“Il capo del SIIL non esiste”: sbalorditiva ipotesi emerge dagli archivi militari degli USA

Tyler Durden Global Research, 20 gennaio 2015CartoonDopo aver constatato che l’angoscia dell’elettore è stata istigata, manipolata e spaventata al punto che la priorità massima del Congresso è ‘colpire’ il terrorismo, forse non è del tutto sorprendente scoprire, in fondo agli archivi, che chi viene gettato al pubblico ‘odio’ possa invece essere un parto della fantasia. Come il New York Times svelò nel 2007, Abdullah Rashid al-Baghdadi, il capo dello Stato islamico e, secondo il generale di brigata Kevin Bergner, capo portavoce dei militari USA dell’epoca, non è mai esistito (in realtà era un personaggio le cui dichiarazioni audio-registrate furono fornite da un vecchio attore di nome Abu Abdullah al-Nayma).
The New York Times (2007), Per più di un anno, il capo di uno dei gruppi di insorti più noti in Iraq sarebbe stato un misterioso iracheno di nome Abdullah Rashid al-Baghdadi. Da capo dello Stato Islamico in Iraq, organizzazione sostenuta pubblicamente da al-Qaida, Baghdadi ha fatto continue dichiarazioni incendiarie. Nonostante le affermazioni dei funzionari iracheni, secondo cui era stato ucciso a maggio, Baghdadi sembrava perseverare indenne… un portavoce militare statunitense ha fornito una nuova spiegazione sulla capacità di Baghdadi di sfuggire all’attacco: non è mai esistito. Il Brigadier-Generale Kevin Bergner, il capo portavoce militare statunitense, ha detto che lo sfuggente Baghdadi sia in realtà un personaggio le cui dichiarazioni audio-registrate erano recitate da un attore di nome Abu Abdullah al-Nayma. Il trucco, ha detto Bergner, fu ideato da Abu Ayub al-Masri, il capo egiziano di al-Qaida in Mesopotamia che cercava di mascherare il ruolo dominante degli stranieri in tale organizzazione di insorti. La manovra era volta ad inventare Baghdadi, personaggio il cui nome gli attribuisce un pedigree iracheno, e porlo a capo di un’organizzazione di facciata chiamata Stato Islamico dell’Iraq e poi presentare Masri giurargli fedeltà. Ayman al-Zawahiri, vice di Usama bin Ladin, cercò di rafforzare l’inganno indicando al-Baghdadi nelle sue dichiarazioni video e su Internet. Le prove delle affermazioni statunitensi, annunciava Bergner in una conferenza stampa, furono fornite da un ribelle iracheno: Qalid Abdul Fatah Daud Mahmud al-Mashadani, che diceva di essere stato catturato dalle forze statunitensi a Mosul il 4 luglio. Secondo Bergner, Mashadani è l’operativo iracheno più anziano di al-Qaida in Mesopotamia. Entrò nel gruppo di insorti Ansar al-Sunna, prima di entrare in al-Qaida in Mesopotamia oltre due anni fa, divenendo “emiro dei media” del gruppo per tutto l’Iraq. Bergner ha detto che Mashadani è anche un intermediario tra Masri in Iraq e bin Ladin e Zawahiri, che gli statunitensi sostengono guidare i loro affiliati in Iraq. “Mashadani conferma che al-Masri e i capi stranieri di cui si circonda, che non sono iracheni, prendono le decisioni operative” di al-Qaida in Mesopotamia, ha detto Bergner. …
Bruce Riedel, ex funzionario della CIA ed esperto di Medio Oriente, ha detto che gli esperti si chiesero a lungo se Baghdadi esistesse realmente. “C’era un punto interrogativo su ciò“, ha detto. Tuttavia, Riedel ha suggerito che la comunicazione ultima potrebbe non essere la parola definitiva su Baghdadi e i capi di al-Qaida in Mesopotamia. Anche le affermazioni di Mashadani, Riedel ha detto, potrebbero essere una storia di copertura per proteggere un capo che in effetti esiste. “In primo luogo, dicono che l’abbiamo ucciso“, ha detto Riedel, riferendosi alle dichiarazioni di alcuni funzionari del governo iracheno. “Ma l’abbiamo sentito dopo la morte e ora dicono che non è mai esistito. Ciò suggerisce che la nostra intelligence su al-Qaida in Iraq non è ciò che vorremmo sia“. I portavoce militari statunitensi insistono a dire di sapere la verità su Baghdadi. Mashadani, dicono, ha deciso di svelarlo perché risentito dal ruolo dei capi stranieri di al-Qaida in Mesopotamia. Dicono che non ha ripudiato l’organizzazione.
Per saperne di più qui.
Ironman 3?
Quindi era un fantasma allora… ed è un fantasma oggi, una propaganda progettata e fabbricata esclusivamente per dare un volto al SIIL, il maggiore spauracchio dell’attuale mania dell’anti-terrorismo globale, così necessaria per aumentare il QE globale invece di una guerra mondiale (per ora)? E’ certamente più facile per un utente medio ‘odiare’ un capo demoniaco che una ‘cosa’ amorfa chiamata ‘Islam radicale’, basta chiedere al presidente Obama.

dmbNy4k3TiO2aP-GW3LPEgCopyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo Stato islamico viola i confini sauditi

Aleksandr Orlov New Eastern Outlook 14/01/2015

IS%20military%20operationMentre il mondo intero è testimone dei terribili attentati in Francia e conseguente marcia di 3,7 milioni di persone contro il terrorismo, il Medio Oriente è testimone di un evento dal significato non meno importante e grave del massacro nel cuore di Parigi dei giornalisti di Charlie Hebdo, la rivista che aveva già pubblicato vignette sul profeta Maometto. Negli eventi a Parigi ancora va stabilito cosa sia realmente accaduto. L’elenco dei fatti strani è abbastanza impressionante: perché dei terroristi professionalmente preparati lasciavano i loro documenti in auto; come le forze di polizia siano riuscite a trovarli in modo sorprendentemente veloce; perché alcun tentativo di prenderli vivi, invece di ucciderli, da parte dalle forze di sicurezza, anche se avrebbero potuto arrestarli utilizzando speciali granate flash. E l’elenco potrebbe continuare, dato che una complice dei terroristi è fuggita dalla Francia riuscendo a recarsi in Siria attraverso Spagna e Turchia; mentre un commissario di polizia che indagava, senza alcuna ragione si sarebbe suicidato (o ucciso?) E mentre i media del mondo sono concentrati sulla tragedia di Charlie Hebdo, hanno semplicemente ignorato gli attentati in Medio Oriente. Inoltre, tale reale attentato ha evidenziato l’importante cambio nella situazione regionale, mettendo a rischio il primo partner strategico degli Stati Uniti nel mondo arabo, l’Arabia Saudita. Ed ecco perché.
Il 5 gennaio mattina quattro militanti del SIIL hanno attraversato il confine dell’Arabia Saudita nella provincia settentrionale, presso la città di Arar, sulla via del pellegrinaggio alla Mecca da Iraq, Iran, repubbliche del Caucaso settentrionale e Transcaucasia. Pertanto questa zona non è un luogo deserto ma un incrocio trafficato del regno. Sul lato iracheno del confine la zona è abitata prevalentemente da sciiti, quindi vi sono numerose unità saudite dotate di velivoli armato, stanziato a difesa del confine; il gruppo è stato rafforzato quando il califfato islamico fu proclamato nel territorio dell’Iraq. Nel corso di una sparatoria con la pattuglia di confine saudita, scoppiata quando dei militanti hanno attaccato un posto di blocco, uno dei terroristi è stato ucciso, mentre l’altro ha fatto esplodere la cintura esplosiva uccidendo tre soldati sauditi, tra cui il Brigadier-Generale Audah al-Balawi, comandante della regione del confine settentrionale. Gli altri due militanti furono poi inseguiti e uccisi. I soldati trovarono armi automatiche, bombe a mano, cinture esplosive e ingenti somme di denaro sui cadaveri. L’attacco al valico di frontiera vicino la città di Arar, indica che il SIIL ha ufficialmente iniziato l’aggressione all’Arabia Saudita non solo effettuando attentati terroristici nel regno, come poco tempo prima, quando i militanti del ISIL sparavano agli sciiti sauditi uccidendoli davanti le moschee nella provincia orientale, ma impegnandosi militarmente sul territorio iracheno, nonostante il fatto che tali aree siano in teoria controllate dalle forze governative irachene. E’ anche un fatto sconcertante che un generale saudita sia tra i soldati morti, dato che è assai dubbio che partecipasse a una tale operazione. Le autorità saudite nascondono chiaramente qualcosa. E’ comprensibile dopo tutto, dato che re Abdullah sta per tirare le cuoia in ospedale, e la questione della successione nel Paese più importante per gli interessi regionali degli Stati Uniti nel mondo arabo, spinga affinché sia così. Allora, perché i media di tutto il mondo, soprattutto occidentali, minimizzano tali eventi? È un dato di fatto che l’attacco indichi che il califfato islamico ha praticamente violato il confine dell’Arabia Saudita, anche se per un paio d’ore. È una tendenza preoccupante in effetti, soprattutto ora che il regno gioca contro il mercato globale dell’energia, riducendo costantemente il prezzo del petrolio a favore di Washington per colpire le economie di Russia, Iran e Venezuela. Ma non sembra che le élite locali vi badino, mentre i ricavi si sbriciolano.
L’attacco nel suo significato non si avvicina neanche ai colpi di mortaio caduti casualmente in territorio saudita, ma in realtà è una mossa ostile diretta all’Arabia Saudita dallo Stato islamico. Riyadh ha preso tutte le possibili misure di sicurezza per assicurare il confine con l’Iraq, che si estende per quasi 500 miglia. Nel dicembre 2014 l’Arabia Saudita ha creato una terra di nessuno profonda 12 miglia e inviato le guardie di frontiera con sistemi di sorveglianza per tenerla sicura. Di certo si potrebbe lodare la riuscita eliminazione dei militanti, ma erano riusciti ad attraversare la zona cuscinetto e il confine, in primo luogo, e senza temere la reazione dei soldati sauditi. In ogni caso, le cose peggiorano per le autorità saudite, dato che 5-7000 cittadini sauditi combattono sotto la bandiera dello Stato islamico, che inoltre trova molta simpatia tra la popolazione saudita, soprattutto tra i giovani. Secondo alcuni sondaggi, l’80% dei giovani sauditi simpatizza per lo Stato islamico. Ciò significa che in un dato momento, potranno entrare nelle fila del Califfato se lanciasse la grande invasione della RAS. E non ci vorrà molto, soprattutto se re Abdullah muore e gli eredi si combatteranno per occupare il trono. Non è un caso che un enorme gruppo di “consiglieri” degli Stati Uniti, cioè di agenti di NSA, CIA e Pentagono, sia arrivato in Arabia Saudita da due settimane, per cercare di escogitare un meccanismo che consenta il passaggio pacifico del potere. Quindi, tale storia puzza. Se il SIIL invadesse l’Arabia Saudita, mentre è priva del re, il risultato sarebbe certamente disastroso, dato che il Paese esploderebbe in 3-4 pezzi, come la separazione delle provincie orientali sciite confinanti con lo Yemen, dove la maggioranza della popolazione è sciita.
Ma l’occidente ricorda lo struzzo che seppellisce la testa nella sabbia, cercando di nascondere la possibile offensiva del SIIL dietro la mega-marcia di Parigi.

1229_Energy_SaudiFrance_full_600Aleksandr Orlov, politologo ed esperto orientalista, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Pensisole e dipendenze

Badia Benjelloun, DedefensaQatar-Bahrain-UAE-Persian-Gulf-google-earth-map-HRAl-Jazeera (penisola) ha anticipato il Qatar nell’azione da potenza mediatica nel dare consistenza esistenziale al piccolo Paese, che sarebbe rimasto una base militare degli Stati Uniti, certamente la maggiore della regione, ma oscuro e difficile da individuare sulla mappa. Nelle ultime settimane, al-Jazeera ha rimosso la sezione sulla Siria, mentre riduce le notizie di apertura sulla questione siriana. Il programma di addestramento dei vari gruppi di oppositori al governo siriano, però, continua in Qatar, in un campo vicino al confine saudita. Vi sono addestrati elementi dell’Esercito siriano libero, descritto moderato ma inefficace nel compito assegnatogli di rovesciare Bashar al-Assad. La squadra dello sceicco Tamim al-Thani ha anche aderito al Fronte islamico approvato dei Saud, mal disposti verso i Fratelli musulmani, ma che non badano agli esecutori del lavoro sporco nel fare cadere l’alleato di Teheran. La Turchia è ufficialmente pronta a compiere la sua parte del programma di addestramento statunitense che, in tre anni, riguarderà circa 15000 uomini. Il Congresso ha approvato il finanziamento dell’operazione per combattere ufficialmente il SIIL. Il ministro degli Esteri siriano Walid Mualam ha confermato, in un’intervista a novembre, il tentativo di riconciliazione del Qatar con il suo governo. Da parte sua, il portavoce della Coalizione nazionale siriana d’Istanbul ha annunciato il rifiuto di prendere parte ai negoziati proposti dalla Russia per porre fine al conflitto. Khaled Khoja, capo del CNS da pochi giorni, è molto vicino ai Fratelli musulmani. E’ il quarto capo di tale organizzazione nata al di fuori del territorio nazionale e priva di supporto popolare. Uno dei suoi predecessori, Muaz al-Qatib s’è pentito di aver contribuito alla distruzione del suo Paese.
Gli USA hanno consegnato nel 2014 300 milioni di dollari in armamenti alle forze armate irachene. Dal 2015 forniranno carri armati Abrams, Humvee, MRAP e molti altri giocattoli, come gli M16. L’organizzazione Conflict Armament Research di Londra, ha rivelato che i “jihadisti” del SIIL usano armamenti fabbricati negli USA, la maggior parte forniti dai Saud ai “moderati”. I taqfiristi dispongono di grandi quantità di M16 e razzi anticarro M79. Tutte le condizioni per il prosieguo di una guerra a bassa intensità sono adeguatamente soddisfatte. Tranne le appendici lontane, l’Impero (o sistema) si diverte attentamente a sfruttare la “sovra-estensione” delle proprie forze armate e della propria rete di spionaggio ed operazioni speciali. La Turchia si concentra sui suoi immediati vicini nel contesto della recessione economica globale. La stampa riferisce della scarsità di investimenti esteri nel 2014, a torto attribuendolo alla cattiva politica dell’AKP che certamente pratica favoritismi verso i propri clienti. Ovunque, la crescita è nulla se non integrata dalla quota del PIL di narcotraffico e prostituzione. Quando periodicamente si annuncia la diminuzione della disoccupazione negli Stati Uniti, si parla dell’attività della ristorazione. La negazione della piena integrazione della Turchia all’Unione europea, così a lungo promessa dai capi quale miglioramento miracoloso del tenore di vita agli elettori turchi, diventa una risorsa. Questo membro della NATO è centrale nell’arsenale di Putin contro l’accerchiamento della Russia. I gasdotti per l’UE dovranno passare per la Turchia, la cui stabilità è vitale. Le piccole rivoluzioni colorate dovranno fare attenzione, saranno facilmente manipolate perché la piccola borghesia urbana è la prima a soffrire della strategia della crescita basata sul debito. Erdogan era apparso per un istante il campione della “primavera araba”, anche se l’alleanza militare con l’entità sionista non è mai stata negata, tranne alcune esercitazioni congiunte differite. Tra le molte ragioni per cui la Turchia è divenuta la base dell’opposizione siriana c’è la fedeltà all’obbedienza ‘islamica’, per i forti legami forgiati con il Qatar, altro amico d’Israele, dato il fascino discreto del secondo reddito pro-capite al mondo, dopo il Lussemburgo, e il pressoché infinito flusso di fondi sovrani. Il Qatar è obbligato a rinunciare apertamente a sostenere la Fratellanza, pena l’esclusione dal cartello dei Paesi del Golfo. L’emiro di 34 anni s’è volto all’Egitto di Sisi, lasciando Erdogan senza profondità diplomatica nei Paesi arabi, mentre la Tunisia passa a un regime finanziato dai sauditi.
La crisi siriana è ‘ontologicamente’ legata alla crisi ucraina, anelli della catena per tentare di soffocare la Russia. La mossa del gasdotto dall’Europa meridionale alla Turchia è un modo per allentarla. I “moderati” del CNS ospitati a Istanbul, dall’esistenza artificiale vacua e vuota, continueranno ad essere visti come alternativa al governo siriano? L’incontro dell’inviato dell’ONU e dei ministri degli Esteri dell’UE a metà dicembre, suggerisce un’inversione di tendenza che non chiede più l’esclusione di Bashar al-Assad, in nome di un realismo che prende in considerazione la forza del suo esercito e il supporto della maggioranza del suo popolo. È qui ancora che la Francia appare la più disperatamente intransigente nell’evitare trattative o accordi, anche parziali, che non l’avvantaggeranno al punto da passare per rappresentare degli interessi dei Saud e/o Israele. Questa è la rigidità dottrinale cui si basa l’atteggiamento del governo francese verso la questione nucleare iraniana. Seyed Hossein Moussaoui, ex-diplomatico iraniano e professore di Princeton che passa per portavoce di Obama, supplica la rapida soluzione del problema. Una volta che la Turchia si sarà parzialmente ritirata dalla NATO, far cadere l’Iran nella trappola degli USA indebolirebbe la posizione russa. Al-Jazeera presta maggiore attenzione ai Paesi nordafricani. Una TV israeliana aveva individuato, prima del loro arresto, gli autori della strage di Charlie Hebdo quali franco-algerini(?). Vista da Pechino, l’Europa appare una penisola del continente asiatico. Alstom ha perso ogni possibilità di partecipare alla costruzione del TGV che collegherà Brest a Shanghai in 48 ore, dato che la Francia non sa onorare i propri contratti. Infine, non solo la crisi ucraina non ha distratto Russia dalla Siria, rimanendo fedele ai suoi impegni, ma al contrario contribuirà a rafforzare il governo di Damasco.
Gli imperi crollano sotto il peso dei loro eserciti. Così fu per l’impero romano come per il califfato abbaside. Il soldato incaricato di mantenere il potere in un ampio territorio, mai pienamente controllato, ne spezza l’unità e la ridimensiona a un principato adattato al suo gruppo. A Baghdad, tra 940 e 1258, il vero potere fu nelle mani dei capi dell’esercito che abolirono il servizio civile del visir. La forza ideologica che aveva presieduto alla nascita della dinastia del Califfato si era esaurita. La farsa della democrazia e della libertà versione statunitense non convince né incanta. La storia abilmente costruita dell’invasione sovietica, mai imminente, a suo tempo ebbe qualche aderenza. Le squallide rappresentazioni dei gruppi islamisti fanatici come pericolo per la civiltà sono pessime, nonostante gli effetti da shock and awe. Gli strumenti della ricomposizione di un’umanità coerente con se stessa, che è tale escludendo un conflitto mortale tra individui e gruppi, già esistono nel mondo. Per quanti anni dobbiamo assistere a tale tremendo collasso?600px-QAT_orthographic.svgTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ambasciata USA a Baghdad dirige le operazioni del SIIL

Fars News Agency, Global Research, 7 gennaio 2015

0X-LkaOl33QIl comandante delle Forze Basij (volontarie) dell’Iran, Generale di Brigata Mohammad Reza Naqdi, ha detto che l’ambasciata USA a Baghdad è il centro di comando dei terroristi taqfiri dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante (ISIL). “Gli Stati Uniti appoggiano direttamente il SIIL in Iraq e gli aerei statunitensi lanciano aiuti e armi al SIIL in Iraq…“, ha detto il Generale Naqdi rivolgendosi ad un gruppo di forze Basij a Teheran. Ha aggiunto che le forze irachene hanno anche recuperato alcuni degli aiuti lanciati dagli aerei degli Stati Uniti ai terroristi del SIIL. La scorsa settimana, la Commissione per la sicurezza e la difesa parlamentare irachena ha rivelato che un aereo statunitense ha rifornito l’organizzazione terroristica SIIL di armi e munizioni nella provincia di Salahuddin. Il deputato Majid al-Gharawi ha dichiarato che informazioni disponibili sottolineano che aerei statunitensi riforniscono l’organizzazione SIIL non solo nella provincia di Salahuddin ma anche in altre province, segnala Iraq Tradelink. Ha aggiunto che Stati Uniti e coalizione internazionale “non combattono seriamente l’organizzazione SIIL, poiché hanno il potere tecnologico per rilevare la presenza degli uomini del SIIL e distruggerli in un mese“. Gharawi ha aggiunto che “gli Stati Uniti cercano di prolungare la guerra contro il SIIL per avere garanzie dal governo iracheno sul possesso di basi nelle province di Mosul e Anbar“. La Commissione sicurezza ha anche rivelato che a Salahuddin “aerei sconosciuti hanno lanciato armi e munizioni agli elementi armati del SIIL a sudest della città di Tiqrit“.
A fine dicembre, un parlamentare iracheno ha sollevato dubbi sulla serietà della coalizione anti-SIIL guidata dagli Stati Uniti, e ha detto che il gruppo terrorista riceve ancora aiuti da velivoli non identificati. “La coalizione internazionale non è seria negli attacchi aerei ai terroristi del SIIL e cerca anche di evitare lo scontro delle forze popolari Basij (volontari) con i taqfiri, in modo che il problema del SIIL rimanga irrisolto nel prossimo futuro“, ha detto Nahlah al-Hababi a FNA. “I terroristi del SIIL continuano a ricevere aiuti da aerei non identificati in Iraq e Siria“, ha aggiunto. Hababi ha detto che attacchi aerei precisi della coalizione vengono lanciati solo in quelle aree in cui sono presenti le forze peshmerga curde, mentre gli attacchi aerei in altre regioni non sono così precisi. A fine dicembre, la coalizione degli Stati Uniti ha lanciato aiuti ai militanti taqfiri in una zona a nord di Baghdad. Fonti sul campo in Iraq hanno detto ad al-Manar che gli aerei della coalizione internazionale lanciavano aiuti ai terroristi a Balad, nella provincia di Salahuddin, a nord di Baghdad. Ad ottobre, un comandante iraniano ha accusato gli Stati Uniti di rifornire il SIIL, aggiungendo che gli Stati Uniti mentono quando sostengono che le armi furono erroneamente paracadutate al SIIL. “Gli Stati Uniti e la cosiddetta coalizione anti-SIIL hanno lanciato una campagna contro tale gruppo terrorista e criminale, mentre lo riforniscono di armi, cibo e medicine nella regione di Jalawla (una città nel governatorato di Diyala, Iraq). Ciò mostra esplicitamente la falsità delle pretese della coalizione e statunitensi“, ha detto il Vicecapo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, Generale di Brigata Massoud Jazayeri. Gli Stati Uniti hanno affermato di aver paracadutato armi e medicine ai combattenti curdi che affrontano il SIIL a Qubani, vicino al confine con la Turchia, nel nord della Siria. Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha detto di aver paracadutato 28 carichi di armi e rifornimenti, ma uno di essi non era finito nelle mani dei combattenti curdi. Dai video è poi emerso che alcune armi che gli Stati Uniti avevano paracadutato erano finite nelle mani dei militanti del SIIL. Il comandante iraniano insiste sul fatto che gli Stati Uniti avevano l’intelligence sulla presenza del SIIL nella regione e che le dichiarazioni di avergli erroneamente paracadutato armi sono improbabili quanto false.

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Te l’avevo già detto prima, in che secolo siamo?

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran trionfa sul progetto saudita in Siria-Iraq

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 2 gennaio 2015Iran's Nuclear Ambitions: Options for the WestL’ammissione a denti stretti che l’Arabia Saudita ha perso nella rivalità regionale con l’Iran è evidente nell’articolo del caporedattore fondatore del quotidiano Asharq al-Awsat. L’arroganza secondo cui il denaro può comprare qualsiasi cosa o chiunque a Washington, il trionfalismo che l’incantesimo dello Stato islamico castighi gli iraniani, l’eccessiva fiducia che lo scisma fra sunniti e sciiti trascenda la politica regionale, tutte queste ipotesi saudite sono andato terribilmente male. Il 2014 si distingue come l’anno in cui i sauditi sono allo sbando. Mentre il 2014 si è concluso, è chiaro che gli iraniani hanno messo nel sacco i sauditi in Iraq e Siria. Proprio come gli iraniani hanno volto a loro vantaggio l’invasione statunitense dell’Iraq e il rafforzamento sciita conseguitone dieci anni fa, hanno prontamente sequestrato lo spettro dello SI (che perseguita l’occidente) proiettandosi come fattore di sicurezza e stabilità regionale. Basti dire che l’influenza iraniana in Iraq è aumentata nel 2014. Teheran oggi influenza non solo gli sciiti ma anche i sunniti iracheni e curdi (qui). Il robusto intervento militare di Teheran in Iraq ha degradato lo SI oltre ogni aspettativa. In sintesi, l’Iran è emerso a difensore dell’Iraq come testimonia la visita del ministro della Difesa iracheno a Teheran la scorsa settimana. Il fatto è che lo SI è una forza assai ridimensionata oggi e la sua capacità di occupare territori, e anche di mantenerli, è in serio dubbio grazie all’efficacia dell’intervento militare iraniano in Iraq. Dall’altra parte, lo spettro del SI ha portato l’occidente a rendersi conto che il regime siriano, sostenuto da Teheran, è un baluardo contro il terrorismo islamico che minaccia l’Europa.
Le aspettative saudite che da un lato Teheran s’impantanasse in Iraq e, dall’altro che l’intervento degli Stati Uniti contro lo SI avrebbe logicamente riaperto l’agenda del ‘cambio di regime’ in Siria costringendo l’amministrazione Obama a sostenere il progetto saudita, sono stati smentiti. Ma il singolo maggiore errore di calcolo saudita riguarda la ragion d’essere dell’impegno degli Stati Uniti con l’Iran. I sauditi credevano che il presidente Barack Obama sarebbe stato costretto a fare marcia indietro di fronte l’enorme assalto dei loro lobbisti negli Stati Uniti, in tandem con la formidabile lobby israeliana, negli ultimi mesi. Invece, Obama si è mosso, ma in forza della convinzione che la cooperazione dell’Iran avrà un effetto moltiplicatore sulle strategie statunitensi nel moderare il Medio Oriente e ripristinare il prestigio e l’influenza statunitensi nella regione, mentre gli consentirà di concentrarsi maggiormente sul pieno recupero dell’economia statunitense e avere maggiore attenzione per le strategie globali degli Stati Uniti. Obama ha candidamente parlato di tutto ciò in una recente intervista a NPR News. Ha insultato i suoi critici interni, “Ci sono momenti in cui a Washington, gli esperti… credono basti muovere i pezzi degli scacchi intorno al tavolo. E ogni volta che abbiamo tale arroganza, ne usciamo scottati“. Ha rifiutato l’idea di “dedicare un altro trilione di dollari” per inviare truppe a combattere lo SI in Iraq. “Dobbiamo spendere un trilione di dollari per ricostruire le nostre scuole, le nostre strade, la nostra scienza e la ricerca, qui negli Stati Uniti“, ha detto Obama. Con Obama i sauditi hanno sbagliato tutto. Sono ancora impantanti nella precedente diplomazia delle cannoniere e dell”intervento umanitario’ degli Stati Uniti in Medio Oriente. Significativamente, Obama nell’intervista ha anche ammesso che l’Iran diverrà una “potenza regionale di grande successo” se coglie la “possibilità di accordarsi con il mondo” e ha concluso che l’accordo nucleare è “possibile”. Ha detto: “Perché, se (gli iraniani), hanno incredibile talento e l’Iran risorse e capacità, potrebbe divenire una potenza regionale di grande successo anche attenendosi alle norme internazionali, e sarebbe un bene per tutti“. Ancora una volta Obama fa un passo straordinario nel riconoscere che l’Iran ha “problemi legittimi nella difesa” dopo “aver subito la terribile guerra con l’Iraq” negli anni ’80. Alla domanda se gli Stati Uniti ripristineranno le relazioni con l’Iran, ha risposto, “Mai dire mai“.
Iran Daily, l’influente giornale che riflette il pensiero della leadership di Teheran ha risposto con un editoriale intitolato “suggerimenti necessari ad Obama per uno studio più approfondito“. L’editoriale apprezza il riconoscimento di Obama che la stabilità in Medio Oriente richiede la cooperazione dell’Iran. Ritiene che un riavvicinamento con gli Stati Uniti “non solo stimolerà l’attività degli investitori statunitensi, ma attirerà anche gli investitori europei” rilanciando l’economia iraniana, e questo a sua volta “darà importanza alle relazioni diplomatiche bilaterali (con noi)”. L’editoriale conclude che “relazioni amichevoli” con Teheran permetteranno a Washington di “far avanzare le politiche volte ad allentare le tensioni in Medio Oriente” e aiuteranno gli Stati Uniti “a mitigare le sfide nella regione“. I sauditi sono disposti a capirlo? I sauditi sono più o meno isolati oggi. Né l’Egitto del Presidente Abdalfatah al-Sisi (che si oppone all’ascesa dell’islamismo in Siria o in qualsiasi parte della regione), né la Turchia (che sostiene il ‘cambio di regime’ in Siria, ma attraverso il prisma della primavera araba difendendo i Fratelli musulmani, naturalmente un anatema per i regimi arabi del Golfo) sostengono il piano saudita in Siria. L’occidente teme l’instabilità in Siria. Mentre i negoziati di pace in Siria su iniziativa russa si avvicinano, i sauditi sono costretti a vedere la loro politica regionale finire in un vicolo cieco. Un buon punto di partenza per i sauditi sarebbe finirla con le ultime spacconate usando il petrolio come arma per piegare l’Iran.

henderson_obama2_960Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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