Russia e Iran: nuova era di cooperazione militare

Rusplt, Southfront, 04/05/2016235513872Il 27-28 aprile Mosca ha ospitato la Quinta Conferenza Internazionale sulla Sicurezza cui partecipavano circa 500 rappresentanti delle Forze Armate di oltre 80 Paesi, aderenti anche ad organizzazioni come ONU, OSCE, CIS, CSTO e CICR. I temi principali erano la lotta al terrorismo, la sicurezza nella regione Asia-Pacifico, i rapporti Russia-Europa e la cooperazione militare. La Repubblica islamica dell’Iran era rappresentata dal Ministro della Difesa e Logistica delle Forze Armate Hossein Dehghan, in visita su invito del Ministro della Difesa della Federazione Russa Sergej Shojgu. Dopo il messaggio del Presidente Vladimir Putin e il discorso Shojgu, i capi della delegazione ospiti presentavano la posizione del proprio Paese sulle questioni regionali e internazionali, come anche nel caso del Ministro della Difesa iraniano. La retorica iraniana da diversi anni rimane invariata. Dehgan ha accusato le autorità di Paesi regionali ed extra-regionali di fornire aiuto finanziario, tecnico-militare e logistico a gruppi terroristi e radicali che operano in Afghanistan, Iraq, Siria, Libano, Libia, Yemen. In particolare, l’Iran ha accusato Stati Uniti, “regime sionista” (Israele) e Arabia Saudita di supportare il terrorismo. Da un lato può sembrare che Dehgan non abbia detto nulla di nuovo e sensazionale. Ma d’altra parte forse è la posizione costruttiva e coerente di Teheran la chiave del successo della politica estera dell’Iran nella regione e nel mondo. Fin dall’inizio della “primavera araba” e della guerra in Siria, l’Iran ha accusato gli stessi Paesi di favorire il terrorismo, mentre l’occidente (Stati Uniti ed Europa) e le monarchie arabe hanno accusato l’Iran di finanziare il terrorismo, di avere un piano per la bomba nucleare e d’interferire negli affari interni di altri Stati. Ma da un paio di anni è chiara al mondo la prova inconfutabile delle armi inviate dall’occidente alla cosiddetta opposizione armata in Siria, delle attività economiche del SIIL nel settore petrolifero e nella vendita dei costosi oggetti d’antiquariato dei musei della Siria. La stessa posizione è tenuta sullo Yemen, dove c’è una guerra all’ombra del conflitto siriano. Durante la presidenza di Mahmud Ahmadinejad, l’Iran aveva la stessa politica, ma una retorica tagliente e un principio con cui l’occidente creò l’immagine di un Iran aggressivo. Dopo l’elezione, Hassan Rouhani cambiò retorica e prese provvedimenti per la soluzione dei conflitti, ma la posizione di Teheran sulla sicurezza rimane la stessa, a differenza dell’occidente. Nel periodo del caos in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno cambiato ogni anno posizione. Washington ha visto come nemico Iran, Russia, Bashar al-Assad e infine SIIL. Grazie alla posizione coerente dell’Iran sulla questione della lotta al terrorismo e della sicurezza in Medio Oriente, generalmente coincidente con la posizione di Mosca, Vladimir Putin, nell’aprile dello scorso anno firmò un decreto per la ripresa delle forniture dei sistemi missilistici antiaerei S-300 all’Iran. Inizialmente, l’Iran aveva bisogno degli S-300 per proteggere gli impianti nucleari a Natanz, Bushehr, Arak, perché nello spazio aereo su tali strutture l’Iran aveva abbattuto vari droni israeliani (Harop, cosiddetti “drone kamikaze” che si autodistruggono con una bomba interna), poi impiegati sul confine iraniano dall’Azerbaigian nella “guerra di quattro giorni” contro la Repubblica del Nagorno-Karabakh del 2-5 aprile. Oggi la gamma di minacce s’è ampliata notevolmente, visto il successo del coinvolgimento dell’Iran nel conflitto in Siria, Iraq, Yemen, rivelatosi irritante per occidente e Paesi del Golfo Persico (Stati membri (UAE, Qatar, Arabia Saudita) del Consiglio di cooperazione Golfo (GCC)).
La fine delle sanzioni economiche contro Teheran ha permesso di espandere la cooperazione tecnico-militare che i ministri della Difesa dell’Iran e della Federazione russa sottolineavano. Le parti hanno sottolineato l’importanza di rafforzare e sviluppare la cooperazione tecnico-militare tra i due Stati e d’intensificare ulteriormente la lotta al terrorismo. Dehgan definiva la cooperazione militare tra Iran e Federazione russa un “modello di successo” nei rapporti. La visita della dirigenza iraniana era definita inizio di una “nuova era” della cooperazione militare. I prerequisiti furono il viaggio di Sergej Shoigu a Teheran lo scorso anno, e la visita del Segretario del Consiglio Supremo della Sicurezza Nazionale Ali Shamkhani a Mosca e, naturalmente, la fornitura degli S-300. A questo proposito, si pongono varie domande. Perché con il potente sostegno militare della Federazione Russa, non contribuisce all’adesione dell’Iran alla CSTO? O forse vi è la possibilità di creare una nuova organizzazione? Forse l’Iran può agire da garante della sicurezza in Medio Oriente? Queste domande trovano risposta dall’esperto russo su Iran e Medio Oriente, docente alla RAD Anton Evstratov: “La CSTO è dominata dalla Russia, ma il problema principale dell’inclusione dell’Iran nell’organizzazione era lo status di Stato paria dalle sanzioni del 2012 e, in senso più ampio, dalla rivoluzione del 1979. All’Iran non è ancora permesso acquistare alcuni tipi di armamenti, e alcuni politici e militari sono nella lista delle sanzioni delle Nazioni Unite e non possono ufficialmente lasciare i confini del proprio Paese. Qual è poi il potenziale della cooperazione militare nel quadro dei blocchi politico-militari? Allo stesso tempo la Russia ha iniziato il processo di attualizzazione della cooperazione militare con Teheran, anche per aumentare la popolarità nella Repubblica islamica dell’Iran, nell’ambito della lotta per uscire dall’isolamento sollecitato dall’occidente, nel panorama geopolitico post-conflitto ucraino. Un’altra domanda è la cooperazione militare in Medio Oriente, in particolare in Siria, dove l’Iran ha bisogno della Russia; ma è stata quest’ultima che ha inviato il maggior numero di consiglieri militari, e sono le sue truppe che guidano le operazioni più complesse, inviando anche dei generali che hanno sollevato la scarsa preparazione al combattimento delle Forze Armate siriane. Vi hanno formato un blocco militare de facto, a cui, oltre l’Iran si è unito “Hezbollah” e, con qualche riserva, anche il governo iracheno. In futuro si potrà parlare di adesione al blocco delle associazioni curde (YPG); ma questo, tuttavia, dipenderà dalla posizione di Damasco. L’Iran ha un enorme impatto sulla popolazione sciita di Iraq, Siria, Libano, Yemen e Stati del Golfo, mentre cerca di raggiungere la stabilità nella regione, soprattutto dopo il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq. La Repubblica islamica dell’Iran cerca di risolvere i problemi economici e sociali e di adempiere alla modernizzazione, e non è interessata a conflitti ai confini e nella propria sfera di influenza, ma al momento è costretta, anche se senza successo, a combattere. Forse la cooperazione con la Russia è la chiave per l’adempimento graduale degli obiettivi iraniani, ma dobbiamo capire che combattere insieme la minaccia salafita e affrontare gli Stati Uniti sono un obiettivo comune, ma a livello globale Teheran e Mosca hanno ancora interessi divergenti nella regione. La ricerca di un compromesso a lungo termine è necessaria per entrambi i Paesi, se si desidera una seria cooperazione, ma se si è memori delle differenze nel passato sulle questioni economiche, vi è ancora un percorso accidentato da fare“.
La guerra imposta all’Iran, la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, e i decenni successivi hanno dimostrato che Teheran può garantire la sicurezza anche per l’intera regione. Oggi è coinvolta in quasi tutti i conflitti regionali, e si offre anche di mediarne uno dei più difficili, il conflitto del Karabakh (tra Azerbaigian e Armenia). Avere un alleato dalla posizione netta e che non può essere assoggettato alla pressione di Stati più potenti, è un vantaggio per qualsiasi Paese.235522992Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il moltiplicatore di forza segreto di Putin: le Forze Speciali

Roger McDermott, Jamestown, 26 aprile 2016, Modern Tokyo Timesspecnaz_rossiiUna ogni tre domande poste al Presidente Vladimir Putin durante la sua ultima annuale diretta telefonica riguardava la sicurezza nazionale. L’interesse del pubblico sul Donbas si è apparentemente ridotto notevolmente, e le uniche preoccupazioni sullo Stato Islamico (IS) si sono limitate alle preoccupazioni per i terroristi che eventualmente ritornano in Russia. Putin ha chiarito che il rientro dalla Siria non era mai volto al ritiro completo di tutte le forze russe, aggiungendo che l’Esercito arabo siriano (EAS) coglierà ulteriori successi. Il livello della potenza aerea che la Russia dispiega e usa in Siria dipende dal successo dei consiglieri militari nel programma di addestramento ed equipaggiamento intenso dell’EAS. Alcuni dei consiglieri appartengono all’organizzazione militare più segreta della Russia: il Comando delle Forze per la Operazioni Speciali (Komandovanie Sil Spetsialnykh Operatsij – KSSO). Queste forze sono acclamate per il loro ruolo in Crimea e, più recentemente, per le operazioni in Siria. Costituiscono un importante moltiplicatore di forza nell’azione del Cremlino, impiegando pochi militari e risorse ottenendo il massimo impatto sugli obiettivi politico-militari (Voenno Promyshlennij Kurer 19 aprile). Il KSSO, probabilmente non conta più di 1000 effettivi in totale, è una relativamente nuova organizzazione militare della Russia, ma un recente articolo del Voenno Promyshlennij Kurer getta nuova luce su origine, sviluppo e scopo. La narrazione sulla creazione del KSSO ne attribuisce la formazione alla nuova leadership della Difesa nel primi mesi del 2013: il Ministro della Difesa Generale Sergej Shojgu, e il Capo di Stato Maggiore Generale (CGS) Generale Valerij Gerasimov. Infatti, annunciando la creazione del KSSO nel marzo 2013, Gerasimov confermava che era il risultato di un ampio studio dell’esperienza delle strutture delle forze speciali straniere, e il Ministero della Difesa russo formava il comando oltre alle varie forze speciali dei ministeri della sicurezza. Tuttavia, il predecessore di Gerasimov, Nikolaj Makarov, espresse questo interesse molto prima, con un esperimento nel 2009 per creare un ufficio per le operazioni speciali direttamente subordinato al CGS. All’inizio del 2012, Makarov parlava della formazione del KSSO, con i piani per nove brigate speciali e l’espansione del sistema delle forze speciali dell’intelligence militare (GRU Spetsnaz) (RIA Novosti 6 marzo 2013). In effetti, i piani originali per formare il KSSO erano volti ad integrare i centri delle forze speciali esistenti, formando un unico comando responsabile verso il Ministro della Difesa. Questi piani furono elaborati dallo Stato Maggiore e dal GRU e presentati all’allora Ministro della Difesa Anatolij Serdjukov, nell’ottobre 2012, che lo respinse categoricamente. Le proposte furono poi ripresentate dopo il cambio della leadership della Difesa, con argomentazioni volte a ottimizzare e riorganizzare le strutture esistenti (Izvestia 27 novembre 2012).
d6t1IV_06Ls E’ proprio questo contesto che viene affrontato da Aleksej Mikhailov nell’articolo sul Voenno Promishlennij Kurer. Mikhailov sottolinea il ruolo svolto da queste forze per le operazioni speciali in Siria: guidare e correggere gli attacchi aerei, anche dei missili da crociera, e agire in altri campi. Il punto di partenza nel rintracciare le origini del KSSO non è il 2009 e l’interesse di Makarov, ma piuttosto un decennio prima, sottolineando diversi sviluppi dovuti al CGS Anatolij Kvashnin. Mikhailov osservava che nel 1999 un centro di addestramento specializzato fu costituito a Solnechnogorsk, dipendente direttamente dal CGS. Il centro era noto come “Senezh“, e gli agenti indicati come “podsolnukhami“. Verteva pesantemente sull’esperienza delle operazioni contro-insurrezionali e speciali in Cecenia (Voenno Promyshlennij Kurer 19 aprile). Mikhailov parla del fatto che fin quando il KSSO ha risolto questi problemi, c’erano difatti quattro aree distinte e diverse nell’addestramento delle forze speciali, dal reclutamento al tipo di missione. Le forze aviotrasportate si esercitavano in lanci difficili per svolgere ruoli speciali nelle operazioni. Altri erano addestrati nella guerra in montagna, con formazione specialistica presso il centro di addestramento “Terskol” sul monte Elbrus. Ulteriori requisiti erano collegati alla necessità di assaltare edifici o obiettivi nemici in condizioni o terreni difficili. Infine, l’addestramento navale per compiti speciali era necessario per le forze operanti in mare per catturare o sabotare navi nemiche o impianti off-shore. Alcuni ebbero esperienza in Cecenia creando un ulteriore settore per le Forze Speciali, la protezione dei comandanti, ma ciò non fu mai veramente concluso. In altre parole, i riformisti dello Stato Maggiore erano giunti ad identificare i problemi nell’uso delle forze speciali, radicati nella preparazione di specialisti altamente qualificati operanti in vari ambiti. Nonostante questo, il Centro Senezh era volto a costruire una cultura di squadra tra gli allievi, e questo è stato sempre un fattore del reclutamento, cioè la capacità di ciascun candidato di lavorare in squadra. Secondo gli interlocutori di Mikhailov, questo principio è strettamente seguito dal KSSO (Voenno Promyshlennij Kurer 19 aprile). I “Podsolnukhami” del “Senezh” sono stati ampiamente impiegati in Cecenia e recentemente nelle operazioni anti-pirateria nel Corno d’Africa; comprensibilmente le loro attività sono classificate top secret. Tuttavia, sembra che l’esperienza delle operazioni in Cecenia e all’estero abbia rivelato che la subordinazione degli operatori di Senezh non fosse ottimale. Serdjukov attuò dei cambiamenti portando alla creazione del KSSO. Il Centro Operazioni Speciali Senezh del Ministero della Difesa riferiva direttamente al CGS, mentre Serdjukov visitava spesso il centro interessandosi del suo sviluppo. Gli fu accreditato, per esempio, la disponibilità 24×7 dei velivoli da trasporto Il-76 (Voenno Promyshlennij Kurer 19 aprile).
Dal 2010, il Ministero della Difesa russo ha un secondo Centro per Operazioni Speciali a Kubinka, subordinato al direttore del GRU, creazione supervisionata dall’aiutante di Serdjukov Tenente-Generale Aleksandr Miroshnichenko, che aveva in precedenza diretto il Centro Operazioni Speciali del Servizio di Sicurezza Federale (FSB) (Tsentr Spetsjalnogo Naznachenija – TsSN FSB). I rapporti tra questi centri presto si deteriorarono nel promuovere idee in competizione su come le forze speciali dovessero svilupparsi. Suggerendo che l’approccio “Alfa” del FSB si concentrava sulla promozione dell’individualismo, in contrasto col Centro Senezh (Voenno Promyshlennij Kurer, 19 aprile). La risoluzione del conflitto avvenne nel marzo 2013, con la creazione formale del KSSO. E con esso, le strutture furono subordinate in modo più coerente. Il Maggiore-Generale Aleksej Djumin fu nominato comandante del KSSO, visto da molti come figura di compromesso. Miroshnichenko continua ad attrarre nella nuova struttura i suoi ex-subordinati del TsSN FSB (Voenno Promishlennij Kurer, 19 aprile). Sembra, quindi, che le sue reclute siano soprattutto una miscela di ex-Spetsnaz del GRU ed ex-Alfa del FSB.

Zolotov e Djumin

Zolotov e Djumin

Con la benedizione di Putin, Kadyrov continua ad espandere la missione delle Forze Speciali cecene
Mairbek Vatchagaev Jamestown Modern Tokyo Times

2007-9-11-rmamn74111884-copyIl notevole interesse di Ramzan Kadyrov nello sviluppo delle forze speciali cecene è stato già notato prima (vedasi EDM 27 marzo 2015). Il governante della Cecenia cerca di ritrarre queste unità come modello delle Forze Armate russe. Un ex-ufficiale del gruppo Alfa, le unità di élite delle forze speciali russe, è coinvolto nell’addestramento dei militari ceceni, il che significa che Mosca è abbastanza consapevole degli sforzi militari di Kadyrov. Per addestrare le sue forze speciali, Kadyrov ha costruito un grande moderno centro addestramento nella zona di Gudermes. Il centro, a differenza di altri centri simili in Russia, è un’impresa privata (Rbc.ru 11 febbraio). Kadyrov progetta di costruire un’intera città nel centro di addestramento, includendo una scuola, un carcere, stazione ferroviaria e metropolitana e una pista aerea. Il governatore della Cecenia ha anche annunciato alle autorità che uno dei più grandi centri di paracadutismo della Russia sarà costruito in Cecenia. L’impianto sarà presso il Centro Internazionale di addestramento delle Forze speciali, tra il villaggio di Tsentoroi e la città di Gudermes (Vestnik Kavkaza 2 marzo). Secondo il consigliere di Kadyrov per l’addestramento delle forze speciali, Danil Martinov, oltre a fornire servizi di addestrativi alle forze speciali, il centro sarà aperto alle visite del pubblico ceceno e dei turisti. Il pubblico russo ha iniziato a prestare maggiore attenzione alle Forze speciali cecene dopo l’ammissione di Kadyrov che suoi agente eraono coinvolti nel conflitto siriano (Russia.tv 7 febbraio, a un 1 ora e 18 minuti). L’affermazione di Kadyrov contraddice la posizione russa ufficiale secondo cui alcuna forza di terra russe era dispiegata in Siria. Le autorità cecene hanno poi corretto la dichiarazione, dicendo che non c’erano unità di forze speciali cecene in Siria, ma piuttosto un’unità militare federale russa, non interessata alle operazioni terrestri nel Paese (Dp.ru 8 febbraio). L’anno scorso, le autorità cecene propagandarono le vittorie delle forze speciali ceceni in una competizione internazionale di forze speciali tenutasi in Giordania nella primavera del 2015, descrivendole come un “trionfo” (RIA Novosti 24 aprile 2015). Groznij decise di creare un’altra unità militare che operi in condizioni estreme. Alla fine di marzo di quest’anno, le autorità cecene programmavano l’invio di unità delle Forze speciali della repubblica al Polo Nord. I paracadutisti di Kadyrov vi compiranno operazioni di combattimento in clima rigido (Vesti.ru 20 marzo).
Sul suo account personale su Instagram, Kadyrov ha dichiarato che il suo aiutante, l’ex-ufficiale delle forze di sicurezza russe Danil Martinov, supervisionerà l’invio delle forze speciali cecene nel Polo Nord (Instagram.com 20 marzo). Tale operazione richiederà spese significative per assicurare le comunicazioni e la sicurezza del gruppo nel duro ambiente del Polo Nord, il che significa che saranno sostenute dallo Stato russo. Gli specialisti si sono chiesti perché le forze speciali cecene sono stati creati quando l’esercito russo aveva già l’Alfa e altre unità di elite. Diversi anni fa, il giornale di opposizione Novaja Gazeta stimava che le forze di Kadyrov fossero abbastanza consistenti, da 10000 a 30000 uomini (Onkavkaz.com, 21 marzo). Cecenia è l’unica regione della Russia che ha il permesso di avere proprie forze armate regionali. Ma perché Mosca non permettere ad altre regioni del Caucaso del Nord di avere proprie forze speciali? La situazione della sicurezza nel vicino Daghestan, per esempio, era assai peggiore che in Cecenia almeno dal 2008-2010.
Le manovre delle forze cecene assomigliano sorprendentemente alle esperienze dell’impero russo. A quel tempo, i montanari del Caucaso del Nord facevano parte delle guardie personali dello zar, mentre gli alpinisti ne proteggevano la vita in eventuali tentativi di golpe. Attualmente, con Mosca che spende notevoli risorse per l’addestramento dei ceceni fedeli alla Russia, le analogie con il passato imperiale russo sono abbastanza forti. Consentendo a Kadyrov di perseguire questo programma, il Presidente Vladimir Putin crea l’unica unità etnica delle forze speciali della Russia. Sarebbe logico se il presidente russo infine concedesse alle Forze speciali ceceno lo Status federale facendone la personale unità di Forze speciali, anche se in effetti, ciò contrasterebbe con le leggi russe. In un primo momento, sembrava che le autorità preparassero le forze speciali cecene per lo schieramento nel Caucaso del Nord, perché i ceceni conoscono la zona meglio delle forze russe, nonostante la preparazione di queste ultime presso i centri di addestramento di Nalchik e Makhachkala (Thequestion.ru, 16 gennaio). Tuttavia, il previsto sbarco dell’unità cecena al Polo Nord dimostra che Mosca considera le forze cecene uno strumento utilizzabile non solo nell Caucaso, ma anche nel più ampio spettro nazionale.
Nei passati sei mesi, non un mese è passato senza esercitazioni militari tattiche in Cecenia (Regnum, 22 marzo). Funzionari del Cremlino a quanto pare credono che la situazione in Cecenia rimanga instabile e richieda Forze federali russe sul terreno, come ad esempio le unità di polizia provenienti da altre regioni della Federazione Russa. La Regione di Tula, della Russia centrale, per esempio, ha recentemente inviato 80 agenti di polizia in Cecenia (Mk.ru, 22 marzo). Altre regioni russe, da Kaliningrad a Sakhalin, hanno anche inviano regolarmente rinforzi in Cecenia. Così, Mosca non considera la situazione nel Caucaso del Nord come del tutto stabile. Resta del tutto plausibile che il governo prepari le forze speciali cecene per svolgere compiti nella regione, nel prossimo futuro, se la situazione peggiorasse in qualche modo.maxresdefaultTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come le centrali della NATO controllano la politica dell’UE sui rifugiati

F. William Engdahl New Eastern Outlook 27/04/2016Merkel-ErdoganUn fiume incontrollato di profughi di guerra da Siria, Libia, Tunisia e altri Paesi islamici destabilizzati dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’ di Washington, ha creato il più grande caos sociale nell”UE, dalla Germania alla Svezia alla Croazia, dalla fine della seconda guerra mondiale. Ormai è chiaro che più di qualcosa di sinistro è in corso, minacciando di distruggere il tessuto sociale del nucleo della civiltà europea. Pochi si rendono conto che l’intero dramma è orchestrato non dalla cancelliera tedesco Angela Merkel, o dagli anonimi eurocrati della Commissione UE di Bruxelles. È orchestrato dalla cabala di think tank della NATO. L’8 ottobre 2015 tra il grande flusso di centinaia di migliaia di rifugiati inondanti la Germania da Siria, Tunisia, Libia e altri Paesi, una nuova e sicura di sé cancelliera tedesco Angela Merkel proclamava in un popolare programma televisivo tedesco che “ho un piano”, occasione per una frecciata tagliente ai partner della coalizione guidatu dal capo della bavarese CSU, Horst Seehofer, critico verso la posizione di accoglienza dei profughi di Merkel nella primavera 2015, che ha visto più di un milione di rifugiati entrare in Germania solo l’anno scorso. Da quel momento, con determinazione di ferro, la cancelliera tedesca ha difeso il criminale regime di Erdogan in Turchia, partner essenziale del suo “piano”. La maggior parte del mondo ha visto con stupore come abbia ignorato i principi della libertà di parola e deciso di perseguire pubblicamente un noto comico della TV tedesca, Jan Boehmermann, per le sue osservazioni satiriche sul presidente turco. Era stupita da come il simbolo della democrazia europea, la cancelliera tedesca, abbia scelto d’ignorare l’imprigionamento da parte di Erdogan dei giornalisti e la chiusura dei media dell’opposizione, procedendo nei piani per imporre di fatto la dittatura in Turchia. Era perplessa per come il governo di Berlino abbia scelto d’ignorare le prove schiaccianti di come Erdogan e la famiglia materialmente favoriscano i terroristi dello SIIL in Siria, in realtà creatori della crisi dei rifugiati. Era stupita di vedere spingere l’UE a consegnare miliardi di euro al regime di Erdogan per il presunto accordo sul flusso di rifugiati dai campi profughi turchi alla vicina UE passando per la Grecia e non solo.

Piano Merkel
Tutte queste azioni apparentemente inspiegabili della una volta pragmatica leader tedesca, sembrano risalire all’adozione di un documento di 14 pagine preparato da una rete di gruppi di riflessione pro-NATO, sfacciatamente intitolato “Piano Merkel”. Ciò che la neo-sicura di sé cancelliera tedesca non disse alla sua ospite Anne Will o ai telespettatori fu che “il suo” piano le era stato consegnato solo quattro giorni prima, il 4 ottobre, come documento dal titolo Piano Merkel, da un neonato think-tank internazionale, ovviamente ben finanziato, chiamato Iniziativa per la Stabilità Europea o ESI. Il sito dell’ESI indica avere uffici a Berlino, Bruxelles e Istanbul, Turchia. Il sospetto è che gli autori de piano ESI l’abbiano intitolato come se provenisse dall’ufficio della Cancelliera tedesca e non da loro. Più sospetto è il contenuto del Piano Merkel dell’ESI. Oltre ad accogliere già più di un milione di rifugiati nel 2015, la Germania dovrebbe “accettare di concedere asilo a 500000 rifugiati siriani registrati in Turchia nei prossimi 12 mesi“. Inoltre, “la Germania dovrebbe accettare le richieste provenienti dalla Turchia… e fornire un trasporto sicuro ai candidati… già registrati presso le autorità turche…” E infine “la Germania dovrebbe accettare di aiutare la Turchia ad avere esenzioni sul visto di viaggio per il 2016“. Il cosiddetto piano Merkel è un prodotto dei think tank legati a NATO-USA e a governi dei Paesi membri della NATO o potenziali soci. La massima “seguire il denaro” è istruttiva in questo caso, per vedere chi realmente dirige l’Unione europea oggi.

ESI
unbenannte-anlage-00300 L’ESI nasce dai tentativi della NATO di trasformare il Sud-Est Europa dopo la guerra istigata dagli USA in Jugoslavia negli anni ’90, portando alla balcanizzazione del Paese e la creazione di una importante base USA e NATO, Camp Bondsteel in Kosovo. L’attuale presidente dell’ESI, direttamente responsabile del documento finale Piano Merkel è il sociologo austriaco residente ad Istanbul Gerald Knaus. Knaus è anche membro del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR) e dell’Open Society. Fondato a Londra nel 2007, l’ECFE è un’imitazione dell’influente Counsil on Foreign Relations di New York, il think-tank creato dai banchieri Rockefeller e JP Morgan nel corso dei colloqui di pace di Versailles del 1919, per coordinare la politica estera globale anglo-statunitense. Significativamente, il riccone creatore dell’ECFR è il miliardario statunitense e finanziatore delle rivoluzioni colorate George Soros. Praticamente ogni rivoluzione colorata è stata sostenuta dal dipartimento di Stato degli USA dal crollo dell’Unione Sovietica, come in Serbia nel 2000, Ucraina, Georgia, Cina, Brasile e Russia. George Soros e le propaggini delle sue Open Society Foundations finanziano di nascosto ONG e attivisti per la “democrazia” per insediare regimi pro-Washington e filo-NATO. I membri scelti, chiamati membri del Consiglio o associati dell’ECFR londinese comprendono il co-presidente Joschka Fischer, ex-ministro degli Esteri del Partito dei Verdi tedesco che spinse il suo partito ad appoggiare l’illegale bombardamento di Bill Clinton della Serbia nel 1999, privo del sostegno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli altri membri del Consiglio del think tank Counsil on Foreign Relations europeo di Soros includono l’ex-segretario generale della NATO Xavier Solana, il falsificatore ex-ministro della Difesa tedesco caduto in disgrazia Karl-Theodor zu Guttenberg; Annette Heuser, direttrice esecutiva del Bertelsmann Stiftung di Washington DC; Wolfgang Ischinger, presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera; Cem Ozdemir, presidente dei Buendnis90/Die Gruenen; Alexander Graf Lambsdorff, deputato del partito liberale tedesco (FDP); Michael Sturmer, corrispondente Capo del Die Welt; Andre Wilkens, direttore della Fondazione Mercator; il difensore della pederastia al Parlamento europeo Daniel Cohn-Bendit. Cohn-Bendit, noto come “Danny il Rosso” nelle rivolte studentesche francesi del maggio 1968, fu membro del gruppo autonomista Revolutionaerer Kampf (Lotta Rivoluzionaria) a Ruesselsheim, in Germania, insieme al suo stretto alleato e ora presidente dell”ECFR Joschka Fischer. I due continuano ari trovarsi nell’ala “Realo” dei Verdi tedeschi. Le Open Society Foundations è la rete che “promuove la democrazia” esentasse creata da George Soros per promuovere il “libero mercato” pro-FMI dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per liberalizzare il mercato delle economie ex-comuniste aprendo le porte al sistematico saccheggio dell’inestimabile patrimonio minerario ed energetico di quei Paesi. Soros fu l’importante finanziatore del team economico liberale di Boris Eltsin, tra cui l’economista da “Terapia d’urto” di Harvard Jeffrey Sachs e il consigliere liberale di Eltsin Egor Gajdar. Già è chiaro che il “Piano Merkel” è il Piano Soros in effetti. Ma c’è di più, se vogliamo comprendere l’ordine del giorno più oscuro dietro il piano.

I finanziatori dell’ESI
L’Iniziativa per la Stabilità Europea, il think-tank di Gerald Knaus collegato a Soros è finanziato da un impressionante serie di donatori. Il suo sito web li elenca; oltre alle Open Society Foundations di Soros, vi è la Mercator Stiftung tedesco legato a Soros, e la Robert Bosch Stiftung. Altro finanziatore è la Commissione europea. Poi, curiosamente la lista dei finanziatori del piano Merkel comprende un’organizzazione dal nome orwelliano, l’United States Institute of Peace. Alcune ricerche rivelano che l’Istituto della Pace degli Stati Uniti non ha nulla a che fare con la pace, essendo presieduto da Stephen Hadley, ex-consigliere dell’US National Security Council dell’amministrazione guerrafondaia neo-con di Bush-Cheney. Il suo consiglio di amministrazione comprende Ashton B. Carter, l’attuale falco neo-con segretario della Difesa dell’amministrazione Obama; il segretario di Stato John Kerry; il Maggiore-Generale Federico M. Padilla, presidente della National Defense University degli Stati Uniti. Questi sono alcuni architetti molto stagionati della strategia del Dominio a Pieno Spettro del Pentagono per il dominio militare mondiale degli USA. Gli autori del “Piano Merkel” dell’Iniziativa per la Stabilità Europea, oltre alla generosità delle fondazioni di George Soros, indica come ‘primo’ finanziatore il German Marshall Fund* degli Stati Uniti. Come ho descritto nel mio libro, il think tank German Marshall Fund è tutt’altro che tedesco; “E’ un think tank statunitense di Washington DC. Di fatto, la sua agenda è la distruzione della Germania del dopoguerra e più in generale degli Stati sovrani dell’UE per adattarli al programma di globalizzazione di Wall Street“. Il German Marshall Fund di Washington è coinvolto nell’agenda del cambio di regime mondiale degli Stati Uniti d’America in combutta con il National Endowment for Democracy finanziato dagli Stati Uniti, le fondazioni Soros e la facciata della CIA chiamata USAID. Come descrivo nel libro, “Il principale obiettivo del German Marshall Fund, secondo la sua relazione annuale del 2013, è sostenere l’agenda del dipartimento di Stato nelle cosiddette operazioni di costruzione della democrazia nei Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale e sud- orientale, dai Balcani al Mar Nero. Significativamente il loro lavoro include l’Ucraina. Nella maggior parte dei casi, collabora con l’USAID, ampiamente identificata quale facciata della CIA collegata al dipartimento di Stato, e la Stewart Mott Foundation che finanzia la National Endowment for Democracy finanziata dal governo degli Stati Uniti“. In particolare, la stessa Stewart Mott Foundation finanzia il Piano Merkel dell’ESI, come anche il Rockefeller Brothers Fund. Tutto questo dovrebbe far riflettere da chi e per quali obiettivi è stato firmato l’accordo Merkel-Erdogan sulla crisi dei rifugiati nell’UE. La fazione Rockefeller-Bush-Clinton negli Stati Uniti intende usarlo quale grande esperimento d’ingegneria sociale per creare caos e conflitti sociali nell’UE, mentre allo stesso tempo le loro organizzazioni non governative, come NED, Freedom House e fondazioni Soros, si agitano in Siria, Libia e nel mondo islamico? La Germania, secondo l’ex-consigliere del presidente degli Stati Uniti e amico intimo dei Rockefeller, Zbigniew Brzezinski, è il “vassallo” degli Stati Uniti nel mondo post-90? Finora, c’è la prova abbastanza netta che sia così. Il ruolo dei think tank collegati a Stati Uniti e NATO è fondamentale per comprendere come la Repubblica Federale di Germania e l’Unione europea siano in realtà eterodirette da oltre Atlantico.Dutch-Newshour-interview-Screenshot-Gerald-Knaus-28-January-2016*Il German Marshall Fund è anche l’ente che ha creato e promosso l’orrido mostriciattolo nazipiddino euroatlantista Federica Mogherini. NdT.

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La trasformazione economica dell’Eurasia con la Via della Seta

F. William Engdahl New Eastern Outlook 25/04/2016shanghai-gold-exchangeNegli ultimi mesi ho spesso scritto del potenziale strategico infrastrutturale asiatico ed eurasiatico del Grande Progetto Fascia e Via della Cina nel trasformare l’economia globale verso la positiva e durevole crescita economica. Appare sempre più chiaro che i pianificatori economici strategici di Pechino hanno lavorato sui dettagli specifici per utilizzare al meglio il nuovo progetto infrastrutturale ferroviario ad alta velocità che attraversa il vasto spazio dell’Eurasia, da Pechino alla Russia agli Stati dell’Unione economica eurasiatica come Kazakistan, Armenia, Bielorussia fino ad includere gli Stati dell’Europa orientale e centrale. Una serie di accordi tra imprese cinesi e Kazakistan suggerisce il boom economico in fase di progettazione.
Come scrissi nel post precedente, il progetto stradale Fascia e Via della Cina è attualmente è il maggiore progetto infrastrutturale economico reale nel mondo, e non riguarda solo ferrovie veloci dalla Cina all’Europa passando per la massa eurasiatica, accelerando il traffico delle merci. Si tratta di trasformare una delle regioni più dimenticate al mondo in un vibrante e crescente nuovo spazio economico, portando tecnologia e industria nelle regioni più arretrate dell’Asia centrale ma anche benedette dalle più ricche concentrazioni di minerali del mondo. Senza infrastrutture dei trasporti moderne, questi minerali e altre ricchezze rimarranno nel limbo. Per la Cina, la Cintura e Via, indicata anche come Nuova Via della Seta in riferimento alle antiche rotte commerciali terrestri e marittime eurasiatiche che collegavano la Cina all’Eurasia passando per Medio Oriente, Venezia ed Europa, fu avviata duemila anni fa dalla dinastia Han. A quel tempo, le rotte della Via della Seta andavano dalla Cina attraverso India, Asia Minore, Mesopotamia, Egitto, Africa, Grecia, Roma fino alla Gran Bretagna. La regione mesopotamica settentrionale, oggi Iran, fu il più stretto socio commerciale della Cina. La Cina, la cui civiltà era allora molto più avanzata di quella europea, inviò la carta in Europa, un’invenzione della Cina della dinastia Han. Inviò polvere da sparo, e sempre più seta, insieme alle ricche spezie d’Oriente. Ad oggi, il progetto economico Nuova Via della Seta comprende circa 60 Paesi dell’Asia centrale, Russia, Iran e Serbia ed Europa orientale. In precedenza commentavo i piani cinesi sui progetti ferroviari della Via della Seta per aumentare l’estrazione e l’esportazione dell’oro, storicamente il più bel metallo del mondo. All’epoca dell’imperatore romano Augusto, 27 aC – 14 dC, il commercio tra Cina e occidente era consolidato; la seta, le cui origini cinesi erano un segreto di stato, era il prodotto più ricercato in Egitto, Grecia e in particolare Roma. Più che la semplice distribuzione di merci da est a ovest e ritorno, la Via della Seta originale rese possibile un vasto scambio culturale tra i popoli su arte, religione, filosofia, tecnologia, lingua, scienza, architettura. Ogni aspetto della civiltà fu scambiato attraverso la Via della Seta insieme alle merci dei mercanti, da Paese a Paese.

La Strada di oggi
Il riferimento storico è importante per capire meglio come la dirigenza cinese tragga profondamente dal proprio patrimonio culturale la concezione della nuova Via della Seta, la Cintura e Via. Pochi, anche nella Cina di oggi si resero conto, durante una conferenza quest’anno a Pechino dove fui invitato a parlare sul significato del nuovo grande progetto infrastrutturale della Cina, della profonda importanza di questa iniziativa, non solo per l’economia della Cina. Alcuni esempi indicano come la trasformazione economica dell’Asia centrale con il progetto stradale Fascia e Via venga catalizzata già nei primi mesi. Nel maggio 2015 la Cina istituì un Fondo di investimento in oro dello Stato per creare un pool iniziale di 16 miliardi di dollari, facendone il maggiore fondo in oro fisico al mondo. Sosterrà i progetti auriferi lungo la Via della Seta economica. La Cina ha dichiarato che l’obiettivo è permettere ai Paesi eurasiatici lungo la Via della Seta di aumentare la copertura aurea delle proprie valute. I Paesi lungo la Via della Seta ospitano la maggior parte della popolazione mondiale con risorse naturali e umane da renderle del tutto indipendenti da qualsiasi cosa l’occidente offra. La Shanghai Gold Exchange della Cina ha formalmente istituito il “Fondo d’oro per la Via della Seta”. I due investitori principali del nuovo fondo sono le due maggiori società di estrazione dell’oro della Cina. Il fondo investirà in progetti auriferi lungo la ferrovia eurasiatica della Via della Seta, comprendente vaste regioni poco esplorate della Federazione Russa. La cooperazione sulle miniere d’oro della Cina si estende alla Russia, divenendo rapidamente il partner strategico più stretto della Cina. La China National Gold Group Corporation ha firmato un accordo con il gruppo aurifero russo Poljus Gold, il più grande gruppo aurifero della Russia, e uno dei primi dieci al mondo, per esplorare le risorse del più grande giacimento d’oro della Russia a Natalka, nell’estremo oriente di Magadan, nella regione di Kolyma. Anche se non è molto noto al di fuori del settore, la Cina è oggi il primo Paese al mondo per miniere d’oro, avendo superato la produzione sudafricana diversi anni fa. La Russia è la numero tre. Kazakistan e altri Paesi dell’Asia centrale, ora sulla Via della Seta, hanno grandi riserve d’oro non sfruttate che diventeranno un’economia con il collegamento infrastrutturale ferroviario.Shanghai-Lead-Image-IIIAnche il rame
La Cina mira anche ai vasti giacimenti di rame non sfruttati dei Paesi lungo la Via della Seta. Gli esperti minerari stimano che gli investimenti della Cina per l’approvvigionamento strategico di rame lungo la Via della Seta avverrà per decine o addirittura centinaia di miliardi. Nel 2014 la Cina fu il maggiore importatore di rame per l’industria, trascinandosi l’impressionante 40% delle importazioni di rame del mondo. Ora il Paese cerca chiaramente più garanzie, e l’Australia è un partner militare degli USA nell”Asia Pivot’ di Obama contro la Cina e le più economiche fonti lungo la Via della Seta. Kazakistan, il cui Presidente Nursultan Nazarbaev propose l’idea della nuova Via della Seta economica in un incontro del 2013 con Xi Jinping, è al centro degli accordi sul rame e i progetti comuni con la Cina. Il Kazakistan ha rame di alta qualità nelle regioni centro-orientali, come la famosa Copperbelt dell’Africa. Ed è anche tecnicamente facile sfruttarlo. La China Development Bank ha fornito 4,2 miliardi di credito alla KAZ Minerals, una delle principali società minerarie kazake. La regione orientale del Kazakistan confinante col nord del Kirghizistan ha numerose rocce di rame o porfido, stimate per miliardi di tonnellate. Questa cintura di porfido si estende alla Mongolia, nuova aderente alla Via della Seta della Cina. Recentemente la Mongolia ha confermato la scoperta di un’enorme giacimento di rame, a Oyu Tolgoi, per circa 6,5 miliardi di tonnellate di risorse. Altre prospettive sul rame della Via della Seta si trovano in Iran, Turchia se le cose si calmano e Serbia. Non solo lo sviluppo dei vasti giacimenti di oro e rame non sfruttati dell’Eurasia interessa le aziende cinesi. Il 17 dicembre, un gruppo di aziende cinesi visitando il Kazakistan firmava vari importanti accordi con il più grande produttore di uranio al mondo, la CGN Mining, società affiliata alla China General Nuclear Power Corporation, con una quota di minoranza sui giacimenti di uranio kazako; un accordo che prevede la costruzione di un impianto di produzione di combustibile nucleare. L’intera fornitura di combustibile alimenterà la crescente produzione di energia nucleare della Cina controbilanciando il carbone. Negli stessi colloqui in Kazakistan, la China CEFC Energy ha acquistato la quota del 51% della società controllata dalla compagnia petrolifera e gasifera dello Stato kazako KazMunayGaz, che gestisce raffinerie e stazioni di servizio, così come impianti di fertilizzanti in Europa. E la China National Chemical Engineering ha accettato di costruire un complesso chimico alimentato a gas in Kazakistan. Questo è solo il primo passo di ciò che alla fine sarà il mercato della più grande distesa di terra del mondo, l’Eurasia, con la maggioranza della popolazione mondiale, della manodopera istruita, degli scienziati e degli ingegneri di fama mondiale, e dal desiderio di costruire e non distruggere. E’ incoraggiante che tali iniziative pacifiche avanzino. Ed è dannatamente sicuro che sconfiggeranno l’agenda bellica di Washington e NATO.jf-777x437F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’adesione alla SCO dell’India ha delle avvertenze

MK Bhadrakumar Indian Punchline 25 aprile 201626476404586_fbacb07109_kL’adesione dell’India della Shanghai Cooperation Organization è “cosa fatta”? Al vertice della SCO ad Ufa, nel luglio scorso, la questione era spuntata ma tutti l’evitarono. La risposta rimane “sì e no”. Ciò che è successo ad Ufa è in linea di principio la decisione d’espandere l’adesione alla SCO includendo India (e Pakistan). Infatti, dopo il vertice di Ufa, un alto dirigente a capo del think tank della segreteria del presidente kazako ad Almaty fu citato dai media ufficiali russi dire, “L’avvio dell’adesione alla SCO di India e Pakistan era all’ordine del giorno, ma de jure il processo non è ancora completamente chiarito. È del tutto possibile che un membro della SCO possa bloccarne l’ingresso“. Fino a che punto la questione dell’adesione alla SCO dell’India figurava al vertice Russia-India-Cina a Mosca dei ministri degli Esteri non è chiaro. Il comunicato congiunto emesso al termine della riunione osservava, “I ministri degli esteri di Cina e Russia hanno ribadito l’impegno dei loro Paesi all’attuazione piena e prossima delle decisioni del Vertice SCO di Ufa del 10 luglio 2015, avanzando attivamente il processo di adesione dell’India alla SCO. L’India esprime la volontà di diventare membro a pieno titolo della SCO al più presto possibile, in modo da dare un maggiore contributo allo sviluppo della SCO. Si è deciso di lavorare alla firma del memorandum sugli obblighi dell’India per lo status di Stato membro della SCO al vertice dell’Organizzazione di Tashkent, nel giugno 2016”. Solo un’espressione di intenzioni. È interessante notare che, in un incontro bilaterale con il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov a margine della RIC, il 18 aprile, il cinese Wang Yi FM aveva volutamente menzionato il prossimo vertice SCO a Tashkent. Xinhua riferiva, “Il ministro degli Esteri cinese ha anche chiesto uno sforzo concertato per sostenere l’Uzbekistan nel prossimo vertice di quest’anno della Shanghai Cooperation Organization, che si terrà a Tashkent, in Uzbekistan, avanzando il continuo sviluppo del blocco regionale”. Nel frattempo, è interessante notare un commento sul quotidiano cinese Global Times, che in genere censura l’India per l’ambiguità del suo atteggiamento ambivalente sul Mar Cinese Meridionale, deviando significativamente sulla discussione dell’adesione alla SCO dell’India. Il commento sosteneva che uno dei motivi possibili per l’ambiguità dell’India sul problema del Mar cinese meridionale sia il desiderio di aderire alla SCO, continuando a spiegare: “Ma l’inclusione dell’India in SCO non è completata. L’India deve dimostrare che la sua adesione svolgerebbe un ruolo costruttivo per l’unità dei membri della SCO e del relativo peso internazionale. Inoltre, quali diritti l’India avrà dopo l’adesione alla SCO decisa dagli aderenti. In questo contesto, se l’India prende una posizione diplomatica coerente con Cina e Russia, faciliterà l’adesione alla SCO e contribuirà a svolgere al meglio il proprio ruolo nel quadro regionale. Questo dovrebbe essere considerato dall’India. Va notato che il giorno prima del comunicato congiunto dei RIC, il segretario della Difesa Ashton Carter annunciava che Stati Uniti e India concordavano in linea di principio su una comune logistica militare, durante il viaggio in India il 10-12 aprile. L’omologo indiano Manohar Parrikar aveva detto che i due Paesi firmeranno un accordo tra pochi mesi. La firma segnerà un notevole cambiamento della politica Estera dell’India, un grande passo che li lega, almeno nella cooperazione militare. L’accordo non necessariamente colpisce Cina o Russia, ma non piace sicuramente ad alcuna delle due”. (Global Times)
Il commento pone delle condizioni: a) l’India deve “provare” l’intenzione di giocare un “ruolo costruttivo”; b) i diritti dell’India come membro della SCO potrebbero non essere uguali a quelli degli altri fondatori; c) le politiche dell’India dovranno armonizzarsi con quelle di Russia e Cina; e, d) l’accordo sulla logistica proposto tra India e Stati Uniti disturba, indicano un cambiamento nella politica estera dell’India. È interessante notare che il commento è apparso mentre il presidente dell’Uzbekistan arrivava a Mosca per una visita ufficiale. Il prossimo vertice SCO si terrà a Tashkent a giugno, ed è certo che l’agenda del vertice sarà un importante argomento dei colloqui di Karimov al Cremlino. In effetti, vi fu l’indicazione che al vertice di Ufa dello scorso anno, il presidente dell’Uzbekistan Islam Karimov avesse espresso riserve sull’adesione alla SCO dell’India, sostenendo che il raggruppamento tradizionalmente verte sulla sicurezza dell’Asia centrale e l’ammissione dei due rivali dell’Asia meridionale, India e Pakistan (insieme al loro pesante bagaglio di tensioni) nella SCO cambierebbe molto il carattere del raggruppamento regionale. Karimov può essere molto testardo, se vuole. Il rapporto India-Uzbekistan rimane invariato. Dal giro vorticoso del Primo ministro Narendra Modi nelle cinque capitali dell’Asia centrale, negli ultimi 6 giorni dello scorso luglio, non ci furono scambi ad alto livello indo-uzbechi, finora almeno.

Islam Karimov

Islam Karimov

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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