La quintessenza dell’esperienza cinese

He Wenping, Histoire et Societé 08/12/2017Quando Deng Xiaoping, capo architetto della riforma ed apertura della Cina, s’incontrò nell’agosto 1985 col presidente della Tanzania Julius Kambarage Nyerere, in visita in Cina, disse: “La nostra riforma è un esperimento per la Cina e il mondo. In caso di successo, possiamo fornire la nostra esperienza per la causa e lo sviluppo socialista nei Paesi sottosviluppati di tutto il mondo“. Oggi, a più di 30 anni dal lancio della politica di riforma e apertura, la Cina attrae l’attenzione del mondo sul suo fenomenale successo economico. Non solo ha raggiunto l’obiettivo di far uscire oltre 700 milioni di persone dalla povertà, ma è anche diventata la seconda economia mondaile proprio dietro gli Stati Uniti. In che modo la Cina ha compiuto questa brillante metamorfosi? Durante la riforma, come fece il Partito Comunista Cinese (PCC), da partito di governo, a consolidare la capacità di governare e ottenere sempre popolarità?

Sviluppo economico e governance politica
Negli ultimi trent’anni di riforme e apertura, la Cina ha accumulato una ricca e variegata esperienza nello sviluppo in molte aree: agricoltura, industria, commercio estero, riduzione della povertà, cultura e istruzione, sviluppo delle risorse umane, capacity building, ecc. Da tempo, i risultati dello sviluppo economico cinese sono ammirati e lodati dal mondo, anche nei Paesi occidentali. Per molti Paesi in via di sviluppo, attingere all’esperienza cinese, in particolare quella acquisita nella riduzione della povertà e nello sviluppo economico, sono l’obiettivo principale. Le conquiste della Cina in queste due aree sono applaudite e difficilmente contestate a livello internazionale. Tuttavia, la strada è ancora lunga e tortuosa prima che il mondo possa comprendere appieno la politica del governo cinese. Secondo alcuni, la riforma cinese si limita alla dimensione economica, mentre segna il passo nella dimensione politica. Secondo altri, la riforma economica cinese va troppo veloce, mentre il sistema politico, inadatto, alla fine crollerà. Alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, con la disgregazione dell’URSS e la fine della Guerra Fredda, nel mondo occidentale emersero grandi dibattiti e prognosi sul “crollo della Cina”, riecheggiando la tesi della “fine della storia” predicata dal ricercatore statunitense di origini giapponesi Francis Fukuyama. Come dimostrò di seguito, la Cina non è crollata, anzi! È impegnata a un passaggio più sicuro sul sentiero dello sviluppo e della stabilità. Tuttavia, i pregiudizi e le idee negative sul governo cinese, che hanno radici nell’ignoranza sulla Cina o nella mentalità da Guerra Fredda, persistono nell’opinione pubblica internazionale dominata dall’occidente. Questa “nuvola” formata a priori cominciò a dissiparsi all’inizio del XXI secolo, nel momento caratterizzato da un mondo globalizzato e scosso da nuovi sconvolgimenti, soprattutto nell’ultimo decennio. Mentre il mondo ha subito la crisi finanziaria nel 2008 e la primavera araba iniziava alla fine del 2010, due test di portata globale che minacciavano lo sviluppo economico e socio-politico, la Cina socialista guidata dal PCC non subì la crisi finanziaria, in risposta al terremoto che colpì l’epicentro capitalista, né subì le crisi socio-politiche come i disordini conosciuti nel mondo arabo, nonostante le previsioni di certi osservatori occidentali. D’altra parte, grazie al sistema politico con determinati vantaggi, si è dimostrata più resistente a pressioni e shock rispetto a Stati Uniti ed Europa, coi loro sistemi capitalistici. Pertanto, negli ultimi anni, la governance cinese è diventata oggetto di attenzione di una serie di analisi, oltre che a condividere l’esperienza dello sviluppo cinese. Nel settembre 2014 fu pubblicato per la prima volta il libro di Xi Jinping: La Governance della Cina. In soli due anni e mezzo, questo libro fu tradotto in molte lingue (inglese, francese, russo, arabo, spagnolo, portoghese, tedesco, giapponese, ecc.) e stampato in più di sei milioni di copie in oltre un centinaio di Paesi e regioni del mondo. Sempre più governi e partiti esteri, affascinati dalla prodezza attribuita alla “via cinese”, iniziarono a trarre idee dalla saggezza del partito al potere e dalla leadership cinesi. In particolare, molti Paesi in via di sviluppo sperano di trovare, attraverso l’esperienza cinese, il proprio sviluppo sull’attuale scacchiera internazionale, caratterizzata dal crescente multilateralismo e dall’ascesa del mondo non occidentale. Pertanto, l’esperienza cinese vede la propria attrattiva oltrepassare il quadro dello sviluppo economico raggiungendo la sfera governativa. Soprattutto dal 18° Congresso del PCC, i risultati della Cina, ad esempio nella costruzione del Partito e nella lotta alla corruzione, sono visti dalla comunità internazionale. Quindi, naturalmente, l’interesse dei Paesi in via di sviluppo nel “modello cinese” non è più limitato allo sviluppo economico, ma inizia ad interessare lo sviluppo politico, riflesso nella costruzione del Partito e della governance dello Stato. Inoltre, alcune misure come la formazione di partiti politici esteri, i dialoghi tra partiti e l’istituzione di meccanismi di scambio hanno svolto un ruolo importante nelle relazioni dei Paesi in via di sviluppo con la Cina.

Riforma progressiva
Uno dei principi al centro dell’esperienza cinese è procedere nella riforma in maniera graduale, bilanciando il rapporto tra riforma, sviluppo e stabilità, in un concetto di sviluppo che evolve col tempo. In un Paese in via di sviluppo in transizione, importanti riforme hanno inevitabilmente ripercussioni su struttura sociale e stabilità. Tuttavia, la riforma deve considerare la stabilità come premessa e lo sviluppo come finalità. La via cinese a riforma e apertura aderisce quindi al principio che “la stabilità è la priorità”. Come osservato da Deng Xiaoping, “la stabilità viene prima di tutto“. È necessario placare i disordini sociali e consolidare la stabilità prima di cercare lo sviluppo, e quindi mantenere la stabilità attraverso i frutti della riforma e dello sviluppo, al fine di raggiungere l’equilibrio coordinato tra stabilità, sviluppo e riforme. Nel corso della riforma economica e dello sviluppo, il governo cinese applicava l'”approccio per tentativi ed errori” per assicurarsi una transizione armoniosa, considerando che una riforma radicale potesse causare turbolenze nell’economia nazionale e quindi aumentare rischio e probabilità di fallimento della riforma. In altre parole, affrontare prima le domande più semplici e poi quelle più difficili, passo dopo passo. Inoltre, iniziare sempre con l’implementazione di progetti pilota e, in base ai risultati ottenuti, decidere se generalizzarli e promuoverli. Che si tratti dell’introduzione di un sistema di agricoltura a tasso fisso, basato sulla famiglia nelle zone rurali o della promozione delle imprese rurali, della riforma delle imprese pubbliche o della riforma del settore finanziario, senza dimenticare le riforme su occupazione, sicurezza sociale, distribuzione del reddito e registro civile, mirando a sostenere la transizione da un’economia pianificata a un’economia di mercato… In queste riforme, l’obiettivo è sempre stato ridurre lo shock dei gruppi più vulnerabili, oltre a limitarne o disperderne costi e rischi. In campo politico, anche nel rispetto di questa premessa sulla stabilità, ebbero luogo le riforme che consistevano nell’allargare gradualmente la partecipazione politica, promuovendo attivamente la ricerca e i saggi sulle elezioni democratiche (inizialmente organizzate a livello di base) e la democrazia di partito, con l’obiettivo di raggiungere massima partecipazione ed uguaglianza politica. È grazie a questa graduale e ordinata progressione che la riforma cinese ha potuto approfondirsi ciclo dopo ciclo. Allo stesso tempo, la riforma metodica ha permesso alla Cina di raggiungere, nel complesso, una transizione socioeconomica particolarmente ampia e profonda, in un periodo molto breve e in circostanze relativamente armoniose e stabili.
Dall’avvio delle riforme e dell’apertura più di trenta anni fa, oltre ad equilibrare le relazioni riforma-sviluppo-stabilità, il governo cinese, con le diverse generazioni di leader, si è impegnato a guidare lo sviluppo sempre, considerandolo secondo una concezione evolutiva, in modo da soddisfare costantemente le esigenze del momento. Considerando che “i problemi derivanti dallo sviluppo vanno risolti dallo sviluppo” e che “lo sviluppo è fonte e soluzione dei problemi”, utilizzando lo “sviluppo” come chiave multifunzionale nell’avviare le varie riforme. Proprio come sfide e compiti che la Cina deve affrontare si evolvono secondo le fasi dello sviluppo, il concetto di sviluppo cinese s’è rinnovato più volte negli ultimi trenta anni. Negli anni ’70 e ’80, alla fine della Rivoluzione Culturale, la maggiore sfida per la Cina era uscire dallo stato di debolezza e povertà e realizzare le “quattro modernizzazioni” dell’industria, dell’agricoltura, della difesa nazionale, delle scienza e tecnologia. Così, il capo architetto e pioniere della riforma e dell’apertura, Deng Xiaoping, avanzò i famosi precetti “Lo sviluppo è la pietra di paragone” o “Non importa se il gatto è nero o bianco, a condizione che prenda i topi”. Guidata da questo concetto di sviluppo, l’economia cinese è cresciuta rapidamente, con un tasso a due cifre. Tuttavia, questo sviluppo esponenziale ha prodotto effetti collaterali, tra cui lo sviluppo estensivo, l’inquinamento ambientale e l’aumento delle disparità di reddito. Al fine di risolvere i problemi derivanti dallo sviluppo, la terza sessione plenaria del 16° Comitato Centrale del PCC, tenutasi nell’ottobre 2003, presentava il nuovo concetto di sviluppo scientifico. I principi fondamentali di questo concetto sono: insistere sulla pianificazione generale senza trascurare ogni particolare area; porre l’uomo al centro di tutte le preoccupazioni; stabilire un concetto di sviluppo globale, coordinato e sostenibile; e promuovere sia lo sviluppo socioeconomico che umano. Secondo questo nuovo concetto di sviluppo scientifico, sarebbe semplicistico equiparare la crescita del PIL allo sviluppo e al progresso sociale e, a tale riguardo, gli squilibri in certe aree e regioni, dove il progresso sociale, il valore attribuito all’uomo e il benessere a lungo termine sono trascurati a favore di indici economici, acquisizioni materiali ed interessi immediati. In un momento in cui l’ambiente economico e commerciale internazionale è sempre più complesso e rischioso, il Comitato Centrale del PCC, con il compagno Xi Jinping al centro, lanciava il concetto di sviluppo innovativo, coordinato ed ecologico in modo tempestivo, aperto e condiviso. Xi ha detto: “Dobbiamo renderci conto che l’economia cinese, nonostante il volume che rappresenta, non è ancora solida e che, nonostante la crescita molto rapida, non mostra un qualità ottimale. Il nostro ampio modello di sviluppo, basato principalmente sui fattori di produzione, in particolare le risorse, stimolando crescita economica ed espansione del volume economico, non è sostenibile. È tempo di accelerare il passo dalla crescita guidata da fattori di produzione e massicci investimenti allo sviluppo guidato dall’innovazione”. In conclusione, è persistendo nell’idea di sviluppo, in sintonia col momento, che la Cina è diventata senza dubbio l’esempio tipico di Stato in via di sviluppo.

Governo forte e politiche adeguate
Il secondo principio al centro dell’esperienza cinese è avere un governo forte e impegnato nello sviluppo, così come leader visionari e politiche adeguate. In un Paese in transizione, è necessario avere, in determinati momenti e in alcune aree un “governo forte” con grande autorità politica e forte capacità di governance. L’obiettivo è unire la popolazione nazionale attorno a desiderio comune e senso di coesione, nonché combinare gli sforzi dell’intero Paese per far progredire le riforme economiche, sociali e politiche. Nella storia umana, i fatti hanno da tempo dimostrato che lo sviluppo economico può essere raggiunto in circostanze politiche diverse dalla democrazia occidentale. Negli anni ’60 e ’70 alcuni Paesi e regioni in via di sviluppo (come i “quattro dragoni asiatici”) registrarono una crescita economica piuttosto rapida. Per spiegare l’ascesa delle economie emergenti nell’Asia orientale, inclusa la Cina, molti ricercatori occidentali fecero ricorso al cosiddetto “Stato di sviluppo”. Secondo la loro definizione, “uno Stato in via di sviluppo è caratterizzato da un modello di sviluppo economico guidato da un governo forte e che mostra forte impegno allo sviluppo economico, un governo capace di mobilitare e ridistribuire efficacemente le varie risorse per promuovere sviluppo nazionale”. Sul regime politico, sebbene il sistema di collaborazione multipla e consultazione politica sotto la guida del PCC sia da tempo interpretato dalle società occidentali come “Partito unico e datato”, tutte le analisi oggettive riconoscono che “un solo partito al Potere da tempo” sa meglio assicurare la continuità politica. Elaborato per la prima volta nel 1949 sotto la guida del PCC, il piano quinquennale per il progresso sociale e lo sviluppo economico è giunto alla tredicesima edizione. Conformemente ai successivi piani quinquennali, la Cina continua gli sforzi in modo ordinato nella costruzione di infrastrutture, sviluppo di zone economiche speciali, nonché cooperazione internazionale nelle capacità produttive e nella costruzione della Nuova via della Seta. Inoltre, il PCC continua a sviluppare le squadre di management nei vari livelli col sistema del mandato, della leadership collettiva, della selezione per merito e della proposta competitiva. È quindi assicurando il “buon governo” piuttosto che perseguendo indiscriminatamente la “democratizzazione elettorale” che il PCC cerca di accrescere la popolarità, fondamento del governo dello Stato. Inoltre, sebbene i risultati dello sviluppo economico della Cina siano noti e riconosciuti in tutto il mondo, pochissimi sembrano capire che la Cina ha condotto la riforma economica simultaneamente e in simbiosi con la riforma socio-politica. I risultati ottenuti con la riforma economica sono quindi indissociabili dagli sforzi compiuti nell’ambito della riforma socio-politica. Negli ultimi trent’anni sono state condotte numerose riforme progressive con la supervisione del potere e l’attuazione del contropotere, come nel sistema di gestione, nel sistema di nomina di alti dirigenti, nel sistema elettorale (elezioni interne del partito, ma anche elezioni di base), nei sistemi legislativo e giudiziario, così come nel sistema decisionale. In questo modo, la riforma economica può progredire continuamente e in profondità, e durante la grande transizione socio-economica, i diversi gruppi etnici e strati sociali riescono a vivere in armonia e a conciliare i propri interessi. Certamente, la Cina deve ancora affrontare molte sfide nel processo di sviluppo, come il divario tra ricchi e poveri o disuguaglianze tra le diverse regioni. Ma dal punto di vista diacronico, i cinesi godono sempre più di diritti economici, sociali e politici, oggi a un livello senza precedenti nella storia. Questo è forse il motivo per cui il “Consenso di Pechino” incentrato sullo sviluppo può competere col “Washington Consensus” della liberalizzazione economica. Inoltre, il “consenso di Pechino” è oggi apprezzato da un numero crescente di Paesi in via di sviluppo.*He Wenping, ricercatore presso l’Istituto Chahar e presso l’Istituto di ricerca dell’Asia occidentale e dell’Africa dell’Accademia delle scienze sociali cinese.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Russia e America Latina: prospettive promettenti nella cooperazione militare

Alex Gorka, SCF 08.12.2017L’America Latina rappresentava solo il 4,6% delle vendite di armi russe all’estero nel 2000-2016, con Venezuela e Nicaragua maggiori acquirenti. La Russia fa passi da gigante per espandere la propria quota di vendite sul mercato delle armi latinoamericano. Le sanzioni imposte da Stati Uniti ed UE hanno sospinto i contatti economici della Russia con le altre economie mondiali. L’America Latina sembra presentare proprio questa opportunità. Mosca vanta una forte presenza diplomatica, specialmente in Paesi come Brasile, Venezuela, Colombia, Argentina, Messico, Cile e Cuba. Con 300 milioni di persone e un PIL complessivo di oltre 1 trilione di dollari, il MERCOSUR è l’enorme mercato comune dei Paesi sudamericani comprendente la maggior parte degli Stati del continente. Vladimir Putin ha incontrato il Presidente della Bolivia Evo Morales a margine del terzo vertice del Forum dei Paesi esportatori del gas (20-24 novembre). “C’è interesse nei settori dell’energia, dell’ingegneria e dell’alta tecnologia. Siamo pronti a collaborare anche nella cooperazione tecnologica militare”, affermava l’omologo boliviano. Il colosso russo dell’energia Gazprom opera in Bolivia, iniziando la produzione nel giacimento Incahuasi nel 2016 e prevedendo d’iniziare la perforazione nel blocco Azero per il 2018. Gazprom è interessato alla perforazione a La Ceiba, Vitiacua e Madidi. All’inizio di quest’anno, Rosneft avviò l’esplorazione petrolifera nella regione amazzonica del Brasile, dopo aver acquistato una partecipazione per la perforazione di pozzi nel bacino del Solimoes. La Bolivia è anche terreno fertile per le esportazioni di armi made in Russia. Il comandante dell’Aeronautica boliviana ha raccomandato che La Paz acquisisca l’aereo da attacco leggero russo Jakovlev Jak-130 Mitten per sostituire i Lockheed T-33 in servizio. L’Esercito boliviano ha un requisito per nuovi mezzi corazzati e veicoli da combattimento per i quali considera equipaggiamento russo. I due Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione per la difesa ad agosto, primo passo della Russia per maggiori trasferimenti di armi in Bolivia. Questa è una parte di un quadro molto più ampio.
Il 6 dicembre, Nikolaj Patrushev, Segretario del Consiglio di Sicurezza russo, concluse il viaggio in America Latina che lo portò in Brasile e Argentina. La cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza nazionale e tra forze dell’ordine e agenzie d’intelligence era in cima all’agenda. La delegazione russa includeva il capo del Servizio federale per la cooperazione tecnico-militare. C’era una buona ragione per cui vi facesse parte. Il continente rappresentava solo il 4,6% delle vendite di armi russe all’estero nel periodo 2000-2016, con Venezuela e Nicaragua maggiori acquirenti. La Russia fa passi da gigante per espandere la quota di vendite nel mercato delle armi latinoamericano. Quest’anno partecipava a quattro mostre per la difesa. “La Russia presta grande attenzione al rafforzamento delle posizioni sul mercato delle armi nei Paesi dell’America Latina“, ha detto Aleksandr Denisov, capo del Dipartimento attività di marketing dell’esportatore di armi russo Rosoboronexport alla fiera Expodefensa 2017 di Bogotà (Colombia), del 4-6 dicembre. Lo stand di Rosoboronexport presentava oltre 250 sistemi d’arma ed equipaggiamenti militari. L’aereo da combattimento Jak-130, i caccia multiruolo super-manovrabili Su-35 e Su-30MK, il caccia multiruolo di prima linea MiG-29M, gli elicotteri da combattimento Mi-28NE, Ka-52, Mi-35M e l’elicottero da trasporto pesante Mi-26T2, il sistema antiaereo Pantsir-S1 e il sistema di difesa aerea a lungo raggio Antej-2500 erano i sistemi d’arma più promettenti che la Russia offriva agli acquirenti dell’America Latina. I potenziali clienti latinoamericani sono tradizionalmente attratti dai sistemi di difesa aerea della Russia, in particolare dal sistema missilistico/d’artiglieria di difesa aerea Pantsir-S1, dai sistemi Tor-M2KM e Buk-M2E e dai portatili Igla-S. Gli elicotteri Mi-17, Mi-26T2 e Ansat sono al centro dell’attenzione pubblica. Le corvette Proekt 20382 Tigr, le motovedette Proekt 14310 Mirazh e i sottomarini diesel-elettrici Proekt 636 attirano l’attenzione degli ufficiali di vari Paesi del continente. Armi ed equipaggiamenti militari delle forze di terra russe, utilizzate anche dalle unità speciali anticrimine, antiterrorismo e antinarcotici sembrano molto richieste. Russia e Argentina sono in trattativa per l’acquisizione di caccia MiG-29. Il Brasile è interessato all’acquisto del sistema di difesa aerea missilistica e d’artiglieria Pantsir-S1 e altri SAM portatili Igla-S, già venduti al Paese. Colombia, Perù, Venezuela, Uruguay e Argentina hanno espresso interesse per caccia come il Sukhoj Su-30 attualmente operativo in Siria. Le consegne di armi russe alla Colombia hanno raggiunto i 500 milioni di dollari in oltre 20 anni. L’esercito colombiano ha oltre 20 elicotteri da trasporto Mi-17 russi.
Rosoboronexport, l’agenzia responsabile della vendita di armi all’estero attualmente partecipa ad alcune gare in Argentina, Brasile, Colombia, Messico e Perù sia per armamenti di terra che aerei. Mosca è pronta a creare impianti di produzione autorizzati per fabbricare armi e attrezzature militari di progettazione russa nei Paesi dell’America Latina. È anche pronta a partecipare alla progettazione congiunta e costruzione di navi per le flotte latinoamericane. A fine novembre, la Russia aderiva alle operazioni internazionali per salvare l’equipaggio del sottomarino argentino San Juan, schierando un dispositivo telecomandato marittimo. Un aeromobile russo Antonov inviò il Pantera Plus, un sommergibile senza equipaggio in grado di scansionare col sonar fino 1000 metri di profondità, effettuando le ricerche insieme alla nave da ricerca scientifica Jantar. Ordinata nel 2015, la Jantar può fungere da nave madre per i minisommergibili classe Konsul che raggiungono la profondità di 6000 metri e sono anche dotati di manipolatori e altri dispositivi per operazioni subacquee complesse. La nave stessa ha rilevatori avanzati per determinare la posizione precisa del sottomarino. Questo è un buon esempio di cooperazione militare con uno Stato latino-americano. Le attrezzature di ricerca e soccorso subacquee della Russia viste in Argentina possono interessare qualsiasi Paese dotato di sottomarini. Con l’America Latina non più cortile degli Stati Uniti, le prospettive di una cooperazione in tutti i settori, compreso quello militare, sono promettenti e c’è interesse da entrambe le parti a spronare il processo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – AuroraSito

Guerra fredda tra Stati Uniti e Iran sulla Siria

Elijah J. Magnier 30 novembre 2017La guerra in Siria volge al termine, ma presto sarà sostituita da una guerra diversa, più diretta e dura, una guerra che contrappone Paesi vicini o attivi in territorio siriano. Questa guerra riguarda Paesi con interessi e ambizioni regionali, come Stati Uniti, Turchia, Iran e Israele. Questi Paesi cercano di stabilire equazioni e contrappesi che gli consentano di rimanere nel Levante e raggiungere gli obiettivi. La differenza fondamentale è che solo l’Iran ha un alleato incrollabile nell’equazione, alleato che si è opposto in questi anni di guerra, mentre tutti avevano scommesso sul suo crollo in poche settimane o qualche mese dall’inizio del conflitto. Questo alleato è il Presidente Bashar al-Assad.

Stati Uniti e Siria
Gli Stati Uniti hanno chiaramente definito il proprio obiettivo politico in Siria e cercheranno di raggiungerlo, anche se le possibilità di successo sono scarse. Nel momento in cui la guerra contro lo “Stato Islamico” (SIIL) non è ancora finita, le forze statunitensi hanno stabilito una sorta di coesistenza con l’organizzazione terroristica, che rimane sotto loro protezione (la Russia non è autorizzata a entrare nella zona operativa degli Stati Uniti). Questa protezione viene fornita fintanto che lo SIIL non attacca le forze statunitensi e loro agenti curdi e arabi che combattono sotto la bandiera delle “Forze Democratiche Siriane” (SDF). Le forze statunitensi hanno fermato gli attacchi aerei nelle zone ad est dell’Eufrate controllate dallo “SIIL”. Il gruppo non sarà attaccato fintanto che le sue forze combattenti continueranno a pianificare attacchi contro Esercito arabo siriano ed alleati. Secondo fonti della base di Humaymim, gli Stati Uniti continuano a dispiegare droni sulle aree ad est del fiume per monitorare lo SIIL senza ostacolarne i movimenti nell’area. A meno che non ci sia l’opportunità di permettersi combattenti stranieri considerati miglioro (stima della fonte), i droni statunitensi continueranno a ronzare sui cieli siriani sopra lo SIIL ed alleati nell’area. Ciò che è successo nelle ultime settimane indica che gli Stati Uniti hanno permesso allo SIIL di muoversi liberamente nell’area da loro controllata ed unire le forze per attaccare le forze siriane ed alleate (Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche, combattenti iracheni di al-Nujaba ed Hezbollah) e rallentarne l’avanzata su al-Buqamal, cercando invano d’impedirne la liberazione. La politica statunitense è contraria agli obiettivi secondo cui le forze internazionali a guida USA sono sbarcate in Siria per combattere il terrorismo. Washington agisce come forza d’occupazione, badando solo ai propri interessi, che a volte portano a proteggere lo SIIL che può essere manipolato e mobilitato entro linee da non attraversare senza rischiare di essere attaccati. L’eliminazione del terrorismo non sembra più essere obiettivo di Stati Uniti e partner europei e arabi attivi in Siria. Washington cerca di trovare un equilibrio con Damasco e Teheran, immaginando che lo SIIL sia un contrappeso ad Hezbollah e Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) in territorio siriano, con l’enorme differenza che, al contrario degli Stati Uniti, Iran ed alleati sono presenti su richiesta del governo siriano. Potranno ritirarsi quando il pericolo di SIIL e al-Qaida cesserà o quando Damasco sarà convinta di poterli sconfiggere e fare ritirare le forze d’occupazione. Tuttavia, la politica statunitense in Siria è lasciare che la minaccia taqfira aleggi su Bilad al-Sham e Mesopotamia, ad est dell’Eufrate e nel deserto di Anbar. Lo SIIL è attivo qui dal 2001 (inizialmente con un nome diverso) e ne conosce la geografia. Il gruppo terroristico potrebbe quindi, come si aspettano le forze in campo, colpire regolarmente gli eserciti siriano e iracheno causando ripetuti incidenti. Le forze statunitensi e russe hanno diviso est ed ovest dell’Eufrate in aree di interesse controllate da ciascuna. Pertanto, le forze aeree russe e siriane non possono violare questo accordo senza entrare in conflitto con gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno anche imposto la regola d’ingaggio alle forze siriane ed alleate: se le forze statunitensi vengono attaccate in Siria, colpiranno le forze iraniane o filo-iraniane nel Levante. È probabile che tale situazione diventi molto pericolosa per gli Stati Uniti e i loro interessi in Siria, Iraq e nella regione. Molte forze irachene sono pronte ad attaccare gli statunitensi se mai attaccassero l'”Asse della Resistenza” a cui questi gruppi iracheni aderiscono.
Sui curdi siriani, iniziano a capire che gli Stati Uniti li hanno usati per i propri fini politici. Gli Stati Uniti non deluderanno la Turchia, membro della NATO e nemico dichiarato dei curdi siriani, solo per compiacere i loro nuovi agenti curdi. Gli Stati Uniti cercano solo d’insediarsi in una zona non ostile mentre le loro truppe continuano ad occupare la Siria settentrionale. La Turchia crede di avere il diritto di colpire i curdi e cerca di sospingere le proprie forze verso Ifrin, al confine nord-ovest della Siria. La Turchia non attaccherà i curdi dall’altra parte del fiume finché le forze USA vi saranno schierate. L’ultimo punto è l’intenzione di Washington di sfruttare la presenza di 11 o 12 milioni di rifugiati siriani all’estero e di sfollati interni per le prossime elezioni presidenziali. Gli Stati Uniti hanno chiesto alle Nazioni Unite di prepararsi a sovrintendere alle elezioni monitorandole. Pertanto, tutti i Paesi (specialmente Libano e Giordania) devono trattenere i rifugiati siriani ed impedirgli di tornare a votare a casa. Stati Uniti ed UE credono di poter influenzare le elezioni presidenziali e avere alle urne quello che non possono avere sul campo di battaglia (il cambio di regime).Iran e Stati Uniti in Siria
L’Iran non esiterà ad annunciare il ritiro delle proprie forze dalla Siria per indebolire gli obiettivi degli Stati Uniti. L’Iran mantiene la presenza di circa 250 consiglieri militari in Siria e ha inviato alcune migliaia di soldati a combattere in Siria dal 2013. Hanno svolto un ruolo di primo piano, specialmente nelle battaglie di Aleppo, Hama e Badiyah (steppe siriane), insieme alle forze alleate. L’Iran, tuttavia, ha consiglieri e ufficiali in Siria dal 1982 (invasione israeliana del Libano), avendo ottenuto la benedizione dei leader siriani quando il Presidente Hafiz al-Assad era al potere. Questa presenza continua perché Siria ed Iran (ed Hezbollah) fanno parte dell'”Asse della Resistenza”, diventato molto più potente da quando fu creata nel 2010, in risposta alle minacce di George. W. Bush che definì Iran e Iraq (più la Corea democratica) “asse del male”. L’Iran non darà alcuna scusa per convincere gli Stati Uniti ad attaccare le proprie truppe perché i due protagonisti, Stati Uniti e Iran, sanno che le forze statunitensi saranno prese di mira direttamente in Medio Oriente nei prossimi anni, finché viste come forza d’occupazione in Siria. È quindi improbabile che l’Iran punti direttamente sulle forze statunitensi. L’Iran sostiene il Presidente Bashar al-Assad e ha molti alleati che non vogliono nient’altro che attaccare le forze USA se rimanessero in Siria o cercassero di colpire gli alleati siriani. Su Hezbollah, gli Stati Uniti non avranno mai il coraggio di attaccarne le forze terrestri o le basi in Siria (e Libano). Se lo faranno, i missili strategici di Hezbollah colpiranno sicuramente Israele. I leader di Hezbollah hanno già preso questa decisione e la metteranno in pratica se Israele attaccasse mai le posizioni di Hezbollah in Siria. Hezbollah e le forze iraniane hanno anche isolato il valico di frontiera di al-Tanaf, dove le forze anglo-statunitensi hanno stabilito un’area di sicurezza di 55 chilometri per impedire alle forze siriane ed alleate di raggiungerla. Inoltre, le forze irachene avanzavano dal lato iracheno, per completare l’accerchiamento delle forze anglo-statunitensi. Tali forze sono in piuttosto pessime condizioni. L’occupazione della frontiera di al-Tanaf le costringe a badare a circa 40000 famiglie siriane sfollate nella zona, la cui unica via di rifornimento passe dall’aria o dal deserto iracheno. Ci sono anche molti gruppi ad Hasaqah che hanno imparato a usare sofisticati ordigni esplosivi improvvisati e camuffati in modo che gli Stati Uniti capiscano il messaggio: siate pronti a pagare il costo della vostra presenza in Siria in vite umana. Assad sostiene anche che le tribù arabe di Raqqa e Hasaqah siano pronte a resistere. Assad è deciso a recuperare tutti i giacimenti di petrolio e gas ad est dell’Eufrate, compresi quelli ancora occupati dallo SIIL protetto degli Stati Uniti. Tuttavia, la Russia potrebbe iniziare a cercarvi petrolio e gas (oltre che al largo delle coste mediterranee) per garantire l’approvvigionamento del governo siriano. Anticipando le forze statunitensi ad al-Buqamal, le forze di Damasco ed alleati riuscirono a prendere il controllo di tutte le città siriane nella regione, ad eccezione di Raqqa, completamente devastata dai bombardamenti statunitensi. Damasco non ha obiezioni al fatto che Stati Uniti ed UE ricostruiscano ciò che hanno distrutto, a condizione che lascino il Levante una volta per tutte.
Tornando alle elezioni presidenziali, il Presidente al-Assad non accetterà di fissare una data precisa finché gli sfollati e i rifugiati non saranno tornati a casa, soprattutto quando il grosso della “Siria Utile” è libera (con l’eccezione di Idlib e Dara). Così, Assad monitora attentamente le cose, essendo pienamente consapevole che il piano d Stati Uniti, UE ed ONU per rovesciarlo (tramite le urne) è solo un pio desiderio occidentale. D’altra parte, la Turchia già parla di ripristinare i rapporti con Assad. I curdi siriani le cui forze sono sotto il comando degli Stati Uniti aprono anche molti canali con Damasco, poiché consapevoli che gli Stati Uniti li molleranno alla prima occasione, una volta che non serviranno più ai loro scopi. I curdi vogliono uno Stato federale, una richiesta che non sarà soddisfatta da Damasco. Assad non vuole discutere alcuna riforma fin quando la Siria sarà occupata (come lo è da Turchia e Stati Uniti). Su Israele, è l’anello debole tra Stati Uniti e Hezbollah perché paga il costo del suo tentato cambio di regime in Siria e le dinamiche sul terreno ora cambiate. Hezbollah e Iran non lasceranno la Siria e non cederanno ad alcuna area di sicurezza finché saranno in territorio siriano ed Israele continuerà ad occupare le alture del Golan. Ancora più importante, il Presidente Assad è pronto a dare alla resistenza siriana libero sfogo sulle alture del Golan e ad imporre nuove regole d’ingaggio ad Israele in risposta a qualsiasi violazione dello spazio aereo. La presenza statunitense in Siria non sarà una festa. Va da sé che il futuro si promette interessante.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le carenze militari degli USA: essere i più costosi non significa essere i migliori

Andrej Akulov SCF 29.11.2017L’aumento delle spese militari è una delle principali promesse della campagna presidenziale del presidente Trump. La spesa fiscale per la difesa 2018 presentata dal comitato congiunto Camera-Senato arriva a 692 miliardi di dollari, inclusi 626 miliardi per le spese di base e 66 per il fondo per le Overseas Operations (OCO). Ci sono altre spese relative ad altre agenzie di sicurezza, che superano i 170 miliardi. Includono l’Amministrazione nazionale per la sicurezza nucleare del dipartimento per l’Energia, il dipartimento per gli Affari dei veterani, il dipartimento di Stato, la Sicurezza nazionale, l’FBI e la sicurezza informatica del dipartimento di Giustizia. Le spese per la difesa rappresentano quasi il 16% di tutte le spese federali e la metà delle spese discrezionali. Gli Stati Uniti spendono di più per la difesa nazionale degli altri otto maggiori bilanci nazionali per la difesa del mondo: Cina, Arabia Saudita, Russia, Regno Unito, India, Francia e Giappone. Le discussioni sulla necessità di aumentare le spese militari sono una questione popolare. È opinione diffusa che gli Stati Uniti siano la potenza militare più formidabile che il mondo abbia mai visto. Senza dubbio, la potenza militare statunitense è grande, ma le loro forze armate non sono impeccabili. I piani di costruzione incontrano molti ostacoli. Ci sono punti deboli abbastanza gravi da mettere in dubbio l’efficacia degli attuali programmi di difesa e la preparazione al combattimento dei militari, sia in una guerra nucleare che convenzionale. Alcuni esperti sostengono che un primo attacco statunitense eliminerebbe la maggior parte della capacità di secondo attacco della Russia, con un numero limitato di missili nucleari da lanciare per rappresaglia bloccati dalla difesa antimissili balistici. Non vale la pena entrare nei dettagli. Anche se missili nei silo e sottomarini nucleari lanciamissili balistici strategici (SSBN) ormeggiati nelle basi venissero messi fuori combattimento, gli SSBN e gli aerei strategici russi di pattuglia si vendicherebbero, infliggendo danni inaccettabili. Il rischio c’è sempre ed è imprevedibile. Nessuno sano di mente ci proverebbe. In effetti, esiste la minaccia rappresentata dai missili da crociera a lungo raggio basati in mare e aria e dai bombardieri stealth B-2. Ma “alcuni” non bastano per un primo attacco. Se il nemico mantiene la capacità d’infliggere danni inaccettabili con un attacco di rappresaglia, la capacità limitata di colpirlo per primo è inutile. Inoltre, la velocità dei vettori è relativamente lenta e il rilevamento tempestivo è impossibile da evitare. Molta fuffa viene sollevata dal concetto Prompt Global Strike (PGS): la capacità d’attacco aereo convenzionale mirato in qualsiasi parte del mondo entro un’ora. Nessuna arma del genere è all’orizzonte nonostante gli sforzi finora applicati. Con spese per la difesa molto più ridotte, la Russia guida la corsa. La tecnologia delle armi ipersoniche “Boost Glide” presuppone l’uso di missili balistici o bombardieri, che verrebbero rilevati. Il PGS lanciato con alianti verrebbe avvistato provocando la rappresaglia nucleare. Gli Stati Uniti in realtà commetterebbero un suicidio colpendo la Russia con armi convenzionali innescando la risposta nucleare. Il primo missile d’attacco rapido convenzionale della Marina degli Stati Uniti fu testato il 30 ottobre. L‘US Navy iniziò a studiare il missile balistico a raggio intermedio lanciato da sottomarini (SLIRBM) per adempiere alla missione PGS intorno al 2003. Ma compiva la prima prova 13 anni dopo! E il vettore era un missile balistico. Viene confermato dal Cmdr. Patrick Evans, portavoce del Pentagono, che dichiarava: “Il test ha raccolto dati sulle tecnologie di spinta cinetica ipersonica e sulle prestazioni sperimentali nel volo atmosferico a lungo raggio“. Quindi, tecnologia che prolunga il volo. Il passaggio dai missili balistici a quelli ipersonici con traiettoria da crociera sin dall’inizio, per evitare che l’avversario confonda un missile balistico convenzionale con un missile nucleare, è ancora un sogno irrealizzabile. Non c’è nulla di testato finora. Il concetto PGS non potrà piegare la Russia. Colpire gruppi di terroristi con armi costose e sofisticate è delirante; non sono obiettivi per cui sprecare queste costose armi. E il principio del rapporto costo-efficacia? Ad ogni modo, dopo un grande sforzo, il programma PGS offre poco di cui essere orgogliosi, almeno per ora.
Il Congresso ha stanziato 190 miliardi di dollari per i programmi di difesa contro i missili balistici (BMD) dal 1985 al 2017. Per quasi due decenni, gli Stati Uniti hanno cercato di acquisire la capacità di proteggersi da limitati attacchi missilistici a lungo raggio. Alcuni risultati sono stati evidentemente esagerati. Sono disponibili capacità molto limitate contro missili non sofisticati e senza alcun rapporto con l’arsenale di Russia o Cina. In realtà, nulla è riuscito per poter parlare seriamente di reali capacità BMD. Il laser aerotrasportato YAL-1 è un esempio di sforzo costoso fallito. Il laser da 5 miliardi è in deposito. Il MRAP (Veicolo protetto contro le mine) è un altro esempio di fallimento. L’investimento di quasi 50 miliardi nel MRAP non ha senso. I veicoli pesantemente protetti non sono più efficaci nel ridurre i danni dei veicoli corazzati medi, sebbene siano tre volte più costosi. Molti veicoli MRAP sono stati consegnati a forze partner o venduti per rottamarli. Lo Stryker è la spina dorsale dell’esercito. Dopo anni di servizio, non ha ancora potenza di fuoco e protezione. Stryker sono andati persi in Afghanistan, dove il nemico non aveva blindati, aviazione, artiglieria o armi anticarro efficaci. Il veicolo ha uno scafo sottile. Uno Stryker è inutile contro un carro armato. Non è progettato per manovrare contro altri veicoli da combattimento ed è destinato a essere sconfitto dal nemico. Non ha protezione antiaerea. A cosa serva è una domanda senza risposta. L’esercito statunitense è scarsamente protetto dalle minacce aeree. Il THAAD è buono solo per la difesa missilistica, non per la difesa aerea. Il Patriot PAC-3 è destinato a contrastare missili balistici e da crociera tattici. Ha una capacità molto limitata contro gli aerei. PAC-1 e PAC-2 compatibili con gli aeromobili sono stati aggiornati nella variante PAC-3 e venduti all’estero. Non sono rimasti che gli Stinger portatili a corto raggio, con una gittata di 8 km e una quota massima di 4 km. Questo è uno svantaggio molto serio che rende le truppe estremamente vulnerabili ai raid aerei.
La nave da combattimento litoranea della Marina (LCS) è una classe di navi di superficie relativamente piccole destinate alle operazioni nel litorale (vicino le coste). Era destinata ad agire da nave agile e furtiva in grado di eliminare minacce antiaccesso e asimmetriche nei litorali. Il mese scorso, i costruttori navali Austal e Lockheed Martin ricevettero 1,1 miliardi per costruirne due. Sviluppo e costruzione di questa classe di navi sono afflitti dai costi. Le LCS sono afflitte anche da numerosi problemi, tra cui fratture strutturali, guasti del sistema informatico, fusione dei gruppi elettrogeni, tubi che scoppiano, problemi di propulsione ed errori di trasmissione potenzialmente disastrosi. E per giunta, gli ufficiali sono scettici sull’efficienza in combattimento. L’anno scorso, il presidente del comitato dei servizi armati del Senato John McCain criticò il programma, affermando che ben 12,4 miliardi di dollari sono stati sprecati dal dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per 26 navi da combattimento litoranee prive di capacità di combattimento. Secondo il direttore del test operativo e di valutazione del Pentagono, J. Michael Gilmore, alcuna delle due varianti LCS ora costruite da appaltatori concorrenti sopravviverebbe in combattimento, un fatto che mina l’intero concetto operativo della classe. È improbabile le LCS possano adempiere ai requisiti della difesa aerea della Marina. La nave è equipaggiata per una missione alla volta. Le LCS, male armate e prive di sensori, sacrifica moltissimo all’alta velocità, compresa l’autonomia e probabilmente la resistenza ai danni. Non è chiaro il motivo per cui la Marina dovrebbe averne bisogno. Corvette e fregate europee sono meno costose e più efficienti.
L’F-35 diventerà la spina dorsale dell’US Air Force e della Navy. Dovrebbe sostituire e migliorare diversi velivoli attuali ed obsoleti. Avviato nel 2001, il programma è il progetto più deficitario nella storia degli Stati Uniti. Quasi un decennio indietro rispetto al programma, non è riuscito a soddisfare molti dei requisiti progettuali originali. Il presidente Trump ha interrotto il programma a febbraio. Il costo unitario per aereo, superiore ai 100 milioni, è il doppio di quanto preventivato. Commercializzato come aereo da combattimento multiruolo potente e conveniente per garantire la supremazia aerea, risulta carente in queste cose. Gli aerei al momento non possono volare in caso di maltempo o di notte, e non sono stati impiegati in combattimento. Con così tanti soldi e tempo spesi, è troppo tardi per cancellare il programma o modificarlo significativamente. Il Pentagono ha dichiarato che l’F-35 “è troppo grande per fallire”. Secondo la CNBC, “L’F-35 simboleggia tutto ciò che c’è di sbagliato nella spesa della Difesa statunitense: produttori incontrollati ed incontrollabili (in questo caso, Lockheed Martin), e una cultura del Pentagono incapace di seguire adeguatamente i dollari dei contribuenti“. Mandy Smithberger del progetto di riforma militare Straus ritiene che “molti perdite derivino da cattiva gestione e concorrenza nei principali programmi di acquisizione come F-35 e LCS”. La portaerei Gerald Ford costava 13 miliardi di dollari produrla. È in ritardo di due anni e, secondo il principale tester del Pentagono, non può combattere. Ha problemi col controllo aereo, il movimento munizioni, l’autodifesa, lancio ed atterraggio di aerei. Un rapporto dell’Ufficio per la responsabilità del governo ha rilevato che la combinazione di problemi di costi, ostacoli ingegneristici e sistemi tecnologici non testati è allarmante e va affrontata dal Congresso. Alcuni esperti hanno anche sottolineato che nell’epoca dei missili a lungo raggio e potenti, le portaerei saranno obsolete (ma ancora incredibilmente costose) come risorse strategiche.
Le perdite del Pentagono sono aumentate vertiginosamente. Il rapporto 2016 dell’Ispettore Generale del dipartimento della Difesa rilevava che l’esercito ha speso 2,8 trilioni di dollari per aggiustamenti di voci contabili errate in un solo trimestre del 2015 e 6,5 trilioni per l’intero anno. Il servizio mancava di ricevute e fatture per supportare quei dati o semplicemente li inventava. Secondo War is Boring, “Il comando delle operazioni speciali degli USA ha speso milioni di dollari per droni minuscoli senza sapere che non funzionavano, il dipartimento per i Veterani ha speso 6 miliardi usando carte d’acquisto per piccole transazioni e l’esercito cerca disperatamente di assumere qualcuno per installare, riparare ed ispezionare le attrezzature per parchi giochi delle scuole del Pentagono in Europa“. Aggiungete gli scandali per martelli da 100 dollari, sedili dei WC da 300 dollari e muffin da 16 dollari. La spesa di 50000 dollari per indagare su bombe capaci d’inseguire elefanti africani è la storia di spreco del Pentagono preferita da tutti. Nonostante sia al vertice delle spese militari, l’esercito statunitense ha gravi carenze ed è impantanato nei problemi. Le carenze nella pianificazione militare riducono notevolmente le capacità operative. Il rapporto costo-efficienza è un grosso problema. Essere il più costoso non rende automaticamente l’esercito statunitense il migliore.

Lo YAL-1 rottamato

Traduzione di Alessandro Lattanzio – AuroraSito

L’Ungheria nel mirino di Soros

Tom Luongo, 29 novembre 2017Nonostante siano stati amici intimi, non vi è alcuna fuga d’amore tra il Presidente ungherese Viktor Orban e il miliardario campione del cambio di regime George Soros. Orban, come il Presidente Vladimir Putin, ha assunto il ruolo della difesa degli interessi dell’Europa orientale contro Soros, come Putin degli interessi della Russia. E questo è precisamente il motivo per cui entrambi sono diffamati dai media occidentali come dittatori neo-hitleriani. Naturalmente, tale caratterizzazione è praticamente senza senso, ma questo è il campo di cui ci occupiamo oggi. Negli ultimi mesi Orban è sul sentiero della rielezione, chiedendo apertamente che l’influenza di Soros su politica, istruzione e governo ungheresi sia sradicata. E Soros ha risposto con una confutazione scritta male che aiuta la credibilità dell’accusa di Orban. Niente di tutto ciò, tuttavia, è una novità. Nemmeno l’annuncio della scorsa settimana del dipartimento di Stato degli Stati Uniti che si appresta a spendere 700000 dollari per agire contro la rielezione di Orban.

Smascherare Soros
Qual è la novità che ciò implica. L’annuncio pubblico dell’addetto d’affari David Kostelancik l’ha detto, in aperta opposizione al buon rapporto di Trump con Orban e mettendo in difficoltà il segretario di Stato Rex Tillerson. Non è un segreto che l’ambasciata degli Stati Uniti a Budapest sia ancora presidiata dagli incaricati dell’amministrazione Obama che continuano i loro compiti perché il Congresso si rifiuta di confermare le nomine di Trump e Tillerson su quest’area. Quindi, è ovvio che si tratti della mossa disperata di Soros per attivare i suoi servi nel dipartimento di Stato. Questa è una palese violazione della politica dichiarata da Trump a non impegnarsi più nei cambi di regime. È anche il culmine dell’ipocrisia dell’isteria russofoba sui media statunitensi nelle elezioni del 2016. L’influenza di Soros in Europa viene diffusa a tutti i livelli. Due settimane prima qualcuno pubblicava la “Lista di Soros” dei deputati al Parlamento europeo e di altri funzionari dell’Unione europea che finanzia e presumibilmente ha sotto controllo. Non ho sentito alcuna smentita da tale gruppetto, e ciò può e deve essere considerato un’ammissione. E a causa di ciò che il costo per continuare ad influenzare le cose da dietro le quinte sia aumentato drammaticamente. Si ricordi che a luglio Israele, tra tutti i posti, fece di tutto per criticare l’influenza di Soros in Ungheria. Ne riferivo dicendo: “Ciò cambiò quando un portavoce del ministero degli Esteri israeliano, in maniera non ufficiale, denunciò Soros in relazione alla politica ungherese. Poi vedo questo rapporto su Israele che sarebbe in procinto di dichiarare Soros “Nemico dello Stato” introducendo una legge simile quelle di Ungheria e Russia intralciando seriamente gruppi come OSF e Human Rights Watch (HRW) che operano da dietro le quinte. L’introduzione di questa proposta di legge sarebbe collegata alla visita del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Budapest questa settimana”. Fu un importante punto di svolta nella narrazione su costui. La pubblicazione della Lista di Soros è un altro. Va ringraziato Orban per averlo detto apertamente. E ci vorrà molto più dei 700000 dollari agli Stati Uniti per influenzare materialmente la rielezione di Orban. Ma Orban non permette alcuna possibilità, perciò sollecita apertamente la diaspora transilvana in Romania a registrarsi per il voto. La risposta dei funzionari rumeni, che ovviamente coprivano Soros e i suoi servi nell’Unione europea, era comica per l’indignazione.

L’indipendenza di Visegrad
Quello che accade in Ungheria si replica in tutta l’Europa dell’Est. Dal rifiuto della Polonia di seguire la linea UE sull’immigrazione, in linea col muro dal grande successo dell’Ungheria, al Presidente ceco in visita a Mosca dove parlava solo in russo per dire che la Russia è “dieci volte più importante” della Francia. Attori come Soros disprezzano l’etnocentrismo in qualsiasi forma. La cultura condivisa è qualcosa da distruggere insieme all’esperienza condivisa. L’intera mentalità progressista/marxista consiste nel costruire muri comunicativi tra generazioni e gruppi distinti per indebolirli. La Russia di Putin è diventata il faro della via d’uscita da questo pasticcio. Ha integrato con successo territori problematici come la Cecenia in Russia, senza imporre una soluzione culturale centralizzata. In effetti, è la conservazione degli imperativi culturali che guida gran parte del successo diplomatico e militare di Putin negli ultimi sedici anni. E non importa quanti soldi Soros e i suoi agenti del dipartimento di Stato spendano per cambiare le cose, alla fine perderanno. Quando leggo che i capi nazionalisti polacchi e, finora russofobi, si stancano delle assurdità emanate da Kiev, un governo che il nostro dipartimento di Stato e Soros hanno messo al potere per destabilizzare la Russia, allora si sa che è solo questione di tempo prima che l’intero casetllo crolli. Orban ha elevato immensamente il profilo internazionale dell’Ungheria da Presidente. E ha seguito con successo la leadership di Putin come statista che influenza Repubblica Ceca, Austria e Germania. Con Angela Merkel alle corde, i socialdemocratici in Germania vengono corrotti per accettare la “grande coalizione” per mantenere vivo il sogno. Theresa May perde supporto tentando di sabotare i negoziati sulla Brexit. Ad un certo punto, i miliardi di dollari spessi diverranno un grosso dispiacere e un casino che si dovrà sistemare.Traduzione di Alessandro Lattanzio