Niente limiti ai legami nella Difesa tra India e Russia

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR 24 febbraio 2015

La recente mostra Aero India 2015 ha sottolineato la particolare natura dei rapporti nella difesa tra India e Russia, che possono essere descritti come “senza limiti”, in quanto i due Paesi godono di un elevato livello di fiducia strategica e collaborazione nella produzione di armamenti ad alta tecnologia.

Indians make debut at Red FlagLa recentemente mostra Aero India 2015 nella base aerea di Yalahenka, vicino la città di Bangalore, ha rafforzato la Russia nella preminenza nel rispondere alle crescenti esigenze della difesa dell’India. La complementarietà di India e Russia nella Difesa è ben nota, e gli sviluppi nella mostra hanno illustrato che con l’ordine mondiale in evoluzione, e nonostante l’evoluzione della concorrenza sui mercati indiani, la Russia continuerà ad essere la principale fornitrice di armi dell’India. C’è un gran dibattito sul Rafale, l’aereo da caccia francese. Alcuni analisti sostengono che il Rafale sia il meglio per l’aeronautica militare indiana. Ma non pare essere così. Il comandante dell’IAF ha sottolineato che se l’India è interessata ad avere un Velivolo medio multiruolo (MMRCA), il Rafale non può essere il sostituto del Sukhoj Su-30, in quanto hanno capacità diverse. Anche se l’accordo sul Rafale è sulla carta negli ultimi tre anni, non c’è stata conclusione avendo India e Francia approfondito le differenze, in particolare sull’escalation dei costi e il trasferimento di tecnologia. Il Ministero della Difesa indiano probabilmente prenderà una decisione il mese prossimo, e finora non c’è stato alcun segnale che indichi che l’accordo andrà avanti. Ciò contrasta con la politica russa “senza limiti” con l’India, nel contesto della progettazione e costruzione congiunta di prodotti per la Difesa. Parlando ad Aero-2015, il direttore del Dipartimento della Compagnia per la Cooperazione Internazionale russa Rosetec, Viktor Kladov, ha dichiarato che la Russia è molto ansiosa di soddisfare le esigenze dell’IAF sugli aeromobili all’avanguardia. Il partner tradizionale non è puramente motivato da profitti o scambi. Piuttosto, è interessato a cooperare pienamente a sviluppare l’industria degli armamenti indiana. “Non vendiamo come le altre nazioni. Abbiamo un rapporto molto speciale… Quando si tratta di India non abbiamo limiti… Non siamo inclini a dire all’India cosa fare perché siamo amici e partner“, ha detto Kladov. E’ dubbio che gli altri fornitori, attivi o potenziali, possano adottare un approccio di questo tipo con l’India.
India e Russia presto concluderanno l’accordo FGFA. Vi sono alcuni problemi nella trattativa che i leader di entrambi i Paesi attivamente stanno appianando. Dopo la visita del presidente russo Vladimir Putin lo scorso anno, e del ministro della Difesa Sergej Shojgu il mese scorso, i leader hanno deciso di accelerate i contratti per la Difesa. Quest’anno India e Russia probabilmente finalizzeranno molti accordi, tra cui la consegna di 71 elicotteri da trasporto Mi-17V-5 dalla Russia all’India. La Russia è interessata a trovare un accordo su un altro ordine di elicotteri Mi-17V-5. Mosca è pronta a fornire a Nuova Delhi gli elicotteri Kamov Ka-31 (Helix) per le portaerei classe Vikrant. La Russia cerca di fornire anche i Sukhoj Superjet-100, aerei di linea da 108 posti, all’India. Entrambi i paesi dovranno probabilmente concludere un accordo sul secondo lotto di 29 MiG-29K/KUB, caccia da imbarcare sulle portaerei entro il 2016. L’accordo principale riguardante il Caccia di Quinta Generazione (FGFA) sarà probabilmente ultimato quest’anno. Il FGFA è cruciale per ‘la capacità futura’ dell’Indian Air Force ed è cruciale per la sua struttura in evoluzione, ha rivelato il comandante dell’Aeronautica indiana. Quest’anno, entrambi i Paesi svilupperanno un dettagliato piano di cooperazione per lo sviluppo del velivolo. Un accordo riuscito sul FGFA non solo rafforzerà l’arsenale indiano, ma sarebbe un altro punto di riferimento nella cooperazione nella Difesa. Le società russe che partecipavano alla mostra Aero-2015 hanno vigorosamente sostenuto la politica del ‘Fai in India’ del governo indiano per rafforzare l’industria della difesa locale. Il direttore dell’United Aircraft Corporation (UAC) russa Jurij Sljusar ha emesso una nota ottimista sulle prospettive della costruzione congiunta tra India e Russia del motore per il Su-30MKI, il principale velivolo da combattimento dell’IAF. Tra i fornitori dell’India, la Russia è la più vicina a condividere la tecnologia con l’India, contribuendo a un duplice scopo: oltre che rafforzare difesa e sicurezza dell’India, ne consente la crescita tecnologica. L’azienda bellica della Russia sembra aver preso atto del mondo che cambia, in cui emergono molti fornitori per la Difesa. I nuovi attori cercano di corteggiare il mercato indiano e di beneficiare della rapida crescita economica del Paese. La Russia sembra pronta a giocare in questo nuovo quadro. Kladov ha sottolineato questa realtà mutevole sostenendo che la Russia non ha alcun problema se l’India acquista da altri fornitori. A differenza degli anni della guerra fredda, quando l’India era considerata un pesciolino in politica internazionale, nel dopo-guerra fredda l’India è cresciuta rapidamente con un’economia che supera i 2000 miliardi di dollari. La robusta economia indiana e l’ascesa del suo potere di acquisto sono adeguate alle esigenze per la sicurezza e difesa. La Russia non solo è la prima fornitrice di armi dell’India, ma anche sua partner tradizionale. Gli sviluppi durante Aero India 2015 hanno mostrato che la partnership nella Difesa tra India e Russia sembra destinata a rafforzarsi nei prossimi mesi.

Mig29-static-P1020894Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. I suoi interessi includono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina nuova super-potenza industriale del mondo? “Pivot in Asia” di Obama e accerchiamento militare della Cina

Eric Sommer Global Research, 21 febbraio 2015Map of ChinaL’ultima visita di Obama in India ha fruttato una serie di accordi economici, militari e nucleari con l’India. La visita, e gli accordi, sottolineano il tentativo degli Stati Uniti di utilizzare il loro ‘perno in Asia’ creando alleanze militari ed economiche con altre nazioni asiatiche al fine di circondare ed isolare la Cina. L’ala militare dell”Asian Pivot’ si chiama ‘Air-Sea Battle Plan’, coinvolge progressivamente lo spostamento del 60% delle forze militari nella zona asiatica, assieme al collocamento di nuove e avanzate attrezzature e basi militari, ed alleanze con Paesi come Filippine, Corea del Sud e Giappone. L’ala economica del perno è la Trans-Pacific Partnership (TPP), un trattato di regolamentazione e investimenti regionali esclusivo che coinvolge attualmente negoziati tra Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam. Tale strategia dell’accerchiamento militare ed economico affronta tuttavia un grande ostacolo. Gli USA per ora restano l’unica super-potenza militare mondiale, grazie alle enormi spese militari, per la sicurezza e il monitoraggio online della popolazione mondiale. Ma la Cina è emersa negli ultimi sette anni come super-potenza industriale leader del mondo. Una svolta, senza precedenti storici per la sua velocità, in cui la Cina s’è mossa a velocità di curvatura negli ultimi sette anni sostituendo gli Stati Uniti quale maggior potenza industriale del mondo. Recentemente, nel 2007, la Cina aveva una produzione industriale pari al 62% di quella degli Stati Uniti. Ma nel 2011, la produzione cinese era il 120% di quella statunitense, e il divario continua a crescere. Tale superamento degli Stati Uniti da parte della Cina è il passaggio più veloce nella produzione industriale mondiale della storia economica. Nello stesso periodo in cui la produzione industriale della Cina è sostanzialmente raddoppiata, la produzione industriale degli USA si è ridotta dell’1 per cento, la produzione industriale dell’UE è diminuita del nove per cento e la produzione giapponese del 17 per cento.
Tale mutamento storico della potenza industriale della Cina ha enormi conseguenze. Per cominciare, va riconosciuto che la vera ricchezza non sono denaro, azioni, obbligazioni o manipolazione di strumenti finanziari esotici come i derivati, come avviene a Wall Street. La vera ricchezza è il risultato della capacità di produrre beni e servizi utili per gli esseri umani. In Cina, le centinaia di migliaia di lavoratori industriali attivi nella sola provincia del Guangdong, superano l’intera forza lavoro industriale degli Stati Uniti, con una crescente proporzione mondiale di beni prodotti ogni anno in Cina: centinaia di milioni di calze per coprire i piedi del mondo; la maggior parte degli abiti indossati negli Stati Uniti, la maggior parte, spesso con marchi statunitensi, è made in China; computer e telefoni cellulari prodotti per l’Apple, lo sono principalmente in Cina, così come i computer portatili venduti nel mondo dalla società cinese Lenovo. La maggiore produzione annuale è di aziende statali, private o joint-venture cinesi. La maggiore produzione annuale di automobili in qualsiasi Paese del mondo avviene in Cina. E vi sono i treni magnetici ad alta velocità di fabbricazione cinese che sempre più attraversano il Paese e vengono venduti e realizzati in vari altri Paesi. L’idea che la crescita della Cina può essere ‘contenuta’ o circondata è dubbia, non solo per la capacità industriale della Cina, ma anche per il commercio internazionale che genera. Come la rivista Economist ha osservato: “Il commercio internazionale di merci della Cina effettivamente guida il mondo dal 2013. Le sue importazioni ed esportazioni combinate ammontano a quasi 4200 miliardi di dollari, superando gli USA per la prima volta“. Per correttezza va aggiunto che, quando il commercio internazionale dei servizi si aggiunge al commercio di beni manufatti, gli Stati Uniti restano ancora primi. L’industria statunitense conserva anche l’iniziativa sui metodi di produzione hi-tech, ma che va riducendosi.
I rapporti commerciali della Cina con altre nazioni asiatiche, nazioni che gli Stati Uniti cercano di corteggiare, costituiscono un particolare ostacolo nell’isolare la Cina. La zona di libero scambio Cina-ASEAN è una zona di libero scambio tra i dieci Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) e la Repubblica popolare cinese. Implementata nel 2010, la zona di libero scambio Cina-ASEAN ha ridotto a zero tariffe e dazi all’importazione per il 90% delle merci. I potenziali partecipanti al TPP sponsorizzato dagli USA sono ancora impegnati in complessi negoziati. Anche in caso di successo, la TPP sarà in primo luogo un quadro normativo e non una zona di libero scambio effettiva. Al contrario, la Cina-ASEAN è già la prima area di libero scambio in termini di popolazione, e la terza per PIL nel mondo. Oltre alla Cina, comprende Vietnam, Tailandia, Laos, Cambogia Myanmar, Filippine, Brunei, Singapore e Indonesia. Il commercio cinese con gli altri Paesi membri cresce di un sano 10% l’anno, e si attesta attualmente a circa 500 miliardi (di dollari USA) all’anno. La Cina promuove l’integrazione economica con i Paesi vicini, fornendo sostegno finanziario e tecnico nella costruzione di linee ferroviarie che collegano le città cinesi con i punti chiave dei Paesi vicini, come Vietnam e Thailandia. Da nuova super-potenza industriale del mondo, cercare di circondare o intrappolare la Cina è nel migliore dei casi un compito arduo. “Il treno”, si potrebbe dire, “ha già lasciato la stazione”.

stock_eis08_45043341Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli huthi hanno preso il potere nello Yemen

Viktor Titov New Eastern Outlook” 20/02/2015Supporters of the Shi'ite Houthi attend hold a poster of the group's leader Abdul-Malik al-Houthi during an anti-government rally in SanaaCon fiducia gli huthi continuano a rafforzare le loro posizioni in Yemen. Il 6 febbraio hanno adottato una dichiarazione costituzionale, che rafforza politicamente il loro potere stabilito per mezzo della forza. Secondo Paesi occidentali e del GCC, questi passi hanno interrotto il dialogo politico con gli altri partiti, in procinto di completarsi. Chiaramente, ciò era pianificato da tempo, gli insorti semplicemente attendevano il momento giusto. Le principali organizzazioni politiche in Yemen, GPC e movimento Islah, hanno respinto la dichiarazione, ma hanno espresso la volontà di proseguire i contatti per raggiungere la riconciliazione nazionale. Tuttavia, gli huthi sono disposti a condurre il dialogo solo su tale base. In queste condizioni, l’occidente ha spinto le Nazioni Unite e il suo rappresentante Jamal Benomar, a fare pressione sugli huthi, accusandoli d’interrompere il processo di negoziazione con l’adozione della dichiarazione costituzionale, sciogliendo il parlamento e controllando le istituzioni statali. Tuttavia, in risposta, il capo dei ribelli Abdulmaliq Huthi ha emesso un messaggio in cui esorta i governi stranieri “a considerare agli interessi dello Yemen, e ad accogliere la dichiarazione come “storica e unico passo giusto“, allo stesso tempo ha minacciato vari Paesi di “perdere” le relazioni con lo Yemen. A conferma delle sue parole, si è messo al lavoro. Il 7 febbraio, il Consiglio rivoluzionario huthi ha adottato un decreto per formare il Comitato Supremo per la sicurezza, con a capo l’ex-segretario della Difesa Mahmoud al-Subayhi, e costituito da militari e ministro degli Interni. Il secondo decreto ha nominato due ministri (dimissionari) capi temporanei dei loro ministeri. Con ciò viene sollevata la questione del riconoscimento delle nuove autorità, tanto più che gli huthi hanno promesso di creare un consiglio presidenziale e un governo. Il 10 febbraio, una nuova dichiarazione di Abdulmaliq Huthi attaccava duramente le azioni di “forze esterne e interne” per il malcontento per la proclamazione della dichiarazione costituzionale. Secondo lui, tali “forze” cercano di distruggere l’economia dello Yemen. Ha anche criticato un certo numero di ambasciate straniere, che diffondono appelli a lasciare Sana, anche se la situazione nella capitale, in termini di sicurezza, è migliorata in modo significativo. Ovviamente intendeva statunitensi, inglesi e sauditi. Dopo di che, senza preavviso formale, l’11 febbraio le ambasciate di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Italia, Arabia Saudita, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti hanno chiuso a Sana. Così occidente e Paesi del CCG apertamente isolano politicamente ed economicamente lo Yemen, con l’obiettivo di minare il governo degli huthi a Sana. Tuttavia, tale politica ha immediatamente causato l’effetto opposto, portando ad un indurimento delle posizioni degli huthi e alla sostanziale degradazione della situazione.
Successivamente, Turchia e Giappone hanno deciso di chiudere le loro missioni diplomatiche. Occidente e CCG all’unanimità insistono sul fatto che la loro fede nel successo dei negoziati, sotto gli auspici del consigliere speciale del Segretario Generale per le Nazioni Unite, Jamal Benomar, tra le forze politiche yemenite per raggiungere la riconciliazione nazionale, è completamente persa. Anche se i negoziati sono ripresi, sono al di fuori del quadro della dichiarazione costituzionale, inoltre, essendo diventati gli unici governanti a Sana, gli huthi controllano la sicurezza nella capitale yemenita. Di conseguenza, i Paesi occidentali e del GCC hanno deciso di recidere i legami con gli huthi, attuando una linea per minare la stabilità dello Yemen, creandogli problemi e isolandolo. E’ ovvio che dietro tutto questo vi sia Washington, che praticamente ha ordinato agli alleati occidentali e arabi di seguirla. E in silenzio seguono, come in Ucraina. E’ possibile che gli statunitensi abbiano deciso la chiusura dell’ambasciata su pressione della maggioranza repubblicana al Congresso, dove c’è la totale paura del ripetersi dell’incidente in Libia, con l’assassinio dell’ambasciatore degli Stati Uniti, con tutte le conseguenze per l’immagine di Washington, che non potrebbe rispondervi adeguatamente. Dopo aver distrutto la Libia, gli Stati Uniti persero la possibilità di influenzare la situazione. La stessa cosa in Yemen: dopo aver organizzato la rivoluzione colorata, Washington vi ha semplicemente perso influenza. Molti definiscono l’attuale situazione in Yemen vuoto di potere, anche se non è così. Gli huthi controllano le province centrali e settentrionali del Paese. Solo il meridione non obbedisce alle istruzioni, ma allo stesso tempo non s’immischia nel conflitto. Non è impossibile che gli huthi, attraverso contatti con le province meridionali e la sotterranea presa del potere, possano sottomettere l’intero Paese. Tanto più che alle spalle hanno un Paese potente: l’Iran. E i Paesi del CCG, primo fra tutti l’Arabia Saudita, vicino più prossimo dello Yemen, non possono influenzare la situazione. Se cercassero d’intervenire, è probabile che le truppe huthi e loro sostenitori, tra cui gli sciiti nelle province limitrofe saudite, semplicemente passerebbero il confine. E Riyadh non ne ha bisogno, visto che il re è appena morto e il nuovo re praticamente inscena un colpo di Stato eliminando figure chiave della cerchia dell’ex-monarca. Le apparenze indicano che ci vorranno 2-3 mesi per capire la situazione nello Yemen e se gli huthi avranno la vittoria totale. In questo momento, almeno, sono al potere e con fiducia vanno avanti. Non è escluso che presto creeranno un consiglio presidenziale e un nuovo governo. Gli Stati Uniti subirebbero un’altra sconfitta nella regione.yemen_mapViktor Titov, Ph.D, è un commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto svela il bluff occidentale sulla guerra fasulla al SIIL

Dan Glazebrook, RussiaToday, 19 febbraio 2015

libia_mappaL’occidente strombazza il SIIL quale ultima minaccia alla civiltà, sostenendo l’impegno totale alla sua sconfitta e l’avanzata del gruppo in Siria e Iraq come pretesto per allargare il proprio impegno militare in Medio Oriente. Eppure, verso la Libia, che sembra seguire lo stesso percorso della Siria delle milizie antigovernative “moderate”, sostenute dall’occidente, che aprono la via al SIIL, Gran Bretagna e Stati Uniti sembrano riluttanti a confrontarvisi, subito raffreddando la richiesta del presidente egiziano al-Sisi di una coalizione internazionale per fermarne l’avanzata. Con tale suggerimento, prevedibilmente respinto, Sisi evidenzia la doppiezza occidentale sul SIIL e la vera natura della politica della NATO in Libia.
Il 29 agosto 2011, due mesi prima che le ultime vestigia dello Stato libico venissero distrutte e il suo leader assassinato, fui intervistato da Russia Today sul futuro del Paese. Dissi: “C’è un gran parlare di ciò che accadrà (in Libia dopo la cacciata di Gheddafi), ci sarà la sharia o una democrazia liberale? Quello che dobbiamo capire è che ciò che sostituirà lo Stato libico non sarà alcuna di tali cose, ciò che sostituirà lo Stato libico sarà ciò che ha sostituito lo Stato in Iraq e in Afghanistan, un governo disfunzionale, assenza totale di sicurezza, guerra di bande e guerra civile. Non è un errore dalla NATO, essa preferirebbe vedere Stati falliti piuttosto che Stati potenti e indipendenti capaci di sfidarne l’egemonia. E coloro che lottano per il CNT, lottano per la NATO, devono capire che questa è la visione della NATO del loro Paese“. Gli amici, al momento mi dissero che apparivo troppo pessimista e cinico. Risposi che speravo in Dio che avessero ragione, ma la mia esperienza di in un decennio, dopo i risultati delle guerre di aggressione del mio Paese (la Gran Bretagna) in posti come Kosovo, Afghanistan e Iraq, da tempo ignorati dai media mainstream, mi portava a credere il contrario. Certo, non ero il solo a porre tali avvertimenti. Il 6 marzo 2011, alcune settimane prima che la NATO iniziasse sette mesi di bombardamenti, Gheddafi rilasciò un’intervista profetica al quotidiano francese Le Monde du Dimanche, dichiarando: “Voglio farmi capire: se minacciano (la Libia), se si cerca di destabilizzare (la Libia), ci sarà il caos, bin Ladin, le fazioni armate. Questo è ciò che accadrà. Avrete l’immigrazione, migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia, e non ci sarà più nessuno a fermarli. Bin Ladin s’installerà in Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e Pakistan. Avrete bin Ladin a portata di mano”. In particolare avvertiva che Derna, città che aveva già fornito numerosi attentatori suicidi in Iraq, sarebbe diventata un “emirato islamico” sul Mediterraneo. Gli avvertimenti di Gheddafi furono derisi dai media occidentali (anche se molti esperti d’intelligence sostennero le sue affermazioni), e pochi in Europa avevano mai sentito parlare di Derna, fino al novembre 2014, cioè quando il SIIL ne annunciò l’occupazione, la prima di tre città libiche ora sotto il suo controllo. L’ultima conquista, Sirte, città natale di Gheddafi, fu annunciata su YouTube con la decapitazione di 21 cristiani copti catturati a dicembre. Si ritiene fossero lavoratori immigrati da una delle zone più povere dell’Egitto.
Sirte era stata una roccaforte governativa durante assalto della NATO nel 2011, e una delle ultime città a cadere, grazie alla resistenza feroce e ad assenza di sostegno ai “ribelli”. Fu sottoposta a un assedio massiccio e divenne teatro di alcuni dei peggiori crimini di guerra della NATO e dei suoi alleati sul campo. Ora che la gente di Sirte è costretta a vivere, e morire, sotto l’ultima incarnazione degli eroici combattenti per la libertà della NATO, appare sempre più chiaro il motivo per cui li combatterono duramente, eppure anche tale massacro è stato eclissato dai quasi 600 soldati dell’Armata Nazionale libica uccisi dal SIIL e dai suoi alleati nella battaglia per Bengasi, negli ultimi tre anni. Questo è lo stato delle cose in Libia dovute alla NATO, sovvertendo il Paese da stabile e prospero Stato pan-africano, attore di primo piano nell’Unione africana e spina nel fianco di Stati Uniti e Regno Unito nei loro tentativi di ristabilirvi il dominio. Non solo la Libia subisce il vuoto di potere derivante dalla distruzione da parte della NATO dell’apparato statale libico, ma l’intera regione è trascinata nel vortice. Come Brendan O’Neill ha dettagliato, gli orrori quotidiani perpetrati in Mali, Nigeria e ora Camerun sono il risultato diretto dell’aggressione della NATO, mentre gli squadroni della morte nel Sahel-Sahara sono liberi di creare campi di addestramento e raccogliere armi nella gigantesca zona d’illegalità che la NATO ha imposto in Libia. Risultato? Gli Stati africani che nel 2010 avanzavano economicamente, beneficiando degli investimenti cinesi su infrastrutture e produzione, allontanandosi da secoli di dipendenza coloniale e neocoloniale dalle predatrici istituzioni finanziarie occidentali, affrontano gravi nuove minacce terroristiche da gruppi come Boko Haram, dotati di nuove armi e strutture per gentile concessione dell’umanitarismo della NATO. Algeria ed Egitto, ancora governati dagli stessi movimenti indipendentisti che rovesciarono il colonialismo europeo, vedono i loro confini destabilizzati, ponendo le basi per attacchi debilitanti pianificati ed eseguiti dalla nuova miliziocrazia libica della NATO. Questo è il contesto in cui l’Egitto avvia la reazione regionale contro la strategia di destabilizzazione della NATO. Lo scorso anno, in particolare, gli egiziani videro il loro vicino occidentale degradare rapidamente lungo la via dell’occupazione del SIIL, come in Siria. In Siria, una guerra civile tra l’insurrezione filo-occidentale e un governo laico democratico ha visto le forze antigovernative rapidamente cadere sotto il dominio del SIIL, i presunti “moderati” filo-occidentali dell’Esercito libero siriano si univano al SIIL (impressionati dal suoi valore militare, armi avanzate e massicci finanziamenti) o sconfitti da esso. In Libia, lo stesso modello si svolge rapidamente. L’ultima fase del disastro libico è iniziata lo scorso giugno, quando le milizie che dominavano il parlamento precedente (che si fanno chiamare coalizione ‘Alba di Libia’) persero le elezioni, ne rifiutarono i risultati incendiando aeroporti e depositi di petrolio nel Paese, avviando così la guerra civile tra esse e il nuovo parlamento. Entrambi i parlamenti hanno la fedeltà di varie fazioni armate, e hanno istituito propri governi rivali, ognuno controllando diverse parti del Paese. Ma da Derna, lo scorso novembre, le aree occupate da Alba di Libia iniziavano a cadere in mano al SIIL. La caduta di Sirte, terza città da esso occupata, e non sarà l’ultima. Tale è il ruolo sempre svolto dai fantocci dell’occidente in tutta la regione, aprire la strada e gettare le basi dell’affermarsi del SIIL. L’intervento del presidente egiziano Sisi, con gli attacchi aerei su obiettivi del SIIL in Libia, si propone di invertire tale corso, prima che raggiunga proporzioni iracheno-siriane.
al_qaeda_libya Il governo di Tobruq, riconosciuto internazionalmente, nominato dalla Camera dei Rappresentanti eletta la scorsa estate, ha accolto con favore l’intervento egiziano. Non solo, spera che l’aiuti ad impedire l’avanzata del SIIL ed anche a cementare il sostegno egiziano nella guerra civile contro ‘Alba di Libia’. In effetti, l’Egitto potrebbe, con qualche ragione, sostenere che vincere la guerra contro il SIIL richieda un governo libico unitario impegnato allo scopo, e che il rifiuto di Alba di Libia di riconoscere il parlamento eletto, per non parlare dell’atteggiamento ‘ambiguo’ verso il SIIL, sia il grosso ostacolo al conseguimento di tale risultato. Ciò significa che l’intervento egiziano fa naufragare l’iniziativa dei colloqui di pace ‘dialogo in Libia’ delle Nazioni Unite? Non necessariamente, infatti potrebbe avere l’effetto opposto. Le prime due tornate di colloqui sono state boicottate dal Congresso Generale Nazionale (il parlamento di Alba di Libia), con la certezza che avrebbe continuato a ricevere armi e finanziamenti dai partner della NATO Qatar e Turchia, mentre il governo di Tobruq subisce l’embargo internazionale delle armi. Come l’inviato del Regno Unito al dialogo in Libia Jonathan Powell ha osservato, la “conditio sine qua non per la pace” è una “situazione di stallo reciprocamente dannosa”. Riequilibrando la guerra civile, il sostegno militare egiziano al governo di Tobruq può mostrare al GNC che prendere sul serio i colloqui sarà nel suo interesse più che continuare la lotta. L’appello di Sisi al sostegno militare dell’occidente al suo intervento è stato effettivamente respinto, molto probabilmente aspettava che lo fosse. La dichiarazione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna e alleati ha raffreddato l’idea, e non c’è da stupirsene; non hanno posto la Libia al centro della loro strategia di destabilizzazione regionale per poi cercare di stabilizzarla proprio quando comincia a dare risultati. Tuttavia, costringendoli a uscire con tale dichiarazione, Sisi ha denunciato il bluff dell’occidente. Stati Uniti e Gran Bretagna pretendono di essere impegnati a distruggere il SIIL, formazione prodotta dalla rivolta che hanno sponsorizzato in Siria negli ultimi quattro anni, e Sisi gli chiede di supportarlo. Si sono rifiutati e alla fine, la risoluzione egiziana al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha fatto menzione all’intervento militare di altri potenze, limitandosi a chiedere la fine dell’unilaterale embargo internazionale delle armi che impedisce l’armamento del governo eletto, ma ciò non sembra scoraggiare i partner regionali della NATO, che armano apertamente le milizie di ‘Alba di Libia’. Sisi ha di fatto costretto l’occidente a smascherarsi: il rifiuto della sua proposta di sostenere l’intervento chiarisce a tutti la duplice natura del loro presunto impegno a distruggere il SIIL. Vi sono, tuttavia, profonde divisioni sul tema in Europa. La Francia amplia la presenza militare nella regione del Sahel-Sahara, con 3000 truppe in Ciad, Niger, Burkina Faso e Mali, aprendo una nuova base al confine tra Libia e Niger, lo scorso ottobre e, probabilmente, accoglierà il pretesto per estendere le operazioni dal suo protettorato storico al sud della Libia. L’Italia, allo stesso modo, è sempre tesa riguardo la destabilizzazione che ha contribuito a scatenare, avendo non solo danneggiato un partner commerciale di valore, ma con sempre più centinaia di migliaia di profughi in fuga da orrore e miseria che la NATO ha scatenato nella regione. Però non sono propense ad agire senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza, che probabilmente sarà bloccato da Stati Uniti e Gran Bretagna, sempre più felici di vedere Paesi come l’Egitto, alleato della Russia, e la Nigeria, finanziata dalla Cina, indeboliti e bloccati dal terrorismo. La azioni di Sisi, si spera, non solo evidenzieranno l’acquiescenza dell’occidente agli orrori che ha creato, ma anche spianeranno la via a una risposta efficace contro di essi.

Libyan-rebel-fighters-pre-015Dan Glazebrook è scritto e politico ed autore di “Dividi e distruggi: la strategia imperiale occidentale nell’epoca della crisi“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché Putin invita Kim Jong-un

F. William Engdahl New Eastern Outlook 18/02/2015

c2RlbGFub3VuYXMIl presidente russo Vladimir Putin ha turbato l’occidente confermando di aver invitato a maggio il leader supremo paria della Corea democratica Kim Jong-un, in Russia. Alcuni lo vedono come una misura del grado di disperazione della Russia mentre colpiscono le sanzioni economiche di USA e UE. Lungi da ciò, sembra a questo osservatore una mossa molto astuta che potrebbe sottrarre a Washington una delle sue armi preferite. Come abbiamo osservato in un precedente articolo, “Perché ora la Corea democratica?“, la corsa dell’amministrazione Obama a nuove sanzioni alla Corea democratica per accuse non provate di essere responsabile degli attacchi hacker alla compagnia giapponese Sony Pictures, puzza di operazione sotto falsa bandiera dei soliti noti, i falchi neo-con che dominano sempre più la politica dell’amministrazione Obama dalla guerra del 2011 contro la Libia di Gheddafi. Credo che ci siano ragioni molto diverse dietro la fretta nel punire la Corea democratica. In una conversazione privata presso il World Economic Forum di Davos in Svizzera, nel 1990, dove ero presente come giornalista free-lance, ebbi occasione di avere un colloquio affascinante con il compianto James R. Lilley sugli eventi mondiali. Era a Davos, come confidò in privato, per “seguire” una delegazione di generali dell’Esercito di Liberazione Popolare della Cina. Era il 1998 e i leader cinesi venivano corteggiati dall’occidente. Con più di un bicchiere di buon vino svizzero, abbiamo parlato di Cina e politica asiatica. Forse perché gli piaceva, ciò che disse fu un discorso molto consapevole sulla politica mondiale, non era reticente a porsi più domande di me. Andava bene. Il discorso finì sulla Corea democratica, poi oggetto di grave costernazione per il suo programma nucleare. A un certo punto Lilley sbottò con un pezzo profondamente utile d’intelligence. Mi disse: “Se la Corea democratica non esistesse, dovremmo crearla come scusa per mantenere la nostra Settima Flotta in Giappone dopo la fine della Guerra Fredda“. Lilley non era nuovo ai giochi della geopolitica degli Stati Uniti. Da vecchio amico di George HW Bush, fu membro della società segreta Skull & Bones della Yale University. Parlava correntemente mandarino essendo nato da genitori missionari a Shanghai. Lavorò nella CIA come esperto della Cina per 30 anni, e in seguito divenne ambasciatore degli Stati Uniti a Pechino durante le proteste studentesche (orchestrate dagli Stati Uniti) di piazza Tiananmen nel 1989. Lilley sapeva cos’era la politica di Washington in Asia. Quindi, con queste osservazioni in mente, diamo un’occhiata alle possibili ragioni della demonizzazione improvvisa, ancora, della Corea democratica.

Invito e geopolitica dei gasdotti di Putin
In politica estera, le iniziative politiche e diplomatiche della Russia di Vladimir Putin negli ultimi mesi è tutt’altra che isolata come i neocon di Washington sperano. Ha concluso brillanti accordi energetici strategici con Cina e India, accordi economici con il Brasile e gli Stati BRICS, ha creato la nuova Unione economica eurasiatica con Kazakistan, Bielorussia e Armenia, unione a cui l’Ucraina avrebbe aderito se gli Stati Uniti non avessero istigato il violento colpo di Stato a Kiev, nel febbraio 2014. Il 19 dicembre, un portavoce del Cremlino ha confermato che il Presidente Putin aveva invitato il 32enne leader supremo della Corea democratica Kim Jong-un (immagino che Washington possa avere un Comandante supremo alleato in Europa della NATO, che chiama Leader Supremo). Kim è stato invitato a partecipare alla simbolica celebrazione del 70° anniversario della sconfitta della Germania nazista, da parte sovietica, nella seconda guerra mondiale, il 9 maggio di quest’anno. Pochi statunitensi sanno dai loro governo e media mainstream che Washington ha con l’Unione Sovietica, che perse almeno 26 milioni dei suoi cittadini nella seconda guerra mondiale, un grande debito per la sconfitta della Germania nazista nel 1945. La storia delle guerre, come diceva Churchill, viene scritta dai vincitori. A prima vista potrebbe sembrare che Putin raschi il fondo del barile geopolitico, tendendo una mano al secondo leader più demonizzato al mondo dopo lo stesso Putin. Sarà anche la prima visita di Kim fuori dal suo Paese da quando è divenuto Guida Suprema nel 2011. Ci sono ragioni economiche reali, però, dietro la mano tesa di Putin. La Russia vorrebbe far arrivare un nuovo gasdotto russo in Corea del Sud. Il modo migliore per farlo sarebbe attraverso la Corea democratica. La recente apertura alla Corea democratica non è una mossa dettata dal panico della Russia, ma parte attentamente pianificata del “Pivot eurasiatico” di Putin, nel riorientamento strategico della Russia dei suoi rapporti commerciali, economici e politici dagli inutili tentativi occidentali, che comportano solo guerre e sanzioni di Washington e Bruxelles, al cuore eurasiatico, la sola superficie geopolitica della nostra Terra in grado di creare un vero e proprio contrappeso alla declinante superpotenza unica. Lo scorso aprile, la Duma russa e Putin approvavano la cancellazione di 10 miliardi di dollari del debito sovietico della Corea democratica. Avete mai sentito parlare di un caso in cui il Tesoro degli Stati Uniti cancelli i debiti di qualcuno? Ciò ne elimina il 90%, con residuali 1,09 miliardi di dollari da rimborsare nei prossimi 20 anni in rate semestrali. Il debito dovuto dalla Corea democratica sarà gestito dalla Banca per lo sviluppo statale della Russia, la Vnesheconombank. La Russia ha annunciato che il denaro potrà essere utilizzato per finanziare progetti comuni in Corea democratica, tra cui il gasdotto e una ferrovia per la Corea del Sud.

La diplomazia nucleare russa
C’è un altro elemento nel riavvicinamento tra Russia e Corea democratica. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto lo scorso aprile che la Corea democratica è pronta a riprendere i colloqui internazionali in stallo sul suo programma nucleare. Corea democratica, Corea del Sud, Giappone, Cina, Russia e Stati Uniti hanno iniziato i colloqui nel 2003 per liberare la penisola coreana delle armi nucleari, ma furono sospesi dopo che Pyongyang aveva testato ordigni nucleari nel 2006 e nel 2009. Poi il 1° gennaio, Kim Jong-un annunciava l’apertura a “colloqui di altissimo livello” con la Corea del Sud. Nel suo discorso alla TV per il nuovo anno, Kim ha dichiarato, “Dobbiamo scrivere una nuova storia nei rapporti Nord-Sud. Non vi è alcun motivo per non avere colloqui ai vertici“. Era la risposta ad una offerta di giorni prima del ministro incaricato degli affari inter-coreani della Corea del Sud Ryoo Kihl-Jae, che propose gennaio come data provvisoria. Gli ultimi colloqui Nord-Sud furono nel febbraio 2014. Curiosamente, ogni volta che negli ultimi anni, quando i rapporti sembrano suggerire un qualche riavvicinamento, qualche “evento” bizzarro interviene a bloccarlo. Forse è il fantasma di James Lilley?

La Russia come pacificatore coreano?
Interessante in questo contesto è un recente articolo del collaboratore di Saker, Larchmonter 445, La doppia elica: Cina-Russia, che notava i colloqui ad alto livello a Pechino tra il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il premier cinese Li Keqiang. Ciò dopo che Shojgu aveva incontrato gli omologhi nel ministero della Difesa e militari della Cina. Postula l’articolo, “Immaginate se il Generale Shojgu e il Premier Li Keqiang discutessero della Corea democratica. Sfondo: Putin incontra il glorioso leader del regime Kim, e sappiamo dell’accordo che Putin vuole con il regime di Pyongyang: rinunciate alle armi nucleari e la doppia elica vi proteggerà…” L’ombrello nucleare di Cina e Russia potrebbe ovviare alla necessità dell’arsenale nucleare per la Corea democratica. Sarebbe davvero un cambio da infarto per i falchi di Washington. James Lilley senza dubbio si rivolterebbe nella tomba. Come dice Larchmonter, “La Russia potrebbe apparire ancora più grande di quanto lo sia geograficamente. I suoi gasdotti, autostrade, aeroporti, porti e sistemi d’arma collegherebbero e proteggerebbero le nazioni dall’Artico all’Oceano Indiano, dai confini dell’Europa orientale alle Isole Kurill e Vladivostok, coprendo la Cina da passo Zabikalsk-Manzhouli a Pogranichy-Suifenhe nella provincia di Heilongjiang, lungo il fiume Amur/Drago nero. Russia e Cina sono la base di un mercato eurasiatico di 3,5 miliardi di abitanti (la metà della popolazione mondiale), avviando una missione trentennale. In questi 30 anni costruiranno la Nuova Via della Seta, la Via della Seta marittima, la cintura economica eurasiatica coinvolgendo Iran, India, Pakistan, Bangladesh, Asia centrale, Mongolia, le nazioni del Sudest asiatico e probabilmente parti dell’Ucraina e dell’Europa orientale, alcune nazioni dell’Europa meridionale e, forse, alcune nazioni nordafricane. Non sarebbe un’alternativa più intelligente e umana ai neo-conservatori e alle loro guerre infinite, depressioni economiche, deindustrializzazione dove lo 0,1% degli ultra-ricchi gode di un potere senza precedenti a spese di tutti noi?
In effetti qualcosa di molto grande è in corso e coinvolge Cina, Russia, Corea del Sud e Corea del Nord. Non è una nuova guerra di Corea, questo è chiaro. Ciò è la migliore spiegazione che vedo nell’improvvisa demonizzazione dell’amministrazione Obama della Corea democratica, basata sui fragili pretesti degli attacchi alla Sony Pictures. Le nuove sanzioni e demonizzazione della Corea sono una mossa disperata della cabala sempre più disperata che ha sequestrato ciò che rimane della democrazia costituzionale statunitense l’11 settembre 2001, quando George W. Bush convinse un terrorizzato Congresso degli Stati Uniti ad annullare il Bill of Rights con il Patriot Act e misure concrete da Stato di polizia fascista in nome della Santa Crociata di Bush contro il “terrorismo”. Sembra che il 2015 sarà un capitolo affascinante della storia mondiale, forse verso un modo più armonico per gli esseri umani di convivere senza pensare ai modi più ingegnosi per uccidere e sterminare l’altro in nome di qualcosa che nessuno riconosce realmente nella presente confusione morale.

northkoreamapnsrfinalF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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