Mosul, le forze sciite irachene sventano le trame di wahhabiti, Stati Uniti e Turchia

Murad Makhmudov, Kanako Itamae e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 28 ottobre 201614717261Le milizie sciite si radunano in forze presso Mosul ovest, perché giustamente temono gli intrighi di USA, Turchia e Paesi del Golfo, in particolare Qatar e Arabia Saudita. Gli sciiti temono che NATO e Paesi del Golfo, sostenitori del settarismo sunnita in Siria che ha portato alla proliferazione dello Stato islamico dall’Iraq alla Libia, permettano ai settari dello SIIL di fuggire in Siria. A loro volta, tali taqfiriti aiuteranno lo SIIL o si fonderanno con altre forze settarie per minacciare ancora il governo della Siria. Non ha senso per gli USA e le forze che combattono al loro fianco lasciare ad ovest di Mosul un corridoio aperto, dopo tutto perché non in altre zone di Mosul se si hanno serie preoccupazioni umanitarie? Invece, sembra che i piani di NATO e Golfo, con la Turchia in prima linea, permettano deliberatamente di lasciare aperto tale spazio perché sanno che lo SIIL cercherà di raggiungere la Siria tramite esso. Reuters dice: “Le milizie sciite irachene appoggiate dall’Iran hanno detto che presto si uniranno alla lotta contro lo Stato islamico sul nuovo fronte ad ovest di Mosul, una mossa che potrebbe bloccare qualsiasi ritirata dei jihadisti in Siria, allarmando Turchia e Stati Uniti“. Lo SIIL ha massacrato numerosi sciiti prima dell’ultimo assalto su Mosul. Nonostante ciò, il presidente Obama è più preoccupato dal placare la Turchia ed a ostenere il suo “approccio alla Arthur Zimmermann” alla crisi. Gli sciiti non a caso non si fidano di Washington e Ankara. Altrettanto importante, sanno che aprendo un corridoio i taqfiriti accorreranno in Siria dall’Iraq, ampliando la carneficina in quel Paese.
Le Forze di mobilitazione popolari (PMF) sono attente alla situazione sul campo. Ciò significa che le PMF si concentreranno su Tal Afar e poi utilizzeranno l’area per altri obiettivi. Ad esempio, è giusto che le milizie sciite prendano parte all’assalto contro Mosul perché impediranno allo SIIL di avanzare ulteriormente, prendendo Tal Afar e le zone circostanti, tagliando le ratlines dei taqfiri che entrano in Siria, ponendo le basi del rafforzamento dei legami con le forze governative siriane ed alleate tramite una catena di alleanze. Reuters dice: “Prendendo Tal Afar effettivamente si chiuderebbe la via di fuga dei terroristi che vogliono andare in Siria, supportando l’esercito del Presidente siriano Bashar al-Assad sostenuto dall’Iran. Ed accusano la coalizione anti-Stato islamico degli Stati Uniti di preparare tale passaggio sicuro per i jihadisti“. I combattenti delle PMF rafforzeranno ugualmente le Forze Armate dell’Iraq perché sono agguerriti. Infatti, dato che le informazioni da Mosul sono vaghe, ciò indicherebbe che non tutto va liscio. Naturalmente, si tratta di speculazione, ma la paura di un corridoio per i taqfiriti che permetta ai resti dello SIIL di fuggire in Siria, è una genuina preoccupazione dati i precedenti di USA e Turchia.cnfhyotweaambxuTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Medio Oriente in movimento, l’Asse della Resistenza si amplia all’Egitto

Mentre l’Asse della Resistenza si amplia all’Egitto, consolidando la lotta al terrorismo islamista, Renzi sbarca in Libia, a soccorrere gli islamisti di Misurata
Alessandro Lattanzio, 28/10/2016mosul-23-oct-2016-2abanIl 26 ottobre, oltre 100 velivoli e più di 130 centri di comando e controllo venivano allertati in Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan nell’ambito di una grande esercitazione nella difesa da “violazioni dello spazio aereo, tra cui da aerei dirottati” e nell'”assistenza agli equipaggi di aerei in difficoltà“. Tra i velivoli interessati vi erano aerei da combattimento Su-27, MiG-29 e MiG-31, cacciabombardieri Su-24 e Su-34, aerei d’attacco al suolo Su-25, elicotteri da combattimento, unità missilistiche superficie-aria e da guerra elettronica. Bombardieri Tu-160, Tu-95MS e Tu-22M3 svolgevano il ruolo di aggressori negli spazi aerei europei e dell’Asia centrale ed orientale. Tutte le unità si coordinavano con il centro di comando dell’Aeronautica russa di Mosca. Il sistema di difesa aerea congiunto della CIS, istituito nel 1995, è dedicato alla protezione dello spazio aereo delle repubbliche ex-sovietiche, oltre al compito di primo allarme su un attacco missilistico ed aereo, e al coordinamento della risposta.
Il 28 ottobre, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ospitava gli omologhi iraniano e siriano Mohammad Javad Zarif e Walid al-Mualam, a Mosca, per discutere dell’intensificarsi delle operazioni antiterrorismo in Siria. L’ambasciatore iraniano a Mosca Mahdi Sanayi sottolineava la stretta cooperazione tra Iran e Russia con la Siria nella guerra ai gruppi terroristici, “In generale, Iran e Russia collaborano sulla questione siriana. Ora non ci sono problemi, e consultazioni regolari sulla soluzione della questione siriana sono in corso tra Iran e Russia a diversi livelli”. L’ambasciatore russo a Teheran Levan Jagarjan aveva sottolineato. “I nostri amici iraniani sono informati dei dettagli di ciò che negoziamo con gli Stati Uniti sulla Siria. Tutto è trasparente e i funzionari iraniani ne sono informati”. Queste osservazioni avvenivano dopo che un alto ufficiale delle forze alleate del governo di Damasco aveva ammonito la Turchia a sospendere le incursioni a nord di Aleppo, avvertendo che, “Affronteremo con decisione l’esercito turco che avanza a nord-est di Aleppo. Non permetteremo mai che la Turchia si avvicini alle linee di difesa delle nostre forze alleate con il pretesto di combattere il gruppo terroristico dello SIIL”. Anche l’ex-Generale siriano Haysam Hasun aveva affermato, “Vedremo l’inizio di operazioni militari verso il nord e il nord-est della provincia di Aleppo, presso al-Bab, per bloccare l’avvicinarsi dell’esercito turco e dei terroristi filo-turchi. L’Esercito arabo siriano ha inviato forze verso al-Bab, ad est di Aleppo, tre mesi fa, ma rinviava ulteriori progressi per aiutare le altre unità dell’esercito a consolidare le posizioni a sud e a sud-est di al-Bab e Dabar. Forze siriane e curde hanno avviato il 24 ottobre un’operazione per respingere l’esercito turco nel nord“. Inoltre, l’analista siriano Qamal Fayadh dichiarava che dopo la “Fine della battaglia di Aleppo ci si concentrerà su al-Bab, la più importante ed ultima base dello SIIL nel nord della provincia di Aleppo, una città in cui, nonostante i duri scontri, né i curdi, né le forze turche e i loro alleati dell’ELS avranno il coraggio di entrare, dati gli avvertimenti di Russia e Iran ai turchi“.
qassemsoleimani Il comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) Maggiore-Generale Qasim Sulaymani, giungeva nel centro operativo dell’Hashd al-Shabi di Mosul, per svolgere il ruolo di consigliere dell’operazione anti-SIIL, “Hashd al-Shabi inizierà presto le operazioni ad ovest di Mosul per tagliare le vie di rifornimento dello SIIL con la Siria e sventare i piani degli Stati Uniti di rinviare la partecipazione delle forze popolari nell’operazione, e il Generale Soleimani vi ha aderito in qualità di consigliere militare“, affermava al-Aqbar. Il portavoce delle forze popolari irachene Ahmad al-Asadi aveva confermato che “La presenza del Generale di Brigata Sulaymani nelle operazioni per liberare Mosul e la provincia di Niniwa è necessaria, essendo il più importante consigliere che abbia aiutato il governo iracheno nella guerra contro lo SIIL. Hajj Qasim Sulaymani è uno dei più importanti consiglieri militari della Repubblica islamica dell’Iran, ed è in Iraq su invito, domanda e accordo del governo iracheno“. A giugno, il Ministro degli Esteri iracheno Ibrahim al-Jafari aveva sottolineato che il “Generale Sulaymani è in Iraq su invito del governo iracheno per consigliare le forze irachene” e il comandante dell’Hashd al-Shabi, Abu Mahdi al-Muhandas, a sua volta sottolineava che i “consulenti iraniani, guidati dal caro fratello Qasim Sulaymani, sono al nostro fianco dall’inizio della guerra, e la loro presenza è richiesta dal governo ed è in accordo con il comandante in capo delle Forze Armate irachene“. Inoltre, l’esercito iracheno chiedeva a Mosca di fornire intelligence sui terroristi dello Stato Islamico (IS) attivi a Mosul e dintorni, secondo il quotidiano Izvestija. “Usando l’intelligence elettronica, gli iracheni hanno già intercettato i segnali di chiamata dei comandanti sul campo e sono riusciti a determinare quali unità dello SIIL operano nella zona di Mosul, e attraverso il Centro di coordinamento congiunto di Baghdad richiedevano informazioni su formazioni, consistenza, armi e tattiche dello SIIL. I russi hanno risposto positivamente e preparano i dati che saranno presto consegnati ai militari iracheni”. Il presidente del Consiglio del Comitato della Federazione per gli Affari Esteri, Konstantin Kosachev, confermava che “Russia e Iraq perseguono gli stessi obiettivi nel contesto della lotta al terrorismo, in questo caso sul territorio dell’Iraq. E non vedo alcun ostacolo allo scambio d’intelligence senza alcuna restrizione“, e secondo un rappresentante dell’Hashd al-Shabi (le Forze di mobilitazione del popolo iracheno), “La condivisione dell’intelligence sulle posizioni dei terroristi in Iraq, si svolge ad alto livello fra Baghdad e Mosca. La Russia è un alleato affidabile e supporta l’Iraq inviando armi e munizioni per la lotta ai terroristi dello SIIL. Usiamo elicotteri militari russi. C’è il pericolo di movimenti dei terroristi dall’Iraq alla Siria, e faremo tutto il possibile per eliminare i terroristi qui, sul suolo iracheno“. Gli esperti militari osservavano che l’aiuto russo a Mosul è di fondamentale importanza, e la Russia, in risposta, avrà le informazioni necessarie sui movimenti di terroristi verso il territorio della Siria. Mosca controlla la situazione a Mosul, e come aveva dichiarato il Capo di Stato Maggiore russo Generale Valerij Gerasimov, i militari russi controllano ciò che accade in tempo reale tramite satelliti da ricognizione e velivoli senza equipaggio (UAV). Secondo l’analista militare iracheno Safa al-Asam, “Turchia e Arabia Saudita cercavano di portare al-Baghdadi in Turchia, via Mosul e Qirquq, oppure via al-Qaim, al-Rataba a Dayr al-Zur in Siria, e quindi in Turchia, per poi trasferirlo in Libia. Lo SIIL ora cerca una nuova via attraverso i confini tra Iraq e Siria per portare al-Baghdadi in Turchia e poi in Libia o altrove”. Una fonte irachena aveva detto che “al-Baghdadi era stato gravemente ferito nella battaglia di al-Anbar, nell’ovest dell’Iraq, a settembre, e che le ferite erano tali che non poteva affatto muoversi liberamente“. Secondo altre fonti, invece al-Baghdadi e tre collaboratori erano stati avvelenati, e quindi trasferiti in un luogo sconosciuto. Nel maggio 2016, secondo fonti irachene, al-Baghdadi era rientrato in Iraq dalla Siria, “al-Baghdadi e un gruppo di capi dello SIIL sono tornati di nascosto nella provincia di Niniwa, in Iraq“. Nel novembre 2015 al-Baghdadi si era trasferito a Mosul dalla città siriana di al-Buqamal, dove si era rifugiato ad ottobre, dopo che aerei iracheni ne avevano bombardato il convoglio presso al-Qarablah, eliminando 25 terroristi nell’operazione organizzata dal Centro di condivisione dell’intelligence di Baghdad, gestito delle agenzie d’intelligence iraniane, russe, irachene e siriane. Al-Baghdadi, ferito nel raid aereo iracheno, fu trasferito a Raqqa, dove i chirurghi riuscirono a salvargli la vita, ma senza potersi ristabilire completamente.
isis_egypt_libya Il politologo del Centro studi politico-strategici egiziano Atif al-Sadawi dichiarava “Gli sviluppi internazionali, specialmente sull’Arabia Saudita, hanno costretto l’Egitto a cambiare diplomazia e a ricercare nuovi alleati nei Paesi come Iran, Venezuela e Russia per aiutarlo in tutti i campi. Il ripristino dei legami Cairo-Riyadh è un lavoro molto complicato e difficile in questo momento“, ostacolato dalla posizione dell’Egitto sulla crisi siriana e dalla sconfitta saudita nello Yemen. Ai primi di ottobre, il consigliere del Parlamento iraniano Hossein Amir Abdollahian definiva “costruttiva e utile” la posizione dell’Egitto su crisi siriana e lotta al terrorismo, ed incontrando il rappresentante egiziano Yasir Uthman a Teheran, affermava “Iran ed Egitto sono due grandi e influenti Paesi che possono svolgere un ruolo costruttivo cooperando nella regione per attenuare le tensioni“. Uthman sottolineava che “L’incremento delle consultazioni tra funzionari dei due Paesi sarà efficace nel migliorare la situazione regionale“. In precedenza il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi aveva dichiarato che la “Posizione dell’Egitto sulla situazione in Siria si basa su cinque semplici principi: rispetto dell’integrità territoriale e della volontà del popolo siriani, soluzione politica pacifica della crisi, disarmo degli estremisti, recupero della Siria e ripristino delle istituzioni statali“. L’Egitto, è consapevole di essere obiettivo del jihadismo sponsorizzato dagli Stati Uniti, e la guerra civile in Libia, dove lo SIIL ha il sostegno degli Stati del Golfo, è una minaccia immediata. La Libia con un governo fantoccio controllato dalle potenze del Golfo, potrebbe destabilizzare l’Egitto, e ciò significa che Cairo è interessata ad influenzare l’esito della guerra civile libica. In tale quadro, la Russia è essenziale per l’Egitto, potendo riempire il vuoto causato dall’azione occidentale e potendo difendere l’integrità politica e territoriale dell’Egitto contro ogni minaccia, come ha dimostrato in Siria. Perciò l’Egitto cerca una stretta cooperazione con la Russia. Sul piano militare, ad esempio le navi Mistral acquisite dall’Egitto riceveranno equipaggiamento elettronico ed elicotteri russi, mentre la Marina Militare egiziana aveva già ricevuto una corvetta lanciamissili classe Molnija. Per Mosca, l’Egitto è un baluardo contro l’invasione occidentale ed islamista, una risposta simmetrica all’espansione della NATO e alle rivoluzioni colorate della CIA.
E concludendo proprio sulla Libia, il governo Renzi ha stanziato per la missione Ippocrate, a Misurata, e per la partecipazione italiana ad UNSMIL (United Nations Support Mission in Libya), 17,39 milioni di euro per le spese entro il 31 dicembre 2016. Il contingente Ippocrate, già operativo, comprende 300 militari: 65 per l’ospedale da campo, 135 per il comando e la logistica, e 100 della forza di protezione del 186.mo Reggimento della Brigata paracadutisti Folgore.libya_egypt_mapFonti:
FARS
FARS
FARS
FARS
FARS
Global Research
RID
RussiaToday
South Front

La guerra per procura in Siria volge al termine

L’iniziativa militare è nelle mani dell’Esercito arabo siriano. C’è un tentativo di spostare i jihadisti dall’Iraq alla Siria
Nikolaj Nikolaev, A-specto, 2016/10/24 – South Front

Nei giorni scorsi vi è stato un maggiore dinamismo nella crisi siriana. Le accuse alla Russia per gli attacchi su Aleppo dagli occidentali, la nuova fase dell’operazione turca “scudo dell’Eufrate”, l’assalto alla città irachena di Mosul, insieme all’inaspettato riconoscimento dello status della Crimea dalla Siria e la successiva telefonata tra Putin e Assad, tutto questo ha una spiegazione militare e geopolitica strategica.

"Il fumo nero dell'"Admiral" che terrorizza l'Europa e la NATO, fa sapere che a Mosca non hanno ancora deciso chi sarà il prossimo presidente degli USA", afferma la BBC.

Il fumo nero dell'”Admiral” che terrorizza l’Europa e la NATO, fa sapere che a Mosca non hanno ancora deciso chi sarà il prossimo presidente degli USA“, afferma la BBC.

Le nuove basi russe
La settimana iniziava con due accordi militari e politici tra Siria e Russia sulla costruzione di basi aeree e navali militari permanenti, presso l’aeroporto di Humeyamim e il porto di Tartus. Finora, la Russia ha dichiarato che il coinvolgimento nel conflitto siriano si limitava alla lotta all’organizzazione estremista “Stato islamico”. Con l’attacco aereo della coalizione degli Stati Uniti all’esercito regolare siriano, in cui si vocifera siano stati uccisi soldati russi, la guerra “per procura” diveniva un confronto diretto tra Stati Uniti e Russia. I suggerimenti dei “falchi” statunitensi di preparare un’azione militare contro il governo siriano, e la successiva risposta del rappresentante ufficiale dell’esercito russo Igor Konashenkov, che sono pronti ad abbattere gli aerei statunitensi, illuminano la crisi dei rapporti. Mentre i media “mainstream” occidentali addormentano il pubblico, il pericolo di un’escalation tra Stati Uniti e Russia è reale. Lo schieramento di unità aeree e navali rafforza le posizioni russe in Siria contro qualsiasi attacco. Lo schieramento di sistemi antiaerei e difese missilistiche, posizionamento di velivoli d’attacco e l’invio di unità navali nel Mediterraneo orientale, guidate dalla portaerei “Admiral Kuznetsov“, cementano l’influenza russa nella regione. L’attacco degli Stati Uniti a Mosca via sud viene sventato, e il Pentagono ha definitivamente perso influenza nel Caucaso. Con l’eccezione, nel raggio di 500-600 miglia a sud-ovest della Turchia, di Izmir, le altre aree del Paese sono fuori dal controllo militare e strategico di Washington e rientrano nel teatro operativo delle Forze Armate russe. La base aerea della NATO d’Incirlik è isolata, giustificando la veridicità delle voci sul trasferimento di armi nucleari statunitensi in Romania. Incirlik rientra nel raggio dei sistemi di difesa aerea S-400. Non è escluso che il ministro della Difesa bulgaro Nenchev veda realizzarsi il sogno infantile di ospitare bombe nucleari degli USA nel nostro Paese. Gli eventi accelerano ricordando i preparativi pre-bellici. L’11 ottobre, Russia e Armenia firmavano un accordo militare creando il sistema di difesa aerea regionale congiunto nella regione del Caucaso. Gli interessi azeri non sono violati, dato che il sistema non include il Nagorno-Karabakh. Qualcosa di particolarmente interessante è accaduto pochi giorni dopo; il presidente Ilham Aliev dichiarava che la ventennale crisi del Nagorno-Karabakh può essere risolta e la regione avere lo status autonomo. Anche se non accadesse, è ovvio che l’Azerbaijan amplia la cooperazione politico-militare con la Russia e il polo eurasiatico. La Turchia inizia ad essere neutrale e persino ad allearsi con Mosca. La scorsa settimana, il portavoce del capo di Stato turco, Ibrahim Cullen, annunciava che Recep Tayyip Erdogan e l’omologo russo Vladimir Putin avevano discusso la possibile formazione di un sistema comune di difesa missilistica. Sembra che tra Mosca e Ankara ci siano stati colloqui politico-militari segreti, anche prima del tentato colpo di Stato. L’ultimo appiglio da cui la potenza degli Stati Uniti può proiettarsi dalla Turchia contro la Russia resta la base aerea di Smirne, e in parte la base per i rifornimenti della 6° Flotta di Aksaz. Nel 2013 gli Stati Uniti chiusero la base di Smirne, e chiaramente perdevano anche Incirlik, scoraggiandoli. Una settimana dopo il tentato colpo di Stato contro Erdogan, vicino alla base di Smirne esplose un incendio senza precedenti che minacciò la base. Gli Stati Uniti vengono lentamente ma metodicamente scacciati dalla regione.mosul-23-oct-2016-2abanIl quadro attuale, le Forze Armate siriane prendono l’iniziativa
La domanda è perché gli alleati occidentali creano centinaia di migliaia o milioni di porfughi che muoiono nelle guerre in Iraq, Libia e Siria, ma la pressione militare di Russia e Damasco sui quartieri orientali di Aleppo li spinge a parlare di sanzioni? La rete dei diritti umani in Siria (SNHR) pubblicava un rapporto secondo cui, a seguito dei bombardamenti della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro 28 obiettivi, vi furono 649 civili uccisi, tra cui 244 bambini e 132 donne. Ovviamente indignazione occidentale non riguarda i diritti umani. L’agenzia stampa iraniana Fars News, citando i dati delle forze governative siriane e i combattenti di “Hezbollah”, affermava che “Fatah al-Islam” riceve ad Aleppo supporto logistico dalle forze speciali e navali statunitensi. Il Pentagono non ha mai negato la presenza di sue truppe a Kobane e provincia di Hasaqah. Dopo l’accerchiamento di Aleppo e il lancio delle operazioni di pulizia, fonti vicine allo Stato Maggiore russo riferivano che circa 200 istruttori e forze speciali occidentali erano intrappolati nella “sacca”. Ovviamente, i bombardamenti russi liquidano non solo i jihadisti. Il pericolo che i soldati statunitensi diventino prigionieri di guerra è reale. Per l’evacuazione dei civili dalle zone orientali di Aleppo sono stati aperti sei corridoi umanitari. Russia e governo siriano garantiscono il ritiro sicuro alle formazioni armate su altri due corridoi, ma secondo il comando dell’Esercito arabo siriano, i terroristi ostacolano l’evacuazione dei civili, prendendoli in ostaggio e sparando su chi se ne va. Alcuni gruppi hanno già annunciato che non lasceranno Aleppo. Ovviamente i padroni occidentali dei terroristi non hanno alcuna voglia di rinunciare alla seconda città siriana. I capi dell’ex-filiale di “al-Qaida” in Siria, “al-Nusra“, rispondevano negativamente alla proposta delle Nazioni Unite di lasciare l’est di Aleppo. Con l’imminente liberazione della città, le unità sunnite sostenute dagli Stati Uniti saranno scacciate e intrappolate nella provincia di Idlib. A sud, in prossimità di Hama e Homs, e presso Damasco, i terroristi subiscono perdite e perdono l’iniziativa. Dopo la sconfitta inflitta dalle forze governative, migliaia di terroristi, con le loro famiglie, si spostavano dalle vicinanze di Damasco (Qabul e Muadamiya) alla provincia di Idlib. Con la presa di Aleppo, la guerra per procura volge al termine, aprendo il rischio di un confronto diretto tra Stati Uniti e governo della Siria sostenuto dalla Russia. Riuscirà il Pentagono a realizzazione il piano classificato “B”?
Washington non ha mai nascosto lo scopo della sua politica in Siria, rovesciare Bashar al-Assad. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha ripetutamente sollecitato il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ad attuare gli accordi e distinguere tra “opposizione moderata” e terroristi. Non è accaduto per una semplice ragione, Washington punta sugli estremisti. “Abbiamo motivo di pensare che, fin dall’inizio, il loro piano fosse risparmiare “al-Nusra” e preservarla nel caso si procedesse con il piano “B” per rimuovere il Governo di Assad”, aveva detto Lavrov. Sull’esistenza del piano “B”, gli Stati Uniti ne parlarono apertamente nella prima metà dell’anno. Le parole del segretario di Stato John Kerry furono: “Se i russi e gli iraniani non adottano seriamente la diplomazia, passeremo al piano “B”, che sarebbe più conflittuale e finirebbe smembrando la Siria. Le conseguenze per la regione, Giordania, Libano, Europa, saranno sorprendenti, così come per i nostri interessi nella sicurezza nazionale“. L’opzione del “confronto” e le conseguenze “sconcertanti” per la regione e l’Europa significano solo intervento militare degli Stati Uniti. Con la liberazione di Aleppo, il mondo sarà di un passo più vicino al momento in cui Washington sarà sul Rubicone. Non è escluso che, come ultima opzione prima di una mossa così rischiosa, gli strateghi del Pentagono utilizzino l’organizzazione terroristica “Stato islamico” per i loro scopi. Alcuni indizi lo confermerebbero. Possiamo indicare un passaggio del discorso elettorale di Donald Trump che accusa l’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton di aver “creato lo Stato islamico”. Ma il fatto è che il bombardamento aereo statunitense delle forze siriane a Dayr al-Zur, violando l’accordo raggiunto tra Obama e Putin, aiutava i jihadisti nella loro offensiva. Secondo l’Esercito arabo siriano, dopo gli attacchi aerei, i terroristi iniziavano un’offensiva sul jabal al-Tarda. I militari dichiaravano che tale offensiva era stata pianificata e sincronizzata con gli attacchi aerei e non poteva avvenire senza il coordinamento tra aviazione e “Stato islamico” a terra. Dayr al-Zur si trova al crocevia delle regioni settentrionali e orientali siriane occupate dai jihadisti, lungo il corso inferiore del fiume Eufrate e nei pressi di Mosul. L’importanza strategica della città sulla riva occidentale dell’Eufrate è cruciale. L’aeroporto, controllato dalle forze governative, permette l’invio di materiale militare e gli attacchi aerei, e rende impossibile il trasferimento di significative truppe islamiste a Raqqa e Aleppo. Sembra che questo fosse l’obiettivo del Pentagono.
Con la battaglia per liberare Mosul, si tenta di reindirizzare le forze jihadiste nella lotta contro il governo di Bashar Assad. Secondo l’Esercito arabo siriano, come citato da AP, gli aerei della coalizione degli Stati Uniti assicurano strade e corridoi verso la Siria per permettere ai terroristi di riorganizzarsi e creare “nuove realtà militari” in Siria orientale. Ad agosto gli Stati Uniti diedero 2 miliardi di dollari in “aiuti umanitari” ai residenti di Mosul, controllata dallo “Stato islamico”. I beneficiari, tuttavia, erano principalmente ex-baathisti (militari dell’esercito di Sadam Husayn) che combattono assieme ai jihadisti. Con il loro aiuto la città fu infiltrata da milizie irachene, curde e forze speciali occidentali. Dopo, a Mosul e nella vicina città di al-Qayara, iniziava la rivolta contro lo “Stato islamico”, in coincidenza con l’inizio dell’offensiva. Finora, il tentativo di spingere i jihadisti in Siria è fallito. Nel frattempo, un altro “attore” della crisi, la Turchia, usa mezzi militari per il piano di creare una zona cuscinetto nel nord della Siria. Negli insediamenti catturati durante l’operazione “scudo dell’Eufrate”, vi vengono portati i rifugiati sunniti dei campi in Turchia, a scapito della popolazione curda. La settimana scorsa un grande scontro iniziava tra truppe turche e formazioni armate curde su un fronte di 600 km, tra la città di Qashima e Idlib. La Turchia, che vede suo interesse principale impedire la nascita di un quasi-Stato curdo nel nord della Siria, cerca di respingere le forze curde ad est dell’Eufrate. La pace non è ancora all’orizzonte nel sanguinoso conflitto siriano.syria_battle_for_azaz_albab_october_23

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La battaglia di Mosul, l’inganno di Washington e Ankara

Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation, 23 ottobre 2016frappes-usa-2Il 3 ottobre, spiegando l’isteria occidentale sull’avanzata dell’Esercito arabo siriano ed alleati ad Aleppo, il Generale Amin Hutayt aveva detto: “Se gli Stati Uniti avevano la minima speranza che Aleppo non venisse liberata dai terroristi entro almeno i prossimi due mesi, avrebbero agito in modo diverso. Ma è chiaro che la Siria e i suoi alleati, come la Russia, hanno deciso diversamente. Da qui il “Piano C” avviato a Dayr al-Zur, prendere in ostaggio la città e raggiungere tre obiettivi:
– Delimitare un’area aperta in Iraq per isolare la Siria, perciò impedivano l’avanzata dell’Esercito arabo siriano distruggendo i ponti, proprio come Israele fece in Libano quando invase il sud, demolendo quattro ponti per isolarlo dal resto del Paese e farne una zona spopolata e controllata dalle Nazioni Unite.
– “Liberare Mosul”, secondo il piano degli Stati Uniti e non degli iracheni. In altre parole, nel modo con cui i turchi avrebbero liberato Jarablus, in Siria, sfruttando l’inganno della mano destra che guida lo SIIL passando alla mano sinistra che guida al-Nusra. La questione è questa: dove gli USA porteranno i terroristi di Mosul? Risposta: a Dayr al-Zur.
– Attenuare la vittoria della Siria ed alleati ad Aleppo, una vittoria certa tra poche settimane e che a nostro avviso silurerà definitivamente il piano di spartizione staunitense della Siria, da cui gli attacchi su Dayr al-Zur ridotti a mera vendetta…“[1].
Ora, Dayr al-Zur è situata sulle rive dell’Eufrate, per lo più invase dallo SIIL. I raid aerei della coalizione internazionale contro lo SIIL, guidata dagli Stati Uniti, hanno distrutto il ponte al-Mayadin il 28 settembre e il ponte al-Ashara il giorno successivo, dopo aver bombardato “per errore” le postazioni dell’Esercito arabo siriano vicino all’aeroporto della città, il 17 settembre, uccidendo 82 soldati e ufficiali e ferendone gravemente più di un centinaio; un “errore” che richiese 2 giorni di preparazione con osservazione sul campo e 50 minuti di attacchi aerei continui, come dimostrarono la Russia e il Dottor Bashar al-Jafari al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Da allora, sette ponti sono stati distrutti sui fiumi Eufrate e Qabur, più altri due secondo SANA (Agenzia Nazionale d’Informazione Siriana) il 20 ottobre. [2] Ma nel discorso dell’11 ottobre, Sayad Nasrallah era ancora più esplicito del Generale Hutayt: “Sull’Iraq, si va di vittoria in vittoria grazie ai sacrifici dei suoi figli, del suo esercito, delle sue forze di mobilitazione popolare e delle sue tribù sunnite, sciite e curde, che affrontano i takfiriti dello SIIL. Oggi, le forze irachene avanzano su Mosul… Mi appello ai leader iracheni, ai combattenti dell’esercito iracheno e dell’Hashd al-Shabi, affinché stiano attenti ai piani degli USA. Gli Stati Uniti vogliono aprire la via ai takfiriti dello SIIL che fuggono in Siria. Vogliono “stipare” lo SIIL nella Siria orientale, da cui poter condurre nuovi attacchi sul territorio iracheno…” [3].
E’ da metà settembre che gli Stati Uniti annunciano, con piagnistei, la battaglia per Mosul, la seconda città dell’Iraq caduta nelle mani dello SIIL nel giugno 2014, grazie a un’operazione fasulla su cui non torneremo. Ma Erdogan ne annunciava la data il giorno dopo. Così, il 25 settembre, RT arabic e altre fonti riferivano: “Il presidente turco ha detto: abbiamo informazioni che indicano che l’operazione del governo centrale iracheno per liberare Mosul da elementi armati dello SIIL potrebbe iniziare il 19 ottobre, e dobbiamo essere pronti… i peshmerga collaboreranno con gli arabi nell’operazione… Riferivano anche che avesse detto ai giornalisti, a bordo dell’aereo che lo riportava da New York dopo aver frequentato l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e incontrato Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti, che il suo ministro degli Esteri studiava la questione di Raqqa con gli Stati Uniti, e la Turchia gli aveva informati delle condizioni. Le condizioni riportate dal canale privato NTV si riducono alla Turchia che aderiva a un’operazione degli Stati Uniti per espellere lo SIIL dalla roccaforte di Raqqa, Siria, quando saranno esclusi i combattenti curdi…” [4].
Si comprenda: il curdo buono non è né turco né siriano, ma è quello del “clan Barzani” apertamente alleato ad Israele, motore e complice delle violazioni dei confini Sykes-Picot, che non soddisfano più Erdogan, i loro creatori, le grandi potenze estromesse e neanche i piccoli satrapi regionali che gli devono l’esistenza. E poi, il curdo buono è sunnita. Infatti, in un’intervista al canale saudita Rotana Qalijia, Erdogan diceva che non avrebbe tollerato l’insediamento di un “potere settario” a Mosul, implicando che: “Mosul appartiene al popolo di Mosul come Tal Afar al popolo di Tal Afar. Nessuno ha il diritto di entrare in queste zone… Solo gli abitanti arabi, turcomanni e curdi sunniti dovrebbe rimanere a Mosul .. Hashd al-Shabi non deve entrare a Mosul… Turchia, Stati Uniti, Arabia Saudita e la coalizione internazionale dovrebbero collaborare in questa direzione. Faremo del nostro meglio per liberare Mosul. Dovremo installare un tavolo dei negoziati e non solo osservare ciò che accade“. [5] Tal Afar è una piccola città a maggioranza turcomanna e Hashd al-Shabi è una delle forze paramilitari irachene a guida sciita che raggruppa combattenti di tutte le fedi ed etnie, la cui partecipazione alle battaglie dell’esercito iracheno ha sempre portato alla sconfitta dello SIIL, come a Ramadi, Tiqrit, nella provincia di Anbar e nella provincia di Salahudin. Quanto a Mosul, non bada mai agli abitanti cristiani, che non avrebbero cittadinanza in questa città. Erdogan e i suoi alleati wahhabiti pensano probabilmente d’impedirne il ritorno, erdoganmentre si preparano, gioiosamente, a recarsi a Qaraqush [6], interamente liberata il 22 ottobre. Ma Erdogan usa solo il proprio dizionario: rifiutare il settarismo è rifiutare tutto ciò che non gli è uguale, come dice questa immagine terribile della nuova Turchia presentata su Facebook da un anonimo. Detto ciò, in cosa Erdogan sarebbe più o meno riprovevole dei capi degli Stati Uniti che invasero l’Iraq con una menzogna, seminando caos e fingendo di ritirarsi dopo un accordo di latente partenariato strategico e una costituzione settaria ed etnica, con il pretesto di fare giustizia presso sciiti e curdi, per poi ritornare in forze oggi creando il cosiddetto preteso “piano inclusivo”, questa volta per rendere giustizia ai sunniti presuntamente minacciati da sciiti e Iran? In cosa sarebbe più o meno condannabile dei capi occidentali a rimorchio degli Stati Uniti, ma che corrono in avanti per strappare la loro parte, nascondendo l’avidità dietro presunte preoccupazioni umanitarie? Il mondo intero sa che Erdogan maltratta i suoi cittadini e violenta particolarmente i curdi, che il suo estremismo non hanno nulla da invidiare allo SIIL. Ma silenzio! La posizione strategica ne fa un ricattatore ancor più pericoloso; ciò probabilmente spiega come anche Vladimir Putin sistemi la “pugnalata alla schiena”, ma non spiega l’inganno condiviso tra Washington e Ankara.

Ankara vuole cambiare il trattato di Losanna del 1923
Cosa vuole Erdogan, a parte il fatto che assieme all’amministrazione degli Stati Uniti e all’alleato Adil al-Jubayr, ministro degli Esteri saudita, urli per scacciare l’Hash al-Shabi dalla Battaglia di Mosul, in assenza di ciò, ricorrendo a figure sunnite che ne condividano la mentalità, come i fratelli al-Najifi: uno, ex-capo del parlamento iracheno; l’altro, prefetto della provincia di Niniwa, di cui Mosul è la capitale? Alla conferenza stampa del 4 ottobre, il primo ministro iracheno Haydar al-Ubadi ne fustigava il settarismo e l’occupazione illegale da parte del suo esercito di Bashiqa, città yezidita, affermando: “Oggi il Consiglio dei Ministri ha discusso purtroppo delle dichiarazioni provocatorie della presidenza turca, dicendo come siano inaccettabili e destinate a seminare discordia tra gli iracheni… Invitiamo il presidente turco a concentrarsi sulla situazione nel suo Paese, dove esistono problemi reali per i cittadini turchi. Mentre esorto tutti noi a collaborare nell’interesse del nostro popolo, non il contrario… Il concetto di sovranità non tollera che certi iracheni supportino forze straniere che minacciano la situazione interna del Paese. È vietato. Non vi è alcuna forza straniera in campo che combatta lo SIIL in Iraq, non lo permetteremo. Abbiamo la coalizione internazionale ed esperti internazionali che guidano le forze irachene, ma non combattono. Addestrano, armano e forniscono copertura aerea, sì! Ma forze straniere non combattono al posto o a fianco dell’esercito iracheno! Non vogliamo alcuna forza straniera e la presenza di forze turche in territorio iracheno, contro la volontà irachena, non è accetta. Gli abbiamo chiesto più volte di ritirarsi… Tutti i leader dei trenta Paesi che si sono incontrati, sono d’accordo con l’Iraq: rispetto della sovranità e rifiuto delle interferenze da qualsiasi Paese negli affari iracheni… “[7]. Tuttavia, secondo la dichiarazione del 19 ottobre dell’ex-Generale libanese Muhamad Abas alla TV al-Mayadin [8], le forze pronte all’offensiva accerchiavano Mosul:
– sud e sud-est: forze dell’esercito iracheno e dell’Hash al-Shabi;
– est e nord-ovest: forze dell’esercito iracheno e peshmerga;
– est: forze di al-Najifi filo-turche a sostegno dei piani di Erdogan e degli alleati sauditi.
Ad ovest Mosul rimane aperta ai terroristi dalla Siria, come previsto degli osservatori, mentre nell’ultima edizione di “60 Minuti” del 21 ottobre, Nasir Qandil presentava il piano di Hashd al-Shabi che doveva entrare dalla riva ovest del Tigri per bloccare i terroristi a Mosul e impedirgli di fuggire nella provincia quasi disabitata, dove sarebbe stato facile disperdersi in attesa di giorni migliori, continuando la guerra di logoramento in Siria. Ma il governo iracheno era costretto a trattare con quello statunitense… e il 19 ottobre intervistato dalla televisione di Stato siriana, l’ex-Generale siriano Turqi al-Hasan testimoniò come circa 800 terroristi fossero arrivati a Raqqa da Mosul, dove i cittadini siriani venivano espulsi dalle case per installarli, aggiungendo che le forze irachene avevano colpito un convoglio di una trentina di veicoli, proveniente da Mosul, al confine con la Siria. Sul piano di Erdogan, il Generale al-Hasan spiegava che le ultime dichiarazioni, sue e delle élite politiche turche, finalmente smascheravano il perché cercassero d’invadere Siria e Iraq. In sintesi: “Il Trattato di Losanna del 1923 [9] che ha definito i confini del nuovo Stato turco e organizzato lo scambio di popolazioni, afferma che potrebbe essere rivisito 100 anni dopo, cioè nel 2023. Ed Erdogan vuole questa revisione per espandere, non ridurre o dividere la Turchia. Pertanto, nella sua mente, se il governo iracheno non libera Mosul, potrebbe tornare alla Turchia. Potrebbe quindi creare l’enclave sunnita, invocandone l’adesione alla Turchia, in una forma o nell’altra, unione o federazione. Purtroppo, l’attuale costituzione irachena imposta dagli Stati Uniti gli permette di provarci. Di qui gli sforzi per minare il governo centrale iracheno“. [10]
Lo scrittore palestinese Rasim Ubaydat conferma il Generale al-Hasan. In un articolo del 21 ottobre sul quotidiano libanese al-Bina, aggiunge: “La Turchia, che insiste a partecipare alla liberazione di Mosul nonostante il rifiuto del governo centrale iracheno, dopo aver occupato Jarablus e Dabiq in Siria e Bashiqa in Iraq con una messa in scena con lo SIIL, sostiene di difendere la propria sicurezza nazionale. In realtà, il sogno espansionista turco di oggi è rioccupare Mosul, Irbil, Qirquq in Iraq e Aleppo in Siria, città liberate dal giogo dell’impero ottomano sconfitto nel 1918. Ciò dimostra che la Turchia di Erdogan è complice del terrorismo e della guerra di aggressione contro Siria e Iraq per annettersi altri territori, come i curdi che cercano di annettersi parte della provincia di Niniwa, in riconoscimento della partecipazione alla liberazione di Mosul“[10]. Ubaydat probabilmente parla dei peshmerga curdi o comunque curdi iracheni. Ma ora Salah Muslim, il leader del Partito dell’Unione Democratica (PYD, partito siriano curdo) annuncia il censimento della popolazione nel governatorato di Hasaqah, [11] ricordando un altro censimento in tempi caotici, manipolato dai turchi per appropriarsi del Sangiaccato di Alessandretta, che non faceva parte dello Stato turco, nel 1923, ma della Siria…rrss3Washington vuole il Sunnistan tra Eufrate e Tigri
La maggior parte degli osservatori della regione sottolinea che gli Stati Uniti hanno deliberatamente ritardato la liberazione di Mosul, l’ultima grande città irachena occupata dallo SIIL, a sua volta controllato dagli Stati Uniti, ed hanno assicurato il loro sostegno all’esercito iracheno e dato il via all’operazione solo in prossimità delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Questo per accreditare la candidata democratica e aumentarne le possibilità di vittoria di Hillary Clinton. Ma Nasir Qandil dettagliando i piani C, D o Z del governo degli Stati Uniti, sottolineava che la liberazione di grandi città non significa assolutamente eliminare lo SIIL dalle enormi aree circostanti scarsamente popolate ma ricche di petrolio e superfici coltivabili, e studiando la posizione delle città su cui gli Stati Uniti cercano di mantenere la loro influenza, si nota che sono tutte situate tra il Tigri e l’Eufrate, territorio già noto come “terra dei due fiumi” e culla di molte grandi civiltà, ed ora riservato al loro mostruoso Frankenstein. In sintesi: “Non si deve pensare che la vittoria dell’esercito iracheno, sostenuta dalla coalizione internazionale guidata da Washington, significhi eliminare lo SIIL dall’Iraq. Certo, Ramadi e Tiqrit sono state liberate, ma la prima è sulle rive dell’Eufrate e la seconda e Mosul sulle rive del Tigri. Tuttavia, metà della provincia di al-Anbar (al-Ramadi), due terzi della provincia di Salahudin (Tiqrit) e tre quarti della provincia di Niniwa (Mosul) sono ancora occupate dallo SIIL dalla liberazione di Mosul. Così il triangolo di circa 70000 Kmq, definito da confine con la Siria, riva orientale dell’Eufrate e riva occidentale del Tigri, resteranno allo SIIL. Perché le aree popolate nel triangolo, pari a sette volte il Libano, si limitano a Sinjar e Tal Afar, il resto è deserto o è occupato da aziende agricole o installazioni petrolifere, dove potranno facilmente nascondersi, riprendersi e riarmarsi per gli obiettivi in sospeso di Washington. Allo stesso modo in Siria, la liberazione di Raqqa, Tabaqa, Dayr al-Zur e Buqamal non significa l’eliminazione dello SIIL. Si avrà anche una striscia di territorio di 70000 kmq ad est dell’Eufrate, dove le aree abitate solo sono Hasaqah e Qamishli. Ciò spiega perché gli statunitensi non siano preoccupati dalla liberazione di Mosul, essendo evidente che le loro tattiche usano lo SIIL per fare pressione su Siria e Russia per avere accordi adatti. Ciò spiega anche la linea rossa imposta dalla Turchia ad est dell’Eufrate, che vuole la sua parte in Siria ad ovest del fiume. Gli statunitensi si riservano il diritto di suonare la ritirata dello SIIL a piacimento, proprio come nella regione del Waziristan, dove la situazione è simile a ciò che accade nella “terra tra i due fiumi”, e dove i droni sciamano sugli obiettivi che hanno deciso di colpire, per via degli accordi con il governo afgano con il pretesto della guerra al terrorismo, dove il governo è in una situazione analoga a quella in cui è incastrato quello iracheno. Infine, con il pretesto della lotta al terrorismo, i calcoli statunitensi sono gli stessi ovunque: tale lotta richiede accordi militari, su energia, materie prime e così via, per mantenere l’egemonia, nonostante i fiumi di sangue e distruzione…“[12].
Alla luce di quanto accade ad Aleppo, va ritenuto che i piani di divisione degli uni e di espansione degli altri siano probabilmente pronti, ma l’isteria occidentale, spinta dalla determinazione di Siria ed alleati a ripulire Aleppo dai terroristi, significa che hanno capito che né Siria né Russia cederanno al ricatto e, soprattutto, che lo Stato siriano ha categoricamente rifiutato qualsiasi accordo in stile afgano o iracheno.capture-decran-2016-10-23-a-20-56-48Note:
[1] Generale Amin Hutayt, al-Alam TV
[2] L’aviazione della coalizione internazionale ha distrutto due ponti sull’Eufrate e sul Qabur
[3] Iraq: USA prevede di stipare lo SIIL nell’est della Siria
[4] Erdogan: i Peshmerga dovrebbe partecipare alla battaglia di Mosul
[5] Dichiarazioni di Erdogan sul futuro di Mosul fanno infuriare Baghdad
[6] I cristiani della piana di Niniwa celebrano la liberazione delloro aree dallo SIIL per opera dell’esercito iracheno
[7] Conferenza stampa del primo ministro iracheno Haydar al-Ubadi
[8] Generale Muhamad Abas, al-Mayadin TV
[9] Trattato di Losanna del 1923-SDN
[10] Generale Turqi al-Hasan, al-Iqbariya TV
[11] Gli approfittatori della battaglia di Mosul
[12] Il censimento a Qamishli
[13] 60 minuti con Nasir Qandil, 21 ottobre 2016

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qasim Sulaymani: l”architetto’ iraniano delle operazioni russe in Siria

Maria Baranova, Gazeta, 5 ottobre 2016 – RBTH

Qasim Sulaymani è un molto influente generale iraniano che ha avuto un ruolo chiave nel convincere il Cremlino a lanciare l’operazione militare in Siria un anno fa. Ma chi è esattamente Sulaymani e fino a che punto arriva la sua influenza?13047902Dopo che gli aerei russi furono dispiegati in Siria permanentemente, nel 2015, iniziando a colpire i gruppi terroristici, Reuters riferì che uno dei principali “architetti” dell’operazione era il generale iraniano Qasim Sulaymani, comandante delle unità speciali della Forza al-Quds della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Secondo l’agenzia fu Sulaymani che descrisse lo scenario delle operazioni in Siria alla leadership militare a Mosca delineando le possibilità d’influenzare la situazione. Durante la prima presunta visita nella capitale russa (24-26 luglio 2015), Sulaymani avrebbe incontrato il Presidente Vladimir Putin e il Ministro della Difesa Sergej Shojgu. “Sulaymani mise la mappa della Siria sul tavolo. I russi erano molto allarmati e sapevano che le cose prendevano una brutta piega, con seri pericoli per il regime“, dice l’articolo. “Gli iraniani assicurarono che c’era ancora la possibilità di riprendere l’iniziativa. Al momento Sulaymani ebbe un ruolo garantendo che non tutto era perduto“. Insomma, Sulaymani avrebbe fatto quattro viaggi a Mosca, a fine luglio, inizio agosto e dicembre 2015, e a metà aprile 2016. Una fonte conferma a Gazeta.ru che Sulaymani fu nella capitale russa in diverse occasioni, nell’inverno 2015-2016. “Qasim è attendibile, e i rifornimenti di armi vengono discussi con lui“, diceva la fonte. Sulaymani discusse dell’operazione siriana con i colleghi russi già nel 2013, ma la destabilizzazione dell’Ucraina rallentò le consultazioni per due anni. In risposta alle domande dei giornalisti, l’addetto stampa presidenziale Dmitrij Peskov negò che Putin avesse incontrato Sulaymani, sostenendo che non aveva alcuna informazione se il generale avesse visitato Mosca.

Uomo internazionale del mistero
Il nome di Qasim Sulaymani appare sulla lista nera delle 15 figure militari e politiche iraniane delle Nazioni Unite a cui è vietato lasciare il Paese per i legami nello sviluppo del programma nucleare. Sulaymani e la Forza al-Quds sono anche oggetto di sanzioni unilaterali degli Stati Uniti, che classificano la Forza al-Quds organizzazione che aiuta il terrorismo, e Sulaymani un terrorista. Il generale è noto come l’organizzatore di operazioni di sabotaggio e d’intelligence che ha creato una vasta rete di agenti con il supporto delle comunità sciite nella regione. “Sulaymani è il più potente operativo del Medio Oriente e nessuno ne ha mai sentito parlare“, disse John Maguire, ex-agente della CIA in Iraq, alla rivista New Yorker, nel 2013.

Un militare non professionista
Qasim Sulaymani salì la scala sociale grazie alla rivoluzione islamica del 1979 che rovesciò il regime dello Shah in Iran. Nato in una povera famiglia di contadini nel piccolo villaggio di montagna di Rabor, nella provincia orientale di Kerman, lasciò la scuola dopo cinque anni e fino alla rivoluzione fu un manovale. Il giovane Sulaymani sostenne con forza le idee della rivoluzione. Nei primi giorni aderì al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), divenuto successivamente un’unità d’élite direttamente dipendente dal leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khamenei. L’IRGC ebbe un ruolo chiave nella guerra Iran-Iraq del 1980-1988, e Sulaymani partecipò alla preparazione delle operazioni dell’unità. Fu allora che pose le basi per la futura rete di agenti, contattando i leader dei curdi iracheni e l’organizzazione sciita Badr che combatteva l’allora presidente iracheno Sadam Husayn.

Vincitore di Sadam e Washington
Sulaymani divenne il comandante della Forza al-Quds nel 1998. L’unità coordina e dirige le attività della rete sciita “rivoluzionaria” che si oppone agli alleati degli Stati Uniti nella regione, tra cui Arabia Saudita e Bahrayn. L’unità svolse un ruolo importante nel rovesciamento del regime del dittatore Sadam Husayn in Iraq. Sulaymani personalmente guidò i combattenti iracheni e stabilì i rapporti con la maggioranza dei partiti ed organizzazioni; all’epoca era considerato il vero padrone dell’Iraq. Dopo la caduta del regime di Husayn, Sulaymani già influenzava le maggiori figure politiche dell’Iraq. Col tempo, una rete di alleanze regionale fu formata sotto la guida del generale iraniano.

Sulaymani contro il ‘califfato’
Quando le città irachene, una dopo l’altra, caddero nelle mani dello Stato islamico, la rete di Sulaymani rispose immediatamente. Per l’Iran, la lotta contro lo SIIL divenne una priorità: i terroristi distruggevano i luoghi santi sciiti. Sulaymani prese il comando ed inviò i suoi migliori combattenti a Baghdad. La Forza al-Quds ebbe un ruolo fondamentale nelle principali vittorie delle Forze Armate irachene a Tiqrit, Faluja e Mosul. Quando il “Califfato” terroristico passò in Siria, la Forza al-Quds era pronta. Secondo Debka, fonte israeliana collegata ai servizi di sicurezza del Paese, gli specialisti iraniani supervisionano le operazioni dell’Esercito arabo siriano su molti fronti, coordinando anche le attività di Hezbollah in Libano, i loro alleati e parte dell’opposizione siriana nella lotta contro lo SIIL. L’Iran nega ufficialmente la presenza di combattenti dell’IRGC in Siria. Name Sham, sito arabo-iraniano collegato all’opposizione siriana, citava lo stesso Assad dire in una riunione: “Il Maggiore-Generale Sulaymani ha un posto nel mio cuore. Se avesse concorso contro di me, avrebbe vinto le elezioni. Tanto è amato dal popolo siriano“.

Un soldato fino alla fine?
Con tale autorità, Sulaymani potrebbe facilmente iniziare la lotta per il potere in Iran. Per le presidenziali nel 2017 vi sono già appelli sui social network iraniani per la candidatura di Sulaymani. Tuttavia, a settembre Sulaymani dichiarava di non avere ambizioni politiche e di voler rimanere un soldato fino alla fine dei suoi giorni. E’ chiaro che per ora il suo piano è concludere positivamente le operazioni siriane. E se questo accade, Sulaymani non avrà bisogno di alcuna elezione in Iran.qassem_soleimani_ap_897988161371_bTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora