Cordone Sanitario siriano per Israele?

Alastair Crooke, Sic Semper Tyrannis 20 luglio 2017Israele ha respinto l’accordo sul cessate il fuoco di Amman negoziato da Stati Uniti, Russia e Giordania che decide il confine della zona di de-escalation nella Siria sud-occidentale. Fin dall’inizio, l’accordo era accettato da Israele e dall’alleato giordano. Inizialmente, Israele disse “sì” (e partecipò ad alcune discussioni), ma all’inizio della settimana il primo ministro israeliano cambiava idea. Ora Israele afferma che il cessate il fuoco (che regge) è un problema serio per Israele e che alcuna delle sue richieste sulla sicurezza è stata rispettata. Ben Caspit, commentatore israeliano, cita una fonte vicina alla questione: “Non si tratta solo del disaccordo. Ma è un vero scontro, che pone Israele contro Russia e Stati Uniti. Riflette la cospicua delusione d’Israele sul modo con cui gli statunitensi vengono aggirati da Putin, portando alla cessione degli interessi israeliani sulle alture del Golan e in Libano all’Asse Sciita”. È vero il contrario: l’intenzione dei negoziatori di Amman fin dall’inizio era fermare l’Esercito arabo siriano e le forze alleate, che avanzano liberando il territorio sovrano, mentre le forze insurrezionali si dissolvono, non troppo vicino la linea dell’armistizio sul Golan. I negoziatori statunitensi nei colloqui furono abbastanza chiari: gli Stati Uniti avevano solo due obiettivi, proteggere Israele e sconfiggere lo SIIL, e sono stati pienamente raggiunti coll’accordo provvisorio che ha bloccato il conflitto e imposto l’assenza di “combattenti stranieri” per 20 km sul lato siriano della linea dell’armistizio sul Golan e sul confine siriano-giordano (che escluderebbe le autorità militari iraniane, libanesi e irachene) per un determinato periodo di tempo. Inoltre, tutta la zona sarà sorvegliata e protetta dalle forze di polizia russa. Di fronte a ciò, i negoziatori statunitensi hanno fatto ciò che hanno fatto. Allora, perché Israele si ritrae ed avanza, post hoc, delle pretese? Adesso afferma che non tollererà la presenza iraniana o di Hezbollah in Siria. L’ex-capo del CNS israeliano dichiarava esplicito che Israele può usare la forza per chiudere ogni base. Chiaramente, Netanyahu è deluso ed arrabbiato. Le sue speranze di una coalizione “sunnita” guidata dai sauditi che si confrontasse, contenesse e ricacciasse l’influenza iraniana, sono implose con il disordine dell’attuale fratricidio intra-GCC. Allo stesso modo, le sue speranze di un corridoio logistico e di zone tampone da nord fino al confine siriano-iracheno, estendendosi all’Eufrate, sono crollate quando il governo iracheno, irritato dalla creazione dell’esplicita alleanza anti-sciita tra Riyad e presidente Trump (quando associò la milizia delle PMU ed Hezbollah ai principali attori del terrorismo), capovolse l’equilibrio di forze. Il governo iracheno ha dato alle PMU via libera per il confine iracheno-siriano da entrambe le parti. Immagino che Netanyahu senta che la parte d’Israele nel conflitto siriano stia finendo e che il futuro non vedrà più una Siria debole, sbaragliata dal jihadismo filoiraeliano e dalla balcanizzazione del territorio, come previsto. Ma piuttosto, una Siria pienamente legata ad Hezbollah, Iran e la costellazione delle PMU irachene sempre più attive, se non ineccepibili.
Israele, nella sua frustrazione, pensa d’imporre una propria zona tampone, come nel Libano meridionale? Come presupposto, probabilmente “no”. La lezione del Libano meridionale è ancora troppo cruda per contemplare una zona tampone “fisica”. La presenza di truppe israeliane nella Siria meridionale sarebbe un invito aperto alla guerriglia per respingere gli invasori. Più probabilmente le minacce del PM israeliano sono un tentativo di cambiare le regole del gioco siriane, estendendo la licenza militare d’Israele ad agire in modo unilaterale e senza responsabilità nel sud-ovest della Siria, a sostegno dei fantocci jihadisti presso Qunaytra. In pratica, ciò è già cominciato anche se con il pretesto d’Israele di rispondere al “fuoco diretto” d’oltre frontiera. Forse Israele suppone che l’amministrazione statunitense abbia perso la pazienza con l’agenda del cambio del regime a Damasco (visto il crollo del fronte guidato dall’Arabia Saudita). Washington preferisce una rapida vittoria pubblica sullo SIIL a Raqqa, e poi dimenticarsi della Siria. Gli occhi degli Stati Uniti vanno altrove e Trump ha deciso di finirla con l’aiuto “segreto” della CIA ai “ribelli moderati siriani“. Così il PM Netanyahu probabilmente cerca di recuperare ciò che può della campagna anti-iraniana. Il 18 luglio, la Casa Bianca pubblicava una dichiarazione che spinge il Congresso ad autorizzare nuove “temporanee” installazioni intermedie di stazionamento in Iraq e Siria “nell’ambito della campagna statunitense contro lo Stato islamico“, (i dettagli sulle basi esistenti degli Stati Uniti sono appena state diffuse dai turchi). Ma come affermava su al-Monitor Corri Zoli, direttore ricercatore dell’Istituto di Sicurezza Nazionale e Controterrorismo dell’Università di Syracuse, “Mi sembra che ciò che vogliono è manovrabilità per creare alcune infrastrutture per approfondire la lotta oltre Raqqa e la Siria… È un tentativo di creare eliporti per attaccare lo SIIL e gli sforzi per creare un minicaliffato nella regione. Il segretario alla Difesa James Mattis”, aggiunge Zoli, “pensa a un paio di passi in avanti. Vuole avere la pace, stabilizzare la regione e pressare militarmente l’Iran. Se può farlo con la logistica, meglio“. Così, Netanyahu, giocando da “solito arrabbiato”, potrebbe fare pressione sull’amministrazione statunitense per attuare un piano sostitutivo con un cuneo di strutture aeroportuali temporanee statunitensi che vadano dalla Siria settentrionale all’Iraq, destinate a evitare la contiguità iraniana con la Siria. In breve, Netanyahu è irritato dalle carenze del piano del cessate il fuoco nel sud-ovest della Siria, facendo leva sull’incomprensione statunitense sulla rete di contenimento dell’Iran. Ma se non sarà così, e Israele intendesse respingere le basi militari iraniane e di Hezbollah ben oltre la linea dell’armistizio sul Golan, il presidente Trump avrà di che preoccuparsi. Potrebbe ritrovarsi con missili che volano dal sud del Libano in Israele. Infine, anche se è ampiamente noto che Mattis si trascina nette opinioni sull’Iran dalla particolare esperienza in Iraq, dove prestò servizio, le sue attuali responsabilità richiedono una visione più ampia. Semplicemente, la stabilità regionale, interesse dichiarato dagli USA, è contingente alle buone intenzioni iraniane, che Mattis ci badi o meno.
L’ex-capo del CNS d’Israele Yaakov Amidror è certamente nel giusto quando sottolinea così chiaramente (probabilmente con sanzione ufficiale) che gli interessi d’Israele si discostano da quelli degli USA: “Alla fine è nostra responsabilità, non di statunitensi e russi, proteggerci e prendere tutte le misure necessarie a ciò”. Spiegando come statunitensi e russi, con cui Israele ha buoni legami e dialogo, hanno accettato un accordo che consenta la presenza permanente iraniana in Siria. Amidror affermava che l’obiettivo strategico russo del cessate il fuoco è garantirsi che il regime di Assad rimanga, e l’obiettivo strategico statunitense è distruggere lo Stato islamico. Israele, ha detto, deve “prendersi cura del suo obiettivo strategico“, definito come “dividere Iran e Siria costruendo basi in Siria“. Amidror ha detto che mentre Israele ovviamente vuole vedere la fine delle uccisioni in Siria, “Il prezzo non può essere avere Iran ed Hezbollah alle nostre frontiere“, e che Israele ha opzioni diplomatiche e militari per impedire che ciò avvenga e che “entrambe le opzioni vanno usate“. Mattis potrebbe avere l’impressione di doversi spiegare “a lungo” con Bibi Netanyahu.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’intelligence USA sabota il blocco saudita per risolvere la crisi del Golfo

Finian Cunnignham SCF 20.07.2017Una fuga tempestiva dell’intelligence degli Stati Uniti sembra aver minato l’asse saudita nel dannoso scontro con il Qatar. Quindi, l’intelligence statunitense è stata costretta a pesare e sbrogliare la grave crisi del Golfo, dati gli interessi strategici statunitensi nella regione. L’intervento statunitense sembra per ora aver funzionato. Questa settimana il blocco Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Egitto compiva una drastica ritirata riguardo le precedenti richieste draconiane al piccolo Stato gasifero del Golfo Persico del Qatar, secondo Associated Press e New York Times. La ritirata avveniva pochi giorni dopo i rapporti sui media degli Stati Uniti che sostenevano il Qatar nella disputa. Il notiziario NBC citava fonti d’intelligence statunitensi per corroborare un articolo del Washington Post secondo cui il Qatar era vittima della propaganda degli Emirati Arabi Uniti. In altre parole, i media statunitensi amplificavano le agenzie d’intelligence statunitensi nelle manovre sulla crisi del Golfo. “Le false notizie volte a pregiudicare le relazioni del Qatar con gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante nella divisione diplomatica tra la piccola nazione del Golfo e i suoi vicini, affermano i funzionari statunitensi e del governo del Qatar”, riferiva NBC. Notevole, come notato in una precedenza qui, come l’attribuzione di hackeraggio e disinformazione sul Golfo da parte di intelligence e media degli USA contraddicesse le precedenti notizie pubblicate dalla CNN. Il mese scorso, CNN esaltò una relazione “esclusiva”, citando fonti d’intelligence statunitensi che accusavano la Russia per la crisi del Golfo. Evidentemente, tali rivendicazioni statunitensi contro la Russia sono false. C’è la buona ragione di credere che la nuova versione dell’hackeraggio nel Golfo incentrata sugli EAU sia credibile. Questo lo dicono i qatarioti da sempre. Cioè, che la loro agenzia stampa ufficiale fu vittima del discredito di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, con l’obiettivo d’invocare il blocco sul Paese, incentrato sulle misere rivalità tra gli Stati arabi del Golfo, principalmente tra il regno saudita ricco di petrolio e lo Stato qatariota ricco di gas. L’hackeraggio dell’agenzia di stampa del Qatar ha riguardato false affermazioni apparentemente fatte dal governante del Qatar, Shayq Tamim bin Hamad al-Thani, in cui lodava l’Iran come “potenza islamica”; dichiarazione insignificante nei regni arabi dominati da sunniti. Questo il 24 maggio. In pochi giorni, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrayn ed Egitto ruppero i rapporti diplomatici e commerciali con il Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump svolse un ruolo inusuale nel provocare la crisi del Golfo. Il suo primo sostegno all’Arabia Saudita e la sua censura unilaterale del Qatar indubbiamente incoraggiarono Riyadh e partner ad inasprire il blocco. Tali richieste al Qatar includevano il versamento di compensi ai vicini del Golfo per danni presumibilmente causati dal terrorismo e la chiusura del notiziario al-Jazeera di Doha. Il Qatar ignorò la scadenza e affermò che non avrebbe fatto concessioni. A quel punto, le teste più fredde di Washington si resero conto che Trump si era infilato nel Golfo come un toro in un negozio di porcellane e il suo intervento sconsiderato sconvolgeva l’equilibrio strategico statunitense nella regione petrolifera. I qatarioti scoprirono che, a causa dell’impulsività di Trump, il blocco dell’Arabia Saudita si era sovraesposto nell’ambizione di colpirli. Sapevano che gli Stati Uniti non potevano permettersi una divisione tra gli alleati arabi, con l’implicazione che tale scisma possa rafforzare l’Iran e minare il sistema globale del petrodollaro. Il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson cercò di rimediare al sostegno sconsiderato di Trump ai sauditi, arrivando a definire le richieste saudite al Qatar “irrealistiche”. Le fughe dell’intelligence sui maggiori media statunitensi di questa settimana, sostengono le affermazioni del Qatar di essere vittima del discredito del campo saudita (EAU), avendo l’effetto di ammorbidire l’imperiosa posizione di quest’ultimo. L’Arabia Saudita e gli altri indicavano di aver ritirato le 13 richieste draconiane. Ora vi sono solo sei richieste, vaghe al punto che si potrebbero firmare. Questa è una spettacolare ritirata. Soprattutto, le precedenti richieste di riparazioni finanziarie al Qatar e della chiusura di al-Jazeera sono state abbandonate. Il New York Times ha descritto gli sviluppi con termini anodici come “passo che potrebbe aprire la strada a una prima risoluzione della crisi”. Un resoconto più accurato affermerebbe che il campo saudita ha capitolato sull’intransigenza verso il Qatar. E le fughe dell’intelligence statunitense presso gli obbedienti media statunitensi hanno accelerato tale capitolazione.
Gli interessi strategici statunitensi erano semplicemente troppo alti perché Washington rischiasse il prolungamento della crisi del Golfo. L’intervento spiacevole di Trump, inizialmente a sostegno dei sauditi, minacciò di stravolgere il Golfo. Sottomettere Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, svelando chi aveva diffuso disinformazione sull’hackeraggio sul Qatar, è stato il modo migliore per gli Stati Uniti di stringere i ranghi. La drammatica ritirata dell’asse saudita di questa settimana, dopo le fughe dell’intelligence statunitense sui media, è la prova che Washington ha richiamato i clienti arabi. E altrettanto importante è il modo con cui intelligence e media degli Stati Uniti hanno ritenuto opportuno smantellare i precedenti tentativi d’infangare la Russia con false notizie sul Golfo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’arte del cessate il fuoco

Ziad al-Fadil Syrian Perspective 15/7/2017Molti dei miei lettori sono delusi dalle tregue che emergono quando l’Esercito arabo siriano assedia le città occupate dai gruppi terroristici sostenuti da Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Regno Unito e NATO. Mentre questi cessate il fuoco proliferano, i cittadini tornano nelle proprie case e celebrano l’espulsione dei nichilisti devoti al diavolo. Oggi l’ONU conferma che più di mezzo milione di profughi dal Libano sono tornati a casa, ad al-Zabadani, Madhaya, Qusayr e al-Wair, per citare solo alcune aree liberate con gli accordi di cessate il fuoco. Ma le tregue hanno una logica che sfugge a molti. Ne discutiamo. I cessate il fuoco e la disponibilità ad aderirvi dimostrano come stia il nemico dal punto di vista dei rifornimenti, morale e pianificazione. Quando i jihadisti accettano di cessare le operazioni e di trasferirsi in un’area come Idlib, il messaggio è che i rifornimenti si esauriscono, il morale è basso e non ci sono piani per altre operazioni. L’ultimo è importante perché indica che il nemico teme di perdere altri combattenti e teme l’incapacità di reclutarne altri e quindi di formare nuove reclute. Quando i ratti di al-Wair accettarono, infine, di partire per Idlib o la provincia di Aleppo, sapevano che le loro probabilità andavano da lievemente a molto tristi. Soprattutto, lo sapevano! La disponibilità a partire per Idlib, per esempio, ha anche dimostrato quanto siano leali all’ideologia jihadista. Una volta accettato di salvarsi la pelle, l’Ufficio d’Intelligence Militare dell’Esercito arabo siriano si assicurava che tali terroristi non fossero interessati a morire per una qualche causa. Ecco perché molti accettarono di aderire all’Amnistia. Chiaramente, erano psicologicamente frustrati da morte e distruzione che avevano inflitto al proprio Paese e dalla miseria inflitta ai figli che ora dovranno riprendere 5 anni di studi. La volontà di aderire ai negoziati dimostra anche quanto pareri e numeri dei propagandisti influenzino i terroristi che ora pensano a ritirarsi da aree chiave. Si pensi ad Aleppo dove la metà orientale fu infestata da tali scarafaggi assassini. I gruppi coinvolti erano jihadisti brutali di al-Nusra e terroristi di al-Zinqi noti per decapitare bambini. Nonostante rancore e rabbia del capo dei terroristi saudita Abdullah al-Muhaysini ad Idlib, i terroristi accettarono il cessate il fuoco e la ritirata. Il “daiya” saudita promise a chi combatteva e moriva altre 2 puttane in cielo, anche se molti si chiesero dove ottenesse tale licenza di offerte dall’Onnipotente. Da ciò si seppe che i terroristi avevano tutte le linee dei rifornimenti dal nord (Layramun, Handarat) interrotte e i tunnel scoperti e distrutti dall’EAS. Si seppe anche che i terroristi non prendevano al-Muhaysini seriamente, indicando l’abbandono delle dottrine jihadiste. Il loro morale doveva essere basso avendo la prospettiva che l’intera struttura della città gli crollasse in testa a breve. E naturalmente non avevano piani che potessero ragionevolmente prevedere una situazione migliore. Tutta la rabbia di al-Muhaysini non poteva creare un esercito capace di salvare il collo di tali barbari intrappolati. Ma i cessate il fuoco indicarono anche i Paesi mandanti. Sebbene la Turchia urlasse invitando i terroristi a continuare promettendo una “nuova iniziativa”, i terroristi capirono chiaramente che la posizione turca era “fuffa”, semplicemente non si fidavano di Ankara per avere risultati positivi. Gli Stati Uniti rimasero in silenzio e i sauditi, che cedettero ogni autorità alla Turchia, essenzialmente s’inchinavano turandosi il naso, preferendo sfruttare i cannibali del Jaysh al-Islam su cui avevano dominio incontrastato. La ritirata da Aleppo fu lo spartiacque della guerra, non perché la città fu liberata, ma perché le nazioni mandanti persero coraggio. Ciò rese la Russia più sicura e la nostra vittoria ancora più dolce.
I cessate il fuoco furono cruciali per informarsi dove i terroristi finissero una volta ritiratisi. Dato che la maggioranza optò per Idlib, provincia ora senza cittadini, il compito di perseguire e uccidere i ratti riamasti diventa più facile. Inoltre, MI-EAS e altri servizi alleati avevano negli ultimi tre anni intaccato le reti dei terroristi, infiltrando fedelissimi dello Stato in tali gruppi, consentendo all’intelligence di raccogliere informazioni e dati precisi su piani futuri e stato del morale. Che i criminali effettivamente accettassero di allontanarsi in una provincia piena di altri ratti che si presentavano da obiettivi legittimi, indicava che la rivoluzione contraffatta era finita del tutto. Erano convinti di non avere altra scelta. Per pianificare le prossima mosse, ai comandanti dell’Esercito arabo siriano ciò è inestimabile. Queste tregue diedero anche allo Stato la possibilità d’invitare i profughi a tornare a casa valutandone lealtà allo Stato e sostegno al presidente, nell’ambito dello sforzo di prevedere l’esito delle elezioni future. Ciò è estremamente importante per russi e iraniani che hanno puntato tutto sulla longevità dell’alleato Dottor Assad, e che persistono nel promuovere un processo di transizione democratica in Siria. Finora le prove indicano che i cittadini siriani rimpatriati attraverso i monti del Libano sostengono sostanzialmente il Dottor Bashar al-Assad, anche se non furono presenti all’inizio delle distruzioni. Paesi sostenitori come la Cina avanzano buone promesse di aiuto nel riavviare il processo di costruzione, incoraggiano ancor di più i cittadini che rientrano. I cessate il fuoco, ovviamente, permettono anche all’Esercito arabo siriano di riposare, riaddestrarsi, rifornirsi e trasferirsi. L’enorme avanzata nel deserto siriano a ovest e a nord di Palmyra, con conseguente significativo ripristino delle attività economiche, non avrebbero potuto essere realizzate con tanta velocità e efficacia senza le truppe di al-Zabadani e Madhaya. Questi cessate il fuoco hanno liberato non solo città ma anche truppe siriane e alleate per combattere altrove, e queste saranno l’avanguardia nelle battaglie per annientare lo SIIL a Dayr al-Zur e al-Raqqa. Le tregue hanno anche allontanato i terroristi e i loro mezzi pesanti dalle basi aeree cruciali nella battaglia per espellere e sterminare tali miserabili microbi. Ora che tutti i terroristi sono andati via sui loro autobus verdi con solo le armi leggere, mortai, razzi domestici o consegnati dai sionisti, tra l’altro, e cannoni-inferno sono stati abbandonati. Le nostre basi aeree sono meno legate alle contromisure dato che i terroristi con l’artiglieria non ci sono più, le armi sono state consegnate agli effettivi delle forze di difesa siriane.
Questi eventi non avrebbero potuto avvenire in un momento più opportuno. Con le forze dell’Esercito arabo siriano ora pronte a combattere in ogni parte rimanente del Paese e l’alleato Hezbollah libero di agire da e per il Libano, dove c’è la guerra tra Resistenza libanese e piaga dello Stato sionista. Posso assicurarvi che la prossima battaglia in Libano porrà fine all’abominevole apartheid, fine che apparirà quando decine di migliaia di soldati e patrioti arabi attraverseranno i confini sionisti, distruggendo il tessuto di tale malvagia società colonizzata. Quindi, se non piacciono i cassate il fuoco, ci faccia da parte. Ma si cerchi di essere più aperti e di osservare bene perché chi se ne preoccupa li sostiene e promuove.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria, fine dei giochi?

Ziad al-Fadil, Syrian Perspective 11 luglio 2017
Aleppo: Gli Stati Uniti hanno nuovamente e per l’ennesima volta violato il diritto internazionale creando una base aerea a sud della città di Ayn al-Arab, 30 km nel nord-est della provincia di Aleppo. Quando il Dottor Bashar al-Jafari attirerà l’attenzione del Consiglio di sicurezza denunciando la capacità illimitata degli Stati Uniti di sconvolgere le norme internazionali?
Homs: L’Esercito arabo siriano amplia il controllo sui giacimenti di petrolio e gas nell’area di Palmyra, liberando totalmente il campo di al-Hayl, 20 km a sud della città chiave di al-Suqanah occupata dallo SIIL. Mentre le cose progrediscono, l’Esercito arabo siriano sarà presto sull’asse Araq-Suqanah, un punto da non perdere per i ratti tremebondi ad al-Suqanah, ora che sanno che il loro destino è buio. A Dayr al-Zur, i fedelissimi dell’Esercito arabo siriano attendono con urgenza la liberazione di al-Suqanah, mentre la SAAF continua i bombardamenti pesanti delle posizioni dello SIIL
Provincia di Niniwa, Iraq: Il notiziario dei terroristi Sumariya ha appena annunciato la morte del califfo ruspante. Come ho già detto, fu eliminato 2 anni fa da un attacco aereo della SAAF vicino al-Mayadin. Come i taliban, lo SIIL ne nascose la morte per motivi legati al morale. Se venisse presentato oggi, non sarebbe al-Baghdadi. In ogni caso, l’analisi mi dice che apparirebbe come il quadro di Dorian Gray.
Ginevra: Si riuniscono di nuovo, e si annuncia molto tenebroso. L’opposizione deve mostrare obbedienza. Questo è tutto. I sauditi perdono appetito per il confronto, prestando maggiore attenzione a diffamare altri sostenitori dei terroristi, il Qatar, e a ridurre le perdite nel calderone dello Yemen. I sauditi hanno anche capito di non avere un esercito e dei militari di cui vantarsi. Sono solo un popolicchio, una spregevole mandria di babbuini che corre dritto nel 4° mondo definitivo. La questione della presidenza del Dr. Assad è finita. Anche i tossici francesi ammettono che non vi è alcuno che possa sostituirlo. L’opposizione deve accettare la democrazia arbitra del cambiamento di governo. Con la popolarità del Dottor Assad a livelli inediti, anche lo Jaysh al-Islam scopre che la paga arriva assai in ritardo. Dimostrando tutto questo, la tregua di Darah regge. Anche i terroristi più violenti sono devastati dalla loro disastrosa guerra di 6 anni contro un Paese che ha potuto emergere dal 3.zo Mondo con un nuovo status. Sono colpevoli di tale inattesa battuta d’arresto, negando al popolo siriano la sua parte di nuova ricchezza del proprio Paese. Spero che il Dottor Assad non firmi alcuna legge che conceda l'”amnistia generale” a tutti i combattenti. Se chiedete a chiunque chi rappresenti l’opposizione a Ginevra, probabilmente non lo saprebbe. E non c’è nemmeno bisogno di scoprirlo. Muhamad al-Lush ci sarà, ovviamente, a riecheggiare i vecchi mantra sauditi. Oltre a ciò, i russi saranno lieti se la retorica mutasse e l’opposizione segnalasse che non esiste come movimento.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Guerra nei Balcani”, le memorie di un peacekeeper portoghese (2.da Parte)

Stephen Karganovic SCF 09.07.2017Nelle sue memorie “Guerra nei Balcani” (1), il generale portoghese Carlos Martins Branco, che durante il conflitto nella ex-Jugoslavia aveva l’incarico strategico di Vicecapo Missione degli Osservatori Militari dell’ONU in Croazia e Bosnia-Erzegovina (1994-1996), racconta la sua esperienza sugli eventi di Srebrenica nel luglio 1995. In contrasto con le fantasie di un gruppo di dubbi “esperti”, falsi testimoni e propagandisti dichiarati, il Generale Martins Branco riferisce fatti come osservati dall’intelligence e altre fonti sul campo. Queste informazioni attraversarono i canali ufficiali fino alla sua scrivania a Zagabria, dove si trovava la sede degli Osservatori delle Nazioni Unite. Fatti e conclusioni di Martins Branco sono difficilmente smentibili. Gli elementi citati di seguito sono riportati nelle pagine 201-206 delle memorie. Cominceremo con la conclusione del generale che sfida l’idea accettata che Srebrenica fu un genocidio e da lì proseguire: “Se avessero intrattenuto l’intento specifico di commettere un genocidio, i serbi avrebbero bloccato l’enclave da tutti i lati in modo che nessuno potesse scappare. Invece attaccarono da due direzioni, a sud-est e ad est, dove concentrarono le forze d’assalto, lasciando corridoi aperti verso nord e ovest (…) né avrebbero pianificato l’invio di diciassettemila donne, bambini e anziani il 12 e 13 luglio, permettendo a circa la metà degli sfollati di raggiungere il territorio della Federazione. Un gran numero di residenti di Srebrenica, che riuscì a fuggire, trovò rifugio in Serbia dove passò diversi anni senza essere disturbato da nessuno. Per occultare il genocidio, era necessario nascondere alcuni fatti scomodi che potevano comprometterli”.
Martins Branco non nega che “l’attacco a Srebrenica causò molti morti“. Tuttavia, osserva che “anche dopo venti anni nessuno è riuscito a determinarne il numero”. (In realtà il Tribunale dell’Aja ci tenta ma, a seguito di sforzi inadeguati, nei vari verdetti si hanno cinque cifre drasticamente diverse, con un divario di 4000, presumibilmente riflettendo il giudice che accertava il numero delle vittime giustiziate). Come “Progetto Storico Srebrenica” dice da anni, Martins Branco sottolinea anche un fatto molto importante, vale a dire l’eterogeneità delle cause di morte nei resti umani riesumati a Srebrenica. L’autore descrive la situazione legale nei seguenti termini: “Le cause delle morti verificatesi durante e dopo le operazioni militari furono diverse: combattimenti tra i due eserciti che si affrontavano; combattimenti tra forze serbe e miliziani che fuggivano, raggiunti da civili; guerra interna fra i combattenti dell’esercito bosniaco; e infine esecuzione dei prigionieri di guerra”. Quanto agli antecedenti della “cifra magica di 8000 dispersi (stima iniziale della Croce Rossa) che infine divenne verità inconfutabile”, l’autore afferma che ad un certo punto “era proibito farsi domande, anche prima che venisse presentata alcuna prova”, continuando: “Guai a chi osi sfidare tale verità incontrovertibile. Sarà immediatamente scomunicato ed etichettato come “negazionista”. Il fatto che 3000 persone dichiarate disperse comparissero sulle liste elettorali nel settembre 1996, non ebbe alcun impatto sulla ripetizione incessante della narrativa sugli 8000 morti. I media non ebbero mai la minima curiosità su questa ed altre evidenti incongruenze. Era più facile continuare a ripetere la storia del genocidio, che i mass media promossero con ansia. Ma a prescindere dalla ribellione ostinata a quella “verità”, va ricordato che tra rumore mediatico e fatto storico continua ad esserci un enorme divario”. “Quanti prigionieri furono uccisi e quanti morirono in battaglia?”, si chiede il Generale Martins Branco con una domanda fondamentale. “Siamo abbastanza lontani dalle risposte, e direi che avremo difficoltà a trovarle. È molto più facile, e semplice, parlare di genocidio”. L’ufficiale portoghese, tuttavia, s’impegna a stimare il numero possibile di vittime dei crimini di guerra a Srebrenica nel luglio del 1995: “L’esecuzione da parte delle forze serbe a Srebrenica e dintorni di un notevole numero di maschi musulmani, fonti ben informate citano la cifra di 2000, in maggioranza soldati, fu senza dubbio un crimine di guerra”. Il numero menzionato da Martins Branco è significativo per una serie di ragioni. Innanzitutto, poiché lo stesso numero di vittime dell’esecuzione, 2000, è citata da un’altra e non meno rispettabile fonte d’intelligence, John Schindler, alto ufficiale d’intelligence statunitense di stanza a Sarajevo contemporaneamente agli eventi di Srebrenica. La valutazione di Schindler, fatta da Sarajevo, è completamente congruente con Martins Branco da Zagabria. Fu articolata nel documentario di Ole Flyum “Srebrenica: città tradita“. (2) Entrambe le valutazioni corrispondono ai dati forensi disponibili e va ricordato che quando le cose sono piuttosto confuse, come a Srebrenica, una sintesi dei dati d’intelligence da varie fonti attendibili va sempre eseguita con attenzione, presentando spesso un quadro complessivo molto più affidabile delle segnalazioni di individui isolati, il cui campo di visibilità è spesso limitato e senza nemmeno obiettività. Infine, la cifra suggerita congiuntamente da Martins Branco e Schindler, che le prove materiali disponibili supportano pienamente, è d’interesse anche per un altro motivo. Nelle varie comunità d’intelligence, una voce continua a girare affermando l’esistenza di un documento, una misteriosa lettera inviata da Alija Izetbegovic a Naser Oric nella primavera del 1995, poco prima dell’inizio dell’operazione a Srebrenica, dove si ritiene che fosse riaffermata che l’offerta di interventi esteri rimaneva ancora in piedi, così come la condizione che la caduta di Srebrenica fosse accompagnata da un massacro. Il punto chiave della presunta lettera è che il numero di vittime richiesto dal criterio interventista delle forze estere interessate fosse la cifra familiare di 2000. “Tuttavia”, continua il nostro autore, “non fu un genocidio, come si afferma in molti ambiti, soprattutto al tribunale dell’Aia, sotto forma di argomento politico. Da persona civilizzata, naturalmente, sono del tutto d’accordo che “farsi giustizia da sé, caratteristica culturale non solo dei serbi, ma di altre comunità dell’ex-Jugoslavia, non giustifica o attenua la gravità dell’atto commesso. Fu senza dubbio una violazione della Convenzione di Ginevra”. Il punto principale, tuttavia, è che sembra che le cose vadano definitivamente chiamate con il loro nome: “I terribili crimini di guerra vanno puniti. Tuttavia, questi atti non possono e non devono essere confusi con un genocidio. Quando i crimini di guerra, come l’esecuzione di centinaia di maschi in età di leva, sono paragonati al genocidio, dove è necessario stabilire l’intento di eliminare sistematicamente i membri di una comunità etnica, s’invia un segnale molto frivolo. Ciò è particolarmente evidente se si tiene conto del fatto che la parte che commise il delitto mise a disposizione i mezzi per trasportare diciassettemila sfollati, circa il cinquanta per cento della popolazione sfollata”.
Martins Branco rivolge l’attenzione a un’altra notevole “incoerenza” nella vicenda di Srebrenica, che “il Tribunale ha finora condannato, ma contro un solo autore diretto” (in una nota a piè di pagina chiarisce che il riferimento è a Drazen Erdemovic, un imputato divenuto testimone del procuratore, inizialmente premiato con un’insignificante condanna di tre anni per aver firmato un accordo, seguiti da numerosi vantaggi in cambio di una testimonianza meccanica e assai controversa). (3) L’autore portoghese sottolinea che “nessun altro fu mai messo alla sbarra per l’esecuzione di prigionieri di guerra, ma piuttosto per “responsabilità comune di comando” nel partecipare a un’impresa criminale comune, dottrina preferita dal Tribunale, ma la cui applicazione in tale situazione di conflitto è altamente dubbia. Com’è possibile invocare il genocidio se, dopo venti anni, il Tribunale non sa determinare numero delle vittime, causa della morte e chi le uccise?”. Tutte domande eminentemente logiche. Anche Martins Branco dovrebbe aver credito per questa osservazione altrettanto acuta: “Il Tribunale ha dimenticato di preoccuparsi dei crimini commessi presso Srebrenica tra il 1992 e il 1995, dove le vittime erano serbe, con l’omicidio di quasi duemila persone (maschi, femmine, bambini e anziani), con alcuni casi di tortura e altre atrocità. La maggior parte di ciò fu accuratamente documentato e l’identità degli autori è nota (…) come Richard Holbrooke ammise nel suo libro, “il Tribunale era sempre stato uno strumento politico prezioso della politica statunitense“. (4) Proprio così. E quando si parla di genocidio, Martins Branco non teme di ritrarre il forte contrasto tra la situazione a Srebrenica nel luglio del 1995 e ciò che avvenne vicino appena un mese dopo, ad agosto, quando le forze armate croate passarono all’attacco: “Quello che accadde a Srebrenica non può e non va equiparato a ciò che accadde un mese dopo nelle Krajine, dove l’esercito croato attuò il massacro sistematico della popolazione serba che non poté trovare alcun rifugio, senza risparmiare nessuno. Uomini, donne, bambini, anziani, tutti senza distinzione furono sottoposti alle stesse atrocità e a cose peggiori. Quella operazione fu pianificata fino all’ultimo dettaglio ed ampiamente documentata. Gli ordini furono emessi da Tudjman ai suoi generali in una riunione a Brioni, il 31 luglio 1995, alla vigilia dell’Operazione Tempesta. Il Tribunale non ha mai considerato gli eventi della Krajina come possibile genocidio. I media occidentali si tennero ad un’attenta distanza da tali eventi. Il loro silenzio è complice ed assordante”.
Concludendo le memorie, Martins Branco sembra non avere dubbi sul fatto che Srebrenica fu il frutto perfido di una pianificazione a lungo termine e dell’attività parallela di varie parti interessate. A sostegno di ciò cita le prove dal libro di Ibran Mustafic sul “Caos pianificato”, dalle dichiarazioni del politico locale Zlatko Dukic e dalle rivelazioni del capo della polizia di Srebrenica durante il conflitto Hakija Meholjic. L’autore non esclude in particolare l’intrigante affermazione del Capo di Stato Maggiore dell’esercito bosniaco Sefer Halilovic, che difatti Izetbegovic avesse deciso di “scartare” Srebrenica all’inizio della partita, ma che fosse deciso “ad estrarne un profitto politico”. Per inciso, pur considerando ciò che Meholjic e Halilovic dissero sul tema e l’evidenza che l’evento possa essere stato concepito prima, va ricordata la famosa rivendicazione di Meholjic sull’offerta di Izetbegovic di consentire il massacro dei residenti di Srebrenica in cambio dell’intervento estero; in seguito negoziò con i serbi il sobborgo di Vogosca a Sarajevo. L’episodio, come si ricorda, sarebbe avvenuto nell’autunno 1993, quando il congresso nazionale bosniaco fu convocato a Sarajevo. Tuttavia, nel suo libro “La strategia astuta” (5) Sefer Halilovic presenta alcune informazioni ulteriori sul tema che possono avere un significato possibile; afferma che l’idea d’inscenare il massacro a Srebrenica, in cambio di dividendi politici, fu molto probabilmente pensata da Alija Izetbegovic e dalla leadership bosniaca anche prima del Congresso. Così accade che al momento della pubblicazione del libro, Halilovic fosse politicamente contrario ad Izetbegovic, e forse le sue affermazioni dovrebbero essere prese con un grano di sale. Il fatto, comunque, resta per quanto vale, e secondo Halilovic (che è vivo e può essere interrogato sulle sue affermazioni), Izetbegovic gli menzionò nella primavera del 1993 la presunta offerta che diversi mesi dopo, verso la fine dell’anno, sconvolse Meholjic e altri membri della delegazione di Srebrenica presenti alla riunione bosniaca.
Le riflessioni del Generale Carlos Martins Branco su Srebrenica sono una preziosa tessera del mosaico, completando e migliorando la nostra comprensione degli eventi. Il suo libro non è semplicemente la nota di un osservatore straniero strategicamente posizionato, ma molto di più. È, in un certo senso, l’adozione di una realtà politicamente oscurata dalle istituzioni che l’autore, volentieri e consapevolmente o meno, persino personifica. In misura notevole, da risposte a domande importanti su “cosa sapevano e quando lo scoprirono”. Il chiaro sottinteso delle memorie di Martins Branco è che l’autore e chi lo circondava potevano seguire gli eventi in tempo reale, sapevano molte cose e chi agisse, e a un livello analitico profondo non si fanno illusioni, per non parlare dei dilemmi, sulla natura e lo sfondo reali di Srebrenica. Dopo aver letto “Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione”, è difficile immaginare che i proverbiali “poteri” fossero all’oscuro dell’agenda politica cinica a cui Srebrenica fu asservita.Note
1) Guerra nei Balcani, jihadismo, geopolitica e disinformazione, Edições Colibri 2016.
2) “Srebrenica: città tradita”, da 50:50 a 51:10 minuto
3) Il racconto di Erdemovic fu minuziosamente studiato dal giornalista bulgaro Zerminal Civikov in “Srebrenica. Der Kronzeuge”, Edizione Brennpunkt, Osteuropa, 2009.
4) Holbrooke, Richard. Per por fine a una guerra, p. 190.
5) Halilovic, Sefer: “La strategia astuta” (Lukava strategija), Sarajevo 1997, pp. 130-132.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora