Gli huthi hanno preso il potere nello Yemen

Viktor Titov New Eastern Outlook” 20/02/2015Supporters of the Shi'ite Houthi attend hold a poster of the group's leader Abdul-Malik al-Houthi during an anti-government rally in SanaaCon fiducia gli huthi continuano a rafforzare le loro posizioni in Yemen. Il 6 febbraio hanno adottato una dichiarazione costituzionale, che rafforza politicamente il loro potere stabilito per mezzo della forza. Secondo Paesi occidentali e del GCC, questi passi hanno interrotto il dialogo politico con gli altri partiti, in procinto di completarsi. Chiaramente, ciò era pianificato da tempo, gli insorti semplicemente attendevano il momento giusto. Le principali organizzazioni politiche in Yemen, GPC e movimento Islah, hanno respinto la dichiarazione, ma hanno espresso la volontà di proseguire i contatti per raggiungere la riconciliazione nazionale. Tuttavia, gli huthi sono disposti a condurre il dialogo solo su tale base. In queste condizioni, l’occidente ha spinto le Nazioni Unite e il suo rappresentante Jamal Benomar, a fare pressione sugli huthi, accusandoli d’interrompere il processo di negoziazione con l’adozione della dichiarazione costituzionale, sciogliendo il parlamento e controllando le istituzioni statali. Tuttavia, in risposta, il capo dei ribelli Abdulmaliq Huthi ha emesso un messaggio in cui esorta i governi stranieri “a considerare agli interessi dello Yemen, e ad accogliere la dichiarazione come “storica e unico passo giusto“, allo stesso tempo ha minacciato vari Paesi di “perdere” le relazioni con lo Yemen. A conferma delle sue parole, si è messo al lavoro. Il 7 febbraio, il Consiglio rivoluzionario huthi ha adottato un decreto per formare il Comitato Supremo per la sicurezza, con a capo l’ex-segretario della Difesa Mahmoud al-Subayhi, e costituito da militari e ministro degli Interni. Il secondo decreto ha nominato due ministri (dimissionari) capi temporanei dei loro ministeri. Con ciò viene sollevata la questione del riconoscimento delle nuove autorità, tanto più che gli huthi hanno promesso di creare un consiglio presidenziale e un governo. Il 10 febbraio, una nuova dichiarazione di Abdulmaliq Huthi attaccava duramente le azioni di “forze esterne e interne” per il malcontento per la proclamazione della dichiarazione costituzionale. Secondo lui, tali “forze” cercano di distruggere l’economia dello Yemen. Ha anche criticato un certo numero di ambasciate straniere, che diffondono appelli a lasciare Sana, anche se la situazione nella capitale, in termini di sicurezza, è migliorata in modo significativo. Ovviamente intendeva statunitensi, inglesi e sauditi. Dopo di che, senza preavviso formale, l’11 febbraio le ambasciate di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Italia, Arabia Saudita, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti hanno chiuso a Sana. Così occidente e Paesi del CCG apertamente isolano politicamente ed economicamente lo Yemen, con l’obiettivo di minare il governo degli huthi a Sana. Tuttavia, tale politica ha immediatamente causato l’effetto opposto, portando ad un indurimento delle posizioni degli huthi e alla sostanziale degradazione della situazione.
Successivamente, Turchia e Giappone hanno deciso di chiudere le loro missioni diplomatiche. Occidente e CCG all’unanimità insistono sul fatto che la loro fede nel successo dei negoziati, sotto gli auspici del consigliere speciale del Segretario Generale per le Nazioni Unite, Jamal Benomar, tra le forze politiche yemenite per raggiungere la riconciliazione nazionale, è completamente persa. Anche se i negoziati sono ripresi, sono al di fuori del quadro della dichiarazione costituzionale, inoltre, essendo diventati gli unici governanti a Sana, gli huthi controllano la sicurezza nella capitale yemenita. Di conseguenza, i Paesi occidentali e del GCC hanno deciso di recidere i legami con gli huthi, attuando una linea per minare la stabilità dello Yemen, creandogli problemi e isolandolo. E’ ovvio che dietro tutto questo vi sia Washington, che praticamente ha ordinato agli alleati occidentali e arabi di seguirla. E in silenzio seguono, come in Ucraina. E’ possibile che gli statunitensi abbiano deciso la chiusura dell’ambasciata su pressione della maggioranza repubblicana al Congresso, dove c’è la totale paura del ripetersi dell’incidente in Libia, con l’assassinio dell’ambasciatore degli Stati Uniti, con tutte le conseguenze per l’immagine di Washington, che non potrebbe rispondervi adeguatamente. Dopo aver distrutto la Libia, gli Stati Uniti persero la possibilità di influenzare la situazione. La stessa cosa in Yemen: dopo aver organizzato la rivoluzione colorata, Washington vi ha semplicemente perso influenza. Molti definiscono l’attuale situazione in Yemen vuoto di potere, anche se non è così. Gli huthi controllano le province centrali e settentrionali del Paese. Solo il meridione non obbedisce alle istruzioni, ma allo stesso tempo non s’immischia nel conflitto. Non è impossibile che gli huthi, attraverso contatti con le province meridionali e la sotterranea presa del potere, possano sottomettere l’intero Paese. Tanto più che alle spalle hanno un Paese potente: l’Iran. E i Paesi del CCG, primo fra tutti l’Arabia Saudita, vicino più prossimo dello Yemen, non possono influenzare la situazione. Se cercassero d’intervenire, è probabile che le truppe huthi e loro sostenitori, tra cui gli sciiti nelle province limitrofe saudite, semplicemente passerebbero il confine. E Riyadh non ne ha bisogno, visto che il re è appena morto e il nuovo re praticamente inscena un colpo di Stato eliminando figure chiave della cerchia dell’ex-monarca. Le apparenze indicano che ci vorranno 2-3 mesi per capire la situazione nello Yemen e se gli huthi avranno la vittoria totale. In questo momento, almeno, sono al potere e con fiducia vanno avanti. Non è escluso che presto creeranno un consiglio presidenziale e un nuovo governo. Gli Stati Uniti subirebbero un’altra sconfitta nella regione.yemen_mapViktor Titov, Ph.D, è un commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto svela il bluff occidentale sulla guerra fasulla al SIIL

Dan Glazebrook, RussiaToday, 19 febbraio 2015

libia_mappaL’occidente strombazza il SIIL quale ultima minaccia alla civiltà, sostenendo l’impegno totale alla sua sconfitta e l’avanzata del gruppo in Siria e Iraq come pretesto per allargare il proprio impegno militare in Medio Oriente. Eppure, verso la Libia, che sembra seguire lo stesso percorso della Siria delle milizie antigovernative “moderate”, sostenute dall’occidente, che aprono la via al SIIL, Gran Bretagna e Stati Uniti sembrano riluttanti a confrontarvisi, subito raffreddando la richiesta del presidente egiziano al-Sisi di una coalizione internazionale per fermarne l’avanzata. Con tale suggerimento, prevedibilmente respinto, Sisi evidenzia la doppiezza occidentale sul SIIL e la vera natura della politica della NATO in Libia.
Il 29 agosto 2011, due mesi prima che le ultime vestigia dello Stato libico venissero distrutte e il suo leader assassinato, fui intervistato da Russia Today sul futuro del Paese. Dissi: “C’è un gran parlare di ciò che accadrà (in Libia dopo la cacciata di Gheddafi), ci sarà la sharia o una democrazia liberale? Quello che dobbiamo capire è che ciò che sostituirà lo Stato libico non sarà alcuna di tali cose, ciò che sostituirà lo Stato libico sarà ciò che ha sostituito lo Stato in Iraq e in Afghanistan, un governo disfunzionale, assenza totale di sicurezza, guerra di bande e guerra civile. Non è un errore dalla NATO, essa preferirebbe vedere Stati falliti piuttosto che Stati potenti e indipendenti capaci di sfidarne l’egemonia. E coloro che lottano per il CNT, lottano per la NATO, devono capire che questa è la visione della NATO del loro Paese“. Gli amici, al momento mi dissero che apparivo troppo pessimista e cinico. Risposi che speravo in Dio che avessero ragione, ma la mia esperienza di in un decennio, dopo i risultati delle guerre di aggressione del mio Paese (la Gran Bretagna) in posti come Kosovo, Afghanistan e Iraq, da tempo ignorati dai media mainstream, mi portava a credere il contrario. Certo, non ero il solo a porre tali avvertimenti. Il 6 marzo 2011, alcune settimane prima che la NATO iniziasse sette mesi di bombardamenti, Gheddafi rilasciò un’intervista profetica al quotidiano francese Le Monde du Dimanche, dichiarando: “Voglio farmi capire: se minacciano (la Libia), se si cerca di destabilizzare (la Libia), ci sarà il caos, bin Ladin, le fazioni armate. Questo è ciò che accadrà. Avrete l’immigrazione, migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia, e non ci sarà più nessuno a fermarli. Bin Ladin s’installerà in Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e Pakistan. Avrete bin Ladin a portata di mano”. In particolare avvertiva che Derna, città che aveva già fornito numerosi attentatori suicidi in Iraq, sarebbe diventata un “emirato islamico” sul Mediterraneo. Gli avvertimenti di Gheddafi furono derisi dai media occidentali (anche se molti esperti d’intelligence sostennero le sue affermazioni), e pochi in Europa avevano mai sentito parlare di Derna, fino al novembre 2014, cioè quando il SIIL ne annunciò l’occupazione, la prima di tre città libiche ora sotto il suo controllo. L’ultima conquista, Sirte, città natale di Gheddafi, fu annunciata su YouTube con la decapitazione di 21 cristiani copti catturati a dicembre. Si ritiene fossero lavoratori immigrati da una delle zone più povere dell’Egitto.
Sirte era stata una roccaforte governativa durante assalto della NATO nel 2011, e una delle ultime città a cadere, grazie alla resistenza feroce e ad assenza di sostegno ai “ribelli”. Fu sottoposta a un assedio massiccio e divenne teatro di alcuni dei peggiori crimini di guerra della NATO e dei suoi alleati sul campo. Ora che la gente di Sirte è costretta a vivere, e morire, sotto l’ultima incarnazione degli eroici combattenti per la libertà della NATO, appare sempre più chiaro il motivo per cui li combatterono duramente, eppure anche tale massacro è stato eclissato dai quasi 600 soldati dell’Armata Nazionale libica uccisi dal SIIL e dai suoi alleati nella battaglia per Bengasi, negli ultimi tre anni. Questo è lo stato delle cose in Libia dovute alla NATO, sovvertendo il Paese da stabile e prospero Stato pan-africano, attore di primo piano nell’Unione africana e spina nel fianco di Stati Uniti e Regno Unito nei loro tentativi di ristabilirvi il dominio. Non solo la Libia subisce il vuoto di potere derivante dalla distruzione da parte della NATO dell’apparato statale libico, ma l’intera regione è trascinata nel vortice. Come Brendan O’Neill ha dettagliato, gli orrori quotidiani perpetrati in Mali, Nigeria e ora Camerun sono il risultato diretto dell’aggressione della NATO, mentre gli squadroni della morte nel Sahel-Sahara sono liberi di creare campi di addestramento e raccogliere armi nella gigantesca zona d’illegalità che la NATO ha imposto in Libia. Risultato? Gli Stati africani che nel 2010 avanzavano economicamente, beneficiando degli investimenti cinesi su infrastrutture e produzione, allontanandosi da secoli di dipendenza coloniale e neocoloniale dalle predatrici istituzioni finanziarie occidentali, affrontano gravi nuove minacce terroristiche da gruppi come Boko Haram, dotati di nuove armi e strutture per gentile concessione dell’umanitarismo della NATO. Algeria ed Egitto, ancora governati dagli stessi movimenti indipendentisti che rovesciarono il colonialismo europeo, vedono i loro confini destabilizzati, ponendo le basi per attacchi debilitanti pianificati ed eseguiti dalla nuova miliziocrazia libica della NATO. Questo è il contesto in cui l’Egitto avvia la reazione regionale contro la strategia di destabilizzazione della NATO. Lo scorso anno, in particolare, gli egiziani videro il loro vicino occidentale degradare rapidamente lungo la via dell’occupazione del SIIL, come in Siria. In Siria, una guerra civile tra l’insurrezione filo-occidentale e un governo laico democratico ha visto le forze antigovernative rapidamente cadere sotto il dominio del SIIL, i presunti “moderati” filo-occidentali dell’Esercito libero siriano si univano al SIIL (impressionati dal suoi valore militare, armi avanzate e massicci finanziamenti) o sconfitti da esso. In Libia, lo stesso modello si svolge rapidamente. L’ultima fase del disastro libico è iniziata lo scorso giugno, quando le milizie che dominavano il parlamento precedente (che si fanno chiamare coalizione ‘Alba di Libia’) persero le elezioni, ne rifiutarono i risultati incendiando aeroporti e depositi di petrolio nel Paese, avviando così la guerra civile tra esse e il nuovo parlamento. Entrambi i parlamenti hanno la fedeltà di varie fazioni armate, e hanno istituito propri governi rivali, ognuno controllando diverse parti del Paese. Ma da Derna, lo scorso novembre, le aree occupate da Alba di Libia iniziavano a cadere in mano al SIIL. La caduta di Sirte, terza città da esso occupata, e non sarà l’ultima. Tale è il ruolo sempre svolto dai fantocci dell’occidente in tutta la regione, aprire la strada e gettare le basi dell’affermarsi del SIIL. L’intervento del presidente egiziano Sisi, con gli attacchi aerei su obiettivi del SIIL in Libia, si propone di invertire tale corso, prima che raggiunga proporzioni iracheno-siriane.
al_qaeda_libya Il governo di Tobruq, riconosciuto internazionalmente, nominato dalla Camera dei Rappresentanti eletta la scorsa estate, ha accolto con favore l’intervento egiziano. Non solo, spera che l’aiuti ad impedire l’avanzata del SIIL ed anche a cementare il sostegno egiziano nella guerra civile contro ‘Alba di Libia’. In effetti, l’Egitto potrebbe, con qualche ragione, sostenere che vincere la guerra contro il SIIL richieda un governo libico unitario impegnato allo scopo, e che il rifiuto di Alba di Libia di riconoscere il parlamento eletto, per non parlare dell’atteggiamento ‘ambiguo’ verso il SIIL, sia il grosso ostacolo al conseguimento di tale risultato. Ciò significa che l’intervento egiziano fa naufragare l’iniziativa dei colloqui di pace ‘dialogo in Libia’ delle Nazioni Unite? Non necessariamente, infatti potrebbe avere l’effetto opposto. Le prime due tornate di colloqui sono state boicottate dal Congresso Generale Nazionale (il parlamento di Alba di Libia), con la certezza che avrebbe continuato a ricevere armi e finanziamenti dai partner della NATO Qatar e Turchia, mentre il governo di Tobruq subisce l’embargo internazionale delle armi. Come l’inviato del Regno Unito al dialogo in Libia Jonathan Powell ha osservato, la “conditio sine qua non per la pace” è una “situazione di stallo reciprocamente dannosa”. Riequilibrando la guerra civile, il sostegno militare egiziano al governo di Tobruq può mostrare al GNC che prendere sul serio i colloqui sarà nel suo interesse più che continuare la lotta. L’appello di Sisi al sostegno militare dell’occidente al suo intervento è stato effettivamente respinto, molto probabilmente aspettava che lo fosse. La dichiarazione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna e alleati ha raffreddato l’idea, e non c’è da stupirsene; non hanno posto la Libia al centro della loro strategia di destabilizzazione regionale per poi cercare di stabilizzarla proprio quando comincia a dare risultati. Tuttavia, costringendoli a uscire con tale dichiarazione, Sisi ha denunciato il bluff dell’occidente. Stati Uniti e Gran Bretagna pretendono di essere impegnati a distruggere il SIIL, formazione prodotta dalla rivolta che hanno sponsorizzato in Siria negli ultimi quattro anni, e Sisi gli chiede di supportarlo. Si sono rifiutati e alla fine, la risoluzione egiziana al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha fatto menzione all’intervento militare di altri potenze, limitandosi a chiedere la fine dell’unilaterale embargo internazionale delle armi che impedisce l’armamento del governo eletto, ma ciò non sembra scoraggiare i partner regionali della NATO, che armano apertamente le milizie di ‘Alba di Libia’. Sisi ha di fatto costretto l’occidente a smascherarsi: il rifiuto della sua proposta di sostenere l’intervento chiarisce a tutti la duplice natura del loro presunto impegno a distruggere il SIIL. Vi sono, tuttavia, profonde divisioni sul tema in Europa. La Francia amplia la presenza militare nella regione del Sahel-Sahara, con 3000 truppe in Ciad, Niger, Burkina Faso e Mali, aprendo una nuova base al confine tra Libia e Niger, lo scorso ottobre e, probabilmente, accoglierà il pretesto per estendere le operazioni dal suo protettorato storico al sud della Libia. L’Italia, allo stesso modo, è sempre tesa riguardo la destabilizzazione che ha contribuito a scatenare, avendo non solo danneggiato un partner commerciale di valore, ma con sempre più centinaia di migliaia di profughi in fuga da orrore e miseria che la NATO ha scatenato nella regione. Però non sono propense ad agire senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza, che probabilmente sarà bloccato da Stati Uniti e Gran Bretagna, sempre più felici di vedere Paesi come l’Egitto, alleato della Russia, e la Nigeria, finanziata dalla Cina, indeboliti e bloccati dal terrorismo. La azioni di Sisi, si spera, non solo evidenzieranno l’acquiescenza dell’occidente agli orrori che ha creato, ma anche spianeranno la via a una risposta efficace contro di essi.

Libyan-rebel-fighters-pre-015Dan Glazebrook è scritto e politico ed autore di “Dividi e distruggi: la strategia imperiale occidentale nell’epoca della crisi“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché Putin invita Kim Jong-un

F. William Engdahl New Eastern Outlook 18/02/2015

c2RlbGFub3VuYXMIl presidente russo Vladimir Putin ha turbato l’occidente confermando di aver invitato a maggio il leader supremo paria della Corea democratica Kim Jong-un, in Russia. Alcuni lo vedono come una misura del grado di disperazione della Russia mentre colpiscono le sanzioni economiche di USA e UE. Lungi da ciò, sembra a questo osservatore una mossa molto astuta che potrebbe sottrarre a Washington una delle sue armi preferite. Come abbiamo osservato in un precedente articolo, “Perché ora la Corea democratica?“, la corsa dell’amministrazione Obama a nuove sanzioni alla Corea democratica per accuse non provate di essere responsabile degli attacchi hacker alla compagnia giapponese Sony Pictures, puzza di operazione sotto falsa bandiera dei soliti noti, i falchi neo-con che dominano sempre più la politica dell’amministrazione Obama dalla guerra del 2011 contro la Libia di Gheddafi. Credo che ci siano ragioni molto diverse dietro la fretta nel punire la Corea democratica. In una conversazione privata presso il World Economic Forum di Davos in Svizzera, nel 1990, dove ero presente come giornalista free-lance, ebbi occasione di avere un colloquio affascinante con il compianto James R. Lilley sugli eventi mondiali. Era a Davos, come confidò in privato, per “seguire” una delegazione di generali dell’Esercito di Liberazione Popolare della Cina. Era il 1998 e i leader cinesi venivano corteggiati dall’occidente. Con più di un bicchiere di buon vino svizzero, abbiamo parlato di Cina e politica asiatica. Forse perché gli piaceva, ciò che disse fu un discorso molto consapevole sulla politica mondiale, non era reticente a porsi più domande di me. Andava bene. Il discorso finì sulla Corea democratica, poi oggetto di grave costernazione per il suo programma nucleare. A un certo punto Lilley sbottò con un pezzo profondamente utile d’intelligence. Mi disse: “Se la Corea democratica non esistesse, dovremmo crearla come scusa per mantenere la nostra Settima Flotta in Giappone dopo la fine della Guerra Fredda“. Lilley non era nuovo ai giochi della geopolitica degli Stati Uniti. Da vecchio amico di George HW Bush, fu membro della società segreta Skull & Bones della Yale University. Parlava correntemente mandarino essendo nato da genitori missionari a Shanghai. Lavorò nella CIA come esperto della Cina per 30 anni, e in seguito divenne ambasciatore degli Stati Uniti a Pechino durante le proteste studentesche (orchestrate dagli Stati Uniti) di piazza Tiananmen nel 1989. Lilley sapeva cos’era la politica di Washington in Asia. Quindi, con queste osservazioni in mente, diamo un’occhiata alle possibili ragioni della demonizzazione improvvisa, ancora, della Corea democratica.

Invito e geopolitica dei gasdotti di Putin
In politica estera, le iniziative politiche e diplomatiche della Russia di Vladimir Putin negli ultimi mesi è tutt’altra che isolata come i neocon di Washington sperano. Ha concluso brillanti accordi energetici strategici con Cina e India, accordi economici con il Brasile e gli Stati BRICS, ha creato la nuova Unione economica eurasiatica con Kazakistan, Bielorussia e Armenia, unione a cui l’Ucraina avrebbe aderito se gli Stati Uniti non avessero istigato il violento colpo di Stato a Kiev, nel febbraio 2014. Il 19 dicembre, un portavoce del Cremlino ha confermato che il Presidente Putin aveva invitato il 32enne leader supremo della Corea democratica Kim Jong-un (immagino che Washington possa avere un Comandante supremo alleato in Europa della NATO, che chiama Leader Supremo). Kim è stato invitato a partecipare alla simbolica celebrazione del 70° anniversario della sconfitta della Germania nazista, da parte sovietica, nella seconda guerra mondiale, il 9 maggio di quest’anno. Pochi statunitensi sanno dai loro governo e media mainstream che Washington ha con l’Unione Sovietica, che perse almeno 26 milioni dei suoi cittadini nella seconda guerra mondiale, un grande debito per la sconfitta della Germania nazista nel 1945. La storia delle guerre, come diceva Churchill, viene scritta dai vincitori. A prima vista potrebbe sembrare che Putin raschi il fondo del barile geopolitico, tendendo una mano al secondo leader più demonizzato al mondo dopo lo stesso Putin. Sarà anche la prima visita di Kim fuori dal suo Paese da quando è divenuto Guida Suprema nel 2011. Ci sono ragioni economiche reali, però, dietro la mano tesa di Putin. La Russia vorrebbe far arrivare un nuovo gasdotto russo in Corea del Sud. Il modo migliore per farlo sarebbe attraverso la Corea democratica. La recente apertura alla Corea democratica non è una mossa dettata dal panico della Russia, ma parte attentamente pianificata del “Pivot eurasiatico” di Putin, nel riorientamento strategico della Russia dei suoi rapporti commerciali, economici e politici dagli inutili tentativi occidentali, che comportano solo guerre e sanzioni di Washington e Bruxelles, al cuore eurasiatico, la sola superficie geopolitica della nostra Terra in grado di creare un vero e proprio contrappeso alla declinante superpotenza unica. Lo scorso aprile, la Duma russa e Putin approvavano la cancellazione di 10 miliardi di dollari del debito sovietico della Corea democratica. Avete mai sentito parlare di un caso in cui il Tesoro degli Stati Uniti cancelli i debiti di qualcuno? Ciò ne elimina il 90%, con residuali 1,09 miliardi di dollari da rimborsare nei prossimi 20 anni in rate semestrali. Il debito dovuto dalla Corea democratica sarà gestito dalla Banca per lo sviluppo statale della Russia, la Vnesheconombank. La Russia ha annunciato che il denaro potrà essere utilizzato per finanziare progetti comuni in Corea democratica, tra cui il gasdotto e una ferrovia per la Corea del Sud.

La diplomazia nucleare russa
C’è un altro elemento nel riavvicinamento tra Russia e Corea democratica. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto lo scorso aprile che la Corea democratica è pronta a riprendere i colloqui internazionali in stallo sul suo programma nucleare. Corea democratica, Corea del Sud, Giappone, Cina, Russia e Stati Uniti hanno iniziato i colloqui nel 2003 per liberare la penisola coreana delle armi nucleari, ma furono sospesi dopo che Pyongyang aveva testato ordigni nucleari nel 2006 e nel 2009. Poi il 1° gennaio, Kim Jong-un annunciava l’apertura a “colloqui di altissimo livello” con la Corea del Sud. Nel suo discorso alla TV per il nuovo anno, Kim ha dichiarato, “Dobbiamo scrivere una nuova storia nei rapporti Nord-Sud. Non vi è alcun motivo per non avere colloqui ai vertici“. Era la risposta ad una offerta di giorni prima del ministro incaricato degli affari inter-coreani della Corea del Sud Ryoo Kihl-Jae, che propose gennaio come data provvisoria. Gli ultimi colloqui Nord-Sud furono nel febbraio 2014. Curiosamente, ogni volta che negli ultimi anni, quando i rapporti sembrano suggerire un qualche riavvicinamento, qualche “evento” bizzarro interviene a bloccarlo. Forse è il fantasma di James Lilley?

La Russia come pacificatore coreano?
Interessante in questo contesto è un recente articolo del collaboratore di Saker, Larchmonter 445, La doppia elica: Cina-Russia, che notava i colloqui ad alto livello a Pechino tra il Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il premier cinese Li Keqiang. Ciò dopo che Shojgu aveva incontrato gli omologhi nel ministero della Difesa e militari della Cina. Postula l’articolo, “Immaginate se il Generale Shojgu e il Premier Li Keqiang discutessero della Corea democratica. Sfondo: Putin incontra il glorioso leader del regime Kim, e sappiamo dell’accordo che Putin vuole con il regime di Pyongyang: rinunciate alle armi nucleari e la doppia elica vi proteggerà…” L’ombrello nucleare di Cina e Russia potrebbe ovviare alla necessità dell’arsenale nucleare per la Corea democratica. Sarebbe davvero un cambio da infarto per i falchi di Washington. James Lilley senza dubbio si rivolterebbe nella tomba. Come dice Larchmonter, “La Russia potrebbe apparire ancora più grande di quanto lo sia geograficamente. I suoi gasdotti, autostrade, aeroporti, porti e sistemi d’arma collegherebbero e proteggerebbero le nazioni dall’Artico all’Oceano Indiano, dai confini dell’Europa orientale alle Isole Kurill e Vladivostok, coprendo la Cina da passo Zabikalsk-Manzhouli a Pogranichy-Suifenhe nella provincia di Heilongjiang, lungo il fiume Amur/Drago nero. Russia e Cina sono la base di un mercato eurasiatico di 3,5 miliardi di abitanti (la metà della popolazione mondiale), avviando una missione trentennale. In questi 30 anni costruiranno la Nuova Via della Seta, la Via della Seta marittima, la cintura economica eurasiatica coinvolgendo Iran, India, Pakistan, Bangladesh, Asia centrale, Mongolia, le nazioni del Sudest asiatico e probabilmente parti dell’Ucraina e dell’Europa orientale, alcune nazioni dell’Europa meridionale e, forse, alcune nazioni nordafricane. Non sarebbe un’alternativa più intelligente e umana ai neo-conservatori e alle loro guerre infinite, depressioni economiche, deindustrializzazione dove lo 0,1% degli ultra-ricchi gode di un potere senza precedenti a spese di tutti noi?
In effetti qualcosa di molto grande è in corso e coinvolge Cina, Russia, Corea del Sud e Corea del Nord. Non è una nuova guerra di Corea, questo è chiaro. Ciò è la migliore spiegazione che vedo nell’improvvisa demonizzazione dell’amministrazione Obama della Corea democratica, basata sui fragili pretesti degli attacchi alla Sony Pictures. Le nuove sanzioni e demonizzazione della Corea sono una mossa disperata della cabala sempre più disperata che ha sequestrato ciò che rimane della democrazia costituzionale statunitense l’11 settembre 2001, quando George W. Bush convinse un terrorizzato Congresso degli Stati Uniti ad annullare il Bill of Rights con il Patriot Act e misure concrete da Stato di polizia fascista in nome della Santa Crociata di Bush contro il “terrorismo”. Sembra che il 2015 sarà un capitolo affascinante della storia mondiale, forse verso un modo più armonico per gli esseri umani di convivere senza pensare ai modi più ingegnosi per uccidere e sterminare l’altro in nome di qualcosa che nessuno riconosce realmente nella presente confusione morale.

northkoreamapnsrfinalF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La pace di Minsk-2, nuova vittoria di Putin

Valentin Vasilescu, ACS-RSSReseau International 15 febbraio 2015

309456-india-1418298727L’accordo di pace Minsk-2 concluso alle condizioni dettate dal Cremlino, è una chiara vittoria di Vladimir Putin. L’essenza di questa vittoria è nella frattura netta tra Europa e Stati Uniti, con Washington che ha innescato Euromaidan e poi ha tutto l’interesse di armare con armi moderne l’Ucraina facendo continuare i combattimenti nel Donbas, e quindi in Europa, rappresentata dalle grandi potenze economiche e militari Germania e Francia. Per ottenere ciò che si proponeva, il sottile Putin, negli ultimi due mesi, ha compiuto un paio di magistrali mosse scacchistiche che hanno steso gli statunitensi. Se con la Germania le cose erano più semplici da risolvere, non era così con la Francia. Dopo aver constatato il rifiuto di consegnare in tempo la portaelicotteri Mistral (per volere di Washington), Putin è stato costretto a giocare in modo tale da poter ripristinare i rapporti con la Francia senza che gli Stati Uniti potessero intromettersi. Nel dicembre 2014, Putin ha visitato l’India firmando contratti per la realizzazione di 12 reattori nucleari, per la consegna di petrolio per 10 anni e per la realizzazione congiunta con la GAIL (la maggiore società gasifera indiana) dell’estensione dei gasdotti russi all’India, pompandovi 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno. La Russia fornisce il 75% delle armi dell’esercito indiano e vi ha costruito negli ultimi tre decenni fabbriche di aerei, carri armati, missili e sistemi di artiglieria. Ciò ha permesso a Putin di diffondere la “voce”, subito ripresa dalla stampa internazionale, che il Ministro della Difesa di Delhi non avrebbe onorato il contratto di oltre 20 miliardi di euro per l’acquisto di 126 aerei multiruolo francesi Rafale, modificando l’opzione per la versione più recente del Su-30, il Su-30SM (biposto e con radar tipo AESA). Dal 1998 ad oggi, 137 aerei Rafale sono stati venduti, tutti all’aeronautica francese. 26 altri possono essere acquistati dall’esercito francese entro il 2019, ma solo se la catena di montaggio di Merignac si dimostra capace di produrne 55 all’anno. Questo è il motivo per cui l’esportazione è fondamentale per la società Dassault. Per la Russia, la costruzione di 126 aerei Su-30SM per l’India è una cosa molto facile da realizzare, soprattutto perché dal 2002 l’India ha costruito 200 Su-30MKI. Ma per il presidente francese Hollande la perdita di questo contratto è un disastro. Pertanto, il giorno dopo, Francois Hollande fece una visita lampo a Mosca per parlare con Vladimir Putin. Non possiamo dire esattamente di cosa abbiano discusso, ma si può intuirne il contenuto. Il secondo colpo di Putin in questo gioco degli scacchi ha avuto luogo il 12 febbraio 2015, durante la sua visita in Egitto. Dopo l’accordo tra Hollande e Putin, a Mosca, il governo di Cairo ha annunciato la firma di un contratto da 5 miliardi di euro con la Francia. Il contratto in questione consiste nella consegna di 24 Rafale della Dassault, di una fregata classe FREMM prodotta dai cantieri DCNS e di molti missili aria-aria prodotti dalla MBDA (i soli missili hanno un valore di 400 milioni di euro). Il cambio di rotta di Putin era evidente, perché la sua visita è stata preceduta nel novembre 2014 da quella del ministro della Difesa Sergej Shojgou, che ricevette l’elenco delle richieste dagli egiziani, incluso un contratto da 3 miliardi di dollari per l’acquisto di velivoli multiruolo MiG-35 o Su-30, per sostituire 50 MiG-21R, MF ed RFMM fabbricati nell’URSS nel 1971-1974. In ogni caso, la Russia non ha perso nulla, firmando in cambio un contratto per la costruzione della centrale nucleare di Daba, con quattro reattori da 1200 MW ciascuno.

ee0556ec-d791-442d-8001-c74a5547300fValentin Vasilescu, pilota dell’aeronautica ed ex-vicecomandante della base militare dell’aeroporto Otopeni, laureatosi in scienze militari presso l’Accademia di studi militari di Bucarest, nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sfide e prospettive della cooperazione tra Egitto e Russia

Viktor Titov New Eastrern Outlook 09/02/2015
20150209210501563afpIl 9-10 febbraio, il presidente russo Vladimir Putin si recherà in visita ufficiale in Egitto. Numerosi colloqui sono già stati programmati per considerare la prospettiva di un ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali nelle sfere politica, economica, umanitarie e militare. Il presidente della Russia discuterà la situazione in Medio Oriente e Nord Africa, in particolare in Iraq, Siria, Libia e il problema della sistemazione israelo-palestinese, con il suo omologo egiziano Abdalfatah al-Sisi. Va notato che la visita si svolge in un momento in cui i Paesi si trovano ad affrontare un numero sempre maggiore di sfide: la Russia cerca di superare gli effetti delle sanzioni economiche illegali imposte dall’occidente per la situazione in Ucraina, mentre l’Egitto si sforza di combattere in una situazione politica sempre più aggravata. Così l’esito dei negoziati avrà un effetto di vasta portata per i due Paesi, sia politico che economico. E’ degno di nota che Stati Uniti ed Arabia Saudita abbiano voluto impedire il rafforzamento del partenariato russo-egiziano, dato il ruolo cruciale che l’Egitto svolge in Medio Oriente, anche nonostante il notevole indebolimento delle sue posizioni dopo la rivoluzione “colorata” del gennaio 2011. Gli attacchi terroristici nella provincia egiziana di Sinai del Nord, il 29 gennaio, sono costati la vita di 30 persone lasciando oltre 100 feriti. Un gruppo di terroristi dal nome Ansar al-Bayt Maqdis, strettamente collegato allo Stato islamico, ha la responsabilità dell’ondata di terrore che recentemente spazza l’Egitto, tra cui recenti attacchi e numerosi atti di sabotaggio. In cima a tutto, l’ideologo dei Fratelli musulmani Yusuf al-Qaradawi ha indirizzato agli islamisti una serie di istigazioni. Residente in Qatar da quando c’è un mandato di cattura in Egitto per una serie di accuse di tradimento, estremismo e legami con organizzazioni terroristiche avanzate dal governo egiziano. E’ un peccato che, nonostante i notevoli sforzi delle autorità locali per porre fine alla crescita del radicalismo nel Paese, non siano riuscitieancora ad avere successo. E’ chiaro che con una dura crisi economica e l’assenza di reali miglioramenti nel tenore di vita della popolazione, il governo dell’Egitto abbia intrapreso una missione rischiosa promuovendo sentimenti anti-islamisti. Dopo tutto, se il comando militare non riconsidera l’atteggiamento nei confronti dei sostenitori dell’Islam moderato in Egitto, offrendo un modo per coinvolgerli legittimamente nella vita politica del Paese, la situazione dei movimenti clandestini islamisti può aggravarsi seriamente, e l’instabilità permanente, che affligge il nord della Penisola del Sinai, si diffonderà nel Paese. In precedenza, dopo il rovesciamento del presidente islamista Muhammad Mursi nel 2013, a causa dei torbidi politici indotti dagli Stati Uniti presso i loro satelliti arabi, pur sostenendo gli islamisti fino a un certo punto per poi schierarsi con i loro avversari, il governo di Cairo ha deciso di volgere lo sguardo verso Mosca. Così, il 26 luglio 2013, i manifestanti che sostenevano il Generale Abdelfatah al-Sisi scesero in strada con i ritratti del Presidente Vladimir Putin, e poi i politici egiziani invitarono ufficialmente il capo dello Stato russo. Quindi una nuova fase nelle relazioni bilaterali tra Federazione Russa ed Egitto è iniziata.
Nel novembre 2013 il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov insieme al ministro della Difesa Sergej Shojgu, giunse a Cairo. Negli stessi giorni l’incrociatore russo Varjag era ormeggiato nel porto di Alessandria, la prima nave da guerra russa negli ultimi 21 anni. Tuttavia, entrambe le parti hanno proceduto a sviluppare le relazioni bilaterali con cautela. Mosca e Cairo ripetono più volte che la Russia non cerca di sostituire gli Stati Uniti in Egitto. Appare abbastanza evidente che l’influenza statunitense nel Paese non è minacciata in alcun modo. Basti dire che il Generale al-Sisi, come la maggior parte dei suoi colleghi, s’è istruito negli Stati Uniti, mentre la maggior parte delle armi che l’Egitto possiede oggi provengono dagli Stati Uniti. Ma quali sono gli obiettivi della Russia in Egitto? Secondo gli analisti, sono la definizione di una posizione comune su una lunga serie di argomenti, tra cui crisi siriana, promozione della cooperazione economica bilaterale, con particolare accento sulle importazioni di cereali e turismo, e cooperazione militare, che si tratti di consegna di armi russe, partecipare ai programmi di addestramento degli ufficiali egiziani o possibile istituzione di una base navale russa sulle coste mediterranee. Il 12 agosto 2014, il presidente egiziano Abdelfatah al-Sisi visitava la Russia, come sua prima visita ufficiale all’estero in questa veste. Il presidente egiziano ha ricevuto un insolitamente caldo benvenuto a Mosca, che i leader arabi non vedevano dai tempi di Gamal Abdel Nasser, quando le relazioni bilaterali tra Unione Sovietica ed Egitto erano al culmine. Anche il Patriarca della Chiesa ortodossa russa, Sua Santità Kirill, accolse l’ospite con un discorso di benvenuto. La visita di Abdalfatah al-Sisi a Mosca aveva lo scopo di rafforzare il partenariato strategico tra Mosca e Cairo, quando l’influenza russa in Medio Oriente cresce e i sentimenti filo-USA calano di molto. L’affermazione si dimostra vera con il fatto che il presidente egiziano si recò in Arabia Saudita, alla vigilia del suo viaggio a Mosca. A Riyadh al-Sisi discusse con il re saudita Abdullah, mettendo particolare accento sulla necessità urgente di combattere il terrorismo. La marcia vittoriosa degli islamisti radicali in Iraq, il loro rafforzamento in Siria e i tentativi per destabilizzare il Libano non solo mettono in pericolo gli Stati del Golfo, ma minacciano tutto il mondo arabo. Non c’è da stupirsi che il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi sia diventato il simbolo della lotta all’Islam radicale, dopo aver rimosso dal potere l’ex-presidente Muhammad Mursi e vietato l’organizzazione radicale islamista dei Fratelli musulmani in Egitto. La chiave del cambiamento è stata la vittoria diplomatica della Russia in Siria, quando riuscì ad impedirne l’imminente invasione e salvare il Paese dalla distruzione totale. I governanti dei Paesi arabi hanno visto un forte attore politico sulla scena internazionale, in grado di difendere i propri interessi e i propri alleati, rifiutando di fare marcia indietro su una situazione difficile.
Sulla cooperazione militare bilaterale, l’elenco delle armi che la Russia può inviare in Egitto è lungo: una versione migliorata del caccia-bombardiere MiG-29, sistemi antiaerei, elicotteri da combattimento, missili a lungo e corto raggio e anticarro. Ma Mosca è disposta ad inviare le armi a condizione che l’Egitto possa pagarsele. E qui l’Arabia Saudita entra in gioco, disposta a fornire un generoso sostegno al regime egiziano. Questo Paese è pronto a fornire 2 miliardi di dollari a Cairo, necessari per il successo commerciale delle armi tra Cairo e Mosca. Egitto e Russia hanno deciso di tenere esercitazioni navali congiunte una o due volte l’anno e di cooperare nella lotta al terrorismo. Gli egiziani hanno offerto alla Russia di poter costruire una fabbrica di armi in Egitto, che potrebbe venderle a Paesi terzi. Quando Vladimir Putin sarà a Cairo, l’Egitto preparerà una serie di accordi dal valore complessivo di 3 miliardi di dollari, secondo cui MiG-29M/M2, sistemi di difesa aerea di diversi tipi, Mi-35, sistemi antinave, munizioni varie e armi leggere saranno inviati in Egitto. Le cosa vanno bene nella cooperazione economica. Nel marzo 2014 il Ministero dello Sviluppo Economico russo inviava una missione di aziende russe interessate a progetti comuni nel commercio e negli investimenti. La delegazione comprendeva rappresentanti delle 10 principali società russe. La delegazione russa ebbe incontri con i leader di sei ministeri dell’Egitto, così come con le principali aziende egiziane che potevano diventare potenziali partner. Il ministro dell’Industria, del Commercio e delle Piccole industrie egiziano Hatim Salah sostenne la proposta della missione russa di aumentare il volume del commercio bilaterale a 10 miliardi di dollari entro il 2020 (ora pari a 3,5 miliardi). Cairo ha invitato le organizzazioni russe a una più ampia partecipazione nella realizzazione di progetti infrastrutturali, per lo sviluppo del distretto industriale della zona occidentale del Canale di Suez, così come nella costruzione di nuove linee metropolitane nella capitale egiziana. Inoltre, entrambi i Paesi dovranno prestare particolare attenzione alla promozione dei progetti presentati dagli imprenditori russi nel loro viaggio d’affari in Egitto: promozione e certificazione in Egitto dell’aviogetto russo MC-21 che sarà costruito dalla società Irkut, partecipazione della società Russian Power Machines per modernizzare e migliorare la produzione di energia dell’Egitto; la consegna di attrezzature per l’edilizia (gru) Nameks e la prospettiva di costruirle in Egitto; la partecipazione di Gazprom Neft nelle aggiudicazioni ed acquisizioni di attività nell’industria petrolifera, la creazione di un centro di spedizione nazionale in Egitto e la conseguente produzione di vari dispositivi (tecnologie di navigazione russe); l’invio di attrezzature per costruzioni stradali della società Concern Tractor Plants.
Naturalmente, vi sono le difficoltà dovute alle sanzioni occidentali contro la Russia, in particolare nel settore del turismo. Il numero di turisti russi nell’ultimo anno è sceso della metà, e i russi rappresentavano il 50% dei turisti in Egitto. Il turismo egiziano può ancora essere salvato dal passaggio all’uso di monete nazionali. Il leader egiziano ha ordinato al governo di valutare tale opzione, con cui l’Egitto importerà beni dalla Russia pagandoli in lire egiziane, mentre i russi acquisteranno biglietti per il Mar Rosso in rubli. Quindi la visita di Putin in Egitto mira a divenire leva dell’ulteriore cooperazione complessiva tra Russia e Egitto, e perno del ritorno in Medio Oriente della Russia quale prima attrice.

41d5363aa841c515076bViktor Titov, Ph.D è un commentatore politico sul Medio Oriente, per la rivista online “New Eastrern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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