Stella rossa sul Nepal

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 8 ottobre 2017

Il Partito Comunista del Nepal-UML guidato da KP Oli, il Partito Comunista del Nepal (Centro Maoista) guidato da Prachanda e il Naya Shakti Nepal guidato da Baburam Bhattarai, annunciavano il 3 ottobre la formazione di una grande alleanza per le future elezioni provinciale e federali in Nepal del 26 novembre e 7 dicembre, con la nuova costituzione. La polarizzazione dello spettro politico frammentato del Nepal su linee ideologiche rende le prossime elezioni un evento spartiacque. In risposta allo sviluppo inaspettato, il Congresso nepalese prevede di organizzare una coalizione di forze di destra con alcuni partitini per contrastare la grande alleanza di sinistra. È interessante notare che i costituenti dell’alleanza di destra potrebbero includere il Rastriya Janata Nepal, costituito in aprile con la fusione di sei partiti “pro-India” madhesi, su consulenza dei mentori indiani. Ancora più interessante è la prospettiva del conservatore e monarchico indù Rastriya Prajatantra Party Democratic, clone del Bharatiya Janata dell’India, che aderisce all’alleanza del Congresso nepalese. Non c’è bisogno d’ingegno per capire che il motivo della polarizzazione delle due grandi alleanze è la rispettiva disposizione verso l’India. L’annuncio della formazione dell’alleanza di sinistra del 3 ottobre sembra aver sorpreso non solo il Congresso nepalese, ma anche Delhi. Il Congresso nepalese concorre a crearsi credibile oppositore, possibilmente con qualche incoraggiamento da Delhi. La polarizzazione politica nepalese è un bene poiché presenta una scelta chiara all’elettorato. La sfocatura del divario ideologico nel periodo della democratizzazione in Nepal fu un fattore importante che ripropose la politica opportunista con conseguente instabilità. La grande questione è se la stabilità politica garantisca una buona governance e offra crescita e sviluppo. L’esperienza dell’India dice qualcosa di diverso. Di certo, l’alleanza di sinistra è ideologicamente motivata e può essere più coesa e capace di offrire un governo stabile. Farà campagna per la giustizia sociale, l’egualitarismo e il nazionalismo nepalese. L’alleanza spera di assicurarsi la maggioranza dei due terzi del nuovo Parlamento rafforzando la presa per regolare le future modifiche costituzionali, a differenza del passato. Nelle elezioni generali, 165 membri del Parlamento nazionale saranno eletti con voto semplice, mentre altri 110 saranno nominati con sistema proporzionale. Sulla base delle prestazioni dei due principali partiti comunisti nelle elezioni per l’assemblea costituente del 2013 e dei sondaggi di quest’anno, l’alleanza di sinistra ha l’occasione di avere la maggioranza nelle prossime elezioni. (I comunisti dispongono di una forte macchina partitica in tutto il Paese). In caso affermativo, il Nepal sarà governato dai comunisti, impresa politica senza precedenti non solo per la democrazia del Nepal ma per la regione sud-asiatica. Importante, basandosi sulle prestazioni dell’alleanza di sinistra nelle elezioni di novembre, s’intende formare un partito comunista unito del Nepal. Sarà il grande rifiuto dell’istituzione indiana, che è riuscita finora a spezzare la sinistra nel Nepal alimentando feroci interferenze e scontri di personalità.
Questo nei primi giorni, ma un governo comunista in Nepal avrà un profondo impatto sulla geopolitica dell’Asia meridionale. È utile considerare come il Nepal abbia una posizione neutrale sullo scontro India-Cina sul Doklam. La capacità dell’India d’influenzare la politica estera del Nepal con un governo comunista sarà ancora più limitata. Allo stesso modo, va visto se l'”uscita” del Nepal dall’orbita indiana avrà un effetto domino sul Bhutan. L”inclinazione’ verso la Cina potrebbe esservi con un governo comunista in Nepal. Il Paese può abbracciare in modo inequivocabile l’Iniziativa Fascia e Via della Cina. Gli investimenti cinesi possono radicalmente trasformare il Nepal. E un confronto sarà inevitabile con le vicine regioni impoverite del Bihar e dell’UP, gestite dal partito governativo dell’India. Le prossime elezioni in Nepal assumono grande importanza per le politiche di vicinato dell’India del governo Modi. Le forze nazionaliste indù che guidano il governo Modi avranno difficoltà ad accettare la prospettiva di un governo comunista nella dimora del dio Shiva. Tenterrà d’interferire nelle elezioni? Tutte le interferenze indiane rischiano una reazione frenetica, dati i pervasivi sentimenti anti-indiani nel Paese. D’altra parte, mentre il BJP non può tollerare un governo comunista neanche nel piccolo Stato meridionale del Kerala, ironicamente, il governo Modi dovrà ingollare veleno facendo accordi con un governo sovrano comunista nel vicino Nepal. Leggasi l’intervista a Baburam Bhattarai, noto ideologo marxista del Nepal, sui drammatici sviluppi politici nel Paese.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Cambio delle alleanze militari in Medio Oriente e Asia?

Prof. Michel Chossudovsky, Global Research 30 settembre 2017Si verifica un cambiamento profondo nelle alleanze geopolitiche che tende a minare l’egemonia statunitense nella regione del Medio Oriente e dell’Asia centrale e meridionale. Molti stretti alleati degli USA hanno “cambiato lato”; NATO e Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) sono in crisi.

Turchia e NATO
La NATO è caratterizzata da profonde divisioni, in gran parte dovute al confronto di Ankara con Washington. La Turchia, peso massimo della NATO, ora combatte i ribelli curdi filo-statunitensi nel nord della Siria. Gli Stati Uniti sostengono e finanziano i ribelli curdi che combattono uno Stato membro della NATO. Mentre la Turchia rimane formalmente membro della NATO, con un sistema integrato e coordinato di difesa aerea, il governo Erdogan ha acquistato il sistema di difesa aerea S400 dalla Russia, destinato ad essere utilizzato contro gli agenti curdi degli USA nella Siria settentrionale. Uno Stato membro della NATO ora usa il sistema di difesa aerea del nemico contro i ribelli sostenuti da USA-NATO. A sua volta, la Turchia ha spedito truppe nella Siria settentrionale per occupare parte del territorio siriano e Mosca ed Ankara hanno un’alleanza di convenienza. Israele è un fermo sostenitore della formazione di uno Stato curdo in Iraq e nella Siria, considerato passo avanti per la formazione del Grande Israele. Tel Aviv pensa di trasferire da Israele di più di 200000 ebrei curdi nel Kurdistan dell’Iraq. A sua volta è in pericolo l’accordo bilaterale di cooperazione militare tra Turchia e Israele. Inutile dire che questi sviluppi hanno portato al rafforzamento della cooperazione militare USA-Israele, tra cui la creazione di una base militare statunitense in Israele. Nel frattempo, la Turchia ha stretto legami con l’Iran, contribuendo a minare le strategie di USA-NATO nel Grande Medio Oriente.

Il nuovo Medio Oriente
La strategia di Washington consiste nel destabilizzare e indebolire le potenze economiche regionali in Medio Oriente tra cui Turchia e Iran. Questa politica è accompagnata anche dal processo di frammentazione politica. Dalla guerra del Golfo (1991), il Pentagono ha contemplato la creazione di un “Kurdistan libero” che prevede l’annessione di parti di Iraq, Siria, Iran e Turchia. In queste circostanze, la Turchia rimarrà nella NATO?

Qatar e Arabia Saudita
Il blocco economico dell’Arabia Saudita al Qatar ha creato un divario nelle alleanze geopolitiche indebolendo gli Stati Uniti nel Golfo Persico. Il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) è profondamente diviso, con EAU e Bahrayn allineati all’Arabia Saudita contro il Qatar. A sua volta il Qatar ha il sostegno di Oman e Quwayt. Inutile dire che il GCC, fino a poco prima l’alleato più stretto degli USA nel Medio Oriente contro l’Iran, è nel totale disordine. Mentre la più grande base militare statunitense in Medio Oriente si trova in Qatar, il governo del Qatar ha stretti legami con l’Iran. Inoltre, Teheran è giunta in soccorso immediatamente dopo il blocco saudita. Mentre il comando centrale statunitense (USCENTCOM) ha sede in una base militare statunitense presso Doha, il principale partner del Qatar nell’industria del petrolio e del gas, inclusi i gasdotti, è l’Iran. A sua volta, Russia e Cina sono attivamente coinvolte nell’industria degli idrocarburi del Qatar. Iran e Qatar cooperano attivamente nell’estrazione del gas naturale marittimo da una struttura congiunta. Questi campi gasiferi marini sono strategici, costituendo le più grandi riserve di gas marittime del mondo, situate nel Golfo Persico. In altre parole, pur collaborando attivamente con l’Iran, il Qatar ha un accordo di cooperazione militare con gli Stati Uniti diretto contro l’Iran. Il comando centrale statunitense con sede nel Qatar è responsabile delle operazioni militari contro i nemici di USA-NATO, incluso l’Iran principale partner del Qatar nel settore degli idrocarburi. La struttura di queste alleanze incrociate è contraddittoria. Gli Stati Uniti cambieranno regime nel Qatar? Nel frattempo, la Turchia ha creato una base militare in Qatar. Questi nuovi allineamenti hanno anche effetti diretti sugli oleogasdotti. Il Qatar ha abbandonato il progetto che attraversava Arabia Saudita e Giordania (inizialmente sponsorizzato dalla Turchia) a favore di quello dell’Iran che da Asuleyeh arriva in Iraq e Siria, sostenuto dalla Russia. Il controllo geopolitico della Russia sui gasdotti per l’Europa viene rafforzato dal blocco saudita. A sua volta, il Qatar dovrebbe integrare i gasdotti che collegano l’Iran a Pakistan e Cina tramite il porto iraniano di Asaluyeh.

Pakistan, India e Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO)
Un altro importante cambiamento nei rapporti geopolitici è avvenuto con un impatto profondo sull’egemonia statunitense nell’Asia centrale e meridionale. Il 9 giugno 2017, India e Pakistan aderivano contemporaneamente all’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (SCO), organizzazione economica, politica e di mutua difesa dell’Eurasia, dominata da Cina e Russia. Inutile dire che l’adesione di India e Pakistan ne danneggia la cooperazione militare con gli Stati Uniti. Mentre la SCO con sede a Pechino non è ufficialmente un'”alleanza militare”, tuttavia è un “contrappeso” geopolitico e strategico a USA-NATO e alleati. Negli ultimi anni, la SCO ha esteso la cooperazione militare e d’intelligence. Le esercitazioni si svolgono sotto gli auspici della SCO. Con Pakistan e India pienamente aderenti, la SCO ora comprende una vasta regione con metà della popolazione mondiale.

Ampliamento della SCO
L’adesione piena e simultanea di entrambi i Paesi alla SCO non è solo simbolica, ma segna un cambiamento storico negli allineamenti geopolitici, influenzando la struttura degli accordi economici e militari. Inoltre ha anche un impatto sul conflitto tra India e Pakistan risalente all’indipendenza dei due Paesi. Inevitabilmente, questo passaggio storico è un colpo per Washington, che ha accordi di difesa e commerciali con Pakistan e India. Mentre l’India rimane saldamente allineata a Washington, la presa di Washington sul Pakistan (attraverso accordi militari e d’intelligence) è indebolita da scambi commerciali e investimenti della Cina, per non parlare dell’adesione alla SCO che favorisce le relazioni bilaterali tra i due Paesi e la cooperazione con Russia, Cina e Asia centrale a scapito dei legami storici con gli Stati Uniti. In altre parole, questo ampliamento della SCO indebolisce le ambizioni egemoniche degli USA nell’Asia meridionale e nell’Eurasia. Influenza anche gasdotti, corridoio, frontiere, sicurezza e diritti marittimi. Con lo sviluppo delle relazioni bilaterali del Pakistan con la Cina, dal 2007, la presa statunitense sulla politica del Pakistan, basata in larga parte sulla presenza militare degli USA e sui legami di Washington con l’intelligence militare del Pakistan, è stata indebolita. L’adesione piena del Pakistan alla SCO, i suoi legami con Cina e Iran, contribuiranno a rafforzare il governo di Islamabad.

Osservazioni conclusive
La storia ci dice che la struttura delle alleanze politiche è fondamentale. Ciò che accade è una serie di contraddittorie coalizioni incrociate “con” e “contro” gli Stati Uniti. Si assiste a svolte nelle alleanze politiche e militari che contribuiscono ad indebolire l’egemonia statunitense in Asia e Medio Oriente. La Turchia ha intenzione di uscire dalla NATO? Le relazioni con Washington sono nel caos. Nel frattempo, il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), il più forte alleato degli USA in Medio Oriente, non funziona più. Il Qatar non è solo allineato all’Iran, ma coopera attivamente con la Russia. A sua volta, gli accordi bilaterali di cooperazione militare degli USA con Pakistan e India sono colpiti dall’adesione di entrambi i Paesi alla SCO, un’alleanza militare di fatto dominata da Cina e Russia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Analisi per Analogia: il Myanmar non è la Siria

Tony Cartalucci, LD 27 settembre 2017

U Pe Myint

Molti analisti e commentatori geopolitici hanno notato molte somiglianze valide tra la crisi siriana e quella che si ha nello stato sud-asiatico del Myanmar. Tuttavia, ciò che è diverso in queste due crisi è altrettanto importante quanto ciò che è simile.

Le somiglianze
Particolare attenzione è stata posta sulle prove emerse sull’Arabia Saudita, alleata degli USA, che alimenta il terrorismo nello Stato Rakhine del Myanmar. I terroristi, però, sono assassini armati, finanziati e guidati dall’estero, e sono una minoranza trascurabile della popolazione rohingya che pretendono di rappresentare, non essendo in realtà più rappresentativi dei rohingya dei militanti di al-Qaida e “Stato islamico” verso le popolazioni sunnite di Siria e Iraq. Mentre è fondamentale sottolineare la natura eterodiretta del terrorismo che cerca di cooptare la minoranza rohingya in Myanmar, è altrettanto importante capire esattamente dove tale terrorismo serva i piani dell’Arabia Saudita e, quindi, dei mandanti statunitensi. Un’altra similitudine sottolineata dagli analisti è l’uso di facciate finanziate da statunitensi e europei che si presentano come organizzazioni non governative (ONG), tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, nonché organizzazioni locali finanziate da National Endowment for Democracy (NED) e varie filiali come Istituto Internazionale Repubblicano (IRI), Istituto Nazionale Democratico ( NDI), Freedom House, USAID e Open Society. Tali organizzazioni cercano intenzionalmente di controllare l’informazione, infiammando piuttosto che riducendo le tensioni per creare un pretesto per l’intervento diretto nella crisi in Myanmar delle nazioni occidentali. Tuttavia, analisti e commentatori non possono fermarsi qui. Devono impegnarsi con la dovuta diligenza ad individuare i responsabili nel governo del Myanmar, messi al potere nelle elezioni del 2016, costruendo proprie reti politiche nel Paese nel corso di diversi decenni, e quale ruolo giochino nei piani occidentali per il prossimo e medio futuro della nazione.

Le differenze
Il governo siriano è la creazione e perpetuazione di interessi locali, sostenuti dalla varie alleanze che vanno dall’ex-Unione Sovietica in passato, a Russia, Iran e misura minore Cina. Stati Uniti e loro partner arabi, in particolare l’Arabia Saudita, hanno creato il terrorismo in Siria dal 2011 allo scopo esplicito di rovesciare il governo siriano e dividere ciò che rimane della nazione tra fantocci e regimi clienti controllati da Washington, Londra e Bruxelles. In Myanmar, se Stati Uniti e partner sauditi chiaramente alimentano il terrorismo tra la popolazione rohingya, furono gli Stati Uniti che per decenni crearono le reti politiche dell’attuale regime di Aung San Suu Kyi, creatura del sistema dei media occidentali, con finanziamenti e sostegno politico immensi e una facciata accuratamente creata per ingannare il pubblico, per decenni, sulla vera natura nazionalista e persino genocida della base “nazionalista buddista” che sostiene Suu Kyi. Un ampio rapporto del 2006 della UK Burma Campaign intitolato “In assenza del popolo di Birmania”? (PDF), rivela come virtualmente ogni aspetto del governo attuale del Myanmar sia una creazione del sostegno politico e finanziario occidentale. (Nota: Stati Uniti e Regno Unito ancora si riferiscono al Myanmar col nome coloniale inglese di “Birmania”). La relazione indica in dettaglio: “Il ripristino della democrazia in Birmania è uno degli obiettivi prioritari degli Stati Uniti nel Sud-Est asiatico. Per raggiungerlo, gli Stati Uniti hanno sostenuto costantemente gli attivisti democratici e i loro sforzi all’interno che all’estero della Birmania… affrontare tali esigenze richiede flessibilità e creatività. Nonostante le sfide sorte, le ambasciate degli Stati Uniti a Rangoon e Bangkok, nonché il consolato generale di Chiang Mai sono pienamente impegnati negli sforzi democratici. Gli Stati Uniti sostengono anche organizzazioni come National Endowment for Democracy, Open Society Institute (alcun sostegno dato dal 2004) e Internews, che lavorano all’interno e all’estero della regione su un’ampia gamma di attività per la promozione della democrazia. Le emittenti statunitensi forniscono notizie e informazioni ai birmani che non dispongono di stampa libera. I programmi statunitensi finanziano anche borse di studio per i birmani che rappresentano il futuro della Birmania. Gli Stati Uniti si sono impegnati a lavorare per una Birmania democratica e continueranno ad impiegare una varietà di strumenti per aiutare gli attivisti della democrazia”. Il rapporto di 36 pagine enumera dettagliatamente i programmi statunitensi ed europei che vanno dalla creazione e dal finanziamento dei media all’organizzazione di partiti politici e alla definizione di strategie elettorali e persino borse di studio all’estero per indottrinare un’intera classe di ascari politici da utilizzare in futuro per trasformare la nazione in uno Stato-cliente. Praticamente ogni aspetto della vita in Myanmar è preso di mira e rovesciato dalle reti occidentale per diversi decenni col notevole importo finanziario estero. Prove simili dimostrano che molti dei cosiddetti gruppi nazionalisti “buddisti” godono anche di stretti rapporti con gli interessi europei e statunitensi, che hanno svolto un ruolo fondamentale per portare Suu Kyi al potere. Inoltre, l’attuale governo di Suu Kyi riceve istruzione finanziata dagli Stati Uniti. Le narrazioni sull’attuale crisi dei rohingya sono elaborate dal “ministro delle Informazioni” di Suu Kyi, Pe Myint. Pe Myint fu scoperto, in un articolo del 2016 del Myanmar Times intitolato “Il chi è del nuovo governo del Myanmar”, partecipare all’addestramento finanziato dal dipartimento di Stato USA. L’articolo riporta: “Già medico laureatosi presso l’Istituto di Medicina, U Pe Myint cambiò carriera dopo 11 anni e fu istruito come giornalista presso la Fondazione Memorial Media of Indochina a Bangkok. Poi intraprese la carriera di scrittore di decine di romanzi. Partecipò al Programma di Scrittura Internazionale dell’Università dell’Iowa nel 1998, e fu anche redattore capo del People’s Age Journal. Nato nello Stato Rakhine nel 1949”.
La Fondazione Memorial Media of Indochina fu indicata in un cablo diplomatico statunitense, pubblicato da Wikileaks, come totalmente finanziata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti attraverso vari e noti intermediari. Il cablo intitolato “Una panoramica delle organizzazioni mediatiche del Burma nord-orientale”, dichiara esplicitamente: “Altre organizzazioni, alcune in ambito estero alla Birmania, inoltre, aggiungono opportunità educative per i giornalisti birmani. Per esempio, la fondazione Memorial Media of Indochina di Chiang Mai, ha completato lo scorso anno corsi di formazione per i reporter del sudest asiatico che includevano partecipanti birmani. I principali finanziatori dei programmi di formazione giornalistica nella regione sono NED, Open Society Institute (OSI) e diversi governi e enti caritativi europei”. Molti delle “ONG” finanziate dagli USA in Myanmar che apparentemente si oppongono il governo di Suu Kyi sono in realtà alunni degli stessi programmi finanziati dagli Stati Uniti, come molti membri dell’attuale governo. In sostanza, la differenza principale tra Myanmar e Siria è che mentre in Siria gli Stati Uniti alimentano il terrorismo per abbattere un governo oltre la loro portata ed influenza, in Myanmar gli Stati Uniti manipolano l’intera nazione attraverso due vettori che controllano interamente, il terrorismo in ascesa da un lato e la dirigenza politica che ha creato interamente dall’altro.

Superare l’analisi per analogia
Aiutare i lettori a comprendere vari aspetti della crisi attuale in Myanmar confrontandola con vari aspetti del conflitto in Siria può essere istruttivo. Tuttavia, trarre conclusioni circa le implicazioni del conflitto di Myanmar semplicemente supponendo che si ripetano gli sforzi occidentali in Siria è fondamentalmente sbagliato. Mentre gli Stati Uniti cercano di dividere e distruggere la Siria, i suoi sforzi in Myanmar sono concentrati sullo Stato di Rakhine, con poca possibilità di diffondersi a causa della demografia di Myanmar. Si tratta anche della Cina che ha investito ampiamente nel progetto One Road (Road One Road, OBOR), con un porto a Sittwe, Rakhine centrale, e progetti stradali, ferroviari e oleogasdotti destinati ad espandersi verso il confine cinese e Kunming. L’opposizione delle ONG locali finanziate con denaro contante degli Stati Uniti, o della violenze sostenute con riserva da Stati Uniti e loro agenti, tentano di distruggere sistematicamente i progetti infrastrutturali cinesi nel mondo, anche in Myanmar. Le dighe costruite dai cinesi in Myanmar sono contrastate dalle ONG finanziate dagli Stati Uniti, da gruppi terroristici che ricevono sostegno statunitense e che hanno attaccato i cantieri cinesi in tutta la nazione, e l’attuale conflitto nel Rakhine alimentato da entrambe le parti dagli Stati Uniti minaccia non solo di sabotare i progetti cinesi, ma anche di essere il pretesto per posizionare forze occidentali in Myanmar, nazione che confina direttamente con la Cina. Piazzare forze statunitensi, e di qualsiasi potenza, ai confini della Cina era un vecchio obiettivo dichiarato dai politici statunitensi. Dalla guerra del Vietnam, dai Pentagon Papers al progetto per un nuovo secolo americano del 2000, “Ricostruire le difese americane”, all’ex-politica del “Pivot to Asia” della segretaria di Stato Hillary Clinton, prevaleva il tema unico era circondare e contenere la Cina con Stati clienti obbedienti a Washington, o creare caos alla periferia della Cina. È evidente che i piani statunitensi in Siria e in Myanmar utilizzano reti e tattiche simili e che entrambi i conflitti s’inseriscano in una grande strategia globale. Ci sono senza dubbio temi familiari in entrambi i conflitti. Tuttavia, ciò che è diverso nei conflitti di Siria e Myanmar è altrettanto importante. Gli analisti e i commentatori devono tenere conto dei decenni di fondi statunitensi ed europei destinati all’attuale governo di Myanmar. Devono considerare la natura chirurgica della destabilizzazione confinata allo Stato di Rakhine del Myanmar, contro la destabilizzazione totale alimentata in Siria. Devono inoltre identificare i motivi alla base dei piani degli Stati Uniti in Myanmar. Evitare semplicemente di supporre che il terrorismo filo-statunitense-saudita sia volto a rovesciare un governo piuttosto che favorire un altro obiettivo più indiretto, che forse persino mira a preservare il governo attuale del Myanmar, piuttosto che a rovesciarlo, accusandone i potenti ed indipendenti militari, aiuterebbe piuttosto che ostacolare l’ingiustizia. Analogie tratte da due conflitti diversi sono utili a semplificare spiegazioni ed analisi tratte dalle conclusioni di una ricerca approfondita.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Disperazione energetica e fallimento di Trump

Caleb Maupin, NEO 24.09.2017Nonostante i discorsi sulla Russia nel 2016 ed argomentazioni ed accuse al riguardo, la politica statunitense verso il Paese più grande della Terra permane. Ciò è dovuto al fatto che la politica è guidata dalla ricerca di Wall Street dei profitti, non da buoni o cattivi desideri dei singoli politici. Nelle elezioni del 2016, sembrava che una delle maggiori differenze tra Donald Trump e Hillary Clinton fosse la posizione sulla Russia. Trump disse “se possiamo andare avanti con la Russia, sarà è molto bello“. Hillary Clinton tentò di collegare Trump al Presidente Vladimir Putin, che definì “Grande padrino del nazionalismo globale“. Dalle elezioni, i dirigenti politici continuano ad allarmare sulla presunta “ingerenza russa” che avrebbe influenzato la votazione.

La guerra fredda soffia all’Assemblea Generale
Proprio come Barack Obama, le relazioni degli Stati Uniti con la Russia non sono migliorate dalla dipartita di Bush, con Trump che calca la mano anti-russa. Nel discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha fatto del suo meglio nel rilanciare affermazioni nazionalistiche. Ha ripetuto l’amata frase “America First“. Oltre a un passaggio sull’Ucraina, non ha criticato direttamente la Russia, ma questa omissione era un trucco. Trump ha scelto diversi Paesi da criticare e minacciare. Se Trump fosse stato veramente preoccupato dei diritti umani e dell’esportazione del terrorismo, avrebbe criticato l’Arabia Saudita, come fece per le elezioni. Tuttavia, non l’ha criticata. Se Trump fosse stato preoccupato del caos creato dai narcos, avrebbe criticato il governo del Messico, come fece spesso nella campagna elettorale. Tuttavia, non disse niente. Da comandante degli Stati Uniti, non da politico che cerca voti, Trump attacca solo Paesi amici o alleati con la Russia. Trump fece false dichiarazioni sull’economia iraniana, ignorando i grandi successi della Repubblica Islamica e invocava la possibilità di rivedere l’accordo nucleare. Trump attaccava Cuba, ignorando i vasti miglioramenti nel Paese e la notevole reputazione nell’assistenza medica nel mondo. Trump attaccò il governo del Venezuela, accusandone delle difficoltà il governo socialista bolivariano e nient’altro. Da lì, Trump ha continuato a ripetere il cliché ideologico statunitense: “Il problema in Venezuela non è che il socialismo sia stato attuato male, ma che il socialismo è stato attuato fedelmente. Dall’Unione Sovietica a Cuba fino al Venezuela, ovunque sia stato adottato il vero socialismo o il comunismo, ha provocato angosce, devastazioni e fallimenti. Chi predica i principi di queste ideologie screditate contribuisce solo alla continua sofferenza delle persone che vivono in questi crudeli sistemi“. Per gli spettatori internazionali, ciò appare una dichiarazione strana per un discorso delle Nazioni Unite. Non per nulla, pause sparse e tentativi di farsi applaudire illustravano l’ignoranza di Trump della politica internazionale. Dopo tutto, il vago concetto di “socialismo” è l’ideologia dichiarata del Partito laburista inglese, nonché da numerosi governi socialdemocratici in Europa, Africa e altrove vicini agli Stati Uniti e che non hanno alterato il capitalismo. Tuttavia, per milioni di statunitensi che guardano Trump alla CNN, il discorso ha suscitato l’immagine di un Paese in particolare. Quando Trump cominciò a parlare di “ideologie screditate” e di “vero socialismo o comunismo”, l’immagine richiamata negli USA, nonostante il crollo dell’URSS, era un ufficiale russo in colbacco che abbaiava ordini con greve accento. Lanciandosi in fraseologie da guerra fredda accanto alla frase “America First“, Donald Trump invitava gli statunitensi a ricordarsi il discorso sull'”impero del male” di Ronald Reagan. Non menzionava direttamente il governo della Russia, e non badava ai suoi scopi internazionali. A coloro che hanno visto il discorso negli Stati Uniti, Trump, in effetti, riportava gli statunitensi a 40 anni prima, con slogan “Abbasso i russi! Abbasso i russi!

La politica estera statunitense non è cambiata, ecco perché
Il professore di Harvard, Dr. Marshall Goldman, avrebbe detto “è comprensibile perché il popolo russo consideri Vladimir Putin suo salvatore“. Il successo della leadership di Putin in Russia e la base del fanatismo russofobo di USA ed alleati della NATO poggia su due entità: Gazprom e Rosneft. Da studente di dottorato, Vladimir Putin scrisse sul concetto di “campioni nazionali” o aziende che lavorerebbero non solo per i propri profitti, ma a beneficio del Paese. Scrisse: “il processo di ristrutturazione dell’economia nazionale deve avere l’obiettivo di creare società più efficaci e competitive sul mercato nazionale e mondiale“. Mentre andò al potere alla fine del XX secolo, Putin adottò una rapida riforma economica, imponendo la flat tax del 13%, e soprattutto cominciando a costituire due società statali che divenissero centrali nell’economia. Nel 2006, Gazprom, un’impresa controllata dal governo russo, aveva il monopolio sull’esportazione del gas naturale del Paese. British Petroleum, tra gli altri enti controllati dall’estero o da oligarchie, fu espulsa dagli affari. Nel 2011 Gazprom controllava il 17% della produzione di gas naturale del mondo e il 18,4% delle riserve di gas naturale mondiali. Mentre Gazprom fornisce gas alla Russia ad un tasso ridotto stimolando l’economia nazionale, esporta gas in 25 Paesi. Circa il 60% delle entrate di Gazprom proviene dai mercati esteri. Il 38% del gas naturale dell’Unione europea è ora importato dalla Russia. Perché Wall Street odia Gazprom? La ragione è semplice. Ogni oncia di gas naturale che Francia, Italia, Germania, Repubblica Ceca, Turchia, Austria, Romania, Bosnia-Erzegovina, Polonia, Bulgaria, Finlandia, Macedonia, Lettonia e Lituania acquistano dalla Russia è un’oncia di gas naturale che non viene acquistato negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Questo ente statale e produttivo crea entrate per Putin tagliandogli mercato e profitti. Gazprom è stato utilissimo per il popolo russo, che ha visto espandere notevolmente la propria economia, ma è stato dannoso per i miliardari di Stati Uniti e Gran Bretagna. Anche Rosneft, la compagnia petrolifera controllata dallo Stato, si è allargata. È la 51.ma azienda del mondo dal 2016. Rosneft vende petrolio in tutto il pianeta, non solo in Europa, ma anche in India. British Petroleum e altre corporazioni occidentali sono state costrette a collaborare con Rosneft e a vederla esplorare il fondale artico per l’estrazione di petrolio e gas naturale. La Cina ha continuato a crescere rapidamente negli ultimi decenni e ha bisogno di importare più combustibile per alimentare il crescente apparato produttivo. La Russia fornisce quantità crescenti di petrolio e gas naturale. Nel 2014, Gazprom accettò di fornire alla Cina ogni anno 38 miliardi di metri cubi di gas naturale. Nel 2019, il gasdotto Power of Siberia, in fase di costruzione, inizierà a fornire gas naturale alla Repubblica popolare cinese.Disperazione energetica, non “dominio energetico”
Le sanzioni statunitensi adottate contro la Russia il 2 agosto hanno specificamente preso di mira il progetto Nordstream 2, la costruzione di un nuovo gasdotto con cui la Russia aumenterà le esportazioni nei mercati europei. Mentre si preparavano a votare le sanzioni, i legislatori statunitensi cinguettavano cinicamente di “diritti umani”, “Ucraina” e “omosessualità”. Tuttavia, la lingua usata e gli enti che le sanzioni avrebbero dovuto colpire indicano direttamente le vere motivazioni dell’attacco economico. Il relatore Tim Ryan dell’Ohio dichiarava, alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, senza alcuna vergogna o imbarazzo: “Dobbiamo continuare a concentrarci su come vendere il nostro gas agli alleati in Europa”. La traduzione evidente delle sue parole è “gli europei dovranno acquistare gas naturale dalle società statunitensi, non dai russi“. Mentre varie figure della NATO e dell’Unione europea hanno ceduto alla pressione di USA e Gran Bretagna, e si sono detti contrari al Nordstream 2, la Germania no. La Germania ha votato nettamente per il progetto, poiché l’importazione di gas naturale dalla Russia è molto più conveniente che dal Nord America, in un altro continente oltreoceano. Non dovrebbe sorprendere che i funzionari tedeschi fossero furiosi per le nuove sanzioni statunitensi imposte alla Russia. Le politiche dall’amministrazione Trump guardano allo sfruttamento di petrolio e gas naturale con ottimismo. La frase usata è “dominio energetico”. In realtà, si dovrebbe parlare di “disperazione energetica”. Gli Stati Uniti erano una volta dipendenti da Paesi come Arabia Saudita, Venezuela e Nigeria per il petrolio. Nel 1974, il Congresso USA vietò l’esportazione di petrolio in qualsiasi Paese, tranne il Canada, nel boicottaggio dell’OPEC. Ma ciò fu tutto. L’invenzione dell’estrazione idraulica, in cui petrolio e gas naturale possono essere estratti dallo scisto nel sottosuolo statunitense, ha reso gli USA “indipendenti nell’energia”, e con una produzione di petrolio e gas naturale a livelli record, il divieto dell’esportazione è stato rimosso. Gli Stati Uniti non sono più dipendenti dalle importazioni di energia e il prezzo del petrolio e del gas naturale è diminuito. I produttori statunitensi di petrolio e gas naturale hanno più da vendere che mai e quindi hanno disperatamente bisogno di clienti se vogliono mantenere i profitti. La natura “libera del mercato” disorganizzato della produzione petrolifera ha spinto il mercato statunitense ad essere estremamente inefficiente. Le grandi quattro “super”-compagnie petrolifere competono per esempio con piccole imprese come Devon Energy e Haliburton, tra le altre, in un’irrazionale caccia al profitto. Nonostante l’abbondanza nazionale, gli USA continuano ad importare petrolio da Medio Oriente, Africa e America Latina, mentre ne esportano. Donald Trump non è più responsabile solo dei suoi traffici. È il “capo dello Stato” del Paese. Pressione gli viene posta da forze di tutti i settori dell’economia statunitense. Gas e petrolio vanno venduti e vanno trovati nuovi clienti. Mentre Trump potrebbe avere favorito migliori rapporti con la Russia per ragioni politiche, l’economia statunitense urla con “disperazione energetica”. Wall Street vuole profitti, e ciò significa cacciare la Russia dal mercato. Quindi, nessuno si sorprenda vedendo Trump prendere il podio alle Nazioni Unite e condannare numerosi alleati della Russia, suscitando immagini russofobe da guerra fredda nella psiche statunitense. Non sorprenda che molti Paesi attaccati da Trump siano esportatori di petrolio. Il Venezuela è un concorrente dei magnati petroliferi di Wall Street, così come l’Iran. Va notato che Sadam Husayn e Muamar Qadafi guidavano compagnie petrolifere statali in concorrenza con le supermajor occidentali.

La retorica del mercato libero rifiutata dalla storia
La realtà ironica è che quando Trump ha fatto le sue rampogne anti-comuniste, la prova che fossero dichiarazioni false si trovano nella loro motivazione. Negli anni ’90 la Russia abbracciò il liberismo avanzato da FMI, Banca mondiale e Jeffrey Sachs, economista dell’Università della Colombia. Il risultato fu caos e povertà con Boris Yeltsin, l’amato amico di Bill Clinton. Il ripristino della forza economica della Russia è il risultato della proprietà statale e della pianificazione centrale. La Russia si è allontanata dalla povertà e dal caos con lo sviluppo pianificato di Putin dei “campioni nazionali” sotto controllo statale come entità centrali. Mentre le ciance da guerra fredda di Trump erano ovviamente destinate ad evocare sentimenti negativi sulla Russia, un’altra entità presente era la Cina. La Cina è guidata da un Partito Comunista e la sua economia centralizzata e controllata dallo Stato l’ha resa la seconda economia del mondo. La Cina ha cessato d’essere il malato dell’Asia per essere al centro del progresso e dello sviluppo economico. Solo pochi giorni dopo che Trump spiegò al mondo che socialismo e comunismo falliscono sempre, il treno più veloce del mondo, che collega Pechino e Shanghai, è stato inaugurato. Questo “treno-proiettile” è stato creato da un’ente statale, la Chinese Railway Corporation, secondo un “Piano quinquennale”. Si può immaginare una più definitiva confutazione dell’anticomunismo ciarlatano di Trump? All’Assemblea Generale la Cina annunciò che il prossimo Congresso Nazionale del Partito Comunista del 18 ottobre sarà un “momento chiave nello sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi”. Il fatto che i media statunitensi come la CNN abbiano elogiato Trump per il suo discorso da guerra fredda, e si siano concentrati solo sui commenti sul “Rocket Man” della Corea democratica, dimostra che Trump è stato messo in riga. Come capo del governo degli Stati Uniti, Trump fa il suo lavoro cercando di assicurare profitti all’élite miliardaria degli Stati Uniti, come quasi tutti gli altri presidenti. Questo è più difficile, perché nonostante la mitologia nel discorso di Trump, è il capitalismo, in particolare quello neoliberista statunitense, che fallisce.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Un accordo ha appena cambiato il quadro energetico globale

La Rosneft fa acquisizioni in India e la Cina entra in Rosneft con un’interessante partnership a tre vie
Dave Forest, Russia Insider 19/9/2017

Uno dei più grandi eventi sull’energia quest’anno è la Rosneft che acquista l’Essar Oil indiana, dando alla società russa l’aggancio a uno dei più grandi mercati petroliferi e gasiferi emergenti del mondo. E questa settimana la storia è diventata più complessa. Con Rosneft che stipula un altro grande accordo, interessando un altro peso massimo nell’energia, la Cina. Rosneft ha annunciato la vendita di una quota significativa del proprio patrimonio a investitori cinesi. In questo caso, la piccola società di esplorazione e produzione CEFC China Energy. Anche se pochi investitori la conoscono, la CEFC porta un importante capitale nell’accordo, accettando di versare 9 miliardi di dollari per acquisire il 14,16% della Rosneft. L’accordo è storico essendo il primo grande acquisto della Cina nell’industria energetica russa (anche se le imprese cinesi finanziano progetti di esportazione di LNG nell’Artico russo), dimostrando la forza dei legami sempre più stretti tra Russia e Cina nell’ambito energetico. Rosneft e CEFC sono al centro di questi rapporti crescenti. Con le due società che hanno firmato un accordo nel settembre scorso, per l’approvvigionamento a lungo termine di greggio russo per la Cina. L’acquisto delle azioni di questa settimana consolida ulteriormente i rapporti commerciali, e dimostra che la Cina vede la Russia come alleato cruciale nel gioco sull’energia. Ma vi sono implicazioni che vanno oltre. Con la Cina ora ha un accesso ai mercati dell’India, attraverso le aziende da Rosneft recentemente acquisite nel Paese. Questo è uno sviluppo cruciale nel quadro energetico mondiale. Dato che le aziende cinesi non hanno direttamente accesso all’India, nonostante la nazione sia uno dei più importanti soggetti emergenti sul piano energetico. La proprietà della Rosneft potrebbe cambiare ciò e potrebbe aprire opportunità in altre parti del mondo, dato che Rosneft attualmente opera dall’Egitto al Brasile al Venezuela.
Una nota intrigante della storia: CEFC acquista la quota di Rosneft da Glencore e dal fondo sovrano del Qatar, che l’avrebbe acquistato solo nove mesi prima per 12 miliardi di dollari. Ciò significa che questi titolari si accollano una perdita del 25% nella vendita, a meno di un anno dall’acquisto. Ma nel frattempo, Glencore ha stipulato un accordo lucroso scambiando il greggio russo della Rosneft, probabilmente per compensare le perdite con la Rosneft e qualcos’altro. Tutto ciò mostra la complessità di questa rapida evoluzione del mondo dell’energia. Osservando altri accordi energetici di Cina e Russia e l’influenza emergente di queste due superpotenze energetiche in altri mercati chiave, come l’India.

L’accordo Rosneft-Cina risponde a molte domande
Tom Luongo Seeking Alpha 13.09.2017Glencore e l’Autorità per gli investimenti del Qatar vendono la quota della Rosneft, azienda petrolifera russa, a una piccola società cinese, CEFC China Energy Co., per 9 miliardi di dollari. Questo accordo pone molte domande ma risponde anche ad altre. La joint venture tra QIA e Glencore si dividerà la maggior parte della quota di Rosneft con Glencore che mantiene lo 0,5% e QIA il 4,7%. CEFC ottiene il rimanente 14,6% dal gigante petrolifero russo. Inoltre, Glencore conserva l’accordo per 220000 barili al giorno dalla Rosneft. I termini dell’operazione sono stati erroneamente segnalati da Zerohedge con QIA e Glencore che acquistano il 25% della quota con l’accordo stipulato a dicembre. Ma l’accordo da 12 miliardi di dollari è ancora in vigore, con la CEFC che acquista il 75% della quota per 9 miliardi di dollari.

Domande sul Qatar
Quindi, la domanda è perché il QIA vende la quota della Rosneft ora? Il collaboratore della Fellow SA Craig Pirro lo studia da ciò che esce dalla Russia, ritenendolo solo una mossa di Putin. Non sono del tutto in disaccordo, ma Pirro non considera i massicci cambiamenti geopolitici negli ultimi dieci mesi dall’accordo originale. In primo luogo, tali accordi sono sempre motivati dal punto di vista geopolitico. Tutto ciò che coinvolge Qatar, Russia e petrolio è prima e soprattutto geopolitica e non politica del profitto/perdita. Il Qatar acquistò Rosneft come passo per far firmare ai russi la riduzione della produzione OPEC incrementata con forza dai sauditi. Inoltre, il Qatar doveva convincere Putin che non finanziava più i gruppi di al-Qaida che combattono il governo di Assad a Idlib. Dopo che l’accordo fu annunciato, la resistenza nella Siria nordoccidentale cominciò a sbriciolarsi, e il Qatar deve trovare amici più grossi prima di finire appeso da qualche parte. L’Arabia Saudita non ha potuto convincere Putin ad accettare le riduzioni perché non aveva nulla da dare alla Russia. Si ricordi che il rublo ora galleggia liberamente, mentre il riyal saudita no, poiché i sauditi sono in crisi finanziaria e politica mentre i russi escono da una recessione che li avrebbe paralizzati se non avessero svincolato il rublo nel novembre 2014. Quindi, il Qatar entrò a mediare l’accordo, come riportato da Bloomberg e Financial Times lo scorso anno, dando a Putin ciò che voleva per firmare il taglio della produzione. Rosneft ottiene molta liquidità, il Qatar guadagna un alleato nella Russia, il prezzo del petrolio si stabilizza e Glencore ottiene un buon accordo sul petrolio russo. Vincono tutti. Arrivando ad oggi, col Qatar che subisce la forte pressione dei sauditi che ne bloccano le attività, gli Stati Uniti che impongono rigorose sanzioni alle banche europee che fanno affari con l’industria energetica russa e la Cina presa di mira dall’amministrazione Trump su più fronti. Quindi, mentre l’economia di questo accordo sul prezzo corrente delle azioni della Rosneft non ha molto senso, come ha sottolineato Pirro, c’è molto più in gioco, per chi ne è interessato, di qualche centinaio di milioni di azioni di un arbitrato che potrebbe cambiare in pochi giorni.

Risposte dalla Cina
La Cina entra qui per salvare non solo BancaIntesa, la banca italiana che ha provveduto a far fluire gran parte del finanziamento per l’accordo, ma anche il Qatar che ottiene una grande infusione di liquidità in dollari assai necessari. La Russia s’integra ulteriormente nel sistema di negoziazione petrolifera della Cina di Shanghai, tra cui i molto discussi contratti futures convertibili in oro (GLD). Ciò scansa l’accordo dalle nuove sanzioni statunitensi. Infatti, compie un perno perfetto da tali sanzioni. Si ricordi che il segretario al Tesoro Steve Mnuchin ha apertamente minacciato, di nuovo, le banche cinesi di espulsione dal sistema SWIFT. Era per la Corea democratica, ma intimamente collegato all’acquisto di petrolio dei cinesi. Tale minaccia è credibile contro le banche del Qatar. Russia e Stati Uniti hanno già scambi così esigui in dollari da essere irrilevanti sul grande piano delle cose. La Russia già sostituisce Visa con il proprio sistema di pagamento interno denominato Mir. La Cina ha già UnionPay. Ma tale minaccia non è semplicemente credibile contro la Cina, il più grande partner commerciale degli Stati Uniti. Sarebbe un atto di autodistruzione dei mercati globali dei capitali. Inoltre, testerebbe il sistema di pagamento interbancario cinese (CIPS) sulla capacità di gestire il finanziamento del commercio della Cina. CIPS è conforme al protocollo SWIFT. Questo accordo consolida ancor più Cina e Russia quali alleati strategici, sempre più vicini e più importanti ad ogni tentativo di punirle per perseguire ciò che ritengono loro interesse nazionale. Inoltre, sottolinea l’impegno della Cina con il Qatar. La Cina è un suo importante partner commerciale. E questo accordo è una dichiarazione importante ai sauditi che la Cina è disposta a correre in difesa di un suo importante fornitore di energia e di dettare i termini. A un certo punto, la Cina smetterà di offrire dollari per il petrolio dell’Arabia Saudita. Compiendo ogni mossa per garantirsi di pagare le fonti in yuan, il cambio col dollaro saudita s’indebolisce. Rosneft su questo accordo è neutrale. È semplicemente un mezzo per le grandi manovre geopolitiche. Per il Qatar è un passo positivo, visto l’ovvio scambio con l’investimento originale di dicembre, per comprarsi alcuni mesi per resistere alla pressione economica saudita, prima di decidere di far fluttuare la propria moneta. Per la Cina, l’accordo è una vittoria netta perché assicura un flusso maggiore di petrolio russo nei propri mercati petroliferi, continuando a consolidare fiducia tra gli investitori e nel tempo. E questa è veramente la vittoria definitiva per tutti loro.Traduzione di Alessandro Lattanzio