“Operazione Impensabile” e la minaccia di guerra USA-NATO alla Russia

Oriental Review, 9 maggio 2016Cinque giorni prima della celebrazione del 71° anniversario della capitolazione della Germania nazista alle truppe sovietiche e alleate nella Seconda guerra mondiale, il nuovo comandante supremo della NATO in Europa, Curtis Scaparrotti, annunciò che era venuto per battere i tamburi di guerra. Ignorando fatti storici e legittimi interessi russi, nel primo discorso dopo aver assunto l’incarico condannava il presunto “comportamento aggressivo russo che sfida le norme internazionali” e incitava i membri del blocco a “combattere stasera se la deterrenza fallisce”. Tale dichiarazione era correlata alla strategia militare e mediatica adottata dalla classe dirigente occidentale da decenni. Anche mettendo da parte la ben argomentata tesi secondo cui l’ascesa di Hitler a fuhrer del Terzo Reich nella Germania umiliata del dopoguerra fu un’operazione attentamente pianificata e condotta dall’intelligence militare statunitense, per metterla contro l’Unione Sovietica, l’analisi dei fatti disponibile dimostra che il nucleo del nazismo fu profondamente favorito dai centri ideologici occidentali molto tempo prima della sconfitta nel maggio 1945. Non c’è paradosso qui: la lotta per il dominio globale era (ed è ancora) l’idea fissa di molte élite nella storia dell’umanità, e su tale retrospettiva il fenomeno del nazismo tedesco va considerato come mero strumento dei suoi istigatori per raggiungere tale obiettivo. Nonostante alcune difficoltà tattiche (ad esempio, nel marzo 1939 Hitler improvvisamente fece il proprio gioco, ma fu ricondotto all’obbedienza nel maggio 1941), lo sviluppo generale del conflitto globale a metà del XX secolo fu ammissibile per le élite. Almeno alla Conferenza di Bretton Woods tenutasi nel luglio del 1944, il mese dopo che gli Alleati sbarcarono in Francia per controbilanciare l’offensiva sovietica in Oriente (che a quel punto avrebbe inevitabilmente portato alla sconfitta unilaterale dei nazisti da parte dell’URSS), fissò le regole chiave del monopolio finanziario del dollaro della Federal Reserve. (Secondo l’Atto finale di Bretton Woods, tutti i tassi delle valute internazionali erano legati a un paniere al 96% col dollaro della Federal Reserve e al 4% della sterlina inglese, potendo acquisire l’oro solo attraverso questo tasso; la Nota della Federal Reserve era quindi eguagliata all’oro come misura universale di valore).
La sfida principale che gli autori di Bretton Woods affrontarono all’inizio dei colloqui era l’atteggiamento sovrano della delegazione sovietica. Dovevano attirare l’Unione Sovietica in tale sistema draconiano con qualsiasi mezzo. Mentre Stalin e i suoi inviati non mostravano alcuna intenzione di essere tentati dalla carota, Wall Street dovette prendere il bastone. L’idea era raggiungere una tregua separata con la Wehrmacht sui teatri occidentale e meridionale per rinforzare il fronte orientale tedesco (in particolare, i documenti relativi all’operazione Sunrise nel marzo 1945 non ancora declassificati dagli Stati Uniti). A causa della tempestiva contromisura da parte dell’intelligence sovietica e dopo un duro scambio diplomatico, i tre colloqui per la tregua a Lucerna, in Svizzera, furono sospesi, ma i contatti clandestini nazisti-statunitensi procedettero. Di fatto, dalla fine di marzo 1945, senza alcuna tregua formale le truppe tedesche iniziarono ad arrendersi massicciamente alle forze anglo-statunitensi che avanzarono rapidamente verso Berlino incontrando i sovietici sull’Elba il 25 aprile 1945. Non sorprende che la famigerata rete Odessa (Organizzazione degli ex-membri delle SS) venisse attivata nello stesso momento permettendo a 30mila(!) criminali di guerra nazisti di fuggire dall’Europa attraverso “finestre” nella zona di occupazione anglo-statunitense. Molti furono in seguito legalizzati negli Stati Uniti per servire lealmente i nuovi padroni…
Una volta scomparso il “fattore tedesco”, gli “alleati” si affrettarono ad elaborare segretamente un nuovo piano di guerra per sconfiggere militarmente l’Unione Sovietica, esaurita dalla drammatica campagna durata quattro anni. Il dossier dell’Operazione Impensabile fu declassificata nel 1998. Secondo essa, il 1° luglio 1945 gli “alleati” previdero l’attacco alle forze sovietiche in Europa e alle aree industriali chiave dell’URSS. L’obiettivo era “imporre alla Russia la volontà degli Stati Uniti e dell’Impero inglese”. Così nell’estate 1945 Wall Street pianificò Barbarossa 2.0 per aggredire l’URSS, come quella lanciata dalla loro frenetica creatura Hitler quattro anni prima.Operazione impensabile: URSS: minaccia alla civiltà occidentale“, Gabinetto di guerra inglese, Staff della pianificazione congiunta (Bozze e rapporti finali: 22 maggio, 8 giugno e 11 luglio 1945), Ufficio del registro pubblico, CAB 120/691/109040/002. (declassificato nell’ottobre 2004)

Il motivo per cui il piano non fu mai attuato fu che gli esperti militari occidentali valutarono “l’equilibrio delle forze” in Europa insufficiente per un’efficace rapida sconfitta dei sovietici. Gli Stati Uniti possedevano in esclusiva la bomba atomica e speravano che tale minaccia avrebbe impressionato Stalin tanto da ratificare Bretton Woods. L’episodio di Potsdam tuttavia dimostrò il contrario, così gli Stati Uniti decisero di rendere questa minaccia più vivida. La certezza di 200mila morti giapponesi non significò molto per il presidente Truman nel suo Grande Gioco per l’egemonia della Federal Reserve. La conseguente Guerra Fredda (dopo che Stalin aveva definitivamente rifiutato la ratifica degli accordi di Bretton Woods nel dicembre 1945) va oltre l’ambito del presente articolo. Il fatto comunque è che la grandiosa e continua operazione mediatica per eguagliare Stalin e Hitler e rivedere e distorcere le verità fondamentali della storia moderna presso le persone “istruite” nel mondo, è solo un aspetto dell’agenda globale elitaria per sopprimere la prima potenza che si oppone al loro dominio illimitato sul mondo. Gli strumenti per creare tale dominio sono gli stessi: creazione di un progetto chimerico controllato (al-Qaida o nazismo ucraino) e interpretare il ruolo di “peacekeeper” e “filantropi” nel sanguinoso caotico conflitto.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Perché la Seconda Guerra Mondiale finì col fungo atomico

Dr. Jacques R. Pauwels, Global Research 6 agosto 2010

Lunedì 6 agosto 1945, alle 8:15, la bomba nucleare “Little Boy” fu sganciata su Hiroshima da un bombardiere B-29 statunitense, l’Enola Gay, che uccise direttamente circa 80000 persone. Entro la fine dell’anno, ferite e radiazioni portarono il totale delle vittime a 90000-140000”. [1]

Il 9 agosto 1945, Nagasaki fu l’obiettivo del secondo attacco atomico al mondo alle 11:02, quando il nord della città fu distrutto e circa 40000 persone furono uccise dalla bomba soprannominata “Fat Man”. Il bilancio delle vittime del bombardamento atomico ammontò a 73884, oltre a 74909 feriti, e altre diverse centinaia di migliaia di malati e morenti a causa del fallout e di malattie causate dalle radiazioni”. [2]Nel teatro europeo, la Seconda guerra mondiale terminò all’inizio del maggio 1945 con la capitolazione della Germania nazista. I “Tre Grandi” vincitori, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, ora affrontavano il complesso problema della riorganizzazione postbellica dell’Europa. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra piuttosto tardi, nel dicembre del 1941, e avevano iniziato a dare un contributo militare davvero significativo alla vittoria degli alleati sulla Germania con lo sbarco in Normandia nel giugno 1944, meno di un anno prima della fine delle ostilità. Quando la guerra contro la Germania finì, tuttavia, Washington si sedette con fermezza e sicurezza al tavolo dei vincitori, decisa a raggiungere quelli che potrebbero essere chiamati i suoi “obiettivi di guerra”. Come il Paese che aveva dato il maggior contributo e sofferto di gran lunga le peggiori perdite nel conflitto contro il comune nemico nazista, l’Unione Sovietica voleva importanti riparazione dalla Germania e la sicurezza da una possibile aggressione futura insediando in Germania, Polonia e altri Paesi dell’Europa orientale governi che non fossero ostili ai sovietici, come era avvenuto prima della guerra. Mosca si aspettava anche un risarcimento per le perdite territoriali subite dall’Unione Sovietica al tempo della Rivoluzione e della Guerra Civile e, infine, si aspettava che, con la terribile prova della guerra alle spalle, potesse riprendere la costruzione della società socialista. I capi statunitensi e inglesi conoscevano questi obiettivi sovietici e ne avevano esplicitamente o implicitamente riconosciuto la legittimità, per esempio alle conferenze dei Tre Grandi di Teheran e Jalta. Ciò non significò che Washington e Londra fossero entusiaste del fatto che l’Unione Sovietica raccogliesse i frutti dei suoi sforzi bellici; e indubbiamente in ciò si celò il possibile conflitto col principale obiettivo di Washington, cioè creare la “porta aperta” ad esportazioni ed investimenti statunitensi nell’Europa occidentale, nella Germania sconfitta, e anche nell’Europa centrale e orientale liberata dall’Unione Sovietica. In ogni caso, i capi politici e industriali statunitensi, incluso Harry Truman che successe a Franklin D. Roosevelt, nella primavera del 1945, avevano poca comprensione, e ancor meno simpatia, anche per le più elementari aspettative dei sovietici. Questi capi aborrivano il pensiero che l’Unione Sovietica ricevesse considerevoli riparazioni dalla Germania, perché un tale salasso avrebbe eliminato la Germania come mercato potenzialmente redditizio per le esportazioni e gli investimenti statunitensi. Invece, le riparazioni avrebbero permesso ai sovietici di riprendere, possibilmente con successo, il progetto di una società comunista, un “sistema in contrasto” al sistema capitalistico internazionale di cui gli USA erano diventati il grande campione. L’élite politica ed economica statunitense era indubbiamente profondamente consapevole che le riparazioni tedesche ai sovietici implicassero che le fabbriche tedesche delle filiali di società statunitensi come Ford e GM, che avevano prodotto armi per i nazisti durante la guerra (facendo molti soldi [3]) avrebbero prodotto per i sovietici invece di continuare ad arricchire proprietari ed azionisti degli Stati Uniti.
I negoziati tra i Tre Grandi ovviamente non avrebbero comportato il ritiro dell’Armata Rossa dalla Germania e dall’Europa dell’Est prima che gli obiettivi sovietici su riparazione e sicurezza fossero stati almeno in parte raggiunti. Tuttavia, il 25 aprile 1945, Truman apprese che gli Stati Uniti avrebbero presto disposto di una nuova potente arma, la bomba atomica. Il possesso di quest’arma aprì ogni sorta di prospettive inimmaginabili ma estremamente favorevoli, e non sorprende che il nuovo presidente e i suoi consiglieri fossero incantati da ciò che il famoso storica William Appleman Williams definì “visione da onnipotenza”. [4] Certamente non sembrò più necessario impegnarsi in difficili negoziati coi sovietici: grazie alla bomba atomica, sarebbe stato possibile costringere Stalin, nonostante gli accordi precedenti, a ritirare l’Armata Rossa dalla Germania e a negargli gli accordi del dopoguerra sul Paese, piazzare regimi “filo-occidentali” persino antisovietici in Polonia e nell’Europa orientale, e forse persino aprire la stessa Unione Sovietica agli investimenti statunitensi ed anche all’influenza economica e politica statunitense, riportando così l’eresia comunista in seno alla chiesa capitalista universale. Al momento della resa tedesca nel maggio 1945, la bomba era quasi, ma non del tutto, pronta. Truman quindi trattò il più a lungo possibile prima di accettare finalmente di partecipare alla conferenza dei Tre Grandi di Potsdam nell’estate del 1945, dove si decise il destino dell’Europa nel dopoguerra. Il presidente fu informato che la bomba sarebbe probabilmente stata pronta per allora, cioè pronta da usare come “martello”, come lui stesso affermò in un’occasione, che avrebbe agitato “sulle teste di quei tizi” [5] alla Conferenza di Potsdam, che durò dal 17 luglio al 2 agosto 1945. Truman ricevette infatti il messaggio tanto atteso che la bomba atomica era stata testata con successo il 16 luglio, nel Nuovo Messico. Da allora non si preoccupò più di presentare proposte a Stalin, ma fece invece ogni sorta di richieste; allo stesso tempo respinse inavvertitamente tutte le proposte avanzate dai sovietici, ad esempio sulle riparazioni tedesche, comprese proposte ragionevoli basate sui precedenti accordi interalleati. Stalin non mostrò l’auspicata volontà di capitolare, comunque, nemmeno quando Truman tentò di intimidirlo sussurrandogli minacciosamente che gli USA aveva acquisito un’incredibile nuova arma. La sfinge sovietica, che certamente era già stata informata della bomba atomica statunitense ascoltò con silenzio di pietra. Un po’ perplesso, Truman concluse che solo una dimostrazione effettiva della bomba atomica avrebbe persuaso i sovietici a cedere. Di conseguenza, a Potsdam non fu possibile raggiungere un accordo generale. In effetti, poco o nulla di sostanza fu deciso. “Il principale risultato della conferenza“, scrive lo storico Gar Alperovitz, “fu una serie di decisioni da non accettare al prossimo incontro“. [6]
Nel frattempo i giapponesi combattevano in Estremo Oriente, anche se la loro situazione era senza speranza. Erano infatti disposti ad arrendersi, ma insistettero su una condizione, cioè, che l’imperatore Hirohito avesse garantita l’immunità. Ciò contravveniva alla domanda statunitense della capitolazione incondizionata. Nonostante ciò, sarebbe stato possibile porre fine alla guerra secondo la proposta giapponese. In realtà, la resa tedesca a Reims tre mesi prima non fu del tutto incondizionata. (Gli statunitensi avevano accettato una condizione tedesca, cioè che l’armistizio entrasse in vigore solo dopo 45 ore, permettendo a quante più unità dell’esercito tedesco di sfuggire dal fronte orientale per arrendersi agli anglo-statunitensi, molte di queste unità sarebbero state tenute pronte, in uniforme, armate e sotto il comando dei loro ufficiali, per un possibile uso contro l’Armata Rossa, come ammise Churchill dopo la guerra). [7] In ogni caso, l’unica condizione di Tokyo era tutt’altro che essenziale. In effetti, più tardi, dopo che la resa incondizionata fu strappata ai giapponesi, gli statunitensi non infastidirono mai Hirohito, e fu grazie a Washington che poté rimanere imperatore peri altri decenni [8]. I giapponesi credevano di poter ancora permettersi il lusso di attribuire una condizione alla loro offerta di arrendersi perché la forza principale del loro esercito rimase intatta, in Cina, dove aveva trascorso gran parte della guerra. Tokyo pensava che avrebbe potuto usarlo per difendere il Giappone e quindi fare pagare agli statunitensi un prezzo alto per l’inevitabile vittoria finale, ma questo piano avrebbe funzionato solo se l’Unione Sovietica rimaneva fuori dalla guerra in Estremo Oriente; l’ingresso sovietico nella guerra, d’altra parte, avrebbe inevitabilmente inchiodato le forze giapponesi sul continente cinese. La neutralità sovietica, in altre parole, permise a Tokyo una piccola speranza; non in una vittoria, certo, ma nell’accettazione dagli statunitensi della loro condizione sull’imperatore. In una certa misura, la guerra col Giappone si trascinò, perché l’Unione Sovietica non vi era ancora coinvolta. Già alla Conferenza dei Tre Grandi a Teheran nel 1943, Stalin promise di dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla capitolazione della Germania, e ribadì l’impegno il 17 luglio 1945, a Potsdam. Di conseguenza, Washington contava sull’attacco sovietico al Giappone entro metà di agosto e quindi sapeva fin troppo bene che la situazione dei giapponesi era senza speranza. (“La fine dei giappi quando accadrà“, Truman confidò sul suo diario, riferendosi al previsto ingresso dei sovietici nella guerra in Estremo Oriente). [9] Inoltre, la Marina statunitense assicurò Washington di poter impedire ai giapponesi di trasferire il loro esercito dalla Cina per difendere la Patria dall’invasione statunitense. Dato che la Marina statunitense era indubbiamente in grado di piegare il Giappone con un blocco, l’invasione non era nemmeno necessaria. Privo di beni importati come cibo e carburante, il Giappone sarebbe capitolato incondizionatamente prima o poi.
Per far finire la guerra contro il Giappone, Truman aveva quindi varie opzioni molto interessanti. Poteva accettare la banale condizione giapponese sull’immunità per il loro imperatore; poteva anche aspettare che l’Armata Rossa attaccasse i giapponesi in Cina, costringendo così Tokyo ad accettare una resa incondizionata; o poteva farlo morire di fame col blocco navale che avrebbe costretto Tokyo a decidere per la pace prima o poi. Truman e i suoi consiglieri, tuttavia, non scelsero alcuna di queste opzioni; invece, decisero di mettere fuori combattimento il Giappone con la bomba atomica. Questa decisione fatale, che sarebbe costata la vita a centinaia di migliaia di persone, in maggioranza donne e bambini, offrì agli statunitensi notevoli vantaggi. In primo luogo, la bomba poteva costringere Tokyo ad arrendersi prima che i sovietici entrassero in guerra in Asia, rendendo così inutile consentire a Mosca di decidere sul Giappone del dopoguerra, sui territori occupati dal Giappone (come Corea e Manciuria), e in generale in Estremo Oriente e Pacifico. Gli Stati Uniti avrebbero goduto allora di un’egemonia totale su quella parte del mondo, forse il vero scopo della guerra (anche se non dichiarata) di Washington al Giappone. Fu alla luce di questa considerazione che la strategia del semplice blocco del Giappone fu respinta, dato che la resa poteva non avvenire se non dopo, forse molto dopo, l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica. (Dopo la guerra, l’US Strategic Bombing Survey affermò che “sicuramente prima del 31 dicembre 1945 il Giappone si sarebbe arreso, anche se le bombe atomiche non fossero state sganciate“). [10] Per i capi statunitensi, l’intervento sovietico nella guerra in Estremo Oriente minacciava di dare ai sovietici lo stesso vantaggio che l’intervento relativamente tardivo degli yankees nella guerra in Europa aveva dato agli Stati Uniti, vale a dire un posto alla tavola dei vincitori che impongono la propria volontà sul nemico sconfitto, creando zone di occupazione fuori dal suo territorio, cambiandone i confini, decidendone le strutture politico-economiche del dopoguerra, e quindi traendo enormi benefici e prestigio. Washington non voleva assolutamente che l’Unione Sovietica godesse di questi vantaggi. Gli statunitensi stavano per vincere sul Giappone, il loro grande rivale in quella parte del mondo. Non apprezzavano l’idea di accordarsi con un nuovo potenziale rivale, la cui detestata ideologia comunista poteva diventare pericolosamente influente in molti Paesi asiatici. Sganciando la bomba atomica, gli statunitensi speravano di finire immediatamente il Giappone ed operare in Estremo Oriente da cavaliere solitario, cioè senza che la loro vittoria venisse rovinata da indesiderati ultimi arrivati sovietici. L’uso della bomba atomica offrì a Washington un secondo importante vantaggio. L’esperienza di Truman a Potsdam lo persuase che solo una dimostrazione effettiva di questa nuova arma avrebbe reso Stalin sufficientemente flessibile. Nuclearizzare una città “giappa”, preferibilmente una città “vergine”, dove i danni sarebbe stati particolarmente impressionanti, incombeva come utile mezzo per intimidire i sovietici e indurli a fare concessioni su Germania, Polonia ed ‘Europa centrale ed orientale.
La bomba atomica fu pronta poco prima che i sovietici entrassero in Estremo Oriente. Anche così, la polverizzazione nucleare di Hiroshima il 6 agosto 1945 arrivò troppo tardi per impedirgli sovietici di entrare in guerra contro il Giappone. Tokyo non gettò immediatamente la spugna, come gli statunitensi avevano sperato, e l’8 agosto 1945, esattamente tre mesi dopo la capitolazione tedesca a Berlino, i sovietici dichiararono guerra al Giappone. Il giorno seguente, il 9 agosto, l’Armata Rossa attaccò le truppe giapponesi di stanza nel nord della Cina. Washington stessa da tempo chiese l’intervento sovietico, ma quando finalmente avvenne, Truman e i suoi consiglieri erano tutt’altro che estasiati dal fatto che Stalin avesse mantenuto la parola data. Se i governanti del Giappone non risposero immediatamente al bombardamento di Hiroshima con la capitolazione incondizionata, ciò fu dovuto al fatto che non poterono accertare immediatamente che solo un aereo e una bomba avevano causato così tanti danni. (Molti bombardamenti convenzionali avevano prodotto risultati altrettanto catastrofici: l’attacco di migliaia di bombardieri sulla capitale giapponese il 9-10 marzo 1945, ad esempio, aveva effettivamente causato più vittime del bombardamento di Hiroshima). In ogni caso, ci volle del tempo prima che la capitolazione incondizionata fosse imminente e, a causa di questo ritardo, l’URSS entrò in guerra col Giappone, dopotutto. Ciò rese Washington estremamente impaziente: all’indomani della dichiarazione di guerra sovietica, il 9 agosto 1945, una seconda bomba venne sganciata, questa volta sulla città di Nagasaki. Un ex-cappellano dell’esercito statunitense dichiarò in seguito: “Sono dell’opinione che questa sia stata una delle ragioni per cui la seconda bomba fu sganciata: perché c’era fretta. Volevano che i giapponesi capitolassero prima che arrivassero i sovietici“. [11] (Il cappellano poteva o no essere consapevole che tra i 75000 esseri umani “inceneriti, carbonizzati ed evaporati istantaneamente” a Nagasaki c’erano molti cattolici giapponesi anche un numero imprecisato di detenuti di un campo per prigionieri di guerra alleati, la cui presenza fu segnalata al comando aereo, senza risultati). [12] Ci vollero altri cinque giorni, cioè il 14 agosto, prima che i giapponesi capitolassero. Nel frattempo l’Armata Rossa compì notevoli progressi, con grande dispiacere di Truman e dei suoi consiglieri. E così gli statunitensi rimasero bloccati col socio sovietico in Estremo Oriente, dopotutto. O lo erano loro? Truman si assicurò che non lo fossero, ignorando i precedenti sulla cooperazione tra i Tre Grandi in Europa. Già il 15 agosto 1945, Washington respinse la richiesta di Stalin di una zona di occupazione sovietica nella terra dello sconfitto Sol Levante. E quando il 2 settembre 1945, il generale MacArthur accettò ufficialmente la resa giapponese sulla nave da battaglia Missouri nella Baia di Tokyo, i rappresentanti dell’Unione Sovietica, e degli altri alleati in Estremo Oriente come Gran Bretagna, Francia, Australia e Paesi Bassi, furono presenti solo come comprimari e spettatori. A differenza della Germania, il Giappone non fu diviso in zone d’occupazione. Il rivale sconfitto degli USA doveva essere occupato solo dagli statunitensi, con un loro “viceré” a Tokyo, il generale MacArthur, che avrebbe assicurato che, indipendentemente dai contributi apportati alla vittoria comune, alcun altra potenza avesse voce in capitolo negli affari del Giappone del dopoguerra.
Settantacinque anni fa, Truman non usò la bomba atomica per costringere il Giappone a cedere, ma aveva altre ragioni per usarla. La bomba atomica permise agli statunitensi di costringere Tokyo ad arrendersi incondizionatamente, a tenere i sovietici fuori dall’Estremo Oriente e, ultimo ma non meno importante, imporre la volontà di Washington sul Cremlino in Europa. Hiroshima e Nagasaki furono annientate per queste ragioni, e molti storici statunitensi lo sanno fin troppo bene; Sean Dennis Cashman, ad esempio, scrive: “Col passare del tempo, molti storici hanno concluso che la bomba fu usata per ragioni politiche… Vannevar Bush (il capo del centro per la ricerca scientifica statunitense) dichiarò che la bomba “fu consegnata in tempo, in modo che non ci fosse necessità di eventuali concessioni alla Russia alla fine della guerra“. Il segretario di Stato James F. Byrnes (il segretario di Stato di Truman) non negò mai la dichiarazione attribuitagli secondo cui la bomba fu usata per mostrare la potenza statunitense all’Unione Sovietica, per renderla più cedevole in Europa. [13] Lo stesso Truman, tuttavia, dichiarò ipocritamente all’epoca che lo scopo dei due bombardamenti nucleari era “riportare i ragazzi a casa”, cioè finire rapidamente la guerra senza ulteriori gravi perdite in vite umane statunitensi. Tale spiegazione fu ripresa acriticamente dai media statunitensi sviluppando un mito propagandato con entusiasmo dalla maggior parte degli storici e dei media di Stati Uniti e mondo “occidentale”. Quel mito che, per inciso, serve anche a giustificare potenziali futuri attacchi nucleari su obiettivi come Iran e Corea democratica, è ancora molto vivo, basta controllare i giornali di regime il 6 e 9 agosto!Jacques R. Pauwels, autore de Il mito della buona guerra: gli USA nella seconda guerra mondiale.

Note:
[1] Hiroshima.
[2] Nagasaki.
[3] Jacques R. Pauwels, Il mito della buona guerra: gli USA nella Seconda guerra mondiale, Toronto, 2002, pp. 201-05.
[4] William Appleman Williams, The Tragedy of American Diplomacy, New York, 1962, p. 250.
[5] Citato in Michael Parenti, The Anti-Communist Impulse, New York, 1969, p. 126.
[6] Diplomazia atomica di Gar Alperovitz: Hiroshima e Potsdam. L’uso della bomba atomica e il confronto statunitense col potere sovietico, Harmondsworth, Middlesex, 1985 (edizione originale 1965), p. 223.
[7] Pauwels, op. cit., p. 143.
[8] Alperovitz, op. cit., pp. 28, 156.
[9] Citato in Alperovitz, op. cit., p. 24.
[10] Citato in David Horowitz, Da Jalta al Vietnam: la politica estera statunitense nella guerra fredda, Harmondsworth, Middlesex, Inghilterra, 1967, p. 53.
[11] Studs Terkel, “The Good War”: An Oral History of World War Two, New York, 1984, p. 535.
[12] Gary G. Kohls, “Whitewashing Hiroshima: The Uncritical Glorification of American Militarism“.
[13] Sean Dennis Cashman, Roosevelt e la Seconda Guerra Mondiale, New York e Londra, 1989, p. 369.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La nuovissima superportaerei dell’US Navy è un casino

Jared Keller, Task and Purpose 13 febbraio 2018Il bilancio dell’anno 2019 del dipartimento della Difesa prevede un bel po’ di denaro per la quarta portaerei della classe Ford, ma la Marina dovrebbe aspettare abbastanza prima di vedere il sogno di una flotta di 11 portaerei realizzarsi. Tra le numerose navi incluse della Marina del previsto aumento del bilancio delle forze armate del presidente Donald Trump, vi sono tre cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke, due sottomarini della classe Virginia e il “primo anno del finanziamento completo” per la portaerei CVN 81, gemella della nuovissima Gerald R. Ford (CVN 78) da 13 miliardi di dollari che la Marina (e Trump) hanno fatto entrare in servizio lo scorso luglio. Ma a quanto pare, l’ultima valutazione tecnica del Pentagono della superportaerei di nuova generazione (e senza bagni) si rivela una nave da guerra incapace di eseguire le operazioni base di routine; la Marina il 7 febbraio chiedeva al segretario alla Difesa James Mattis di ritardare i test di shock critico della nuova portaerei, fin quando il secondo scafo della classe Ford, l’USS John F. Kennedy, sarà disponibile nel 2024; gli stessi test che i legislatori evitarono alla Marina nel giugno 2017. L’intensa valutazione della Ford del dipartimento della Difesa, condotta dall’ufficio del direttore dei test operativi e della valutazione, pubblicata lo scorso mese insieme ad altre analisi tecniche nel 2017, rivela “scarsa o ignota affidabilità di molti sistemi essenziali della Ford, tra cui catapulte, equipaggiamento di arresto, ascensori per armi e radar“. Questi sistemi non sono solo di alto profilo, ma sono fondamentali per i compiti della nave nell’antiterrorismo e nella dissuasione da grande potenza. “Le limitazioni potrebbero influenzare la capacità di CVN 78 di compiere sortite, rendendola vulnerabile agli attacchi o creando limitazioni durante le operazioni di routine“, afferma il rapporto. “L’affidabilità scarsa o ignota di questi sottosistemi critici è il rischio più significativo per la CVN 78“. Tra i problemi più clamorosi della nave: le “dannatissime” catapulte elettromagnetiche. Mentre i Boeing F/A-18F Super Hornet e il suo derivato EA-18G hanno sperimentato “eccessivo stress alla cellula” nei lanci, secondo il rapporto del DoD, la Marina aveva anche “identificato l’impossibilità d’isolare elettricamente il sistema di aviolancio elettromagnetico (EMALS) e le componenti del sistema di arresto avanzato (AAG) durante la manutenzione“, complicazione che significa che i marinai non potranno eseguire manutenzione o riparazioni dei sistemi più critici della nave.
Questo non è solo una vera rottura se qualcosa va storto durante i bombardamenti contro, per esempio, forze ostili al personale governativo statunitense in Siria: rende l’intero sistema inutile. Nell’attuale affidabilità, i gatti della Ford hanno “solo il 9% di possibilità di completare un’ondata di 4 giorni e il 70% di possibilità di completare una giornata di operazioni secondo la missione prevista senza errori critici“. Una bel giorno, col ponte pieno di marinai addestrati, la classe Ford fu progettata per ridurre l’equipaggio, ma è “sensibile alle fluttuazioni della manodopera” semplicemente perché le tecnologie di prossima generazione che abbraccia “non sono ben comprese”, afferma il rapporto. Più preoccupanti sono le prove d’urto che la Marina ritarda sulla Ford, dove piccole cariche di esplosivo vengono innescate nell’acqua intorno la nave per testare la resistenza dei sistemi sotto stress. Negli ultimi anni, le normative del DoD hanno stabilito che le prove di shock sulle navi complete, progettate per testare la resilienza dello scafo, vanno condotte a “due terzi della potenza di shock a cui le navi devono sopravvivere“; la spinta della Marina a ritardare persino tali test nominali solleva dubbi sulla fiducia degli ufficiali sulla nuova superportaerei.
L’aumento del bilancio per la difesa del 2019 di Trump prevede 1,8 miliardi di dollari per il “continuo sviluppo” delle tecnologie delle portaerei classe Ford, come riporta il 13 febbraio Defense News. Alcuni miliardi qui, altri là, molto presto parleremo di una portaerei operativa.Traduzione di Alessandro Lattanzio

All’ARA San Juan fu ordinato di spiare gli inglesi

Kontra Info, 4 febbraio 2018Come affermato nei precedenti rapporti diffusi da fonti russe, un nuovo documento tenuto segreto dal governo e dalla Marina conferma ora l’interazione militare tra il sottomarino ARA San Juan e le forze inglesi. Le responsabilità sono molte: chi potrebbe pensare d’inviare un sottomarino che non è in grado di navigare, secondo le udienze, in una missione così rischiosa nelle acque argentine ma controllate dalla Marina inglese? Se il viaggio precedente era già stato rilevato e seguito da un sottomarino nucleare inglese, non fu una missione suicida entrare in queste condizioni nello spazio controllato dal nemico storico dell’Argentina? Il ministro della Difesa potrebbe essere così inutile da non saperlo? Anche il “Comandante in Capo delle Forze Armate”, Mauricio Macri, non ne era a conoscenza? Nessuno si dimetterà per tale tragedia costata 44 vite per la completa inutilità delle nostre “autorità”? Sorprendentemente, il documento è filtrato da Infobae, un sito vicino all’ambasciata degli USA e al governo macrista, forse con l’intenzione di salvare quest’ultimo e incolpare la Marina, prima che siano pubblicate le stesse informazioni da altri media più critici verso l’amministrazione di Mauricio Macri. Né va escluso che le informazioni trapelate siano parte di un conflitto tra i servizi d’intelligence statunitensi ed inglesi, che al di là delle alleanze in molte questioni, hanno le loro dispute interne.
Vediamo i punti principali del documento filtrato:

Obiettivi inglesi
Secondo l'”Ordine Operativo del Comando Forza Sottomarina” n. 04/17 del 24 ottobre 2017, il sottomarino ARA San Juan doveva “compiere un riconoscimento preciso” e “avere posizione, identificazione, documentazione fotografica/cinematografica”… di aerei militari e logistici (RAF 130) che rispondessero al governo delle Isole Falkland e alla Royal British Air Force. La lettera afferma che doveva raccogliere informazioni su diverse navi, tra cui “BP CF HUNTER”, “HMS CLYDE” e “FPV PROTEGAT” (vedere pagina 3 del documento allegato)
– L’equipaggio aveva la missione di svolgere attività d’intelligence su parte della flotta e dell’aviazione da guerra e commerciale inglese di base nelle isole Falkland.
– I dati, sconosciuti fino ad oggi, furono negati dinnanzi le ripetute richieste di giornalisti e parenti dell’equipaggio dal Ministero della Difesa e dalla Marina.
– Le fonti militari non escludono che nel quadro di queste operazioni la nave da guerra argentina sia stata rilevata al di fuori della zona economica argentina da navi di pattuglia inglesi.
– Se è così, la manovra potrebbe essere stata interpretata come invasione di ciò che considerano zona di conservazione della pesca delle Falkland.
– Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui l’ARA San Juan fu osservato da vicino in una precedente missione, da un sottomarino nucleare inglese.
– Nella cartografia inglese, parte dell’area in cui era destinato il sottomarino è indicata come divieto di pesca per le navi non autorizzate dal governo delle isole Malvinas ed è pattugliata da mezzi veloci inglesi, simili a quelli utilizzati dalla Prefettura Navale Argentina per proteggere le ricchezze naturali nel mare.
– Per non lasciare dubbi sull’area in cui il sottomarino scomparso doveva condurre le operazioni di ripresa, localizzazione e identificazione, l’ordine stabiliva un’area di pattuglia chiamata “Juliana”.
– Copriva un’ampia area compresa tra latitudini e longitudini 46° 00′ S, 61° 30′ W, 46° 00′ S, 59° 34′ W, 47° 50′ S, 60° 24′ O, 47° 50′ S, 62° 20′ O, la cui proiezione mostra che il sottomarino e il suo equipaggio dovevano navigare in un’area che il Regno Unito considera propria. L’area Juliana è delimitata dalle latitudini e dalle longitudini 46° 00′ S, 61° 30′ W, 46° 00′ S, 59° 34′ W, 47° 50′ S, 60° 24′ O, 47° 50′ S, 62° 20′ O.
– Secondo questi documenti, al sottomarino argentino fu espressamente ordinato di violare l’articolo 111 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Convemar), che definisce il diritto d’inseguimento. Non ci sono documenti ufficiali che determinano se l’ARA San Juan abbia rispettato questa direttiva nella missione in cui è scomparso. Sì, d’altra parte, nella sua penultima navigazione.
– Il 9 e 10 luglio 2017, quando l’ARA San Juan rilevò il “ronzio” di un sottomarino nucleare presumibilmente inglese nell’area in cui navigava, che in questo caso la Marina argentina chiamava “Area Micaela”, gli accordi e i trattati internazionali furono violati.
– Il posizionamento del sottomarino argentino quando identificò la controparte nucleare lo localizza, secondo la cartografia navale, il 9 alle 19:48 a 18 miglia nautiche (33,3 km) all’interno della zona economica esclusiva dell’Argentina.
– La proiezione della proiezione da cui il “rumore sonar” proveniva, pone il sottomarino straniero vicino alla posizione dell’ARA San Juan. D’altra parte, il giorno dopo, il 10 luglio, alle 03:45, colloca l’ARA San Juan sulla linea immaginaria del limite esterno della Zona Economica Esclusiva. E questa volta il “rumore del sonar” individua il sottomarino nucleare molto più vicino al sottomarino argentino.
– Navigando prima della scomparsa, l’ARA San Juan individuò e fotografò gli obiettivi inglesi, come previsto nell’Ordine delle operazioni del comando della forza sottomarina n. 01, i dati non sono stati riportati nella relazione ufficiale sul caso.
– A questo punto sembra difficile che sia accaduto ciò che proprio il comandante Fernandez ha riconosciuto durante quella missione, che l’unico periscopio funzionante avesse l’ottica danneggiata, che poteva navigare solo a 5 nodi, che infiltrava acqua dal portello, che da quando era salpato il sottomarino presentava problemi al suo sistema di comunicazione, che dall’11.mo giorno di navigazione perdesse 50 litri di nafta al giorno e che, tra le altre irregolarità, “dal secondo giorno di navigazione fu rilevato un rumore permanente nell’asse tra i 65 e 85 giri al minuto (RPM), mantenutosi per tutta la navigazione“.
– Quei suoni, per un sottomarino, sono come i suoni del sonaglio di un bambino per i genitori: permettono di localizzarlo immediatamente. È molto probabile che sia uno dei motivi per cui il sottomarino nucleare non ebbe problemi nel rilevare l’ARA San Juan col sonar.
– Fino alla pubblicazione di questa nota, le autorità nazionali avevano tenuto segreto i compiti di spionaggio affidati al sottomarino.

Dopo l’incontro di Macri con Putin, la Russia si ritira dalla ricerca del sottomarino ARA San Juan
Kontra Info, 4 febbraio 2018Come annunciato, l’improvviso incontro di Macri con Putin poco dopo la tragedia del sottomarino ARA San Juan, non aveva nulla a che fare con “rafforzare i legami tra le due nazioni” e discorsi per la stampa. La presenza russa nelle acque argentine alla ricerca del sottomarino è stata sempre molto sorprendente, dato che era l’unica potenza militare ad esplorare l’area al di fuori della NATO, e la Russia è nemica di Gran Bretagna e Stati Uniti. Se Putin inviava una nave d’intelligence come la Jantar, non era certo per mera solidarietà. L’intelligence russa sa dell’informazione dell’interazione militare tra il sottomarino argentino e le forze inglesi, i cui documenti probativi riservati vengono ora filtrati. Navi come la Jantar e robot come il Panther Plus erano i più adatti a raccogliere prove su quell’informazione. E l’informazione è potere. Perciò Macri è andato rapidamente a Mosca per parlare con Putin, quando non l’aveva mai fatto prima (al contrario, aveva complicato il finanziamento dei progetti in Argentina come la diga Chihuido, allineandosi con Stati Uniti e Gran Bretagna per allontanarsi dalla Russia). Se le informazioni raccolte dalla Russia fossero rese pubbliche, si scatenerebbe uno scandalo internazionale che porrebbe fine al rapporto di Macri con la Gran Bretagna. Cosa ha negoziato Macri con Putin per indurre la Russia a ritirarsi dall’area senza rivelare ciò che è stato trovato? Cosa avrà offerto in cambio? Anche le potenze, oltre a mostrare solidarietà in una tragedia, hanno ovviamente interessi, non solo in questo caso, su ciò che si può ottenere in Argentina, ma anche contro altre potenze nemiche. Solo il tempo può rispondere a queste domande. La verità è che l’aereo russo Antonov An-124, uno dei più grandi del mondo, arrivato a novembre per unirsi alla ricerca del sottomarino ARA San Juan con un gruppo di soccorso e il robot sottomarino Panther Plus, lascerà la missione a fine di febbraio o ai primi di marzo. Ciò è confermato dai diplomatici russi. Come di solito accade con eventi di grande gravità e che colpiscono le grandi potenze, in questo caso il rapporto del governo argentino coll’attuale alleata Gran Bretagna (qualcosa di disonorevole, parlando di un nemico storico dell’Argentina che continua a usurparne il territorio), probabilmente non sapremo mai esattamente come si sono verificati gli eventi.
Macri è anche volto a fare di tutto questo un affare privato, poiché d’ora in poi solo poche navi della Marina argentina continueranno a cercare e verranno assunte compagnie private internazionali, che faranno fortuna per una ricerca che adatteranno alla realtà, senza disturbare la relazione strategica che Macri cerca di mantenere col nostro nemico storico.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le basi militari che gli USA vorrebbero mantenere segrete

Sputnik 02.02.2018Le basi militari segrete degli Stati Uniti sono circondate da miti. Quali scopi hanno, quante sono e in quali Paesi sono piazzate? Le immagini satellitari di alcuni siti che potrebbero essere tali basi che suscitano continua curiosità. Alcune di esse sono già state aperte al pubblico, altre sono ancora soggette a supposizioni. Tuttavia, anche se le autorità ne hanno svelate alcune, la loro posizione geografica e missione rimarrebbero sconosciute. Eccone alcune.

Area 6
Nel 2016, il Las Vegas Review-Journal pubblicò le istantanee di una base militare statunitense, l’Area 6. Secondo il giornale, il sito si troverebbe a circa 130 km a nord-ovest di Las Vegas, nel deposito di scorie radioattive di Yucca Mountain, nel Nevada, e sarebbe utilizzata per testare droni e piccoli aerei militari. In precedenza, secondo i media, il terreno sarebbe stato teatro di test nucleari sotterranei ultrasegreti. Il giornale notava che la base avrebbe una pista di atterraggio di circa 1500 metri, un grande hangar e molti edifici. Secondo la fonte, il nome ufficiale del sito non è noto, tuttavia molti turisti che viaggiano in Nevada in autobus o auto sostengono di aver visto la recinzione dell’Area 6, la cui costruzione costò alle autorità 9,6 milioni di dollari negli anni ’50. Tuttavia, la sua esistenza fu formalizzata dal governo degli Stati Uniti solo nel 2013.

Area 51
Le missioni della base militare statunitense nota come Area 51 non sono state rese pubbliche. Questo sito si trova nel deserto del Nevada ed è collegato alla Edwards Air Force in California. La base fu fondata nel 1955 e menzionata per la prima volta nei documenti ufficiali declassificati degli Stati Uniti nel 2013 che descrivono i test segreti del velivolo Lockheed U-2. Molti ufologi continuano a sostenere che la base sia utilizzata per stabilire relazioni segrete tra militari statunitensi e alieni.

Una base per droni in Arabia Saudita
Nel 2011, gli Stati Uniti costruirono una base militare in Arabia Saudita per condurre raid coi droni nella regione, il Washington Post l’annunciò nel 2013. Secondo quanto riferito dal quotidiano, uno degli attacchi da tale struttura avrebbe ucciso uno dei capi di al-Qaida nella penisola arabica (AQAP), Anwar al-Ulaqi, nel 2011.

Harvey Point
L’impianto Harvey Point Defense Testing, situato nella Carolina del Nord, è considerato una struttura della CIA. È in questa base che, secondo alcune fonti, le forze speciali della Marina degli Stati Uniti (Navy SEALs) si addestrarono per uccidere Usama bin Ladin. Il sito Cryptome ha pubblicato le immagini dell’installazione che, secondo i media, assomiglierebbe molto al luogo di residenza di Usama bin Ladin in Pakistan. L’installazione in questione fu costruita nel 1961.

Fort Detrick
Fort Detrick è un centro medico militare del Comando medico dell’esercito degli Stati Uniti, a nord della città di Frederick, nel Maryland. Fino al 1969, questa base era dedita alla realizzazione del programma di armi biologiche. Secondo Jakob Segal, biologo tedesco, l’HIV/AIDS fu creato a Fort Detrick. Inoltre, secondo uno studio pubblicato dalla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health (JHSPH) nel Maryland, molti casi di cancro furono registrati sul posto, correlabili alla base.

Traduzione di Alessandro Lattanzio