Kurdistan iracheno, ennesima sconfitta petrolifera dell’Italia

Alessandro Lattanzio, 16/10/2017Il governo dell’Iraq aveva ordinato al governo del Kurdistan iracheno di Irbil di ritirare i pishmirga da Qirquq e dai sui campi petroliferi, oltre a recedere dal risultato del referendum sull’indipendenza del Kurdistan. “Gli Stati Uniti affermano che attraverso i loro canali lavorano con entrambe le parti per impedire la guerra, avendo capito che tale guerra rischia di porre fine all’intera faccenda curda, soprattutto se Iran, Iraq e Turchia combattono insieme contro i curdi. Pertanto, l’opzione ideale per gli Stati Uniti sarebbe la pacifica disintegrazione dell’Iraq. Ma Iran e Turchia hanno un’idea diverso”. L’Hashd al-Shabi cooperava con l’Esercito iracheno a Qirquq e l’Iran chiudeva i confini col Kurdistan iracheno, dopo il blocco parziale turco al Kurdistan. Turchia e Iran mantengono forti contingenti militari ai confini del Kurdistan. Incontrando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il Presidente iraniano Hassan Rouhani dichiarava che “Certi leader della regione del Kurdistan dell’Iraq hanno preso decisioni erronee che vanno corrette. Iran, Turchia e Iraq sono obbligati a prendere misure serie e necessarie“, sul referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Erdogan, a sua volta, aveva dichiarato che “Non esiste un Paese diverso da Israele che riconosca il referendum. Un referendum attuato assieme al Mossad non ha alcuna legittimità“. Una dichiarazione pubblicamente respinta dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, un passo insolito visto che Israele in genere non commenta le attività della sua agenzia spionistica. Anche il capo delle Forze Armate turche, Generale Hulusi Akar, visitava Teheran, “La cooperazione tra Iran, Turchia e Iraq creerà stabilità e sicurezza nella regione e bloccare le mosse secessioniste“, dichiarava il Ministro della Difesa iraniano Amir Hatami, durante i colloqui con Akar. Sul fronte economico, Rouhani e Erdogan, per compensare un probabile calo della produzione energetica nel Kurdistan iracheno, decideva di aumentare l’esportazione di gas dall’Iran per la Turchia. Inoltre, il Qatar, alleato turco, ospitava il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif per colloqui sulla crisi mediorientale. “Andiamo verso il positivo aumento delle relazioni bilaterali e della cooperazione regionale tra Iran e Turchia“, dichiarava il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Ghassemi.
Il 16 ottobre, le forze irachene avanzavano su Qirquq da sud, liberando la base aerea K1, la raffineria della Northern Oil Company e i campi petroliferi di Bab al-Qurqur. In prima linea operavano la 9.na Divisione corazzata dell’Esercito iracheno e le forze dell’Hashd al-Shabi. I campi petroliferi di Qirquq forniscono il 40% del petrolio esportato dal Kurdistan. L’Esercito iracheno, prendendo i campi petroliferi, controllerà il flusso di petrolio dei curdi e le compagnie petrolifere che operano nel Kurdistan, perderanno una fonte lucrosa. La mattina del 16 ottobre, il governatore illegittimo di Qirquq chiedeva alla popolazione di prendere le armi contro l’esercito iracheno, ma le forze curde dell’UPK, della famiglia Talabani, si ritiravano dall’area di Tal Ward, probabilmente su richiesta dell’Iran, mentre il governatore fellone di Qirquq sostituiva la propria guardia. Comunque, in poche ore le forze irachene raggiungevano Qirquq, completamente abbandonata dai pishmirga del KRG, e liberavano la città e la relativa base aerea.

Le forze irachene davanti alla statua al combattente pishmirga, a Qirquq.

Le raffinerie europee saranno le grandi perdenti della fine del controllo curdo sui pozzi di petrolio di Qirquq. L’Italia è il primo importatore di greggio dal Kurdistan, seguita da Croazia, Grecia, Spagna ed Israele, secondo il rapporto dell’IEA sul mercato petrolifero dell’ottobre 2017. A settembre, il Kurdistan iracheno aveva esportato 580000 barili al giorno, che passavano soprattutto dall’oleodotto turco per il porto di Ceyhan sul Mediterraneo. La produzione di greggio dell’Iraq è aumentata di 30000 barili al giorno, arrivando a 4,52 milioni al giorno, a settembre. Metà del petrolio che attraversa l’oleodotto turco, proviene dai giacimenti di Qirquq. Ma l’Iraq ora, al contrario del Kurdistan iracheno, esporta soprattutto verso l’Asia quasi tutta la produzione. E quella da Qirquq seguirà a ritroso la Nuova Via della Seta cinese, a discapito delle rotte per l’Europa.Il peso economico del Kurdistan iracheno sull’economia italiana dovrebbe spiegare e smascherare l’entusiasmo presso la sinistra anarco-liberale italiana per la causa curda, e come mai il flusso di turisti politico-militari italiani verso le regioni curde non venga mai controllato, né sanzionato, soprattutto quando tali turisti-militanti italiani celebrano apertamente le politiche di repressione politica, etnica e religiosa attuata dalle milizie curde nei territori siriani e iracheni che occupano; senza parlate della loro pluriennale collaborazione con le organizzazioni terroristiche, come esercito libero siriano, al-Qaida e Stato islamico di Iraq e Levante. Quindi, dietro la militanza filocurda dell’estrema, o meno, sinistra italiana, si trovano concretissimi interessi petroliferi, taciuti ed occultati dalla macchina della propaganda e disinformazione italiana che ha arruolato, oramai almeno dal 2011, la cosiddetta ‘sinistra critica’, che usa ‘l’arma della critica’ solo contro i Paesi e i popoli nel mirino del Pentagono e della CIA, e mai verso Washington, Bruxelles, Tel Aviv o Riyadh.Israele è anche tra i principali acquirenti del petrolio della regione curda dell’Iraq, ricevendo circa metà del greggio estratto dai campi petroliferi controllati dal KRG nel 2017, intaccando le esportazioni per l’Italia, secondo acquirente del greggio curdo. Ciò spiega l’entusiasmo israeliano per l’indipendenza curda. “In genere registriamo Israele ricevere poco meno di 300000 barili (al giorno) di greggio e poco meno della metà di questo greggio proviene da Qirquq“, dichiarava l’agenzia di analisi ClipperData. Secondo il Movimento Gorran, partito di opposizione curdo, le imprese israeliane avevano ricevuto almeno 3,8 milioni di barili di greggio curdo a settembre, ottenuti via Ceyhan, in Turchia, da cui partono le petroliere che, a loro volta, una volte ancorate in acque internazionali, al largo delle coste, trasferiscono il carico su altre navi che, coi transponder di tracciamento satellitare spenti, si dirigono poi in Israele. All’inizio di ottobre, ad esempio, una petroliera maltese, la Seasong, navigava da Ceyhan per Port Said, in Egitto. Tuttavia mentre era al largo delle coste israeliane, spense il trasponder facendo rotta per il porto israeliano di Ashkelon. Un altro esempio, la Neverland, petroliera italiana, aveva lasciato Ceyhan il 13 giugno con più di 700000 barili di petrolio, alla volta di Augusta, ma spense il transponder il 21 giugno, oltrepassando Gibilterra e navigando verso l’Oceano Atlantico. Nell’agosto 2015, il quotidiano Financial Times riferì che Israele aveva acquistato i due terzi del greggio importato dal Kurdistan iracheno. Secondo l’analista geopolitico Yasir al-Maliqi, l’industria energetica israeliana dispone di due raffinerie progettate per raffinare il greggio di Qirquq, acquistato a prezzi generalmente ribassati rispetto al mercato mediorientale. La chiusura del flusso di petrolio curdo per il mercato israeliano, avrà un grave impatto sui prezzi praticati in Israele, secondo ClipperData.Intanto, in Siria i separatisti curdi scendevano a più miti consigli; i curdi nella Siria nordorientale si dichiaravano disponibili a dialogare con il governo di Damasco; la regione autonoma curda siriana dichiarava di essere pronta a negoziare con Damasco nonostante il 22 settembre si fosse votato il referendum per creare una federazione curda nel nord della Siria. Shahuz Hasan, co-presidente del Partito dell’Unione democratica del Kurdistan (PYD), salutava con favore le osservazioni del Ministro degli Esteri siriano Waldi Mualam sulla disponibilità di Damasco ad avviare negoziati coi curdi riguardo l’amministrazione di una regione autonoma curda in Siria. Il 28 settembre, alla 7.mo Congresso del PYD, ad al-Muabada, Shahuz Hasan e Aisha Hasu erano stati eletti nuovi leader del Partito dell’Unione democratica del Kurdistan. Forse, come segnale di un cambiamento di rotta delle organizzazioni politico-militari curdo-siriane.Concludiamo con le parole del comandante delle Forze speciali italiane Generale di Divisione Nicola Zanelli: “In diversi teatri di crisi svolgete un fondamentale compito di addestramento: con i Pishmirga curdi o con gli afghani, per esempio. Quali sono le principali difficoltà?
Il livello tecnico di queste truppe è piuttosto basso, ma troviamo una fierezza che lascia senza parole. Siamo di fronte a gente che magari non sa bene dove sia il confine del loro Paese, ma che è determinata a difendere il proprio villaggio o a riprendersi la propria moschea. Combattenti eccezionali perché la motivazione è determinante nel combattimento. La difficoltà è la lingua, oggi bisognerebbe conoscere soprattutto l’arabo, oltre al farsi o all’urdu. Qualche operatore lo parla, ma c’è il problema dei dialetti, così siamo costretti a ricorrere a interpreti selezionati. Il mio sogno è che le Scuole di lingue estere delle Forze Armate dedichino permanentemente un corso di lingue rare al comparto delle Forze special
i”. E difatti, i pishmirga, magari addestrati dai commando italiani dislocati in una base militare presso Irbil, abbandonavano senza combattere (sottolineo, per fortuna), la città di Qirquq.

Fonti:
AHNA
Bloomberg
Cassad
Cassad
ClipperData
Formiche
i24News
i24News
al-Manar
Rudaw

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Massimo D’Alema: critico verso l’accordo tra Italia e Libia

MessinaWebTV 13/10/2017

Il Bollettino d’Informazione Internazionalista “Aurora” è andato incontro a Massimo D’Alema: il popolare esponente politico di Sinistra, ieri a Catania ha tenuto un comizio in favore della candidatura di Claudio Fava alla presidenza della Regione Siciliana. “Aurora” ha colto l’occasione per chiedere a D’Alema cosa pensa dei rapporti tra governo Gentiloni e governo libico.
Di seguito la risposta di D’Alema:
Io sono critico verso l’accordo che è stato fatto tra Italia e Libia, innanzitutto perché non c’è nessuna garanzia dei diritti umani di queste persone, che sono trattenute in Libia in campi di concentramento dove anzi sono molte testimonianze che avvengano violazioni brutali dei diritti umani, di cui l’Italia finisce per diventare complice; in secondo luogo, perché non c’è nessuna garanzia che i rifugiati aventi diritti asilo possano venire verso il nostro Paese. Tutto questo si configura come una sorta di impedimento, purtroppo sul modello di quello che altri paesi europei, come l’Ungheria, hanno fatto e che noi abbiamo aspramente criticato”.

 

Come Putin ha eliminato il dominio USA sul Medio Oriente

Dall’intervento brillantemente riuscito in Siria alla sottrazione dei vecchi alleati sauditi degli Stati Uniti, la Russia è ormai un grande attore nella regione
John R. Bradley, SpectatorRussia FeedQuando la Russia entrò nella guerra in Siria nel settembre del 2015, il segretario alla Difesa USA Ash Carter previde la catastrofe per il Cremlino. Vladimir Putin “versava benzina sul fuoco” del conflitto, disse, e la sua strategia per combattere lo SIIL sostenendo il regime di Assad era “condannata al fallimento”. Due anni dopo, Putin trionfa e il futuro di Bashar al-Assad è sicuro. Presto dichiareranno la vittoria sullo SIIL nel Paese. Il presunto fallimento si è rivelato essere del nostro sforzo cinico per installare un regime sunnita a Damasco adottando i trucchi dell’Afghanistan degli anni ’80. Addestrammo, finanziammo e armammo i jihadisti in collaborazione coi despoti del Golfo Persico. In questo modo avremmo rubato alla Russia della sua sola base navale in acque calde, Tartus, sulle coste della Siria. Nel processo avremmo creato un tampone tra l’Iran e il suo alleato, Hezbollah, in Libano, per dividere l’asse anti-israeliano. E avremmo ulteriormente marginalizzato l’Iran estendendo l’influenza dei nostri alleati del Golfo Persico dal Libano al Levante. Migliaia di siriani sono stati massacrati con tale piano da lepre, ottenendo geo-politicamente l’esatto contrario del risultato voluto. Putin, però, guardava alla realtà fin dall’inizio. A differenza degli afgani, i siriani sono abituati a vivere in una cultura liberale e diversificata che, pur politicamente repressiva, promuove la convivenza religiosa pacifica. La maggior parte non voleva vedere il Paese divenire una teocrazia wahhabita. Assad, con tutti i suoi difetti, era il muro tra loro e la carneficina. Attaccarono il diavolo che conoscevano, e non ci fu una rivoluzione popolare contro Assad, niente rispetto alla rivolta di Tahrir che abbatté l’odiato dittatore egiziano Hosni Mubaraq. Le dimostrazioni a milioni a Damasco erano pro-regime. Tra i due terzi della popolazione siriana che ora vive nelle regioni controllate dal governo, Assad è più popolare che mai e Putin è un eroe. Non meraviglia che Putin abbia trollato Washington che “non conosce la differenza tra Austria e Australia“. La stessa accusa potrebbe, ahimè, essere rivolta ai capi della NATO. In un incontro alle Nazioni Unite del mese scorso, l’orwelliano Gruppo degli Amici della Siria, l’alleanza occidentale e del Golfo Persico che ha scatenato la jihad, affermava di non voler intraprendere la ricostruzione finché (parola di Boris Johnson) ci sarà Assad. Ma settimane prima, una grande conferenza internazionale sulla ricostruzione ebbe luogo a Damasco, e nel frattempo Assad escludeva l’assegnazione di contratti miliardi ai Paesi occidentali e arabi che avevano distrutto il suo Paese. Invece, la Siria si volge a oriente, in particolare a Russia, Iran e Cina. Già Mosca è impegnata ad inviare migliaia di tonnellate di materiali e più di 40 mezzi per l’edilizia, tra cui bulldozer e gru, in Siria, che non vuole né ha bisogno della nostra assistenza.
L’incapacità di riconoscere, e ancor meno di fare fronte, l’espansione regionale della Russia dalla Siria è altresì evidenziata dal viaggio di Johnson in Libia ad agosto. Lì, ebbe un breve incontro con l’uomo forte secolare Qalifa Haftar, ex-generale dell’esercito di Gheddafi, le cui forze ora dominano la Libia orientale, tra cui Bengasi e la maggior parte dei grandi campi petroliferi del Paese. È deciso a prendere Tripoli, e probabilmente lo farà. Haftar ha legami con Mosca risalenti ai primi anni ’70 ed è con Putin da almeno due anni, dopo aver ripetutamente incontrato funzionari russi su una portaerei nel Mediterraneo. Una settimana prima di stringere la mano a Johnson, Haftar aveva visitato Mosca per discutere coi principali funzionari delle Forze Armate e del Ministero degli Esteri, cementando i piani per portare la Libia frammentata verso lo Stato con Haftar potente ministro della Difesa, con l’aiuto militare russo. Il Cremlino ha già inviato truppe e aerei da combattimento nell’Egitto occidentale per aiutarlo assieme agli Emirati Arabi Uniti, che sostengono Haftar, nella lotta unitaria contro gli islamisti. Come per la Siria, per decenni, prima della caduta di Gheddafi, la Russia fu il maggiore fornitore di armi e l’alleato più stretto della Libia, e Mosca da molto tempo punta a una base navale sulle coste libiche integrando la base (ora consolidata) di Tartus. Tenuto conto di ciò, mentre Johnson suggeriva che Haftar avesse un ‘ruolo da svolgere’ nella futura riconciliazione politica, pur insistendo nel rispettare il cessate il fuoco internazionale, quest’ultimo deve aver trovato difficile trattenere le risate.
Siria e Libia, tuttavia, sono solo due esempi di come la Russia aggira l’occidente determinata a raggiungere lo status di superpotenza in Medio Oriente. Putin ha appena stipulato un accordo con la Turchia, col secondo esercito permanente della NATO, per venderle l’avanzato sistema di difesa aerea S-400. (L’S-400 è già stato dispiegato in Siria, mentre all’Iran è stato concesso il meno avanzato ma ancora formidabile S-300). Poco dopo che la Russia era entrata nella guerra in Siria, la Turchia abbatté uno dei suoi aerei, tentativo deliberato di provocare una guerra del presidente Recep Erdogan, furioso che Putin, per mezzo dei bombardamenti implacabili, mettesse fine al suo sostegno allo SIIL in Siria e all’acquisto di petrolio dal califfato. (La NATO aveva ignorato tale duplicità nella speranza che lo SIIL indebolisse Assad). Testimonia la straordinaria abilità diplomatica di Putin che in questi giorni Russia e Turchia si celebrino come mai prima. E sotto gli auspici russi, la Turchia collabora con Iran e Iraq per contenere le conseguenze del referendum curdo sull’indipendenza.
Quando re Salman arrivò a Mosca, fu la prima volta che un capo saudita compiva una visita ufficiale in Russia, ma era solo l’ultima di oltre una ventina di faccia a faccia di Putin coi leader del Medio Oriente. La Russia, naturalmente, non è l’Unione Sovietica, ed è facile capire perché le tirannie saudita e del Golfo credono di poter fare affari con un leader autoritario come Putin. Condivide il loro disprezzo per la democrazia occidentale e, a differenza di chiunque abiti la Casa Bianca, è un uomo di parola, promuove la stabilità non il caos e non fa storie sui diritti umani. Sull’agenda saudita di Mosca: l’ascesa dell’Iran come leader dominante regionale, zone di de-escalation della Siria e miliardi di dollari in vendite di armi russe e investimenti diretti reciproci. Riyadh è ancora indignata con l’amministrazione Obama che ha stipulato l’accordo nucleare con l’Iran, rivale dei sauditi per l’egemonia regionale che subisce la debacle in Siria. C’è solo la Russia a cui rivolgersi per limitare l’influenza di Teheran in Siria. Per la stessa ragione, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu s’incontra con Putin. In uno fu quasi in lacrime mentre lui, come i sauditi, invitava il leader russo a frenare Iran ed Hezbollah, che vogliono la distruzione dello Stato ebraico. Nel disperato tentativo di bloccare Putin, l’amministrazione Trump quasi certamente sconfesserà l’accordo nucleare iraniano, il 15 ottobre, malgrado Agenzia internazionale per l’energia atomica, Unione europea e ONU siano convinti che Teheran rispetti la sua parte. L’obiettivo è provocare il confronto militare con l’Iran, o almeno creare altre turbolenze regionali per minare il Cremlino. La mossa sconsiderata e ingiustificata creerà confusione, ma nel lungo termine, come l’intervento in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, è condannata al fallimento.
Putin è molto più avanti, avendo tolto l’imbarazzo diplomatico apparentemente impossibile di combattere a fianco di Hezbollah in Siria, permettendo ad Israele di bombardare obiettivi di Hezbollah in Siria. La settimana scorsa, una delegazione dei terroristi palestinesi Hamas visitava Mosca per colloqui sul processo di pace dopo la riconciliazione con l’arcirivale Fatah, altro successo dell’intervento di Putin. E a Netanyahu è stato detto che, sebbene la Russia considera Israele un partner importante, l’Iran, per quello che può, rimarrà l’alleato indispensabile. Putin potrebbe già avere la leva diplomatica necessaria per disinnescare le tensioni tra Iran e Israele, ancora una volta umiliando Washington. Perché al rullo dei tamburi di guerra di Netanyahu contro l’Iran non segue nulla, e ora Mosca può dare via libera a Iran, Siria e Hezbollah sulla battaglia per scatenare l’inferno sullo Stato ebraico. È facile capire perché Netanyahu tremi, ma dovremmo in Europa preoccuparci del trionfo in Medio Oriente di Putin? Non proprio. Non si deve essere un fan Putin per riconoscere che non è lui che scatena un’invasione dopo l’altra nella regione lasciando milioni di morti e sfollati. E non solo non ha creato il flusso di profughi siriani nel nostro continente, ma ha iniziato ad invertirne la tendenza. Mezzo milione di siriani è tornato nel proprio Paese solo quest’anno. E se nessuno esce con le mani pulite da una delle guerre più brutali della storia moderna, è altrettanto incoraggiante che ci furono pochissime defezioni dall’Esercito siriano costituito soprattutto da musulmani sunniti (l’80 per cento). Hanno combattuto contro numerosi gruppi di jihadisti sunniti in nome di un regime dominato dagli alawiti, accanto a soldati russi sconvolti (a differenza di noi) dalla carneficina scatenata contro i correligionari cristiani, nonché le milizie sciite inviate da Iran e Hezbollah, altrettanto decise a proteggere la propria setta. Mentre Tunisia e Turchia, i due Paesi musulmani storicamente secolari della regione, abbracciano l’islamismo e lo scontro sunniti-sciiti continua a lacerare il resto del Medio Oriente, la vittoria del pluralismo e del laicismo sui malvagi jihadisti wahabiti in Siria è in definitiva esaltante.John R. Bradley è autore di libri su Arabia Saudita, Egitto e Primavera araba, e segue il Medio Oriente da due decenni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mosca, Teheran e Ankara aprono un fronte anti-occidentale unito

Boris Dzherelievskij a Kolokolrossia, 9 ottobre 2017 – Fort Russ Mosca, Teheran e Ankara hanno aperto un fronte anti-occidentale. In Iran, è stata sollevata la possibilità di riconoscere le Forze armate degli USA struttura terroristica, come l’organizzazione “Stato islamico” (SIIL) vietata in Russia. Il comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) Muhamad Ali Jafari, parlando a una riunione dei leader dell’arma, avvertiva che nel caso in cui l’IRGC venisse riconosciuto organizzazione terroristica da Washington (come affermava), l’Iran avrebbe considerato tale l’esercito statunitense. La portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders dichiarava che Donald Trump prevede l’annullamento dell’accordo nucleare con l’Iran e di presentare una strategia globale per Teheran. Alla luce di ciò, Jafari osservava che l’adozione di nuove misure restrittive contro l’Iran significherà l’effettivo ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul programma nucleare iraniano. Secondo Jafari, le nuove sanzioni di Washington escluderanno la possibilità di un’ulteriore cooperazione tra i due Paesi. Diciamo che l’affermazione sul possibile riconoscimento dell’identità delle Forze armate statunitensi come terroristi non va vista sul piano delle accuse e contese, divenute “stile proprio” della politica estera di Trump. Servizi speciali e Forze armate degli Stati Uniti da tempo attuano una vera e propria guerra terroristica contro l’Iran, formando e inviando bande terroristiche nel suo territorio, come ribadito più volte da Teheran. Tuttavia, la necessità d’interagire in qualche modo con gli Stati Uniti ha impedito agli iraniani di riconoscere ufficialmente che le forze di sicurezza statunitensi erano divenute organizzazioni terroristiche. Ricordiamo che prima interazione diretta e cooperazione tra contingente militare statunitense in Siria e terroristi dello SIIL furono denunciate dal portavoce del Ministero della Difesa della Russia Igor Konashenkov, avvertendo che azioni contro le forze russe e alleate saranno fermate con la forza. (Konashenkov comprovava i fatti mostrando immagini satellitari).
Accusava l’occidente di sostenere i terroristi anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando agli attivisti del Partito Giustizia e Sviluppo ad Afyon, l’8 ottobre: “SSIL, al-Qaida e PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), dietro a queste organizzazioni si vede l’ombra dell’occidente, tutti rifugiati in occidente dove c’è FETO (organizzazione del predicatore islamico Fethullah Gülen)? In occidente ricevono supporto materiale molto serio“, dichiarava Erdogan esprimendo solidarietà ai due partner, o piuttosto alleati, del “trio siriano”. Così Mosca, Teheran e Ankara aprono un fronte unito contro gli Stati Uniti, e con molta ragione. Questa circostanza chiaramente indica che l’unione non intende limitarsi esclusivamente alla lotta contro SIIL, al- Qaida o separatismo curdo (questione che riguarda soprattutto Ankara e Iran). Usando un’analogia nella medicina, si può dire che i Paesi del “trio” fanno capire di voler combattere innanzitutto la causa della malattia e non solo i sintomi. E questo approccio è giusto, visto l’evidente progresso nella situazione del Kurdistan iracheno. Così, il portavoce del Parlamento iracheno Salim al-Jaburi si recava ad Irbil per incontrarsi con il capo del Kurdistan iracheno Masud Barzani. In precedenza, al-Jaburi aveva detto a RIA Novosti che intendeva avere “una serie di incontri, anche coi capi del Kurdistan iracheno, per risolvere la crisi delle relazioni tra Baghdad e la regione autonoma“. E il giorno prima, il capo dell’ufficio del capo del Kurdistan iracheno Fuad Husayn dichiarava che, “Barzani e i vicepresidenti iracheni Ayad Alawi e Usama al-Nujaifi hanno deciso d’incontrarsi a Sulaimaniyah per l’immediata revoca delle sanzioni” all’autonomia curda. Ricordiamo che Baghdad ha dichiarato il referendum illegittimo e sottolineato che non discuterà con il governo autonomo sul voto e d’imporre sanzioni al Kurdistan iracheno, come la sospensione del traffico aereo internazionale. Pertanto, il semplice inizio dei negoziati e la soppressione delle sanzioni significano solo una cosa: che la leadership dell’autonomia ha rifiutato di dichiarare l’indipendenza fornendo a Baghdad garanzie convincenti. Non c’è nulla di sorprendente in questo, le azioni concertate da Iraq, Turchia e Iran non hanno lasciato possibilità ai separatisti curdi. E gli “amici” statunitensi-israeliani non potevano intervenire in tale situazione; la Turchia da tempo “s’è liberata dalla loro presa” e i metodi di far pressione da dietro le quinte non funzionano sull’Iran dalla rivoluzione islamica. Cioè, gli alleati speravano di risolvere il problema dell’autonomia ribelle senza spargere sangue, usando solo metodi politici ed economici sostenuti da dimostrazioni militari ai confini. Fondamentalmente, Masud Barzani è un pragmatico, e non è la prima volta che cambia radicalmente rotta. È probabile che sia pronto a convertire i risultati del referendum in alcune preferenze per l’autonomia (e lui stesso) a Baghdad. L’unica domanda è se questa pacifica ritirata ostacoli Tel Aviv e Washington e i loro agenti nel Kurdistan iracheno. Tuttavia, le loro azioni in questo caso saranno contro Barzani, e porteranno a una divisione già molto forte dei curdi nella provincia, e anche alla delimitazione del movimento per l’indipendenza. Tuttavia, tornando gli Stati Uniti accusatii dal trio siriano di sostenere e utilizzare i terroristi, va notato che ultimamente Mosca e Ankara avevano parlato della possibile interazione con occidente e Israele nella lotta al terrorismo. Queste affermazioni non ci sono state più non perché i nostri Paesi non avevano informazioni sul terrorismo principale prodotto dei servizi speciali occidentali e loro principale strumento di dominio globale e regionale. Tutto questo era ben noto. Ma “il coinvolgimento dell’occidente nella lotta al terrorismo” era diventato una sorta di “tampone” o “schermo” mantenuto da Mosca e Ankara fingendo di credere nelle buone intenzioni dichiarate dall’occidente, al fine di evitare il confronto diretto con gli Stati Uniti e i loro alleati. Tuttavia, oggi non c’è spazio né possibilità per tali manovre. La cosa più importante è che l’alleanza delle tre potenze oggi si senta abbastanza forte da non temere il confronto diretto con Washington. La “copertura” sparisce e le cose vengono chiamate per nome.

Israele è il principale importatore di petrolio dal Kurdistan iracheno
al-Mayadin, 10 ottobre 2017 – Fort RussIsraele è il maggiore importatore mondiale di greggio dalla provincia irachena del Kurdistan, nel 2017, afferma una relazione. Secondo i dati della società statunitense ClipperData che traccia l’invio di benzina nel mondo, circa metà del greggio estratto dai campi petroliferi del Kurdistan iracheno viene spedito in Israele. In precedenza, l’Italia era il maggiore importatore al mondo di petrolio del Kurdistan. Si stima che le aree controllate dal governo regionale del Kurdistan forniscano quotidianamente circa 500-600000 barili di petrolio al mercato mondiale attraverso un oleodotto che arriva al porto di Ceyhan, nel sud della Turchia. Durante la preparazione del referendum indipendente del Kurdistan, l’oleodotto fu chiuso almeno due volte dalla Turchia. I media israeliani riferivano che i dati resi noti dal Movimento Gorran, il primo partito di opposizione del Kurdistan, indicavano che le società israeliane ricevettero a settembre circa 3,8 milioni di barili di greggio dalla regione del Kurdistan dell’Iraq. Il notiziario israeliano i24News afferma che, sebbene gli acquirenti in Israele siano per lo più compagnie petrolifere private, questi acquisti tuttavia hanno iniettato fondi considerevoli nel bilancio della regione curda spingendo le dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a sostegno del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno e del “diritto all’autodeterminazione del popolo curdo”. Nel frattempo, il ministro dell’Energia dell’Iraq, Jabar al-Luaybi, chiedeva alla North Oil Co., l’operatore di Stato dei campi di Qirquq, alla compagnia statale per i progetti petroliferi e alla società degli oleodotti di Stato di ripristinare e riaprire la pipeline Qirquq-Ceyhan che si estende dai campi petroliferi della provincia di Qirquq al porto turco meridionale di Ceyhan attraversando le province irachene di Salahudin e Niniwa, esortando a ripristinare l’esportazione precedente, tra 250000 e 400000 barili al giorno.

Erdogan annuncia che il suo governo non riconosce l’ambasciatore degli Stati Uniti
Resumen Latinoamericano, 10/10/2017

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan annunciava, a Belgrado, che né lui né il suo governo riconoscono l’ambasciatore statunitense ad Ankara John Bass quale rappresentante diplomatico di Washington, dopo la crisi scatenata dalla sospensione dei visti. “Quell’ambasciatore conclude la sua missione, ma io né i miei ministri lo riceveremo“, aveva detto Erdogan dopo aver incontrato l’omologo serbo Aleksandar Vucic. Spiegava che Bass fa regolarmente visite d’addio (secondo la stampa turca, tra due giorni sarà ambasciatore in Afghanistan), anche se alcun membro del governo le accetta, data la situazione. “Né i nostri ministri, né il portavoce, né io accettiamo queste visite d’addio perché non lo vediamo rappresentare gli Stati Uniti in Turchia“, aveva detto il presidente. “Prima di tutto, non abbiamo iniziato noi. È un problema creato dagli Stati Uniti. Non vogliono parlare con il Ministero degli Esteri (turco). Ora dicono che l’ambasciatore (degli Stati Uniti) ad Ankara ha deciso (di sospendere l’emissione dei visti). Se è così, non abbiamo nulla da dire ai funzionari statunitensi“, aggiungeva. Bass confermava che il motivo per cui l’ambasciata degli Stati Uniti aveva deciso di sospendere i visti era l’arresto di un impiegato turco del consolato a Istanbul. “Nonostante i nostri sforzi per conoscere le ragioni dell’arresto, non siamo stati capaci di saperne il motivo o quali prove esistano contro il dipendente“, aveva detto l’ambasciatore. Erdogan alludeva a una presunta infiltrazione di “agenti” di Fethullah Gülen che Ankara accusa del fallito colpo di Stato del luglio 2016. “Come hanno infiltrato questi agenti (di Fethullah Gülen) al consolato di Istanbul? Chi ce li ha messi? Alcuno Stato permetterebbe a tali agenti di minacciare. La Repubblica di Turchia ha anche dichiarato che non è uno Stato tribale. Non possiamo tollerarlo“. Il primo ministro turco Binali Yildirim invitava gli Stati Uniti al “buon senso” e abrogare la decisione, a cui Ankara ha risposto immediatamente con una misura identica.

Erdogan annuncia l’avvio di un’ampia operazione in Siria
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan annunciava l’inizio di una grande operazione dei rivoltosi siriani sostenuti da Ankara, l’esercito libero siriano (ELS), contro le posizioni jihadiste nella provincia siriana di Idlib. Questa operazione mira a garantire il confine turco e a strappare il controllo della zona all’organizzazione Tahrir al-Sham, composta principalmente da Jabhat al-Nusra, che controlla la regione dal 23 luglio assieme allo Stato islamico, l’alleanza jihadista più forte in Siria. “Adesso vi sarà un’importante operazione a Idlib, che continuerà non appena fisseremo nuovi obiettivi. Non possiamo abbandonare i nostri fratelli. Non possiamo dirgli che non c’interessa se muoiono. Dobbiamo aiutarli e non permetteremo che un corridoio terroristico si formi al nostro confine“, dichiarava Erdogan a un’audizione pubblica della NTV. L’operazione sarà sostenuta dall’esercito turco che deve ancora raggiungere la città, secondo Erdogan, e dal supporto aereo russo. Per il momento e fino all’arrivo delle truppe, l’esercito turco fornirà supporto d’artiglieria dal confine.

Supporto internazionale
La Russia sostiene l’operazione dall’aria e le nostre forze armate dai confini della Turchia“, dichiarava Erdogan, anche se Mustafa Sajari, capo del gruppo armato liwa al-Mutasim, assicurava che la Russia non collaborerà coi ribelli nell’operazione. “Il ruolo dei russi è limitato alle zone controllate dal regime“. “L’esercito libero siriano col sostegno delle truppe turche è pronto ad entrare nella zona, ma finora non ci sono movimenti“, affermava Sajari. L’incursione avviene dopo che Iran e Russia, che sostengono il Presidente siriano Bashar al-Assad, e la Turchia, che sostiene i rivoltosi, approvavano la riduzione dei combattimenti tra terroristi e governo nel nord-ovest. Jabhat al-Nusra ha rotto i legami con al-Qaida. Dall’inizio dell’anno ha combattuto contro altri gruppi terroristici ad Idlib e altrove in Siria, mentre il governo si concentrava sulla guerra contro lo Stato islamico ad est. L’alleanza Tahrir al-Sham è ben consolidata nella frontiera di Idlib ed ha grande presenza nelle città vicine. Subito dopo l’annuncio dell’offensiva, Tahrir al-Sham avvertiva che “non sarà un pic-nic“. “I leoni del jihad e del martirio aspettano di saltargli addosso”, secondo una dichiarazione sui social network che denunciava il “tradimento” dell’ELS collaborando con la Russia e il governo siriano, anche se non menzionava la Turchia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Afghanistan: gli USA sponsorizzarono al-Qaida per abbattere un governo socialista

Gaither Stewart, Countercurrents 8 ottobre 2017Quando nel 1978 l’attivista politico comunista afgano Mohammad Najibullah, di 31 anni, arrivò a Teheran, “esiliato” nel vicino Iran come ambasciatore dell’Afghanistan, avevo appena lasciato l’Iran dove aveva lavorato nel 1977. Il partito politico di Najibullah, il Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) andò al potere a Kabul nell’aprile 1978, in ciò che è conosciuta come Rivoluzione di Saur, dal nome del mese del calendario afgano quando si svolse. Lungi dall’essere unito, il PDPA era diviso in due fazioni: la fazione più rivoluzionaria (Khalq o Popolo) che per prima prese il potere a Kabul in quel cruciale 1978 (cruciale in Afghanistan e in Iran), preferiva avere il carismatico Najibullah della fazione Parcham (Bandiera) del PDPA lontano dal centro del potere. Inoltre, il Paese si era diviso, gran parte contrario alla rivoluzione comunista. Le principali forze di opposizione erano i mujahidin sostenuti dagli Stati Uniti. Si potrebbe concludere che la guerra afghana fosse una guerra tra URSS e USA che controllava i due Paesi contigui vicino alla cima del mondo, Iran e Afghanistan, entrambi confinanti con la parte islamica dell’Unione Sovietica, che si difese dalle incursioni nelle repubbliche islamiche dell’Asia centrale. Come mostrò la storia, l’approccio di Najibullah nel risolvere la guerra civile in Afghanistan fu piuttosto diverso da quello della fazione PDPA al governo che favorì passi più rapidi verso la realizzazione della rivoluzione socialista. Tuttavia, per l’osservatore di oggi, la politica di Riconciliazione nazionale di Najibullah (che fallì) tra governo e mujahidin e clero è una chiave per comprendere non solo l’Afghanistan contemporaneo, ma anche le relazioni afgano-sovietiche e il ritiro delle truppe sovietiche ordinato da Mikhail Gorbaciov nel 1989: non va sottovalutato il significato della presenza militare sovietica per 10 anni in Afghanistan. Dal 1979 le 110000 truppe sovietiche avevano garantito la relativa stabilità del governo del PDPA. Sebbene i mujahidin sostenuti dagli Stati Uniti controllassero molte parti del Paese, non poterono sconfiggere le forze governative e abbattere il governo PDPA a Kabul finché le truppe sovietiche erano presenti. La direzione sovietica doveva sapere che questa stabilità si sarebbe spezzata rapidamente quando i suoi ultimi soldati partirono. Le cose cambiarono con l’arrivo di Mikhail Gorbaciov al potere a Mosca nel 1986. Anche se l’Afghanistan controllato dai sovietici era un posto pericoloso, uno dei peggiori errori di Gorbaciov fu ritirare le truppe nel 1989, lasciando Najibullah e il suo governo ad affrontare la crescente potenza dei mujahidin… e la minaccia dell’intervento statunitense. L’allora presidente Najibullah lo capì bene e fece tutto il possibile per convincere le autorità sovietiche a lasciare le truppe.
La rivoluzione islamica nell’Iran vicino, sempre nel cruciale 1978-79, rovesciò la dinastia Pahlavi sostenuta dagli Stati Uniti, al momento sotto Mohammad Reza Shah Pahlavi. La rivoluzione iraniana fu un violento e popolare rovesciamento del feroce regime ispirato dagli Stati Uniti ed installato dopo il rovesciamento organizzato dalla CIA del governo democratico del Premier Mohammad Mossadegh, il 19 agosto 1953. Il successo iniziale delle forze della sinistra nella rivoluzione islamica fu un’ispirazione per Najibullah. Il boom petrolifero dell’Iran negli anni ’70 accelerò il divario tra ricchi e poveri nelle città e nelle province. Non vidi una simile ostentazione di ricchezza come nei palazzi in cima a Teheran, dove vivevano alcuni dei più ricchi del mondo e i cui escrementi cadevano letteralmente nei fossati di scarico che scendevano lungo le strade dei quartieri più poveri della città di sotto… simbolo dell’enorme disparità tra ricchi e poveri. Di certo, come viene detto di tanto in tanto, la disuguaglianza uccide veramente. Esempio: l’aspettativa di vita nel 1970 nell’Iran pre-rivoluzionario era del 58%; oggi del 70%. Nella vicina Siria, nel 1970 era del 70%. Inoltre, si aggiunse al diffuso odio per il regime di Shahinshah la presenza di decine di migliaia di impopolari lavoratori qualificati ed imprenditori stranieri, associati alla ricerca di contratti lucrosi nei campi che andavano dalle costruzioni dell’infrastruttura all’industria pesante, all’estrazione e perfino alla produzione di piastrelle in cui i persiani erano padroni. La maggior parte degli iraniani era arrabbiata dal fatto che la famiglia dello Shah fosse la principale beneficiaria del reddito generato dal petrolio, tanto che reddito statale e guadagni familiari si confusero. Nessuno dovrebbe credere che l’ultimo Shah Pahlavi fosse un benefattore del popolo iraniano; era un tiranno e, in effetti, un burattino degli Stati Uniti, parte fondamentale degli sforzi statunitensi per controllare la regione.
Ero a Teheran nel 1977 come interprete per una società italiana di nuova costituzione, prima di essere nominata suo rappresentante in Iran. Anche se non capivo nulla di affari, amavo l’Iran e il suo popolo e consideravo il lavoro propostomi un’ottima opportunità per conoscere il Paese. In quell’anno assistei ad alcune manifestazioni contro la Shah, iniziate nell’ottobre 1977, visto che l’hotel in cui vivevo era il più vicino all’Università di Teheran e alle ambasciate straniere, dove si svolsero importanti manifestazioni. I gruppi marxisti, soprattutto il Partito Comunista Tudeh e i guerriglieri Fedain erano stati notevolmente indeboliti dalla repressione dello Shah. Malgrado ciò, i guerriglieri di sinistra ebbero un ruolo importante alla caduta del febbraio 1979 dello Shah, portando al colpo di Stato contro il regime installato dagli Stati Uniti. Molti dei più potenti gruppi guerriglieri, i mujahidin, erano di sinistra ed anche islamisti, anche se si opponevano all’influenza del clero reazionario. Insieme a guerriglia dei Fedain del Popolo, superstiti del partito Tudeh, diversi gruppi islamici e la potente organizzazione dei bazari, il movimento rivoluzionario nacque dai disordini generali nel Paese, dalla diffusa povertà e dal terrore della famigerata polizia segreta, la SAVAK. Mentre le proteste s’intensificarono alla fine del 1977, vidi come le persone circondavano i camion che trasportavano i soldati dell’esercito, alcuni dei quali gettavano le armi e saltavano giù per unirsi alla folla. In altri luoghi invece militari più arditi aprivano il fuoco, e circolavano notizie di migliaia di vittime. A quel punto l’azienda per cui lavoravo si dissolse e molti imprenditori stranieri abbandonarono l’Iran. Anche io tornai a Roma da dove cercavo di seguire gli eventi in Iran. La rivoluzione nacque dalla diffusa resistenza civile. Tra agosto e dicembre 1978 scioperi e manifestazioni paralizzarono il Paese. Lo Shah lasciò l’Iran il 16 gennaio 1979. Invitato in Iran dal governo transitorio, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini fu accolto al ritorno a Teheran da milioni di iraniani. Poco dopo, il regno finì definitivamente quando i ribelli travolsero le truppe fedeli allo Shah in esilio, portando Khomeini al potere. L’Iran votò il referendum nazionale divenendo una Repubblica islamica il 1° aprile 1979. A quel tempo sapevo poco degli eventi in Afghanistan. Cominciai a sentire il nome di Najibullah quando diresse il Partito Comunista a Kabul negli anni ’80. Con il sostegno dell’Unione Sovietica, divenne presidente dell’Afghanistan nel 1987… per me l’unico periodo, a mia memoria, in cui una parvenza di ordine esisteva nel caotico Afghanistan. Il Dr. Najibullah deve aver imparato molto dalla rivoluzione islamica iraniana.

Kabul
Sebbene diviso per conflitti interni tra le tribù e gli interventi esteri per secoli, l’Afghanistan aveva compiuto alcuni progressi verso la modernizzazione degli anni ’50 e ’60, verso uno stile di vita più liberale e occidentalizzato, ma obbligato a soddisfare le fazioni conservatrici. Kabul, esotica ed orientale in quel periodo, era un posto “in” per l’élite internazionale che frequentava l’Afghanistan visitando le montagne aride dell’Hindukush, l’enorme area centrale dell’Afghanistan, certamente al vertice del mondo. Dopo l’assassinio del padre, Mohammad Zahir Shah salì al trono e regnò (non governò) dal 1933 al 1973. Nel 1964 aveva promulgato una costituzione liberale che produsse poche riforme serie, ma permise la crescita di partiti estremisti non ufficiali a sinistra e a destra. A causa delle turbolenze interne, il re andò in esilio in Italia nel 1973 e visse nella periferia romana vicino la mia residenza. Provai ad intervistarlo, ma non superai mai il suo cane da guardia segretario; era sopravvissuto a un attentato nel 1991 e quindi era estremamente contrario alle interviste. Anche se ufficialmente neutrale durante la guerra fredda, l’Afghanistan fu corteggiato da USA e Unione Sovietica: macchinari e armi dell’URSS e aiuti finanziari degli Stati Uniti. La campagna fu interrotta negli anni ’70 da una serie di colpi di Stato e guerre civili. Si rimarrà sorpresi che, nonostante la modernizzazione, l’aspettativa di vita media per gli afghani nati nel 1960 era di 31 anni. Il Dottor Najib, come Najibullah veniva chiamato perché laureatosi in medicina all’Università di Kabul, divenne Presidente dell’Afghanistan nel 1987 a 40 anni. Nato nel 1947 a Gardiz, figlio di una famosa famiglia pashtun, aderì alla fazione Parcham del PDPA nel 1965 a 18 anni, divenne un attivista e fu arrestato due volte per la sua militanza. La sua fazione del PDPA era in disaccordo con il Khalq sul corretto percorso al comunismo in Afghanistan, il Khalq favoriva passi più rapidi verso la realizzazione del socialismo rispetto al Parcham. Dal ritorno dall’esilio nel 1980, la cui parte più lunga e più importante fu a Mosca, il Dottor Najib guidò la temuta Khad, la polizia segreta, durante cui personalmente acquisì la reputazione di brutalità: torture ed esecuzioni degli oppositori erano la norma, come in Iran, come nella maggior parte del mondo di oggi. Aveva il sostegno diretto, se non il controllo, del KGB. Il Khad fu modellato sul Comitato della Sicurezza Statale (KGB) sovietico, militarizzato crebbe fino al punto da avere 300000 soldati; fu considerato efficace nella pacificazione di ampie parti del Paese.Mosca
Nel tentativo di dare un tocco personale alla storia afghana, aggiungo questa curiosa coincidenza storica. Mi trasferii nei Paesi Bassi nel 1978, dove entrai nel giornalismo olandese con articoli sull’Iran. Come risultato degli articoli pubblicati e del mio soggiorno a Teheran, in qualche modo divenni consulente di un noto produttore televisivo che in quel momento lavorava su una serie di promozioni sull’Iran. Dato che studiai turco all’Università di Monaco e m’interessavo delle repubbliche asiatiche sovietica, l’ex-Turkestan russo, in particolare Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikstan che confinano con l’Afghanistan, proposi una serie di reportage sui punti di riferimento delle repubbliche dell’Asia centrale, come Samarcanda e Bukhara. Quindi, alla fine della primavera 1978, armato di una pila di credenziali televisive olandesi andai a Mosca. Il piano era interessare la televisione sovietica a una cooperazione. Alla fine incontrai una persona al centro TV di Ostankino e presentai l’idea di una coproduzione tra televisioni sovietica e olandese sull’Asia centrale sovietica. Retrospettivamente capì che le persone della TV di Mosca dovevano pensare che fossi un folle: uno statunitense che rappresenta la televisione olandese propone una produzione televisiva sull’ampia area confinante con l’Afghanistan dal governo comunista sostenuto da sovietici a Kabul, nello scontro contro l’opposizione filo-USA. Ridicolo. Inoltre, e senza saperlo, Najibullah era presente a Mosca per sostenere l’intervento sovietico nel suo Paese a supporto del governo comunista di Kabul, mentre proponevo una produzione televisiva sulle aree tra Mosca e Afghanistan. Le persone della TV sovietica non erano interessate e feci una figura ridicola, mentre i contatti del Dottor Najib erano estremamente interessati alle sue proposte e a lui personalmente. Il suo principale sponsor fu il potente KGB, un rapporto che durò fino alla conclusione amara della sua vita. La serie documentaria che proposi riguardava le terre su cui carri armati e blindati sovietici sarebbero passati ben presto in cammino verso l’Afghanistan. Accompagnati dalla giovane figura di Mohammad Najibullah.

Kabul
Una volta tornato a Kabul, il Dottor Najib divenne il direttore del Khad, la polizia segreta che operava sotto il controllo sovietico. Non solo era un’organizzazione d’intelligence, ma era una forza militare. Aveva carri armati, blindati ed elicotteri. Uno stato nello Stato, il Khad fu incaricato delle attività controinsurrezionali e della raccolta di informazioni per eliminare i controrivoluzionari attivi e potenziali. Il Dottor Najib potrebbe essersi ispirato a Feliks Dzerzhinskij, il fondatore della Cheka sovietica, predecessore del KGB. Su come combattere i controrivoluzionari, Dzerzhinskij disse nel 1918: “Non pensate di cercare forme di giustizia rivoluzionaria; non ne abbiamo bisogno. Ora c’è la guerra, faccia a faccia, una lotta fino alla fine. Vita o morte”. Ci credeva anche Che Guevara decenni dopo. E questo doveva essere l’orientamento di Mohammad Najibullah, che regnò con pugno di ferro nel Khad dal 1980 fino a diventare capo del partito e Presidente dell’Afghanistan nel 1987. Una volta al potere, il Dr. Najib intraprese la politica di riconciliazione nazionale. Eliminò la parola comunista e il riferimento al marxismo dalla nuova Costituzione nel 1990, con l’etichetta Repubblica islamica dell’Afghanistan (come l’Iran), introducendo un sistema multipartito, libertà di parola e magistratura indipendente. Ma i mujahidin, che controllavano ampie parti del Paese, si rifiutarono di aderirvi. Con il sostegno di Stati Uniti ed occidente i taliban (fanatici studenti religiosi) emersero conquistando il Paese. Quando nel 1992 presero Kabul, il dottor Najib trovò rifugio nel complesso delle Nazioni Unite dove visse fino al 1996. Il 27 settembre i taliban presero Najibullah nel suo rifugio, lo castrarono e lo trascinano con un’auto sulle strade di Kabul, finendolo con un colpo di arma da fuoco, impiccandone il corpo su un semaforo.
In conclusione, alcuni risultati della guerra trentennale in Afghanistan sono chiari: il sogno degli USA di controllare queste terre in cima al mondo, Afghanistan e Iran, è stato spezzato. Tendo a pensare insieme Iran e Afghanistan. Venticinque anni di oppressione e sfruttamento furono troppo per gli iraniani che si ribellarono con una rivoluzione scacciando gli USA. Anche la Russia perse in Iran mentre l’Ayatollah Khomeini governava; ora che è passata, Russia e Iran sono alleati… contro l’aggressivo imperialismo yankee. L’Iran fu così perso dagli USA, ma rimane l’Afghanistan, forse nelle menti di certuni. Per i neocon continua ad essere un’alternativa promettente. Niente petrolio, ma molti papaveri e terre rare, e la posizione. La Russia sovietica aveva sognato un Afghanistan progressista favorevole per proteggere e assicurarne le vaste regioni islamiche dal Caucaso all’Estremo Oriente. Non riuscì a governare gli afgani, implacabili, come neanche gli statunitensi oggi. Sebbene i mujahidin sostenuti dagli USA non poterono sconfiggere i sovietici a Kabul negli anni ’80, li convinsero ad abbandonare una missione persa lasciando una lezione che gli Stati Uniti non hanno ancora imparato dopo 16 anni. Sulla base delle scuse per invadere l’Afghanistan indomabile nel 2001, dopo l’11 settembre… continuano ad affrontare mulini a vento, incapaci di abbandonare un’altra guerra perduta. Il Dr. Najib non c’è più. Il sogno di un Afghanistan comunista è scomparso. L’Unione Sovietica è scomparsa. Ma gli USA sconfitti controllano ancora una piccola porzione del complesso Afghanistan.Gaither Stewart è un giornalista; i suoi dispacci su politica, letteratura e cultura, sono stati pubblicati (e tradotti) su molti siti della stampa online e sulla stampa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio