Egitto: Hillary Clinton e al-Qaida

Messaggi di posta elettronica dimostrano che la Clinton sapeva dei legami tra Fratelli musulmani e al-Qaida
John Rossomando, IPT News, Modern Tokyo Times, 6 maggio 2016clinton_andmorsiLe email dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton suggeriscono che sapesse dei legami tra Fratelli musulmani (FM) e i gruppi jihadisti più accaniti come al-Qaida, nelle prime fasi della primavera araba nel 2011. Il confidente di Clinton Sidney Blumenthal osservò in una e-mail del 7 aprile 2011 che i leader militari dell’Egitto erano preoccupati dai contatti tra FM e al-Qaida. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) riferì di temere che la Fratellanza collaborasse con vari gruppi islamici violenti, tra cui gli affiliati ad al-Qaida. “La preoccupazione principale dei leader del SCAF è che la FM inizi a collaborare con i gruppi islamisti più violenti, tra cui i vari affiliati ad al-Qaida“, scriveva Blumenthal. Una fonte “con accesso ai vertici della FM”, compresa la Guida Suprema Muhamad Badia, disse in privato a Blumenthal che il rapporto tra FM, al-Qaida e altri gruppi radicali è “complicato”. L'”intelligence militare egiziana sapeva che esistevano questi contatti, ma ritine che la FM, sotto l’influenza dei… moderati, controlli con attenzione i contatti con tali gruppi radicali/terroristici, nel tentativo di evitare di fornire ai militari una scusa per muoversi contro di essa“, scriveva Blumenthal. La fonte di Blumenthal affermò che Muhamad Mursi ammise che il governo islamico della Fratellanza in Egitto avrebbe avuto difficoltà a controllare l’avanzata di al-Qaida ed altri gruppi radicali/terroristici, secondo una e-mail del 16 dicembre 2011. Alcun contesto viene dato alla dichiarazione a parte Mursi che notava come i giovani militari egiziani fossero islamizzati e antiamericani nonostante l’addestramento degli Stati Uniti. L’e-mail rileva inoltre che gli ufficiali più giovani avrebbero sostenuto un Egitto divenuto Stato islamico più degli attuali generali. Mursi divenne presidente sei mesi più tardi. Tuttavia, l’ex-direttore della CIA James Woolsey mise in discussione le fonti di Blumenthal dicendo all’Investigative Project on Terrorism che non sapeva dove Blumenthal avesse trovato tali informazioni. “E’ assai speculativo ma interessante“, disse Woolsey. “Il problema con i messaggi di posta elettronica è la classificazione. Ciò che conta sono fonti e metodi“. Le e-mail dal server privato di Hillary Clinton, scritte quando era segretaria di Stato, furono rese pubbliche a seguito della causa di Judicial Watch sul Freedom of Information Act (FOIA). Molti sospettano contengano informazioni potenzialmente riservate, e perciò sono sotto inchiesta dell’FBI. Fonti della sicurezza egiziane hanno registrato le chiamate tra Mursi e il capo di al-Qaida Ayman al-Zawahiri, mentre Mursi era al potere, secondo un articolo del quotidiano egiziano al-Watan del 22 novembre 2013. Mursi avrebbe accettato di amnistiare 20 terroristi, tra cui uno che al-Zawahiri conosceva fin da bambino, e un altro che guidava Ansar Bayt al-Maqdis, oggi nota come provincia del Sinai dello SIIL. Le comunicazioni tra Mursi e al-Zawahiri iniziarono nel primo mese di presidenza. Il fratello di Zawahiri, Muhamad, mediò i primi contatti. “Le regole della legge di Dio ci dicono di starti accanto, non c’è cosiddetta democrazia, e quindi sbarazzati dei tuoi avversari“, aveva detto al-Zawahiri a Mursi, secondo la trascrizione di al-Watan. Al-Zawahiri e Mursi avrebbero accettato di cooperare sui campi di addestramento nel Sinai e al confine con la Libia, dove avrebbero potuto creare un esercito per difendere il regime della Fratellanza. Mursi avrebbe incontrato un emissario di Zawahiri in un hotel del Pakistan, per due ore e mezzo, e questo, secondo quanto riferito, avrebbe portato l’organizzazione internazionale della FM a dare ad al-Qaida 50 milioni di dollari. Mursi chiamò al-Zawahiri per chiedere aiuto prima che i militari lo rovesciassero, secondo al-Watan. “Combatteremo i militari e la polizia, e incendieremo il Sinai“, avrebbe detto a Mursi al-Zawahiri. La segnalazione del quotidiano filo-militare fu messa in discussione, in passato. Il suo redattore rimane sotto inchiesta per falsificazione di un rapporto su una cellula terroristica islamista. Ancora, le presunte telefonate con al-Zawahiri aiutarono i procuratori egiziani nell’emettere la sentenza di morte contro Mursi. Gli attacchi nel Sinai sono aumentati dopo la caduta di Mursi. Il suggerimento del capo della Fratellanza Muhamad al-Baltagy dopo la deposizione di Mursi, che “Gli attacchi nel Sinai si fermeranno solo se il presidente Muhamad Mursi viene reinsediato“, aggiungeva prove sui legami tra Fratellanza e al-Qaida, secondo Michael Meunier, attivista egiziano che in precedenza lavorò a stretto contatto con il governo egiziano. “Vi è la chiara indicazione del coordinamento tra Fratellanza musulmana e al-Qaida nel Sinai“, ha detto Meunier. Ansar Bayt al-Maqdis, il gruppo responsabile della maggior parte degli attacchi, apparteneva ad al-Qaida prima di entrare nello Stato Islamico (SIIL) nel 2014. I rapporti indicano che Ansar Bayt al-Maqdis era “strutturalmente” legato alla FM. Se fosse vero, i legami tra FM e al-Qaida sfidano la pretesa accademica che i due gruppi siano nemici mortali. Questa tesi si basa sulle critiche reciproche, quando al-Zawahiri nel 2006 condannò la partecipazione della FM alle elezioni democratiche. Il direttore della National Intelligence James Clapper evocò l’idea che FM e al-Qaida si contrapponessero nel febbraio 2011, testimoniando davanti alla commissione Servizi Segreti della Camera. “Il termine ‘Fratelli Musulmani’… è un termine generico per una varietà di movimenti, nel caso dell’Egitto, un gruppo molto eterogeneo, in gran parte secolare, che ha evitato le violenze e criticato al-Qaida come perversione dell’islam“, disse Clapper. Il 16 febbraio 2011, l’e-mail di un anonimo funzionario del dipartimento di Stato che contribuì alla stesura della Direttiva politica presidenziale n° 13, un documento che contribuiva ad inquadrare la politica degli Stati Uniti verso i Fratelli musulmani in Egitto e in altre parti del Medio Oriente, faceva eco alle osservazioni di Clapper. La politica degli Stati Uniti non dovrebbe “essere guidata dalla paura”, diceva, e se non distingue Fratellanza da al-Qaida non potrà adattarsi ai cambiamenti nella regione.

Non solo l’Egitto
US Secretary of State Hillary Clinton (R Altri documenti governativi confermano la tesi di Blumenthal che la Fratellanza e al-Qaida sono collegate. Le e-mail di Clinton descrivono un deciso legame personale tra Fratellanza e al-Qaida in Libia, risalente al mandato di Clinton come segretaria di Stato, nella persona di Ali al-Salabi che fondò il Lybian National Party (LNP) collegato ad al-Qaida. Una e-mail del 27 febbraio 2011 dell’aiutante di Clinton, Jake Sullivan, descrive al-Salabi come “figura chiave nella fratellanza musulmana libica e uomo (del capo dei Fratelli musulmani shayq Yusuf) Qaradawi in Libia“. Sullivan è accusato di aver inviato a Clinton email top-secret dal suo account privato. Blumenthal osservò nella e-mail del 3 luglio 2011 che “lo LNP era dominato da ex-membri del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) collegato ad al-Qaida che, secondo fonti sensibili, manteneva legami con al-Qaida durante la lotta contro le forze dell’ex-dittatore Muammar Gheddafi”. Un documento dell’intelligence libica del 24 marzo 2011 sostiene che al-Salabi si coordinava a livello internazionale con i Fratelli musulmani per aiutare il LIFG nella lotta contro Gheddafi. Allo stesso modo, Rashid al-Ghanushi, capo del partito al-Nahda legato alla Fratellanza in Tunisia, tentò di collaborare con Ansar al-Sharia, legata ad al-Qaida, e il suo defunto capo Abu Iyadh, ex-alleato di Bin Ladin sanzionato dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre, durante la primavera araba. Abu Iyadh fu il responsabile dell’assassinio del capo dell’Alleanza del Nord Ahmad Shah Masud, due giorni prima degli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono. Questi esempi includono anche i legami tra FM yemenita e al-Qaida attraverso lo sceicco Abdul Majid al-Zindani. Funzionari del dipartimento del Tesoro descrivono al-Zindani come “leale a Bin Ladin” in un comunicato stampa del 2004, e di aver aiutato il capo di al-Qaida Anwar al-Awlaki quando era nel consiglio dell’Unione del Bene legata alla Fratellanza e che raccoglie fondi per Hamas. Al-Qaida e i Fratelli musulmani utilizzano i medesimi meccanismi finanziari, come al-Taqwa Bank di Lugano, in Svizzera.

La Fratellanza supportata dall’occidente in Egitto e lo Stato islamico
In un’altra corrispondenza, Blumenthal riferiva che “i capi della FM erano soddisfatti dai risultati delle discussioni con il governo degli Stati Uniti e il Fondo monetario internazionale (FMI), i quali, secondo loro, sembravano accettare  l’idea dell’Egitto come Stato islamico”. I capi economici e diplomatici occidentali nel World Economic Forum di Davos del 2012 “sembravano accettare” la fine del ruolo dell’Egitto come partner d’Israele, scrisse Blumenthal, anche se gli egiziani non avevano alcun desiderio di un confronto militare con lo Stato ebraico. I membri della Fratellanza, tra cui la Guida Suprema Muhamad Badia, sostenevano il modello di governo islamico turco, dove i civili, piuttosto che i religiosi, comandano. La legislazione approvata da tale governo dev’essere conforme alla legge islamica. La Costituzione dell’Egitto del 2012 includeva tale principio, sottoposto dalla legislazione a revisione da parte di al-Azhar, la più importante istituzione accademica sunnita. Giamal al-Bana, fratello del fondatore dei Fratelli musulmani Hasan al-Bana, avvertì prima della morte, avvenuta nel gennaio 2013, che la legge religiosa doveva sempre prevalere in tale sistema. “Se non altro, le prospettive civili e religiose saranno diverse e pertanto cederanno alla visione religiosa“, disse al-Bana in un’intervista nel 2011 con Masry al-Yum. “L’Egitto dovrebbe quindi diventare uno Stato civile, senza coinvolgere la legislazione dettagliata dell’Islam“. Nonostante la consapevolezza di ciò, Hillary Clinton e l’amministrazione Obama decisero di abbracciare la Fratellanza musulmana come altro partito politico. Meunier, che partecipò all’organizzazione delle manifestazioni che rovesciarono l’ex-presidente Hosni Mubaraq, non trova alcuna di queste rivelazioni sorprendente. “Avere tali informazioni ed ignorarle è criminale. Avevo un’idea del genere quando (Clinton) giunse in Egitto e mi rifiutai d’incontrarla quando chiese di vedermi“, ha detto Meunier. “Sapevamo che era collusa con i Fratelli musulmani. Ha incoraggiato ed ha collaborato con un’organizzazione terroristica“.0515hillary04Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Erdogan mostra il dito medio all’Europa

MK Bhadrakumar Indian Punchline 7 maggio 2016fft107_mf4798703_3L’impatto della mossa del presidente turco Recep Erdogan per sostituire il primo ministro Ahmet Dautoglu, si fa già sentire nelle cancellerie occidentali segnalando lo scenario di un divorzio acrimonioso tra Ankara e l’Unione europea. L’accordo UE-Turchia per fermare il flusso di rifugiati verso l’Europa in cambio dell’esenzione dal visto ai cittadini turchi nell’area Shenghen si schianta. (Financial Times) Naturalmente, il problema dei rifugiati è un problema esistenziale per l’UE, e per la cancelliera tedesca Angela Merkel in particolare, il cui prestigio politico è in gioco dato che è l’architetto della trattativa con la Turchia, imposta a un’UE riluttante ad accettarla. La cancelleria di Berlino ha avvertito Erdogan: “La cancelliera ha agito molto bene fino ad oggi col primo ministro turco Davutoglu… e presume che questa cooperazione buona e costruttiva continui col nuovo primo ministro turco“. (Bloomberg) Ma Erdogan sfida, ed anche chiaramente in modo sprezzante, replicando: “Noi andremo per la nostra strada; voi per la vostra”, lasciando intendere che chiude la porta alle riforme democratiche che l’UE pretende dalla Turchia, aggiungendo: “L’Unione Europea ci dice di cambiare la nostra legge sulla lotta al terrorismo. Permettendo ai terroristi di alzare le tende e poi avanzare pretese“. Murat Yetkin, redattore turco di tutto rispetto, ha scritto oggi sul quotidiano Hurriyet, “E’ una questione di speculazione nei retrobottega di Ankara che Davutoglu abbia siglato l’accordo con l’Unione europea sull’immigrazione modificandolo all’ultimo minuto, e per la richiesta di visitare gli Stati Uniti ed incontrare Obama solo un mese dopo che Erdogan veniva adombrato da Davutoglu, scontentandolo per aver messo in secondo piano il potere del presidente“. Non ci s’inganni, Erdogan non ammicca alla nuova tattica occidentale di fare pressioni. Non potrà mai accettare certe precondizioni chiave nella trattativa UE che Davutoglu negoziava, secondo cui la Turchia deve modificare la legislazione antiterrorismo, in linea con la giurisprudenza europea e della Corte dei diritti dell’uomo. In discussione è la prerogativa dei tribunali turchi (che Erdogan controlla) di essere l’arbitro nell’interpretare e far rispettare la legge nel Paese. Anche in questo caso, per esempio, l’UE chiede più indipendenza alle autorità della protezione dei dati che limiterebbe alle agenzie governative l’accesso ai dati personali per considerazioni di sicurezza, andando contro l’esigenza politica di Erdogan d’imbavagliare i dissidenti. (Hurriyet)
Le quotazioni di Erdogan sono molto basse nelle capitali occidentali, anche a Washington. La decisione di rimuovere Davutoglu è il campanello d’allarme sulla Turchia che prosegue la politica estera che Erdogan ha sempre favorito, il ‘neo-ottomanismo’. Erdogan ora giocherà sul nazionalismo turco per consolidare il proprio potere, ed anche rafforzerà l’agenda politica reale nel trasformare la Turchia in un sistema presidenziale, centralizzandone i poteri ancora di più. Secondo le voci di corridoio ad Ankara, Erdogan vorrebbe il genero Berat Albyrak (attualmente ministro dell’Energia) al posto di Davutoglu. Il campo ‘occidentalista’ in Turchia, metà del Paese, è sconsolato da tali viluppi e le tensioni cresceranno nella politica interna della Turchia. Allo stesso modo, il reset della bussola nella politica estera turca, in questo frangente, avrebbe gravi implicazioni per la politica regionale. In termini immediati, se Erdogan si ritira dall’accordo con l’UE, i rapporti di Ankara con l’Europa cadranno in picchiata, dato che lo spettro che tormenta molti Paesi europei è lo tsunami di immigrati clandestini che arrivano sulle proprie coste, con una pressione intollerabile sull’unità del continente e la sua stabilità politica. (Turkish Power Struggle Threatens Ties to West) In prospettiva più ampia, anche se Davutoglu è stato l’architetto del ‘neo-ottomanismo’ è anche un ‘modernizzatore’ che apprezzava l’importanza dei legami della Turchia con l’occidente. L’assenza di Davutoglu dai vertici del potere lascia il ‘Sultano’ ritenersi il monarca assoluto che vede mano libera nel pilotare la nave turca nelle acque del Medio Oriente, con un riorientamento strategico della politica estera da Europa e Stati Uniti al mondo islamico. La linea di fondo è che, se la rimozione di Davutoglu è un gioco di potere di Erdogan per dimostrare chi è il capo ad Ankara, proprio quando quest’ultimo aspirava ad essere l’interlocutore del presidente Barack Obama alla Casa Bianca, nella politica estera turca ha anche un forte contenuto ideologico, nell’appuntamento della Turchia con il destino di ponte tra Europa e Asia. (Vedasi il mio articolo su Asia Times Turkey’s Sultan eases out his Grand Vizier).corruption_of_merkel_to_erdogan__marian_kamenskyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: la maledizione dell’opposizione

A nord di Aleppo CIA e Pentagono si combattono
Evgenij Satanovskij, VPK, South Front, 28 aprile 2016
Evgenij Satanovskij è a capo dell’Intituto Medio OrienteChFV22vWMAQV2pDLa situazione in Siria esce dalla crisi più acuta, in cui si trova dall’autunno. La situazione sui fronti è più o meno stabilizzata. La presenza della forza aerea russa è riconosciuta legittima, efficace e molto utile nel combattere i terroristi, anche per i critici di Mosca, molti dei quali ora si chiedono perché il Pentagono ha iniziato a comportarsi in modo passivo dall’inizio delle operazioni russe. La fine delle operazioni in Siria dell’Aeronautica russa è stata una risposta alle preoccupazioni (e alle speranze dei detrattori) che la Russia “rimanesse bloccata” nella guerra in questo Paese, come in Afghanistan. Ma, ahimè, il ricostituito l’Esercito siriano ha potuto condurre l’offensiva a Palmyra e a non cedere posizioni a nord di Aleppo. Sorprendentemente per tutti, il cessate il fuoco a lungo termine è stato mediato dai militari russi. Ma allo stesso tempo la guerra civile non è finita. Si consideri, allo stato attuale delle cose, le prospettive sul futuro dell’opposizione siriana secondo lo studio degli esperti dell’Istituto IPM, A. Kuznetsov e B. Ju Sheglovina.

C’è assai meno spazio al sole
Il ritiro parziale del gruppo militare russo in Siria e il processo di pace avviato nel Paese da Mosca e Washington hanno aperto una nuova fase nello stallo politico-militare del conflitto, in corso da cinque anni. Allo stesso tempo, gli atteggiamenti dell’opposizione hanno cominciato a maturare e cambiare, in parte per via dei tentativi di ritrovarsi nella nuova realtà del compromesso, e questa realtà è stata categoricamente respinta. Mostrando in dettaglio che nel futuro post-bellico della Siria chi ha la possibilità d’integrarsi nel sistema, e chi no (con un biasimo “implacabile” che ricadrà pienamente su loro stessi). “L’Iran aumenta il corpo dei consiglieri in Siria, e l’esercito governativo riempie le scorte prima della campagna decisiva“. Coloro che non hanno accettato l’accordo di pace e sono disposti a continuare la guerra, con l’accordo ancora sul tavolo di Assad e garantito dall’Aeronautica russa, ancora sperano su una vittoria militare contro Assad, sostenuti da Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Ankara, Doha e Riyadh cercano il dominio assoluto col confronto globale tra sunniti e sciiti in Siria. Pertanto, non sono interessati ad armonizzare le condizioni del ritiro graduale dei combattenti e a raggiungere un compromesso con Assad e l’alleata Teheran. Il trio non accetta altra forma per la fine della crisi. Per di più, incoraggiano i gruppi di opposizione a continuare la lotta e non accettano che i loro gruppi siano stati finalmente sconfitti. I negoziati ufficiali lanciati a Ginevra vanno molto lentamente ed è improbabile che nel prossimo futuro ci siano risultati significativi. Ci sono due opzioni. Primo, l’opposizione in esilio, con cui sono in corso trattative a Ginevra, non controlla i gruppi armati in Siria, avendo un peso trascurabile su di essi. Di conseguenza, può raggiungere un accordo con chiunque su qualsiasi cosa, ma “al fronte” non è riconosciuta, ancora una volta ricordando il proverbio “della ragione” e mostrando il ruolo primario dei militari (anche interni) sui diplomatici nella politica reale. In secondo luogo, l’opposizione siriana è divisa dai diversi interessi dei principali sponsor: Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Stati Uniti. Nel tempo, la frammentazione per ragioni oggettive è aumentata. Con i negoziati i gruppi armati cercano di costruire dei propri domini, garantendosi la posizione più favorevole. Questo porterà a conflitti tra ex-alleati. Un esempio di tale situazione è lo scontro avutosi il 27 e il 30 marzo tra i due gruppi sostenuti dagli Stati Uniti, vicino alla città di Marah, a nord di Aleppo. I militanti delle unità sostenute dalla CIA del “Furqan al-Haq” attaccavano le Forze democratiche siriane apertamente patrocinare dal Pentagono. Queste ultime sono una coalizione di milizie per l’80 per cento costituite da curdi, con un 20 per cento di gruppi arabi e turcomanni. La milizia è formata dal Partito di Unione Democratica (PDS) curda di Salah Muslim, dalle truppe siro-assire e dall’esercito siriano rivoluzionario (“Jaysh al-Tuwar“) assemblato dai resti di quello che era l’assai “rispettato”, da Stati Uniti e alleati della NATO, esercito libero siriano (ELS). Un gruppo di combattenti del “Jaysh al-Tuwar” attaccò le due fazioni opposte, “Fronte rivoluzionario siriano” e “Haraqat al-Hazam” (“Movimento della decisione”). Inoltre, nell’ambito delle forze di autodifesa, che guidano la lotta al terrorismo internazionale, vi sono due unità di turcomanni siriani, “liwa al-Salajiqa’ e ‘liwa Sultan Murad“. Insieme cercano di allontanare l’opposizione armata laica dagli estremisti radicali, i principali dei quali sono i noti terroristi russi del gruppo terroristico “Jabhat al-Nusra“. Il 25 marzo i suoi combattenti nella provincia settentrionale di Idlib si scontravano con la 13.ma brigata dell’ELS. Così, gli islamisti riuscirono a cacciare le forze “moderate” della provincia. Secondo un esperto dell’University of Michigan, Juan Cole, la stragrande maggioranza dei gruppi “moderati” nelle province di Idlib e Aleppo ha ricevuto armi statunitensi, sequestrate nei combattimenti dai jihadisti (o volontariamente consegnategli), dando ragione a chi pensa nel Congresso degli Stati Uniti allo scandalo sul passaggio di armi a “Jabhat al-Nusra” (ufficialmente si parla di sequestro delle armi) dai due gruppi dell'”opposizione moderata” che avevano ricevuto un aiuto da 500 milioni di dollari assegnato alla Turchia. Il mese prima si vide la significativa intensificazione delle operazioni di “Jabhat al-Nusra” in Siria. Le sue forze si erano concentrate a nord di Aleppo, combattendo le unità di difesa curde nella zona di Shaiq Maqsud. Ciò fu dovuto a due fattori. In primo luogo, il gruppo, nonostante l’aumento del sostegno dei diplomatici statunitensi, che ufficialmente l’includevano nella lista delle organizzazioni terroristiche, ora cerca di avere almeno un posto al sole. In secondo luogo, dopo l’annuncio dell’armistizio, la riduzione dell’intensità dei combattimenti dei jihadisti era dovuta alla scarsa popolarità tra i siriani. Nelle zone occupate da Jabhat al-Nusra si sono verificate dimostrazioni in cui i partecipanti gridavano: “Accidenti all’anima tua, Julani” (il capo del gruppo islamista). Insieme ad Abu Muhamad al-Julani veniva anche maledetto il capo dello “Stato islamico” bandito in Russia, Abu Baqr al-Baghdadi, e il gran Muftì di Siria Ahmad Badradin al-Hasun. “Jabhat al-Nusra” ha subito perdite. Il 4 aprile nel corso di un bombardamento della Syrian Arab Air Force, Abu Firas al-Suri veniva eliminato. Era il capo ideologo e suo promotore “al fronte”, oltre che veterano del movimento jihadista in Siria. Nel 1982 prese parte alla rivolta dei “Fratelli musulmani” nella città di Hama, e in seguito partecipò alla jihad in Afghanistan. Conosceva personalmente Abdullah Azam e Usama bin Ladin, e a lungo visse nello Yemen, dove partecipò alle attività della locale “al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP)”; nel 2011 tornò in Siria per partecipare alla guerra contro il governo di Assad. Secondo il quotidiano libanese “al-Akhbar”, durante l’attacco vicino ad Abu Firas vi erano diversi militanti dell’Uzbekistan.Map-northern-Aleppo-2016Tentativo sventato
L’ulteriore frammentazione dell’opposizione siriana s’è vista al Congresso di Cairo del 12 marzo, che vide la nascita di una nuova alleanza, “Ghada al-Suriy” (“Futuro della Siria”), guidata dall’ex-presidente della Syrian National Coalition Ahmad Jarba. Il portale internet “Arabi al-Jadid“, ha scritto che “Futuro della Siria” farà lobbing in Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Nella Repubblica Araba d’Egitto e negli Emirati Arabi Uniti, queste parole non sono così lontane dalla verità. Gli egiziani cercano di impegnarsi attivamente nel processo politico su Damasco dal giugno 2015, quando a Cairo vi fu una riunione dei Comitati Nazionali di Coordinamento della Siria. Cairo ha cercato di creare una coalizione di opposizione, in alternativa all’attuale orientamento alla frammentazione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno recentemente aderito a questi tentativi e cercano di realizzare il proprio piano politico, diverso da quello saudita. Partecipanti anonimi alla conferenza hanno detto, ad esempio, che la conferenza fu pianificata da Muhamad Dahlan, ex-capo dell’organizzazione palestinese Fatah, alla guida delle forze di sicurezza nella Striscia di Gaza prima dell’ascesa al potere di Hamas. Nel 2011, dopo essere stato accusato di aver avvelenato Arafat, emigrò a Dubai. Negli Emirati Arabi Uniti agiva da consigliere per la sicurezza di Muhamad bin Zayad, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante delle forze armate degli Emirati. Secondo “Arabi al-Jadid“, Dahlan organizzò in uno degli alberghi di Cairo appartenenti al servizio di intelligence egiziano l’incontro con Ahmad Jarba e Qasim Qatib, membri dell’opposizione considerati creature ufficiose del governo di Assad. Vi è tuttavia un punto all’ordine del giorno siriano, che la maggior parte dei vari gruppi di opposizione e il governo condividono, il rifiuto categorico dell’autonomia curda e della federalizzazione del Paese. Tuttavia, questo punto improbabilmente unirà le contrastanti associazioni siriane. Così il gruppo di Riyadh (VIP o Comitato Supremo di Negoziazione) continua a presentare precondizioni nei negoziati di Ginevra, chiedendo il ritiro di Assad e il trasferimento di tutto il potere all’opposizione. Questo è un prerequisito per la sua partecipazione ai negoziati, come dichiarato in un colloquio con il rappresentante permanente della TASS presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, Aleksej Borodavkin. L’opposizione esige che tutto il potere nella RAS sia immediatamente trasferito ad essa. Allo stesso tempo, per la Russia “questo non può che essere causa di preoccupazione con l’opposizione di Riyadh respinge l’idea di preservare la RAS come Stato laico. Ci sono molti sospetti, anche nell’opposizione moderata, rappresentanti della visione di Mosca-Cairo e contrari all’idea del gruppo dei Paesi del Consiglio del Golfo di trasformare la Siria in una sorta di califfato”, ha detto il diplomatico russo. Le sue parole sulla Siria e le intenzioni di trasformarla in un califfato sono ripetutamente confermate da Qatar e Arabia Saudita, anche se la Turchia preferisce dividere il Paese e accorparne le regioni settentrionali nel nuovo impero ottomano guidato dal sultano Erdogan. Tuttavia, non si tratta di un completo fallimento, in quanto, il congelamento dei negoziati, in questo momento, è nell’interesse non solo di Arabia Saudita e Turchia, ma anche degli Stati Uniti, che non possono impedire la presa da parte delle forze governative di Aleppo e quindi cercano di aggirare il tema principale dei terroristi, che cedono la capitale economica della Siria, comportando il fallimento di tutti i piani di Ankara e Riyadh. Nel contesto del rifiuto di Washington e Bruxelles dell’idea turca di una “no-fly zone” su una parte della Siria, e della scommessa sui curdi quale segmento dell’opposizione, ciò non comporterebbe il fallimento totale (il totale collasso della campagna contro Assad poterebbe alla liberazione di Idlib), ma sarà quantomeno l’inizio del fallimento.

Verso il momento della verità
Aleppo, che inizialmente sembrava per Ankara e Riyadh una sorta di “Bengasi siriana” e l’area circostante erano destinati ad essere il terreno per la grande offensiva finale su Damasco, e perciò considerate “pietra miliare dei loro piani”. Con la perdita di questa città, è chiaro che l’opposizione islamista si concentrerà esclusivamente sulla difesa d’Idlib (sicuramente inutile). Ma se la provincia è in gran parte persa presso le forze governative e i loro alleati, l’opposizione attenderà la propria frammentazione (escludendo importanti offensive, anche su Damasco), intensificando i processi di pace con i leader tribali, nella fase finale del processo, compiendo costanti progressi nei colloqui di Ginevra. I successi diplomatici nella storia mondiale sono dipesi dalle vittorie militari. La Siria difficilmente sarà un’eccezione. La scommessa dell’Arabia Saudita in questo caso è estremamente alta. Troppi soldi sono stati spesi nel conflitto per lasciare che la vittoria le sfugga (per non parlare del pantano nello Yemen, dove il regno non solo spende soldi e prestigio, ma perde anche attrezzature e personale militari). Perdere in Siria comporta gravi complicazioni per l’Arabia Saudita e re Salman, e assai più importante, per suo figlio, attualmente in lotta per il potere supremo nel Paese. La potenza del titolo di “erede dell’erede” non importa. Inoltre, il re ha un’influenza più forte, ma implica che il principe Muhamad bin Salman debba dimostrare di competere al meglio alla successione bypassando gli altri pretendenti al trono. Tutto questo si sovrappone al rischio globale di “perdere la faccia” in Medio Oriente. Mentre si nota il confronto con la Russia in Siria, i sauditi non hanno deciso sugli accordi con la Russia riguardo la decisione di congelare la produzione di petrolio. Infine, il regime saudita affronta anche la sfida importante del deficit fiscale incombente.
Gli Stati Uniti hanno altri interessi nella regione e in Siria, sono impegnati solo a scoraggiare la Russia, attore geopolitico sempre più importante. La figura di Assad presidente per Washington è una questione secondaria. Suggerendo che lo stesso si può dire degli alleati, che si tratti di Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Come evidenziato dai freddi rapporti con Erdogan, che gli Stati Uniti considerano un avventuriero pericoloso, così come dal successo degli “scettici sui sauditi” presso Congresso, Pentagono e CIA. Non è un caso che la questione della declassificazione delle pagine segrete della relazione su organizzatori e sponsor dell’attentato dell’11 settembre causi indignazione a Riyadh, i cui vertici del potere cercando di reagire spingendosi a porre un ultimatum a Obama della vendita dei 750 miliardi di dollari in buoni del Tesoro. Il problema principale per Washington, al momento, è non permettere a Mosca di continuare i “successi strategici” come la liberazione di Palmyra, avendo effetti profondi sull’opinione pubblica mondiale; da cui quindi la fuga sui media della possibile fornitura di sistemi MANPADS ai gruppi di opposizione. Alla Casa Bianca ci sono discussioni su come impedire la campagna della Russia in Siria: se sia necessario intervenire con l’opposizione islamista realizzando una struttura centralizzata e approfittare di tale slancio per salvare la faccia, o cercare di combattere i risultati del vuoto creato dalla sconfitta delle forze fedeli agli Stati Uniti. Basandosi sull’addestramento attivo delle organizzazioni ribelli in Giordania, l’aumento delle forze speciali stanziatevi e il sostegno diretto ai curdi, si può parlare di vittoria del secondo pensiero. Ma ciò non significa che gli Stati Uniti siano disposti ad accettare la presa di Aleppo da parte delle forze governative. Quindi, è comprensibile perché la leadership politico-militare statunitense “abbia chiuso gli occhi” sul trasferimento massiccio di terroristi dalla Turchia per ricostituirne le fila in Siria e quindi ricattare Mosca con tutti i mezzi disponibili. In tale contesto, gli Stati Uniti avendo bisogno di progressi sul campo di battaglia, accetteranno chiunque quale risorsa nel conflitto. D’interesse è anche la futura presa di Mosul e Raqqa. E c’è bisogno di un vero grande successo sul fronte, non nei discorsi dei politici statunitensi sulle vittorie degli Stati Uniti in Iraq e Siria. La presa di Aleppo è importante anche per Teheran che, dopo una breve pausa, intensificherà il sostegno a Damasco. A questo proposito, il portavoce dello Stato Maggiore russo ha detto che “non è all’ordine del giorno delle operazioni congiunte riconquistare Aleppo“, commentato dagli analisti statunitensi senza capire il sottinteso di queste parole, rendendo chiaro che si tratta del trasferimento del “comando sul campo” all’Iran piuttosto che essere una frattura tra Mosca e Teheran. Gli statunitensi giustamente fanno notare che per l’Iran è il momento della verità in Siria, che deciderà l’equilibrio di potere in Medio Oriente per almeno i prossimi dieci anni. Ma i loro calcoli sulla motivazione delle azioni del Cremlino sono profondamente sbagliate. I leader russi hanno imparato a calcolare le mosse occidentali e preferiscono non credere ad una sola parola che profferisce. I calcoli della CIA sugli effetti di un riscaldamento presunto nel dialogo con Washington e dell’ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso l’Ucraina, e quindi la loro cosiddetta “analisi” su Mosca che non vorrebbe aiutare Assad a riprendersi Aleppo assicurandone la vittoria, sono un chiaro pio desiderio.
Prendendo Aleppo con l’aiuto dell’Aeronautica russa si motiverà l’Arabia Saudita a domandarsi se possa tornare al tavolo dei negoziati, in quanto unica opportunità per il regno di mantenere una presenza nell’arena politica al momento di risolvere la questione. La liberazione di Aleppo e Idlib automaticamente colpirà Arabia Saudita e gruppo di Riyadh, grevi figure nei colloqui di Ginevra. E la Turchia e il suo principale alleato, il Qatar, ne saranno travolti. E in una situazione del genere, la conservazione dell’alleanza tripartita dei Paesi filo-sauditi o anche del solo asse Ankara – Doha, si rivelerà inutile nel trasformare l’equilibrio. Da parte sua, Teheran cercherà di attuare in Siria una pianificazione militare che influenzi i sauditi. Perciò l’Iran cerca di rafforzare il corpo dei consiglieri e le milizie sciite afgane ed irachene, così come di ricostituire l’arsenale dell’Esercito siriano per permettergli l’offensiva decisiva. Per farlo, Teheran sponsorizza l’acquisto di armi e munizioni dalla Bielorussia.northsyriaapril2016Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come le centrali della NATO controllano la politica dell’UE sui rifugiati

F. William Engdahl New Eastern Outlook 27/04/2016Merkel-ErdoganUn fiume incontrollato di profughi di guerra da Siria, Libia, Tunisia e altri Paesi islamici destabilizzati dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’ di Washington, ha creato il più grande caos sociale nell”UE, dalla Germania alla Svezia alla Croazia, dalla fine della seconda guerra mondiale. Ormai è chiaro che più di qualcosa di sinistro è in corso, minacciando di distruggere il tessuto sociale del nucleo della civiltà europea. Pochi si rendono conto che l’intero dramma è orchestrato non dalla cancelliera tedesco Angela Merkel, o dagli anonimi eurocrati della Commissione UE di Bruxelles. È orchestrato dalla cabala di think tank della NATO. L’8 ottobre 2015 tra il grande flusso di centinaia di migliaia di rifugiati inondanti la Germania da Siria, Tunisia, Libia e altri Paesi, una nuova e sicura di sé cancelliera tedesco Angela Merkel proclamava in un popolare programma televisivo tedesco che “ho un piano”, occasione per una frecciata tagliente ai partner della coalizione guidatu dal capo della bavarese CSU, Horst Seehofer, critico verso la posizione di accoglienza dei profughi di Merkel nella primavera 2015, che ha visto più di un milione di rifugiati entrare in Germania solo l’anno scorso. Da quel momento, con determinazione di ferro, la cancelliera tedesca ha difeso il criminale regime di Erdogan in Turchia, partner essenziale del suo “piano”. La maggior parte del mondo ha visto con stupore come abbia ignorato i principi della libertà di parola e deciso di perseguire pubblicamente un noto comico della TV tedesca, Jan Boehmermann, per le sue osservazioni satiriche sul presidente turco. Era stupita da come il simbolo della democrazia europea, la cancelliera tedesca, abbia scelto d’ignorare l’imprigionamento da parte di Erdogan dei giornalisti e la chiusura dei media dell’opposizione, procedendo nei piani per imporre di fatto la dittatura in Turchia. Era perplessa per come il governo di Berlino abbia scelto d’ignorare le prove schiaccianti di come Erdogan e la famiglia materialmente favoriscano i terroristi dello SIIL in Siria, in realtà creatori della crisi dei rifugiati. Era stupita di vedere spingere l’UE a consegnare miliardi di euro al regime di Erdogan per il presunto accordo sul flusso di rifugiati dai campi profughi turchi alla vicina UE passando per la Grecia e non solo.

Piano Merkel
Tutte queste azioni apparentemente inspiegabili della una volta pragmatica leader tedesca, sembrano risalire all’adozione di un documento di 14 pagine preparato da una rete di gruppi di riflessione pro-NATO, sfacciatamente intitolato “Piano Merkel”. Ciò che la neo-sicura di sé cancelliera tedesca non disse alla sua ospite Anne Will o ai telespettatori fu che “il suo” piano le era stato consegnato solo quattro giorni prima, il 4 ottobre, come documento dal titolo Piano Merkel, da un neonato think-tank internazionale, ovviamente ben finanziato, chiamato Iniziativa per la Stabilità Europea o ESI. Il sito dell’ESI indica avere uffici a Berlino, Bruxelles e Istanbul, Turchia. Il sospetto è che gli autori de piano ESI l’abbiano intitolato come se provenisse dall’ufficio della Cancelliera tedesca e non da loro. Più sospetto è il contenuto del Piano Merkel dell’ESI. Oltre ad accogliere già più di un milione di rifugiati nel 2015, la Germania dovrebbe “accettare di concedere asilo a 500000 rifugiati siriani registrati in Turchia nei prossimi 12 mesi“. Inoltre, “la Germania dovrebbe accettare le richieste provenienti dalla Turchia… e fornire un trasporto sicuro ai candidati… già registrati presso le autorità turche…” E infine “la Germania dovrebbe accettare di aiutare la Turchia ad avere esenzioni sul visto di viaggio per il 2016“. Il cosiddetto piano Merkel è un prodotto dei think tank legati a NATO-USA e a governi dei Paesi membri della NATO o potenziali soci. La massima “seguire il denaro” è istruttiva in questo caso, per vedere chi realmente dirige l’Unione europea oggi.

ESI
unbenannte-anlage-00300 L’ESI nasce dai tentativi della NATO di trasformare il Sud-Est Europa dopo la guerra istigata dagli USA in Jugoslavia negli anni ’90, portando alla balcanizzazione del Paese e la creazione di una importante base USA e NATO, Camp Bondsteel in Kosovo. L’attuale presidente dell’ESI, direttamente responsabile del documento finale Piano Merkel è il sociologo austriaco residente ad Istanbul Gerald Knaus. Knaus è anche membro del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR) e dell’Open Society. Fondato a Londra nel 2007, l’ECFE è un’imitazione dell’influente Counsil on Foreign Relations di New York, il think-tank creato dai banchieri Rockefeller e JP Morgan nel corso dei colloqui di pace di Versailles del 1919, per coordinare la politica estera globale anglo-statunitense. Significativamente, il riccone creatore dell’ECFR è il miliardario statunitense e finanziatore delle rivoluzioni colorate George Soros. Praticamente ogni rivoluzione colorata è stata sostenuta dal dipartimento di Stato degli USA dal crollo dell’Unione Sovietica, come in Serbia nel 2000, Ucraina, Georgia, Cina, Brasile e Russia. George Soros e le propaggini delle sue Open Society Foundations finanziano di nascosto ONG e attivisti per la “democrazia” per insediare regimi pro-Washington e filo-NATO. I membri scelti, chiamati membri del Consiglio o associati dell’ECFR londinese comprendono il co-presidente Joschka Fischer, ex-ministro degli Esteri del Partito dei Verdi tedesco che spinse il suo partito ad appoggiare l’illegale bombardamento di Bill Clinton della Serbia nel 1999, privo del sostegno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli altri membri del Consiglio del think tank Counsil on Foreign Relations europeo di Soros includono l’ex-segretario generale della NATO Xavier Solana, il falsificatore ex-ministro della Difesa tedesco caduto in disgrazia Karl-Theodor zu Guttenberg; Annette Heuser, direttrice esecutiva del Bertelsmann Stiftung di Washington DC; Wolfgang Ischinger, presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera; Cem Ozdemir, presidente dei Buendnis90/Die Gruenen; Alexander Graf Lambsdorff, deputato del partito liberale tedesco (FDP); Michael Sturmer, corrispondente Capo del Die Welt; Andre Wilkens, direttore della Fondazione Mercator; il difensore della pederastia al Parlamento europeo Daniel Cohn-Bendit. Cohn-Bendit, noto come “Danny il Rosso” nelle rivolte studentesche francesi del maggio 1968, fu membro del gruppo autonomista Revolutionaerer Kampf (Lotta Rivoluzionaria) a Ruesselsheim, in Germania, insieme al suo stretto alleato e ora presidente dell”ECFR Joschka Fischer. I due continuano ari trovarsi nell’ala “Realo” dei Verdi tedeschi. Le Open Society Foundations è la rete che “promuove la democrazia” esentasse creata da George Soros per promuovere il “libero mercato” pro-FMI dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per liberalizzare il mercato delle economie ex-comuniste aprendo le porte al sistematico saccheggio dell’inestimabile patrimonio minerario ed energetico di quei Paesi. Soros fu l’importante finanziatore del team economico liberale di Boris Eltsin, tra cui l’economista da “Terapia d’urto” di Harvard Jeffrey Sachs e il consigliere liberale di Eltsin Egor Gajdar. Già è chiaro che il “Piano Merkel” è il Piano Soros in effetti. Ma c’è di più, se vogliamo comprendere l’ordine del giorno più oscuro dietro il piano.

I finanziatori dell’ESI
L’Iniziativa per la Stabilità Europea, il think-tank di Gerald Knaus collegato a Soros è finanziato da un impressionante serie di donatori. Il suo sito web li elenca; oltre alle Open Society Foundations di Soros, vi è la Mercator Stiftung tedesco legato a Soros, e la Robert Bosch Stiftung. Altro finanziatore è la Commissione europea. Poi, curiosamente la lista dei finanziatori del piano Merkel comprende un’organizzazione dal nome orwelliano, l’United States Institute of Peace. Alcune ricerche rivelano che l’Istituto della Pace degli Stati Uniti non ha nulla a che fare con la pace, essendo presieduto da Stephen Hadley, ex-consigliere dell’US National Security Council dell’amministrazione guerrafondaia neo-con di Bush-Cheney. Il suo consiglio di amministrazione comprende Ashton B. Carter, l’attuale falco neo-con segretario della Difesa dell’amministrazione Obama; il segretario di Stato John Kerry; il Maggiore-Generale Federico M. Padilla, presidente della National Defense University degli Stati Uniti. Questi sono alcuni architetti molto stagionati della strategia del Dominio a Pieno Spettro del Pentagono per il dominio militare mondiale degli USA. Gli autori del “Piano Merkel” dell’Iniziativa per la Stabilità Europea, oltre alla generosità delle fondazioni di George Soros, indica come ‘primo’ finanziatore il German Marshall Fund* degli Stati Uniti. Come ho descritto nel mio libro, il think tank German Marshall Fund è tutt’altro che tedesco; “E’ un think tank statunitense di Washington DC. Di fatto, la sua agenda è la distruzione della Germania del dopoguerra e più in generale degli Stati sovrani dell’UE per adattarli al programma di globalizzazione di Wall Street“. Il German Marshall Fund di Washington è coinvolto nell’agenda del cambio di regime mondiale degli Stati Uniti d’America in combutta con il National Endowment for Democracy finanziato dagli Stati Uniti, le fondazioni Soros e la facciata della CIA chiamata USAID. Come descrivo nel libro, “Il principale obiettivo del German Marshall Fund, secondo la sua relazione annuale del 2013, è sostenere l’agenda del dipartimento di Stato nelle cosiddette operazioni di costruzione della democrazia nei Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale e sud- orientale, dai Balcani al Mar Nero. Significativamente il loro lavoro include l’Ucraina. Nella maggior parte dei casi, collabora con l’USAID, ampiamente identificata quale facciata della CIA collegata al dipartimento di Stato, e la Stewart Mott Foundation che finanzia la National Endowment for Democracy finanziata dal governo degli Stati Uniti“. In particolare, la stessa Stewart Mott Foundation finanzia il Piano Merkel dell’ESI, come anche il Rockefeller Brothers Fund. Tutto questo dovrebbe far riflettere da chi e per quali obiettivi è stato firmato l’accordo Merkel-Erdogan sulla crisi dei rifugiati nell’UE. La fazione Rockefeller-Bush-Clinton negli Stati Uniti intende usarlo quale grande esperimento d’ingegneria sociale per creare caos e conflitti sociali nell’UE, mentre allo stesso tempo le loro organizzazioni non governative, come NED, Freedom House e fondazioni Soros, si agitano in Siria, Libia e nel mondo islamico? La Germania, secondo l’ex-consigliere del presidente degli Stati Uniti e amico intimo dei Rockefeller, Zbigniew Brzezinski, è il “vassallo” degli Stati Uniti nel mondo post-90? Finora, c’è la prova abbastanza netta che sia così. Il ruolo dei think tank collegati a Stati Uniti e NATO è fondamentale per comprendere come la Repubblica Federale di Germania e l’Unione europea siano in realtà eterodirette da oltre Atlantico.Dutch-Newshour-interview-Screenshot-Gerald-Knaus-28-January-2016*Il German Marshall Fund è anche l’ente che ha creato e promosso l’orrido mostriciattolo nazipiddino euroatlantista Federica Mogherini. NdT.

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ciò che Obama condivide con Assad, Russia e Yemen, il ricatto saudita

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 24/04/20163500La visita del presidente degli Stati Uniti Barack Obama in Arabia Saudita è stata definita un tentativo di Washington per riparare i rapporti tesi con l’alleato arabo. Tuttavia si scopre che Obama avrebbe molto in comune con Assad, la Russia e i ribelli huthi dello Yemen. Tutti ricattati dalla Casa dei Saud per scopi politici. Obama, accompagnato dal segretario alla Difesa Ashton Carter, avrebbe rassicurato re Salman sui legami strategici tra i due Paesi risalenti allo storico incontro del 1945 tra il Presidente Franklin D. Roosevelt e il fondatore dell’Arabia Saudita Ibn Saud (padre del monarca in carica). Parlando delle reciproche preoccupazioni contemporanee, Obama e gli ospiti sauditi si concentravano sulla verifica della presunta ingerenza iraniana nella regione e presumibilmente sulla sconfitta dei gruppi terroristici islamici. Lo sforzo nel rattoppare le relazioni avviene dopo che il presidente degli Stati Uniti denigrò i sauditi e gli altri monarchi del Medio Oriente quali “sfruttatori” della benevolenza statunitense, in un’intervista dello scorso mese con la nota rivista Atlantic. Obama lamentava il fatto che Arabia Saudita e altri godevano della protezione militare degli Stati Uniti da troppo tempo e della necessità d’iniziare a contribuire di più impiegando le proprie forze nella regione. Come se non bastasse, i governanti sauditi hanno reagito furiosamente quando emergeva lo scorso fine settimana un disegno di legge al Congresso degli Stati Uniti che potrebbe dare alle famiglie delle vittime del 9/11 il diritto di citare in giudizio l’Arabia Saudita in un tribunale federale. Cioè le prove che dimostrino i legami dello Stato con le atrocità nel 2001, quando circa 3000 cittadini statunitensi furono uccisi. Famiglie e attivisti credono che ci sia una connessione incriminante dei governanti sauditi con gli attacchi terroristici, perché 15 dei presunti 19 attentatori erano cittadini sauditi. La Casa Bianca di Obama in seguito ha detto che il presidente avrebbe posto il veto alla legge se veniva approvata dal Congresso, citando la preoccupazione che il precedente della rimozione dell’immunità sovrana potrebbe mettere cittadini e governo degli Stati Uniti a rischio di future azioni legali. Pesa decisamente sulla posizione della Casa Bianca anche la minaccia straordinaria della Casa dei Saud secondo cui, se la legislazione sull’11 settembre dovesse passare, l’Arabia Saudita svenderebbe la massiccia partecipazione in titoli del Tesoro USA. Il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr avvertiva che 750 miliardi di dollari in titoli statunitensi e altre attività sarebbero stati svenduti. La mossa non sarebbe nient’altro che un bluff dei reali sauditi. Alcuni commentatori e persino dei funzionari degli Stati Uniti hanno espresso incredulità sui governanti sauditi che adotterebbero una misura così drastica dalle conseguenze dannose, destabilizzando la fragile economia saudita, in crisi comunque per il crollo dei prezzi del petrolio e la costosa guerra nello Yemen.
Tuttavia, almeno in teoria, la minaccia saudita della svendita dei buoni del tesoro degli Stati Uniti sarebbe un colpo devastante per l’economia statunitense, andando al cuore del rapporto strategico USA-Arabia Saudita, che ruota intorno al maggiore esportatore di petrolio al mondo che vende la propria merce esclusivamente sempre in dollari. Il sistema dei petrodollari USA-saudita significa che il resto del mondo è obbligato a seguirne l’esempio usando i verdoni statunitensi quali mezzi finanziari standard di transazione. Questa è la base del dollaro quale valuta di riserva mondiale permettendo agli Stati Uniti di continuare a stampare dollari ed avere un debito nazionale ciclopico (ora di 19 trilioni di dollari). Di recente, le crepe nel monolite dei petrodollari iniziano ad aprirsi, con Russia e Cina che accettano scambi di petrolio e gas utilizzando le proprie valute nazionali. Inoltre, l’Iran passa a vendere il petrolio in Europa accettando l’euro. Così, il sistema dei petrodollari, la linfa vitale della cronicamente indebitata economia degli Stati Uniti, può continuare per il momento a dominare, ma su un bilico pericolosamente delicato. Ecco perché la minaccia saudita di vendere titoli del debito degli Stati Uniti spaventava tanto quando fu annunciata questa settimana. E’ anche per questo che, almeno in parte, l’amministrazione Obama ha detto con forza che annullerebbe la normativa sull’11 settembre presentata al Congresso. (Un’altra ragione è che Washington teme che qualsiasi indagine sul coinvolgimento saudita nell’11 settembre potrebbe anche svelare la collusione dell’intelligence statunitense nel perpetrare un azione interna per interessi strategici). In ogni caso, qui è la questione. La Casa Bianca di Obama ha solo subito il ricatto saudita. La spinta a questo è: dite ai vostri cittadini di fare marcia indietro sul contenzioso scomodo oppure staccheremo la spina alla vostra economia, piegandovi con ignominia davanti a noi.
Nonostante la patina di lustro sulla pseudo-alleanza a Riyadh, tra Obama e re Salman, un risultato divertente è questo: Obama si trova nella stessa posizione sconveniente del Presidente siriano Bashar al-Assad, di Mosca e dei rivoluzionari yemeniti guidati dagli huthi. Tutti sottoposti, in un modo o nell’altro, al modus operandi della diplomazia saudita, il ricatto. Sulla Siria, il gruppo di opposizione filo-saudita, l’alto comitato per i negoziati, ha detto questa settimana, ancora una volta, che uscirà dai colloqui di pace di Ginevra perché il suo ultimatum sulle “dimissioni” di Assad è stato più volte respinto. Il capo negoziatore del governo della Siria Bashar al-Jafari ha condannato l’HNC (noto anche come gruppo di Riyadh) per aver preso in ostaggio il processo di Ginevra con tali richieste massimaliste. Il Viceministro degli Esteri della Russia Sergej Rjabkov criticava aspramente l’HNC per la sua “tattica ricattatoria”. Inoltre, Rjabkov accusava l’HNC di sfruttare le violenze presso Aleppo per minare il traballante cessate il fuoco. L’HNC è una creatura diplomatica dell’Arabia Saudita, creata a Riyadh lo scorso dicembre su istigazione dei governanti sauditi per presentare il fronte politico dei vari gruppi terroristici del cambio di regime. HNC è dominato da Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham, che nominalmente firmarono il cessate il fuoco mediato da Stati Uniti e Russia il 27 febbraio, anche se sono invischiati con gruppi ufficialmente designati terroristici, Jabhat al-Nusra affiliato ad al-Qaida e lo Stato islamico (SIIL). Jaysh al-Islam e Ahrar al-Sham sono finanziati da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Washington ha dato il suo sostegno politico all’HNC, dominato dai due gruppi terroristici con legami organizzativi con le brigate ufficialmente designate terroristiche. Nel frattempo, nello Yemen, la stessa tattica ricattatoria è presente. I colloqui di pace sarebbero in corso in Quwayt tra, da un lato l’Arabia Saudita e una fazione fedele al deposto fantoccio saudita, il presidente Abdrabuh Mansur Hadi, e dall’altra parte i comitati popolari guidati dagli huthi. Un cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore nello Yemen l’11 aprile aprendo la via ai colloqui di pace. Tuttavia, i comitati popolari affermano che i bombardamenti aerei sauditi continuano incessantemente, nonostante la dichiarazione ufficiale del cessate il fuoco. I ribelli respingono le pretese saudite sul loro ritiro dai territori ex-lealisti e di cedere le armi quale precondizione per i negoziati politici. Si sostiene che perciò i raid aerei sauditi continuano, per fare pressione sugli huthi affinché facciano concessioni nei negoziati. In altre parole, ricattare con la minaccia delle violenze. I colloqui dovrebbero riprendere in Quwayt dopo che i ribelli yemeniti avrebbero ricevuto la garanzia dall’inviato delle Nazioni Unite che le forze saudite avrebbero rispettato il cessate il fuoco e desistito dalle violenze. Il modello inconfondibile qui è il ricatto saudita come mezzo per raggiungere obiettivi politici. Ricatto più violenza coercitiva.
Mentre yemeniti, siriani e russi sono ormai esperti della squallida politica saudita, il presidente Obama, vecchio alleato strategico dell’Arabia Saudita, sembra averla subita all’inizio di questa settimana. Sorrisi e strette di mano tra Obama e re Salman a Riyadh non smentiscono la sordida realtà.&NCS_modified=20160421121432&MaxW=640&imageVersion=default&AR-160429841La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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