Libia, gli alleati dell’Italia compiono una strage

Alessandro Lattanzio, 21/5/2017

Mentre questo Sito viene aggredito e insultato da fogne mediatiche come Huffington Post e Vice, che propagandano l’accoglienza a 90 gradi verso i profughi creati dalle guerre celebrate, invocate e salutate dai su medesimi siti di disinformazione imperialista (Left, Vice, Huffington Post e altra spazzatura), in Libia, il 18 maggio, bande armate composte dai miliziani armati dal governo Renzi-Gentiloni e dai terroristi di al-Qaida, che diverse ONG italiane definiscono ‘umanitari numero uno‘, uccidevano, decapitavano e bruciavano vive 150 persone nell’aeroporto libico di Baraq al-Shati. Ovvio il sonoro silenzio del sistema merdiatico italiano. SitoAurora è l’unico sito a riferire in Italia di questo massacro commesso dagli alleati dei servizi segreti italiani e della Farnesina in Libia, ovvero al-Qaida e la fratellanza mussulmana turcofila di Misurata, dove l’esercito italiano ha posto la propria base operativa libica.
Il 17 marzo, la sede di Saraj presso la base navale di Abu Sita, veniva attaccata da sconosciuti, mentre a Misurata i seguaci di Salah Badhi e Qalifa Gwal attaccavano la TV e la radio locale, venendo respinti. Contemporaneamente Saraj era Roma per discutere con il Gruppo di Contatto per il Mediterraneo Centrale che riunisce UE, Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (organismo logistico dei mercenari islamisti). Saraj chiedeva all’Italia l’invio in Libia di 20 motovedette, 4 elicotteri, 24 imbarcazioni, 10 autoambulanze, 30 autoveicoli blindati e telefoni satellitari. Il 30 marzo, a Roma rappresentanti delle tribù Tabu e Ulad Sulayman di Sabha firmavano un accordo di riconciliazione, con cui il governo italiano avrebbe pagato gli indennizzi alle vittime della faida tribale. L’Italia, tramite la comunità di sant’Egidio, interveniva perché interessata a controllare l’aeroporto Taminhint di Sabha. Ma già il leader tribale dei Tabu, Adam Dazi, affermava che i capitribù non avevano idea di che accordo si trattasse. Già nel novembre 2015 il Qatar mediò un simile accordo di riconciliazione, poi violato nel novembre 2016.
La Libyan Cement Company (LCC), è uno dei più grandi cementifici della Libia, con tre stabilimenti a Bengasi, al-Huari e Derna, assumeva gli specialisti della società russa RSB-Group per sminare il cementificio di Bengasi, avviato il 22 agosto 2016. Il cemento è necessario per ripristinare le infrastrutture distrutte dai terroristi. Finora veniva importato dalla Tunisia. Nell’aprile 2016 l’Esercito nazionale della Libia eliminò i terroristi dalla zona degli impianti industriali del cementificio. I genieri dell’esercito libico non poterono completare la bonifica per mancanza di attrezzature, a causa delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali contro Tobruq. Inoltre, diversi genieri libici morirono nelle operazioni di sminamento. Inizialmente i libici si rivolsero a una società inglese, che volle 50 dollari per metro quadro, quindi si rivolsero agli specialisti russi del RSB-Group, che bonificarono 750000 mq di superficie per 15 dollari a metro quadro. Il RSB-Group opera in Egitto, Colombia e Cina, oltre che Libia. La LCC è di proprietà della Libya Holdings Group (LHG) di Tripoli e di 15 investitori di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Il 5 aprile, l’Esercito nazionale libico (LNA) avviava le operazioni per liberare la base di Tamanhant, presso Sabha, mentre il GNA di Tripoli condannava l’azione e ordinava alle sue forze di respingere l’attacco del LNA. A marzo, 16 militari feriti venivano inviati in Italia per cure mediche. Il 12 aprile Fayaz al-Saraj dichiarava che “Purtroppo l’Europa non ci ha aiutato, ma ha fatto solo vuote promesse. Abbiamo bisogno urgente di aiuti seri per proteggere e controllare le coste. Inoltre, la comunità internazionale deve fare di più per contribuire a stabilizzare il Paese”. Intanto, numerosi terroristi dello Stato islamico provenienti dalla Libia venivano curati in cliniche in Europa almeno dal 2015; “Elementi dello SIIL coinvolti nell’espatrio di feriti libici usano questa strategia per uscire dalla Libia con falsi passaporti“, secondo un documento dell’intelligence italiana. Il piano era incentrato su un progetto occidentale per riabilitare i feriti, il Centro per il sostegno dei libici feriti, gestito “in modo dubbio e ambiguo” sotto la supervisione dal governo di al-Saraj a Tripoli. Secondo il documento, gli infiltrati dello SIIL utilizzavano falsi passaporti forniti da una rete criminale e inoltre, all’inizio del 2016, lo SIIL occupando Sirte poté accedere a 2000 passaporti in bianco. “Dal 15 dicembre 2015, un numero ignoto di combattenti feriti dello Stato islamico in Libia è espatriato verso un ospedale d’Istanbul per cure mediche“. Da lì, i terroristi venivano inviati in altri ospedali turchi, provenendo soprattutto da Misurata, Sirte e Bengasi. “Misurata è la sede di tale contrabbando dalla Libia verso l’Europa. Ed è anche il luogo dove si svolge il mercato dei passaporti falsi, quando a costoro è necessaria una falsa identità per nascondersi“. I principali Paesi che accolgono i terroristi feriti, secondo il documento dello spionaggio italiano, sono Turchia, Romania, Bosnia, Francia, Germania e Svizzera. Il medico Rodolfo Bucci confermava al Guardian di esser stato contattato da un individuo appartenente alla rete del contrabbando. “Sono stato contattato da alcuni uomini per coordinare queste cure mediche perché sono uno specialista nella terapia del trattamento del dolore. Ma poi non so cosa sia successo. Non so se il programma fu interrotto“. Il documento dell’intelligence italiano descrive la posizione del governo al-Saraj come “altamente ambivalente” perché, anche se non finanzia l’assistenza medica ai terroristi dello SIIL, “ufficialmente permette l’espatrio di elementi del MSTB (Majlis Shura Thuwar Benghazi), una milizia jihadista collegata allo SIIL”. Secondo il rapporto dell’intelligence italiana, i documenti preparati dagli ospedali che organizzano l’espatrio dei libici feriti recano pochi dettagli sulle ferite, o ne sono totalmente privi.
Il 2 maggio 2017, ad Abu Dhabi s’incontravano il premier-fantoccio al-Saraj ed il Generale Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, per discutere su quali organizzazioni andassero definite terroristiche, sullo scioglimento delle milizie, sul rifiuto dell’accordo sui migranti con l’Italia, sull’eliminazione dell’Art.8 del Libyan Political Agreement di Shqirat, che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri su Forze Armate ed intelligence. Inoltre al-Saraj e Haftar convenivano nel formare un comando militare congiunto, con a capo Haftar, e ad unire le istituzioni statali. Gli Emirati Arabi Uniti inoltre dispiegavano velivoli da combattimento a sostegno del Generale Qalifa Haftar, nella Libia orientale, sulla base aerea al-Qadim. In Libia la produzione di petrolio superava il picco dell’ottobre 2014, arrivando a 780000 barili al giorno; grazie anche all’esenzione dai tagli della produzione nell’OPEC. Il maggiore giacimento petrolifero della Libia, Sharara, pompava circa 225000 barili al giorno, che arrivavano alla raffineria di Zawiyah. Anche al-Fil, o giacimento Elefante, nella Libia occidentale, veniva riavviato ad aprile dopo un’interruzione di due anni. Sharara, che ha una capacità di 330000 barili al giorno, è gestita da una joint venture tra Lybia National Oil Corp., Repsol SA, Total SA, OMV AG e Statoil ASA, mentre al-Fil è gestito da una joint venture tra NOC ed ENI, e può pompare fino a 90000 barili al giorno destinati all’impianto di Malitah. Il 18 maggio, il ministero degli Esteri del governo fantoccio di al-Saraj licenziava 12 ambasciatori, 10 dirigenti aziendali e 4 consoli generali. Ciò avveniva il giorno dopo che il ministro degli Esteri di al-Saraj, Muhamad Syala, licenziava l’alleato di Qalifa Haftar e ambasciatore in Arabia Saudita Abdulbasit al-Badri. Gli ambasciatori rimossi erano quelli in Canada, Etiopia, Grecia, Ungheria, Paesi Bassi, Panama, Qatar, Serbia, Slovacchia, Sudan, Vaticano e Regno Unito, i consoli generali quelli di Alessandria, Dubai, Istanbul e Milano. Venivano richiamati in patria gli addetti commerciali in Australia, Belgio, Croazia, Cipro, Costa d’Avorio, Nicaragua, Oman, Pakistan, Sierra Leone e Sri Lanka.Il 18 maggio, 141 persone venivano uccise nell’attacco perpetrato dalle milizie del GNA contro la base aerea di Baraq al-Shati, dove le forze islamiste uccisero sommariamente decine di soldati disarmati. “I soldati tornavano da una sfilata militare, non erano armati, la maggior parte di essi fu uccisa”. Il portavoce dell’Esercito nazionale libico, Colonnello Ahmad Mismari, annunciava che gli attacchi aerei di risposta erano iniziati dalla base aerea di Jufra contro i terroristi, e che “non ci sarebbe stato un cessate il fuoco”. L’attacco terroristico era stato guidato da Ahmad Abduljalil al-Hasnawi e da Jamal al-Trayqi del 13.mo battaglione di Misurata (fazione islamista armata ed informata direttamente dall’Esercito italiano) con l’appoggio della 201.ma brigata e delle brigate di difesa di Bengasi. La base era difesa dal 10.mo Battaglione del LNA, che perse 17 uomini, oltre a subire 11 dispersi, e dal 12.mo Battaglione, che perse 86 uomini. Gran parte del 12.mo Battaglione si trovava invece a Tuqra, per le celebrazioni dell’operazione Qaramah. Inoltre, anche 7 piloti civili furono uccisi. Uno dei testimoni aveva dichiarato che le vittime non furono uccise in combattimento ma erano state allineate e giustiziate. Il sindaco di Baraq al-Shati riferiva che almeno 5 soldati furono decapitati. Un altro testimone affermava, “Hanno ucciso tutti nella base: soldati, cuochi, addetti alle pulizie“, molti con un colpo alla testa. Alcuni erano cadetti appena laureatisi ufficiali durante la cerimonia del LNA per celebrare il terzo anniversario dell’operazione Qaramah. Le forze che difendevano la base, guidate dal generale Muhamad bin Nayal, erano riuscite parzialmente a ritirarsi, grazie ad informazioni sull’attacco imminente. Il Comando Generale del LNA dichiarava che la risposta sarà “dura e forte”, parlando apertamente di vendetta, “I responsabili saranno schiacciati”. Il governo di Tobruq accusava apertamente del massacro il Consiglio di Presidenza di al-Saraj e il suo ministro della Difesa, oltre che di aver violato la tregua concordata ad Abu Dhabi. I membri del Congresso di Tobruq chiedevano il licenziamento del ministro della Difesa di al-Saraj, Mahdi al-Barghathi, e di processarlo per il massacro, mentre Ali Gatrani, componente del Congresso di Tobruq, accusava del massacro anche il capo dei fratelli musulmani libici Sadiq al-Ghariani, potente alleato dell’Italia. I burattinai di Saraj, l’inviato speciale dell’ONU Martin Kobler e l’ambasciatore inglese Peter Millett, chiedevano all’esercito libico di non reagire all’aggressione, indicando la mano del mandante della strage. Il fantoccio della Farnesina, Fayaz al-Saraj, sospendeva ‘per 15 giorni’ il suo ministro della Difesa, l’islamista filo-turco Mahdi al-Barghathi. Inoltre, Saraj riconosceva che Jamal al-Trayqi, a capo del 13.ma battaglione (con cui l’esercito italiano collabora) era responsabile dell’attacco a Baraq al-Shati. Le brigate di difesa di Bengasi, coinvolte nel massacro, hanno stretti legami con Barghathi e la fratellanza mussulmana filo-turca di Misurata.
Quindi, l’Esercito nazionale libico (LNA) dichiarava che al-Qaida e le milizie del governo del fantoccio italiano al-Saraj avevano attaccato la base aerea di Baraq al-Shati, decapitando decine di soldati libici. La maggior parte degli aggressori erano stranieri. Muhamad Lifrays, portavoce del 12.mo Battaglione del LNA, che aveva subito l’assalto, dichiarava, “Siamo convinti che combattevamo al-Qaida“. Diversi soldati erano stati decapitati o bruciati vivi. La maggior parte dei soldati era stata uccisa con colpi alla testa o sgozzati. Almeno 15 civili furono uccisi dai terroristi. Il comandante delle Forze Speciali Sayqa, Mahmud Warfali, affermava “L’LNA libererà la base aerea“, mentre 112.mo, 117.mo e 173.mo Battaglione libici si avvicinavano a Baraq al-Shati. L’Egitto condannava tale “attacco terroristico brutale“, e il Ministero degli Esteri di Cairo esprimeva “solidarietà al popolo libico e all’Esercito libico nazionale, chiedendo di occuparsi seriamente dei responsabili dell’azione terroristica“, aggiungendo che la politica libica non dev’essere soggetta a gruppi criminali che si fanno strada con il terrorismo o collaborando con le organizzazioni terroristiche finanziate da Paesi esteri. Anche il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Algeria condannava l’attacco, “Condanniamo fermamente questi attacchi e notiamo che per diversi anni abbiamo costantemente incoraggiato i partiti libici a sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale per risolvere la crisi“. Nel frattempo, gli ambasciatori della Libia in Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti (si noti l’assenza di quello in Italia) condannavano tale crimine, “condanniamo i tentativi di cambiare la situazione in Libia con la forza, che pregiudicano il dialogo politico e prolungano le sofferenze del popolo libico”.

Il capo di Stato Maggiore italiano generale Graziano a Misurata, base delle milizie islamiste filo-turche.

Fonti:
el-Temif
FNA
FNA
FNA
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Moon of Alabama
RID
RID
Reuters
SCF
Tekmor Monitor
The Guardian

Siria: Le ragioni dell’isteria saudita-statunitense

Nasser Kandil e Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 18 maggio 2017Secondo Nasser Kandil
Le ultime campagne diplomatiche e mediatiche lanciate da Washington e Riyadh contro lo Stato siriano non possono essere spiegate solo come reazione a uno schiaffo doloroso ma innominabile. In effetti, quando lo Stato siriano riprende i bastioni di al-Nusra in diversi quartieri di Damasco, Stati Uniti ed Arabia Saudita l’accusano di condurre un “cambiamento demografico”, non potendo continuare a sostenere apertamente le organizzazioni terroristiche. E quando l’Esercito arabo siriano in pochi giorni scaccia lo SIIL da un “area sensibile” nel deserto siriano di 80 km di larghezza per 100 di profondità, scelta dagli statunitensi quale futuro santuario dello SIIL sulla linea strategica di collegamento tra Siria, Iran e Resistenza libanese, Stati Uniti e Arabia Saudita s’inventano ogni falsa accusa per demolire il morale del popolo siriano, sostenere i terroristi, fare pressione sul governo della Siria e l’alleato russo; ancora una volta, incapaci di continuare a sostenere apertamente le organizzazioni terroristiche. Così appare l’improvviso ciò che sembrava un dossier statunitense che accusava le autorità siriane di nascondere il massacro in un crematorio nella prigione di Sadnaya a nord di Damasco [1], immediatamente trasmesso alle Nazioni Unite: “15 maggio, il capo per il Medio Oriente del dipartimento di Stato Stuart Jones presentava le foto satellitari del carcere dicendo che il regime del Presidente Bashar al-Assad ha distrutto i resti di migliaia prigionieri assassinati negli ultimi anni. Poi chiese di “porre fine a tali atrocità”. Tali foto “declassificate” dal governo degli Stati Uniti erano datate aprile 2017, aprile 2016, gennaio 2015 e agosto 2013, mostrando edifici, uno dei quali sottotitolato “prigione principale” e l’altro “probabile crematorio”. Su una delle immagini vi era la leggenda “fanghiglia su una parte del tetto” che attesterebbe, secondo gli Stati Uniti, l’esistenza di un forno crematorio installato dal regime siriano”!!!
Le convulse accuse del ministro degli alloggi israeliano ed ex-generale dell’esercito, Yoav Galant, chiedono apertamente l’assassinio del Presidente siriano Bashar al-Assad [2]: “Penso che attraversiamo la linea rossa. Secondo me è giunto il momento di assassinare Assad. E’ così semplice...” Al momento, Washington afferma che la cooperazione con la Russia non va bene, soprattutto sulla questione fondamentale delle cosiddette “zone di de-escalation” in Siria definita da Astana 4, mentre le incursioni statunitensi uccidono civili siriani ad Hasaqah e al-Buqamal [3] con il pretesto della lotta contro lo SIIL, che si affrettava ad attaccare l’aeroporto di Dayr al-Zur, controllato dall’Esercito arabo siriano, proprio come successe la scorsa estate dopo gli attacchi degli Stati Uniti sul Jabal al-Thardah. Ed ora, altrettanto improvvisamente, il capo del Kurdistan iracheno minaccia l’iracheno Hashd al-Shabi se continua l’avanzata verso il confine siriano, e la cosiddetta opposizione siriana minacciava di lasciare i negoziati di Ginevra 6 (ripresi il 16 maggio), mentre le fazioni armate impegnate nel processo di Astana annunciavano l’adesione all'”operazione fronte meridionale” voluta principalmente da statunitensi, inglesi e giordani, ancora col pretesto della lotta della cosiddetta coalizione anti-SIIL, ma il cui vero obiettivo è, ovviamente, raggiungere il confine iracheno-siriano ad al-Tanaf, all’incrocio dei confini giordano-siriano-iracheno. Un’operazione considerata “ostile” dalla Siria e contro cui non si limita a mettere in guardia la Giordania per voce del Ministro degli Esteri, Walid al-Mualam [4], ma prepara la corsa verso il confine con l’Iraq, ancor prima di avviarla. Da qui le campagne di isteria e diffamatorie spiegate dai rapidi e inaspettati progressi dell’Esercito arabo siriano verso Dayr al-Zur e il confine iracheno, parallelamente ai progressi iracheni dell’Hash al-Shabi al confine con la Siria, minacciando i piani degli statunitensi-sionisti che sanno perfettamente che questa è una causa e una strategia comune, coordinata con Iran e Russia per impedirgli di controllare il confine siriano-iracheno, divenuta la madre di tutte le battaglie della guerra alla Siria. Controllarlo significa impedire a Iran e Cina di accedere al Mediterraneo, contenendo oleodotto iracheno e gasdotto iraniano nella stessa direzione, controllando la linea di rifornimento strategica dall’Iran alla Siria e alle forze della Resistenza; obiettivi che motivarono l’invasione dell’Iraq e, dopo il fallimento, la guerra alla Siria. Una seconda sconfitta che motiva il tentativo di controllare la regione tra il Tigri e l’Eufrate. Un terza sconfitta inflitta dalla resistenza dell’Esercito arabo siriano ad Hasaqah e Dayr al-Zur e dall’avanzata dell’Hashd al-Shabi a Tal-Afar in Iraq, motivando l’ultimo piano statunitense per controllare il confine siriano-iracheno. Se il piano fallisce, la guerra alla Siria non avrà più senso strategico. Piuttosto, sarà necessario gestire un’alleanza tattica e risorse per raggiungere un accordo parziale tra le forze belligeranti; gli statunitensi sono particolarmente interessati al sud del Paese e alla sicurezza d’Israele garantita dalla Russia o dall’accelerazione del processo di risoluzione della causa palestinese in Israele. Tuttavia, quando gli statunitensi mobilitano tutti i loro alleati gettando il loro peso e le loro minacce, vuol dire che la guerra è tutt’altro che finita con molte opportunità di rimescolare le carte; in particolare attraverso Turchia, Israele, curdi iracheni o bloccando i colloqui di Ginevra. Un blocco atteso da molti osservatori viste le differenze tra USA e Russia, la riluttanza turca a separarsi da Jabhat al-Nusra e la volontà aggressiva degli statunitensi, spiegando il motivo per cui l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, declinava su priorità, o almeno pari importanza, nel “paniere” della lotta al terrorismo per concentrarsi sulle discussioni sulla futura Costituzione siriana. Trascurarlo fu deciso nei colloqui a Ginevra 5, che invocava la formazione di un comitato di esperti costituzionali del governo, dell’opposizione e delle Nazioni Unite, senza che ciò si nelle prerogative delle Nazioni Unite, essendo la Costituzione siriana questione solo del popolo siriano, come indicato nella risoluzione 2254/2015.Secondo fonti ben informate, l’influenza statunitense sui colloqui di Ginevra 6 riflette, in parte, la mobilitazione per la “guerra al confine siriano-iracheno” proposta da Erdogan nella visita a Donald Trump [5]. Una proposta per affidare ai peshmerga curdi in Iraq, guidati da Masud al-Barzani, la missione di dominare le aree controllate dai curdi in Siria e le regioni al confine siriano-iracheno, implicitamente per pulire le aree di Sinjar e Qamishli dalla presenza del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) in cambio del sostegno turco nella battaglia di Raqqa. Infine, chi controllerà i confini siriano-iracheni vincerà la partita. Ciò che è certo è che una delle più importanti guerre del Medio Oriente entra nella fase più pericolosa.Traduzione e sintesi di Mouna Alno-Nakhal dell’ultima nota di Nasser Kandil: politico libanese, ex-vicedirettore di Top News Nasser-Kandil e redattore del quotidiano libanese “al-Bina“.

Fonti:
Top News
Top News
Top News
al-Bina
Top News

Note:
[1] Siria: Gli Stati Uniti hanno accusato il regime di Assad di usare un “crematorio” per nascondere “omicidi di massa”
[2] “Il tempo è venuto” per uccidere Bashar al-Assad (ministro israeliano)
[3] La “Coalizione degli USA” uccide più di 31 persone nel massacro di al-Buqamal e Dayr al-Zur
[4] Forze statunitensi, inglesi e giordane al confine giordano-siriano. Anche l’Esercito arabo siriano si avvicina
[5] Trump assicura ad Erdogan l’appoggio degli USA contro il PKK curdoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Trump svela che Stato islamico e CIA sono “partner” contro la Russia

John Helmer, 16 maggio 2017Un giornalista del Washington Post ha rivelato che la storia dei computer portatili dello Stato islamico (SIIL), che il presidente Donald Trump ha descritto il 10 maggio al Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alla Casa Bianca, proveniva dallo SIIL tramite la CIA. Il motivo della fuga contro Trump, seguita da Post e media anglo-statunitensi, fu divulgato sempre dal Post. La CIA e almeno un funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, che informò la CIA di ciò che Trump aveva detto, si arrabbiarono col presidente per aver rivelato la collaborazione tra terroristi dello SIIL e loro gestori statunitensi negli attacchi contro obiettivi russi, comprese le compagnie aeree russe. L’articolo dal Washington Post affermava che Trump aveva “rivelato informazioni altamente classificate al Ministro degli Esteri russo Lavrov e all’Ambasciatore Sergej Kisljak, nella riunione alla Casa Bianca della settimana prima, secondo funzionari statunitensi che hanno detto che le divulgazioni di Trump mettevano in pericolo una fonte cruciale dell’intelligence nello Stato islamico“. La fonte, secondo il Post, era “un partner degli statunitensi grazie a un accordo di condivisione delle informazioni considerate così sensibili che i dettagli non sono forniti agli alleati e sono strettamente limitati anche nel governo degli Stati Uniti”, dichiaravano i funzionari. Il partner non aveva concesso agli Stati Uniti l’autorizzazione a condividere il materiale con la Russia, e i funzionari dichiaravano che la decisione di Trump di farlo metteva in pericolo la cooperazione con un alleato che ha accesso alle attività interne allo Stato islamico“. L’articolo non si riferiva al “partner” come Paese, governo o agenzia d’intelligence straniera. Invece vi si riferiva come “partner chiave” affermando che “Trump ha rivelato la città nel territorio dello Stato islamico dove il partner dell’intelligente statunitense ha rilevato la minaccia“. Ciò significa che la posizione geografica in cui il “partner” opera sia nel “territorio” dello SIIL. L’articolo aveva anche rivelato che fu concesso l’accesso alla trascrizione verbale di ciò che Trump aveva detto nell’incontro con Lavrov, definendo la fonte “un funzionario che sa dello scambio“. Uno dei giornalisti che ha scritto la storia apparve in un’intervista pubblicata dal Post dopo l’uscita dell’articolo. È Greg Miller, californiano che ha lavorato per il Los Angeles Times prima di trasferirsi a Washington nel 2010, per “seguire le agenzie d’intelligence e il terrorismo“. Ascoltando attentamente, Miller divulga le sue fonti tra i funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) e della CIA. Dal minuto 1:52, Miller identifica ciò che ha saputo e come da membri del Consiglio di Sicurezza di Trump, funzionari di alto livello che hanno letto i resoconti. Chiamarono il direttore della CIA e il capo dell’NSA per avvisarli: “Guardate, ciò che è accaduto nell’incontro con i russi vi va detto. Perciò erano in parte allarmati e preoccupati dalle conseguenze. Sono le agenzie, come la CIA, che avrebbero comunicato direttamente o trattato con il partner straniero. Ne sarebbero le più preoccupate“. Miller non nomina i funzionari che hanno letto le trascrizioni Trump-Lavrov del 10 maggio su cosa si sono detti.
Due funzionari direttamente interessati alle operazioni statunitensi contro la Russia in Siria e nel mondo sono Fiona Hill, direttrice per la Russia del NSC, e Gina Haspel, nominata il 2 febbraio vicedirettrice della CIA, ex-capo del terrorismo e delle operazioni clandestine della CIA. Sui collegamenti di Hill con la Russia, leggasi questo. Haspel è un ufficiale della CIA, le cui posizioni ed operazioni rimangono segrete; non vi sono foto di lei. Secondo il Washington Post, “dopo la riunione di Trump, i funzionari della Casa Bianca avviarono misure per contenere i danni, chiamando CIA e NSA“. I funzionari della Casa Bianca, tra cui Trump stesso e il consigliere della sicurezza nazionale generale HR McMaster, hanno contestato tali “danni”. Secondo McMaster, “il presidente e il ministro degli Esteri hanno esaminato le minacce comuni dalle organizzazioni terroristiche, incluse quelle all’aviazione“. Secondo il quotidiano, “il Washington Post trattiene la maggior parte dei dettagli, tra cui il nome della città, i funzionari che hanno avvertito che rivelarli potrebbero compromettere l’importante intelligence“. Il Post aggiungeva senza indicare la fonte: “Per chiunque nel governo, discutere di tali questioni con un avversario sarebbe illegale“. McMaster rispose il giorno dopo: “La premessa di tale articolo è falsa“.
La differenza tra le due versioni, del generale e del giornale, è che il “partner” statunitense è gestito dalla CIA nelle operazioni dello SIIL contro la Russia. La “minaccia comune” a cui McMaster si riferisce, complotto dello Stato islamico contro i viaggiatori statunitensi e russi, è il complotto che i funzionari di NSC e CIA non vogliono rivelare al loro vero avversario, che secondo Miller e le sue fonti tra i funzionari statunitensi non è lo Stato islamico, ma la Russia. Nel video, Miller rivela che la sua fonte nel NSC chiamò prima la CIA e poi lui. Ciò significa che almeno un insider, probabilmente due, nell’ufficio NSC della Casa Bianca e presso la CIA, diedero al Post una storia volta a danneggiare Trump. La ragione, secondo tali fonti vicine alle operazioni terroristiche contro la Russia, è che Trump aveva identificato un legame statunitense con lo Stato islamico, operativo contro obiettivi russi. Che l’amministrazione Obama e la CIA facessero questo non è un segreto. Né, in prospettiva, che Stato islamico e CIA tramino contro l’aviazione russa ed internazionale sia un segreto. Miller rivela anche un tentativo di coprire, e poi denunciare ciò che lui, la direzione del suo giornale e le sue fonti nel governo statunitense credono sia dannoso per il loro collaboratore dello Stato islamico. Tra i minuti 0:55 e 1:02 del video, Miller dice che “il problema è che gli Stati Uniti conoscono queste informazioni per via dell’intelligence proveniente da un partner di un altro Paese“. Non c’è nulla nel testo pubblicato che dica che il “partner” fosse di “un altro Paese”; cioè un governo o un servizio d’intelligence di un altro Paese. Nel video, Miller non menziona più la parola “Paese”.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra mediatica dello Stato Profondo e scia di morti dei Clinton

Alessandro Lattanzio, 17/5/2017

Nell’indagine per l’omicidio di Seth Rich, ex-staffer del Comitato Nazionale del Partito Democratico degli USA, avvenuto il 10 luglio 2016, si scopriva che Seth Rich avrebbe fornito 44000 email dei democratici (e quindi anche di Hillary Clinton) a WikiLeaks tramite il documentarista Gavin MacFadyen, investigatore e direttore di WikiLeaks statunitense che viveva a Londra, dove morì all’improvviso poco prima delle elezioni negli USA. Gli investigatori dell’FBI avevano trovato 44053 email e 17761 allegati dei capi del DNC dal gennaio 2015 al maggio 2016 e che Rich aveva poi passato a WikiLeaks prima di essere ucciso a Washington DC, a pochi passi da casa. Il 22 luglio, 12 giorni dopo l’assassinio, WikiLeaks pubblicò le email interne del DNC sulla cospirazione per impedire a Bernie Sanders di candidarsi alle presidenziali per conto del partito democratico. Ciò costrinse la presidentessa del DNC, Debbie Wasserman Schultz, a dimettersi. L’investigatore privato Rod Wheeler assunto dalla famiglia di Rich, vede confermate le proprie scoperte. Wheeler, confermando che il portatile di Rich contenesse le prove dei contatti con Wikileaks, afferma “Ho una fonte nel dipartimento di polizia che mi ha guardato dritto negli occhi e ha detto: “Rod, ci è stato detto di abbandonare questo caso e non posso condividere alcuna informazione con te”. Ora, ciò è assai insolito per un’indagine di omicidio, specialmente nel dipartimento di polizia. Il dipartimento di polizia e l’FBI non sono mai stati vicini. Non hanno collaborato affatto. Credo che la risposta sulla sua morte sia nel computer, che credo stia nel dipartimento di polizia o all’FBI. Mi è stato detto ciò da entrambi. La mia indagine a questo punto mostra che ci fu un certo scambio di email tra Seth Rich e WikiLeaks. Credo che la risposta su chi l’abbia assassinato sia nel suo computer, su uno scaffale della polizia di DC o nella sede dell’FBI. La mia indagine mostra che qualcuno del governo, del Comitato nazionale democratico o della squadra di Clinton, blocca l’indagine sull’omicidio. È una sfortuna, l’omicidio di Seth Rich rimane irrisolto per questo“. Wheeler continua, “Ciò che è veramente interessante da quando indago su questo caso, è che ho scoperto parecchie cose, non necessariamente correlate con la morte di Seth, ma legate a una rete di corruzione, un possibile gruppo segreto che organizza la corruzione nel Distretto di Columbia (Washington). Perché ho iniziato a indagare su altri omicidi e morti, chiamate “morti accidentali”, ma potrebbero essere stati omicidi. Quindi questo caso può effettivamente aprire un verminaio su ciò che accade qui a DC“.
La storia che Rich sia stato vittima di una rapina, secondo la polizia, non sta in piedi. I due aggressori presero la videocassetta di una telecamera esterna di un vicino negozio di generi alimentari, spararono per due volte alla schiena di Rich, alle 4:17, ma non presero portafoglio, cellulare, chiavi, portafoglio e la collana da 2000 dollari. Rich fu rinvenuto dalla polizia tre minuti dopo, era cosciente ma morì in ospedale due ore dopo. Il portavoce della famiglia Rich dichiarava, dopo la comparsa della notizie che Rich avesse contatti con WikiLeaks, che “Abbiamo visto l’anno scorso affermazioni non confermate, niente fatti, niente prove, niente e-mail e abbiamo appreso ciò solo quando contattati dalla stampa. Ed anche se domani, una e-mail sarà trovata, non basterà a dimostrare tali contatti, dato che le e-mail possono essere alterate e abbiamo visto gli interessati alle cospirazioni non fermarsi davanti a nulla“. Ma il “portavoce” della famiglia Rich non è altri che il consulente di PR dei democratici Brad Bauman. La prima azione di Bauman quale portavoce della famiglia, fu chiedere che si smettesse d’interrogarsi sulle circostanze oscure dell’omicidio Rich. Infine, nell’agosto 2016, Julian Assange indicava che Rich fosse la fonte delle fughe delle email del DNC, smentendo l’affermazione che la Russia ne fosse responsabile.
57 minuti dopo la notizia sui contatti tra Rich e Wikileaks, il Washington Post, di proprietà di Jeff Bezos, padrone di Amazon e in affari con la CIA spacciava la grottesca storia sul presidente Trump che consegnava informazioni segrete ai russi, allo scopo di suscitare un polverone mediatico e nascondere un indizio sui mandanti di uno dei tanti omicidi che circondano i Clinton e la loro cerchia nel PD.
L’accusa di pirateria informatica russa contro i server del DNC, nasce da un “Trump Russian Dossier” stilato da un’agenzia di ricerca creata dai democratici, la Fusion GPS, e finanziato dalla fazione di Hillary Clinton. Inoltre, se il direttore dell’FBI Comey da un lato riferiva di interferenze russe nelle elezioni del 2016, violando i server del partito democratico, dall’altro l’FBI ammetteva di non aver mai esaminato i server che sarebbero stati violati dai russi. Anzi, il comitato elettorale di Hillary Clinton e il partito democratico affermano che l’FBI non gli ha mai chiesto di esaminarli, mentre l’FBI dice che invece l’aveva fatto, ma che la richiesta venne rifiutata. Fu una società privata finanziata dai Clinton, la Crowdstrike, che affermò che la Russia avesse violato i server informatici del DNC. Ma ora Crowdstrike si rifiuta di collaborare anche con il Congresso degli Stati Uniti. Comey però affermava che le accuse di Crowdstrike andavano credute, venendo smentito da uno dei massimi esperti mondiali di cyber-sicurezza, Jeffrey Carr, che dichiarò: “I metadati nei documenti fuoriusciti sono forse i più rivelatori: un documento scartato è stato modificato utilizzando impostazioni della lingua russa, da un utente denominato “Feliks Edmundovich”, nome in codice che si riferisce al fondatore della polizia segreta sovietica. Vabbene, alzi la mani chi pensa che un ufficiale del GRU o dell’FSB avrebbe aggiunto il nome di Feliks di Ferro ai metadati di un documento rubato prima di diffonderlo fingendosi un hacker rumeno. Qualcuno aveva chiaramente un pessimo senso dell’umorismo“. Mentre la teoria della pirateria russa svaniva, Comey ed FBI tentarono di arruolare un vero hacker russo, Evgenij Nikulin, ricercato in Russia per aver rubato 3450 dollari con una truffa informatica. Il 5 ottobre 2016, Nikulin fu arrestato nella Repubblica ceca e il 21 ottobre fu accusato da un procuratore generale della California di pirateria contro società statunitensi e il 27 ottobre, lo stesso procuratore lanciò delle nuove accuse, ma secretate a tutti. Con una testimonianza scritta, Evgenij Nikulin dichiarò che dopo l’elezione di Trump, agenti dell’FBI, il 14-15 novembre 2016 e il 7 febbraio 2017, gli “…proposero di dichiarare di aver violato il server email di Hillary Clinton per conto di Donald Trump e su ordine di Vladimir Putin; devi accettare l’estradizione negli Stati Uniti, qui ti toglieranno tutte le accuse e ti daremo appartamento, denaro e la cittadinanza statunitense. Rifiutai, l’interrogatorio finì e l’agente mi disse che sarebbero tornati”. L’avvocato di Nikulin, Martin Sadilek, afferma che le accuse statunitensi contro il suo cliente sono “letteralmente” basate su richieste degli agenti dell’FBI che non hanno però fornito prove a sostegno.
Infine, la storia propagandistica diffusa dai media statunitensi riguardo il presidente Trump che consegnava intelligence sui terroristi islamisti (cioè Gladio-B, ovvero al-Qaida in Siria/Jabhat al-Nusra e al-Qaida in Iraq/Stato islamico) ai russi, un diritto riconosciuto al presidente degli USA, rientra nelle operazioni del “Governo invisibile” o “Stato profondo” contro l’attuale amministrazione. Va anche ricordato che il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, il generale Herbert Raymond McMaster sarebbe la fonte della notizia di Trump che concede informazioni segrete ai russi. McMaster sarebbe collegato a un’associazione formata da ex-spie statunitensi, The XX Committee, il cui capo è l’autore russsofobo John Schindler, che il 15 febbraio 2017 promise di “passare in modalità nucleare e far morire Trump in prigione”.Fonti:
AIM
Buzzfeed
Constitution
Daily Mail
Infowars
Infowars
Newsweek
South Front
The XX Committee
Zerohedge

Trump raggira i media e persegue l’intesa con la Russia

Trump dimostra di non essersi ancora piegato ai falchi russofobi
Gilbert Doctorow, Russia Insider 12/5/2017Secondo l’ideologia neocon che ostacola l’istituzione politica statunitense, è assiomatico che i Paesi democratici siano amanti della pace perché riflettono veramente in politica la mentalità pacifica e imprenditoriale della popolazione. Al contrario, i regimi autoritari sono guerrieri poiché intrinsecamente instabili e senza sostegno sostanzialmente fondato, ricorrono all’aggressione o alle minacce all’estero per mantenere il popolo in riga. I regimi autoritari dovrebbero essere abbattuti se si vuole la pace globale. Così gira la storia. Le azioni dell’amministrazione Trump nelle ultime settimane dimostrano, oltre ogni dubbio, che le democrazie ricorrono ad aggressioni o minacce all’estero proprio per risolvere i conflitti politici interni. Ciò è ancor più vero quando la politica è consigliata dal maestro del realismo Henry Kissinger, dalla profonda esperienza nell’ambito dei compromessi che ora esamineremo.
L’attacco missilistico statunitense sulla base aerea siriana di Shayrat del 6 aprile scioccò e sorprese il mondo, come previsto. Certo, la portata fu limitata, i danni causati dall’infrastruttura militare minimi per intenti o grazie alle contromisure elettroniche russe e le perdite di vite, in particolare russe, evitate dal preavviso al Cremlino, conformemente al memorandum tra le parti sulle regole d’ingaggio nello spazio aereo siriano. Ma fu comunque un atto di aggressione degli Stati Uniti contro un Paese con cui non è in guerra, dimostrando la disponibilità degli Stati Uniti a violare il diritto internazionale e di letteralmente “eliminare” Assad in qualsiasi momento bombardandone il palazzo con missili inarrestabili sparati dal Mediterraneo. Inoltre, l’attacco fu giustificato in modo sfrenato come risposta al presunto uso di armi chimiche da parte del governo siriano contro una città nella provincia di Idlib. Alcuna indagine neutrale e professionale fu chiesta dagli statunitensi. Tutto ciò costituiva ancora un’altra dimostrazione di come gli USA agiscano da giudice, giuria e poliziotto mondiale, l’approccio agli affari internazionali che Donald Trump stesso respinse nella corsa per la presidenza. L’impatto disorientante di tale improvviso uso della forza all’estero, senza sanzione del Congresso, quindi violando la Costituzione statunitense, per chi come noi ancora crede nello stato di diritto, fu ampliato da ciò che seguì successivamente: i terribili avvertimenti di Washington alla Corea democratica a fermare i test dei missili e nucleari o affrontare gravi conseguenze. L’amministrazione Trump annunciò l’invio della portaerei Vinson e della sua flotta di scorta nelle acque coreane, e suggerì di valutare le opzioni per un attacco preventivo per abbattere il regime di Pyongyang. Il risultato di tali iniziative in Siria e Corea fu il rapido sostegno dei media mainstream e dei politici statunitensi tra i critici più aspri di Trump. Per un breve periodo anche la caccia alle streghe sull'”influenza russa nelle elezioni statunitensi del 2016″ venne sospesa. Allo stesso tempo, il resto di noi rimase sconvolto e sgomento su come questo presidente e la sua amministrazione avessero ceduto completamente alla mafia interventista neocon/liberal che dirige il nostro Paese dal secondo mandato di Bill Clinton. Inoltre, le rivendicazioni dei rivali elettorali secondo cui Donald Trump è un narcisista potenzialmente instabile, volatile e pericoloso per lasciarlo vicino al bottone nucleare, cominciarono ad apparire corrette. C’era ancora più di un motivo di preoccupazione, dato che Trump si circondava di consulenti per la sicurezza nazionale e dal capo del Pentagono appellati “cani pazzi” tra i duri, da cui erano saliti al comando. A fronte di tale sfondo di nostri crescenti timore e paura per il nostro Paese e il mondo, nel campo dell’opposizione, fu notevole notare che due giorni fa, il 10 maggio, Donald Trump incontrava nell’ufficio ovale il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e l’Ambasciatore russo Sergej Kisljak, che altrimenti sarebbero al centro della tempesta del “Russiagate”. Ancora più notevole, questi colloqui venivano descritti da tutti come “costruttivi” nel definire l’agenda della riunione tra Vladimir Putin e Donald Trump ai margini del G-20 in Germania, a luglio. Nella copertina il russofobo Financial Times parlava di nuovo “reset”.
Suggerisco una correlazione diretta tra il bombardamento del 6 aprile e l’incontro cordiale con Lavrov nell’ufficio ovale. Il bombardamento e le minacce alla Corea democratica avevano un obiettivo preciso: rinchiudere gli avversari di Trump nei media e a Capitol Hill e avere spazio di manovra per ottenere qualcosa di significativo sul programma interno. Infatti lo spazio fu sufficiente a Trump per far passare al Congresso il disegno di legge per abrogare o sostituire l’Obamacare, uno dei due più importanti cambiamenti legislativi che il candidato Trump propose nella campagna elettorale, accanto alla riforma fiscale, ma fortemente contestato nel proprio partito fallì al primo tentativo. Il voto del 4 maggio fu una vittoria puramente partigiana, con tutti i membri democratici del Congresso che votarono contro. Ma il capo della maggioranza di Trump al Congresso ebbe i numeri necessari e dichiarò vittoria. Con tale dimostrazione di forza tra i repubblicani, che controllano entrambe le camere del Congresso, Trump dismise le speranze democratiche di aver finalmente attuato le procedure d’impeachment. E ora il presidente è all’offensiva: due giorni fa licenziava il direttore dell’FBI James Comey, che dirigeva la losca inchiesta sulla presunta collusione di membri della sua campagna con i russi. E convocava per “colloqui costruttivi” il Ministro degli Esteri Lavrov, sollevando la speranza che una riconciliazione con i russi possa ancora avvenire, allontanandoci dall’abisso della guerra nucleare.
La correlazione tra attacco missilistico di aprile alla Siria e gli ultimi sviluppi del dialogo ai vertici USA-Russia non era prevedibile da un presidente e un’amministrazione appena entrati negli affari mondiali e senza esperienza di governo, per non parlare dell’ambiente molto speciale delle relazioni internazionali. Ecco dove va presa seriamente la menzione nella copertina del Financial Times secondo cui Henry Kissinger fu spesso consultato dal Presidente in questi giorni. E accuratamente, alla conferenza stampa di due giorni fa in cui Trump rispose alle domande sul licenziamento di Comey, Henry K. era comodamente seduto sulla poltrona accanto al Presidente. Credo che il bombardamento della base aerea di Shayrat, sotto qualsiasi pretesto, reale o fabbricato, sia proprio il tipo di politica che Kissinger sosterrebbe e forse avrebbe autorizzato per ricondurre le iene della stampa e i nemici politici che avevano accerchiato Trump nel periodo immediatamente precedente l’attacco. Trump inviava i suoi subordinati, l’ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, il segretario di Stato Tillerson, il segretario alla Difesa James Mattis o il vicepresidente Mike Pence a fare dichiarazioni antirusse, riprendendo i predecessori dell’amministrazione Obama, in patria e all’estero, nelle settimane successive alla nomina che non aveva quietato i nemici sembrando politicamente assediato. Il bombardamento di Shayrat era un trucco interno. Gli USA erano sempre uno Stato-canaglia con un Presidente che i nostri falchi potevano rispettare. Tutto ciò promana dalla presidenza Nixon, in particolare dal cosiddetto bombardamento di Natale del porto di Hanoi, Haiphong, nel 1972. Fu feroce, inutile militarmente, costò enormi danni in vite e beni a terra, e molti aerei statunitensi furono abbattuti dalla difesa aerea vietnamita. Doveva mostrare che Richard Nixon era squilibrato, volatile e pericoloso con cui avere a che fare. E l’accordo fu firmato un mese dopo i bombardamenti. Naturalmente, se un accordo con la Russia si verifica nell’atmosfera “costruttiva”, non sarà solo risultato degli sforzi dell’amministrazione di Trump. Nelle ultime settimane, e in particolare dal 2 al 7 maggio, il Presidente Putin e il suo team di negoziatori lavorarono per trovare una soluzione di compromesso nella guerra civile siriana che consenta a tutte le parti di salvare la faccia, lasciando che i siriani passino a una sistemazione politica pur liquidando lo SIIL dal Paese. La visita di Angela Merkel alla residenza di Putin a Sochi, il 2 maggio, fu un esercizio di riscaldamento. Merkel aveva le proprie ragioni per venirci, contrastando le accuse degli avversari politici nelle prossime elezioni federali di aver rovinato i rapporti con la Russia. Ma sicuramente la visita fu usata anche per indicare a Merkel, e all’Unione europea dietro di lei, le iniziative russe presso i protagonisti del conflitto siriano. Quella stessa sera, Putin telefonò a Donald Trump concentrandosi sulla Siria. Ancora più importante, il giorno dopo il presidente Erdogan giunse a Sochi per l’accordo sulle posizioni comuni russo-turche nei colloqui ad Astana, in Kazakistan, tra le parti in guerra in Siria, dai risultati molto più sostanziali e orientati di quelli sponsorizzati da Stati Uniti e UE a Ginevra, che ricevevano tutta l’attenzione dei media occidentali. La mancata accettazione delle posizioni precedentemente pianificate ad Astana avrebbe portato i combattenti filo-turchi in Siria a non partecipare. Tuttavia, questa volta turchi e russi tracciarono attentamente i contorni dell’accordo. A conclusione dei negoziati di Astana, il 7 maggio, fu firmato un memorandum sulla creazione di 6 “zone di de-escalation” in Siria con tre potenze garanti: Russia, Turchia e Iran. Questo quadro può anche essere descritto da USA e Unione Europea come “zone sicure” o “zone non volo” a lungo richieste, perché una volta stabilite sul terreno, l’accordo garantisce la cessazione di tutti gli attacchi aerei da parte di Siria, Russia e Stati Uniti sulle zone in questione, in cui proseguirà la disattivazione dell’opposizione armata ad Assad tramite l’amnistia. Queste forze avranno la possibilità di unirsi all’attacco dell’Esercito arabo siriano allo Stato islamico e ai relativi combattenti estremisti, o resteranno ferme mentre le forze di Assad adempiono al compito. Le zone di de-escalation vengono attuate per un periodo iniziale di sei mesi e saranno rinnovate se funzioneranno. Possono portare alla pace e alla liberazione delle province siriane, preparando il ritorno dei rifugiati. In un certo senso ciò che Vladimir Putin ha raggiunto oggi assieme a Turchia, Iran e governo di Assad, è altrettanto significativo, forse ancor più, di quello che fece con Obama nel 2013 per rimuovere e distruggere le scorte di armi chimiche del governo siriano. La soluzione scelta ad Astana viene presentata per l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Vedremo come gli Stati Uniti voteranno per capire meglio la direzione futura delle relazioni USA-Russia. La rimozione della questione controversa della Siria dall’ordine del giorno delle due grandi potenze sarà un buon inizio della soluzione del problema altrettanto spinoso dell’Ucraina, del Donbas e della Crimea.Gilbert Doctorow è un analista politico indipendente di Bruxelles. Il suo ultimo libro La Russia ha un futuro? Fu pubblicato nell’agosto 2015. Il suo prossimo libro Gli Stati Uniti hanno un futuro? sarà pubblicato il 1° settembre 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora