La vendetta di Gheddafi si avvicina

Tunisie Secret 12 novembre 2016

Dalla distruzione della Libia da parte del barboncino di Obama, Nicolas Sarkozy, e del cammello di Hillary, Hamad del Qatar, non ci sono più sicurezza, leggi o soldi. Un terzo dei libici, quasi 3 milioni, è rifugiato in Tunisia, Egitto, Africa ed Europa. Inoltre lo SIIL è ben consolidato in Libia, le milizie islamiste governano gran parte del Paese con terrore, saccheggio e traffico di ogni tipo. Una situazione caotica che ha favorito il ritorno in scena dei gheddafisti. Per la rivista Middle East Eye, Mathieu Galtier analizza questi sviluppi.

15170994Alla deriva da cinque anni, la Libia non ha ancora alcun modello politico permanente. Risultato, gli sconfitti di ieri rientrano nel gioco politico.
La situazione in Libia è così caotica che il neologismo “libianizzazione” prende piede. La combinazione fatale è tra balcanizzazione, divisione dello Stato in zone autonome, e somalizzazione, fallimento del governo a vantaggio delle milizie. Attualmente, il Paese ha tre governi. Negli ultimi cinque anni, la Libia ha vissuto due elezioni generali, un colpo di Stato abortito, l’arrivo dello Stato Islamico (SI) e conflitti etnici a bassa intensità. La crisi è tale che sempre più libici chiedono il ritorno della Jamahiriya (Stato delle masse) creato da Muammar Gheddafi. “Vogliamo liberare la Jamahiriya vittima del colpo di Stato della NATO”, afferma subito Franck Pucciarelli a Middle East Eye, un francese che vive in Tunisia ed è portavoce di un gruppo che riunisce i sostenitori dei comitati rivoluzionari libici e internazionali, che agisce da cinghia di trasmissione dell’ideologia di Gheddafi. Ha spiegato che i membri sono attivi dal 2012 dentro e fuori il Paese. L’organizzazione conterebbe 20000 aderenti in Libia e da 15-20000 ex-militare esiliati sarebbero pronti ad attivarsi. “Possiamo organizzare una rivolta popolare e se il caos prevarrà in Libia, sarà grazie alle nostre azioni”, dice il portavoce. Ahmad, ex-dirigente presso il Ministero degli Esteri, oggi residente in Tunisia, è più misurato. “Abbiamo approfittato dell’instabilità per tornare, ma non abbiamo fatto nulla, dice a MEE. I libici e la comunità internazionale dovranno semplicemente rendersi conto che la Libia non può che essere governata che solo con la Jamahiriya”.

Tre tipi di gheddafisti
I due uomini si concentrano sull’organizzazione politica del Paese dopo la riconquista del potere: un referendum, o plebiscito, per il ritorno della Jamahiriya con la presenza della comunità internazionale per sorvegliarlo. Uno Stato delle masse modernizzato con un Senato che rappresenti le tribù, una camera e soprattutto una costituzione, assenti con Muammar Gheddafi. Uno scenario a cui sorride Qashana Rashid, direttore del Centro del Nord Africa per lo Studio sulla Libia, che ammette una ripresa solida dell’ideologia verde (il colore della Jamahiriya): “Il ritorno del vecchio regime si comprende soprattutto grazie al fallimento della transizione post-rivoluzionaria. Ed è proprio su questo fallimento che puntano gli ideologi gheddafisti per tornare in gioco, non il genuino sostegno popolare. I gheddafisti non potranno mai tornare al potere, ma avranno un peso significativo nelle alleanze strategiche nel futuro della Libia“. Mattia Toaldo, specialista dalla Libia del Consiglio europeo sulle relazioni internazionali, distingue tre tipi di gheddafisti: i sostenitori di Sayf al-Islam, figlio prediletto di Gheddafi, trattenuto dal 2011 nella città di Zintan, nell’ovest; i sostenitori del maresciallo Qalifa Balqasim Haftar, nell’est del Paese; e gli ortodossi della Jamahiriya. Franck Pucciarelli e Ahmad sono nell’ultima categoria, la più dura. Coloro che seguono Haftar hanno approfittato dell’amnistia approvata dal parlamento di Tobruq per i responsabili dei crimini durante la rivolta del 2011. Un testo che ha lo scopo di riportare gli esuli, tra 1,5 e 3 milioni, in maggioranza gheddafisti rifugiati in Tunisia e in Egitto. Il clan di Sayf al-Islam è probabilmente meglio strutturato e riunisce alcuni ortodossi. Anche se condannato a morte il 28 luglio 2015 in contumacia, a Tripoli, Sayf al-Islam vive ancora a Zintan. Ufficialmente prigioniero delle milizie locali, ha condizioni di detenzione molto tenue: circolerebbe liberamente in città e comunicherebbe molto con l’applicativo per la telefonia via Internet Viber.

Sayf al-Islam sta meglio del fratello Sadi
Fino a poco prima oscuro, il suo futuro è stato rilanciato indirettamente dai messaggi di posta elettronica di Hillary Clinton, rivelati da Wikileaks, e dal rapporto del parlamentare Crispin Blunt. deputato conservatore, pubblicato a settembre, che ritraggono Sayf el-Islam da moderato possibilmente pronto a partecipare alla transizione democratica dopo suo padre. “Il coinvolgimento di Sayf Gheddafi avrebbe, forse, permesso a Lord Hague (ministro degli Esteri nel 2010-2014) di sostenere Mahmud Jibril e Jalil Abdul nell’attuazione della riforma in Libia senza dover sostenere i costi politici, militari ed umani del cambio di regime, ma non lo sapremo mai. Tali possibilità, tuttavia, avrebbero dovuto essere prese seriamente in considerazione, allora“, afferma il rapporto di Londra. I gheddafisti hanno buon gioco nell’evidenziare il profilo moderato ed istruito di Sayf al-Islam, laureatosi alla London School of Economics. Prevale sul fratello Sadi, imprigionato a Tripoli, divenuto religioso. I fratelli Hanibal, Muhamad e Aysha e la madre Safia esprimono silenzio dall’Oman, fin dall’ottobre 2012, dopo aver invocato dall’Algeria la contro-rivoluzione violenta, nei primi mesi dalla morte di Muammar Gheddafi. Non è questione se Sayf al-Islam prenda il potere apertamente, almeno per il momento, ma di manovrare nell’ombra per la riconfigurazione politica del Paese. Molte tribù nell’ovest temono l’avanzata di Haftar sostenuta dalle tribù orientali, a cominciare dalla gente di Zintan, anche se ufficialmente alleata del maresciallo. Ma oggi, la Tripolitania è divisa tra un gruppo islamisto e un governo di unità nazionale (GNA) debolissimo, nonostante il riconoscimento della comunità internazionale.

I gheddafisti invitati per la prima volta alle Nazioni Unite
Sayf al-Islam potrebbe essere la figura unitaria contro la Cirenaica, regione orientale della Libia, in piena avanzata grazie alle vittorie di Haftar. Sul terreno, i segnali positivi sono sempre più a vantaggio del figlio dell’ex-guida. Nel settembre 2015, il sedicente Consiglio supremo delle tribù libiche sceglieva Sayf al-Islam come legittimo rappresentante del Paese. Questo consiglio raccoglie essenzialmente le tribù fedeli a Gheddafi e non hanno peso istituzionale, ma il simbolismo è forte. Dalla primavera, Ali Qana, l’ex-capo dell’esercito nel sud con Gheddafi, lavora per la creazione di un esercito del Fizan (regione nel sud della Libia), i cui dati sono difficili da quantificare al momento. Ali Qana ha già annunciato che il suo gruppo non si affilierà a Tripoli o Tobruq, ma solo a un potere che riconoscerà la legittimità della Jamahiriya. Ad agosto, per la prima volta, l’ONU invitava dei noti gheddafisti, tra cui un ex-presidente del Congresso del Popolo (equivalente al parlamento nella Jamahiriya) per discutete sulla soluzione politica ed economica della crisi.

“Questo Paese è diventato una barzelletta”
La popolazione comincia anche a confrontare presente e passato, favorendo il passato. Nella banca Jamhoriya di Tripoli, Mahmud Abdalaziz aspetta da due ore di prendersi i 500 dinari (327 euro), permessi un paio di giorni a settimana. Le riserve valutarie sono calate da 107,6 miliardi nel 2013 a 43 miliardi a fine 2016. Sul mercato nero, il dollaro è scambiato a 5,25 dinari. “Questo Paese è diventato una barzelletta: c’è la guerra civile totale, non ci sono soldi e la migliore carriera possibile è aderire a una milizia“, denuncia Mahmud Abdalaziz a MEE, comunque grato alla rivoluzione per la libertà di critica, che sarebbe stata impossibile con Gheddafi, ammettendo tuttavia che si stava meglio prima, perché “la sicurezza è meglio della libertà”. Le milizie più rivoluzionarie di Tripoli hanno capito il pericolo di permettere che questa nostalgia dilaghi. A giugno uccisero a Tripoli dodici lealisti libici che avevano appena terminato la detenzione per crimini commessi nel 2011.14572990Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libro: Racconti dalla tenda di Muammar Gheddafi

copertina definitiva tigani.qxdTitolo: Racconti dalla tenda e altre riflessioni
Autore: Muammar Gheddafi
ISBN: 9788874427246
Prezzo: € 12,00
Anno: 2016
Pagine: 120
Editore: Armando Siciliano

Nella sofisticazione della Realtà capovolta, il demenziale “ribelle colorato” devoto al Califfo anglo-amerikano – che in­scena sgozzamenti sacrificali in video hollywoodiani per lo spaccio occidentale – diventa alibi e spada parodistica nello scannamento del Cinghiale. Il Cinghiale è il ribelle vero, il dissidente, l’incontrollados, perfino il Capo di Stato che nello spet­tacolo imperialista è da decenni rappresentato come cane rabbioso e mente diabolica dell’Asse del Male! (Reagan dixit, l’attore-presidente Usa). Gheddafi era odiato dai banditi imperialisti e dalle mo­narchie arabe ubriache fradicie di petrodollari. Gheddafi fu sempre irriverente verso quei Potenti della Terra che «quasi giunsero al conflitto per la divisione delle risorse della Luna, specialmente le risorse marine…, come scrive in uno dei racconti che pubblichiamo in questo volumetto. Gheddafi, l’ultimo Re dell’Africa, il più grande, colto e longevo leader anticolonialista che l’Antico Continente abbia mai avuto, aveva appena coniato la Moneta Africana di Sviluppo. … ecco il Cinghiale da sacrificare sugli altari dell’Alleanza Blasfema che saccheggia Madre Africa da secoli e tormenta il Mediterraneo dal 2011, riportandone indietro la Storia di al­meno un secolo. Gheddafi deve morire!

Cosa ne sai di Gheddafi?
Testamento
735223 Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole. E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente. Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto d i tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale comitati popolari governano il nostro paese. Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sempre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”. Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistema di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare…
Ora sono sotto attacco dalla più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono. Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Jamahiriya libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani. Ho cercato di fare luce, quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islam, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.

Muammar Gheddafi – Terra e Liberazione

L’industria automobilistica della Corea Democratica

Passione e Tecnica al servizio del popolo
Luca Baldellimail-11Chi osserva la Corea democratica oggi, con sguardo disincantato e obiettivo, vede un Paese resuscitato economicamente dopo i durissimi anni ’90, segnati da inondazioni e siccità a catena che misero in gravi difficoltà una terra caratterizzata dal prevalere dei rilievi montuosi, stretta e in molti punti sovrappopolata, oltre che sottoposta ad embargo dagli strozzini del capitalismo mondiale. Solo la salda guida del Partito Comunista e la più ampia partecipazione popolare, fondata sugli istituti dell’autogoverno, ha consentito al Paese di risorgere a nuova vita, archiviando difficoltà alimentari e fenomeni di penuria indubbiamente presenti, anche se oscenamente ingigantiti dalla propaganda capitalista e da quella egualmente interessata e mendace di alcune ONG. Oggi la Corea democratica, con tutti i suoi problemi, che nessuno nega e che anzi il Governo mostra senza censure, proprio per mettere chiarire i punti di partenza nella grande opera di risanamento intrapresa, è un Paese proiettato verso i più alti traguardi di progresso, benessere e stabilità. L’imperialismo non a caso ha messo e mette costantemente questo Paese nel mirino.
Pianeta nordcoreano: si dovrebbe utilizzare questa espressione, tali e tante sono le sfaccettature di questa terra ostracizzata, censurata dai media o demonizzata dagli stessi senza ritegno. Uno degli aspetti meno noti del caleidoscopio nordcoreano è senza dubbio,l’industria automobilistica e degli automezzi in generale. Una realtà “nascosta” non da osannare, né da celebrare acriticamente, ma certamente da conoscere. In tanti balzeranno sulla poltrona, a sentire che l’industria automobilistica nella Corea popolare e socialista è nata prima di quella sudcoreana, con le sue blasonate Hyundai, Kia, SsangYong Motor Company e via elencando.

Il debutto – la fabbrica di motori di Tokchon, una lunga serie di successi
sungri_58_ka_uitsnijding Correva l’anno 1950, quando venne fondata la Fabbrica di Motori di Tokchon. Il colosso non nacque certo sotto i più rosei auspici: le fondamenta furono gettate nel turbinio di una tesissima situazione internazionale, con l’attacco imperialista e una guerra devastante che si protrarrà fino al ’53, recando distruzioni inenarrabili (il 25% della popolazione nordcoreana vi perse la vita). Nel ’51 sarebbe potuta già uscire la prima serie di autovetture, ma il conflitto obbligò a posticipare i piani… Nel 1958, dai 600000 metri quadrati dello stabilimento (7 volte la superficie della struttura del Lingotto di Torino, tanto per rendere l’idea) uscì il primo prodigio: l’autocarro “Sungri–58”. Un nome che sancì efficacemente, a mò di metafora, gli immensi sforzi profusi per la ricostruzione del Paese e il riavvio della sua industria: Sungri, in coreano significa infatti “Vittoria”. Concepito sul modello del GAZ–51 sovietico, aveva una struttura più leggera, specie nelle sospensioni e in alcune altre parti meccanicge. Resistentissimo, affidabile come pochi suoi omologhi, il “Sungri–58” compensava con queste doti gli alti livelli di consumo. La fortuna di questo autocarro, in un contesto di economia pianificata, fu grande e incoraggiò lo studio, la produzione e la diffusione di altri modelli, egualmente pregevoli (se non più): il “Sungri–60”, possente camion concepito con 6 ruote motrici, capace di 10 t di carico utile, prediletto dall’Esercito e onorato in ambito filatelico con un francobollo ad esso dedicato; il “Sungri–61”, simile al “Gaz–63” sovietico, un 4×4 all’avanguardia; il “Sungri/Jaju-64”, autocarro 6×4 con cassone ribaltabile e motore diesel, basato sul sovietico KrAZ 256, costruito per 18 anni fino al 1982, anno in cui venne lanciato il “Sungri/Jaju-82”, autoveicolo multifunzionale con carico utile di 10 t e dotato anch’esso di motore diesel.
La fabbrica di Tokchon (la Tokugawa che respinse gli occupanti imperialisti giapponesi) si specializzò non solo negli ordinari autocarri, pur sempre solidissimi e con un tasso di affidabilità largamente superiore a quello di tanti veicoli occidentali, ma sfondò pure nel settore dei dumpers, i giganteschi camion da cava e da cantiere, con elevatissima capacità di carico e duttilità d’impiego anche in ambito militare. Nel 1970, dalla catena di montaggio uscì il primo esemplare del “Sungrisan/Konsor-25”, autocarro da 25 tonnellate, in seguito costruito dalle “Officine 30 Marzo”, le stesse che nel 1982 metteranno in commercio il ciclopico “Konsor 100”. Nel 1979, fu la volta del “Kumsusan”, un gigante da 40 tonnellate, moderno in ogni componente. I progettisti e le maestranze di Tokchon conseguirono un tale livello di specializzazione e di acquisizioni che, pur optando quasi sempre per la produzione di veicoli su licenza di ditte sovietiche ed occidentali, al fine di contenere i costi e guadagnare rapidamente terreno, misero comunque a punto anche vetture di tutto rispetto, assolutamente concorrenziali, in linea di principio, con quelle delle più rinomate case mondiali, i cui modelli vennero certamente presi ad esempio e riprodotti, ma sempre riadattati ai gusti e alle necessità nordcoreani, mai pedissequamente copiati, specialmente nella meccanica. E’ il caso della “Jaju”, automobile confortevolissima a 5 posti, simile alle prime “Passat” ma con sostanziali modifiche rispetto al modello ispiratore; è il caso della “Paektusan”, assimilabile ai più lussuosi modelli della Mercedes prodotti negli anni ’70, ma anche della “Kaengsaeng-88” (“Rinascita-88”, in lingua italiana), sorella della Mercedes 190, status simbol degli anni ’80. Facendo un passo indietro, non possiamo non menzionare il primo modello di autovettura: la “Achimkoy” (“Fiore del Mattino”), prodotta sulla base della sovietica GAZ M–20 Pobeda, in pochissimi esemplari. Che dire poi delle jeep e dei pick up? Nemmeno i fuoristrada e i cassonati si situarono fuori dall’orbita dei costruttori di Tokchon: ecco arrivare nel 1968 il “Kaengsaeng”, ibrido tra il veicolo militare sovietico GAZ–69 e un normale fuoristrada, prodotto in seguito dalle “Officine Automobilistiche Pyongsang”. Accanto a questo modello, non possiamo dimenticare il “Sungri 4.25”, pick-up eccezionalmente affidabile e versatile.

Sungrisan/Konsor-25

Sungrisan/Konsor

Autobus, trolleybus e tram: l’industria nordcoreana al servizio del trasporto pubblico
chollima_9-25_bijsnijding Il trasporto pubblico è, per deliberata scelta del Partito e del Governo, da sempre prioritario negli investimenti e negli orientamenti programmatori del socialismo nordcoreano. Chi visita la Corea Democratica, chi su di essa si fa una cultura consultando riviste, attingendo a contributi filmati, navigando nelle acque non sempre fauste di Internet, può rendersi conto di quanto sia sviluppata in questo Paese la rete del trasporto pubblico in ogni città e, in particolar modo nella capitale Pyongyang. Una metropolitana efficiente, oltre che esteticamente sublime; trolleybus che vanno e vengono carichi di gente; autobus moderni, a volte fiammanti, che a frequenza regolare e intensa percorrono le arterie stradali di tutta la Nazione; tram che sferragliano e treni che trasportano giorno e notte persone e merci. Queste “prove visive”, oltre ad attestare un’incontrovertibile verità, ovvero il carattere capillare e qualitativamente elevato del trasporto pubblico nordcoreano, raccontano pure di una storia gloriosa e complessa, quella dell’apparato industriale che ha progettato, concepito, messo a punto e commercializzato i mezzi pubblici che, quotidianamente, in tutto il Paese, permettono a milioni di persone di spostarsi agevolmente. Nel firmamento dell’industria dei mezzi pubblici di trasporto, una delle stelle che brillano maggiormente è la “Fabbrica di bus di Chongjin”, fiorente cittadina portuale della Repubblica Democratica Popolare di Corea. Dalle sue officine, dislocate su 82000 mq e forti di 1300 addetti, sono usciti degli ottimi mezzi: il “Jipsan 74”, trolleybus prodotto dal 1974 al 1989, con linea sapientemente aerodinamica, affiancato negli anni da altri modelli di grande successo, come i Jipsan “77”, “82”, “85” (articolato), “86” e “88”, a testimoniare il dinamismo e l’efficienza dell’azienda.
Nelle stesse officine, nel corso degli anni, sono stati forgiati modelli quali “Hongnyonjunwi” e “Chongjin”, trolleybus solidi e confortevoli. Il primo è una riedizione del cecoslovacco “Karosa C 734” e, tradotto in italiano, suona così: “Avanguardia giovanile”. Ha un peso di 10,2 t e 33 posti a sedere (100 compresi quelli in piedi). Prodotto dal 1996, si nota di frequente per le vie e le piazze di Pyongyang e di altri centri. Il “Chongjin” invece, anch’esso funzionale e con eccellenti prestazioni, è un omaggio alla Città che gli ha dato i natali, Città di 350000 abitanti circa che, tanto per contraddire i pennivendoli e i superficiali che parlano di Pyongyang come “vetrina”, fuori dalla quale esisterebbe il nulla, o meglio l’età della pietra rediviva, ospita una rete di filobus (o trolleybus che dir si voglia) di ben 35 km, con 4 linee e 100 mezzi. Roma, lo diciamo a beneficio di pseudoesperti e persone invece desiderose di informarsi obiettivamente, con il suo status di Capitale d’Italia, con quasi tre milioni di abitanti, può vantare una sola linea di filobus della lunghezza di 11,5 km, la “90 Express” che collega a Stazione Termini con Largo F. Labia. Vi sono altre due linee, invero.. in costruzione da svariati anni e mai ultimate, nella migliore tradizione italica!
Il prodigio più grande, però, che mostra anche agli increduli lo spessore dell’industria nordcoreana, è appannaggio delle “Officine dei Trolleybus di Pyongyang” ed è il filobus articolato “Chollima 9.25” (“Chollima” è il cavallo alato equivalente di Pegaso, nel mondo della mitologia e della tradizione coreana e asiatica). Prodotto dal 1963 al 1965, diversi suoi esemplari erano ancora in funzione almeno fino a 9/10 anni fa. A Pyongyang ne circolava uno con la bellezza di 3000000 di km sul groppone, perfettamente tirato a lustro e privo anche del più ineziale graffio. Lungo 13,6 m, con 120 posti per i passeggeri, il “Chollima 9.25” è senz’altro tra i migliori mezzi al mondo nel suo genere. Il mitico cavallo alato asiatico è poi anche eponimo, in compagnia di varie cifre, di altri filobus: il “70”, il “72”, il “74” e l’“84”. Tra gli autobus, impossibile non nominare il possente articolato “Kwangboksonyon”, in compagnia di tutti i minibus “Chollima” e affiancato da una flotta di bus e filobus ungheresi di importazione, i celebri “Ikarus”. Negli anni ’80 e ’90, per risparmiare sulle importazioni di greggio (assai onerose per un Paese emarginato dal sistema imperialista e anzi stretto nelle morsa dei boicottaggi economici), il Paese si specializzò nella produzione di “generatori di gas” per camion e autobus, funzionali “caldaie” per mezzi di trasporto, alimentate da legna, carbone o sostanze infiammabili sostitutive del gasolio. Nel 1996, 3/4 del parco camion esistente nel Paese usufruiva di tali generatori. Con il mutare della situazione mondiale, l’assistenza della Russia e di altri Paesi, il petrolio e il metano hanno guadagnato spazio nel sistema di approvvigionamento dei mezzi di trasporto.

Kwangboksonyon

Kwangboksonyon

L’automobile nordcoreana nel 2000. Problemi e prospettive
pyeonghwa-motors-logo Nell’aprile 1999, i mezzi di comunicazione salutarono con soddisfazione e compiacimento la fondazione della joint–venturePyeonghwa Motors”, formata con l’apporto del cartello nordcoreana “Ryonbong” (colosso attivo nell’esportazione di metalli, minerali e macchinari, con filiali in molte parti del globo) e della sudcoreana “Pyonghwa Motors” di Seul, proprietà del Reverendo Moon, grande affarista e mistico, fondatore della Chiesa dell’Unificazione, da molti ritenuta contigua alla CIA. Il 70% del capitale fu conferito dai sudcoreani, mentre il 30% venne stanziato da Pyongyang. La joint-venture, nata con la missione di potenziare la produzione di automobili in Corea Democratica, con una proiezione commerciale estesa a tutta l’area asiatica, fu la prova provata della rinascita del Paese dopo il difficilissimo periodo del ’95–’97 segnato da calamità naturali a ripetizione, fronteggiate eroicamente senza quasi alcun aiuto dalla comunità internazionale, più impegnata ad inventare storie macabre quanto irreali di carestie medievali e orrori, che non ad aiutare concretamente un popolo eroico e indomito. Gli studi di progettazione della “Pyeonghwa” e i reparti, tutti presidiati da maestranze altamente qualificate, hanno sfornato, nel corso degli anni, diversi modelli di autovetture, con notevole successo, checchè ne dicano i detrattori e i disinformatori di professione. A proposito di questo capitolo, si è parlato di cifre inverosimili, relativamente alla produzione annuale: Erik Van Ingen Schenau, autore di “Automobiles Made in North Korea”, ha parlato di 400 esemplari prodotti nel 2005, mentre per il 2009 alcuni hanno avanzato la cifra di 650 esemplari venduti. Cifre basse, troppo basse non solo per il comune buonsenso, ma anche per le molto più prosaiche ragioni di profitto dei partner privati sudcoreani che, fosse stato vero quell’andamento del mercato, avrebbero da tempo gettato la spugna e restituito libri e carte ai loro soci di Pyongyang. Infatti, gli stessi uffici di Seul della “Pyeonghwa” hanno offerto, per il solo 2011, numero ben diversi: 1450 automezzi, tra vetture e minibus, venduti solo nell’area della Capitale Pyongyang. Con un semplice calcolo induttivo, e sempre tenendo presente che nella Capitale si concentra la gran parte del commercio di autoveicoli, si può immaginare quale sia l’entità del volume d’affari dell’industria automobilistica nella Corea Democratica. Il Governo nordcoreano è stato accusato di voler celare, per principio, i dati su produzione e vendita di autovetture ed automezzi in generale. Un’accusa, questa, del tutto gratuita e destituita di fondamento; la normale riservatezza e la prudenza nordcoreana sono state motivate e condizionate piuttosto dalla non sempre trasparente condotta dei soci di Seul, desiderosi di profitti immediati più che di investimenti in grado di far crescere le economie del nord e del sud, con un crescente interscambio benefico per tutti, sul medio periodo. Aggiungiamo poi un elemento non trascurabile: in un Paese sotto assedio, certi dati, come la consistenza del parco auto, la lunghezza delle reti ferroviarie, la produzione in settori industriali delicati, equivalgono a informazioni di rilevanza strategico–militare: divulgarli con troppa disinvoltura, significherebbe compromettere la sicurezza del Paese… Ma questo, certa stampa, quando ne è al corrente, fa finta di non saperlo! Ad ogni buon conto, dagli stabilimenti “Pyeonghwa”, costruiti con uno sforzo finanziario pari a 55 milioni di dollari, hanno fatto la loro sortita, nel corso degli anni, diversi modelli di pregevole fattura e alte prestazioni. Se si guarda alla motorizzazione privata, in costante crescita (c’è chi parla ormai di 300000 auto private in circolazione, ma sono solo stime…), le strade nordcoreane, per quanto infinitamente meno intasate di quelle delle principali metropoli mondiali, sono percorse in gran parte da esemplari simili ai SUV e modelli dall’elegante design, richiamante le linee della “Mercedes”, dell’“Audi” e delle ammiraglie asiatiche più in voga. Ciò, oltre ad attestare un crescente benessere popolare (non si tiri fuori la storia delle élite, perché questa comprende, al massimo, 2-3000 persone in tutto il Paese), è segno del livello tecnico afferente all’industria delle automobili della Repubblica Democratica Popolare di Corea. Rarissimo vedere un’utilitaria di ridotte dimensioni; al massimo, si nota qualche “Dacia”, qualche “Lada” e delle vecchie “Volvo” importate in oltre 1000 esemplari dalla Svezia negli anni di Kim Il Sung (quando il Paese, a detta di alcuni Pinocchietti, era “impenetrabile” ed “ermeticamente isolato”). L’automobile del 2000, nella Corea Democratica, è lussuosa, confortevole, un salotto viaggiante. Non c’è spazio per modelli “da battaglia”. Non solo: la “Pyeonghwa” commercia anche, con posizione monopolistica, vetture nuove e usate in Asia, specialmente nel Vietnam, dove la compagnia “Mekong Auto”, attiva dal 1991, ogni mese aumenta le proprie ordinazioni, con telefoni, telex ed e-mail roventi tra Ho Chi Minh e Pyongyang. Vediamo, rapidamente, alcuni modelli frutto del lavoro delle officine della “Pyeonghwa”.
http-_mashable-com_wp-content_uploads_2015_10_nkcar3 Nel 2002, fu la volta della “Hwiparam I” prodotta sulla base della “Fiat Siena” fino al 2006. Cinque marce, 180 km/h di velocità massima, si presenta tuttora come un modello affidabile, relativamente accessibile, contenuto nei consumi e per niente passato di moda nella concezione. La “Hwiparam II” e la “Hwiparam III”, prodotte dal 2007 al 2010 sulla base di modelli dell’industria automobilistica cinese, rappresentano un passo in avanti eccezionale, sul piano estetico e delle prestazioni. La “Peokkugi 1”, del 2003, rappresenta la versione nordcoreana della “Fiat Doblò”, mentre la “Peokkugi 2”, uscita nel 2004, è un vero e proprio SUV, ripreso dal modello cinese “Shuguang” 4×4, ma con variazioni rilevanti nella linea. A toccare le vette del lusso però è la “Junma”, prodotta a partire dal 2005 con la linea della “SsangYong Chairman” sudcoreana, a sua volta molto simile ai modelli “Mercedes”. Queste vetture hanno dei prezzi non certo molto accessibili, se giudicati “sulla carta”, ma se calcoliamo che per decenni il risparmio delle famiglie nordcoreane è stato elevatissimo, dato il costo della vita assai contenuto e l’assoluta gratuità di molti servizi vitali, allora possiamo ben dire che una fetta consistente della popolazione può potenzialmente garantirsi l’acquisto di un’automobile. In tal senso, quali sono i fattori frenanti? Innanzitutto, l’efficienza ammirevole dei trasporti pubblici, che rendono del tutto opzionale il rivolgersi al mercato delle autovetture private; in secondo luogo, si cerca di “proteggere” questa prevalenza del trasporto pubblico per contenere i fattori di costo in ambito economico–commerciale, specie in relazione con l’approvvigionamento sempre più problematico di combustibili a livello planetario (stiamo pian piano scontando la carnevalata consumista, tra guerre, crisi e andamento a singhiozzo delle attività estrattive). Infine, l’incremento della motorizzazione privata pone, in uno Stato etico come la Corea Democratica, problemi e questioni che uno Stato capitalista bellamente ignora o nega in via di principio, legittimando solo il pendolo della domanda e dell’offerta: condurre un’autovettura, implica, nella visione della Repubblica Democratica Popolare, una responsabilità sociale in termini di scelte economiche, comportamenti, cura della sicurezza complessiva della popolazione. La Corea Democratica non vuole ritrovarsi con migliaia di vite spezzate in incidenti, con code e ingorghi quotidiani di ore ed ore, come quelli visibili in tutte le metropoli occidentali, con fenomeni di inquinamento oggi felicemente sconosciuti. Aggiungiamo poi altri elementi: la scuola di guida, nella Corea Democratica non è, per le ragioni sopra esposte, il prodigo munifico patentificio che a volte (senza generalizzare) è dalle nostre parti. Essa è una fucina formativa di responsabilità civile, sociale e di arricchimento culturale. Essa dura un anno e trasmette a chi la frequenta non solo nozioni teoriche, ma anche pratiche su manutenzioni e riparazioni dei veicoli. Le commissioni mediche, poi, sono attentissime e assai rigorose nel valutare i candidati alla patente: patologie invalidanti e gravide di pericolose conseguenze per l’automobilista e per gli attori del traffico nel loro complesso (non parliamo di handicap motori, bypassabili, in tale contesto, con particolari accorgimenti tecnici), non sono ammesse. Chi frequenta la scuola guida si ferma un anno a Pyongyang in uno speciale convitto, se proviene da lontano, e impara che guidare non è un vezzo borghese, come in occidente, ma un privilegio e una funzione carica di conseguenze e di significati in ambito collettivo. Si è assai inflessibili, ad esempio, con chi fa concorrenza sleale ai taxi statali, trasportando abusivamente persone con la propria autovettura. Allo stesso tempo, però, si consente a chi è patentato, ma non dispone di auto propria, di noleggiare vetture del parco macchine statale. Addirittura, il noleggio si trasforma in una sorta di comodato d’uso, qualora l’automobilista accetti di assumersi l’onere del carburante e delle eventuali manutenzioni per un periodo prolungato. Insomma, l’auto nella Corea Democratica non è la perfetta sconosciuta che qualcuno vorrebbe dipingere, ma non è nemmeno un bene consumisticamente dominante: è un vanto nazionale, il frutto del lavoro libero e gioioso della popolazione, in una società socialista che alloca servizi e redditi in base a meriti, bisogni e aspettative.

Hwiparam 1610

Hwiparam 1610

Riferimenti:
Sito della “Pyeonghwa
Erik Van Ingen Shenau: “Automobiles made in North Korea”. Dello stesso autore è utile e stimolante consultare il sito da egli stesso curato, che riassume l’intero contenuto del libro, difficilmente reperibile.

La Corea democratica costruisce un nuovo grande sottomarino lanciamissili?

Joseph S. Bermudez Jr., 38 North, 30 settembre 20161043394503Sommario
Immagini satellitari suggeriscono fortemente che un programma di costruzione navale sia in corso presso i cantieri navali nordcoreani di Sinpo Sud, forse si tratta di nuovo sottomarino. Mentre non vi è alcuna prova diretta che il programma riguardi la costruzione di un battello lanciamissili balistici, la presenza di una componente di circa 10 metri di diametro esternamente all’impianto recentemente ristrutturato può essere inteso come elemento della linea di montaggio (1) o componente dello scafo resistente di un nuovo sottomarino. Tuttavia, è anche possibile che la componente di aspetto anulare sia collegato ad un altro programma. Se questa attività riguarda la costruzione di un nuovo sottomarino, sarebbe più grande del Gorae, il sottomarino lanciamissili balistico sperimentale (SSBA) della Corea democratica, dallo scafo dal diametro di circa 7 metri. (2)

Le basi di un nuovo programma
Mentre la Corea democratica ha costruito sottomarini in diverse località, la maggior parte fu costruita nel cantiere navale di Sinpo Sud (3), che ospita l’Istituto di ricerca marittima dell’Accademia delle Scienze della Difesa Nazionale, responsabile della ricerca e sviluppo di tecnologia navale, navi da guerra, sottomarini e armamenti navali e missilistici della Corea democratica (4). Il sottomarino della classe Gorae fu costruito ed è attraccato qui. Poco dopo il varo di questo sottomarino, la Corea democratica iniziò il programma per riattivare gli impianti e i macchinari per le costruzioni del cantiere navale. Ancor più significativo, dal 2014 Pyongyanq s’è concentrata sulla ristrutturazione degli edifici principali ed adiacenti, abbandonati e incompleti dal 2010 (5). L’edificio centrale per le costruzioni fu completato esternamente nel novembre 2014 e i padiglioni per le costruzioni nell’ottobre 2015. Queste strutture forniscono alla Corea democratica la possibilità di costruire nuovi sottomarini molto più grandi degli attuali delle classi Gorae e Romeo. (6)

Segni chiave della costruzione di sottomarini
La comparsa e i movimenti di materiali di acciaio grezzo, e di sotto-componenti e componenti lavorati attorno all’impianto e i padiglioni delle costruzioni e sui piazzali di stoccaggio indicano delle costruzioni navali. Ad accompagnare questi segni vi sono i movimenti di autoveicoli e gru tra gli stessi edifici e i piazzali di stoccaggio. Le immagini da gennaio a settembre 2016 indicano le seguenti attività presso l’impianto:
– Movimento di numerosi componenti, grandi e piccoli, nei due piazzali di carico adiacenti agli impianti di costruzione del cantiere;
– Il riposizionamento di torri e gru su rotaie che trasportano tali componenti dai depositi ai padiglioni del cantiere (7);
– La presenza di grandi gruppi di lavoratori tra i due padiglioni del cantiere e i depositi di stoccaggio;
– La presenza di autotrasporti per attrezzature pesanti;
– Il riposizionamento dei portoni di accesso di entrambi i padiglioni.
Inoltre, le immagini dal 24 settembre mostrano la presenza di una componente dal diametro di 10 metri, che verrebbe utilizzata per la costruzione di un nuovo sottomarino, sia per lo scafo esterno che come componente dello scafo resistente. Questa componente si trova su un grande pianale su rotaie all’esterno dell’edificio delle costruzioni. I componenti fabbricati qui verrebbero spostati nel piazzale di deposito su un pianale di movimentazione. Qui, una gru a cavalletto su rotaie li trasferisce dal pianale dell’edificio delle costruzioni al pianale dei padiglioni del cantiere, dove verrebbero spostati per l’assemblaggio.

fig1_sinpo-update-16-0930-990x742Figura 1. Lavoratori e gru vicine alle sale di costruzione e assemblaggio, a gennaio.

fig3_sinpo-update-16-0930-990x742Figura 2. Appaiono attrezzature per il trasporto pesante.

fig4_sinpo-update-16-0930-990x742Figura 3. Lavoratori intorno ai due padiglioni del cantiere, nuove componenti sono visibili.

fig5_sinpo-update-16-0930-990x742Figura 4. Grande componente circolare vista sul piazzale di stoccaggio.

fig6_sinpo-update-16-09301-990x742Figura 5. Primo piano dei nuovi componenti visti presso il deposito di stoccaggio.

1) La linea di montaggio posiziona le componenti nel modo corretto mentre vengono lavorati (ad esempio, saldatura, rivettatura, ecc)
2) Il sottomarino classe Gorae viene anche identificato come classe Sinpo, laddove fu visto la prima volta. Vedasi Storia dello sviluppo del sottomarino lanciamissili balistici di Sinpo.
3) Il Cantiere Sinpo Sud è noto anche con il nome di copertura “impianto termico Pongdae”.
4) Joseph S. Bermudez Jr., Lo Scudo del grande leader: Le Forze Armate della Corea del Nord (Londra: IB Taurus, 2001) 45-55.
5) I padiglioni delle costruzione sono a volte chiamati sale di assemblaggio.
6) Il il sottomarino lanciamissili balistico sperimentale (SSBA) classe Gorae è lungo 66,7 metri per 7,7 metri di diametro e i sottomarini d’attacco (SSK) classe Romeo sono armati con siluri ed sono lunghi 76,6 metri per 6,7 metri di diametro.
7) sebbene non identificato specificamente nelle immagini, oltre a 2 gru a cavalletto su rotaia, ci sono 4 gru a torre su rotaie presso i piazzali di stoccaggio dei cantieri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Socialismo Nucleare: i due alleati della Corea democratica

Aleksandr Ermakov, RIAC, 30 giugno 201656Il 3 luglio 2016, la Corea democratica festeggerà il suo primo giorno delle forze strategiche. Dopo il quarto test nucleare all’inizio di quest’anno, la Corea democratica ha recentemente effettuato prove riuscite con un missile a medio raggio. Quindi, che tipo di forze strategiche costruisce la Corea democratica?
La storia della crisi nucleare coreana è piena di ogni sorta di affermazione da entrambe le parti. In questo articolo si citano solo alcuni degli eventi più importanti [1]. Kim Il-Sung fu probabilmente interessato alle armi nucleari dal loro apparire, e la guerra 1950-1953, durante cui gli Stati Uniti in modo inequivocabile minacciarono di usarle contro la Corea democratica, ne incoraggiò ulteriormente l’interesse. Nel 1965, l’Unione Sovietica diede ai nordcoreani un reattore ad acqua leggera IRT-2000. A quel tempo, il regime nordcoreano considerava l’arma nucleare un mezzo per aumentare prestigio ed indipendenza. Nel dicembre 1985, la Corea democratica ratificò il trattato di non-proliferazione delle armi nucleari (TNP). La decisione fu presa sotto forte pressione dell’URSS, facendone condizione per continuare gli aiuti. Tuttavia, la situazione cambiò dopo il crollo dell’Unione Sovietica, portando al crollo quasi totale della cooperazione tra Corea democratica e la nuova Russia, e alla nascita del mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti. La Cina s’impegnava a rafforzare i legami economici con l’occidente, rendendo problematico gli aiuti militari al Paese. La situazione della sicurezza della Corea democratica divenne precaria. Anche se gli Stati Uniti ritirarono le armi nucleari tattiche dal sud della penisola nel 1991, la superiorità dell’alleanza militare tra Corea del Sud e Stati Uniti era travolgente. A quanto pare, fu allora che la Corea democratica decise di sviluppare le armi nucleari. Nel 1993 il Paese rifiutò di permettere all’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) di effettuare un’ispezione non programmata e dichiarò l’intenzione di ritirarsi dal TNP. A giudicare dalle informazioni disponibili, gli Stati Uniti al momento consideravano seriamente il lancio di operazioni militari, ma furono scoraggiati dalla previsione di alte perdite. Alcuni generali statunitensi valutarono le perdite a 490000 truppe della Corea del Sud e 52000 statunitensi nei primi 90 giorni, o anche un milione di morti, tra cui 80000-100000 soldati statunitensi, anche se tali cifre sarebbero troppo alte per essere prese sul serio [2]. Il fatto che il Pentagono rese tali dati pubblici, al contrario, suggerisce che la dirigenza militare era fortemente contraria a un conflitto.
Tuttavia, la Corea democratica non poté respingere la possibilità di un’offensiva aerea lanciata contro di essa. Tale operazione poteva essere condotta con perdite minime, perché l’Aeronautica dell’Esercito Popolare della Corea, anche se abbastanza forte numericamente, ha velivoli obsoleti e non può confrontarsi neanche contro la Corea del Sud, per non parlare degli Stati Uniti [3]. Una campagna aerea non avrebbe decimato l’esercito della Corea democratica, ma poteva perfettamente distruggerne le infrastrutture, mandando in frantumi l’industria energetica, interrompendo le comunicazioni e facendo pressione psicologica. Inutile dire che un disastro umanitario poteva derivarne. Tale scenario è relativamente indolore per gli avversari della Corea democratica, ma prima o poi avrebbe spinto il Paese a capitolare, a determinate condizioni, o a un’offensiva di terra contro un indebolito esercito della Corea democratica. Quindi, dal punto di vista della leadership politico-militare nordcoreana, per sopravvivere il Paese deve avere i mezzi per impedire che tale guerra aerea gli venga lanciato contro. L’unico deterrente credibile sono le armi nucleari. Le armi chimiche hanno una reputazione intimidatoria, ma non sono egualmente efficaci. Nel 1990, la crisi nucleare fu disinnescata con mezzi diplomatici: venne firmato l’accordo secondo cui la Corea democratica sospendeva il ritiro dal TNP in cambio di aiuti economici (soprattutto energetici) e della costruzione di reattori ad acqua leggera, che non possono essere utilizzati per militari scopi. Tuttavia, la cooperazione con l’occidente non si concretizzò mai, cosa probabilmente inevitabile perché le parti perseguivano obiettivi diversi: non era negli interessi di Stati Uniti e Corea del Sud sostenere l’economia della Corea democratica (il reattore non fu mai costruito e i rifornimenti di carburante furono irregolari), mentre la Corea democratica, insieme al programma missilistico dichiarato, proseguiva la ricerca nucleare in modo riservato. Nel 2002, l’accordo fu abbandonato e il 10 gennaio 2003 la Corea democratica si ritirò ufficialmente dal TNP, creando così un grave precedente che comprometteva l’intero sistema globale di non proliferazione [4]. Da allora la Corea democratica ha effettuato quattro test: nel 2006, 2009, 2013 e 2016. Nonostante gli sforzi diplomatici nei colloqui a sei, la Corea democratica continua a costruire le proprie Forze nucleari strategiche (SNF) [5]. Gli eventi del mondo, in particolare le guerre in Iraq e Libia (che abbandonò il suo programma nucleare nel 2003), spingono ad intensificare gli sforzi in questo campo. Quindi, che tipo di SNF costruisce la Corea democratica?

Poca scelta
rCostruire le Forze strategiche nucleari può contribuire a salvare le risorse e ad avere un esercito più snello. Una corsa agli armamenti convenzionali sarebbe costata molto di più, perché il Paese avrebbe dovuto competere da solo contro la potenza militare collettiva occidentali e i bilanci della difesa di una coalizione di Paesi. Impegnarsi nella corsa agli armamenti simmetrici con la Corea del Sud non aveva senso dato che i prezzi delle armi moderne iniziavano a salire e la Corea democratica è isolata (neanche la Cina le vende armi moderne). Le opinioni variano sul numero di testate della Corea democratica. La valutazione più ragionevole ed equilibrata sembra una decina di testate pronte. Più importante è la qualità delle testate, soprattutto il rapporto tra dimensione e potenza. La Corea democratica ha probabilmente, o avrà presto, la capacità di produrre testate a bassa potenza trasportabili. Ora la domanda riguarda la seconda componente nucleare, i vettori. La classica triade SNF si basa sulle componenti aerea, terrestre e navale, rappresentate rispettivamente da bombardieri lanciamissili con missili da crociera o bombe; missili balistici intercontinentali (ICBM) in silos di lancio o complessi mobili, e sottomarini lanciamissili balistici. L’idea iniziale di ordigni nucleari coreani grandi e poco maneggevoli spinse a previsioni sarcastiche sul loro possibile utilizzo, la cui unica possibile era piantarli come “mine” sulla strada del nemico avanzante. È interessante notare che gli scettici, forse involontariamente, descrivevano le tattiche impiegate dagli Stati Uniti durante la guerra fredda [6], quando decisero i punti in cui le mine nucleari potevano essere piantate lungo la presunta rotta dell’offensiva sovietica. Fino al 1991, il gruppo statunitense aveva tali punti nella penisola coreana. Il terreno, che offre una scelta limitata di vie per un’offensiva, sembra fatto su misura per tale tipo di arma, il cui uso può avere un grave effetto demoralizzante. Lo svantaggio è che può essere utilizzato solo in caso di campagna terrestre che, come detto sopra, è improbabile. I primi vettori nucleari furono gli aerei, ma non sono un’opzione per la Corea democratica, perché non ha bombardieri moderni e sono vulnerabili ad un primo attacco nucleare. La Corea democratica, che attribuisce grande importanza all’artiglieria, sarebbe tentata di trasformarli in armi nucleari tattiche sul modello dell'”artiglieria nucleare” della Guerra Fredda, ma non risolve il problema della deterrenza strategica e richiede la grande miniaturizzazione delle testate. Non è certo un’opzione per la Corea democratica, considerando le risorse limitate, compresi il materiale fissile arricchito. Così si arriva alla conclusione che l’unico vettore adatto alle esigenze della Corea democratica è il missile balistico.

L’ultimo alleato degli Stati canaglia
KN08 I Paesi del “primo mondo” affrontarono la minaccia dei missili balistici nemici nella guerra locale del Golfo Persico nel 1991. La minaccia di missili iracheni veniva contrastata dai più recenti missili MIM-104 Patriot, che teoricamente potevano intercettare i missili tattico-operativi [7]. Tuttavia, mentre la guerra in Iraq nel complesso fu un trionfo meritato della forza multinazionale, la “guerra dei missili” fu una sconfitta. Degli 88 lanci registrati [8], 53 colpirono gli obiettivi protetti dai Patriot, e 27 furono abbattuti [9]. La distruzione dei lanciamissili fu un’esperienza ancora più deludente. Nonostante le ingenti risorse impegnate, gli sforzi di tutta l’intelligence statunitense e le numerose operazioni delle forze speciali, come il 40 per cento delle sortite aeree (ritardando l’inizio della campagna di terra di una settimana [10]), non un singolo missile fu distrutto al suolo. Questo fu in parte compensato dagli scarsi risultati dei bombardamenti: gli obiettivi militari colpiti furono solo due, in un caso un aereo da caccia F-15C e un lanciamissili Patriot furono distrutti, e in un altro caso un missile colpì una caserma uccidendo 28 soldati e ferendone più di un centinaio. Fu un raro colpo di fortuna che le decine di missile che caddero sulle città non facessero molte vittime tra i civili: 14 persone [11] morirono in Israele e una in Arabia Saudita (più di 300 persone furono ferite e molti edifici distrutti) [12]. Nella guerra del 1991, l’Iraq usò missili a corto raggio sovietici R-17 (Scud) aggiornati, noti come al-Husayn [13]. Dopo la sconfitta, all’Iraq fu proibito possedere e sviluppare missili con gittata di oltre 150 chilometri [14]. Gli Stati Uniti ebbero più successo nella contesa tra difesa aerea e missili balistici nel 2003 per via del fatto che usarono una nuova versione del complesso Patriot (PAC-3), che considerava l’esperienza del 1991, ed anche perché il nemico era molto più debole. Al momento dell’invasione, l’Iraq aveva un piccolo numero di missili al-Samud 2 e Ababil-100 con gittata inferiroe ai 200 chilometri. Nel 2003, l’Iraq lanciò almeno 23 missili balistici e da crociera [15], di cui 9 abbattuti. Anche se la maggior parte degli altri missili finì nel deserto, fu segnalato un successo: il 7 aprile, un missile balistico colpì il comando di una brigata dell’esercito statunitense uccidendo tre militari e due giornalisti, ferendo 14 persone e immobilizzando una ventina di veicoli. La campagna del 2003 dimostrò che gli Stati Uniti rafforzarono la difesa missilistica di teatro, ma avevano ancora una lunga strada da percorrere per garantirsi l’intercettazione. Sebbene diversi lanciatori furono distrutti durante la seconda guerra in Iraq, il fatto che ci furono 20 lanci dimostra che la ricerca dei complessi missilistici non è ancora all’altezza. Non a caso, la leadership politico-militare della Corea democratica, che osservò da vicino le guerre localizzate degli anni ’90 e 2000, concluse che i complessi missilistici terresti mobili potrebbero costituire la base della deterrenza strategica. Essi sono perfettamente adatti alla geografia della parte settentrionale della penisola coreana: molti nascondigli e tunnel possono essere creati nelle montagne, rendendo vani i tentativi di distruggere i lanciamissili mobili dalla buona possibilità di sopravvivere a un attacco nucleare. Ovviamente, anche complessi antimissile specializzati come il Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) e l’AEGIS BMD non possono garantire il 100 per cento dell’intercettazione [16], e niente di meno basterà per contrastare un attacco nucleare. La Corea democratica non ha bisogno di dotare una parte significativa dei suoi missili di testate nucleari. In effetti, sarebbe addirittura dannoso farlo. Un gran numero di missili convenzionali sarebbe d’aiuto come mezzo per un “ultimo avvertimento”, e in caso di un grande attacco, servire da esche per la difesa antimissile balistico.
La Corea democratica persegue attivamente il proprio programma missilistico dagli anni ’80. Gli ingegneri della Corea democratica hanno imparato rapidamente come produrre i propri missili Scud (chiamati Hwasong-5) e persino fornirli in massa all’Iran durante la guerra Iran-Iraq. Nella prima metà degli anni ’90, l’Hwasong-5 fu alla base della produzione in serie dei missili dalla maggiore gittata Hwasong-6 (500 km) e Hwasong-7 (700-800 km), coprendo comodamente tutto il territorio della Corea del Sud. Esattamente quanti di questi missili siano stati costruiti non è noto, ma di sicuro saranno centinaia (il numero di lanciamissili, naturalmente, è di molto inferiore). Tuttavia, questi missili non hanno la gittata necessaria per colpire le infrastrutture chiave militari degli Stati Uniti di Okinawa e Guam. A metà degli anni ’90, i missili Rodong-1 dalla gittata di 1300-1500 chilometri entrarono in servizio [17]. Questi missili, che possono colpire qualsiasi bersaglio in Giappone, sono stati spesso indicati come vettori nucleari della Corea democratica. Un numero considerevole di questi missili sarebbe stato costruito e pronto al combattimento. Il missile Musudan è una potenziale minaccia per Guam [18], sede dell’Andersen Air Force Base, la principale base dell’aviazione strategica statunitense nella regione. E’ opinione diffusa in occidente che il Musudan si basi sull’SLBM sovietico R-27, eventualmente con l’assistenza di specialisti russi, anche se tali rapporti non possono essere né confermati né negati. La gittata del missile viene variamente stimata tra 2500 e 4000 km. Il missile è attualmente in fase di test, con il primo test riuscito effettuato il 22 giugno.
nksk1 La Corea democratica ha anche un suo “super-missile”, il KN-08 [19]. Vi è una certa confusione: durante le sfilate nel 2012, 2013 e 2015, gli stessi lanciamissili mostravano modelli del missile che differivano per dimensioni e numero di stadi [20]. Un missile a due stadi (a volte chiamato KN-14) fu illustrato nel 2015, mentre in precedenza furono illustrati missili a tre stadi. Indicando che il missile è ancora in progettazione con molti test ancora da compiere. Tuttavia, alla fine può diventare il primo ICBM della Corea democratica, capace di raggiungere Alaska, Hawaii e costa occidentale degli Stati Uniti. Tutti questi missili utilizzano lanciamissili terrestri mobili. Secondo notizie non confermate, la Corea democratica ha un piccolo numero di silo per missili, ma anche non fosse, la loro funzione è ausiliaria perché sono molto vulnerabili. Per lo stesso motivo i missili Taepodong non dovrebbero essere considerati missili militari perché vengono lanciati da una struttura di lancio ingombrante e richiedono molto tempo per il lancio. Il programma di sviluppo dei missili balistici lanciati da sottomarini va inoltre ricordato. I media nord-coreani ne hanno ampiamente coperto i test, probabilmente per impressionare i nemici. Sarebbe poco saggio, tuttavia, per la Corea democratica contare su di essi, perché i suoi sottomarini sono molto vulnerabili alle difese antisom di Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. Ciò è aggravato dalla debolezza dell’aeronautica e della flotta di superficie della Corea democratica, che non possono creare aree di dispiegamento sicure. Se la possibilità di lanciare missili dalle loro basi navali ne valga il costo, è questione discutibile. Tuttavia, possono essere utili come logistica, data l’esistenza di anche un paio di sottomarini lanciamissili che costringerebbero il nemico a devolvere risorse sproporzionatamente grandi per contrastarli.
La conclusione che si suggerisce è pessimista. A questo punto non vi è alcuna soluzione coerente al problema nucleare coreano. La Corea democratica non cederà i suoi programmi missilistico e nucleare, e fare concessioni significative non è un’opzione per gli Stati Uniti. Entrambe le parti hanno ragione a modo loro, perché una combatte per la sopravvivenza, mentre l’altra, oltre al prestigio nazionale, sostiene il regime di non proliferazione nucleare, estremamente importante per le potenze nucleari riconosciute, come la Russia. Inoltre, in un certo senso, la situazione attuale va bene agli Stati Uniti, dato che giustifica la presenza di infrastrutture militari nel Pacifico. Né vi è una soluzione militare al problema, perché anche se si assumesse che la Corea democratica non ha armi nucleari utilizzabili oggi, il prezzo di una guerra contro di essa non giustifica i dubbi benefici dell’unificazione coreana. Così, il mondo guarderà la lenta maturazione di un’altra potenza nucleare. La questione delle dimensioni dell’arsenale nucleare che la Corea democratica vuole e la velocità con cui può aumentarlo portano al regno delle congetture. Considerando gli obiettivi, sarebbe ragionevole per la Corea democratica accontentarsi di 40-50 testate, anche nel lungo periodo. Entro la metà del prossimo decennio, le SNF della Corea democratica probabilmente saranno composte da numerosi missili mobili terrestri accompagnati da numerosi blindati; una piccola parte sarà nucleare. [21]f0205060_511c7bb677f10Note
1. Per una più dettagliata descrizione storica vedasi le opere di esperti russi sulla Corea, in particolare un articolo di A. Lankov dal titolo “Socialismo Nucleare” e il ciclo di conferenze di K. Asmolov.
2. Per mettere i dati in prospettiva, vi erano solo 36000 truppe statunitensi in Corea del Sud nel 1994. Perdite per 80000-100000 sarebbero il doppio di quelle che gli Stati Uniti sostennero nella guerra del Vietnam, durata molti anni.
3. Solo un piccolo numero di caccia MiG-29 (9-13) e aerei d’attacco Su-25 furono consegnati durante gli ultimi anni dell’URSS e sono senza valore operativo reale.
4. Israele, India e Pakisan non hanno firmato il TNP.
5. Le sei parti nei colloqui sono Corea democratica, Cina, Stati Uniti, Russia, Corea del Sud e Giappone.
6. L’URSS aveva sistemi simili, probabilmente destinati allo stesso scopo, ma molto meno noti sono i piani in questo campo.
7. C’è una certa confusione sulla classificazione delle armi nelle tradizioni russa e statunitense. Negli Stati Uniti, i missili sono divisi in tattici (con raggio di meno di 300 km), a corto raggio (fino a 1000 km), medio raggio (fino a 3500 km), i missili a breve e medio raggio sono a volte indicati insieme come “missili balistici di teatro”, e a raggio intermedio (fino a 5500 km). URSS/Russia classificano i missili in tattici (fino a 300 km), operativo-tattici (fino a 500 km), a breve o corto raggio (fino a 1000 km) e medio raggio (fino a 5500 km).
8. Di cui 46 su obiettivi in Arabia Saudita e Quwayt e 42 in Israele. Fu uno degli obiettivi di Sadam Husayn provocare una risposta da Israele e utilizzarla per minare la coalizione internazionale. I diplomatici statunitensi fecero grandi sforzi per impedire ad Israele di entrare in guerra.
9. Steven Zaloga. Missili balistici e sistemi di lancio Scud. 1955-2005, Osprey, 2006.
10. Robert Scales. Una certa vittoria: l’esercito degli Stati Uniti nella guerra del Golfo. Ufficio del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti, 1993.
11. Due persone morirono nell’esplosione, mentre la maggioranza morì per “cause indirette”, in primo luogo infarto.
12. In confronto, durante la guerra Iran-Iraq nella primavera del 1988, massicci bombardamenti (circa 200 missili) delle città iraniane causarono 2000 morti e costrinsero all’esodo della popolazione civile dalle città.
13. La gittata fu aumentata da 300 a 550-650 km (secondo varie stime). I lanciamissili erano i telai MAZ-543 modernizzati degli R-17 e lanciatori di progettazione nazionale, come i semirimorchi per le tradizionali motrici civili.
14. Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 687 e 707.
15. Oltre a numerosi missili al-Samud 2 e Ababil-100, il numero comprendeva i missili sovietici Luna-M. I “missili da crociera” erano i missili antinave cinesi HY-2 riattati per colpire bersagli a terra. Non un singolo missile da crociera fu abbattuto.
16. In senso stretto, AEGIS è il sistema di informazione e controllo della Marina degli Stati Uniti, volto principalmente a difendere le portaerei. L’elevato potenziale dell’AEGIS ha spinto l’agenzia della difesa antimissili balistici degli Stati Uniti a lanciare il sistema AEGIS Ballistic Missile Defense (AEGIS BMD) per sviluppare mezzi d’intercettazione marini e terrestri dei missili mobili terrestri.
17. Questo è il nome dato dalla Corea del Sud. Meglio noti con i nomi Nodong-1/2 (1 e 2 differiscono per peso della testata e gittata) o Nodong-A. “Nodong“, con corrispondente lettera dell’alfabeto, è talvolta usato in occidente per indicare tutti i missili balistici a medio raggio nordcoreani. In Corea democratica, Hwasong (Marte) è apparentemente usato per scopi simili. Qui e altrove è stato utilizzato il nome più comune.
18. Inoltre noto in occidente come BM-2, Rodong (Nodong)-B. In Corea democratica forse è noto come Hwasong-10.
19. Rodong (Nodong)-B, o Hwasong-13.
20. Basato su un telaio commerciale cinese acquistato nel 2011.
21. L’avvio della produzione di telai pesanti per i missili KN-08/14 è una misura cruciale.nksk0[1]Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora