Il ‘Pivot in Asia’ dell’Arabia Saudita

Jean Perier, New Eastern Outlook, 25/03/2017

L’anno scorso non va descritto come il periodo migliore nelle relazioni tra Arabia Saudita e Stati Uniti, dato che gli interessi di queste due nazioni sono mutati drasticamente negli anni. Oggi, Washington e Riyadh hanno posizioni diverse su argomenti importanti come Siria, Iran, conflitto israelo-palestinese, Egitto, cosiddetta “democratizzazione” del Medio Oriente e dumping del prezzo del petrolio proposto da Washington nel tentativo di minare l’economia della Russia. Uno dei principali confronti nelle relazioni bilaterali USA-Arabia Saudita è il cosiddetto Justice Against Sponsors of Terrorism Act approvato dal Congresso l’anno scorso. La risposta saudita è stata dura, con Riyadh che annunciava piani per vendere 750 miliardi di dollari di titoli del Tesoro e altre attività nel tentativo d’impedirne il sequestro. In queste circostanze l’Arabia Saudita cominciava ad esplorare la possibilità di sviluppare rapporti bilaterali con Stati che potrebbero sostituire gli Stati Uniti quale principale sostenitore, avviando contatti attivi con la Russia e numerosi Stati membri dell’UE. Finalmente rendendosi conto che l’era unipolare è finita, Riyadh ha deciso che è il momento di cercare un posto nel mondo in cui diversi Paesi, culture e civiltà hanno un ruolo. Inoltre, questo processo viene usato per mostrare il dispiacere di Riyadh verso la politica di Trump compiendo un’inversione a U distanziandosi dal globalismo che persegue gli interessi degli Stati Uniti. Così, il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud decise di recarsi in Malaysia, Indonesia, Brunei e Maldive, oltre che in Giappone e Cina. Nell’annuncio ufficiale del viaggio, l’obiettivo fu indicato come ricerca per rafforzare i legami con i maggiori importatori di petrolio saudita in Asia, oltre ad esplorare le possibilità di mitigare la dipendenza dalle esportazioni di petrolio. Commentando questo viaggio, un giornalista di uno dei principali giornali sauditi notava che c’erano due componenti in questo viaggio:
La visita di Salman nei Paesi musulmani (Malesia, Indonesia, Brunei e la Repubblica delle Maldive) nel quadro del progetto di Riyadh di ristrutturazione economica e sociale denominata “Vision 2030″, per acquisirne l’esperienza nella coesistenza di rappresentanti di varie religioni e gruppi etnici e nello sviluppo economico.
Le visite agli “amichevoli giganti economici” Cina e Giappone nel tentativo di migliorare la cooperazione strategica con essi.
Il viaggio era volto a dimostrare il Perno in Asia di Riyadh e si concluse il 18 marzo, di fatto, riprendendo il cambiamento geopolitico che Washington di Obama e Mosca perseguono. Nella visita di Salman nei primi quattro Paesi, Ryadh dimostrava il desiderio di costruire legami militari e politici, in particolare con Malaysia e Indonesia a maggioranza musulmana e che rientrano nella cosiddetta “alleanza militare islamica” proposta dall’Arabia Saudita nel 2015. Non va dimenticato che l’Indonesia è uno dei maggiori fornitori di manodopera dell’Arabia Saudita, con la cifra record di 1,4 milioni di cittadini che lavoravano in Arabia Saudita nel 2010, anche se il numero è sceso recentemente. A tal proposito, uno dei temi cardine della discussione fu la domanda sulla futura presenza nel regno dei migranti provenienti da questi Paesi, soprattutto alla luce dell’intenzione di Riyadh di espellere circa cinque milioni d’immigrati clandestini. Il valore degli accordi firmati nel quadro del Project Vision 2030, con la Malaysia sarà di 9 miliardi e con l’Indonesia di 4,6 miliardi di dollari, indicando che la prima parte del viaggio del monarca saudita è riuscita.
Nella visita di Salman in Giappone, è stato il primo re saudita a visitare questo Stato negli ultimi cinque decenni. La delegazione saudita era composta da un migliaio di uomini arrivati a Tokyo su dieci aerei di linea. Mentre commentava il viaggio, la stampa giapponese sottolineava che l’Arabia Saudita rimane il “primo fornitore di petrolio” del Giappone, con Riyadh che copre un terzo delle importazioni di petrolio di Tokyo. Un grande successo della visita di re Salman in Giappone è stato l’accordo per lo sviluppo della partnership strategica basata sulla “Joint Saudi-Japanese Vision 2030”, con l’intenzione saudita di sostenere la presenza militare giapponese al largo delle coste della penisola arabica e in Africa orientale. La visita in Cina è stata avviata dal fatto che Vision 2030 che re Salman propose un anno prima, è destinato a fallire senza investimenti cinesi. A questo punto è chiaro che nessun altro investirà denaro o tecnologie nel regno saudita. Dopo tutto, l’Europa è occupata dai propri problemi, come gli Stati Uniti, mentre il deficit di bilancio del regno continua a crescere, soprattutto alla luce delle guerre del dumping dei prezzi del petrolio in cui era impegnato. La cooperazione tra Cina e Arabia Saudita negli ultimi anni guadagna slancio, riflettendo i cambiamenti delle priorità strategiche di Pechino. Oggi la Cina è il secondo maggiore importatore (18% del totale delle importazioni) e il primo maggiore esportatore (22% delle esportazioni totali) del regno saudita. Allo stesso tempo, la Cina è l’importatore più significativo di prodotti non-petroliferi sauditi (petrolchimico, agricolo e allevamenti). Il volume commerciale cino-saudita ha raggiunto i 42,3 miliardi di dollari nel 2016. Questo, naturalmente, è significativo per un Paese relativamente piccolo, ma per la Cina non è un così grande affare. Tuttavia, la visita di re Salman è stata molto importante per la Cina, dato che la necessità di proteggere le comunicazioni marittime (come nel caso del Giappone) la costringe ad espandere la propria presenza militare in varie regioni del mondo. Il dispiegamento di pattuglie militari nei mari Arabo e Rosso (con la possibilità di rifornirsi a Jidah), così come la creazione di una base militare a Gibuti, sono l’ulteriore conferma di questa nozione. Tuttavia, la cooperazione saudita-cinese diventa molto più ampia. Secondo il Ministro del Commercio della Repubblica popolare cinese, Gao Hucheng, nel 2017 un centinaio di aziende cinesi ha iniziato ad operare in Arabia Saudita, lavorando in settori come esplorazione di petrolio e gas, petrolchimica, costruzione di alloggi, ferrovie, porti oltre che di centrali elettriche. Pertanto, il risultato naturale del viaggio di Salman a Pechino era attrarre investimenti dalla Cina, con accordi raggiunti dal valore totale di quasi 65 miliardi di dollari.
Inoltre, non va dimenticato che l’Arabia Saudita rimane un grande importatore di armi, tra i più alti rapporti tra armi acquisite e PIL nel mondo. E se in precedenza i sauditi acquistavano armi per lo più statunitensi, questo mercato è oggi sempre più occupato da produttori di armi cinesi. In particolare, nel prossimo futuro una parte di tale cooperazione militare vedrà la partecipazione di produttori di materiale militare cinesi nella costruzione di almeno una fabbrica di velivoli senza pilota in Arabia Saudita.Jean Perier ricercatore indipendente, analista e noto esperto del Vicino e Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia-Iran: “road map” per il sistema di cooperazione

EADaily, 20 marzo 2017

L’economia iraniana mostra segnali di ripresa. Il Presidente Hassan Ruhani e il suo governo sono riusciti a raddrizzarla dopo le sanzioni paralizzanti dell’occidente. L’inflazione a due cifre che ossessionava l’Iran per decenni s’è ridotta al 7,5% (contro il 40% nel 2013). Nel 2016, il PIL del Paese è cresciuto del 7% rispetto al -5,8% nel 2013, con 9,5 miliardi di dollari investiti nell’economia durante l’anno scorso. Ma non possiamo chiamarlo passo avanti, con una disoccupazione che continua ad essere molto alta, 12,7% nel 2016 contro il 14,4% nel 2013. Tra i giovani, che rappresentano i 2/3 della popolazione iraniana, arriva al 30%. Gli esperti danno due ragioni a questo piccolo miracolo economico. La prima è che a differenza del predecessore Mahmud Ahmadinejad, Ruhani assegna maggiore comprensione monetaria e minore populismo economico-sociale in politica interna. La seconda ragione è che il petrolio iraniano è tornato sul mercato europeo e alcune sue attività in occidente sono state scongelate (la somma totale ammonterebbe a circa 100 miliardi di dollari). Soprattutto, dopo l’accordo nucleare del 2016, l’Iran ha migliorato i rapporti con la maggior parte delle capitali europee. Ma gli ultimi sviluppi in Medio Oriente hanno tenuto gli iraniani in allerta. La peggiore minaccia proviene dagli Stati Uniti. Donald Trump non è neutrale nei confronti dell’Iran, come lo fu Barack Obama. L’accordo dell’Iran Air con la Boeing avvenne prima dell’elezione e potrebbe essere l’ultimo grande accordo. Trump sembra preferire il linguaggio delle sanzioni e questo può avere conseguenze dannose per gli occidentali che desiderano espandersi nel vasto mercato iraniano.
C’è un piccolo gruppo di grandi potenze che può aiutare l’Iran a confrontare tale turbolenza geopolitica. Russia e Cina. L’Europa è ancora fortemente dipendente dagli Stati Uniti e difficilmente agirà contro la loro volontà. Così, a due mesi dalle prossime elezioni presidenziali, Ruhani ha un grande obiettivo, migliorare le relazioni economiche con la Russia e la Cina e mostrare al popolo che l’Iran ha alleati che possono aiutarlo a scansare Trump. Ma anche i rivali geopolitici dell’Iran sono in allerta. Il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud ha visitato Pechino a metà marzo e firmato accordi per 65 miliardi di dollari. Così, gli iraniani devono agire in fretta finché i cinesi possono concedere ampi investimenti. I russi possono aiutare con la tecnologia nucleare, petrolio e gas, metalmeccanica e difesa. E questo sarà un ottimo guadagno per Ruhani. Nella prossima visita a Mosca, il presidente iraniano dovrebbe firmare una serie di accordi miliardari, in particolare, nelle comunicazioni ed idrocarburi, adottando una road map per la cooperazione economica a medio-lungo termine. Una delle opzioni è il programma “petrolio per beni e servizi”. Per l’Iran c’è la possibilità di diversificare le esportazioni di petrolio, per la Russia la buona occasione di ottenere attrezzature per le sue industrie del petrolio, gas e trasporti. Alcune fonti dicono che i russi pagheranno agli iraniano la metà del petrolio in denaro e metà in beni e servizi, questa metà sarà pari a circa 45 miliardi di dollari l’anno. L’anno scorso, i russi decisero di prestare agli iraniani 1,2 miliardi di euro per la costruzione di nuove unità elettrotermiche e 1 miliardo per il programma per l’elettrificazione della tratta ferroviaria Garmsar-Ince Burun. Questo mese le ferrovie russa, iraniana e azera hanno deciso di dimezzare le tariffe promuovendo il corridoio di trasporto Nord-Sud. L’Iran guadagnerà ancora di più se questo corridoio sarà collegato alla cintura economica della Via della Seta cinese (1). La cosa migliore è che l’Iran acquisti dai russi prodotti e servizi e non solo carburante. Ma il problema è che il commercio con l’Iran non è mai stato molto elevato, finora. Il livello più alto si ebbe nel 2011, pari a 3,75 miliardi di dollari. Nel 2015 scese a 1 miliardo. Secondo gli esperti, l’anno scorso fu di 1,5 miliardi, ma il Ministero dello Sviluppo Economico della Russia sostiene che avvivò a 2,1 miliardi, e in cui le esportazioni russe crebbero dell’80% e le importazioni iraniane del 13%.
Un’altra cosa che sarà discussa da Ruhani a Mosca è il progetto di zona economica speciale russo-armena. I mass media dicono che la zona sarà aperta al confine tra Armenia e Iran stimolando il commercio iraniano con l’Unione economica eurasiatica. I russi hanno fatto dichiarazioni ufficiali, ma gli armeni discutono attivamente il progetto sia a livello governativo che di esperti. La zona dovrebbe essere aperta entro la fine dell’anno, coprendo circa 10-15 h presso la città armena di Meghri, ospitando 100-120 aziende. Le autorità armene sono pronte a spendervi 32 milioni di dollari. Secondo il Ministero per lo Sviluppo Economico dell’Armenia, nei prossimi 10 anni la zona potrà ricevere 350-400 milioni di dollari in investimenti e si prevede che avrà una produzione annua di 80-100 milioni. Se il progetto viene realizzato, sarà il primo di questo tipo nell’area post-sovietica. I beneficiari del progetto potranno godere di esenzione da IVA, tassa sul profitto e tassa di proprietà. Un’altra cosa buona è che la zona economica speciale russo-armena entrerà nella zona economica libera di Aras, in Iran. L’Armenia spera che Iran, Russia e gli altri membri dell’Unione economica eurasiatica stilino presto la lista dei beni che attraverseranno il confine con bassa o senza tariffa doganale. La visita di Ruhani a Mosca chiarirà la questione. Secondo il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak, il presidente iraniano dovrebbe firmare un accordo per creare una zona di libero scambio tra Iran e Unione economica eurasiatica. Nella fase iniziale, l’area riguarderà solo l’industria leggera e i prodotti agricoli. Ma l’unico problema è che l’Iran non è membro del WTO (2).
I contatti dell’Iran con la Russia possono provocare una reazione a catena in occidente. Alcuni esperti iraniani mettono in guardia le autorità da contatti attivi con i russi. Gli esperti russi dicono che i contatti russo-iraniani non sono stabili, abbastanza sistematici e che sono vulnerabili ad interventi da Stati terzi. In ogni caso, entrambe le parti sono ansiose di sviluppare le relazioni economiche, tanto più che uno scambio di 2 miliardi è in stridente disaccordo con il reciproco accordo geopolitico. Una visita non potrà risolvere tutti i problemi. Qui le parti devono compiere sforzi coerenti, in particolare, su una serie di progetti comuni efficaci in settori come energia nucleare (3), petrolio e gas, e difesa. Questo sarà una buona base per trasformare i contatti economici iraniani-russi in un sistema.1) Russia e Iran: il riavvio economico – vestifinance.ru, 15/03/2017.
2) Rustem Faljakhov, La zona armena può avvicinare Russia e Iran – Gazeta.ru, 16/03/2017.
3) Il 14 marzo, l’Atomstroexport iniziava la costruzione di due reattori nucleari a Busher, in Iran, in linea con l’accordo del novembre 2014 con la società di sviluppo e produzione nucleare dell’Iran. Nei prossimi 10 anni, i russi aiuteranno gli iraniani a costruire due reattori VVER-1000 a Bushehr. La seconda unità sarà attivata nel 2024, la terza nel 2026. La prima unità fu commissionata nel 2011.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La multipolarità di Putin mette ordine al caos

Denis Churilov, Forte Russ 13 marzo 2017Recentemente, i capi israeliani e turchi si sono recati a Mosca per incontrare Putin e discutere con lui di Siria e affari del Medio Oriente in generale. Interessante. Di cosa hanno discusso? Di ciò di cui ognuno è preoccupato? Diamo un rapido sguardo alla situazione in Medio Oriente.
Attualmente, i turchi sono preoccupati dai curdi, con gli Stati Uniti che puntano su di loro nella lotta allo SIIL (fornendogli armi e altro), quindi il fattore curdo cresce per dimensioni e influenza (potendo anche trasformarsi in possibile pericolo per Assad, con certi gruppi curdi nel nord della Siria che lavorano per l’indipendenza). Israele, a sua volta, è estremamente preoccupato dal rafforzamento iraniano in Medio Oriente. La situazione con l’Iran è più che esilarante. Uno Stato sciita controbilanciato dall’Iraq sunnita, quando Sadam Husayin era al potere (fantoccio degli Stati Uniti negli anni ’80, in realtà, credette di essere il padrone del proprio gioco; poveretto). Ma dato che gli Stati Uniti distrussero il governo di Sadam nel 2003, l’Iraq ha perso peso geopolitico nella regione. Ora i suoi leader ufficiali sono filo-sciiti, e piuttosto vicini all’Iran. Così questa configurazione s’è ritorta, l’Iran sciita è in buoni rapporti con il governo iracheno, nonché con il governo siriano di Assad, anche sciita (beh, proviene dalla dirigenza alawita, vista come ramo dell’Islam ma, per scopi politici, classificata come sciita negli ultimi 10-15 anni; in ogni caso trovando terreno comune con l’Iran). Ciò che si vede è già un notevole conglomerato sciita, con i gruppi principali, iraniani e arabi, andare d’accordo sul piano socio-religioso. E questo conglomerato è sostenuto dalla Russia, in una certa misura. Un incubo per Israele e Stati Uniti con i loro neoconservatori (e neanche la Turchia ne è contenta). A parte l’Iran, Israele teme e odia, più o meno, tutti nella regione. Ma Israele è uno Stato in buoni rapporti con gli Stati Uniti, ed anche con la Russia.
La Turchia è stata strategicamente ambivalente negli ultimi anni. Era pro-USA e anti-russa dall’inizio della primavera araba alla metà del 2016, e poi compì una svolta di 180 gradi, divenendo anti-USA e amichevole verso la Russia, con il tentato colpo di Stato che Erdogan ha rumorosamente imputato alla CIA; cosa piuttosto interessante, considerando che la Turchia fa ancora parte della NATO, organizzazione guidata dagli Stati Uniti, soprattutto alla luce dei recenti eventi nei Paesi Bassi. (Erdogan fa ancora il doppio gioco?) Come restare a galla in una situazione così appiccicosa con i curdi, mentre si ricatta l’Unione europea con i flussi migratori, con la Siria enormemente irritata e la Russia che non si fida completamente, dopo quello che successe nel novembre 2015, mentre si subisce anche il dramma politico nazionale? Il tempo lo dirà. E poi ci sono anche questi Stati meravigliosi come Arabia Saudita e Qatar, completamente coperti dagli Stati Uniti, entrambi sunnisti (radicali, anche) e che vogliono vedere la Siria bruciare e il suo governo sparire o decapitato, in modo che il Qatar trasporti a buon mercato gas attraverso il territorio siriano fino all’UE, la maggior parte dei cui membri sono anche membri della NATO. Ma tali aspirazioni sui gasdotti non si accordano alla visione strategica della Russia e, paradossalmente, gli Stati Uniti non sono molto interessati a vedere il Qatar riuscire nel suo progetto gasifero, perché renderebbe Qatar e UE economicamente indipendenti dagli Stati Uniti. Beh, almeno la Russia è tornata nel gioco globale, con i capi di Stati chiave che vanno a Mosca e parlano con Putin. Avendo un mondo multipolare, ancora una volta, si spera nell’equilibrio e infine stabilizzazione mondiale.
Comunque, non è un mese noioso per il Medio Oriente.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Nazionalizzazione nella Novorossija

Alessandro Lattanzio, 02/03/2017

map_of_the_donbass-e1466782732612Il 1° marzo 2017, i decreti presidenziali della Repubblica Popolare del Donetsk (RPD) e della Repubblica Popolare di Lugansk (RPL) sulla registrazione obbligatoria delle imprese ucraine sul territorio delle repubbliche, entravano in vigore. Contemporaneamente, i centri di distribuzione e i media di proprietà dell’oligarca ucraino Rinat Akhmetov venivano chiusi. “Locali, attrezzature e tutti gli aiuti umanitari sono stati bloccati ed i volontari non vi hanno accesso“, dichiarava un esponente delle iniziative di Akhmetov. La nazionalizzate nelle repubbliche era la risposta al blocco economico e dei trasporti imposto da Kiev al Donbas, in violazione degli accordi di Minsk. “Dalla mezzanotte del 1° marzo, il controllo del governo viene imposto alle pertinenti imprese ucraine nella RPD… È stato introdotto l’amministratore statale della RPL, e le tasse passeranno al bilancio della repubblica“. Erano molte le grandi fabbriche e le miniere ucraine attive sul territorio di RPD e RPL. In particolare, gli impianti metallurgici di Enakievo e Khartsizskoe, del gruppo Metallinvest, nonché le fonderie di Jasinovataja e Makeevka e l’impianto metallurgico di Donetsk, del gruppo Donetskstal, tutte operanti nella RPD. Inoltre, vi erano più di 20 miniere, la più grande delle quali è Zasjadko, a Donetsk, oltre all’azienda OJSC Krasnodonugol, al complesso metallurgico di Alchevsk (della Metinvest), e alle compagnie Rovenkiantratsit e Sverdlovskantratsit (della società DTEK); tutte attive sul territorio della RPL. A fine gennaio, gruppi di nazisti ucraini, tra cui dei deputati della Verkhovna Rada dell’Ucraina, bloccavano il traffico ferroviario dalle repubbliche del Donbas, soprattutto di carbone estratto nel Donbas. In reazione a ciò, Kiev imponeva misure di emergenza nella distribuzione di energia elettrica e numerose industrie interrompevano la produzione. Il 27 febbraio, RPL e RPD annunciavano la cessazione delle forniture di carbone a Kiev e, dalla mezzanotte del 1° marzo, imponevano il commissariamento delle imprese dalla giurisdizione ucraina. E a causa del blocco, numerose grandi imprese locali cessavano la produzione, tra esse appunto l’impianto metallurgico Enakievskij e la società Krasnodonugol del gruppo Metinvest di Rinat Akhmetov. Quindi RPD e RPL creavano il centro speciale per il controllo della transizione delle imprese ucraine commissariate. Il Presidente del Consiglio della RPL Vladimir Degtjarenko dichiarava: “Il centro non intende mantenere solo ‘a galla’ le imprese, ma contribuire all’ulteriore sviluppo e riorientamento verso la Russia“. Sostanzialmente venivano “nazionalizzate” le imprese ucraine nella Novorossija. Secondo il Presidente della RPD Aleksandr Zakharchenko, “A breve termine dovremo ricostruire i mercati dell’industria e convertirli. Il compito principale è assicurare il buon funzionamento delle imprese e salari e lavoro per i lavoratori di queste imprese“. Il Ministro dell’Industria e del Commercio della RPD Aleksej Granovskij sottolineava, “Nonostante le difficoltà sul riconoscimento politico della repubblica, le nostre imprese lavorano con successo con i Paesi dell’estero vicino e lontano. Da più di due anni, la nostra produzione ha sostanzialmente iniziato il processo di ritiro dal mercato ucraino a favore di quello di altri Paesi. Gli ambienti statali e commerciali hanno una certa esperienza in questo“. La RPD esporta più di 50 tipi di merci tra cui prodotti delle industrie leggera, alimentare, chimica, farmaceutica e metallurgica, per un valore pari a 36 miliardi di gryvne all’anno che contribuivano al bilancio nazionale dell’Ucraina, e che da ora in poi invece contribuiranno al PIL della Russia. L’Ucraina a sua volta perderà 2 miliardi di dollari di fatturato estero, a causa del forte aumento delle importazioni in sostituzione di quelle dal Donbas, mentre la regione non sarà più dipendente in nulla dall’Ucraina. Difatti, Kiev chiede che Stati Uniti ed UE impongano le sanzioni a chiunque benefici del “sequestro” dei beni ucraini nelle due Repubbliche novorusse.alexander-zakharchenko-l-and-igor-plotnitskiy-leaders-of-the-donetsk-and-lugansk-peoples-republics-dan-news-photoFonti:
Fort Russ
South Front
South Front
South Front
The Duran

La visita di Putin in Ungheria: ci sarà un fronte anti-Soros?

Ruslan Ostashko, 3 febbraio 2017 – Fort Russ4017860La visita di Vladimir Putin a Budapest smuove media europei e ucraini. Prima di tutto, ognuno è offeso dal fatto che il presidente russo sia tranquillamente sbarcato in un Paese appartenente a UE e NATO, trovando comprensione e supporto completi. In secondo luogo, la Russia potrebbe offrire ai Paesi dell’UE condizioni per una cooperazione molto vantaggiose che potrebbero superare tutti i discorsi sulla solidarietà europea contro la Russia. Come sempre, viene improvvisamente riscoperto che le ricchezze dovute alla collaborazione con la Russia trionfano sul male. Inoltre, il Primo ministro ungherese Viktor Orban sabota la “giovane democrazia ucraina” affermando che il transito del gas dall’Ucraina non è affidabile, e che l’Ungheria supporta la diversificazione delle fonti. Tradotto dal linguaggio diplomatico ungherese, semplicemente suona così: “Ucraina e Naftogaz sono fuori, sosteniamo Nord Stream 2 attraverso cui Putin ha promesso di fornirci il gas”. Ora l’Ucraina ha la sfortuna di perdere ancora un altro Paese europeo a sostegno di Nord stream 2. In questo contesto, la risoluzione presentata alla Verkhovna Rada per ridurre i diritti delle minoranze russa e ungherese in Ucraina sembra di grande attualità. Farà ulteriormente infuriare Budapest, che per tradizione protegge ferocemente i diritti delle minoranze ungheresi negli altri Paesi. Qui è necessario dire qualcosa sul premier ungherese il cui comportamento ha così sconvolto i media europei e ucraini, per non parlare di Angela Merkel. Viktor Orban è un “Poroshenko al contrario”. Per esempio, invece di servire Fondo monetario internazionale, Commissione europea, Hillary Clinton e George Soros, li ha sempre affrontati in modo aspro uscendone sempre vincitore. Il primo ministro ungherese non è Che Guevara, e conosce perfettamente i limiti, ma ha comunque semplicemente scacciato la delegazione del FMI da Budapest e chiuso le fondazioni di Soros, nonostante l’Ungheria sia sempre stata considerata fondamentalmente proprietà di tale miliardario statunitense. Fu anche sempre ai ferri corti con Hillary Clinton per divergenze ideologiche, e non esitò ad ignorare la Commissione europea quando avanzava pretese dall’Ungheria, che sempre l’ignorava al massimo quando si trattava di assegnare fondi europei per il Paese. Nonostante il comportamento chiassoso e i diversi tentativi di organizzare rivoluzioni colorate in Ungheria, Orban è da molti anni al potere, e l’Ungheria rimane nell’UE; esempio di come proteggere correttamente gli interessi nazionali. Forse il successo degli ungheresi è legato al fatto che l’Ungheria ha un’élite nazionalista e non un’oligarchia cleptocratica come l’Ucraina. Purtroppo, l’Ungheria difficilmente pone il veto sull’estensione delle sanzioni UE contro la Russia. Il prezzo sarebbe troppo costoso, e Orban è prima di tutto un pragmatico. I 6,5 miliardi di dollari che l’Ungheria perde ogni anno per le sanzioni sono meno di quanto l’Ungheria si priverebbe dall’Unione Europea. Tuttavia, in primo luogo l’Ungheria potrebbe sostenere alcuni pesi massimi europei sulla questione, ad esempio se dei nuovi governi francesi o italiani si opponessero al rinnovo delle sanzioni. Ma l’Ungheria ha uno scopo leggermente diverso.
Con l’esempio della cooperazione tra Ungheria e Russia, con la costruzione di una centrale nucleare ultramoderna, si distruggono i miti sulla Russia. In primo luogo, sarà chiaro che cooperarvi è vantaggioso. In secondo luogo, la Russia non è un distributore di benzina con un’economia “a pezzi”, ma un esportatore di alta tecnologia a prezzi accessibili. In terzo luogo, con la Russia si può collaborare anche in una sfera complessa come l’energia nucleare. Questo è veramente vantaggioso, ma ovviamente non interessa i clintoniani ottusi pagati da Soros nell’eurocommissione, ma funziona meravigliosamente presso le élite imprenditoriali europee e quei politici per cui gli interessi dei loro Paesi sono più importanti dell’ideologia di Victoria Nuland. E, infine, con l’ascesa di Donald Trump al potere vi è l’opportunità, per coloro che vogliono e devono urgentemente e radicalmente riformare l’Unione europea, d’iniziare finalmente a lavorare per i cittadini comunitari, non per il pugno di oligarchi sovranazionali di cui parlava Vladimir Putin a Valdaj. I politici europei coltivati nei laboratori della CIA e del dipartimento di Stato chiedono ora che l’Europa solidarizzi di fronte alla minaccia del “putinismo” e del “trumpismo”, che potrebbe distruggere l’Unione europea. Il caso dell’Ungheria dimostra che non ci sarà tale “solidarietà”. Putin e Trump mineranno la burocrazia europea dall’esterno, mentre gente come Orban, Beppe Grillo, Marine Le Pen e Geert Wilders dall’interno, fin quando sarà completamente distrutta. Ho detto spesso che ogni impero che comprenda l’Ucraina alla fine sparisce. Questa volta, l’Unione europea crollerà anche se all’Ucraina, che lo voleva sul serio, ma non è stato permesso entrare. La storia ha un buon senso dell’umorismo.rtr4pz6jTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora