A Sochi la carovana siriana passa ed USA ed Israele si arrabbiano

Elijah J. Magnier

I colloqui di pace siriani sono decollati a Sochi sul Mar Nero: circa 1400 rappresentanti siriani del governo e dei gruppi d’opposizione, dai diversi punti di vista, agende politiche e obiettivi, concordavano 12 principi e risoluzioni strategiche, con l’intensa avversione di Stati Uniti e Israele. La Russia, teoricamente, ha posto fine a molte speculazioni sulla spartizione della Siria e ha dichiarato “guerra silenziosa” a Israele, Stati Uniti e forze turche, presenti illegalmente sul territorio siriano. A Sochi è stato adottato all’unanimità il principio dell’integrità della Siria come Stato sovrano. Questa riunione simbolica è significativa, nonostante le poche aspettative all’inizio, ed importanti risultati sono stati raggiunti, a partire da Sochi che godeva della dimensione internazionale grazie alla presenza del rappresentante delle Nazioni Unite (inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria Staffan de Mistura) e alla presenza di gruppi siriani sostenuti da Turchia ed Egitto, riunitisi coi funzionari governativi. Inoltre, è stato deciso che la costituzione siriana sarà rivista e discussa da un comitato costituzionale composto da 150 membri, formato da esperti del governo e dell’opposizione. È vero che questo comitato non ha il potere di modificare la Costituzione, ma può dare suggerimenti: un buon inizio per arrivare al tavolo dei negoziati di Ginevra entro la fine dell’anno. Ciò significa chiaramente che i siriani dovranno decidere il proprio futuro nonostante influenza ed interventi esteri. La delegazione finanziata da Riyad non era presente ma non mancava. Anche la leadership delle “Unità di protezione del popolo” (YPG), protette dalle forze statunitensi nel nord della Siria, rifiutava di partecipare all’incontro di Sochi: i curdi filo-statunitensi si sentono “traditi” dalla Russia per non essersi opposta all’aderente turco alla NATO, le cui forze (con l’operazione dal nome in codice “Ramo d’Ulivo”) cercano d’invadere l’enclave curda di Ifrin. Due settimane prima, la leadership delle YPG respinse l’offerta di Russia e Damasco di consegnare la città alle forze governative (dichiarando di far parte della Siria) perché volevano continuare ad amministrare la città. Nonostante il chiaro avvertimento russo sulla serietà delle intenzioni turche, le YPG consentivano un numero sufficiente di guardie di frontiera (al confine turco) dell’Esercito arabo siriano, ma non a consegnare la città alle forze del governo centrale.
L’incontro di Sochi non è stato organizzato per sostituire i colloqui di pace di Ginevra: al contrario, approvava la road map adottata nel 2012 e concordava l’elezione sotto la supervisione delle Nazioni Unite quando la Siria sarà liberata. Sochi è essenzialmente una manifestazione del potere russo in Siria e, come superpotenza, di avere un ruolo pacifico quando i cannoni non sono necessari. La Russia scaccia gli Stati Uniti dall’arena internazionale, mettendo definitivamente fine al ruolo unilaterale statunitense in Medio Oriente. La dirigenza statunitense manifestava rabbia nei confronti della Russia, in particolare per la dominante presenza militare russa, le sue mosse politiche in Siria, la presenza internazionale ed altro ancora. La Russia pungolava il miglior alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, Israele, quando la riunione di Sochi si dichiarava d’accordo sulla liberazione delle alture del Golan occupate ai confini con Israele. La Russia fa pressioni per restituire la terra siriana ai proprietari mentre Donald Trump consegna Gerusalemme a Israele. Inoltre, gli Stati Uniti hanno dichiarato varie sanzioni contro la leadership militare e politica russa, come il Primo ministro Medvedev. Vladimir Putin, miracolosamente escluso dalle sanzioni di Trump, non ha atteso a rispondere alla controparte statunitense: “i cani abbaiano, ma la carovana passa”.
Sochi ha anche sviluppato un consenso a favore della natura multietnica del futuro Stato democratico siriano. Ciò significa che alcun estremismo o gruppo settario avrà un posto nel futuro governo della Siria. E, cosa più importante, 1400 persone hanno deciso di decidere il proprio destino col voto e di scegliere il presidente con elezioni democratiche. Questo è esattamente ciò che l’attuale governo siriano sostiene. Ci sono voluti sette anni di guerra ai siriani per capirlo. Gli Stati Uniti si sono isolati a Sochi ma non in Siria perché hanno una presenza militare nel nord-est della Siria (al-Hasaqah, Dayr al-Zur, Manbij) e possono ancora giocare molte carte. Hanno anche il pieno controllo di una sacca nella stessa area, ai confini siriano-iracheni, dove alcune migliaia di terroristi dello SIIL sono ancora liberi. Hanno un’altra sacca isolata ad al-Tanaf, al confine tra Siria e Iraq, dove addestrano (come sostengono) “decine di migliaia di ribelli siriani” mentre la guerra rallenta e gli eventi allontanano la guerra dalla Siria. Gli Stati Uniti usano i curdi per proteggere le proprie forze finché rimangono in Siria. La Russia non punisce i curdi, ma rispetta le loro scelte e gli da la possibilità di provare e testare cosa significa allearsi agli Stati Uniti, chiedere un’alleanza che Washington non da ad alcuno in Medio Oriente se non Israele. La dirigenza statunitense è sempre stato onesta e diretta su questo punto: non abbiamo alleati e amici, solo interessi comuni. Non è chiaro il motivo per cui i curdi persistano nel voler cambiare le alleanze degli Stati Uniti, e perché accettino d’immolarsi per gli Stati Uniti in Siria. La Russia può solo aspettare di raccoglierli quando si sveglieranno dal sogno irrealistico e rimarranno parte integrale della Siria.
Gli Stati Uniti (e loro alleati) hanno perso la guerra, eppure sono rimasti in Siria. D’altra parte, il campo antiamericano in Siria è pronto a combattere le forze statunitensi e a scacciarle. Ciò potrebbe accadere quando la guerra in Siria finirà, e gli Stati Uniti saranno una nota dolente in Siria. D’altra parte, non sarà facile allontanare la Turchia dalla Siria. I curdi non solo hanno portato gli Stati Uniti nel Levante, ma hanno dato un’enorme opportunità alla Turchia di rimanere e annettersi parte della Siria quando le YPG rifiutarono l’autorità del governo centrale su Ifrin e al-Hasaqa. Né Sochi né Ginevra scacceranno Stati Uniti e Turchia dalla Siria. Nel frattempo, jihadisti ed estremisti sono contenti di Stati Uniti e Turchia, perché tutti gli attori, invece di dedicarsi alla sconfitta del terrorismo, continuano a colpirsi, trovando un alibi per continuare a “giocare” nel territorio siriano.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Che cos’è il “Safari Club II” e come può cambiare la dinamica del Medio Oriente

Wayne Madsen SCF 26.01.2018Durante la Guerra Fredda, la Central Intelligence Agency convinse alcuni alleati europei e mediorientali a stabilire un’alleanza d’intelligence informale i cui legami con gli Stati Uniti sarebbero stati “plausibilmente negati” nel tipico linguaggio della CIA. Nel 1976, un gruppo di direttori di agenzie d’intelligence filo-occidentali s’incontrò di nascosto al Mount Kenya Safari Club di Nanyuki, in Kenya, per organizzare un patto informale destinato a limitare l’influenza sovietica in Africa e Medio Oriente. Il gruppo si riunì sotto gli auspici del trafficante di armi e miliardario saudita Adnan Khashoggi, del presidente keniota Jomo Kenyatta e del segretario di Stato degli USA Henry Kissinger. Sebbene Khashoggi fosse presente al primo incontro di ciò che presto divenne noto come “Safari Club“, Kenyatta e Kissinger non erano presenti al raduno inaugurale delle spie. A firmare la carta di origine del Safari Club in Kenya c’erano il conte Alexandre de Marenches, direttore del servizio d’intelligence estero Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage (SDECE) francese; Kamal Adham, capo del Muqabarat al-Amah, il servizio d’intelligence saudita; il Direttore del servizio d’intelligence egiziano, generale Qamal Hasan Aly; Ahmad Dlimi, capo del servizio d’intelligence del Marocco e il generale Nematollah Nassiri, a capo dell’agenzia d’intelligence SAVAK iraniana. Ci sono indicazioni, ma nessuna prova effettiva, che il capo del Mossad Yitzhak Hofi avesse preso parte al primo incontro del Safari Club in Kenya. Il Mount Kenya Safari Club, fondato nel 1959, era di comproprietà del magnate del petrolio dell’Indiana Ray Ryan, individuo collegato a CIA e Mafia; di Carl W. Hirschmann Sr., fondatore svizzero della Jet Aviation, società aerea commerciale globale dagli stretti legami con la CIA e venduta alla General Dynamics nel 2008; e l’attore William Holden. Il 18 ottobre 1977, dopo che il Safari Club aveva trasferito il quartier generale operativo al Cairo, Ryan fu ucciso da un’autobomba ad Evansville, nell’Indiana. Holden morì solo nel suo appartamento a Santa Monica, in California, il 12 novembre 1981, dopo che, secondo quanto riferito, era inciampato sul tappeto accanto al letto, colpendo con la testa un comodino ed emorragia successiva. L’omicidio di Ryan rimane un caso aperto, mentre domande continuano a circondare la morte solitaria di Holden.
Nel 1977, Khashoggi approfittò dei problemi fiscali di Ryan col governo degli Stati Uniti e degli stessi problemi finanziari di Hirschmann per acquistare il pieno controllo del Mount Kenya Safari Club poco prima dell’omicidio di Ryan. Grazie alla sua posizione a Cairo, il Safari Club fu un elemento chiave nel reclutamento di irregolari arabi per combattere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Khashoggi fu un attore chiave nel finanziamento della “Legione Araba” in Afghanistan, grazie al sostegno della famiglia reale saudita e del sultano Hassanal Bolkiah del Brunei. Il Mount Kenya Safari Club continuò a svolgere un ruolo utile nelle riunioni clandestine del Safari Club, tra cui quello del 13 maggio 1982 tra il ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon; il presidente del Sudan Jafar al-Nimayri; del capo dell’intelligence sudanese Umar al-Tayab; del miliardario statunitense-israeliano Adolph “Al” Schwimmer, del fondatore delle Israel Aerospace Industries Yaacov Nimrodi, dell’ex-ufficiale di collegamento del Mossad a Teheran con la SAVAK e vicedirettore del Mossad, David Kimche. Il capo effettivo del Safari Club era, secondo alcuni resoconti di alcuni addetti ai lavori, George “Ted” Shackley che, in qualità di vicedirettore aggiunto per le operazioni della CIA, era il capo delle operazioni clandestine della CIA sotto George HW Bush. Shackley, il cui soprannome era “Blond Ghost“, fu licenziato dal direttore della CIA di Jimmy Carter, ammiraglio Stansfield Turner. Tuttavia, Shackley fu richiamato dal capo della CIA di Ronald Reagan, William Casey. Agendo da agente d’intelligence privato, Shackley fu determinante nel mobilitare la vecchia rete SAVAK del Safari Club in Europa, per creare il famigerato affare Iran-contra. Il Safari Club era responsabile di gran parte delle operazioni clandestine dell’occidente contro l’Unione Sovietica nelle zone di conflitto che si estendevano dall’Afghanistan alla Somalia e dall’Angola al Nicaragua. È ironico che un gruppo di servizi segreti e di guerriglie che supportano gli huthi nello Yemen stiano ora riprendendo il vecchio Safari Club per combattere Stati Uniti, Arabia Saudita, Israele e i loro agenti in Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente.
Il movimento anti-saudita Huthi nello Yemen, i cui membri aderiscono alla setta zaidita dell’Islam, si oppone alle rigide pratiche fondamentaliste del wahhabismo saudita. Gli huthi, vicini religiosamente e politicamente all’Iran sciita, hanno istituito un servizio d’intelligence estero diretto da Abdarab Salah Jarfan. Emulando il Safari Club, l’intelligence huthi ha stipulato accordi informali con il Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) o Pasdaran; il Servizio di sicurezza preventiva (PSS) della Palestina; i tre rami dell’intelligence di Hezbollah, come l’Unità 1800, ramo delle operazioni speciali dell’intelligence di Hezbollah, e l’intelligence di Hamas, che ha sede a Gaza ma ha agenti in tutto il Medio Oriente. Ora che il presidente siriano Bashar al-Assad ha sbaragliato la maggior parte degli eserciti jihadisti dal suo Paese, con l’assistenza del personale inviato dagli huthi, la Siria è nella posizione migliore per dare assistenza militare alla coalizione huthi nello Yemen. Insieme, questa alleanza di forze antisioniste e anti-wahhabite, che potrebbe essere chiamata “Safari Club II“, può violare il confine saudita-yemenita e condurre operazioni contro obiettivi militari e governativi sauditi nella provincia di Asir in Arabia Saudita.
Da quando la coalizione guidata dai sauditi, che comprende anche truppe provenienti da Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Egitto, Quwayt, Marocco, Sudan, Giordania e Bahrayn, è intervenuta nella guerra civile yemenita nel 2015 a nome del governo fantoccio filo-saudita, gli huthi hanno portato la guerra presso i sauditi. Le forze huthi sono entrate in tre regioni di confine saudite, Asir, Jizan e Najran. Gli huthi, con il sostegno dell’intelligence dei Pasdaran e di Hezbollah, crearono un gruppo secessionista saudita, l’Ahrar al-Najran, o “I liberi della regione del Najran”. Il Najran, fino al 1934, faceva parte del regno dello Yemen, il regno mutuaqilita governato da un monarca zaidita fino al 1962, quando il regno yemenita fu rovesciato. Gli irredentisti sul versante saudita del confine volevano unirsi allo Yemen. La tribù yemenita Hamdanid, che fornì il nucleo del sostegno all’ex-monarca yemenita zaidita, giurava fedeltà alla coalizione guidata dagli huthi nello Yemen. L’intelligence huthi ha anche condotto ricognizioni sulle basi navali israeliane nel Mar Rosso e in Eritrea, nell’arcipelago Dahlak e nel porto di Massawa. Gli huthi hanno anche sorvegliato le operazioni militari saudite ed emiratine nella città portuale eritrea di Assab. Nel 2016, le forze huthi avrebbero attaccato il quartier generale della Marina eritrea dopo che le forze saudite arrivarono nella città portuale. Gli huthi potrebbero essere stati aiutati da un altro alleato del Safari Club II, il gruppo d’opposizione eritreo Organizzazione Democratica Afar del Mar Rosso (RSADO), sostenuto anche dall’Etiopia. Nel 2016, gli huthi effettuarono con successo un’incursione nell’Asir e catturarono una base militare saudita, insieme a un deposito di armi statunitensi e canadesi. La sponsorizzazione del Safari Club II del movimento secessionista in Arabia Saudita è simile al sostegno dell’originale Safari Club a vari gruppi di insorti, tra cui UNITA in Angola, RENAMO in Mozambico e contras in Nicaragua.
Gli sconvolgimenti politici nello Yemen e in Arabia Saudita hanno portato a nuove alleanze tra la coalizione saudita e i membri del Safari Club II. Il 4 novembre 2017, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhamad bin Salman, consolidava il potere politico arrestando diversi principi della Casa dei Saud, così come importanti ministri, ecclesiastici e uomini d’affari. Un elicottero che trasportava il principe Mansur bin Muqrin, vicegovernatore della provincia di Asir, e altri sette alti funzionari sauditi, si schiantò vicino Abha, nella provincia di Asir, al confine con lo Yemen settentrionale controllato dagli huthi. Ci furono diversi rapporti secondo cui l’elicottero fu abbattuto dai sauditi dopo aver appreso che volava verso lo Yemen controllato dagli huthi, dove il principe e il suo partito avrebbero ricevuto asilo politico. Un principe saudita che si univa agli huthi sarebbe stato un grande colpo del Safari Club II. Allo stesso tempo, gli huthi si schieravano nella confusione all’interno della Casa dei Saud, l’intelligence huthi, aiutata dalle impressionanti capacità nell’intelligence elettronica di Hezbollah, intercettò una serie di messaggi tra l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah, ex-alleato degli huthi, e gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, alleati dei sauditi. Si scoprì che Salah stava negoziando un accordo separato con la coalizione saudita-emiratina, un atto visto come tradimento dagli huthi, che assaltarono la residenza di Salah nella capitale yemenita Sana, giustiziandolo sul posto. Va notato, oltre l’ironia, che il Safari Club II combatte contro molti membri del Safari Club originale. Ad eccezione dell’Iran, ora membro del Safari Club II, i vassalli degli Stati Uniti Arabia Saudita, Israele, Francia, Egitto, Marocco e Sudan. Henry Kissinger, patrono del Safari Club originale, ora consiglia il genero di Donald Trump, Jared Kushner, agente presso la Casa Bianca del Mossad, sui frequenti rapporti col principe ereditario saudita ed altri attori regionali nel Medio Oriente, compresi gli israeliani. Il Safari Club II ha qualcosa che mancava al primo Safari Club: il supporto popolare. La convergenza di interessi dei popoli oppressi di Yemen, Libano, Cisgiordania e Gaza, con le preoccupazioni geopolitiche e di sicurezza dell’Iran, e più recentemente, come risultato dei sotterfugi degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, fornisce al Safari Club II un vantaggio nella propaganda. Originariamente membro della coalizione saudita nello Yemen, col boicottaggio economico da parte di Arabia Saudita, Bahrayn, Quwayt ed Emirati contro il Qatar, l’alleanza Safari Club II otteneva un simpatizzante a Doha, capitale del Qatar. La Cina, che collaborò con l’originale Safari Club nelle operazioni in Afghanistan e Angola, ha ricevuto le delegazioni huthi a Pechino. La Cina inoltre arma la coalizione huthi nello Yemen attraverso l’Iran. L’Oman, rimasto neutrale nella guerra civile yemenita, fu scoperto nel 2016 fornire armi agli huthi su camion con targhe omanite. Il governo iracheno guidato da sciiti è anche noto sostenitore degli huthi.
La CIA e i suoi alleati della Guerra Fredda, nel formare l’originale Safari Club, diedero un modello inestimabile alle popolazioni assediate di Yemen, Corno d’Africa e Medio Oriente. Il Safari Club II da a sauditi, israeliani, statunitensi, egiziani, marocchini ed altri, come lo Stato islamico e al-Qaida nello Yemen finanziati dai sauditi, un assaggio della propria amara medicina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le forze curde ammainano la bandiera degli Stati Uniti a Raqqa

FNA, 28 gennaio 2018Le forze curde hanno ammainato la bandiera statunitense dalle loro basi a Raqqa e vicino al confine con la Turchia, dopo che Washington ha mostrato riluttanza a proteggere attivamente i curdi dagli attacchi dell’esercito turco, rivelano le fonti da Tal Abyaz, a nord di Raqqa e lungo i confini con la Turchia. Le forze curde ammainavano la bandiera statunitense dagli edifici dell’amministrazione doganale nelle aree del valico di confine di al-Buabah, uno dei più importanti bastioni curdi. Le fonti hanno anche notato che le forze curde avevano già ammainato le bandiere statunitensi da altre basi e regioni da loro controllate, affermando che l’azione è in segno di protesta contro il mancato sostegno di Washington.
In un importante sviluppo, il comando delle YPG riferiva di aver respinto un altro pesante attacco dei terroristi filo-turchi nella regione di Ifrin, a nord-ovest di Aleppo, eliminando decine di invasori. “I terroristi filo-turchi hanno attaccato Ayn Daqana e al-Balula dove YPG e YPJ (divisione femminile) erano in agguato, eliminando 83 terroristi in scontri pesanti“, dichiarava il comando. Le forze curde hanno pubblicato video che mostrerebbero i cadaveri dei terroristi filo-Ankara. Le milizie non hanno rivelato le loro perdite. L’esercito turco e i terroristi alleati dell’esercito libero siriano avevano lanciato l’operazione dal nome in codice Ramo d’Ulivo per schiacciare le YPG che Ankara accusa di legami col Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), gruppo indipendentista in Turchia. Dall’inizio dell’operazione, i rappresentanti militari curdi e turchi hanno diffuso rapporti contrastanti sulla situazione nella regione. Le YPG avevano affermato che erano stati uccisi non più di 15-20 miliziani curdi, mentre i militari turchi riferivano che centinaia di militanti erano stati uccisi nell’operazione.
Rapporti affermano che i funzionari curdi di Ifrin hanno iniziato a sollecitare Damasco ad inviare truppe per proteggere i curdi dall’occupante turco. Ankara insiste che restituirà l’enclave al “proprietario originale”, il governo di Damasco, dopo la “liberazione” dai terroristi. L’enclave auto-amministrata curda nel nord della Siria aveva lanciato una richiesta di aiuto al governo siriano, ribadendo l’impegno all’integrità del Paese. “Riaffermiamo che la regione di Ifrin è parte integrante della Siria e che le nostre forze sono le Unità di protezione del popolo“, si leggeva nella dichiarazione che sosteneva che l’operazione turca su Ifrin “minaccia l’integrità territoriale della Siria e la sicurezza e la vita dei civili“. Mentre le unità curde continueranno a respingere l’offensiva militare turca e a resistere ai tentativi delle forze turche d’invadere la città, il governo centrale siriano deve inviare proprie forze per “proteggere i confini con la Turchia dagli attacchi dell’occupante turco“, suggerivano le autorità curde mentre l’operazione “Ramo d’Ulivo” entrava nel sesto giorno.Traduzione di Alessandro Lattanzio

“Chi ha perso la Turchia?”: Il piano curdo degli USA mette in pericolo la NATO

Moon of Alabama, 25 gennaio 2018Negli anni ’50 la sfera politica degli Stati Uniti fu avvelenata da una campagna di diffamazione infondata contro gli esperti del dipartimento di Stato indicati come coloro che persero la Cina. Se l’amministrazione Trump procede nel corso attuale, potremmo presto vedere accuse simili. Gli imputati “che hanno perso la Turchia” saranno di nuovo coloro che avvertirono la possibilità e non i veri colpevoli. L’ attacco turco al cantone siriano d’Ifrin occupato dai curdi non procede con la rapidità sperata dai turchi. La fanteria nell’operazione è costituita da forze filo-turche, ceceni, uiguri, turkestani e altri taqfiri carne da macello nell’operazione, non componente integrata dell’esercito. I curdi conoscono il territorio montagnoso locale, sono ben armati e disposti a combattere. Possono resistere per un po’. Politicamente saranno i perdenti del conflitto. Il documento qui rileva che i capi delle YPG/PKK avevano respinto l’offerta dei governi siriano e russo che avrebbe impedito l’attacco turco. L’offerta c’è ancora ma le condizioni diventeranno meno favorevoli a mano a mano che i curdi persisteranno. Elijah Magnier pubblicava maggiori dettagli sull’offerta e analizzava la situazione strategica: “Gli USA osservano con interesse le prestazioni dell’esercito turco e desiderano vedere Erdogan umiliato, spezzato sulle rocce dei curdi d’Ifrin. In effetti, gli Stati Uniti hanno consegnato armi anticarro, già utilizzate efficacemente dai curdi contro l’esercito turco (molti carri armati danneggiati durante l’attacco ad Ifrin)… Gli Stati Uniti non capiscono che Ankara non è pronta a vedere uno Stato “curdo” ricco e ben armato ai confini, ignorando l’allettante e generosa offerta degli Stati Uniti (di una “zona sicura”). In realtà, gli Stati Uniti offrono un territorio che non solo non gli appartiene ma che è effettivamente occupata dalle proprie forze nel nord-est della Siria. Gli Stati Uniti sono tra i perdenti di questa battaglia, indipendentemente dai risultati, perché la Turchia continuerà le operazioni fino alla sconfitta dei curdi, con mezzi militari o con Ifrin che ritorna sotto controllo del governo centrale siriano”. Non sono convinto che la previsione reggerà. C’è ancora la possibilità che la Turchia possa di nuovo cambiare lato e di nuovo aderire al “cambio di regime” degli Stati Uniti in Siria. Ciò dipende dal vincitore del conflitto nell’esercito degli Stati Uniti in cui forze contrarie tifano per i turchi e rispettivamente i curdi. Se il lato pro-turco vincesse, ad Erdogan verrebbe offerto un nuovo accordo e verrebbe indotto a cambiare nuovamente schieramento dall’attuale posizione filo-russa (pro-Damasco?) verso una filo-NATO/USA. (C’è anche la possibilità che la Turchia abbia già un accordo segreto con l’amministrazione degli Stati Uniti, ma non se vedono le indicazioni).
Fin dall’inizio del conflitto in Siria, la Turchia ha collaborato con Stati Uniti, NATO, Arabia Saudita e Qatar contro il governo siriano. Ha sostenuto la posizione saudita e statunitense di “cambio di regime”, ha lasciato che decine di migliaia di terroristi attraversassero i suoi confini e consegnato 10000 tonnellate di armi e rifornimenti alle forze che combattono il governo siriano. Alla fine la Russia entrò in scena, sconfisse i taqfiri, fece pressione sulla Turchia e offrì nuovi accordi economici. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti tentarono un “cambio di regime” ad Ankara e sono alleati con YPG/PKK curdi in Siria e Iraq. Erdogan, sebbene controvoglia, cambiava lato e ora collabora con la Russia (e la Siria) per por fine alla guerra. “Il cambio di regime” a Damasco è uno scenario improbabile che non supporta più. Allo stesso tempo è ancora disposto a investire denaro e forze per ottenere qualcosa dai falliti investimenti nella guerra. Prendere Ifrin per annetterla alla Turchia è una di tali commedie. Chiaramente ancora punta a del territorio da annettere. Gli Stati Uniti gli hanno offerto alcune zone sicure in Siria:Ilhan tanir @WashingtonPoint – 19:50 – 24 gennaio 2018
La mappa viene indicata tutti i giorni sulle TV turche come zona di sicurezza pianificata della Turchia e zona sicura al confine con la Siria. Secondo quanto riferito da Tillerson, nessuno l’ha confermato da parte statunitense”.
Se gli Stati Uniti hanno effettivamente offerto la “zona sicura”,Tillerson non l’ha negato ma si ha però una risposta piuttosto fredda: “La proposta di Washington di creare una “zona di sicurezza” al confine turco con la Siria ha ricevuto una nuova risposta da Ankara, col ministro degli Esteri Mevlut Çavusoglu che esortava gli Stati Uniti a prendere provvedimenti per “ricostruire la fiducia” tra i due alleati prima di discutere di questioni militari… Gli Stati Uniti devono smettere di consegnare armi alle YPG. Devono spingere le YPG a ritirarsi da Manbij se vogliono ricostruire la fiducia con la Turchia… Dobbiamo vedere soddisfatti tali impegni”, aveva detto Çavusoglu”. Sono gli Stati Uniti a sostenere la fondazione di uno Stato curdo nel nord-est della Siria, la maggiore preoccupazione per la sicurezza di Ankara. Alcuna “zona sicura” aiuterà se l’esercito statunitense continua a costruire e rifornire una “forza di confine” curda che può penetrare nel ventre sud-orientale della Turchia ora, domani o tra dieci anni. A meno che gli Stati Uniti non fermino il piano e si ritirino dalla zona, la Turchia continuerà ad andarvi contro, con la forza se necessario. I turchi sostengono la lotta contro i curdi sostenuti dagli Stati Uniti e sono disposti a pagarne il costo. I capi delle YPG sono delusi per le richieste e per aver sopravvalutano la propria posizione politica. Gli Stati Uniti non possono avere entrambi, la Turchia come alleata e uno Stato-fantoccio curdo. Devono decidere.
Ieri, il presidente Trump ed Erdogan discussero al telefonato la situazione. Non era andata bene. La Casa Bianca pubblicava il testo della telefonata, dal linguaggio notevolmente severo: “Il presidente Donald J. Trump ha parlato oggi col presidente Recep Tayyip Erdogan della Turchia. Il presidente Trump ha riferito che l’intensificarsi delle violenze ad Ifrin, Siria, rischia d’indebolire i nostri obiettivi comuni in Siria. Ha esortato la Turchia a ridurre e limitare le azioni militari ed evitare vittime civili e di aumentare follati e rifugiati… Il presidente Trump ha anche espresso preoccupazione per la retorica distruttiva e falsa della Turchia, e per i cittadini degli Stati Uniti e dipendenti locali detenuti dal prolungato stato di emergenza in Turchia”. I turchi hanno negato che tali linguaggio e problemi componessero il colloquio: “La dichiarazione della Casa Bianca differisce dalla verità sulla conversazione telefonica dei presidenti turco e statunitense, secondo fonti dell’Anadolu Agency. Parlando sotto anonimato a causa delle restrizioni, le fonti hanno detto che il presidente Donald Trump non ha discusso di “crescenti violenze ad Ifrin” nella telefonata col presidente Recep Tayyip Erdogan… Le fonti hanno anche sottolineato che il presidente Trump non ha usato le parole “retorica distruttiva e falsa della Turchia”… Hanno anche affermato che non si è discusso dello stato di emergenza in Turchia”. È molto inusuale contestare il contenuto di tali comunicati. La Turchia o qualcuno alla Casa Bianca confondono il testo della telefonata, rendendola più oscura o più dura di quella effettivamente svoltasi? Trump aveva in generale buoni rapporti con Erdogan e il linguaggio del comunicato non pare il suo. Inoltre i turchi aggiunsero questo: “‘In risposta alla richiesta del presidente Erdogan da parte di Washington di smettere di fornire armi ai terroristi di PYD/YPG in Siria nell’ambito della lotta al terrorismo, il presidente Trump ha detto che gli Stati Uniti non riforniscono di armi PYD/YPG’, le fonti aggiungevano”. Già a novembre i turchi avevano detto che Trump aveva promesso di sospendere l’invio di armi alle YPG nella Siria orientale. Ma la Casa Bianca fu evasiva sulla questione e il Comando Centrale degli Stati Uniti agì in modo contrario a tale promessa. Se Magnier ha ragione, CentCom ha anche consegnato missili anticarro ai curdi di Ifrin.
Per un certo periodo si pensava ci fossero opinioni diverse nella Casa Bianca e specialmente nel Pentagono su Turchia e curdi. I falchi realisti e i fautori della NATO sono con la Turchia mentre le forze “liberali” neoconservatrici sono coi curdi. Ieri il NYT notava la divisione: “La Casa Bianca ha inviato un messaggio per mitigare il presidente della Turchia, suggerendo che gli Stati Uniti ridurranno il sostegno ai curdi siriani. Il messaggio fu presto contraddetto dal Pentagono, che disse che avrebbe continuato a sostenere i curdi, anche se la Turchia invadesse la loro base nella Siria nordoccidentale”. L’ex-direttore del Council of Foreign Relations, Richard Haass, assume una posizione filo-curda. Collegandosi al pezzo del NYT, diceva:
Richard N. Haass @RichardHaass – 12:00 PM – 24 Gen 2018
Pentagono ha ragione; gli Stati Uniti dovrebbero lavorare coi curdi in Siria per ragioni morali e strategiche allo stesso tempo. Una rottura con la Turchia di Erdogan è inevitabile, se non su questo su altre differenze. Tempo per il DoD di elaborare un piano per sostituire l’accesso ad Incirlik”.
Non è solo la base aerea d’Incirlik ad essere insostituibile per il comando meridionale della NATO. La Turchia controlla anche l’accesso al Mar Nero e ha quindi voce in capitolo sulle potenziali operazioni della NATO contro la Russia meridionale e la Crimea. L’ex-comandante della NATO Stavridis, presso Bloomberg assume una posizione pro-turca: “Al momento, Washington cerca di percorrere uno stretto passaggio tra sostegno ai suoi ex-partner curdi e il mancato rispetto del rapporto con la Turchia. Ma il margine di manovra si chiude e si profila una scelta. Cosa dovranno fare gli Stati Uniti?… Semplicemente non possiamo permetterci di “perdere” la Turchia…. I turchi hanno un’economia forte e diversificata, una popolazione giovane e in crescita, e si sono schierati a fianco degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. La loro importanza regionale e globale continuerà a crescere nel 21° secolo. Sì, i funzionari statunitensi possono e devono criticare le azioni turche in caso di violazione del diritto internazionale o dei diritti umani, ma in privato, almeno in questa situazione… L’interesse strategico generale degli Stati Uniti è mantenere la Turchia alleata nella NATO e con la comunità transatlantica. Sarebbe un errore geopolitico di proporzioni epiche vedere la Turchia uscire da quell’orbita e allearsi a Russia e Iran nel Levante”. Non è chiaro dove sia l’amministrazione Trump nella divisione tra posizioni pro-curde e filo-turche. (O c’è solo caos?) Da che parte, ad esempio, è il segretario alla Difesa Mattis e da che parte il consigliere per la Sicurezza Nazionale McMaster? Il pezzo del NYT lascia supporre che tirino in direzioni opposte: “Da parte sua, la Casa Bianca ha sconfessato un piano delle forze armate statunitensi per creare una forza curda nel nord-est della Siria, a cui la Turchia si è opposta con veemenza… Il piano, ha detto un alto funzionario dell’amministrazione, è nato da pianificatori militari di medio livello sul campo, e non è mai stato seriamente discusso, o addirittura introdotto formalmente, alla Casa Bianca o al Consiglio di sicurezza nazionale… Ma il Pentagono ha pubblicato la stessa dichiarazione sulla decisione di creare la forza curda”.
Discutendo delle relazioni della NATO con la Turchia, diversi “esperti” occidentali concordano che la situazione attuale la danneggia, ma nessuno si aspetta che la Turchia lasci l’alleanza: “La NATO ha bisogno della Turchia e non può permettersi di spingerla ulteriormente nelle braccia della Russia. Anche Erdogan ha bisogno della NATO. Ha esagerato in Siria e nella lotta ai curdi, ed è isolato nell’UE. Il suo rapporto con Mosca è problematico e non vuole affrontare Putin senza l’adesione alla NATO. Questa è un’alleanza basata su reali interessi strategici e che continuerà per molto dopo che Erdogan se ne sarà andato”. Può darsi, ma non è così sicuro. L’ultima cosa che l’UE ora vuole è l’adesione turca. Gli Stati Uniti hanno istigato un colpo di Stato contro Erdogan e il loro piano curdo minaccia l’interesse strategico della Turchia. La continua spinta di Trump a portare Gerusalemme “fuori dal tavolo” nei negoziati israelo-palestinesi è un insulto ai musulmani. Una Turchia sempre più islamica non l’accetterà. L’invio di gas per la Turchia dipende da Russia e Iran. La Russia costruisce centrali nucleari in Turchia e fornirà sistemi di difesa aerea in grado di difenderla dagli attacchi degli Stati Uniti. Russia, Iran, Asia centrale e Cina sono mercati per i prodotti turchi. Mettendosi nei panni di Erdogan si sarebbe tentati di lasciare la NATO e allearsi con Russia, Cina e Iran. A meno che gli Stati Uniti non cambino rotta e smettano d’ingannare i curdi, la Turchia continuerà a districarsi dalla vecchia alleanza. L’esercito turco ha finora impedito la rottura con la NATO, ma anche gli ufficiali anti-Erdogan sono ora dalla sua parte. Se gli Stati Uniti faranno una vera offerta alla Turchia e adottano una nuova posizione, potranno rigirare la Turchia e reinserirla nella NATO. Trump può sfidare le voci filo-israeliane/filo-curde e tornare a una visione realista? Se non può la risposta alla domanda “Chi ha perso la Turchia?” sarà ovvia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il post-imperialismo!

Buthina Shaban, Mondialisation 25 gennaio 2018
Dr. Buthina Shaban, Consigliera politica del Presidente Bashar al-Assad, 23/01/2018 – New Orient News
Traduzione dall’arabo e prefazione di Mouna Alno-NakhalEstratto del discorso di fine mandato del presidente Dwight David Eisenhower (17 gennaio 1961):
Ma ora, non possiamo più rischiare d’improvvisare nell’urgenza per la nostra difesa nazionale. Siamo stati costretti a creare un’industria degli armamenti permanente su larga scala. Inoltre, tre milioni e mezzo di uomini e donne sono direttamente coinvolti nella difesa come istituzione. Spendiamo ogni anno, solo per la sicurezza militare, più del reddito netto di tutte le società statunitensi. Questa combinazione tra immensa istituzione militare e grande industria degli armamenti è nuova nell’esperienza statunitense. La sua influenza totale, economica, politica, persino spirituale, si fa sentire in ogni città, in ogni parlamento statale, in ogni ufficio del governo federale. Riconosciamo la necessità imperativa di questo sviluppo. Ma non dobbiamo mancare di capirne le gravi implicazioni. Il nostro lavoro, le nostre risorse, i nostri mezzi di sostentamento… tutti ne sono coinvolti; così va con la struttura stessa della nostra società. Nelle assemblee del governo, quindi, dobbiamo difenderci da ogni influenza ingiustificata, indipendentemente dal fatto che sia stata sollecitata o esercitata dal complesso militare-industriale. Il potenziale rischio di un disastroso aumento del potere illegittimo esiste e persisterà. Non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà e i nostri processi democratici. Non dovremmo mai prendere nulla per denaro sonante. Solo una comunità di cittadini reattiva e ben informata potrà imporre all’intreccio dell’enorme complesso industriale-militare della difesa i nostri metodi e obiettivi pacifici, in modo che la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme” [1].

Dal discorso del Presidente dell’Egitto Gamal Abdal Nasser sulle memorie di Dwight Eisenhower (primi anni ’60?): “Nel 1957, gli Stati Uniti cercarono di usare l’Arabia Saudita contro le forze siriane… osservazione fatta da Eisenhower in persona. Gli statunitensi negano certi fatti, ma a casa, non appena un presidente completa il mandato, pubblica le memorie e riconosce i fatti che negava. Così, nel 1957, dissero che non sostennero un’alleanza islamica, un’operazione islamica o azione contro le forze siriane; mentre nelle sue memorie Eisenhower scrive che nel 1957 volevano invadere la Siria e, dopo aver discusso dell’invasione coi turchi, preferirono affidarla all’Iraq. Ricordiamo tutti ciò che accadde nel 1957 quando mandammo i paracadutisti egiziani in Siria prima dell’Unione (con la Siria: Repubblica araba unita dal 1958 al 1961) e dichiarammo che l’esercito egiziano era al fianco dell’esercito siriano (…). In verità, nel 1957, quando l’intelligence mi informò che un piano d’invasione statunitense della Siria si preparava con Turchia e Iraq, non ci credetti (…). Ma, nelle sue memorie, Eisenhower descrive l’intero piano e dice di aver inviato Loy Henderson in Turchia per concordare l’attacco alla Siria; che successivamente i suoi inviati andarono in Iraq e concordarono con Nuri al-Said; ma, una volta raggiunto l’accordo con l’Iraq, si ritirarono (…)” [2].
Trasmissione video in occasione del 100° anniversario della nascita del Presidente Nasser, che mostra che il piano di destabilizzazione della Siria fu ideato almeno nel 1957; un piano di MI6 e CIA approvato dal presidente Eisenhower e da Harold Macmillan, che prevedeva l’invasione della Siria da parte dei vicini filo-occidentali e l’assassinio dei leader siriani, come descritto da un articolo di “The Guardian” del 2003 [3] [4]. Oggi non è più un segreto che questa prima coalizione contro la Siria sia divenuta la cosiddetta “Coalizione internazionale” che raggiunse, nel 2012, 114 Stati membri delle Nazioni Unite, prima di scendere di molto prima di tornare, il 23 gennaio [5] a una trentina di Stati membri, visibilmente tentati dall’elusione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza, grazie alla strategia comunicativa diplomatica di Parigi che non ha nulla da invidiare a quella di Washington… [NdAN]Il ministro della Difesa USA James Mattis afferma che la priorità della sicurezza nazionale di Washington non è più la lotta al terrorismo, ma la competizione tra grandi potenze e che il vantaggio competitivo delle forze armate statunitensi declina [6] un’ammissione importante, in un momento politico significativo, che richiede una riflessione su ragioni, cause e conseguenze. E il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov diceva che “la stabilità strategica” può essere raggiunta solo cooperando con Russia e Cina, una risposta molto importante che va analizzata nel contesto delle disposizioni statunitensi assolutamente contrarie alle aspirazioni dei popoli a pace, stabilità, sicurezza e prosperità. Altrettanto importante è il fatto che la confessione degli statunitensi provenga dal ministro della Difesa, in modo che non possa essere attribuita alle delusioni di Donald Trump e alle sue note follie, ma a un alto funzionario che domina il “governo invisibile” che dirige gli Stati Uniti e rappresenta l’élite con l’85% della ricchezza del Paese. Un’élite la cui priorità è rimanere il polo dominante economicamente, militarmente e politicamente, non permettendo ad alcuna forza di costituire un altro polo e saccheggiando le ricchezze dei popoli, come fecero le potenze coloniali; un’élite all’origine di tutti i tentativi e piani dei servizi segreti statunitensi, e di altri, per decenni fino allo scioglimento dell’Unione Sovietica; un’élite che ha esteso l’egemonia degli Stati Uniti negli ultimi vent’anni sul mondo, le sue ricchezza, istituzioni ed organizzazione ONU; un’élite che rifiuta ogni altra realtà che non sia la propria. Di conseguenza, le guerre degli Stati Uniti contro Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e ultimamente Yemen, non sono assolutamente destinate a combattere il terrorismo. Al contrario, gli Stati Uniti l’hanno inventato, creato le varie organizzazioni, addestrate, armate e finanziate tramite i loro valletti che governano i sauditi e gli affaristi islamici, con l’obiettivo di diffonderlo per frenare le forze emergenti Russia e Cina. Da qui l’importanza e l’accuratezza di ciò che ha detto il Presidente Vladimir Putin rivelando l’obiettivo ultimo della guerra degli Stati Uniti agli arabi e all’alleato Iran, affermando che “combattere il terrorismo in Siria significa difendere Mosca“. Lo stesso vale per l’Iran, che afferma che “difendere la Siria dal terrorismo significa difendere Teheran“, per non parlare della storica amicizia tra i due Stati e i due popoli. Tuttavia, gli sforzi per rovesciare lo Stato siriano, dividere l’Iraq creando un’entità curda nel nord del Paese, smantellare l’Asse della Resistenza, sono falliti grazie ai sacrifici dell’Esercito arabo siriano, alle forze integranti e al supporto costante, politico e militare, delle forze alleate. Ciò ha costretto il governo invisibile degli Stati Uniti a cercare un’alternativa che possa comunque garantire due priorità: prima, continuare a frenare il polo in ascesa con qualsiasi mezzo, comprese le operazioni dei terroristi e servizi segreti; seconda, stimolare la ruota dell’economia statunitense in modo che rimanga la locomotiva dell’economia mondiale accumulando ancora più ricchezza nelle mani dell’élite che la possiede. Tuttavia, l’evidente furia del ministro della Difesa statunitense contro Russia e Cina riflette la preoccupazione di tale élite e del suo governo invisibile, di fronte al polo sino-russo che diventa realtà.
L’affermazione riguardante l’incessante diminuzione del vantaggio militare statunitense suggerisce la paura di una grave crisi economica per via del numero di guerre insufficienti a mantenere il dinamismo delle industrie militari, assai redditizie e prima locomotiva dell’economia degli USA. Infatti, dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti investirono principalmente nello sviluppo delle industrie militari, a scapito di altre. Oggi, insieme ai media e alle istituzioni finanziarie, sono la spina dorsale dell’economia statunitense. Ora tali industrie hanno disperatamente bisogno di guerre nuove e continue, così che l’esercito statunitense e quelli alleati possano acquistarne la produzioni e utilizzare nuove risorse che alimentino, in cambio, i proprietari di tali industrie sanguinarie. Pertanto, l’assenza di guerre importanti e prolungate significa, per gli Stati Uniti, non solo l’erosione della supremazia militare, ma anche recessione dell’economia. Certo, hanno cercato di limitare la recessione rubando migliaia di tonnellate di oro da Iraq e Libia, con oltre 800 miliardi di dollari evaporati in Iraq, e Trump ha recentemente estorto più di 500 miliardi di dollari dall’Arabia Saudita per mantenerne i capi al potere. Ma tutto ciò non farà rivivere l’industria militare statunitense. Quindi la risposta di Lavrov a Mattis che invitava a dialogare e non a scontrarsi, è di chi crede nella complementarità ed importanza dei rapporti tra gli Stati basati su preservazione della pace e sicurezza internazionale. È una risposta legittima e umana, estranea al problema strutturale che affligge l’economia post-imperialista statunitense; problema che può essere risolto solo dalla continua creazione di grandi guerre per la prosperità delle fabbriche di armi statunitensi. Questa è la crisi strutturale dell’economia statunitense, che oscura la maggior parte dell’economia mondiale. Tale è oggi la calamità per l’umanità: quella del Paese più potente del mondo, la cui economia è stata costruita su un’industria sanguinaria e distruttiva, e sulla creazione di guerre per mantenerne la supremazia.Note:
[1] Discorso di saluto del presidente Dwight David Eisenhower
[2] Discorso del presidente Gamal Abdel Nasser
[3] Macmillan sostenne il complotto per l’assassinio in Siria
[4] Il piano contro la Siria risale al 1957
[5] Dichiarazione dei principi del partenariato internazionale contro l’impunità dell’uso di armi chimiche
[6] L’amministrazione Trump presenta una nuova strategia di difesa nazionale

Traduzione di Alessandro Lattanzio