Federalismo in Siria: Whashington, Parigi e Berlino ancora manovrano?

Zayd Hashim, Global Research, 19 settembre 2017

Il 18 settembre, alla domanda sul referendum curdo previsto il 25 settembre dal clan Barzani in Iraq, Jean-Yves Le Drian rispose: “Siamo già in Iraq che si prepara al dopo-SIIL. E per noi, dopo lo SIIL si presuppone una governance politica inclusiva, rispettosa della costituzione irachena e quindi della sua dimensione federalista, rispettosa delle comunità che la compongono e dell’integrità territoriale dell’Iraq. Questo è il messaggio che ho dato al Primo ministro Abadi a fine agosto, visitando Baghdad. Anche questo è quanto ho detto chiaramente al presidente Barzani. Nella costituzione irachena (imposta dall’invasione statunitense) vi sono elementi importanti dell’autonomia costituzionale del Kurdistan. Questi elementi vanno rispettati, convalidati e protetti, ed è nel dialogo tra Baghdad e Irbil che può avvenire. Mi sembra che qualsiasi altra iniziativa sia inopportuna” [1]. La Francia sarebbe quindi per la dimensione federalista e l’integrità territoriale dell’Iraq. E sulla Siria, oltre a riaffermare l’impegno “nella lotta all’impunità degli autori degli attacchi chimici“, che sarebbero dovutamente le autorità siriane, nonostante le prove contrarie e la “nota falsa” [2] del predecessore di Le Drian al ministero degli Esteri?
Ecco un’informazione del 17 settembre. Il futuro ne giudicherà pertinenza o assurdità. In sintesi:
secondo fonti non specificate, “Firil Center for Studies” (FCFS) di Berlino ha appreso che sono in corso negoziati tra curdi siriani e iracheni da un lato, e Washington, Berlino e Parigi dall’altro, che porterebbero i curdi siriani a dichiarare la “federalizzazione” della Siria contro il rinvio per due anni del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Pertanto, i curdi iracheni potrebbero annullarlo. Le stesse fonti avrebbero affermato che se tali negoziati avessero successo, la dichiarazione curda siriana verrebbe emessa quanto prima e riguarderebbe il governatorato di Hasaqah (il territorio dell’ex-provincia di Jazirah) comprendente i distretti di Hasaqah, Maliqiyah, Qamishli e Ras al-Ayn), nonché parte dei governatori di Raqqa e Dayr al-Zur. Un video accompagna l’articolo ribadendo certe verità deliberatamente ignorate da chi parla di Kurdistan siriano mai esistito. Si ricorda infatti che fino al maggio 1925 i curdi rappresentavano meno del 2% della popolazione siriana, improvvisamente saliti al 10% dopo la repressione turca della rivolta curda guidata da Shayq Said Piran contro il governo di Ataturk [3], che spinse 300000 curdi a rifugiarsi nelle province di Jazirah, a nord di Aleppo, Ayn al-Arab (Kobané secondo i curdi) e Ifrin. A sostegno di tali affermazioni, la testimonianza dell’osservatore tedesco Christoph Neumann [4] e altri documenti storici che dimostrano le origini assire e/o armene e/o arabe di queste città nel nord della Siria, senza alcuna traccia di presenza curda prima degli anni ’20. I curdi siriani che hanno autorizzato le basi militari straniere in Siria sono pertanto caduti nella trappola israeliano-statunitense-europea finanziata da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. A meno che non si liberino dai loro capi, resteranno le marionette delle grandi potenze e purtroppo ne saranno le vittime, proprio come i curdi iracheni, perché le cose non andranno sicuramente come prevedono…

Dottor Zayd M. Hashim, Redattore del Centro Studi Firil 17 settembre 2017
Tradotto dall’arabo da Mouna Alno-NakhalNote:
[1] Jean-Yves Le Drian – conférence de presse à l’Assemblée générale des Nations Unies
[2] Crise syrienne: la note falsifiée du gouvernement français
[3] Shayq Said Piran
[4] “Kleine Geschichte der Türkei”, von Klaus Kreiser und Christoph K. Neumann

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Curdi sempre più nell’angolo

Alessandro Lattanzio, 19/9/2017Nei giorni dei combattimenti a Dayr al-Zur, la propaganda filo-curda diffondeva notizie false sullo SIIL che riusciva ad abbattere aerei siriani, esibendo come prova foto di aerei abbattuti in Libia nel 2011. La fonte di tali notizie, utilizzate dai curdi, era l’agenzia di propaganda dello Stato islamico al-Amaq, adusa a diffondere foto e video vecchi e/o manipolati per ‘testimoniare’ le ‘vittorie’ dello SIIL. Assieme alla falsa notizia sul presunto bombardamento russo-siriano di truppe curde a nord di Dayr al-Zur, tali false notizie, apparse subito dopo che l’Esercito arabo siriano liberava Dayr al-Zur e attraversa l’Eufrate, rientrano in una campagna di disinformazione volta a denigrare le operazioni anti-SIIL della coalizione siriano-iraniano-russa. Tale campagna si compone di 3 parti:
– False notizie sulle perdite delle forze siriane ed alleate (con segnalazioni su “soldati russi uccisi”);
– Accuse su vittime civili e azioni ostili contro le “forze della democrazia” da parte di Siria, Russia o Iran;
– Dichiarazioni delle SDF di avere diritto alla “difesa legittima” dagli USA contro EAS ed alleati sulla riva occidentale dell’Eufrate (dopo aver minacciato di non consentire alle forze governative di attraversalo).
Ciò rientra in quello che appare sempre più un disastro geopolitico cercato e voluto dalle forze democratiche siriane (SDF), su istigazione degli Stati Uniti, che per arruolarle le hanno fatto indottrinare dagli anarchici comunitaristi statunitensi legati a Boockhin. Inoltre, le SDF ora accusano la Turchia di cooperare con l’alleanza siriano-iraniano-russa e di ave ‘venduto’ territori siriani, come la provincia d’Idlib, alla Siria…
Abu Araj, vicecapo del Jaysh al-Thuar, facciata arabo-islamista delle SDF, rimproverava la Turchia di aver partecipato ai colloqui sulla Siria nella capitale kazaka di Astana assieme a Siria, Russia e Iran, e di aver venduto la provincia Idlib ed altre aree “al regime siriano e ai suoi sostenitori“, accusando Ankara di aver permesso il cessate il fuoco in Siria, e di aver contribuito a creare le zone di de-conflitto nella provincia di Idlib. “La Turchia ha venduto molte aree siriane al regime siriano e ai suoi sostenitori, ripetendo lo scenario di Daraya, Muadamiyah al-Sham, al-War, al-Zabadani e Aleppo cedute al regime siriano e ai suoi alleati, dopo aver promesso al popolo siriano di combattere e rovesciare Assad”; così accusando Ankara di non aver rovesciato il Presidente Bashar al-Assad ed invitando i terroristi che occupano Idlib a contrastare le forze favorevoli all’accordo di de-escalation nella provincia, chiedendo di sostenere Hayat Tahrir al-Sham (al-Qaida in Siria). In altre parole, secondo le SDF, la Turchia è colpevole per aver scelto di partecipare ai negoziati diplomatici per risolvere la crisi siriana, invece di continuare i tentativi per rovesciare il governo di Assad e, quindi, di aver permesso all’alleanza siriano-iraniano-russa di combattere lo SIIL.
La paura dei curdi di esser abbandonati dal loro nuovo sponsor, Washington, in effetti diventa sempre più reale. Il Presidente dello Stato Maggiore Generale russo, Generale Valerij Gerasimov, e il Presidente dei Capi di Stato Maggiore Riuniti degli Stati Uniti, Generale John Dunford, trascorrevano più di un’ora al telefono, il 17 settembre, discutendo sui modi per riallacciare le comunicazioni militari in Siria. Ciò in risposta ai problemi causati dalle fazioni attive in Siria che nell’ambito delle comunicazioni militari sul campo sono un problema ricorrente, soprattutto per gli Stati Uniti. Ma il fatto che ciò non fosse l’unico tema di questi colloqui veniva indicato dalle contemporanee comunicazioni dirette tra Rex Tillerson e Sergej Lavrov sulla Siria. Nel frattempo, la Turchia avviava le esercitazioni militari a Silopi e Habur, nella provincia di Sirnak, al confine con l’Iraq, schierando equipaggiamenti e truppe al confine con l’Iraq in vista del referendum per l’indipendenza della regione del Kurdistan, previsto per il 25 settembre. L’unico Paese che supporta ufficialmente tale processo è Israele, e difatti il vicepresidente dell’Iraq Nuri al-Maliqi dichiarava che Baghdad non tollererà la creazione di un “altro Israele” nell’Iraq settentrionale con il prossimo referendum. La dichiarazione fu rilasciata dopo un incontro tra al-Maliqi e l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Douglas A. Silliman. “Non permetteremo la creazione di un secondo Israele nell’Iraq settentrionale. Il referendum avrà pericolose conseguenze per la sicurezza, la sovranità e l’unità dell’Iraq. Perciò dovrebbe essere annullato o rinviato per incostituzionalità“. Al-Maliqi dichiarava anche che governo e Parlamento iracheno adottavano misure immediate per “evitare questo pericoloso sviluppo per proteggere l’unità, l’integrità e gli interessi di tutti gli iracheni e la sovranità del loro Paese“. In precedenza, l’Iran annunciava la chiusura del confine con il Kurdistan iracheno, nel caso proclami l’indipendenza.
Il parlamento iracheno rifiutava il referendum sull’indipendenza curda, in quanto viola gli articoli 50 e 109 della Costituzione irachena che affermano che i deputati devono lavorare per assicurare l’unità e la sovranità dell’Iraq. Il parlamento chiedeva al governo iracheno di proteggere l’unità dell’Iraq e di adottare tutte le misure necessarie a tale scopo. Ed a Qirquq, i rappresentanti curdi al governo locale votavano a favore della partecipazione al referendum, mentre i rappresentanti turcomanni e arabi nel Consiglio provinciale lo boicottavano. Nonostante ciò, il governatore di Qirquq, Karim, dichiarava che “turcomanni e arabi che hanno boicottato la riunione non rappresentano i loro popoli“. Majid Izat, del partito turcomanno, rispondeva che “Coloro che hanno boicottato la riunione (a supporto del referendum) sono i veri rappresentanti del nostro popolo. Gli altri, turcomanni, arabi o cristiani, sono membri del partito curdo e sono presenti sulle sue liste elettorali locali. Sono stati imposti dai curdi e ne seguono la politica“. Aziz Umar, analista politico turcomanno, dichiarava che durante il regime di Saddam in Iraq, c’erano partiti curdi a Baghdad, ma i “veri partiti curdi” non li riconoscevano. “Dicevano che i partiti curdi di Baghdad erano falsi partiti di regime; e ora i principali partiti curdi hanno iniziato a fare la stessa cosa, dopo la caduta del Baath nell’aprile 2003, istituendo e finanziando molti partiti turcomanni nella città di Irbil e nelle cosiddette aree controverse, per imporvi la politica curda“.
Il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi respingeva l’iniziativa del Consiglio di Qirquq, perché Qirquq e le altre aree controverse non fanno parte del Kurdistan iracheno. Hadi al-Amiri, a capo dell’Organizzazione Badr, chiedeva ai curdi di scegliere tra referendum o Costituzione mentre Muhamad Tamim, rappresentante arabo di Qirquq, dichiarava “I veri rappresentanti degli arabi a Qirquq sono quelli eletti dagli arabi nella provincia e che rifiutano il referendum. Ho sentito che i curdi usano il referendum per spingere Baghdad ad accettare le loro condizioni, in particolare sulle finanze, ma dovrebbero versare a Baghdad 28 miliardi di dollari dai proventi del petrolio di Qirquq“. Il deputato Imad Yuqana, cristiano di Qirquq, e Muhamad Mahdi al-Bayati, politico turcomanno e comandante dell’organizzazione Badr, denunciavano i tentativi dei curdi di sovvertire la rappresentanza politica e il voto regionali, “Rifiuteremo i risultati del referendum a Qirquq e altrove“, concludeva. Il Consiglio provinciale di Diyala respingeva il referendum.
Se Masud Barzani, presidente del Governo regionale del Kurdistan d’Iraq, affermava che il referendum del 25 settembre “non sarà per l’indipendenza di un Paese nazionale curdo, ma per un Paese di tutte le etnie che ci vivono“, non solo Turchia, Iran e Lega araba, ma anche Stati Uniti, Unione europea ed ONU, respingono il referendum o chiedono di rinviarlo.

Fonti:
Cassad
Global Research
NewPol
Russia Insider
South Front
South Front
South Front
South Front
Verso

Netanyahu in Russia: cosa preoccupa Israele?

Dmitrij Minin SCF 29.08.2017L’obiettivo dichiarato dell’incursione improvvisa del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Sochi e dell’incontro con il presidente russo era aggiornarlo sulla “dimensione dell’impronta militare dell’Iran in Siria”. Tuttavia, Tel Aviv lo fa con regolarità invidiabile, e poiché la Russia ha già una presenza in Siria, Israele difficilmente potrebbe offrire a Mosca qualche nuova informazione su questo. Inoltre, secondo la stampa israeliana, una delegazione israeliana meno prominente ha presentato un rapporto simile a Washington, qualche tempo prima, senza impressionare molto. Tuttavia, il direttore del Mossad, Yossi Cohen, e il capo del Consiglio nazionale di sicurezza d’Israele, Meir Ben-Shabbat, si sono recati a Sochi col primo ministro, indicando il particolare significato della riunione per Netanyahu. E DEBKAfile riferisce che il colloquio durò tre ore intere, nonostante la stretta programmazione del presidente russo quel giorno. Gli analisti israeliani ipotizzano che Netanyahu non sia solo preoccupato della presenza dei volontari iraniani in Siria, ma anche della rapida conclusione della guerra nel Paese che non sarà favorevole ad Israele. Ad esempio, l’operazione congiunta libanese-siriana per sconfiggere l’ultimo contingente dello Stato islamico (SIIL) al confine tra i due Paesi, nella regione del Qalamun occidentale, 20 km a nord d’Israele, si concludeva rapidamente. Ci si potrebbe aspettare che una volta che le unità dell’Esercito Arabo Siriano (EAS) ed alleati saranno libere, rivolgeranno l’attenzione all’eliminazione dei terroristi dalle zone confinanti con Israele, in particolare nella regione di Qunaytra. Di conseguenza, Israele affronta un grave dilemma. Gli israeliani non vogliono che Damasco ritorni sul loro confine nei pressi delle alture occupate del Golan, perché sarà evidente che la strategia di Netanyahu a sostegno dell’opposizione siriana e per la caduta di Assad è fallita. Al momento della verità potrebbe affrontare il colpo finale alla posizione piuttosto precaria del suo gabinetto. Sarebbe anche difficile combattere al fianco di al-Qaida. Anche gli Stati Uniti hanno dato questa idea con un’accoglienza molto fredda. Quindi la spiegazione: il “terrificante” Iran è sul punto di occupare la Siria con l’aiuto delle “milizie sciite”, e Israele traccia “linee nella sabbia” contro Teheran ed “Hezbollah”. Se queste linee sono attraversate, si attiveranno le forze militari d’Israele. Il problema è aggravato dal fatto che osservatori e peacekeeper russi (due squadroni della Polizia Militare dell’Inguscezia attualmente in servizio) hanno creato 10 blocchi stradali a 13 chilometri da ciò che sarebbe il campo di battaglia ai limiti occidentali della “Zona di de-escalation meridionale” in Siria. Questi peacekeeper sono riconosciuti a livello internazionale, anche in accordo con gli Stati Uniti. C’è un buon motivo per cui Israele non è molto dispiaciuto dalla creazione della “zona di de-escalation” e dalla comparsa dei soldati russi nel Paese. Sarà abbastanza facile vedere se le guardie rivoluzionarie dell’Iran o agenti di Hezbollah avanzino su Israele. Sono finiti i giorni in cui la sopravvivenza di Damasco dipendeva dai volontari stranieri. Sono già nate nuove divisioni e persino un corpo dell’EAS composto da siriani. Assad non ha bisogno di iraniani o libanesi per controllare il confine israeliano, ha le sue unità. Ecco perché Netanyahu è così insistente nel tentativo di convincere Mosca che gli iraniani l’attaccheranno per qualche ragione. Naturalmente, le divisioni iraniane in Siria non dispongono nemmeno di armi pesanti, che gli consentirebbero una cosa del genere. Esse sono nelle mani dell’EAS e anche nelle zone d’interesse dei consiglieri russi. Mosca dice la verità quando afferma che non è solo preoccupata per la sicurezza d’Israele, ma è anche disposta a garantirla. Ma dev’essere reale, non finta. Le parti devono chiamare una spada spada. È già chiaro ad ogni osservatore imparziale che l’esito della guerra in Siria è scontato, e i vincitori non saranno solo politici come Assad ma tutta la nazione siriana. I politici avrebbero dovuto accettare la realtà da tempo e adeguare la propria strategia, senza cercare di tornare indietro. Solo così potranno assicurare la stabilità, per se stessi e per la regione.
L’evoluzione futura del conflitto dipenderà soprattutto dalla posizione degli Stati Uniti. Gli esperti israeliani riconoscono che Netanyahu, nonostante le minacce, difficilmente lancerebbe un’operazione militare in Siria, a meno che non abbia il consenso di Washington. Questo dimostrerebbe anche se la Casa Bianca sarebbe disposta ad attraversare il ponte sconnesso verso la riconciliazione in Siria o a sprofondare il Paese nel caos totale che, data la dinamica attuale del potere, danneggerebbe essa stessa. Lo SIIL è sull’orlo del crollo totale in Siria. Il prossimo potrebbe essere l’alleato statunitense, l’esercito libero siriano. Maariv, noto giornale israeliano, osserva con rammarico che la riunione del 23 agosto a Sochi “non cambierà il triste fatto che quando si tratta dell’Iran, Israele non ha veri alleati sullo scenario internazionale”, accusandone Netanyahu stesso, che, quando vi si recò ha rivelato di non potersi assicurare il sostegno di quei politici che è così orgoglioso di chiamare suoi amici, i presidenti di Stati Uniti e Russia. Comunque, l’”amicizia” include indulgere su qualsiasi cosa faccia “l’amico”, anche se è un errore? Dopo tutto, è stato spiegato più volte al primo ministro Netanyahu che le truppe iraniane partiranno una volta terminata la guerra in Siria. È anche ciò che dice Teheran. E forse sarebbe meglio, prima che sia troppo tardi, avere un ruolo al fianco del vincitore? Anche in assenza di relazioni diplomatiche, non è così difficile trovare un modo. Questa sarebbe la politica più intelligente.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sull’amicizia Iran-Turchia, USA emarginati dal Medio Oriente

Cassad, 18 agosto 2017In Turchia c’è stata una riunione importante, che potrebbe avere conseguenze a lungo termine per l’intera regione. Una delegazione militare dell’Iran arrivava nel Paese della NATO per discutere le azioni congiunte in Iraq e Siria. La delegazione comprendeva il Capo di Stato Maggiore Congiunto dell’Esercito iraniano Bagheri, il Vicecomandante dell’IRGC, il Viceministro degli Esteri, il Comandante delle Forze di Sicurezza delle frontiere. Durante l’incontro sono stati raggiunti numerosi accordi che hanno permesso al Capo di Stato Maggiore Generale iraniano di affermare che i colloqui sono stati molto efficaci.
1. Turchia e Iran non riconoscono il referendum curdo in Iraq. L’Iran è categoricamente contrario a un Kurdistan indipendente e, secondo il Capo di Stato Maggiore Generale iraniano, in questo argomento è stato trovato un linguaggio comune con la Turchia.
2. Le parti hanno convenuto visite navali reciproche, scambio di studenti delle accademie militari, presenza di osservatori militari nelle esercitazioni militari ed esercitazioni congiunte.
3. È stato raggiunto un accordo col Capo di Stato Maggiore turco Hulusi Akar che presto visiterà Teheran. Beh, da lì la prima visita di Erdogan non è lontana. Entrambe le parti sono strategicamente impegnate nei negoziati di Astana, naturalmente vantaggiosi per la Federazione Russa.
4. La Turchia è lieta che Iran e Russia siano più consapevoli della sua preoccupazione per la questione curda, a differenza degli Stati Uniti, che non abbandonano il sostegno alle YPG, il primo problema della Turchia.
5. Iran e Turchia continueranno le consultazioni sulle operazioni dell’esercito e dei servizi speciali per un’azione comune contro al-Nusra, collegandosi alla questione della “procura” turca ad Idlib, dove al-Nusra ha puntato a un proprio allargamento.
6. Sono state discusse questioni controverse sulle zone di de-escalation, soggette a garanzie russe. In questo argomento sono rimasti punti controversi, in quanto la Turchia teme che, nel risolverle, l’Iran assegnerà ai suoi “agenti” ciò che non è dovuto dagli accordi di Astana ed altri.
In generale, in base ai cambiamenti strategici nel corso della guerra siriana, si può osservare come gli interessi iraniani e turchi coincidano. Questa opzione è apparsa in Turchia dopo aver abbandonato l’idea di rovesciare Assad e puntato sul campo russo-iraniano. La questione curda spingerà oggettivamente Ankara e Teheran verso una cooperazione più stretta su questione curda e divisione delle sfere d’influenza in Siria, soprattutto perché sarà preferibile per la Russia vedere turchi e iraniani (entro limiti ragionevoli) che non truppe statunitensi in Siria. Questa cooperazione si è già perfettamente manifestata dopo la conclusione degli accordi in Astana e le parti hanno ottenuto notevoli benefici, intendendo continuare tale cooperazione vantaggiosa dove, oltre ad obiettivi comuni con la Russia, hanno anche propri interessi. La Turchia lotta contro l’influenza curda e il ripristino della posizione nella regione, e l’Iran costruisce il ponte sciita Teheran-Beirut diretto anche contro Israele, e prosegue la guerra ibrida contro l’Arabia Saudita. Dato che numerosi obiettivi di Iran e Turchia coincidono con quelli della Russia, le parti da un lato svolgono un compito utile ponendo fine alla guerra in Siria a favore di Assad e, dall’altro, aumentano notevolmente l’influenza, sfruttando i fallimenti di sauditi e statunitensi che ne hanno indebolito il controllo sulla regione, aprendo opportunità ai principali attori regionali. L’indebolimento dell’influenza statunitense, anche in considerazione delle azioni della Russia, ha già portato diversi Paesi, già abbastanza aperti a perseguire proprie politiche senza riguardo per Washington, a concludere accordi che escludono Washington e dividono le sfere di influenza senza badare agli statunitensi. È difficile immaginare un’illustrazione più chiara per dimostrare la crisi dell’egemonia degli USA.
L’attuale offensiva mediatica sugli Stati Uniti in merito alle accuse di aver fornito armi chimiche ai terroristi e le richieste della Siria di sospendere le azioni della coalizione statunitense sul proprio territorio, riflettono il graduale rafforzamento strutturale della Siria nella guerra, dove tutti gli attori chiave cercano posizioni favorevoli in anticipo e di conseguenza respingendo gli avversari. La posizione degli USA è più vulnerabile. Più restano illegalmente in Siria e vicini al califfato dello SIIL, più sarà chiaro che sono in Siria per smembrarla, facilitando l’ulteriore campagna mediatica contro gli Stati Uniti, che hanno già abbandonato lo slogan “Assad deve andarsene”. Ciò rende la loro presenza in Siria più aggressiva. Russia, Iran e Turchia sono in una posizione favorevole, poiché operano in Siria in accordo con Damasco, e Russia e Iran in generale operano su invito del governo siriano. Naturalmente, Russia e Iran, così come la Turchia che li ha raggiunti, si sforzeranno di cacciare gli Stati Uniti dalla Siria e di risolvere il problema curdo secondo propri termini. Gli Stati Uniti, a loro volta, chiariscono che non rigetteranno la propria strategia (altrimenti ammetterebbero di aver perso la guerra in Siria), portando alla dichiarazione della leadership delle SDF sugli Stati Uniti che resteranno in Siria per anni, con una “Cooperazione fruttuosa”. Mentre il califfato e al-Nusra sono schiacciati, queste contraddizioni saranno sempre più evidenti e la posizione della Turchia sarà di grande importanza nella definizione della configurazione della Siria settentrionale dopo la sconfitta del califfato. Pertanto, ci saranno ancora molti negoziati tra Russia, Iran e Turchia, dove le parti si coordineranno alla luce di un possibile conflitto con gli Stati Uniti per il controllo della Siria settentrionale. Erdogan non ha ancora rigettato l’invasione di Ifrin e continuerà a presentare tale opzione a Russia e Iran, nel caso in cui i rapporti con i curdi e gli Stati Uniti si guastino completamente, dando ad Erdogan l’opportunità di occupare Ifrin col pretesto di “combattere il terrorismo”. L’intrigo principale è che se gli Stati Uniti vogliono accelerare l’isolamento del Kurdistan siriano dalla Siria, e Russia e Iran avranno due buone ragioni per attirare immediatamente Erdogan su una politica più rigorosa nei confronti dei curdi in Siria. Da una parte, la lotta per l’integrità territoriale della Siria, su cui Federazione russa, Iran e Turchia convergono. D’altra parte, vi è il desiderio di scacciare gli Stati Uniti dalla Siria. Qui la Turchia ha una posizione piuttosto ambigua, poiché fiancheggia la coalizione russo-iraniana continuando a sondare gli statunitensi per revisionare la strategia di Washington in Siria. C’è la possibilità che la cacciata degli statunitensi dalla Siria e la soppressione delle aspirazioni separatiste dei curdi saranno solo due dei problemi delle parti interessate, servendo da terreno fertile per una nuova guerra nell’Iraq settentrionale e nella Siria settentrionale, dove gli Stati Uniti prevedono di smantellare Siria e Iraq (con l’aiuto di certi Paesi NATO, Giordania, Arabia Saudita ed eventualmente Israele); vi sarà una coalizione contingente tra Siria, Iraq, Russia, Iran, Turchia ed eventualmente Qatar, alla luce delle nuove realtà che saranno decise. La Russia preferisce ancora non forzare gli eventi e suggerisce di collegare i curdi siriani ai negoziati di Astana, prevedendo di sottrarre almeno alcuni curdi dall’influenza statunitense e permettere dei compromessi tra i curdi e Assad. Ma la Turchia si oppone apertamente a tale piano, non volendo negoziare coi curdi. E la posizione dura sul referendum in Iraq, dimostrata congiuntamente con l’Iran, può anche essere considerata dimostrazione che la Turchia, come l’Iran, preferisce una posizione più ferma sulla questione curda, e che la Russia dovrà considerarla. Tuttavia, questo è ancora un problema lontano e quando si svilupperà pienamente, prossimamente, potrà ancora cambiare, anche se i contorni generali del conflitto possibile sono già abbastanza visibili.
Le biforcazioni più vicine sono la liberazione di Dair al-Zur, la presa di Raqqa e il referendum curdo in Iraq, dopo di che vedremo ulteriori chiarimenti del quadro e della configurazione generale del conflitto sull’autodeterminazione curda, in contraddizione inconciliabile con la questione dell’integrità territoriale di Siria e Iraq.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Unità di mobilitazione popolari: istituzione, guerra allo SIIL e ruolo nel futuro dell’Iraq

South FrontNel giugno 2014, il cosiddetto Stato islamico (SIIL) occupava circa un terzo del territorio iracheno, tra cui la seconda città più grande dell’Iraq, Mosul. Ciò significava che gli islamisti erano vicini a catturare Baghdad e imporre la propria autorità su tutto l’Iraq. A quel punto il governo iracheno riconobbe il reale pericolo della situazione e iniziò a creare unità militari per liberare il Paese dallo SIIL. Le Unità di mobilitazione popolare (PMU) hanno svolto un ruolo decisivo in questo processo. Le PMU (Hashd al-Shabi) sono forze pro-governative che operano sotto la guida formale dell’esercito iracheno e sono costituite da circa 70 fazioni, formatisi su direttiva delle autorità religiose irachene, dopo che lo SIIL occupò ampi territori in diverse province a nord di Baghdad, nel 2014.

Storia della creazione
Uno dei fattori politici interni che portarono all’apparizione delle PMU in Iraq fu il fallimento dello Stato nella sicurezza nazionale, in controtendenza con l’aumento dell’influenza dello SIIL. La caduta di Mosul causata dalla corruzione e dell’incapacità dell’esercito iracheno di svolgere i compiti chiave, portò l’allora Premier Maliqi a perdere fiducia nelle forze armate. Secondo l’ex-Ministro degli Interni Muhamad al-Ghaban, “Le PMU sono un’esperienza unica, di successo e necessaria prodotta dal periodo“. Le milizie leali sciite, contrariamente alle unità multietniche dalla dubbia affidabilità, si rivelarono molto più efficaci nel ripristinare l’ordine. Il 15 giugno 2014, il capo della Shia irachena, l’ayatollah Ali al-Husayni al-Sistani, emise una fatwa che invocava la lotta contro lo SIIL e la creazione delle PMU. Bisogna notare che Sistani non limitò la fatwa all’Iraq, ma insistette nel caratterizzare le forze di mobilitazione nazionali come istituzione nazionale dalla partecipazione di tutti i gruppi etnici, religiosi e sociali.Composizione
Il nucleo delle PMU sono le formazioni sciite armate irachene come Organizzazione Badr, Asayb ahl al-Haq, Qataib Hezbollah, Qataib Sayid al-Shuhada, Haraqat Hezbollah al-Nujaba, Qataib al-Imam Ali e Qataib Jund al-Imam. Queste unità collaborano con alcune tribù sunnite nelle province di Salahudin, Niniwa e Anbar occupate dallo SIIL. Inoltre, le PMU comprendono unità costituite da cristiani, turcomanni, curdi e yazidi.
Organizzazione Badr. Questa formazione fu creata nel 2003 dalle Brigate Badr, l’organizzazione paramilitare del partito islamico sciita “Consiglio Supremo Islamico dell’Iraq” (ISCI). Il suo leader è Hadi al-Amiri. Al momento non è solo un’organizzazione militare ma anche un partito politico con 22 seggi nel parlamento iracheno. Le sue unità militari radunano 10-15 mila soldati. Le sue unità sono state viste in ogni operazione delle PMU contro lo SIIL.
Asayb ahl al-Haq (Lega dei Giusti). Questo gruppo fu formato nel 2006 ed è strettamente legato ad Hezbollah libanese. La sua ideologia supporta la linea ufficiale del leader iraniano Ayatollah Khamenei. Il suo capo è Qays al-Qazali. Dal 2016 ha circa 10 mila soldati. La sua subunità, Brigata Haydar al-Qarar, opera in Siria.
Qataib Hezbollah (battaglioni del Partito di Dio). Questa organizzazione fu costituita nel 2003 per resistere all’invasione statunitense dell’Iraq. Guidata da Abu Mahdi al-Muhandis, ha 30 mila soldati. I suoi combattenti sostengono anche le forze governative in Siria.
Qataib Sayid al-Shuhada (Battaglione del Principe dei Martiri). Milizia militare sciita irachena. Formata nel 2013 per difendere “i luoghi santi sciiti in tutto il mondo” e preservare l’unità del Paese. Guidata da Abu Mustafa al-Shaybani già aderente al Consiglio supremo islamico dell’Iraq. Queste unità combattono anche in Siria a sostegno del governo, soprattutto nella provincia di Damasco. Nessuna informazione sul numero di effettivi.
Haraqat Hezbollah al-Nujaba (Movimento del Partito dei Fratelli di Dio). Formato nel 2013 in risposta alla guerra in Siria e alla contestazione alla leadership di Asayb ahl al-Haq. I due gruppi mantengono ancora stretti legami e spesso cooperano sul campo di battaglia. Guidato da Shayq Aqram al-Qabi, la cui ideologia è coerente con quella di Ayatollah Khamenei. Nessuna informazione sugli effettivi. Questa unità opera anche in Siria.
Qataib al-Imam Ali (Battaglioni dell’Imam Ali). Ramo armato del movimento islamico iracheno. Formato nel giugno 2014 in risposta all’aggressività dello SIIL. Guidato da Shibil al-Zayd che precedentemente combatté nell’esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr. La sua caratteristica distintiva è un’unità formata dai cristiani, i Battaglioni dello Spirito di Dio e Gesù Figlio di Maria. Nessun dato sugli effettivi. Le sue unità hanno partecipato alla liberazione di Tadmur, e alle battaglie di Tiqrit e Mosul.
Qataib Jund al-Imam (Battaglioni dei Soldati dell’Imam). Il suo leader “Abu Jafar” Ahmad al-Asadi è il segretario stampa delle PMU. La sua ideologia è coerente con quella di Khamenei. Nessun dato sugli effettivi. Le sue unità parteciparono alla liberazione di Baiji (2014-15).
Secondo diverse stime, le PMU contano 60-90 mila effettivi. La riserva della mobilitazione nazionale sul territorio iracheno arriva a 3 milioni, comprese le donne. Le forze di mobilitazione nazionali includono anche unità di supporto (genieri, medici, logistica, media). La maggior parte dei combattenti delle PMU ha significativa esperienza in combattimento accumulata durante l’invasione statunitense dell’Iraq. Le PMU sono dirette da Falih al-Fayad, il cui vice e comandante militare è Abu Mahdi al-Muhandis, ingegnere. Per quanto riguarda l’aspetto militare, le PMU sono subordinate all’esercito iracheno e all’autorità esecutiva. Va anche aggiunto che le PMU hanno diversi uffici a Baghdad e Najaf. Il governo iracheno sostiene le PMU militarmente e finanziariamente. Il suo budget è di circa 1,16 miliardi di sterline iracheni. La popolazione irachena versa grandi contributi finanziari per le PMU. Armi e munizioni provengono principalmente dall’Iran. Il governo dell’Iran, Hezbollah e l’Esercito arabo siriano hanno inviato gli ufficiali più qualificati presso le PMU per aumentarne l’efficienza.

Armi ed equipaggiamenti
Le PMU hanno numerosi blindati sovietici forniti dall’esercito iracheno, e anche molti blindati riparati e revisionati. Blindati forniti dall’Iran (come BMP-1, carri armati T-55 e T-72 e loro copie) si trovano nelle PMU. Inoltre, nelle PMU sono stati visti blindati degli Stati Uniti (M1 Abrams, M113, Humvee, MRAP). Le PMU producono e utilizzano notevolmente razzi e munizioni improvvisate e svolgono anche importanti preparativi ingegneristici sul campo di battaglia, tra cui superamento di fiumi, fortificazioni e piste aeree.Operazioni
Dalla creazione, le PMU hanno condotto numerose operazioni difensive e offensive contro lo SIIL. Il primo grande successo fu la fine del blocco di Amirli, nella provincia di Salahudin, nel giugno-agosto 2014. Le unità turcomanne e dell’Asayb Ahl al-Haq vi si distinsero particolarmente. Nell’ottobre-dicembre 2014, le PMU liberarono Dhuluiya e Jurf al-Saqar. Nel novembre 2014 fu lanciata l’operazione per liberare la capitale della provincia di Anbar Ramadi, portando a una vittoria decisiva delle Forze di mobilitazione popolare e dell’esercito iracheno. Gli islamisti uccisero brutalmente oltre 1200 abitanti, i cui corpi furono ritrovati in città e nella periferia. Questa vittoria ebbe un grande impatto psicologico rivelando il vero volto degli aderenti al “vero Islam”. L’operazione per liberare Baiji avvenne tra dicembre 2014 e ottobre 2015. La città ospitava una grande raffineria di petrolio e anche una fabbrica di materiali da costruzione. Parteciparono a questa battaglia Asayb Ahl al-Haq, Qataib Hezbollah, organizzazione Badr e altri. La strada che collega Baiji a Baghdad fu liberata dalle forze governative permettendogli di utilizzare la città come trampolino per l’offensiva su Mosul. La battaglia per la capitale della provincia di Salahudin, Tiqrit, si svolse nel marzo-aprile 2015, con il sostegno delle PMU. Questa operazione vide la partecipazione di Asayb ahl al-Haq, Qataib al-Imam Ali, Qataib Sayid al-Shuhada, subunità dell’organizzazione Badr, formazioni turcomanne (16.ma Brigata) e la milizia sunnita dei Martiri di Salahudin (5000 combattenti). All’inizio di marzo 2016, l’operazione Imam Ali al-Hadi fu avviata per liberare Samara nella provincia di Salahudin. Tutte le unità PMU parteciparono sostenendo la polizia federale e l’esercito iracheno. Questa operazione ebbe diversi obiettivi: liberare le province di Baghdad e Salahudin, assicurare l’accesso alle tombe dei due imam militari, circondare la provincia di Anbar e liberare Samara. Il 23 maggio 2016, il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi annunciò l’Operazione Distruzione del Terrorismo per liberare Faluja. Questa operazione vide la partecipazione di esercito iracheno, polizia federale, Divisione d’oro, unità delle PMU e milizie locali. La partecipazione delle PMU fu limitata a combattere i terroristi dello SIIL nella periferia di Faluja e sull’isola Qaldiya. La città fu liberata il 26 giugno. È possibile che il successo più importante delle PMU sia il contributo alla liberazione di Mosul, iniziata il 17 ottobre 2016. Le PMU non parteciparono direttamente all’assalto, ma svolsero un ruolo importante assediando la città da Tal Afar. Queste operazioni interruppero la via di ritirata ai terroristi dello SIIL verso la Siria e bloccarono eventuali rinforzi dalla Siria. Mosul è ora sottoposta al controllo delle forze governative, ma l’operazione continua poiché non tutti i terroristi sono stati eliminati. Inoltre, le PMU lanciarono un’azione per raggiungere il confine con la Siria, ad ovest di Tal Afar. I combattenti delle PMU liberarono una vasta area, tra cui al-Baj, al-Qayruan e Hatar, e arrivarono al confine con la Siria. Controllando una parte del confine siriano-iracheno, le PMU hanno nuovamente confermato un ruolo importante nell’operazione anti-SIIL in Siria e Iraq creando un punto d’appoggio per ulteriori operazioni nella zona di confine. Le PMU svolgono anche un importante ruolo umanitario, impiegando propri volontari per raccogliere contributi, distribuire aiuti umanitari e fornire assistenza medica ai civili costretti a lasciare le case per i combattimenti. Le PMU hanno drammaticamente trasformato il campo di battaglia poiché hanno minato la presa dello SIIL. Possono concentrare rapidamente un gran numero di truppe in un determinato settore e schierare unità senza la necessità di coordinarsi con gli uffici al vertice. Va anche notata la componente mediatica delle operazioni delle PMU, che utilizzano un’arma propria dello SIIL contro di esso. I media sono utilizzati per organizzare la copertura obiettiva delle operazioni badando alle critiche dal pubblico.Ruolo nella futura vita politica dell’Iraq
La liberazione di Mosul, le sconfitte militari dello SIIL in Siria e la morte annunciata del suo capo, hanno posto una nuova domanda all’ordine del giorno: chi governerà l’Iraq. I media occidentali diffondono informazioni sui sunniti iracheni che preparano una nuova insurrezione. Tariqat Naqshbandi, Brigate rivoluzionarie del 1920 e baathisti della città di Quija, nella provincia di Qirquq, hanno dichiarato l’intento di combattere contro l’attuale governo iracheno dopo che lo SIIL sarà distrutto. L’Esercito dell’Ordine dei Naqshbandi, ramo armato dell’ordine sufi Tariqat Naqshbandi. Secondo alcune stime, per dimensione ed influenza è secondo solo allo SIIL. Ha circa 5 mila combattenti e guidò la guerra contro le forze statunitensi e le forze governative irachene. Nel giugno 2014 partecipò all’assalto di Mosul con lo SIIL. Il suo capo Izat Ibrahim al-Duri, fu vicepresidente del Consiglio dei Comandanti Rivoluzionari dell’Iraq tra il 1979 e il 2003, e fu uno massimi funzionari di Sadam Husayn ricercato dagli Stati Uniti. Quindi la sconfitta dello SIIL gli sarà di vantaggio, in quanto eliminerà il principale concorrente e, inoltre, dopo il terrore dello SIIL, qualunque altro gruppo sembrerà più attraente ai sunniti. Inoltre, con la sconfitta dello SIIL, al-Qaida potrebbe reinventarsi, anche se sembra improbabile. Il crollo dello SIIL potrebbe mostrare agli islamisti che la strategia di al-Qaida di creare un califfato solo nella fase finale della jihad, quando l’intera popolazione già condivide in modo incondizionato l’ideologia jihadista, è più produttivo di un califfato creato con la violenza. Tuttavia, al-Qaida attualmente non gioca il ruolo nel mondo dell’Islam radicale che ebbe 10-15 anni prima. Non va altresì dimenticato lo SIIL. La soppressione fisica dello SIIL e le celebrazioni della Shia non avranno effetti positivi su fasce sunnite irachene e siriane. Non si possono escludere nuovi gruppi terroristici sunniti. Dall’inizio della battaglia di Mosul, i terroristi dello SIIL poterono effettuare diversi attacchi terroristici sanguinosi in varie parti dell’Iraq, tra cui Qirquq, Tiqrit, Samara e Baghdad. Con il passaggio alla guerriglia dopo la sconfitta militare in Iraq e Siria, ci si può aspettare altro e sarà difficile determinare chi, radicali sunniti o superstiti dello SIIL, vi sia dietro. Si può trarre la conclusione dal caos in Medio Oriente che le politiche statunitensi hanno completamente fallito. Ma sarebbe errato. Gli Stati Uniti continueranno ad esercitare un’influenza notevole sui processi politici. Se si dovesse lasciare tutto così com’è, l’Iran riempirebbe il vuoto creato usando le milizie sciite esistenti in Libano, Siria e Iraq. Ciò minaccia le posizioni di Paesi come Israele e Giordania. Le relazioni tra i curdi iracheni e il governo sono complesse. Il Kurdistan iracheno è un’entità autonoma con amministrazione, economia, polizia ed esercito propri. Inoltre, il 25 settembre 2017 è previsto un referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno, che non può che creare tensioni con il governo federale dell’Iraq e le minoranze che vivono nel territorio curdo (turcomanni, arabi). Le relazioni arabo-curde sono peggiorate dal ricordo delle repressioni di Sadam Husayn durante la guerra Iran-Iraq e dal sostegno attivo ai curdi degli Stati Uniti durante l’occupazione dell’Iraq.
Sul futuro delle PMU vi sono diverse sfumature. Le PMU non hanno un unico leader politico perché sono un’entità militarizzata. Vi sono attriti attuali e potenziali nelle PMU per via della concorrenza fra tre fazioni: Khamenei, Ali al-Sistani e Muqtada al-Sadr. La fazione Khamenei comprende diverse realtà relativamente piccole formate dall’Iran. I suoi leader sono orgogliosi di questa affiliazione, sottolineando la loro obbedienza religiosa a Khamenei. Questi gruppi includono, ad esempio, Saraya Qurasani e Qataib Abu Fadhl al-Abas. Questa fazione promuove gli interessi iraniani in Siria e protegge le frontiere dell’Iran. Queste formazioni militarizzate sono partiti politicamente interamente formati o lo diventano in previsione delle previste elezioni provinciali e parlamentari del 2018. Questi gruppi sono vicini all’ex-premier Maliqi, che li convinse ad aderire alla coalizione del Dominio del Diritto durante le elezioni parlamentari del 2014. Sebbene inizialmente formatesi come organizzazioni militari, queste formazioni sono diventate veri partiti politici sotto la guida dell’ex-premier. La seconda fazione delle PMU comprende diverse formazioni militari che hanno giurato fedeltà al leader supremo della Shia irachena Ayatollah Sistani, e i cui interessi non sono politici. Sono state formate esclusivamente dalla fatwa di Sistani per proteggere i luoghi santi e liberare l’Iraq dallo SIIL. Nel 2014, c’era la minaccia reale che lo SIIL potesse distruggere i luoghi santi della Shia a Baghdad e in altre province. Le formazioni principali di questa fazione sono Saraya al-Ataba al-Abasiya, Saraya al-Ataba al-Husayniya, Saraya al-Ataba al-Alawiya e Liwa Ali al-Aqbar. Ognuno di questi nomi corrisponde a una delle quattro moschee sacre di Qadhimi, Qarbala e Najaf. Secondo alcuni leader e aderenti di questi gruppi, saranno sciolti non appena la minaccia dello SIIL sparirà. Questa concezione si basa sulla fatwa di Sistani emessa in risposta a una minaccia specifica e avente carattere temporaneo. La loro missione fondamentale è proteggere le zone sciite e obbedire agli ordini di Sistani. Significa che i gruppi di questa fazione potrebbero essere sciolti o integrati nei militari iracheni. I Reggimenti della pace (Saraj al-Salam) furono formati dal leader radicale della Shia Muqtada al-Sadr subito dopo il massacro islamista nel 2014 di Camp Speicher. Ciò consistette nel rinominare l’esercito del Mahdi sciolto nel 2008, ma che mantenne il nucleo dei comandanti e specialisti, facilmente rimobilitati quando Sadr ebbe maggiore esperienza lavorando con le formazioni militarizzate di altri leader. Secondo alcune stime, Saraj al-Salam potrebbero mobilitare rapidamente fino a 100000 uomini. Secondo i leader della fazione, il suo potere non è limitato dal numero di volontari ma dalla carenza di risorse, in particolare denaro e attrezzature militari. Questo perché, a differenza delle altre fazioni, il gruppo di Muqtada al-Sadr è in gran parte escluso dai finanziamenti iraniani. Il movimento e il suo carattere semi-militare sono popolari in Iraq per le sue attività prima dell’invasione statunitense nel 2003. A differenza di altri partiti e gruppi militari, i sadristi non facevano parte dell’élite tornata in Iraq dopo l’invasione degli Stati Uniti. Il movimento fu creato da comuni cittadini e non da élite. Sadr tracciò il proprio percorso, con disappunto dei leader iraniani che finanziarono l’esercito del Mahdi nel 2003-10. Oggi Sadr e le sue formazioni militarizzate hanno una forte posizione pro-nazionale, respingono la politica di Khamenei e sono contro la presenza di truppe straniere in Iraq. Questa posizione ha introdotto confusione sul ruolo dei Saraj al-Salam nelle PMU. Di tanto in tanto, i sostenitori di Sadr sostengono di far parte delle PMU, ma in altri casi affermano il contrario. Ciò è in parte dovuto al fatto di non riconoscere la fazione di Khamenei come parte delle PMU e dal rifiuto ancora maggiore dell’influenza iraniana e dell’ex-premier Maliqi in Iraq. Tuttavia, questa fazione trova utile dichiararsi parte delle PMU per la loro popolarità tra gli iracheni.Questioni contese nelle PMU
Coinvolgimento negli affari siriani. La fazione di Khamenei rimane vicina all’Iran e favorisce l’aiuto al governo di Assad. Molti di questi gruppi, in particolare il nucleo delle sette formazioni militarizzate, sostengono ancora il legittimo governo della Siria e sono pronti a contribuire a difendere Damasco. Ma i sostenitori di Sistani e di Sadr erano contrari a farsi coinvolgere. Sadr ha anche criticato Hasan Nasrallah ed Hezbollah per il loro coinvolgimento ufficiale in Siria nel 2014, sostenendo che movimenti e partiti sciiti dovrebbero rispettare le proprie giurisdizioni e non complicarsi la politica intervenendo negli affari di altri Paesi. Ha anche criticato i miliziani sciiti iracheni per la loro presenza in Siria. Inoltre, molti dei comandanti delle unità di Sistani sono più preoccupati di proteggere il territorio sciita e i luoghi sacri in Iraq che d’intervenire in Siria. L’integrazione delle PMU nelle istituzioni di sicurezza irachene è un’altra questione controversa. La fazione di Khamenei è preoccupata di essere integrata nell’esercito e nella polizia iracheni, dato che sono ancora troppo deboli. Da parte loro, la maggior parte dei gruppi legati a Sistani e Sadr ha espresso disponibilità ad integrarsi nelle istituzioni statali o addirittura sciogliere le proprie formazioni militari. Se le PMU saranno integrate nelle forze armate o conservate come ramo distinto delle forze armate, ciò avrà conseguenze non solo per la sicurezza dell’Iraq ma anche in politica. Se il primo ministro Abadi può integrare in modo efficace e indolore le PMU nei militari iracheni, sarà un argomento convincente a favore della sua leadership. Ma il fatto che Abadi impedisse alle PMU di partecipare all’assalto a Mosul inviandole in un fronte secondario, anche se l’esercito iracheno mostrava debolezze, e le PMU avrebbe potuto essere utilizzate in modo efficace lungo l’asse dell’avanzata, dimostra che continueranno ad avere un ruolo decisivo influenzando l’equilibrio del potere politico in Iraq. Così l’anno prossimo, le PMU diverranno inevitabilmente uno strumento politico utilizzato da tutte le parti per prendere il potere in Iraq.Conclusioni
Le PMU possono essere considerate una delle più grandi organizzazioni militari e civili del Medio Oriente. Sono il centro probabile e desiderabile del potere politico in Iraq. Le PMU uniscono numerose formazioni armate sunnite, sciite, cristiane, yazidi, turcomanne e curde, il che significa che malgrado i disaccordi interni, costituiscono una piattaforma per il dialogo su questioni militari e politiche e anche una garanzia contro le minacce esterne dell’islamismo. Attualmente, solo le PMU hanno l’esperienza per condurre operazioni militari, lavorare con la popolazione locale e assicurare una copertura obiettiva mediatica. La maggior parte degli iracheni ordinari crede che le PMU debbano avere un futuro politico, perché hanno spezzato lo SIIL in Iraq e sono pronte ad aiutare la Siria. Affinché l’Iraq possa affrontare i propri problemi, dovrebbe rafforzare le istituzioni locali e federali per combattere i terroristi e raggiungere un’intesa tra le comunità etno-religiose. Solo allora l’Iraq potrà tradurre le vittorie militari in dividendi politici a lungo termine e garantire pace e stabilità nella regione.

Falih al-Fayad e Bashar al-Assad

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora