Gli USA dialogano di nascosto con Damasco via Mosca

Nahad Hatar, al-Aqbar, 5 agosto 2105 – The Sakera116a11f-1b4d-4edd-8c6b-4e0c5e233492-2060x1236La scena regionale e internazionale si presenta come un caleidoscopio di colori in un dipinto di fantasia. Tuttavia, questo è ciò che accade tra due fasi e due regimi regionali. Dopo che le grandi potenze hanno raggiunto un accordo e dopo i colloqui statunitensi-iraniani e russo-sauditi sul nuovo ordine in Medio Oriente, l’ultimo sviluppo è il dialogo segreto siriano-statunitense. Anche se è vero che è un dialogo di basso profilo, avviato da mediatori iracheni, le comunicazioni sulla sicurezza sono divenute discussione politica avviata da diplomatici statunitensi, dovuto al riconoscimento statunitense dello status quo in Siria, dove non c’è alternativa al Presidente Bashar al-Assad con cui dialogare non di politica interna, ma di come coordinare la lotta al terrorismo, risolvere il problema curdo i cui combattenti non sono classificati terroristi, ecc. Mentre il segretario di Stato John Kerry continua a blaterare di esclusione del Presidente Assad dalla soluzione politica in Siria, i suoi capi hanno avuto discussioni approfondite con gli omologhi siriani. Gli statunitensi hanno accettato di ampliare gli attacchi aerei alle organizzazioni terroristiche, incluso Jabhat al-Nusra ed alleati, oltre al SIIL. Ciò è considerato una vittoria politica della Siria che invariabilmente affrontava il pericolo di Jabhat al-Nusra ri-armato e descritto come “opposizione moderata” dagli USA. Così, l’80 per cento delle forze antigovernative è preso di mira sulla base dell’accordo statunitense-siriano. Ciò può essere considerato la pietra angolare della nuova coalizione anti-terrorismo, come suggerito dalla Russia. Per gli altri combattenti, locali e collegati all’intelligence occidentale o del GCC, sono in corso discussioni per decidere di loro, compresa la fusione di alcuni elementi dell’ELS con le Forze di difesa nazionale siriane.
Ironia della sorte, Washington è ora più vicina a Damasco che ad Ankara che non ha ancora reciso i suoi forti legami con le organizzazioni terroristiche e che continua a sfruttare la guerra al terrorismo per colpire il PKK, il tutto mentre il ramo siriano è alleato a siriani e statunitensi. Il presidente turco Erdogan avrà presto due scelte; unirsi alla coalizione anti-terrorismo, non solo a parole, o perdere la copertura politica per affrontare il PKK e il suo destino nazionale. L’annuncio statunitense di assicurare la difesa aerea all'”opposizione moderata” è in realtà diretto contro al-Nusra, SIIL e Turchia, e non contro i siriani. La formulazione della dichiarazione però, che include l’Esercito arabo siriano tra gli obiettivi, è semplicemente politico. L’analisi trova congruenza con l’ambiguo appoggio statunitense alla creazione della “zona di sicurezza” nel nord della Siria. Cosa è stato davvero raggiunto e se ha qualche differenza sul terreno creare un raggruppamento per riordinare i combattenti che non appartengono a SIIL, al-Nusra e partner? Comunque, qualsiasi passo in tale direzione non ci sarà senza consultare i siriani. Nel frattempo, il ministro degli Esteri siriano Walid Mualam ha ricevuto un invito formale dall’omologo omanita Yusif bin Alawi a visitare Muscat per discussioni bilaterali, per portare all’incontro tra Mualam e l’omologo saudita Adil al-Jubayr. Un incontro trilaterale che può anche accadere in questa visita. L’iniziativa dell’Oman rientra nella successione crescente di eventi nella ricerca di una risoluzione, i cui aspetti salienti sono stati chiariti al vertice russo-saudita-statunitense di Doha, che non era in contraddizione, ma di fatto integrava, l’iniziativa iraniana discussa al vertice russo-iraniano-siriano di Teheran, lanciando ciò che segnerebbe la fine della guerra in Siria. La nuova fase avrà un ordine del giorno preciso: lotta a terrorismo e fondamentalismo, contenere i Fratelli musulmani, sicurezza regionale, ridurre i conflitti geo-politici e settari, raggiungere risoluzioni su temi caldi, cooperazione regionale e internazionale nella ricostruzione. In breve, il mancato isolamento dell’Iran e della frattura di Siria, Hezbollah e Huthi, insieme alla lotta nel Bahrayn, hanno portato a riconoscere una nuova struttura politica regionale, riconoscendo influenza e interessi regionali russi nonché l’Iran grande potenza regionale, senza dimenticare l’Esercito arabo siriano ed Hezbollah partner cruciali nella lotta alle organizzazioni terroristiche e nel garantire la sicurezza regionale.
Nello Yemen, dopo la svolta militare di Aden, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti possono dichiarare vittoria e avviare negoziati per giungere ad una soluzione politica che in realtà significherà un accordo tra Riyadh e Huthi riconosciuti come forza fondamentale nella Repubblica dello Yemen. Mentre i dossier siriano e yemenita sono seguiti, il primo ministro del Bahrayn Qalifa bin Salman, considerato di grande ostacolo alla riconciliazione, potrebbe dimettersi, aprendo la via a una risoluzione sul modello del Quwayt. Il viceprincipe ereditario e ministro della Difesa saudita Muhamad bin Salman si è affrettato a visitare l’alleato giordano per dirgli “game over!” Il comando che dirige la lotta nel sud della Siria sarà chiuso e si separeranno dal suo esercito i politici e combattenti che appartengono ad al-Nusra, lasciato senza alcuna protezione. Amman, che non ha fatto alcuna chiara dichiarazione sull’accordo nucleare iraniano e conseguenti ricadute, ha ricevuto il via libera nel prendere provvedimenti. Il governo giordano offre sicurezza e logistica a Damasco, in cambio vuole riconciliazione e risoluzione del problema dei rifugiati siriani in Giordania. I rifugiati siriani sono anche un problema per il Libano. Va notato che diversi interessi libanesi, con l’eccezione di Hezbollah, sono esclusi da discussioni e sistemazioni.
Nel corso di questi sviluppi, è stato interessante vedere il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov trovare tempo e preoccupazione per incontrare il capo del Politburo di Hamas, Qalid Mishal, e di scrivere due lettere, la prima ai leader regionali e internazionali per affermare che Mosca s’impegna per la causa palestinese, accantonata dall’inizio della primavera araba, e la seconda indirizzata ad Hamas, sollecitandolo a rivedere la posizione sui recenti sviluppi regionali, soprattutto in Egitto.

syria-join-chemical-weapons-conventionTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Spiegate le bizzarrie di Erdogan

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 6 agosto 2015photo_verybig_165199La Turchia agisce in modo piuttosto irregolare in queste ultime due settimane, lanciando a sorpresa una duplice offensiva in Siria e Iraq, condannando la Russia per la presunta ‘oppressione’ dei tatari di Crimea e sospendendo i negoziati sul Balkan Stream. Tutto ciò è un po’ inaspettato, dopo tutto la Turchia aveva finora evitato l’istigazione degli Stati Uniti a lanciare un attacco contro la Siria; non ha mai avuto seri problemi sulla riunificazione della Crimea e in precedenza aveva accettato Balkan Stream per migliorare la propria influenza geostrategica. Mentre ciascuna delle azioni di Turchia in queste tre circostanze può essere attribuibile a peculiarità situazionali, condividono due elementi inseparabili, la propaganda elettorale di Erdogan prima del probabile voto anticipato e l’atteggiamento verso il gasdotto Balkan Stream sugli sconti sul gas. L’articolo inizia illustrando al lettore la ‘versione ufficiale’ di tali azioni apparentemente erratiche di Erdogan nelle tre situazioni di cui sopra, giungendo poi a un profondo sguardo, più attento su come le due componenti inseparabili spieghino chiaramente la reale motivazione di tali decisioni. Infine, il pezzo valuta il successo delle iniziative di Erdogan riguardo le vere motivazioni, concludendo che mentre potrebbe raccogliere abbastanza voti nazionalisti per una nuova maggioranza parlamentare, goffamente manca nel consolidare la propria posizione contrattuale nei colloqui sul Balkan Stream.

La storia ufficiale
Ecco come la Turchia spiega ufficialmente il suo comportamento negli ultimi tre scandali delle ultime settimane:

La doppia offensiva:
Secondo le autorità turche, l’attentato a Suruç fu opera del SIIL dimostrandosi l’innesco per presunti attacchi di Ankara contro di esso nel nord della Siria. Allo stesso tempo, se si crede alle autorità, i curdi hanno ripreso l’insurrezione contro i turchi senza motivo, per cui oggi Erdogan bombarda anche il nord dell’Iraq. Le casualità hanno così portato la Turchia ha condurre una doppia offensiva contro Siria e Iraq, annunciando un grandioso ritorno alle politiche neo-ottomane che si pensavano messe da parte negli ultimi due mesi.

Critiche sulla Crimea:
In modo scomposto, Erdogan ha recentemente espresso rigetto del ricongiungimento di Crimea alla Russia, parlando al ‘Secondo Congresso Mondiale dei tatari di Crimea’ ad Ankara, su come: “La Turchia non ha e non riconosce l’annessione della Crimea. La nostra priorità nella crisi ucraina sono pace, prosperità e sicurezza per i tatari di Crimea. Facciamo ogni passo per condurre tutte le trattative necessarie per superare le pressioni e le difficoltà che affrontano. Si può essere certi che continueremo nel nostro sostegno“. Ufficialmente per Erdogan, i tartari di Crimea non erano oppressi dai loro ex-amministratori ucraini, negligenti e totalmente incompetenti, ma sono improvvisamente sottoposti a coercizione dalle autorità russe che hanno votato per la riunificazione.

Balcanizzare Balkan Stream:
L’ultima grande ‘irregolarità’ della Turchia è sospendere temporaneamente i colloqui sul Balkan Stream. I media indicano che ciò sia dovuto alla Russia che non sarebbe d’accordo sullo sconto del prezzo che la Turchia propone per le proprie importazioni. Ufficialmente, però, il ministro dell’Energia turco Taner Yildiz ha detto che se ci sono alcune divergenze (Siria, riconoscimento del genocidio armeno, ecc.) la decisione di cooperare su Balkan Stream non ne è colpita, e che la vera ragione della temporanea sospensione è che la Turchia deve ancora formare un governo di coalizione. La Russia ha assecondato tale farsa per il momento, perché si rende conto di quanto sia controproducente respingere tale spiegazione poco plausibile della Turchia, in questo momento, nonostante sia evidente che la controversia vada oltre i prezzi.

La vera storia
La Turchia ha presentato scuse pubbliche variamente convincenti per cercare di spiegare il suo comportamento nei tre casi esaminati, ma ciò non toglie che la verità sia realmente fondata su due importanti considerazioni, elezioni anticipate e posizione sul gasdotto. Viste attraverso questo prisma, le azioni di Erdogan diventano assai meno ‘bizzarre’ e in qualche modo comprensibili su ciò che cerca di raggiungere (anche se in alcun modo giustificano o avallano tali sue decisioni):

La doppia offensiva
Elezioni anticipate:
Come ampiamente spiegato nell’ultimo articolo sull’argomento, una delle principali considerazioni che guidano l’iniziativa militare di Erdogan è attrarre contemporaneamente voti conservatori dal Partito del Movimento Nazionalista e giustificare la soppressione del Partito Democratico del Popolo. L’obiettivo finale di tale piano machiavellico è garantirsi che il suo partito AKP abbia la maggioranza parlamentare, sperando di modificare la costituzione e istituzionalizzare una presidenza forte.

Posizione sul gasdotto:
Anche se non è così significativo come la motivazione elettorale o la trappola anti-curda statunitense in cui è caduto, Erdogan si rende conto che le sue mosse in Siria potrebbero essere utilizzate quale merce di scambio per negoziare un prezzo minimo del gas dalla Russia. Ankara deve ancora impegnarsi pienamente nell’attaccare la Siria con un’offensiva regolare a tutto campo come si è temuto, scegliendo solo di lanciare attacchi aerei e tiri di artiglieria per il momento. Ciò potrebbe non essere esclusivamente ascrivibile ad Erdogan, fermatosi all’ultimo minuto o giocando un certo tipo di partita ‘dura’ con gli Stati Uniti, ma in parte alla speranza di Ankara che la ritardata offensiva sia definitivamente esclusa se Mosca acconsente allo sconto proposto sulle esportazioni di gas alla Turchia. Allo stesso modo, anche se iniziata (come ha minacciato), la Turchia potrebbe ritirarla o ridurla nell’ambito di un più robusto accordo multiplo con la Russia. Dopo tutto, Lavrov e i suoi sono impegnati in un turbinio di spole diplomatiche sull’escalation del conflitto in Siria (che Erdogan stesso ha contribuito a creare con la sua ultima offensiva), con il ministro degli Esteri russo che incontra Kerry a Doha e Kuala Lumpur, e l’inviato speciale russo per il Medio Oriente Mikhail Bogdan che incontra i ministri degli Esteri siriano e iraniano a Teheran. Con Putin suggerire una coalizione regionale anti-SIIL composta da Turchia, Siria, Iraq, Giordania e Arabia Saudita, così come le recenti incursioni di Mosca a Riyadh, sembra che il gigante euroasiatico sia più che disposto a un accordo con la Turchia sul gasdotto per risparmiare la Siria. E’ con tale spirito che Erdogan ha finora rifiutato di decidere sull’ultima avventura militare, nonostante la straordinaria pressione dagli Stati Uniti ad agire subito, e perché sia disposto a riconsiderare qualsiasi futura ampia offensiva se la Russia favorisse l’accordo con qualcosa di più di uno sconto sul prezzo del gas (qualunque cosa possa essere).1011716Critiche sulla Crimea
Elezioni anticipate:
Il concione di Erdogan su tale delicato problema bilaterale è eccessivamente teatrale e indica mancanza di sincerità sulla sua posizione. Davvero sentiva e credeva che il problema sia un tale impedimento alle relazioni con la Russia; e quindi il politico tipicamente chiacchierone avrebbe trattenuto la lingua per oltre un anno e mezzo, finora. E’ più probabile, quindi, che abbia cronometrato il suo ‘annuncio politico’ in raduno pubblico quando sarebbe stato più efficace; ciò ha senso quando si capisce che probabilmente indirà elezioni anticipate per porre fine allo stallo politico che affligge la formazione del suo governo.

Posizione sul gasdotto:
Altrettanto importante in questo caso è la motivazione delle elezioni anticipate, Erdogan scommette sull’uso politico della Crimea per negoziare altri sconti, nel suo stratagemma sul gasdotto contro la Russia. In verità a Mosca non importa quali Paesi riconoscano formalmente la riunificazione con Crimea, perché è un fatto compiuto, ma naturalmente chi lo fa (in silenzio o pubblicamente) riceve certi vantaggi politico-economici. In questo caso, però, la Turchia gioca una posta molto più alta della semplice contrattazione sul riconoscimento di riunificazione della Crimea in cambio di un grosso sconto sul gas. La dichiarazione di Erdogan secondo cui la Turchia “adotta ogni passo per condurre tutte le trattative necessarie per superare pressione e difficoltà (che i tartari della Crimea) affrontano” in Crimea, è un segnale forte che Ankara potrebbe supportare con le sue relazioni etniche le attività terroristiche contro la Russia, proprio come fa con gli uiguri dello Xinjiang contro la Cina. Non è prevedibile che Ankara vada così lontano, ma sembra evocarlo per fare pressione sulla Russia su un accordo sul gas più favorevole, per quanto rischioso e immorale tale ‘tattica negoziale’ sia.

Balcanizzare Balkan Stream
Elezioni anticipate:
Erdogan non riuscirà mai a corteggiare gli elettori del Partito repubblicano popolare, principale oppositore al suo governo (dal 24,95% dei voti l’ultima volta), ma sa che può avere molto più successo verso quelli del Partito del Movimento Nazionalista (16,29% dei voti). Così, il suo comportamento ‘erratico’ sul gasdotto Balkan Stream ha molto più senso, perché sa che ciò sarà accolto molto positivamente dai nazionalisti. Gli altri aspetti potenzialmente favorevoli che Erdogan coltiverebbe prima della elezioni anticipate probabilmente (come la figura di ‘duro verso il terrore’ con la doppia offensiva), potrebbero essere il fattore cui punterebbero alcuni elettori nazionalisti per sostenerne la candidatura. Nel complesso, non bisogna escludere i margini che Erdogan cerca disperatamente di garantirsi affinché il suo partito abbia la maggioranza parlamentare che cerca così febbrilmente, anche infangando la reputazione dell’operato del suo governo comportandosi in modo irresponsabile e poco professionale verso un grande partner strategico.

Posizione sul gasdotto:
Dei tre casi studiati, la decisione di sospendere i negoziati per la costruzione di Balkan Stream è ovviamente quella più direttamente legata a considerazioni sulle pipeline della Turchia. Erdogan è profondamente consapevole della necessità geostrategica che la Russia vede nella costruzione di Balkan Stream, perché sa che qualsiasi interruzione strategica che gli potrebbe evitare attrarrebbe l’immediata attenzione del Cremlino mettendolo in una posizione vantaggiosa nel dettare le proprie pretese a Putin. La Turchia sfrutta così il ruolo di Paese di transito del Balkan Stream al fine di strappare benefici finanziari dalla Russia, sembrando un piano infallibile e redditizio (anche se non etico) finché non si comprende esattamente quanto Ankara abbia sbagliato nella guerra contro i curdi e come tale serio errore di calcolo potrebbe por fine a qualsiasi vantaggiosa posizione negoziale che Erdogan pensava già di avere.

Alcun lieto fine
Con grande costernazione di Erdogan, la storia delle sue elezioni anticipate e del gioco d’azzardo sul gasdotto potrebbe finire malissimo. Da una parte, è sempre più probabile che il suo partito AKP abbia la leggendaria maggioranza parlamentare con le manipolazioni politiche di Erdogan, ma dall’altro, il costo ostacolerebbe la forza negoziale della Turchia sul Balkan Stream. Ciò va in gran parte attribuito all’attacco curdo al gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum (BTE), che pur essendone prevista la chiusura questo mese per riparazioni, quindi con impatto trascurabile sulla sicurezza energetica della Turchia (o dei suoi partner a valle), ne indica chiaramente la vulnerabilità al sabotaggio, assieme alle altre linee come il TANAP. Il piano tanto sperato della Turchia di diventare il crocevia energetico dell’Eurasia aveva originariamente quale premessa il presupposto che il sud-est curdo divenisse pacifico e sicuro, ma con Erdogan che trascina la regione in una guerra indefinita, tale grandiosa visione strategica è ora in pericolo di estinzione. Di conseguenza, tale situazione rende Balkan Stream ancora più importante per la Turchia, in quanto l’immunizzerebbe d quella violenza etnico-secessionista che dimostra di poter influenzare negativamente gli altri progetti energetici del Paese. Mentre Erdogan pensava che fosse la Russia ad aver bisogno di Balkan Stream più della Turchia, la necessità strategica si muove costantemente verso un maggiore equilibrio, dato che il degrado della sicurezza nel sud-est del Paese potrebbe mettere in questione la capacità di difendere adeguatamente BTC e TANAP in Turchia. Può darsi benissimo che l’insurrezione curda finisca per diventare una campagna prolungata oltre i 30 anni della precedente, il che significherebbe che, su una prospettiva oggettivamente comparativa, TANAP richieda investimenti sulla sicurezza incontestabilmente più costosi (in termini finanziari e fisici) che non Balkan Stream. Inoltre, c’è maggiore volontà concreta di Russia ed Europa nel continuare la partnership energetica ultradecennale (e potrebbe resistere agli intrighi distruttivi degli Stati Uniti) che non per l’Europa sopportare una possibile destabilizzazione se le sue importazioni di energia azera cadessero vittime del continuo sabotaggio curdo. Tutto ciò schiaffa Erdogan al centro di un dilemma classico, più continua la guerra ai curdi, più in pericolo si trovano i suoi piani di grande via energetica (e quindi più dipenderà dalla creazione di Balkan Stream); mentre qualsiasi mossa per finirla con i curdi (dopo aver generato il nazionalismo che lo supporta) sarebbe assolutamente disastrosa per il partito AKP nelle prossime elezioni anticipate. Data l’ultima ossessione di Erdogan nell’avere la maggioranza parlamentare immaginata, è probabile che continuerà la sua diabolica offensiva anti-curda, ignorandone le conseguenze a lungo termine, dato che la vede come la via più sicura alla divinità politica. La sua visione ristretta l’ha protetto dalle ripercussioni più ampie delle proprie azioni ed ignora che la sua miope strategia elettorale sia distruttiva per gli eterni imperativi geo-energetici della Turchia. Erdogan scommette arrogantemente sui curdi che accetterebbero il cessate il fuoco dopo che le elezioni anticipate concederanno al suo partito la maggioranza parlamentare che desidera ardentemente, ma non pensa che, per allora, potrebbero anche non fermare la lotta senza una sicura grande compensazione politico-economica che, ovviamente, non sarà disposto a fornire. L’intera dinamica lo mette ‘tra due sedie’, come dicono i russi, e tale posizione non invidiabile è incredibilmente del tutto dovuta a lui solo.

Conclusioni
L’ultimo passo di Erdogan su Siria, Crimea e Balkan Stream appare straordinariamente bizzarro per un uomo che alcuni ritengono grande ed esperto stratega geopolitico. A ben guardare, però, è inequivocabile che le tre istanze apparentemente separate siano collegati da due fili, la campagna elettorale anticipata di Erdogan e il suo atteggiamento sul gasdotto nei confronti della Russia. Il presidente turco pensava che avrebbe potuto avere entrambe le cose, assicurare la maggioranza parlamentare al suo partito AKP nelle prossime elezioni anticipate ed avere una posizione negoziale migliore sulle importazioni di gas dalla Russia, ma nella sua folle ricerca del potere politico ha calcolato malissimo le conseguenze sugli interessi energetici del suo Paese (anche a prescindere dalla Russia). La guerra di Erdogan ai curdi pone il rischio reale che l’infrastruttura energetica BTC e TANAP nel sud-est diventi bersaglio dei ribelli, mettendo così in pericolo il grande piano strategico della Turchia per diventare il crocevia energetico dell’Eurasia. Parallelamente, tale minaccia ha corrispondentemente elevato il valore di Balkan Stream per il Paese ad altezze inaudite dato che in realtà è l’unica via energetica sicura ed affidabile nel caso in cui la rivolta curda apra una più robusta e prolungata campagna contro il governo. Insomma, Erdogan potrebbe finalmente avere la maggioranza parlamentare voluta, ma gli enormi costi che comporterebbe all’unità e agli interessi energetici perpetui del Paese potrebbe lasciare molti turchi chiedersi se ne sia valsa la pena.

projet_pipeline_south_stream_et_nabucco_risultatoAndrew Korybko è analista politico e giornalista di Sputnik che attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Infranti i piani sauditi

Ghassan Kadi al-Akhbar 31 luglio 2015 – Intibah WakeUpWO-AR002_RUSIRA_GR_20140116174951L’incontro del miracolo” è accaduto. Il direttore della sicurezza siriana Generale Ali Mamluq visitava Riyadh incontrando il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman (figlio del re) a seguito di un’iniziativa russa. Le differenze furono discusse. Il funzionario siriano chiese: “Come potete seguire uno Stato come il Qatar?“. Il ministro della Difesa saudita rispose: “il punto cruciale del conflitto con voi è la vostra alleanza con l’Iran“. Il 19 giugno, il Presidente Putin ricevette il ministro della Difesa e principe ereditario saudita. L’incontro con il “re senza corona” affrontò molte questioni: Yemen, vendita di armi, reattori nucleari, prezzo del greggio e più importante Siria e terrorismo. Chiaramente Putin si era preparato all’incontro molto bene su: la previsione russa che l’accordo nucleare con l’Iran fosse una “cattiva notizia” per Riyadh.
Era chiaro che il SIIL si ammutina ai suoi vecchi sostenitori divenendo un pericolo internazionale, soprattutto per l’Arabia Saudita, considerato il suo status di casa dell’Islam. È anche un pericolo per la Russia, dato che molti suoi combattenti provengono dall’Asia centrale. È evidente che la guerra allo Yemen non sia una passeggiata e che possa essere un lunga guerra. L’Arabia Saudita aveva già dato segni d’insoddisfazione sull’aiuto inadeguato degli statunitensi convincendosi che qualsiasi sistemazione richieda un ruolo russo, soprattutto quando la Russia ha posto il veto alla risoluzione ONU su iniziata saudita per imporre allo Yemen il capitolo 7 vietando eventuali rifornimenti di armi agli huthi e altre sanzioni ai suoi leader. Va ricordato che il precedente ministro degli Esteri saudita Saud al-Faysal fu uno dei più accaniti sostenitori della risoluzione fallita insieme al principe Bandar bin Sultan, licenziato il 29 aprile. Mosca ha colto il momento e Putin ha spiegato la situazione in Siria a Muhamad bin Salman: dopo quattro anni di combattimenti c’è un cambio tangibile dell’umore internazionale. Ginevra 3 non è più considerata, né lo sono Mosca 3 o 4. Nel frattempo il terrorismo striscia verso la patria, la posizione dell’esercito siriano sul campo migliora e non ci sono più parti convinte che il “regime” siriano cadrà prima di quelli in Arabia Saudita e Turchia. Non c’è alcuna opzione se non cooperare con Assad per combattere il terrorismo che minaccia tutti. Il principe Saudita sembrava convinto, anche se molto a malincuore, che l’essenza dell’arringa di Putin era che il “regime” siriano rimarrà. Ciò incoraggiava l’ospite a fare un passo ulteriore e suggerire un incontro tra il principe e un ufficiale siriano, senza precondizioni. Dieci giorni dopo, il 29 giugno, il Ministro degli Esteri siriano Walid Mualam, insieme al suo vice Faysal al-Maqdad e a Buthayna Shaban, consigliera del presidente siriano, arrivarono a Mosca. Putin rinnovava l’impegno verso “governo e popolo” della Siria, suggerendo la formazione di una coalizione anti-terrorismo tra Siria, Arabia Saudita, Turchia e Giordania. L’Iran veniva escluso essendo i russi attenti a non intimidire i sauditi. Gli inviati siriani non poterono nascondere di essere sorpresi, ed è ciò che Mualam poi indicò quando disse che questo “richiederà un miracolo”. Putin insistette tuttavia che la proposta fosse sottoposta al Presidente Assad, su cui poi concordò. La proposta rimase confidenziale tra Assad, Mualam e il capo della sicurezza interna Generale Ali Mamluq. I servizi segreti russi ebbero il compito di comunicare a Mamluq per il da farsi. Ci fu una seconda comunicazione dai russi secondo cui i sauditi insistevano a che la riunione si tenesse a Riyadh, e Damasco non sollevò obiezioni. Poche settimane dopo, un aereo speciale con a bordo il vicedirettore dell’intelligence russa atterrò a Damasco e poi decollò con il Generale Mamluq a bordo per Riyadh. L’incontro avvenne in presenza del capo dei servizi segreti sauditi Salah al-Humaydan.
Qui finisce la traduzione. Tutto quanto sopra, compreso il paragrafo introduttivo, è del testo originale. La restante parte si sofferma sui dettagli dei colloqui, ma l’essenza viene effettivamente catturata nell’introduzione. Le parti si accusarono a vicenda d’infiammare la situazione. Non c’è nulla che indichi che ciò non sia avvenuto entro le norme della diplomazia. L’incontro si concluse senza giungere a un risultato, ma il ghiaccio fu rotto. L’importanza dello storico incontro è enorme. Può essere fondamentale per qualsiasi cosa accadrà d’ora in poi. È molto importante notarne almeno conseguenze, corollari e conclusioni:
1. si conferma che la coalizione anti-siriana originaria ha capitolato.
2. si riconosce la superiorità della Siria sul terreno.
3. implica l’ammissione del fallimento da parte dell’Arabia Saudita.
4. si riconferma l’ulteriore impegno della Russia nei confronti della Siria.
5. è un’ulteriore prova che gli Stati Uniti si sganciano dal Medio Oriente.
6. nel raggiungere un accordo tra Arabia Saudita e Siria, l’ultimo nemico ostinato della Siria, la Turchia, rimarrà isolata. Negli eventuali futuri negoziati, la Turchia dovrà agire senza il supporto di un qualsiasi partner su cui contare. Ciò si rivelerà molto difficile se e quando il piano sulla zona di sicurezza prevista nel nord della Siria fallirà.
Senza dubbio molti cinici esamineranno tale passo con il loro tipico cinismo miope, sostenendo che sia una svendita, proprio come la trattativa sulle armi chimiche. Molti non sapranno leggere tra le righe, perché questo incontro non comporta alcun risultato di per sé, e non vedranno che in realtà anticipa un nuovo e assai luminoso capitolo nel vicino e possibilmente prossimo futuro. Non è irrealistico vedere l’incontro come l’inizio della fine. Ci saranno molti ostacoli da superare, ma è sempre più chiara e netta la via a una grande vittoria.346110_Muallem-LavrovLa Russia svela un piano anti-SIIL a Doha
Aleksej Timofejchev, RBTH, 4 agosto 2015

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha delineato un’iniziativa russa per la formazione di una forza unita destinata a lottare contro l’ascesa dei militanti del SIIL in Siria e in Iraq. Tuttavia, gli analisti russi dicono che la proposta di Mosca, presentata a una riunione dei ministri degli Esteri di Russia, Stati Uniti e Arabia Saudita a Doha, il 3 agosto, non avrà il sostegno di statunitensi e loro alleati regionali.wsj_Syria_MapMosca ha proposto la creazione di un fronte unito per combattere lo Stato Islamico (ISIS), che includerebbe oltre alle forze irachene e curde, le truppe governative siriane, riunendo tutte le forze anti-jihadiste in una coalizione. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato i dettagli del piano russo per la prima volta a una riunione dei ministri degli Esteri di Russia, Stati Uniti e Arabia Saudita nella capitale del Qatar, Doha, il 3 agosto. Il piano fu menzionato la prima volta dal presidente russo Vladimir Putin a fine giugno. La proposta russa ha lo scopo di unire gli sforzi degli eserciti siriano e iracheno, delle milizie curde e di altre forze regionali. Tuttavia, il grande ostacolo è la questione della sorte del regime del presidente siriano Bashar al-Assad, che Stati Uniti e numerosi Stati del Golfo vorrebbero rimuovere dal potere, ma che è un fedele alleato di Mosca. Lavrov ha detto a Doha che Mosca ritiene che l’uso dei “soli attacchi aerei (contro il SIIL della coalizione degli USA) non bastano” e che “è necessario formare una coalizione comprendente coloro che ‘sul campo’ con le armi in mano combattono tale minaccia terroristica. Comprendendo gli eserciti siriano e iracheno e curdo“. Secondo un comunicato diffuso dal ministero degli Esteri russo, la coalizione contro il SIIL va formata su “una base giuridica internazionale coerente“, cioè soltanto su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo Lavrov la questione del sostegno della Russia ad Assad non è rilevante, dato che nelle ultime riunioni a Ginevra sulla questione siriana, “la comunità internazionale, compresi Consiglio di sicurezza dell’ONU, Turchia, Unione europea e Paesi arabi, concordano su un periodo di transizione politica, e non sul cambio di regime in Siria...”

Alcuna reazione
Non è ancora chiaro come gli altri partecipanti alla riunione abbiano reagito alla proposta russa. Secondo Evgenij Satanovskij, presidente dell’Istituto del Medio Oriente, centro di ricerca indipendente, era atteso dai presenti all’incontro, dato l’attuale contesto internazionale. Secondo Satanovskij, la via che gli statunitensi seguono non consente un cambio di atteggiamento verso il regime del Presidente Assad, rendendo impossibile l’attuazione del piano russo. Ha detto che Washington aveva “ricevuto l’ordine di rovesciare Assad” e “uno di tali ‘clienti’ è l’Arabia Saudita“. Quindi, secondo Satanovskij, un importante passo avanti sulla Siria non va previsto. L’analista ritiene che anche la crescente minaccia del SIIL non avrà un impatto sulla strategia degli Stati Uniti verso il regime al potere in Siria, dato che le attività del SIIL non minacciano direttamente gli interessi degli Stati Uniti.

Aiuto all’opposizione ‘moderata’ siriana
Nonostante gli appelli di Mosca, è ormai chiaro che Washington in realtà inasprisce la posizione contro il regime di Assad. Ora gli Stati Uniti difenderanno militarmente l’opposizione “moderata” siriana, che ha addestrato, in caso di attacchi non solo da parte del SIIL, ma anche delle truppe governative siriane. Secondo un annuncio del Pentagono del 3 agosto, “supporto difensivo” è stato fornito il 31 luglio. Gli obiettivi di tale “supporto” ai militanti erano collegati all’organizzazione estremista di al-Qaida Jabhat al-Nusra. Secondo il Pentagono il “tiro di sostegno” aereo sarà fornito “indipendentemente da chi attacca, (i militanti dell’opposizione “moderata” siriana) o da chi attaccano“. A Doha, Lavrov ha definito tale approccio illegale dal punto di vista del diritto internazionale, sottolineando come sia di ostacolo alla formazione di un fronte unito per contrastare il SIIL. Ha anche osservato che “la cosa più importante è che, finora come i fatti hanno dimostrato, la stragrande maggioranza dei cosiddetti militanti dell’opposizione “moderata”, addestrati nei Paesi vicini da istruttori militari statunitensi, è finita a combattere per gli estremisti“. “Non penso di poter scuotere la posizione degli Stati Uniti, ma non siamo d’accordo chiaramente su ciò“, ha concluso il ministro russo.

CCXYpCzVIAAjZZgIl SIIL mette la Turchia ai ferri corti con gli USA: Siria, NATO, curdi e il vero Stato canaglia
Ramazan Khalidov, Michiyo Tanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 4 agosto 2015

n_30132_4Il presidente della Turchia Erdogan va contro la corrente internazionale perché lui e il partito al potere si dedicano al contenimento dei curdi ad ogni costo. Inizialmente Erdogan, e diverse potenze del Golfo e occidentali, credevano che il governo della Siria sarebbe crollato. Tuttavia, il sogno settario ottomano e del Golfo è un totale fallimento ed ora la Turchia si concentra sulla questione curda dopo che il SIIL (Stato islamico – IS) non è riuscito a rimuovere i curdi dai confini turchi. Pertanto, l’obiettivo iniziale della Turchia viene sostituito dalla questione curda, mentre diversi Stati del Golfo sono ora innervositi dagli attacchi del SIIL a Quwayt e Arabia Saudita. Sin dall’inizio della crisi in Siria, appariva chiaro che diverse potenze del Golfo e della NATO credevano di poterne destabilizzare il governo. Infatti, le forze settarie affiliate ad al-Qaida s’intromisero grazie all’ingerenza delle potenze estere. Non sorprende che divenisse chiaro che il governo siriano resisteva nelle aree rappresentanti un mosaico religioso. Ciò in contrasto con le varie forze terroriste e settarie che perseguitano cristiani e minoranze come gli alawiti. Inoltre, i sunniti locali divennero primo obiettivo delle varie forze taqfire. Dopo tutto, SIIL e altre forze taqfire vogliono distruggere i sunniti locali per replicare le versioni sinistre di Arabia Saudita e Qatar. Nonostante ciò varie potenze del Golfo e della NATO continuano a sostenere la destabilizzazione della Siria. Tuttavia, con la realtà del domino che mina Iraq, Libia e altre nazioni, improvvisamente USA ed altri cercano di contenere le forze che hanno contribuito a scatenare, poiché la situazione è fuori controllo. Eppure, mentre il mondo è scioccato dalla depravazione totale di SiIL e altre forze settarie scatenate contro Siria e Iraq, lo stesso non avviene con il presidente Erdogan e le élite al potere in Turchia. Ciò significa che, nonostante USA e Turchia sembrino avvicinarsi nelle ultime settimane, in verità entrambi sono ancora ai ferri corti. Ahimè, le speranze di Erdogan di contenere i curdi nel nord della Siria e rovesciare il governo della Siria ora sembrano superate dalle alleate potenze della NATO ora fermamente concentrate sul SIIL. Monitor riporta “Turchia e Stati Uniti possono aver concordato l’uso della base aerea di Incirlik, presso Adana, contro lo Stato islamico in Siria, ma l’accordo sembra zoppicare, soprattutto sull’assistenza degli Stati Uniti ai combattimenti curdi in Siria. Tale problema irrisolto è considerato uno dei motivi per cui Incirlik non è ancora stata usata nelle operazioni della coalizione guidata dagli Stati Uniti, nonostante l’urgenza della lotta al SIIL e altri gruppi come Jabhat al-Nusra“. Secondo il governo della Turchia l’accordo di Incirlik non consente agli USA di sostenere le YPG (Unità di Protezione Popolare). Dopo tutto, la Turchia considera il contenimento dei curdi più importante di SIIL e altri gruppi taqfiri. Tuttavia, per gli USA l’obiettivo principale è il SIIL ed assistere rispettivamente i vari gruppi curdi in Iraq e Siria. Infatti, anche il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) è visto diversamente, date le condizioni prevalenti, perché aiuta le forze curde supportate dagli USA. Fonti indipendenti sul fiasco pericoloso tra USA e Turchia, affermano: “Anche se la controversia è risolta in ultima analisi, evidenzia la contraddizione della politica degli Stati Uniti: Washington collabora con il governo turco il cui obiettivo primario in Siria è evitare l’ulteriore espansione del territorio di PYD/YPG che si estende per 250 delle 550 miglia di confine tra Siria e Turchia. In sintesi, l’obiettivo di Ankara è l’esatto contrario di Washington e di poco diverso da quello del SIIL, in lotta per trattenere l’avanzata di PYD/YPG“. Dato che USA e Turchia hanno annunciato un presunto accordo, è chiaro che i curdi lo subiscono e non il SIIL. In Iraq aerei turchi bombardano il PKK sulle montagne Qandil e in altre zone del nord dell’Iraq. Inoltre, le forze di sicurezza interna della Turchia hanno arrestato soprattutto curdi e socialisti più che reprimere il SIIL. Allo stesso modo, i politici del HDP (Partito democratico del Popolo curdo) in Turchia affrontano la crescente ostilità dovuta agli intrighi di Erdogan e del partito al potere.
Dall’Armenia (Nagorno-Karabakh), a Cipro del nord, Egitto, Libia e Siria e altre nazioni afflitte dai jihadisti internazionali e ceceni in Russia meridionale e Siria, il vero paria internazionale appare la Turchia. Tuttavia, l’importanza della Turchia nella NATO e la vecchia guerra fredda fanno sì che s’ignori un accordo fatto in passato. Ma i tempi cambiano perché la Turchia è sempre più sotto esame. Pertanto, anche se le potenze alleate della NATO detestano parlare apertamente contro la Turchia, la questione curda comporterà ulteriori fratture con le élite politiche di Ankara.

KURDISTAN_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: Silenzio sullo Yemen, Gladio fiancheggia il terrorismo occidentale

sanaaTEHERAN (RADIO ITALIA IRIB) – Alessandro Lattanzio, saggista, redattore della Rivista Eurasia e’ stato intervistato dalla nostra Redazione sulle operazioni saudite contro lo Yemen. Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

La battaglia di al-Anbar in Iraq

Alessandro Lattanzio, 3/8/2015iraq-armyLa notizia più importante della seconda settimana di luglio 2015 era l’annuncio che la battaglia di Anbar cominciava. Dopo oltre un mese di ritardi, il governo iracheno annunciava l’avanzata su Ramadi e Falluja. Le forze di Baghdad avevano fatto rapidi progressi sgombrando cittadine e periferie, ma la vera battaglia iniziava una volta raggiunti il centro delle città. Lo Stato islamico rispondeva con una grande ondata di autobombe contro il centro del Paese. Se il governo liberava Anbar avrebbe imposto una svolta alla guerra. Ci furono 140 scontri dall’8 al 14 luglio 2015, meno dei 162 della settimana prima. Fino a luglio vi erano stati in media 21,5 attacchi al giorno dal 20 giugno. Baghdad è stata la provincia più violenta con 53 attacchi, seguita da Anbar con 32 e Salahudin con 20, al centro dei combattimenti nel Paese, e poi Diyala e Niniwa con 12, 5 a Babil, 4 a Kirkuk e 1 a Bassora e Wasit. Tali scontri causarono 436 morti e 725 feriti. I caduti comprendevano 1 miliziano della Sahwa, 12 della Hashd, 110 militari delle forze di sicurezza irachene (ISF) e 261 civili. I feriti furono 10 miliziani della Hashd, 45 militari e 525 civili. Baghdad era anche la provincia più colpita con 140 decessi, quindi 100 ad Anbar, 65 a Salahudin, 54 a Niniwa, 19 a Diyala, 4 a Babil, e 1 ciascuno a Bassora e Wasit. Lo Stato Islamico aveva aumentato l’uso di autobombe (VBIED). 16 furono usate la prima settimana di luglio mentre altre 32 furono distrutte dalle ISF, quindi 26 la seconda settimana assieme a 36 distrutte. L’obiettivo principale era Anbar, dove cercava di respingere l’offensiva del governo utilizzando tali tipi di attacchi; qui ci furono 17 autobombe esplose e altre 26 distrutte. Quindi 7 a Baghdad, dove continuava la campagna terroristica contro i civili. Infine 1 a Baiji e a Salahudin dove Baghdad proseguiva altre operazioni, mentre altre 9 autobombe furono distrutte. Il 15-21 luglio si avevano 109 attentati in Iraq, a Baghdad se ne registravano 39, 23 ad Anbar, 18 a Salahudin, 12 a Niniwa, 10 a Diyala, 4 a Babil, 2 a Bassora e 1 a Kirkuk, causando 359 morti e 597 feriti, tra cui 1 Peshmerga, 10 miliziani Sahwa e 28 di Hashd al-Shabi, 44 militari iracheni (ISF) e 276 civili; i feriti erano 8 Peshmerga, 14 miliziani Sahwa e 42 della Hashd, 46 militari e 487 civili. A Baghdad ci furono 53 attentati, tra cui 2 autobombe, 2 attentatori suicidi e 7 IED, lasciando 39 morti e 108 feriti. 4024 militari, peshmerga e civili furono feriti dal giugno 2014 al giugno 2015. Le vittime erano dovute soprattutto agli attentati con autobombe (9 in tutto); un’autobomba il 17 luglio a Qan Bani Saad, Diyala, uccise 130 civili e ne ferì 155, ed altre, il 21 luglio, uccisero 39 civili e ne ferirono 83 a Baghdad, Diyala e Salahudin. Nei primi 21 giorni di luglio 51 autobombe esplosero e altre 78 furono distrutte dalle forze irachene.
CBbbRycUMAEcT8EAnbar era stata l’obiettivo principale dello Stato Islamico nel 2015 e il governo finalmente riconosceva la necessità di una piena attenzione. Baghdad liberava Garma ad est di Falluja, dopo due mesi di combattimenti, circondando Falluja ed occupandone la periferia nelle ultime settimane. All’inizio di luglio, ISF, Hashd e tribù avviavano i preparativi per liberare Ramadi e Falluja, liberando a metà giugno Saqlawiya e Qalidya sulla strada tra Ramadi e Falluja. Habaniya, che si trova su quell’asse, ospita una base militare degli Stati Uniti probabilmente usata come punto di partenza per alcuni degli attentati del SIIL. Il 13 luglio fu annunciato ufficialmente l’avvio dell’operazione per Ramadi e Falluja. Invece l leader dell’Organizzazione Badr Hadi Amari dichiarava che la campagna sarebbe partita il 21 luglio. Sebbene 10000 militari di ISF e miliziani della Hashd e delle tribù vi partecipavano, in realtà erano meno delle unità impiegate nella battaglia per Tiqrit, che coinvolse il triplo dei combattenti. Comunque il governo iracheno annunciava subito la liberazione di diverse cittadine e l’entrata nelle periferie di Ramadi e Falluja. Il SIIL non può fermare queste forze travolgenti, ma può prolungare le operazioni e causare gravi perdite come a Tiqrit. Falluja è stata sotto il controllo dei terroristi per più di un anno e mezzo, mentre Ramadi fu presa due mesi fa, quindi c’è stato tempo per costruire le difese. D’altra parte, le ISF nell’operazione dovrebbero disporre del sostegno aereo degli Stati Uniti, come a Tiqrit. Se il SIIL viene cacciato da Ramadi e Falluja, subirebbe una grave sconfitta, essendo l’Anbar sua base principale e unica provincia in cui continuava a guadagnare terreno. Mentre la guerra arrivava nell’Anbar, aumentavano gli attentati a Baghdad. Nella seconda settimana di luglio ci furono 1 attentato suicida, 6 con bombe, 28 con IED, 1 suicida con autobomba e 6 autobombe. I quartieri sud ed est erano i principali obiettivi, ma il SIIL dimostrava la capacità di colpire qualsiasi parte della capitale, nonostante il primo ministro Haydar al-Abadi avesse inviato sempre più forze a Baghdad. A Niniwa, quasi tutte le vittime erano dovute alle esecuzioni del SIIL, mentre l’organizzazione continuava a sondare le linee curde. Nel periodo 8-14 luglio, 38 persone furono uccise dal SIIL e una fossa comune fu scoperta con 9 vittime. Agli attacchi aerei della coalizione furono attribuiti altri 15 morti e 7 feriti in tre città. Infine tre attentati furono effettuati contro i peshmerga a Sinjar, Bashiqa e Gabara, sulla prima linea formata da trincee e fortificazioni, ma ciò non impediva al SIIL di colpire i peshmerga ogni settimana. Infine, la lotta per riprendere Baiji e la raffineria continuava. Originariamente l’area fu attaccata come diversivo per l’assalto su Ramadi, dopo di ché fu occupata per due mesi. Ora il SIIL continuava gli attentati in tutta la provincia per fare pressione sul governo. Tale quadro cambierà con l’operazione nell’Anbar, dove il 16 luglio la polizia federale irachena eliminava 22 terroristi e gli attacchi aerei iracheni ne eliminavano altri 160 tra Hasiba, Qalidiya e Ramadi. Sempre a Ramadi, il 17 luglio, i raid aerei dell’aeronautica irachena eliminavano altri 57 terroristi del SIIL, “Gli attacchi aerei iracheni contro i nascondigli dei militanti del SIIL nelle aree circostanti e alla periferia di Qalidiya e Ramadi hanno ucciso e ferito numerosi terroristi e distrutto un grande deposito di autobombe“, dichiarava il Ministero della Difesa iracheno. Ma sempre il 17 luglio, un’autobomba del SIIL con quasi tre tonnellate di esplosivo uccideva 120 persone e ne feriva 170 nel mercato di Qan Bani Sad, nella provincia di Diyala.
CGZ9p3kXIAA1oqn Nell’Anbar, comunque, i capi del SIIL di Falluja iniziavano a fuggire in Turchia mentre le forze irachene avanzavano sulla città. Secondo Abdulrahman al-Namrawi, a capo del consiglio locale di Falluja, i capi dei terroristi erano fuggiti in Turchia passando da Ramadi, capoluogo dell’Anbar, e dalla Siria. Anche Falah al-Isawi, vicecapo del consiglio provinciale dell’Anbar, confermava che i capi del SIIL erano fuggiti e che i capi locali taqfiriti trattavano con le forze irachene. Nel frattempo le Forze popolari dell’Iraq abbattevano sempre a Falluja un drone da ricognizione del SIIL di fabbricazione israeliana. Nell’agosto 2014 un drone israeliano ‘Hermes‘ fu abbattuto presso l’aeroporto di Baghdad, dove personale della sicurezza dell’ambasciata degli Stati Uniti si precipitava per raccoglierne i resti, e un altro drone israeliano dello stesso modello fu abbattuto dalle truppe irachene nel centro dell’Iraq. Questa era la terza perdita di drone dall’esercito israeliano in un mese. Un ex-militare statunitense aveva detto che gli iraniani hanno fornito tecnologia e sistemi a diversi Paesi della regione permettendogli di abbattere diversi droni dell’esercito israeliano. “Quindi le IDF decidevano di sospendere le missioni dei droni Hermes su Iran, Iraq, Siria, Palestina e Libano“. Pochi giorni prima il IRGC iraniano aveva abbattuto un drone stealth israeliano presso l’impianto nucleare di Natanz, in Iran, e nel dicembre 2014 la Siria abbatteva un drone spia israeliano Skylark I, prodotto dalla Elbit Systems Company, su Hadar presso Qunaytra, e a luglio ‘precipitava’ un altro drone israeliano in Libano. Nel frattempo, l’Estonia inviava al governo iracheno 12 mortai da 120mm, 140 mitragliatrici RPD, 110 fucili d’assalto Type 56 fabbricati in Romania e 230 pistole TT con 21000 cartucce. Il “governo estone ha risposto alla richiesta di aiuto irachena inviando armi e munizioni vecchie… che non soddisfano gli standard della NATO e non sono utilizzate dalle forze di difesa estoni“, riferiva il Ministero della Difesa estone. Le armi estoni furono consegnate all’Iraq dall’US CENTCOM, che consegnava a Baghdad anche i primi aviogetti da combattimento statunitensi F-16. Infine il Ministro della Difesa iracheno Qalid al-Ubaydi dichiarava “La guerra che conduciamo non è tradizionale. … Il nostro nemico cambia tattica ogni mese, ogni giorno, e abbiamo bisogno di armi adeguate per rispondere. Nelle battaglie che combattiamo ora le armi russe si sono dimostrate essere le migliori. So che gli statunitensi non possono fornircele“. Al-Ubaydi continuava affermando che gli statunitensi non vanno bene quando vi è “una guerra di logoramento” in cui l’Iraq ha bisogno di grandi quantità di aiuti militari, elogiando la collaborazione e la disponibilità di Mosca nel fornire piena assistenza all’Iraq.
CKcVYhrUYAAYLa6 Il Comandante delle Forze Basij dell’Iran Generale di Brigata Mohammad Reza Naqdi dichiarava che Stati Uniti ed Israele fornivano intelligence e supporto logistico al SIIL. “Il centro teorico ed ideologico dello Stato Islamico è ad Haifa (Israele) e il suo comando regionale è l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad“, affermava Naqdi in un messaggio di cordoglio per il martirio del comandante delle operazioni dell’Organizzazione Badr dell’Iraq, Abu Muntazar al-Muhamadawi, caduto in combattimento presso Falluja. “Gli Stati Uniti hanno creato e armato il gruppo terrorista del SIIL con l’aiuto malvagio di Gran Bretagna, regime infanticida sionista e dei petrodollari dei Paesi petroliferi, ordinandogli di commettere stragi contro sciiti e sunniti e disturbarne la pace con il pretesto della guerra settaria“, aveva detto nel 2014. “Il risultato delle azioni di questi terroristi in Siria non ha precedenti, spingendo l’alta affluenza della popolazione nelle elezioni presidenziali del Paese, dimostrando per l’ennesima volta l’inefficienza delle armi e la vittoria del movimento di resistenza contro l’arroganza globale”. Ad ulteriore conferma delle parole del Generale Naqdi, l’esercito e le forze popolari iracheni continuavano le operazioni contro i terroristi nella provincia di Anbar, nonostante la richiesta dal presidente dello Stato Maggiore Riunito degli USA, Generale Martin Dempsey, di sospendere le operazioni contro il SIIL con il pretesto che la battaglia era diventata una sorta guerra di logoramento. Dempsey voleva sminuire il ruolo delle forze popolari nella lotta contro gli islamisti del SIIL. Intanto a Tiqrit, “Le forze di sicurezza irachene arrestavano il governatore dello Stato islamico Abas al-Azawi, che insieme alla moglie stava fuggendo dalla regione“, dichiarava il comandante della 17.ma Brigata dell’esercito iracheno, Brigadiere Muad Baday.
Il 25 luglio, la 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno, in collaborazione con Hashd al-Shabi, Liwa al-Badr e milizie locali, liberava l’Università di al-Anbar a Ramadi dopo pesanti scontri contro lo Stato Islamico. A Falluja le forze armate irachene eliminavano decine di terroristi e distruggevano mezza dozzina di loro blindati. Il 26 luglio, sempre a Falluja, una donna si faceva esplodere tra i terroristi del SIIL, uccidendone 23 e ferendone 17. Una nuova offensiva veniva avviata il 21 luglio su Albu Hayat e Haditha, a 70 km a nordovest di Ramadi, per tagliare le linee di rifornimento della base islamista di Ayn Asad, tra Haditha e Ramadi. Il 29 luglio, le forze irachene liberavano Albu Dyab, a nord di Ramadi ed a Fallujah eliminavano Ibrahim Jasam Fazah, responsabile delle finanze del SIIL. Anche il governatore del SIIL di Falluja Nufal al-Tiqriti e due suoi assistenti venivano eliminati da un raid dell’aeronautica irachena nella provincia di Anbar. Altri 93 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, Albu Jawari, Husaybah, Baiji ed al-Qaim. Il 1° agosto, presso Falluja, l’8.va Brigata delle ISF eliminava 25 terroristi del SIIL, ed altri 10 presso Ramadi.CK8qRZ8WIAEQ2LEIl Comandante del CGRI-FQ Qasim Sulaymaini incontrava a Baghdad il comandante della forza di mobilitazione popolare e leader del Qataib Jund al-Imam Abu Mahdi al-Muhandis. Notare in fondo le bandiere del Kurdistan e dell’Unione Patriottica del Kurdistan.

468392-56f2b632-c0d6-11e4-95d8-f89106057fd0Fonti:
Al-Masdar
Anàlisis Militares
Anàlisis Militares
FARS
FARS
FARS
Global Research
Musings on Iraq
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Sputnik
Sputnik
Sputnik
Sputnik
Uskowi on Iran
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Iraq.All.01

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