“Un piccolo intervento vittorioso”

Analisi dell’intervento dell’Arabia Saudita nello Yemen
Vojna Istorija Politika, 14 novembre 2017Intervento nello Yemen
La guerra nello Yemen è poco coperta dai media mondiali, la cui attenzione è attirata dai combattimenti in Siria e Iraq. Tuttavia, l’aggressione scatenata dalla coalizione a guida saudita contro la repubblica è uno dei più grandi conflitti armati del nostro tempo e ha messo in pericolo la vita di milioni di cittadini della repubblica. L’intervento nello Yemen fu il risultato della rivolta degli huti che rovesciò il presidente pro-sauditi Hadi nel gennaio 2015 e concluse un’alleanza con i sostenitori dell’ex-presidente Salah, dalla cui parte c’era l’esercito dello Yemen. Il 15 febbraio, gli huthi lanciarono l’assalto ad Aden, nel sud del Paese e nuova capitale delle forze fedeli ad Hadi. Il 21 febbraio, Hadi fuggì da Sana ad Aden, che però fu quasi completamente presa dagli huti il 25 marzo. Hadi fu costretto a fuggire dal Paese. L’avvento al potere degli huti, che professavano l’islam sciita e stabilirono immediatamente relazioni amichevoli con l’Iran, destò l’allarme nella vicina Arabia Saudita. Riyadh non poté perdonare i vicini per il rovesciamento del fantoccio Hadi. All’inizio di febbraio iniziò il trasferimento di truppe al confine con lo Yemen. La situazione fu aggravata dal fatto che le province yemenite che confinavano con l’Arabia Saudita erano abitate da sciiti, che, influenzato dai correligionari yemeniti, erano pronti alla rivolta contro Riyadh. Hadi si appellò ai sauditi e parlando alla Lega araba chiese l’ingresso di truppe straniere nello Yemen al fine di riprendere il potere. Quindi, il presidente in fuga divenne essenzialmente un collaborazionista dei sauditi.
A fine marzo 2015, l’Arabia Saudita formò una coalizione di Paesi arabi per intervenire nello Yemen. Per l’operazione venne formato un significativo gruppo aereo a cui fu assegnato il ruolo principale nell’intervento. Il gruppo aereo della coalizione comprendeva circa 100 aerei da guerra sauditi, tra cui F-15S, Tornado IDS e Typhoon, coadiuvati dalle aerocisterne A330 e da elicotteri di ricerca e salvataggio Cougar. I caccia Typhoon e F-15S erano equipaggiati di container per la designazione dei bersagli Damocles e da ricognizione DB-100, e armati di bombe guidate Paveway e JDAM. Le forze di supporto consistevano in UAV e aerei-radar E-3A e Saab 2000 Erieye. Il secondo contingente aereo era degli EAU, con 30 velivoli, tra cui F-16E/F, Mirage 2000 e almeno un aerocisterna A330. Altri tipi di velivoli erano 15 caccia F/A-18C del Quwayt, 10 Mirage-2000 del Qatar, 15 caccia F-16 del Bahrayn, 6 dell’Egitto, 6 del Marocco e 6 della Giordania e 3 bombardieri Su-24M del Sudan.
A prima vista, l’operazione della coalizione saudita sembrava destinata al successo. L’esercito saudita, che aveva uno dei più grandi budget del mondo, era semplicemente pieno di armi moderne. I partner della coalizione Qatar, Quwayt e Emirati Arabi Uniti non erano di molto inferiori ai sauditi. Tuttavia, nonostante i costi enormi e l’acquisto di armi moderne, l’esercito saudita non aveva esperienza in combattimento, e in effetti era un colosso dai piedi d’argilla. Anche prima dell’inizio dell’operazione, molti analisti menzionarono questo fattore, e sottolinearono che a causa delle numerose guerre civili, gli yemeniti superavano seriamente la coalizione nell’esperienza operativa. Numerosi esperti russi predissero che l’Arabia Saudita avrebbe avuto una lunga guerra nel territorio dello Yemen. Tuttavia, la realtà si rivelò anche peggiore per i sauditi. La guerra civile del 1994 nello Yemen trasformò il Paese in un mercato delle armi. Lo Yemen era letteralmente imbottito di armi degli anni ’70-’80. È interessante notare che carri armati statunitensi M-60 e carri armati sovietici T-80BV acquistati in Bielorussia, erano nelle forze armate della repubblica. In grandi quantità c’erano carri armati T-55 e T-62 prodotti nell’URSS, così come T-55AM2 di produzione ceca. Dopo il rovesciamento del regime Hadi, lo Yemen ricevette una grande quantità di armi dall’Iran. Queste forniture aumentarono drasticamente il numero di armi anticarro degli huti e che svolsero un ruolo enorme. Con nostro grande dispiacere, la difesa aerea della Repubblica era poco sviluppata, i sistemi SAM e radar sovietici degli anni ’70 non erano in grado di respingere le massicce incursioni della coalizione saudita. Inoltre, lo Yemen mancava di aerei moderni. Le due dozzine di MiG-29 disponibili non potevano resistere all’aeronautica della coalizione, perciò la parte dell’esercito dello Yemen fedele a Salah non cercò di combattere per la supremazia aerea. Inoltre, l’Esercito yemenita era armato di sistemi missilistici Scud, Tochka-U e R-17, così come di sistemi missilistici terra-terra consegnati dall’Iran. Le forze armate yemenite possedevano sistemi missilistici anti-nave sovietici e iraniani. Il vantaggio principale degli huti e dei sostenitori di Salah rispetto la coalizione araba era l’esperienza di combattimento e un alto livello di addestramento. Un ruolo significativo fu svolto anche dagli istruttori iraniani impegnati nella preparazione delle forze anti-saudite. Inoltre, una parte significativa degli alti ufficiali yemeniti fu addestrata da specialisti sovietici. L’istruzione appresa in epoca sovietica, fu presto dimostrata agli interventisti.
Il 25 marzo, l’aviazione della coalizione lanciò le operazioni contro lo Yemen, soprannominata “tempesta della determinazione”. Prima di tutto, furono colpite le basi aeree yemenite, così come le posizioni di SAM e stazioni radar nelle vicinanze di Sana. Le forze aeree della coalizione agirono nelle migliori tradizioni dell’aviazione statunitense, sopprimendo l’aviazione e la difesa aerea del nemico, assicurandosi in tal modo la supremazia aerea. Per ragioni tecniche, un caccia saudita si schiantò, fu la prima perdita della coalizione durante la campagna. Tuttavia, nonostante i massicci attacchi aerei, gli huti guadagnarono il controllo di altri territori: il 31 marzo, i sostenitori di Hadi furono espulsi dal centro amministrativo della provincia di al-Dali. Il 6 aprile, gli huti presero il porto di Aden. Seri combattimenti vi furono nella provincia di Taiz. Sotto il controllo dei sostenitori di Hadi rimasero solo le province orientali e nord-orientali del Paese. Durante questo periodo, i terroristi di al-Qaida (AQAP) SIIL operanti nello Yemen fin dai primi anni 2000 si attivarono nelle retrovie dei sostenitori di Hadi, i cui militanti locali, dopo essere giunti al potere, giurarono fedeltà ad al-Baghdadi. Di fatto, gli islamisti scatenarono la guerriglia dietro i sostenitori di Hadi, che tuttavia non gli impedì di combattere gli huti, che entrambe le organizzazioni terroristiche considerano i principali nemici nello Yemen. Il 21 aprile, l’aeronautica della coalizione effettuò 2300 sortite, assicurandosi il dominio nell’aria. Tuttavia, le perdite degli huti e dell’esercito yemenita causate dagli attacchi aerei durante questo periodo si rivelarono modeste, il che gli permise di continuare l’offensiva, espandendo il territorio controllato. Lo stesso giorno, la coalizione annunciò la fine dell’operazione Tempesta della determinazione e l’inizio di una nuova fase della campagna chiamata Ritorno della speranza. Durante questo periodo, il numero di attacchi aerei contro gli huti aumentò drammaticamente. Inoltre, le forze aeree della coalizione inflissero una serie di attacchi alle città controllate dal nemico, che provocarono numerose vittime civili e la distruzione delle infrastrutture civili. L’aviazione saudita cercò d’indurre i civili ad opporsi agli huti con gli attacchi aerei, la cui presenza negli insediamenti sarebbe stata causa. A fine agosto, a seguito di attacchi aerei, furono uccisi circa 2000 civili. Huti e l’esercito yemenita avrebbero continuato a reagire. Nel maggio 2015 iniziarono le incursioni delle unità yemenite nelle province dell’Arabia Saudita al confine con la Repubblica. Qui un ruolo enorme fu svolto dal morale estremamente basso dell’esercito della monarchia mediorientale. Spesso, i soldati sauditi semplicemente abbandonarono le postazioni di frontiera, attaccati dagli huti, lasciando armi e attrezzature. Particolarmente acuto per i sauditi fu la situazione nella provincia di Najran, dove la popolazione sciita locale, col sostegno degli huti, effettivamente si ribellò a Riyadh. A fine maggio, unità dell’esercito yemenita iniziarono a lanciare attacchi missilistici sul territorio saudita, usando prima i missili Scud e poi i missili Tochka-U più avanzati. Il 25 maggio, a causa dell’attacco ala base aerea Qamis Mushayt, nella provincia di Asir, diversi aerei sauditi furono distrutti nella base, secondo dati non ufficiali: i sistemi “Patriot” dei difesa aerea dell’Arabia Saudita intercettarono solo un quarto dei missili.
Nel maggio 2015 si rinnovarono i feroci combattimenti per Aden. E insieme ai sostenitori di Hadi nei combattimenti urbani parteciparono attivamente le forze speciali saudite. A luglio, i sostenitori di Hadi con l’appoggio degli interventisti ripresero il controllo del porto di Aden, dove il trasferimento di mezzi corazzati della coalizione iniziò immediatamente. Il 14 luglio, i sostenitori di Hadi rivendicarono il pieno controllo su Aden, anche se in realtà i combattimenti continuarono per tutto il mese. I continui contrattacchi degli huti rallentarono l’avanzata del nemico, mentre nella base aerea al-Anad, 60 km a nord di Aden, si svolsero battaglie feroci. Gli interventisti riuscirono ad occupare la base solo dopo il trasferimento nell’area di carri armati AMR-56 Leclerc delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, che giocarono un ruolo chiave nell’assalto. Nel corso delle battaglie per la base aerea, i Leclerc dimostrarono un’elevata protezione, alcun carro armato fu distrutto dalle armi anticarro e anche all’inizio di agosto, attraverso le province settentrionali dello Yemen, grandi forze di sostenitori di Hadi entrarono nel territorio del Paese, sostenute da unità regolari dell’esercito saudita. Nello stesso periodo le incursioni degli huti continuarono nelle province di frontiera dell’Arabia Saudita, e il più “avanzato esercito del mondo” perse almeno 8 carri armati, tra cui gli Abrams distrutti il 6 agosto. La caduta di Aden fu forse il più grande successo della coalizione nell’intera guerra. Inoltre, le azioni aeree della coalizione causarono perdite tangibili ai sostenitori di Salah, che persero in questo periodo circa 30 veicoli corazzati. L’avanzata territoriale degli huti cessò. Durante questo periodo, la coalizione perse un F-16 dell’Aviazione marocchina nella provincia di Sada, oltre a tre elicotteri AN-64 Apache, due dei quali abbattuti nella provincia saudita di Najran, e un altro nella provincia yemenita di Marib. L’offensiva guidata dalla coalizione lungo la strada Aden-Abyan causò agli interventisti gravi perdite di blindati. Fu lì che un BMP-3 fu distrutto con un gruppo di sostenitori di Hadi. Il 25 agosto nella provincia di Bayda furono distrutti da un’imboscata dei blindati degli Emirati Arabi Uniti. I militari degli Emirati persero immediatamente 11 MUP Oshkosh, alcuni dei quali abbandonati dagli equipaggi e successivamente bruciati dagli huti. Dei blindati furono catturati e fatti sfilare in una parata militare del 24 agosto. Gli huti distrussero 2 carri armati Abrams nella provincia di Jizan, e la spettacolare esplosione di munizioni di uno dei carri armati fu ripresa in un video che scioccò i fan degli Abrams di tutto il mondo; il 2 agosto a Jizan, altri 2 Abrams furono distrutti. A fine agosto, il blitzkrieg della coalizione divenne un fiasco completo: i difensori e gli interventisti di Hadi rimasero bloccati in aspre battaglie nelle province di Taiz, Marib e Bayda. Le perdite contarono decine di veicoli corazzati: il 4 settembre, a seguito del lancio di un missile “Tochka-U“, 52 militari degli Emirati Arabi Uniti, 10 soldati sauditi e 5 cittadini del Bahrayn furono uccisi nella base della coalizione di Marib. Il numero totale di morti, tenendo conto dei sostenitori di Hadi, superò i 100. Un gran numero di mezzi corazzati e autoveicoli fu distrutto e a metà settembre più di 20 blindati sauditi furono distrutti a Marib in tre giorni. Le gravi perdite di soldati costrinsero il comando della coalizione a sostituirli con sostenitori di Hadi. Inoltre, un contingente sudanese fu inviato nel conflitto; il suo governo aveva ricevuto importanti aiuti finanziari per impiegarne i soldati come carne da cannone nello Yemen. Dal settembre 2015, l’aviazione degli EAU iniziò a fornire supporto aereo ai sostenitori di Hadi, partendo dalle basi in Eritrea, riducendo significativamente il tempo di volo per gli attacchi aerei. Nel tentativo di ridurre il costo della campagna aerea, la leadership degli Emirati sempre più utilizzò negli attacchi aerei gli “Aerotractor” AT-802U, molto più economici di Apache e F-16. Nell’ottobre 2015, un contingente sudanese arrivò nello Yemen, e vi furono segnalazioni di mercenari colombiani che operavano nelle PMC regionali.
Nel 2016, la guerra nello Yemen divenne di posizione. Le forze di Hadi erano a mezzo chilometro nell’area di Taiz, ma gli huti non avevano abbastanza forza per tagliare completamente le comunicazioni dei collaborazionisti. L’aviazione della coalizione continuò ad attaccare obiettivi nello Yemen, causando centinaia di vittime tra i civili. Huti ed alleati dell’esercito yemenita continuarono i raid nelle province di confine dell’Arabia Saudita e compirono attacchi missilistici contro obiettivi in Arabia Saudita, eliminando decine di soldati aggressori. Gli islamisti delle organizzazioni terroristiche SIIL e AQAP, che presero il controllo di intere aree nel sud e nell’est del Paese, approfittarono della situazione. Il 1° ottobre 2016, un missile antinave huti colpì il trasporto veloce HSV-2 Swift degli Stati Uniti e noleggiato dagli Emirati Arabi Uniti, subendo danni significativi dopo un incendio. Successivamente, nel gennaio 2017, gli huti danneggiarono una fregata della Marina dell’Arabia Saudita. A metà giugno, a seguito di un attacco missilistico, una seconda fregata della Marina saudita subì danni significativi, ma rimase a galla. Nel 2017, anche i combattimenti nello Yemen furono di posizione. A maggio, il contingente sudanese, il cui governo, per ripagare i finanziamenti, utilizzava i soldati come carne da cannone nell’interesse di Riyadh, cercò di avviare una propria offensiva nel deserto del Midi, conclusasi con la completa distruzione dei mercenari africani. Nell’autunno 2017, huti ed esercito dello Yemen intrapresero un’offensiva nella provincia di Taiz, che portò a feroci battaglie di posizione, durante le quali nessuno ottenne un successo decisivo. In generale, al momento, entrambe le parti del conflitto sono in una situazione di stallo, incapaci di ottenere una vittoria decisiva. Gli huti controllano le province occidentali del Paese, inclusa la capitale. L’Iran fornisce un’estesa assistenza alle forze anti-saudite, conducendo efficacemente una “guerra ibrida” contro l’Arabia Saudita che tramite sostenitori di Hadi ed interventisti controlla le province meridionali e orientali. Nella retrovie della coalizione, gli islamisti di AQAP e SIIL dilagano, come esemplificato dal recente attentato ad Aden. In seguito a bombardamento e blocco della coalizione, lo Yemen è sull’orlo di un enorme disastro umanitario. La popolazione soffre fame e colera. Tuttavia, il mondo civile non bada a questi problemi proseguendo la cooperazione militare e tecnica con Riyadh.
Durante l’intervento, le perdite aeree della coalizione fu di 8 aerei, per lo più persi per ragioni tecniche, e almeno 14 elicotteri. Le vittime degli interventisti nelle forze armate sono silenziose, si sa solo che alla fine di settembre almeno 412 militari sudanesi furono uccisi nello Yemen. L’Arabia Saudita ha perso almeno 42 carri armati durante il conflitto, le perdite totali di blindati superano i 300 veicoli. Gli Emirati Arabi Uniti hanno perso almeno 150 veicoli corazzati. Le perdite totali degli interventisti sono stimate in migliaia di militari. Una piccola guerra vittoriosa si è trasformata in un grosso problema per Riyadh. “Il principale esercito della pace”, nonostante gli enormi finanziamenti, si è dimostrato non solo incapace di prendere il controllo del territorio dello Yemen, ma anche di proteggere il proprio territorio dalle incursioni via terra e missilistici dell’esercito dello Yemen. Lo Yemen è diventato un buco nero per i sauditi che, con i bassi prezzi del petrolio, esaurisce finanze, vite umane ed influenza regionale del regno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Siria e Russia chiedono agli USA di andarsene

Ziad Fadil Syrian Perspective 16 novembre 2017Con lo SIIL alle corde, il suo capo Abu Baqr al-Baghdadi probabilmente eliminato da un attacco dell’Aeronautica siriana a giugno ad al-Mayadin, e i piani per frantumare la Siria frantumati, il governo di Damasco e il Cremlino hanno inviato chiaramente detto agli Stati Uniti di andarsene dalla Siria, o altrimenti. Ci sono circa 4000 truppe statunitensi in missione di combattimento a sostegno delle milizie curde (con alcuni siriaci/assiri) che dichiarano di combattere lo SIIL. È il piano statunitense di rimanere in Siria a tempo indeterminato per coordinare la lotta alle guerriglie sostenute dall’Iran in appoggio all’Esercito arabo siriano. Questo per far contenti i sionisti nella Palestina occupata e a New York City/DC. Non c’è altra ragione plausibile per tale violazione della sovranità di un altro Paese. Ci si aspetta che gli Stati Uniti sostengano che la loro presenza in Siria sia per autodifesa. Aspettatevi che la bambola dell’anno Nikki “Rhandawa” Haley tiri fuori lo stesso argomento di fronte alla brutale verità della presenza neo-colonialista degli Stati Uniti in Siria. E cosa diranno gli inglesi? Oh, sospetto che si schierino con lo Stato di diritto, visto che tutti gli Stati membri, ad eccezione dell’entità dell’apartheid sionista, prenderanno la stessa posizione. Dopo tutto, gli inglesi hanno perso pazienza e foglie di fico nel loro assalto criminale al governo di uno Stato aderente all’ONU. Se gli Stati Uniti decidono di rimanere nonostante le richieste siriane, l’unica opzione rimasta a Damasco, dopo che il Dottor al-Jafari avrà indicato Haley, è attaccare le forze statunitensi con le milizie filo-iraniane come Hezbollah. Oltre a scavare un altro pozzo nero per le truppe statunitensi, potrebbe anche comportare l’intervento sionista in aiuto dell’alleato yankee nel momento del bisogno; dopotutto, il primo ministro sionista Mileikowski (detto Netanyahu) ha promesso di continuare ad attaccare la Siria per impedire all’Iran di avere una base presso le alture del Golan. Mileikowski, che affronta diverse indagini per corruzione e concussione, ha bisogno di qualcosa per distogliere l’attenzione; e quale modo migliore che portare l’Apocalisse? No, miei lettori, ci stiamo dirigendo verso un disastro di trumpiana grandezza. E se, come fanfanoreggia Trump, è intenzionato a trasformare la Corea democratica in un parcheggio per le Hyundai, sarà molto peggio per il popolo statunitense. E (sbadiglio), se Trump decide di rigettare l’accordo nucleare dell’Iran, allora saremo in piena catastrofe. E tutto questo per gli scarafaggi sionisti.
Russia e Cina si fregano le mani contente, perché ciò preannuncia la loro inesorabile ascesa ai vertici del potere globale. Sanno che gli Stati Uniti non possono combattere una guerra su 3 fronti. Uno scenario del genere produrrà un colpo di Stato a Washington (dimenticate l’impeachment) e si tradurrà nella dissoluzione degli Stati Uniti d’America. Sarà la riedizione di “Sette giorni a maggio”. A meno che il pubblico statunitense non s’interessi e i soldati statunitensi comincino a tornare in sacchi di plastica in numero tale da umiliare la guerra in Vietnam. Di particolare interesse è il nuovo atteggiamento della Turchia nei confronti degli Stati Uniti. Non ci vuole un genio per capire che l’esercito turco si prepara ad aggredire le cosiddette SDF non appena capirà di poterlo fare senza uccidere soldati statunitensi. Ma deve camminare con cautela in questo campo minato diplomatico. L’invasione della Siria è esattamente questo e le ripercussioni internazionali potrebbero essere piuttosto nette. A meno che non riceva assicurazioni da Russia e Cina all’ONU, sarà molto cauto. Questo è un capitolo che va letto con sincero interesse.
Damasco: I terroristi nel Ghuta orientale leggono gli eventi in modo diverso. Ritengono che gli Stati Uniti si ritirino da Siria e Giordania. La debacle ad al-Tanaf è la prova che gli Stati Uniti non hanno il fegato di continuare. Ciò che i ratti non capiscono è che gli Stati Uniti non sono mai stati interessati a dargli potere, erano interessati solo a spodestare il Dottor Assad in modo da impedire che il gasdotto raggiungesse il litorale siriano, il che porterebbe al brusco declino dell’influenza statunitense in Europa. Se gli statunitensi sono nel nord-est della Siria, è solo perché vogliono bloccare l’estensione dell’oleodotto, non incoraggiare i ratti terroristi o l’opposizione dorata, mollati da Washington. E così, vedendo l’evidente, i ratti nel Ghuta orientale sferravano un feroce attacco alla base dell’amministrazione degli autoveicoli dell’Esercito arabo siriano ad Harasta. Il gruppo che si fa chiamare Ahrar al-Sham, aveva attaccato usando tunnel scavati abilmente per sorprendere i difensori. Quello che accadde invece fu la reazione dell’Esercito arabo siriano, improvvisa e ancora più feroce, respingendo l’attacco ed eliminando 36 ratti. L’Aeronautica Militare russa decollava subito per bombardare i tremebondi avvoltoi terroristici.
Hama: Il principale cecchino di “carri armati” del gruppo terroristico che si fa chiamare Jaysh al-Iza, veniva liquidato a nord di Hama. Si diceva che fosse il re dei sistemi missilistici TOW progettati per distruggere blindati e carri armati. Bene, il Sarab-1 sviluppato dalla Siria ha messo fine alla sua “gloriosa” carriera quando il capitano di un carro armato dotato del Sarab aveva “fatto cadere” il proiettile in arrivo. Dato che il terrorista era seduto in una trincea e osservava gli eventi, divenne un bersaglio facile per l’artigliere del T-72 spazzando via la bestiaccia. Come si chiamava il terrorista? Hamud Ahmad al-Hamud.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le operazioni ad al-Buqamal

L’8 novembre, l’Esercito arabo siriano accerchiava al-Buqamal, a sud-est di Dair al-Zur, e quindi poche ore dopo, Esercito arabo siriano, Hezbollah e milizie irachene liberavano al-Buqamal, l’ultima roccaforte dello SIIL in Siria, a pochi chilometri dal confine con l’Iraq.
Il 9 novembre, le forze siriane liberavano la base aerea al-Hamadan e al-Suqriyah, a nord-ovest di al-Buqamal, liberava i villaggi al-Huri e al-Suih, ad ovest di al-Buqamal, e liberavano il campo petrolifero Aqash, a sud di al-Buqamal.
Il 12 novembre, le forze dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco di un gruppo dello SIIL sul quartiere centrale di al-Buqamal. Aerei e artiglieria siriani bombardavano le posizioni de SIIL a nord di al-Buqamal, causando gravi perdite ai terroristi, tra cui l’eliminazione di diversi capi islamisti nelle aree occupate. Quando l’Esercito arabo siriano liberava al-Buqamal, veniva accertata la cooperazione diretta tra coalizione degli Stati Uniti e terroristi dello SIIL, quando numerosi gruppo armati islamisti fuggirono da al-Buqamal per il Wadi al-Sabha al confine tra Siria e Iraq. Il comando del raggruppamento russo in Siria inviò due richieste al quartier generale della coalizione degli Stati Uniti per effettuare un’operazione per eliminare i convogli dello SIIL sulla sponda orientale dell’Eufrate. Gli statunitensi si rifiutarono di attaccare i terroristi perché “si erano arresi volontariamente” in conformità alla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. Tuttavia, gli statunitensi non risposero alla domanda posta dai russi sul perché i terroristi lasciassero la Siria a bordo di mezzi da combattimento e con armamenti pesanti, per raggrupparsi nei territori controllati dalla coalizione statunitense da cui prepararsi ad attaccare l’EAS presso al-Buqamal. Inoltre, per evitare che i terroristi venissero attaccati dai velivoli russi e siriani, gli aerei statunitensi cercarono d’interferire con le operazioni delle forze aeree russa e siriana. Velivoli statunitensi entrarono per 15 chilometri nello spazio aereo siriano sulla zona di al-Buqamal per impedirle. L’offensiva dell’EAS su al-Buqamal aveva sconvolto i piani statunitensi per imporre il controllo degli Stati Uniti sulla riva orientale dell’Eufrate, mentre i terroristi dello SIIL avrebbero agito col supporto di Stati Uniti e SDF. Furono trovate prove ad al-Buqamal che indicavano che terroristi si erano travestiti anche da miliziani delle SDF. Gli Stati Uniti coprivano i gruppi armati dello SIIL per permettergli di riprendersi, rischierarsi ed intervenire di nuovo su ordine degli statunitensi. Tra l’altro, la BBC rivelava l’esistenza di un accordo segreto tra lo Stato islamico (SIIL) e le forze democratiche siriane (SDF) e Stati Uniti all’inizio dell’ottobre 2017. “La BBC ha scoperto i dettagli di un accordo segreto che ha permesso a centinaia di terroristi e loro famiglie di fuggire da Raqqa, sotto lo sguardo della coalizione anglo-statunitense e delle forze curde che controllavano la città. L’accordo per lasciare che i terroristi sfuggissero da Raqqa, capitale del loro califfato, fu organizzato da funzionari locali, dopo quattro mesi di combattimenti che avevano devastato e spopolato la città“. Circa 3750 terroristi avevano potuto lasciare Raqqa.
Intanto, il 13 novembre, le unità siriane liberavano l’area di Tal Qufran, a sud-ovest di Zabyan, avanzando per 30 chilometri a sud di al-Mayadin. La SAAF bombardava le difese dello SIIL presso al-Buqamal, eliminando numerosi terroristi, inclusi diversi capi che avevano guidato la rioccupazione del quartiere centrale di al-Buqamal, tra cui Hazam al-Barqash, membro della shura dello SIIL, Hani al-Thalji, Abu Manzar Shishani e Abu Muhamad Safi. Il confine tra al-Buqamal e al-Tanaf veniva liberato dalle forze governative irachene e siriane, dopo che le forze irachene liberavano Aqlah Suab e la base al-Qamunat, e le unità siriane le mazrah Wadi al-Suab e Fiz al-Baj.

Sorprendenti sorprese a Raqqa: i “tesori” presi dall’Esercito arabo siriano

Enqaz Syria, 2 novembre 2017La battaglia più difficile e più importante per Washington è la presenza senza precedenti dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati per controllare T2, la leva per avanzare verso le città di confine attraverso il Badiyah. Allo stesso tempo, la battaglia per la liberazione di al-Qaim in Iraq è stata lanciata dall’altra parte del confine, dove le forze irachene e i combattenti popolari si preparano ad assaltarla in qualsiasi momento, dopo averne raggiunto la periferia. Su entrambi i lati del confine siriano-iracheno, Washington insegue Damasco e gli alleati nella corsa ad al-Buqmal, mobilitando per la battaglia tutte le capacità logistiche e d’intelligence per impedirne la risoluzione a vantaggio dell’Asse della Resistenza, come rivelava un ex- ufficiale della Marina Militare statunitense, basandosi su rapporti d’intelligence secondo cui il comandante della Forza al-Quds della Guardia rivoluzionaria iraniana, Generale Qasim Sulaymani, aveva preparato una sorpresa “di calibro”. I separatisti curdi Ishiah in Siria ricevevano informazioni su un imminente grande evento militare dopo che gli eserciti siriano ed iracheno, e loro alleati, liberavano al-Buqamal e al-Qaim, collegando i confini siriano e iracheno. L’ex-ufficiale statunitense probabilmente riceveva informazioni da Washington su un piano dell’intelligence concluso a Damasco, alla presenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Maggior-Generale Mohammad Baqari, atterrato nella capitale siriana due settimane prima alla guida di una delegazione militare iraniana di alto livello, e durante cui completava con l’omologo siriano il piano per liberare al-Buqamal e collegare il confine siriano ed iracheno, dove gli statunitensi hanno mobilitato molte risorse militari dopo aver assicurato il passaggio a un gran numero di combattenti “ospiti”. Un gruppo di combattenti tribali fu diretto ad al-Buqmal per formare una potente forza dotata di sofisticate armi e mezzi di comunicazione statunitensi, sufficiente ad affrontare Esercito arabo siriano ed alleati per rimescolare le carte sul fronte orientale siriano, dove si vincono le battaglie più importanti di tutte. D’altro canto, una fonte vicina alla sala operativa degli alleati dell’Esercito arabo siriano, sottolineava che la mobilitazione statunitense per al-Buqamal per impedire il congiungimento del confine siriano-iracheno, non è paragonabile a ciò che Damasco ed alleati hanno preparato per questa battaglia. Recentemente, Washington ed alleati circondavano del silenzio ufficiale statunitense-“israeliano”:
1 – Il colpo del processo della restaurazione irachena a Qirquq, che ha sorpreso Washington e Tel Aviv; poche ore dopo che il comandante della Forza al-Quds delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Generale Qasim Sylaymani, arrivava in Iraq, spazzava via i loro sogni sull’istituzione dello Stato curdo, costringendoli dopo poche settimane ad abbandonare Masud Barzani, dopo che aveva dichiarato che Qirquq era “il santuario del Kurdistan”.
2 – Il lancio dei missili siriani il 16 ottobre contro un velivolo “israeliano” che precipitava sul confine libanese, negato dai media ebraici che parlavano di “difetto tecnico” dovuto a una collisione con un uccello… In particolare l’azione della difesa aerea siriana coincise con la visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu nella Palestina occupata, per portare un importante messaggio russo “a chi vuol sentire”. L’Esercito arabo siriano non si fermava, a questo punto; un altro colpo a statunitensi ed “israeliani” passava col sequestro dell’arsenale, abbandonato dall’organizzazione “SIIL” durante la fuga dei suoi capi e combattenti dalla città di al-Mayadinm quando l’esercito vi entrò, conservato nei depositi e nelle fortificazioni difficili da penetrare e comprendente sistemi di comunicazione e ricognizione statunitensi e “israeliani”, presentato al pubblico come bottino preso dalle forze siriane, un colpo simile a quello inflitto durante la battaglia per la liberazione di Aleppo, quando le unità dell’Esercito arabo siriano sequestrarono grandi quantità di armi statunitensi inviate da Washington ai terroristi “prima” della vittoria, giunte nel momento in cui la città veniva investita da militari ed alleati. Il successo dell’intelligence siriana fu notevole quando arrestò una squadra dell’intelligence inglese in Siria, che negli ultimi anni ebbe il compito di assassinare molti scienziati e militari della Siria, ottenendo, con questo risultato, la liquidazione dell’agente inglese ad al-Raqqa che lavorava con lo SIIL, “Qadis”, nome in codice di Grace Harris, eliminata con una bomba; ma i rapporti occidentali rivelavano che l’Esercito arabo siriano conosceva “decisamente” la realtà dei fatti.
Damasco è consapevole dell’interesse di Washington e dei Paesi della NATO, oltre che d'”Israele”, per una base in questa città, dove si è scoperto che anche Riyadh è entrata per rafforzare l’influenza dei separatisti curdi nella Siria nordorientale, e la visita del ministro saudita Thamir al-Subhan di due settimane fa prova tale sostegno, in coincidenza con la politica d'”integrare gli israeliani” sui curdi in Siria, dopo la disintegrazione del sogno d’istituire uno Stato curdo in Iraq, consentendo a Tel Aviv di lanciare una pipeline per rubare il petrolio siriano dalle aree d’influenza curda e trasferirlo in “Israele” attraverso la Giordania. Sullo sviluppo delle basi militari statunitensi e francesi a Raqqa viene sollevato un grosso interrogativo dalle gravi informazioni che rivelano l’intenzione di disimpegnare la NATO nel breve periodo dalla base turca d’Incirlik. Pertanto, la “stupidità” dei separatisti curdi in Siria, non comprendendo il messaggio del “colpo della restaurazione a Qirquq”, come prima versione per “disciplinare” i loro compari del Kurdistan iracheno, una seconda versione “disciplinare” è pronta e li aspetta. Secondo un esperto militare russo, la battaglia per “eradicare” l’influenza dei separatisti curdi in Siria è inevitabile. Questo si aggiunge alle relazioni confermate dal Centro studi FIRIL secondo cui la prossima battaglia con la milizia Qusd partirà da al-Hasaqah. Tuttavia, le informazioni più importanti sono quelle nominate da una fonte militare russa, secondo cui dopo la fine delle battaglia di al-Buqmal inizierà lo scenario più importante della storia della guerra siriana, comportando, in sostanza, la riapertura delle ambasciate occidentali a Damasco il prossimo anno, incoronata dalla visita senza precedenti di un capo di Stato nella capitale siriana, per incontrare il Presidente Bashar al-Assad.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Qatar: è il momento delle confessioni…

Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 28 ottobre 2017Non fu che nell’aprile del 2016 che si sentì l’ex-primo ministro del Qatar, Shayq Hamad bin Jasam o “HBJ”, affermare in un’intervista a Rula Qalaf del Financial Times [1]: “Voglio dire qualcosa per la prima volta… Quando iniziammo ad impegnarci in Siria nel 2012, ricevemmo via libera col Qatar alla guida (delle operazioni), perché l’Arabia Saudita non voleva farlo. Poi ci fu un cambio politico e Riyadh non ci disse che ci voleva retrocedere. Inoltre, ci ritrovammo concorrenti e non era un bene“. Sulla Libia è vergognoso che HBJ riassumesse l’aggressione omicida degli alleati con tale odiosa metafora: “C’erano troppi cuochi, il piatto si rovinò“! Ciò che HBJ non disse è che il via libera statunitense-sionista passò col rosso perché le turpitudini del Qatar commesse in Siria, in stretta collaborazione con la Turchia e una fazione di Hamas attraverso al-Qaida e Fratellanza musulmana, non riuscirono a distruggere lo Stato siriano in pochi mesi come previsto. Ci torneremo…
Il 25 ottobre 2017 riservò le sue confidenze alla televisione ufficiale del Qatar “Masrah TV”. Intervista di 110 minuti su Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn; relazioni con Iran, Israele, Fratellanza musulmana; sostegno alle cosiddette rivoluzioni arabe, ecc. Intervista ritenuta “di grande importanza” dalla rete qatariota che riepiloga le sue dichiarazioni in queste poche righe:
– Deploro profondamente la creazione della rete televisiva “al-Jazeera”.
– Contattai gli sciiti del Bahrayn per una “riconciliazione”. Il problema fu risolto con la forza. Sono contrario a tale tendenza.
– Informammo re Abdullah dei nostri contatti con Gheddafi e delle sue cattive intenzioni verso l’Arabia Saudita.
– Ogni capitale degli Stati del Golfo deve avere un ruolo specifico al di fuori di qualsiasi confronto, l’Arabia Saudita è la sorella maggiore che deve proteggerci in quanto piccolo Paese.
– Con questa crisi, abbiamo dato spettacolo in tutto il mondo, mentre i nostri popoli che vivevano in armonia cominciano a litigare e ad insultarsi.
– Tutti vanno negli Stati Uniti, dando dati veri e falsi sui rispettivi Stati, informazioni che saranno uno di questi giorni usate contro tutti noi danneggiandoci”.
Sarebbe tedioso tornare su ciascuno di tali punti e molti altri omessi dalla lista, come ad esempio:
– Per ammissione del generale Petraeus degli Stati Uniti, l’ufficio dei taliban a Doha fu aperto su richiesta ufficiale degli Stati Uniti, per usarlo come “hub” dei negoziati per il recupero dei prigionieri. Nel 2003, dopo la demolizione del Grande Buddha, gli rifiutammo l'”ambasciata” nonostante la pressione degli Stati Uniti, dicendo che l’avremmo concesso a uno Stato riconosciuto a livello internazionale.
– Partecipammo alla guerra allo Yemen senza saperne la ragione. I sauditi ce lo chiesero e accettammo.
– Quando l’ambasciata saudita fu attaccata in Iran, ritirammo l’ambasciatore, mentre avevamo eccellenti relazioni con l’Iran, rispettandone intelligenza e diplomazia e siamo partner presso l’enorme giacimento di gas che condividiamo.
– Negli ultimi anni interrompemmo i rapporti con l’Iraq perché la politica saudita lo pretese. Ma adesso li abbiamo restaurati senza neppure dirlo al GCC! Restaurazione che approvo e che avrebbe dovuto essere fatta molto prima.
– Non abbiamo particolarmente sostenuto la Fratellanza musulmana. Avevamo solo relazioni interstatali quando Mursi era al potere in Egitto.
– Sulla registrazione delle conversazioni con Gheddafi sul cambio di regime in Arabia Saudita, HBJ è costretto ad ammettere che sono autentiche. Ma “nonostante il rispetto dovuto a una morte di cui non va detto che il bene”, l’accusò di aver defraudato gli EAU vendendogli una raffineria che non esisteva e di aver estorto il Qatar, senza dire altro.
– Su Israele, tutti sanno che: “Il suo reddito nazionale supera quello di qualsiasi Paese arabo, mentre non ha petrolio (!?)… ha cervello e quattro milioni di persone, di cui tre dalla doppia nazionalità, il che significa che possono emigrare ma rimangono perché hanno un obiettivo che cercano di raggiungere. Noi tutti ne cerchiamo l’amicizia e li temiamo. Chi di noi ancora parla della questione palestinese?… Parliamo solo delle modalità della normalizzazione… Conosco bene gli israeliani. Ho lavorato con loro e fui insultato per questo. Ma il nostro obiettivo era la pace… che la questione palestinese si sistemasse pacificamente a Gaza e Cisgiordania… Ora so che molti leader regionali trattano con loro e che molti incontri avvengono, alcuni nel Mar Rosso. Ma so anche che sono destinati al fallimento…
HBJ si chiede se, nonostante tale buona fede e precaria fedeltà, il comportamento dei suoi fratelli assedianti (Arabia Saudita, EAU, Bahrayn e Egitto) non rifletta la volontà d’imporre un cambio nella politica regionale. Una politica che il Qatar probabilmente approverebbe, a condizione che esista, sia chiaramente pianificata, associandosi o permettendogli di potervi aderire. Soprattutto dato che il Qatar gli ha dimostrato magnanimità: “I quattro fratelli avevano riconosciuto il cambio di regime avutosi in Qatar nel 1996… anche se non avevamo bisogno del loro sostegno perché era una decisione del nostro popolo [sic] e mentre sapevamo del complotto contro di noi, partecipammo al vertice di Muscat [2] l’anno prima… All’epoca, i militari di questi Stati assedianti che parteciparono al complotto furono catturati a Doha… Più tardi, re Abdullah chiese di liberarli e di voltare pagina. Sua altezza, il padre del principe attuale, rispose alla richiesta… cioè anche quando la tensione raggiunse il parossismo, mantenemmo un minimo di rispetto reciproco… Non toccammo i simboli e il tono non raggiunse mai il livello attuale...”
Non toccarono i simboli! A sentirlo, il Qatar ha solo cacciato in Siria, cucinato in Libia e salvato il popolo di Gaza dalle grinfie terrificanti d’Israele. E se ha perso la preda, non va dimenticato che non è l’unico colpevole e che i fratelli assedianti furono più che complici. In ogni caso, questo è ciò che pensiamo del suo discorso sulla Siria che riserviamo alla fine. Un discorso che non ci dice nulla che non sapevamo già, ma chi meglio del criminale conosce i dettagli del delitto? Anche se non racconta tutta la verità: “Non appena le cose iniziarono in Siria, andai in Arabia Saudita su richiesta del padre di sua altezza. Conobbi re Abdullah, Dio gli conceda la misericordia. Mi disse: “Siamo con voi, andate avanti e ci coordiniamo, ma avrete la responsabilità nelle vostre mani”. Ecco cosa facemmo. Non voglio entrare nei dettagli… Abbiamo prove complete su tale argomento. Tutto passava dalla Turchia, tutto fu fatto in coordinamento con le forze statunitensi, i turchi, noi stessi e i nostri fratelli sauditi. Tutti erano presenti coi loro militari. Errori potrebbero essere stati compiuti in alcuni dettagli dell’aiuto, ma non con lo SIIL. Là si esagera! Ci può essere stata una relazione con Jabhat al-Nusra. È possibile. Per Dio, non lo so! Tuttavia, se fosse così posso dire che non appena fu decretato che Jabhat al-Nusra era inaccettabile, non fu più sostenuto e gli sforzi si concentrarono sulla liberazione della Siria… (qui) combattiamo per la preda… la preda è scomparsa… e ancora combattiamo per questa! E ora si hann uccisioni in Siria e Bashar è ancora là… Ora dite che Bashar può rimanere. Non siamo contrari. Non dobbiamo vendicarci di Bashar. Era nostro amico. Ma eravate con noi nella stessa trincea. Avete cambiato idea. Ditecelo!Fonte:
TV ufficiale del Qatar/ al-Haqiqa Show: “La verità”

Note:
[1] La confessione di Shayq Hamad, soprannominato HBJ, sulla Libia
[2] Il Qatar rifiuta la tutela di Riyadh sulla regione del Golfo

Traduzione di Alessandro Lattanzio