sporco lavoro, denunciato da varie commissioni del Congresso e da ricorrenti proteste pubbliche fin dal 1963. L’assassinio del presidente John F. Kennedy creò la reazione politica alla CIA e al suo sospetto coinvolgimento in attività clandestine, come l’assassinio di leader politici. Dalla metà degli anni ’70 in poi, la CIA e le sue appendici nello Stato profondo degli USA, hanno disperatamente bisogno di finanziare le loro operazioni con fondi extra-contabili, per non esserne responsabili di fronte al Congresso. L’arrivo dei sauditi permise volentieri di creare l’alleanza segreta forse più distruttiva dalla seconda guerra mondiale. Vi sono tutte le ragioni per credere che tale rapporto segreto USA-Arabia Saudita continui oggi. Ecco la profonda riluttanza nella dirigenza di Washington ad abbandonare i banchieri de facto delle sue operazioni segrete. In cambio di tale accordo, i governanti sauditi sanno su chi premere a Washington nel promuovere un ordine del giorno militarista. Obama finora, per qualsiasi motivo, ha resistito alle pretese di CIA, dipartimento di Stato e governanti sauditi a un maggiore intervento militare in Siria. L’indebolimento di Obama per mano dei sauditi, appoggiando la rivolta di Washington contro la politica del presidente, suggerisce fortemente che la guerra in Siria stia per degenerare.

20150510 saudi salman kerryLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La lunga strada verso l’inganno. Fatti e antefatti di Pearl Harbor

Luca Baldelli1280px-Imperial_Japan_map_19397 dicembre 1941, il Giappone militarista e filo-fascista di Hirohito, Konoye (Primo Ministro), Matsuoka (abile e inflessibile Ministro degli Esteri), Shiratori (Ambasciatore nipponico a Roma), sferra l’attacco aereo contro la flotta statunitense a Pearl Harbor. Gli USA di Franklin Delano Roosevelt hanno offerto su un piatto d’argento, anzi dorato, il pretesto per rompere la cortina avvolgente dell’isolazionismo ed entrare in guerra contro l’Asse. Nel Paese, gli umori contrari ad ogni coinvolgimento nel conflitto mondiale erano stati, almeno fino al 1940, maggioritari tra l’opinione pubblica e con assoluta trasversalità in riferimento al mosaico delle forze politiche: democratici, repubblicani, per tacer dei populisti di Padre Coughlin, fervente filofascista, animatore di trasmissioni radiofoniche trasudanti odio verso le “plutocrazie”, tutti, in stragrande maggioranza, desideravano stare alla finestra a guardare svilupparsi un conflitto che, nelle intenzioni dei centri di potere yankee, doveva, ad un tempo, provocare la reciproca distruzione di Germania e URSS e, poiché ciò non dispiaceva, anche logorare la potenza economica e l’impero coloniale inglesi. Poi, sulle macerie del Reichstag, del Cremlino e dei vari lembi isolani e coloniali di Albione, il giovane Impero USA avrebbe consolidato e moltiplicato le sue fortune, facendole ricadere nelle tasche dei suoi tycoons attraverso l’ineffabile cornucopia della dominazione militare, valutaria e finanziaria estesa a tutto l’orbe terracqueo. Non era in fondo una novità, questa: negli anni ’20 e ’30 l’azione del Partito Repubblicano, con personaggi quali il Senatore Henry Cabot Lodge, del Massachusetts, e William E. Borah, dell’Idaho, era stata improntata al più marcato isolazionismo che naturalmente non precludeva, anzi mascherava, un imperialismo accentuato nel “cortile di casa” sudamericano e in altre aree. A partire dal 1940, con il crescere del confronto nippo–statunitense e anglo–nipponico nel quadrante asiatico, cresce il bisogno di agitare il “pericolo giallo”, spauracchio al quale il fascismo giapponese offre, con il suo volto aggressivo ed espansionista (molto simile a quello anglo-statunitense, d’altro canto), notevoli appigli.
franklin-roosevelt-biography-colorL’astro dell’isolazionismo, pertanto, appare calante. I megafoni della propaganda anglo-statunitense martellano inesorabilmente e senza pausa l’opinione pubblica: il Sol Levante viene dipinto come ricettacolo di ogni male e di ogni pericolo, come una minaccia alla sopravvivenza stessa dell’Occidente e del suo ordine economico. Naturalmente, che lì vi sia un regime fascista non impensierisce l’establishment statunitense: a Washington sono stati allevati e protetti i peggiori tiranni, dal nicaraguense Somoza, mandante dell’assassinio di Sandino, al dominicano Trujillo, razzista incallito, passando per il cubano Batista e l’haitiano Duvalier. Ciò che turba i sonni dell’Impero yankee è la possibilità che l’Asia, quantunque sotto la fascistissima “Sfera comune di prosperità della Grande Asia Orientale” egemonizzata da Tokyo, una sorta di Nuovo Ordine Europeo in salsa orientale, possa scuotersi di dosso il giogo del capitalismo di rapina occidentale, a netta prevalenza inglese (in misura minore statunitense) e inaugurare un’era di nuovi rapporti di forza in quella parte del Pianeta. Contro questa iattura, l’isolazionismo, caldeggiato all’inizio anche da Franklin Delano Roosevelt per poter essere rieletto, non solo non basta ma è controproducente. Bisogna passare all’opzione militarista, con buona pace dei Prescott Bush e di quanti, per interessi economici opposti ma coincidenti, e per sentimenti filofascisti, sostengono l’appeasement tanto con la Germania quanto con il Giappone. Bisogna provocare l’Impero del Sol Levante e spingerlo a fare il passo falso, in modo tale da giustificare una dichiarazione di guerra, per la quale il terreno è stato d’altro canto preparato, nell’opinione pubblica, con la demonizzazione del Giappone. Ancora nel luglio 1941, un sondaggio Gallup rileva come il 79% dell’opinione pubblica statunitense sia contro la guerra e a favore di una non ingerenza negli affari europei. A novembre, la percentuale dei contrari, nonostante il martellamento mediatico nippofobico, tocca la soglia rilevante del 61%. Roosevelt, la cui fretta di entrare in guerra è notata persino, a più riprese, da vari uomini politici nell’arco temporale 1940/41 (in modo particolare da Churchill, nel corso della Conferenza Atlantica dell’agosto ’41), diviene l’alfiere della linea interventista, anche se deve guardarsi le spalle dalla fronda di infiltrati e isolazionisti duri a morire.
Attraverso i media, come abbiamo visto, l’entourage presidenziale cerca di manipolare in ogni modo l’opinione pubblica, unendo, al consueto antisovietismo radicato nella mentalità statunitense, la più truculenta greuelpropaganda contro il Giappone. Tutto ciò non è però sufficiente! Occorre concepire piani militari, provocazioni, azioni false flag capaci di scuotere l’opinione pubblica, finanche di scioccarla, per spostare l’asse delle scelte verso l’impopolare opzione bellica. Occorre, in ambito militare, procedere anche con purghe di vasta entità, se necessario; non sono ammesse deroghe, critiche o distinguo in merito ai piani di guerra (folli, come quelli nipponici!) che si stanno preparando. Gli USA, al contrario dell’URSS, non sono un Paese invaso, attaccato e dunque legittimato a muovere guerra per salvare se stesso, la sua gente, le sue conquiste sociali; anzi, con i “Neutrality Acts”, Washington ha sancito di non volersi impicciare delle sorti del Vecchio Continente e di altre aree del Pianeta che non siano il proprio “courtyard”. Alla guerra ci si deve arrivare con l’inganno, “by the way of deception”, per dirla alla yankee. E’ l’ottobre del 1940 quando il Capitano di Corvetta Arthur H. McCollum confeziona un documento molto importante per capire lo svolgersi dei fatti: un memorandum in otto punti (“Eight Action Memo”), incentrato sulle migliori strategie per spingere il temuto Giappone alla guerra. Vediamoli uno per uno:
1. Stabilire un’alleanza con la Gran Bretagna per utilizzare le basi militari di Singapore;
2. Cementare un’ intesa con i Paesi Bassi per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi;
3. Intraprendere ogni azione utile per appoggiare il Governo di Chiang Kai Shek in Cina;
4. Inviare un’intera divisione di incrociatori pesanti nelle acque dell’Estremo Oriente;
5. Inviare due divisioni di sottomarini nella sfera di influenza giapponese;
6. Tenere il grosso della flotta statunitense in prossimità delle Hawaii;
7. Spingere gli olandesi a non accordare concessioni di alcun tipo al Giappone, in particolare nell’ambito dei commerci petroliferi;
8. Varare un embargo totale verso il Giappone, assieme alla Gran Bretagna.
Gli storici ancora discutono su quale fosse il reale livello di conoscenza di Roosevelt rispetto a questo memorandum, ma appare ovvio che il Presidente ne sapesse almeno qualcosa! Infatti, tutte le azioni intraprese da Franklin Delano Roosevelt verso il Giappone, a partire dal 1940, sono coerenti con il dettato e con i propositi contenuti nei punti sopra riportati. Roosevelt, infatti, nel 1940/41, mette a segno uno dopo l’altro dei colpi che finiranno per convincere il Sol Levante circa l’inevitabilità della guerra con gli USA.
Sul piano delle relazioni estere ed economiche, l’embargo statunitense sui minerali e i metalli, diretti verso un Giappone ormai lanciato sull’Indocina in “disimpegno coloniale” da parte del governo di Vichy, apre le danze belliche: esso pesa notevolmente sull’economia nipponica, dal momento che, ancora nel 1938/39, oltre il 70% dei metalli ferrosi e più del 93% del rame utilizzati in Giappone venivano importati dagli USA. Sul piano strettamente interno, l’Ammiraglio Richardson, Comandante in capo della Marina, viene estromesso a causa del suo rifiuto di accettare deliberate provocazioni antinipponiche e di avallare una linea suicida su tutti i fronti: il governo statunitense, infatti, mentre fa spostare le flotta verso le Hawaii, a Pearl Harbor, non organizza e non rende possibili le più adeguate difese del caso contro attacchi aerei e a mezzo di siluri, assolutamente imprescindibili per assicurare l’integrità e l’invulnerabilità dei “pezzi da novanta” del patrimonio militare navale. Il Pacifico, è chiaro, deve tingersi di sangue, perché solo così si può avere la scusa per entrare in guerra: questo è il messaggio che arriva alle orecchie dei più accorti e a nulla serve nasconderlo con la cortina fumogena dei frasari di convenienza. Pearl Harbor, la località destinata ad assurgere alle massime vette della storia contemporanea, comincia a venir adocchiata e scrutata dal mirino giapponese, paradossalmente (si fa per dire…) secondo i piani statunitensi. Del resto, non è la prima volta che il nome di questa esotica località fa il proprio ingresso nei piani bellici, reali e virtuali, e nelle esercitazioni militari: nel 1932, l’Ammiraglio Yarnell, nel contesto di una simulazione, fa attaccare da 152 aeroplani la postazione navale di Pearl Harbor; nel 1938, poi, l’Ammiraglio King, sempre nell’ambito di un’esercitazione, fa attaccare la postazione navale da velivoli levatisi in volo dalla portaerei Saratoga. C’è però dell’altro e ha a che fare con… la “magia”. Niente di esoterico, per carità (almeno in questo cas…)! Si tratta del sistema “MAGIC”, complesso di sistemi di decodifica delle comunicazioni cifrate giapponesi. Ebbene, in quel burrascoso biennio 1940/41, l’intelligence statunitense è arrivata ormai a decodificare quasi tutti i messaggi in codice provenienti da Tokyo. Il sistema “MAGIC” è una sorta di scatola magica dentro alla quale vi sono vari scompartimenti, corrispondenti a diversi livelli di codifica: RED (poi PURPLE, usato dalle Ambasciate), TSU (J–19) e OITE (PA–K2), utilizzati dai Consolati, JN–25 (Codice della Marina Imperiale Giapponese, poi sostituito da BAKER 9). La querelle tra gli storici, ancora oggi, investe un argomento centrale: al dicembre del 1941, gli statunitensi avevano decifrato davvero i messaggi in codice nipponici? La tesi ufficiale è che l’attacco di Pearl Harbor non poteva essere previsto, dato che i messaggi criptati non erano stati decifrati in tempo. In particolare, si è sostenuto, la trasmissione dei dispacci era avvenuta con un’ora e quaranta minuti di ritardo rispetto al blitzkrieg nipponico: il messaggio sarebbe giunto infatti sulle scrivanie del Dipartimento di Stato alle 14,05. Questa la tesi ufficiale, giustificativa e assolutoria; la realtà, come vedremo, attesta ben altri fatti.
hideki-tojo-2Un passo indietro, per riallacciarci ai preparativi bellici e inquadrare nelle giuste coordinate spazio-temporali il tutto. Il 1940 segna dunque, come abbiamo ricordato, le prime misure commerciali di boicottaggio degli USA verso il Giappone, la formulazione del Piano McCollum, l’allontanamento dell’Ammiraglio Richardson, l’escalation della preparazione bellica mirata a colpire il Sol Levante. Matsuoka, Ministro degli Esteri nipponico, dichiara l’Indocina e le Indie francesi zone d’interesse giapponese. L’ala dura dei fascisti giapponesi, come desiderato dagli anglo–statunitensi, si rafforza sempre più, a scapito dei moderati. Si va estendendo, come conseguenza del titanico bracco di ferro ingaggiato, l’area di penetrazione economica e politica di Tokyo nel quadrante asiatico. L’anno successivo, il 1941, segna una tappa ancora più avanzata di questa strategia, con il tandem anglo–statunitense in cabina di regia. Il Giappone viene fatto oggetto di rappresaglie economiche e politiche con funzione di aperte provocazioni, di catalizzatori del conflitto che si vuole in ogni modo. In Inghilterra si procede con arresti in massa di cittadini nipponici incolpevoli, o meglio colpevoli solo di appartenere ad un Paese messo ormai nel mirino. Quando, nel luglio del 1941, Tokyo ottiene dal Governo di Vichy la possibilità di piazzare forze militari e avamposti difensivi nel cuore della vecchia Indocina francese, le contraddizioni inter–imperialiste con l’occidente si acuiscono sempre più. Ogni passo in avanti rassicurante della diplomazia giapponese, guidata in gran parte da elementi borghesi o vetero–aristocratici moderati, quantunque legati a concezioni imperialiste e nazionaliste, viene sabotato in maniera premeditata dagli USA: in tale maniera, prende quota il “Partito dello scontro bellico”, la fazione radicale, oltranzista, guidata da Hideki Tojo, Ministro della Guerra. Se nel 1940 il boicottaggio economico statunitense aveva interessato i minerali e i metalli, nel 1941 la giugulazione economica colpisce il Sol Levante in maniera ancora più pesante: nel mese di luglio, tutti i beni del Giappone vengono infatti congelati, all’indomani dell’accordo tra Tokyo e Vichy. Ad agosto, nel caldo canicolare che infiamma il mondo, e non solo meteorologicamente (la grande, eroica URSS combatte per fermare il tedesco invasore in totale solitudine!), gli USA avanzano con tutte le pedine più insidiose sullo scacchiere, sferrando un colpo esiziale: l’embargo totale sul petrolio e i carburanti diretti verso il Giappone. Tokyo, per rendere l’idea, importa, nell’anno di grazia 1939 ben l’80% del petrolio dagli USA! E’ chiaro il messaggio che si vuol lanciare: via ogni residua trattativa, Tokyo sia stritolata nella morsa del boicottaggio e la parola passi alle armi. Come può, infatti, un Paese poverissimo di materie prime e sovrappopolato come il Giappone, fare a meno di approvvigionamenti vitali per la sua economia? Se si chiudono in faccia al Sol Levante le porte degli scambi commerciali in settori di importanza vitale, è evidente che si spera che Tokyo stesso cerchi di riaprirsele con azioni di forza nella regione asiatica, precisamente nell’area del Borneo e delle Indie olandesi, compiendo così il fatidico passo falso.
L’imperialismo porta la guerra come le nuvole la pioggia: questa verità, elementare per ogni militante marxista–leninista e antimperialista, emerge chiaramente osservando sul quadrante internazionale le mosse degli USA nel periodo da noi preso in considerazione, oltre naturalmente a quelle della Germania e degli altri Paesi alleati o vicini all’Asse, Giappone incluso (con l’ala dura dei militari in azione di rafforzamento speculare a quella dei falchi yankee). Gli Stati maggiori preparano piani di guerra sempre più dettagliati, con la previsione di attuarli nel più breve tempo possibile. I giapponesi sono agguerriti e non intendono lasciare l’iniziativa a Roosevelt, per trovarsi poi impreparati e costretti a impaludare le proprie truppe nelle secche degli Oceani, con esiti rovinosi. Così, l’aeronautica giapponese, con spirito di iniziativa e dinamismo superiori a quelli degli altri corpi militari, rispolvera il vecchio progetto (prima appartenuto al capitolo “varie ed eventuali”) di colpire Pearl Harbor, ovvero quella stessa base navale delle Hawaii che, con perfetta coerenza rispetto agli intenti provocatori di Roosevelt, e in spregio agli inviti alla prudenza di parte dei vertici militari della Marina USA, è stata trasformata nella piazzaforte yankee del Pacifico. Quel luogo esotico, evocante coralli e corone di fiori a cingere il collo dei turisti, sta per diventare la dependance fisica e storica dell’Harmageddon… E lo sanno in molti, anche se per decenni si darà ad intendere che non è così!
Nel gennaio del 1941, Ricardo Shreiber, inviato peruviano a Tokyo, confida a Max Bishop, terzo Segretario dell’Ambasciata USA, di essere a conoscenza di un piano giapponese per attaccare Pearl Harbor. Di questa informazione viene messo al corrente il Dipartimento di Stato, assieme all’Ammiraglio Kimmel, nuovo comandante della flotta, il quale sarà poi destinato a fare da capro espiatorio per una mancata difesa della base navale voluta scientemente da chi già aveva programmato la guerra, non certo da lui. Il 31 marzo successivo, la relazione navale Bellinger–Martin ribadisce, nero su bianco, che si sta preparando un attacco giapponese, con Pearl Harbor come bersaglio. Ad agosto è Dusko Popov, uno dei principali agenti inglesi, nome in codice “Triciclo”, a rivelare all’FBI il piano di attacco a Pearl Harbor. Più o meno nello stesso periodo, il senatore Guy Gillette, venuto a conoscenza dei preparativi bellici in maniera dettagliata, allerta il Dipartimento di Stato e lo stesso Franklin Delano Roosevelt. Nell’ottobre del 1941, l’agente segreto Sorge, messosi a disposizione dell’URSS per la suprema causa della pace mondiale, informa del prossimo attacco a Pearl Harbor il Cremlino che, prontamente, gira la preziosa dritta agli USA, anche se dai verbali del governo statunitense sparirà ogni riferimento al fatto (ben 32000 passaggi “sbianchettati” dagli omissis!) Oltre a questi avvertimenti, tutti convergenti verso un unico obiettivo, chiaro e preciso, c’è l’attività di decifrazione dei messaggi in codice giapponesi da parte degli USA, che procede inarrestabile come un Panzer. Altro che messaggi tradotti in ritardo o trasmessi in maniera non tempestiva, magari per le rivalità tra Marina ed Esercito Usa! In quel 1941, il Governo americano sa tutto. I “non c’ero e se c’ero dormivo” fanno inorridire ogni serio storico che valuti prove e riscontri!
f6897f415d8ae039b2187294b592b00b Il Capitano J.Holtwick, nel giugno 1971, scrive a corredo dei documenti del “Naval Security Group History to World War II“: “Dal 1° dicembre del 1941, noi avevamo decifrato il codice giapponese in maniera quasi integrale”. Winston Churchill, dal canto suo, afferma: “Dalla fine del 1940, gli statunitensi avevano penetrato la barriera dei cifrari giapponesi e avevano decodificato la gran parte dei messaggi militari e diplomatici” (si veda, in particolare, il volume “La seconda Guerra Mondiale – La Grande Alleanza”, Arnoldo Mondadori Editore, 1965). Non finisce qui: nel 1979, la NASA rende pubblici 2413 messaggi JN–25 decodificati (relativi alle comunicazioni della Marina giapponese) sui 26581 intercettati dagli USA tra il 1° e il 4 dicembre 1941. Si scopre che essi contengono importanti dettagli concernenti l’esistenza, l’organizzazione logistica e gli obiettivi dell’attacco di Pearl Harbor. In quel periodo, Roosevelt viene informato non una, ma due volte al giorno su tali messaggi dal suo aiutante, John Beardell. Insomma, i vertici del potere statunitense, a partire dal Presidente Roosevelt, sanno tutto o quasi. e nonostante ciò nessuno prende misure di sicurezza degne di questo nome per proteggere Pearl Harbor, indicato espressamente nei messaggi come target. La scusa dell’incertezza circa gli obiettivi nel mirino dei giapponesi, mutevoli e plurimi nelle intenzioni “captate” dai crittografi, quindi, non regge, specie alla luce del fatto che proprio a Pearl Harbor gli USA avevano voluto concentrare la parte più rilevante della loro flotta, nell’intento di farne il bersaglio principe che potesse poi giustificare la rottura della neutralità e l’ingresso in guerra, con forze fresche e mezzi dispiegati in quantità. Lo storico Robert Stinnet, con rigore, imparzialità e ricchezza di riferimenti documentali, ha trattato magistralmente l’argomento, dimostrando l’insostenibilità di certe tesi assolutorie. Sta di fatto che il 7 dicembre, nel Pacifico, a Pearl Harbor, la potenza di fuoco dell’aviazione giapponese giunge indisturbata e quasi indisturbata riparte, dopo aver spedito tra le fiamme e i flutti selvaggi, distrutti o danneggiati, 6 corazzate, 3 incrociatori, 188 velivoli e via elencando. I morti sono 2403 tra gli statunitensi, dei quali 68 civili; 1178 i feriti. Stranamente (si fa per dire…) nella baia, quel giorno, non sono però all’ancora le tre portaerei USA che costituiscono il vero obiettivo dell’attacco: l’Enterprise, la “Hornet e la Yorktown. Questi assi nella manica, misteriosamente celati agli artigli dei falchi dell’aria nipponici, saranno determinanti per le sorti del conflitto a partire dalla battaglia delle Midway. Fortunosa coincidenza? O piano premeditato per sacrificare parte della flotta in nome della più alta esigenza di dar fuoco alle polveri? Roosevelt, del resto, non aveva sempre detto che era pronto a immolare sull’altare della guerra, come vittime sacrificali, alcune imbarcazioni della Marina statunitense e taluni equipaggiamenti dell’Esercito?
L’attacco giapponese, certamente congegnato con maestria, è un fatto che non parla da solo, decontestualizzato e preso in sé e per sé! Infatti, a chi addebitarlo? Al fascismo militarista giapponese e basta? Certamente l’espansionismo nipponico, che doveva mascherare le proprie mire dietro lo schermo della retorica anticoloniale della liberazione dell’Asia dal dominio occidentale, ha giocato il suo ruolo. Accanto ad esso, però, va collocata la tigre di carta che, col suo fiato e i suoi artigli, l’ha rafforzato e, in quel frangente, ne ha condizionato le mosse come con un telecomando: l’imperialismo statunitense, sempre anelante all’individuazione di un nemico attorno al quale coalizzare l’opinione pubblica per propositi bellici. L’11 settembre, in fondo, non è una data ma una filosofia, una strategia della provocazione vecchia quanto l’Impero statunitense, dall’affondamento della nave USS Maine che fece scoppiare la guerra ispano–americana nel 1898, alle Due Torri, passando per Pearl Harbor.
Il Giappone sarà sconfitto nel secondo conflitto mondiale, in primo image_book.phpluogo dai popoli liberi che, se da un lato volevano scuotere il giogo dell’imperialismo occidentale, dello sfruttamento dei monopoli con le loro teste d’uovo a Londra, Parigi e Washington, dall’altro non desideravano finire da questa padella nella brace degli zaibatsu nipponici, del capitalismo castale e di rapina del Sol Levante. La Cina di Mao, lottando contro i fascisti e i fantocci dell’imperialismo, mostrerà ai popoli asiatici la giusta via per la liberazione, additandogli una vera, reale “sfera di coprosperità” eguale per tutti e foriera di vero sviluppo per tutti: quella di un socialismo in cui modernità e tradizione si fondevano nel crogiolo della storia millenaria di un popolo. Gli ordigni di Hiroshima e Nagasaki colpiranno vigliaccamente un Paese, il Giappone, quando esso già si era di fatto arreso, il tutto per dimostrare all’URSS chi era che comandava nel mondo e chi doveva tenere strette in pugno le redini del comando. Quegli ordigni, però, non potranno frenare né l’avanzata dell’URSS né il movimento mondiale delle masse oppresse dall’imperialismo nei quattro continenti, fatto che diventerà evidente con la decolonizzazione dell’Africa, l’ingresso della Cina e dell’India sulla scena internazionale, la vittoria del Vietnam, una vittoria in cui patriottismo e socialismo si sono fusi nella bandiera rossa. Se oggi il mondo è diverso, se la Cina si affaccia sullo scenario internazionale e lo condiziona in misura determinante, facendo saltare con la Russia il paradigma dell’unipolarismo USA, nonché rimettendo in moto la stessa parte sana e progressista del nazionalismo giapponese, il merito è di chi, un tempo, ha saputo sconfiggere l’imperialismo occidentale e quello nipponico assieme, facendo saltare i fronti che a Pearl Harbor, con la provocazione e l’inganno, qualcuno aveva immaginato irreversibili e imperituri.colour-flag_2076771iRiferimenti utili:
Robert Stinnett, “Il giorno dell’inganno” (Milano, Il Saggiatore, 2001)
What Really Happened
Peter Herde, “Pearl Harbor” (Milano, BUR, 2001)
Winston Churchill, “La Seconda Guerra Mondiale”, Vol. III (Milano, Mondadori, 1965)

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