Dossier OLTCIT, sabotaggio della cooperazione economica fra Est ed Ovest

Luca BaldelliChi si trova a percorrere le strade della Romania ancora oggi può notare che circolano, nei grandi centri come nelle località di minore importanza, automobili simili alla “Citroen Visa”. Vetture robuste, sicure, spesso tenute in maniera impeccabile grazie alla passione ed alla dedizione di migliaia di automobilisti: sono le mitiche “Oltcit” prodotte a Craiova in epoca comunista e, per qualche anno, anche sotto il nuovo regime sorto nel 1989-90 dal “lovitura de Stat” (“colpo di Stato”) del sedicente Fronte di Salvezza Nazionale. Una campagna di stampa tutto fuorché onesta ed obiettiva, condotta sia in Romania che all’estero, ha teso identificare in quest’automobile, specie a partire dal rovesciamento del governo di Ceausescu, ogni genere di difetto, di stortura, di vulnerabilità possibile immaginabile. Eppure, basta dare un’occhiata, nella rete internet e, in particolare, nei social, ai siti ed alle pagine curati dagli amanti della “Oltcit”, per rendersi conto di quale seguito e di quale ammirazione goda ancora oggi la vettura in questione, di quanto siano apprezzabili le sue prestazioni e la sua affidabilità su strada. E sì, di strada ne ha dovuta compiere davvero tanta, la “Oltcit”, per partire ed affermarsi, stretta tra la morsa del sabotaggio commerciale estero e quella, non meno impietosa e stritolante, della diversione interna, orchestrata dai nemici della sovranità economica e politica della Romania. In questo dossier, cercheremo di analizzare tutta la catena di menzogne e illazioni che sono state messe in circolo rispetto a questa vettura, frutto di una cooperazione tra Romania e Francia che, negli intenti del PCR e del Governo rumeno, avrebbe dovuto coinvolgere vari settori, non solo quello automobilistico, con l’implementazione, anno dopo anno, dei campi di intervento.
Tutto comincia nel 1975-76, periodo nel quale vengono avviati i contatti tra le due Nazioni per lo sviluppo di un’automobile solida, elegante e capace d’incontrare il favore degli acquirenti sia in Romania che in Francia. Il Paese di Ceausescu, allora, era una locomotiva economica impressionante, protagonista di un miracolo che stava stupendo il mondo intero: in piena recessione globale, con il prezzo del petrolio in vertiginoso aumento dopo la guerra del Kippur, la Romania cresceva a tassi inimmaginabili per l’intero occidente capitalista e anche per le più vitali economie del COMECON. Nel 1970–75, la media annua della crescita del reddito nazionale lordo fu dell’8,7%, mentre la produzione industriale si sviluppò al ritmo del 13% annuo. Solo il Giappone, negli stessi anni, poteva vantare indici prossimi a quelli della Romania. S’intuisce quindi il fatto che le Nazioni capitaliste vedessero, nello Stato socialista balcanico, coi suoi 20 milioni di potenziali consumatori, da un lato una minaccia, dall’altro un’opportunità per il loro apparato industriale. La Francia, in questo, non era certo seconda a nessuno, né disposta a farsi indietro “cavallerescamente” per assecondare altre mire, specie quelle tedesche, italiane e statunitensi: le sue vecchie, ma sempre lucide ed attente scuole geopolitiche e geoeconomiche, le sue accademie, la rete dei suoi contatti coltivati in decenni di presenza massiccia sulla scena mondiale, costituivano un apparato di circoli d’influenza e di gruppi di pressione operativo e ben rodato, capace di cacciare nella riserva dell’economia mondiale spesso a parità di condizioni con le superpotenze. Del resto, l’esperienza della Dacia aveva evidenziato un successo clamoroso della cooperazione franco–rumena: la vettura, prodotta su licenza a partire dai modelli della Renault 8 (per la Dacia 1100) e della Renault 24 (per la Dacia 1300), aveva spopolato non solo in Romania, ma anche in molte Nazioni sviluppate o in via di sviluppo. Con la “Oltcit”, si pensò così di ripetere il “colpo”; era il 27 dicembre 1976 quando il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Socialista di Romania approvò il Decreto n. 424/1976 per la creazione di un’impresa mista rumeno–francese capace di produrre, a Craiova, 130000 autovetture ogni anno, 65000 delle quali avrebbero dovuto prendere la via dell’export, commercializzate direttamente dalla “Citroen” sotto il nome di “Citroen Axel”. L’impianto industriale concepito dagli accordi era poderoso: 350000 metri quadrati, edificati su 114 ettari di terreno. La Società mista a capitale rumeno-francese prese il nome di “Societatea Oltcit”, partecipata al 64% dai rumeni e al 36% dalla “Citroen” ( per un valore di 500 milioni di franchi). L’Oltenia, terra tradizionalmente agricola, protagonista sotto il socialismo di un imponente processo di industrializzazione, che già ne aveva mutato sensibilmente il volto, conobbe dunque nuovi progetti tesi a modernizzarla ulteriormente. Il 17 giugno 1977, alla presenza di Nicolae Ceausescu, vi fu a Craiova la posa della prima pietra dei nuovi stabilimenti.
Fu a questo punto che, gettate tutte le premesse per una cooperazione vantaggiosa per tutti, iniziò, da parte dei francesi, una melina snervante e logorante: nei piani degli strateghi economici e politici di Parigi, i rumeni avrebbero dovuto recitare la parte dei portatori d’acqua, lasciando alla “Citroen” e ai suoi dirigenti la quasi totalità dei profitti realizzati. Un ruolo di subordinazione insultante, assurdo, che il governo rumeno ovviamente rifiutò, geloso delle sue prerogative oltreché rispettoso degli accordi sottoscritti. La stampa mondiale, ancora oggi, sparge ai quattro venti disinformazione, sostenendo che le mancanze vi furono esclusivamente da parte rumena, in ordine alla qualità del lavoro da svolgere, degli impegni da corrispondere e delle commesse da onorare. Basta una disamina obiettiva e completa della vicenda “Oltcit”, però, per far cadere come un castello di carte queste menzogne. Procediamo con ordine: innanzitutto, l’esposizione finanziaria della Romania, come abbiamo visto, fu largamente superiore a quella francese, tanto che, con un miliardo di investimenti solo per le linee di produzione, il Ministro degli Esteri Stefan Andrei avrà buon gioco a sostenere, pur tra cenni non edificanti e ingenerosi sulla “Oltcit”, dettati dalla sua legittima irritazione vero i francesi, che la Romania aveva rimesso in piedi la dissestata “Citroen”. Il socialismo rumeno, e non appaia questa un’iperbole, aveva risanato, con l’operazione “Oltcit”, la casa automobilistica francese e, con essa, migliaia di posti di lavoro francesi, immettendo liquidità e aprendo in prospettiva, nonostante tutti gli ostacoli artatamente collocati sul cammino, scenari di espansione alquanto appetibili. D’altronde, basta dare un’occhiata al quadro generale presente in Francia ed in Romania, per comprendere appieno chi avesse bisogno di chi e di che cosa in quello scorcio di fine anni ’70: la Romania, partendo dal nulla, senza un’industria automobilistica storicamente consolidata, era passata da 12123 auto e motoveicoli prodotti nel 1960 a 74360 nel 1971 a 128847 nel 1979 (+73% in appena 8 anni). La “Citroen”, nello stesso periodo, navigava, assieme ad altre blasonate case automobilistiche europee, nelle acque più tempestose: errori manageriali marchiani quanto celati dalla coltre del protezionismo, avevano fatto sì che la storica casa fondata dall’intraprendente mercante ebreo–olandese Andrè Citroen fosse sull’orlo del baratro. Dissennati investimenti con Fiat, Maserati, Panhard e altre marche, tempo perso e risorse sprecate dietro al motore Wankel, le cui prestazioni e la cui compatibilità con le normative ecologiche non erano passibili di miglioramenti nemmeno con l’impiego dell’iniezione elettronica… Tutto questo, unitamente alla poca lungimiranza manifestata nel non pensare per tempo ad una vettura di classe media tra il 1960 e il 1974, all’apice del processo di motorizzazione dei Paesi europei, avevano azzoppato il cavallo un tempo scalpitante della casa produttrice francese. Assieme all’acquisto del 38,2% di “Citroen” da parte della “Peugeot”, e anzi molto più di questa acquisizione dal punto di vista dell’impatto, gli investimenti della “Societatea Oltcit” andarono ad accrescere il capitale anche della “Citroen”, sgravandola da obblighi e impieghi di denaro massicci e quindi contribuendo in modo determinante al suo risanamento. Nonostante ciò, ancora nel 1979, mentre lo Stato rumeno, con tutti gli organi deputati alla pianificazione economica, aveva portato a termine già impegni solennemente assunti, sul fronte francese nulla si muoveva. Il 5 marzo del 1980, dopo quattro anni di sostanziale latitanza, il Direttore generale della “Citroen” Jacques Lombard volò a Bucarest per dei colloqui chiarificatori con Nicolae Ceasescu, Segretario del PCR, Presidente della Repubblica e del Consiglio di Stato, e con Ilie Verdet, Presidente del Consiglio. In quell’occasione si fece presente, da parte rumena, che gli impianti erano quasi pronti e che mancava solo il risolutivo via libera francese alla realizzazione delle tappe decisive per la messa in produzione della vettura “Oltcit”. In particolare, si aspettava che la Francia contribuisse in maniera diretta, secondo i piani, all’infusione di risorse fondamentali per l’assunzione di 7000 addetti alla produzione (la “Citroen”, tanto per rendere l’idea, ne impiegava, nello stesso tempo circa 60000). Su questo, vi furono nuove rassicurazioni da parte della figura apicale della “Citroen”, ma di fatti se ne videro pochi nelle settimane e nei mesi a venire, tanto che fu decisivo, per sbloccare un minimo di dinamiche finanziarie, la successiva visita di Ceausescu a Parigi, effettuata tra il 23 ed il 25 luglio 1980 in compagnia di Ioan Avram (Viceprimo Ministro), Cornel Burtica (Ministro del Commercio Estero e della Cooperazione economica internazionale), Stefan Andrei (Ministro degli Esteri), Vasile Pungan (Consigliere presidenziale). In occasione di quell’incontro al vertice, durante il quale Ceausescu s’incontrò con il Presidente francese Giscard d’Estaing, con i vertici delle banche e del sistema economico francese, il tasto batté sulle necessità della “Societatea Oltcit” e sui ritardi della Francia, ormai cronici, nel dar compimento agli impegni assunti nei trattati. La Romania, da sola, aveva investito quasi 10 miliardi di lei e ancora non era uscita, dalle catene di montaggio della produzione in serie, nemmeno una vettura. La visita di Ceausescu, ottimamente preparata da uno staff politico ed economico di prima qualità, contribuì ad una relativa accelerazione delle intese tra Francia e Romania, e non solo rispetto alla vicenda “Oltcit”. Le infrastrutture produttive vennero completate e si passò quindi all’analisi-sperimentazione dei modelli/prototipi e alla messa in produzione seriale della vettura tanto sospirata. Nonostante questa accelerazione, i francesi, ormai beneficiati dall’infusione di liquidità rumena, desiderosi di ridimensionare il progetto secondo i loro interessi di mercato, per tutto il 1981 mossero obiezioni al livello tecnico delle maestranze rumene, ai risultati ed alle acquisizioni delle loro officine, ritardando e sabotando quindi le fasi di produzione e commercializzazione. Fu solo nell’ottobre del 1982, dopo l’ascesa alla Presidenza del Consiglio da parte dell’energico e risoluto Constantin Dascalescu, esperto, più del pur brillante Verdet, in questioni economiche, che i primi modelli della “Oltcit” uscirono dalle catene di montaggio con produzione in serie. Grazie all’apporto di Dascalescu, si cominciò a stilare un cronoprogramma bilaterale coi francesi che, a sei anni dalla firma dell’accordo, consentì l’avvio concreto della produzione, senza più giri di parole. Tutti i problemi furono risolti? No di certo, come era logico che fosse avendo, dall’altra parte del tavolo, un interlocutore–socio scientemente dedito alla dilazione, al temporeggiamento, al sabotaggio aperto o mascherato. In quell’autunno del 1982, mentre in tutto il Paese veniva avviata una razionalizzazione delle risorse economiche e dei processi produttivi destinata ad avere riflessi considerevoli all’interno della Romania e nelle relazioni tra il Paese ed il resto del mondo, vennero a cadere le obiezioni tecniche dei francesi: il prodotto rumeno era di prima qualità e semmai faceva paura proprio per la sua eccellenza! I piani, calibrati su una produzione annua di 130000 esemplari, con obiettivo a tendere pari a 150000, erano perfettamente realizzabili, solo che i francesi l’avessero voluto. Purtroppo, si era assai lontani da quell’obiettivo e già l’essere partiti, stante la concreta situazione riscontrabile sul campo, poteva ritenersi un miracolo. L’impianto industriale poteva contare su 190000 metri quadrati di spazio solo considerando i reparti di prelavorazione meccanica, pressaggio, carrozzeria, verniciatura e montaggio generale. Vi era un reparto di fabbricazione delle componenti fondamentali che, cosa più unica che rara, poteva contare su 42 linee specializzate: un capolavoro di tecnologia e specializzazione del lavoro senza pari nel mondo, in assoluto e in proporzione al volume produttivo pianificato. Le vetture prodotte erano di tre tipi: “Oltcit Special” con motore da 652 cm3, “Oltcit Club” con motore da 1129 cm3, “Axel”, destinata all’esportazione nei modelli normale 11 R, e 12 TRS con motore da 1299 cm3. La “Oltcit Special” aveva una velocità massima di 120 km/h, mentre la “Club” raggiungeva i 149 km/h. Su una distanza di 100 km, alla velocità di 90 km/h, il consumo di carburante era di 5,7 litri per il modello “Special” e di 6,7 litri per il modello “Club”. Prestazioni, quindi, assolutamente competitive se pensiamo che la “Citroen Visa 650” raggiungeva i 125 km/h consumando in media 5,9 litri di carburante ogni 100 km e che il modello “10E”, presentato nel 1984, toccava la velocità massima di 133 km/h con un consumo medio di 6,7 litri ogni 100 km percorsi.
Tutto questo capitale, però, venne depauperato deliberatamente dai francesi e dalle loro perverse strategie di profitto immediato e di azzoppamento di una concorrenza che, se c’era rispetto alla “Visa”, era solo per la capacità dell’apparato produttivo rumeno. Sta di fatto che nel 1983 se da un lato la produzione seriale rappresentava ormai un punto di non ritorno, dall’altro non si riuscì a sfornare un numero di vetture, sia per il mercato interno che per l’esportazione, lontanamente paragonabile a quello programmato: appena 5400 furono i modelli “Oltcit” usciti dalle linee di montaggio. Le autorità economiche e governative di Bucarest e di Craiova si trovarono, per colpa del sabotaggio economico francese, davanti alla necessità d’inviare in ferie anticipate, nel gennaio del 1983, 2342 addetti delle linee produttive della “Oltcit” (79,7% del totale), visto che le commesse languivano e la piena capacità produttiva non poteva essere dispiegata, per i continui intoppi logistico-tecnici. Naturalmente, grazie agli ammortizzatori sociali dello Stato socialista, e con l’impegno sinergico di Sindacati e Comitati popolari, non vi furono penalizzazioni troppo pesanti sui livelli salariali e alcune unità trovarono temporaneo impiego in lavori complementari in altri settori bisognosi di manodopera. Nel 1984, dopo un nuovo, deciso confronto tra le parti, si raggiunse la quota di 37000 vetture “Oltcit” prodotte, mentre le prime “Axel” presero la via dell’esportazione (il primo esemplare varcò le frontiere in data 10 luglio 1984). I francesi i loro conti li stavano facendo sempre più ossessivamente alla faccia degli accordi: quella che per loro sarebbe dovuta essere un’automobile “tappabuchi” dei segmenti di mercato non raggiunti e non raggiungibili dalla “Visa”, si stava rivelando migliore della “Visa” stessa diventando così, da modello complementare, come accennavamo prima, modello competitivo, agguerritamente concorrenziale, non solo sulla piazza europea, ma in giro per il mondo. La domanda di “Axel”, infatti, cresceva vertiginosamente: 15000 esemplari esportati nel 1984, con raggio d’azione in Europa, Asia, America Latina, Medio Oriente. Alla faccia delle lamentele francesi per i livelli qualitativi, la “Axel” rumena sfondava e alla grande in mercati non certo generosi né privi di “corteggiamento” da parte di colossi occidentali decisi a conquistare quote di mercato con ogni mezzo. Test condotti dai migliori collaudatori sulla scena mondiale, attestarono che la “Axel” aveva una capacità di resistenza ed una solidità superiore a quella della “Visa” e di altre vetture pur apprezzabili del panorama automobilistico europeo. Le vetture prodotte dalla “Oltcit” di Craiova poi montavano freni a disco anteriori e posteriori, elemento questo che conferiva il massimo di sicurezza e di affidabilità, mentre le “Visa” e un gran numero di altre vetture fabbricate in occidente presentavano ancora freni a disco anteriormente e a tamburo (più economici) posteriormente, con una prevalenza delle ragioni del costo e del profitto ricavabile rispetto a quelle della sicurezza complessiva. Il contrario di quel che avveniva a Craiova, dove l’uomo, la sua sicurezza a bordo, la sua proiezione del teatro del traffico in armonia con tutti gli altri veicoli, erano i capisaldi progettuali e produttivi fondamentali. Il rapporto qualità/prezzo delle varie versioni “Axel” era d’altronde vantaggiosissimo: se una “Visa 11 E” costava, nel 1985, 48000 franchi, nello stesso anno un modello “Axel 11” si vendeva a 38000, mentre 42000 e 46000 franchi rispettivamente erano i prezzi di vendita dei modelli “Axel 11 R” e “Axel 12 TRS”, più lussuosi e meglio dotati di accessori di serie e componenti. Per ottenere le versioni metallizzate, bastava aggiungere 880 franchi ai prezzi di base. Per una “Citroen” chiusa nelle sue strategie di profitto immediato, questo quadro rappresentò una iattura, che minacciava l’apparato produttivo e le entrate del gruppo: se i proventi delle esportazioni della “Axel” erano proporzionalmente divisi con i rumeni, quelli derivanti dalla vendita delle “Visa” erano, invece, tutto fieno in cascina per i francesi, da non dividere con nessuno. Se di “Visa” se ne vendevano meno, perché la “Axel” prendeva il sopravvento, le conseguenze non potevano che essere pesanti per la “Citroen”. Invece di spingere in avanti la ruota della cooperazione economica, verso traguardi forieri di sviluppo e vantaggi comparati per tutti, il capitalismo dette ancora una volta una risposta regressiva. Partì infatti, in maniera subdola, una campagna per disinnescare la mina “Axel” condita da strategie comunicative sofisticate di denigrazione, non riconducibili al regista dell’operazione, da nuovi sabotaggi nelle forniture al socio rumeno, da difficoltà frapposte di proposito ai canali commerciali: notizie false, pezzi di ricambio che non arrivavano puntualmente sulle piazze ove la “Axel” stava conoscendo maggior successo, atti turbativi della concorrenza concertati preventivamente e via elencando. In questo panorama, invece delle 130000 vetture “Oltcit” prodotte ogni anni, se ne produssero 30000 nel 1985, 16000 nel 1986 e cifre pressoché analoghe caratterizzarono il panorama degli anni a seguire. Gli organismi politici ed economici rumeni guardarono attoniti tali sviluppi, senza alzare troppo la voce e senza svelare al pubblico la trama, che conoscevano grazie al tanto deprecato spionaggio estero, o almeno alla porzione di esso che realmente rispondeva agli interessi della Repubblica Socialista di Romania. Si sperò, fino alla fine, che tutto fosse un brutto capitolo originato dalla volontà di pochi e che lo Stato francese, nei suoi vertici, avrebbe prima o poi, messo a posto la situazione. Un giocare di rimessa, questo, che non agevolò certamente la vicenda complessiva: ancora una volta, la lealtà dei Paesi socialisti e delle loro guide politiche, la loro fedeltà alla parola data, lungi dall’essere apprezzata dai capitalisti, era colta da questi come ghiotto spunto per farsi beffe di contratti, trattati, accordi. Non mancarono, ad ogni modo, i momenti di confronto: nel 1985-86, i rumeni rifiutarono di installare sulle “Axel” il cambio di velocità fabbricato in Portogallo e commercializzato dalla “Citroen”, in quanto non economicamente vantaggioso e meno funzionale rispetto al cambio della “Dacia 1410”, adottato a Craiova. I francesi iniziarono allora un’offensiva contro questa componente, ritardando altri impegni assunti e pagando pure sabotatori all’interno della fabbrica di Craiova, per dimostrare l’indimostrabile, ovvero che il cambio adottato dai rumeni era meno valido: si aprì, da parte della Securitate, un dossier su alcuni tecnici ed operai che di proposito sabotavano la corretta collocazione di componenti o ne rovinavano il profilo delle stesse. Anche sul sistema frenante vi furono problemi e grattacapi: i rumeni installarono quello della “Dacia 1300”, assai efficiente e riconosciuto in tutto il Pianeta ( asta vedere anche le gare vinte dai modelli “Dacia” a livello di rallies mondiali, per saggiare l’affidabilità di quelle vetture, compresa quella relativa al sistema frenante) e rifiutarono altre proposte, in assenza di impegni seri da parte francese. Il 21 febbraio 1986, Aurel Duma, Segretario del Ministero degli Esteri della Repubblica socialista di Romania, propose di abbassare del 10% il dazio stabilito per la “Citroen Axel”, tenuto artificialmente alto, e due mesi dopo, sullo stesso argomento, tornò Valeriu Tudor, Consigliere economico–commerciale accreditato a Parigi. In particolare, chiese un aumento delle quantità esportate di “Axel” fino al 50% della produzione complessiva di “Oltcit” ed un aumento del prezzo di acquisto delle vetture da parte della “Citroen”, visto che la casa produttrice francese aveva rincarato inopinatamente il prezzo di pezzi e componenti fino al 40–45%, sottoponendo il sistema economico rumeno ad un salasso di valuta assolutamente insensato, specie tenendo conto del fatto che i prezzi delle materie prime erano ovunque in ribasso in quel periodo. I francesi respinsero queste richieste giuste e legittime, lasciando immutati i prezzi di acquisto delle “Axel” ad un livello artificiosamente basso.
Nello stesso tempo, in Romania, l’orgoglio per la “Oltcit”, pur in mezzo a tantissimi problemi, era a livelli esponenziali: la Romania aveva dato al mercato interno ed estero, dopo la Dacia, un altro modello che univa economicità e comfort. Lo scorno per le basse cifre di produzione, causato dalle manovre diversive della Francia, era surclassato dal sentimento di fierezza nazionalistico, ben illustrato da tanti film di quel periodo: se negli anni ’70 e nei primi anni ’80 le “Dacia” erano state le regine su quattro ruote delle pellicole rumene, nella seconda metà degli anni ’80 il loro posto viene preso dalle “Oltcit”. “ lipa de ragaz” (“Attimo di riposo”), film girato nel 1986, si apre con il protagonista, l’espressivo Stefan Iordache, alla guida di una “Oltcit” bianca. La stessa vettura compare in “Anotimpul iubirii” (“Stagione dell’amore”), sempre del 1986, e in “Vara sentimentala” (“Estate sentimentale”), girato un anno prima, tra le ubertose campagne del socialismo.
Nel 1987, la spudoratezza dei francesi raggiunse vette inaudite: si lamentarono del fatto che nel 1986 le loro esportazioni in Romania avevano coperto appena il 29% delle esportazioni rumene in Francia. Insomma, anziché onorare i termini del contratto sottoscritto con la “Oltcit”, la “Citroen” e le autorità politiche francesi si dolevano per il fatto che la bilancia dei pagamenti fosse in attivo per la Romania e che questa Nazione avesse, dunque, una posizione commercialmente più forte. Il colmo della faccia bronzea, considerato che ogni deficit commerciale a sfavore dei Paesi socialisti era pompato e reclamizzato dalla stampa borghese non come la prova provata dell’incremento continuo del benessere in quei Paesi, alla costante ricerca, in certi settori, di crescenti importazioni di beni e servizi, ma come prova della vulnerabilità delle loro economie. Ai capitalisti non andava bene nulla dell’economia socialista: quando era forte e in posizione di preminenza, recriminavano il fatto che era potente; quando manifestava sedicenti o reali segni di debolezza e carenza, l’attaccavano per queste falle vere o presunte. Nessun deretano mai avrebbe eguagliato ed eguaglierebbe il viso dei capitalisti!
Nel 1988-89, i sabotaggi alla “Oltcit” di Craiova si fecero più pesanti, in coincidenza con i preparativi orditi da CIA, Mossad, AVh ungherese, KGB gorbacioviano per la defenestrazione di Ceausescu, colpevole di seguire un indirizzo autonomo di politica interna ed estera, in modo particolare rispetto all’azzeramento del debito estero, obiettivo storico ineguagliato da ogni altra Nazione del mondo, raggiunto nella primavera del 1989. La situazione degli stabilimenti automobilistici di Craiova, in un panorama di indici di crescita economica generale impressionanti, stonava alquanto e meritò un intervento diretto, preciso ed inequivocabile di Nicolae Ceausescu alla riunione del Comitato politico esecutivo del CC del PCR del 5 maggio 1989: in questa occasione, egli sottolineò come le 32 attrezzature inviate dalla I.M.U.A. di Bucarest alle fabbriche automobilistiche di Pitesti e Craiova, per la produzione dei cambi di velocità, non funzionassero, con gravi ritardi sulla produzione complessiva come inevitabile conseguenza. “Propongo al Comitato Politico Esecutivo, tuonò il Segretario del PCR, l’introduzione di pene fino a quella capitale per l’invio di attrezzature non funzionanti! Non si possono sentire storie come questa! (…) Il salario uno lo deve ricevere se lavora bene, come si deve! Per i sabotaggi non dobbiamo pagare nulla, dobbiamo piuttosto perseguire i responsabili e l’invio di attrezzature di cattiva qualità significa sabotaggio!”. Analisi perfetta, anche se tardiva rispetto alle conclusioni: da anni la macchina del sabotaggio era operante e oliata meglio degli ingranaggi delle “Oltcit”. Non era casuale la scelta delle leve del cambio: si ricordi quanto prima accennato sul colpo pesante inferto dalla Romania, come reazione alle manovre ed alle speculazioni commerciali francesi, con la sostituzione delle leve del cambio portoghesi a vantaggio di quelle nazionali, meglio resistenti all’usura del tempo e diffamate per questo dalla stampa specializzata occidentale. Era ormai chiara anche ai massimi vertici del Paese la presenza, negli stabilimenti dell’I.M.U.A. di Bucarest e da altre parti, di talpe e sabotatori che, svolgendo opera di spionaggio e diversione, stavano attivamente minando l’economia nazionale con l’intenzione di provocare malcontento a tutti i livelli. L’azione della Securitate e degli organi deputati alla difesa del patrimonio economico nazionale non fu decisa come ci si sarebbe attesi: anche in quegli organi, gli agenti al servizio dello straniero erano annidati in posizione chiave e si riveleranno preziosi, proprio in virtù della loro presenza, per il rovesciamento telecomandato dall’estero di Nicolae Ceausescu. Nell’agosto del 1989, come conseguenza dei sabotaggi, i 3675 dipendenti della “Oltcit” di Craiova (mai erano arrivati ad essere 7000 per effetto dell’inosservanza francese degli accordi) conobbero difficoltà mai viste prima per il pagamento degli stipendi: così, 2249 vennero retribuiti con il 54,6% del salario stabilito nel giugno precedente, nelle trattative tra dirigenza e sindacati, mentre 1426 non ebbero a disposizione alcun compenso, venendo trasferiti ad altre unità produttive o godendo di ferie anticipate, con pagamento a carico del bilancio nazionale. In un Paese in cui la disoccupazione non esisteva ed in una famiglia di quattro persone entravano almeno due stipendi, le conseguenze non furono insopportabili (non vi fu alcuna protesta), ma di certo il malcontento serpeggiò. Sul fronte del commercio estero, le “Axel” dal 1988 videro chiudersi le porte da parte della Francia e degli altri Paesi europei, nonostante la qualità ottima del prodotto e la forte richiesta su altri mercati mondiali. Si stava minando in maniera scientifica, cinica e premeditata il patrimonio economico nazionale e la “Oltcit” era solo un capitolo di questa storia taciuta dalla propaganda borghese e nascosta con mille sotterfugi anche da chi, su ben altre posizioni, avrebbe dovuto da tempo raccontarla per intero. Nel dicembre del 1989, con il golpe del FSN e la fucilazione di Ceausescu, anche il futuro della “Oltcit”, assieme a quello della Romania tutta, venne compromesso: la fabbrica, con enormi potenzialità ma non più incardinata ed orientata verso l’armonica crescita dell’economia nazionale e della società, venne sostanzialmente abbandonata ai ferri vecchi. Nel 1990, si tracciò un bilancio : erano state prodotte, in 8 anni, circa 100000 “Oltcit” e 60.000 “Axel” avevano preso la via dell’esportazione. Avrebbero potuto essere ben diverse, quelle cifre, in presenza di una cooperazione economica e commerciale vera, autentica, e non truffaldina quale quella creata dai francesi, contro i patti sottoscritti e contro gli intendimenti solennemente sanciti. Quelle cifre, per rendere pienamente l’idea, avrebbero dovuto essere le cifre di una sola annualità, secondo gli accordi. Con l’avvento al potere delle forze capitalistico–borghesi, per la fabbrica “Oltcit” vi furono anni di limbo: licenziamenti, distruzione pianificata di saperi ed esperienze, ridimensionamento complessivo di tutta l’attività. Nel 1991, la “Oltcit” diventò “SC Automobile Craiova SA”, fino a venir fagocitata, nel 1994, dalla “Daewoo” (non vi erano più al potere i comunisti, gli accordi erano solo patti leonini tra un Paese smembrato e gli squali del capitalismo!) e a ridursi a fabbrica di pezzi di ricambio e componenti per altre case produttrici. Una storia eroica e assieme vergognosa; un altro racconto illuminante su quello che il capitalismo ha prodotto a livello planetario prima con il sabotaggio e poi con la conquista coloniale delle economie dell’Est europeo. Resta una soddisfazione: quella di vedere come ancora tanti, in Romania, a dispetto di campagne di stampa false e lautamente foraggiate, continuano ad amare la “Oltcit”, tenendo come reliquie modelli risalenti all’epoca comunista, quasi unanimemente giudicati come i più validi, affidabili e confortevoli. Ne fanno fede numerosi club e associazioni, costituitisi per tramandare un patrimonio nazionale ed economico al quale nessuno può guardare senza il dovuto rispetto.Bibliografia e Sitografia
Intervento di Stefan Andrei, Ministro degli Esteri della Repubblica Socialista di Romania. Non tutte le affermazioni che fa sono attendibili, anzi alcune sono viziate dalla necessità di trovarsi un uditorio non appiattendosi sulla difesa della Repubblica Popolare Socialista, ma il contenuto è egualmente pregevole e interessante per i dati, che ognuno può assumere nella propria analisi ed interpretare.
Contributors
Autoturism”, rivista dell’Automobil Club della Romania, molto ben fatta, specie negli anni del socialismo. Un punto di riferimento essenziale per tutti coloro i quali intendano capire meglio il panorama automobilistico rumeno. Qui si parla della “Oltcit” in maniera dettagliata.
L’intervento deciso di Ceausescu nel 1989

Annunci

12 miti sulla Rivoluzione Bolscevica

Zakhar Prilepin su chi distrusse l’impero e chi salvò il Paese dal crollo
Zakhar Prilepin, Fort Russ, 11 novembre 2017Ragionando sulla rivoluzione i suoi avversari seguono lo stesso percorso, riproducendo con diligenza gli stessi argomenti errati, a nostro parere.
1. Anche se siete appassionati monarchici, dovete riconciliarvi col semplice fatto che i bolscevichi non abbatterono lo zar. I bolscevichi rovesciarono il governo provvisorio liberale filo-occidentale di Kerenskij.
2. La lotta ai bolscevichi non fu avviata da chi combatteva per la “fede, lo zar e la patria”, ma da Lavr Kornilov, il generale che annunciò l’arresto dell’imperatrice e della famiglia reale. Tra i suoi camerati più stretti c’era Boris Savinkov, un SR, rivoluzionario, terrorista che fece di tutto per rovesciare la monarchia. Savinkov cercò di salvare il governo provvisorio nel Palazzo d’Inverno. Fu commissario del governo provvisorio nel distaccamento del generale Pjotr Krasnov. Era impegnato nella formazione dell’esercito volontario. Un’altra figura prominente del movimento bianco, il generale Mikhail Alekseev, fu coinvolto nella caduta di Nicola II; Inoltre, come molti capi del governo provvisorio, Alekseev era un massone. La questione è infatti una. Chi si oppone ai bolscevichi e a Lenin crede veramente che la Russia sarebbe andata meglio se nel ventesimo secolo fosse stata governata da liberali, rivoluzionari terroristi e generali che abiurarono al giuramento?
3. Tutti i sostenitori dell’idea che la rivoluzione fu attuata coi soldi tedeschi e inglesi dovrebbero in qualche modo spiegarsi come i primi e i secondi beneficiarono della fine desiderata, dato che entrambi parteciparono all’intervento contro la Russia sovietica, se i bolscevichi erano i loro agenti e che razza di agenti fossero se ignorarono i loro mandanti, per così dire, combattendoli poi fino alla fine?
4. Tenendo presente che una parte dell’aristocrazia fu espulsa dalla Russia, va capito che i bolscevichi non erano semplicemente “criminali e banditi” come ad alcuni piace piagnucolare, Lenin era un nobile, così come molte figure prominenti e leader del Partito Bolscevico. N. N. Krestinskij, V. V. Kujbyshev, G. K. Ordzhonikidze erano nobili, F. E. Dzerzhinskij era figlio di un piccolo nobile, una delle figure più importanti del NKVD, G. I. Bokij, proveniva da una vecchia famiglia nobile, era figlio di un consigliere di Stato; e così via. Non si deve smettere di ricordare che sangue blu scorreva nelle vene di non solo degli scrittori che lasciarono la Russia come Merezhkovskij, Berdaev, Zajtsev. Il blocco di Brjusov era formato da nobili. I violenti poeti rivoluzionari Majakovskij e Anatolij Marengov, ci crediate, erano nobili. Aleksej Tolstoj era un nobile, e Valentin Petrovich Kataev era pure un nobile. Qui va ricordato che il primo governo sovietico incluse un solo ebreo, Trotzkij.
5. Nell’Armata Rossa c’erano 75000 ex-ufficiali (di cui 62000 di origine nobile), mentre nell’esercito bianco erano circa 35000, sui 150000 ufficiali dell’Impero Russo. L’abitudine dell’ultimo cinema russo (tuttavia, riprendendo i registi dell’era sovietica) di ritrarre le guardie rosse come gente del popolo e le guardie bianche come “ossa bianche”, è volgare ed anche innaturale dal punto di vista storico. Tornando a Trotskij e ad alcuni leader rivoluzionari delle zone di residenza, va notato quanto segue. Chi sostiene che la rivoluzione fu opera di gruppi etnicamente distinti in contrapposizione al popolo russo, agisce difatti da russofobo. Si comprenda la ragione elementare per cui decine di migliaia di nobili russi, oltre agli ufficiali, vanno considerati oggetto della manipolazione di centinaia di discendenti di artigiani e negozianti. Ricordiamo che il comandante in capo di tutte le Forze Armate della Repubblica Sovietica fu Sergej Sergeevich Kamenev, un ufficiale di carriera diplomato all’Accademia dello Stato Maggiore nel 1907, Colonnello dell’Esercito Imperiale. Dal luglio 1919 alla fine della guerra civile fu il comandante in capo, e tale carica, durante la Grande Guerra Patriottica, venne occupata da Stalin. Il Capo di Stato Maggiore dell’Armata Rossa, Pavel Pavlovich Lebedev, era un altro nobile, divenuto Maggior-Generale dell’Esercito Imperiale. A tale carica sostituì Bonch-Bruevich (che, a proposito, era un piccolo nobile) e dal 1919 al 1921 fu responsabile dello Stato Maggiore operativo. Dal 1921 fu il Capo di Stato Maggiore dell’Armata Rossa. Successivamente, molti ufficiali zaristi partecipi nella guerra civile, Colonnello B. M. Shaposhnikov, Capitani A. M. Vasilevskij e F. I. Tolbukhin, Tenente L. A. Govorov, divennero Marescialli dell’Unione Sovietica. Volete ancora parlare di come criminali e banditi ingannarono e sconfissero i nobili russi bianchi e belli che non avevano abiurato al loro giuramento ed erano fedeli all’imperatore?
6. I bolscevichi non organizzarono la guerra civile e non ne ebbero bisogno. Non iniziò subito dopo la Rivoluzione, come si suppone talvolta, ma solo nel 1918 e i bolscevichi non avevano nulla a che fare col suo avvio. Chi avviò la guerra civile furono i capi militari che rovesciarono lo zar. Di conseguenza, milioni di persone parteciparono alla guerra civile, dai diversi gruppi etnici e politici; Inoltre, va ricordato l’intervento di quattordici (14!) Paesi, e in una simile situazione, attribuire le vittime della guerra civile ad alcuni bolscevichi è meschino ed ingannevole. Infatti: la guerra civile fu organizzata dai bianchi.
7. Le prime leggi approvate dai bolscevichi al potere non ebbero alcun carattere repressivo. Il 2 novembre 1917 adottarono la dichiarazione dei diritti dei popoli della Russia, abolendo i privilegi nazionali e religiosi. L’11 novembre fu adottato un decreto per abolire beni e ranghi e per l’istituzione di una sola cittadinanza. Il 18 dicembre fu adottato il decreto sull’uguaglianza delle donne col matrimonio civile. I bolscevichi salirono al potere come nuovi idealisti, liberatori del popolo e, nel migliore termine della parola, democratici.
8. Di fronte alla possibilità del crollo dell’impero e ai movimenti separatisti nelle periferie, i bolscevichi cambiarono subito tattica e rapidamente riunirono l’impero, perdendo solo Finlandia e Polonia, la cui appartenenza alla Russia non sembrava genuina, ma anzi eccessiva. Con tutta la volontà, i bolscevichi non possono essere chiamati “distruttori dell’impero”, chiamarono solo le campagne offensive “internazionali”, ma il risultato di esse fu la “ripresa di terre” tradizionalmente russe. Le preferenze accordate a soggetti nazionali dai bolscevichi vanno percepite nel contesto di quella situazione (Prima guerra mondiale, guerra civile organizzata, ripeto, non dai bolscevichi, sfilata di sovranità, intervento, ecc.) Non è costruttivo considerare queste cose al di fuori del contesto storico. Nient’altro che disgusto è la nostra reazione al comportamento dei liberali contemporanei che, difatti, dissolsero l’impero russo dissolvendo l’Unione Sovietica, per poi incolparne i bolscevichi. Gli stessi bolscevichi combatterono nel modo più eroico per le periferie nazionali, perse negli anni ’90 in conseguenza della rivoluzione liberal-borghese, senza sparare un solo colpo.
9. Una delle cose più spesso argomentate da liberali e nazionalisti è che i bolscevichi “misero una bomba sotto l’impero”, dividendo la Russia in repubbliche, portando il discorso storico nel nulla: l’impero era uno e solo e i bolscevichi lo sabotarono, facendo poi saltare il proprio Stato. Nel frattempo, la Russia Imperiale non c’era più, l’imperatore abdicò e il governo provvisorio andò al potere. Una domanda: era meglio se i generali della rivoluzione di febbraio avessero vinto la guerra civile? No, tutti sapevano dell’accordo anglo-francese del 23 dicembre 1917, sulla divisione in zone d’influenza della Russia: la Gran Bretagna avrebbe ricevuto il Caucaso settentrionale, la Francia Ucraina, Crimea e Bessarabia, Stati Uniti e Giappone si sarebbero divisi la Siberia orientale. Ritorniamo ai fatti. Non c’era più un monarca. C’erano generali bianchi che, al momento, erano pronti alla situazione descritta e guardarono la distruzione del Paese. E poi c’erano i bolscevichi che si opposero al piano di frammentare la Russia e furono loro a “metterci una bomba”? La disintegrazione cominciò nell’Impero russo del governo provvisorio, in Polonia, Finlandia, Ucraina, Baltico; l’impero russo fu diviso nelle repubbliche sovietiche? Disintegrarono l’impero russo per dividerlo nelle repubbliche sovietiche? Perché? Chi piazzò la bomba sotto di esso? I democratici parlarono appassionatamente di tale “bomba” negli anni ’90, il messaggio di tali affermazioni è ovvio: non volevano essere i colpevoli del crollo, volevano biasimare altri. Il gran duca Aleksandr Mikhailovich Romanov dichiarò: “La posizione dei capi del movimento bianco è insostenibile. Da un lato fingono di non notare gli intrighi degli alleati, invocando… la sacra lotta ai sovietici, dall’altro l’internazionalista Lenin, che nei suoi discorsi non risparmiava alcun sforzo per protestare contro la divisione dell’ex-Impero russo”. A chi credere? Al gran duca Romanov o ai democratici degli anni ’90?
10. Il patriarca Tikhon fu tradito dai bolscevichi, un anatema, ci dicono. Pertanto, è impossibile sostenere i bolscevichi. Ma dopo tutto, il patriarca Tikhon non benedisse il movimento bianco, né l’accettò. Quindi chi sostenne? Lo zar non c’era più, aveva abdicato. Il movimento bianco divise la Russia tra giapponesi e francesi. Procediamo da questo punto e procediamo nella realtà, e non con le nozioni di Manilov su come sarebbe andata meglio se non ci fossero stati affatto i bolscevichi.
11. Il senso della guerra civile non fu la battaglia dei “criminali e gangster” contro “aristocratici nell’animo”. I bolscevichi avviarono la nazionalizzazione dell’industria, violando soprattutto gli interessi del gran capitale, preferendogli quelli dei lavoratori. Soprattutto la guerra civile fu avviata nell’interesse, in modo figurato, dei candidati russi di Forbes, così come degli attori finanziari esteri che avevano interessi in Russia. Fu il conflitto tra socialismo e capitalismo, in altre parole. Ora questa semplice essenza viene costantemente sostituita dalle canzoni sul tenente Golitsyn, esibendo il ritratto dell’ultimo imperatore.
12. Nella guerra civile, prima di tutto, il popolo russo vinse. La rivoluzione russa, avvenuta il 7 novembre 1917, è un merito, una vittoria e una tragedia del popolo russo. Ne ha la piena responsabilità, e il diritto di essere orgoglioso di questo grande successo che cambiò il destino dell’umanità.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Viva la Rivoluzione d’Ottobre! 100 anni di imperialismo e oppressione occidentale

Andre Vltchek, Global Research, 07 novembre 2017Il mondo è in rovina. È letteralmente bruciato, coperto di baraccopoli, campi profughi e in grande maggioranza “controllato dal mercato”, così come sognato e pianificato da individui come Milton Friedman, Friedrich von Hayek, Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Fuhrer come Kissinger e Brzezinski hanno sacrificato decine di milioni di vite umane nel nostro pianeta solo per impedire alle nazioni di provare a soddisfare i propri sogni ed aspirazioni spontanee socialiste, e persino, Dio mi perdoni, comuniste. Alcuni dei tiranni erano in realtà molto “onesti”: Henry Kissinger osservò pubblicamente che non vide alcun motivo per cui un dato Paese fosse autorizzato a “divenire marxista” solo perché “i suoi cittadini sono irresponsabili”. Pensava al Cile. “Non vi vide alcun motivo” e, di conseguenza, migliaia di persone furono uccise…
Rovina, eliminazione di intere nazioni, solo per impedirgli di “fare da sé”, fu pienamente accettabile nei circoli politici, strategici militari, d’intelligence ed economici di Londra, New York, Washington, Parigi e altri centri del cosiddetto “mondo libero”, da dove quasi tutte le vite dispensabili dei “popoli” che abitano in Asia, Medio Oriente, America Latina, Africa e Oceania vanno controllate senza cerimonie. Il sistema oppressivo occidentale sembra quasi perfetto. In gran parte è certamente invulnerabile. Ma c’è sempre un ostacolo serio sulla via dell’imperialismo occidentale: la barriera che impedisce di controllare pienamente e rovinare il pianeta. Questo ostacolo, la barriera, si chiama Grande Rivoluzione d’Ottobre e sua eredità. Dal 1917, esattamente cento anni fa, questo “fantasma” perseguita gli imperi europei e nordamericano: un fantasma che sussurra inesorabilmente internazionalismo, egualitarismo, grandi sogni umanistici in cui tutti sono uguali, hanno esattamente gli stessi diritti ed opportunità e non possono essere sfruttati da una determinata razza o dogma economico. Aggravando le cose, questo fantasma rosso in qualche modo ottimista fa molto di più che sussurrare: canta, balla, recita poesie rivoluzionarie e periodicamente prende le armi per combattere per gli oppressi, anche se totalmente disperati, indipendentemente dal colore della pelle. Ci si chiede spesso se il fantasma sia davvero tale o una creatura vivente. Ciò rende tutto ancora più spaventoso, almeno per i tiranni e gli imperialisti.
L’occidente è totalmente pietrificato! Tenta di apparire freddo, dal pieno autocontrollo. Depone il suo elaborato sistema propagandistico, rigurgita i suoi dogmi ovunque, l’inietta nelle arti, spettacoli, newsletter, piani di studio scolastici, psicologia e perfino pubblicità. Mente, distorce, falsifica la storia e costruisce pseudo-realtà. Utilizza tutti i mezzi disponibili; la guerra ideologica totale. Non importa quale sia l’impero occidentale, il fantasma rosso c’è ancora, in giro, ad ispirare milioni di uomini e donne istruiti e dediti nel mondo. È tremendamente resiliente. Non si arrende mai, non rinuncia mai a combattere, nemmeno in quei Paesi in cui tutte le speranze e i sogni sembrano totalmente distrutti. E dove rimangono solo le ceneri; non molla mai, spaventando le élite locali e i regimi filo-imperialisti. Se per molti che vivono nelle capitali occidentali, questo fantasma rosso è sinonimo di peggior nemico, nella maggior parte delle nazioni oppresse, occupate e umiliate, rappresenta la lotta perpetua al colonialismo e all’oppressione e simboleggia resistenza, orgoglio e fede in un mondo completamente diverso.
Gli imperialisti sanno che, a meno che questa creatura, fantasma e speranza che rappresenta, sia completamente distrutta, spazzata via e seppellita in profondità, non ci sarà vittoria finale e quindi alcuna celebrazione. Fanno di tutto per screditare il fantasma e gli ideali che professa. Lo presentano nei termini più accesi, confondendo le persone connettendolo al fascismo e al nazismo (mentre sono loro, gli imperialisti occidentali, e il loro sistema ad essere fascisti e nazisti da decenni e persino secoli). Brutalizzano, terrorizzano e uccidono inermi nei Paesi che osano divenire comunisti, socialisti o semplicemente “indipendenti”. Tali crimini costringono i governi delle nazioni in lotta a porsi sulla difensiva, a proteggere i propri cittadini, ad adottare “misure straordinarie”. E queste misure difensive sono a loro volta descritte dalla propaganda occidentale come opprimenti, dogmatiche e “non democratiche”. Strategia e tattica dell’impero sono chiare e altamente efficaci: continuare a pungere, molestare e aggredire un inerme che semplicemente cerca di vivere in pace. Quando ne ha abbastanza, decide di reagire, anche con le armi, e cambia la serratura, lo si descrive aggressivo, paranoico e pericoloso per la società. Si afferma che il suo comportamento da il diritto d’irrompervi in casa, di picchiarlo, stuprarlo e costringerlo a cambiare credo e stile di vita. Subito dopo la Rivoluzione, 100 anni fa, i Sovietici concessero il diritto di separarsi a tutte le ex-componenti dell’impero russo. Furono introdotte riforme democratiche. Le strutture feudali ed oppressive del dominio zarista crollarono all’improvviso. Ma il giovane Paese fu quasi subito attaccato dall’estero, da un gruppo di nazioni che includeva Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Giappone. Aggressioni spietate e campagne di sabotaggio radicalizzarono lo Stato sovietico, come radicalizzarono poi Cuba, Corea democratica, Nicaragua, Vietnam, Cina, Venezuela e molti altri Paesi rivoluzionari. È un modo terribile e disgustoso di guidare il mondo, ma estremamente efficace; ‘funziona’. E avviene da così tanto tempo che nessuno si sorprende. Così l’occidente ha controllato, manipolato e rovinato il mondo per secoli, godendo dell’impunità assoluta, persino congratulandosi come “libero” e “democratico”, senza vergogna usando cliché come “diritti umani”. Ma almeno adesso c’è una lotta. Il mondo era completamente alla mercé di Europa e Nord America. Fino alla Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre!
Recentemente ho scritto un libro sulla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, del suo impatto sul mondo e la nascita dell’internazionalismo. Ho dovuto scriverlo. Ne avevo abbastanza di leggere e guardare il bordello della propaganda antisovietica, anticomunista, di tale vangelo fondamentalista; ne avevo abbastanza del lavaggio del cervello giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio! Dopo aver lavorato in più di 160 Paesi in tutti gli angoli del mondo, testimoniando l’azione omicida occidentale contro democrazia e libera volontà del popolo, ritenevo fosse mio obbligo spiegare almeno la mia posizione sull’evento avvenuto 100 anni fa nella città e nel Paese dove sono nato. E nel mio libro ho fatto esattamente questo. Non è ciò che qualcuno chiamerebbe libro “obiettivo”. Non è certamente un noioso saggio accademico, pieno di note e di citazioni inutili. Non credo nell”obiettività’. O più precisamente, non credo che gli esseri umani ne siano capaci, o che dovrebbero mirarvi. Tuttavia, credo fermamente che debbano chiaramente ed onestamente dire e definire con chi sono, senza ingannare gli lettori. Ed è proprio quello che ho fatto nel mio ultimo libro: mi schiero. Ho chiarito ciò che la Rivoluzione significa per me. Ricordo ciò che significa per centinaia di milioni di persone oppresse e tormentate nel mondo. Ne cito alcuni. La Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre non fu perfetta. Nulla in questo mondo lo è, niente dovrebbe mai essere “perfetto”. La perfezione è spaventosa, fredda, e anche immaginandola è tremendamente noiosa. Invece, la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre fece un tentativo eroico di liberare i popoli da credenze arcaiche, feudalesimo, sottomissione cieca, schiavitù fisica, intellettuale e emotiva. Ha anche definito gli esseri umani uguali, indipendentemente da razza e sesso. Non lo fece attraverso l’ipocrita ‘correttezza politica’, che versa solo scadente miele appiccicoso sulla merda, lasciandola intatta; arriva al cuore, costruendo un lessico nuovo, una nuova comprensione del mondo, creando una realtà totalmente nuova. Ha restituito la speranza a centinaia di milioni di esseri umani che avevano già perso fede in una vita migliore. Ha reso orgogliosi e coraggiosi gli schiavi. Ha restituito ogni colore e sfumatura al mondo brutalmente diviso tra bianco e nero, tra chi aveva e chi non, tra chi era razzialmente e “culturalmente” destinato a governare e chi destinato solo a servire.
L’occidente odia il fantasma rivoluzionario rosso fin dall’inizio. Odia questo giorno, perché se l’Unione Sovietica comunista avesse vinto, sarebbe stata la fine del colonialismo e dell’imperialismo. Non ci sarebbero stati più saccheggi e distruzioni, niente mostruoso annientamento di Iraq, Libia, Afghanistan, rovina della Siria; alcuna minaccia mortale su Corea democratica, Iran e Venezuela, non milioni di uomini, donne e bambini sacrificati sull’altare del capitalismo globale come accade nella Repubblica Democratica del Congo e in tanti altri angoli del globo. Non sarebbe rimasto niente di una dittatura razzista globale post-cristiana; alcun sistema di “valori” intrecciati e “cultura” ipocrita imposta ai Paesi occupati nel mondo da una manciata di storici Stati-gangster, situati in Europa e Nord America. L’occidente ha combattuto la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre dal primo giorno. Ha combattuto l’Unione Sovietica su tutti i fronti, bagnandola nel sangue, lavando il cervello al suo popolo e assassinando i suoi alleati. Finalmente è riuscito a ferirlo mortalmente in Afghanistan, spezzando le ossa dell’URSS prima e dell’Afghanistan subito dopo. Subito dopo, iniziava una rinvigorita campagna d’indottrinamento, il cui obiettivo è cancellare completamente la grande eredità del “Grande Ottobre”. L’occidente non ha risparmiato mezzi e miliardi di dollari vi sono stati spesi. Naturalmente, quale “obiettività” si può aspettare da una “cultura” della parte del mondo brutalmente tirannica e che ha saccheggiato l’intero Pianeta per più di 500 anni? Come potrebbe essere indulgente verso l’evento, il movimento e il Paese che ha fatto scopo della propria esistenza la lotta per la liberazione del mondo dall’imperialismo e dal colonialismo? Ora la lotta contro la barbarie neo-colonialista prosegue, ma sotto varie bandiere. Rosse bandiere comuniste ancora sventolano in Cina e Cuba, così come Venezuela, Angola e altre nazioni. Ci sono molti altri colori della resistenza. La coalizione è ampia. Ma ciò che è chiaro e fondamentale è che la Rivoluzione del 1917 ha ispirato miliardi, consapevolmente o meno. Ciò che è anche chiaro è che l’occidente non ha mai vinto sul serio. Se avesse vinto, non sarebbe sconvolto dalla paura, come adesso. Non opprimerebbe il libero pensiero, rovescerebbe governi eletti democraticamente, ucciderebbe leader che lottano contro il suo mostruoso regime globale.
Ad essere sinceri, il “rosso fantasma rivoluzionario” non è un fantasma. È ancora una creatura estremamente potente. Si nasconde per ora, raggruppandosi, preparandosi ad alzare le sue bandiere e a trascinare tutti i tiranni imperialisti sul campo di battaglia. L’occidente ama parlare di pace. Ama istruire il mondo sulla “pace”. Ma la sua “pace” non è altro che un terribile status quo, in cui esistono solo alcune nazioni ricche e potenti che regnano nel mondo, e poi c’è il resto dell’umanità, costituita da deboli, miserabili, sottomessi e servili ‘non-popoli’. All’inferno tale “pace”! Non può durare a lungo; non dovrebbe durare a lungo perché totalmente grottesco ed immorale. Non è molto meglio della “pace” in una piantagione di schiavi! È solo l’eredità del Grande Ottobre che può finirla con tale status quo. E lo farà. Il fantasma rosso sconvolge i tiranni. Lo cercano, ma semplicemente non possono sconfiggerlo dati speranze e sogni dei popoli che abitano il nostro pianeta. Più i tiranni hanno paura, più brutali sono le loro azioni. E più sono determinati i popoli nei Paesi sottomessi.
100 anni da quando l’incrociatore Aurora sparò la prima salva sul Palazzo d’Inverno di Pietrogrado.
100 anni da quando il mondo aprì gli occhi, rendendosi conto che un nuovo mondo è possibile.
100 anni in cui l’Ottobre Rosso è citato ancora dai popoli di America Latina, Africa, Asia, ovunque.
Gli imperialisti sono brutali ma ingenui. Possono uccidere un uomo o una donna, ucciderne migliaia, anche milioni. Ma non possono ucciderne i sogni. Non il coraggio della razza umana, a meno che non uccidano l’intera razza umana. Possono, ma non possono rendere permanentemente schiavi i popoli. Durante la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, il popolo si sollevò. Si ribellò. Spezzò le proprie catene. Si ribellerà di nuovo. Si solleva di nuovo; basta guardare attentamente. Negli ultimi 100 anni tanto è cambiato, ma nulla è cambiato. Le speranze e i sogni sono ancora gli stessi. E proprio come allora, non c’è pace senza giustizia. E non c’è giustizia nel modo in cui il nostro mondo è organizzato.
Viva la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre!
Avanti! Come Hugo Chavez gridava dal balcone: “Qui nessuno si arrende!”
Il fantasma rosso è qui, il fantasma del Grande Ottobre Rosso è tremendamente potente. È l’alleato di tutti gli oppressi. Un giorno guiderà i popoli alla vittoria. Non ci può essere assolutamente alcun dubbio.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Rivoluzione d’ottobre, logica o mostruosità?

Annie Lacroix-Riz, Bandiera Rossa, organo del Partito Comunista Belga, n. 64, settembre-ottobre 2017 – Initiative Communiste
Annie Lacroix-Riz, professoressa emerito di Storia contemporanea, Università Parigi 7 – Denis DiderotLa Rivoluzione d’Ottobre è logica come la Rivoluzione Francese, e può essere spiegata solo descrivendo, come fecero i grandi storici Albert Mathiez, Georges Lefebvre e Albert Soboul, la crisi a lungo e a breve termine del vecchio regime feudale che precedette e provocò questo terremoto.

Una lunga situazione pre-rivoluzionaria
Paese arretrato, gettato al capitalismo dagli ukase del 1861 che abolirono la gleba e dall’inquadramento a frustate di tale grotta di Ali Baba sin dagli anni 1890 da parte delle potenze imperialiste sviluppate. La massa dei contadini, più dell’80% della popolazione, era senza terra o sprofondata per generazioni nel debito per il riscatto obbligatorio della terra divenuta “libera”, e dalla superficie ridotta a nulla (i contadini francesi avevano, nel luglio del 1793, strappato dopo una lotta ininterrotta di quattro anni l’abolizione dei diritti dei signori senza compenso). La classe operaia nata da tale miserabile mondo contadino era sfruttata dalla grande borghesia nazionale, e anche dai tutori di quest’ultima, i grandi gruppi bancari e industriali (francesi, inglesi, tedeschi, svizzeri, statunitensi) tanto che il ministro Witte controllava l’intera economia moderna. Concentrata più che in qualsiasi altro Paese nelle grandi città, la capitale politica San Pietroburgo-Petrogrado in testa con l’enorme fabbrica di armamenti Putilov, era combattiva: il 40% dei 3 milioni di operai prima del 1914 lavorava in fabbriche con più di 1000 lavoratori e “la curva degli scioperi” si innalzò ininterrottamente dalla seconda metà del 1914 al febbraio 1917, da 30000 a 700000 scioperi. La guerra russo-giapponese del 1904, manifestazione degli appetiti dei grandi imperialismi rivali per la ricchezza russa, era finita, vista l’inettitudine militare del regime zarista, con un fiasco clamoroso, similmente alla guerra di Crimea. Di conseguenza, la rivoluzione del 1905, in cui Lenin, capo della fazione “bolscevica” (la maggioranza al Congresso di Londra del 1903) del Partito degli operai socialdemocratici russi (RSDRP) vide, dopo la vicenda, “il più grande movimento proletario dalla Comune” e “ripetizione generale” del 1917. Il fallimento del movimento fondatore dei “soviet”, nuova espressione del potere popolare, fu seguito da una terribile e dura repressione: più che mai l’impero divenne una prigione dei popoli, totalmente devoto ai grandi capitalisti francesi prestatori di crediti e di “rendite” garantiti dallo Stato francese (Lenin, capitolo 8 dell’Imperialismo, stadio supremo del capitalismo). Questo fallimento avrebbe ritardato di cinquant’anni una nuova rivoluzione, a meno che Lenin non pensasse a una crisi o una guerra. Le conseguenze avvicinarono l’ora combinando le due cose. Il sistema zarista si rivelò come al solito inetto nella condotta della grande guerra. La sua carne da cannone non aveva nemmeno il minimo di munizioni, la Russia dal 1914 al 1917 ebbe 9 volte meno cartucce e fucili del necessario. La diminuzione della produzione agricola di quasi un quarto, la cattiva gestione delle requisizioni, i raccolti marciti nei luoghi di produzione, problemi nei trasporti insormontabili, approvvigionamento catastrofico: all’inizio del 1917, anche sul fronte, la razione di pane non superava la giornata e i soldati-contadini (il 95% dell’esercito) tornavano a casa. Era peggio nelle città, in particolare Mosca e Pietrogrado. La fame fu “la causa immediata della rivoluzione” di febbraio (Michel Laran, Russia-URSS 1870-1970, Parigi, Masson, 1973). Ciò portò all’abdicazione di Nicola II che “aveva all’unanimità tutti contro“.

Una rivoluzione logica
I bolscevichi, esiliati come Lenin (in Finlandia) o clandestini in Russia, erano certamente un’ultraminoranza allora. Ma rapidamente cessarono di esserlo perché il popolo russo, desideroso di riforme profonde, capì che il destino non cambiava. Per mesi fu amaramente deluso da coloro cui ripose fiducia, come i social-rivoluzionari che promisero a lungo la terra a chi la lavorava. Anche i contadini ammisero, alla fine dell’ottobre 1917, che alcun partito, tranne Lenin, l’unico a dimostrare da febbraio la capacità di mantenere le promesse, gli avrebbe dato la terra e li avrebbe liberati dal massacro da cui difatti fuggivano fin dal 1916. Gli storici francesi degli anni ’70 mostrarono come la rapida evoluzione della situazione e delle relazioni sociali, in particolare tra agosto e ottobre 1917, pose le minoranze di febbraio a delegati esclusivi delle “aspirazioni popolari”. L’accademico René Girault descrisse questo processo dominato da due richieste, terra e pace. “Dal colpo di Stato fallito del generale Kornilov (fine agosto), accelerò l’evoluzione dei soviet verso i bolscevichi, segnato dal passaggio di molti soviet di operai, soldati e anche contadini, alla maggioranza bolscevica, dimostrando che la costante opposizione dei bolscevichi al governo provvisorio (e alla sua “incarnazione” Kerenskij) si conquistò il sostegno popolare. Il partito bolscevico alla presa del potere attuò le riforme promesse “facendo passare la gran massa dei contadini dalla sua parte”, sapendo che “la fiducia (che le masse urbane) gli concessero era molto più forte” di quella dei contadini“. L’analisi dello storico socialista raggiunse, sessant’anni dopo (“Le rivoluzioni russe“, Quinto tomo della “Storia economica e sociale del mondo”, Léon Pierre, Parigi, Armand Colin, 1977, 125 -142), quello del grande giornalista comunista statunitense John Reed, autore dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo, un capolavoro di “storia immediata” della Rivoluzione d’Ottobre e delle sue lezioni di classe che va letto e riletto (Parigi, 10-18, ristampa, 1963).La coalizione imperialista contro i Soviet
Sono queste trasformazioni attuate con pragmatismo e altrettanta fedeltà ai principi, secondo Girault, che assicurarono solo ai bolscevichi (solitudine che non volevano) la vittoria finale nella “guerra civile” che, come per la Rivoluzione Francese e tutte le “guerre civili” da allora, fu di origine e finanziata da stranieri (come dimostra l’attuale caso venezuelano). Non fu perché i bolscevichi fossero dittatori sanguinari odiati dal popolo, che dal 1918 “gli eserciti di quattordici Stati invasero la Russia sovietica senza dichiarazione di guerra” guidati da “Gran Bretagna, Francia , Giappone, Germania, Italia, Stati Uniti”, uccidendo più russi che nella guerra stessa, 7 milioni di “uomini, donne e bambini” e causando “perdite materiali valutate dal governo sovietico 60 miliardi di dollari“, un importo molto più elevato dei “debiti zaristi verso gli alleati“, originando il “nessun compenso” agli invasori, secondo “il bilancio” di Michael Sayers e Albert Kahn (The Great Conspiracy: The Secret War Against Soviet Russia, Little, Boni & Gaer, New York, 1946). Come gli aristocratici d’Europa, riunitisi nel 1792 per ristabilire l’Ancien Régime in Francia e assicurarne la sopravvivenza dei privilegi feudali, i gruppi stranieri che occuparono l’impero russo e gli Stati al loro servizio sprofondarono nuovamente la Russia in tre anni di caos per preservarsi il tesoro e rubarne altro, come la Royal Dutch Shell che colse l’occasione di arraffare tutto il petrolio caucasico. Come in Francia, il Terrore Rivoluzionario fu la sola risposta necessaria agli attacchi esteri.

La fase attuale della demonizzazione della Russia sovietica
Confrontando le rivoluzioni francese e russe, il grande storico statunitense Arno Mayer, professore di Princeton, confermò le analisi di Sayers e Kahn, future vittime del McCartismo. Se la Francia, concluse, fu una “fortezza assediata” prima che la nuova classe dirigente potesse “accordarsi” coi privilegiati in Francia e altrove, la Russia sovietica rimase una pari aggredito dalla nascita alla morte per motivi indipendenti dal carattere e dai modi di Lenin o Stalin (Le Furie, 1789, 1917, Terrore, vendetta violenza ai tempi della rivoluzione francese e della rivoluzione russa, Parigi, Fayard, 2002). Perché storici “noti” oggi presentano la Rivoluzione d’Ottobre come il colpo di Stato di un piccolo gruppo anti-democratico e sanguinario o, nella migliore delle ipotesi, come impresa simpatica confiscata da una “minoranza politica” che agiva nel vuoto istituzionale “aprendo, orrore“, decenni di “dittatura ed insuccesso sovietico (segnando) fallimento e sconfitta di ogni forma storica di emancipazione nel ventesimo secolo del movimento operaio“: tali sentenze di Nicolas Werth e Frédérick Genevée, in “Cosa rimane della rivoluzione d’ottobre?“,”hors-series” de L’Humanité, pubblicato nell’estate del 2017, confermano i rimpianti ufficiali del PCF sul suo passato “stalinista” fin dalla pubblicazione del Libro nero del comunismo nel 1997, del tandem Stéphane Courtois (erede dell’ultimo François Furet) – Nicolas Werth. Significativa eco della svolta anti-sovietica e filo-statunitense dei libri di storia delle superiori francesi negoziata nel 1983, denigrando l’URSS (Diana Pinto, “L’America nei libri di storia e geografia delle superiori francesi“, Storici e Geografi, n. 303, marzo 1985, pp. 611-620) e poi la rivoluzione francese: duplice ossessione di Furet, storico senza fonti che di quelli “dall’alto”, che Francia, Stati Uniti, Unione Europea e Germania per prima, usarono così utilmente (Storia contemporanea sempre influenzata, Parigi, Delga, Le temps des cerises, 2012). Dal crollo dell’Unione Sovietica e conseguente notevole estensione della sfera d’influenza statunitense in Europa, la criminalizzazione dell’URSS fu più facile mentre tutti gli ex-partiti comunisti cessavano di opporvisi. La storiografia dominante è allineata alla propaganda anticomunista e russofoba vomitata dalla fine del 1917. Ma la litania dei media e dei loro storici preferiti deve ancora confrontarsi con le numerose opere scientifiche che descrissero correttamente la Rivoluzione d’Ottobre. Leggendole, sul grande evento del ventesimo secolo si può tirare una grande boccata di aria fresca. Non esitate…

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La rivoluzione russa ispirò e sostenne la lotta di liberazione nazionale

Rebeca Toledo, Telesur, 7 novembre 2017, Comitato Valmy

Quando la rivoluzione russa trionfò nell’ottobre 1917, la maggior parte del mondo era colonizzata da Regno Unito, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Spagna e Stati Uniti. Ma sotto la guida di Vladimir Lenin, la rivoluzione divenne fonte d’ispirazione per innumerevoli popoli, non solo perché dimostrava che uno Stato dei lavoratori era possibile, ma anche perché gli fornì aiuto concreto. prima materiale e poi anche militare. Il primo esempio fu la liberazione delle colonie della Russia zarista, nota come “prigione dei popoli”. Nel 1919 i popoli di Egitto ed Iraq si ribellarono al dominio inglese, i coreani combatterono l’occupazione giapponese e una rivoluzione in Ungheria portò all’effimera Repubblica Sovietica. Nel 1920, i Bolscevichi di Lenin organizzarono il Congresso dei Popoli Orientali, o di Baku, per costruire un movimento rivoluzionario marxista dei popoli sfruttati e oppressi del mondo coloniale, chiamando contemporaneamente i Paesi avanzati, in particolare europei, a sostenerlo. Circa 1891 delegati provenienti da più di 25 Paesi tra cui Turchia, Persia, Egitto, India, Afghanistan, Cina, Giappone, Corea, Siria e Palestina vi parteciparono. Nel manifesto si legge: “Qui a Baku, ai confini dell’Europa e dell’Asia, rappresentiamo decine di milioni di contadini e lavoratori di Asia e Africa in rivolta, mostrando al mondo le ferite e i segni delle fruste sulle nostre spalle, i segni lasciati dalle catene ai nostri piedi e mani. E noi solleviamo i nostri pugnali, le nostre rivoltelle e le nostre spade e giuriamo, davanti al mondo, che utilizzeremo queste armi non per combatterci ma per combattere i capitalisti. Crediamo sinceramente che voi, lavoratori di Europa ed Asia, si uniscano sotto la bandiera dell’Internazionale Comunista per la lotta comune, per la vittoria comune“. L’Internazionale Comunista, o Comintern, fu fondata nel 1919 da Lenin in risposta alla Seconda Internazionale che aveva spinto i lavoratori a combattersi nella Prima Guerra Mondiale per il proprio Paese imperialista e contro l’unità della classe operaia. Nel secondo congresso del luglio 1920, il Comintern diede rilievo alla lotta anticoloniale e questo orientamento aiutò a formare il movimento comunista internazionale nei decenni successivi. Il Comintern doveva svolgere un ruolo importante nella costruzione dei partiti comunisti nel mondo, sia negli Stati avanzati che coloniali. Il sostegno indiscriminato di Lenin al diritto delle nazioni all’autodeterminazione, compresa la secessione, ebbe un impatto enorme sui Paesi oppressi. Aggiunse la parola “oppressi” allo slogan di Karl Marx e Friedrich Engels, “lavoratori ed oppressi di tutti i Paesi unitevi!” Il suo pamphlet rivoluzionario, “Imperialismo: stadio supremo del capitalismo“, pubblicato nel 1918, studiava la trasformazione del sistema capitalistico nel capitalismo finanziario, coi suoi tentacoli allargarsi su tutto il mondo. Spiegò che questo sarebbe diventato la base dell’unione tra liberazione nazionale e lotta di classe. “Il capitalismo è diventato un sistema globale di oppressione coloniale e asfissia finanziaria della stragrande maggioranza della popolazione mondiale da parte di una manciata di Paesi “avanzati”. E questo “bottino” è condiviso tra due o tre potenti predatori internazionali armati fino ai denti“. I soviet furono creati a Cuba in quel periodo, e i partiti comunisti nacquero in molti Paesi oppressi, come Sud Africa, India, Indocina, Indonesia, Sudan, Iraq, Vietnam e altrove. La prima conferenza dei partiti comunisti in America Latina si tenne a Buenos Aires (Argentina) nel 1929. Circa 38 delegati provenienti da Argentina, Brasile, Bolivia, El Salvador, Guatemala, Cuba, Colombia, Ecuador, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Uruguay e Venezuela vi parteciparono. Gli aderenti presenti alla conferenza decisero che la rivoluzione in America Latina doveva essere antimperialista e solidale con l’Unione Sovietica. Dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta della Germania nazista dai sovietici, quasi tutta l’Europa orientale fu liberata dal dominio imperialista. In Vietnam, dopo la resa del Giappone, i soviet furono creati in tutto il Paese e i contadini occuparono la terra cominciando la lunga strada per l’indipendenza ottenuta 30 anni dopo. Nel 1949 la rivoluzione cinese scosse il mondo e portò 700 milioni di persone in ciò che divenne rapidamente il campo socialista. Nel 1959 c’erano 14 Paesi socialisti con un miliardo di persone. Le lotte di liberazione nazionale di quel periodo cambiarono il mondo. Incoraggiati dalle lotte armate in Asia, Algeria, Zimbabwe, Mozambico e altri Paesi ebbero movimenti di resistenza ferocemente contrastati dai colonialisti.
In un memo relativo ai rapporti col campo socialista, redatto dopo un incontro con Nikita Khrushjov nel 1961, il governo provvisorio della Repubblica di Algeria scrisse: “L’aiuto promesso è arrivato: grandi consegne di armi ai fronti orientali e occidentali… e poi l’accordo per addestrare piloti (nell’Unione Sovietica)“. Nel 1962, l’Algeria ottenne l’indipendenza, dopo aver perso un milione di persone nella guerra fattagli dalla Francia. Quando i primi Paesi post coloniali cominciarono ad emergere in Africa, Medio Oriente, Asia e America Latina, l’Unione Sovietica gli fornì un enorme sostegno militare e materiale. Gamal Abdel Nasser in Egitto, Sukarno in Indonesia e Jawaharlal Nehru in India ne beneficiarono. Nel 1965, l’aiuto sovietico ai Paesi emergenti superò i 9 miliardi di dollari in assistenza economica e militare, secondo i dati statali. Ciò permise a questi Stati di perseguire uno sviluppo indipendente che altrimenti non sarebbe stato possibile nel mercato capitalistico globale. Potevano negoziare condizioni più eque con l’Unione Sovietica, che non era soggetta ai cicli di espansione e recessione del sistema capitalistico. Questo era anche vero nel campo socialista dove Paesi come Repubblica popolare democratica di Corea, Vietnam, Cuba e Europa orientale beneficiarono dell’aiuto economico e militare sovietico. L’invasione della Corea da parte degli Stati Uniti fu scacciata con l’aiuto diretto dell’Unione Sovietica. La sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam fu in gran parte dovuta al sostegno militare dell’Unione Sovietica. E sebbene l’India non sia mai stata parte del campo socialista, la sua prima acciaieria fu costruita dall’Unione Sovietica. Quando Regno Unito, Francia e Israele invasero l’Egitto nel 1956, l’Unione Sovietica aiutò il Paese, che finalmente riuscì a spingere i colonizzatori. La rivoluzione cubana del 1959 fu considerata una minaccia enorme dagli Stati Uniti. Quando Fidel Castro istituì il socialismo sull’isola, gli Stati Uniti imposero il blocco economico e politico, e nel 1961 sbarcarono nella Baia dei Porci per invadere l’isola, ma furono respinti dalle forze cubane. L’Unione Sovietica aiutò la nazione a consolidare la rivoluzione favorendo condizioni commerciali preferenziali e fornendo materiale militari per scoraggiare l’invasione statunitense.
Il campo socialista guidato dall’Unione Sovietica commise anche errori e abusi. Dopo la morte di Lenin nel 1924, sotto la guida di Josif Stalin, il fallimento della rivoluzione nel convincere i movimenti di liberazione nazionale borghesi portò al tradimento di molti dei militanti più combattivi, come il tradimento della rivoluzione cinese negli anni Venti col massacro di migliaia di comunisti da parte dei nazionalisti borghesi. L’illusione di un possibile ravvicinamento con gli imperialisti, dopo Stalin, portò alla rottura con alleati naturali come la Repubblica popolare cinese e a difficoltà con altri Paesi che accusarono l’Unione Sovietica di non considerane la particolare situazione. Tuttavia, il potere dell’Unione Sovietica e del campo socialista come polo progressivo da più di 70 anni, tenne a bada l’imperialismo e protesse l’indipendenza e lo sviluppo di molti Paesi. In Sudafrica, l’Unione Sovietica costruì il rapporto col Partito Comunista e poi col Congresso Nazionale Africano guidato da Oliver Tambo che disse a una conferenza a Cuba: “L’Unione Sovietica, Cuba, molti Paesi socialisti hanno permesso a molti capi di Stato oggi qui presenti di sopravvivere, vincere e diventare leader di Paesi indipendenti. Era un crimine contro l’imperialismo. Lo sappiamo“. All’inizio degli anni Sessanta, l’Unione Sovietica fornì assistenza militare all’UMC, l’Umkhonto we Sizwe, e al Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola. Nel 1961, Kwame Nkrumah, Primo primo ministro del Ghana, visitò l’Europa orientale e dichiarò solidarietà a Unione Sovietica e Cina. Nel 1962, l’Unione Sovietica gli assegnò il Premio per la Pace Lenin per gli sforzi per unire il continente africano nella lotta al saccheggio. Come molti altri leader anticolonialisti, Patrice Lumumba del Congo si ritrovò in piena guerra fredda e lotta di classe mondiale. Molti dirigenti avevano paura d’incorrere nell’ostilità degli Stati Uniti rivolgendosi all’Unione Sovietica per aiuti. Ecco perché il movimento non allineato fu creato a metà degli anni 50. Ma Lumumba cercò aiuto in Unione Sovietica e subito dopo, nel 1960, si è ebbe il colpo di Stato che assassinò il leader panafricano. Nel 1962, a Mosca fu fondata l’Università Patrice Lumumba per studenti provenienti dai Paesi in via di sviluppo. La sua missione era dare ai giovani dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, soprattutto di famiglia povera, l’opportunità di studiare e qualificarsi. Milioni di studenti ricevettero istruzione gratuita in ingegneria, agricoltura e altre discipline durante l’era sovietica. Anche la CIA lo riconobbe: “I Sovietici insegnarono a molti studenti dell’America latina e dei Caraibi, coltivandone l’organizzazione del lavoro e approfittando dello sviluppo dei sentimenti pro-marxisti tra gli attivisti religiosi“.
Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, ebbe un impatto economico devastante sui Paesi che sosteneva. Cuba creò il “periodo speciale” di austerità. Il Vietnam fu costretto a ricorrere al capitale occidentale. L’India si ritrovò sotto la pressione del FMI e dovette privatizzare le industrie pubbliche. In America Centrale, il Fronte Nazionale di Liberazione Farabundo Marti fu costretto al compromesso, così come l’ANC in Sudafrica. La fine dell’Unione Sovietica e della Rivoluzione Russa vide l’acuirsi dell’aggressione imperialista nel mondo. Iraq, Somalia, Jugoslavia, Afghanistan, Libia e Siria sono stati invasi dagli Stati Uniti poiché il campo socialista non c’era più ad impedirlo. Questo è l’innegabile segno della sua importanza, non solo impedire le guerre imperialiste, ma anche come ispirazione e base del socialismo e dell’emancipazione dei popoli.Traduzione di Alessandro Lattanzio