La Corea del Sud cambia campo?

Andrew Korybko Sputnik 20/03/2015

Le recenti decisioni della Corea del Sud sollevano la questione se la sua leadership sia sempre più pragmatica nei rapporti con Pechino a spese di Washington.

korea-04La Corea del Sud è da tempo alleata degli Stati Uniti, ma il suo sostegno agli Stati Uniti non è più cieco come una volta. I crescenti legami economici con la Cina, attraverso il futuro accordo di libero scambio, rendono la politica estera del Paese più equilibrata, così come l’ambivalenza strategica verso il sistema di difesa antimissile THAAD degli Stati Uniti. Mentre la Corea del Sud non può cambiare completamente posizione, sembra seguire una traiettoria verso neutralità e pragmatismo, di per sé una sconfitta relativa del perno politico in Asia degli Stati Uniti.

Chi vuole cosa?
Diamo un rapido sguardo a ciò che ciascuno dei tre attori principali vuole realizzare, contribuendo a dare un quadro più chiaro del motivo per cui la Corea del Sud ha preso le ultime decisioni economiche e militari.

Stati Uniti:
Idealmente gli Stati Uniti vogliono integrare le 28000 truppe in Corea del Sud nella ‘Coalizione di Contenimento della Cina’ (CCC) che costruiscono nell’Estremo Oriente e nel Sud-Est asiatico. Vorrebbero prolungare la presenza militare nel Paese a tempo indeterminato e, auspicabilmente, far aderire la Corea del Sud ai piani del contenimento con la formalizzazione del rapporto militare tra Seoul, Washington e Tokyo. Gli Stati Uniti non hanno un vero interesse nel vedere le due Coree ricongiungersi, dato che ciò potrebbe probabilmente portare alla fine della presenza cinquantennale delle loro forze di occupazione.

Cina:
Il sogno di Pechino è vedere gli Stati Uniti abbandonare completamente la penisola coreana, ed il CCC abbandonato o neutralizzato. Non vuole alcuna destabilizzazione della penisola coreana, in quanto ciò inevitabilmente affliggerebbe la Cina stessa. Se le due Coree si riunificano, la Cina ne monitorerebbe cautamente gli sviluppi per garantirsi che la Corea unita non sia una minaccia economica o militare che può esserle rivolta contro un giorno. Eppure, Pechino preferirebbe che gli Stati Uniti lascino la penisola oggi e affrontare gli eventuali problemi sulla Corea, un domani unita, che avere il Pentagono provocare continuamente la Corea democratica, nel cortile della Cina.

Corea del Sud:
La cosa più importante per Seoul è la risoluzione dei due problemi della Corea democratica, vale a dire denuclearizzazione di Pyongyang e riunificazione. Idealmente, vorrebbe anche perseguire la sua storica ‘terza via’ tra i colossali vicini cinesi e giapponesi, comportando una politica di neutralità e stabilità. Mentre la Corea del Sud è stata ovviamente sotto l’intensa influenza statunitense dalla fine della seconda guerra mondiale, sembra desiderare una politica multipolare quale via più efficace per perseguire i propri obiettivi.

Decifrare le decisioni di Seoul
Ora è il momento di osservare le ultime quattro decisioni della Corea del Sud, che portano a parlare di potenziale perno (e contro di esso).

Ritardo indefinito dell’OpCon:
Stati Uniti e Corea del Sud hanno accettato lo scorso ottobre di ritardare il trasferimento del controllo delle operazioni in tempo di guerra (‘OpCon’) dagli USA a Seoul a tempo indeterminato, con l’idea che la Corea del Sud non sia attualmente in grado di comandare le proprie forze in caso di guerra. Ciò prolunga il controllo diretto degli USA sugli affari militari della Corea del Sud, il che significa che letteralmente ne controllerà le forze armate in caso di guerra con la Corea democratica o la Cina. Anche se la pace vigesse, le forze statunitensi non lasceranno il Paese ancora per un bel po’ difatti, una chiara vittoria di Washington.

L’accordo di libero scambio Cina-Corea del Sud:
Era naturale che le due parti raggiungessero l’accordo che entrerà in vigore a fine anno, dato che la Cina è il maggior partner commerciale della Corea del Sud e la Corea del Sud è il terzo della Cina. Secondo il South China Morning Post, “gli investimenti cinesi in Corea sono balzati del 374%, a 631 milioni di dollari dell’anno scorso dai 133 nel 2013”, in previsione dell’accordo, chiara dimostrazione del desiderio della Cina di espandere le relazioni commerciali con il Paese. Se le relazioni economiche s’intensificano la Corea del Sud potrebbe potenzialmente entrare nell’Area di libero scambio della Cina nella regione Asia-Pacifico (contraltare del TPP degli Stati Uniti), e anche nell’Investment Bank Infrastructure asiatica (la risposta cinese alla Banca Mondiale a guida occidentale, che ha invitato la Corea del Sud ad unirvisi se molla il THAAD), sarebbe un’enorme ritirata dell’influenza di Washington sulla penisola.

Abbandonare il THAAD:
La Corea del Sud è strategicamente ambivalente sul sistema di difesa antimissile THAAD degli Stati Uniti da schierare sul suo territorio. Seoul capisce acutamente che gli Stati Uniti vogliono semplicemente costruire la versione orientale del loro scudo antimissile, ospitandone le infrastrutture diverrebbe un complice del CCC. La Corea del Sud sembra dubitarne, sapendo che le relazioni con la Cina si deteriorerebbero più rapidamente di quelle della Polonia con la Russia dopo averne accettato la controparte in Europa orientale. Nel caso in cui la Corea del Sud decida di non diventare la ‘Polonia asiatica’, sarebbe un duro colpo al perno in Asia degli Stati Uniti.

…o esservi incastrati dopo?:
Ma gli Stati Uniti hanno un asso nella manica, avendo detto alla Corea del Sud di permetterne lo schieramento nel Paese in caso di vaghe “situazioni di emergenza”, che potrebbero realisticamente essere delle manipolate risposte nordcoreane alle provocazioni inscenate con le manovre USA-Corea del Sud (come di norma). Una volta che il THAAD sarà schierato nel Paese, non è probabile che riduca le tensioni, fornendo così agli Stati Uniti la possibilità di piazzare in segreto il loro scudo antimissile nel Paese.

Rimescolamento regionale
Oltre all’avvicinamento della Corea del Sud al multipolarismo, altre due tendenze non dichiarate trasformano la regione. Il peggioramento delle relazioni della Corea del Sud con il Giappone e l’avvicinamento della Corea democratica alla Russia. Il primo è il frutto del rinnovato nazionalismo e militarismo giapponese, mentre il secondo è dovuto alle manovre occulte tra Pyongyang e Pechino. Se perseguono tali rotte fino alle conclusioni logiche, queste tre tendenze regionali ridefiniranno il futuro quadro geopolitico del Nordest asiatico, comportando tre possibili sviluppi.

Ridimensionamento degli USA:
Anche se la presenza militare statunitense probabilmente rimarrà nel prossimo futuro, Washington non sarà più in grado d’influenzare la Corea del Sud come in precedenza, nel senso che il suo potere diminuirà relativamente.

Reindirizzo giapponese:
Il fallimento del Giappone nel ripristinare rapporti favorevoli con la Corea del Sud potrebbe rendere la CCC inefficace nel Nordest asiatico, e Tokyo quindi reindirizzerebbe la CCC a sud verso Vietnam e Filippine. Tokyo ha già pianificato tali mosse, ma con la Corea del Sud non più alleata vitale, vi concentrerà maggiori sforzi.

Colloqui di pace – parte II:
Con la Corea del Sud che si avvicinar alla Cina e la Corea democratica che fa lo stesso con la Russia, l’intera dinamica politica della penisola potrebbe mutare a un certo momento. Mentre in passato la dualità Corea democratica-Cina e Corea del Sud-Stati Uniti non ha portato la pace in oltre 50 anni, il nuovo accordo potrebbe essere più adatto a compiere progressi.

south-korea-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia potrebbe fare del Mar Cinese Meridionale un lago cinese

Cosa costruisce la Cina nel Mar Cinese Meridionale?
Tyler Durden Zerohedge 23/02/2015ColeFMapNov11Nel Mar Cinese Meridionale vi sono i territori tra i più contesi del pianeta. Sei Paesi, Cina, Taiwan, Vietnam, Malesia, Filippine e Brunei competono sui diritti nel mare. La disputa si concentra sul contestato arcipelago delle Spratly, un miscuglio di isolotti e scogliere quasi al centro del Mar Cinese Meridionale. Tutti, tranne il Brunei, vi hanno costruito avamposti militari, e tutti questi Paesi, meno la Cina, vi hanno costruito piste di atterraggio. La Cina, arrivata in ritardo nell’occupare le Spratly, ha potuto occupare pienamente otto scogliere. Con così poca terra da utilizzare, la Cina ha iniziato a recuperare da allora. Nell’ultimo anno, gli avamposti della Cina nelle Spratly sono stati sistematicamente sottoposti a un processo di “bonifica”, dove le draghe prelevano sedimenti dal mare scaricandoli sulle scogliere sommerse per farne delle isole. La Cina ha già costruito cinque isole con la bonifica, e almeno due isole sono avviate. La Cina non è la prima a ricorrere alla bonifica, il rilievo Rondine della Malesia e diverse isole vietnamite sono state artificialmente costruite o ampliate, ma la bonifica della Cina avviene su scala più ampia rispetto a qualsiasi progetto precedente. L’isola artificiale costruita sulla scogliera Fiery Cross eclissa l’isola Taiping di Taiwan come maggiore delle Spratly, ed edifici sono in costruzione in diverse altre scogliera cinesi. Mentre i nuovi avamposti militari diventano operativi, è imperativo comprendere cosa la Cina costruisce nel Mar Cinese Meridionale.

Scogliera Fiery Cross
Scogliera Fiery Cross (nota anche come isola Yongshu) era completamente immersa fino ad agosto 2014 quando le draghe cinesi hanno cominciato a scavare il sedimento circostante. Prima della costruzione, la presenza cinese era costituita da un unico bunker di cemento sulla punta sud-ovest del rilievo, ma l’isola da allora è divenuta la più grande delle Spratly, misurando circa 2,3 kmq. La nuova isola è quasi lunga due miglia e sembra essere il futuro sito di un aeroporto.

11Fiery Cross 6 febbraio 2015

21Fiery Cross 14 novembre 2014

Tra novembre 2014 e gennaio 2015, il sud-ovest del rilievo venne bonificato collegando l’aeroporto alla struttura in cemento armato originale e allargando la superficie della barriera corallina. Le attività di dragaggio non sono cessate, e la terra è ancora in espansione. Le fotografie recenti dei media filippini mostrano che le fondamenta di una grande costruzione a nord-est dell’isola.

Scogliera Johnson South
La Scogliera Johnson South ha subito una delle più straordinarie trasformazioni delle Spratly. Le foto pubblicate dal ministero degli Esteri filippino mostrano che la bonifica era iniziata nei primi mesi del 2014, e le nuove foto indicano che la costruzione è ancora in corso.

31Johnson South

All’inizio di settembre 2014 diverse notizie furono diffuse da IHS Janes e BBC sull’avvio di una grande costruzione. Non è chiaro esattamente quando sia iniziata, ma le foto scattate ai primi di dicembre 2014 mostrano chiaramente un edificio considerevole, forse alto più di dieci piani, in costruzione sulla nuova isola.

41Johnson South

Le fotografie scattate e diffuse dall’agenzia vietnamita Thanh Nien News mostrano una serie di cantieri, tra cui ciò che potrebbe essere un centro di controllo del traffico aereo. I media filippini affermano che la Scogliera Johnson South un giorno ospiterà una pista di atterraggio, ma le foto non provano tale affermazione. La barriera corallina è lunga circa 6 kmq, e l’isola circa 0,16 kmq, lasciando ampio spazio per ulteriori bonifiche.

Scogliera Cuarteron
La Scogliera Cuarteron è l’avamposto più occidentale e più meridionale della Cina nelle Spratly. Le bonifiche sulla barriera corallina sembrano essere iniziate nel marzo 2014. Da gennaio 2015 la Cina ha costruito 0,3-0,4 kmq di nuovo territorio. L’isola ospita una diga foranea, un piccolo avamposto militare, un elicottero, un porto artificiale e un molo. Foto satellitari mostrano delle costruzioni in corso, ma non sono abbastanza chiare per capire cosa si stia costruendo.

51Cuarteron

Scogliere Gaven
Le Scogliere Gaven ospitano un progetto di bonifica medio, che realizzato un’isola artificiale di circa 0,08 kmq. Tra giugno e agosto 2014 quest’isola s’è ampliata da piccolo avamposto al bastione di oggi. Le foto mostrano che la nuova isola ospita una caserma per operai e militari, container usati come rifugi temporanei, un porto artificiale e armi antiaeree. Secondo IHS Janes l’isola ospita radar e missili antinave.

6Gaven

Scogliera Hughes
Le bonifiche sulla Scoglier Hughes sembrano iniziate nel marzo 2014. Le foto satellitari suggeriscono che sia in corso sull’isola una nuova costruzione. I rapporti indicano che la nuova isola ospita un faro e di un avamposto militare.

7Hughes

Scogliera Subi
La Scogliera Subi, l’avamposto più settentrionale della Cina nel Mar Cinese Meridionale, è la più recente bonifica. Le foto satellitari dei primi di febbraio 2015 mostrano una significativa presenza di draghe che lavorano in due punti a sud-est e sud-ovest della barriera corallina. Il dragaggio a Subi apparve nelle foto satellitari scattate il 26 gennaio 2015, mostrando due draghe che avevano cominciato a lavorare sulla punta sud-ovest di Subi. Prima dell’inizio della bonifica, Subi ospitava un elicottero e un piccolo avamposto in calcestruzzo utilizzato da truppe di passaggio.

8Subi 8 febbraio 2015

9Subi 26 gennaio 2015

Scogliera Mischief
La Scogliera Mischief è l’avamposto più orientale della Cina nelle Spratly. Foto satellitari di fine gennaio indicano che la bonifica è appena iniziata. Queste foto mostrano la presenza di draghe a sud dell’isola, così come nuove terre separate da una struttura in calcestruzzo. Il rilievo Mischief è a meno di 200 miglia dall’isola filippina di Palawan (meno di 150 miglia in alcuni punti), mettendo così la barriera corallina all’interno della zona economica esclusiva della Filippine. Com’era prevedibile, l’avvio della bonifica nella Scogliera Mischief è stato accolto da ampie proteste delle Filippine.

10Mischief 26 gennaio 2015

111Mischief 26 gennaio 2015

Scogliera Eldad
La Scogliera Eldad ospita un banco di sabbia a forma di lacrima a nord. Dimensioni e forma del banco di sabbia sono coerenti nelle foto scattate tra gennaio 2012 e novembre 2013. Le foto più recenti mostrano un leggero aumento delle dimensioni del banco di sabbia, indicando una possibile bonifica elementare in corso sulla barriera Eldad. Queste foto non riprendono draghe e possono semplicemente mostrare cambiamenti naturali, ma intelligence e media filippini sostengono che Eldad sia in realtà obiettivo della bonifica cinese. La situazione sul Eldad è ambigua, e dovremmo continuare ad osservarla per notare un recupero.

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Sulla base di fotografie satellitari e rapporti d’intelligence è chiaro che la Cina attualmente bonifica almeno sette delle sue otto scogliere; Fiery Cross, Johnson South, Gaven, Hughes, Cuarteron, Subi, e Mishcief, e che una bonifica sarebbe iniziata anche su Eldad. I lavori su Johnson South, Gaven, Hughes e Cuarteron iniziarono nei primi mesi del 2014, la bonifica di Fiery Cross iniziava nell’agosto 2014, su Subi e Mischief a fine gennaio 2015. Bonifiche su Eldad potrebbe esser iniziate nel dicembre 2014. Le foto mostrano grandi costruzioni in corso sulle neo-isole Fiery Cross e Johnson South, mentre meno estese, ma sempre grandi costruzioni sono in corso a Hughes, Gaven e Cuarteron. Data la misura in cui il futuro controllo delle rotte nel Mar Cinese Meridionale influenzerà l’equilibrio di potere globale, la costruzione delle isole cinesi è degna di attenzione.

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La Russia potrebbe fare del Mar Cinese Meridionale un lago cinese
Forse non è una grande idea per gli Stati Uniti mettersi contro la Russia?
Harry J. Kazianis The National Interest 25 febbraio 2015 – Russia Insider

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Ciò che Robert Kaplan ha così elegantemente soprannominato “Calderone dell’Asia”, il Mar Cinese Meridionale, potrebbe ribollire di nuovo. Ma il vero spunto è chi potrebbe accendere con la ‘massima’ fiamma tale caldaia virtuale: nientemeno che il presidente russo Vladimir Putin. Eventi a migliaia di chilometri di distanza, in Ucraina, potrebbero innescare una reazione a catena che potrebbero vedere la Cina dominare incontrastata questo grande specchio d’acqua grazie ad una grande infusione di armi e tecnologia russe, se l’occidente iniziasse ad armare l’Ucraina. Ma prima di arrivare ai succosi dettagli di come la Cina potrebbe diventare il “Master and Commander” del Mar Cinese Meridionale grazie all’assistenza russa, facciamo un doveroso passaggio dell’ultimo dramma in questo tormentato specchio d’acqua. Le tensioni sono aumentate nella regione Asia-Pacifico, la Cina continua a cambiare i fatti sul campo (“sull’acqua” potrebbe essere un termine migliore), continuando a lavorare su diversi enormi progetti di bonifica delle isole che molti analisti ritengono creeranno nelle maggiori isole abitate aeroporti, porti, stazioni radar e forse anche batterie di missili antinave. La motivazione è abbastanza ovvia, Pechino probabilmente dominerà il Mar Cinese Meridionale, se utilizza queste isole rivendicandone la sovranità. Nulla parla di “sovranità indiscutibile” che agendo da sovrano, come pattugliare il territorio rivendicato e farvi rispettare le leggi. Le basi nel Mar Cinese Meridionale, disponendosi su 9 o 10 famigerate linee tratteggiate, più che dei grandi segni su una mappa a Pechino, potrebbero realizzarlo.

Le nuove basi nella Cina meridionale + A2/AD = un incubo per USA ed alleati
Per le capacità militari cinesi molto è stato fatto negli ultimi anni, con la crescente capacità della RPC di negare a un avversario tecnologicamente avanzato (si pensi a Stati Uniti e/o Giappone) la capacità d’intervenire in diversi possibili scenari presso i suoi confini (Taiwan e/o Mar Cinese orientale e meridionale). Nei prossimi anni, tali capacità evolveranno e miglioreranno grazie alle innovazioni tecnologiche. Combinando probabili progressi tecnologici cinesi come missili da crociera più precisi e dalla maggiore autonomia e nuove basi nelle isole bonificate nel Mar Cinese Meridionale, a dir poco saranno l’incubo dei pianificatori di Stati Uniti e alleati, che fanno di tutto per garantirsi l’accesso alle regioni vitali dell’Asia-Pacifico. Denominato A2/AD dalla maggior parte degli specialisti militari occidentali, la Repubblica popolare cinese lentamente crea le condizioni in cui Stati Uniti, Giappone e altre forze alleate soffrirebbero pesanti perdite se un conflitto esplodesse sulla prima catena di isole, e in futuro, anche sulla seconda catena di isole. Attraverso diversi campi d’ingaggio (terra, mare, aria, informatica e spazio), le forze cinesi hanno perseguito un robusto programma di sviluppo di una serie di sistemi d’arma unici che sfruttano le debolezze specifiche delle forze di USA ed alleati. Mentre queste capacità sono già abbastanza robuste, e Washington ed alleati stendono piani per neutralizzare l’impatto di tale strategia (vedasi il il dibattito sul concetto Air-Sea Battle/JAM-GCC), qualcosa di ampiamente ignorato in molte recensioni sul problema è che Pechino già opera per acquisire la prossima generazione di piattaforme per armi A2/AD, oltre a sviluppare tattiche e strategie corrispondenti. La Cina negli ultimi anni ha sviluppato prototipi di caccia di 5° generazione, piattaforme per missili balistici antinave e missili da crociera a lungo raggio sempre più sofisticati. Tali sistemi non sono facili da produrre da una qualsiasi nazione. Se Pechino dovesse trovare un partner disponibile, potrà già avere tale tecnologia, compiendo il salto di qualità necessario per disporre di tali piattaforme avanzate per armi A2/AD anni prima di quando i produttori nazionali possano fare da soli. La Russia, in cerca di vendetta per la crisi in Ucraina, potrebbe fornire tale assistenza.

Come la Russia potrebbe aiutare la Cina: armi e tecnologia
Immaginate questo scenario: l’occidente decide che è il momento di armare l’Ucraina. La Russia decide che deve reagire e non solo in Europa. Il Presidente Putin tira fuori il mappamondo e cerca un luogo dove la potenza russa potrebbe meglio colpire gli Stati Uniti. I suoi occhi si illuminano su una zona che potrebbe non solo rafforzare i legami con un partner potenziale, ma danneggiare seriamente gli sforzi statunitensi per il “perno” su quella parte del mondo: il Mar Cinese Meridionale.

A2/AD vola alto: arriva il Su-35 russo
La Cina cerca di migliorare la sua capacità anti-accesso nel dominio dell’aria, con il tanto vociferato acquisto di Su-35 dalla Russia, acquisizione che potrebbe formalizzarsi se l’occidente arma l’Ucraina. Con un raggio d’azione maggiore rispetto agli attuali Su-27/J-11 della PLAAF, il Su-35 darebbe alla Cina la possibilità di schierare caccia avanzati per maggiori periodi sui Mari Cinesi orientale e meridionale, migliorando l’efficacia dei pattugliamenti nella recente Air Defense Identification Zone (ADIZ) sul Mar Cinese Orientale ed eventualmente aiutare Pechino a creare una ADIZ sul Mar Cinese Meridionale. L’aereo sarebbe probabilmente superiore alla maggior parte dei caccia in Asia (ad eccezione di F-22 e F-35) colmando il vuoto fin quando presumibilmente i velivoli furtivi nazionali di 5.ta generazione saranno operativi. Se la Cina dota gli aerei di armi antinave avanzate e li basa nei nuovi aerodromi sulle barriere Johnson e Fiery, una nuova e potente arma antiaccesso comparirebbe, con solide capacità di respingere le forze alleate in acque più sicure.

1458451A2/AD 2.0 sul mare: sottomarini e sonar
Nell’oceano, grazie ancora alla possibile collaborazione con la Russia, la Cina potrebbe cercare di migliorare le proprie capacità sottomarine con possibili nuovi sottomarini. Ciò si collega ad ulteriori notizie sulla possibile vendita di Su-35 negli ultimi anni. Mentre i rapporti variano sulla serietà dei negoziati, confermati e negati più volte, nuovamente si comprendono le tendenze cinesi nel rafforzare le proprie capacità A2/AD con l’aiuto russo. La nuova  tecnologia sottomarina sarebbe di vitale importanza per la Cina, non solo per la possibilità di schierare sottomarini più potenti, ma anche perché Pechino potrebbe potenzialmente trarre nuove tecnologie da questi mazzi. Ciò potrebbe includere motori AIP, tecnologie furtive e avanzate armi antinave dei russi talvolta venduti con i sottomarini. La PRC sembra interessata a migliorare la tecnologia anti-sottomarini (ASW), un punto debole tradizionale di Pechino. In un articolo per Proceedings dello scorso anno, i collaboratori della TNI Lyle Goldstein e Shannon Knight analizzavano le recenti opere cinesi suggerendo che Pechino “ha schierato nell’oceano reti acustiche fisse al largo delle sue coste, presumibilmente con l’intento di monitorare le attività sottomarine straniere nei mari vicini“. Citando altri saggi di provenienza cinese, la ricerca sembra confermare l’incursione di Pechino in questo importante settore della tecnologia militare. Mentre non vi è stata alcuna menzione specifica di un accordo sui sottomarini tra Russia e Cina, Mosca ha sicuramente l’esperienza per aiutare Pechino in questo senso. Considerando che gli sforzi degli Stati Uniti per mantenere l’accesso agli spazi eventualmente contestati dalla A2/AD cinese dipendono soprattutto dai sottomarini furtivi, una tale collaborazione in questo settore potrebbe rafforzare considerevolmente i piani A2/AD cinesi.

Perché la Russia potrebbe pensarci due volte: l’accordo del Su-27
Mentre la crisi ucraina certamente sarebbe un potente catalizzatore per la collaborazione tecnologica nella difesa sino-russa, per tali trasferimenti in passato Mosca ha pagato un prezzo pesante. La Russia farebbe certamente meglio a rivedere il passato, avendo indizi sul perché una vendita alla Cina potrebbe essere una sfida nel lungo termine. L’ultimo importante accordo aeronautico tra Mosca e Pechino, negli anni ’90, riguardava l’ancora molto ricercato aereo di 4.ta generazione Su-27 Flanker. A quel tempo la Russia non vendeva armamenti tecnologicamente avanzati a Pechino dalla frattura cino-sovietica, quando l’aumento delle tensioni scatenò scontri di confine. Quando l’URSS crollò, alla fine del 1991, l’industria bellica russa lottava per rimanere a galla. La Russia traboccava di armi che avrebbero aiutato i cinesi a un salto di diverse generazioni nella tecnologia militare, quindi una partnership sembrava avere senso. Per la Cina, l’accesso a tecnologia militare avanzata era cruciale e nel 1991 Pechino riteneva tale ricerca rilevante. Gli strateghi cinesi erano attoniti dalla velocità con cui gli Stati Uniti poterono sopraffare le forze armate irachene nella prima guerra del Golfo. I pianificatori militari cinesi si resero conto che gran parte delle loro armi era obsoleta di fronte a munizioni di precisione, bombardieri invisibili e aerei da combattimento guidati da sistemi di comando e controllo avanzati. La tecnologia russa, anche se non così avanzata come quella degli USA, diede la spinta tanto necessaria alla modernizzazione. Nel 1991 Mosca vendette a Pechino un lotto di 24 Su-27 per 1 miliardo di dollari. Nel 1995, la Cina acquistò altri 24 Su-27 dalla Russia, consegnati nel 1996. Nello stesso anno, Cina e Russia approfondirono la partnership quando Pechino comprò per circa 2,5 miliardi di dollari la licenza per la fabbricazione di altri 200 Su-27 presso la Shenyang Aircraft Company. Il contratto imponeva che l’importante versione cinese del Su-27 dotata di avionica, radar e motori russi, non potesse essere esportata. La Russia era preoccupata a che la Cina potesse conoscere abbastanza il Su-27 da poter un giorno venderlo a terzi, facendo perdere alla Russia potenzialmente miliardi di dollari nella vendita del caccia. Purtroppo per la Russia, l’accordo fu quasi un disastro. Dopo aver costruito circa 100 jet, la Cina annullò il contratto nel 2004. Pechino disse che gli aerei non soddisfacevano più le sue specifiche. Tre anni dopo, la Cina rigettò completamente l’accordo quando sviluppò il nuovo caccia J-11. L’aereo sembrava la copia esatta del Su-27. La Cina nega di aver copiato il Su-27, spiegando che l’aereo utilizza parti per lo più locali ed avionica e radar sviluppati nazionalmente.

Riflessioni
Mentre il dibattito si scalda a Washington sui modi per sanzionare la Russia per le sue azioni in Ucraina, Mosca ha più modi di reagire se l’occidente armasse l’Ucraina. Infatti, quanto sopra è solo una delle molte possibilità. Mosca potrebbe seguire l’azione descritta con la Cina, fornendo armi e tecnologia che potrebbero esacerbare la tendenza della Cina verso sud e in altre contese future. Tuttavia, la Russia ha molti altri modi di creare difficoltà all’occidente; per esempio nei colloqui sul nucleare Iran o ingraziarsi altre nazioni in rotta con l’occidente come Corea democratica, Venezuela e varie altre. E la Russia, naturalmente, ha la capacità di alzare drammaticamente la posta in Ucraina fornendo ai separatisti armi più avanzate per contrastare le possibili armi occidentali.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Dopo Libia, Siria, Iraq, circondano la Russia…”

Aleksandr Kots e Dmitrij Steshin, Komsomolskaja Pravda 27 novembre 2014 – Slavjangrad7656916Un combattente della Brigata Vostok di Donetsk ci ha detto come fu inviato in URSS con un programma semi-segreto chiamato ‘Watan’, e perché è giunto nel Donbas.

Nipote di Hekmatyar
Abbiamo conosciuto Abdullah a Saur-Mogila. Incontrare persone straordinarie in guerra è sempre casuale. Non possono essere inventati; non vi è alcun programma per incontrarli. Compaiono sulla nostra strada, colorando il duro grigiore dei combattimenti con toni inaspettati. Nel Donbas, avere la barba è di moda tra la Milizia. Quindi, non riconosciamo immediatamente il ragazzo bruno con un mitra, nativo dell’Afghanistan. Tanto più che parla un russo molto scorrevole.

“Di dove sei?” chiede lo scrittore Aleksandr Prokhanov, in cima a Saur-Mogila. Abdullah lo scortava come guardia.
“Sono un pashtun della tribù Alokozai”, sorride il ragazzo con la barba. “Vicino il Waziristan”.

“Kipling intitolò una poesia ‘guado sul fiume Kabul'”, ricorda Prokhanov.
“Era una spia inglese”, continua Abdullah inaspettatamente. “C’era questa istituzione degli agenti politici in Afghanistan un secolo e mezzo prima che arrivassero i russi”.

“Chi contava nella tua tribù Alokozai?” chiediamo.
“Mio pro-zio Gulbuddin Hekmatyar” (capo del partito politico Hizb-e Islami), spiega senza imbarazzo il pashtun.
Hekmatyar è infausto. Nel 2003 gli Stati Uniti lo dichiararono terrorista internazionale per collaborazione con al-Qaida.

“Lo vidi a Peshawar dopo la guerra, per negoziare il rilascio dei nostri prigionieri. Mi ospitò e mi diede una tazza di tè”, continua Prokhanov con cautela, cercando di capire da che parte stia l’afghano. “Eri a Tora Bora?”
“Hekmatyar dominava il posto; aiutò bin Ladin”, scuote la testa Abdullah. “Ora, in vecchiaia ha capito che presto sarà al cospetto di Dio con le mani insanguinate. Cerca di fare buone azioni. Avete sentito la storia della rivolta nel carcere pakistano, dove i nostri agenti del KHAD (l’agenzia d’intelligence afghana nel 1980-1992) e dei russi erano detenuti? Si ribellarono”.

“Nessuno sopravvisse…”
“No, li martellato con gli obici. Proprio così”, il pashtun indica le rovine del complesso Saur-Mogila.
Cerchiamo di parlare, ma Abdullah, educatamente e anche valorosamente, si scusa essendo al lavoro, guardia di un ospite importante. L’incontriamo il giorno successivo, per capire cosa l’ha portato in Nuova Russia.

875316Il programma Watan
Abdullah giunse in Unione Sovietica nel 1985 col programma semi-segreto Watan. Orfani i cui padri erano stati uccisi dai Dushman (termine usato da afghani e russi per definire i mujahidin, dalla parola pashto “nemico”, ndr), Furono raccolti da diverse città, province e tribù. Il novanta per cento di loro erano figli di funzionari e soldati del governo filo-sovietico. In URSS ebbero una formazione fortemente laica per infondere nuova vitalità alla Repubblica Democratica dell’Afghanistan.
“Mio padre fu governatore della provincia di Badakhshan”, ricorda Abdullah. “Fu attirato in una trappola e poi ucciso con munizioni esplosive. Prima gli spararono alle mani, poi alle gambe. Gridavano ‘Allahu Akbar!’ Non è bene fare queste cose in nome di Dio”.

“La maggior parte della tua famiglia è laggiù?”
“La mia famiglia è divisa in due campi, filo-sovietica e pro-americana con l’idea della jihad. La mia famiglia è stata distrutta, come l’Afghanistan, dove ci siamo distrutti a vicenda. La linea paterna del mio clan è estinta. Per inciso, chi combatté le forze sovietiche ora se ne pente amaramente”.

“Cosa hai fatto nel programma ‘Watan’? Cosa ricordi della tua infanzia?”
“Naturalmente studiammo molto. Avevamo insegnanti russi e afghani. Studiammo le scienze profane e religiose… Ci insegnarono anche l’Islam. I cristiani non ci dissero: ‘Ecco il nostro unico vero Dio’. Sapevano che saremmo tornato nel nostro Paese e rispettarono le nostre tradizioni e caratteristiche genetiche. Per quanto ne so, 1800 bambini furono coinvolti nel programma. Ma ora metà di loro se n’è andata. Nei turbolenti anni ’90 molti ragazzi che ricevettero una formazione eccellente finirono per strada. Non ricevemmo cittadinanza e alcun documento: “Voi siete qui illegalmente. Tornate a casa…” A quel tempo eravamo già degli estranei (in Afghanistan). Al potere c’erano quelli contro cui fummo addestrati. E qui (in Russia) non eravamo i benvenuti. Alcuni furono deportati e uccisi lì come “agenti russi”. Finì in strada a quattordici anni. Tutto si capovolse. Coloro che ci parlarono del futuro luminoso divennero immediatamente democratici. Da compagni si trasformarono in maestri.

577547Paralleli tra le due guerre
“Cosa pensi di ciò che accade oggi, qui nel Donbas?”
“La guerra è la stessa che in Afghanistan. Gli USA l’hanno provocata lì e così il mio popolo ancora mendica. Il Paese più povero, il nostro. Il più devastato, il nostro. Vogliono fare le stesse cose qui. È uno schema collaudato. Vogliono che i russi bombardino la madre delle città russe, Kiev. L’hanno già calcolato. In ogni caso, saremo a Kiev”.

“C’è qualche somiglianza tra le due guerre, in Afghanistan e in Ucraina?”
“A parte terreno, mentalità e componente religiosa, sono identiche. Nel nostro team ci sono ragazzi che hanno prestato servizio in Afghanistan, persone già invecchiate. Una volta hanno aiutato il mio popolo, ed ora ho l’opportunità di aiutarli. Non voglio che la tua famiglia sia distrutta come la mia”.

“Che cosa succederà secondo te?”
“Se non si trova un terreno comune, sinceramente col cuore e non solo sulla carta, sarà una tragedia per secoli. Non ci sarà tranquillità, per Poroshenko o chiunque altro. Si aspetteranno sempre di essere assassinati, anche in esilio. L’altro ieri passavo per strada e una nonna chiedeva soldi alla gente. Mi fermò gridandomi: ‘Figlio mio, quando avremo le pensioni? Ho fame’. Per quattro mesi i pensionati non hanno avuto la pensione. Non so come riescano a sopravvivere. Tutto quello che abbiamo lo condividiamo con loro. Infatti, l’esito della guerra dipende non solo da chi è qui. Lì, a Kiev, la gente salta e grida ‘Chi non salta è un Moskal”.

1452510‘A Kiev saltano in attesa di noi’
“Chiaramente non sono per la pace…”
“In realtà pensano, ‘dovreste arrivare subito’. Costoro dovrebbero dirlo. Soprattutto la classe media, dalle lenzuola inamidate e nei suoi appartamenti… In caso contrario, i Grad pioveranno su quelle lenzuola inamidate, come qui. Sono la classe media, gli intellettuali, che Lenin definiva così nettamente, che permettono ai Grad di piovere sulle città del Donbas. L’elite può fermare tutto, ma vigliaccamente tace. È il momento di sostituirla”.

“Pensi che la pace sia possibile?”
“Ascolta, Ucraina e Russia sono una cosa sola. State solo per essere circondati. Guarda: Asia centrale, Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, sono tutti alleati dei russi. Noi siamo quasi finiti; ora vengono da voi, e non si fermeranno. L’obiettivo principale non siamo noi o l’Ucraina, ma voi russi. Voi che passate le vacanze al mare, lavorate in ufficio, verranno anche da voi. Andrete in altre città pensando quanto la Russia sia vasta. Non si può tranquillamente guardare ciò che accade qui. O sarete schiavi o vi alzerete per imporvi. Uno dei vostri grandi disse: ‘La lingua russa salverà se stessa e il mondo‘. Penso che stia accadendo oggi, è una prova di Dio. Vedete chi servono. La televisione e i valori occidentali hanno praticamente espulso Dio dall’anima. Ma non del tutto. Ci sono ancora molti che si ricordano chi sono e da dove vengono. L’enorme numero di volontari ne è la prova. Molte volte si è tentato di prendere questa Terra; ora ci provano di nuovo. Ma non l’avranno e noi non bombarderemo Kiev come vorrebbero. Questa è la nostra città, il nostro Paese. Le persone sedute là fuori, in attesa… Saltano, saltano e aspettano quando arriveremo. E arriveremo. Siate pazienti solo un po'”.

1424535Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nuove regole o gioco senza regole: “Abbiamo bisogno di un nuovo consenso globale da potenze responsabili”

Presidente Vladimir Putin, Global Research, 25 ottobre 2014

Pubblichiamo il testo integrale del discorso del Presidente russo Vladimir Putin ai membri del Club del dialogo internazionale di Valdaj. Quest’anno il tema principale era Ordine mondiale: nuove regole o nessuna regola?

31435Colleghi, signore e signori, amici, è un piacere darvi il benvenuto all’XI riunione del Club del dialogo internazionale di Valdaj.
E’ stato già detto che il club ha nuovi co-organizzatori quest’anno, tra cui organizzazioni non governative, gruppi di esperti e università russo. È stata sollevata anche l’idea di ampliare il dibattito includendo non solo questioni relative alla Russia, ma anche la politica globale e l’economia. Spero che questi cambiamenti nell’organizzazione e il contenuto rafforzino l’influenza del club come forum di discussione tra esperti di primo piano. Allo stesso tempo, spero che lo ‘spirito di Valdaj’ rimanga, con questa atmosfera libera e aperta e la possibilità di esprimere ogni sorta di opinioni diverse e franche. Vorrei dire a questo proposito che voglio, inoltre, non deludervi parlando direttamente e francamente. Parte di ciò che dico potrebbe sembrare un po’ troppo dura, ma se non parliamo direttamente e onestamente di ciò che realmente pensiamo, non avrebbe molto senso riunirsi in questo modo. Sarebbe meglio in questo caso solo continuare gli incontri diplomatici, dove nessuno dice nulla nel vero senso della parola e, ricordando le parole di un famoso diplomatico, rendersi conto che i diplomatici hanno una lingua per non dire la verità. Ci riuniamo per altri motivi. C’incontriamo per parlarci francamente. Dobbiamo essere diretti e schietti oggi, non scambiarci note, ma tentare di andare a fondo di ciò che realmente accade nel mondo, cercare di capire il motivo per cui il mondo è sempre meno sicuro e più imprevedibile, e perché i rischi aumentano nel mondo.
La discussione di oggi s’è svolta sul tema: nuove regole o gioco senza regole. Penso che questa formula descriva con precisione il punto di svolta storico che abbiamo raggiunto oggi e la scelta che tutti noi affrontiamo. Non vi è nulla di nuovo, naturalmente, sull’idea che il mondo stia cambiando molto velocemente. So che ciò è stato già discusso in precedenza. E’ certamente difficile non notare le trasformazioni drammatiche nella politica e nell’economia mondiali, nella vita pubblica e industriale, delle tecnologie dell’informazione e sociali. Lasciate che vi chieda ora di perdonarmi se finisco per ripetere ciò che alcuni partecipanti al dibattito hanno già detto. E’ praticamente impossibile evitarlo. Avete già avuto discussioni approfondite, ma io porrò il mio punto di vista. Coinciderà con il punto di vista degli altri partecipanti su alcuni aspetti e sarà diverso su altri. Analizzando la situazione odierna, non dimentichiamo le lezioni della storia. Prima di tutto, le variazioni dell’ordine mondiale, ciò che vediamo oggi sono eventi di tale portata, sono di solito accompagnati se non da guerra e conflitti globali, da catene di conflitti locali intensi. In secondo luogo, la politica globale è soprattutto leadership economica, guerra e pace, dimensione umanitaria, compresi i diritti umani. Il mondo è carico di contraddizioni di oggi. Dobbiamo essere sinceri nel chiederci se abbiamo una rete di sicurezza affidabile. Purtroppo, non vi è nessuna garanzia e nessuna certezza che l’attuale sistema di sicurezza globale e regionale possa proteggerci dagli sconvolgimenti. Questo sistema è seriamente indebolito, frammentato e deformato. Le organizzazioni di cooperazione internazionale e regionali politiche, economiche e culturali attraversando momenti difficili. Sì, molti meccanismi che abbiamo per assicurare l’ordine del mondo furono creati molto tempo fa, soprattutto nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. Vorrei sottolineare che la solidità del sistema creato allora non riposava solo sui rapporti di forza e i diritti dei Paesi vincitori, ma sul fatto che i ‘padri fondatori’ di questo sistema si rispettavano, non cercavano di costringere gli altri, ma tentavano di accordarsi. La cosa più importante è che questo sistema deve sviluppare, e nonostante i suoi vari difetti, deve almeno poter mantenere gli attuali problemi del mondo entro certi limiti, regolando l’intensità della naturale competizione tra Paesi. E’ mia convinzione che non possiamo prendere questo meccanismo di pesi e contrappesi costruito nel corso degli ultimi decenni, a volte con molta fatica e difficoltà, e semplicemente distruggerlo senza costruire nulla al suo posto. In caso contrario, saremmo senza strumenti diversi dalla forza bruta. Ciò che dobbiamo fare è una ricostruzione razionale e adattata alle nuove realtà del sistema delle relazioni internazionali. Ma gli Stati Uniti, che si dichiararono vincitori della guerra fredda, non l’hanno ritenuto necessario. Invece di creare un nuovo equilibrio di potere, essenziale per mantenere l’ordine e la stabilità, hanno preso misure squilibrando il sistema in modo acuto e profondo. La guerra fredda si è conclusa, ma non si è conclusa con la firma di un trattato di pace su accordi chiari e trasparenti e sul rispetto delle vigenti norme o creazione di nuove regole e norme. Ciò ha creato l’impressione che i cosiddetti ‘vincitori’ nella guerra fredda abbiano deciso di sospingere gli eventi rimodellando il mondo secondo i propri bisogni e interessi. Se l’esistente sistema di relazioni internazionali, diritto internazionale ed equilibri segue questi obiettivi, viene dichiarato inutile, obsoleto e bisognoso d’immediata demolizione.
Perdonate l’analogia, ma questo è il modo in cui i nuovi ricchi si comportano quando improvvisamente si esaurisce il patrimonio, in questo caso sotto forma di leadership e dominio del mondo. Invece di gestire il patrimonio con saggezza, anche a proprio vantaggio naturalmente, penso che commettano tante follie. Siamo entrati in un periodo da diverse interpretazioni e silenzi deliberati nella politica mondiale. Il diritto internazionale è stato costretto a ritirarsi più e più volte dall’assalto del nichilismo giuridico. L’obiettività e la giustizia sono stati sacrificate sull’altare della convenienza politica. Interpretazioni arbitrarie e valutazioni di parte hanno sostituito le norme giuridiche. Allo stesso tempo, il controllo totale dei media globali ha reso possibile quando ritrarre il bianco come nero e il nero come bianco. In una situazione in cui si aveva il dominio di un Paese e dei suoi alleati o satelliti, piuttosto che la ricerca di soluzioni globali, spesso si è passati al tentativo d’imporre le proprie ricette universali. Le ambizioni di tale gruppo sono così cresciute che ha iniziato a presentare la politica ideata nelle loro stanze del potere come visione di tutta la comunità internazionale. Ma non è così. La stessa nozione di ‘sovranità nazionale’ è diventata un valore relativo per la maggior parte dei Paesi. In sostanza, ciò che veniva proposto era la formula: maggiore è la lealtà verso il solo centro di potere mondiale, più grande è la legittimità di questo o quel regime al potere. Avremo una discussione libera dopo e sarò felice di rispondere alle vostre domande e vorrei anche avere il mio diritto di porre domande a chiunque cerchi di confutare le argomentazioni che ho appena elencate nella prossima discussione. Le misure adottate contro coloro che rifiutano di sottomettersi sono ben note e sono state provate e testate più volte. Comprendono uso della forza, pressione economica, propaganda, ingerenza negli affari interni appello a una sorta di legittimazione ‘sovra-legale’, quando c’è bisogno di giustificare l’intervento illegale in questo o quel conflitto o rovesciare regimi scomodi. Di recente, appare sempre più evidente anche il ricatto verso numerosi leader. Non per nulla il ‘Grande Fratello’ spende miliardi di dollari per mantenere tutto il mondo, compresi i più stretti alleati, sotto sorveglianza. Proviamo a chiederci quanto possa essere comodo, sicuro, felice vivere in tale mondo, e quanto giusto e razionale sarebbe? Forse non abbiamo reali motivi per preoccuparci, argomentare e porre domande imbarazzanti? Forse la posizione eccezionale degli Stati Uniti e il modo in cui sostengono la loro leadership, in realtà sia una benedizione per tutti noi, e la loro ingerenza negli eventi mondiali porta pace, prosperità, progresso, crescita e democrazia, e dovremmo forse solo rilassarci e godere di tutto ciò? Lasciatemi dire che non è così, assolutamente no.
Il diktat unilaterale per imporre i propri modelli produce il risultato opposto. Invece di risolvere i conflitti porta alla loro escalation, invece di Stati sovrani e stabili vediamo avanzare il caos, e al posto della democrazia vi è l’aperto supporto a un molto dubbio pubblico che va da dichiarati neofascisti agli islamisti. Perché supportare costoro? Perché decidono di usarli come strumenti per raggiungere i propri obiettivi, per poi bruciarsi le dita e rinculare. Non smetto mai di stupirmi dal modo in cui i nostri partner non cessino dal calpestare lo stesso rastrello, come si dice qui in Russia, cioè reiterare lo stesso errore più e più volte. Una volta hanno sponsorizzato i movimenti estremisti islamici per combattere l’Unione Sovietica. Tali gruppi hanno acquisito esperienza in battaglia in Afghanistan e in seguito creato i taliban e al-Qaida. L’occidente, se non supportava, chiudeva gli occhi e, direi, dava informazioni, sostegno politico e finanziario all’invasione della Russia dei terroristi internazionali (non l’abbiamo dimenticato) e dei Paesi della regione dell’Asia centrale. Solo dopo i terribili attacchi terroristici sul suolo statunitense svegliarono gli Stati Uniti sulla comune minaccia del terrorismo. Permettetemi di ricordarvi che fummo il primo Paese a sostenere il popolo statunitense, allora, il primo a reagire da amici e partner alla terribile tragedia dell’11 settembre. Nelle mie conversazioni con i leader statunitensi ed europei, ho sempre parlato della necessità di combattere il terrorismo insieme, come sfida globale. Non possiamo rassegnarci ed accettare tale minaccia, non possiamo dividerci e usare due pesi e due misure. I nostri partner hanno espresso accordo, ma passato un po’ di tempo siamo tornati al punto di partenza. Prima c’è stata l’operazione militare in Iraq, poi in Libia, spinta sull’orlo della disintegrazione. Perché la Libia è stata trascinata in tale situazione? Oggi è un Paese in pericolo di spezzarsi e divenuto campo di addestramento dei terroristi. Solo la determinazione e la saggezza dell’attuale leadership egiziana salva tale Pese arabo chiave dal caos e dagli estremisti che dilagano. In Siria, come in passato, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno finanziato e armato direttamente i ribelli, consentendogli di colmare i ranghi con mercenari provenienti da vari Paesi. Vorrei chiedervi da dove provengono tali ribelli e come ottengono soldi, armi e specialisti militari? Da dove viene tutto ciò? Come ha fatto il famigerato SIIL a divenire un gruppo così potente, in sostanza una vera e propria forza armata? Sulle fonti di finanziamento, oggi, il denaro non proviene solo dalla droga, la cui produzione non solo è aumentata di qualche punto percentuale, ma di molte volte, da quando le forze della coalizione internazionale sono presenti in Afghanistan. Ne siete consapevoli. I terroristi ricevono sempre denaro anche con la vendita del petrolio. Il petrolio viene prodotto nei territori controllati dai terroristi, producendolo, trasportandolo e vendendolo a prezzi stracciati. Ma qualcuno compra questo petrolio, lo rivende e ne trae profitto senza pensare al fatto che finanzia i terroristi che potrebbero, prima o poi, venire nelle sue terre seminando distruzione. Da dove prendono nuove reclute? In Iraq, dopo che Sadam Husayn fu rovesciato, le istituzioni dello Stato, compreso l’esercito, furono abbandonate. Dicemmo a quei tempi di essere molto, molto attenti. Avete portato le gente in piazza, e che cosa fanno? Non dimenticate (giustamente o meno) che dirigevano una grande potenza regionale, e cosa sono diventati ora? Qual è stato il risultato? Decine di migliaia di soldati, funzionari ed ex-attivisti del partito Baath sono scesi in piazza ed oggi si sono uniti ai ribelli. Forse ciò spiega il motivo per cui lo Stato islamico s’è rivelato così efficace? In termini militari, è molto efficace e ha alcuni notevoli professionisti. La Russia ha avvertito ripetutamente sui pericoli di azioni militari unilaterali, sull’intervenire negli affari degli Stati sovrani, e nel flirtare con estremisti e radicali. Abbiamo insistito affinché i gruppi che lottano contro il governo siriano centrale, prima di tutto lo Stato islamico, figurino negli elenchi delle organizzazioni terroristiche. Ma non abbiamo visto alcun risultato? Abbiamo fatto appelli invano. A volte si ha l’impressione che i nostri colleghi e amici siano costantemente in lotta con le conseguenze delle loro politiche, gettando tutto il loro impegno nell’affrontare rischi che hanno creato, pagando un prezzo sempre maggiore.
Colleghi, questo periodo del dominio unipolare ha dimostrato, in modo convincente, che un solo centro di potere rende ingestibili i processi globali. Al contrario, questo tipo di costruzione instabile ha dimostrato incapacità nel combattere minacce reali, come conflitti regionali, terrorismo, narcotraffico, fanatismo religioso, sciovinismo e neonazismo. Allo stesso tempo, si è aperta la strada al nazionalismo, manipolando l’opinione pubblica e lasciando che il forte perseguiti e reprima i deboli. In sostanza, il mondo unipolare è semplicemente un mezzo per giustificare la dittatura su popoli e Paesi. Il mondo unipolare si è rivelato un peso troppo scomodo, pesante e ingestibile anche per il leader autoproclamatosi tali. Osservazioni su ciò sono state fatte qui, poco prima, e sono pienamente d’accordo. Questo è il motivo per cui vediamo i tentativi, in tale nuova fase storica, di ricreare una parvenza di mondo quasi-bipolare quale modello conveniente per perpetuare la leadership statunitense. Non importa chi prenda il posto dell'”Impero del Male” della propaganda statunitense, il vecchio posto dell’URSS quale avversario principale. Potrebbe essere l’Iran, in quanto Paese che cerca di acquisire la tecnologia nucleare, la Cina, come prima economia mondiale, o la Russia come superpotenza nucleare. Oggi, assistiamo a nuovi sforzi per frammentare il mondo, tracciare nuove linee di divisione, creare coalizioni basate sul nulla se non contro qualcuno, chiunque, dia l’immagine del nemico, come è avvenuto durante la guerra fredda, e avere diritto a tale leadership, o se preferite diktat. La situazione si presentava così durante la Guerra Fredda. Noi lo comprendiamo e lo sappiamo. Gli Stati Uniti hanno sempre detto ai loro alleati: “Abbiamo un nemico comune, un nemico terribile, l’impero del male, e voi, nostri alleati, siete difesi da questo nemico, e quindi abbiamo il diritto di ordinarvi, di costringervi a sacrificare i vostri interessi politici ed economici e pagare i costi di tale difesa collettiva, di cui saremo i responsabili, naturalmente”. In breve, vediamo oggi i tentativi, in un mondo nuovo e mutato, di riprodurre un familiare modello di gestione globale, e tutto ciò in modo da garantirsi (gli Stati Uniti) una posizione eccezionale e trarne dividendi politici ed economici. Ma tali tentativi sono sempre più avulsi dalla realtà e in contraddizione con la diversità del mondo. I passaggi di tale tipo suscitano inevitabilmente scontro e contromisure dall’effetto opposto a quello sperato. Vediamo cosa succede quando la politica avventatamente s’ingerisce nell’economia e la logica delle decisioni razionali lascia il posto alla logica dello scontro dannoso solo ai propri interessi economici, compresi quelli nazionali.
Progetti economici e d’investimento comuni oggettivamente avvicinano i Paesi e contribuiscono ad appianare i problemi attuali nelle relazioni tra gli Stati. Ma oggi, la comunità del business globale subisce pressioni inaudite dai governi occidentali. Di che imprese, convenienza economica e pragmatismo si può parlare quando sentiamo slogan come “la patria è in pericolo”, “il mondo libero è in pericolo” e “la democrazia è in pericolo”? E così tutti devono mobilitarsi. Questo è ciò cui una politica di vera e propria mobilitazione assomiglia. Le sanzioni già minano le basi del commercio mondiale, le norme dell’OMC e il principio d’inviolabilità della proprietà privata. Infliggendo un duro colpo al modello liberale di globalizzazione basato su mercati, libertà e concorrenza che, mi si permetta di notare, è un modello che ha avvantaggiato soprattutto proprio i Paesi occidentali. E ora rischiano di perdere fiducia come capi della globalizzazione. Dobbiamo chiederci, perché è necessario? Dopo tutto, la prosperità degli Stati Uniti si basa in gran parte sulla fiducia degli investitori e dei detentori stranieri di dollari e titoli statunitensi. Tale fiducia è chiaramente minata e segni di delusione sui frutti della globalizzazione sono visibili oggi in molti Paesi. Il precedente di Cipro è noto e le sanzioni per motivi politici hanno solo rafforzato la tendenza a cercare di rafforzare la sovranità economica e finanziaria, e Paesi o gruppi regionali desiderano trovare il modo di proteggersi dai rischi delle pressioni esterne. Abbiamo già visto che sempre più Paesi cercano di essere meno dipendenti dal dollaro e creano alternative nei sistemi finanziari e di pagamento e nelle valute di riserva. Penso che i nostri amici statunitensi semplicemente tagliano il ramo su cui sono seduti. Non è possibile mescolare politica ed economia, ma è ciò che accade ora. Ho sempre pensato e continuo a pensare oggi che le sanzioni per motivi politici siano un errore che danneggia tutti, ma sono sicuro che torneremo su questo argomento in seguito. Sappiamo come sono state prese tali decisioni, e chi fa pressione. Ma mi si permetta di sottolineare che la Russia non ha intenzione di farsi incastrare, offendersi o mendicare da nessuno. La Russia è un Paese autosufficiente. Lavoreremo nell’ambiente economico straniero che si forma, sviluppando produzione e tecnologia nazionali agendo con maggiore decisione per effettuare la trasformazione. Forzati dall’esterno, come è accaduto in passato, non faremo che rafforzare la nostra società, tenendoci allerta e concentrandoci sui nostri prioritari obiettivi di sviluppo. Naturalmente le sanzioni sono un ostacolo. Cercano di danneggiarci con tali sanzioni, bloccando il nostro sviluppo e isolandoci sul piano politico, economico e culturale, costringendoci al ritardo in altre parole. Ma permettetemi di dire ancora una volta che il mondo è un posto molto diverso, oggi. Non abbiamo alcuna intenzione di chiuderci in noi stessi, scegliendo una sorta via di sviluppo chiusa, cercando di vivere nell’autarchia. Siamo sempre aperti al dialogo, anche sulla normalizzazione delle nostre relazioni economiche e politiche. Contiamo qui sull’approccio pragmatico e la posizione delle comunità del business nei principali Paesi.
Alcuni dicono oggi che la Russia avrebbe voltato le spalle all’Europa, queste parole sono state pronunciate probabilmente già qui e anche nelle discussioni, e che sia alla ricerca di nuovi partner commerciali, soprattutto in Asia. Lasciatemi dire che non è assolutamente così. La nostra politica attiva nella regione dell’Asia-Pacifico non è iniziata solo ieri e non è una risposta alle sanzioni, ma è una politica che seguiamo da diversi anni. Come molti altri Paesi, anche occidentali, abbiamo visto che l’Asia gioca un ruolo sempre più importante nel mondo, nell’economia e nella politica, e non vi è alcun modo di permetterci di trascurare questi sviluppi. Permettetemi di dire ancora una volta che tutti lo fanno, e lo faremo, tanto più che gran parte del nostro Paese è geograficamente in Asia. Perché non dovremmo usare i nostri vantaggi competitivi in questo settore? Sarebbe estremamente miope non farlo. Lo sviluppo dei legami economici con questi Paesi e la realizzazione dei progetti d’integrazione congiunti creano anche grossi incentivi al nostro sviluppo interno. Le attuali tendenze demografiche, economiche e culturali suggeriscono che la dipendenza da una sola superpotenza oggettivamente diminuirà. Ciò è qualcosa di cui gli esperti europei e statunitensi parlano e scrivono da tempo. Forse gli sviluppi della politica globale rispecchieranno gli sviluppi che vediamo nell’economia globale, cioè forte concorrenza in nicchie specifiche e frequenti cambi di leader in settori specifici. Ciò è del tutto possibile. Non vi è dubbio che fattori umani quali istruzione, scienza, sanità e cultura giochino un ruolo più importante nella competizione globale. Questo ha anche un notevole impatto sulle relazioni internazionali, tra cui la risorsa del ‘soft power’ che dipenderà in larga misura dai risultati reali dello sviluppo del capitale umano, piuttosto che da sofisticati trucchi propagandistici. Allo stesso tempo, la formazione di un cosiddetto mondo policentrico (desidero anche attirare l’attenzione su questo, colleghi) di per sé non migliora la stabilità; infatti, è più probabile che sia il contrario. L’obiettivo di avere l’equilibrio globale si trasforma in un puzzle abbastanza difficile, un’equazione dalle molte incognite. Allora, cosa è in serbo per noi se non vivere secondo le regole che scegliamo, anche se possono essere severe e scomode, piuttosto che vivere senza alcuna regola? E questo scenario è del tutto possibile; non possiamo escluderlo, date le tensioni nella situazione globale. Molte previsioni possono già essere effettuate, tenendo conto delle tendenze attuali, e purtroppo non sono ottimistiche. Se non creiamo un chiaro sistema di impegni e accordi reciproci, se non costruiamo meccanismi per la gestione e la risoluzione delle crisi, i sintomi dell’anarchia globale cresceranno inevitabilmente. Oggi vediamo già un forte aumento della probabilità di una serie di conflitti violenti con la partecipazione, diretta o indiretta, delle maggiori potenze del mondo. E i fattori di rischio non sono solo i tradizionali conflitti multinazionali ma anche l’instabilità interna nei singoli Stati, soprattutto quando si parla di nazioni situate in prossimità delle intersezioni degli interessi geopolitici degli Stati più importanti, o sul confine dei continenti delle civiltà culturali, storiche ed economiche. L’Ucraina, di cui sono sicuro s’è tanto discusso e di cui parleremo ancora, è uno degli esempi di tale tipo di conflitti che influenzano l’equilibrio di potere internazionale, e penso che certo non sarà l’ultimo. Da qui promana la prossima vera minaccia di distruzione dell’attuale sistema di accordi sul controllo degli armamenti. E tale pericoloso processo è stato lanciato dagli Stati Uniti d’America quando si ritirarono unilateralmente dal Trattato sui missili antibalistici nel 2002, impostando e continuando ancora oggi a perseguire attivamente la creazione di un loro sistema di difesa missilistica globale.
Colleghi, amici,
Voglio sottolineare che non siamo partiti da ciò. Ancora una volta, scivoliamo verso tempi in cui, invece che la ponderazione di interessi e garanzie reciproci, sono paura ed mutua distruzione ad impedire alle nazioni d’impegnarsi in un conflitto diretto. In assenza di strumenti giuridici e politici, le armi ancora una volta diventano il punto focale dell’agenda globale; sono utilizzate ovunque e comunque, senza alcuna sanzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. E se il Consiglio di Sicurezza si rifiuta di produrre tali decisioni, allora è immediatamente dichiarato strumento obsoleto e inefficace. Molti Stati non vi vedono alcun altro modo di garantire la propria sovranità se non avere le loro bombe. Questo è estremamente pericoloso. Noi insistiamo su colloqui continui; non siamo solo a favore dei colloqui, ma insistiamo a continuare i colloqui per la riduzione degli arsenali nucleari. Meno armi nucleari abbiamo nel mondo, meglio è. E siamo pronti a più seri e concrete discussioni sul disarmo nucleare, ma solo discussioni serie senza doppiopesismi. Cosa voglio dire? Oggi, molti armamenti ad alta precisione sono già prossimi alle armi di distruzione di massa per potenza, e in caso di completa rinuncia   delle armi nucleari o radicale riduzione del potenziale nucleare, nazioni leader nella creazione e produzione di sistemi di alta precisione avranno un chiaro vantaggio militare. La parità strategica sarà spezzata e ciò rischia di destabilizzare. L’uso del cosiddetto primo attacco preventivo globale potrebbe diventare allettante. In breve, i rischi non diminuiscono, ma s’intensificano. La prossima minaccia evidente è l’ulteriore escalation dei conflitti etnici, religiosi e sociali. Tali conflitti sono pericolosi non solo in quanto tali, ma anche perché creano zone di anarchia, illegalità e caos intorno ad essi, luoghi che ospitano terroristi e criminali, dove pirateria, traffico di esseri umani e di droga fioriscono. Per inciso, al momento i nostri colleghi hanno cercato di gestire in qualche modo tali processi, sfruttando i conflitti regionali e ideando ‘rivoluzioni colorate’ per soddisfare i loro interessi, ma il genio è uscito dalla bottiglia. Sembra che i padri della teoria del caos controllato non sappiano cosa fare; c’è disordine nelle loro fila. Seguiamo da vicino il dibattito della classe dirigente e della comunità degli esperti. Basta guardare i titoli della stampa occidentale nell’ultimo anno. Le stesse persone sono chiamate combattenti per la democrazia, e poi islamisti; prima scrivono di rivoluzione che poi chiamano disordini e sconvolgimenti. Il risultato è evidente: l’ulteriore espansione del caos globale.
Onorevoli colleghi, vista la situazione globale, è il momento di iniziare a concordare sulle cose fondamentali. Ciò è incredibilmente importante e necessario; è molto meglio che tornare nelle nostre trincee. Quanto più affrontiamo problemi comuni, tanto più ci troviamo nella stessa barca, per così dire. E la via d’uscita logico è la collaborazione tra le nazioni, società, per trovare risposte collettivi alle sfide crescenti, e una gestione comune dei rischi. Certo, alcuni dei nostri partner, per qualche ragione, lo ricordano solo quando fa comodo loro interessi. L’esperienza pratica dimostra che le risposte congiunte alle sfide non sono sempre una panacea; e dobbiamo capirlo. Inoltre, nella maggior parte dei casi, sono difficili da raggiungere; non è facile superare le differenze negli interessi nazionali, la soggettività dei diversi approcci, soprattutto quando si tratta di nazioni dalle diverse tradizioni culturali e storiche. Ma comunque, abbiamo esempi in cui, avendo obiettivi comuni e agendo con i medesimi criteri, insieme abbiamo ottenuto un vero successo. Permettetemi di ricordarvi la soluzione del problema delle armi chimiche in Siria, e il dialogo sostanziale sul programma nucleare iraniano, così come il nostro lavoro sulle questioni della Corea democratiche, che ha anche dati alcuni risultati positivi. Perché non possiamo usare questa esperienza in futuro per risolvere le sfide locali e globali?
Quale potrebbe essere la base giuridica, politica ed economica di un nuovo ordine mondiale che consenta stabilità e sicurezza, incoraggiando nel contempo una sana concorrenza e non permettendo la formazione di nuovi monopoli che ostacolino lo sviluppo? E’ improbabile che qualcuno possa fornire una assolutamente esaustiva soluzione, già pronte al momento. Avremo bisogno di un ampio lavoro con la partecipazione di una vasta gamma di governi, imprese globali, società civili e piattaforme di esperti come la nostra. Tuttavia, è ovvio che il successo ed i risultati reali sono possibili solo se i partecipanti chiave negli affari internazionali possono concordare nell’armonizzazione gli interessi fondamentali con un ragionevole autocontrollo, sull’esempio di una leadership positiva e responsabile. Dobbiamo individuare chiaramente dove finiscono le azioni unilaterali e attuare i meccanismi multilaterali; per migliorare l’efficacia del diritto internazionale, dobbiamo risolvere il dilemma tra le azioni della comunità internazionale nel garantire sicurezza e diritti umani e il principio di sovranità nazionale e non interferenza negli affari interni di uno Stato. Le stesse collisioni hanno sempre portano ad arbitrarie interferenze esterne nei complessi processi interni, di volta in volta provocano pericolosi conflitti tra i principali attori mondiali. La questione della salvaguardia della sovranità diventa quasi fondamentale per il mantenimento e il rafforzamento della stabilità globale. Chiaramente, discutere dei criteri per l’uso della forza esterna è estremamente difficile; è praticamente impossibile separarlo dagli interessi particolari delle nazioni. Tuttavia, è molto più pericoloso quando non ci sono accordi chiari per tutti, quando non ci sono condizioni chiare per l’interferenza dovuta e legale. Vorrei aggiungere che le relazioni internazionali devono basarsi sul diritto internazionale, poggiando su principi morali come giustizia, uguaglianza e verità. Forse la cosa più importante è il rispetto dei propri alleati e dei loro interessi. Si tratta di una formula ovvia, ma seguirla semplicemente potrebbe cambiare radicalmente la situazione globale. Sono certo che se c’è la volontà, possiamo ripristinare l’efficacia del sistema internazionale e delle istituzioni regionali. Non abbiamo nemmeno bisogno di costruirne di nuove, da zero; non è una “terra vergine”, tanto più che le istituzioni create dopo la Seconda Guerra Mondiale sono abbastanza universali e possono essere dotate di contenuti moderni e adeguati a gestire la situazione attuale. Ciò è vero migliorando il lavoro delle Nazioni Unite, il cui ruolo centrale è insostituibile, così come l’OSCE che, nel corso di 40 anni, ha dimostrato di essere un meccanismo necessario per garantire sicurezza e cooperazione nella regione euro-atlantica. Devo dire che anche oggi, nel tentativo di risolvere la crisi nel sud-est dell’Ucraina, l’OSCE gioca un ruolo molto positivo.
Alla luce dei cambiamenti fondamentali nel contesto internazionale, l’aggravarsi dell’incontrollabilità e dele varie minacce, abbiamo bisogno di un nuovo consenso globale tra forze responsabili. Non si tratta di certi accordi locali o della divisione in sfere d’influenza nello spirito della diplomazia classica, o del totale dominio globale di qualcuno. Penso che abbiamo bisogno di una nuova versione dell’interdipendenza. Non dobbiamo averne paura. Al contrario, questo è un valido strumento per armonizzare le posizioni. Ciò è particolarmente rilevante dato il rafforzamento e la crescita di alcune regioni del pianeta,  processo che richiede oggettivamente l’istituzionalizzazione di questi nuovi poli, la creazione di potenti organizzazioni regionali e lo sviluppo di norme per la loro interazione. La cooperazione tra questi centri darebbe una seria stabilità a sicurezza, politica ed economia globale. Ma per stabilire un tale dialogo dobbiamo procedere dal presupposto che tutti i centri regionali e i progetti di integrazione che vi si formano intorno devono avere pari diritti allo sviluppo, in modo che possano completarsi a vicenda e nessuno possa costringerli a un contrasto o una contrapposizione artificiale. Tali azioni distruttive potrebbero abbattere i legami tra gli Stati, e gli Stati sarebbero sottoposti a estremo disagio, o forse addirittura alla distruzione totale.  Vorrei ricordarvi gli eventi dello scorso anno. Abbiamo detto che i nostri partner statunitensi ed europei hanno assunto decisioni affrettate, per esempio riguardo l’associazione dell’Ucraina con l’UE, carico di gravi rischi per l’economia. Non abbiamo neanche parlato di politica; abbiamo parlato solo di economia, dicendo che tali misure, senza accordi precedenti, toccano gli interessi di molte altre nazioni, tra cui la Russia quale principale partner commerciale dell’Ucraina, e che un’ampia discussione dei problemi è necessaria.  Per inciso, a tal proposito, voglio ricordare che, per esempio, i colloqui dell’adesione della Russia all’OMC sono durati 19 anni. Fu un lavoro molto difficile, e un certo consenso fu raggiunto. Perché tale accelerazione? Perché nella realizzazione del progetto associazione dell’Ucraina, i nostri partner  ci avrebbero portati i loro beni e servizi dalla porta sul retro, per così dire, e non essendo d’accordo, nessuno ci ha chiesto di ciò. Abbiamo avuto discussioni su tutti i temi legati all’associazione dell’Ucraina con l’UE, discussioni persistenti, ma voglio sottolineare che questo è stato fatto in modo del tutto civile, indicando eventuali problemi, sottolineando ragionamento e argomenti ovvi. Nessuno voleva ascoltarci e parlarci. Semplicemente ci hanno detto: questo è affar tuo, punto, fine della discussione. Invece di un approccio globale, sottolineo un dialogo civile, tutto si riduce al rovesciamento di un governo; trascinando il Paese nel caos, collasso economico e sociale, guerra civile, con enormi perdite. Perché? Quando lo chiedo ai miei colleghi, non hanno risposte;  nessuno dice niente. Questo è tutto. Tutti si scansano, dicendo che è solo andata come è andata. Non avrebbero dovuto essere incoraggiate tali azioni, non sarebbe andata così. Dopo tutto (ne ho già parlato), l’ex presidente ucraino Janukovich aveva firmato tutto, d’accordo con tutti. Perché farlo? Qual è stato il punto? Questo è un modo civile di risolvere i problemi? A quanto pare, coloro che costantemente creano nuove ‘rivoluzioni colorate’ si considerano “artisti brillanti” e semplicemente non si possono fermare.
Sono certo che il lavoro di associazioni integranti, la collaborazione delle strutture regionali, dovrebbe essere costruito su base trasparente; il processo di formazione dell’Unione economica eurasiatica è un buon esempio di tale trasparenza. Gli Stati che rientrano in questo progetto hanno informato in anticipo i loro partner dei loro piani, specificando i parametri della nostra associazione, i principi del suo lavoro che corrispondono pienamente alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio. Vorrei aggiungere che avremmo anche ben accolto l’avvio di un dialogo concreto tra l’Unione eurasiatica e l’Unione europea. Per inciso, quasi completamente lo rifiutano, ed è anche difficile capirne il perché, cos’ha di così spaventoso? E naturalmente, con tale lavoro comune, si potrebbe pensare che dobbiamo dialogare (ne ho parlato molte volte e   molti nostri partner occidentali sono d0accordo, almeno in Europa) sulla necessità di creare uno spazio comune per la cooperazione economica e umanitaria che si estende dall’Atlantico al Pacifico.
Onorevoli colleghi, la Russia fatto la sua scelta. Le nostre priorità sono migliorare ulteriormente le nostre istituzioni democratiche e la nostra  economia aperta, uno sviluppo interno accelerato tenendo conto di tutte le moderne tendenze positive nel mondo, e il consolidamento di una società basata su valori tradizionali e il patriottismo. Abbiamo una positiva agenda pacifica per l’integrazione; lavoriamo attivamente con i nostri colleghi dell’Unione eurasiatica economica, dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, dei BRICS e altri partner. Questo programma ha lo scopo di sviluppare legami tra i governi, non di dissociarli. Non abbiamo in programma di creare blocchi o  essere coinvolti in uno scontro. Accuse e dichiarazioni secondo cui la Russia cerca di creare una sorta di impero che lede la sovranità dei suoi vicini, sono infondate. La Russia non ha bisogno di alcun tipo di posto speciale esclusivo nel mondo, voglio sottolinearlo. Nel rispetto degli interessi degli altri, semplicemente vogliamo che si prendano in considerazione i nostri interessi e che la nostra posizione sia rispettata. Siamo ben consapevoli del fatto che il mondo è entrato in un’era di cambiamenti e trasformazioni globali, dove dobbiamo tutti avere particolare attenzione e capacità di evitare passi sconsiderati. Negli anni dopo la guerra fredda, i protagonisti della politica globale persero queste qualità. Ora, dobbiamo ricordarglielo. In caso contrario, le speranze di una soluzione pacifica e di uno sviluppo stabile, saranno una pericolosa illusione, mentre le turbolenze di oggi semplicemente saranno il preludio del crollo dell’ordine mondiale.
Sì, certo, ho già detto che la costruzione di un ordine mondiale più stabile è un compito difficile. Parliamo di un lavoro lungo e difficile. Abbiamo sviluppato le regole dell’interazione dopo la seconda guerra mondiale, e siamo riusciti a raggiungere un accordo a Helsinki, negli anni ’70. Il nostro compito comune è risolvere il problema fondamentale di questa nuova fase di sviluppo.
Vi ringrazio molto per la vostra attenzione.

putin_berlusconi_putin_berlusconi_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Combattere al loro fianco è stato un onore”

Testimonianza di un volontario francese e uomo d’onore
Sergio il Francese, Alawata, 5 ottobre 2014

Sergio è un francese andato al fronte a giugno per combattere con i ribelli del Donbas fino a metà agosto. Presenta un’autentica testimonianza che irradia la nobiltà e l’umiltà di un uomo che risponde all’appello del suo cuore. Un grande grazie!auteur 2“Non sono uno specialista militare di alto livello, sono solo uno studente francese di 22 anni e ho avuto una piccola esperienza militare nell’esercito francese. Provengo dal Donbas dove ho ancora la famiglia. Ciò che accade in Ucraina è una grave ingiustizia. Europa e Stati Uniti si scagliano contro il popolo russofono dell’Ucraina che ha la sfortuna di non essere d’accordo con Majdan. Non solo le persone vengono massacrate, ma vengono passate per dei terroristi. Quando sappiamo la verità, non possiamo restare a guardare, sarebbe viltà. Chiunque sappia la verità ha il dovere morale di agire. Appena ho potuto sono andato a Donetsk sperando che le mie esperienze militari potessero essere utili alla difesa locale contro l’aggressione di cui l’esercito ucraino è lo strumento principale. Siamo arrivati a fine giugno a Donetsk, mi sono presentato all’ex-edificio della SBU, il servizio segreto ucraino. Vi aveva la base l’unità dell’esercito ortodosso. C’erano armi per trenta persone, mentre l’unità ne contava circa 200! Nuovi volontari arrivavano ogni giorno, e non avevamo nulla da dargli. La maggior parte erano giovani locali senza esperienza militare, ma dalla forte volontà di vincere. Gli ex-militari avevano il comando (potevamo contarli sulle dita di una mano), un ex-paracadutista di 1.ma classe ucraino era il comandante di compagnia!
Avevo intenzione di partire per Slavjansk con altri volontari, ma mi chiesero di restare a Donetsk e aiutare i leader a formare ed organizzare la loro unità. Due giorni dopo mi convinsero e divenni loro istruttore. Ho dovuto addestrare civili con quattro AK-74. Tutti i giorni, dalla mattina alla sera, diverse sezioni venivano e gli mostravo come usare il fucile, e gli ho insegnato le regole di sicurezza per evitare incidenti. Come molti dei leader del gruppo, io stesso cumulavo le funzioni e dormivo solo tre ore per notte. Ero responsabile di una sezione di 20 effettivi che istruivo come anche altri. Di notte, integravo 4 guardie armate agli ingressi dell’edificio. Più tardi, i combattenti di Slavjansk si ritirarono a Donetsk. La nostra unità si trasferì nei pressi dell’aeroporto, in una base militare vicina alla città di Peski, accanto all’aeroporto di Donetsk. La nostra nuova missione era controllare il posto di blocco di Peski. Eravamo al fronte. Continuavo ad addestrare i ragazzi, il campo mi permise di spiegare le basi del combattimento, imparando a muoversi con tattiche di sostegno reciproco. I “Grad” iniziarono a colpire il posto di blocco, causando vittime. Rimasi con un piccolo gruppo di cacciatori di osservatori dell’artiglieria che dirigevano il tiro nascosti in cima a una collina artificiale (tipica nella regione mineraria del Donbas).
A metà luglio dovemmo ripiegare quando i carri armati ucraini superarono il posto di blocco e cominciarono a spararci. Poi arrivarono i rinforzi e andammo a caccia dei carri armati. Ci furono combattimenti intorno alla base, con casi di fratricidio. Mi sono ritrovato con un’unità del battaglione Vostok. Un carro armati spuntò a circa 25 metri da noi correndo a tutta velocità. Ebbe il tempo di spararci e ferirci prima di essere distrutto. Riprendemmo il posto di blocco con l’aiuto dei nostri carri armati. Il giorno successivo i Grad ripresero a bombardarci mentre eravamo completamente allo scoperto. Dovetti ripararmi in una grondaia perché non c’erano ripari nelle vicinanze. La notte fummo circondati in un garage per i autocarri Volvo. La stazione di servizio era in fiamme propagando l’incendio nel bosco, i cecchini ci impedivano di uscire dall’edificio. Poi arrivarono i rinforzi e subimmo un massiccio attacco del battaglione Donbass. Le cose si calmarono, ma gli ucraini sparavano sulla nostra base, così come sulla zona circostante. Potemmo evacuare i civili. La zona era deserta, con branchi di cani randagi. Gli demmo da mangiare e furono le nostre guardie. Quando c’era il fuoco dell’artiglieria, scappavano con noi. Pochi giorni dopo, la base era stata completamente distrutta, come la fabbrica accanto e le abitazioni civili. Pensavo di essere in un film apocalittico. Più tardi, la nostra unità si unì ai cosacchi del Don. Istituimmo un posto di blocco a sud-est di Donetsk, a Novij Svet. Gli abitanti del villaggio ci davano cibo ogni giorno, come il pesce che pescavano, e ci davano informazioni sugli ucraini che sparavano bombe al fosforo su un villaggio, che vedemmo bruciare per tutta la notte. Attaccarono il villaggio, ma furono respinti, quindi lo bombardarono per coprire la ritirata. Tale scenario si ripeteva ogni giorno, ma quando scoprimmo la loro base e sparammo dei colpi di mortai, ebbero paura e se ne andarono! Che soldati coraggiosi!
Poi tornai in Francia lasciando uomini organizzati ed in grado di svolgere missioni di combattimento contro un avversario più forte. Ho fatto il mio dovere, ed ora il mio dovere è informare. La forza degli ucraini risiede nella politica internazionale che gli permette di fare ciò che vogliono usando armamenti pesanti contro i civili, così come armi vietate. Ma la forza del russo è la sua mente! Il russo dimostra grande capacità di adattamento ed è disposto a sopportare il peggio per la causa giusta. Tale nobiltà di spirito è rara in questo mondo dominato dai valori della pigrizia e del consumo.
Combattere al loro fianco è stato un onore”.

10365839Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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