Perché la sovversione degli USA è fallita in Iran

Tony Cartalucci, LD, 23 febbraio 2018Alla fine del dicembre 2017 i media occidentali riferirono di proteste “diffuse” che investivano l’Iran. Narrazioni indistinguibili dalla “primavera araba” progettata dagli Stati Uniti nel 2011 invasero testate e social media su una “rivolta popolare” stimolata da presunti risentimenti economici, prima che i manifestanti iniziassero a fare richieste riecheggianti il dipartimento di Stato degli USA sugli affari interni interni e la politica estera dell’Iran. Le proteste erano in effetti così indistinguibili dalla “primavera araba”, dichiaratamente statunitense, che la disillusione sul destino di nazioni come Libia e Siria probabilmente ebbe un ruolo nel sventarle in Iran.

Propaganda occidentale sopravvive ai disordini
Un articolo di Politico intitolato “Perché la rivolta iraniana non morirà”, nel tentativo di promuovere la narrativa occidentale sulle proteste iraniane, pretendeva che: “…Gli iraniani erano infuriati mentre lottavano per nutrire i figli, mentre il loro governo spendeva miliardi nelle avventure in Libano, Siria, Iraq e altrove. Mentre l’Iran è impoverito, il regime è più ricco. Mentre gli iraniani soffrono, gli alleati del regime sono diventati potenti e prosperi”. Tuttavia, quando Politico pubblicò l’articolo il 7 gennaio 2018, scritto da Alireza Nader, analista della RAND Corporation, le proteste erano già “morte”. L’articolo di Politico non fu l’unico pubblicato giorni e persino settimane dopo che le proteste erano finite, indicando che i media occidentali avevano preparato settimane, persino mesi, di propaganda sui disordini iraniani nell’informazione, e con gruppi d’opposizione sostenuti dagli Stati Uniti che tentavano di alimentarli sul campo. Nonostante i preparativi che i documenti politici degli Stati Uniti indicavano attivi da anni, comprendendo non solo la creazione di gruppi opposizione e armati in e ai confini dell’Iran, ma l’accerchiamento dell’Iran stesso con basi militari statunitensi in Siria e Iraq col pretesto di “combattere lo Stato islamico (SIIL)”, le proteste fecero rapidamente il loro corso e finirono. Se la maggior parte degli iraniani fosse davvero spinta sulle strade da gravi rimostranze economiche e politiche, e poiché tali rimostranze non sarebbero state affrontate, è improbabile che le proteste si estinguessero così rapidamente e con uso minimo della forza del governo iraniano, anche secondo i media occidentali. Tuttavia, se le proteste furono organizzate dall’occidente e guidate da movimenti di opposizione illegittimi ed impopolari in Iran e all’estero, dopo che l’occidente ha già abusato a lungo di tali tattiche di trasparente sovversione, le proteste “diffuse” che spariscono in pochi giorni non solo era probabile, ma inevitabile.

I vasti preparativi di Washington
I preparativi per il rovesciamento dell’Iran hanno ben più di un decennio e trascendono le varie amministrazioni presidenziali statunitensi, repubblicane o democratiche, compresa quella del presidente Trump e del suo predecessore Obama. La Brookings Institution, nel suo “Percorso verso la Persia: Opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran” del 2009, tracciava ampi piani per minare e rovesciare il governo iraniano.
Capitoli del documento:
Capitolo 1: Un’offerta che l’Iran non dovrebbe rifiutare: Persuasione;
Capitolo 3: Andare in fondo: Invasione;
Capitolo 4: L’opzione Osiraq: Attacchi aerei;
Capitolo 5: Scatenare Bibi: Permettere o incoraggiare l’attacco militare israeliano;
Capitolo 6: Rivoluzione di velluto: Supportare un rivolta popolare;
Capitolo 7: Ispirare un’insurrezione: sostenere le minoranze e gruppi di opposizione iraniani;
Capitolo 8: Colpo di Stato: Sostenere un golpe militare contro il regime.
Va notato che ogni opzione fu perseguita dal 2009, sia contro l’Iran direttamente o contro la Siria nel tentativo di diffondere il conflitto oltre i confini iraniani. Ciò include l’uso da parte di Washington d’Israele per effettuare attacchi aerei sulla Siria, mentre gli Stati Uniti tentano di mantenere la plausibile negazione. In tali capitoli furono elaborati piani dettagliati per creare e sostenere organizzazioni di opposizione politica che gruppi armati islamisti; definire una serie di sanzioni economiche con cui poter fare pressione su Teheran e creare divisioni e malcontento nella popolazione iraniana; proporre metodi per attaccare militarmente l’Iran sia segretamente che apertamente, nonché possibili modi di spingere Teheran alla guerra. Il documento fu scritto poco dopo la fallita “rivoluzione verde” sostenuta dagli Stati Uniti lo stesso anno, una protesta da essi progettata, più ampia per dimensioni e durata delle ultime.

Gli Stati Uniti tentavano di stressare l’Iran in vista della sovversione
Un altro documento della RAND Corporation del 2009, intitolato “Pericoloso ma non onnipotente: esplorare portata e limiti del potere iraniano in Medio Oriente“, osservava che la politica estera dell’Iran persegue principalmente l’autodifesa. Il documento notava esplicitamente che: “La strategia dell’Iran è in gran parte difensiva, ma con alcuni elementi offensivi. La strategia dell’Iran per proteggere il regime da minacce interne, scoraggiare l’aggressione, salvaguardare la patria in caso d’aggressione ed estendere l’influenza in gran parte difensiva, anche se utile ad alcune tendenze aggressive se accoppiata ad aspirazioni regionali iraniane. È in parte una risposta a dichiarazioni e posizioni politiche degli Stati Uniti nella regione, specialmente dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. I leader iraniani prendono molto sul serio la minaccia d’invasione con l’aperta discussione negli Stati Uniti del cambio di regime, discorsi che definiscono l’Iran parte dell'”asse del male” e gli sforzi statunitensi per accedere nelle basi degli Stati circostanti l’Iran”. Il documento discute degli ampi legami dell’Iran con la Siria ed Hezbollah in Libano, nonché i crescenti legami con l’Iraq. Questi legami, secondo lo stesso documento della RAND, furono perseguiti per creare un cuscinetto nel vicino estero dell’Iran contro l’aggressione militare degli Stati Uniti. Nel 2011, gli Stati Uniti perseguivano la guerra per procura che consuma il Medio Oriente e Nord Africa (MENA) con la Libia rovesciata e in rovina quell’anno, e la Siria consumata dai conflitti alimentati da terroristi stranieri armati dai Paesi confinanti come Turchia e Giordania. Il fatto che la Libia fu rovesciata prima e poi usata come trampolino di lancio per l’invasione della Siria, illustra il contesto regionale che guidò l’intervento USA-NATO in Libia. In sostanza, gli Stati Uniti attaccavano i pilastri della difesa nazionale dell’Iran nel vicino estero. Sapendo quanto Siria, Libano e Iraq siano cruciali per la strategia della difesa nazionale dell’Iran, ostacolando l’accerchiamento degli Stati Uniti e tenendone a bada gli alleati regionali, in particolare nel Golfo Persico, la destabilizzazione della regione era volta ad attirare gli iraniani in un costoso intervento regionale. Le forze iraniane diedero ampio aiuto a Siria e Iraq, anche militare diretto e indiretto, nella misura in cui, insieme a decenni di sanzioni economiche imposte all’Iran da Stati Uniti ed alleati occidentali, contribuivano alle cosiddette “proteste economiche” sostenute dagli Stati Uniti in Iran, nel tentativo di farvi leva. Gli Stati Uniti hanno truppe in diversi Stati del Golfo Persico tra cui Qatar e Bahrayn, in Iraq dall’invasione del 2003 e in Afghanistan ai confini orientali dell’Iran dal 2001. Ultimamente, gli Stati Uniti hanno occupato la Siria orientale e aiutano ampiamente i gruppi armati curdi in Siria e Iraq. Gli Stati Uniti forniscono anche sostegno politico e segreto ai terroristi baluci nel Pakistan sudoccidentale e nell’Afghanistan occidentale. È chiaro che gli Stati Uniti continuano a circondare ulteriormente l’Iran dal 2011 sia con proprie forze, sia con fantocci impegnati nei costosi conflitti ai confini dell’Iran.

Un’opposizione lasciata intenzionalmente “Senza nome”
Nonostante i sensazionali titoli occidentali che promuovevano e tentavano di perpetuare disordini in Iran, i media occidentali furono particolarmente attenti a non identificare i gruppi politici e armati scesi nelle strade. Proprio come in Libia e Siria, dove i “manifestanti pro-democrazia” alla fine si rivelavano estremisti di note organizzazioni terroristiche, molti dei protestanti in Iran avevano origine oscure. I manifestanti in Iran invocarono gruppi di opposizione e figure nominati nel documento della Brookings del 2009 dal titolo “Trovare i fantocci giusti“. Tra questi, il Mujahedin-e Khalq (MEK), designato terroristico dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, tolto nel 2012 con l’unico scopo di consentire agli Stati Uniti di finanziare e armare apertamente il gruppo. Includeva anche la figura dell’opposizione in esilio Reza Pahlavi, figlio del detestato Shah che risiede negli Stati Uniti. La maggior parte delle notizie pro-opposizione in Iran proveniva da media apertamente finanziati dagli Stati Uniti, come la versione in lingua farsi di Voice of America del dipartimento di Stato USA e il “Centro per i diritti umani in Iran” di New York. Affermare che le recenti “proteste” iraniane erano semplicemente espressioni “spontanee” di frustrazione iraniana e non semplicemente il passo successivo della cospirazione statunitense contro Teheran, è un’assurdità che i media occidentali hanno sempre più difficoltà a spacciare presso il pubblico globale.

Il ritorno degli investimenti di Washington
Tuttavia, i disordini, uniti agli sforzi degli Stati Uniti per circondare l’Iran, hanno perlomeno fatto pressione su Teheran, costringendolo ad investire più risorse interne mentre combatte molteplici conflitti con gli Stati Uniti nella regione. Il documento del 2009 della BrookingsQuale percorso per la Persia?” afferma esplicitamente che: “Mentre l’obiettivo finale è rimuovere il regime, lavorare con l’opposizione interna potrebbe anche essere una forma di pressione coercitiva sul regime iraniano, dando agli Stati Uniti una leva su altre questioni”. Continua affermando: “In teoria, gli Stati Uniti potrebbero creare una leva coercitiva minacciando il regime d’instabilità o addirittura rovesciarlo e, dopo, usare questa leva per strappare concessioni su altre questioni come il programma nucleare iraniano o il sostegno ai militanti in Iraq”. Tuttavia, ogni volta che gli Stati Uniti tentano di usare l’opposizione finanziata dall’estero e gruppi armati per destabilizzare l’Iran, specialmente se le alternative ai dominanti media occidentali crescono, tale tattica perde credibilità, sostenibilità e quindi fattibilità. Che le recenti proteste abbiano fatto il loro corso così rapidamente nonostante l’Iran sia oberato militarmente ed economicamente da anni dai conflitti in Siria, Iraq e Yemen, illustra quanto sia insostenibile tale opzione della politica estera per gli Stati Uniti, quando la si punta contro Stati formidabili come l’Iran. Una combinazione di preparazione nella guerra delle informazioni, forze di sicurezza ben preparate e contro-proteste ben organizzate da Teheran, smussava quest’ultima sovversione sostenuta dagli Stati Uniti. La chiara impotenza di Washington verso Teheran, unita ai tentativi di rovesciare il governo siriano ed affermare l’egemonia sull’Iraq, indebolisce ulteriormente l’illusa legittimità che gli Stati Uniti tentato da decenni di costruire attorno la loro politica egemonica ed illegittima. L’ingerenza sempre più sciatta e trasparente di Washington in Iran minerà gli sforzi di quest’anno, quando Washington si prepara a destabilizzare altre nazioni, dal Sud America all’Asia sud-orientale. E con gli Stati Uniti che accusano la Russia d’intromettersi nella politica interna, si porranno ovvie domande sul motivo per cui non è accettabile che Mosca “influenzi le elezioni statunitensi”, ma sia accettabile che gli Stati Uniti attraverso organizzazioni come National Endowment for Democracy (NED) e USAID non solo influenzino apertamente le elezioni nel mondo, ma dirigano apertamente interi partiti d’opposizione da Washington DC. Il ritorno dell’investimento di Washington sui suoi ampi e finora falliti tentativi di destabilizzare e rovesciare l’Iran è davvero discutibile. L’Iran, così come altre nazioni che potrebbero essere prese di mira dagli Stati Uniti, esamineranno semplicemente questo ultimo giro di proteste e saranno meglio preparati per la prossima volta. Man mano che sempre più persone sono consapevoli delle tattiche utilizzate dalla sovversione sostenuta dagli Stati Uniti, tali tattiche diverranno meno efficaci.

Gli Stati Uniti ancora perdono in Siria e Iraq
Nel frattempo, le proteste in Iran sembrano aver avuto scarso impatto sulla precaria posizione di Washington nella vicina Siria, mentre le forze siriane continuano ad avanzare su Idlib, e lotta per giustificare la propria presenza nella regione orientale del Paese. Se Idlib viene liberata, lascerà le forze di occupazione statunitensi e turche ai margini del conflitto e della legittimità internazionale. Una guerra irregolare contro le forze turche o statunitensi in Siria potrebbe trasformare le rispettive occupazioni in conflitti insostenibili e costosi. Sarà difficile distinguere tra forze irregolari siriane, russe o iraniane ed organizzazioni terroristiche che Turchia e Stati Uniti armano e finanziano mentre contemporaneamente dicono di combattere. Proprio come il ripetuto abuso delle proteste sostenute dagli Stati Uniti gli è costato uno strumento prezioso, una volta nel suo bagaglio dei trucchi geopolitici, l’uso del terrorismo contro Stati presi di mira sembra destinato a ritorcersi contro Washington. Come tutti gli imperi decadenti nella storia umana, gli Stati Uniti non potranno semplicemente “tornare a casa”. Ci vorranno molti anni di conflitti diretti e indiretti prima che gli Stati Uniti siano completamente sradicati dalla regione MENA. Tuttavia, lo spettacolare fallimento della sovversione sostenuta dagli Stati Uniti in Iran prima di Capodanno, potrebbe essere l’ulteriore prova del declino irreversibile dell’egemonia statunitense.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La Turchia crea il “santuario” sperato dagli USA nel nord della Siria

Tony Cartalucci, LD, 4 febbraio 2018La recente incursione turca nel nord della Siria è pronta a stabilire finalmente la tanto ricercata “zona cuscinetto” o “santuario” richiesta dai politici statunitensi sin dal 2012. Mentre Stati Uniti e Turchia attualmente fingono un contrastato diplomatico sull’incursione, coi turchi che bombardano e scacciano i curdi presuntamente sostenuti dagli Stati Uniti, è chiaro che le affermazioni statunitensi sul sostegno alle milizie curde che armano e sostengono in Siria, siano il pretesto intenzionale per la Turchia per giustificare un’invasione altrimenti indifendibile del territorio siriano.

Alcun pretesto
La Turchia citava le dichiarazioni sensazionali degli Stati Uniti sulla creazione di una presunta “forza di difesa delle frontiere” curda nel nord della Siria, come pretesto per le attuali operazioni. Eppure all’epoca della dichiarazione del colonnello dell’esercito statunitense Ryan Dillion, portavoce dell’operazione Inherent Resolve, meno di 300 presunte forze erano state addestrate, il che indica che se tale forza esiste, passeranno anni prima di essere completa, se mai accadesse. Nel momento in cui la Turchia iniziava l’incursione, il segretario di Stato USA Rex Tillerson negava i piani per tale forza, secondo la Reuters, nell’articolo “Tillerson dice che gli Stati Uniti non intendono costruire forze di frontiera in Siria“, affermava, “Indipendentemente da ciò, l’incursione della Turchia, denominata “Operazione Ramo d’Ulivo”, crea proprio la zona di controllo descritta dai politici statunitensi nel 2012 e con gli stessi gruppi militanti armati dagli USA, descritti nei documenti politici statunitensi come destinati ad occupare il “santuario”“. Dopo aver tentato e fallito le manovre geopolitiche per istituire il “santuario” negli ultimi 6 anni, anche citando “crisi umanitarie” e attacchi sotto falsa bandiera sul territorio turco, Stati Uniti e Turchia hanno finalmente creato un intreccio sufficientemente caotico nella missione tra gruppi di agenti ed interessi opposti per giustificare l’invasione. La Turchia aveva invaso e progressivamente occupato territorio siriano mentre rafforzava un esercito di terroristi provenienti da varie organizzazioni terroristiche, tra cui al-Qaida, da anni preparato a quest’ultima invasione. Mentre i media occidentali e la stessa Turchia sostengono che l’operazione Ramo d’Ulivo sia contro i curdi, la creazione del “santuario” di Washington, riempito intenzionalmente di terroristi che hanno combattuto le truppe siriane per anni, va in definitiva contro Damasco. Indipendentemente da ciò, i curdi saranno indubbiamente liquidati o scacciati dalla Turchia, con Stati Uniti ed alleati europei che oppongono solo una resistenza simbolica, mentre sfruttano e tradiscono i curdi definitivamente.

Il “santuario” settentrionale è la politica degli Stati Uniti dal 2012
In un documento del marzo 2012 pubblicato dalla Brookings Institution, finanziata da multinazionali-finanziarie, intitolato “Salvare la Siria: valutare le opzioni per il cambio del regime” (PDF), si afferma specificatamente che: “Un’alternativa è che gli sforzi diplomatici si concentrino in primo luogo su come porre fine alle violenze ed ottenere accesso umanitario, come avvenne sotto la guida di Annan. Ciò potrebbe portare alla creazione di paradisi sicuri e corridoi umanitari, che dovrebbero essere sostenuti da una limitata potenza militare, che ovviamente non avrebbe gli obiettivi statunitensi per la Siria e potrebbe mantenere Assad al potere, ma da quel punto tuttavia è possibile che una vasta coalizione, con l’appropriato mandato internazionale, possa aggiungere ulteriori azioni coercitive ai propri sforzi“. Nel 2012, Brookings e altri ambienti politici statunitensi ripetutamente tentarono di spacciare la creazione di santuari in Siria col pretesto umanitario. Ciò è continuato per diversi anni finché non fu chiaro che la maggioranza dei siriani sfollati viveva nel territorio controllato dal governo siriano. La Brookings continuava descrivendo come l’allineamento turco di vaste quantità di armi e truppe al confine con la Siria, in coordinamento con gli sforzi israeliani nel sud della Siria, contribuisse ad attuare un violento cambio di regime in Siria: “Inoltre, i servizi d’intelligence israeliani hanno un’ampia conoscenza della Siria, nonché delle risorse del regime siriano che potrebbero essere utilizzate per sovvertire la base di potere del regime e spingere la rimozione di Assad. Israele potrebbe porre forze presso le alture del Golan e, così facendo, potrebbe distogliere le forze del regime dalla soppressione dell’opposizione. Questa posizione può suscitare timori nel regime di Assad su una guerra su vari fronti, in particolare se la Turchia fosse disposta a fare lo stesso al confine e se l’opposizione siriana viene nutrita con una dieta costante di armi e addestramento. Tale mobilitazione potrebbe forse persuadere la leadership militare siriana a cacciare Assad per preservarsi. I sostenitori ritengono che tale ulteriore pressione potrebbe rovesciare Assad in Siria, se altre forze fossero si allineassero correttamente”. Ancora, il documento programmatico pubblicato nel 2012 vien attuato ininterrottamente da allora, con Israele e Turchia che hanno continuamente fatto pressioni sulla Siria finora con l’invasione progressiva della Turchia a nord e gli attacchi seriali israeliani presso Damasco e le alture del Golan a sud. Mentre il pretesto fabbricato per creare il “santuario” previsto dagli Stati Uniti è cambiato, l’obiettivo è sempre lo stesso: il rovesciamento del governo siriano e, in mancanza, la divisione permanente e quindi distruzione della Siria come Stato nazionale unito.

Gli USA usano i turchi per liquidare i curdi recalcitranti
La Brookings oggi fornisce una panoramica di come quest’ultima versione del piano “santuario” di Washington viene spacciata al pubblico. In un articolo del 26 gennaio 2018 intitolato “Quali sono le prospettive per Turchia, Stati Uniti e YPG dopo l’operazione ad Ifrin?”, dichiarava l’associato alla Brooking Ranj Alaaldin: “La Turchia teme che l’accresciuto Kurdistan siriano e la predominanza delle YPG, ala armata del Partito dell’Unione Democratica (PYD), rafforzatesi negli ultimi anni, ne sosterrebbero la popolazione curda e, quindi, rafforzerebbero l’insurrezione del PKK. Ankara accusa la relazione di Washington con le YPG e le sue politiche in Siria dell’attuale crisi, ma è in realtà una storia priva di opportunità e di calcoli sbagliati da parte di Turchia, YPG e Stati Uniti”. E mentre il pezzo ed altri simili circolano nei media occidentali tentando d’inquadrare il pretesto dell’ultima operazione come tensione diplomatica tra Turchia, Stati Uniti ed alleati curdi di Washington, l’articolo fa una rivelazione: “…l’opposizione araba ha spinto l’opposizione curda a una tacita cooperazione col regime di Assad per garantirsi la propria sopravvivenza, nonostante il primato del regime nella repressione sistematica dei curdi della Siria. Infatti, i curdi ad ovest del fiume Eufrate hanno evitato scontri con le forze governative siriane per anni, e mentre il conflitto siriano volge al termine, avrebbero probabilmente siglato accordi con Damasco mentre il territorio che occupavano veniva restituito allo Stato siriano unito, sventando in modo efficace i piani degli Stati Uniti sulla Siria”. L’ultima incursione della Turchia mira ad impedire ciò.

Sostituire i curdi con terroristi disponibili
Non solo i curdi ad ovest dell’Eufrate potranno essere espulsi o eliminati, saranno sostituiti da estremisti armati e sostenuti da Stati Uniti, NATO e Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) che senza dubbio e con entusiasmo continueranno a combattere le forze governative siriane. Al-Monitor in un articolo intitolato “I piani di Erdogan per Ifrin potrebbero non andare bene alla Siria“, riferiva: “Mentre da entrambe le parti si hanno vittime nell’offensiva turca in Siria, Ankara persegue un piano che va oltre la fine del dominio delle Unità di protezione del popolo curdo (YPG). Il presidente Recep Tayyip Erdogan fa riferimento incessante a un piano per insediare “i veri proprietari della zona” nella provincia d’Ifrin. Ha in mente due gruppi: la banda di milizie che le forze armate turche (TSK) impiegano nel campo chiamata Free Syrian Army (FSA), e il flusso di rifugiati siriani in Turchia”. Il cosiddetto “Free Syrian Army” è poco più di un agglomerato di organizzazioni terroristiche che combattono direttamente sotto la bandiera di al-Qaida o di uno dei suoi numerosi affiliati. È anche il principale agente di Stati Uniti ed alleati regionali, inclusa la Turchia, che usano da anni nella guerra contro la Siria e i suoi alleati iraniani, libanesi e russi. È l’unico gruppo in Siria che vuole continuare a combattere le forze siriane e i loro alleati, e la vicinanza al confine turco gli consente di essere facilmente rifornito ed ospitato nel territorio turco, quando necessario. Con un “santuario” molto più grande e profondo nel territorio siriano, occupato dalle forze turche e dalla relativa difesa aerea, il fronte da cui tali terroristi combattono si avvicinerebbe a Damasco.

Proteggere il nuovo santuario con scudi umani
L’idea di reinsediare i rifugiati nel “santuario” ideato dagli Stati Uniti non è originale. Fu il primo pretesto per spacciare l’idea del “santuario” sostenuto da NATO e USA nel nord della Siria, già nel 2012. Fu anche presentato a un’audizione al Senato degli Stati Uniti del 2015 dal generale John M. Keane, che ne spiegò le ragioni: “Se creiamo zone libere, per le forze di opposizione moderate, ma anche santuari per i rifugiati, il sostegno dell’opinione pubblica mondiale sarà piuttosto drammatico. Se Putin li attacca, l’opinione mondiale sarà decisamente contro di lui. Togliete questo problema dal tavolo quale motivo per cui si è in Siria e se ne faccia una zona libera d’attacco, contribuendo alla migrazione che avviene con le aggressive azioni militari, allora l’opinione mondiale avrà, penso, un impatto significativo su di lui”. In altre parole, Keane propose di proteggere i gruppi terroristici filo-occidentali dagli attacchi delle forze aeree siriana e russa usando i rifugiati come scudi umani.

L‘occupazione straniera ostacola la pace in Siria
Il tanto voluto “santuario” degli Stati Uniti nel nord della Siria sarà usato per continuare la guerra per procura contro Damasco. Già solo la presenza statunitense e turca in Siria ostacola la fine del conflitto, occupandone il territorio, impedendo la riunificazione della nazione e riconciliazione e ricostruzione delle comunità siriane. Mentre la Turchia tenta di ritrarre il proprio ruolo in Siria come costruttivo e propizio alla pace, perfino col nome dell’ultima incursione “Operazione Ramo d’Ulivo”, i terroristi che resistono nel nord della Siria non sarebbero in grado di farlo se la Turchia avesse sigillato i confini e interrotto i rifornimenti ai gruppi terroristici che combattono in Siria. Mentre alcuni analisti ipotizzano che la Turchia abbia stretto accordi con Russia, Iran e Siria per l’ultima incursione, la Siria e i suoi alleati dovrebbero ancora coltivare opzioni per affrontare uno scenario peggiore, non solo la creazione di un “santuario” nel nord della Siria, ma il tentativo di usarlo per perpetuare il conflitto mortale. Qualsiasi accordo politico dietro le quinte è valido tanto quanto la leva finanziaria che le parti devono mantenere verso l’altra parte. Esiste il pericolo che la Turchia s’insedi nel territorio siriano con scarse azioni per evitare una guerra su vasta scala. Anche se il risultato dell’operazione Ramo d’Ulivo della Turchia è incerto, così come le reazioni delle nazioni coinvolte nel conflitto siriano, ciò che è certo è che gli Stati Uniti hanno dimostrato ancora una volta la volontà di usare e tradire gli alleati, cioè i curdi. Le operazioni turche contro i curdi, che avevano siglato una tregua di fatto con Damasco, potrebbero costringerli ad assumere una posizione decisamente anti-Damasco in cambio di una tregua nell’attuale assalto. Proprio come Washington regalava ad Ankara il pretesto per invadere ulteriormente il territorio siriano, Ankara regalerebbe a Washington i curdi ed altri motivi per servire gli interessi statunitensi in Siria piuttosto che i propri.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Erdoghan agonizza: il suo regno si disintegra e Assad l’attende al varco

Ziad Fadil, Syrian Perspective 03/02/2018Erdoghan ha ordinato l’arresto di oltre 300 turchi perché ebbero la temerarietà di mettere in discussione la sua campagna contro i curdi nella Siria settentrionale e il loro principale benefattore, gli Stati Uniti. Inveendo contro un gruppo di medici sbrigativamente arrestati quattro giorni prima ai suoi teppisti, Erdoghan li accusava di tradimento. Ora saranno in prigione in attesa dell’incriminazione. Trump, che probabilmente non sa dove sia la Turchia e ancor meno ciò che vi succede, avrà chiamato Erdoghan per spingerlo ad essere “cauto”. Che Erdoghan abbia minacciato di portare l’operazione militare nella città di Manbij, dove le forze speciali e i marines statunitensi sono situati, aiutando i curdi a crearsi il loro mini-stato nella Siria nord-orientale, sottolinea solo la natura illimitata della stupidità sua e di Trump. Entrambe le nazioni sono membri della NATO e sono legate da un patto di fraternità e amicizia. Beh, non più a quanto pare, mentre la Turchia commette l’abominio del secolo facendo fuggire le truppe statunitensi da una posizione che occupano comunque illegalmente. Che la Turchia sia anche in Siria illegalmente mentre sfida la presenza illegale degli Stati Uniti, è da classico saggio analitico per un corso di diritto internazionale. Il Dottor Assad, da bravo medico, non perde la calma. I suoi amici russi l’incoraggiano a restarne fuori permettendo ai nemici del suo governo di frantumarsi. Voglio dire, a chi importa chi vince o perde? A me certamente no. Se i turchi cacciano gli Stati Uniti, allora, evviva i turchi. Se gli Stati Uniti cacciano i turchi, allora, evviva gli yankee. E se i curdi vengono espulsi, allora, evviva chi lo fa. Non si può perdere con una situazione come questa. Vedete, avrete una fetta di torta da mangiare comunque. Gli Stati Uniti cercano di salvare la faccia fingendo di non avere alcun interesse per l’area d’Ifrin. Tuttavia, una linea rossa sarà violata se i turchi coinvolgeranno le forze curde di Manbij. Con pretese 1700-2000 truppe, quale sarà la strategia statunitense? Di certo non è una forza sufficiente ad affrontare l’esercito turco. Invece, ciò che appare incombente è un pantano simile al Vietnam per Erdoghan. Se Ankara persiste nell’annullare i curdi dalla Siria settentrionale, avrà una presenza a lungo termine dalle statistiche morbose. Nel frattempo, l’Esercito arabo siriano continuerà a colpire i ratti terroristici d’Idlib fin quando non si spezzeranno, collasseranno e scompariranno. Lo stesso accadrà nel Ghuta orientale. Una volta raggiunti gli obiettivi della Siria, il Dottor Assad si rivolgerà al problema turco e curdo nel nord e nel nord-est. Noi di SyrPer crediamo che sia nell’interesse della Siria allearsi con la Turchia e aiutarla a sradicare la minaccia curda. Ciò metterà alla prova la politica dichiarata da Erdoghan, combattere solo il terrorismo e non occupare il territorio di un’altra nazione. I curdi, che hanno dimostrato di essere dei traditori, dovranno essere distrutti. In ogni caso, combattere a fianco dei turchi per liberare il Paese dalla pestilenza curda lascerà l’esercito turco troppo debole per combattere, se e quando Damasco non vedrà altra alternativa che entrare in guerra contro Ankara. È incredibile come i curdi siano caduti in tale trappola sapendo dalle esperienze passate quanto siano affidabili gli yankee in caso di alleanze con minoranze del Medio Oriente.
Siria e Russia erodono con successo la presenza dei terroristi ad Idlib. Si può leggere ciò da quanto accade con le vocianti storie su armi chimiche inventate per accusare il governo di Assad. Vorrei poter avere un nichelino ad ogni uso della parola “regime” nella confusa stampa occidentale. Sarei abbastanza ricco. In ogni caso, i media dei terroristi lamentano i pesanti bombardamenti su Saraqib ed Idlib. Come sempre, i media dei terroristi cercavano di suscitare emozioni parlando solo di vittime civili ignorando l’efficacia dei bombardamenti aerei sulle posizioni e i depositi di armi dei terroristi. A giudicare dai commenti dei lettori, dopo alcuni articoli, nessuno si fa ingannare da tutto ciò. L’Esercito arabo siriano è ora a soli 9 km da Saraqib, potendo liberare l’autostrada tra Aleppo e Damasco, per non parlare di Aleppo e Idlib. Ieri l’EAS liberava le seguenti cittadine nella provincia d’Idlib: al-Mushayrifa, al-Tuayhina, Tal Sultan, al-Husayniyah, Masada, Tal Qarita, Jabal Tuil e Tal Qalba. Questo ha posizionato le avanguardie dell’EAS nella distanza summenzionata. Prevediamo l’assalto su Saraqib questa settimana, poiché SAAF e RuAF continuano a bombardarla con un’intensità senza precedenti. Questo è il motivo per cui i media dei terroristi impazziscono. È anche il motivo per cui il supremo terrorista saudita Abdullah al-Muhaysini, veniva intercettato mentre parlava ad alcuni dei suoi capi dicendogli che “il morale collassa” dopo le “catastrofi di Aleppo ed Idlib”, oltre ad inveire contro il conflitto tra i ranghi dei terroristi, impedendo l’istituzione di un centro di comando terroristico congiunto. A sud-est di Aleppo ieri, proprio al confine con Idlib, l’EAS spazzava via interi nidi di scarafaggi terroristici a Qafr Hadad, Ziyarat al-Mataq, Warida, Zamar, Tal Warida e Tal Alush. Le città venivano liberate dalle mine e dagli IED dai genieri dell’EAS. E venivo informato che 16 ratti appartenenti ad al-Nusra furono eliminati e decine feriti mentre fuggivano nei villaggi vicini. È ovvio che l’anarchia regna tra i terroristi d’Idlib. Senza un posto dove andare, alcuni scompaiono per sfuggire a una morte certa. La cosa è chiara.
Come nota, l’ultimo aereo AWACS russo A-50 veniva visto nei cieli della Siria, segnando un nuovo capitolo del sostegno di Mosca al popolo siriano. Secondo quanto riferito, l’aereo può rilevare la presenza di velivoli stealth.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Turchia cerca di bloccare l’offensiva dell’Esercito arabo siriano, fallendo

Erdogan mette alla prova la risoluzione russa con l’incursione verso Idlib, ma si ritira rapidamente
Marko Marjanovic, Checkpoint Asia 3 febbraio 2018Ecco ciò che si sa per certo: Questa settimana, martedì scorso, un grosso convoglio dell’esercito turco attraversava la Siria sotto la copertura della notte scortato dai terroristi di al-Qaida verso Idlib, occupata dai terroristi. Quarantotto ore dopo l’ingresso in Siria, il convoglio turco si ritirava in Turchia. Durante la permanenza in Siria, il convoglio turco subiva due feriti e un morto, un camionista civile. (I feriti erano un altro civile e un soldato).
30 Gennaio
Mark @markito0171
Poco prima un convoglio dell’esercito turco finiva sotto il tiro delle forze del regime siriano e delle milizie iraniane sull’autostrada Aleppo-Idlib

Mark @markito0171

Ecco cosa è stato segnalato, ma non possiamo saperlo con certezza: Il convoglio turco era diretto verso la roccaforte in prima linea dei terroristi di al-Ays. Ciò avrebbe messo le truppe turche direttamente contro l’offensiva dell’Esercito arabo siriano che avanzava costantemente da sud. Non si può sapere con certezza perché il convoglio si fosse fermato 10 chilometri prima di al-Ays.
Secondo quanto riferito, mentre il convoglio giungeva, l’Aeronautica militare russa aveva tentato di bombardare la presunta destinazione di al-Ays e l’artiglieria siriana ne bombardava la strada. Gli F-16 turchi sorvolavano costantemente Idlib per proteggere la sicurezza del convoglio.
29 Gennaio
Jenan Moussa, @jenanmoussa
3/ Vale la pena prestare attenzione a diversi attivisti dell’opposizione sul campo, che seguono il convoglio dell’esercito turco per Idlib, secondo cui i russi bombardano un villaggio a 2 km di distanza dal convoglio. Di conseguenza, il convoglio turco si fermava. @akhbar

Jenan Moussa, @jenanmoussa
4/ Ho appena fatto questa mappa. Date un’occhiata per capire meglio la situazione. Il convoglio dell’esercito turco si fermava presso Qafr Halab. I russi lo bombardano e il regime siriano bombarda l’area di al-Qamari. Il convoglio è destinato ad al-Ays, quindi non può passare. @akhbar
Ecco cosa fu segnalato, ma è ovvio una sciocchezza: Il camionista turco è stato ucciso da una bomba a bordo strada, fatta detonare dalle YPG curde. Idlib è occupato da islamisti arabi. In teoria potrebbe anche essere la casa delle cellule dormienti delle YPG, ma è assai dubbio che sarebbero liberi di piazzare bombe sul ciglio della strada tra una popolazione ostile e una marea di combattenti islamici. È ancora più inverosimile che ke YPG cercassero d’inserirsi nel tiramolla tra Turchia e Damasco. No, se le perdite turche erano veramente dovute a una bomba lungo la strada, significa che non tutte le correnti jihadiste ad Idlib sono disposte ad accogliere i turchi come salvatori. (Già strettamente alleati, al-Qaida e Turchia hanno ormai una relazione molto più ambigua). In alternativa, se la morte non fu inflitta da una bomba a bordo strada, avrebbero credito i rapporti secondo cui l’Esercito arabo siriano dirigeva il tiro dell’artiglieria contro il convoglio.

29 Gen
Jenan Moussa @jenanmoussa
7/ A causa del quasi bombardamento russo e siriano, i testimoni sul campo ora dicono che il convoglio militare turco ha praticamente spento le luci e aspetta nell’area. Stiamo cercando di scoprire se tornerà indietro o continuerà ad avanzare nonostante gli avvertimenti.

Jenan Moussa @jenanmoussa
8/ Video che dimostra che un attacco aereo si svolse su al-Qamari, mentre il convoglio dell’esercito turco si avvicinava. @akhbar

In ogni caso, tutto considerato, la spiegazione più probabile dell’incursione turca è che Erdogan, risentito del fatto che le forze filogovernative stessero spazzando via i suoi amati islamisti, avesse deciso di testare i russi e la loro interpretazione di Astana, incontrando più resistenza di quanto fosse disposto a rispondere, ritirandosi. Il processo di pace in Siria guidato dalla Russia prevede il ruolo di osservatori militari turchi ad Idlib, ma un gigantesco convoglio di 100 veicoli con 15 carri armati, spedito nella notte, apparentemente con l’obiettivo di mettersi di traverso all’offensiva dell’Esercito arabo siriano, sembra non fosse proprio ciò che i russi avevano in mente. Probabilmente hanno detto ad Erdogan, dietro le quinte, che, specialmente oltre all’offensiva ai curdi siriani d’Ifrin, che stava esagerando e i danni al convoglio, che si trattasse di ribelli ostili alla Turchia o dell’Esercito arabo siriano, li costrinse a rientrare a casa. Ciò significa che la rotta dell’Esercito arabo siriano verso la “capitale” ribelle d’Idlib e la sacca di Fuah e Qafraya assediate. è ancora una volta chiara.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Siria aiuta le YPG contro i turchi ad Ifrin

La Siria permette ai combattenti curdi addestrati dagli Stati Uniti di rafforzare Ifrin, aumentando il costo dell’invasione per Erdogan e i suoi islamisti
Marko Marjanovic Checkpoint Asia 2 febbraio 2018

Quando la Turchia ed islamisti al suo servizio hanno lanciato l’offensiva contro Ifrin controllata dai curdi, nel nord-ovest della Siria, si ebbe un’ondata di denunce. I curdi lamentavano che i russi fossero in combutta coi turchi, che gli Stati Uniti li stessero vendendo e che il governo siriano non volesse davvero difenderli. Tuttavia, una lamentela era completamente assente. 12 giorni dopo il tentativo d’invasione turca d’Ifrin i curdi devono ancora lamentarsi di Damasco che impedisce ai loro combattenti, provenienti dalla Siria nord-orientale, di rafforzare l’enclave d’Ifrin, prova sufficiente che la Siria non fa nulla del genere. Ad Ifrin, la milizia curda delle YPG ha meno di 10000 uomini armati. Tuttavia, nell’angolo nordorientale della Siria, le YPG hanno almeno altri 30000 combattenti. Problema per i curdi: i due territori da loro tenuti non sono collegati. Nel mezzo si trova la zona di occupazione turca e il territorio controllato dall’Esercito arabo siriano. Fortunatamente per i curdi, Damasco è felice di vedere i combattenti delle YPG dall’est attraversare il proprio territorio per rafforzare le difese d’Ifrin e far pagare cara l’invasione a Turchia ed islamisti al seguito.
Lanciando l’invasione d’Ifrin, i turchi annunciavano che avrebbero affrontato possibili rinforzi curdi coi droni che avrebbero bombardato i convogli delle YPG diretti a est. Tuttavia non vi è alcun motivo per cui i combattenti curdi debbano viaggiare in convogli, di grandi dimensioni ed identificabili, ed hanno ogni ragione per non farlo. Per motivi comprensibili, il campo governativo e i curdi hanno in gran parte mantenuto il silenzio sull’accordo, ma i suggerimenti che escono parlano di una realtà: “Siamo consapevoli che l’SDF riposizionano alcune forze in risposta alle recenti tensioni, tuttavia questo non avviene sotto la direzione della coalizione“, diceva il portavoce del dipartimento della Difesa degli USA maggiore Adrian Rankine Galloway. Alla domanda su dove le forze SDF si fossero riposizionate, rispose: “Non parlo per conto delle SDF“.
Di fatto concedere vicendevolmente un passaggio limitato è pratica consolidata dei due campi. I curdi permettono al governo di avere accesso limitato alle sacche di Qamishli e Hasaqah, in cambio il quartiere di Shaiq Maqsud detenuto dai curdi ad Aleppo, gode di diritti simili. Anche l’anno scorso Damasco permise ai combattenti delle YPG di Ifrin di unirsi all’offensiva YPG-USA su Raqqa. L’ironia è che nella lotta contro la Turchia, i curdi siriani, solitamente sostenuti dagli Stati Uniti, ricevono più aiuto dal governo siriano contro cui sono in rivolta. Nel frattempo, Damasco si ritrova ad impiegare combattenti addestrati e equipaggiati dagli Stati Uniti contro la Turchia, entrambi membri della NATO e potenze che avevano cercato di distruggere assieme lo Stato siriano. Naturalmente il governo siriano non vuole un’altra zona di occupazione turca nel nord della Siria, non più dei curdi, anche se per ragioni diverse.
Erdogan ha indicato l’ambizione che una vittoria militare sia seguita dal reinsediamento dei rifugiati arabi dai campi turchi ad Ifrin, per cambiarne la composizione demografica, impedendo quindi l’ascesa di un baluardo curdo nell’area, per sempre. Il problema per la Siria è che Erdogan non sembra avere fretta di riconoscere la legittimità del governo di Damasco e probabilmente richiederà enormi concessioni per far rientrare dalla Siria gli islamisti, o semplicemente sosterrà per sempre un miniemirato islamista nella Siria nordoccidentale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio