Giappone: gli attacchi a Shinzo Abe s’intensificano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 08.06.2017La lotta politica interna è un elemento inalienabile in qualsiasi Stato, indipendentemente dal tipo di meme che ne determina la struttura: “democrazia”, “autoritarismo” o “totalitarismo”. In ognuno di essi il “prezzo della questione” al vertice di tali lotte appare nello stesso modo e viene definito dalla parola “potere”. I detentori sono ansiosi di conservarlo e gli avversari, al contrario, cercano di strapparglielo. Sono usati diversi metodi e tra questi uno dei più popolari ed efficaci è il discredito dei leader avversario. Inoltre, nell’era delle “guerre ibride” tale lotta è raramente di natura interna e i sospetti sulla presenza di forze estere sarebbero giustificati. In particolare, recentemente, si sono manifestati sospetti in relazione al discredito del Primo ministro giapponese Shinzo Abe, iniziato nel marzo 2017 dopo che i principali quotidiani giapponesi pubblicarono informazioni su prove di corruzione nell’acquisto di un piccolo terreno (di circa un ettaro) di proprietà privata a un prezzo 6-7 volte inferiore al valore di mercato. In relazione a tale transazione, in primo luogo emerse il nome della coniuge di Shinzo Abe, e poi la possibilità della sua partecipazione fu discussa. Con il coinvolgimento più attivo dei partiti di opposizione, la discussione ha raggiunto il Parlamento, dove furono menzionate le possibili dimissioni anticipate dell’attuale primo ministro. Nella seconda metà di maggio, il nome di Shinzo Abe fu menzionato in altre occasioni non molto piacevoli. In primo luogo, la stampa pubblicava informazioni sull’esistenza di certi documenti del Ministero dell’Istruzione che testimoniano il sostegno del Primo ministro alla candidatura di “un suo amico” alla guida del progetto per istituire un reparto veterinario presso il complesso universitario prefetturale di Okayama. Non fu esclusa la presenza della corruzione nell’esecuzione del progetto. Va notato che tali progetti sono importanti per la formazione di zone economiche speciali nelle varie regioni del Giappone, come aveva detto Shinzo Abe già nel 2013, subito dopo aver assunto la carica di primo ministro. Alla fine del 2015, le attività pertinenti furono formalizzate dal Parlamento con un atto legislativo. La ragione dello scandalo mediatico fu (proprio come due mesi prima) la negazione iniziale dalle “fonti del governo” di un qualsiasi coinvolgimento diretto del Primo ministro nell’attuazione del suddetto progetto. Eppure, alla fine di maggio, l’esistenza di documenti “compromettenti” fu confermata da uno dei “dirigenti” del Ministero dell’Istruzione. Poi apparve una giovane donna che improvvisamente e pubblicamente ricordava che due anni prima era stata abusata sessualmente “dopo cena, con alcol, nel ristorante dell’hotel”. L’ex-direttore generale dell’ufficio di Washington della società giapponese TBS (Tokyo Broadcasting System Television), che si rivelò un altro “amico intimo” di Shinzo Abe, ne fu accusato. Ma questo è, come si dice, il “classico del genere” che mette il “brand” sulla campagna anti-premier. Negli ultimi anni l'”immoralità” è sempre stata presente nei rumorosi scandali su figure nazionali e internazionali (un recente esempio è dato dal vicino del Giappone, la Corea del Sud). Infine, l'”ultima paglia” dell’imbarazzante campagna su Shinzo Abe fu la pubblicazione il 18 maggio di una lettera al Primo ministro del “relatore speciale” del Consiglio dei diritti dell’uomo alle Nazioni Unite per violazioni di “diritti e libertà di espressione dei cittadini”. La ragione di tali violazioni, secondo l’autore della lettera, sarebbe la legge “sulla punizione del crimine organizzato e sul controllo dell’attività criminale”. Questa legge (approvata alla Camera ed attualmente in esame al Senato del parlamento giapponese) è oggetto di proteste da parte del pubblico giapponese, e la lettera del “relatore speciale” è un’occasione per squalificare i parlamentari dei partiti di governo e d’opposizione.
È difficile non commentare le attività dei vari movimenti dei diritti umani e altri gruppi simili, che acquisiscono un carattere sempre più distruttivo (in tutti i sensi) e a quanto pare sono una sinecura lucrativa dei moderni ipocriti. Si può solo speculare sulle cause della maggiore attenzione di “determinate forze” negli ultimi mesi sulla persona dell’attuale Primo ministro del Giappone. Ma la prima cosa che attrae l’attenzione è la coincidenza della campagna per screditare Shinzo Abe con due tendenze (emergenti) interconnesse e cruciali per la situazione nell’Asia-Pacifico. Si tratta della comparsa simultanea dei problemi tra Stati Uniti e Giappone e di lampi sulle relazioni sino-giapponesi. L’ultima prova incoraggiante della seconda tendenza è il risultato della visita in Giappone di Yang Jiechi, figura significativa della politica e dello Stato della Cina popolare. Tuttavia, qualcuno indica chiaramente le nuove tendenze regionali. I potenziali successori di Shinzo Abe alla presidenza del LDP e a Primo ministro, nella politica giapponese sono molto più a destra e, a quanto pare, in grado di risolvere i problemi “improvvisamente sorti”, soddisfacendo gli “insoddisfatti”. In conclusione, non possiamo evitare un problema molto comune, cui una risposta chiara però difficilmente esiste. Questo problema è legato alla natura della risposta della società alla “debolezza” dell’élite al potere. La risposta è condizionata dalle specificità più varie, tra cui la dimensione delle “debolezze”, il livello delle ricorrenze, e così via. Ma forse la cosa principale che il “pubblico oltraggiato” dovrebbe tener conto riguardo la presenza (inevitabile) di problemi interni nel Paese è il “gradimento” estero. Questa è la natura della “politica reale”. Se i successori (i prossimi) detentori degli (infami) “fegati d’oro” ignorano tali postulati, comporterebbe una catastrofe nazionale. A quanto pare, data la necessità di vedere la complessità della realtà, la massima sulle “buone intenzioni che conducono all’inferno” è vera.Vladimir Terekhov, esperto sulle questioni della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come un rivoluzionario russo previde l’ascesa del Giappone

Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 11 maggio 2016

Mentre Russia e Giappone si avvicinano, esploriamo passato e futuro dei rapporti russo-giapponesi in questa serie in due parti. Nella prima parte guardiamo ai modi contrastanti in cui russi e occidentali videro il cambiamento dato dalla Restaurazione Meiji, e come il suo significato globale fu riconosciuto dalla Russia.

La Meiji Ishin, ovvero Restaurazione Meiji, avvenne nel 1868-1912, e fu la principale responsabile della nascita del Giappone moderno, nazione lungimirante agli inizi del XX secolo. Diffidando dell’intervento militare e dell’attività missionaria dalle potenze coloniali occidentali, il Giappone emise un ordine nel 1636 per cui gli stranieri che tentassero di entrare, e i cittadini giapponesi che tentassero di lasciare, nel Paese, sarebbero stati messi a morte. Per quasi 250 anni il Giappone fu ermeticamente sigillato dal resto del mondo. Nel 1853, le cannoniere statunitensi sotto il comando del Commodoro Matthew Perry costrinsero i giapponesi a riaprire il commercio e i legami diplomatici con l’occidente. Traumatizzato da questa debacle, il Giappone optò per la revisione completa di praticamente ogni aspetto della vita nazionale, in particolare l’economia e la società. L’atto di Perry fu lodato a Washington e Londra come fulgido esempio di missione civilizzatrice dell’occidente che trasformava un ‘arretrato’ Paese asiatico in una potenza moderna. Ma la visione russa fu radicalmente diversa. Secondo il leader rivoluzionario Lev Meshnikov, che visitò il Giappone nel 1874 per osservare e partecipare all’Ishin, “gli occidentali sono arrivati in Giappone mal preparati nel compiere la Meiji Ishin in modo cooperativo. L’avvio del commodoro Perry di relazioni pacifiche attraverso la persuasione della forza fu la presentazione barbarica della ‘civiltà’ occidentale”. W. G. Beasley, yamatologo della Scuola di Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra, è d’accordo. Scrive nel suo libro ‘La restaurazione Meiji’ che gli statunitensi furono guidati dai concetti del Destino Manifesto dalle chiare connotazioni razziali, e dal desiderio d’imporre i benefici della civiltà occidentale e la religione cristiana su ciò che percepivano come ‘retrograde’ nazioni asiatiche.

I russi arrivano in Giappone
Quando Meshnikov sbarcò a Yokohama, il Giappone era ancora alle prese con disordini e conflitti. Eppure trovò l’ordine nel caos. Rispetto ai movimenti semi-rivoluzionari in Europa, Meshnikov la definì “rivoluzione completa e radicale”. Sho Konishi dell’Istituto di Studi giapponesi Nissan sostiene in un articolo pubblicato sull’American Historical Review che Meshnikov fosse convinto che i fattori interni piuttosto che le navi nere di Perry inaugurarono l’Ishin. Scrive su “Riaprire l’apertura del Giappone: Un incontro rivoluzionario russo-giapponese e la visione del progresso anarchico”, “Cercando di por rimedio a un malinteso comune tra molti in occidente sulle cause dell’Ishin, Meshnikov la descrisse di origine nativa, sostenendo che l’Ishin non era semplicemente una reazione politica alle pressioni estere sul Giappone affinché adottasse la civiltà occidentale ed entrasse nello sviluppo capitalistico. Piuttosto, fu una complessa rivoluzione dall’interno, basata su secoli di sviluppo sociale, culturale ed intellettuale, che ebbe semplicemente ulteriore impulso da voci dall’estero. I commentatori occidentali avevano eccessivamente esagerato l’influenza dell’interferenza statunitense ed europea negli affari giapponesi. Mechnikov credeva che l’Ishin fosse il risultato non della collisione tra una società primitiva e isolata e una avanzata, ma degli sviluppi storici in Giappone in atto da secoli. L’Ishin fu una risposta cosciente dall’ampia base costitutiva sulla necessità di riforme liberali progressiste, credendo che si sarebbero istituite con il rovesciamento del governo Tokugawa”. Allo stesso tempo, la rivoluzione richiese un’evoluzione sociale. L’arrivo del Giappone sulla scena della civiltà mondiale non fu un atto arbitrario o un incidente storico, ma il “risultato inevitabile della vita giapponese stessa“. Meshnikov scoprì che anche nell’enorme caos politico e sociale, la gente comune poté condurre una vita quotidiana senza imposizioni dall’alto. Osservò che i lavoratori in Giappone avevano una coscienza notevolmente sviluppata sulla partecipazione sociale, pari a quella degli altri settori della società. Disse ai lettori che queste persone non erano le leggendarie masse oscure represse e terrorizzate dal dispotismo orientale, ma gente comune che aveva voce ed entusiastico orgoglio nel lavoro per la società.
Meshnikov osservò che a differenza di altre rivoluzioni, in cui l’ordine esistente fu violentemente distrutto per spianare la strada a un nuovo contratto sociale, come sarebbe accaduto in Russia nel 1917, l’Ishin si basava sulla cooperazione. “Fu colpito dalla cooperazione auto-organizzata osservata tra i cittadini comuni durante l’Ishin. La cooperazione permise alla gente di avere stabilità economica e sociale nel momento in cui vissero un’instabilità politica tremenda, mancanza di orientamento organizzativo dall’alto e improvviso mutamento delle aree urbane”. Meshnikov notò coscienza e orgoglio per il loro contributo alla società, con il reciproco riconoscimento della gente comune. I giapponesi chiamarono questa etica dell’organizzazione della vita quotidiana “aiuto reciproco”. Il rivoluzionario russo accordò un significato globale all’Ishin. “Osservò che il principio di mutua assistenza poté estendersi oltre i confini della famiglia immediata, del quartiere e anche della nazione, ed era caratterizzato dall’intenso sforzo ad imparare e interagire con il mondo, che vide in molti livelli della società. Meshnikov riteneva questa etica essenziale per il progresso dell’umanità”.Opinioni occidentali contro realtà
Tra gli occidentali che visitarono il Giappone durante l’Ishin vi fu l’esploratrice e scrittrice inglese Isabel Bird. Dopo aver viaggiato a lungo nel Paese, poté vedere solo il “buio senza speranza” della vita giapponese. Un altro occidentale, il segretario d’ambasciata inglese Ernest Satow, ritenne che il Giappone non sarebbe mai “andato oltre una posizione di terza o quarta classe“. Vide la popolazione generale come ragione principale dell’incapacità del Giappone a migliorare la posizione internazionale, perché “sembravano essere dei meri imitatori”. Ma nella valutazione del russo, il periodo Tokugawa (1600-1868), quando il Giappone fu isolato dal mondo, non fu certo un momento di stagnazione. Konishi scrive: “Meshnikov diede un significato enorme alle conquiste intellettuali del periodo Tokugawa. Vide gli aspetti progressivi dell’Ishin quale prodotto degli sviluppi sociali e culturali già evidenti nel Giappone dei Tokugawa”. Il fascino di Meshnikov verso la “rivoluzione in Asia” lo portò ad esaminare meticolosamente e coltivare una fitta rete di rapporti personali con protagonisti e intellettuali dell’Ishin in Giappone. “Inoltre, distanziandosi dalle comunità diplomatiche e dai porti assegnati ai trattati, basò le osservazioni sull’Ishin sull’esperienza da visitatore privato e senza cittadinanza, in un momento in cui gli occidentali giunti in Giappone erano sotto protezione diplomatica e patrocinio rigoroso”. Le valutazioni favorevoli di Meshnikov sono supportate dagli studi moderni. Dice il professor John Dower della Facoltà di Storia del MIT: “Nel quadro della politica d’isolamento, i giapponesi godettero di due secoli di sicurezza insulare ed autosufficienza economica. I guerrieri divennero burocrati. Il commercio fiorì. Le principali strade collegarono il territorio. Vivaci cittadine punteggiavano il paesaggio, e grandi città apparvero. Al momento dell’arrivo di Perry, Edo (poi ribattezzata Tokyo) aveva una popolazione di circa un milione di persone. La stessa città che la piccola flotta di Perry avvicinò nel 1853 era uno dei più grandi centri urbani del mondo, anche se il mondo non lo sapeva. Anche se i giapponesi non ebbero le rivoluzioni politiche, scientifiche e industriali che investirono il mondo occidentale nei due secoli d’isolamento, questi sviluppi non gli erano sconosciuti. Un piccolo numero di studiosi giapponesi seguì gli “studi olandesi” (rangaku) e gli “studi occidentali” (yogaku). E mentre notizie sull’espansione europea filtravano, il regime feudale di Edo si allarmò abbastanza da rilassare le norme antistranieri e permettere la creazione di un ufficiale Istituto per l’investigazione dei libri dei barbari”. La stessa spedizione di Perry osservò: “Tuttavia a ritroso, gli stessi giapponesi sarebbe pratici di scienze, i meglio istruiti tra loro sono abbastanza informati sui progressi delle nazioni più civili o meglio coltivate”. Considerando che gli occidentali presenti durante l’Ishin erano altamente istruiti e notori viaggiatori, le loro opinioni negative sul Giappone erano chiaramente il risultato di un pregiudizio razziale o religioso, o di entrambi.

Ammiraglio Evfimij Putjatin

La visione russa dell’occidente
I rapporti di Meshnikov dal Giappone furono letti con fascino in patria. La grande comunità di intellettuali russi cui apparteneva iniziò a mettere in discussione la narrazione del progresso della civiltà in occidente. Konishi osserva: “Questo in sostanza decentrò il mondo dall’occidente, e diede centralità a ciò che era sempre stato il referente dell’arretratezza. L'”occidente”, poi, improvvisamente arretrò rispetto alle esigenze del progresso e della civiltà”. Meshnikov vide la rivoluzione del Giappone offrire all’occidente un modello di riforma sociale radicale. Osservò l’eliminazione istituzionale e sociale delle strutture gerarchiche di classe e la creazione di vaste arene di mobilità sociale per la gente comune. Inoltre sottolineò come l’accesso a nuove conoscenze si aprì su vasta scala. Dopo aver viaggiato nel Giappone, presso case rurali e visitando i quartieri plebei delle città, così come le fabbriche e la miniera di rame di Ashio, scrisse, “E’ impossibile non essere sorpresi dalla loro trasformazione insolita. È una svolta completa e radicale, di quella che conosciamo solo dalla storia… Non un solo ramo della vita sociale e politica è rimasto intatto con questa rivoluzione“.

L’influenza russa sul Giappone
Meshnikov sviluppò ampie relazioni con persone che descrisse come “i leader più importanti del movimento progressista giapponese“. Erano i capi Movimento della libertà e dei diritti del Popolo, per l’uguaglianza sociale e la partecipazione politica popolare, che guadagnò slancio in Giappone. Nel giro di pochi anni dalla partenza di Meshnikov dal Giappone, gli attivisti del movimento organizzarono quasi 200 società politiche in tutto il Paese. Konishi dice ancora: “Sessantacinque libri sul populismo russo furono pubblicati in Giappone nel 1881-1883, e i giornali avevano pagine di resoconti sulle attività rivoluzionarie in Russia. Tra i libri più venduti in Giappone durante questo periodo vi fu il resoconto del movimento rivoluzionario russo scritto da un amico di Meshnikov, Sergej Stepnjak, che fu tradotto dagli interessati al movimento in Giappone. Uno studente di Meshnikov, Muramatsu Aizo, guidò uno degli incidenti più infausti del movimento, la Rivolta di Lida. I protagonisti del movimento ripresero le promesse, ritenute non mantenute, sull’uguaglianza nell’Ishin dal movimento rivoluzionario in Russia”.

Ammiraglio contro rivoluzionario
Un affascinante aneddoto sui legami russo-giapponesi fu che i russi quasi batterono il commodoro Perry nella corsa ad aprire il Giappone. Nell’agosto 1853, l’Ammiraglio russo Evfimij Putjatin entrò nel porto di Nagasaki, essendo ottimista verso un esito favorevole. Purtroppo per l’ammiraglio russo, le cannoniere statunitensi solcarono la baia di Edo due settimane prima. Ma mentre le navi nere di Perry saranno ricordate per il loro interventismo “barbaro”, Meshnikov giunse da amico e influenzò le anime delle due grandi nazioni.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cosa indicano le dimissioni dell’imperatore del Giappone

Vladimir Terekhov New Eastern Outlook 06/03/2017Uno degli eventi più significativi dell’ultimo anno in Giappone è stato il discorso ufficiale dell’imperatore Akihito alla televisione nazionale dell’8 agosto, in cui sottolineava la possibilità delle dimissioni per motivi di salute. L’eccezionalità dell’affermazione spiegherebbe le informazioni contraddittorie giunte al pubblico un anno e mezzo prima. Il monarca ha detto, in particolare, che rifletteva sulle mansioni incombenti in relazione alle sue condizioni di salute negli ultimi anni. Secondo lui, “finora” lo stato generale di salute gli consentiva di esercitare tali funzioni, ma aveva anche la sensazione del deterioramento della salute, sia per l’età, 82 anni, che per i numerosi interventi chirurgici subiti in passato. L’imperatore ha chiarito, utilizzando espressioni accuratamente misurate, che vorrebbe dimettersi esprimendo la speranza della comprensione dal popolo giapponese. Le parole accuratamente scelte della dichiarazione di Akihito possono essere spiegate dal contenuto inedito. Nella storia della monarchia giapponese ci fu un solo caso di dimissioni: nel 1817, quando la monarchia stessa era condizionata. L’importanza aumentò notevolmente nella seconda metà del 19° secolo, quando l’urgenza di ampie riforme volte a creare un Giappone moderno, che all’epoca era semi-feudale, dopo 250 anni di regno dello shogunato Tokugawa, divenne ovvia. “La rivoluzione dall’alto”, che in un primo momento innescò la guerra civile, fu attuata da un gruppo di aristocratici guidati dall’imperatore Mutsuhito. Il suo regno, che durò fino alla morte avvenuta il 30 luglio 1912, fu nominato Meiji (“governo illuminato”). Sotto il suo governo, il Giappone moderno divenne una potenza mondiale. L’attuale imperatore Akihito è il successore di terza generazione di Mutsuhito. Il suo regno, iniziato nel 1989, ricevette un nome simbolico, “fautore della pace”. I due periodi precedenti, del padre di Akihito e del nonno, furono designati dallo stesso simbolismo verbale. È importante notare che ciascuno di questi nomi, in qualche misura, riflette un aspetto sostanziale di un certo periodo della modernizzazione del Giappone, iniziata nella seconda metà del 19° secolo, tranne il periodo Showa (“Pace Illuminata”), quando suo padre Hirohito era al potere.
Per ovvie ragioni, gli storici tendono a dividere il periodo Showa: anteguerra (1926-1945) e dopoguerra (fino al giorno della morte di Hirohito, il 7 gennaio 1989). Ciò è dovuto al fatto che fino ai primi due anni del secondo dopoguerra, il problema principale non era stabilire se il periodo Showa dovesse continuare, ma decidere se l’imperatore andava consegnato al tribunale di Tokyo. Hirohito riuscì a sfuggire a tale destino soltanto grazie al comandante alleato generale D. MacArthur, che credette (giustamente) che la questione della gestione più o meno pacifica del Giappone occupato potesse essere risolta solo alleandosi con l’imperatore, il cui potere agli occhi del popolo giapponese aveva natura divina. Tuttavia, dopo la sconfitta, la monarchia e la base legislativa del Giappone subirono cambiamenti radicali rispetto a prima della guerra. Secondo la Costituzione del 1947 (stesa presso la sede di MacArthur), la fonte del potere in Giappone non era più l’imperatore, ma il popolo e i suoi rappresentanti, il parlamento. L’attuale amministrazione del Paese fu affidata al governo, approvato formalmente dall’imperatore diventato simbolo (non il capo come in precedenza) dello Stato e dell’unità nazionale. Il principio della separazione dei poteri e dell’uguaglianza insieme ai cambiamenti nel sistema economico e dell’istruzione, venne introdotto. Ciò che fu cruciale nel dopoguerra, fu il governo giapponese aggiungere l’articolo 9, che non ha analoghi nelle costituzioni di altri Paesi. Le principali disposizioni dell’articolo prescrivono il rifiuto “eterno” del Giappone ad utilizzare la guerra come mezzo per risolvere i problemi di politica estera, così come il possesso di forze armate. In generale, quasi tutte le innovazioni legislative del dopoguerra, adottate su pressione delle autorità di occupazione, possono essere considerate una fase della forte accelerazione della tendenza nella trasformazione del Paese, lanciata nella seconda metà del 19° secolo dall’élite giapponese. Questo fu soggetto al ruolo dei militari nello Stato.
È importante, tuttavia, notare che un problema sorse per la “squadra” di Mutsuhito nel trovare un equilibrio tra conservazione delle tradizioni e dimensione “europea” della trasformazione socio-politica. In realtà, l’accusa agli “illuministi” di “tradire l’alleanza degli antenati” di allora, scatenò la guerra civile. Basti dire che il parere unanime sui cambiamenti del quadro giuridico della statualità del Giappone, dopo il 1945, insieme all’effettivo trasferimento delle questioni sulla sicurezza nazionale nelle mani del nemico, assicurò il rapido progresso economico del Paese. Tuttavia, intorno al volgere del millennio, il senso del “trauma culturale” cominciò ad intensificarsi dopo le trasformazioni inflitte dal dopoguerra. La prima area della vita sociale ad essere toccata dal crescente stato d’animo “restaurazionista” fu il sistema dell’istruzione. La convinzione che la “Legge fondamentale sull’istruzione” del 1947 fosse “troppo occidentale e non molto giapponese”, incominciò ad essere espresso. Il risultato di anni di dibattito tumultuoso su natura e necessità di rivederla fu la nuova versione adottata nel 2006 in cui, in particolare, c’era la voce simbolica sulla necessità di “rispettare le tradizioni e la cultura, così come preservare l’amore per il nostro Paese e la patria”. La tendenza “restaurazionista” prevista dalla legge continuò nel programma elettorale del Partito liberal-democratico, che ottenne una clamorosa vittoria alla fine del 2012, nelle elezioni legislative anticipate. Tra l’altro, il programma parlava della necessità di ripristinare lo status dell’imperatore a capo dello Stato e mostrare rispetto per i simboli nazionali, come la bandiera nazionale. Calzando a pennello con la tendenza “restaurazionista”, comparve nei primi anni ’90 il desiderio delle élite giapponesi di eliminare le restrizioni su difesa e sicurezza dell’articolo 9 della Costituzione. Come più volte sottolineato su NEO, trovare la soluzione al problema è l’obiettivo principale del l’intera carriera politica del leader del LDP ed attuale primo ministro Shinzo Abe.
Oggi possiamo sicuramente dire che Abe sarà di nuovo a capo del LDP nelle elezioni parlamentari del prossimo anno. Inoltre, non esistono tendenze visibili che possano impedire al LDP di vincere e ad Abe di restare primo ministro (per la terza volta). Pertanto, la tendenza “restaurazionista” continuerà (e riprenderà ritmo) a dominare il processo del cambiamento della struttura socio-politica del Giappone. Il Giappone entra in un periodo di grandi cambiamenti e, seguendo la tradizione storica, dovrebbe essere guidata dal nuovo imperatore, il cui regno avrà un proprio nome. Ovviamente, il tempo non risparmia nessuno e gli argomenti che l’imperatore Akihito ha usato per spiegare l’intenzione di andare in pensione, sono abbastanza convincenti. Ma non è certo una coincidenza che il suo discorso avvenisse in questo momento, quando il processo di “rinnovamento” completo del Paese ha appena mostrato la tendenza ad accelerare. Tuttavia, l’erede (il 56enne Naruhito, primogenito di Akihito), non può ancora salire al trono non esistendo una procedura legale presso la famiglia imperiale nel sostituire il monarca ancora in vita. La preparazione delle necessarie modifiche legislative, dall’ottobre 2016, è gestita da una commissione governativa speciale composta da 16 avvocati. La bozza della legge è soggetta all’approvazione del governo, seguita dalla presentazione al Parlamento. Attualmente non ci sono rapporti su differenze nella commissione, i cui membri ancora condividono uno stato d’animo “favorevole” ai desideri dell’imperatore. Il pubblico vuole apparentemente lo stesso. L’esame da parte del Parlamento del progetto di legge è fissato per maggio. Se approvato, Akihito lascerà l’incarico il 1° gennaio 2019.
L’insediamento del nuovo imperatore sarà accompagnato dalla comparsa di un nuovo meme, che segnerà il continuo processo di profonda trasformazione dell’immagine socio-politica, culturale e militare del Giappone. È del tutto possibile che qualcosa di simile alla parola “restauro” venga utilizzata. Gli attori regionali e globali dovranno accettare il ritorno del Giappone al “grande gioco geopolitico”, dato che ne è uno dei membri più importanti. Del resto, dovettero accettarlo per la Germania, alleata del Giappone durante la seconda guerra mondiale.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Restaurazione Meiji e la creazione del Giappone contemporaneo

Fascinant Japonslide-8Nel 1869 il governo abolì il sistema delle quattro caste impermeabili sostituendolo con una gerarchia:
Nobiltà, aristocratici e signori (Kazoku)
Guerrieri di rango superiore (Shizoku)
Guerrieri di rango inferiore (Satsu), la terza nobiltà fu abolita nel 1872, e i guerrieri si unirono al popolo (Heimin), il resto della popolazione.
Questo sistema di tre classi durò fino al 1945. Nel 1870, il divieto ai samurai di praticare il commercio fu abolita, come la proibizione del matrimonio tra individui di classi diverse. Ciò si tradusse in numerose alleanze tra samurai e commercianti, dando vita al ceto degli imprenditori (futuri Zaibatsu). Nel 1871, per compensare l’abolizione dei feudi (domini), lo Stato risarcì i samurai, ma fu costoso, e nel 1874 si decise di por fine ai privilegi feudali (compresa la retribuzione). L’ultima azione del governo verso i samurai fu una somma forfettaria distribuita ai nuovi disoccupati. Molti si trovarono in condizioni di povertà, mentre altri si legarono ai commercianti più esperti. Furono alla base del capitalismo in Giappone. Di fronte alla scomparsa volontaria dei samurai, il governo istituì l’esercito centralizzato di tipo occidentale, introducendo la coscrizione (servizio militare obbligatorio). Il nuovo esercito era essenziale per creare lo Stato moderno. La sua missione era difendere il Giappone dall’aggressione occidentale. La Cina veniva erosa dagli occidentali, spingendo i giapponesi a ripensare la politica estera. Nel Paese, l’esercito garantì la coesione del popolo sotto la guida dell’imperatore. Fu anche grazie all’esercito che si poté eliminare i samurai. Con la leva obbligatoria, l’ideologia imperiale si diffuse nella società. Il Bushido, l’etica confuciana militare, fu la base giuridica dello Stato nazionalista. Tale etica si rifletté nel Proclama imperiale ai soldati e marinai (1882).
17986aNel 1869 fu creata la guardia imperiale, reclutando samurai. Fu creata l’accademia militare e furono modernizzati e nazionalizzati gli arsenali. Nel 1871, con l’abolizione dei domini, fu emesso il decreto per l’integrazione degli eserciti della Corona nell’esercito imperiale dal monopolio sulle armi. Nel 1873, il servizio militare triennale fu reso obbligatorio per gli uomini di 21 anni, ma aristocratici della corte, famiglie dei Signori e capifamiglia ne furono esenti. Il costume tradizionale fu bandito ed imposta l’uniforme occidentale. La spada fu riservata agli ufficiali, simbolo del comando. Fu creata, assieme all’esercito, l’università, volta ad integrare la nazione. Prima del 1868 molti ancora s’istruivano negli istituti religiosi privati. L’istruzione andava riformata. Vi furono tre scuole di pensiero. I classici confuciani (che sostenevano lo studio dei principi etici), i sostenitori degli studi nazionali (spesso mitogaku che sostenevano le virtù di obbedienza, patriottismo e sacrificio per l’imperatore) e gli intellettuali (che viaggiavano ed erano molto vicini all’occidente, impressionati dal liberalismo). Insegnavano inglese, matematica e le virtù dell’uguaglianza o dell’autorealizzazione personale. Un famoso sostenitore di questa scuola fu Fukuzawa Yukichi. Fino ai primi anni del 1880, dominavano gli scolastici occidentali, era l’età dell’illuminismo liberale. Misero in discussione il vecchio regime volgendosi verso l’occidente. Ma dalla metà degli anni 1880, tornarono confucianesimo e nazionalismo. Tale cambiamento fu simboleggiato dal testo imperiale (Chokugo) sull’istruzione (Kyoiku) del 1890. Il Kyoiku Chokugo imponeva a tutte le classi il ritratto dell’imperatore, evidenziando i valori dell’obbedienza e del sacrificio. La scuola era mista e obbligatoria fino a 12 anni, affiancata dall’istruzione superiore. Il terzo grande veicolo della diffusione dell’ideologia nazionalista imperiale fu lo Shinto. Nel 1868 si manifestò la volontà imperiale del Saisei Ichi, l’unità tra rituale religioso e governo. Lo Shinto divenne religione di Stato, basandosi sul Kojiki per giustificare il potere imperiale. Fu creato lo Shinto ufficiale, depurato dal buddhismo che cadde in disuso. Nel 1871, la religione ufficiale fu lo Shinto e i suoi ministri furono nominati e salariati dal governo. Ogni cittadino si registrava nel santuario della città natale. Moriva lo Shinto popolare.
Per meglio regolare i rapporti tra i soggetti, il governo introdusse il diritto occidentale nella vita giapponese. Nel 1880, con il sostegno del giurista francese Gustave Boissonade fu promulgato il primo codice penale. Ma la legge francese fu considerata liberale e individualista, e le fu preferita la legge tedesca, basata soprattutto sulla figura dell’imperatore. Questo codice del 1907 è ancora in vigore. Vi si aggiunsero dal 1897 elementi originali quale il concetto di Ie, cioè la famiglia patriarcale. Un paradosso giapponese vuole che la legge del concetto dell’autodifesa dell’individuo (come la Magna Carta), in Giappone sia legata ai valori gerarchici patriarcali autoritari, in totale opposizione al concetto stesso d’individuo. Quindi vi è una contraddizione ideologica permanente che continua ad oggi. Idealismo e tradizionalismo s’inseriscono assieme nello Stato moderno. Non va dimenticato che tale progresso (nel senso neutro) avviene molto rapidamente. La restaurazione è anche una rivoluzione dall’alto. I samurai che vedono abolito il loro status, rinascono sotto nuove forme. Il fatto che il loro potere non si basasse sui beni valse certamente qualcosa.getimage-exeLa rivolta dei samurai e il movimento per i diritti e la libertà
Gli oligarchi si affidarono ai samurai di basso rango per abolirne la casta e assumerli. Lo Stato condannò severamente gli shishi che attaccavano gli stranieri. Furono metodicamente eliminati. L’introduzione della coscrizione promosse il monopolio delle armi e vietò l’uso delle spade (Hei Torei, 1876). Molti samurai capirono di essere stati manipolati. Due grandi ribellioni scoppiarono: a Saga nel 1874, e a Satsuma nel 1877. Nel 1874, a Saga i samurai si chiusero nella loro roccaforte rifiutando la sottomissione. Si tratta di un episodio famoso nella storia del Giappone (vedasi Ran di Akira Kurosawa). Nel 1873, l’oligarca Saigo Takamori fu dimissionato a seguito di una disputa con i membri del consiglio. Voleva invadere la Corea, ma gli oligarchi si opposero. Tornato nel suo feudo, si ribellò nel 1874 creando un esercito di 40000 samurai che si oppose per tre anni al nuovo esercito di leva. Gli storici chiamano questo episodio Seinan Senso. I coscritti armati di cannoni schiacciarono i samurai. Saigo Takamori fece seppuku nella sua roccaforte, secondo gli antichi principi. Una mossa che gli valse il riconoscimento postumo del Meiji, contro cui si era ribellato. Il malcontento dei samurai non si espresse solo con le ribellioni. L’opposizione politica insorse tra gli oligarchi, fu il Jiyu Minken Undo (Movimento popolare per i diritti e la libertà). Itagaki Taisuke fu l’istigatore del movimento. Impressionato dalle teorie liberali occidentali di Rousseau e Locke, fondò dal 1874 piccole società politiche locali. I samurai che frequentavano questi gruppi espressero la loro insoddisfazione. Erano circoli molto chiusi, elitari, che sostenevano l’elezione di un’assemblea e il diritto di voto per le élite mercantile e politica. Nel 1880 nacque il Kokka Kisei Domei (Lega per creare l’assemblea nazionale). I suoi membri diffusero petizioni. Il Kokka Kisei Domei creò il primo partito politico del Giappone, il Jiyuto, nel 1881. Le pressioni di Ito Hirobumi e altri oligarchi furono molte. Si pubblicò nel 1875 il decreto per controllare la stampa, mirando a sbarazzarsi della stampa politica. Nello stesso anno si pubblicò un decreto che limitava il diritto di assemblea. Il 1900 fu l’anno della Keisatsu Chian-ho, la legge di polizia contro la libertà di associazione, riunione ed espressione. Dominò la mentalità fino al 1945. L’opposizione cercò di convincere Ito Hirobumi dell’utilità delle concessioni e delle riforme per la democrazia. I movimenti di opposizione ebbero un ruolo nella costituzione del 1889.shiroyamabattleTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nippon Kaigi: il culto occulto che vuole dirigere il Giappone

Jake Adelstein, Fascinant JaponAbe_i_OkabeLa Nippon Kaigi è un piccolo movimento cultista che comprende alcune delle persone più potenti del Paese che mirano a ripristinare la “gloria” del Giappone imperiale di prima la seconda guerra mondiale. Nella terra del Sol Levante, un culto scintoista conservatore fondato nel 1970, che vede tra i suoi membri il Primo ministro giapponese Shinzo Abe e molti altri del suo gabinetto, è stato finalmente portato alla ribalta. Il gruppo si chiama Nippon Kaigi (Conferenza del Giappone) ed è guidato da Tadae Takubo, ex-giornalista divenuto analista politico. Ha solo 38000 membri, ma da club esclusivo, o setta, esercita un’enorme influenza politica. In generale, lo Shintoismo è una religione politeista nativa e animistica del Giappone. Lo shintoismo di Stato, nel frattempo, fu imposto prima e durante la Seconda guerra mondiale, elevando l’imperatore allo status divino e insistendo sul fatto che i giapponesi erano una razza divina, la Yamato, e le altre razze ben inteso da considerare inferiori. La Nippon Kaigi fu fondata nel 1970 da un gruppo progressista shintoita noto come Seicho No Ie. Nel 1974, una sezione uscì dal gruppo fondendosi con il Nippon o Mamoru Kai, un’organizzazione per la rinascita del patriottismo che sosteneva lo shintosimo di Stato e il ritorno al culto imperiale. Il gruppo attuale fu ufficialmente costituito nel maggio 1997, quando Nippon o Mamoru Kai e un gruppo d’intellettuali di destra unirono le forze. Gli obiettivi del culto sono l’abolizione della costituzione pacifista del Giappone, la fine della parità di genere, l’espulsione degli stranieri, la cancellazione delle fastidiose leggi sui “diritti umani” e il ritorno del Giappone alla gloria imperiale. Con le elezioni parlamentari del Giappone del 10 luglio, il culto ha ora la possibilità di dominare completamente la politica giapponese. Se la coalizione di governo vince abbastanza seggi, si apre la via alla modifica della Costituzione del Giappone, sacra e inviolabile dal 1947. In effetti, per il Giappone, queste elezioni saranno una sorta di Brexit: se il Paese prosegue come democrazia o letteralmente torna indietro, al periodo Meiji, quando l’imperatore regnava e la libertà di espressione era subordinata agli interessi dello Stato. L’influenza della Nippon Kaigi può essere difficile da comprendere per uno straniero, ma immaginate se “il futuro presidente del mondo” Donald Trump appartenesse a un gruppo della destra evangelica, chiamiamola “Conferenza degli Stati Uniti”, che auspica il ritorno alla monarchia, l’espulsione degli immigrati, la revoca del parità di diritti alle donne, le restrizioni alla libertà di espressione e la maggior parte dei politici nominati appartenga allo stesso gruppo. Sembra incredibile… In ogni caso, preoccuperebbe molta gente. Questo è l’equivalente di ciò che è già accaduto in Giappone con il Primo ministro Shinzo Abe e il suo gabinetto.
1025775685 Abe è un politico di terza generazione essendo il nipote di Nobusuke Kishi, il ministro delle Munizioni giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu imprigionato da sospetto criminale di guerra di classe A nel 1945 (ma non fu mai processato dal tribunale di Tokyo), prima di diventare primo ministro nel 1950. Abe è un vero nazionalista e revisionista, fu anche Primo ministro nel 2006-2007 prima di dimettersi bruscamente. I suoi legami con l’organizzazione Nippon Kaigi risalgono agli anni ’90. Come gli altri membri del culto imperiale, Abe ha detto che la revisione della Costituzione è il suo obiettivo principale. In un’intervista alla Nikkei Asian Review del febbraio 2014 Abe disse: “Il mio partito, il Partito LiberalDemocratico (LDP), sostiene il cambio della nostra costituzione sin dagli inizi, quasi 60 anni fa“. Così ora Abe e il suo partito, come le fazioni estremiste, sono sulla buona strada per raggiungere tale obiettivo. Il Parlamento giapponese, noto anche come Dieta, è costituito da una Camera superiore e una inferiore. La sezione 96 della Costituzione stabilisce che modifiche possono essere apportate alla Costituzione se approvate dalla maggioranza qualificata dei due terzi di entrambe le camere della dieta o con la maggioranza semplice in un referendum. Allo stato attuale, l’LDP e i suoi partner della coalizione hanno solo una maggioranza dei due terzi nella camera bassa e una semplice nella alta. Sperano di avere la maggioranza dei due terzi della Camera alta, dopo le elezioni di luglio. L’Asahi Shimbun e la stampa indipendente giapponese hanno chiamato la campagna di quest’anno “elezioni dagli scopi occulti”. I media locali hanno riferito che l’LDP e i suoi partner politici avevano indicato ai candidati di evitare di menzionare la revisione costituzionale nei loro discorsi. La posizione ufficiale della coalizione di governo è parlare solo di un argomento: l’abenomics. Ma l’abenomics cos’è?
L’abenomics è la politica economica che il Primo Ministro Abe promise di attuare nel 2012. Si basa sulle “tre frecce” dello stimolo fiscale, dell’allentamento monetario e delle riforme strutturali. Doveva rivitalizzare la stagnante economia giapponese. La terza “freccia” non fu scoccata, ma il 20 giugno il Fondo Monetario Internazionale ha sostanzialmente detto che l’abenomics è un fallimento suggerendo al Giappone di aumentare i salari. Il partito al potere si è concentrato nei discorsi su economia e speranza che infine l’abenomics cammini, mentre i partiti di opposizione, riuniti dal Partito democratico del Giappone (DPJ), presentavano un unico candidato in zone del Giappone dove avevano buone possibilità di vincere, sottolineando l’importanza di bloccare la revisione costituzionale. Il leader del DPJ, Katsuya Okada, avvertiva, “sotto l’amministrazione Abe i diritti fondamentali come libertà di espressione e diritto al libero accesso alle informazioni (riguardo il governo) sono minacciati… il pacifismo sancito dalla costituzione sarà distrutto“. La pressione interna all’LDP per rimuovere qualsiasi menzione alla revisione costituzionale è comprensibile, dice Koichi Nakano, professore ed esperto di politica giapponese della Sophia University.L’abenomics è semplicemente un modo per presentare il nazionalismo di Abe come qualcosa di attraente per farlo mantenere al potere“, ha detto Nakano, osservando che l’opinione pubblica si oppone in gran parte alla revisione della Costituzione. “Dal 2012, Abe usa la stessa tattica delle due precedenti elezioni, insistendo che il voto riguarda solo l’economia e, una volta che le elezioni sono passate, attua il vero piano. L’ha fatto con l’adozione delle leggi sui segreti di Stato, e poi con le leggi sulla sicurezza nel 2015 dopo le elezioni anticipate nel dicembre 2014, che avevano suscitato una forte opposizione. Segue probabilmente il consiglio del viceprimo ministro che aveva già notato che l’LDP dovrebbe imparare dai nazisti su come cambiare agevolmente la Costituzione“. La costituzione proposta dall’LDP, fortemente influenzata dai membri della Nippon Kaigi, secondo le indagini della Asahi Shimbun e altri media, abolisce l’articolo 9 che vieta al Giappone di ricorrere alla guerra come mezzo per risolvere i conflitti internazionali. Inoltre limita fortemente la libertà di espressione e toglie il diritto di parlare su questioni “contrarie al pubblico interesse”. Possiamo ovviamente dare per scontato che sarà il governo a decidere ciò che è “interesse pubblico”. Verrebbero anche eliminate le parole “diritti fondamentali” dalle sezioni chiave della Costituzione, secondo gli esperti costituzionali. L’LDP ha sostenuto che la revisione è necessaria per un Giappone moderno che deve affrontare la minaccia della Cina e liberarsi “dal regime del dopoguerra“.

Katsuya Okada

Katsuya Okada

nippon-kaigi-no-kenkyuL’ideologia del Primo Ministro Abe e del suo gabinetto era poco seguita dai media ufficiali giapponesi fino a maggio. Tutto è cambiato con la pubblicazione a sorpresa del best seller Nippon Kaigi No Kenkyu (Indagine sulla Conferenza del Giappone) del giornalista Tamotsu Sugano, il 30 aprile. L’esperto costituzionale Setsu Kobayashi, che è anche ex-membro della Nippon Kaigi, ha detto che il gruppo “ha difficoltà ad accettare la realtà che il Giappone abbia perso la guerra” e che vuole ripristinare la costituzione Meiji, osservando che alcuni membri sono discendenti di persone responsabili della guerra. Kobayashi è stato così attaccato dai suoi ex-soci, che a maggio ha fondato il nuovo partito Kokumin-Ikari no Koe (Voce arrabbiata dei cittadini), per promuovere e proteggere i diritti costituzionali. Nonostante il numero limitato di membri della Nippon Kaigi, la metà del gabinetto Abe appartiene all’Associazione Nazionale Legislatori Amici della Nippon Kaigi, un ramo del gruppo politico. Il Primo ministro Abe ne è il Consigliere speciale. L’ex ministro della Difesa, Yuriko Koike, che concorre alla carica di governatore di Tokyo, è un altro membro di spicco. Il Sankei Shinbun e altri hanno riferito che la Nippon Kaigi fece pressioni, il 28 aprile, sull’editore Fusosha per impedire la pubblicazione del libro. La lettera di protesta fu sorprendentemente inviata al direttore non dal presidente Tadae Takubo, ma dal segretario generale del gruppo Yuzo Kabushima. Kabushima è un adoratore dell’imperatore ed era un membro chiave del movimento studentesco Seicho No Ie. Sugano dice nel suo libro che Kabushima è la persona che realmente guida l’organizzazione. Nonostante il tono minaccioso della lettera, l’editore non sospese la pubblicazione. La prima edizione del libro ebbe solo 8000 copie. Ora è alla quarta edizione con oltre 126000 copie vendute. Cinque altri libri sono stati pubblicati in relazione e riviste appaiono con in prima pagina storie sull’argomento. Improvvisamente, la Nippon Kaigi è divenuta molto visibile.
Sugano è sorpreso e sollevato che la Nippon Kaigi e la sua influenza sulla politica nazionale, infine, ricevano attenzione. Lui stesso è un conservatore, laureato in scienze politiche all’Università del Texas. Mentre viveva in Texas, notò come il movimento cristiano evangelico costruisse la propria influenza politica vedendovi un parallelo nei metodi della Nippon Kaigi. Sugano era ancora un “Salaryman” quando seppe dell’esistenza della Nippon Kaigi. Nel 2008 Sugano ricorda il cambio di atmosfera per le strade. “I nerd cominciavano a parlare“, ha detto. Le proteste di gruppi come lo Zaitokukai e l’odio contro gli stranieri divenne più evidente, vidi l’escalation delle loro attività ogni giorno. Trovavo tale inondazione di odio preoccupante e m’infiltrai nelle loro proteste e a documentarle. Per capire la motivazione di membri e sostenitori spulciai le pubblicazioni conservatrici cui spesso facevano riferimento nei commenti on-line. Gli autori di tali pubblicazioni m’incuriosivano. Molti erano esperti del campo, giornalisti, accademici, ma scrivevano di argomenti estranei alle loro competenze. Poi mi resi conto che tutti sembravano aderire alla stessa organizzazione. Ciò mi fece scoprire il meraviglioso mondo della revisionista Nippon Kaigi. Sottolineò che la Nippon Kaigi utilizza i Neto Uyo (estremisti di destra che trolleggiano in rete chi scrive negativamente del Giappone), intellettuali, politici e altri sostenitori sui media mainstream per influenzare notevolmente politica ed opinione pubblica. Una diretta conseguenza fu il restauro da parte del governo giapponese del calendario imperiale vietato dalle forze di occupazione degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. E’ il 2016 in occidente, ma nel calendario imperiale, che si basa sull’imperatore regnante, è l’anno 28 dell’era Heisei. Il sistema è così complicato che molti giornalisti in Giappone si portano sempre con sé una tabella di corrispondenza tra i due calendari. Sugano attribuisce alla Nippon Kaigi anche alla resurrezione politica del Primo ministro Shinzo Abe, la cui carriera politica era considerata finita dopo le brusche dimissioni da premier nel 2007. Ritiene inoltre che uno dei loro obiettivi sia cambiare radicalmente le parti della Costituzione che definiscono matrimonio e diritti delle donne, per “fare del Giappone un Paese gradito a vecchi scontrosi, come loro“.

Tadae Takubo

Tadae Takubo

The Daily Beast ha contattato Nippon Kaigi via e-mail, fax e telefono e ha chiesto chiarimenti su quanto è stato scritto sul gruppo e le loro obiezioni al libro di Sugano, ma non ha ricevuto risposta.
Mentre molti libri e articoli pubblicati di recente danno l’immagine di un’organizzazione machiavellica che ha aggirato la legge per evitare di essere classificata gruppo politico, Sugano crede che siano per lo più reazionari senza una chiara idea di cosa fare una volta raggiunti i loro obiettivi. “Hanno lavorato costantemente e discretamente con politici locali e lobby politiche per opporsi a cose come la parità di genere, il riconoscimento dei crimini di guerra e delle donne di conforto (schiave sessuali durante la Seconda Guerra Mondiale), le donne che usano il loro nome da nubile dopo il matrimonio, ecc. Sono anti-questo e anti-quello ma non hanno alcuna visione“. Altri ricercatori hanno notato le posizioni del gruppo contro la parità di genere, ma sottolineano che il Primo ministro Abe sembra essere sincero sul tema della promozione delle donne sul posto di lavoro e che il gruppo ha anche donne deputate nei suoi ranghi. Sugano non ne è sorpreso. “Il Primo ministro Abe parla molto di Womenomics (affermare il ruolo della donna nel mondo degli affari), ma è blabla. È come un razzista del Texas che dice: “Ho un amico nero, quindi non sono razzista”. Il fatto che ci siano delle donne in politica sostenute dal gruppo rientra nella stessa logica. Ci sono sempre minoranze nella minoranza che considerano la discriminazione accettabile“. Il professor Jeff Kingston, storico del Giappone moderno, ha osservato che sebbene Abe abbia detto tutte le cose che deve dire, di nascosto ha ridotto la percentuale di donne nelle posizioni dirigenti dal 30 al 15%, e in pratica le sue scarne azioni sono solo “un cenno alla realtà patriarcale che dimostra come la Womenomics di Abe sia una farsa“. Sugano insiste dicendo che le “realtà patriarcale” del Giappone è una delle ragioni dell’autocensura dei media sotto l’amministrazione Abe e il motivo per cui hanno a lungo evitato di fare riferimento alla Nippon Kaigi. Sostiene che i media tradizionali giapponesi sono gestiti da vecchi misogini le cui opinioni si allineano alle idee sessiste della Nippon Kaigi, ed essendo d’accordo con i loro principi, non hanno alcun motivo per fare luce sull’organizzazione reazionaria. “Non è autocensura. È omertà“, ha detto. L’atteggiamento sprezzante della Nippon Kaigi contro donne e bambini spiega anche l’ovvia opposizione alla Convenzione internazionale dei diritti dei bambini delle Nazioni Unite (CRC). Hideaki Kase, membro di spicco della Nippon Kaigi e prolifico scrittore revisionista, è anche il presidente dell’associazione per le punizioni corporali del Giappone, che sostiene che picchiare “giudiziosamente” i bambini sia un modo per educarli e renderli forti. Se si chiede il motivo per cui le elezioni del 10 luglio erano importanti, Sugano dice che “LDP, Abe e Nippon Kaigi hanno lo stesso scopo. Ciò mi fa terribilmente temere che non siano mai stati più vicini a realizzare i loro sogni: modificare la Costituzione per portare il Paese sotto una società feudale militarista in cui le donne, i bambini, i giovani e gli stranieri, tra cui i giapponesi di origine coreana, non abbiano diritti. Ne avranno uno solo: di tenere chiusa la bocca“.japan-1(Dopo le elezioni del 10 luglio 2016, Shinzo Abe e i suoi alleati hanno la maggioranza dei due terzi nella Camera bassa e nella Camera alta per modificare la Costituzione giapponese).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora