Federalismo in Siria: Whashington, Parigi e Berlino ancora manovrano?

Zayd Hashim, Global Research, 19 settembre 2017

Il 18 settembre, alla domanda sul referendum curdo previsto il 25 settembre dal clan Barzani in Iraq, Jean-Yves Le Drian rispose: “Siamo già in Iraq che si prepara al dopo-SIIL. E per noi, dopo lo SIIL si presuppone una governance politica inclusiva, rispettosa della costituzione irachena e quindi della sua dimensione federalista, rispettosa delle comunità che la compongono e dell’integrità territoriale dell’Iraq. Questo è il messaggio che ho dato al Primo ministro Abadi a fine agosto, visitando Baghdad. Anche questo è quanto ho detto chiaramente al presidente Barzani. Nella costituzione irachena (imposta dall’invasione statunitense) vi sono elementi importanti dell’autonomia costituzionale del Kurdistan. Questi elementi vanno rispettati, convalidati e protetti, ed è nel dialogo tra Baghdad e Irbil che può avvenire. Mi sembra che qualsiasi altra iniziativa sia inopportuna” [1]. La Francia sarebbe quindi per la dimensione federalista e l’integrità territoriale dell’Iraq. E sulla Siria, oltre a riaffermare l’impegno “nella lotta all’impunità degli autori degli attacchi chimici“, che sarebbero dovutamente le autorità siriane, nonostante le prove contrarie e la “nota falsa” [2] del predecessore di Le Drian al ministero degli Esteri?
Ecco un’informazione del 17 settembre. Il futuro ne giudicherà pertinenza o assurdità. In sintesi:
secondo fonti non specificate, “Firil Center for Studies” (FCFS) di Berlino ha appreso che sono in corso negoziati tra curdi siriani e iracheni da un lato, e Washington, Berlino e Parigi dall’altro, che porterebbero i curdi siriani a dichiarare la “federalizzazione” della Siria contro il rinvio per due anni del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Pertanto, i curdi iracheni potrebbero annullarlo. Le stesse fonti avrebbero affermato che se tali negoziati avessero successo, la dichiarazione curda siriana verrebbe emessa quanto prima e riguarderebbe il governatorato di Hasaqah (il territorio dell’ex-provincia di Jazirah) comprendente i distretti di Hasaqah, Maliqiyah, Qamishli e Ras al-Ayn), nonché parte dei governatori di Raqqa e Dayr al-Zur. Un video accompagna l’articolo ribadendo certe verità deliberatamente ignorate da chi parla di Kurdistan siriano mai esistito. Si ricorda infatti che fino al maggio 1925 i curdi rappresentavano meno del 2% della popolazione siriana, improvvisamente saliti al 10% dopo la repressione turca della rivolta curda guidata da Shayq Said Piran contro il governo di Ataturk [3], che spinse 300000 curdi a rifugiarsi nelle province di Jazirah, a nord di Aleppo, Ayn al-Arab (Kobané secondo i curdi) e Ifrin. A sostegno di tali affermazioni, la testimonianza dell’osservatore tedesco Christoph Neumann [4] e altri documenti storici che dimostrano le origini assire e/o armene e/o arabe di queste città nel nord della Siria, senza alcuna traccia di presenza curda prima degli anni ’20. I curdi siriani che hanno autorizzato le basi militari straniere in Siria sono pertanto caduti nella trappola israeliano-statunitense-europea finanziata da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. A meno che non si liberino dai loro capi, resteranno le marionette delle grandi potenze e purtroppo ne saranno le vittime, proprio come i curdi iracheni, perché le cose non andranno sicuramente come prevedono…

Dottor Zayd M. Hashim, Redattore del Centro Studi Firil 17 settembre 2017
Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-NakhalNote:
[1] Jean-Yves Le Drian – conférence de presse à l’Assemblée générale des Nations Unies
[2] Crise syrienne: la note falsifiée du gouvernement français
[3] Shayq Said Piran
[4] “Kleine Geschichte der Türkei”, von Klaus Kreiser und Christoph K. Neumann

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Chi ha torto e chi ha ragione in Siria

Gordon M. Hahn, 14 settembre 2017Come notai due anni fa, subito dopo l’intervento militare russo in Siria, il Presidente Vladimir Putin aveva diversi motivi per intervenire: 1) preservare sia il principio dell’ONU che la sovranità dello Stato sull’interventismo occidentale e il ruolo della Russia in Medio Oriente assicurandone globalmente il peso sull’esito delle guerra e crisi in Siria; 2) indebolire il movimento globale jihadista che comprende Stato islamico (SIIL), al-Qaida (AQ) e molti altri gruppi, al fine di ridurre la probabilità del terrorismo islamista del Vilaijat Kavkaz Islamskogo Gosudarstvo (Provincia del Caucaso dello Stato islamico) affiliato allo SIIL, o dell’Imarat Kavkaz (Emirato del Caucaso) di al-Qaida; e 3) creare un equilibrio tra regimi sunniti filo-occidentali e islamisti, da un lato, e lo sciismo dall’altro, in Medio Oriente. Quando i militari russi giunsero in Siria, governo, media, think tank e circoli accademici degli Stati Uniti sostennero che la Russia non attaccava e non avrebbe attaccato i jihadisti dello SIIL. Poi corsero in avanti prevedendo che l’intervento di Mosca fosse “condannato” al fallimento e a divenire l’incubo di Putin. L’obiettivo di tale disinformazione strategica era dipingere Mosca contraria a combattere lo SIIL, ma solo i gruppi jihadisti col sostegno nascosto di Washington e legati ad al-Qaida e Fratellanza musulmana. Alcune fonti governative statunitensi sostennero persino che Mosca sostenesse lo SIIL agevolando l’esodo degli islamisti dalla Russia alla Siria. Notai al momento dell’intervento di Putin che tali analisi erano fuorvianti e totalmente imprecise. La Russia attaccava lo SIIL così come i numerosi gruppi jihadisti legati ad al-Qaida, come Ahrar al-Sham (AS) e Jabhat al-Nusra (JN). Le false analisi dei circoli di Washington tendevano deliberatamente ad oscurare i fatti, poiché i loro alleati nell’amministrazione di Barack Obama e tra i neo-con, appoggiavano tali gruppi sostenendo di liberare la regione dalla dittatura baathista, alleato di Teheran e minaccia per Israele. Indipendentemente dal fatto che l’obiettivo principale di Mosca fosse mantenere al potere il regime di Assad o distruggere lo SIIL e gli altri jihadisti, dato che vanno di pari passo. Non si può cercare uno senza l’altro. Lasciare lo SIIL sul campo di battaglia in Siria significava abbandonare il regime di Assad, che i suddetti circoli dicevano che la Russia proteggesse dal costante pericolo.

La presunta non-guerra contro lo SIIL della Russia
La scorsa settimana il Ministro della Difesa russo annunciava che lo SIIL è sull’orlo della sconfitta strategica inevitabile in Siria, obiettivo che a Mosca non interessava e non perseguiva, secondo Washington. I media occidentali e altre fonti anti-russe riecheggiano le affermazioni di Mosca sulla vittoria imminente delle forze siriane, russe e iraniane sullo SIIL e il jihadismo in Siria. La chiara imminente vittoria è il risultato di due anni di operazioni militari congiunte russo-siriane, combinando potere aereo e missilistico russo con le forze terrestri siriane. Inoltre, affrontava la forte resistenza dell’occidente e in particolare di certi suoi alleati nel Medio Oriente e Golfo Persico, in particolare Turchia e Qatar, che hanno sostenuto gruppi jihadisti come AS e JN, i cui membri hanno spesso finito per combattere al fianco dello SIIL. Questo è particolarmente vero per migliaia dei noti jihadisti del Caucaso del Nord che si sono recati a combattere in Siria e Iraq. Il presidente Barack Obama e la segretaria di Stato Hillary Clinton sostennero il jihadismo e l’ascesa dello SIIL in Siria e Iraq, cosa quasi universalmente riconosciuta, quando andarono contro l’intelligence degli Stati Uniti che avvertiva che fornire armi alla Fratellanza musulmana e altri gruppi islamisti avrebbe, in ultima analisi, rafforzato il jihadismo nell’opposizione siriana e irachena e rischiato di volgersi contro nelle regioni di confine siriano-irachene. L’intelligence aveva ragione, Obama torto. Il vuoto di potere e l’instabilità lasciati dal fallimento di Obama e i pericoli fin troppo chiari per gli interessi russi in Siria e Caucaso e la sicurezza nazionale spinsero Putin ad intervenire in Siria con le forze aerospaziali. Lo SIIL indirettamente e al-Qaida direttamente, ricevevano aiuti statunitensi, turchi e sauditi. Prima AS e JN e poi SIIL attirarono numerosi jihadisti stranieri in Siria, in collaborazione con il gruppo terroristico jihadista dell’Imarat Kavkaz (Emirato del Caucaso) o IK, minando l’esigua opposizione non islamista che dominava alcuni consigli locali e parte della società civile esistente ad Aleppo, Idlib, Homs, Raqqa e Dayr al-Zur. Sotto il suo primo capo, Hasan Abud, AS ebbe un ruolo significativo nell’avanzata dello SIIL in Siria nel 2013, collaborando e rimanendo in disparte quando schiacciò altri gruppi, come Ahfad al-Rasul a Raqqa. All’epoca, la mobilitazione contro lo SIIL gli avrebbe impedito di occupare la maggior parte del territorio siriano orientale. In risposta all’avanzata dello SIIL, JN e AS istituirono nel 2015 l’alleanza Jaysh al-Fatah (JF) tra gruppi jihadisti e islamisti che respinse le forze siriane dalle principali città della provincia di Idlib, quella primavera. I progressi di JF ad Idlib innescarono l’intervento russo nel settembre 2015.
Nel 2016, AS rifiutava di fondersi con JN a causa dell’esplicita sua affiliazione con al-Qaida e successivamente con JF perché “la leadership del gruppo (AS) temeva che avrebbe danneggiato i rapporti con la Turchia, suo principale sostenitore estero” e membro della NATO. Ciò facilitò l’ascesa di un altro gruppo jihadista, Hayat Tahrir al-Sham (HTS), nuova forza jihadista ad Aleppo prima della liberazione siriano-russa. Ora Washington DC riconosce gli sforzi della Russia contro lo SIIL, ma senza menzionarla. Quindi un recente articolo su Foreign Affairs rilevava: “Per ora il regime e i suoi alleati continuano a concentrare la maggior parte della loro potenza di fuoco sullo SIIL ad est”. Un recente studio sull’industria della Difesa statunitense di IHS Markit e Jane’s Intelligence è stato costretto a riconoscere il ruolo russo nella sconfitta dello SIIL, e indirettamente ancora una volta a riconoscere il ruolo chiave svolto dalle forze del regime di Assad contro lo SIIL. “È una realtà sconveniente che qualsiasi azione statunitense adottata per indebolire il governo siriano avvantaggerà inavvertitamente Stato islamico e altri gruppi jihadisti”, dichiarava Columb Strack, analista sul Medio Oriente di IHS Markit. “Il governo siriano è essenzialmente l’incudine al martello della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Mentre le forze sostenute dagli Stati Uniti circondano Raqqa, lo Stato islamico è impegnato in intensi combattimenti con il governo siriano attorno Tadmur e in altre parti delle province di Homs e Dayr al-Zur“. Secondo lo studio, tra il 1° aprile 2016 e il 31 marzo 2017, il 43 per cento di tutti i combattimenti dello SIIL in Siria era rivolto contro le forze di Assad, il 17 per cento contro le forze democratiche siriane (SDF), e il 40 per cento contro i gruppi rivali rivali sunniti, in particolare la Coalizione “Scudo dell’Eufrate” della Turchia. “Qualsiasi ulteriore riduzione della capacità delle forze già sovraccariche della Siria ne ridurrebbe la capacità d’impedire allo Stato islamico di avanzare dal deserto nella zona più popolosa della Siria occidentale, minacciando città come Homs e Damasco“, concludeva l’analisi.

L’intervento di Putin: pantano o vittoria diplomatica e militare
In poche parole, Putin ha vinto perché Obama si sbagliava. Washington sottovalutò la minaccia del jihadismo in Siria come fece altrove; Mosca vide abbastanza bene e non sottovalutò la minaccia. La prospettiva mondiale liberal-sinistra di Obama richiese che la posizione “conservatrice” di Putin si opponesse in spirito e di fatto. Di conseguenza, Obama e altri funzionari dell’amministrazione definirono l’intervento di Putin in Siria aggressione, imperialismo, errore ed inevitabile fallimento. Allo stesso tempo, speravano di continuare l’invio di armi ai vari gruppi jihadisti. Tuttavia, l’intervento di Putin, i fallimenti in Egitto e Libia, la debacle di Bengasi e i disaccordi tra l’amministrazione e l’intelligence svelarono la futilità della strategia islamista di Obama. Fin dall’inizio della narrazione neolib-necon di Obama che, alla radice dell’insurrezione anti-Assad vi fosse semplicemente l’espressione pacifica delle profonde aspirazioni democratiche dei siriani, si dimostrò falsa, proprio come nei cambi di regime occidentali in Iraq, Egitto, Libia e Ucraina. Ad esempio, un filmato di una delle prime proteste anti-regime a Banyas, vicino Tartus, il 18 marzo 2011, mostra ad esempio un imam avanzare le pretese delle protesta, tra applausi selvaggi e slogan religiosi, che invocavano segregazione di genere nelle scuole e che le insegnanti indossassero il niqab, vietato dal regime secolare baathista. Nel villaggio di Hula, l’opposizione fece richieste simili, nel 2011, lamentandosi del divieto del regime dei libri dell’insegnante islamico medievale e fonte principale del salafismo e del jihadismo Ibn Taimiya. In sintesi, il movimento rivoluzionario siriano, come quasi tutti tali movimenti, era un conglomerato di tendenze ideologicamente antitetiche e politicamente concorrenti, con islamsti e jihadisti, in particolare la leadership della Fratellanza musulmana emigrata in Turchia, dalla buona probabilità di uscire vincente su qualsiasi altro. Sullo sfondo di un mondo musulmano preda delle turbolenze islamiste e jihadiste, le probabilità diminuirono a favore dei più radicali.
Peggio della narrazione fu la politica. Tali gruppi concorrenti, anziché unirsi in un efficace fronte unito, ricevettero quantità enormi di armi e altro sostegno dal mondo occidentale e arabo. Così, il sostegno estero aiutò semplicemente il movimento di opposizione siriano, originariamente pacifico, a divenire rapidamente violento, come avvenuto in Libia e Ucraina nel 2013-2014, ma con poca speranza di assicurarsi la vittoria senza l’afflusso dei jihadisti stranieri. I diplomatici inglesi riferirono che già nella primavera 2011 ci furono scontri armati tra opposizione armata e forze di sicurezza siriane; questo molto prima che la storia sullo scontro regime- manifestanti pacifici venisse messa in discussione. Gli inglesi riferirono di una “battaglia feroce” nella primavera del 2011, al confine libanese nord-orientale con la Siria, tra opposizione siriana ed esercito e polizia siriani che suppostamente avrebbero usato armi contro dei dimostranti disarmati. Allo stesso tempo, una troupe di al-Jazeera mostrò dei filmati agli inglesi, che non avrebbero mai trasmesso, sul confine nord-orientale del Libano, che mostravano chiaramente uomini armati sparare alle truppe siriane. Il traffico di armi di Stati Uniti e altro dalla Libia e altrove alla in Siria, incrementò l’ondata di terroristi siriani e stranieri ben armati ed equipaggiati.
L’intervento di Putin cambiò l’andazzo, svelò l’incapacità dell’occidente di affrontare al-Qaida e SIIL in Siria e in Iraq sotto la guida impacciata di Obama e la strategia occulta incentrata su Fratellanza musulmana e altre forze “moderate” armate di nascosto. Smascherò la cooperazione saudita e turca con IS, JN, AS e altri gruppi jihadisti, tra cui il noto traffico di petrolio con lo SIIL in Turchia. Ancora più importante, forse, il rafforzamento dell’Esercito arabo siriano che sempre con il forte supporto aerospaziale russo scacciava SIIL e altri gruppi jihadisti da Aleppo, Homs, Dayr al-Zur e presto dall’ultima roccaforte dei jihadisti nella provincia di Idlib. L’insuccesso statunitense nell’affrontare la crisi siriana ha portato alla sconfitta degli alleati. Il nuovo presidente francese Emmanuel Macron ha riconosciuto la sconfitta occidentale in Siria a seguito dell’azione diplomatica e militare di Putin in Siria, abbandonando la politica dell’“Assad deve andarsene” e affermando che in Siria la Francia ha: “un obiettivo principale, eliminare il terrorismo. Non importa chi siano, vogliamo una soluzione politica inclusiva e durevole. In questo contesto non serve la caduta di Assad. Non è più un presupposto per la Francia”. Londra ritirava gli istruttori militari dalla Siria, presenti per istruire “70000 ribelli” a rovesciare il governo di Assad. L’amministrazione Trump successivamente raggiunse Mosca su un cessate il fuoco al confine giordano con la speranza di estenderlo a tutto il Paese. I funzionari statunitensi non chiedono più la rimozione di Assad dal potere. Non ci può essere maggiore prova che Putin abbia sconfitto Washington e l’occidente in Siria.
Ancora gli analisti più oggettivi sottovalutano la performance russa in Siria. Due di recente hanno osservato: “Per quanto riguarda gli sforzi militari di Putin in Siria, nonostante la differenza della potenza di fuoco russa sul campo, il Paese è ancora impantanato. La stabilità rimane inafferrabile, così come la via del ritiro russo. I vantaggi di Putin potrebbero sgretolarsi, a meno che la potenza russa non continui a sostenere lo Stato siriano” (Thomas Graham e Rajan Menon, “Qual è il fine di Putin?”, Boston Review, 24 luglio 2017). Ciò che gli autori non capiscono è che la guerra in Siria è vinta. Con la seconda città siriana, Aleppo, ripresa dall’Esercito arabo siriano qualche mese prima, la presa dello SIIL su Dayr al-Zur e il dominio di al-Qaida nella provincia di Idlib erano le ultime basi del jihadismo. Ma mentre l’occidente ha fatto passare agosto, le forze siriane, sostenute dagli alleati russi e iraniani, hanno tolto l’assedio triennale di Dayr al-Zur e dei suoi 80000 civili e 10000 soldati. L’Esercito arabo siriano rastrella il resto di Dayr al-Zur e si prepara a scacciare ciò che resta dello SIIL dal confine siriano-iracheno. La stabilità tornerà in Siria e i russi si ritireranno quando la guerra sarà finita. L’immagine evocata dal pezzo che usa parole come “ritiro” è fuorviante, dato che l’intervento militare russo è limitato al supporto aerospaziale e d’intelligence e da occasionali operazioni delle forze speciali. La Russia non è coinvolta sul campo, compito dell’Esercito arabo siriano. In sintesi, non vi è alcun pantano, e la fine dello SIIL in Siria non è lontana.
La debacle occidentale e la vittoria siriano-russa-iraniana in Siria crea tre difficoltà all’occidente. In primo luogo, la ritirata dello SIIL sarà ingrossata dai suoi ranghi iracheni, complicando lo sforzo occidentale di riavviare la combattività dello SIIL dopo l’arrivo della Russia in Siria e di Trump a Washington. In secondo luogo, l’Esercito arabo siriano riceve preziosa esperienza nei combattimenti, facendone un nemico formidabile per l’alleato degli statunitensi Israele. Inoltre, l’Iran s’insedia in Siria e in Iraq, complicando ulteriormente i calcoli di Tel Aviv ed alleati arabi dell’occidente. In terzo luogo, l’insuccesso dell’occidente in Siria e Iraq, unitamente alla creazione dell’alleanza sino-russa, contro l’espansione della NATO, le permette di divenire un fattore politico regionale nel Golfo Persico e Medio Oriente rafforzando la copertura diplomatica dell’azione dell’Iran in Siria e l’Iraq. Tutto ciò avrebbe potuto essere evitato, ma la sovversione statunitense, insieme ad altri fattori, ha dato origine alla brutale espansione della NATO, all’intervento umanitario, alla promozione della democrazia, ai cambi di regimi e alla “nuova guerra fredda”. Tutte o quasi tutte note politiche destabilizzanti che sembrano destinate a permanere. Il resto, come si dice, è storia, probabilmente turbolenta.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Innovazione e adattamento nell’economia nordcoreana

Amitié France-Coree
Un paradosso sembra caratterizzare l’economia della Repubblica Popolare Democratica di Corea: nonostante le crescenti sanzioni internazionali, non solo il Paese non crolla, ma vive una notevole crescita economica. Per spiegare questo paradosso, i sostenitori della teoria del crollo della RPDC utilizzano varie spiegazioni che eludono il fallimento del loro modello teorico: elusione delle sanzioni, comportamento non cooperativo di alcuni Stati (prima di tutto la Cina, principale partner economico) o di determinate entità non statali (unico fattore che spiega l’esito positivo dei programmi nucleari e missilistici). In questo modo ignorano un aspetto ampiamente sviluppato da autori che hanno analizzato il crollo delle civiltà (come il geografo Jared Diamond, autore di Collasso): la capacità (o meno) delle società d’innovarsi ed adattarsi economicamente. Questo è tuttavia ben presente nella società nordcoreana, ome illustreremo con vari esempi.
Inventori e scopritori occupano un posto speciale nelle creazioni artistiche nordcoreane, la protagonista del Diario di una giovane nordcoreana, non si accorge che suo padre è uno scienziato che non scopre nulla finché quest’ultimo non fa una scoperta importante, e quindi lei decide di abbracciare a sua volta la carriera scientifica? L’innovazione e l’adattamento sono molto apprezzati e i nordcoreani sono molto orgogliosi delle scoperte nazionali le cui applicazioni hanno permesso di superare alcune carenze (o al contrario avere dei beni) dalle materie prime. Il vinalon e il ferro Juche l’illustrano nelle descrizione nella serie “Economia” della collana “Conoscenza della Corea” (pubblicazioni in lingue estere di Pyongyang, 2016, citazioni estratte dalle pagine 26-27 e 31-32). evidenziando il continuo processo di innovazione e uso economico di queste scoperte:

37. Ferro Juche
E’ il ferro prodotto da un processo produttivo che non utilizza il coke. La RPDC, dove manca questo combustibile, è da tempo impegnata nello sviluppo di un metodo per produrre ferro utilizzando le proprie risorse e tecniche. L’Acciaieria Songjin ha perfezionato un sistema di produzione del ferro Juche collegando direttamente forno rotante e forno di fusione ad ossigeno, una vera e propria rivoluzione nell’industria siderurgica del Paese. Questo metodo di produzione dell’acciaio, che integra il processo di fusione e la lavorazione dell’acciaio, è originale perché consente di produrre acciaio fondendo la ghisa fino a lavorarlo, innovandone così la sua produzione.

42. Vinalon
Il Vinalon, una fibra di alcool derivata dall’alcool polivinilico, è una fibra chimica sviluppata dallo scienziato Ri Sung Gi (1905-1996) negli anni ’30. Basta semplicemente il carburo di calcio per produrre Vinalon. Tuttavia, la RPDC abbonda di depositi di calcare e antracite, materie prime del carburo di calcio. Il tessuto Vinalon, fibra bianca e lucida, è resistente e morbido assorbendo meglio l’umidità rispetto ad altri tessuti in fibra sintetica. Resistente, inoltre, ad acido e alcalini, difficilmente si altera per l’azione dei microbi, come la muffa. Oltre alla fibra vinalon, il complesso 8 Febbraio produce agenti organici, inorganici, macromolecolari e raffinati. Produce anche, da un prodotto intermedio del vinalon, più di 400 tipi di sostanze chimiche, tra cui soda caustica, cloruro di vinile, vinile acetato, acido cloridrico, catalizzatori. Ci sono anche prodotti fitosanitari quali erbicidi e pesticidi, nonché coloranti.

Alcuni aspetti dell’economia nazionale, spesso interpretati come fallimenti, riflettono altrettanti adattamenti ad un ambiente vincolato. Se la velocità dei treni è ridotta, va visto come risposta alla scarsità di energia, che non è né eccezionale né propria della Corea: dal 2008 le compagnie di carico hanno ridotto la velocità delle navi aumentandone il numero per compensare l’aumento dei costi del petrolio. Dal 2012, le facciate degli edifici di nuova costruzione a Pyongyang hanno illuminazione al LED, che consuma meno energia. Nell’ambito delle sanzioni economiche e della chiusura dei circuiti finanziari internazionali, la capacità di resistenza della Corea democratica viene sfidata sulla capacità di farvi fronte; all’embargo parziale sul petrolio risponde con la razionalizzazione del consumo degli idrocarburi e, si potrebbe supporre, con la ricerca di fonti energetiche alternative, quindi la RPDC moltiplica i pannelli solari e potrebbe impegnarsi nello sfruttamento del gas di scisto. Forse Pyongyang vedrà la premessa di una società pionieristica dall’economia post-petrolifera. Innovazione e adattamento non sono specifiche della RPDC ma di tutte le società umane, mentre invece civiltà umane sono crollate per una molteplicità di fattori, non solo per il degrado ambientale, ma anche (tra l’altro) per l’azione di forze esterne ostili, come dimostrato da Jared Diamond.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Petroyuan: nuovo sistema monetario multipolare e difesa anti-sanzioni

AVN, 17 settembre 2017Le sanzioni economiche imposte dal governo degli Stati Uniti hanno spinto il Venezuela a implementare un nuovo sistema di pagamento internazionale, con l’idea di aprirsi al mercato multipolare e limitare il blocco economico dal Nord America. Il 7 settembre il Presidente della Repubblica Nicolás Maduro annunciava il nuovo piano “per liberarci dal dollaro”, utilizzando “valute di conversione libera, come yuan, euro, yen, rupia e valute internazionali, abbandonando il laccio del dollaro valuta oppressiva”, come affermava al Parlamento Federale, presentando il suo Piano Economico per la Pace all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC). La prima azione s’è riflessa sul prezzo del greggio venezuelano, che per la prima volta veniva prezzato in yuan dal Ministero del Petrolio, pari a 306,26 yuan per barile, cioè 46,75 dollari. Inoltre, alcuni giorni prima il Vicepresidente della Repubblica Tariq al-Aysami informava che il Venezuela firmerà “il primo accordo commerciale in yuan per la vendita di petrolio alla Cina“. Venivano inoltre effettuate rettifiche per l’avvio delle operazioni con un paniere di valute del sistema di cambio dalla variazione complementare svincolata del mercato (Dicom), schema del Governo Nazionale che consente le operazioni di cambio valutario a società e persone fisiche ad un prezzo deciso dal mercato, fulcro del controllo dei cambi.

Russia e Cina: i pionieri
Con queste azioni, il Venezuela entra nel progetto già avanzato da Russia e Cina. L’economista messicano Ariel Noyola Rodríguez osservava in un articolo pubblicato da Actualidad RT nel maggio 2016, che “Mosca e Pechino commerciano petrolio con un canale di transizione volto verso il sistema monetario multipolare, cioè non basato solo sul dollaro ma su diverse valute e soprattutto che riflette i rapporti di forza dell’attuale ordine mondiale“. Un’azione decisa appunto dalle sanzioni economiche imposte nel 2015 da Washington e Bruxelles che, secondo l’analista, “incoraggiano i russi ad eliminare dollaro ed euro dalle transazioni commerciali e finanziarie, o altrimenti sarebbero stati esposti al sabotaggio nelle operazioni di vendita coi principali partner“. Quindi, da metà 2015, “gli idrocarburi che la Cina acquista dalla Russia vengono pagati in yuan e non in dollari“, permettendo di neutralizzare il blocco imposto a Mosca dalla crisi in Ucraina. “Vengono poste le fondamenta di un nuovo ordine finanziario basato sul petroyuan: la moneta cinese si prepara a diventare il fulcro del commercio Asia-Pacifico con le maggiori potenze petrolifere“, sottolinea Noyola Rodríguez nel testo: Il ‘petroyuan’ è la grande scommessa di Russia e Cina. L’analista prevede che in futuro l’OPEC adotterà questo modello di marketing petrolifero, una volta che Pechino lo richiederà e sottolinea che altre nazioni seguono questa premessa perché, “hanno capito che per costruire un sistema monetario equilibrato, la de-dollarizzazione dell’economia mondiale è una priorità“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Curdi sempre più nell’angolo

Alessandro Lattanzio, 19/9/2017Nei giorni dei combattimenti a Dayr al-Zur, la propaganda filo-curda diffondeva notizie false sullo SIIL che riusciva ad abbattere aerei siriani, esibendo come prova foto di aerei abbattuti in Libia nel 2011. La fonte di tali notizie, utilizzate dai curdi, era l’agenzia di propaganda dello Stato islamico al-Amaq, adusa a diffondere foto e video vecchi e/o manipolati per ‘testimoniare’ le ‘vittorie’ dello SIIL. Assieme alla falsa notizia sul presunto bombardamento russo-siriano di truppe curde a nord di Dayr al-Zur, tali false notizie, apparse subito dopo che l’Esercito arabo siriano liberava Dayr al-Zur e attraversa l’Eufrate, rientrano in una campagna di disinformazione volta a denigrare le operazioni anti-SIIL della coalizione siriano-iraniano-russa. Tale campagna si compone di 3 parti:
– False notizie sulle perdite delle forze siriane ed alleate (con segnalazioni su “soldati russi uccisi”);
– Accuse su vittime civili e azioni ostili contro le “forze della democrazia” da parte di Siria, Russia o Iran;
– Dichiarazioni delle SDF di avere diritto alla “difesa legittima” dagli USA contro EAS ed alleati sulla riva occidentale dell’Eufrate (dopo aver minacciato di non consentire alle forze governative di attraversalo).
Ciò rientra in quello che appare sempre più un disastro geopolitico cercato e voluto dalle forze democratiche siriane (SDF), su istigazione degli Stati Uniti, che per arruolarle le hanno fatto indottrinare dagli anarchici comunitaristi statunitensi legati a Boockhin. Inoltre, le SDF ora accusano la Turchia di cooperare con l’alleanza siriano-iraniano-russa e di ave ‘venduto’ territori siriani, come la provincia d’Idlib, alla Siria…
Abu Araj, vicecapo del Jaysh al-Thuar, facciata arabo-islamista delle SDF, rimproverava la Turchia di aver partecipato ai colloqui sulla Siria nella capitale kazaka di Astana assieme a Siria, Russia e Iran, e di aver venduto la provincia Idlib ed altre aree “al regime siriano e ai suoi sostenitori“, accusando Ankara di aver permesso il cessate il fuoco in Siria, e di aver contribuito a creare le zone di de-conflitto nella provincia di Idlib. “La Turchia ha venduto molte aree siriane al regime siriano e ai suoi sostenitori, ripetendo lo scenario di Daraya, Muadamiyah al-Sham, al-War, al-Zabadani e Aleppo cedute al regime siriano e ai suoi alleati, dopo aver promesso al popolo siriano di combattere e rovesciare Assad”; così accusando Ankara di non aver rovesciato il Presidente Bashar al-Assad ed invitando i terroristi che occupano Idlib a contrastare le forze favorevoli all’accordo di de-escalation nella provincia, chiedendo di sostenere Hayat Tahrir al-Sham (al-Qaida in Siria). In altre parole, secondo le SDF, la Turchia è colpevole per aver scelto di partecipare ai negoziati diplomatici per risolvere la crisi siriana, invece di continuare i tentativi per rovesciare il governo di Assad e, quindi, di aver permesso all’alleanza siriano-iraniano-russa di combattere lo SIIL.
La paura dei curdi di esser abbandonati dal loro nuovo sponsor, Washington, in effetti diventa sempre più reale. Il Presidente dello Stato Maggiore Generale russo, Generale Valerij Gerasimov, e il Presidente dei Capi di Stato Maggiore Riuniti degli Stati Uniti, Generale John Dunford, trascorrevano più di un’ora al telefono, il 17 settembre, discutendo sui modi per riallacciare le comunicazioni militari in Siria. Ciò in risposta ai problemi causati dalle fazioni attive in Siria che nell’ambito delle comunicazioni militari sul campo sono un problema ricorrente, soprattutto per gli Stati Uniti. Ma il fatto che ciò non fosse l’unico tema di questi colloqui veniva indicato dalle contemporanee comunicazioni dirette tra Rex Tillerson e Sergej Lavrov sulla Siria. Nel frattempo, la Turchia avviava le esercitazioni militari a Silopi e Habur, nella provincia di Sirnak, al confine con l’Iraq, schierando equipaggiamenti e truppe al confine con l’Iraq in vista del referendum per l’indipendenza della regione del Kurdistan, previsto per il 25 settembre. L’unico Paese che supporta ufficialmente tale processo è Israele, e difatti il vicepresidente dell’Iraq Nuri al-Maliqi dichiarava che Baghdad non tollererà la creazione di un “altro Israele” nell’Iraq settentrionale con il prossimo referendum. La dichiarazione fu rilasciata dopo un incontro tra al-Maliqi e l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Douglas A. Silliman. “Non permetteremo la creazione di un secondo Israele nell’Iraq settentrionale. Il referendum avrà pericolose conseguenze per la sicurezza, la sovranità e l’unità dell’Iraq. Perciò dovrebbe essere annullato o rinviato per incostituzionalità“. Al-Maliqi dichiarava anche che governo e Parlamento iracheno adottavano misure immediate per “evitare questo pericoloso sviluppo per proteggere l’unità, l’integrità e gli interessi di tutti gli iracheni e la sovranità del loro Paese“. In precedenza, l’Iran annunciava la chiusura del confine con il Kurdistan iracheno, nel caso proclami l’indipendenza.
Il parlamento iracheno rifiutava il referendum sull’indipendenza curda, in quanto viola gli articoli 50 e 109 della Costituzione irachena che affermano che i deputati devono lavorare per assicurare l’unità e la sovranità dell’Iraq. Il parlamento chiedeva al governo iracheno di proteggere l’unità dell’Iraq e di adottare tutte le misure necessarie a tale scopo. Ed a Qirquq, i rappresentanti curdi al governo locale votavano a favore della partecipazione al referendum, mentre i rappresentanti turcomanni e arabi nel Consiglio provinciale lo boicottavano. Nonostante ciò, il governatore di Qirquq, Karim, dichiarava che “turcomanni e arabi che hanno boicottato la riunione non rappresentano i loro popoli“. Majid Izat, del partito turcomanno, rispondeva che “Coloro che hanno boicottato la riunione (a supporto del referendum) sono i veri rappresentanti del nostro popolo. Gli altri, turcomanni, arabi o cristiani, sono membri del partito curdo e sono presenti sulle sue liste elettorali locali. Sono stati imposti dai curdi e ne seguono la politica“. Aziz Umar, analista politico turcomanno, dichiarava che durante il regime di Saddam in Iraq, c’erano partiti curdi a Baghdad, ma i “veri partiti curdi” non li riconoscevano. “Dicevano che i partiti curdi di Baghdad erano falsi partiti di regime; e ora i principali partiti curdi hanno iniziato a fare la stessa cosa, dopo la caduta del Baath nell’aprile 2003, istituendo e finanziando molti partiti turcomanni nella città di Irbil e nelle cosiddette aree controverse, per imporvi la politica curda“.
Il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi respingeva l’iniziativa del Consiglio di Qirquq, perché Qirquq e le altre aree controverse non fanno parte del Kurdistan iracheno. Hadi al-Amiri, a capo dell’Organizzazione Badr, chiedeva ai curdi di scegliere tra referendum o Costituzione mentre Muhamad Tamim, rappresentante arabo di Qirquq, dichiarava “I veri rappresentanti degli arabi a Qirquq sono quelli eletti dagli arabi nella provincia e che rifiutano il referendum. Ho sentito che i curdi usano il referendum per spingere Baghdad ad accettare le loro condizioni, in particolare sulle finanze, ma dovrebbero versare a Baghdad 28 miliardi di dollari dai proventi del petrolio di Qirquq“. Il deputato Imad Yuqana, cristiano di Qirquq, e Muhamad Mahdi al-Bayati, politico turcomanno e comandante dell’organizzazione Badr, denunciavano i tentativi dei curdi di sovvertire la rappresentanza politica e il voto regionali, “Rifiuteremo i risultati del referendum a Qirquq e altrove“, concludeva. Il Consiglio provinciale di Diyala respingeva il referendum.
Se Masud Barzani, presidente del Governo regionale del Kurdistan d’Iraq, affermava che il referendum del 25 settembre “non sarà per l’indipendenza di un Paese nazionale curdo, ma per un Paese di tutte le etnie che ci vivono“, non solo Turchia, Iran e Lega araba, ma anche Stati Uniti, Unione europea ed ONU, respingono il referendum o chiedono di rinviarlo.

Fonti:
Cassad
Global Research
NewPol
Russia Insider
South Front
South Front
South Front
South Front
Verso