Bin Salman è stato assassinato?

Shafaqna

Vi sono molte prove che suggeriscono che l’assenza da 30 giorni di Muhamad bin Sulman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, sia dovuta a un incidente nascosto al pubblico“, affermava un giornale iraniano. Secondo il quotidiano Kayhan, il 21 aprile 2018 le agenzie di stampa riferirono che le forze saudite abbatterono un “drone giocattolo” vicino al palazzo reale saudita e furono pubblicate immagini dal sito dello scontro sui social media che illustravano chiaramente movimenti di carri armati e blindati attorno al palazzo reale e suoni di scambio a fuoco con armi pesanti tra la Guardia Reale e un gruppo la cui identità non mai stata rivelata. Kayhan afferma di aver ottenuto informazioni da alcuni servizi segreti secondo cui, negli scontri, almeno due proiettili colpirono il principe ereditario Muhamad bin Sulman, probabilmente uccidendolo.
Un altro sito iraniano “IFP News”, segnalato da Fars News, indicava che “in particolare, bin Salman non apparve mai durante la visita del 28 aprile del nuovo segretario di Stato USA Mike Pompeo a Riyadh, nel suo primo viaggio all’estero come capo diplomatico statunitense“. “Durante il soggiorno a Riyadh, i media sauditi pubblicarono le immagini degli incontri di Pompeo con re Salman e il ministro degli Esteri Adil al-Jubayr. Questo mentre le agenzie pubblicarono le immagini degli incontri a Riyad tra bin Salman e l’ex-segretario di Stato USA Rex Tillerson“.
Pochi giorni dopo l’incidente del 21 aprile, i media sauditi pubblicarono video e immagini di bin Salman che incontrava diversi funzionari sauditi e stranieri. Ma la data degli incontri non poteva essere verificata, quindi la diffusione dei video poteva essere volta a dissipare le voci sulle condizioni di bin Salman“. “Non è chiaro se la scomparsa di bin Salman sia dovuta a ragioni, come sentirsi minacciato, o perché ferito nell’incidente“. “Sembra che solo un’apparizione televisiva dal vivo possa dissipare le voci sulla condizione di bin Salman“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La storia del Giorno della Vittoria russa

La storia della Seconda guerra mondiale che non si racconta in occidente
Michael Jabara Carley, SCF, 09.05.2018Ogni 9 maggio la Federazione Russa celebra la festa nazionale più importante, la Giornata della Vittoria, Den’ Pobedy. Nelle prime ore di quel giorno del 1945 il Maresciallo Georgij Konstantinovich Zhukov, comandante del 1° Fronte bielorusso, che aveva preso d’assalto Berlino, ricevette la resa incondizionata tedesca. La Grande Guerra Patriottica era andata avanti per 1418 giorni di inimmaginabile violenza, brutalità e distruzione. Da Stalingrado e dal Caucaso settentrionale e dalla periferia nord-occidentale di Mosca alle frontiere occidentali dell’Unione Sovietica a Sebastopoli nel sud e a Leningrado e ai confini con la Finlandia nel nord, il Paese era stato devastato. Si stima che 17 milioni di civili, uomini, donne e bambini, siano morti, anche se nessuno conoscerà mai la cifra esatta. Villaggi e città furono distrutti; famiglie spazzate via senza che nessuno ne ricordasse o piangesse la morte. Dieci milioni o più di soldati sovietici morirono nella lotta per espellere il mostruoso invasore nazista e infine occupare Berlino a fine aprile 1945. I morti dell’Armata Rossa furono lasciati insepolti in mille luoghi lungo le strade verso ovest o in fosse comuni non segnate, non essendoci stato tempo per la corretta identificazione e sepoltura. La maggior parte dei cittadini sovietici perse dei famiglia nella guerra. Nessuno ne fu risparmiato.
La Grande Guerra Patriottica iniziò alle 3:30 del mattino, il 22 giugno 1941, quando la Wehrmacht nazista invase l’Unione Sovietica lungo un fronte che si estendeva dal Baltico al Mar Nero con 3,2 milioni di soldati tedeschi, organizzati in 150 divisioni, sostenuti da 3350 carri armati, 7184 pezzi di artiglieria, 600000 camion, 2.00 aerei da guerra. Le forze finlandesi, italiane, rumene, ungheresi, spagnole, slovacche, tra gli altri, alla fine si unirono all’attacco. L’alto comando tedesco calcolò che l’operazione Barbarossa avrebbe impiegato solo 4-6 settimane per finire l’Unione Sovietica. A ovest, l’intelligence militare statunitense e inglese concordava. Inoltre, quale forza aveva mai battuto la Wehrmacht? La Germania nazista era il colosso invincibile. La Polonia fu distrutta in pochi giorni. Il tentativo anglo-francese di difendere la Norvegia fu un fiasco. Quando la Wehrmacht attaccò ad ovest, il Belgio si affrettò ad arrendersi. La Francia crollò in poche settimane. L’esercito inglese fu cacciato da Dunkerque, nudo, senza armi o mezzi. Nella primavera 1941, la Jugoslavia e la Grecia scomparvero nel giro di poche settimane a poco costo per gli invasori tedeschi. Ovunque la Wehrmacht avanzava in Europa, fu una passeggiata… finché, quel giorno i soldati tedeschi attraversarono le frontiere sovietiche. L’Armata Rossa fu presa all’improvviso, tra la mobilitazione, perché il dittatore sovietico Josif Stalin non credeva alla propria intelligence che riferiva del pericolo, o voleva provocare la Germania hitleriana. Il risultato fu una catastrofe. Ma a differenza della Polonia e diversamente dalla Francia, l’Unione Sovietica non lasciò i combattimenti dopo le previste 4 o 6 settimane. Le perdite dell’Armata Rossa erano inimmaginabili, due milioni di soldati furono persi nei primi tre mesi e mezzo di guerra. Le province baltiche furono perse. Smolensk cadde e poi Kiev, nella peggiore sconfitta della guerra. Leningrado fu circondato. Un vecchio chiese ad alcuni soldati: “Da dove ti ritiri?” Ci furono calamità ovunque, troppo numerose da menzionare. Ma in luoghi come la fortezza di Brest e in centinaia di campi e boschi senza nome, incroci stradali e villaggi e città, le unità dell’Armata Rossa combatterono fino all’ultimo soldato. Combatterono l’accerchiamento per ricongiungersi alle proprie linee o per sparire nelle foreste e nelle paludi della Bielorussia e dell’Ucraina nordoccidentale per organizzare le prime unità partigiane attaccando la retroguardia tedesca. Alla fine del 1941, tre milioni di soldati sovietici furono persi (la maggioranza dei prigionieri di guerra morì in mani tedesche); 177 divisioni furono tolte dall’ordine di battaglia sovietico. Tuttavia, l’Esercito rosso combatté, perfino respingendo i tedeschi a Elnja, a sud est di Smolensk, a fine agosto. La Wehrmacht sentì il morso dell’Armata Rossa malconcia, ma non sconfitta. Le forze tedesche subiva 7000 perdite al giorno, una nuova esperienza per esse. Mentre la Wehrmacht avanzava, gli Einsatzgruppen, gli squadroni della morte delle SS, seguivano, uccidendo ebrei, zingari, comunisti, prigionieri di guerra sovietici o chiunque si mettesse sulla loro strada. Collaboratori nazisti del Baltico e dell’Ucraina commisero massacri. Donne e bambini sovietici furono denudati e costretti a fare la fila, in attesa dell’esecuzione. Quando l’inverno arrivò a congelare i soldati tedeschi, sparavano agli abitanti dei villaggi o li cacciavano dalle case, vestiti di stracci come mendicanti, derubandoli di focolari, vestiti invernali e cibo. In occidente chi predisse il rapido collasso sovietico, i soliti sovietofobi occidentali, sembravano stupiti e dovettero rimangiarsi le previsioni. L’opinione pubblica capì che la Germania hitleriana era entrata in un pantano, non un’altra campagna di Francia. Mentre gli inglesi applaudivano la resistenza sovietica, il governo inglese fece poco per aiutare. Alcuni ministri del governo erano persino restii a chiamare alleato l’Unione Sovietica. Churchill si rifiutò di lasciare che la BBC suonasse l’inno nazionale sovietico, l’Internazionale, la domenica sera insieme a quelli degli altri alleati. L’Armata Rossa si ritirò ancora, ma continuò a combattere disperatamente. Non fu una guerra normale, ma una lotta dalle violenza senza precedenti contro un invasore omicida, per la casa, la famiglia, il Paese, la vita stessa. A novembre l’Armata Rossa lanciò un opuscolo sulle linee tedesche, citando Carl von Clausewitz, il teorico militare prussiano: “È impossibile né occupare né conquistare la Russia“. Fu una spacconata in quelle circostanze, ma vera. Alla fine, davanti Mosca, nel dicembre 1941, l’Armata Rossa, sotto il comando di Zhukov, respinse le truppe della Wehrmacht, per trecento chilometri a sud. L’immagine dell’invincibilità nazista fu distrutta. Barbarossa era troppo ambiziosa, la blitzkrieg fallì e la Wehrmacht subì la prima sconfitta strategica. A Londra Churchill accettò, a malincuore, di lasciare che la BBC suonasse l’inno nazionale sovietico.
Nel 1942 l’Armata Rossa continuò a subire sconfitte e pesanti perdite, combattendo quasi da sola. Nel novembre di quell’anno a Stalingrado sul Volga, tuttavia, l’Armata Rossa lanciò la controffensiva che portò a una notevole vittoria e alla ritirata della Wehrmacht alle sue linee di partenza della primavera 1942… tranne che per la 6.ta armata tedesca, catturata nel kotel o sacca di Stalingrado. Lì, 22 divisioni tedesche, alcune delle migliori di Hitler, furono distrutte. Stalingrado fu la Verdun della Seconda guerra mondiale. “È un inferno“, disse un soldato. “No… questo è dieci volte peggio dell’inferno“, qualcun altro corresse. Alla fine dei combattimenti invernali del 1943, le perdite dell’Asse furono sbalorditive: 100 divisioni tedesche, italiane, rumene, ungheresi furono distrutte o mutilate. Il presidente degli Stati Uniti, Franklin Roosevelt, calcolò che le sorti della lotta erano cambiate: la Germania hitleriana era condannata. Era il febbraio 1943. In quel mese non c’era una sola divisione inglese, statunitense o canadese che combattesse in Europa contro la Wehrmacht. Non una. Ci furono ancora sedici mesi prima dello sbarco in Normandia. inglesi e statunitensi combattevano due o tre divisioni tedesche in Nord Africa, una sfilata rispetto al fronte sovietico. L’opinione pubblica occidentale sapeva chi portava il fardello della guerra contro la Wehrmacht. Nel 1942, l’80% delle divisioni dell’Asse fu schierato contro l’Armata Rossa. All’inizio del 1943 c’erano 207 divisioni tedesche sul fronte orientale. I tedeschi tentarono un ultimo balzo, un’ultima offensiva contro il saliente di Kursk nel luglio 1943. Quell’operazione fallì. L’Armata Rossa quindi lanciò la controffensiva in Ucraina liberando Kiev a novembre. Più a nord, Smolensk fu liberata il mese prima. Lo spirito del popolo sovietico e della sua Armata Rossa era formidabile. Il corrispondente di guerra Vasilij Semjonovich Grossman ne catturò l’essenza nei diari personali. “Notte, tempesta di neve“, scrisse all’inizio del 1942, “Veicoli, artiglieria. Si muovono in silenzio. All’improvviso si sente una voce roca. “Ehi, qual è la strada per Berlino?” Un ruggito di risate“. I soldati non erano sempre coraggiosi. A volte fuggivano. “Un commissario di battaglione armato di due revolver cominciò a gridare: ‘Dove andate figli di puttane, dove? Avanti, per la Patria, per Gesù Cristo, figli di puttana! Per Stalin, puttane!’…” Tornando alle posizioni. Quei compagni furono fortunati; il commissario avrebbe potuto sparargli a tutti. A volte lo faceva. Un soldato si offrì volontario per giustiziare un disertore. “Hai avuto pietà di lui?” Chiese Grossman. “Come si può parlare di pietà“, rispose il soldato. A Stalingrado sette uzbechi furono riconosciuti colpevoli di ferite autoinflitte. Furono tutti fucilati.” Grossman lesse una lettera trovata nella tasca di un soldato sovietico morto. “Mi manchi tanto. Per favore, vieni a trovarci… Lo scrivo, e le lacrime scendono riversando. Papà, per favore, torna a casa e visitaci“. Le donne combatterono a fianco degli uomini come cecchini, artiglieri, carristi, piloti, infermiere partigiane. E mantenuto il fronte interno, nel frattempo. “I villaggi divennero il regno delle donne“, scrisse Grossman, “Guidano trattori, guardano magazzini e stalle… Le donne portano sulle spalle il grande fardello del lavoro. Dominano … mandano pane, aerei, armi e munizioni al fronte“. Quando la guerra so combatté sul Volga, non rimproverarono i loro uomini di aver rinunciato a tanto terreno. “Le donne guardano e non dicono niente“, scrisse Grossman, “…non una parola amara“. Ma nei villaggi vicino al fronte, a volte lo facevano.
Nel frattempo, gli alleati occidentali attaccarono l’Italia. Stalin aveva chiesto a lungo un secondo fronte in Francia, a cui Churchill si oppose. Voleva attaccare il “ventre molle” dell’Asse, non aiutare l’Armata Rossa, ma ostacolarne l’avanzata nei Balcani. L’idea era di avanzare rapidamente a nord dello stivale italiano, quindi dirigersi a est verso i Balcani per tenere fuori l’Armata Rossa. La via per Berlino era tuttavia a nord-est. Il piano di Churchill fu un fallimento; gli alleati occidentali non arrivarono a Roma fino al giugno 1944. C’erano circa 20 divisioni tedesche in Italia che combattevano contro le soverchianti forze alleate. In Oriente c’erano ancora più di duecento divisioni dell’Asse, o dieci volte quelle in Italia. Il 6 giugno 1944, quando l’operazione Overlord ebbe inizio in Normandia, l’Armata Rossa si trovava alle frontiere polacche e rumene. Una quindicina di giorni dopo lo sbarco in Normandia, l’Armata Rossa lanciò l’Operazione Bagration, un’enorme offensiva che creò una sacca nel centro del fronte orientale tedesco avanzando i 500 chilometri verso ovest, mentre gli alleati occidentali erano ancora fermi sulla Normandia, nella Penisola del Cotentin. L’Armata Rossa era una potenza inarrestabile. La distruzione della Germania nazista era solo questione di tempo. Quando la guerra finì nel maggio 1945, l’Armata Rossa inflisse l’80% delle perdite della Wehrmacht, e tale percentuale fu molto più alta prima dell’invasione della Normandia. “Chi non ha mai provato l’amarezza dell’estate 1941“, scrisse Vasilij Grossman, “non potrà mai apprezzare pienamente la gioia della nostra vittoria“. C’erano molti inni di guerra cantati dalle truppe e dal popolo per tenere su il morale. Svjashennaja Vojna, “La guerra sacra” fu una delle più popolari. I russi si alzando ancora in piedi quando lo sentono. Gli storici spesso discutono su quando la svolta decisivo si ebbe nel teatro europeo. Alcuni propongono il 22 giugno 1941, il giorno in cui la Wehrmacht attraversò le frontiere sovietiche. Altri indicano le battaglie di Mosca, Stalingrado o Kursk. Durante la guerra l’opinione pubblica occidentale sembrava più favorevole all’Armata Rossa di certi capi occidentali, Winston Churchill, per esempio. Roosevelt era migliore, un leader politico pragmatico che riconobbe il ruolo preponderante dei soviet nella guerra alla Germania nazista. L’Armata Rossa, disse a un generale dubbioso nel 1942, uccideva più soldati tedeschi e distruggeva più carri armati tedeschi di tutti gli altri alleati messi insieme. Roosevelt sapeva che l’Unione Sovietica era il fulcro della grande coalizione contro la Germania nazista. Chiamo FDR padrino della “grande alleanza”. Tuttavia, nell’ombra si nascondevano i soliti nemici dell’Unione Sovietica, che solo aspettavano il momento per riemergere. Quanto maggiore era la certezza della vittoria sulla Germania nazista, tanto più voci e stridori fecero gli oppositori alla grande alleanza. Gli statunitensi possono essere suscettibili al ricordo dell’Armata Rossa protagonista principale nella distruzione della Wehrmacht. “Che ne dici del Lend-Lease?“, dicono, “senza le nostre scorte, l’Unione Sovietica non avrebbe potuto sconfiggere i tedeschi“. In effetti, la maggior parte delle forniture del Lend-Lease non arrivarono nell’URSS prima di Stalingrado. I soldati dell’Armata Rossa scherzosamente chiamare il cibo del Lend-Lease “secondo fronte”, dato che arrivò in ritardo. Nel 1942 l’industria sovietica già batteva quella della Germania nazista nelle principali categorie di armamenti. Il T-34 era un carro armato statunitense o sovietico? Un educato Stalin ricordava sempre di ringraziare il governo degli Stati Uniti per jeep e autocarri Studebaker. Aumentarono la mobilità dell’Armata Rossa. Contribuirono con l’alluminio, ma i russi risposero, abbiamo contribuito col sangue… fiumi di sangue.
Non appena la guerra finì, Gran Bretagna e Stati Uniti iniziarono a pensare a un’altra guerra, questa volta contro l’Unione Sovietica. Nel maggio 1945 l’alto comando inglese ideò l’Operazione “Impensabile”, un piano top secret per un’offensiva, rinforzata dai prigionieri di guerra tedeschi, contro l’Armata Rossa. Che bastardi, che ingrati. Nel settembre 1945, gli statunitensi previder l’uso di 204 bombe atomiche per distruggere l’Unione Sovietica. Il padrino, Roosevelt, era morto in aprile e in poche settimane i sovietofobi ne sovvertirono la politica. La grande alleanza fu solo una tregua nella guerra fredda iniziata dopo l’ascesa al potere dei bolscevichi nel novembre del 1917 e riprese nel 1945. Quell’anno i governi di Stati Uniti e Regno Unito dovettero ancora confrontarsi con l’opinione pubblica. L’uomo comune in Europa e negli Stati Uniti sapeva benissimo chi aveva sopportato il peso contro la Wehrmacht. Non si poteva riprendere la vecchia politica di odio contro l’Unione Sovietica proprio così, senza cancellare la memoria del ruolo dell’Armata Rossa nella vittoria sulla Germania hitleriana. Così i ricordi del patto di non-aggressione nazista-sovietica dell’agosto 1939 furono tirati fuori dall’armadio, anche se i ricordi della precedente opposizione anglo-francese alle proposte sovietiche per la sicurezza collettiva contro la Germania nazista e specialmente del tradimento della Cecoslovacchia, furono omessi dal nuovo narrativa occidentale. Come ladri nella notte, Gran Bretagna e Stati Uniti saccheggiarono la verità sulla distruzione della Germania nazista. Già nel dicembre 1939, gli inglesi pianificarono la pubblicazione di un white paper per incolpare Mosca per il fallimento dei negoziati alleanza anglo-franco-sovietica nella primavera ed estate precedenti. I francesi obiettarono perché il libro bianco era propenso a persuadere l’opinione pubblica che la parte sovietica fosse stata seria sulla resistenza alla Germania nazista mentre inglesi e francesi no. Il libro bianco fu accantonato. Nel 1948 il dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblicò una raccolta di documenti che attribuivano la colpa della Seconda guerra mondiale a Hitler e Stalin. Mosca respinse con le proprie pubblicazioni dimostrando le affinità occidentali col nazismo. La battaglia in occidente era volta a ricordare l’Unione Sovietica per il patto di non aggressione e dimenticarne il ruolo schiacciante nella distruzione della Wehrmacht. Quanti di voi non hanno visto un film di Hollywood in cui gli sbarchi in Normandia sono la grande svolta della guerra? “E se gli sbarchi fossero falliti?“, si sente spesso; “Oh… niente di ché“, è la risposta appropriata. La guerra sarebbe durata più a lungo e l’Armata Rossa avrebbe piantato le sue bandiere sulle spiagge della Normandia proveniente da est. Poi ci sono i film sui bombardamenti alleati della Germania, fattore “decisivo” nella vittoria della guerra. Nei film di Hollywood sulla Seconda guerra mondiale, l’Armata Rossa è invisibile. È come se statunitensi (e inglesi) rivendicassero gli allori che non si guadagnarono.
Mi piace chiedere agli studenti del mio corso universitario sulla Seconda Guerra Mondiale, chi ha sentito parlare di Overlord? Ognuno alza la mano. Poi chiedo chi ha sentito dell’operazione Bagration? Quasi nessuno alza la mano. Chiedo scherzosamente chi ha “vinto” la guerra contro la Germania nazista e la risposta è “America”, naturalmente. Solo pochi studenti, di solito quelli che hanno avuto altri corsi con me, rispondono Unione Sovietica. La verità è un lavoro in salita difficile in occidentale dove “le notizie false” sono la norma. OSCE e Parlamento europeo danno la colpa della Seconda guerra mondiale all’Unione Sovietica, leggono Russia e Presidente Vladimir Putin come messaggio subliminale. Hitler è quasi dimenticato in questa danza di accuse infondate. Dietro il falso racconto storico ci sono Stati baltici, Polonia e Ucraina che vomitano odio sulla Russia. Paesi baltici e Ucraina ora ricordano i collaborazionisti nazisti come eroi nazionali e ne celebrano le azioni. In Polonia, per alcuni è difficile da digerire; ricordano i collaborazionisti ucraini nazisti che assassinarono decine di migliaia di polacchi in Volynia. Sfortunatamente, tali ricordi non hanno fermato i teppisti polacchi dal vandalizzare i monumenti dell’Armata Rossa o dal dissacrare i cimiteri di guerra sovietici. I “nazionalisti” polacchi non possono sopportare la memoria dell’Armata Rossa che libera la Polonia dall’invasore nazista. In Russia, tuttavia, la propaganda mendace dell’ovest non ha alcun effetto. L’Unione Sovietica ha prodotto i suoi film, e anche la Federazione Russa, sulla Seconda Guerra Mondiale, ultimamente sulla difesa della fortezza di Brest e di Sebastopoli e sulla battaglia di Stalingrado. Il 9 maggio di ogni anno i russi ricordano i milioni di soldati che combatterono e morirono, e i milioni di civili che soffrirono e morirono per mano dell’invasore nazista. I veterani, sempre meno ogni anno, escono con uniformi che spesso non vanno bene o giacche logore coperte di medaglie di guerra ed ordini. “Trattateli con tatto e rispetto“, scrisse Zhukov nelle sue memorie: “È un piccolo prezzo dopo quello che hanno fatto per voi nel 1941-1945“. Come ha fatto, mi chiesi nel giorno della vittoria di alcuni anni fa, come ha fatto a farcela, vivendo costantemente con la morte e con così tanto dolore e difficoltà?
Ora, ogni anno nel Giorno della Vittoria, il “reggimento immortale”, Bessmertnyi Polk, marcia; I russi nelle città di tutto il Paese e all’estero, marciano insieme portando grandi fotografie di famigliari, uomini e donne, che combatterono quella guerra. “Ricordiamo“, vogliono dire: “e non vi dimenticheremo mai“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Maggio 1945: quando la Germania nazista si arrese?

Dr. Jacques R. Pauwels, Global Research 7 maggio 2018Nel 1943, statunitensi, inglesi e sovietici decisero che non ci sarebbero stati negoziati separati con la Germania nazista per la capitolazione, e che la resa tedesca avrebbe dovuto essere incondizionata. All’inizio della primavera 1945, la Germania fu sconfitta e gli alleati si prepararono a riceverne collettivamente la resa incondizionata. Ma dove si svolse la cerimonia di capitolazione, sul fronte orientale od occidentale? Se fosse solo per ragioni di prestigio, gli alleati occidentali preferirono che la Germania nazista riconoscesse la sconfitta sul fronte occidentale. I colloqui segreti coi tedeschi, che inglesi e statunitensi avevano già in quel momento (cioè nel marzo 1945) nella neutrale Svizzera, in flagrante violazione degli accordi interalleati, col nome in codice Operazione Sunrise, promettevano di essere utili in quel contesto. Potevano portare alla resa tedesca in Italia, in realtà obiettivo originario dei colloqui, ma potevano anche accordarsi sulla capitolazione tedesca e a una resa apparentemente incondizionata. Dettagli intriganti, come la sede della cerimonia, potevano essere decisi prima e senza il contributo dei sovietici. Esistevano molte possibilità in questo senso, perché i tedeschi continuarono ad avvicinare statunitensi ed inglesi nella speranza di concludere un armistizio separato con le potenze occidentali o, se ciò risultava impossibile, dirigere il maggior numero possibile di unità della Wehrmacht alla prigionia statunitense ed inglese con arresti “individuali” o “locali”, cioè la resa di unità più o meno grandi dell’esercito tedesco in aree ristrette del fronte. La Grande Guerra del 1914-1918 si era conclusa con un armistizio chiaro e inequivocabile, cioè resa tedesca incondizionata. La capitolazione fu firmata presso il comando del maresciallo Foch a Rethondes, vicino a Compiègne, l’11 novembre, poco dopo le 5 del mattino, e le armi tacquero la stessa mattina alle 11. (I negoziatori tedeschi chiesero l’immediato cessate-il-fuoco, ma fu respinta). La Seconda guerra mondiale, d’altra parte, si chiuse, almeno in Europa, tra intrighi e confusione, così che ancora oggi ci sono molte idee sbagliate su tempo e luogo della capitolazione tedesca. La Seconda guerra mondiale doveva finire nel teatro europeo non con uno, ma una serie di capitolazioni tedesche, un’orgia di rese, ed anche dopo ci volle tempo prima che le ostilità cessassero.
S’iniziò in Italia il 29 aprile 1945, con la capitolazione degli eserciti combinati tedeschi nel sud-ovest dell’Europa alle forze alleate guidate da Alexander, il maresciallo inglese. La cerimonia si svolse a Caserta. I firmatari tedeschi erano il generale SS Wolff, che condusse le trattative con agenti segreti statunitensi in Svizzera su questioni delicate come la neutralizzazione degli antifascisti italiani, per i quali non c’era spazio nei piani post-bellici anglo-statunitensi. Stalin aveva scoperto l'”operazione Sunrise” ed espresse dubbi sull’accordo elaborato tra alleati occidentali e tedeschi in Italia, ma alla fine diede la sua benedizione. L’armistizio fu firmato il 29 aprile, ma prevedeva il cessate il fuoco solo il 2 maggio. Si pretendeva di concedere tempo sufficiente alle truppe alleate per correre fino a Trieste, dove le truppe tedesche combattevano i partigiani jugoslavi di Tito; Quest’ultimo aveva buone ragioni di credere che questa città potesse divenisse parte della Jugoslavia dopo la guerra, e aveva indubbiamente in mente il detto che il possesso è al novanta percento legge. Ma statunitensi ed gli inglesi volevano impedirlo. Un’unità della Nuova Zelanda raggiunse Trieste “dopo una frenetica corsa da Venezia”, il 2 maggio costringendo i tedeschi ad arrendersi il giorno dopo, di sera. Una cronaca su Kiwi di questo evento racconta eufemisticamente che i loro uomini “arrivarono giusto in tempo per liberare la città insieme alle unità dell’esercito di Tito”, ma ammise che l’obiettivo era impedire ai comunisti jugoslavi di prendere Trieste da soli e di mettere in campo la loro amministrazione militare, consolidando così la rivendicazione nei confronti della regione. Molti in Gran Bretagna credono fermamente ancora oggi che la guerra contro la Germania si concluse con la resa tedesca nel quartier generale del maresciallo Montgomery, nella brughiera di Luneburg, nel nord della Germania. Eppure tale cerimonia ebbe luogo il 4 maggio 1945, cioè cinque giorni prima che i cannoni smettessero di sparare in Europa, e questa capitolazione si applicò solo alle truppe tedesche che finora avevano combattuto il 21.mo Gruppo d’Armate anglo-canadese di Montgomery nei Paesi Bassi e nella Germania nordoccidentale. Solo per esserne certi, i canadesi accettarono la capitolazione di tutte le truppe tedesche in Olanda il giorno successivo, 5 maggio, durante una cerimonia a Wageningen, città nella provincia orientale olandese di Gheldria. Per gli inglesi, è ovviamente importante e gratificante credere che i tedeschi chiedessero il cessate il fuoco nel quartier generale del loro “Monty”; a quest’ultimo il prestigio associato all’evento procurò qualche compenso alla reputazione, che aveva subito considerevolmente il fiasco dell’Operazione Market Garden, il tentativo del settembre 1944 di attraversare il Reno nella città olandese di Arnhem, un’impresa di cui fu il padrino.
Negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale, l’evento nella brughiera di Luneburg è giustamente considerato capitolazione strettamente locale, anche se si riconosce che fu di preludio alla definitiva capitolazione tedesca e al conseguente cessate il fuoco. Per statunitensi, francesi, belgi e altri, la resa tedesca definitiva ebbe luogo nel quartier generale del generale Eisenhower, il comandante supremo di tutte le forze alleate sul fronte occidentale, in un misero edificio scolastico nella città di Reims il 7 maggio 1945, al primo mattino. Ma questo armistizio doveva entrare in vigore solo il giorno successivo, l’8 maggio, alle 23:01. È per questo motivo che ancora oggi, le cerimonie commemorative negli Stati Uniti ed Europa occidentale si svolgono l’8 maggio. Tuttavia, anche l’importante evento di Reims non fu la cerimonia finale della resa. Col permesso del successore di Hitler, ammiraglio Dönitz, i portavoce tedeschi bussarono alla porta di Eisenhower per tentare ancora una volta di concludere un armistizio solo cogli alleati occidentali o, in mancanza, di cercare di liberare altre unità della Wehrmacht dalle grinfie dei sovietici, con la resa locale sul fronte occidentale. Eisenhower non era personalmente disposto a consentire ulteriori rese locali, per non parlare della capitolazione generale tedesca solo agli alleati occidentali. Ma apprezzava i potenziali vantaggi che si avrebbe avuto se la massa della Wehrmacht finisse sotto la prigionia anglo-statunitense piuttosto che sovietica. E capì anche che era un’occasione unica per indurre i disperati tedeschi a firmare nel suo comando la capitolazione generale e incondizionata sotto forma di documento conforme agli accordi interalleati; questo dettaglio ovviamente avrebbe migliorato di molto il prestigio degli Stati Uniti. A Reims si ebbe così a uno scenario bizantino. In primo luogo, da Parigi un oscuro ufficiale di collegamento sovietico, il General-Maggiore Ivan Susloparov, fu inviato per salvare l’apparenza della necessaria collegialità alleata. In secondo luogo, mentre era chiaro ai tedeschi che non si poteva parlare di capitolazione solo sul fronte occidentale, gli fu concesso l’accordo sul fatto che l’armistizio entrasse in vigore solo dopo 45 ore. Ciò per accogliere il desiderio dei nuovi capi tedeschi di permettere a quante più unità della Wehrmacht possibile la possibilità di arrendersi agli anglo-statunitensi. Quest’intervallo diede ai tedeschi l’opportunità di trasferire truppe dall’Oriente, dove i combattimenti continuarono, in Occidente, dove dopo le rituali firme a Luneburg e Reims alcun colpo fu sparato. I tedeschi, la cui delegazione era guidata dal generale Jodl, firmarono il documento della capitolazione presso il comando di Eisenhower il 7 maggio alle 2:41; ma le armi avrebbero taciuto solo l’8 maggio alle 23:01. I comandanti statunitensi smisero di permettere ai tedeschi in fuggire tra le loro linee solo dopo che la capitolazione tedesca effettivamente entrò in vigore. Si può quindi affermare che l’accordo concluso nella città della Champagne non costituì una capitolazione incondizionata.
Il documento firmato a Reims diede agli statunitensi esattamente ciò che volevano, ovvero il prestigio della resa generale tedesca sul fronte occidentale presso Eisenhower. I tedeschi ottennero anche più di quanto sperassero, dato che il loro sogno di capitolare agli Alleati occidentali sembrava fuori questione: un “rinvio dell’esecuzione”, per così dire, di quasi due giorni. Durante tale periodo, i combattimenti continuarono praticamente solo sul fronte orientale, e innumerevoli soldati tedeschi ne approfittarono per nascondersi dietro le linee anglo-statunitensi. Tuttavia, il testo della resa a Reims non si conformava interamente al testo della capitolazione generale tedesca concordata in precedenza da statunitensi, inglesi e sovietici. Era anche discutibile che il rappresentante dell’URSS, Susloparov, fosse davvero qualificato a co-firmare il documento. Inoltre, è comprensibile che i sovietici fossero tutt’altro che contenti che ai tedeschi fosse offerta la possibilità di continuare a combattere l’Armata Rossa per due giorni mentre sul fronte occidentale i combattimenti erano praticamente finiti. Si ebbe l’impressione che ciò che fu firmato a Reims fosse in realtà la resa tedesca solo sul fronte occidentale, violando gli accordi interalleati. Per chiarirsi, fu deciso di organizzare la cerimonia della capitolazione definitiva, in modo che la resa tedesca a Reims si rivelasse retroattivamente una sorta di preludio alla resa finale e/o resa puramente militare, anche se gli occidentali continuano a commemorarlo come vera fine della guerra in Europa. Fu a Berlino, presso il comando del Maresciallo Zhukov, che l’8 maggio 1945 fu firmata la capitolazione finale, generale, politica e militare, tedesca o, diversamente, che la capitolazione tedesca del giorno prima a Reims fu ratificata da tutti gli alleati. I firmatari per la Germania, agendo secondo le istruzioni dell’ammiraglio Dönitz, furono i generali Keitel, von Friedeburg (presenti anche a Reims) e Stumpf. Dato che Zhukov aveva un grado inferiore a quello di Eisenhower, quest’ultimo ebbe la scusa perfetta per non partecipare alla cerimonia tra le macerie della capitale tedesca. Mandò a firmare il suo vice inglese, dal basso profilo, il maresciallo Tedder, naturalmente togliendo del prestigio alla cerimonia di Berlino in favore di quella di Reims.
Per i sovietici e la maggior parte degli europei orientali, la Seconda guerra mondiale in Europa si concluse con la cerimonia a Berlino l’8 maggio 1945, che portò alla deposizione delle armi il giorno successivo, il 9 maggio. Per statunitensi e la maggior parte degli europei occidentali, “la cosa reale” era e rimane la resa a Reims, firmata il 7 maggio ed efficace l’8 maggio. Mentre i primi commemorano sempre la fine della guerra il 9 maggio, questi ultimi invariabilmente lo fanno l’8 maggio. Ma gli olandesi la festeggiano il 5 maggio, data della cerimonia nel comando canadese a Wageningen. Che uno dei più grandi drammi della storia mondiale avesse una fine così confusa e indegna in Europa fu una conseguenza, come scrive Gabriel Kolko, del modo in cui statunitensi ed inglesi cercarono di ottenere ogni sorta di piccoli e grossi vantaggi a danno dei sovietici dall’inevitabile capitolazione tedesca. La Prima guerra mondiale si era conclusa di fatto con l’armistizio dell’11 novembre 1918 e de jure con la firma del trattato di Versailles il 28 giugno 1919. La Seconda guerra mondiale si concluse con una serie di rese, ma non non si ebbe mai un trattato di pace tipo Versailles, almeno non per la Germania. (Trattati di pace si sarebbero conclusi a tempo debito con Giappone, Italia e così via). Il 10 febbraio 1947 tutte le potenze vincitrici si riconciliarono così ufficialmente a Parigi coi Paesi alleati della Germania nazista, cioè Italia, Romania, Bulgaria e Finlandia. E un trattato di pace col Giappone fu concluso da Stati Uniti e cinquanta altri Paesi, ma non Unione Sovietica e Repubblica popolare cinese, a San Francisco l’8 settembre 1951; quel trattato entrò in vigore il 28 aprile dello stesso anno. Il cosiddetto Trattato di Stato firmato tra i quattro grandi vincitori della Seconda guerra mondiale, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica, a Vienna il 15 maggio, riconoscendo l’Austria Paese indipendente e neutrale, può essere considerato un trattato di pace.
Il motivo per cui alcun vero trattato di pace fu mai firmato con la Germania, è che i vincitori, gli alleati occidentali da una parte e i sovietici dall’altra, non poterono raggiungere un accordo sul destino della Germania. Di conseguenza, pochi anni dopo la guerra emersero due Stati tedeschi, che praticamente preclusero la possibilità di un trattato di pace che riflettesse un accordo accettabile per tutte le parti. E così un trattato di pace con la Germania, cioè la soluzione definitiva di tutte le questioni rimaste irrisolte dopo la guerra, come quella del confine orientale della Germania, divenne fattibile solo quando la riunificazione delle due Germanie divenne realistica, cioè dopo la caduta del muro di Berlino. Ciò rese possibili i negoziati “Due più quattro” dell’estate-autunno 1990, trattative in cui da un lato i due Stati tedeschi trovarono il modo di riunificarsi, e dall’altro i quattro grandi vincitori della Seconda guerra mondiale, imposero le condizioni alla riunificazione tedesca chiarendo lo status del Paese appena riunificato, tenendo conto non solo dei propri interessi, ma anche degli interessi degli altri Paesi europei interessati, come la Polonia. Il risultato di questi negoziati fu la convenzione firmata a Mosca il 12 settembre 1990 e che, in assenza di meglio, può essere visto come il trattato di pace che sanciva ufficialmente la fine della Seconda guerra mondiale, almeno per quanto riguarda la Germania.Dr. Jacques R. Pauwels è l’autore di Il mito della buona guerra: gli USA nella Seconda guerra mondiale, James Lorimer, Toronto, 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

1943, l’anno della svolta

Juriij Rubtsov SCF 08.05.2018I popoli della Russia ricordano il 1943 come l’anno in cui tutto cambiò; un anno di battaglie decisive che cambiò il corso della Grande Guerra Patriottica e della Seconda Guerra Mondiale nel complesso. Era l’anno delle battaglie di Stalingrado, del Caucaso, di Kursk e del Dnepr. Cominciò con la fine dell’assedio di Leningrado e si concluse con la liberazione dell’Armata Rossa di due terzi del territorio sovietico temporaneamente occupato dai nazisti: 38000 località, incluse 162 città. L’anno 1943 non ha precedenti per dimensioni, entità e intensità dei combattimenti. Combattendo le forze principali della Germania nazista e dei suoi alleati, l’Armata Rossa inflisse una serie di sconfitte schiaccianti all’aggressore che portò a un cambiamento radicale nell’equilibrio delle forze mondiale molto prima che il secondo fronte fosse aperto in Europa. Le battaglie decisive del 1943 dimostrarono che l’Unione Sovietica poteva sconfiggere la Germania e i suoi satelliti da sola. Le Forze Armate sovietiche risolsero un problema fondamentale della guerra: vinsero mantenendo l’iniziativa strategica. Valutando l’esito dell’operazione Zitadelke, offensiva tedesca nel saliente di Kursk, il feldmaresciallo Erich von Manstein ammise: “L’Operazione Cittadella fu il nostro ultimo tentativo di riconquistare l’iniziativa in Oriente. Quando non ebbe successo, fallendo, l’iniziativa fu completamente ceduta ai sovietici. L’operazione Cittadella fu la svolta decisiva sul fronte orientale”. Le forze armate del blocco fascista furono costrette a passare alla difesa strategica non solo sul fronte sovietico-tedesco, ma su tutti i fronti della Seconda guerra mondiale. Nel novembre 1943, il capo dello staff delle operazioni dell’Alto Comando delle forze armate tedesche (OKW), il colonnello-generale Alfred Jodl, ammise che le forze tedesche avevano perso l’iniziativa strategica e che non c’era modo di toglierla dalle mani del nemico.
Gli eventi che si svolsero sul fronte sovietico-tedesco nel 1943 dimostrarono definitivamente che era ancora il fronte principale della Seconda guerra mondiale. Per quanto riguarda il numero di truppe schierate, dimensioni ed esito delle operazioni effettuate e perdite inflitte alle forze armate del blocco fascista, questo fronte superò di gran lunga le statistiche di tutti gli altri fronti messi insieme. Basti dire che tra 193 e 203 divisioni tedesche e tra 32 e 66 divisioni degli alleati tedeschi (quasi i tre quarti di tutte le truppe del blocco fascista) vi combatterono, insieme alla maggior parte dei loro materiali e armamenti. Una direttiva OKW del 3 novembre 1943 notava che: “La dura e costosa lotta contro il bolscevismo negli ultimi due anni e mezzo, che ha coinvolto la maggior parte della nostra forza militare in Oriente, ha richiesto sforzi estremi“. Fu sul fronte sovietico-tedesco che il nemico subì quasi l’80% delle perdite totali: 218 divisioni della Wehrmacht ed alleati furono distrutte, insieme a quasi 7000 carri armati, 14300 aerei e circa 50000 cannoni. Era impossibile per il nemico riprendersi da tali perdite. Le vittorie storiche dell’Armata Rossa furono un fattore decisivo nell’ulteriore rafforzamento ed espansione della coalizione anti-hitleriana. Al culmine della battaglia di Kursk, il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt scrisse un messaggio speciale al capo del governo sovietico Josif Stalin che diceva: “Le tue forze hanno, durante un mese di tremendi combattimenti, con abilità, coraggio, sacrifici e sforzo incessante non solo hanno fermato il lungo pianificato attacco tedesco, ma hanno lanciato la controffensiva dalla vasta portata”.
Immobilizzato sul fronte orientale, il comando tedesco non poté influenzare seriamente l’esito dei combattimenti in altri teatri operativi o trasferirvi forze significative. Ciò ebbe un impatto diretto sui risultati delle forze anglo-statunitensi. Nell’Atlantico settentrionale, il comando alleato garantiva il controllo completo dei cieli, riducendo drasticamente la capacità della Luftwaffe di colpire le navi statunitensi e inglesi e la flotta sottomarina tedesca nel fornire supporto. Nel teatro mediterraneo, gli alleati occidentali, avendo acquisito una superiorità sul nemico in termini di uomini, equipaggiamento militare ed armi, riuscirono nel 1943 a completare con successo le operazioni in Nord Africa, conquistare la Sicilia e approdare sulla penisola italiana. C’è la tradizione nella storiografia occidentale di confrontare l’importanza della Battaglia di Stalingrado, di el-Alamein e di Kursk con lo sbarco alleato in Sicilia, che ebbe luogo nel luglio 1943. Ma è impossibile confrontare queste operazioni, sia per scala, le forze e mezzi coinvolti, sia per risultati. Basti pensare che l’operazione siciliana, per esempio, coinvolse 720000 uomini da entrambe le parti, mentre quattro milioni di uomini presero parte alla battaglia di Kursk. E mentre il primo consentì semplicemente lo sbarco di truppe alleate nell’Italia continentale, il fallimento dell’Operazione Cittadella portò al completo collasso della strategia offensiva della Wehrmacht. Le sconfitte subite dai grandi raggruppamenti strategici nemici sul fronte sovietico-tedesco nel 1943 furono un duro colpo per l’intero blocco fascista che accelerò il collasso della coalizione di Hitler e il ritiro dell’Italia. Ci furono anche crisi in Ungheria, Romania e altri satelliti della Germania nazista, che persero fiducia nell’alleato tedesco ed ogni speranza di vittoria. La posizione del Giappone cambiò significativamente dopo la sconfitta della Wehrmacht sul fronte sovietico-tedesco: divenne sempre più riluttante ad entrare in guerra con l’URSS. L’espansione delle operazioni militari contro le “potenze dell’Asse” portò all’urgente bisogno di coordinare direttamente politica e strategia dei capi Stato delle principali potenze della coalizione anti-hitleriana.
Tra il 19 e il 30 ottobre 1943, i ministri degli Esteri di Unione Sovietica, Stati Uniti e Regno Unito tennero una conferenza a Mosca. Fu convocata dai Paesi membri della coalizione anti-hitleriana per discutere del futuro della guerra. La Dichiarazione sulla sicurezza generale adottata alla conferenza fu la prima dichiarazione congiunta a delineare la resa incondizionata degli Stati fascisti come precondizione per la fine alla guerra. La Conferenza di Mosca gettò le basi per il primo vertice dei leader delle tre potenze alleate tenutosi a Teheran tra il 28 novembre e il 1° dicembre 1943. La Conferenza di Teheran fu un importante evento internazionale risultato diretto delle vittorie dell’Armata Rossa nelle battaglie decisive di Stalingrado, Kursk, Caucaso e Dnepr. I partecipanti alla conferenza si accordarono sull’apertura di un secondo fronte, nonché su tempi, dimensioni e posizione dell’invasione europea. Dopo il disastro di Stalingrado, la consapevolezza che la sconfitta era inevitabile cominciò a diffondersi in Germania. La sconfitta delle truppe naziste a Kursk, nel frattempo, insieme alla liberazione della riva destra dell’Ucraina dalle forze dell’Asse occupanti, dimostrò chiaramente l’inevitabilità della fine del Terzo Reich.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Ragioni geopolitiche del sostegno russo al Venezuela

Mision Verdad 5 maggio 2018Il 4 maggio il Ministero degli Esteri russo dichiarava di respingere le intenzioni degli Stati Uniti di boicottare le elezioni in Venezuela. “Washington non solo non abbandona la politica del violento cambio di potere, ma aumenta anche la pressione su Caracas usando meccanismi unilaterali restrittivi, semplicemente cercando d’isolare il Venezuela“. E sottolineava che le sanzioni finanziarie unilaterali applicate da Washington contro la nazione caraibica cercano “di provocare una crisi debitoria e di conseguenza peggiorare la situazione socio-economica“, un obiettivo persino riconosciuto dal dipartimento di Stato quando affermò a gennaio che le sanzioni cercavano d’indurre il collasso economico totale del Paese. La portavoce Maríja Zakharova notava che la Federazione Russa riconosce e sostiene le istituzioni giuridiche come piattaforme politiche per risolvere i conflitti tra lo Stato venezuelano e le forze d’opposizione. “Siamo lieti che i vicini latino-americani del Venezuela, nonostante la forte pressione, osservino la soluzione del problema esclusivamente dal campo giuridico attraverso l’ampio dialogo nazionale. Scegliere in modo indipendente le forme di democrazia, in conformità con le procedure costituzionali senza pressione estera, è diritto di ogni Stato“, sottolineava la funzionaria. La dichiarazione va posta nella dimensione geopolitica, nel contesto globale in cui l’egemonia statunitense è minata da sconfitte militari e finanziarie nel tentativo di destabilizzare il Medio Oriente (casi Siria e Iran), l’Asia (Cina) e il fronte latinoamericano, dove il Venezuela era l’obiettivo prioritario. L’equilibrio ne ha screditato le procedure politiche e militari. Il finanziamento delle rivoluzioni colorate e le imponenti sanzioni economiche sono schemi che non passano inosservati al gigante eurasiatico, al momento dell’annuncio delle elezioni del 20 maggio.

Le elezioni presidenziali venezuelane avranno conseguenze di ampia portata nell’attuale scenario geopolitico
Regolarmente osserviamo scenari simili in altri Paesi, vengono create le premesse per manifestare il malcontento popolare, persone vengono spinte a ribellarsi alle autorità, con prevedibili conseguenze negative e possibilmente catastrofiche“, affermava la diplomatica. Un’allerta che, se paragonata a quella d’inizio 2017 sui tentativi dell’opposizione, coordinati con Washington, di realizzare una rivoluzione colorata in Venezuela, che materializzatasi (al culmine del fallimento), illuminò i veri obiettivi del boicottaggio dei settori ultra-anti-Chavez. Nello specifico, queste voci raggruppate attorno a Primero Justicia e Volunted Popular sono allineate alle lobby israeliane ed aziendali rappresentate al Congresso degli Stati Uniti da Marco Rubio, e nell’OAS da Luis Almagro, architetti delle sanzioni contro il Venezuela, dell’embargo petrolifero a breve termine e della spinta all’intervento militare contro il Venezuela, travestito da “umanitario”. La Russia, rafforzando lo sforzo per stabilizzare i conflitti regionali nei territori che circondano l’area d’integrazione eurasiatica, comprende l’importanza di sostenere il Venezuela, elemento che rafforza la crescente influenza multipolare. Il sostegno in tal senso si confronta tempestivamente all’affronto della dittatura aziendale statunitense prima e dopo le elezioni presidenziali del 20 maggio.
La relazione strategica di queste due nazioni, con chiari obiettivi geopolitici di cooperazione economica e commerciale, per esempio, avanza proposte coraggiose come l’uso delle criptovalute (Petro e Criptorublo) per evitare le sanzioni, alterando la supremazia del dollaro. Le decisioni sovrane nazionali di questo tipo allarmavano i padroni del sistema finanziario mondiale, avviando azioni destabilizzanti che inibiscono i processi politici indipendenti e la creazione di un’architettura finanziaria alternativa al petrodollaro. In tale contesto, si comprende la necessità di aggravare l’aggressione agli attori dell’emergere di nuove potenze e di relazioni alternative a quelle imposte dall’egemonia statunitense, ancor più se provengono dall’America Latina, considerata ancora proprio cortile dove smantellare gli Stati che ne sfidano l’influenza, scavalcando istituzioni e regole nel rivendicare totalmente la Dottrina Monroe. Sviluppo ed esito delle elezioni presidenziali in Venezuela non solo decideranno il destino nazionale, ma avranno conseguenze di ampia portata sul quadro geopolitico in cui gli Stati Uniti lottano per non vedere la propria influenza internazionale erosa totalmente. La Russia lo sa ed anche il candidato della Patria.Traduzione di Alessandro Lattanzio