I tre fronti nella nuova strategia globale del Pentagono

Mision Verdad, 18 aprile 2018Nello scenario internazionale delle armi e della tecnologia militare, gli Stati Uniti sono quattro o cinque generazioni dietro Russia e Cina. Basta guardare un po’ e rivedere ciò che è stato recentemente presentato dai russi sulle questioni belliche, con missili supersonici (nucleari) dalla gittata che può raggiungere qualsiasi parte del pianeta. Il dipartimento della Difesa gringo l’ha capito di recente, specialmente con l’ultimo attacco coordinato con Regno Unito e Francia contro la capitale della Siria, Damasco, in cui i cento missili lanciati sulla città e dintorni sono stati neutralizzati dal sistema antiaereo d’era sovietica. La Russia non ha ancora fornito all’Esercito arabo siriano gli scudi antimissile S-300 e S-400 di ultima generazione. Questo è il motivo per cui il Pentagono ha deciso di considerare una nuova strategia per cercare di contenere le potenze in ascesa russa e cinese dall’influenza cruciale in Medio Oriente e Asia. “La grande competizione tra potenze, non il terrorismo, è emersa quale sfida centrale a sicurezza e prosperità degli Stati Uniti“, diceva il controllore del Pentagono David Norquist quando i militari chiesero al Congresso un budget da 686 miliardi di dollari a gennaio. “È sempre più evidente che Cina e Russia vogliono plasmare il mondo ai loro valori autoritari e, nel processo, sostituire l’ordine libero e aperto che ha permesso sicurezza globale e prosperità dalla Seconda guerra mondiale“. Apparentemente, l’alto comando militare statunitense ha deciso di cercare di sovvertire gli obiettivi di Cina e Russia di formare nuove relazioni internazionali non focalizzate sull’occidente, specialmente al di fuori dell'”onnipotenza” degli Stati Uniti, caratterizzandosi col multipolarismo. L’accademico e scrittore Michael Klare assicura che questo si traduce in una nuova “lunga guerra”, non più contro il terrorismo, ma su tre fronti contro le potenze eurasiatiche. Qual è tale strategia secondo documenti e dichiarazioni dei comandanti.

Il nuovo consiglio geopolitico e “tre fronti”
Prima che Donald Trump arrivasse alla Casa Bianca, i massimi funzionari statunitensi avevano già valutato l’attuale equazione strategica globale, con attenzione particolare allo schieramento di forze speciali operative (FOE) (un esercito di 70000 militari tratti dalla dirigenza militare gringa), poco impiegati dalle unità più potenti dell’esercito: le brigate di carri armati, le compagnie dei marines e gli squadroni di bombardieri dell’aeronautica, e così via. Tale schieramento deve stabilizzare le forze armate USA in diverse parti del mondo, nel quadro della “Guerra al terrorismo”, ma dalla scarsa competitività cogli attori militari più pesanti. Pertanto, nella Strategia di difesa nazionale recentemente pubblicata dagli Stati Uniti, si legge: “Oggi emergiamo da un periodo di atrofia strategica, consapevoli che il nostro vantaggio competitivo militare è stato eroso“. E continua: “Siamo di fronte al crescente disordine globale, caratterizzato dal declino della vecchia legge internazionale“, riguardo le azioni di Cina e Russia, e non di al-Qaida e SIIL; un ritorno alla Guerra Fredda. Per contrattaccare, gli Stati Uniti non devono solo spendere molto su tecnologie all’avanguardia, ma anche ridisegnare la mappa strategica globale. Le FOE, ad esempio, sono abituate ad operare in territori in cui i confini sono confusi e i campi di battaglia non sono densi. Le due “minacce esistenziali” eurasiatiche del Pentagono sono avversari la cui priorità è la protezione dei confini, motivo per cui la strategia del confronto degli USA va aggiornata. Tale aggiornamento tiene conto dei “tre fronti” descritti da Klare:
Asia: lo scontro con la Cina si estende dalla penisola coreana alle acque dell’Est e del Sud del Mar Cinese e dell’Oceano Indiano, col supporto degli “alleati” (Corea del Sud, Giappone, Australia).
Europa: lo scontro con la Russia si estende da Scandinavia settentrionale e repubbliche del Baltico alla Romania, passando per Mar Nero fino al Caucaso ad est. I membri della NATO sono la chiave del Pentagono in tale contesto.
Medio Oriente: la crescente influenza della Russia ha riequilibrato la regione a favore di Iran, Siria, Iraq e altri attori non statali del cosiddetto Asse della Resistenza, a scapito dell’influenza statunitense, che ha in Israele e Arabia Saudita i principali alleati.
La prospettiva del Pentagono in tale strategia è d’investire su tutti questi fronti da parte di marina, aeronautica ed esercito, per provare a sfruttare le vulnerabilità sino-russe. Lo schieramento delle organizzazioni militari unificate di combattimento è il seguente:
PACOM o Comando Pacifico, con responsabilità sull’Asia.
EUCOM o comando europeo.
CENTCOM o comando centrale, che copre Medio Oriente e Asia centrale.
Bisogna tenere conto del fatto che i comandanti di tali organizzazioni militari sono i massimi responsabili di queste aree e hanno più autorità degli ambasciatori gringos e persino di certi capi di Stato.

Il fronte indo-pacifico
Il comandante del PACOM è l’ammiraglio Harry Harris Jr., che il 15 marzo dichiarò al Comitato dei servizi armati del Senato degli Stati Uniti che “la rapida evoluzione dell’Esercito di Liberazione Popolare (cinese) a forza di combattimento moderna e altamente tecnologica, continua a essere sorprendente e preoccupante“, aggiungendo che le sue capacità progrediscono più velocemente di qualsiasi altra nazione al mondo, beneficiando di solidi investimenti e priorità. Era particolarmente preoccupato dallo sviluppo dei missili balistici a raggio intermedio della Cina, che potrebbero puntare le basi gringhe in Giappone e Guam, e la sua forza navale in grado di sfidare lontano dalle coste della Cina il Comando del Pacifico occidentale statunitense. “Se questo programma di (costruzioni navali) continua“, aveva detto Harris, “la Cina supererà la Russia come seconda flotta del mondo entro il 2020, in termini di sottomarini e navi come fregate o più grandi“. Chiese investimenti nello sviluppo di missili soprattutto, ma la lista dei giocattoli da guerra è lunga, chiedendo aerei e missili di nuove generazioni, anche nucleari, per neutralizzare le batterie dei nuovi missili e le navi da guerra cinesi. La proposta del comandante PACOM comprende anche il rafforzamento delle alleanze con Giappone, Corea del Sud, Australia, nonché l’estensione di nuovi legami con l’India, il cui dirigente attualmente affronta la Cina.

Il teatro europeo
Il comandante di EUCOM, il generale Curtis Scaparrotti, pure testimoniava al Senato l’8 marzo, insinuando che la Russia sia un’altra Cina: “La Russia cerca di cambiare l’ordine internazionale, fratturare la NATO e minare la leadership USA a favore del proprio regime, per riaffermare il dominio sui vicini e aver maggiore influenza nel mondo… la Russia dimostra volontà e capacità d’intervenire nei Paesi alla sua periferia, specialmente in Medio Oriente“. “La nostra massima priorità strategica“, insisteva Scaparrotti, “è impedire alla Russia d’impegnarsi in ulteriori aggressioni ed esercitare influenza maligna sui nostri alleati e partner. A tal fine, abbiamo aggiornato i nostri piani operativi per fornire le opzioni della risposta militare per difendere i nostri alleati europei dall’aggressione russa“. Ecco perché viene rafforzata l’iniziativa europea di dissuasione guidata dall’EUMCOM, un piano avviato da Barack Obama per via dell’annessione della Crimea alla Federazione Russa, atto usato dall’occidente per sanzionare il Paese eurasiatico. Con un budget richiesto di 6,5 miliardi di dollari entro il 2019, sarà il fronte dei principali Paesi confinanti con la Russia: Estonia, Lituania, Lettonia e Polonia. Circa 200 milioni di dollari andrebbero alla missione del Pentagono in Ucraina. Come Harris, il generale Scaparrotti propose di avanzare i piani statunitensi su missili e altre armi ad alta tecnologia, come controparte modernizzata delle forze russe. Inoltre, chiese l’aumento degli investimenti nella guerra cibernetica, riconoscendo le capacità cibernetiche russe, oltre che nel nucleare, nel caso in cui si sviluppi un campo di battaglia europeo.

Il comando centrale in Medio Oriente
Il CENTCOM, comandato dal generale Joseph Votel, testimoniava al Senato per discutere lo sviluppo della presunta lotta allo SIIL in Siria e i taliban in Afghanistan, ma affermava anche che l’organismo che dirige cambierà visione strategica in futuro: “La Strategia di difesa nazionale recentemente pubblicata identifica correttamente il risorgere della competizione tra grandi potenze come nostra principale sfida alla sicurezza nazionale, e vediamo gli effetti di tale competizione nella regione (del Medio Oriente)“. Secondo Votel la Russia, attraverso il governo siriano di Bashar al-Assad e i suoi sforzi per influenzare altri attori chiave nella regione, e la Cina, attraverso investimenti economici e presenza militare crescente, contestano l’area d’influenza del CENTCOM, e quindi si rafforzano geopoliticamente in Medio Oriente. La preoccupazione particolare di Votel è il porto gestito dalla Cina di Gwadar, in Pakistan, sull’Oceano Indiano, e la nuova base cinese a Gibuti nel Mar Rosso, davanti Yemen e Arabia Saudita, contribuendo alla “proiezione militare e di forze” nell’area gestita da CENTCOM. In tali circostanze, secondo Votel, spetta al CENTCOM unirsi a PACOM ed EUOMOM per resistere alla fermezza sino-russa. “Dobbiamo essere pronti ad affrontare queste minacce, non solo nelle aree in cui risiedono, ma nelle aree in cui hanno influenza“, aveva detto senza entrare nei dettagli: “Abbiamo sviluppato… buoni piani e processi su come farlo“. Apparentemente, le promesse di ritirare le truppe dal Medio Oriente di Trump sono pura illusione, tenendo conto di tali affermazioni.

Un futuro pericoloso?
Gli alti ufficiali statunitensi comprendono la situazione in modo militare, al di fuori del centro politico-diplomatico, e indipendentemente da ciò che è stato detto e fatto da Trump alla Casa Bianca. Il Pentagono intende espandere i propri tentacoli sul mondo, e non solo tecnologicamente. Secondo analisti come Klare, il futuro sarà segnato da tale reazione degli Stati Uniti. È una strategia plausibile o rimarrà un’illusione? Cercare di “contenere”, eufemismo per nascondere il belluismo occidentale, Russia e Cina potrebbe causare terremoti non solo geopolitici ma evidentemente anche militari in tutto il mondo. Il raggio d’azione degli Stati Uniti, che deve articolarsi, ha a che fare con la guerra cibernetica e varie forme di guerra economica, in concomitanza con lo sviluppo di armi avanzate. Assistere non solo alla “Guerra al terrorismo” nei diversi scenari mondiali, ma anche fare pressioni sui tre fronti descritti richiederebbe molti investimenti, mezzi elettronici e umani ad alte prestazioni, oltre a causare probabilmente uno shock dalle conseguenze inestimabili. Il pericolo dell’attuazione effettiva della strategia dei “tre fronti” è l’immensa capacità di scontro, errori, escalation e mera guerra che potrebbe diventare nucleare. Ci sono molti punti d’attrito che gli Stati Uniti hanno acceso sul pianeta per via della politica geostrategica di Russia e Cina, come i conflitti nel Mar Baltico, Mar Nero, Siria e Mar Cinese Meridionale. Tutti sotto tensione; che siano conflitti diplomatici, economico-commerciale-finanziari, politico-istituzionali, tutto è pianificato dal Pentagono.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La provocazione Skripal/Duma, un piano “umanitario” occidentale

David Macilwain, AHTribune 21 aprile 2018Alla luce della storia, il 14 aprile 2018 sarà considerato il giorno in cui tutto cambiò. Senza l’attacco missilistico alla Siria, le azioni dei criminali sarebbero passate inosservate e rimaste impunite. Ma ora, la loro suprema fiducia nella propria capacità di condurre “provocazioni” con impunità, ne sarà la rovina, se c’è una giustizia nel mondo e chi possa farla rispettare. È stato detto a Norimberga, e va ripetuto, che: “La guerra è essenzialmente malvagia: le sue conseguenze non si limitano solo agli Stati belligeranti, ma influenzano il mondo intero. Iniziare una guerra d’aggressione quindi, non è solo un crimine internazionale, è il crimine supremo che differisce solo da altri crimini di guerra contenendo in sé tutto il male cumulato“. Dalle particolari circostanze dell’attacco missilistico congiunto USA/Regno Unito/Francia alla Siria, in violazione del diritto internazionale e senza consenso parlamentare, si evidenzia la questione di tutti i crimini di guerra commessi da tali partner. Finora, con l’evidente determinazione calcolata, ma ottusa, di lanciare tale attacco, alcuni crimini precedenti potevano essere stati trascurati o scusati come errori. Ma ora non più. Come con qualsiasi ladro o frodatore congenito, l’eccessiva sicurezza porta a negligenza ed errori che non possono essere trascurati o nascosti. Di per sé, l’identificazione del BZ, farmaco paralizzante “di grado militare” NON fabbricato in Russia ma posseduto da Stati Uniti e Regno Unito, potrebbe non essere stato sufficientemente ad accendere i riflettori sui veri colpevoli dell’avvelenamento degli Skripal. Con l’aiuto di media corrotti ed incuranti, molti crimini commessi dall’impero sono stati nascosti o usati contro le vittime; e l’abbattimento dell’MH17 vi si distingue. Ma il BZ non era il solo. Svelare candidamente la presenza di “Novichok o composti correlati” in campioni ambientali, dalla “purezza molto elevata”, implicando che fosse prodotto da un solo Stato, diede il via al gioco. Come spiegato con cura dagli esperti russi, e chi metterebbe in dubbio l’esperienza dei russi nel fabbricare armi chimiche, tali sostanze generalmente mantengono “elevata purezza” solo per poche ore, al massimo pochi giorni prima di degradarsi o evaporare. A seguito dell’apparente disaccordo sul luogo in cui gli Skripal sarebbero stati contaminati dal “Novichok” altamente tossico, la conclusione finale che si trattava della maniglia della porta casa sembra essere improvvisata per adattarla a una narrativa in via di sviluppo e alla sequenza temporale degli eventi che si svolgevano lontano, in Siria. Non solo le vittime dell’ultra-mortale agente nervino non mostravano sintomi di avvelenamento per tre ore, dopo essere usciti di casa, ma il team dell’OPCW che prelevò i campioni ambientali arrivò tre settimane dopo. Tali dettagli portavano la Russia a concludere che i punti campionati furono contaminati col “Novichok” molto tempo dopo che gli Skripal avevano lasciato casa, da agenti sconosciuti ma con accesso all’area riservata. Quattro giorni dopo l’attacco simbolico sugli impianti di armi chimiche smantellati e abbandonati dalla Siria, coi trenta missili che riuscivano a penetrare le difese aeree siriane, l’OPCW si riuniva a L’Aia per discutere i risultati dei test sugli Skripal. Per coincidenza, un gruppo dell’OPCW arrivava a Damasco, incaricato di visitare il sito del presunto attacco a Duma su richiesta della Russia. (Questa richiesta di verifica delle false accuse occidentali fu fatta dalla Russia una settimana prima dell’attacco, allo scopo d’impedire azioni pericolose e ingiustificabili).
Come se per mano di un grande orchestratore, i Paesi responsabili o complici dell’uso delle “armi chimiche” s’incontravano a Londra su argomenti di discussione quali: “L’uso della Russia di armi chimiche” e “Le capacità informatiche della Russia”. Eppure, in entrambi i casi la presunta colpevolezza della Russia fu nettamente smentita e il riflettore puntato sul governo di Theresa May. A Duma, i disperati tentativi delle potenze occidentali d’impedire all’OPCW dal visitare il sito dell’attacco, senza trovare nulla, si combinarono con le accuse infondate sulle forze russe e siriane che distruggevano le prove, con interviste assai sospette a locali che sostenevano di essere stati colpiti dall’attacco al “cloro”. A presentare tali testimonianze fu il Guardian, sostenendo che i medici erano intimiditi dal governo siriano, quando in realtà erano partiti sugli autobus coi mercenari jihadisti che sostenevano. Tali storie erano in contrasto con le prove e le testimonianze ottenute dagli investigatori russi e da giornalisti indipendenti. In modo piuttosto bizzarro, la scoperta di un impianto di armi chimiche a Duma, abbandonato dai terroristi, fu segnalata dai media mainstream, ma successivamente ignorata. Era presente all’inizio di un articolo che presentava in altro modo la solita narrativa contraddittoria. Alla fine, la maggior parte dei telespettatori avrebbe probabilmente dimenticato ciò che gli fu detto, immaginando di aver visto il laboratorio chimico dove il Presidente Assad creava personalmente i suoi missili tossici, pieno di odio e su ordine del Cremlino. “Agli ispettori dell’OPCW fu impedito di visitare il sito dell’attacco chimico in Siria” fu la notizia principale dei bollettini del giorno, con la notizia delle scoperte dell’OPCW sull’avvelenamento di Skripal citata in seguito. Sebbene le “affermazioni” della Russia siano state menzionate, venivano respinte da OPCW e dai governi dei Paesi NATO che serve. Se non fosse stato per Sergej Lavrov che rilasciava i risultati confidenziali del laboratorio Spiez in Svizzera, che testò sui campioni degli Skripal la presenza di un altro agente da guerra chimica e quasi del tutto estraneo, sicuramente non ci sarebbe mai stata menzione: “Riferendosi alle affermazioni di Lavrov sulla scoperta del BZ, Marc-Michael Blum, capo del laboratorio dell’OPCW, dichiarava alla riunione: “I laboratori hanno confermato l’identità della sostanza chimica applicando procedure esistenti e consolidate. Non c’era altra sostanza chimica identificata dai laboratori. Il precursore del BZ a cui si fa riferimento nelle dichiarazioni pubbliche, comunemente noto come 3Q, era contenuto nel campione di controllo preparato dal laboratorio dell’OPCW in conformità con le procedure di controllo di qualità esistenti. Altrimenti non ha nulla a che fare coi campioni raccolti dal team dell’OPCW a Salisbury“.” Con tale semplice affermazione, Blum effettivamente si dava le credenziali di strumento di pressione politica, rovinando quelle dell’OPCW. Evitando di negare l’affermazione di Lavrov che BZ o suo precursore furono trovati nel campione, ne confermò invece la presenza e l’accusa di Lavrov di scorrettezza proponendo una spiegazione del tutto implausibile, che il precursore del BZ provenisse dal campione di controllo. Se non è necessario citare un riferimento scientifico su qualcosa di così fondamentale per ogni analisi scientifica come i campioni di controllo, il testo sui campioni di “controllo di qualità” per l’analisi della cromatografia liquida/spettrometria di massa dovrebbe bastare: “I campioni vergini devono essere il più vicino possibile nella composizione dei campioni analizzati (matrice di corrispondenza). I campioni QC vengono generalmente preparati alla rinfusa e analizzati a intervalli regolari per monitorare la precisione e il bias del test. L’accettazione dei dati di solito dipende dai campioni QC quantificati con successo entro limiti predefiniti. È routine rianalizzare una parte dei campioni di test per dimostrare che la precisione del dosaggio è controllata (rianalisi del campione in corso – ISR). Questo perché i campioni di prova sono spesso sottilmente diversi dai campioni controllati. Ad esempio, i campioni biologici possono contenere metaboliti, dove i campioni di QC no. Devono essere predisposti criteri predefiniti per consentire la valutazione dei set di dati replicati”. Per una revisione dettagliata e tecnica dell’analisi degli agenti da guerra chimica, vedasi qui, in particolare notando l’estrema differenza strutturale tra agenti nervini, agenti vescicanti e agenti incapacitanti. La formula del “Novichok” o A234 può essere vista qui, mentre la sua relazione con altri agenti nervini organofosforici del tipo Sarin è chiara, non ha la minima somiglianza con agenti incapacitanti fentanil o 3-quinuclynidil benzilato – BZ. Questa dissomiglianza si applica anche ai prodotti di degradazione del BZ – “3Q” e la frazione benzilata del doppio anello benzenico. Riferirsi a questi come “precursori” è ugualmente fuorviante. È anche chiaro che il processo analitico per rilevare BZ è molto diverso da quello per gli agenti nervini, in particolare dopo la loro degradazione nel corpo. Il campione di controllo per tale analisi presumibilmente sarebbe stato BZ o suo prodotto di ripartizione 3Q.
In un’intervista straordinaria con Stephen Sackur della BBC, Sergej Lavrov dichiarava che “Perdiamo gli ultimi residui di fiducia nei nostri partner occidentali“. E anche se Sackur sembrava incapace di comprendere o persino considerare le parole di Lavrov, le conseguenze della dichiarazione rilasciata subito dopo l’attacco missilistico in Siria, spiega in modo inequivocabile perché tale fiducia è persa. Per la Russia ed alleati, l’inevitabile conclusione che le “provocazioni” di Skripal e di Duma siano parte integrante del medesimo grossolano inganno dagli stessi Stati, Regno Unito, Stati Uniti e Francia, significa che i precedenti eventi simili, usati da tali Paesi per promuovere i loro obiettivi geopolitici, vanno considerati probabili “provocazioni”. Considerando cosa ciò significhi per il progetto “umanitario” europeo e statunitense, usato per giustificare l’interferenza negli affari di altri Paesi quando ostacolano gli obiettivi occidentali, il recente sfogo di Mahdi Hasan di Intercept illustra la profondità di tale inganno. Elencando tutti i crimini che i sostenitori “liberali” e “umanitari” dell’opposizione siriana hanno usato per giustificare l’interferenza occidentale in Siria, Hasan identifica in realtà tutte le menzogne dette su Bashar al-Assad e l’Esercito arabo siriano. Oggi ci sono circa otto milioni di “apologeti di Assad” a Damasco che tifano il loro eroico leader e il loro eroico esercito, che nonostante tutto prevalgono sulle orde terroristiche e i loro sostenitori criminali di guerra di Londra, Parigi e Washington. Per loro almeno, questa era l’ultima provocazione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Washington non ha i mezzi per vincere in Siria

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 21.04.2018Mentre l’amministrazione Trump e i suoi alleati Francia e Regno Unito dichiaravano l'”attacco aereo coordinato” sulla Siria un successo, “missione compiuta”, uno sguardo più attento rivela che l’attacco, lungi dal successo, non è null’altro che la conferma che l’agenda degli Stati Uniti in Siria era e continua ad essere il cambio di regime, un’agenda che ha subito un drastico fallimento e non ha alcuna possibilità. In effetti, l’ultimo attacco conferma che gli Stati Uniti ora non hanno una strategia sulla Siria. L’assenza di strategia ancora una volta indica che gli Stati Uniti hanno perso in Siria e che non hanno abbastanza forze sul campo, ovvero gruppi di agenti per influenzare la situazione. Anche se gli Stati Uniti lo desideravano, l’attacco e il suo esito hanno ancora dimostrato che tali attacchi non possono e non cambieranno l’equilibrio interno di potere, attualmente detenuto dalla Russia sostenuta dagli alleati. E se l’amministrazione Trump sperava che l’attacco missilistico, per quanto coordinato e pianificato, contro un “regime malvagio” avrebbe suscitato una nuova rivolta in Siria, non è accaduto. Quindi, la domanda: cosa ha apportato l’attacco per rafforzare la posizione degli Stati Uniti in Siria? Niente di encomiabile! Ma rivela i piani futuri degli Stati Uniti. D’altra parte, l’attacco era un messaggio ai cosiddetti “ribelli” e gruppi jihadisti a continuare a terrorizzare la Siria, mentre gli Stati Uniti continueranno a fornirgli supporto aereo occasionale oltre a inviare armi. Se tale approccio, ironia della sorte, è nella migliore delle ipotesi contraddittorio, in quanto contrario all’obiettivo dichiarato dall’amministrazione Trump di combattere e sconfiggere lo SIIL, mostra anche che continuando a bersagliare la Siria con tali attacchi aerei, gli USA vogliono impedire alle forze siriane di liberare il territorio preso da SIIL e altri gruppi di agenti e jihadisti finanziati dall’estero. In altre parole, mentre Stati Uniti ed alleati non sono riusciti a “cacciare Assad”, il piano per spartire la Siria sul “modello bosniaco” è ancora attivo, continuando a prenderla di mira con tali attacchi; l’intenzione è d’indebolirne la capacità di liberare il territorio perduto, circa il 30 per cento ancora sotto il controllo diretto e indiretto degli Stati Uniti. Mentre gran parte del territorio controllato dagli Stati Uniti si trova nella regione nord-orientale coi giacimenti petroliferi da cui proveniva il 90% della produzione petrolifera pre-bellica, ma che attualmente non produce abbastanza petrolio per mantenere un governo locale, non è il nord-est a cui Stati Uniti ed alleati sono veramente interessati; sono le Alture del Golan, che Israele occupò illegalmente nel 1981, e che ora punta a prendersi il resto. Ci sono almeno due ragioni importanti per Israele e Stati Uniti per occupare questa regione. Primo, usarla come cuscinetto contro Hezbollah ed Iran, e poi le risorse petrolifere appena scoperte che interessano molto il connubio USA-Israele, costantemente prese di mira dalle forze israeliane negli ultimi mesi. La suddivisone della Siria consentirebbe pertanto a Israele di annettersi le alture del Golan.

Il piano funzionerà?
Ma tale suddivisione sarebbe possibile per Stati Uniti ed alleati, o tale piano avrà lo stesso destino della missione di cacciare Assad? L’attacco aereo USA alla Siria, col sostegno militare di Regno Unito e Francia e riconoscimento diplomatico d’Israele, rivelava anche che le maggiori configurazioni regionali ed extra-regionali avvengono non solo sul fronte occidentale, ma anche su quello orientale, il più importante è tra Russia e Cina sulla questione siriana. Ciò è abbastanza evidente dal modo in cui il governativo Global Times dipingeva lo scenario denunciando gli Stati Uniti per le loro azioni drastiche. Un editoriale descriveva l’attacco e il suo pretesto degli Stati Uniti come inventato, un’ulteriore prova che gli Stati Uniti giustificano gli interventi con “motivi ingannevoli”, mostrando “disprezzo per capacità militari e dignità politica della Russia”. Sebbene i molteplici interessi della Cina in Siria non possano essere ignorati, l’approccio della Cina allo scenario attuale riflette quanto sia vicina alla prospettiva russa e che un’alleanza strategica formale tra Russia e Cina sulla Siria non va semplicemente esclusa. Ciò è particolarmente vero perché, come GT dichiarava, Stati Uniti ed alleati cercano di mostrare la “forza dell’occidente” al resto del mondo. “Forse persino Trump e la sua squadra non hanno idea di cosa vogliano in Siria. Potrebbero voler mostrare la potenza di Stati Uniti e occidente, inviare un avvertimento ai potenziali oppositori e rafforzare l’unità dell’occidente”, affermava l’editoriale. Qui è evidente che la politica degli attacchi degli Stati Uniti e l’obiettivo di dividere la Siria in sfere d’influenza sono autolesionistiche portando al riavvicinamento tra Russia e Cina, presenti direttamente in Siria, e rendendo molto più difficile a Stati Uniti ed alleati raggiungere i loro obiettivi. La Cina, come pure Russia, Turchia e Iran, notano correttamente che la ‘politica missilistica’ degli Stati Uniti e l’aggressione d’Israele faranno della Siria l’innesco di una conflagrazione maggiore, richiedendo una risposta adeguata che impedisca alle potenze occidentali d’allargare l’instabilità dal Medio Oriente all’Asia centrale e orientale.Salman Rafi Sheikh, analista delle relazioni internazionali e degli affari esteri e interni del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Nauseante conflitto d’interessi sulla Siria

L’azienda di investimenti del marito di Theresa May commetteva un “assassinio finanziario” col bombardamento della Siria
Tom D. Rogers, Evolve Politics, 17 aprile 2018È risaputo che il marito di Theresa May, Philip, è suo consigliere ufficioso, fatto dimostrato dall’ex-deputato conservatore di Chichester Andrew Tyrie che dichiarò su Newsnight che il marito della premier, Philip, “agisce chiaramente, anche se informalmente, da consigliere di Theresa. Probabilmente come Denis fece con Margaret Thatcher“. Mentre è abbastanza ovvio che quasi tutte le coppie sposate si comportino da rispettivi consulenti, l’ammissione di Tyrie che il marito della prima ministra abbia così grande influenza sulle sue decisioni è ancora più preoccupante dato che il signor May, dirigente di una società d’investimento da 1,4 milioni di sterline, trarrebbe vantaggio dalle decisioni della moglie premier. Il fatto che Philip May sia anche Senior Executive di una società d’investimento enormemente potente, e riceva informazioni privilegiate della prima ministra che, quando diventano pubbliche, influiscono enormemente sulle azioni delle società in cui investe la sua azienda, pone l’occupazione del signor May in un stupefacente conflitto d’interessi per la prima ministra in carica. Tuttavia, a parte la facilità con cui poter raccogliere informazioni privilegiate dalla moglie su possibili decisioni che potrebbero produrre enormi profitti per la sua azienda, c’è un conflitto di interessi molto più oscuro finora ignorato.
Philip May è Senior Executive di Capital Group, una società d’investimento che acquista azioni di ogni sorta da società di tutto il mondo, incluse migliaia di azioni della maggiore società della difesa del mondo, Lockheed Martin. Secondo Investopedia, Capital Group di Philip May possedeva circa il 7,09% di Lockheed Martin nel marzo 2018, una quota che si dice valga più di 7 miliardi di sterline oggi. Mentre altre fonti dicono che tale partecipazione invece possa essere vicina al 10%. Il 14 aprile 2018, la prima ministra Theresa May sanciva l’azione militare inglese sulla Siria in risposta a un presunto attacco chimico su Duma, attacchi aerei che videro il debutto del nuovo missile da crociera JASSM, prodotto esclusivamente dalla Lockheed Martin Corporation. Il debutto di tale nuova arma, incredibilmente costosa, era esattamente ciò a cui si riferiva il presidente degli Stati Uniti Donald Trump quando twittò che le armi sparate sulla Siria sarebbero state “belle, nuove e ‘intelligenti!” Ogni JASSM usato nel bombardamento della Siria costa più di 1000000 di dollari, e come risultato del loro uso, il prezzo delle azioni della Lockheed Martin saliva alle stelle. Di conseguenza, cogli attacchi aerei sulla Siria che hanno enormemente aumentato il prezzo delle azioni della Lockheed Martin, quando i mercati riaprirono, la società di Philip May guadagnò una fortuna dall’investimento nel gigante della Difesa.Lockheed Martin: Prezzo delle azioni prima e dopo il bombardamento della Siria, 14 aprile 2018

È ovvio che i produttori di armi come Lockheed Martin trarranno profitti da vendita ed uso delle loro armi, e il drammatico aumento dei prezzi delle azioni delle aziende della difesa, da quando è iniziata la cosiddetta “Guerra al Terrore” nel 2001, sono una testimonianza di tale fatto grottesco. Inoltre, anche le imprese d’investimento come Capital Group traggono profitto da tali bagni di sangue, già disgustosi di per sé. Ma il marito della prima ministra in carica inglese che trae profitto finanziario dalle decisioni della moglie premier se mandare o meno truppe inglesi in combattimento, dovrebbe indurre ogni singola persona del Paese, e in particolare chi ancora insista a votare i conservatori, ad affliggersene. La prima ministra decise di bombardare la Siria, senza nemmeno consultare il Parlamento, sapendo perfettamente che l’azienda del marito avrebbe tratto profitto finanziario dal bagno di sangue. Se questo non basta per capire quanto sia disgustosamente corrotta e moralmente in bancarotta la dirigenza inglese, allora sicuramente non lo farà nulla.Mettersi in gioco
L’unico modo in cui vedremo tali disgustosi conflitti d’interessi sparire per sempre è con un’azione diretta. Seguite il link per scrivere al vostro deputato locale per chiedergli di sollevare in Parlamento la questione del disgustoso conflitto di interessi di Philip May.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Curdi di nuovo con le spalle al muro, di fronte a uno specchio

Dominique Arias, Mondialisation, 17 aprile 2018Quando abbiamo gli Stati Uniti come alleati, non abbiamo bisogno di nemici!
Cinica come l’autrice, la frase è della signora Nu, cognata di Ngo Din Diem burattinaio della Repubblica del Vietnam dal 1955 al 1963, assassinato con suo fratello dalla CIA su ordine di JF Kennedy. Furono sospettati di volere un compromesso con la resistenza comunista per porre fine alla guerra prima che il Vietnam finisse per essere completamente distrutto. Quando seppe del colpo di Stato e dell’omicidio di suo marito e suo cognato da parte di chi li mise al potere, la signora Nu, come tutta la diaspora vietnamita negli Stati Uniti, notoriamente anticomunista e mafiosa, capì chi erano veramente questi “alleati” da cui dipendevano totalmente. Kennedy fu assassinato solo 20 giorni dopo. Dopo la loro sconfitta ad Ifrin, i curdi siriani hanno ovviamente capito ciò che per dei resistenti comunisti implica l’idea paradossale di subordinarsi agli obiettivi militari del Paese più anticomunista del mondo, e farsene loro alleati. Con pieno ripensamento, le fazioni curde litigano, rivedono le alleanze, le priorità, i loro sogni; contano i ranghi, narrano dei loro morti e valutano il costo delle promesse non mantenute. Quei loro “alleati” delle forze speciali statunitensi, inglesi e francesi, ma anche loro, quando erano impegnati a difendere la Siria prima di tutto, e a parlare di indipendenza o autonomia solo dopo la fine della guerra. A questa condizione, l’Esercito arabo siriano si ritirò dalle aree a maggioranza curda, per concentrarsi sulla difesa delle grandi città, lasciando i curdi a difendere “i propri territori” contro lo Stato islamico attratto irresistibilmente dal petrolio. I curdi sarebbero stati ricompensati più tardi, secondo i loro meriti. Oggi sono con le spalle al muro, i curdi si fronteggiano, schiacciati nelle loro roccaforti dall’esercito turco, la più potente forza della NATO dopo gli Stati Uniti, abbandonati dai loro “alleati” non meno che dai russi e dall’Esercito arabo siriano. Ieri, le uniche truppe di terra della “Coalizione internazionale” combatterono lo SIIL per cedere il controllo dei giacimenti petroliferi agli Stati Uniti; domani dovranno affrontare l’esercito turco per difendere le basi statunitensi, inglesi e francesi installate nel Rojava. E ora capiscono che i loro “alleati” francesi, statunitensi e inglesi non combatteranno mai con loro, figuriamoci contro l’esercito di un Paese membro della NATO.

Vittorie ingannevoli
Dall’inizio della guerra, i curdi siriani, non meno degli occidentali di sinistra, hanno imparato a nascondere il paradosso vedendo gli statunitensi armare ELS (anti-Assad) ed islamisti di al-Qaida (notoriamente vicini allo SIIL) e i comunisti curdi, e qualsiasi cosa possa un giorno o l’altro opporsi militarmente allo Stato siriano guidato da Assad. Difendere ciecamente le posizioni più aggressive di Obama, Trump, Hollande, Macron, Cameron, May NATO, al-Qaida e comunisti curdi, non era indecente per gli occidentali di sinistra. In Francia sostengono i curdi contro SIIL tanto ferocemente quanto l’ELS contro Assad e Putin, e di fatto, gli islamisti alleati di Erdogan (che salutò l’attacco a Charlie Hebdo) contro un governo secolare, e i generali della NATO contro il diritto internazionale, solo per sapere che così si era di sinistra e pacifisti. Oggi l’ELS combatte i curdi a fianco dell’esercito turco, mentre lo SIIL riprende forza nelle aree occupate dalla “Coalizione internazionale” degli Stati Uniti. E i circoli di sinistra occidentali, incapaci di interrogarsi, sostengono Jaysh al-Islam a Duma e i curdi ad Ifrin, senza nemmeno capire che sono nemici giurati e che i loro interessi sono diametralmente opposti. Il loro unico punto in comune: il sostegno della NATO e della sinistra! Bellissimo gioco degli inganni! Soddisfacente sul divano, di fronte al mantra delle informazioni rilassante. Ma sul fronte, i curdi s’interrogano, lanciano invettive, si dividono… contano i loro morti, presenti e futuri, prima di tornare a combattere, ma per chi? Contro chi? Perché? Per quanto? Poiché sono di gran lunga le prime vittorie dello SIIL, dove il nemico sfugge all’avanzata dopo poche settimane, qualche giorno di combattimenti. Gennaio 2015, Kobane! I combattimenti sono in corso da settembre. Dopo mesi, i curdi riescono finalmente a riprendersi la città. Bombardata dalla “coalizione”, viene distrutta al 70%. Ci furono più di 1600 morti. Nel piano statunitense, se ELS ed alleati islamisti potevano prendere città e villaggi allo SIIL senza sparare un colpo (i loro combattenti credono nei miracoli), i curdi dovettero soffrire, meritarsi le vittorie. Dovevano “indurirsi”, resistere nelle loro conquiste perché, per decenni, avrebbero dovuto continuare a difendere i campi petroliferi e le basi statunitensi del Rojava contro SIIL, turchi, Iraq, Esercito arabo siriano, ecc. Come spiega Wikipedia (filo-occidentale), “Kobane e il suo cantone sono strategici per i curdi delle YPG, l’ala armata del PYD, perché la perdita rovinerebbe il progetto di un Kurdistan autonomo in Siria e renderebbe impossibile creare un Rojava unito collegando i tre cantoni curdi“. Dopo la perdita di Ifrin, va detto che in fondo l’autonomia in Siria era forse meglio di questa indipendenza in mimetica ad vitam æternam. Ma i loro “consiglieri militari” francesi e statunitensi avevano giurato che Assad non avrebbe mai vinto, che sarebbe caduto rapidamente. Oggi la Siria è quasi completamente libera dalle forze mercenarie islamiste mantenute dai loro “alleati” della “Coalizione internazionale”; gli ultimi “ribelli” che non hanno abbandonato l’ELS combattono a fianco dell’esercito turco; lo SIIL, in terapia intensiva, non ha nemmeno abbastanza per pagare i suoi mercenari; e i pilastri della NATO (Francia, USA, UK) sono costretti a violare il diritto internazionale in modo plateale, anche quando i loro coreografi producono una carneficina chimica che non può essere rintracciata. Qual è il punto?

Obiettivi e fiasco
Dall’inizio del conflitto, la balcanizzazione di Siria e Iraq in diverse entità nemiche su base etnico-religiosa veniva data come inevitabile. Fino all’inizio dell’intervento russo, lo SIIL fu presentato come aver definitivamente conquistato un vasto territorio comprendente parte della Siria e dell’Iraq. Altre parti della Siria vennero considerate definitivamente acquisite dai “ribelli”, sostenuti dalle potenze occidentali e dalle monarchie del Golfo, e il Kurdistan riunito (Rojava) alla fine comprendeva anche parte della Siria, poco più del terzo a nord-est, da Ifrin ai confini orientali della Siria, parte dell’Iran e del Kurdistan iracheno, in gran parte autonomo e filo-USA dal rovesciamento di Sadam Husayn. Le carte di questa mappa erano quasi pronte al Pentagono sin dagli anni 2000 e apparivano sui media con le offensive riuscite dello SIIL contro l’Esercito arabo siriano. Ma i contorni rimanevano poco chiari e flessibili come i confini eternamente mobili d’Israele. Contro lo SIIL, le “forze della coalizione” gettavano (o contrabbandavano) tonnellate di (obsolete) bombe nel deserto, senza risultati sulle sue espansione ed impressionanti parate militari: centinaia di pickup nuovi di zecca armati di mitragliatrici pesanti o carichi di truppe fresche. Ma mai un singolo “missile intelligente” fu lanciato contro solo una delle sue posizioni più ostentate (come la fabbrica Lafarge, dove si trovavano le forze speciali francesi). Sorprendentemente l’incapacità di arginare la formidabile espansione dello SIIL, propagandata all’unanimità come incredibilmente invincibile, gli occidentali affermarono che l’unico modo per limitarlo era legittimarne retroattivamente le conquiste riconoscendo ufficialmente il Califfato come Stato, presentato anche come possibile soluzione per porre fine agli attentati in Europa. Tra i media alternativi e dissidenti, sempre più ricercatori si chiedevano perché l’aviazione della coalizione non avesse tagliato le linee di rifornimento dello SIIL, distruggendo le enormi linee di camion che trasportavano verso i confini turco, giordano e iracheno ciò che veniva saccheggiato dalla Siria (petrolio, grano, fosfati e altri frutti del saccheggio di banche e siti archeologici sotto il suo controllo). Militarmente, era davvero l’ABC della strategia. Ma tale saccheggio, che portò miliardi di dollari allo SIIL, rafforzò gli effetti terribili del drastico embargo imposto dall’occidente alla Siria per anni lanciando una popolazione distrutta, vittima di una guerra d’aggressione da parte di mercenari notevolmente attrezzati e sostenuti apertamente da una ventina di Paesi, tra cui alcune delle principali potenze militari ed economiche del mondo. Questa situazione durò quasi due anni. Naturalmente, fin dall’inizio dell’offensiva, la Russia usò massicciamente i propri “missili intelligenti” contro tutte le linee di rifornimento dello SIIL, distrutto le linee di camion per miglia e gran parte dei suoi depositi di munizioni e di petrolio ai confini dei Paesi alleati della coalizione occidentale. Esangue a sua volta ed incapace di pagarsi i mercenari, lo SIIL inesorabilmente e definitivamente collassò dopo neanche un anno, nonostante le veementi proteste delle grandi potenze occidentali, che sempre sminuivano obiettivi e risultati abbaglianti di questa offensiva cercando di prendersene il merito, continuando a bombardare il deserto e lodando i suoi “colpi chirurgici ultra-precisi” che eliminavano uno ad uno i capi dello SIIL che, d’altronde, resuscitavano ad intervalli di pochi mesi. Le uniche vittorie non russe contro lo SIIL furono di Esercito arabo siriano, Hezbollah, truppe iraniane e forze curde che “difendevano ferocemente i loro territori”, consentendo lo schieramento delle forze siriane nelle aree più vitali del Paese.Erdogan e il futuro del Rojava
Nel novembre 2015, in seguito alla distruzione di un aereo russo da parte dell’aviazione turca guidata dal Pentagono, la Turchia perse la maggior parte dei propri turismo ed esportazioni con l’embargo russo particolarmente grave e doloroso per l’economia turca. L’anno seguente, Erdogan iniziò improvvisamente a eliminare tutti gli agenti della CIA che infestavano i rami del tessuto sociale, economico e militare (le reti di Fethullah Gülen) e tutti i suoi oppositori, giocando su tutti i tavoli contemporaneamente: filo-russo, filo-occidentale, pro-NATO, anti-NATO, ecc. Ma il suo atteggiamento generale è ora più in linea con la strategia russa che con quella degli occidentali, che ancora gli rifiutano l’integrazione nell’UE e la libera circolazione dei cittadini turchi nell’area Schengen. In una notte, Erdogan cessò di sostenere lo SIIL, ma non il resto della nebulosa mercenaria islamista, che gradualmente collassa davanti l’Esercito arabo siriano sostenuto dalla Russia dalla parte occidentale del Paese alle rive dell’Eufrate. Il terzo orientale della Siria rimane sotto il controllo della “coalizione internazionale”, cioè le forze speciali di Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Quando Trump annunciava l’imminente ritiro delle forze statunitensi dalla Siria, escluse chiaramente (e anche i media occidentali) l’idea che il Rojava e i suoi giacimenti petroliferi possano un giorno essere di nuovo parte della Siria o che ne abbiamo mai nemmeno veramente fatto parte; perché continuava a costruire basi militari proprio mentre annunciava il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria. Non c’è quasi alcuna altra possibile interpretazione di tale curioso paradosso. Nel 2018, l’annuncio della nuova decisione degli USA di armare ulteriormente i curdi siriani innescò l’offensiva turca su Ifrin, a cui né le forze siriane né quelle russe potevano rispondere militarmente, perché la Carta della NATO stabilisce in modo molto esplicito che qualsiasi Paese membro le cui forze o territorio fossero attaccati militarmente da una potenza esterna all’Alleanza atlantica dovrebbe ricevere immediatamente in sostegno l’intervento militare da parte di tutti gli altri Stati membri della NATO, ancora sotto il comando militare degli Stati Uniti. Denunciata pubblicamente come “approvata da Mosca”, “complicità del regime siriano”, “invasione” e “smembramento della Siria con la complicità di Putin e Assad, a danno del popolo siriano”, tale mancata reazione di russi e siriani irritò enormemente i Paesi della “coalizione internazionale” perché li privava ancora del pretesto all’intervento militare e poneva i loro “alleati curdi”, privi di alcun sostegno, contro uno degli eserciti più potenti della NATO. Scacco Matto: le forze curde non contavano ed erano costrette a ripiegare in rotta verso Sud ed Est. I curdi orientali abbandonarono le posizioni arrivando di rinforzo, ma invano e ripiegavano. Il Rojava viene amputato e il sogno dell’indipendenza gravemente danneggiato come quello del “supporto degli alleati”. Nel frattempo, le forze siriane e russe prendono il completo controllo dei sobborghi di Damasco, dove gli occidentali mantennero a caro prezzo le fazioni islamiche più dure, protette da uno scudo umano e mediatico-umanitario dall’inizio della guerra: la popolazione locale, tenuta in ostaggio e schiavizzata. (Questo è l’unico vero vantaggio dei guerriglieri urbani sostenuti dai pilastri della NATO, oltre al vantaggio mediatico di poter demonizzare a volontà l’unico modo per difendersi: combattere in città). Scacco Matto, il folle è caduto.

La NATO drogata dal captagon bombarda l’ONU
Nell’aprile 2018, i 3 pilastri della NATO (Francia, USA, UK), sempre più apertamente battuti in ogni dove, provavano di tutto per sbloccare la situazione provocando ancora una volta le condizioni per l’intervento militare diretto. “Se i russi ci affondano un cacciatorpediniere!” Data la crescente riluttanza degli alleati tradizionali, avevano bisogno almeno del sostegno della propria gente. Eccitare il pubblico innescando, fin da prima delle elezioni russe, l’affare Skripal, una vasta campagna anti-russa incentrata sull’irresistibile necessità di Mosca di ricorrere alle armi chimiche, e la necessità di decidere con urgenza su questo tema, senza attendere l’approvazione delle Nazioni Unite, permanentemente bloccate dall’antagonismo dei membri permanenti. (Questo almeno oscura il fatto che la Russia è l’unico Paese occidentale il cui presidente è eletto al primo turno col 70% dei voti e col sostegno del popolo, che i nostri presidenti o primi ministri non oserebbero sognarsi neanche sotto estasi, LSD o captagon). E subito dopo, lanciare un attacco virtuale con l’arma chimica nell’ultima roccaforte islamica del Ghuta, per alzarsi indignati come un sol uomo e decidere di colpire spietatamente “il regime siriano e i suoi alleati e complici” senza aspettare l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite, né l’ombra di una prova (e per una buona ragione!) Troppo tardi! Anche prima di aver avuto il tempo di reagire, Duma, l’ultima roccaforte “ribelle” del Ghuta era già liberata dall’Esercito arabo siriano. I loro alleati islamisti si arresero chiedendo perdono. Non ci sono prove di un attacco chimico e furono intercettate le comunicazioni tra autorità inglesi e loro alleati islamisti che attestavano la richiesta del Regno Unito di approfittare della risposta siriana alla provocazione del Jaysh al-Islam (bombardamenti di Damasco) per montare una “psyop” per accusare Assad del massacro con armi chimiche. Intrappolati dal loro clamore, i pilastri della NATO furono costretti dai loro stessi media e portavoce ad eseguire, in un’atmosfera di vigliaccheria e disapprovazione generale, il loro attacco, più soli che mai, lanciando più di un centinaio di questi famosi “missili intelligenti” che non si sono mai degnati di utilizzare contro il cosiddetto loro “obiettivo principale”, lo SIIL. La maggior parte fu intercettata dalla contraerea siriana. “Settantuno” diventava “diciassette”, e i media occidentali sfacciatamente cercavano di prendere in giro Assad, il cui regime “si vanta di averne abbattuto 17” su cento, ma furono intercettati 71 missili. Preferendo il ridicolo, l’occidente s’è totalmente impantanato nel virtuale e nella negazione di un deprimente fiasco. Macron inizia a ragliare un miserabile cocoricò in coro col suo capomafia. “Tutti i missili francesi hanno raggiunto i loro obiettivi!”. Crediamo alla sua parola! Ma quali obiettivi? Il bombardamento di una fabbrica di armi chimiche o anche di un sito di stoccaggio di armi chimiche nei sobborghi di una grande città avrebbe lasciato migliaia di morti e causato un disastro ecologico! In mancanza di una foglia di fico, si prende una lente d’ingrandimento? Erdogan, più opportunista che mai, applaudiva alla distruzione di una fabbrica di lavapiatti, una fabbrica di vernici e di un centro di ricerca di agronomia. Putin, che li aveva lasciati sperare in una risposta militare contro le loro navi da guerra, reagiva diplomaticamente attribuendo tutto il merito della difesa all’Esercito arabo siriano, da solo, avanzando le sue pedine denunciando al Consiglio di sicurezza un’altra flagrante violazione del diritto internazionale (di cui il mondo prende atto), dei pilastri della NATO, sulla base ancora una volta di informazioni inventate, come in Jugoslavia, Iraq, Libia (e presumibilmente Afghanistan). Scacco al re! I pilastri della NATO mantengono le loro posizioni, con l’appoggio dei loro temporanei alleati nel Consiglio di sicurezza, ma sono ora in una posizione molto difficile per poter affermare la legittimità della loro presenza permanente nella Siria orientale, per non parlare della loro legittimità nel difendere il Rojava contro l’esercito turco, che promette di ritirarsi a beneficio della Siria solo quando i peshmerga curdi avranno deposto le armi e accettato di abbandonare la lotta armata.
L’obiettivo principale dei pilastri della NATO è stato comunque raggiunto, in pieno, è la Carta delle Nazioni Unite e l’obbligo di rispettare le regole del diritto internazionale e della diplomazia, anche dei pilastri della NATO, che si allontanano sempre più e apertamente desiderano vedersene permanentemente esentati. Scacco matto? Per chi? Dipende in particolare dai curdi: se politicamente rimangono sempre a sinistra e desiderano vivere in pace, o se invece preferiscono andare definitivamente a destra… dell’Eufrate… al servizio della NATO e in guerra contro l’ONU. Quando abbiamo gli Stati Uniti come alleati, non abbiamo bisogno di nemici!Dominique Arias è traduttrice freelance per Investig’Action e Mondialisation, e occasionalmente autrice di sintesi di informazioni sugli stessi argomenti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio