Perché la Seconda Guerra Mondiale finì col fungo atomico

Dr. Jacques R. Pauwels, Global Research 6 agosto 2010

Lunedì 6 agosto 1945, alle 8:15, la bomba nucleare “Little Boy” fu sganciata su Hiroshima da un bombardiere B-29 statunitense, l’Enola Gay, che uccise direttamente circa 80000 persone. Entro la fine dell’anno, ferite e radiazioni portarono il totale delle vittime a 90000-140000”. [1]

Il 9 agosto 1945, Nagasaki fu l’obiettivo del secondo attacco atomico al mondo alle 11:02, quando il nord della città fu distrutto e circa 40000 persone furono uccise dalla bomba soprannominata “Fat Man”. Il bilancio delle vittime del bombardamento atomico ammontò a 73884, oltre a 74909 feriti, e altre diverse centinaia di migliaia di malati e morenti a causa del fallout e di malattie causate dalle radiazioni”. [2]Nel teatro europeo, la Seconda guerra mondiale terminò all’inizio del maggio 1945 con la capitolazione della Germania nazista. I “Tre Grandi” vincitori, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, ora affrontavano il complesso problema della riorganizzazione postbellica dell’Europa. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra piuttosto tardi, nel dicembre del 1941, e avevano iniziato a dare un contributo militare davvero significativo alla vittoria degli alleati sulla Germania con lo sbarco in Normandia nel giugno 1944, meno di un anno prima della fine delle ostilità. Quando la guerra contro la Germania finì, tuttavia, Washington si sedette con fermezza e sicurezza al tavolo dei vincitori, decisa a raggiungere quelli che potrebbero essere chiamati i suoi “obiettivi di guerra”. Come il Paese che aveva dato il maggior contributo e sofferto di gran lunga le peggiori perdite nel conflitto contro il comune nemico nazista, l’Unione Sovietica voleva importanti riparazione dalla Germania e la sicurezza da una possibile aggressione futura insediando in Germania, Polonia e altri Paesi dell’Europa orientale governi che non fossero ostili ai sovietici, come era avvenuto prima della guerra. Mosca si aspettava anche un risarcimento per le perdite territoriali subite dall’Unione Sovietica al tempo della Rivoluzione e della Guerra Civile e, infine, si aspettava che, con la terribile prova della guerra alle spalle, potesse riprendere la costruzione della società socialista. I capi statunitensi e inglesi conoscevano questi obiettivi sovietici e ne avevano esplicitamente o implicitamente riconosciuto la legittimità, per esempio alle conferenze dei Tre Grandi di Teheran e Jalta. Ciò non significò che Washington e Londra fossero entusiaste del fatto che l’Unione Sovietica raccogliesse i frutti dei suoi sforzi bellici; e indubbiamente in ciò si celò il possibile conflitto col principale obiettivo di Washington, cioè creare la “porta aperta” ad esportazioni ed investimenti statunitensi nell’Europa occidentale, nella Germania sconfitta, e anche nell’Europa centrale e orientale liberata dall’Unione Sovietica. In ogni caso, i capi politici e industriali statunitensi, incluso Harry Truman che successe a Franklin D. Roosevelt, nella primavera del 1945, avevano poca comprensione, e ancor meno simpatia, anche per le più elementari aspettative dei sovietici. Questi capi aborrivano il pensiero che l’Unione Sovietica ricevesse considerevoli riparazioni dalla Germania, perché un tale salasso avrebbe eliminato la Germania come mercato potenzialmente redditizio per le esportazioni e gli investimenti statunitensi. Invece, le riparazioni avrebbero permesso ai sovietici di riprendere, possibilmente con successo, il progetto di una società comunista, un “sistema in contrasto” al sistema capitalistico internazionale di cui gli USA erano diventati il grande campione. L’élite politica ed economica statunitense era indubbiamente profondamente consapevole che le riparazioni tedesche ai sovietici implicassero che le fabbriche tedesche delle filiali di società statunitensi come Ford e GM, che avevano prodotto armi per i nazisti durante la guerra (facendo molti soldi [3]) avrebbero prodotto per i sovietici invece di continuare ad arricchire proprietari ed azionisti degli Stati Uniti.
I negoziati tra i Tre Grandi ovviamente non avrebbero comportato il ritiro dell’Armata Rossa dalla Germania e dall’Europa dell’Est prima che gli obiettivi sovietici su riparazione e sicurezza fossero stati almeno in parte raggiunti. Tuttavia, il 25 aprile 1945, Truman apprese che gli Stati Uniti avrebbero presto disposto di una nuova potente arma, la bomba atomica. Il possesso di quest’arma aprì ogni sorta di prospettive inimmaginabili ma estremamente favorevoli, e non sorprende che il nuovo presidente e i suoi consiglieri fossero incantati da ciò che il famoso storica William Appleman Williams definì “visione da onnipotenza”. [4] Certamente non sembrò più necessario impegnarsi in difficili negoziati coi sovietici: grazie alla bomba atomica, sarebbe stato possibile costringere Stalin, nonostante gli accordi precedenti, a ritirare l’Armata Rossa dalla Germania e a negargli gli accordi del dopoguerra sul Paese, piazzare regimi “filo-occidentali” persino antisovietici in Polonia e nell’Europa orientale, e forse persino aprire la stessa Unione Sovietica agli investimenti statunitensi ed anche all’influenza economica e politica statunitense, riportando così l’eresia comunista in seno alla chiesa capitalista universale. Al momento della resa tedesca nel maggio 1945, la bomba era quasi, ma non del tutto, pronta. Truman quindi trattò il più a lungo possibile prima di accettare finalmente di partecipare alla conferenza dei Tre Grandi di Potsdam nell’estate del 1945, dove si decise il destino dell’Europa nel dopoguerra. Il presidente fu informato che la bomba sarebbe probabilmente stata pronta per allora, cioè pronta da usare come “martello”, come lui stesso affermò in un’occasione, che avrebbe agitato “sulle teste di quei tizi” [5] alla Conferenza di Potsdam, che durò dal 17 luglio al 2 agosto 1945. Truman ricevette infatti il messaggio tanto atteso che la bomba atomica era stata testata con successo il 16 luglio, nel Nuovo Messico. Da allora non si preoccupò più di presentare proposte a Stalin, ma fece invece ogni sorta di richieste; allo stesso tempo respinse inavvertitamente tutte le proposte avanzate dai sovietici, ad esempio sulle riparazioni tedesche, comprese proposte ragionevoli basate sui precedenti accordi interalleati. Stalin non mostrò l’auspicata volontà di capitolare, comunque, nemmeno quando Truman tentò di intimidirlo sussurrandogli minacciosamente che gli USA aveva acquisito un’incredibile nuova arma. La sfinge sovietica, che certamente era già stata informata della bomba atomica statunitense ascoltò con silenzio di pietra. Un po’ perplesso, Truman concluse che solo una dimostrazione effettiva della bomba atomica avrebbe persuaso i sovietici a cedere. Di conseguenza, a Potsdam non fu possibile raggiungere un accordo generale. In effetti, poco o nulla di sostanza fu deciso. “Il principale risultato della conferenza“, scrive lo storico Gar Alperovitz, “fu una serie di decisioni da non accettare al prossimo incontro“. [6]
Nel frattempo i giapponesi combattevano in Estremo Oriente, anche se la loro situazione era senza speranza. Erano infatti disposti ad arrendersi, ma insistettero su una condizione, cioè, che l’imperatore Hirohito avesse garantita l’immunità. Ciò contravveniva alla domanda statunitense della capitolazione incondizionata. Nonostante ciò, sarebbe stato possibile porre fine alla guerra secondo la proposta giapponese. In realtà, la resa tedesca a Reims tre mesi prima non fu del tutto incondizionata. (Gli statunitensi avevano accettato una condizione tedesca, cioè che l’armistizio entrasse in vigore solo dopo 45 ore, permettendo a quante più unità dell’esercito tedesco di sfuggire dal fronte orientale per arrendersi agli anglo-statunitensi, molte di queste unità sarebbero state tenute pronte, in uniforme, armate e sotto il comando dei loro ufficiali, per un possibile uso contro l’Armata Rossa, come ammise Churchill dopo la guerra). [7] In ogni caso, l’unica condizione di Tokyo era tutt’altro che essenziale. In effetti, più tardi, dopo che la resa incondizionata fu strappata ai giapponesi, gli statunitensi non infastidirono mai Hirohito, e fu grazie a Washington che poté rimanere imperatore peri altri decenni [8]. I giapponesi credevano di poter ancora permettersi il lusso di attribuire una condizione alla loro offerta di arrendersi perché la forza principale del loro esercito rimase intatta, in Cina, dove aveva trascorso gran parte della guerra. Tokyo pensava che avrebbe potuto usarlo per difendere il Giappone e quindi fare pagare agli statunitensi un prezzo alto per l’inevitabile vittoria finale, ma questo piano avrebbe funzionato solo se l’Unione Sovietica rimaneva fuori dalla guerra in Estremo Oriente; l’ingresso sovietico nella guerra, d’altra parte, avrebbe inevitabilmente inchiodato le forze giapponesi sul continente cinese. La neutralità sovietica, in altre parole, permise a Tokyo una piccola speranza; non in una vittoria, certo, ma nell’accettazione dagli statunitensi della loro condizione sull’imperatore. In una certa misura, la guerra col Giappone si trascinò, perché l’Unione Sovietica non vi era ancora coinvolta. Già alla Conferenza dei Tre Grandi a Teheran nel 1943, Stalin promise di dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla capitolazione della Germania, e ribadì l’impegno il 17 luglio 1945, a Potsdam. Di conseguenza, Washington contava sull’attacco sovietico al Giappone entro metà di agosto e quindi sapeva fin troppo bene che la situazione dei giapponesi era senza speranza. (“La fine dei giappi quando accadrà“, Truman confidò sul suo diario, riferendosi al previsto ingresso dei sovietici nella guerra in Estremo Oriente). [9] Inoltre, la Marina statunitense assicurò Washington di poter impedire ai giapponesi di trasferire il loro esercito dalla Cina per difendere la Patria dall’invasione statunitense. Dato che la Marina statunitense era indubbiamente in grado di piegare il Giappone con un blocco, l’invasione non era nemmeno necessaria. Privo di beni importati come cibo e carburante, il Giappone sarebbe capitolato incondizionatamente prima o poi.
Per far finire la guerra contro il Giappone, Truman aveva quindi varie opzioni molto interessanti. Poteva accettare la banale condizione giapponese sull’immunità per il loro imperatore; poteva anche aspettare che l’Armata Rossa attaccasse i giapponesi in Cina, costringendo così Tokyo ad accettare una resa incondizionata; o poteva farlo morire di fame col blocco navale che avrebbe costretto Tokyo a decidere per la pace prima o poi. Truman e i suoi consiglieri, tuttavia, non scelsero alcuna di queste opzioni; invece, decisero di mettere fuori combattimento il Giappone con la bomba atomica. Questa decisione fatale, che sarebbe costata la vita a centinaia di migliaia di persone, in maggioranza donne e bambini, offrì agli statunitensi notevoli vantaggi. In primo luogo, la bomba poteva costringere Tokyo ad arrendersi prima che i sovietici entrassero in guerra in Asia, rendendo così inutile consentire a Mosca di decidere sul Giappone del dopoguerra, sui territori occupati dal Giappone (come Corea e Manciuria), e in generale in Estremo Oriente e Pacifico. Gli Stati Uniti avrebbero goduto allora di un’egemonia totale su quella parte del mondo, forse il vero scopo della guerra (anche se non dichiarata) di Washington al Giappone. Fu alla luce di questa considerazione che la strategia del semplice blocco del Giappone fu respinta, dato che la resa poteva non avvenire se non dopo, forse molto dopo, l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica. (Dopo la guerra, l’US Strategic Bombing Survey affermò che “sicuramente prima del 31 dicembre 1945 il Giappone si sarebbe arreso, anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate“). [10] Per i capi statunitensi, l’intervento sovietico nella guerra in Estremo Oriente minacciava di dare ai sovietici lo stesso vantaggio che l’intervento relativamente tardivo degli yankees nella guerra in Europa aveva dato agli Stati Uniti, vale a dire un posto alla tavola dei vincitori che impongono la propria volontà sul nemico sconfitto, creando zone di occupazione fuori dal suo territorio, cambiandone i confini, decidendone le strutture politico-economiche del dopoguerra, e quindi traendo enormi benefici e prestigio. Washington non voleva assolutamente che l’Unione Sovietica godesse di questi vantaggi. Gli statunitensi stavano per vincere sul Giappone, il loro grande rivale in quella parte del mondo. Non apprezzavano l’idea di accordarsi con un nuovo potenziale rivale, la cui detestata ideologia comunista poteva diventare pericolosamente influente in molti Paesi asiatici. Sganciando la bomba atomica, gli statunitensi speravano di finire immediatamente il Giappone ed operare in Estremo Oriente da cavaliere solitario, cioè senza che la loro vittoria venisse rovinata da indesiderati ultimi arrivati sovietici. L’uso della bomba atomica offrì a Washington un secondo importante vantaggio. L’esperienza di Truman a Potsdam lo persuase che solo una dimostrazione effettiva di questa nuova arma avrebbe reso Stalin sufficientemente flessibile. Nuclearizzare una città “giappa”, preferibilmente una città “vergine”, dove i danni sarebbe stati particolarmente impressionanti, incombeva come utile mezzo per intimidire i sovietici e indurli a fare concessioni su Germania, Polonia ed ‘Europa centrale ed orientale.
La bomba atomica fu pronta poco prima che i sovietici entrassero in Estremo Oriente. Anche così, la polverizzazione nucleare di Hiroshima il 6 agosto 1945 arrivò troppo tardi per impedirgli sovietici di entrare in guerra contro il Giappone. Tokyo non gettò immediatamente la spugna, come gli statunitensi avevano sperato, e l’8 agosto 1945, esattamente tre mesi dopo la capitolazione tedesca a Berlino, i sovietici dichiararono guerra al Giappone. Il giorno seguente, il 9 agosto, l’Armata Rossa attaccò le truppe giapponesi di stanza nel nord della Cina. Washington stessa da tempo chiese l’intervento sovietico, ma quando finalmente avvenne, Truman e i suoi consiglieri erano tutt’altro che estasiati dal fatto che Stalin avesse mantenuto la parola data. Se i governanti del Giappone non risposero immediatamente al bombardamento di Hiroshima con la capitolazione incondizionata, ciò fu dovuto al fatto che non poterono accertare immediatamente che solo un aereo e una bomba avevano causato così tanti danni. (Molti bombardamenti convenzionali avevano prodotto risultati altrettanto catastrofici: l’attacco di migliaia di bombardieri sulla capitale giapponese il 9-10 marzo 1945, ad esempio, aveva effettivamente causato più vittime del bombardamento di Hiroshima). In ogni caso, ci volle del tempo prima che la capitolazione incondizionata fosse imminente e, a causa di questo ritardo, l’URSS entrò in guerra col Giappone, dopotutto. Ciò rese Washington estremamente impaziente: all’indomani della dichiarazione di guerra sovietica, il 9 agosto 1945, una seconda bomba venne sganciata, questa volta sulla città di Nagasaki. Un ex-cappellano dell’esercito statunitense dichiarò in seguito: “Sono dell’opinione che questa sia stata una delle ragioni per cui la seconda bomba fu sganciata: perché c’era fretta. Volevano che i giapponesi capitolassero prima che arrivassero i sovietici“. [11] (Il cappellano poteva o no essere consapevole che tra i 75000 esseri umani “inceneriti, carbonizzati ed evaporati istantaneamente” a Nagasaki c’erano molti cattolici giapponesi anche un numero imprecisato di detenuti di un campo per prigionieri di guerra alleati, la cui presenza fu segnalata al comando aereo, senza risultati). [12] Ci vollero altri cinque giorni, cioè il 14 agosto, prima che i giapponesi capitolassero. Nel frattempo l’Armata Rossa compì notevoli progressi, con grande dispiacere di Truman e dei suoi consiglieri. E così gli statunitensi rimasero bloccati col socio sovietico in Estremo Oriente, dopotutto. O lo erano loro? Truman si assicurò che non lo fossero, ignorando i precedenti sulla cooperazione tra i Tre Grandi in Europa. Già il 15 agosto 1945, Washington respinse la richiesta di Stalin di una zona di occupazione sovietica nella terra dello sconfitto Sol Levante. E quando il 2 settembre 1945, il generale MacArthur accettò ufficialmente la resa giapponese sulla nave da battaglia Missouri nella Baia di Tokyo, i rappresentanti dell’Unione Sovietica, e degli altri alleati in Estremo Oriente come Gran Bretagna, Francia, Australia e Paesi Bassi, furono presenti solo come comprimari e spettatori. A differenza della Germania, il Giappone non fu diviso in zone d’occupazione. Il rivale sconfitto degli USA doveva essere occupato solo dagli statunitensi, con un loro “viceré” a Tokyo, il generale MacArthur, che avrebbe assicurato che, indipendentemente dai contributi apportati alla vittoria comune, alcun altra potenza avesse voce in capitolo negli affari del Giappone del dopoguerra.
Settantacinque anni fa, Truman non usò la bomba atomica per costringere il Giappone a cedere, ma aveva altre ragioni per usarla. La bomba atomica permise agli statunitensi di costringere Tokyo ad arrendersi incondizionatamente, a tenere i sovietici fuori dall’Estremo Oriente e, ultimo ma non meno importante, imporre la volontà di Washington sul Cremlino in Europa. Hiroshima e Nagasaki furono annientate per queste ragioni, e molti storici statunitensi lo sanno fin troppo bene; Sean Dennis Cashman, ad esempio, scrive: “Col passare del tempo, molti storici hanno concluso che la bomba fu usata per ragioni politiche… Vannevar Bush (il capo del centro per la ricerca scientifica statunitense) dichiarò che la bomba “fu consegnata in tempo, in modo che non ci fosse necessità di eventuali concessioni alla Russia alla fine della guerra“. Il segretario di Stato James F. Byrnes (il segretario di Stato di Truman) non negò mai la dichiarazione attribuitagli secondo cui la bomba fu usata per mostrare la potenza statunitense all’Unione Sovietica, per renderla più cedevole in Europa. [13] Lo stesso Truman, tuttavia, dichiarò ipocritamente all’epoca che lo scopo dei due bombardamenti nucleari era “riportare i ragazzi a casa”, cioè finire rapidamente la guerra senza ulteriori gravi perdite in vite umane statunitensi. Tale spiegazione fu ripresa acriticamente dai media statunitensi sviluppando un mito propagandato con entusiasmo dalla maggior parte degli storici e dei media di Stati Uniti e mondo “occidentale”. Quel mito che, per inciso, serve anche a giustificare potenziali futuri attacchi nucleari su obiettivi come Iran e Corea democratica, è ancora molto vivo, basta controllare i giornali di regime il 6 e 9 agosto!Jacques R. Pauwels, autore de Il mito della buona guerra: gli USA nella seconda guerra mondiale.

Note:
[1] Hiroshima.
[2] Nagasaki.
[3] Jacques R. Pauwels, Il mito della buona guerra: gli USA nella Seconda guerra mondiale, Toronto, 2002, pp. 201-05.
[4] William Appleman Williams, The Tragedy of American Diplomacy, New York, 1962, p. 250.
[5] Citato in Michael Parenti, The Anti-Communist Impulse, New York, 1969, p. 126.
[6] Diplomazia atomica di Gar Alperovitz: Hiroshima e Potsdam. L’uso della bomba atomica e il confronto statunitense col potere sovietico, Harmondsworth, Middlesex, 1985 (edizione originale 1965), p. 223.
[7] Pauwels, op. cit., p. 143.
[8] Alperovitz, op. cit., pp. 28, 156.
[9] Citato in Alperovitz, op. cit., p. 24.
[10] Citato in David Horowitz, Da Jalta al Vietnam: la politica estera statunitense nella guerra fredda, Harmondsworth, Middlesex, Inghilterra, 1967, p. 53.
[11] Studs Terkel, “The Good War”: An Oral History of World War Two, New York, 1984, p. 535.
[12] Gary G. Kohls, “Whitewashing Hiroshima: The Uncritical Glorification of American Militarism“.
[13] Sean Dennis Cashman, Roosevelt e la Seconda Guerra Mondiale, New York e Londra, 1989, p. 369.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’affermazione del Giappone come nazione moderna durante l’era Meiji

Fascinant JaponIl consolidamento dello Stato imperiale
Gli oligarchi erano divisi tra desiderio di reprimere e volontà di creare un Paese con una costituzione moderna. Quella del 1889 si basava sulla costituzione tedesca. L’ispirazione a questo documento era ambivalente. Avere una costituzione poneva il governo giapponese su un piano di parità coi principali Paesi moderni. C’erano alcuni elementi relativamente liberali in questa costituzione, ma rappresentava anche un’opportunità per un più forte carattere imperiale del regime. In questo, il documento giapponese era molto più autoritario della costituzione prussiana del 1850, a cui s’ispirava. L’imperatore personificava Stato e legge, aveva potere legislativo, di nomina del presidente delle due camere e di convocare la Dieta. Poteva pronunciare la dissoluzione della camera bassa e legiferare per ordinanze. Se veniva dichiarato lo stato d’assedio, poteva sospendere le libertà a suo piacimento, rappresentare il Giappone sulla scena internazionale e decidere da solo su guerra e pace. Il primo ministro veniva scelto dal consiglio degli anziani, il genro. Questo consiglio era composto dagli oligarchi che governavano dal 1868. Il genro poté continuare a tirare le fila fino all’inizio del XX secolo. I ministri erano responsabili nei confronti dell’imperatore, non esisteva la sovranità popolare. La costituzione prevedeva un parlamento bicamerale. La Camera dei Pari, o superiore, composta da persone prestigiose nominate dall’Imperatore. La Camera dei Rappresentanti, o bassa, da parte sua eletta dal voto popolare (l’1% della popolazione). La tassa per votare fu abolita nel 1950. La Camera bassa rappresentava pochi e aveva pochi poteri, se non votare il bilancio. Ma se veniva rifiutato il bilancio, restava quello precedente. La costituzione specificava il ruolo dei burocrati dipendenti dall’imperatore. Erano molto potenti, il loro numero variò da 20000 nel 1890 a 72000 nel 1908. Provenivano dall’Università Imperiale di Tokyo. In breve, la costituzione del 1889 era relativamente autoritaria e dava poteri all’imperatore. Tuttavia, dal 1900, il Parlamento prese il potere. Il primo ministro venne scelto, dal 1910, tra i parlamentari e dai partiti politici al potere nella Dieta. Intorno al 1920, fu la democrazia Taisho, quando il Parlamento era più influente. Ma questa luce democratica morì nel 1930, soffiata dall’esercito.

La rivendicazione del Giappone come grande potenza militare
La politica estera giapponese si sviluppò su due direzioni: da una parte il governo giapponese cercava di creare legami egualitari con le grandi potenze, e dall’altra cercava di estendere il dominio militare sui vicini. Il Giappone voleva rinegoziare i trattati ineguali e nel 1894 iniziò una serie di negoziati con alcuni Paesi occidentali per abolire certi punti. Nel 1911, il Giappone poté liberamente imporre i dazi. Allo stesso tempo, il governo cercò delle alleanze militari con le potenze del momento specialmente con la Gran Bretagna, ansiosa di controbilanciare l’influenza russa in Manciuria, firmando accordi nel 1902 e nel 1905 col Giappone. Quando la corte reale coreana si appellò alla Cina per sopprimere una rivolta, nel 1894, il Giappone decise d’intervenire. Gli eserciti giapponese e cinese si scontrarono; rapidamente, parte della flotta cinese fu distrutta e il sud della Manciuria occupato. Il conflitto portò al trattato di pace di Shimonoseki, molto vantaggioso per i giapponesi. Ricevettero un grosso compenso, il controllo di Formosa e della penisola di Liaodong, in Manciuria. Quest’area strategica era il capolinea della ferrovia della Manciuria, e la città di Port Arthur era il fulcro commerciale della regione. Francia, Regno Unito e Russia, che si contendevano da tempo questo territorio, si opposero ai desideri dei giapponesi. Quest’ultimo, cauto, s’inchinò e rinunciò al Liaodong.
Il successivo obiettivo fu la Corea. Non appena firmato il trattato del 1904, il Giappone attaccò la Russia in Manciuria e ottenne una rapida vittoria. La Russia, considerata una delle grandi potenze dell’epoca, capitolò nel 1905. Questa fu la prima vittoria di un Paese non occidentale su uno occidentale. Fu un evento incredibile che emozionò occidente ed Oriente. Il trattato di Portsmouth fu firmato lo stesso anno. La Russia riconobbe il dominio monetario, politico e militare del Giappone sulla Corea, annessa nel 1910. Gli interessi russi in Manciuria passarono ai giapponesi. Inoltre, il trattato conferì ai vincitori il controllo della penisola di Liaodong e della ferrovia della Manciuria, così come del sud di Sakhalin. Il potere militare del Giappone fu ben consolidato dopo questi due conflitti. Nacque anche lo spirito nazionalista di massa. Nel 1905 molti giapponesi, insoddisfatti del trattato di Portsmouth e desiderosi di altro, si ribellarono ad Hibiya. Fu la prima protesta popolare di questo carattere a scuotere il Paese. Da quel momento, il Giappone cercò d’estendere l’influenza in Cina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Nel 1942, il Giappone ordinò due gigantesche corazzate

Ma non furono mai costruite. Perché?
Robert Farley National InterestNel gennaio 1936 il Giappone annunciò l’intenzione di ritirarsi dal Trattato Navale di Londra, accusando Stati Uniti e Regno Unito di negoziare in malafede. I giapponesi volevano l’uguaglianza formale sui limiti delle costruzioni navali, qualcosa che le potenze occidentali non avrebbero concesso. Sulla scia di questo ritiro, gli ingegneri navali giapponesi si gettarono nella progettazione di nuove navi. La prima classe che apparve fu la Yamato, con cannoni da 460mm, le più grandi navi da guerra mai costruite. Tuttavia, le Yamato non posero fine alle ambizioni giapponesi. La Marina Imperiale Giapponese (IJN) previde la costruzione di un’altra classe di ancor più grandi navi da battaglia e aveva dei piani per navi ancora più grandi successive a questa classe. La guerra l’impedì, ma se il Giappone avesse attuato i suoi piani avrebbe dispiegato nel Pacifico navi da battaglia mostruose, più grandi delle superportaerei.

Super-Yamato
La classe A-150 avrebbe sostituito le Yamato, seguendone l’esperienza producendo navi da battaglia più formidabili e flessibili. Insieme alle Yamato, queste navi avrebbero dato all’IJN una linea da battaglia imbattibile a protezione del proprio patrimonio nel Pacifico, insieme ai nuovi territori acquisiti nel Sud-Est asiatico e in Cina. Le A-150 avrebbero teoricamente avuto sei cannoni da 510mm in tre torrette binate, anche se si fossero avuti problemi nella costruzione dei cannoni, avrebbero avuto lo stesso armamento principale delle Yamato. I cannoni da 510mm avrebbero causato danni a qualsiasi nave da battaglia statunitense o inglese esistente (o pianificata), ma avrebbero anche causato notevoli danni alle parti più delicate della nave. Le A-150 avrebbero avuto corazzature più pesanti delle cugine più piccole, più che sufficienti a proteggerle dalle armi più pesanti degli arsenali statunitensi o inglesi. L’armamento secondario avrebbe compreso un numero considerevole di cannoni a doppio impiego da 100mm, un calibro relativamente piccolo che suggeriva che le A-150 si sarebbero affidate a navi di scorta per proteggersi da incrociatori e cacciatorpediniere nemici. I compromessi nella progettazione limitarono l’efficienza delle Yamato riducendone velocità e autonomia; non riuscivano a stare al passo con le portaerei più veloci dell’IJN e consumavano troppo carburante per l’economia d’impiego nelle operazioni come a Guadalcanal. Le A-150 sarebbero state più veloci (trenta nodi) delle Yamato, con un’autonomia maggiore, più adatta alle missioni a lungo raggio nel Pacifico. La costruzione delle Yamato sfidò la capacità delle industrie siderurgiche e cantieristiche giapponesi, e le A-150 le avrebbero stressate ancor di più. Per esempio, produrre la piastra della corazzatura necessaria per proteggere una corazzata da cannoni da 510mm semplicemente andava oltre la capacità industriale del Giappone e avrebbe richiesto gravi compromessi. Inoltre, l’IJN avrebbe circondato le A150 di unità di scorta. Mentre l’USN s’impegnò nella costruzione di un enorme numero di incrociatori pesanti e leggeri, e di portaerei, oltre alla linea di corazzate, il Giappone completò solo una manciata di queste navi durante la guerra. Non si sa molto dei successori della classe A-150, che sarebbero state più grandi, veloci ed armate. Potenzialmente avrebbero dislocato centomila tonnellate e sarebbero state armate con 8 cannoni da 510mm in quattro torrette binate; anche la sola idea di tali navi avrebbe richiesto una seria revisione della realtà economica dell’Asia orientale. In ogni caso, i cambiamenti nella tecnologia navale resero obsoleta la corazzata e ciò sarebbe stato evidente prima che uno di questi mostri potesse entrare in servizio.

Follia strategica ed economica
Il Giappone ordinò due corazzate A-150 nel programma di costruzione del 1942. La prima avrebbe sostituito la HIJMS Shinano nel cantiere, e la seconda la quarta gemella mai denominata della classe Yamato. Tuttavia, le richieste in guerra per navi più piccole (eventualmente portaerei) richiesero che alcuna di tali navi venisse mai impostata. La guerra espose solo la realtà economica; non le avrebbe permesse. Il Giappone aveva la capacità industriale per costruire le prime Yamato, oltre alle navi di supporto che la flotta richiese. Questo era il piccolo segreto del sistema del trattato navale di Washington; il Regno Unito poteva superare le costruzioni giapponesi con un ampio margine e gli Stati Uniti potevano superare entrambe, se avessero voluto. Il sistema dei trattati impedì la corsa agli armamenti che il Giappone non poteva vincere, sia nel 1921 che nel 1937. Il PIL giapponese all’inizio della Seconda guerra mondiale era poco più della metà di quello della Gran Bretagna e meno di un quarto di quello degli Stati Uniti. Il successo navale del Giappone all’inizio della guerra del Pacifico fu dovuto ai trattati, nonostante questi. L’IJN li usò molto bene, ma in qualsiasi ampia competizione navale contro Stati Uniti, Regno Unito o loro combinazione, non poteva essere vinta. Dopo aver scoperto l’esistenza di queste navi, gli Stati Uniti avrebbero costruito navi da battaglia ancora più grandi, così come altri mezzi per affondarle. Infatti, nel 1952 gli Stati Uniti impostarono l’USS Forrestal, la prima della classe di quattro portaerei sostanzialmente più grandi delle corazzate classe A-150.

Conclusione
Se la guerra non ci fosse stata, il Giappone sarebbe fallito per la spesa su queste navi colossali. Il Giappone non aveva la capacità industriale per competere con gli Stati Uniti; anzi, anche se fosse riuscito ad occupare e mantenere una larga fascia dell’Asia orientale, non avrebbe raggiunto la produzione industriale statunitense per decenni. Gli Stati Uniti avrebbero risposto alle costruzioni giapponesi con navi ancora più grandi ed efficaci e, naturalmente, con sottomarini, aerei e missili. Le navi da guerra sono il riflesso (imperfetto) delle realtà economiche. Tempistica, tecnologia e grande strategia, in una cruda concorrenza su tecnologie mature, la forza economica superiore finirebbe per prevalere. L’economia giapponese poteva competere con quella del Regno Unito e persino degli Stati Uniti, ma ciò solo in un contesto commerciale aperto con accesso ai mercati europei e americani. Nessuna nave da battaglia avrebbe avuto armi sufficienti per ottenere tale risultato.Robert Farley, autore di The Battleship Book. Senior Lecturer presso la Patterson School of Diplomacy and International Commerce dell’Università del Kentucky. Le sue opere riguardano dottrina militare, sicurezza nazionale e affari marittimi. Ha blog su Avvocati, armi e denaro, Diffusione delle informazioni e The Diplomat.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Giappone: Shinzo Abe segna una grande vittoria elettorale

Andrej Akulov, SCF, 26.10.2017Dalla seconda guerra mondiale, il Giappone è noto come Paese orientato al pacifismo, che ha negato la guerra come strumento della politica nazionale. Ciò potrebbe cambiare presto. Il 22 ottobre il Primo ministro giapponese Shinzo Abe segnava una vittoria importante nelle elezioni nazionali. Il suo Partito Democratico Liberale e il Partito Komeito, piccolo partito di coalizione, si sono assicurati almeno 312 seggi nella camera bassa da 465 seggi, superando i 310 seggi della maggioranza dei due terzi. L’esito delle elezioni ne continuerà le politiche perseguite dall’incarico nel 2012; linea dura sulla Corea democratica e stretti legami con Washington, specialmente sulla cooperazione nella Difesa. La vittoria aumenta anche le possibilità del primo ministro di vincere il prossimo turno, a settembre, come leader del Partito Liberale Democratico. Questo potrebbe estenderne la premiership al 2021. Adesso Abe è in procinto di diventare il più longevo primo ministro del Giappone dalla Seconda guerra mondiale. Il successo elettorale dà anche al premier più tempo per l’attuazione dei piani per rivedere la costituzione pacifista del Giappone, prerequisito per aumentare capacità ed opzioni militari del Giappone. “Questa è stata la prima elezione in cui abbiamo fatto della trasformazione costituzionale il pilastro della nostra piattaforma politica”, aveva detto il 23 ottobre. La costituzione rinuncia all’uso della forza nei conflitti internazionali, proibendo atti di belligeranza. Mentre l’articolo 9 vieta tecnicamente il mantenimento di forze armate permanenti, è stato interpretato dai successivi governi giapponesi per permettere le forze di autodifesa, come sono note le forze armate, per scopi esclusivamente difensivi. I cambiamenti storici del 2015 consentono una limitata autodifesa collettiva e di aiutare un alleato attaccato. Qualsiasi cambiamento nella costituzione del Giappone, che non è mai stata modificata, richiede l’approvazione innanzitutto di due terzi del parlamento e poi un referendum pubblico. La coalizione di Abe e del partner ha tale maggioranza. Con la “supermaggioranza” in entrambe le camere, il premier ha mano libera legislativa. La modifica costituzionale sarà ancora una dura battaglia, dato che l’opinione pubblica si oppone all’emendamento. Attualmente, la spesa militare del Giappone ammonta a circa l’1% del PIL. La più alta dal 1945. Alcuni legislatori spingono per aumentarla di un 20%, soprattutto alla luce delle preoccupazioni sull’impegno statunitense nella regione. Uno degli obiettivi della sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti Trump è spingere gli alleati a contribuire maggiormente alla propria difesa. Trump deve visitare il Giappone all’inizio di novembre. Circa 50000 truppe statunitensi sono sul suolo giapponese, tra cui la Settima Flotta, un considerevole contingente dei Marines e il più grande stormo dell’US Air Force. Ogni anno il Giappone spende 2 miliardi di dollari per ospitarli. In futuro, probabilmente sarà possibile introdurre nuove capacità difensive coi sistemi Aegis Ashore o Terminal High Altitude Area, dato che il LDP ha sostenuto ulteriori spese per la difesa a tali scopi.
La coalizione di governo discute la necessità che il Giappone schieri missili superficie-superficie per migliorare la deterrenza nei confronti della Corea democratica, compresa la capacità di neutralizzare i missili balistici nordcoreani sui siti di lancio. Il Giappone ha finora evitato di prendere il controverso e costoso passo di acquisire bombardieri o missili da crociera dal raggio abbastanza ampio da colpire altri Paesi, affidandosi invece agli Stati Uniti per combattere i nemici. Ma la crescente minaccia posta dalla Corea democratica aggiunge peso all’argomento secondo cui il Giappone ha bisogno di una propria capacità di attacco. Sembra che Tokyo cerchi di procurarsi missili da crociera Tomahawk dagli Stati Uniti. I missili sarebbero utilizzati per attaccare lanciamissili e strutture di lancio nordcoreani. I Tomahawk sarebbero probabilmente dispiegati a bordo dei cacciatorpediniere equipaggiati col sistema di lancio verticale Aegis e Mark 41. Significherebbe che il Giappone potrebbe attaccare bersagli situati sul gran parte della massa terrestre. Il Giappone analizza molto attentamente l’acquisto degli Aegis Ashore con capacità di difesa missilistica fissa a terra. Aegis Ashore utilizza lo stesso sistema di lancio verticale Mark 41 (VLS) dei cacciatorpediniere dell’US Navy usati per sparare i BGM-109 Tomahawk. Proprio come i cacciatorpediniere e gli incrociatori statunitensi, che utilizzano il sistema di combattimento Aegis e il suo sistema di Mark 41 VLS, il Giappone potrebbe integrare i Tomahawk nelle proprie strutture Aegis Ashore. Ciò dimostra che la preoccupazione della Russia sulla capacità dei Mk-41 di lanciare missili da crociera in Europa, violando il trattato INF, è giustificata. Se i VLS possono farlo in Giappone, potranno farlo in Romania e Polonia. Dopo l’attacco missilistico, i 42 F-35A Joint Strike Fighters del Giappone potrebbero attaccare per degradare la rete radar e le difese aeree della Corea democratica. Il Giappone potrebbe anche acquistare missili ad alta precisione, come il Joint Air-to-Surface Standoff Missile (JASSM) della Lockheed Martin Corp o il Missile Joint Strike a corto raggio. Il Giappone attualmente prevede di acquistare 3 droni a lunga autonomia RQ-4 dagli Stati Uniti. Ciò consentirebbe all’aviazione delle forze di autodifesa giapponesi di effettuare simultaneamente operazioni di ricerca, tracciamento e valutazione dei danni su tutta la Corea democratica e altrove.
La vittoria elettorale non significa che l’aumento della potenza militare abbia il sostegno pubblico. In questo momento l’opposizione è debole, avendo la maggiore forza d’opposizione, il Partito Democratico, nel caos. L’affluenza del voto è stata del 53,68 per cento, la seconda più bassa dal dopoguerra. La Corea democratica è un pretesto per i piani militari, che altrimenti avrebbero poche possibilità di passare. La posizione dura sulla Corea democratica non è l’unico elemento della politica estera del premier. Gli elettori hanno evidentemente sostenuto la sua politica di confronto con la Cina. La politica sulla Russia è ampiamente sostenuta. Dall’incarico, il premier ha attuato la politica del ravvicinamento con la Russia. Durante la visita ufficiale a Mosca nell’aprile 2013, Russia e Giappone stipularono la dichiarazione congiunta per avviare la cooperazione multilaterale, tra cui la riunione regolare dei ministri degli Esteri e della Difesa per consultazioni nel formato “2+2”. Russia e Giappone si sono riuniti regolarmente. Al vertice di Sochi, nel maggio 2016, Abe annunciò il “nuovo approccio” verso la Russia. Nel settembre 2017, riunitisi al Forum Economico Orientale, i leader discussero la questione delle isole Kurili. Il Presidente Putin incontrerà Shinzo Abe al Vertice Asia-Pacifico (APEC) in Vietnam, nel novembre 2017. Un ulteriore miglioramento delle relazioni Russia-Giappone è cruciale per la politica estera di Shinzo Abe che ha il sostegno degli elettori, rafforzando la posizione del premier prima delle elezioni vinte in modo così spettacolare.Il Giappone indice elezioni parlamentari straordinarie
Vladimir Terehov, New Eastern Outlook 27.10.2017

Come previsto, le elezioni straordinarie alla Camera bassa del Parlamento, tenutesi in Giappone il 22 ottobre, sono culminate nella vittoria del Partito Democratico Liberale. Dal 23 ottobre, sul totale di 465 seggi parlamentari, il destino di due non è ancora chiaro. Tuttavia, non importa dato il risultato delle elezioni, ossia il LDP che insieme al suo “partner minore” Komeito, ottiene la maggioranza qualificata nella camera bassa del Parlamento giapponese. A sua volta, basandosi sui dati della distribuzione dei seggi nel nuovo parlamento, il Primo ministro Shinzo Abe (che aveva avviato le elezioni straordinarie) ha ragione di parlare della forte fiducia che il popolo giapponese gli ha espresso, sia personalmente che sulla politica estera e interna perseguita dal suo governo. Conseguenza importante del risultato delle elezioni è il forte calo del peso degli scandali che si sono moltiplicati intorno al Gabinetto dei Ministri guidato da Abe, e degli attacchi correlati dell’opposizione. Durante una conferenza stampa sui piani immediati, svoltasi il giorno dopo le elezioni, Abe chiariva che non ha intenzione di “perdere tempo” nell’attuale sessione straordinaria del parlamento per esaminare la sostanza delle accuse rivoltegli dall’opposizione, ma che invece la questione sarà rinviata alla prossima sessione regolare, che avrà inizio il prossimo gennaio. Nei prossimi mesi non vuole “perdere troppo tempo” scontrandosi coi parlamentari dell’opposizione.
Con alcuni importanti dubbi, il Primo Ministro riceve carta bianca nell’attuazione di determinate misure in economia, sicurezza e cambiamenti costituzionali. Tuttavia, giudicando dal discorso post-elettorale, Abe non intende escludere la discussione sui cambiamenti costituzionali con l’opposizione, nonostante l’esistenza della maggioranza necessaria al parlamento. Le dimensioni del successo del primo ministro e del LDP che guida, superano le previsioni più ottimistiche degli esperti alla vigilia delle elezioni. Questo successo è particolarmente significativo nel contesto della partecipazione alle elezioni dei 18enni, ammessi per la prima volta al voto elettorale. L’attuale premier è particolarmente popolare tra i giovani. Tuttavia, alcuni esperti concordano sul fatto che la vittoria del LDP sia associata alle peculiarità del sistema elettorale e generalmente mettono in dubbio l’interpretazione dei risultati delle elezioni passate come espressione di sostegno incondizionato della popolazione alla coalizione al governo. La sconfitta dell’opposizione è dovuta al caos completo in cui si trovava alla vigilia delle elezioni. Il partito della Speranza, particolarmente ottimista, formato un mese prima delle elezioni dalla governatrice di Tokyo Yuriko Koike, ha ottenuto solo 50 seggi classificandosi al terzo posto tra i partiti parlamentari. In retrospettiva, si potrebbe sostenere che questo fosse prevedibile tenendo conto della “natura secondaria” del programma del partito della Speranza rispetto al LDP. Per esempio, Yuriko Koike ha cercato di lanciare il termine “giurisprudenza” nell’arena dei meme politici. Ma tale meme però si riferisce direttamente all’originale “abenomics”, la cui apparizione nel 2013 (dopo il ritorno del LDP al potere alla fine del 2012) non era altro che una sintesi giornalistica del nuovo corso economico proclamato da Abe. Contro lei personalmente e il partito che guida, vi è stato anche il rifiuto di Yuriko Koike di lasciare il posto di governatrice di Tokyo per concentrarsi completamente sulle elezioni, alla cui vigilia si recò (citando qualche scusa dignitosa) a Parigi. A giudicare dai risultati delle elezioni, l’elettore valutò negativamente le sue “previsioni”. Yuriko Koike, “stella” ascesa all’improvviso l’anno scorso (nelle elezioni parlamentari locali e a governatore di Tokyo), dopo solo un anno si ferma. Lo dimostra la sua “delusione” per i risultati del proprio partito nelle elezioni nazionali. Ancora meno ottimista è il destino dell’altro aspirante politico Seiji Maehara. Asceso assai giovane agli inizi del Partito Democratico all’opposizione, il 1° settembre ne diventava il leader, avendo così l’occasione unica per affermarsi al vertice politico del Paese. Tuttavia, già a fine settembre, apparentemente influenzato (ancora esistente al momento) dal “fenomeno Yuriko Koike”, invitò i membri del DP a votare il partito della Speranza nelle imminenti elezioni. Tuttavia, Koike, situata politicamente ancora più a destra di Abe, è accetta solo all’ala destra del Partito Democratico. Di conseguenza, il partito di opposizione principale s’è diviso, ed era improbabile che il nuovo leader potesse salvarsi da tale naufragio. Tuttavia, da una situazione così cattiva può nascere una fenice. Questa è il caso del frammentato centro-sinistra dell’ex-DP, denominato Partito Democratico Costituzionale, che ha ottenuto il secondo posto alle elezioni con 55 seggi. Un altro risultato significativo di queste ultime elezioni. Il centro di gravità dell’opposizione sarà ora il CDP e il suo leader, il 53enne Yukio Edano (che ha avuto diversi posti ministeriali nel governo di centro del 2010-2012), diventerà la nuova “stella in ascesa” che rimarrebbe nel cielo politico giapponese molto più a lungo dell’altra “stella”, Yuriko Koike. Tutto sarà deciso dalle prospettiva del “vento di destra” dominante nella politica estera giapponese. La sua forza e durata sono significativamente (e oggi, forse semplicemente decisamente) dipendenti dallo stato delle relazioni cino-giapponesi. Se la relazione tra le due maggiori potenze asiatiche migliora, la “stella” Yukio Edano inevitabilmente continuerà a salire.
Infine, va osservato che il rafforzamento delle posizioni nazionali dell’attuale primo ministro ha avuto luogo durante la preparazione di diversi importanti eventi in politica estera. Tra i più importanti, la visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Tokyo, il 5 novembre, e la successiva partecipazione di Abe a una serie di forum dell’ASEAN. I principali temi politici dei prossimi colloqui statunitensi-giapponesi e il lavoro dei forum dell’ASEAN includeranno le questioni della penisola coreana e del Mar Cinese Meridionale, così come le relazioni con la Cina. Nel complesso, la valutazione degli esperti giapponesi sull’attuale primo ministro come politico di maggior successo del Paese negli ultimi decenni va riconosciuta corretta. Ciò è confermato dal completo successo del nuovo attacco da samurai intrapreso da Abe nella lotta politica interna. L’attacco è stato condotto in condizioni di elevate incertezze e rischi che hanno accompagnato la decisione delle elezioni parlamentari straordinarie.Vladimir Terekhov, esperto della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Etajima e i piloti suicidi Taisintai

Burjat

L’isola di Etajima si trova nella baia di Hiroshima del Mare Interno della prefettura sud-occidentale di Hiroshima, a sei chilometri dalla città di Kuru, con la quale è collegata da due ponti. Nel 1930-1940 su questa isola c’era il Corpo dei Cadetti della Marina, che forgiava gli ufficiali della Marina Imperiale giapponese. Adesso, sulle rive del mare, rivestita di granito, vi è l’esposizione di armi navali della Seconda guerra mondiale. I turisti da Europa e Stati Uniti non sono ammessi. Vicino all’edificio del museo del corpo navale vi sono i sommergibili-kamikaze. Uno, con un comparto per due suicidi; un altro per uno solo. Accanto al museo vi sono i siluri con equipaggio Kaiten, guidati dai taisintai, assaltatori suicidi come i kamikaze. Nel museo c’è una sala dedicata ai kamikaze dei Kaiten caduti nei combattimenti. I loro ritratti occupano un’ intera parete, e i nomi sono incisi sul marmo. Appare un enorme elenco di assaltatori suicidi del sommergibile I-58, che nell’eroica notte del 29-30 luglio 1945 affondò l’incrociatore pesante statunitense Indianapolis. Dei sei Kaiten, alcuno tornò nella base di Kure. La scuola navale sull’isola di Etajima fu completata dal capitano Hashimoto Mochitsura, del corso sommergibilisti. Questo ufficiale partecipò all’attacco a Pearl Harbor. Nel febbraio 1943, Mochitsura Hashimoto divenne comandante del sottomarino I-158 dotato di attrezzature radar. Questo battello condusse un esperimento, lo studio del radar in varie condizioni di navigazione, fino a quel momento i sommergibili giapponesi combatterono alla cieca. Nel settembre 1943, Mochitsura Hashimoto comandò il sottomarino RO-44, andando a caccia di navi da trasporto statunitensi nelle Isole Salomone. Nel maggio 1944, il tenente di vascello Hashimoto fu inviato a Yokosuka, dove fu ricostruito l’I-58 su un nuovo progetto, dotandolo di supporti per i siluri Kaiten.

I siluri Kaiten
Kaiten significa “Cambiare il Destino” o “Superare il Cielo”, erano siluri guidati da assaltatori suicidi. Questi siluri non avevano meccanismi di espulsione del pilota, posto nella timoneria che occupava il ponte. Il pilota utilizzava un periscopio a bassa profondità per la ricerca. Dopo aver raggiunto il bersaglio, il pilota puntava il siluro in modalità d’attacco, abbattendo il periscopio, aumentando la profondità e navigando a tutta forza. Per impedire che il siluro, mancato il bersaglio il pilota non poteva cambiare rotta morendo per mancanza di ossigeno, fu poi aggiunto un meccanismo di autodistruzione. La lunghezza dei siluri era di 15 metri, con un diametro di 1,5 metri e un peso di 8 tonnellate, di cui 1,5 di esplosivo. I marinai-suicidi lanciavano quest’arma formidabile contro le navi nemiche. La produzione di Kaiten in Giappone iniziò nell’estate 1944, quando fu evidente che solo la dedizione dei kamikaze e dei marinai-suicidi forse poteva cambiare il corso della Seconda guerra mondiale. In totale furono prodotti circa 440 Kaiten.

Sommergibile I-58
Il sommergibile I-58 al comando del capitano di corvetta Mochitsura Hashimoto fu assegnato al distaccamento “Kongo“. La classe di Hashimoto, della scuola navale di Etajima, comprendeva 15 cadetti. All’epoca, la maggior parte degli ufficiali della sua classe erano caduti in battaglia. Su 15, solo cinque sopravvissero. Tutti comandanti del distaccamento “Kongo“. I battelli del distaccamento lanciarono in totale di 14 Kaiten contro le navi nemiche. Il sommergibile I-58 lasciò la base di Kure per la quarta campagna operativa il 16 luglio 1945. Dopo vane ricerche del nemico nel Mar delle Filippine, il battello giunse sulla rotta tra Guam e Leite. L’I-58 aveva a bordo sei siluri Kaiten. Due furono lanciati su una petroliera statunitense, che affondò immediatamente. Il 29 luglio, alle 23 ore, il sonar trovò un obiettivo. Hashimoto ordinò di emerge. A 1500 metri c’era l’Indianapolis, incrociatore della Marina degli USA. Alcuni giorni prima, l’incrociatore consegnò le componenti di tre bombe atomiche sull’isola filippina di Tinian, due delle bombe furono sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Quando la nave non era ancora molto distante, il comandante ordinò di preparare non solo i tubi lanciasiluri, ma ordinò anche ai piloti suicidi, che non avevano nomi ma solo numeri, di approntare i loro siluri. Dopo aver compreso rotta e velocità della nave nemica, il comandante si avvicinò. Aveva due opzioni: lanciare da tre a cinque siluri dai tubi di lancio o inviare i marinai-kamikaze, specialmente perché, pronti al sacrificio, lo chiesero al comandante. Cosa fece il comandante del sommergibile I-58? Gli storici militari stranieri ne sono sconcertati. La maggioranza è incline a ritenere che i Kaiten colpirono su un fianco l’incrociatore. Due settimane prima della fine della guerra nel Pacifico, un potente incrociatore statunitense fu affondato. Tra i 1199 marinai dell’Indianapolis, solo 316 sopravvissero. Come punizione per aver trasportato le bombe atomiche, partecipando a quell’azione barbarica, l’incrociatore fu affondato nel Mar delle Filippine da un sommergibile giapponese al comando del capitano di corvetta Mochitsura Hashimoto. Si dice che quando un bombardiere B-29 decollò dalla base aerea di Tinian (Isole Marshall) trasportando la bomba atomica per Hiroshima, l’equipaggio sapeva già dell’affondamento dell’Indianapolis, che aveva trasportato parte della bomba dagli Stati Uniti a Tinian. L’equipaggio stilò la seguente scritta sulla bomba atomica, “Un regalo per le anime dei caduti dell’Indianapolis“.
Il comandante del sommergibile della Marina Imperiale, Mochitsura Hashimoto, trascorse un po’ di tempo nel campo di prigionia. Dopo la liberazione divenne capitano della flotta mercantile, navigando sulla stessa rotta del sommergibile I-58, tra Mar Cinese Meridionale, Filippine, Marianne e Caroline, toccando anche Hawaii e San Francisco. Dopo la pensione, Mochitsura Hashimoto divenne prete shintoista a Kyoto. Scrisse il libro “Affondato”. Il comandante dell’incrociatore Indianapolis, Charles McVeigh, fu processato e assolto. Dedicatosi all’agricoltura, si suicidò. Una punizione per Hiroshima?Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora