L’ultima minaccia di Trump alla Corea democratica rende impossibile un accordo

Moon of Alabama, 18 maggio 2018Il presidente Trump ha di nuovo sabotato i negoziati con la Corea democratica. Sarà difficile riavviarli. L’atteggiamento che ha mostrato ne rende improbabile uno qualsiasi. La Corea democratica minacciava di cancellare il vertice col presidente degli Stati Uniti Trump. I commenti del Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Bolton secondo cui il “modello libico” sarebbe stato applicato alla Corea democratica, sono stati considerati un insulto. La Libia aveva acquistato alcune attrezzature che potevano essere utilizzate per avviare l’arricchimento di uranio. Ma non ha mai avuto un programma per lo sviluppo di armi nucleari, né base industriale ed accademica per perseguirne uno simile. Per uscire dalle sanzioni, la Libia rinunciò al poco materiale che aveva. Tutto fu spedito negli Stati Uniti prima che le sanzioni fossero revocate. Bolton probabilmente si riferiva solo a questa parte del “modello libico”. Ma c’è anche altro. Pochi anni dopo che la Libia aveva abbandonato il suo minuscolo materiale nucleare, Francia, Regno Unito e Stati Uniti (FUKUS) avviarono la guerra per il cambio di regime contro di essa. Con l’aiuto degli Stati Uniti, Muammar Gheddafi fu assassinato dagli islamisti e Hillary Clinton persino ci scherzò. Da allora la Libia è nel caos totale e in una guerra tribale dalle continue ingerenze straniere. La Corea democratica respinge naturalmente il modello libico. Si ritiene, giustamente, Stato nucleare a tutti gli effetti. Richiede negoziati sulla base della parità. Dopo le minacce nordcoreane di cancellare il vertice, il portavoce della Casa Bianca ritirava il “modello libico” di Bolton: “Riferendosi al confronto con la Libia, la segretaria stampa della Casa Bianca Sarah Sanders ha detto che non l’ha visto “come parte di alcuna discussione, quindi non so se sia un nostro modello. Non lho visto come specifico, so che quel commento fu fatto. Non esiste un modello di stampa che possa funzionare“.
Il treno per il vertice sembrava marciare ancora. Poi Donald Trump lo deragliava di nuovo. Alla conferenza stampa del 17 maggio gli fu chiesto del problema “modello Libia” e, con un commento apparentemente scontato, approfondiva il confronto: “Il modello, se si guarda a quello con Gheddafi, fu la decimazione totale. Siamo andati lì per batterlo. Ora quel modello avrebbe avuto luogo se non avessimo fatto un accordo, molto probabilmente. Ma se facciamo un accordo, penso che Kim Jong-un sarà molto, molto felice“. Si potrebbe chiamare “l’arte della mafia”: “Firmi o ti uccido”. Alcuni media fingono che Trump abbia solo “assicurato” Kim Jong-un. Reuters indicava che Trump cercava di placare Kim su un vertice incerto; il New York Times: Trump e Corea democratica rifiutano il “Modello Libia” di Bolton; Politico: Trump offre assicurazioni a Kim e un avvertimento. La “decimazione totale” sembra più di “un avvertimento”. The Guardian aveva l’approccio più realistico: Minaccia di Donald Trump a Kim Jong-un: fai l’accordo o subisci la stessa sorte di Gheddafi. La minaccia di Trump alla Corea democratica dimostra la giustezza di acquisire armi nucleari e capacità di lanciarle sugli Stati Uniti continentali. Cederle sarebbe un suicidio. Trump aveva anche borbottato che avrebbe dato “forti rassicurazioni” a Corea democratica e Kim Jong-un sulla loro sicurezza se faranno l’accordo. Non spiegava quali sarebbero. Il modo in cui Trump aveva distrutto l’accordo nucleare con l’Iran, attuato con le “forti rassicurazioni” di un presidente degli Stati Uniti e l’appoggio del Consiglio di sicurezza dell’ONU, dimostra che alcuna garanzia degli Stati Uniti è degna della carta su cui è scritta. Quando fu annunciato il vertice, si sapeva che aveva poche possibilità di successo perché c’erano troppi interessati a mantenere il conflitto con la Corea democratica, come John Bolton, i militari statunitensi e il premier giapponese Abe.
La Corea democratica sicuramente risponderà alla minaccia della “decimazione totale” di Trump. Probabilmente uscirà dal vertice previsto per il 12 giugno a Singapore. Potrebbe tornare se la Casa Bianca tornerà sui suoi commenti. La Cina, che spinge Corea democratica e Stati Uniti a un accordo, lascerà che la Casa Bianca sappia cosa fare. Ma credo che il vertice, se avrà luogo, non ha possibilità di successo. Trump non sa nulla dei dettagli politici e tecnici e non ha idea della cultura asiatica. Sbufferà e insulterà il partner dei negoziati. Probabilmente richiederà il totale disarmo nucleare della Corea democratica. Non ci sarà alcun accordo. Solo dopo questo fallimento imparerà che la “decimazione totale” della Corea democratica non è un’opzione che può perseguire.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il massacro di Gaza illustra l’ipocrisia occidentale

Finian Cunningham SCF 18.05.2018Questa settimana, il Presidente Vladimir Putin inaugurava il ponte di 19 chilometri che collega la Crimea alla Russia meridionale. A migliaia di chilometri di distanza, nella Palestina occupata, i soldati israeliani compivano un massacro col pieno appoggio degli Stati Uniti mentre apriva la nuova ambasciata. I due eventi non sono così distanti come si potrebbe pensare a prima vista. Entrambi implicano l'”annessione”; una fittizia e l’altra molto reale. Ma l’ipocrisia occidentale inverte la realtà. Mentre i dignitari statunitensi aprivano la nuova ambasciata USA a Gerusalemme, in pompa magna, circa 60 manifestanti palestinesi disarmati venivano uccisi a sangue freddo dai cecchini israeliani. Tra i morti c’erano otto bambini. Migliaia di altri furono mutilati dal fuoco vivo. Il bagno di sangue potrebbe crescere nei prossimi giorni. Il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme occupata da Israele, ordinata dal presidente Trump, è stata rimproverata dalla maggioranza delle nazioni. La mossa preclude qualsiasi accordo di pace negoziato che avrebbe dovuto lasciare in eredità Gerusalemme Est capitale di un futuro Stato palestinese. La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata USA sostiene le affermazioni israeliane sull’intera Gerusalemme come “capitale indivisa dello Stato ebraico”. Israele occupa Gerusalemme, scontrandosi con la legge internazionale, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. In altre parole, Washington è passata dall’accettazione tacita ad una politica apertamente complice dell’annessione israeliana del territorio palestinese, un’annessione che va avanti da settant’anni, dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948. L’approvazione, di fatto, dell’annessione di Gerusalemme segnata dall’apertura dell’ambasciata statunitense, è il culmine di 70 anni di espansione e occupazione israeliana.
Nel frattempo, Putin svelava il ponte che collega la terraferma del sud della Russia alla penisola di Crimea, promemoria puntuale della sfacciata ipocrisia degli Stati occidentali. Da quando la Crimea votò il referendum del marzo 2014 per ricongiungersi alla patria Russia, Washington ed alleati si sono continuamente lamentati della presunta “annessione” di Mosca della penisola sul Mar Nero. Non importa che il popolo di Crimea fu indotto a tenere il referendum sull’adesione dopo il sanguinoso colpo di Stato in Ucraina contro un governo legittimo, da parte dei neo-nazisti sostenuti dalla CIA nel febbraio 2014. Il popolo della Crimea votò un referendum pacificamente costituito per separarsi dall’Ucraina ed unirsi alla Russia, di cui storicamente faceva parte fino al 1954, quando l’Unione Sovietica assegnò arbitrariamente la Crimea alla giurisdizione della Repubblica Sovietica dell’Ucraina. Negli ultimi quattro anni, i governi occidentali, i loro media corporativi, i loro think-tank e l’alleanza militare NATO guidata dagli Stati Uniti, hanno lanciato un’intensa campagna anti-russa di sanzioni economiche, denigrazione e offese basato sulla pretesa dubbia che la Russia abbia “annesso” la Crimea. Le relazioni tra Stati Uniti ed Unione europea verso la Russia sono congelate da una nuova e potenzialmente catastrofica guerra fredda, presumibilmente motivata dal principio secondo cui Mosca avrebbe violato il diritto internazionale e modificato i confini con la forza. La presunta “annessione” della Crimea è citata come segno che Mosca minaccia l’Europa con un’aggressione espansionista. Putin è stato denigrato come “nuovo Hitler” o “nuovo Stalin” a seconda del proprio analfabetismo storico. Tale distorsione occidentale sugli eventi in Ucraina dal 2014 può essere facilmente contestata da fatti concreti come palese falsificazione per nascondere ciò che era in realtà ingerenza illegale di Washington e alleati europei negli affari sovrani dell’Ucraina. In breve, l’interferenza occidentale riguardava il cambio di regime con l’obiettivo di destabilizzare Mosca e proiettare la NATO ai confini della Russia. Questo è un modo per sfidare la narrativa occidentale su Ucraina e Crimea. Attraverso la valutazione di fatti concreti, come le sparatorie dei cecchini majdaniti sostenuti dalla CIA contro dozzine di manifestanti a Kiev nel febbraio 2014. O l’attuale offensiva filo-occidentale delle forze neo-naziste di Kiev contro le repubbliche del Donbas, nell’Ucraina orientale . Un altro modo è accertare l’integrità del presunto principio giuridico occidentale circa la pratica generale dell’annessione do territori.
Ascoltando l’incessante costernazione espressa da governi e media occidentali sulla presunta annessione della Crimea da parte della Russia, si potrebbe pensare che la presunta espropriazione sia una grave violazione del diritto internazionale. Oh, per quanto cavallereschi si potrebbero pensare Washington ed europei a difesa della sovranità territoriale, a giudicare dal loro apparente giusto rifiuto dell'”annessione”. Tuttavia, l’apertura grottesca dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, accompagnata dal massacro di manifestanti palestinesi disarmati, dimostra che le preoccupazioni professate dagli occidentali sull'”annessione” non sono altro che una diabolica menzogna. In sette decenni di espansione dell’occupazione illegale del territorio palestinese da parte degli israeliani, Washington ed europei non hanno emanato alcuna opposizione. Ma quando si tratta di Crimea, anche se le loro pretese non sono valido, le potenze occidentali non smettono mai di tormentarsi per l’annessione alla Russia, come se fosse il peggiore crimine della storia moderna. Peggio dell’ipocrisia, Stati Uniti ed Unione europea sono silenziosi complici d’Israele nella continua annessione di territorio palestinese, nonostante la violazione del diritto internazionale. I massacri periodici e l’intera popolazione detenuta sotto un brutale assedio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non hanno mai registrato alcuna opposizione dalle potenze occidentali. Questa settimana, Washington ha fatto un ulteriore passo avanti, in effetti, esultando l’annessione israeliana del territorio palestinese nel modo più provocatorio, aprendo l’ambasciata nella Gerusalemme occupata. Quindi, oltre a tale violazione del diritto internazionale, abbiamo l’oscenità della Casa Bianca di Trump che difende il massacro di civili disarmati come “autodifesa” dell’esercito israeliano che occupa illegalmente, ed è armato dagli Stati Uniti. La licenza di uccidere dalla Casa Bianca. La patetica, muta risposta di Unione Europea e Nazioni Unite nei confronti di questo terrorismo di Stato e crimine n’espone la vigliacca complicità. L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley accusava istericamente per mesi la Russia di violazioni in Ucraina e Siria. Eppure, sulla strage di palestinesi di questa settimana, Haley rimaneva muta. Le sue uniche osservazioni erano le congratulazioni ad Israele per la nuova ambasciata degli Stati Uniti nella Gerusalemme occupata. Quindi, la prossima volta che sentiremo Washington ed alleati europei pontificare sull'”annessione” della Russia, l’unica risposta appropriata dovrà essere il disprezzo per la loro vile ipocrisia nei confronti dei diritti e del genocidio dei palestinesi sotto l’occupazione sostenuta dall’occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Cosa accade tra Russia e Israele?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 18.05.2018Anche con quanto ultimamente accaduto in Siria tra Israele e Iran, e tali episodi potrebbero ripresentarsi in futuro, il ruolo della Russia, come abbiamo già scritto, rimane cruciale da unico mediatore reale tra i due feroci rivali e potrebbe essere la chiave della riduzione delle tensioni. Nonostante la mediazione della Russia, la crisi è una grande sfida diplomatica che va gestita con abilità in modo che la Siria non diventi un altro campo di battaglia e che le vittorie della Russia sull’estremismo non siano compromesse. Il compito quindi è tanto complicato quanto rischioso ed enigmatico. Questo è evidente dal modo in cui il primo ministro israeliano, dopo l’ultima visita a Mosca e dopo che Israele aveva sparato su obiettivi iraniani in Siria, intese dire che la Russia era dalla sua parte nella guerra contro l’Iran. L’Iran, d’altra parte, continua a vedere la Russia come alleata e i suoi funzionari si recarono in Russia per salvare l’accordo nucleare dopo l’annuncio dell’uscita di Trump. Quindi, la domanda: cosa realmente accade tra Israele e Russia su Iran e Siria?
Mentre le dichiarazioni post-visita di Netanyahu suggerivano un cambio del pensiero russo sul ruolo che l’Iran può e dovrebbe giocare, non è così. La Russia non cambia lato, dato che il conflitto in Siria è ancora lungi dall’essere finito. La stabilizzazione siriana rimane un enigma da risolvere e l’Iran rimane un elemento chiave della pace e anche garante del cessate il fuoco. Israele quindi sembra sottovalutare l’importanza dell’Iran per la Russia, e viceversa. Il fatto che la Russia non abbia obiettato o criticato l’attacco israeliano alla Siria, prendendo di mira elementi iraniani, non la rende semplicemente ‘amica’ d’Israele e ‘nemica’ dell’Iran. C’è molto più di quanto sembri. Per la Russia, l’obiettivo principale rimangono stabilità ed unità della Siria come unità territoriale riguardo divisione in “zone” e ricostruzione. Il significativo silenzio della Russia sull’attacco israeliano mostra quindi come la Russia, amica di Iran ed Israele, non voglia essere invischiata nella zuffa Iran-Israele ed intenda svolgere il proprio ruolo in modo che non renda nemico Iran o Israele. Così sembra che i russi facciano questo: mentre si sono astenuti dal criticare Israele per l’attacco, il Ministero della Difesa non mancava di menzionare che la difesa aerea siriana fornita dalla Russia abbatteva la metà dei 60 missili sparati dalle forze israeliane, a significare che la Russia rimane attenta alla difesa della Siria. Già, la Russia dichiarava che se dovesse sorgere un’emergenza, rafforzerà la difesa siriana con missili S-300. Allo stesso modo, mentre Israele si aspetta dalla Russia di limitare il ruolo dell’Iran in Siria, particolarmente vicino al territorio israeliano, la Russia comprende l’intesa tra Iran e Siria. Di fatto, la Russia condivide con l’Iran le stesse ragioni e logica della presenza militare in Siria, poiché entrambi i Paesi sono stati invitati da Damasco e sono cruciali nella lotta a Stato islamico e altri “ribelli” finanziati dall’estero. Mentre la Russia potrebbe non avere interesse per il “fronte della Resistenza” dell’Iran contro Israele, non si oppone nemmeno alla presenza iraniana in Siria, né considera, a differenza d’Israele, Hezbollah un’organizzazione “terroristica”. Al contrario, il risultato delle elezioni in Libano ha dimostrato che Hezbollah è molto più di un semplice gruppo militante e che ha una forte base popolare e un solido sostegno elettorale, ottenendo legittimità sociale e politica e rafforzando la visione russa secondo cui Hezbollah non è terroristico e non va trattato come tale. Da questo segue logicamente un’altra differenza tra Israele e Russia e una convergenza di interessi tra Russia e Iran: l’accordo nucleare, noto come JCPOA. Come tale, se Israele esultava per l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, la Russia non si è astenuta dal definirla “nuova conferma dell’inaffidabilità di Washington”, aggiungendo che “la Russia è aperta all’ulteriore cooperazione cogli altri partecipanti al JCPOA e continuerà attivamente a sviluppare collaborazione e dialogo politico con la Repubblica islamica dell’Iran“.
Pertanto, nonostante il calore che Netanyahu ha ricevuto a Mosca nell’ultima visita, non si può negare che la Russia potrebbe pensare a un possibile coinvolgimento degli interessi iraniani in Siria nell’accomodamento con Israele. D’altra parte, il fatto che la Russia abbia ospitato Netanyahu e poi una delegazione iraniana, dimostra che la diplomazia russa cammina perché il suo ruolo di unica sostenitrice attiva della diplomazia discreta diventa evidente a Iran ed Israele. È quindi fuorviante concludere, come ampiamente fatto dai media internazionali, che esiste un accordo non ufficiale tra Russia e Israele, secondo cui la Russia permette ad Israele di attaccare obiettivi iraniani finché sono una rappresaglia e non colpiscono interessi siriani e russi. Ciò che è più probabile e adeguato agli interessi russi è che la Russia semplicemente si bilancia tra Iran e Israele, e sa che permettere a queste parti mano libera, comporterebbe una guerra che non si potrebbe controllare. Pertanto, nonostante l’impressione che Netanyahu abbia avuto successo, non è realistico aspettarsi che la Russia decida di scegliere tra Israele e Iran o d’aderire incondizionatamente all’agenda israeliana per sconfiggere l’Iran in Siria o all’agenda iraniana di espandere il fronte verso Israele. Ciò che tuttavia Israele può aspettarsi sono gli sforzi russi per impedire l’uso del territorio siriano contro Israele, e viceversa. Non ci sono, in quanto tali, accordi ma solo l’ampio riconoscimento del fatto che tutto ciò che accade in Siria, da una parte e dall’altra, deve prendere in considerazione i russi e i loro interessi.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump il fantoccio, tra l’accordo iraniano e l’accordo nordcoreano

Wayne Madsen, SCF 17.05.2018

Dopo aver abrogato illegalmente la firma degli Stati Uniti sull’accordo nucleare congiunto con l’Iran, il JCPOA, Donald Trump non solo è disposto a offrire un accordo nucleare alla Repubblica popolare democratica di Corea, ma ha anche il suo segretario di Stato, Michael Pompeo, addolcisce la prospettiva con una promessa da miliardi di dollari di investimenti nelle infrastrutture della Corea democratica. Nel frattempo, Trump è pronto a istituire sanzioni secondarie contro qualsiasi Paese, compresi i restanti firmatari del JCPOA, che continuano a fare accordi con l’Iran. L’unico Paese che trarrà vantaggio da tale politica di proliferazione nucleare statunitense sconnessa e ipocrita è Israele. E’ il governo di estrema destra del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, aiutato dalla troika miliardaria ebraico-statunitense di trafficanti d’influenza politica, Sheldon Adelson, Paul Singer e Bernard Marcus, che aveva convinto Trump a spazzare via il JCPOA. Le due nuove aggiunte di Trump al suo team nazionale per la sicurezza e la politica estera, Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, hanno a lungo sostenuto la fine del JCPOA, accusando l’Iran di violarlo. Nulla è più lontano dalla verità, come dimostrato dalle relazioni conclusive sul programma nucleare iraniano dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, dall’intelligence del Mossad e dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti. Israele preannunciava la resa dei conti con l’Iran, iniziata in Siria, dove unità paramilitari iraniane e gli alleati Hezbollah furono colpiti da attacchi missilistici israeliani. Non così silenziosamente dietro gli israeliani, nel tentativo di provocare l’Iran, ci sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn. In effetti, il Bahrayn, che ospita la Quinta Flotta della Marina USA e supervisiona la sanguinosa repressione della propria maggioranza sciita, appoggiava apertamente Israele nella resa dei conti con l’Iran nel Golan, in Siria. Il ministro degli Esteri del Bahrayn Qalid bin Ahmad al-Qalifa twittava: “Finché l’Iran cambierà la situazione attuale nell’area e sfrutterà altri Paesi usando il suo potere e i suoi missili, allora ogni Paese in questa regione, anche Israele, ha diritto di difendersi distruggendo la fonte del pericolo“. Il Bahrayn e gli alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), ad eccezione dell’Oman, non hanno mostrato tanta simpatia per gli yemeniti massacrati dal genocidio progettato da sauditi ed emirati, col sostegno israeliano e statunitense.
Trump fa regredire le relazioni occidentali con l’Iran e giocando direttamente per conto degli israeliani. Mentre gli agenti d’influenza d’Israele nel dipartimento per il Controllo dei Beni Esteri del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (OFAC) hanno stilato le liste di sanzioni primarie e secondarie contro l’Iran, in violazione del JCPOA e, nel caso degli altri partner commerciali dell’Iran, dell’Organizzazione mondiale del commercio, Israele continua a importare segretamente petrolio iraniano da Turchia e i Paesi Bassi. Queste transazioni segrete sono gestite da Eilat-Ashkelon Pipeline Co (EAPC) e Trans-Asiatic Oil, Ltd., che acquistano petrolio dall’Iran sin dai giorni dello Shah. Il petrolio iraniano, raffinato nelle strutture israeliane di Haifa e Ashdod, arriva alle auto guidate degli israeliani tutti i giorni. Gli israeliani nascondono le loro transazioni con la National Iranian Oil Company di proprietà statale, tramite una serie di società di comodo, come la Eilat Corporation, con sede a Panama; e l’holding denominata APC Holdings, con sede a Halifax, in Nuova Scozia; e Fimarco Anstal, società di facciata iraniana a Vaduz, in Liechtenstein. In un caso piuttosto tipico di “fare come diciamo e non come facciamo”, il governo israeliano vuole che le sanzioni all’Iran si applichino a tutti i Paesi tranne Israele. Non solo Israele beneficia economicamente e politicamente delle sanzioni re-imposte sull’Iran, ma potrà raccogliere grandemente i dividendi dall’apertura delle relazioni USA con la Corea democratica. Mentre l’amministrazione Trump vuole imporre sanzioni all’Iran, che ha abbandonato il programma nucleare di concerto col JCPOA e non è mai stato nemmeno vicina a possedere armi nucleari, è disposta a gettare miliardi nello sviluppo economico della Corea democratica, se rinuncia ai propri programma di armi nucleari ed arsenale di testate nucleari. Pompeo, dopo aver incontrato i funzionari nordcoreani a Pyongyang e essersi assicurato la liberazione di tre prigionieri statunitensi in Corea democratica, in preparazione del summit di giugno a Singapore tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, dichiarava: “Se la Corea democratica intraprende azioni coraggiose per denuclearizzare rapidamente, gli Stati Uniti sono pronti a lavorare per raggiungere la prosperità alla pari dei nostri amici sudcoreani“. Se Pompeo è serio, gli Stati Uniti potrebbero investire miliardi nell’economia nordcoreana per pareggiarla con quella della Corea del Sud. Non saranno gli Stati Uniti a trarre vantaggio da un’economia mista socialista di mercato in Corea democratica, ma un altro Paese e un finto “amico” degli USA che ha intrecciato una relazione occulta con la Corea democratica da decenni: Israele. Non più vincolato dalle sanzioni internazionali imposte alla Corea democratica, saranno le compagnie israeliane, che già hanno contatti nel governo nord-coreano, ad avere potere finanziario in Corea democratica.
I legami clandestini d’Israele con la Corea democratica risalgono alle operazioni dell’Israel Corporation, che controllava Israel Aircraft Industries e Zim Israel Navigation Shipping Company. Eisenberg fu il primo israeliano a stabilire legami commerciali con la Repubblica popolare cinese, che alla fine estese a Corea democratica e Cambogia dei Khmer Rossi. Le principali esportazioni di Eisenberg in Cina e Corea democratica erano le armi. Alla fine della vita, Eisenberg si trovava più spesso a Pechino, dove morì nel 1997, che a Tel Aviv. Come per le attività petrolifere occulte d’Israele con l’Iran, le vendite di armi di Eisenberg a Cina e Corea democratica furono gestite da una società per azioni a Panama denominata United Development, Inc. Il 5 dicembre 2007, il giornale giapponese “Yomiuri Shimbun” riferì che Israele conduceva operazioni segrete con la Corea democratica nei primi anni ’90 coinvolgendo investimenti israeliani su una miniera d’oro della Corea democratica. Il giornale anche riferì che “un alto funzionario del Ministero degli Esteri israeliano ricevette una telefonata da un alto funzionario della Corea democratica, che chiese: “Ti piacerebbe tenere colloqui col marito della figlia di Kim Il-sung, Kim Kyong-hui, responsabile dello sviluppo dei missili?”” Il genero del fondatore nordcoreano Kim Il-sung era Chang Song-taek, Primo vicedirettore del Dipartimento Organizzazione e Guida del governo del Partito dei lavoratori coreani. Nel 2004 i media neozelandesi riportarono che l’agente del Mossad Zev William Barkan, alias Lev Bruckenstein, ricercato in Nuova Zelanda per aver illegalmente tentato di ottenerne dei passaporti, si presentò a Pyongyang come consigliere per la sicurezza del governo nordcoreano. Barkan e altri agenti del Mossad erano a Pyongyang per negoziare un accordo per costruire un muro di sicurezza tipo West Bank, lungo il confine con la Cina, che doveva essere dotato di rilevatori di movimento e di apparecchiature per la visione notturna fabbricati in Israele. Il popolo nordcoreano, isolato da così tanto tempo da altre nazioni, è naturalmente diffidente nei confronti degli stranieri. Perciò, il Mossad scelse di affidarsi agli agenti cristiano-evangelici sud-coreani che lavorano nel Nord, individui che potevano integrarsi nella società nordcoreana. Diversi interlocutori israeliani a Pyongyang convinsero il governo di Kim Jong-un che i coreani, come “popolo turco”, sono una delle tribù perdute d’Israele. Il concetto di autosufficienza nordcoreana “Juche” ben si combinava con la politica israeliana del “kibbutzismo”, che sottolinea anche l’autosostentamento. In realtà, gli israeliani cercavano di essere gli intermediari tra Corea democratica e Paesi che attuano sanzioni commerciali dirette contro Pyongyang, proprio come gli israeliani fanno con l’Iran, dagli accordi segreti sul petrolio all’acquisto di pistacchi, caviale e tappeti attraverso intermediari in Turchia. Israele compra annualmente 26 milioni di dollari di pistacchi iraniani, irritando l’industria del pistacchio della California. Marc Rich, sanzionatore statunitense-israeliano-belga-spagnolo-boliviano, era un importante agente del Mossad data la capacità di aggirare le sanzioni di Nazioni Unite e Stati Uniti contro certi regimi pariah, come l’Iran post-rivoluzionario, arricchendo non solo Riche, ma diversi affaristi israeliani.
Rottamando l’impegno degli USA nei confronti del JCPOA e annunciando la disponibilità ad investire miliardi nell’economia della Corea democratica, Trump, autoproclamato maestro dell'”arte degli accordi”, dimostra di essere nient’altro che un fantoccio di Netanyahu ed oligarchi israeliani che evitano le sanzioni in Israele, e finanzieri politici filo-israeliani come Adelson, Singer e Marcus.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Corea e Stati Uniti: negoziare il trattato di pace

Professor Michel Chossudovsky, Global Research 16 maggio 2018Estendo i miei saluti al Korea International Peace Forum (KIPF). I miei pensieri sono col popolo della Corea nella ricerca di pace, unità e sovranità nazionale. La Dichiarazione di Panmunjeom del 27 aprile per la pace, prosperità e unificazione della penisola coreana, firmata dal Presidente Kim Jong-un e dal Presidente Moon Jae-in costituisce un’espressione di solidarietà e impegno. Ribadisce l’esistenza di una sola nazione coreana. Pone le basi per cooperazione, riunificazione e smilitarizzazione della penisola coreana. Mentre il dialogo inter-coreano avviato prima delle Olimpiadi invernali ha posto le basi per un’era di cooperazione e riconciliazione tra Nord e Sud, ciò non garantisce di per sé la smilitarizzazione statunitense della penisola coreana.

La politica estera degli Stati Uniti si basa sull’arte dell’inganno
Sarebbe un grave errore per la Corea democratica rinunciare unilateralmente alla deterrenza nucleare senza un corrispondente impegno daegli Stati Uniti. I negoziati segreti Kim-Pompeo di Pasqua a Pyongyang, con funzionari dell’intelligence e della sicurezza d Stati Uniti, RoK e RPDC hanno posto le basi per la formulazione di un programma USA che pretende concessioni unilaterali dalla Corea democratica. E tale agenda verrà sostenuta da Washington nel prossimo vertice Kim-Trump a Singapore, il 12 giugno. Secondo Trump l vertice di Singapore: “Proveremo entrambi (Kim e me) a farne un momento molto speciale per la Pace Mondiale!” Come? Gli Stati Uniti abbandoneranno le ambizioni militari? Assai improbabile. Appena un paio di mesi prima Trump minacciava la Corea democratica con un cosiddetto attacco “sanguinolente”. Ultimamente, la Corea democratica ha cancellato i colloqui inter-coreani del 16 maggio con la RoK in risposta alle esercitazioni militari USA-Corea del Sud che violano lo spirito della Dichiarazione di Panmunjom. Secondo la KCNA: “Tale esercitazione che ci prende di mira, condotta in Corea del Sud e diretto contro di noi, è una flagrante sfida alla dichiarazione di Panmunjom e provocazione militare intenzionale che va contro lo sviluppo politico positivo nella penisola coreana… Gli Stati Uniti dovranno anche intraprendere deliberazioni accurate sul destino del previsto vertice nordcoreano-statunitense, alla luce di tale provocatorio putiferio militare condotto congiuntamente con le autorità sudcoreane”. Tal giochi di guerra ordinati dal presidente Trump sono condotti sotto il comando congiunto delle forze combinate RoK-USA (CFC) che pone le forze armate sudcoreane “in stato di guerra” sotto il comando del Pentagono. Come si vedrà più avanti, l’abrogazione dell’accordo congiunto CFC RoK-USA è un prerequisito per l’attuazione del trattato di pace.

Abrogazione dell’accordo nucleare iraniano. È rilevante per la Corea?
La recente abrogazione dell’accordo nucleare iraniano da Donald Trump, abbinata all’imposizione a Teheran di ampie sanzioni economiche, dovrebbe servire da esempio alla Corea. Non ci si può fidare dell’amministrazione statunitense. Gli alti funzionari nel governo di Trump intendono destabilizzare il dialogo inter-coreano. L’abrogazione dell’accordo nucleare iraniano ha evidenti somiglianze con la posizione contraddittoria degli Stati Uniti nei confronti della Corea democratica. Inoltre, la guerra a Iran e Corea democratica fa parte della stessa agenda militare globale, confermata da un documento del Pentagono classificato nel 2007 (trapelato) che prevedeva lo scenario da guerra globale, cogli Stati Uniti intenzionati a condurla contro quattro Paesi non conformi: Russia, Cina, Iran e Corea democratica. “Nel 2007, coi cosiddetti giochi di guerra Vigilant Shield, si simulò la guerra a quattro Paesi fittizi chiamati Irmingham, Ruebek, Churia e Nemazee. Ora, Irmingham è l’Iran, Ruebek la Russia, Churia la Cina e Nemazee la Corea democratica. E tale scenario molto dettagliato, che analizzai nel mio libro, apriva la via al conflitto, una simulazione dell’intera sequenza di eventi che portava alla Terza Guerra Mondiale. E dire che non sono in previsione e analisi sulla Terza Guerra mondiale…!” (Intervista a Michel Chossudovsky, aprile 2018) Inoltre, sulla questione nucleare, ciò che gli Stati Uniti cercano è imporre l’egemonia mondiale (monopolio) sulle armi nucleari, sostenuta da un programma per armi nucleari da 1,3 trilioni di dollari. In tali circostanze, la denuclearizzazione unilaterale della penisola coreana non garantisce la sicurezza della nazione coreana. Piuttosto il contrario. Il potere di deterrenza viene perso. Gli Stati Uniti possono continuare a minacciare la Corea, lanciando un attacco nucleare preventivo alla penisola coreana dalle strutture militari in diverse parti del mondo. Il concetto di “denuclearizzazione” della penisola coreana è usata da Washington per far rispettare l’abbandono unilaterale del programma nucleare della RPDC senza alcuna significativa contropartita dagli Stati Uniti, come il ritiro delle truppe statunitensi dalla Corea del Sud. Ci riusciranno? I coreani sono abili diplomatici e tenaci negoziatori verso le controparti statunitensi.

L’accordo di armistizio del 1953
Gli Stati Uniti sono ancora in guerra con la Corea democratica, e la Corea del Sud rimane occupata dalle truppe statunitensi. L’accordo di armistizio del luglio 1953, che costituisce giuridicamente un “cessate il fuoco temporaneo” tra le parti del conflitto (Stati Uniti, Corea democratica e esercito di volontari cinesi), va rescisso. Sulla scia della Dichiarazione di Panmunjeom del 27 aprile, la soluzione per Nord e Sud sarà negoziare come primo passo per un efficace accordo bilaterale di pace che renda sostanzialmente nullo l’armistizio del luglio 1953. Sulla procedura, l’abrogazione dell’armistizio del 1953 (e la firma del trattato di pace) tra Corea democratica, Stati Uniti e Cina dovrebbe aver luogo dopo un accordo bilaterale RoK-RPDC. Le trattative tripartite USA, RPDC e Cina diventerebbero allora una formalità, una volta completata la procedura bilaterale. Inoltre è importante che RoK e Corea democratica assumano una posizione comune negoziando con Stati Uniti e Cina sull’armistizio del 1953, cioè la RoK non dovrebbe essere esclusa dal trattato di pace che abroga l’armistizio del 1953.

Verso un accordo di pace Nord-Sud come preambolo dell’annullamento dell’armistizio del 1953
La strada per l’accordo di pace RoK-RPDC come formulato nella dichiarazione del 27 aprile richiede l’annullamento preventivo dell’OPCON (controllo operativo) e l’abrogazione del comando delle forze combinate RoK-USA (CFC) che pone le forze armate della RoK “in stato di guerra”. sotto il comando di un generale statunitense nominato dal Pentagono. Questa procedura è un preambolo all’abrogazione dell’armistizio del 1953. Nel 2014, il governo della presidentessa (processata Park Geun-hye fu sottoposto a pressioni da Washington per estendere l’accordo OPCON (controllo operativo) “fino alla metà del 2020”. A seguito di una decisione della presidentessa incriminata, violando il giuramento, tutte le forze della RoK dovevano rimanere sotto il comando di un generale statunitense anziché del presidente e del comandante in capo della RoK. Attualmente gli Stati Uniti hanno gli oltre 600000 effettivi sudcoreani sotto il loro comando, (cioè il comandante delle forze armate degli Stati Uniti in Corea, (USFK) è anche comandante delle CFC RoK-USA).

Perché l’abrogazione del CFC è un prerequisito per la pace nella penisola coreana?
Un trattato di pace non può essere ragionevolmente attuato se le forze armate della RoK sono sotto il comando di un governo straniero. L’annullamento dell’accordo OPCON e l’abrogazione della struttura ROK – US Combined Forces Command (CFC) è condizione sine qua non per il trattato di pace. Abbiamo a che fare con una diabolica agenda militare formulata a Washington: gli Stati Uniti cercano il comando delle forze combinate per mobilitare la Corea del Sud contro la nazione coreana. Se una guerra dovesse essere condotta dagli Stati Uniti, tutte le forze della RoK sotto il comando USA sarebbero usate contro il popolo coreano. L’annullamento del CDC è quindi cruciale. Un prerequisito per l’attuazione dell’accordo del 27 aprile è che il governo del presidente Moon Jae-in abbia piena giurisdizione sulle proprie forze armate. La formulazione legale di questa intesa bilaterale è cruciale. In effetti, l’accordo bilaterale ignorerebbe il rifiuto di Washington. Stabilirebbe le basi per la pace nella penisola coreana, senza interventi stranieri, cioè senza che Washington stabilisca le sue condizioni. Richiederebbe un secondo passo (in seguito all’annullamento del comando delle forze congiunte), il ritiro di tutte le truppe statunitensi dalla RoK. Inoltre, va notato che la militarizzazione della RoK nell’ambito dell’accordo OPCOM, compreso lo sviluppo di nuove basi militari, è anche intesa a usare la penisola coreana come trampolino di lancio per minacciare Cina e Russia. Con l’OPCON, “in caso di guerra”, tutte le forze della RoK potrebbero essere mobilitate dal comando degli Stati Uniti contro Cina e Russia. C’è solo una nazione coreana. Washington si oppone alla riunificazione perché una nazione coreana unita indebolirebbe l’egemonia statunitense in Asia orientale. La riunificazione creerebbe uno stato nazionale coreano e una potenza regionale concorrente (con capacità tecnologiche e scientifiche avanzate) che farebbe valere la propria sovranità stabilendo relazioni commerciali coi Paesi vicini (come Russia e Cina) senza l’interferenza di Washington. Va notato che la politica estera e i pianificatori militari degli Stati Uniti hanno già stabilito il proprio scenario di “riunificazione” basato sulla presenza delle truppe d’occupazione statunitensi in Corea. Allo stesso modo, ciò che prevede Washington è un quadro che consenta agli “investitori stranieri” di penetrare e saccheggiare l’economia nordcoreana. L’obiettivo di Washington è ostacolare la riunificazione. Il suo piano B sarebbe l’imposizione dei termini della riunificazione della Corea. Il neocon “Progetto per un nuovo secolo americano” (PNAC) pubblicato nel 2000 evidenziava che in uno “scenario post-unificazione”, il numero di soldati statunitensi (attualmente 28500) sarebbe aumentato e che la presenza militare statunitense sarebbe stata estesa alla Corea democratica.

Le intenzioni di Washington sono chiare, sabotare il processo di pace
Ciò che va sottolineato è che Stati Uniti e RoK non possono essere “alleati” in quanto gli Stati Uniti minacciano la guerra alla nazione coreana. La “vera alleanza” unifica e riunisce la Corea democratica e del Sud attraverso dialogo e collaborazione contro intrusioni ed aggressioni straniere. Gli Stati Uniti sono in stato di guerra contro l’intera nazione coreana. Secondo il diritto internazionale (Norimberga) è una guerra contro la pace. Inutile dire che la riunificazione delle Coree indebolirebbe l’egemonia statunitense nel Nord-est asiatico. Avrebbe anche implicazioni significative su scambi e sviluppo nel Nord-est asiatico. Una nazione coreana unita con 80 milioni di abitanti ed integrando le capacità scientifiche e tecnologiche del Nord e del Sud porterebbe inevitabilmente alla formazione di una potenza economica regionale potente e autosufficiente, sovrana e commerciale. Una Corea divisa serve gli interessi geopolitici ed economici degli Stati Uniti. L’ amministrazione Trump, integrata da Mike Pompeo e John Bolton, farà tutto il possibile per sabotare il dialogo Nord-Sud, mantenendo intatto il Comando delle forze combinate.Traduzione di Alessandro Lattanzio