6000 Pasdaran ad Aleppo

I 6000 dell’unità al-Sabarin del Corpo della Guardia rivoluzionaria iraniana ad Aleppo e i grandi piani prima dell’estate
Elijah J. Magnier, al-Rai, 9/2/2016

Hezbollah invia nuove Forze Speciali. Nel Rif di Aleppo, sempre più città negoziano la resa. Russia e Iran programmano il cambio della situazione militare in Siria entro la prossima estate. I 13000 TOW dell’Arabia Saudita contribuiscono a ridurre le forze corazzate coinvolte negli attacchi, aumentando la fanteria e la distruzione delle città siriane. La Russia impone i curdi, che controllano sempre più territori ogni giorno che passa, attori e partner essenziali nei colloqui di pace a Ginevra.

I Generali Qasim Sulaymani e Mohammad Alì Jafari

I Generali Qasim Sulaymani e Mohammad Alì Jafari

L’Iran invia le Forze Speciali del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Iraniana (IRGC) in Siria. Gli aerei militari sbarcano negli aeroporti di Damasco e Aleppo 6000 ufficiali e soldati dell’Unità “Sabarin” per sostenere l’offensiva di terra nel Rif della Siria. L’Hezbollah libanese invia nuove forze nella stessa area in cui anche i curdi siriani avanzano contro i jihadisti salafiti guidati da al-Qaida in Siria, nota anche come Jabhat al-Nusra, e i loro alleati. La Russia, la forza trainante che domina i cieli siriani, vuole garantire un posto ai curdi che Turchia e Arabia Saudita respingono dal tavolo dei negoziati per la pace di Ginevra, ma che dovrebbero conquistare alla fine di febbraio. Iran e Russia sono decisi a cambiare la situazione della Siria a vantaggio di Damasco prima della fine dell’estate. Le città si arrendono senza combattere, come Dayr Jamal, e altre, come Tal Rifat, negoziano una via d’uscita ai terroristi per evitare la distruzione della città. Un alto ufficiale che opera in Siria ha detto, “l’unità Sabarin della IRGC operante nelle grandi periferie di Aleppo (Rif di nord, sud, ovest ed est) fu creata più di dieci anni fa in Iran quale Forza Speciale d’élite, addestrata a combattere le guerre penetrando in profondità dentro e dietro le linee nemiche, soprattutto contro i jihadisti. È la punta di diamante contro al-Qaida nel Rif a nord ed ovest di Aleppo, e nel Rif orientale contro il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). Oltre 47 ufficiali e soldati sarebbero caduti nell’ultima offensiva di Aleppo”. “L’opera di disinformazione dell’Iran in questi mesi ha ingannato i media ufficiali che credevano che le sue forze si stessero ritirando dalla Siria, quando i velivoli da trasporto militari inviavano nuove truppe ad Aleppo pianificando la rottura dell’assedio di Nubul e Zahra, le due città sciite del nord assediate da oltre tre anni da al-Qaida e alleati. Dopo l’abbattimento del jet Su-24 russo sul confine turco-siriano da parte della Turchia l’anno scorso, la Russia ha mutato i piani militari per impegnarsi ancor più in Siria mirando a tagliare tutte le linee di rifornimento e collegamento tra i jihadisti e il loro protettori in Turchia. Pertanto, piani sono stati elaborati per controllare le frontiere dal Rif di Lataqia, dove l’offensiva avanza rapidamente, e dal Rif di Aleppo. Un centro operativo è stato creato ad Aleppo per dirigere i fronti settentrionale e meridionale dove l’unità al-Sabarin è principalmente impegnata”. Secondo la fonte, “quando Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno espresso la volontà d’inviare una forza militare in Siria, come concordato con gli Stati Uniti d’America, è arrivata la risposta dal comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, Maggior-Generale Mohammad Ali Jafari. Le sue forze sono direttamente presenti sul campo, a nord, contro al-Qaida (Nusra) e a nord-est contro lo SIIL. Ciò significa che IRGC ed Hezbollah affronterebbero tutte le truppe che sbarcassero nella loro area operativa senza alcun coordinamento con Damasco. Il centro operativo iraniano è incaricato di liberare l’area al confine tra Turchia e Siria e di combattere qualsiasi forza nemica ad eccezione dei curdi e dei loro alleati, considerati forze non-nemiche”.
“La battaglia di Ruytan è stata una vera e propria svolta nell’operazione settentrionale. Era la città più difesa e centro di al-Qaida ed alleati, fortificata da anni sopra e sotto il suolo. Era anche il centro operativo che guidava l’assedio di Nubul e Zahra e il fronte settentrionale. L’Aeronautica russa ha distrutto tali fortificazioni eliminando centinaia di jihadisti, secondo i nostri resoconti. La caduta di Ruytan è un esempio per le altre città del nord che negoziano la resa senza combattere. Questo è ciò che è successo a Dayr Jamal, al-Qamiyah e Qafr Naya, nella periferia di Tal Rifat, l’ultima città prima di Azaz da cui si va verso il confine turco. Anche Tal Rifat negozia la resa con le forze avanzanti, che trovano città già abbandonate ma ben fortificate con diverse lunghe gallerie e armi abbandonate. Con la rottura dell’assedio, migliaia di combattenti che proteggevano le due città sono stati divisi sui fronti settentrionale e meridionale, aumentando la forza delle unità di punta e dando un’opportunità unica alle forze che avanzano contro al-Qaida e alleati”.
“Russia, Iran ed Hezbollah perseguono lo scopo di cambiare la situazione militare della Siria a loro vantaggio prima della fine della prossima estate. Il miliardo di dollari speso dall’Arabia Saudita per offrire 13000 missili anticarro TOW ha contribuito solo ad aumentare la distruzione delle città siriane. Invece di far avanzare le truppe corazzate, la Russia impiega l’Aeronautica per distruggere ogni resistenza e l’Iran invia altra fanteria, impiegando meno carri armati. Da qui la necessità di iniettare truppe specializzate per adempiere agli importanti obiettivi militari previsti nei prossimi sei mesi. Queste forze, dell’Iran e di Hezbollah, aumenteranno rispondendo ai futuri piani militari”. “La Russia inoltre mira a imporre de facto, ai colloqui di pace a Ginevra, il sostegno all’avanzata delle forze curde nel fronte settentrionale, al confine turco. Turchia e Arabia Saudita non possono più ignorare i curdi, soprattutto dato il controllo del Rif di Aleppo a Qifin, Dayr Jamal e altre città, unendole alle zona già controllata. Rifiutarne la partecipazione è contro ogni logica. Con i curdi che controllano ormai una grossa parte del fronte, e controlleranno sempre più territori, la comunità internazionale non può più accettare il ricatto turco-saudita. I curdi sono un partner essenziale e saranno parte della soluzione completa della guerra siriana”, ha concluso la fonte.CaptgSDUcAAO6Uk.jpg largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Arabia Saudita contro Iran: la placca tettonica petrolifera di Qatif

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 4 febbraio 2016

E’ consuetudine nella stampa occidentale avere un’aria da studiosi e spiegare la rivalità tra Arabia Saudita e Iran su base religiosa (sunniti contro sciiti) o etnica (arabi contro persiani). Eppure la storia contraddice tali interpretazioni, mentre uno sguardo sulla mappa del petrolio chiarisce tale conflitto.iran-linesL’escalation tra Arabia Saudita (prima potenza mondiale petrolifera, 27,7 milioni di persone, 80% sunniti e 20% sciiti concentrati nella Provincia Orientale di Qatif) e Iran (81,1 milioni persone in grande maggioranza sciiti indo-europei e potenza gasifera mondiale) è il risultato della rivalità geopolitica più che di un conflitto etnico o religioso, senza offesa per coloro che si attengono al prisma israelo-anglosassone che deforma balcanizzando. Quando Reza Shah Pahlevi regnava, l’Arabia Saudita era il grande alleato dell’Iran, dominato dagli Stati Uniti. L’attuale escalation è un riflesso della divisione globale, incluso lancio del “Grande Medio Oriente” e rivalità sul potere nel mondo islamico e nell’OPEC. La divisione geo-strategica tra Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altra, è lo sfondo della trappola demografica ordita da Zbigniew Brzezinski/Stratfor con la loro “carta islamica” [1] volta a destabilizzante profondamente il blocco RIC (Russia, India, Cina). La Russia ha un 20% di sunniti tartari; e l’India, potenza nucleare, è la prima potenza islamica del mondo, con un 20% di musulmani; e la Cina, a sua volta ha 10 milioni di uiguri e mongoli sunniti, parte della popolazione turca della provincia autonoma di Xinjiang, altamente strategica perché ricca di gas e uranio. L’ex-primo ministro Ariel Sharon aveva tracciato sul Medio Oriente una linea orizzontale dal Marocco al Kashmir (le proteste contro l’Arabia Saudita hanno raggiunto questi estremi) e una verticale dal Caucaso, ventre della Russia, al corno d’Africa. L’Organizzazione della cooperazione islamica (57 Stati membri) ha 600 milioni di abitanti, o il 22% della razza umana, per l’80% sunniti, un universo tutt’altro che omogeneo di scuole legali d’interpretazione del Corano, assai diverse, e quasi per il 20% sciita, divisi dalla presenza di molteplici sette (alawita in Siria, huthi/zaiditi nello Yemen, aleviti in Turchia, ismaeliti in India, ecc). Vi sono diverse minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan, Paesi destabilizzati dal grande gioco geostrategico degli Stati Uniti contro il RIC. In Iraq gli sciiti sono la maggioranza (85%), come in Bahrayn (85%); e in Libano sono il 50% e le minoranze sciite in India, Pakistan e Afghanistan sono grandi. Infine, circa 400 milioni di sciiti sono divisi tra un centinaio di Paesi, ma l’80% è concentrato in Iran (81,8 milioni), India (45,4 milioni), Pakistan (42,5 milioni), Iraq (24,5 milioni) e Turchia (20 milioni).
Al di là della rivalità per la leadership religiosa del mondo musulmano tra Iran e Arabia Saudita, e la questione della custodia dei luoghi santi di Mecca e Medina, Riyadh ha perso due stretti alleati tra i sunniti: Sadam Husayn, che governava l’Iraq dalla maggioranza sciita (situazione di equilibrio in Siria, dove Assad proviene dal 15% alawita della popolazione rispetto all’80% sunnita) e Hosni Mubaraq in Egitto, spazzato via dall’artificiale “primavera araba” istigata da Stati Uniti e Regno Unito; allo stesso tempo l’Iran ha esteso l’influenza in Libano con Hezbollah, e Siria con gli alawiti in guerra contro Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Nello Yemen, l’Arabia Saudita conduce la guerra contro gli huthi; nel Bahrayn, Riyadh è intervenuta militarmente per sedare la rivolta della maggioranza sciita [2]. L’escalation ha raggiunto il culmine con la strage di pellegrini iraniani alla Mecca, un semplice incidente, secondo Riyadh, omicidio intenzionale di 500 persone per l’Iran, tra cui l’ex-ambasciatore in Libano [3].
Oltre ai piani per la balcanizzazione di Iran e Arabia Saudita annunciati dal Pentagono [4] e New York Times [5], vanno notate tre tracce altamente radioattive:
– le riserve in valuta estera delle sei petromonarchie arabe del Golfo Persico: questi Paesi hanno in programma di lanciare la moneta unica del Golfo [6];
– la parità del rial saudita con il dollaro [7];
– e il petrolio di Qatif.
Arabia Saudita e Iran non hanno interesse a un’ulteriore escalation, mentre Riyadh vuole consolidare la successione di re Salman, l’Iran è con il fiato sospeso in attesa della revoca imminente delle sanzioni, recuperando 150 miliardi di dollari sequestrati da Washington in cambio della disattivazione del programma nucleare. Ricordiamo che l’Iran dispone di 109 miliardi di dollari di riserve, di fronte ai 650 miliardi dell’Arabia Saudita. L’esecuzione di 47 persone, di cui 43 terroristi jihadisti sunniti sostenitori di al-Qaida che volevano rovesciare la casa reale dei Saud, più 4 sciiti, tra cui lo sceicco Nimr al-Nimr di Qatif, venerato dai giovani e che minacciò la secessione, e altri tre chierici, ha innescato la furia dello sciismo universale, quando Hezbollah ha accusato gli Stati Uniti di essere dietro le decapitazioni. Stratfor, il centro israelo-texano noto quale oscura emanazione della CIA, dice che la controversia su al-Nimr imperversa da anni [ 8 ] In effetti, fu arrestato nel luglio 2012 per incitamento dei militanti sciiti nella regione petrolifera, la provincia orientale, durante la “primavera araba”, quando Riyadh era già intervenuta in Bahrayn, il piccolo confinante a maggioranza sciita, per rafforzare i sunniti della penisola arabica. Come nella guerra Iran/Iraq volta ad esaurire Sadam Husayn e la rivoluzione islamica sciita di Khomeini, quando gli Stati Uniti vendettero armi a entrambi per indebolirli. Ancora una volta Washington cerca d’attuare il programma d’indebolimento, questa volta di Arabia Saudita ed Iran? Ambrose Evans-Pritchard, feroce critico della casa reale inglese ritiene che la collisione tra i due Paesi sia pericolosamente vicina al cuore del mercato mondiale del petrolio. Dice che la minoranza sciita colpita, il 15% della popolazione saudita secondo lui, “risiede nei giganteschi giacimenti petroliferi sauditi, in particolare nella città di Qatif” [9]. Cita Ali al-Ahmad, direttore dell’Istituto per gli Affari del Golfo di Washington secondo cui Qatif è il centro nevralgico dell’industria del petrolio saudita, la grande stazione centrale in cui 12 oleodotti riforniscono gli enormi terminal petroliferi di Ras Tanura e Dharan, molto vulnerabili in caso di attacco a sorpresa. Evans-Pritchard insiste che la maggior parte dei 10,3 milioni di barili prodotti giornalmente dall’Arabia Saudita, sorvegliati da 30000 guardie, attraversi il cuore dello sciismo in subbuglio; un’interruzione di pochi giorni può causare un picco del petrolio, raggiungendo i 200 dollari o più al barile, alimentando la crisi economica globale. Questa è la manna geopolitica sognata dagli speculatori di hedge fund di Wall Street e City di Londra…
Si dovrebbero seguire con il microscopio elettronico le posizioni turche (la sola potenza sunnita della NATO) e del Pakistan (la maggiore potenza militare musulmana), che finora hanno assunto un atteggiamento neutrale e cauto, soprattutto per i recenti legami con Russia e Cina e la repulsione per i Fratelli musulmani (incoraggiati da Turchia e Qatar), e non certo dall’amore per l’Iran.oil-and-gas-infrastructue-persian-gulf--large-Note
[1] “Otra trampa de Brzezinski y Stratfor contra Rusia: “guerra demográfica” con Turquía“, Alfredo Jalife Rhame, La Jordana, 3 gennaio 2016.
[2] “Why the King’s Sunni Supporters are Moving Abroad“, Justin Gengler, Foreign Affairs, 6 gennaio 2016.
[3] “L’Arabie saoudite a bien enlevé des collaborateurs de l’ayatollah Khamenei“, Réseau Voltaire, 13 novembre 2015.
[4] “We’re going to take out 7 countries in 5 years : Iraq, Syria, Lebanon, Libya, Somalia, Sudan & Iran”, Videointervista con il Generale Wesley Clark, Democracy Now, 2 marzo 2007.
[5] “Imagining a Remapped Middle East”, Robin Wright, The New York Times Sunday Review, 28 settembre 2013.
[6] “Hacia el nuevo orden geofinanciero: yuan chino entra al FMI y Rusia prepara su “rublo-oro”“, Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 13 gennaio 2015.
[7] “Saudi riyal in danger as oil war escalates”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 28 dicembre 2015.
[8] “The Saudi-Iranian Spat Is Emblematic of the Region’s Power Struggle”, Stratfor, 4 gennaio 2016.
[9] “Saudi showdown with Iran nears danger point for world oil markets”, Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph, 4 gennaio 2016.

Alfredo Jalife-Rahme Professore di Scienze politiche e sociali dell’Università nazionale autonoma del Messico (UNAM). Pubblica cronache di politica internazionale sul quotidiano La Jornada. Ultima opera: La Cina irrompe in America Latina: Drago o panda? (Orfila, 2012).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le Forze siriane si rafforzano

Ilija Novitskij, Politikus, 08/02/2016 – South Front

12687987La sconfitta definitiva dei terroristi nella Siria nord-occidentale si avvicina inesorabilmente. Il governatore della provincia di Lataqia Ibrahim Salam al-Qudr difficilmente sopravvaluta il contributo della forza aerea russa, il cui efficace supporto aereo ha agevolato alle forze governative significativi successi quando i terroristi avevano un vantaggio numerico considerevole nella maggior parte dei fronti. I successi del governo sono di incoraggiamento e ispirazione per i cittadini siriani che aderiscono alle unità di volontari. Questo è esattamente il contrario di ciò che successe quattro anni fa, quando i combattimenti iniziarono, quando gli attivisti sostenevano l’opposizione. Ma ora nessuno dubita che Assad trionferà. Le operazioni ricordano il 1944, quando gli ex-alleati della Germania nazista dichiararono guerra alla potenza dell’Asse, una dopo l’altro. Unità di volontari sono formati su base territoriale. Proteggeranno le città liberate contro incursioni e sabotaggi, in altre parole saranno forze di polizia e potranno anche formare unità di riserva dell’esercito da utilizzare per sostenere le forze regolari in settori cruciali. I volontari mantengono i loro posti di lavoro e ricevono la metà dello stipendio di un soldato, inoltre le famiglie dei volontari sono regolarmente riforniti di cibo e benefici dal governo della Siria. Questa politica aggiunge incentivo economico al patriottismo e all’odio verso i terroristi, motivando all’adesione alle forze del governo. Dal lato dei terroristi, i flussi di denaro si sono notevolmente indeboliti, pertanto, gli islamisti non possono contare su nuove reclute. Piuttosto il contrario: le formazioni meno radicali perdono i combattenti che hanno scelto di unirsi alle forze del governo, invece. Ad Aleppo, le forze siriane hanno già tagliato le principali vie di rifornimento dal territorio turco.
La provincia di Aleppo ha visto la fine dell’assedio di quattro anni di Nubul e al-Zahra, dove 70mila persone furono bloccate dai terroristi. L’operazione di Aleppo è ormai nella fase decisiva, il cui obiettivo è prendere il controllo di tutto il confine con la Turchia. L’occidente si aspettava che le forze governative siriane s’impantanassero a Lataqia, almeno fino ad aprile, quando il cambiamento meteo imporrebbe un pausa operativa. Questa zona è di vitale importanza per assicurare l’invio di rinforzi e munizioni dalla Turchia, motivo per cui controllarla è questione di vita o di morte per gli islamisti. I combattimenti a Lataqia e Aleppo bloccano significative forze siriane che altrimenti potrebbero essere utilizzate per annientare i terroristi demoralizzati nella provincia di Idlib. Ma ora, a dispetto dell’occidente, i terroristi sono sull’orlo della sconfitta totale nella Siria del nord-ovest. La vittoria libererà forze considerevoli che potrebbero essere utilizzati per la prossima sconfitta dei terroristi nella provincia di Idib, che a sua volta, distruggerà il fronte terrorista lasciando i terroristi senz’altra scelta che fuggire in Turchia. Erdogan senza dubbio suda freddo, sapendo che i suoi polli terroristici vengono a farsi arrostire.

'Civili inermi' fuggono dagli 'indiscriminati' bombardamenti delle forze russe e siriane ad Aleppo.

‘Civili inermi’ fuggono dagli ‘indiscriminati’ bombardamenti delle forze russe e siriane ad Aleppo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Aeronautica siriana bombarda indiscriminatamente i jihadisti che si combattono a vicenda

Layth Fadil, al-Masdar, 09/02/2016
Tribolazioni per i fan di Giulio Regeni e Angela Merkel.1510806Il cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) e i suoi ex-alleati del gruppo siriano di al-Qaida, Jabhat al-Nusra, sono rientrati nell’est del Libano; questa volta scontrandosi nel Jarud Arsal, dove le fazioni dello SIIL hanno occupato diversi punti nelle ultime settimane. L’8 febbraio, di mattina, lo SIIL ha effettuato un potente assalto sulle restanti posizioni di Jabhat al-Nusra nel Jarud Arsal, uccidendo molti terroristi del gruppo islamista, vicino al confine siriano, presso il Jarud Ranqus. Gli scontri si sarebbero rinnovati dopo che le trattative su uno scambio di ostaggi sono fallite. Ciò ha indotto lo SIIL ad effettuare una serie di attacchi contro Jabhat al-Nusra per indebolirne la presenza nel Libano orientale. Anche se tali gruppi jihadisti si combattono a vicenda, la Syrian Arab Air Force (SAAF) s’è incaricata di bombardare indiscriminatamente entrambi i gruppi nel Jarud Qarah e nel Jarud Ranqus sul Jabal al-Qalamun. Oltre a bombardare tali villaggi in Siria, la Syrian Arab Air Force effettuava anche una mezza dozzina di attacchi aerei lungo il confine libanese con la Siria, volando sul Jarud Arsal dove i gruppi jihadisti attualmente si combattono. Recentemente, lo SIIL ha tentato di avanzare su vari fronti nel jabal al-Qalamun; così spingendo la Syrian Arab Air Force ad intensificare gli attacchi aerei su tale catena montuosa tra l’ovest della Siria e l’est del Libano.

Miliziana del movimento autenticamente marxista-leninista Muqawama Suriy (Resistenza Siriana).

Miliziana del movimento autenticamente marxista-leninista Muqawama Suriy (Resistenza Siriana).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’irruzione della Cina in Medio Oriente

Vladimir Vukasovic, Politika, Southfront

Pechino prepara un accordo di libero scambio con i Paesi del Golfo Persico, e con l’Iran prevede di aumentare gli scambi a 600 miliardi di dollari all’anno, collegando questi Stati alla nuova Via della Setaxi-sisiL’anno scorso con la firma di accordi di libero scambio con 11 Paesi del Pacifico, gli USA, in termini economici, hanno attuato la famosa strategia del “contenimento” dell’espansione militare dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Solo che questa volta l’obiettivo è limitare l’espansione economica della Cina cui, in linea di principio, viene permesso di aderire al patto del Pacifico, ma i cui standard sui mercati liberalizzati e la tutela dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente, in sostanza, impediscono alla Cina di aderire. Washington così riesce a rallentare la Cina nel rafforzare i legami economici con i partner naturali dei Paesi vicini. Ma Pechino si prepara con mezzi economici e politici ad irrompere nella regione dove gli Stati Uniti finora avevano un’intoccabile influenza politica e militare: il Medio Oriente. L’accordo di libero scambio tra Cina e i sei Paesi del Golfo Persico, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Qatar, Quwayt e Oman, che dovrebbe essere firmato entro la fine dell’anno, è stato annunciato durante la visita del Presidente cinese Xi Jinping a Riyadh. Xi Jinping non ha dimenticato il Paese più potente sul lato opposto del Golfo, l’Iran, dove si è convenuto che gli scambi tra Pechino e Teheran nel prossimo decennio aumentino di oltre dieci volte, a 600 miliardi di dollari l’anno. Oltre al Golfo, il canale di Suez, importante rotta per le merci cinesi, e l’Egitto non viene evitato dal tour di Xi Jinping in Medio Oriente. A Cairo ha firmato un memorandum sulla cooperazione con la Nuova Via della Seta cinese, la catena delle infrastrutture intercontinentali per inviare i prodotti cinesi nei mercati esteri.
La Cina si prepara con mezzi economici e politici ad irrompere sul campo in cui gli Stati Uniti avevano finora un’intoccabile influenza politica e militare. Dove gli USA inviano truppe, la Cina invia industriali“.
55e6c35c-42f0-4a3d-a657-b9fe8d318cb81 Pechino lo scorso anno ha concluso, quasi di fretta, una serie di accordi di libero scambio, aprendosi ai mercati di Australia e vari Paesi del Sud America e dell’Asia. Anche se rallentata, è la seconda economia più potente del mondo con ancora un tasso di crescita invidiabile. Sulla lista dei Paesi con cui firmare un accordo di libero scambio ce n’è un altro del Medio Oriente, Israele. La Cina ha già un notevole scambio commerciale con i Paesi del Golfo Persico e della regione, da cui riceve più della metà dell’energia. Si stima che in 20 anni la Cina abbia importato più petrolio degli Stati Uniti, sempre più indipendenti perché finalmente producono abbastanza “oro nero” da esportarlo. In questo contesto, i Paesi del Golfo fanno meno affidamento sugli Stati Uniti e sono anche visibilmente insoddisfatti da Washington, loro fedele alleato, che ora dimostra minore disponibilità all’intervento militare nella regione. Dopo il ritiro militare degli Stati Uniti si apre lo spazio per la Cina all’innovazione economica e, assieme agli sforzi diplomatici intensificati sulla Siria e per tentare di mediare tra Riyadh e Teheran, rafforzare l’influenza politica in Medio Oriente: anzi, è probabile che sarà considerevolmente più difficile che nei deboli Paesi dell’Africa, in cui la Cina ha investito molto ed è pronta per aggiungervi altri 60 miliardi di dollari nei prossimi tre anni. Su quel continente Pechino apre la sua prima base militare all’estero, a Gibuti, le cui rive si affacciano sulle rotte dell’enorme trasporto globale di petrolio e dove le navi cinesi trasportano le merci da esportare verso il Canale di Suez. La Cina fa appelli sempre più altisonanti alla cooperazione internazionale nella lotta allo Stato islamico, saldamente radicato in Medio Oriente e presente in Africa, e ha recentemente approvato una legge che permette all’Esercito cinese di agire contro i terroristi all’estero. Ma la Cina difficilmente l’userà per espandere l’influenza sulla situazione estera. Gli interventi militari degli USA non sono riusciti a battere il jihadismo globale, motivo per cui Washington è attualmente di riluttante a continuare tale politica in Medio Oriente. Quando gli Stati Uniti inviano truppe, la Cina a sua volta invia industriali. Tale approccio, piuttosto che la politica di potenza, ha avvantaggiato Pechino nel Paese che oggi è uno dei principali obiettivi economici per gli uomini d’affari di tutto il mondo: l’Iran. Da quando lo scorso giugno è apparso chiaro che Teheran firmava l’accordo sulla limitazione nucleare e che le sanzioni internazionali in cambio venivano tolte, gli uomini d’affari di tutto il mondo infestano la capitale iraniana, cercando di prendersi la miglior posizione di partenza possibile per l'”assalto” a un mercato di 80 milioni di persone, di uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo che, grazie al prossimo annullamento dell’embargo, dovrebbe renderne disponibile una quantità più che doppia rispetto all’anno precedente. In questa gara la Cina ha un vantaggio perché, anche se non si è opposta alle sanzioni delle Nazioni Unite, non ha mai lasciato il mercato iraniano. Al contrario, la Cina beneficiava dell’assenza di grandi attori come la Germania, avviando progetti su larga scala come, ad esempio, la costruzione della metropolitana di Teheran. Un modo fu trovato per aggirare il blocco del sistema bancario iraniano, secondo il “New York Times”, creando una nuova banca e con il baratto. Così i cinesi hanno raccolto gli elogi dal leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, impegnandosi a cooperare con un “Paese indipendente” rafforzando i mutui legami economici e di sicurezza. L’Iran non è solo fonte del 10-15 per cento del petrolio per la Cina, ma anche collegamento della nuova Via della Seta. Pertanto, durante la visita di Xi a Teheran furono firmati 17 documenti sulla cooperazione nei vari settori, dall’energia, industria e trasporti a turismo e ambiente.
La familiarità con l’Iran non aggrada all’Arabia Saudita e agli altri del blocco sunnita del Golfo Persico, ma ovviamente ciò non impedirà l’irruzione economica cinese in questa parte della regione. Pechino si è un po’ “riscattata” sostenendo il loro governo dello Yemen, vecchio piano di Riyadh e degli alleati la cui fanteria combatte la ribellione della milizia sciita, sospettata di aiuti dall’Iran. il sostegno della Cina al governo yemenita è solo verbale, in modo da non offendere Teheran con tale equilibrio che, dopo tutto, è la tipica posizione politica di Pechino. Questa politica fu sottolineata nel documento sulla strategia politica verso i Paesi arabi della regione che la Cina ha stilato: secondo cui la posizione comune è “un consenso sulla salvaguardia della sovranità statale, l’integrità territoriale e la difesa della dignità nazionale…“. Secondo questi principi, la Cina ha sempre rifiutato di giustificare gli interventi militari, che appaiono sostituiti con successo dallo ‘sbarco’ economico cinese. In nome di questi principi la Cina evita di criticare il regime egiziano, per la cui cooperazione sulla nuova Via della Seta ha promesso un aiuto finanziario di 1,7 miliardi, nel momento in cui il regime è sotto il tiro dei disordini civili e delle lamentele occidentali per l’arresto degli oppositori politici.CHINA-IRAN-DIPLOMACYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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