False Flag per cancellare i legami tra Erdogan e terroristi

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation 14/01/2016

12311077E’ il modo con cui il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha reagito all’attentato mortale a Istanbul, questa settimana, che suscita sospetti. Sospetti che ci sia molto più del semplice attentato terroristico islamista contro civili inermi. Per dirla senza mezzi termini: ad Erdogan era “necessaria” tale atrocità per cancellare le prove crescenti della collusione del suo regime col terrorismo e la stessa rete terroristica islamista sospettata dell’attentato a Istanbul. Tra sangue e carneficina, il suo regime ha rapidamente cercato di presentarsi internazionalmente come ulteriore vittima del barbaro terrorismo e combattente senza paura contro la rete terroristica dello Stato islamico. La Turchia era un po’ troppo imbarazzata, avvolgendosi nella bandiera emotiva della Francia dopo gli attacchi terroristici di Parigi di novembre. L’americano della Casa Bianca e il capo delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon se ne sono usciti con condanne degli “spregevoli” omicidi ad Istanbul promettendo solidarietà allo Stato turco contro il terrorismo. Erdogan e il suo primo ministro Ahmet Davutoglu hanno risposto immediatamente, separatamente ma con lo stesso discorso, sostenendo che l’atrocità era la prova che la Turchia è in “prima linea nella lotta al terrorismo”. “Nessuno dovrebbe dubitare della nostra determinazione a sconfiggere i terroristi dello Stato islamico”, ha detto ai giornalisti Erdogan. Le sue gravi e dure dichiarazioni antiterrorismo furono riprese da Davutoglu. Tuttavia, come William Shakespeare disse: “Tu protesti troppo!”, cioè la retorica artificiosa suggerisce scopi reconditi. Il governo di Erdogan ha reagito con sospetta puntualità all’attentato nel quartiere storico d’Istanbul che aveva ucciso almeno 10 turisti tedeschi. Poche ore dopo l’attentato, le autorità turche definivano il kamikaze come un 28enne siriano nato in Arabia Saudita. Il governo turco ha detto che era un membro del gruppo terroristico dello Stato Islamico (IS). Ma anche diverse ore più tardi, alcun gruppo aveva rivendicato l’attentato. Ciò solleva domande su chi l’abbia effettuato. Sicuramente lo SIIL sarebbe molto felice di assumersene la paternità, con titoli internazionali, come fa di solito con tali atrocità? Perché il gruppo sembra non saperne nulla immediatamente dopo? Se fosse stato un vero attentato terroristico contro i servizi di sicurezza dello Stato turco, come mai le autorità turche furono così rapide nell’identificare il presunto attentatore suicida? In un “normale” attentato, le autorità sarebbero state colte alla sprovvista e avrebbero impiegato diversi giorni prima di capire chi fosse stato a compierlo. Non in questo caso. Il governo Erdogan ha scoperto immediatamente non solo il presunto gruppo responsabile (SIIL), ma anche il presunto autore. Una abbastanza sorprendente efficienza inquisitoria, se si accetta alla lettera la versione ufficiale. In ogni caso, l’accettazione della versione del governo Erdogan sarebbe anche estremamente ingenua. L’intelligence militare turca, MIT, s’è già dimostrata in molti casi precedenti, collegata intimamente ai gruppi terroristici islamici in guerra con la Siria.
Può Dundar, redattore di Cumhuriyet, subire l’ergastolo perché il suo giornale denunciò le armi inviate dal MIT ai gruppi terroristici in Siria. Il deputato turco Eren Erdem all’inizio di quest’anno fece delle affermazioni credibili sul governo Erdogan che avrebbe insabbiato l’indagine sulla fornitura di armi chimiche ai terroristi dello Stato islamico da parte del MIT; le armi chimiche probabilmente furono utilizzate per la strage di cittadini siriani nel sobborgo di Damasco del Ghuta orientale, nell’agosto 2013. La ricognizione aerea russa negli ultimi mesi ha dimostrato in maniera inconfutabile le dimensioni industriali del contrabbando di petrolio dei terroristi dello SIIL verso la Turchia, con collegamenti credibili del racket che arrivano allo Stato turco, e in particolare alle imprese della famiglia Erdogan. Anche i precedenti attentati contro cittadini turchi in Turchia coinvolsero le operazioni sporche del regime Erdogan. Quando più di 100 sostenitori dei diritti curdi furono uccisi in un attentato a una manifestazione pacifica ad Ankara, lo scorso ottobre, gruppi curdi accusarono gli agenti turchi di aver compiuto di nascosto la strage. Affermazioni simili sul terrorismo di Stato contro i gruppi politici curdi furono fatte dopo gli attentati mortali di Suruc e Diyarbakir, l’anno scorso. Un attentato mortale nella città di confine turca Reyhanli, nel maggio 2013, che uccise più di 40 presone, fu nuovamente attribuito ad agenti turchi che cercavano d’incolparne il governo siriano, nel tentativo di escogitare un casus belli per l’invasione militare turca della Siria. Il premier turco Ahmet Davutoglu fu scoperto, nei nastri audio trapelati, a parlare di tali false flag del regime in incontri privati con quadri del partito. Nelle ultime settimane le autorità turche hanno fatto affermazioni altisonanti di come avevano sventato complotti terroristici nel Paese, sostenendo di aver fermato attentatori suicidi dello SIIL. È impossibile verificare queste affermazioni ufficiali perché il regime di Erdogan ha imposto un grave giro di vite sui giornalisti indipendenti. Ma un modo ragionevole di valutare le dichiarazioni ufficiali è che le autorità turche abbiano preparato l’attentato, come sembra sia accaduto questa settimana con l’attentato di Istanbul. E la reazione rapida del governo di Erdogan abilmente intensifica le affermazioni di essere vittima del terrorismo dello SIIL e, quindi, avere rapidamente simpatia e appoggio da Casa Bianca e Nazioni Unite.
La tempistica è importante per una corretta comprensione. Erdogan, Davutoglu e il partito Giustizia e Sviluppo sono stati denunciati negli ultimi mesi dall’intervento militare della Russia in Siria come stretti sostenitori del terrorismo in Siria. I media occidentali hanno trattato le rivelazioni con indifferenza istupidita. Tuttavia, le rivelazioni sono un atto d’accusa sconvolgente sull’illegalità dello Stato turco, membro della NATO e aspirante membro dell’Unione europea. Il regime Erdogan è diventato sinonimo di terrorismo di Stato, contrabbando di armi in Siria, e in particolare di collusioni con gruppi terroristici islamici come lo SIIL. (L’Arabia Saudita viene anch’essa denunciata come Stato canaglia). Cosa c’è di meglio allora, dal punto di vista di Erdogan, che un’atrocità dello SIIL a Istanbul, uccidendo turisti stranieri in modo che il suo regime avanzi successivamente la pretesa di essere “nemico dello SIIL” e di “difendersi dal terrorismo”. Tuttavia, secondo uno scenario alternativo, e più realistico: il regime Erdogan conosceva l’identità del terrorista perché coopera con essi; e le autorità turche permisero l’attentato per proprie ragioni politiche egoistiche, dopo la scottatura della reputazione internazionale macchiata, ed essere quindi vista come “vittima del terrorismo”.1030968193La ripubblicazione è accolta in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Trono di Spade saudita

MK Bhadrakumar Indian Punchline 8 gennaio 2016nimr_al_nimr_clrigo_ejecutadoLe interpretazioni dell’assassinio del noto, a livello internazionale, religioso sciita shaiq Nimr al-Nimr in Arabia Saudita sono molteplici. Un orribile errore di giudizio di re Salman o un piano attentamente studiato per forzare la riluttante amministrazione Obama a frenare i rapporti tra Stati Uniti e Iran o “tribolazioni del tempo… non una battaglia isolata ma l’inizio di una campagna” (Papa Francesco)? La gamma delle interpretazioni è molto ampia, dall’errore umano alla fine del mondo. Vi è infatti la splendida possibile interpretazione che Salman abbia cercato di provocare la guerra con l’Iran (qui).
In un’intervista rivelatrice a The Economist, il viceprincipe ereditario Muhamad bin Salman, ampiamente considerato l’eminenza grigia del trono, ha sostenuto che:
– La procedura prevista dalla legge ha semplicemente seguito il suo corso, con l’esecuzione di 47 terroristi condannati, tra cui il religioso sciita.
– L’esecuzione non dovrebbe riguardare l’Iran, perché il religioso era un cittadino saudita.
– La decisione d’interrompere i rapporti diplomatici è una mossa preventiva per evitare un’ulteriore escalation.
– L’Iran ha intensificato le tensioni di molto, mentre i sauditi semplicemente reagiscono.
– Una guerra con l’Iran è fuori questione.
Tuttavia, la linea di fondo è che shaiq al-Nimr era in carcere dal 2012, e nel braccio della morte dal 2014. Allora, perché adesso? MbS è stato evasivo su questo punto. Nello stesso modo, 47 persone sono state giustiziate, tra cui 43 membri di al-Qaida, più shaiq al-Nimr e 3 altri sciiti, cioè 43 sunniti e 4 sciiti. Qualcuno a Riyadh ha utilizzato il pallottoliere, di sicuro. Approssimativamente, 43 a 4 sembra essere il rapporto tra sunniti e sciiti nella popolazione saudita. Una coincidenza? Politicamente, l’esecuzione di 43 membri di al-Qaida senza dubbio trasmette un messaggio duro ai giovani sauditi sempre più attratti dal richiamo della ‘jihad’. Il regime saudita teme l’esistenziale minaccia islamista. Ma giustiziando simultaneamente 4 sciiti, tra cui il famoso sacerdote, il regime ha probabilmente placato la dirigenza wahabita. Allo stesso tempo è anche un tempestivo atto di forza, indicando che il regime è forte e prende decisioni dure. I regimi autocratici sentono il bisogno di dimostrare forza quando sono insicuri. Naturalmente, il regime saudita deve tenere lontano l’attenzione nazionale dalla grave sconfitta nella guerra in Yemen e trasmettere l’idea di forza. Ancora, il forte calo dei proventi del petrolio e conseguente deficit di bilancio hanno messo sotto pressione il regime saudita, ricorrendo a tagli della spesa. Il deficit di bilancio ha toccato i 100 miliardi di dollari nel 2015. Un rialzo dei prezzi del petrolio sembra improbabile. Il FMI ha avvertito che l’Arabia Saudita esaurirà i fondi in cinque anni, a meno che non tagli le spese. Chiaramente, i problemi esistenziali sono qui. Citando Luay al-Qatib del Brookings Doha Center, “Affinché il regno arrivi al suo centenario, deve adattarsi all’emergente nuovo Medio Oriente dove la politica regionale e l’ordine sociale sono cambiati drasticamente negli ultimi dieci anni… Comunque il vero moltiplicatore economico sarà legiferare una vera riforma integrando i disoccupati, che diverrebbero la punta del contrasto coi beneficiari dell’economia del regno… Trascurare l’effettiva integrazione dei giovani sauditi nel settore pubblico e soprattutto privato li radicalizzerebbe ulteriormente, minacciando alla fine la sicurezza nazionale o incoraggiandoli ad aderire ai gruppi radicali che possono destabilizzare ulteriormente la regione. Mettere gli affari esteri sopra le priorità interne del Regno; riforme politiche, sociali ed istituzionali a parole; finanziamento dei gruppi ribelli; esaurire le riserve valutarie in spedizioni militari e ignorare le esigenze delle generazioni future, sono tutte cose che l’Arabia Saudita non deve continuare a fare. Riyadh deve sottoporsi a un cambio di mentalità se vuole ritrarsi dal baratro che l’attende. I venti di cambiamento non possono più essere ignorati da Riyadh“. (Brookings)
Ora, le tensioni con l’Iran coincidono con l’annuncio importante, della scorsa settimana, della riorganizzazione della politica economica di Riyadh, comprese riforme politicamente sensibili. Una mera coincidenza? I commentatori occidentali sono convinti che l’Arabia Saudita aumenti le tensioni con l’Iran accentuando ulteriormente la spaccatura confessionale tra sunniti e sciiti nel mondo musulmano e mobilitando i Paesi sunniti sotto la sua leadership. Se è così, lo stratagemma non funziona. L’Ummah guarda gli eventi con disagio ed esasperazione, riluttante a schierarsi. (L’eccezione sono le oligarchie arabe del Golfo.) Egitto, Turchia, Pakistan, Indonesia guardano in silenzio o consigliano calma e riconciliazione. Il quotidiano governativo cinese China Daily ha scritto: “A giudicare dalle norme che disciplinano le relazioni internazionali, l’azione per danneggiare deliberatamente ambasciata di un Paese di certo causa una grave battuta d’arresto nei rapporti bilaterali. Ma non significa necessariamente che recidere i legami sia la risposta appropriata… Se la storia è uno specchio, l’Arabia Saudita sembra reagire esageratamente… Dopo tutto, Teheran non ha voluto l’incidente continuando ad inasprire ma reagendo rapidamente all’incidente“. Gli eventi escono dal Trono di Spade, lo sceneggiato fantasy intrigante e ricco di trame strane e meravigliose. Nell’intervista all’Economist, MbS dice: “Abbiamo una magnifica zona a nord di Jadah, tra le città di Umluj e Wuj, ci sono quasi 100 oasi e un atollo. La temperatura è ideale, cinque-sette gradi più fredda di Jadah. E’ una terra vergine, vi ho passato le ultime otto vacanze. Sono rimasto scioccato scoprendo qualcosa del genere in Arabia Saudita, e c’erano misure adottate per preservare questa terra, 300km per 200km. Questo è uno dei beni che dobbiamo rivalutare, e crediamo che sia un valore aggiunto diverso dai redditi statali. Abbiamo molte risorse non utilizzate“. Più semplice di così, MbS s’interessa della capacità dell’economia saudita di generare reddito non petrolifero alla luce della crisi economica incombente, privatizzando zone panoramiche nel vasto deserto della penisola arabica. Si legga la splendida intervista qui.Protesters carry pictures of Sheikh Nimr al-Nimr, who was executed along with others in Saudi Arabia, during a protest against his execution in front of the United Nations building in Beirut, LebanonTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le ragioni dell’assassinio dello Shayq al-Nimr

Ahmed Rajeev, South FrontBAHRAIN-DEMO-SAUDI-EXECUTIONL’Arabia Saudita ha giustiziato il massimo leader sciita, lo Shayq al-Nimr. Non è giustizia come afferma la Casa dei Saud. E oltre, una provocazione volta a condividere il potere con l’occidente nella geopolitica mediorientale.
Shayq Nimr al-Nimr era tra i più rispettati esponenti religiosi sciiti dell’Arabia Saudita, leader della comunità sciita di Qatif che chiedeva giustizia sociale, libertà politiche e civili, che riteneva non fossero considerati dall’apparato statale saudita. Era un ribelle per la Casa di Saud, la voce principale delle vittime dell’oppressione saudita nella provincia orientale sciita. Si mostrava coraggioso di fronte alle minacce di persecuzione violenta dalle autorità saudite. Il suo valore s’irradiava sul regno saudita e la comunità sciita mondiale. Così, la Casa dei Saud lo considerava una minaccia per il potere e la polizia infine lo ferì catturandolo nel 2012. Shayq Nimr sembrava uno strumento dei negoziati con l’Iran, dato che era religiosamente collegato alla filosofia dello Stato sciita. La Casa di Saud sostenne che era uno agente iraniano. Così, l’occidente in ritirata sa che l’esecuzione dello Shayq Nimr comporterebbe violente divisioni religiose e tribali nel Medio Oriente. E l’occidente vuole disperatamente tale escalation, per contrastare le attività del blocco alternativo nella regione. Dopo il fallimento del complotto occidentale e turco, l’occidente ora si appoggia sulla Casa dei Saud per raggiungere l’obiettivo regionale comune. La Casa dei Saud è uno degli alleati più fidati dell’occidente in Medio Oriente. Per contenere la progressiva avanzata dell’influenza regionale dell’Iran, l’occidente preferisce l’Arabia Saudita, che ha un’influenza religiosa e politica nella regione maggiore di Israele e Turchia assieme. Dato che l’Arabia Saudita è ricca, le è possibile acquistare armi occidentali e israeliane per le forze di ascari. Recentemente, Israele e Stati Uniti hanno venduto moderni equipaggiamenti militari all’Arabia Saudita. C’è l’indicazione on-line che l’esercito saudita abbia usato tali armi contro lo Yemen. Molte fazioni siriane ricevono fondi e armi dall’Arabia Saudita. Le guerre civili per procura si diffondono in Medio Oriente come una piaga. Potenze regionali come Israele, Turchia, Arabia Saudita e Iran giocano ruoli regionali nelle guerre per procura, sostenendo molte milizie. D’altra parte, l’occidente e il blocco Russia-Cina giocano a livello internazionale sostenendo diplomaticamente, politicamente e militarmente i partner regionali.
L’anno scorso, abbiamo visti molti eventi raccapriccianti, ma rivoluzionari, sulla scena geopolitica del Medio Oriente. Ora, con l’apertura del nuovo anno cristiano, la crisi del Medio Oriente promette altro sangue versato in terra araba. Così, lo scopo dell’assassinio dello Shayq al-Nimr è massimizzare i conflitti tra sciiti e sunniti in Medio Oriente e altrove. In tale caso, il mondo sunnita avrà il sostegno totale dell’occidente, e sul lato opposto il blocco russo-cinese continuerà a sostenere gli sciiti. Tale conflitto intra-religioso avrà meno effetto sui Paesi asiatici musulmani, poiché hanno altri mezzi per mantenere il tessuto sociale. Ma creerà significative divisioni culturali che potrebbero portare ad un futuro bagno di sangue. La polarizzazione ideologica e la conseguente violenza nella comunità musulmana saranno più visibili. L’occidente si ritira piantando mine politiche nel mondo fin dalla crisi strutturale. Abbiamo visto cose del genere quando l’impero inglese cadde; piantò mine politiche amplificando divisioni religiose e linguistiche nelle vecchie civiltà. Possiamo vederlo ora su scala possibilmente più ampia. L’intero Medio Oriente è ormai un campo minato politico. Le mine del Medio Oriente esplodono gradualmente da quando il blocco Russia-Cina è sceso in campo. Dall’apparizione dei russi sulla scena mediorientale, queste mine politiche si svelano, assieme al complotto geopolitico occidentale per l’oppressione atroce della regione. Tale piano occidentale, per contenere in Medio Oriente l’Iran, ha aperto la via alla repressione degli sciiti nella regione. La dottrina wahhabita promossa da Arabia Saudita e occidente distrugge la stabilità multiculturale della regione. L’intento principale è dividere la terra araba il più possibile per prendere il pieno controllo, anche se indiretto, di rotte commerciali del petrolio e dell’approvvigionamento energetico. Dato che l’occidente cercherà d’intensificare le violenze in Medio Oriente, è il momento per il blocco alternativo di creare un equilibrio di potere rafforzando l’Iran. La partnership strategica tra Cina, Iran e Russia può svolgere un ruolo fondamentale sul futuro economico e geopolitico in Medio Oriente e non solo. Ma per giocare un ruolo di lunga durata nel processo di pace e nella stabilità in Medio Oriente, è giunto il momento per l’Iran di dotarsi di armi nucleari. Solo un Iran dotato di armi nucleari, creando l’equilibrio di potere regionale, può porre fine all’attuale crisi in Medio Oriente. Un Iran nucleare può generare la piattaforma dove pace e stabilità possono essere facilmente promosse. Quindi, una solida, potente, stabile piattaforma politica e diplomatica, incentrata sull’Iran, sarà centrale per la grande rotta commerciale dell’Unione Eurasiatica.map-of-turkey-syria-iraq-iran-jpgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Che noia! I sauditi e i loro inutili alleati rompono con l’Iran, che domina

Ziad Fadil, Syrian Perspective 4/1/2015

IMG_03282_zpsa3rmm6jzIl popolo iraniano ha smesso di attaccare le ambasciate. Non è un modo accettabile di protestare. Non dico che non si possa dimostrare di fronte a un’ambasciata sul suolo del proprio Paese circondandola di epiteti e una valanga di insulti, ma non va presa l’abitudine di bruciare ambasciate o prenderne in ostaggio il personale. Nel gergo degli esperti di diritto internazionale, l’ambasciata è costruita su terreni acquistati dal Paese che rappresenta ed è protetta da una miriade di trattati, il cui più importante è l’articolo 31 della Convenzione di Vienna. Il terreno diplomatico è destinato a essere sacrosanto. Chiedete a Julian Assange a tale proposito. Se il consolato ecuadoriano a Londra non godesse di questo rispetto, David Cameron, che non è estraneo a crimini e “servilismi”, l’avrebbe invasa sequestrando Assange per consegnarlo alle persecuzioni dei mandanti primi del tiranno inglese, gli statunitensi. Balzando al novembre 1979, ero al mio secondo anno di legge, e non appena presi il libro di testo di Gunther sul Diritto Costituzionale sentì che l’ambasciata statunitense a Teheran era stata invasa da un gruppo di sostenitori di Khomeini che ne prese in ostaggio il personale per circa 444 giorni. Questo non migliorò l’immagine degli iraniani e della loro rivoluzione, e non è che non sapessi delle ragioni della loro opposizione furiosa agli Stati Uniti; era il momento della rivolta. Gli Stati Uniti erano complici della monarchia Pahlavi, lo Shah, che torturava chi protestava contro il suo dominio autocratico e filo-occidentale. Punivano la Savak per gli innumerevoli violazioni del diritto umanitario, la gestione della prigione di Evin, così famosa da evoca immagini non diverse da quelle di Lubjanka, Andersonville o anche Isola del Diavolo. So che lo spionaggio fiorisce sotto la cupola protettiva della diplomazia. Le ambasciate hanno spie “legali”, protette dall’immunità diplomatica al contrario degli “illegali” che si assumono i rischi del mestiere. Vi sono addetti militari e commerciali, questi ultimi a volte col compito di rubare la tecnologia o scoprire le mosse aggressive di una nazione concorrente. Ma lo status diplomatico è esattamente questo e l’Iran ne ha accettato i protocolli che difendono l’esistenza di tali legazioni sul proprio territorio. A loro credito, gli iraniani hanno agito responsabilmente arrestando più di 30 teppisti che hanno incendiato l’ambasciata saudita, ed hanno invitato alla calma, mentre la rabbia dilaga nella regione per l’esecuzione insensata e barbarica dai wahabiti di Shayq Nimr Baqir al-Nimr, insieme a altre 46 persone, per lo più terroristi accusati presumibilmente di appartenente ad al-Qaida. Ma come possiamo mai sapere chi sia colpevole quando il governo saudita dirige un sistema giudiziario da clan di neanderthaliani; i “giudici” si basano sul diritto canonico dell’Islam, la shariah, mai codificata da nessuno e che resisterebbe a qualsiasi tipo di uniformità? Ma ora dobbiamo discutere delle ripercussioni della rottura delle relazioni di Arabia Saudita, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti e Sudan con l’Iran. Cosa presagisce ciò per la regione? La risposta è “niente”.
Brutalmente sinceri, questa può essere la migliore di tutte le possibili conclusioni della triste storia dei rapporti tra una razza di scimmie volte a dimostrare al mondo la semplice affermazione che pigrizia, indolenza, ignoranza e assoluta vacuità intellettuale siano la via al Paradiso, e una civiltà come quella iraniana intrecciata di genio, coerenza e conquiste. Dalla discesa disastrosa dell’Arabia Saudita nell’abisso dell’eresia wahabita, non vi è stata fiaccola che illuminasse tali trogloditi irriducibili a serpeggiare nell’intricato labirinto intestinale delle tenebre per, infine attraverso uno stretto sfintere, tendere alla soglia dei Lumi. Sarebbe bene che l’Iran mantenga il virus del culto wahabita lontano o rischia di esserne infettato. L’Arabia Saudita non può permettersi un’altra guerra, mentre l’invasione criminale dello Yemen continua senza alcuna idea di un fine, e mentre la sua virulenta alleanza coi terroristi più terrificanti del mondo continua in Siria e Iraq. Non può nemmeno permettersi un’altra guerra, perché non ne ha i mezzi, né i mercenari per condurla. No, il Pakistan non viene in suo soccorso. E neanche gli Stati Uniti faranno sortite sul Khuzistan per mettere fuori uso il massiccio arsenale missilistico iraniano. Oh, e i francesi avranno la loro sola patetica portaerei nel Golfo, la Charles De Gaulle, affondata in sessanta secondi dai missili antinave iraniani. No, temo che i sauditi non possano contarci per nulla, e che la loro fine, come culto di morte e nichilismo, sia fin troppo imminente. Credono veramente che combattere l’Iran sarà come combattere lo Yemen? Ma come dice la canzone “Cerca il lato positivo”, dovremmo crogiolarci nel bagliore di un futuro privo di leggi che privino le donne del privilegio di guidare un’auto o di viaggiare senza l’accompagnamento dei fratelli; dove i cristiani non possano costruire una chiesa; dove Ziad non possa sedersi in un bar per un whisky single malt; dove non si possa nemmeno andare al cinema. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. E questi sono i migliori alleati degli USA!
danziger-saudi-witchcraft-execution1So che l’Iran non è molto diverso quando si tratta di abbigliamento delle donne. Eppure, in Iran, le donne frequentano regolarmente le università, guidano l’auto, vanno a teatro, viaggiano e fanno atletica nonostante le proteste di alcuni dei chierici più stizzosi del Paese. Le donne iraniane lavorano con gli uomini negli stessi uffici, indipendentemente dal carattere teocratico del governo, dal paternalismo globale e dai continui sospetti mediorientali per la concupiscenza incontrollabile degli esseri umani. L’Iran ha una struttura governativa costruita sui principi platonici filtrati dal pensiero di al-Farabi; le sue origini sono intellettuali, a differenza del manicheismo e delle preoccupazioni aride e piccole delle scimmie il cui unico credo è la strada per l’oasi più vicina. L’Arabia Saudita vuole iniziare una guerra settaria con l’Iran. Molti commentatori dei media alternativi liberali pensano che sia così. Ma cosa ne pensano i sunniti? I sunniti vogliono veramente una guerra con l’Iran? Non ho sentito l’Egitto chiedere la guerra. Non c’è alcun movimento di massa che chieda un risarcimento per l’incendio dell’ambasciata saudita. E’ tutto il contrario, la maggior parte degli studiosi sunniti denuncia l’esecuzione di Shayq Nimr, considerandola quale ennesimo eccessivo orgasmo saudita. Se i sauditi volevano migliorare le relazioni con l’Iran (che sfacciatamente negano), re Salman avrebbe perdonato lo Shayq, un gesto che avrebbe suscitato notevole adulazione a Teheran. Ma non l’ha fatto. Invece, l’ha condannato come un criminale comune e decapitato. L’Iran non ha proprio bisogno dell’Arabia Saudita, nemmeno all’OPEC. Se gli iraniani avessero avuto il disperato bisogno di aggiungere datteri alla dieta, ne avrebbero acquistato di migliori dall’Iraq. L’Arabia Saudita produce solo petrolio, che si trova nel Golfo Persico dove questi fastidiosi sciiti vivono e lavorano. Sarebbe utile per l’Iran lanciare 50 missili Sijil sugli impianti sauditi di Dhahran? O forse una sommossa per protestare contro la brutale esecuzione di Shayq Nimr, o forse una rivolta in Bahrayn dove i mercenari sauditi usano i loro migliori strumenti di morte. Da qualche parte, l’Iran sarà spinto a mostrarsi naturale difensore dello sciismo, e i sauditi non vogliono altro. I sauditi vivono in una trappola temporale, è come se fossero ancora negli anni cinquanta, con la potenza di fuoco statunitense pronta a salvarli da qualsiasi pericolo immaginabile. Vediamo. Al posto di Eisenhower c’è Obama, che non sopporta i sauditi e non vuole una guerra con l’Iran. I sauditi perdono e il popolo arabo vince.
Gli “esperti” fasulli sono presi dalla rottura dei rapporti tra Teheran e Riyadh. Non c’è davvero nulla da scrivere, se non si è alla disperata ricerca di un soggetto da usare per sfornare l’ennesimo articolo soporifero. Mi scuso perché scrivo del “nulla”, ovvero del risultato della frattura tra Iran e Arabia Saudita. Non perdeteci il sonno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le operazioni nello Yemen nel Novembre-Dicembre 2015

Alessandro Lattanzio, 5/1/2016

Rosso, forze yemenite; Verde, forze filo-saudite; Giallo, al-Qaida; Nero, Stato islamico.

Rosso, forze yemenite; Verde, forze filo-saudite; Giallo, al-Qaida; Nero, Stato islamico.

Il 22 novembre, l’esercito e le forze popolari yemeniti eliminavano, impiegando missili anticarro Konkurs, 4 carri armati Abrams e danneggiavano un altro veicolo corazzato dell’esercito saudita presso al-Rabua, nella provincia di Asir dell’Arabia Saudita. Nel frattempo, unità di artiglieria dell’esercito yemenita distruggevano altri 2 veicoli dell’esercito saudita nella base militare di Alib, nella provincia saudita di Najran. Le forze yemenite occupavano anche la base militare di al-Shabaqa, nella provincia di Zalah, dopo pesanti scontri con sudanesi e milizie filo-saudite. Il 25 novembre, Ansarullah bombardava la base saudita di al-Faridha, nel Jizan, le basi di Alib e al-Ash nel Najran, e occupava la base militare al-Shabaqa di al-Sharafa, nel Najran, catturandovi 3 carri armati Abrams. Ansarullah inoltre liberava Dabab, al-Qasarah e Ras al-Najd nella provincia di Taiz, eliminando 47 combattenti delle forze filo-saudite, e distruggendo 1 carro armato della coalizione filo-saudita ad al-Umari. 2 civili venivano uccisi in un attacco aereo saudita ad al-Rahidah, Taiz, e 18 militanti filo-sauditi, nella provincia di Shabwah, rimasero vittime dei radi aerei degli alleati sauditi. Il 26 novembre, esercito e comitati popolari yemeniti occupavano la base saudita di Nahuqah, nell’ovest del Najran, bombardavano la base saudita di al-Radif, nel Jizan, e di Rajala nel Najran, e distruggevano 1 veicolo saudita presso Rabuah. Il 27 novembre, attacchi aerei sauditi su al-Mashgah e al-Haqil, nella provincia di Sarwah, nel Marib, dove l’artiglieria yemenita bombardava le basi della coalizione filo-saudita. Il 28 novembre, Ansarullah distruggeva 3 mezzi militari sauditi nel distretto di Dhubat al-Rabuah, nell’Asir. Il 29 novembre, esercito e comitati popolari yemeniti occupavano le basi militari saudite di Malhama, al-Radif, al-Rabua e Nahuqa, distruggendo 2 carri armati Abrams, 3 blindati Bradley, 3 bulldozer, sequestrando almeno altri 10 autoveicoli militari e grandi quantità di armi ed equipaggiamenti militari, e liberavano i villaggi Mahdaf, Mamud, Radif, Faridha, Zabadi, Mazab e Musafiq eliminando diversi militari sauditi. A Misraq, nel Taiz, i filo-sauditi uccidevano 11 donne; due giorni prima, a Muza, avevano ucciso 12 civili e bombardato abitazioni civili a Qadir. Il 30 novembre, Ansarullah distruggeva 6 autoveicoli militari sauditi e eliminava 3 guardie saudite nel Jizan.
Saudi's army crumbling in Jizan (southern Saudi). Houthi fighters capture a Abrams tank 4 Il 1° dicembre, 11 civili venivano uccisi in un raid aereo saudita su al-Silu e al-Misraq, nel Taiz, e su al-Talah, nel Sada. Una guardia di confine saudita veniva eliminata nel Jizan dell’Arabia Saudita, mentre Ansar al-Sharia (al-Qaida) occupava Zinjibar e Jar nella provincia di Abyan. Il 3 dicembre, aerei sauditi bombardavano l’Istituto Tecnico di Hayfan, nella provincia di Taiz, uccidendo due civili, jabal al-Misraq, Azan, un centro medico a Qadir, fattorie ad al-Hanaysha e Dhubab, uccidendo un civile. Sharaf Luqman, portavoce dell’esercito yemenita, dichiarava che le operazioni delle forze yemenite progredivano rapidamente nel sud del Paese, “Le forze yemenite hanno inflitto pesanti perdite al nemico in Arabia Saudita. L’operazione militare per catturare altre basi militari dell’Arabia Saudita è in corso“. E secondo una fonte saudita nota come ‘Mujtahid‘, i sauditi avrebbero perso nella guerra yemenita 2000 soldati, 450 blindati e autoveicoli, 4 elicotteri Apache, 15 altri aeromobili, 3 navi e 200 miliardi di riyal. Il 4 dicembre le forze yemenite affondavano un’altra nave da guerra saudita al largo della provincia di Taiz. L’esercito yemenita distruggeva 1 carro armato Abrams saudita a Sirdah, nel Jizan, 1 blindato Bradley saudita a Rabuah, nell’Asir, e altri 2 carri armati sauditi furono distrutti dalle forze armate yemenite ad al-Qadra, nel Najran, provincia dell’Arabia Saudita confinante con la regione di al-Buqa dello Yemen. Il 5 dicembre, i sauditi bombardavano Sana, Mudam e Dhala. Nel quartiere di Mansura, ad Aden, un giudice del tribunale antiterrorismo e i suoi due figli venivano assassinati. In precedenza, un colonnello della polizia militare di Muala, sempre ad Aden, era stato assassinato. Il 6 dicembre, un’autobomba dello SIIL uccideva il governatore di Aden Jafar Sad assieme a 8 guardie del corpo. Sad era stato nominato governatore dall’ex-presidente Abdarabu Mansur Hadi, dopo diversi mesi di esilio a Riyadh. Nel frattempo s’intensificavano i contrasti tra Abdarabu Mansur Hadi e il suo primo ministro Qalid Bahah, sulla nomina dei ministri del Hizb al-Islah, il ramo yemenita dei Fratelli musulmani. Bahah, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, era profondamente contrariato da tale riavvicinamento tra Mansur Hadi, supportato da Riyadh, e i Fratelli mussulmani supportati da Doha e Ankara. Il 6 dicembre, numerosi soldati sauditi venivano eliminati dall’artiglieria di Ansarullah nelle basi militari saudite di Nahuqa, al-Ash, al-Shabaqah, Burj al-Abyad, al-Salah, al-Bahtit, al-Qarn e al-Manq. Il 7 dicembre, la Guardia Repubblicana dell’esercito yemenita e i comitati popolari occupavano la base militare di Radif, nel Jizan, eliminando diversi soldati sauditi e mercenari dei Paesi del Golfo, mentre nel Marib le forze yemenite riprendevano la base di Qufal della 312.ma Brigata. Ansar al-Sharia (al-Qaida) si scontrava con le forze di Mansur Hadi ad Aden e nel sud dello Yemen. La Guardia repubblicana dell’esercito yemenita eliminava il colonnello Arthur Kingston dell’esercito inglese, assieme ad un mercenario francese, al messicano Macias Baiknebah, all’argentino Ferdinando Lamos, a 6 colombiani e all’australiano Philip Stitman, tutti della compagnia paramilitare statunitense Blackwater e tutti eliminati negli scontri nella base di al-Umari, presso Taiz. Gli UAE avevano inviato 450 mercenari da Colombia, Panama, El Salvador e Cile nello Yemen. La coalizione saudita compiva 60 raid aerei sulla provincia di Marib e su Sarwah. L’8 dicembre, esercito e forze popolari yemeniti lanciavano missili Saqr sulle basi militari saudite nella provincia del Jizan, distruggendo le basi di Ayn al-Harah, al-Salah e al-Ramzah. Le forze yemenite colpivano diversi centri militari sauditi anche nella regione di al-Quba. Inoltre le forze yemenite catturavano numerose basi militari saudite nel Jizan, secondo il comandante dell’esercito yemenita Ibrahim Musa al-Hamdani, sequestrando mezzi pesanti e un grande deposito di armi e armamenti sauditi. Il 9 dicembre, presso Taiz, la Guardia repubblicana dell’esercito yemenita ed Ansarullah liberavano jabal Hayd al-Baqr, Dabin e Juraybah, raggiungendo le basi al-Arus e al-Shaqab e tagliando l’ultima linea dei rifornimenti dei filo-sauditi a Taiz. Il 10 dicembre, l’esercito e i comitati popolari yemeniti catturavano la base di al-Arus, sul jabal Hayd al-Baqr, tra Taiz e al-Lahj. Inoltre, esercito e comitati popolari yemeniti affondavano il mezzo da sbarco saudita Faysali al largo di al-Muqa, nella provincia di al-Hudayda, colpendolo con un missile che lo fece esplodere. La Guardia repubblicana dell’Esercito ed Ansarullah liberavano al-Sur, Mahjam, Wastah e Qadima, nella provincia del Jizan dell’Arabia Saudita, e bombardavano la regione di al-Jamaraq, nel Jizan, e le basi militari di jabal Hamar, al-Hazar e al-Sadis, nel Najran, eliminando decine di soldati sauditi. Le forze yemenite distruggevano anche 1 carro armato Abrams e 4 blindati Bradley sauditi presso la base militare di al-Muhdaf. L’11 dicembre, le forze della coalizione filo-saudita occupavano l’isola di Jazirat al-Hanish al-Qabir, nello Stretto di Bab al-Mandab. Aerei sauditi bombardavano forze alleate presso al-Marwan, uccidendo decine di soldati e distruggendo diversi autoveicoli, mentre Ansarullah distruggeva 1 carro armato presso la base militare saudita di al-Lahij. 1 caccia F-16 della coalizione saudita precipitava mentre cercava di atterrare nella base aerea di al-Anad. Il 12 dicembre, esercito e forze popolari yemeniti lanciavano i nuovi missili Qahir-I sulla base aerea saudita Qalid bin Abdulaziz, nella provincia di Asir, nel sud dell’Arabia Saudita.
CVUGje6WwAQEq21Il 13 dicembre l’esercito yemenita lanciava un missile Tochka sul comando saudita di al-Umari, nella provincia di Taiz, regione di Bab al-Mandab, distruggendo 3 elicotteri Apache, 40 autoveicoli, 12 blindati (5 della Blackwater) e 2 lanciamissili Patriot, ed eliminando 152 soldati e mercenari filo-sauditi, sauditi, emiroti e marocchini, tra cui i colonnelli degli EAU Sultan Muhamad bin Huaydan e Muhamad Ali al-Qutubi, il colonnello saudita Abdullah al-Sahyan, 23 soldati sauditi, 9 degli EAU, 15 marocchini e 42 mercenari della Blackwater. Le forze yemenite affondavano 2 imbarcazioni saudite al largo di al-Muqa, presso Bab al-Mandab. Il 14 dicembre, esercito e forze popolari yemeniti bombardavano le basi militari saudite nella provincia di Asir, Arabia Saudita, distruggendo il centro comando delle guardie di frontiera saudite e diversi edifici governativi sauditi ad al-Rabua, e sparando 52 razzi contro le regioni di Alab, al-Shaybani, al-Hazar e al-Thurayn nell’Asir, e un nuovo missile superficie-superficie Qahir-I sull’aeroporto di Jizan. Il 15 dicembre dieci civili venivano uccisi da un attacco aereo saudita su Harad, provincia di Hajah. Ansarullah bombardava la base militare di al-Qarsh, nel Sada, distruggendo 2 autoveicoli militari, e 2 basi militari saudite a Zabnah, nel Najran. Il 16 dicembre si avevano violenti scontri tra le tribù Abida e le truppe filo-saudite nella provincia di Marib, a Qashm al-Asuad. La tribù Abida catturava diversi blindati e respingeva i soldati sauditi. Il 18 dicembre, nel Governatorato di Marib, le forze yemenite lanciavano un missile Tochka distruggendo una base saudita, eliminando oltre 180 soldati della coalizione filo-saudita e distruggendo 2 elicotteri Apache, diversi veicoli blindati e un deposito di armi. Un attacco aereo saudita sui quartieri al-Qitaf, Baqim e Zahir di Sada uccideva 23 civili, tra cui una famiglia di quattro membri e personale medico. Il 19 dicembre, l’esercito yemenita colpiva con dei missili Qahir-I il valico di frontiera di al-Tawal con l’Arabia Saudita e una base delle forze speciali saudite nel Marib, distruggendo diversi elicotteri Apache, droni e blindati, ed eliminando oltre 200 soldati sauditi e sudanesi, oltre a 5 ufficiali degli EAU. Le forze yemenite bombardavano anche le basi militari saudite nelle provincie del Jizan e Najran. Il 20 dicembre, aerei sauditi lanciavano 40 missili sulle provincia di Sada, Hudaydah, Hajah e Sana, uccidendo almeno 11 civili, in concomitanza con il sesto giorno dei colloqui di pace in Svizzera “volti a stabilire un cessate il fuoco permanente e globale“, iniziati il 15 dicembre in una località segreta e mediati dall’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen Ismail Uld Shayq Ahmad. Oltre 85 miliziani filo-sauditi venivano eliminati da un terzo missile Qahir-I lanciato sulla base militare di al-Safar, nella provincia di Marib, distruggendo anche numerosi veicoli militari e un’unità di droni. La Guardia repubblicana yemenita, i comitati popolari ed Ansarullah catturavano la città di al-Qubah e i villaggi di Shabaqat e Mustahdath, nella regione del Jizan, in Arabia Saudita.
CWG7f_fWcAAxdWZ Il 21 dicembre, l’esercito bombardava la raffineria saudita dell’Aramco Oil Company nella provincia del Jizan impiegando missili balistici Qahir-I. Il Qahir-I è una versione superficie-superficie del missile antiaereo S-75, inoltre le forze yemenite bombardavano la regione saudita di al-Quba con più di 700 razzi e missili. Sette civili venivano uccisi da un attacco aereo saudita su al-Hudaydah. Ansarullah affondava l’11.ma imbarcazione saudita al largo di Muqa, nella provincia di Taiz. Il 22 dicembre, Ansarullah bombardava Qulal al-Shaybani, nel Jizan, distruggendo 1 veicolo militare saudita, e la base militare di al-Mahdhar, nella provincia dell’Asir. L’esercito yemenita eliminava 4 mercenari della Blackwater in una base militare nella provincia di Taiz, nella regione di Zubab, liberando il Jabal al-Jubah. “L’attacco yemenita ha eliminato l’ex-ufficiale della Marina inglese George William Castle, l’ex-ufficiale delle forze speciali inglesi Mark Judd Hart, lo statunitense Eshaq Bikark e il sudafricano Alfred Banoushka“, dichiarava la TV al-Masirah. Inoltre l’esercito yemenita bombardava la base militare saudita al-Faysal nella provincia di Asir nell’Arabia Saudita. Almeno sette civili venivano uccisi dal bombardamento aereo saudita su Safra, nella provincia di Sada, e altri due civili venivano uccisi dagli attacchi aerei sauditi su Bayhan, nella provincia di Shabwah. Il 23 dicembre, un gruppo delle ‘Forze di Resistenza dello Yemen meridionale’ assediava il palazzo di Mansur Hadi ad Aden, probabilmente su ordine degli Emirati Arabi Uniti, in contrasto con l’Arabia Saudita che sosteneva Hadi contro il primo ministro Qalid Bahah. Il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Muhamad bin Zayad, aveva incontrato ad Abu Dhabi i capi dello Yemen del sud, tra cui il salafita Hani bin Bariq. Tra Hadi e Bahah vi era in corso una faida da parecchi mesi, inaspritasi quando i funzionari sauditi sventarono un piano per sostituire l’ex-presidente con il premier, entrambi fuggiaschi in Arabia Saudita. Il 24 dicembre, il Generale di Brigata Sharaf Qalib Luqman, portavoce delle forze armate yemenite, annunciava che missili Tochka dell’esercito yemenita avevano colpito la base militare saudita ad al-Anad, nella provincia di Lahij. Il 25 dicembre, l’esercito yemenita assediava centinaia di soldati sauditi ed emiroti nella città di Jabal al-Asud, provincia orientale yemenita del Juf, e catturavano 130 soldati della coalizione saudita, tra cui 39 soldati e 9 ufficiali degli Emirati Arabi Uniti. Il 26 dicembre, l’esercito yemenita bombardava la base della Guardia nazionale dell’Arabia Saudita nella provincia del Najran, impiegando missili balistici Qahir-I. Il 28 dicembre, le forze yemenite affondavano un’imbarcazione saudite al largo di al-Muqa, nella provincia di Taiz. Il 28 dicembre, l’esercito yemenita colpiva con un missile Qahir-I la raffineria petrolifera dell’Aramco, nella provincia saudita del Jizan. Almeno 20 soldati sauditi venivano catturati il 29 dicembre da Ansarullah, sul Juf al-Marib, mentre liberava la base militare di al-Awa nella regione di al-Qarba, provincia di Taiz. Il 30 dicembre, l’esercito yemenita bombardava con 2 missili Qahir-I l’aeroporto e i depositi di petrolio di Abha, nella provincia saudita di Asir, e inoltre le forze yemenite attaccavano le posizioni saudite nella provincia del Jizan. La difesa aerea dell’esercito yemenita abbatteva 1 caccia F-16 della Bahrain Air Force su Quba, nel Jizan, in Arabia Saudita. Il 31 dicembre, esercito e forze popolari yemeniti bombardavano la base al-Umar, nella provincia di Taiz, eliminando 19 mercenari sudanesi e diversi miliziani filo-sauditi, e liberavano il jabal al-Sabr, regione montuosa che include Tal Hada, Tal Ashqab e Tal Arus. Nel Jizan, le forze yemenite bombardavano le posizioni saudite, eliminando 3 militari sauditi. Altri 11 soldati sauditi furono eliminati nella provincia di Jizan, ad al-Sawabatah, dal tiro della propria artiglieria. Dall’inizio delle operazioni militari contro lo Yemen, nel marzo 2015, almeno 80 militari sauditi furono eliminati nel territorio dell’Arabia Saudita.
Il 3 gennaio, la Guardia repubblicana dell’esercito yemenita ed Ansarullah occupavano i villaggi di Quba e Shabaqah, avanzando verso il jabal al-Dud e la città di Qarn, nella regione del Jizan, in Arabia Saudita.46670967_cachedDopo questa serie di sconfitte, Ryadh chiedeva un cessate il fuoco con lo Yemen, tentando di salvare la faccia dopo aver perso terreno nei confronti della Guardia Repubblicana dell’esercito yemenita e di Ansarullah, non solo nel sud dello Yemen, ma anche nella regione meridionale del Jizan dell’Arabia Saudita. Comunque i rappresentanti di Ansarullah non partecipavano ai colloqui di pace indetti in Svizzera, e dichiaravano che l’ONU non era capace di fermare l’aggressione saudita. In un’intervista a PressTV, un commentatore politico affermava che Arabia Saudita, Stati Uniti, Regno Unito e Francia avevano attaccato lo Yemen quando si resero conto che Ansarullah e i comitati popolari yemeniti avevano eliminato al-Qaida da Abyan, Shabwah, Lahij e Aden, mentre la coalizione filo-saudita favoriva al-Qaida, fornendole armi e autoveicoli Humvee, e non attaccava lo SIIL, che si muoveva liberamente nel sud. Intanto, però, i governanti sauditi si dividevano sulla guerra allo Yemen. Secondo un diplomatico occidentale, “Le differenze interne riguardano la decisione di porre fine o continuare la guerra contro lo Yemen”. Muhamad bin Salman voleva continuare la guerra, mentre Muhamad bin Nayaf vedeva nella guerra l’opportunità dell’ulteriore avanzata del terrorismo. Il 29 aprile, re Salman aveva nominato suo nipote, il viceprincipe ereditario e ministro degli Interni Muhamad bin Nayaf, nuovo erede. Anche il ministro degli Esteri saudita Saud al-Faysal fu sostituito dall’ambasciatore saudita a Washington Adil al-Jubayr. Secondo ‘Mujtahid’, un attivista politico saudita, Muhamad bin Salman cercando di diventare il prossimo re, aveva aperto centinaia di account twitter e reclutato molti impiegati per pubblicizzare la propria figura. Nel frattempo, il Quwayt decideva d’inviare un battaglione di artiglieria nello Yemen, per combattere contro Ansarullah.CWG6ZzkUAAAY_sBNote
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