“Un piccolo intervento vittorioso”

Analisi dell’intervento dell’Arabia Saudita nello Yemen
Vojna Istorija Politika, 14 novembre 2017Intervento nello Yemen
La guerra nello Yemen è poco coperta dai media mondiali, la cui attenzione è attirata dai combattimenti in Siria e Iraq. Tuttavia, l’aggressione scatenata dalla coalizione a guida saudita contro la repubblica è uno dei più grandi conflitti armati del nostro tempo e ha messo in pericolo la vita di milioni di cittadini della repubblica. L’intervento nello Yemen fu il risultato della rivolta degli huti che rovesciò il presidente pro-sauditi Hadi nel gennaio 2015 e concluse un’alleanza con i sostenitori dell’ex-presidente Salah, dalla cui parte c’era l’esercito dello Yemen. Il 15 febbraio, gli huthi lanciarono l’assalto ad Aden, nel sud del Paese e nuova capitale delle forze fedeli ad Hadi. Il 21 febbraio, Hadi fuggì da Sana ad Aden, che però fu quasi completamente presa dagli huti il 25 marzo. Hadi fu costretto a fuggire dal Paese. L’avvento al potere degli huti, che professavano l’islam sciita e stabilirono immediatamente relazioni amichevoli con l’Iran, destò l’allarme nella vicina Arabia Saudita. Riyadh non poté perdonare i vicini per il rovesciamento del fantoccio Hadi. All’inizio di febbraio iniziò il trasferimento di truppe al confine con lo Yemen. La situazione fu aggravata dal fatto che le province yemenite che confinavano con l’Arabia Saudita erano abitate da sciiti, che, influenzato dai correligionari yemeniti, erano pronti alla rivolta contro Riyadh. Hadi si appellò ai sauditi e parlando alla Lega araba chiese l’ingresso di truppe straniere nello Yemen al fine di riprendere il potere. Quindi, il presidente in fuga divenne essenzialmente un collaborazionista dei sauditi.
A fine marzo 2015, l’Arabia Saudita formò una coalizione di Paesi arabi per intervenire nello Yemen. Per l’operazione venne formato un significativo gruppo aereo a cui fu assegnato il ruolo principale nell’intervento. Il gruppo aereo della coalizione comprendeva circa 100 aerei da guerra sauditi, tra cui F-15S, Tornado IDS e Typhoon, coadiuvati dalle aerocisterne A330 e da elicotteri di ricerca e salvataggio Cougar. I caccia Typhoon e F-15S erano equipaggiati di container per la designazione dei bersagli Damocles e da ricognizione DB-100, e armati di bombe guidate Paveway e JDAM. Le forze di supporto consistevano in UAV e aerei-radar E-3A e Saab 2000 Erieye. Il secondo contingente aereo era degli EAU, con 30 velivoli, tra cui F-16E/F, Mirage 2000 e almeno un aerocisterna A330. Altri tipi di velivoli erano 15 caccia F/A-18C del Quwayt, 10 Mirage-2000 del Qatar, 15 caccia F-16 del Bahrayn, 6 dell’Egitto, 6 del Marocco e 6 della Giordania e 3 bombardieri Su-24M del Sudan.
A prima vista, l’operazione della coalizione saudita sembrava destinata al successo. L’esercito saudita, che aveva uno dei più grandi budget del mondo, era semplicemente pieno di armi moderne. I partner della coalizione Qatar, Quwayt e Emirati Arabi Uniti non erano di molto inferiori ai sauditi. Tuttavia, nonostante i costi enormi e l’acquisto di armi moderne, l’esercito saudita non aveva esperienza in combattimento, e in effetti era un colosso dai piedi d’argilla. Anche prima dell’inizio dell’operazione, molti analisti menzionarono questo fattore, e sottolinearono che a causa delle numerose guerre civili, gli yemeniti superavano seriamente la coalizione nell’esperienza operativa. Numerosi esperti russi predissero che l’Arabia Saudita avrebbe avuto una lunga guerra nel territorio dello Yemen. Tuttavia, la realtà si rivelò anche peggiore per i sauditi. La guerra civile del 1994 nello Yemen trasformò il Paese in un mercato delle armi. Lo Yemen era letteralmente imbottito di armi degli anni ’70-’80. È interessante notare che carri armati statunitensi M-60 e carri armati sovietici T-80BV acquistati in Bielorussia, erano nelle forze armate della repubblica. In grandi quantità c’erano carri armati T-55 e T-62 prodotti nell’URSS, così come T-55AM2 di produzione ceca. Dopo il rovesciamento del regime Hadi, lo Yemen ricevette una grande quantità di armi dall’Iran. Queste forniture aumentarono drasticamente il numero di armi anticarro degli huti e che svolsero un ruolo enorme. Con nostro grande dispiacere, la difesa aerea della Repubblica era poco sviluppata, i sistemi SAM e radar sovietici degli anni ’70 non erano in grado di respingere le massicce incursioni della coalizione saudita. Inoltre, lo Yemen mancava di aerei moderni. Le due dozzine di MiG-29 disponibili non potevano resistere all’aeronautica della coalizione, perciò la parte dell’esercito dello Yemen fedele a Salah non cercò di combattere per la supremazia aerea. Inoltre, l’Esercito yemenita era armato di sistemi missilistici Scud, Tochka-U e R-17, così come di sistemi missilistici terra-terra consegnati dall’Iran. Le forze armate yemenite possedevano sistemi missilistici anti-nave sovietici e iraniani. Il vantaggio principale degli huti e dei sostenitori di Salah rispetto la coalizione araba era l’esperienza di combattimento e un alto livello di addestramento. Un ruolo significativo fu svolto anche dagli istruttori iraniani impegnati nella preparazione delle forze anti-saudite. Inoltre, una parte significativa degli alti ufficiali yemeniti fu addestrata da specialisti sovietici. L’istruzione appresa in epoca sovietica, fu presto dimostrata agli interventisti.
Il 25 marzo, l’aviazione della coalizione lanciò le operazioni contro lo Yemen, soprannominata “tempesta della determinazione”. Prima di tutto, furono colpite le basi aeree yemenite, così come le posizioni di SAM e stazioni radar nelle vicinanze di Sana. Le forze aeree della coalizione agirono nelle migliori tradizioni dell’aviazione statunitense, sopprimendo l’aviazione e la difesa aerea del nemico, assicurandosi in tal modo la supremazia aerea. Per ragioni tecniche, un caccia saudita si schiantò, fu la prima perdita della coalizione durante la campagna. Tuttavia, nonostante i massicci attacchi aerei, gli huti guadagnarono il controllo di altri territori: il 31 marzo, i sostenitori di Hadi furono espulsi dal centro amministrativo della provincia di al-Dali. Il 6 aprile, gli huti presero il porto di Aden. Seri combattimenti vi furono nella provincia di Taiz. Sotto il controllo dei sostenitori di Hadi rimasero solo le province orientali e nord-orientali del Paese. Durante questo periodo, i terroristi di al-Qaida (AQAP) SIIL operanti nello Yemen fin dai primi anni 2000 si attivarono nelle retrovie dei sostenitori di Hadi, i cui militanti locali, dopo essere giunti al potere, giurarono fedeltà ad al-Baghdadi. Di fatto, gli islamisti scatenarono la guerriglia dietro i sostenitori di Hadi, che tuttavia non gli impedì di combattere gli huti, che entrambe le organizzazioni terroristiche considerano i principali nemici nello Yemen. Il 21 aprile, l’aeronautica della coalizione effettuò 2300 sortite, assicurandosi il dominio nell’aria. Tuttavia, le perdite degli huti e dell’esercito yemenita causate dagli attacchi aerei durante questo periodo si rivelarono modeste, il che gli permise di continuare l’offensiva, espandendo il territorio controllato. Lo stesso giorno, la coalizione annunciò la fine dell’operazione Tempesta della determinazione e l’inizio di una nuova fase della campagna chiamata Ritorno della speranza. Durante questo periodo, il numero di attacchi aerei contro gli huti aumentò drammaticamente. Inoltre, le forze aeree della coalizione inflissero una serie di attacchi alle città controllate dal nemico, che provocarono numerose vittime civili e la distruzione delle infrastrutture civili. L’aviazione saudita cercò d’indurre i civili ad opporsi agli huti con gli attacchi aerei, la cui presenza negli insediamenti sarebbe stata causa. A fine agosto, a seguito di attacchi aerei, furono uccisi circa 2000 civili. Huti e l’esercito yemenita avrebbero continuato a reagire. Nel maggio 2015 iniziarono le incursioni delle unità yemenite nelle province dell’Arabia Saudita al confine con la Repubblica. Qui un ruolo enorme fu svolto dal morale estremamente basso dell’esercito della monarchia mediorientale. Spesso, i soldati sauditi semplicemente abbandonarono le postazioni di frontiera, attaccati dagli huti, lasciando armi e attrezzature. Particolarmente acuto per i sauditi fu la situazione nella provincia di Najran, dove la popolazione sciita locale, col sostegno degli huti, effettivamente si ribellò a Riyadh. A fine maggio, unità dell’esercito yemenita iniziarono a lanciare attacchi missilistici sul territorio saudita, usando prima i missili Scud e poi i missili Tochka-U più avanzati. Il 25 maggio, a causa dell’attacco ala base aerea Qamis Mushayt, nella provincia di Asir, diversi aerei sauditi furono distrutti nella base, secondo dati non ufficiali: i sistemi “Patriot” dei difesa aerea dell’Arabia Saudita intercettarono solo un quarto dei missili.
Nel maggio 2015 si rinnovarono i feroci combattimenti per Aden. E insieme ai sostenitori di Hadi nei combattimenti urbani parteciparono attivamente le forze speciali saudite. A luglio, i sostenitori di Hadi con l’appoggio degli interventisti ripresero il controllo del porto di Aden, dove il trasferimento di mezzi corazzati della coalizione iniziò immediatamente. Il 14 luglio, i sostenitori di Hadi rivendicarono il pieno controllo su Aden, anche se in realtà i combattimenti continuarono per tutto il mese. I continui contrattacchi degli huti rallentarono l’avanzata del nemico, mentre nella base aerea al-Anad, 60 km a nord di Aden, si svolsero battaglie feroci. Gli interventisti riuscirono ad occupare la base solo dopo il trasferimento nell’area di carri armati AMR-56 Leclerc delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, che giocarono un ruolo chiave nell’assalto. Nel corso delle battaglie per la base aerea, i Leclerc dimostrarono un’elevata protezione, alcun carro armato fu distrutto dalle armi anticarro e anche all’inizio di agosto, attraverso le province settentrionali dello Yemen, grandi forze di sostenitori di Hadi entrarono nel territorio del Paese, sostenute da unità regolari dell’esercito saudita. Nello stesso periodo le incursioni degli huti continuarono nelle province di frontiera dell’Arabia Saudita, e il più “avanzato esercito del mondo” perse almeno 8 carri armati, tra cui gli Abrams distrutti il 6 agosto. La caduta di Aden fu forse il più grande successo della coalizione nell’intera guerra. Inoltre, le azioni aeree della coalizione causarono perdite tangibili ai sostenitori di Salah, che persero in questo periodo circa 30 veicoli corazzati. L’avanzata territoriale degli huti cessò. Durante questo periodo, la coalizione perse un F-16 dell’Aviazione marocchina nella provincia di Sada, oltre a tre elicotteri AN-64 Apache, due dei quali abbattuti nella provincia saudita di Najran, e un altro nella provincia yemenita di Marib. L’offensiva guidata dalla coalizione lungo la strada Aden-Abyan causò agli interventisti gravi perdite di blindati. Fu lì che un BMP-3 fu distrutto con un gruppo di sostenitori di Hadi. Il 25 agosto nella provincia di Bayda furono distrutti da un’imboscata dei blindati degli Emirati Arabi Uniti. I militari degli Emirati persero immediatamente 11 MUP Oshkosh, alcuni dei quali abbandonati dagli equipaggi e successivamente bruciati dagli huti. Dei blindati furono catturati e fatti sfilare in una parata militare del 24 agosto. Gli huti distrussero 2 carri armati Abrams nella provincia di Jizan, e la spettacolare esplosione di munizioni di uno dei carri armati fu ripresa in un video che scioccò i fan degli Abrams di tutto il mondo; il 2 agosto a Jizan, altri 2 Abrams furono distrutti. A fine agosto, il blitzkrieg della coalizione divenne un fiasco completo: i difensori e gli interventisti di Hadi rimasero bloccati in aspre battaglie nelle province di Taiz, Marib e Bayda. Le perdite contarono decine di veicoli corazzati: il 4 settembre, a seguito del lancio di un missile “Tochka-U“, 52 militari degli Emirati Arabi Uniti, 10 soldati sauditi e 5 cittadini del Bahrayn furono uccisi nella base della coalizione di Marib. Il numero totale di morti, tenendo conto dei sostenitori di Hadi, superò i 100. Un gran numero di mezzi corazzati e autoveicoli fu distrutto e a metà settembre più di 20 blindati sauditi furono distrutti a Marib in tre giorni. Le gravi perdite di soldati costrinsero il comando della coalizione a sostituirli con sostenitori di Hadi. Inoltre, un contingente sudanese fu inviato nel conflitto; il suo governo aveva ricevuto importanti aiuti finanziari per impiegarne i soldati come carne da cannone nello Yemen. Dal settembre 2015, l’aviazione degli EAU iniziò a fornire supporto aereo ai sostenitori di Hadi, partendo dalle basi in Eritrea, riducendo significativamente il tempo di volo per gli attacchi aerei. Nel tentativo di ridurre il costo della campagna aerea, la leadership degli Emirati sempre più utilizzò negli attacchi aerei gli “Aerotractor” AT-802U, molto più economici di Apache e F-16. Nell’ottobre 2015, un contingente sudanese arrivò nello Yemen, e vi furono segnalazioni di mercenari colombiani che operavano nelle PMC regionali.
Nel 2016, la guerra nello Yemen divenne di posizione. Le forze di Hadi erano a mezzo chilometro nell’area di Taiz, ma gli huti non avevano abbastanza forza per tagliare completamente le comunicazioni dei collaborazionisti. L’aviazione della coalizione continuò ad attaccare obiettivi nello Yemen, causando centinaia di vittime tra i civili. Huti ed alleati dell’esercito yemenita continuarono i raid nelle province di confine dell’Arabia Saudita e compirono attacchi missilistici contro obiettivi in Arabia Saudita, eliminando decine di soldati aggressori. Gli islamisti delle organizzazioni terroristiche SIIL e AQAP, che presero il controllo di intere aree nel sud e nell’est del Paese, approfittarono della situazione. Il 1° ottobre 2016, un missile antinave huti colpì il trasporto veloce HSV-2 Swift degli Stati Uniti e noleggiato dagli Emirati Arabi Uniti, subendo danni significativi dopo un incendio. Successivamente, nel gennaio 2017, gli huti danneggiarono una fregata della Marina dell’Arabia Saudita. A metà giugno, a seguito di un attacco missilistico, una seconda fregata della Marina saudita subì danni significativi, ma rimase a galla. Nel 2017, anche i combattimenti nello Yemen furono di posizione. A maggio, il contingente sudanese, il cui governo, per ripagare i finanziamenti, utilizzava i soldati come carne da cannone nell’interesse di Riyadh, cercò di avviare una propria offensiva nel deserto del Midi, conclusasi con la completa distruzione dei mercenari africani. Nell’autunno 2017, huti ed esercito dello Yemen intrapresero un’offensiva nella provincia di Taiz, che portò a feroci battaglie di posizione, durante le quali nessuno ottenne un successo decisivo. In generale, al momento, entrambe le parti del conflitto sono in una situazione di stallo, incapaci di ottenere una vittoria decisiva. Gli huti controllano le province occidentali del Paese, inclusa la capitale. L’Iran fornisce un’estesa assistenza alle forze anti-saudite, conducendo efficacemente una “guerra ibrida” contro l’Arabia Saudita che tramite sostenitori di Hadi ed interventisti controlla le province meridionali e orientali. Nella retrovie della coalizione, gli islamisti di AQAP e SIIL dilagano, come esemplificato dal recente attentato ad Aden. In seguito a bombardamento e blocco della coalizione, lo Yemen è sull’orlo di un enorme disastro umanitario. La popolazione soffre fame e colera. Tuttavia, il mondo civile non bada a questi problemi proseguendo la cooperazione militare e tecnica con Riyadh.
Durante l’intervento, le perdite aeree della coalizione fu di 8 aerei, per lo più persi per ragioni tecniche, e almeno 14 elicotteri. Le vittime degli interventisti nelle forze armate sono silenziose, si sa solo che alla fine di settembre almeno 412 militari sudanesi furono uccisi nello Yemen. L’Arabia Saudita ha perso almeno 42 carri armati durante il conflitto, le perdite totali di blindati superano i 300 veicoli. Gli Emirati Arabi Uniti hanno perso almeno 150 veicoli corazzati. Le perdite totali degli interventisti sono stimate in migliaia di militari. Una piccola guerra vittoriosa si è trasformata in un grosso problema per Riyadh. “Il principale esercito della pace”, nonostante gli enormi finanziamenti, si è dimostrato non solo incapace di prendere il controllo del territorio dello Yemen, ma anche di proteggere il proprio territorio dalle incursioni via terra e missilistici dell’esercito dello Yemen. Lo Yemen è diventato un buco nero per i sauditi che, con i bassi prezzi del petrolio, esaurisce finanze, vite umane ed influenza regionale del regno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Libano ancora nel mirino

Mentre Trump si scalda contro l’Iran, i sauditi aggrediscono Hezbollah
Abdalbari Atwan, Rai al-Yum 2 novembre 2017Appare chiaro che un nuovo capitolo della vendetta dell’Arabia Saudita contro l’Iran inizia in Libano e che sarà multiforme: coinvolgendo politica, economia e media. Ciò è chiarito dai recenti scambi verbali tra Hasan Nasrallah, leader di Hezbollah e della Resistenza libanese, e Tamar al-Sabhan, ministro di Stato saudita e principale portavoce del regno. Ulteriormente sottolineato dalla frenetica convocazione a Riyad di Sad al-Hariri, primo ministro del Libano e principale cliente dell’Arabia Saudita nel Paese. Sabhan, che conosce bene il Libano avendo operato nell’ambasciata a Beirut, iniziò a volgere varie accuse pesanti ad Hezbollah su twitter, ripetendole in un’intervista alla TV MBC, affiliata al partito anti-Hezbollah delle Forze libanesi (FL). Utilizzando un linguaggio chiaramente non diplomatico, il ministro saudita si scagliava contro Hezbollah chiamandolo “partito diabolico” e “milizia terroristica”, chiedendo che sia eliminato dal Libano e dalla regione, accusandolo di una guerra contro l’Arabia Saudita attuata dall’Iran. Per lo più ha ripetutamente avvertito che se i ministri di Hezbollah non verranno esclusi dal governo multilaterale del Libano, il Paese l’avrebbe pagata cara e minacciando chi collabora col partito, politicamente, economicamente e mediaticamente, che sarà punito. In tale esaltazione di minacce Hariri fu chiamato urgentemente a Riad. Il primo ministro non perse tempo, annullando gli impegni e partendo come se fosse un funzionario del governo saudita, come osservavano alcuni giornalisti libanesi che considerano il suo comportamento degradante non solo per lui, ma per tutto il Paese.
Due domande inevitabili sorgono: primo, cosa ha spinto tale improvvisa escalation saudita contro Hezbollah, di tale ferocia verbale e in questo momento? Secondo, quali azioni può compiere l’Arabia Saudita contro il Libano e si arriverebbe a un confronto militare? In risposta alla prima domanda, si può tranquillamente affermare che tale escalation saudita è direttamente correlata a quella degli Stati Uniti contro l’Iran, riflessa nel discorso del presidente Donald Trump al Congresso e al rifiuto di ratificare l’accordo nucleare. È anche legato agli sviluppi nello Yemen, e in particolare ai recenti combattimenti sulle frontiere meridionali del regno saudita. Sabhan vi ha alluso quando aveva twittato: “Le milizie di Hezbollah mirano ai nostri Paesi del Golfo su ordine iraniano… e il Libano ne è prigioniero“. Due anni e mezzo dopo che l’Arabia Saudita scatenò ciò che pensava fosse una guerra rapida e decisa, i combattimenti nello Yemen e nelle aree di confine non sono favorevoli a Riad. Il movimento Ansarallah ha intensificato le operazioni militari, nonché gli attacchi missilistici sulle città saudite, come nel Jizan e nel Najran, dichiarando di aver raggiunto gli obiettivi senza esser stati intercettati dai sistemi di difesa missilistica Patriot dell’Arabia Saudita. La leadership saudita accusa Hezbollah di addestrare i combattenti di Ansarullah e di rifornirli di missili in un modo o l’altro (nonostante il blocco aereo, marittimo e terrestre dello Yemen). Inoltre, il portavoce di Ansarullah Muhamad Abdasalam, in un’intervista inedita ad al-Jazeera, minacciava anche di lanciare missili nelle città nel cuore dell’Arabia Saudita e su Abu Dhabi, capitale degli EAU, principale partner della Arabia Saudita nella guerra allo Yemen. Forse è questo che Sabhan intese quando accusava Hezbollah di minacciare gli Stati del Golfo. Ci sono molte cose che l’Arabia Saudita, l’alleato più stretto degli Stati Uniti nel mondo arabo, potrebbe tentare contro Hezbollah e i suoi alleati. L’escalation potrebbe assumere varie forme che avrebbero conseguenze negative, soprattutto economiche e finanziarie, per il Libano, e non si può escludere la possibilità di un confronto militare. Nasrallah ne è consapevole. In un intervento notava che l’Arabia Saudita non ha i mezzi per affrontare Hezbollah da sola o per mezzo dei fantocci libanesi; potrebbe solo con un’alleanza internazionale. Il leader di Hezbollah avverte da tempo che prevede che Israele potrebbe lanciare un’altra invasione del Libano.
Non sappiamo quali istruzioni abbiano dato a Hariri quando incontrò il principe ereditario Muhamad bin-Salman, ma non sorprenderebbe sapere che gli abbia detto di ritirarsi dal governo o di dimettere i ministri di Hezbollah per creare un’altra crisi nel governo libanese. Hariri non avrebbe altra scelta che eseguire. Ciò significherebbe il crollo dei complicati accordi politici che gli permisero di tornare in carica e al Generale Michel Aoun di essere eletto presidente. Sabhan non parlava per capriccio, ma su istruzione dall’alto. Queste autorità superiori sono strettamente legate a Casa Bianca e agenzie militari e di sicurezza statunitensi. Non agiscono né prendono posizioni su un qualsiasi problema significativo per la regione senza coordinarsi e ricevere direttive da tali agenzie, nel contesto dell’alleanza che vincola i due Paesi. Ciò ci porta a dove abbiamo iniziato. I libanesi vengono messi sul crogiolo che comincerà presto a bruciare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Qatar: è il momento delle confessioni…

Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 28 ottobre 2017Non fu che nell’aprile del 2016 che si sentì l’ex-primo ministro del Qatar, Shayq Hamad bin Jasam o “HBJ”, affermare in un’intervista a Rula Qalaf del Financial Times [1]: “Voglio dire qualcosa per la prima volta… Quando iniziammo ad impegnarci in Siria nel 2012, ricevemmo via libera col Qatar alla guida (delle operazioni), perché l’Arabia Saudita non voleva farlo. Poi ci fu un cambio politico e Riyadh non ci disse che ci voleva retrocedere. Inoltre, ci ritrovammo concorrenti e non era un bene“. Sulla Libia è vergognoso che HBJ riassumesse l’aggressione omicida degli alleati con tale odiosa metafora: “C’erano troppi cuochi, il piatto si rovinò“! Ciò che HBJ non disse è che il via libera statunitense-sionista passò col rosso perché le turpitudini del Qatar commesse in Siria, in stretta collaborazione con la Turchia e una fazione di Hamas attraverso al-Qaida e Fratellanza musulmana, non riuscirono a distruggere lo Stato siriano in pochi mesi come previsto. Ci torneremo…
Il 25 ottobre 2017 riservò le sue confidenze alla televisione ufficiale del Qatar “Masrah TV”. Intervista di 110 minuti su Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn; relazioni con Iran, Israele, Fratellanza musulmana; sostegno alle cosiddette rivoluzioni arabe, ecc. Intervista ritenuta “di grande importanza” dalla rete qatariota che riepiloga le sue dichiarazioni in queste poche righe:
– Deploro profondamente la creazione della rete televisiva “al-Jazeera”.
– Contattai gli sciiti del Bahrayn per una “riconciliazione”. Il problema fu risolto con la forza. Sono contrario a tale tendenza.
– Informammo re Abdullah dei nostri contatti con Gheddafi e delle sue cattive intenzioni verso l’Arabia Saudita.
– Ogni capitale degli Stati del Golfo deve avere un ruolo specifico al di fuori di qualsiasi confronto, l’Arabia Saudita è la sorella maggiore che deve proteggerci in quanto piccolo Paese.
– Con questa crisi, abbiamo dato spettacolo in tutto il mondo, mentre i nostri popoli che vivevano in armonia cominciano a litigare e ad insultarsi.
– Tutti vanno negli Stati Uniti, dando dati veri e falsi sui rispettivi Stati, informazioni che saranno uno di questi giorni usate contro tutti noi danneggiandoci”.
Sarebbe tedioso tornare su ciascuno di tali punti e molti altri omessi dalla lista, come ad esempio:
– Per ammissione del generale Petraeus degli Stati Uniti, l’ufficio dei taliban a Doha fu aperto su richiesta ufficiale degli Stati Uniti, per usarlo come “hub” dei negoziati per il recupero dei prigionieri. Nel 2003, dopo la demolizione del Grande Buddha, gli rifiutammo l'”ambasciata” nonostante la pressione degli Stati Uniti, dicendo che l’avremmo concesso a uno Stato riconosciuto a livello internazionale.
– Partecipammo alla guerra allo Yemen senza saperne la ragione. I sauditi ce lo chiesero e accettammo.
– Quando l’ambasciata saudita fu attaccata in Iran, ritirammo l’ambasciatore, mentre avevamo eccellenti relazioni con l’Iran, rispettandone intelligenza e diplomazia e siamo partner presso l’enorme giacimento di gas che condividiamo.
– Negli ultimi anni interrompemmo i rapporti con l’Iraq perché la politica saudita lo pretese. Ma adesso li abbiamo restaurati senza neppure dirlo al GCC! Restaurazione che approvo e che avrebbe dovuto essere fatta molto prima.
– Non abbiamo particolarmente sostenuto la Fratellanza musulmana. Avevamo solo relazioni interstatali quando Mursi era al potere in Egitto.
– Sulla registrazione delle conversazioni con Gheddafi sul cambio di regime in Arabia Saudita, HBJ è costretto ad ammettere che sono autentiche. Ma “nonostante il rispetto dovuto a una morte di cui non va detto che il bene”, l’accusò di aver defraudato gli EAU vendendogli una raffineria che non esisteva e di aver estorto il Qatar, senza dire altro.
– Su Israele, tutti sanno che: “Il suo reddito nazionale supera quello di qualsiasi Paese arabo, mentre non ha petrolio (!?)… ha cervello e quattro milioni di persone, di cui tre dalla doppia nazionalità, il che significa che possono emigrare ma rimangono perché hanno un obiettivo che cercano di raggiungere. Noi tutti ne cerchiamo l’amicizia e li temiamo. Chi di noi ancora parla della questione palestinese?… Parliamo solo delle modalità della normalizzazione… Conosco bene gli israeliani. Ho lavorato con loro e fui insultato per questo. Ma il nostro obiettivo era la pace… che la questione palestinese si sistemasse pacificamente a Gaza e Cisgiordania… Ora so che molti leader regionali trattano con loro e che molti incontri avvengono, alcuni nel Mar Rosso. Ma so anche che sono destinati al fallimento…
HBJ si chiede se, nonostante tale buona fede e precaria fedeltà, il comportamento dei suoi fratelli assedianti (Arabia Saudita, EAU, Bahrayn e Egitto) non rifletta la volontà d’imporre un cambio nella politica regionale. Una politica che il Qatar probabilmente approverebbe, a condizione che esista, sia chiaramente pianificata, associandosi o permettendogli di potervi aderire. Soprattutto dato che il Qatar gli ha dimostrato magnanimità: “I quattro fratelli avevano riconosciuto il cambio di regime avutosi in Qatar nel 1996… anche se non avevamo bisogno del loro sostegno perché era una decisione del nostro popolo [sic] e mentre sapevamo del complotto contro di noi, partecipammo al vertice di Muscat [2] l’anno prima… All’epoca, i militari di questi Stati assedianti che parteciparono al complotto furono catturati a Doha… Più tardi, re Abdullah chiese di liberarli e di voltare pagina. Sua altezza, il padre del principe attuale, rispose alla richiesta… cioè anche quando la tensione raggiunse il parossismo, mantenemmo un minimo di rispetto reciproco… Non toccammo i simboli e il tono non raggiunse mai il livello attuale...”
Non toccarono i simboli! A sentirlo, il Qatar ha solo cacciato in Siria, cucinato in Libia e salvato il popolo di Gaza dalle grinfie terrificanti d’Israele. E se ha perso la preda, non va dimenticato che non è l’unico colpevole e che i fratelli assedianti furono più che complici. In ogni caso, questo è ciò che pensiamo del suo discorso sulla Siria che riserviamo alla fine. Un discorso che non ci dice nulla che non sapevamo già, ma chi meglio del criminale conosce i dettagli del delitto? Anche se non racconta tutta la verità: “Non appena le cose iniziarono in Siria, andai in Arabia Saudita su richiesta del padre di sua altezza. Conobbi re Abdullah, Dio gli conceda la misericordia. Mi disse: “Siamo con voi, andate avanti e ci coordiniamo, ma avrete la responsabilità nelle vostre mani”. Ecco cosa facemmo. Non voglio entrare nei dettagli… Abbiamo prove complete su tale argomento. Tutto passava dalla Turchia, tutto fu fatto in coordinamento con le forze statunitensi, i turchi, noi stessi e i nostri fratelli sauditi. Tutti erano presenti coi loro militari. Errori potrebbero essere stati compiuti in alcuni dettagli dell’aiuto, ma non con lo SIIL. Là si esagera! Ci può essere stata una relazione con Jabhat al-Nusra. È possibile. Per Dio, non lo so! Tuttavia, se fosse così posso dire che non appena fu decretato che Jabhat al-Nusra era inaccettabile, non fu più sostenuto e gli sforzi si concentrarono sulla liberazione della Siria… (qui) combattiamo per la preda… la preda è scomparsa… e ancora combattiamo per questa! E ora si hann uccisioni in Siria e Bashar è ancora là… Ora dite che Bashar può rimanere. Non siamo contrari. Non dobbiamo vendicarci di Bashar. Era nostro amico. Ma eravate con noi nella stessa trincea. Avete cambiato idea. Ditecelo!Fonte:
TV ufficiale del Qatar/ al-Haqiqa Show: “La verità”

Note:
[1] La confessione di Shayq Hamad, soprannominato HBJ, sulla Libia
[2] Il Qatar rifiuta la tutela di Riyadh sulla regione del Golfo

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La fine della ‘primavera araba’ segna l’affermazione del blocco eurasiatico

Alessandro Lattanzio, 29/10/2017Effetti dell’onda lunga della ‘primavera araba’, celebrata in occidente, hanno un segno contrario e opposto a quello auspicato dai pianificatori della sovversione colorata. Washington, tramite Pentagono, CIA e ONG telecomandate, voleva distruggere gli Stati-Nazione mediorientali come Algeria, Egitto, Iraq, Siria, Yemen e Iran, per spianare la strada al califfato islamo-atlantista (al-Qaida e il suo ramo Stato islamico), e consolidare il dominio militare sionista nella regione e proteggere le monarchie retrograde ed oscurantiste, ma legate a triplo filo con il sistema economico dollarocentrico di Wall Street e City. A presiedere tale operazione geopolitica vi era il clan democratico dei Clinton-Obama, strettamente alleati con l’Iqwan (la fratellanza mussulmana), la setta islamista fondata e diretta dell’intelligence anglo-statunitense, e con le potenze compradores regionali guidate da Arabia Saudita e Qatar, alleate con la Turchia neo-ottomana del massone e fratello mussulmano Erdogan. La guerra dei sei anni imposta alla Siria e all’Iraq dall’alleanza wahhabita-atlantista (asse Riyadh-TelAviv-Washington), sebbene avesse registrato dei successi iniziali in Tunisia, Egitto e Libia, alla fine non riusciva ad ottenere l’obiettivo finale, appunto la distruzione degli Stati-nazione mediorientali (Egitto, Siria, Iraq, Libano, Yemen) e loro sostituzione con il califfato islamista (dominato da fratellanza mussulmana, al-Qaida, Stato islamico, wahhabismo, salafismo e taqfirismo) che avrebbe proiettato i popoli arabi in un incubo spaventoso, distruggendone i progressi e imposto il dominio regionale economico-tecnologico israeliano (motivo per cui il sionismo si sente affine all’incubo islamista). Ma la resistenza di Siria, Iraq e Yemen, e soprattutto il golpe anti-islamista dell’Esercito egiziano, nel 2013, hanno avviato il processo che pone fine a tale piano neo-imperialista e neo-coloniasta in Medio Oriente (il cosiddetto Grande Medio Oriente ideato dai neocon statunitensi). L’intervento russo e iraniano era dovuto alla comprensione che scopo geopolitico del califfato atlantista era avviare la jihad della CIA contro le potenze eurasiatiche (Cina, India, Russia, Asia Centrale). L’intervento preventivo era un obbligo, per bloccare il piano dei vertici della dirigenza statunitense, espressa dal clan Clinton-Obama. Contraccolpo della sconfitta di tale operazione espansionista e mondialista è, oggi, la resa dei conti non solo tra gli Stati-clienti mediorientali di Washington (Qatar contro Arabia Saudita), ma anche la resa dei conti all’interno del ‘governo invisibile’ degli USA, che si concluderà solo con l’eliminazione, fisica, dei capibastone delle rispettive fazioni: le dimissioni o assassinio di Trump, o incarcerazione o eliminazione di Hillary Clinton. Vedremo gli sviluppi a Washington, che vanno accelerandosi con la resa dei conti, come quella che si svolge nella cittadella ideologica dell’imperialismo liberal, Hollywood.Nell’ottobre 2017, l’ex-primo ministro del Qatar Hamad bin Jasim bin Jabar al-Thani, che supervisionava le operazioni di Doha contro la Siria nel 2011-2013, in un’intervista a Qatari TV dichiarò che Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti avevano inviato armi ai terroristi fin dall’inizio della “rivolta” in Siria, nel 2011. Al-Thani paragonava l’operazione a una “caccia alla preda” (al-Sayda), dove la preda era la Siria. Al-Thani riconosceva che le nazioni del Golfo armarono i jihadisti di al-Qaida (Jabhat al-Nusra) con il sostegno di Stati Uniti e Turchia: “Non voglio entrare nei dettagli, ma abbiamo documenti completi su chi se ne occupava (della Siria)“. In una precedente intervista televisiva col giornalista statunitense Charlie Rose, al-Thani ammise che “in Siria, tutti abbiamo commesso errori, incluso il suo Paese. Da quando la guerra era cominciata in Siria, tutto funzionò attraverso due sale operative: una in Giordania e una in Turchia“. “Quando si ebbero i primi eventi in Siria, andai in Arabia Saudita e incontrai re Abdullah, gli relazionai secondo le istruzioni di sua altezza il principe, mio padre, e gli dissi che siamo con voi e ci coordineremo, ma ne sarete responsabili. Non potrò entrare nei dettagli ma abbiamo documenti completi e tutto ciò che è stato inviato in Siria, passava in Turchia in coordinamento con le forze statunitensi e il tutto veniva distribuito dai turchi e dalle forze statunitensi… E noi e tutti gli altri eravamo coinvolti, i militari… forse ci furono errori e il sostegno fu dato alla fazione sbagliata… Forse c’era un rapporto con al-Nusra, è possibile ma io stesso non lo so… stavamo combattendo contro la preda (al-Sayda) e ora la preda è andata e stiamo ancora combattendo… e Bashar è ancora lì. Voi (Stati Uniti e Arabia Saudita) eravate con noi nella stessa trincea… non ho alcuna obiezione a che si cambi trovando di aver sbagliato, ma almeno informatene il partner… per esempio lasciare Bashar (al-Assad) o fare questo o quello, ma la situazione creata ora non permetterà mai alcun progresso nel GCC (Consiglio di cooperazione del Golfo) o qualsiasi progresso su qualsiasi cosa se continuiamo a lottare apertamente“. Il 18 marzo 2013 le bande armate dell’esercito libero siriano bombardarono con dei lanciarazzi l’aeroporto internazionale e la città di Damasco. Tale bombardamento fu ordinato direttamente dal principe saudita Salman bin Sultan, per ‘festeggiare’ il secondo anniversario della “rivoluzione siriana”. Salman aveva inviato 120 tonnellate di armamenti ai terroristi, con l’istruzione di “illuminare Damasco” e “radere al suolo” l’aeroporto. Ciò fu rivelato da un documento dell’NSA, l’intelligence elettronica degli USA. Il documento sottolineava la profondità del coinvolgimento di potenze straniere nella guerra terroristica contro la Siria. Le fazioni dell’esercito libero siriano che bombardarono Damasco nel marzo 2013 appartenevano al cosiddetto “Fronte meridionale”, sostenuto da sauditi e giordani, e alla liwa Ahfad al-Rasul. Questa confessione era il risultato del conflitto nel GCC, tra gli ex-alleati Arabia Saudita e Qatar, che si rinfacciavano a vicenda le accuse di finanziare i terroristi di Stato islamico e al-Qaida (ovviamente accuse vere per entrambi).
L’onda lunga della ‘primavera araba’ alla fine consolida gli Stati-Nazione Siria, Iraq e Iran, ed inizia a disgregare i frutti marci del colonialismo e dell’imperialismo, gli Stati-protettorati del Golfo Persico. La CIA era stata direttamente coinvolta nel sostegno al terrorismo contro la Siria, tanto che anche nelle mail di Hillary Clinton, segretaria di Stato degli USA in quel periodo, si riconosceva che, “i governi del Qatar e dell’Arabia Saudita forniscono sostegno finanziario e logistico clandestino allo Stato islamico e ad altri gruppi radicali sunniti nella regione“. Inoltre, il giorno prima dell’intervista al primo ministro Thani, diveniva pubblico il suaccennato documento della NSA, svelato da Edward Snowden, che confermava che il bo,bardamento del marzo 2013, effettuato con razzi, di Damasco, fu diretto e organizzato dall’Arabia Saudita e dall’intelligence statunitense.
Nel frattempo, l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani affermava “Sono spaventato, se succede qualcosa, un’azione militare, questa regione finirà nel caos“. Aveva osservato che il presidente Trump si era offerto di ospitare un incontro tra le parti sulla crisi del Golfo Persico, a Camp David, ma l’Arabia Saudita aveva rifiutato la proposta. Trump aveva “suggerito di venire e gli avrei detto immediatamente, ‘signor Presidente, siamo pronti, ho sempre chiesto di dialogare. Avrebbe dovuto essere molto prima questa riunione, ma non ho avito alcuna risposta dagli altri Paesi'”. L’emiro del Qatar osservava anche che, “l’Iran è il nostro vicino… e l’unico modo per rifornirci di cibo e medicinali è attraverso l’Iran“, dato il blocco imposto dall’Arabia Saudita al Qatar. Ai primi di ottobre, l’ex-viceprimo ministro del Qatar Abdullah bin Hamad al-Atiyah aveva detto al quotidiano spagnolo ABC che gli EAU avevano pianificato l’invasione del Qatar impiegando migliaia di mercenari addestrati dagli Stati Uniti, ma non ottennero il sostegno di Washington, visto che ad al-Udayd, vicino Doha, sorge la base che ospita il Comando Centrale dell’US Army, ed ospita almeno 10000 militari statunitensi.
Va ricordato che il 25 ottobre, a Doha, il Ministro della Difesa russo Generale Sergej Shojgu, e il ministro della Difesa del Qatar, Qalid bin Muhamad al-Atiyah, firmavano un accordo sulla cooperazione militar-tecnica. Anche i rappresentanti di Rosoboronexport e ministero della Difesa di Qatar firmavano un memorandum e un contratto quadro sulla cooperazione militar-tecnica. “Questa visita sottolinea la nostra determinazione a sviluppare e rafforzare la cooperazione bilaterale tra Doha e Mosca, dichiarava il Ministro della Difesa russo.

Fonti:
FNA
TASS
Telesur
Tom Luongo
Zerohedge

Il Qatar scarica Hillary Clinton

Tom Luongo, 28 ottobre 2017

Ora su Zerohedge, l’ex-primo ministro del Qatar Hamad bin Jasim bin Jabar al-Thani, ha concesso un’intervista confermando ciò che chiunque con minima conoscenza degli eventi in Siria, negli ultimi sei anni, sapeva… Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Stati Uniti hanno cospirato per rovesciare il governo di Bashar al-Assad e armare i gruppi terroristici della regione perciò, incluso ciò che è divenuto lo SIIL.
Traduzione parziale dell’intervista a Jabar al-Thani: “Quando si ebbero i primi eventi in Siria, andai in Arabia Saudita e incontrai re Abdullah, gli relazionai secondo le istruzioni di sua altezza il principe, mio padre, e gli dissi che eravamo con loro e ci saremmo coordinati, ma che sarebbero stati responsabili. Non posso entrare nei dettagli ma abbiamo documenti completi e tutto ciò che è stato inviato in Siria, passando per la Turchia in coordinamento con le forze statunitensi, e il tutto veniva distribuito dai turchi e dalle forze statunitensi… E noi, e tutti gli altri eravamo coinvolti, i militari… forse ci furono errori e il sostegno fu dato alla fazione sbagliata… Forse c’era un rapporto con al-Nusra, è possibile ma io stesso non lo so… stavamo combattendo contro la preda (al-Sayda) e ora la preda è andata e ancora combattiamo… e Bashar è ancora lì. Voi (Stati Uniti e Arabia Saudita) eravate con noi nella stessa trincea… non ho alcuna obiezione che si cambi capendo di aver sbagliato, ma almeno informatene il partner… per esempio lasciare Bashar (al-Assad) o fare questo o quello, ma la situazione creata ora non permetterà mai alcun progresso nel GCC (Consiglio di cooperazione del Golfo) o qualsiasi progresso su qualsiasi cosa, se continuiamo a lottare apertamente“.
Gente, vi dico da giorni che il muro di contenimento attorno a Hillary Clinton crolla. Ora il Qatar, che non ha nulla da perdere, a questo punto, accusando di complicità l’amministrazione Obama, specialmente perché i sauditi gli si sono messi contro per farne il capro espiatorio del fallimento dell’insurrezione in Siria. Ma accusare direttamente CIA e dipartimento di Stato degli Stati Uniti, allora controllati da Hillary Clinton, è assolutamente la cosa peggiore da fare adesso. Quindi, cosa è successo agli 1,8 miliardi di dollari che Hillary trasferì in Qatar poche settimane prima delle elezioni? Qualcuno ancora pensa che sia la benvenuta? Penso che la frase operativa sia “Diavolo, mai!” Infatti, mi chiedo perché non sia stata vista lì nelle ultime settimane, non avendo un trattato di estradizione col Qatar…. e ora la risposta è evidente, il Qatar si prepara ad ogni evenienza, mentre molla l’intera operazione. Se dovesse continuare a subire il blocco finanziario e militare, allora tutti lo seguiranno fino in fondo. Questa è l’essenza del Dilemma del prigioniero. Finché non ci sarà sufficiente pressione su uno dei prigionieri, lo status quo può mantenersi e nessuno parlerà. Ma, una volta che l’attrito arriva al punto in cui il silenzio diventa solo un danno, l’intero edificio si sbriciola.
Hillary ha governato con la paura per più di 30 anni, prima in Arkansas e poi a Washington. Nessuno la teme più e nessuno prossimo a lei è morto la settimana passata; forse farsi avanti ed accordarsi è la cosa giusta. Il Qatar ha un futuro con Iran e Russia. L’unica cosa che non se visto, naturalmente, è il ruolo d’Israele in tutto questo. Al-Thani l’ha evitato.
Alla prossima.Traduzione di Alessandro Lattanzio