Lo “scambio” di alleanze tra Pakistan e India e la guerra fredda tra Arabia Saudita e Cina

Andrew Korybko, RISS, 19/04/2016Modi-KingNel cambiamento geopolitico in corso, impensabile solo pochi anni fa, Pakistan e India sembrano disposti a “trattare” un’alleanza, “scambiandosi” i partenariati privilegiati con i sauditi e russi, per migliorare la posizione nell’atteggiamento delle loro leadership verso la Cina. Mentre Russia e India sono ancora stretti partner storici e strategici, gli ex-legami fraterni, nonostante le dichiarazioni retoriche e le azioni simboliche dei rispettivi governi, poco a poco si sfilacciano nella situazione geopolitica post-guerra fredda e nel corso della nuova guerra fredda. Ancora più importante, tuttavia, è che gli sforzi evidenti dell’India d’ingraziarsi l’Arabia Saudita sono volti non solo contro il Pakistan, ma anche tacitamente contro la Cina, dimostrando uno dei mutamenti geopolitici più insoliti ed eterodossi della nuova guerra fredda.

Prefazione
La ricerca si propone di non presentare una vasta revisione accademica della storia delle relazioni tra i Paesi in esame, le difficili sfumature dei legami presenti e in via di sviluppo, né una collezione di tutti i fatti e di ogni ultima notizie sugli eventi cui si riferiscono, ma in linea di massima d’aumentare la consapevolezza sugli inconfondibili schemi geopolitici che emergono nel contesto più ampio della nuova guerra fredda. Parlando di rapporti non irreversibili e di molte cose che possono ancora cambiare in questo periodo inedito d’incertezza globale e transizione sistemica, anche se appaiono in modo convincente entrare in una fase in cui ciò sarà sempre più difficile, mentre nuove mentalità strategiche si consolidano divenendo pensiero comune tra i rappresentanti dello Stato profondo (militari, intelligence e diplomatici). Lo scopo non è disprezzare l’India o i suoi cittadini, indicando quel Paese così come la sua capitale non s’intende riferirsi al popolo indiano in generale. In questo testo, ci si riferisce solo all’attuale dirigenza politica indiana, e la stessa regola vale per ciascuno dei Paesi studiati. Tuttavia, il lavoro è nettamente critico verso l’India, che l’autore vede inutilmente flirtare troppo vicino al mondo unipolare per l’istintiva reazione agli imperativi presunti del “contenimento della Cina” e alle “pressioni sul Pakistan” che, in ultima analisi, porterebbero New Delhi, consapevolmente o inconsapevolmente, a diventare un alleato strategico degli USA nella nuova guerra fredda.

Lo “scambio”
Pakistan:
Per riassumere una delle tendenze geopolitiche più dichiaratamente inaspettate oggi, il Pakistan si allontana dall’Arabia Saudita e si avvicina alla Russia mentre l’India fa il contrario. Ad esempio, Islamabad ha rifiutato di unirsi alla coalizione “antiterrorismo” di Riyadh, anche se questo ha portato a una spaccatura tra le classi politiche e militari del Pakistan. L’Arabia Saudita non ha rinunciato al tentativo di corteggiare il Pakistan, tuttavia, dato che l’ultima parola va al comandante delle Forze Armate del Pakistan che potrebbe eventualmente guidare il blocco “antiterrorismo” dei sauditi. Questo “braccio di ferro” tra militari filo-sauditi e governo filo-cinese probabilmente definisce la situazione strategica del Pakistan nel prossimo futuro, ed è molto probabile che Riyadh e l’alleata Washington possano tentare ancora di agitare il calderone del separatismo e del terrorismo in Baluchistan per fare pressione su Islamabad affinché cambi il nuovo indirizzo verso i tradizionali alleati unipolari. Detto questo, come l’autore ha scritto per l’Istituto di studi strategici russo nel settembre 2015, il Pakistan è la “cerniera” dell’integrazione pan-euroasiatica e questa ovvietà geopolitica ha portato ad intensificare i legami tra Islamabad e Mosca, secondo un atteso mutuo beneficio che riceveranno col nesso infrastrutturale multipolare transnazionale nell’Asia centrale-orientale in costruzione da parte della Cina, in conformità alla visione dell’One Belt One Road (OBOR).

India:
L’India procede nella direzione opposta al Pakistan, come si vede sia dalla costante sostituzione della Russia con gli Stati Uniti quale primo fornitore di armi alla recente visita di Modi nella terra di Re Salman. Per espandere l’ampiezza delle nuove relazioni strategiche di New Delhi con Washington, le parti sono in procinto di accettare un “accordo di supporto logistico” che “permetta ai militari di utilizzare le rispettive basi terrestri, aeree e navali per rifornirsi, ripararsi e riposarsi”. In pratica significa che gli Stati Uniti possono impiegare “pretesti plausibilmente segreti per dispiegare forze terrestri, aeree e navali a rotazione, sia a tempo indeterminato che temporaneo (probabilmente decidendo, caso per caso, a seconda della struttura militare in questione e del contesto geopolitico attuale) fino ai confini tibetani e dello Yunan cinesi. Anche se è segno promettente e pragmatico che l’India non abbia optato per partecipare al proposto pattugliamento congiunto del Mar Cinese Meridionale con gli Stati Uniti, è ancora preoccupante che Modi abbia già parlato della cosiddetta “libertà di navigazione” nella regione, comunemente pronunciato quale eufemismo per “contenere la Cina”. Concentrandosi verso l’Arabia Saudita, principale alleato unipolare degli Stati Uniti nella regione araba, il segretario generale nazionale del BJP e i funzionari del governo venivano citati da Reuters vantare nel modo più chiaro che il viaggio del Primo Ministro avesse lo scopo di “accordarsi con il Pakistan” tramite “legami affettivi, economici e strategici per convincere gli amici di Islamabad” nello “sforzo per ‘distaccare’ l’India dal Pakistan”. L’avvicinamento dell’India all’Arabia Saudita non solo è una premessa al semplice desiderio di “fare pressione sul Pakistan”, ma è invece parte di ciò che la dirigenza di Nuova Delhi probabilmente vede quale modo scaltro e preventivo di deviare il potenzialmente imminente pericolo del terrorismo filo-saudita nel Paese dalla maggioranza “di infedeli indù” (come sono spregiativamente visti dagli estremisti islamici). Al-Qaida, sempre legata a importanti personaggi e affaristi sauditi e alla loro “beneficenza”, annunciava nel settembre 2014 che sarebbe entrata nel subcontinente indiano, date le crescenti simpatie pro-SIIL e le tendenze fondamentaliste islamiche insediatesi in Bangladesh da allora, e l’India potrebbe cercare d’ingraziarsi uno dei principali sponsor mondiali del terrorismo internazionale per avere la garanzia che Riyadh faccia tutto il possibile per evitare che queste sue organizzazioni la colpiscano.

La scelta:
Russia e Cina non impongono condizioni ai loro partner o lasciano che le decisioni sovrane d’impegnarsi in relazioni geopolitiche diversificate sminuiscano i legami bilaterali, anche se lo stesso non si può dire per Stati Uniti e Arabia Saudita. Mentre è del tutto possibile per India e Pakistan impegnarsi pragmaticamente e contemporaneamente con vari attori internazionali, Stati Uniti ed Arabia Saudita, così come fecero storicamente con altri prima (in particolare nei casi di Ucraina e Yemen), costringeranno i due Stati dell’Asia meridionale a un falso “aut-aut” traducendosi in risultati a somma zero per i partner respinti. L’India probabilmente sfrutterà il divario della nuova guerra fredda in modo tale che il rapporto degli attori civili, sociali e affaristici con la Russia rimanga intatto, ma il coordinamento geopolitico tra i vertici di Nuova Delhi e Mosca indubbiamente ne soffrirà. Inoltre, se l’India riuscisse ad uscirsene dal suddetto scenario ottimistico mantenendo legami non governativi positivi con la Russia sotto una pesante pressione statunitense, lo sarebbe meramente a causa dell’affinità storica tra le due parti, non replicabile relativo allo spettro completo dei rapporti indo-cinesi. Ciò sarebbe ovviamente influenzato negativamente e l’attuale guerra fredda in corso tra New Delhi e Pechino sulla Grande Regione Oceano Indiano-Asia del Sud potrebbe accelerare e raggiungere livelli possibilmente ostili, soprattutto nel caso in cui l’“accordo di supporto” comporti una presenza militare statunitense (anche se temporanea) ai confini della Cina continentale. L’Arabia Saudita non è in grado di costringere l’India a fare una scelta, ma già cerca di farlo con il Pakistan, alleato da decenni e in cui è radicata l’influenza sul potere istituzionale che coltiva da tempo. Proprio come gli Stati Uniti cercheranno di spingere l’India a scegliere tra essi e la Russia, l’Arabia Saudita cercherà di fare qualcosa di simile costringendo il Pakistan a scegliere tra essa e la Cina. Vi sono alcune ipotesi fondamentali sugli obiettivi per cui tali attori fanno pressione, vale a dire gli statunitensi credono che gli indiani procederanno lungo un definita rotta geopolitica anti-cinese, mentre i sauditi ritengono che i legami pakistano-russi dipendono dalla convergenza verso le infrastrutture dell’One Belt One Road cinese nell’Asia centrale e meridionale. Di conseguenza, gli Stati Uniti non vedono la necessità di affrontare in modo esplicito la grande strategia dell’India verso la Cina, perché è già allineata in sostanza con gli interessi di Washington, mentre l’Arabia Saudita sa di conseguenza che la scelta del Pakistan verso Riyadh o Pechino determinerà l’azione finale verso Mosca.chinese-energyLa guerra fredda sino-saudita
Asia del sud:
Tangenzialmente al tema del cambiamento delle relazioni dell’Arabia Saudita verso India e Pakistan, va apertamente sottolineato che i legami nell’Asia meridionale dei sauditi si basano sui calcoli di Riyadh verso la Cina. Estrapolando dalla grande revisione strategica dell’Asia del Sud e del Corno d’Africa, c’è la guerra fredda tra Arabia Saudita e Cina in questo momento che sembra destinata a trasformarsi in serio fattore geopolitico in futuro. Per chiarire cosa s’intende con questo, è più facile iniziare dalla regione attualmente al centro della scena. Arabia Saudita e Cina sono in competizione sull’influenza in Pakistan e la fedeltà delle d’élite più influenti, militari e politiche, come già descritto. Spostandosi verso il Bangladesh, la Cina ha lavorato duramente per farne uno dei principali partner strategici negli ultimi due decenni, ma l’attuale agitazione politica centrata sul Partito nazionalista del Bangladesh pro-saudita, potrebbe invertire tutto questo se l’opposizione riuscisse a sfruttare gli eventi prendendo il potere. L’ultima area di concorrenza tra i due Paesi sono le Maldive, appena uscite da un periodo molto teso di guerra ibrida che l’autore ha analizzato al momento, ed ora sono più vicine all’Arabia Saudita che alla Cina. Ad esempio, anche se occupano una posizione cruciale lungo la rotta marittima dell’OBOR della Cina, le Maldive sono ormai parte della coalizione “antiterrorismo” dei sauditi e le due parti hanno deciso di aumentare i “legami religiosi”, tipicamente un’espressione che denota il proselitismo istituzionalizzato del violento wahhabismo saudita.

Corno d’Africa:
Qui la Cina collabora strettamente con l’Etiopia, l’economia in più rapida crescita al mondo e che dovrebbe presto divenire il leader continentale. Al centro della visione dell’OBOR c’è la convinzione che la Cina acquisisca l’accesso a nuovi mercati e sbocchi per gli investimenti sostenendone crescita e stabilità interna. L’Etiopia occupa un ruolo importante in questa strategia ed è essenziale che la Cina ne sfrutti il potenziale, spiegando perché la costruzione della ferrovia Etiopia-Gibuti si completerà molto presto. Completando questo imperativo geo-economico, appare anche la prima base militare all’estero a Gibuti, consentendole di esercitare una doppia influenza sulle rotte marittime di Bab-al-Mandeb e sul cuore etiope del Corno d’Africa. Parallelamente a ciò, i sauditi e il blocco militare del GCC che sovrintendono si muovono in questa regione apparentemente con il pretesto del supporto logistico per la guerra in Yemen. Un rapporto delle Nazioni Unite dell’ottobre 2015 documentava come “l’Eritrea abbia forgiato una nuova relazione strategica militare con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti permettendo alla coalizione saudita di usare suolo, spazio aereo e acque territoriali per la campagna anti-huthi nello Yemen“, e come “soldati eritrei fossero integrati nel contingente delle forze degli Emirati Arabi Uniti che combattono su suolo yemenita”. L’autore ha accuratamente analizzato cosa significhi tale sviluppo sull’equilibrio militare tra Eritrea e il rivale etiope, concludendo che il CCG potrebbe utilizzare il territorio del nuovo alleato come trampolino di lancio per un’influenza asimmetrica sull’Etiopia. Inoltre, il Qatar ha già truppe in Eritrea e Gibuti nel quadro del meccanismo di mediazione dei conflitti delle Nazioni Unite, mentre l’Arabia Saudita è in procinto di aprire una base, con supposta coincidenza con quella della Cina. Un altro sviluppo chiave da considerare è come gli Emirati Arabi Uniti siano presumibilmente interessati a una struttura militare sul Golfo di Aden, nella regione del Somaliland. Complessivamente, è evidente che un modello riconoscibile emerge, il GCC accerchia costantemente l’alleato etiope della Cina, ed inteso che ciò avvenga o meno, è molto probabile che un dilemma sulla sicurezza tra le due parti scoppi mentre puntellano l’influenza lungo il Mar Rosso e l’entroterra del Corno d’Africa. L’Etiopia è parte integrante della visione globale della Cina e ha un ruolo insostituibile essendo geograficamente un conveniente intermediario per le imprese cinesi in Africa, usandone la posizione vantaggiosa per facilitare l’interazione con i mercati europei ed asiatici attraverso l’accesso marittimo che acquisiranno con la ferroviaria Etiopia-Gibuti. Al contrario, gli Stati Uniti riconoscono tale enorme importanza ed è probabile che inviteranno gli alleati del CCG a fare pressione contro gli interessi cinesi per sovvertire i vantaggi geo-economici di Pechino. Questo potrebbe assumere la forma di Qatar ed Eritrea collegati al gruppo terroristico al-Shabab, utilizzando l’organizzazione militante quale leva per avere un’influenza destabilizzante contro l’Etiopia, in particolare orientando la parte nord-occidentale della regione somala di quest’ultima attraverso cui la ferroviaria Etiopia-Gibuti dovrebbe passare. Inoltre, anche se il GCC fornisce solo un supporto strategico al nuovo alleato del Mar Rosso (o illegalmente eludendo le sanzioni del Consiglio di sicurezza sil trasporto di armamenti), allora potrebbe lanciare una corsa per procura agli armamenti con la Cina, che sarebbe costretta ad incrementare le capacità dell’Etiopia per compensare l’imprevisto squilibrio militare dell’alleato verso l’Eritrea. E’ rilevante ricordare che l’Etiopia realmente immagina di giocare un ruolo importante nella rete infrastrutturale dell’OBOR, e che l’apertura della Cina della sua prima base militare estera a Gibuti è parzialmente dovuta alla sicurezza strategica del partner e alla supervisione del terminale della ferrovia Etiopia-Gibuti. Allo stesso modo, solo questo da agli Stati Uniti una motivazione ancora più grande nel cercare di compensare i piani del rivale, laddove il ruolo del GCC a guida saudita e relativo dispiegamento militare nel Corno d’Africa entrano in gioco. In relazione a ciò, non è un caso che Gibuti e Somalia aderiscano alla coalizione “antiterrorismo” dei sauditi, e mentre è dubbio che Gibuti faccia di tutto per distruggere l’enorme vantaggio che si aspetta di trarre dalla cooperazione con la Cina, lo stesso non si può dire per Mogadiscio nel raccordarsi con il blocco. La Somalia potrebbe non opporsi a che il suo territorio sia utilizzato per la destabilizzazione asimmetrica dell’Etiopia, soprattutto se si considera che gli alleati del GCC e l’estremista Stato della Turchia aprono basi nella capitale locale.Djibouti-Addis_Ababa-railroad-map-lgIndia e Pakistan nel processo geopolitico della nuova guerra fredda
La ricerca ha sostenuto fino a questo punto che gli Stati dell’Asia meridionale dell’India e del Pakistan si muovono in direzioni geopolitiche contrapposte, con Nuova Delhi e Islamabad che “scambiano” i tradizionali alleati russi e sauditi tra calcoli divergenti sull’atteggiamento verso la Cina. Il Pakistan è favorevole alla Cina e intensifica quindi le relazioni con la Russia in conformità alle motivazioni multipolari che ne guidano le relazioni verso Pechino, mentre l’India si oppone alla Cina e fa lo stesso con l’Arabia Saudita per animosità nei confronti di Islamabad e Pechino. E’ quest’ultimo aspetto della collaborazione emergente dell’India con l’Arabia Saudita ivolto contro la Cina che va ancora elaborato, quindi la prossima sezione descrive i principi geopolitici che guidano tale mossa e viceversa, catapultandone il significato multipolare globale del Pakistan su livelli ancora più alti di quanto siano mai stati prima.

Entra l’India:
Così com’è, l’India è pronta a svolgere un ruolo decisivo nell’emergente guerra fredda saudita-cinese e la visita di Modi nel Regno saudita va vista in questo contesto. Ricordando l’analisi precedente sulla rivalità tra Riyadh e Pechino dal Mar Rosso al Bengala, è ovvio in che modo l’inserimento dell’India in tale tesa equazione geopolitica possa cambiare a favore del mondo unipolare. Infatti, mentre l’India è sempre più dinamica nel proiettare i propri interessi marittimi, la complementarità strategica anti-cinese con l’Arabia Saudita (soprattutto sovrapponendosi nelle Maldive) alla fine metterebbe a repentaglio la libertà di navigazione da cui la Cina dipende nel proiettare la componente marittima dell’OBOR quale realtà realizzabile. Anche se non è previsto che la “coalizione” saudita-indiana possa mai chiudere queste rotte del tutto, dal punto di vista cinese tale partnership strategica potrebbe certamente rappresentare un avversario temibile in quanto relativo alla proverbiale “linea di fuoco” sui campi di battaglia di Bangladesh e Maldive. Qualora sauditi e indiani riuscissero a espellere questi due Paesi dall’orbita pragmatica della Cina, al punto che i progetti infrastrutturali pertinenti dell’OBOR ne siano negativamente influenzati, ciò complicherebbe gli sforzi della Cina nel creare affidabili linee di comunicazione marittime, quindi indebolendo l’affidabilità dell’accesso economico marittimo in Europa e Africa orientale. Conseguenza strutturale di tale sviluppo sarebbe una Cina inversamente dipendente dalla parte continentale della strategia della Nuova Via della Seta, che potrebbe quindi essere sproporzionatamente influenzata se Stati Uniti e alleati riuscissero ad innescare una serie di guerre ibride in Asia centrale.

L’alleanza del Rimland:
Mettendo le potenziali alleanze strategiche dell’India con Stati Uniti e/o Arabia Saudita nella prospettiva globale, Nuova Delhi essenzialmente sigillerebbe la maggior parte del Rimland eurasiatico quale parte integrante della nascente alleanza supercontinentale di Washington contro Russia e Cina. In questo momento, gli Stati Uniti cercano di costruire una coalizione “Miezymorze” di Stati anti-russi in Europa orientale che si colleghi con la Turchia di Erdogan e sia prossimo al lavoro strategico del CCG a guida saudita. Dall’altra parte dell’Eurasia, gli Stati Uniti si propongono di portare Giappone e Corea del Sud nel meccanismo di coordinamento militare apparentemente diretto contro la “Corea del Nord”, ma ovviamente dalla doppia funzione non dichiarata anticinese. Ampliando il ruolo del Giappone, lo Stato insulare diverrebbe per gli Stati Uniti il principale partner “eterodiretto” per riunire i teatri nord-est e sud-est asiatici in un grande ‘fronte di contenimento’ anti-cinese basato sui Paesi membri del TPP, dell’ASEAN e delle Filippine, ampliando la coalizione strategica del blocco economico guidato dagli Stati Uniti. Tra questi blocchi eurasiatico occidentale, mediorientale e orientale si piazza l’India che potrebbe forse giocare il ruolo fondamentale colmando il vuoto geografico tra gli alleati degli Stati Uniti GCC e Giappone-ASEAN. Tutto sommato, l’India è parte integrante della persistente alleanza del Rimland, motivo per cui è così aggressivamente corteggiata dagli Stati Uniti.

Il perno del Pakistan:
La possibilità che l’India possa unirsi strategicamente alle forze del mondo unipolare schierandosi con Stati Uniti e/o Arabia Saudita (entrambi raggiungerebbero i medesimi fini strutturali nei confronti dell’alleanza del Rimland) non sfugge a Russia e Cina che corrispondentemente reagiscono consolidando i rapporti con il Pakistan per pura necessità geopolitica. L’Iran è anche importante per entrambe le ancore eurasiatiche multipolari, ma a differenza del Pakistan, l’ex-Persia è circondata strategicamente dai sauditi e dalla loro settaria coalizione “antiterrorismo” che potrebbe prevedibilmente essere usata contro di essa, come misura non convenzionale di “contenimento”. Anche se esiste ancora una moltitudine di opportunità multipolari vantaggiose per l’Iran a cui Russia e Cina possono realisticamente attingere, resta lo scomodo fatto geostrategico che il Paese è una potenza continentale e che la maggior parte del suo potenziale marittimo (fatta eccezione per il porto indiano a Chabahar) dipende dalla Stretto di Hormuz e di conseguenza è soggetta a potenziale ostruzione da GCC e Stati Uniti similmente (anche se meno intensamente) allo Stretto di Malacca. Per non sbagliarsi, l’autore non respinge l’importanza dell’Iran per l’ordine mondiale multipolare emergente, il Paese ha un notevole peso strategico, ma ciò va temperato con una valutazione realistica dei limiti geografici. Il Pakistan, d’altra parte, è l’ultimo Stato-perno eurasiatico nella visione dell’OBOR della Cina, dato che esso solo può “connettere” i diversi blocchi economici che lo circondano collegando direttamente gli interessi di Russia e Cina. E’ vero che gli interessi economici continentali di Mosca e Pechino si intersecano anche con quelli di Teheran, ma quelli dello Stato orientale devono prima transitare per l’Asia centrale, per arrivare. Contando la possibilità molto reale che gli Stati Uniti cerchino d’inscenare una qualche guerra ibrida per interromperla nel prossimo futuro, forse innescata dall’inevitabile passaggio di Islam Karimov, il “Gheddafi uzbeko” che è riuscito miracolosamente ad unificare i vari clan del Paese, potendo proiettate la destabilizzazione dell’Asia centrale per ostacolare i piani della Cina per collegarsi economicamente direttamente con l’Iran. D’altra parte, il Pakistan, essendo un medesimo obiettivo, è assai meglio abituato a trattare con tali minacce grazie all’esperienza agguerrita del periodo post-11/9 e inoltre i progetti infrastrutturali russo-cino-pakistani attraverserebbero un Paese relativamente stabile e assai meno minacciato del Kazakhstan.7894Il Piano per spezzare il contenimento:
Gli assi militari-strategici congiunti Russia-Kazakistan e Cina-Pakistan che si uniscono sul porto Dzungarian sono abbastanza forti per creare un corridoio di sviluppo affidabile in Eurasia irrompendo tra l’Alleanza del Rimland dalla fondamentale porzione pakistana. Il Pakistan è assolutamente essenziale per Russia e Cina per avere accesso all’Oceano Indiano non unipolarmente influenzato, divenendo tanto più importante in quanto gli Stati Uniti stringono progressivamente il cappio del “contenimento” intorno alle rispettive periferie eurasiatiche occidentale ed orientale. La potenziale integrazione dell’India nell’alleanza del Rimland tramite la cooperazione con l’asse strategico USA-Arabia Saudita aumenta solo l’importanza del perno pakistano di Mosca e la pianificazione a lungo termine di Pechino, e il flirt di Nuova Delhi con il blocco unipolare inconsapevolmente accelera il compimento del medesimo corridoio di sviluppo che idealmente si desidera demolire. Può quindi essere osservato che la reazione permalosa dell’India al corridoio economico tra Cina e Pakistan e le successive puntate sull’asse strategico USA-Arabia Saudita possono realmente innescare un massiccio dilemma sulla sicurezza, se non l’hanno già fatto, con Brasile e Sud Africa che già affrontano le pressioni dagli Stati Uniti con il “colpo di Stato costituzionale”, la “defezione” dell’India presso le forze unipolari certamente significherebbe la fine dei BRICS e la sua riduzione al nucleo russo-cinese originale.

Conclusioni
La nuova guerra fredda, anche se ancora all’inizio, è già colma di incredibili giravolte, con la riunificazione della Crimea alla Russia o con l’intervento antiterrorismo in Siria della Russia. Sul fronte negativo, tuttavia, gli USA affermano una pesante influenza senza precedenti sulla maggior parte dell’Ucraina, mettendola contro la Russia, oltre a fare passi decisi nel “braccare” gli Stati strategici con le disposizioni restrittive del TPP per allontanarli dalla Cina. Con la guerra per procura globale in corso tra mondo unipolare e mondo multipolare, le due parti lottano per minare l’altra, e allo stesso tempo competono per la lealtà degli “Stati” neutrali ai margini. E’ in quest’ultima dinamica che l’India potrebbe svolgere un ruolo decisivo, in quanto impegnata con la multipolarità istituzionale ed economica (BRICS), deve ancora impegnarsi pienamente ad abbracciare gli aspetti geopolitici di questa responsabilità. Nel tentativo di stare ai margini il più a lungo possibile, ma facendo assai pubblicizzati passi geopolitici verso il mondo unipolare, l’India suscita presso gli alleati eurasiatici l’ansia che non sia completamente sincera nei dichiarati impegni multipolari, potendo “capovolgersi” verso gli Stati Uniti secondo il paradigma del cambio seguito dalla Cina negli anni ’70. Avvicinandosi all’asse strategico USA-Arabia Saudita, nel momento preciso in cui i due membri principali conducono azioni per procura contro Russia e Cina nel contesto della nuova guerra fredda, l’attività dell’India ispira sospetti fondati presso coloro che sostiene essere i suoi partner multipolari e legittima pienamente le loro nuove relazioni strategiche con il Pakistan. Il rimpianto che l’autore prevede, se l’attuale rotta geopolitica di Nuova Delhi continua a procedere a ritmo sostenuto, è l’India che potrebbe decidere di mutare gioco volgendo le spalle al mondo multipolare schierandosi con Stati Uniti e Arabia Saudita per grettezza mentale verso Pakistan e Cina, facendo tragicamente crollare le decennali relazioni con la Russia.Screen-Shot-2015-06-05-at-13.21.49Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Trilaterale a Roma

Alesandro Lattanzio, 18/4/2016

commissione-trilateraleIl Rome plenary meeting 2016 (programma) della Commissione Trilaterale, organizzazione fondata nel 1973 da David Rockefeller, che si svolgeva a Roma dal 15 al 17 aprile, presso l’albergo Cavalieri Waldorf Astoria di Monte Mario, vedeva tra i 200 partecipanti l’ex-AD di Luxottica Andrea Guerra, il deputato del PD e commissario alla ‘spending review’ del governo Renzi Yoram Gutgeld, la ministra delle Riforme Maria Elena Boschi, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni Silverj, la presidentessa della RAI Monica Maggioni, l’ex-viceministro degli Esteri e vicepresidente dell’ENI Lapo Pistelli, Lia Quartapelle e Vincenzo Amendola del PD, l’ex-rettore della Bocconi Carlo Secchi (presidente del gruppo italiano), l’AD di Fincantieri Giuseppe Bono, l’ex-AD di Banca Intesa Enrico Cucchiani, il presidente della FCA John Elkann, il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, l’AD di Pirelli Spa Marco Tronchetti Provera, il presidente di Unicredit Giuseppe Vita, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ex-ministro della Difesa del governo Monti, la direttrice di Aspenia Marta Dassù ed Enrico Letta, oltre alle guest star straniere David Rockefeller, Jean Claude Trichet (presidente della Trilaterale), Madeleine K. Albright, Michael Bloomberg e Susan E. Rice.
Gli argomenti affrontati dalla Commissione Trilaterale a Roma, erano i seguenti:
Shaping the Future of Italy in Europe
Where is the European Project Heading?
Allocuzione al Quirinale con il Presidente della Repubblica Mattarella
The Middle East in Turmoil
Where is Russia Heading?
The North Korean Nuclear & Missile Threats
Where is China Heading?
The United States Presidential Elections
International Migration & Refugee Flows
Coping with Digital Disruption
Conclusioni del presidente della Trilateralemaria-elena-boschi-parla-alla-trilateral-commission-787094Maria Elena Boschi, parlando in inglese davanti la platea cosmopolita, senza l’intermediazione di traduttori, affermava che “Il referendum (‘sulle trivelle’) non cambierà per nulla la politica energetica italiana, che andrà avanti indipendentemente dal risultato, avendo un effetto minimo sulla nostra legislazione, toccandone solo un piccolo aspetto. Forse potrebbe avere un risultato sull’approccio politico. Il governo è impegnato nella ricerca di energie alternative, impieghiamo molte risorse”. L’economista indiano Nand Kishore Singh chiedeva a Boschi della riforma della Costituzione e del relativo referendum. “Ecco quel referendum avrà un impatto più profondo sulla nostra politica energetica, perché ora dobbiamo dividere le decisioni con venti regioni, con venti legislazioni, ma dopo la riforma avremo una strategia e una legislazione per tutta l’Italia. Così, sono certa, avremo anche più peso in Europa”. E la Costituzione? “Non penso che il numero di senatori possa avere un impatto su pesi e contrappesi della Costituzione. Penso che pesi e contrappesi siano garantiti dalla separazione dei poteri, dall’indipendenza della magistratura e dalle regole della Corte costituzionale. Anche il presidente della Repubblica è un garante, per esempio può rifiutare di firmare una legge approvata dal Parlamento se non rispetta la nostra Costituzione”.l1591tri laterals new 5David Rockefeller voleva includere il Giappone nelle discussioni sulla cooperazione internazionale. Alla conferenza del Bilderberg in Belgio, nel 1972, Rockefeller ne discusse con il professore di Studi Russi della Columbia University Zbigniew Brzezinski, vicino al comitato direttivo del Bilderberg. Nel luglio 1972 si ebbe la prima riunione operativa volta a costituire la Commissione, a cui parteciparono l’economista Fred Bergsten, il politologo della Brookings Institution Henry Owen, il presidente della Ford Foundation Mc George Bundy, il parlamentare tedesco Karl Carstens, il politico francese René Foch, l’ambasciatore ed ex-commissario della CEE Guido Colonna di Paliano, il politologo dell’Università del Sussex François Duchène, il direttore dell’Istituto di Studi Europei della CEE Max Kohnstamm, il deputato ed ex-ministro degli Esteri giapponese Kiichi Miyazawa, il professore di relazioni Internazionali Kinhide Mushakoji, il presidente dell’Overseas Economic Cooperation Fund Saburo Okita e il presidente del Japan Center for International Exchange Tadashi Yamamoto. Quindi un think tank che riunisce esponenti delle élite politico-economiche di Stati Uniti, Canada, Europa Occidentale e Giappone. La Trilaterale tenne la prima riunione ufficiale del comitato esecutivo a Tokyo, nell’ottobre 1973. La Commissione Trilaterale viene finanziata dal Rockefeller Brothers Fund ed è profondamente legata al CFR. La Commissione aiuta i governi a raggiungere “accordi costruttivi” con altri governi, promuovendo una più stretta cooperazione tra Europa, Asia e Nord America. Nel 1974 pubblicò “La crisi della democrazia” invocando una democrazia “moderata”. Della Commissione Trilaterale fecero parte David Rockefeller, George HW Bush, Bill Clinton, Zbigniew Brzezinski, Jean-Claude Trichet, Henry Kissinger e Jimmy Carter. Nell’assemblea plenaria del 10-12 aprile 2000, la Trilaterale decise di includere nel gruppo nordamericano il Messico e di trasformare il gruppo giapponese nel gruppo Asia-Pacifico comprendendovi Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda ed esponenti da Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore e Thailandia. Ultimamente il think tank si concentra su nuovi equilibri mondiali, ridefinizione degli organismi internazionali, nuovi attori della politica internazionale e sviluppo sostenibile.Trilateral-commission-members-680x365

Riferimenti
Dagospia
Dire
Illuminati Rex
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Autonomia curda: Piano B di Kerry o Piano A di Putin?

F. William Engdahl New Eastern Outlook 04/04/20169_9_2014_b-pipes-kurdistan-8201Il 17 marzo delegati di diverse etnie e nazionalità, curdi, arabi, assiri, siriaci, turcomanni, armeni, circassi e ceceni, insieme ai rappresentanti delle Unità di Difesa del popolo o YPG, e delle Unità di difesa delle donne YPJ, dichiaravano formalmente la Federazione del nord della Siria, incorporando 250 miglia di territorio prevalentemente curdo, al confine tra Siria e Turchia. Il 15 marzo, due giorni prima, il Presidente russo Putin ha sorpreso gran parte del mondo annunciando “Missione compiuta” in Siria, ordinando ad aviogetti e personale russo d’iniziare il ritiro. I due eventi sono intimamente connessi.

Obiettivi combinati e contrastanti
L’inizio del ritiro russo e la dichiarazione della regione federale autonoma curda della Siria sono legati, ma non per i media occidentali. E cominciava una fase, nettamente diversa, del vecchio piano del dipartimento di Stato per un nuovo Grande Medio Oriente, annunciato da Condoleezza Rice nel 2003 dopo l’invasione dell’Iraq. Qual è l’esatta natura della sorprendente apparente cooperazione tra Obama e Putin nel ridisegnare la mappa politica della Siria nei confini pre-Sykes-Picot, o almeno nell’imitazione moderna? Sosterranno i russi la neoproclamata Federazione curda nella Siria settentrionale, comportando verso un grande Kurdistan che unisca i curdi di Turchia, Siria, Iraq e Iran? E qual è lo scopo verso la Siria del vicesegretario alla Difesa degli Stati Uniti che negli ultimi giorni loda i successi militari dei curdi siriani? C’è chiaramente un notevole mutamento nel panorama geopolitico del Medio Oriente. La domanda è: per quale scopo?

Cinquecento anni di guerra
Le popolazioni di etnia curda, a seguito della deliberata suddivisione anglo-francese dell’impero ottomano crollato dopo la prima guerra mondiale, ebbero negate la sovranità nazionale. La cultura curda precede la nascita dell’Islam e del cristianesimo, risalendo a circa 2500 anni fa. Etnicamente i curdi non sono arabi o turchi. Sono curdi. Oggi sono in prevalenza sunniti, ma i popoli etnicamente curdi contano 35 milioni di persone suddivise tra quattro Stati confinanti. La lotta contro i turchi, che l’invasero dalle steppe dell’Asia centrale durante la dinastia selgiuchide, alla metà del 12° secolo, fu lunga e travagliata. Nel 16° secolo le regioni curde furono il campo di battaglia delle guerre tra turchi ottomani e impero persiano. I curdi persero, proprio come i polacchi nei secoli scorsi. Nel 1514 il sultano turco offrì ai curdi ampia libertà e autonomia, se aderivano all’impero ottomano dopo la sconfitta dell’esercito persiano. Per gli ottomani i curdi fungevano da cuscinetto contro una futura possibile invasione persiana. La pace tra il sultanato turco e il popolo curdo durò fino al 19° secolo. Poi, quando il sultano turco decise di forzare i curdi dell’impero a rinunciare all’autonomia, nei primi anni del 19° secolo, i conflitti tra curdi e turchi ricominciarono. Le forze ottomane, consigliate dai tedeschi, tra cui Helmut von Moltke, intrapresero guerre brutali per soggiogare i curdi indipendenti. Le rivolte curde contro un sempre più fallito e brutale sultanato ottomano continuarono fino alla prima guerra mondiale, combattendo per uno Stato curdo indipendente da Costantinopoli. Nel 1916 l’accordo segreto anglo-francese Sykes-Picot chiese nel dopoguerra la spartizione del Kurdistan. In Anatolia, l’ala religiosa tradizionale del popolo curdo si alleò con il leader turco Mustafa Kemal, in seguito Kemal Ataturk, per evitare il dominio degli europei cristiani. Kemal andò dai capi tribali curdi a chiedere aiuto nella guerra per liberare la Turchia moderna dalle potenze coloniali europee, in particolare inglesi e greci. I curdi combatterono nel 1922 a fianco di Kemal nella guerra d’indipendenza turca per liberare l’Anatolia occupata e creare una Turchia indipendente dall’occupazione inglese e greca. I sovietici sostennero Ataturk e i curdi contro l’alleanza anglo-greca. Nel 1921 la Francia cedette una delle quattro regioni curde in Siria, bottino di guerra francese assieme al Libano. Nel 1923 alla Conferenza di Pace di Losanna, le potenze europee riconobbero formalmente la Turchia di Ataturk, piccola parte dell’impero ottomano pre-bellico, e cedettero la maggior parte della popolazione curda in Anatolia alla nuova Turchia indipendente, senza garanzie di autonomia o diritti. I curdi iraniani vissero in costante conflitto e dissenso con il governo dello Shah. Infine, il quarto gruppo curdo fu solo assegnato dal Sykes-Picot al dominio inglese chiamato Iraq. C’erano note ricchezze petrolifere presso Mosul e Qirquq. La regione era rivendicata da Turchia e Gran Bretagna, mentre i curdi chiesero l’indipendenza. Nel 1925 la Gran Bretagna ottenne dalla Lega delle Nazioni il mandato sull’Iraq ricco di petrolio compresi i territori curdi. Gli inglesi promisero di permettere ai curdi di avere un governo autonomo, un’altra promessa non mantenuta nella sordida storia delle avventure coloniali inglesi nel Medio Oriente. Alla fine del 1925 il Paese dei curdi, conosciuto dal 12° secolo come Kurdistan, fu diviso tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, e per la prima volta in 2500 anni fu privato dell’autonomia culturale.

Mossa sconcertante o mossa astuta?
time-for-an-independent-kurdistan Con tale storia di tradimenti e guerre per sopprimerli, è comprensibile che i curdi siriani oggi cerchino di approfittare del ruolo militare essenziale nella lotta contro lo SIIL nel nord della Siria, lungo il confine con la Turchia. Tuttavia, con il futuro di Bashar al Assad e dello Stato unitario siriano in questione, sembra sconsiderato che i curdi siriani del Rojava dichiarino l’autonomia e rischino la guerra su due fronti contro Damasco e contro i militari di Erdogan che conducono una brutale guerra contro i loro cugini in Turchia. Assad non ha riconosciuto la proclamazione dell’autonomia curda e ne sarebbe assai contrariato. Vi sono notizie di scontri tra unità di difesa popolare curde YPG e truppe dell’Esercito arabo siriano. Si deve tornare sull’annuncio a sorpresa di Vladimir Putin del 15 marzo sul ritiro della presenza militare russa in Siria. Il 7 febbraio un evento curioso ebbe luogo e fu poco notato dai media occidentali. I curdi siriani, rappresentati dal Partito di Unità Democratica (PYD), principale organizzazione politica, furono accolti in Russia per aprire il primo ufficio estero a Mosca. La cerimonia di apertura vide la partecipazione dei funzionari del Ministero degli Esteri russo. Poco noto è il fatto che i rapporti positivi della Russia con i curdi durano da più di due secoli. Dal 1804 i curdi ebbero un ruolo importante nelle guerre della Russia contro Persia e Turchia ottomana. Turchia e Washington rifiutarono d’invitare il PYD ai colloqui di riconciliazione siriani di Ginevra, nonostante la forte insistenza russa ad includerli come legittima opposizione siriana anti-SIIL, dal ruolo decisivo nella sconfitta di SIIL e altre organizzazioni terroristiche nel nord. D’altro canto, Washington rifiuta di cedere alle richieste di Erdogan a che interrompa il sostegno ai curdi siriani. C’è il doppio gioco di Washington su cui la Russia sembra essere intervenuta. Ciò annuncia il grande piano di Washington e Mosca sulla “soluzione bosniaca” per la Siria? A questo punto si assiste piuttosto ad una scaltra mossa di judo di Putin, vecchio maestro di judo, 8° Dan e Presidente Onorario dell’Unione Europea dello Judo. Sembra che la Russia, nonostante il ritiro di aerei e truppe, abbia stabilito la prima “No Fly Zone” in Siria, obiettivo cercato da Pentagono e Turchia, cinque mesi prima, quale passo necessario per rovesciare Assad e il governo siriano e creare un governo debole a presidio di una Siria balcanizzata. Solo che la no fly zone russa ha un ben diverso obiettivo, proteggere i curdi siriani da un eventuale attacco turco. La creazione della Federazione curda nella regione autonoma del nord della Siria, sigilla 250 miglia di porosa frontiera turca dove SIIL e altri gruppi terroristici sono continuamente rafforzati da forze armate e intelligence turche alimentando la guerra dello SIIL. La no fly zone di fatto russa non si ferma qui. Mentre la Russia ritira gran parte dei suoi aerei, negli ultimi giorni Mosca ha chiarito che manterrà la base navale di Tartus e la base aerea di Humaymim nei pressi di Lataqia, così come le avanzate batterie antiaeree S-400 per impedire eventuali attacchi aerei da Turchia e Arabia Saudita sulla regione autonoma curda della Siria. Inoltre, la Russia non ha ritirato i caccia Su-30SM e Su-35 da Humaymim, dimostratisi nelle prime settimane dell’intervento russo abbastanza impressionanti, assieme agli aerei d’attacco a lungo raggio Su-34 che possono attaccare obiettivi in Siria decollando dalla Russia meridionale, se necessario. Anche i missili da crociera russi, dalla gittata di 1500 chilometri (Kalibr) e 4500 km (Kh-101) possono decollare dal Caspio. Il curdo PYD e il suo braccio armato in Siria espandono aggressivamente il territorio controllato lungo il confine siriano-turco. Ankara è allarmata, per usare un eufemismo. Il PYD è una filiale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partiya Karkeren Kurdistane) o PKK, in sanguinosa guerra per la sopravvivenza contro l’esercito turco. La Russia riconosce il PKK, che ha sostenuto contro il membro della NATO Turchia, durante la guerra fredda, e il PYD. Il PKK fu fondato dal curdo turco Abdullah Oçalan nel 1978, e fu sostenuto da Russia e Unione Sovietica fin dall’inizio. Le relazioni russo-curde risalgono alla fine del 18° secolo. Negli anni ’80, nel periodo della Guerra Fredda, la Siria di Hafiz al-Assad, padre di Bashar, era uno Stato cliente sovietico e vitale sostenitore del PKK, fornendo al gruppo basi sicure in Siria. E in Siria, il braccio armato del PYD ha ricevuto armi e supporto aereo russi per espandere aggressivamente il territorio che controlla lungo il confine siriano-turco, negli ultimi mesi, quindi non sorprende che a Mosca, e non a Washington, il PYD ha scelto di aprire il primo ufficio di rappresentanza estera. Da quando Erdogan ha interrotto i negoziati di pace con i curdi, prima delle elezioni del 2015, iniziando le operazioni contro di loro, il PKK ha ripreso l’insurrezione contro le forze di Ankara oltre confine, dall’appena dichiarata regione autonoma curda della Siria. Gli attivisti del PKK hanno dichiarato l’autogoverno curdo nella propria regione dell’Anatolia al confine con la Siria, e i combattenti del PKK entrano nelle città scavando trincee e scontrandosi con le forze di sicurezza turche con cecchini, lanciagranate a razzo e ordigni esplosivi improvvisati. Il PKK ha approfittato del crollo del governo di Sadam Husayn, nel 2003, per stabilire il quartier generale in esilio nelle sicure montagne Qandil, nel nord dell’Iraq, nella regione curda irachena del Paese. PKK e Russia hanno sinergie strategiche. Dall’abbattimento turco dell’aviogetto russo alla fine dello scorso anno, nello spazio aereo siriano, la Russia ha drasticamente mutato politica isolando e contenendo la Turchia. Questo ha fatto sì che PKK ed affiliati siriani condividano con Mosca gli stessi nemici nello SIIL e nella Turchia, mentre gli Stati Uniti devono fare attenzione, perché la Turchia è un membro della NATO strategicamente vitale. Collaborando con i curdi, Mosca può continuare la guerra contro lo SIIL, escluso dal cessate il fuoco, quindi un giusto bersaglio, e punire la Turchia nello stesso tempo. A sua volta, ciò permette a Putin di raggirare gli Stati Uniti ancora una volta in Siria e provocare una spaccatura nelle relazioni turco-statunitensi, indebolendo la NATO.

Il presidente israeliano incontra Putin
In questa geometria già molto complessa, interviene Israele. I rapporti tra Mosca e Tel Aviv negli ultimi mesi sono più aperti di quelli tra governo Netanyahu e amministrazione Obama. Immediatamente dopo l’inizio del dispiegamento delle forze russe in Siria, nel settembre dello scorso anno, Netanyahu si precipitava a Mosca per creare un meccanismo di coordinamento tra le forze russe in Siria e l’esercito israeliano. Il 15 marzo, il Presidente d’Israele Reuven Rivlin si recava a Mosca per incontrare Vladimir Putin e discutere di Siria e ritiro delle truppe russe. Secondo i media israeliani, i due hanno discusso del continuo coordinamento tra Gerusalemme e Mosca sulle attività militari in Siria. Nei colloqui con il Primo ministro Medvedev, il governo russo ha anche parlato di aumentare le importazioni di prodotti agricoli israeliani sostituendo quelli turchi sotto embargo. Rivlin ha ricordato i legami nonché il milione di cittadini di origine russa presenti in Israele. I colloqui di Rivlin a Mosca sono stati suggellati dal Primo ministro Netanyahu che presto incontrerà Putin per discutere di Siria e relazioni commerciali. Un funzionario israeliano ha detto ai media che “negli ultimi mesi abbiamo avuto contatti regolari con i vertici russi, e continueranno“.000_DV2227314-e1458142159545Alleanza russo-israelo-curda?
Come con i curdi iracheni, i curdi della Siria partecipano ai colloqui dietro le quinte con il governo Netanyahu per stabilire delle relazioni. Secondo la professoressa Ofra Bengio, a capo del programma di studi curdi dell’Università di Tel Aviv, in un’intervista a The Times of Israel, i curdi siriani sono disposti ad avere relazioni con Israele, così come con la Russia. Bengio ha dichiarato, riferendosi ai capi curdi siriani, “so che alcuni si sono recati di nascosto in Israele, senza pubblicizzarlo“, e lei stessa ha detto di aver avuto contatti personali con i curdi siriani che sarebbero disposti ad avere rapporti. “Come con i curdi dell’Iraq, dietro le quinte. Una volta che si sentiranno più forti, si potrà pensare a relazioni aperte”, aveva detto. Nel 2014, Netanyahu dichiarò: “Dobbiamo… sostenere l’aspirazione curda all’indipendenza“, aggiungendo che i curdi sono “una nazione di combattenti (che) ha dimostrato impegno politico e di essere degna dell’indipendenza”. Quando i curdi iracheni sfidarono Baghdad nel 2015 vendendo direttamente il petrolio della regione curda, Israele ne fu il principale acquirente. I proventi del petrolio permisero ai curdi iracheni di finanziare la lotta per espellere lo SIIL dalla regione. Chiaramente c’è più tra Mosca, Tel Aviv e la neo-dichiarata autonomia curda siriana di quanto appaia. Secondo un blog sull’industria del gas, Israele e Russia sono in procinto di concordare un modus operandi nel Mediterraneo orientale. Israele sarebbe d’accordo per porre fine ai colloqui con l’irregolare Erdogan sulla vendita di gas del giacimento israeliano Leviathan alla Turchia per sostituire Gazprom, che fornisce ancora il 60% del gas ai turchi nonostante le sanzioni. Il blog afferma che l’istituzione militare israeliana “preferisce mantenere una cooperazione militare con la Russia alla possibile vendita di gas israeliano alla Turchia, se danneggiasse gli interessi russi e irritasse Putin”. I negoziati Israele-Turchia su armi e gas israeliani erano sostenuti dal vicepresidente statunitense Joe Biden, il 14 marzo, in un incontro a Tel Aviv con Netanyahu. Secondo la stampa israeliana, Biden ha fatto pressione su Netanyahu per un accordo con la Turchia ponendo fine allo stallo di sei anni nelle relazioni. Secondo Haaretz, Biden ha detto a Netanyahu che il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan è ansioso di concludere l’accordo di riconciliazione con Israele e che Biden stesso era disposto a favorire “in ogni modo possibile” l’accordo tra i due alleati degli Stati Uniti.

Piano B di Kerry?
Se infatti Putin è riuscito a portare Netanyahu a cancellare i negoziati sul riavvicinamento israelo-turco a favore di una più stretta cooperazione con la Russia in settori non ancora noti, saboterebbe enormemente i piani statunitensi per la Siria e l’intero Medio Oriente, e per isolare e indebolire la Russia. Il 23 febbraio, il segretario di Stato USA John Kerry ha detto alla Commissione Esteri del Senato, con una testimonianza schizofrenica, che la Russia ha giocato un ruolo fondamentale nei colloqui di pace di Ginevra e altri, così come nel convincere l’Iran ad accettare l’accordo nucleare. Poi, senza esitare, ha aggiunto una dichiarazione curiosa, “C’è una discussione significativa sul Piano B nel caso in cui non concludiamo al tavolo (dei negoziati)”. Kerry non ha detto altro, neanche sulla balcanizzazione della Siria in regioni autonome, affermando che potrebbe essere “troppo tardi per mantenere unita la Siria se aspettiamo ancora a lungo”. Il ‘Piano B’ di Kerry sarebbe un rapporto del think-tank Brookings Institution di diversi anni fa, scritto da Michael O’Hanlon, che ha ripetuto il suo piano sui media statunitensi. Chiede di dividere la Siria in una confederazione di varie regioni: “una alawita (setta di Assad), sulle coste del Mediterraneo; un’altra curda, a nord e nord-est, vicino al confine con la Turchia; una terza prevalentemente drusa, nel sud-ovest; una quarta costituita da musulmani sunniti; e poi una zona centrale di gruppi mescolati nella cintura più popolosa del Paese da Damasco a Aleppo. L’ultima zona sarebbe probabilmente difficile da stabilizzare, ma le altre potrebbero esserlo più facilmente. Con un tale accordo, Assad dovrebbe infine dimettersi. Come compromesso, tuttavia, potrebbe forse rimanere il leader della regione alawita. Un debole governo centrale lo sostituirebbe”. Quando gli è stato chiesto del riferimento di Kerry a un “Piano B” degli USA, il portavoce di Putin Dmitrij Peskov ha risposto che la Russia si concentra sul ‘Piano A’ affrontando la situazione in Siria. Data la politica bifronte degli Stati Uniti supportando o meno l’autonomia dei curdi siriani, il discorso sul Piano B di balcanizzazione bosniaca della Siria in un gruppo di regioni deboli, il sostegno alla riconciliazione di Erdogan con Israele, le recenti mosse russe sollevano più domande che risposte. La Russia è pronta a rinnegare la promessa consegna degli avanzati sistemi antiaerei S-300 all’Iran e le future relazioni con Teheran, come l’integrazione nella sfera economica Cina-Iran-Russia della Shanghai Cooperation Organization e la costruzione della Nuova Via della Seta eurasiatica economica, per un accordo con Israele contro la Turchia, come alcuni media israeliani suggeriscono? Se no, qual è la vera strategia geopolitica di Putin dopo il ritiro dei militari dalla Siria, il supporto all’autonomia curda e le trattative simultanee con Rivlin? È un enorme trappola sospesa su un Erdogan impazzito che invade la regione curda autonoma confinante, preparando il terreno per costringere la Turchia a cedere l’autonomia anche al PKK e altri curdi turchi? E’ questo l’intento di Washington? Ciò che è chiaro è che tutti i giocatori di questo grande gioco per le ricchezze energetiche della Siria e del Medio Oriente, sono impegnati a ingannare del tutto tutti. La Siria non è neanche lontanamente una pace negoziata onestamente.1024x1024F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran si collega all’Eurasia con il Canale persiano

F. William Engdahl New Eastern Outlook 07/04/2016INDONESIA-CHINA-IRAN-PRESIDENTS-MEETINGCon le sanzioni economiche di Stati Uniti e Unione europea tolte, appare chiaro che l’Iran oggi vuole costruire e non distruggere come l’occidente sembra deciso a fare. L’ultima è l’annuncio che Teheran ha deciso di procedere nei grandi progetti infrastrutturali che forse completerà in una decina di anni, come il canale interno che colleghi per la prima volta Mar Caspio e Golfo Persico. Data la topografia montagnosa dell’Iran, non è un’opera semplice ma sarà un grande vantaggio anche per la Russia ed altre nazioni del bacino del Caspio, così come un’utile appendice del grande progetto infrastrutturale Via e Fascia della Cina.
Fin dai tempi degli zar Romanov, la Russia ha cercato un collegamento ai mari caldi per la marina e il commercio. Oggi le navi russe devono attraversare gli stretti turchi del Bosforo, un molto stretto corso d’acqua che passando per Istanbul collega Mar Nero al Mar di Marmara, e via Dardanelli, a Mar Egeo e Mediterraneo. Dato il gelo tra Mosca e Ankara oggi, da quando l’aviazione turca, alla fine dell’anno scorso, aveva deliberatamente abbattuto un jet russo nello spazio aereo siriano in violazione del diritto internazionale, il passaggio di navi russe attraverso il Bosforo è un affare assai incerto, nonostante i trattati internazionali sulla libertà di navigazione. Inoltre, le navi iraniane e cinesi, per raggiungere i porti mediterranei dell’Europa, devono attraversare il Canale di Suez di proprietà del governo egiziano. Nonostante la Convenzione di Costantinopoli del 1888, che garantisce il diritto di libero accesso a tutte le nazioni e le navi, in tempo di guerra o di pace, il governo egiziano, come fu chiaro durante il colpo di stato dei Fratelli musulmani di Muhamad Mursi appoggiato dagli Stati Uniti, è anch’esso soggetto a drammatici rischi politici. Il Canale iraniano darà a Russia ed altri Stati una via più breve all’Oceano Indiano bypassando gli stretti turchi e il Canale di Suez. Teheran ha ora svelato i piani per costruire un canale artificiale che colleghi Mar Caspio e Golfo Persico per la prima volta. Dovrebbe essere completato in circa un decennio ed ha enormi implicazioni economiche, militari ed economiche.

Il ‘Canale di Suez’ iraniano
In ogni senso, sarà un rivale economico e geopolitico del canale di Suez. Secondo Sputnik news, il progetto è stato approvato nel 2012 dall’ex-Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, mentre le sanzioni occidentali erano ancora vigenti. Il costo fu stimato dalla Khatam-al Anbiya, società edile della Guardia Rivoluzionaria Iraniana Corps (IRGC), in circa 7 miliardi di dollari. In quel momento per bloccare il progetto, Washington impose le sanzioni economiche alle aziende coinvolte nel progetto. Ora, per altre ragioni geopolitiche, Washington ha tolto molte sanzioni e Teheran va avanti. Il canale iraniano-caspico ha un grande vantaggio nella sicurezza, attraversando solo lo spazio iraniano ben difeso. Due rotte per il ‘Canale di Suez’ dell’Iran sono considerate; la più breve nella parte occidentale attraverserebbe un territorio montagnoso, mentre il più lungo permetterebbe l’irrigazione di vaste regioni desertiche dell’Iran orientale ed eviterebbe lo stretto di Hormuz tra Oman e Iran. La via orientale dal Mar Caspio a sud-est, sul Golfo di Oman, ha una lunghezza di 1465-1600 km a seconda della via seguita, e avrebbe il vantaggio di consentire l’irrigazione e lo sviluppo dell’agricoltura nelle province orientali e centrali del Paese, in cui la scarsità di precipitazioni provoca gravi siccità negli ultimi decenni. La via d’acqua permetterebbe di ricaricare le risorse idriche sotterranee. La via occidentale, se più breve, presenta notevoli svantaggi. Lunga circa 950 km seguendo in parte fiumi navigabili, attraverserebbe le valli delle montagne Zagros per 600 km. Uno dei principali svantaggi di questa via è il passaggio attraverso l’altopiano Zagros e le province di Kurdistan e Hamedan, salendo oltre i 1800 metri. Qualunque sia la via decisa, chiaramente le ragioni di sicurezza nazionale l’hanno posta nella riservatezza finora, ma diversi importanti vantaggi emergono da un canale che colleghi Mar Caspio e Oceano Indiano. In primo luogo si avrà un collegamento marittimo più breve tra Golfo Persico e India ed Europa orientale, centrale e settentrionale, da un lato, e dall’altra sarà in diretta concorrenza con il politicamente instabile Canale di Suez egiziano. Per la Russia sarà un grande vantaggio geopolitico avere facile accesso diretto all’Oceano Indiano, indipendente da Canale di Suez e Stretto del Bosforo in Turchia. Economicamente per l’Iran creerebbe molti posti di lavoro, circa due milioni per costruzione e manutenzione del lungo canale, consentendo inoltre a Teheran di rivitalizzare le isolate regioni orientali dell’Iran con infrastrutture di supporto, come la costruzione di un nuovo porto moderno nelle zone economiche libere di Bam e Tabas, cantieri navali e aeroporti, e relative città, inoltre impedirà o ridurrà notevolmente la desertificazione creando una barriera al dilagare del deserto nelle terre fertili dell’Iran.
Ciò avviene mentre l’Iran si prepara ad aderire a pieno titolo all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai eurasiatica. L’Iran aveva lo status di osservatore della SCO dal 2008, ma le sanzioni delle Nazioni Unite ne hanno impedito la piena adesione fino a gennaio. Russia e Cina ne sostengono con forza la piena adesione, che verrà approvata a fine estate in occasione della riunione annuale. Il Presidente cinese Xi Jinping, nella visita a Teheran di febbraio ha discusso la partecipazione dell’Iran al grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Cina per creare una rete di porti e reti ferroviarie ad alta velocità che attraversino l’Eurasia da Pechino alla Bielorussia e oltre. E’ molto probabile che Xi e il Presidente Ruhani abbiano anche discusso la partecipazione della Cina al finanziamento e, eventualmente, costruzione del Canale persiano dell’Iran, l’alternativa iraniana al Canale di Suez. La mia osservazione personale, da una recente visita a Teheran, è che gli iraniani siano stufi della guerra, di non essersi pienamente ripresi dalla tragica distruzione della guerra Iran-Iraq istigata dagli USA nel 1980, così come delle successive destabilizzazioni degli Stati Uniti. Piuttosto, vogliono un pacifico sviluppo economico e la sicurezza nazionale. Il progetto iraniano del Canale persiano è un bel passo in questa direzione.OBORF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo della SCO nel mondo multipolare

Tayyab Baloch Gpolit 30 marzo 2016SCO-Map-New-MembersLa Russia ha scoperto e sconfitto l’ambizione del mondo unipolare del cambio di regime in Siria. La vittoria russa contro il terrorismo ha scatenato la guerra ibrida tra Stati multipolari e mondo unipolare dall’Ucraina al Brasile. Ecco perché i filo-unipolari sono sorpresi sostenere i tre mali; terrorismo, separatismo ed estremismo. Non solo la Siria, ma molti Paesi del mondo, ed anche l’Europa, si ritrovano ad affrontare terrorismo ed estremismo. Il blocco europeo della NATO è uno dei principali sponsor di tali mali in Siria attraverso Turchia e curdi. Per combattere tali sfide la SCO ha creato la Struttura Regionale Anti-Terrorismo degli Stati membri chiamata SRAT della SCO (Shanghai Cooperation Organization). Quindi, questo è il momento per la SCO di liberarsi di tali mali partecipando al ripristino di pace e stabilità in Siria.

La speranza siriana e la SCO
La Siria molto probabilmente farà parte della SCO dato che il governo siriano ha chiesto di aderire al blocco della sicurezza degli Stati multipolari lo scorso anno. E la Russia combatte la guerra della SCO contro lo SIIL, perché è una potenziale minaccia alle patrie dello SCO. Afghanistan, Pakistan e Stati dell’Asia centrale erano il bersaglio dello SIIL, nella cui letteratura questi territori, come lo Xinjiang della Cina, sono visti come “Qurasan“, ramo dello Stato islamico. Le forze unipolari hanno creato lo SIIL in Medio Oriente dando vantaggio all’intervento degli Stati Uniti. Lo scopo occulto di questa nuova forma di terrorismo era contenere la grande strategia della Cina che istituisce la Cintura economica della Via della Seta e la Via della Seta marittima, (Cintura e Via) in Eurasia. Il tempestivo intervento russo contro il terrorismo in Siria su richiesta del governo siriano dimostra la saggezza del Presidente russo Vladimir Putin alla guida del mondo multipolare. La Russia ha sconfitto l’imminente minaccia alla multipolarità mondiale sotto forma dello SIIL in Siria. Cercando una soluzione politica pacifica in Siria è necessario che la SCO affermi che ai jihadisti recatisi in Siria dalle patrie della SCO sia impedito il ritorno. Inoltre, la Siria deve apprendere l’esperienza della SRAT nel sconfiggere le forze del male che combattono le forze siriane. A tal fine, la Struttura regionale anti-terrorismo della Shanghai Cooperation Organization (SCO RATTI) deve attivarsi nel caso siriano.

La partnership strategica Russia – Cina per la pace e la stabilità nel mondo multipolare
001372acd0b50f6157a605 I leader del mondo multipolare Russia e Cina sono interessati a costituire un meccanismo congiunto di sicurezza mondiale. A tal fine hanno ridotto al minimo le differenze e creato un ambiente amichevole per avere i massimi benefici dall’amicizia. Alla vigilia del 70° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, tutto il mondo è stato testimone di come Russia e Cina hanno scritto insieme la nuova storia del mondo multipolare dalla Piazza Rossa di Mosca alla Piazza Tiananmen di Pechino, inscenando le più grandi parate militari del mondo. Tutti i rappresentanti degli Stati multipolari e i loro eserciti parteciparono alla celebrazione della vittoria russa e cinese sul fascismo, tranne i sostenitori del mondo unipolare. L’occidente cerca d’impedire la multipolarità del globo, impantanando Russia e Cina in diversi conflitti. Con l’escalation del conflitto ucraino la NATO ha rafforzato la propria presenza militare sui confini russi negli Stati baltici. Per indebolire l’economia russa hanno introdotto sanzioni anti-russe. Mentre nel Mar Cinese Meridionale, armare i piccoli Stati è un tentativo del mondo unipolare per contenere la Cina attraverso il blocco delle sue rotte marittime. L’ambizione occidentale guidata dagli Stati Uniti per impedire la multipolarità sino-russa ha creato l’opportunità di costruire un nuovo meccanismo di sicurezza comune e un nuovo sistema di relazioni internazionali caratterizzanti una cooperazione mutualmente vantaggiosa. Ecco perché il Presidente cinese Xi Jinping nel suo primo discorso alla Nazioni Unite ha avvertito a gran voce dicendo che la “legge della giungla” non dovrebbe essere il modo con cui i Paesi conducono le relazioni; i guerrafondai la sconterebbero. Entrambi i Paesi creano nuove opportunità per il mondo rafforzando le istituzioni multipolari. Sotto la guida di Russia e Cina, il più grande istituto economico del mondo, i BRICS, ha già sfidato il dominio di FMI e Banca mondiale attraverso la creazione della Banca per lo sviluppo e un sistema degli scambi in valute nazionali nell’ambito dei BRICS e degli Stati confinanti. La Banca d’investimento infrastrutturale asiatica della Cina (AIIB) è sulla buona strada per spezzare l’egemonia dill’Asian Development Bank (ADB) sui progetti asiatici. Dato che la multipolarità del mondo non si ferma qui, esso si sviluppa attraverso l’iniziativa Cintura e Via della Cina e l’integrazione dell’Unione economica eurasiatica a guida russa.

L’estensione della SRAT della SCO
Infatti, la SCO è la rete di sicurezza dell’Eurasia ed è anche considerata la salvaguardia dell’iniziativa Via e Cintura della Cina. Attualmente la SCO opera per estendere le competenze su tutta l’Eurasia. Pakistan e India sono ammesse con status di membri a pieno titolo, Iran e Mongolia sono in attesa di ammissione piena. La maggior parte delle nazioni dell’Asia meridionale sono associate alla SCO come partner del dialogo. Siria ed Egitto hanno chiesto di aderire alla SCO e la Turchia è l’unico Paese della NATO collegato alla SCO come partner del dialogo, e qui è necessario ricordare che NATO e Turchia violano la sovranità di un altro potenziale partner del dialogo, cioè la Siria. La Struttura regionale anti-terrorismo (SRAT) della SCO fu creata dagli Stati membri Russia, Cina, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, mentre Pakistan, India e Iran presto vi aderiranno. La SRAT della SCO, con sede a Tashkent (Uzbekistan), è un organo permanente della Shanghai Cooperation Organization che promuove la cooperazione degli Stati membri contro terrorismo, separatismo ed estremismo, indicati come “le tre forze del male.”

La SRAT della SCO nel mondo arabo e il caso della Siria
Secondo il briefing della SRAT della SCO al Comitato antiterrorismo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, “gli Stati membri della SCO attualmente affrontano nuove minacce e sfide, tra cui coinvolgimento di terroristi stranieri e cittadini di Stati membri della SCO nelle zone di conflitto, in particolare in Siria, Afghanistan e Pakistan; incitamento a terrorismo ed estremismo violento attraverso l’abuso dei concetti religiosi; e finanziamento del terrorismo con i proventi della criminalità organizzata, come contrabbando e traffico di droga e armi. A questo proposito la SRAT della SCO ha identificato ambiti prioritari per affrontare tali sfide e ha già raggiunto alcuni risultati tangibili. Ad esempio, il Comitato esecutivo della SRAT della SCO ha raccolto informazioni riguardanti i combattenti che partecipano ai conflitti in Siria e altre aree e li ha elencati nel suo database sulla sicurezza”. Siria e Iraq hanno avuto significativo successo contro il terrorismo con l’aiuto di Russia e Iran. Ora è giunto il momento di aiutare il governo siriano e le sue forze ad eliminare tali mali in Siria prima che arrivino nella Patria SCO. A questo scopo, la SCO espanderebbe la Struttura regionale antiterrorismo in Medio Oriente. Siria ed Egitto sono già con la SCO mentre Pakistan e Iran possono svolgere un ruolo enorme sotto l’ombrello della SCO.

La partnership strategica Pakistan – Iran in Medio Oriente
Iran-Pakistan-China_Map I Paesi della Via della Seta, Pakistan e Iran, sono dei partner strategici. La SCO collegherà i due Paesi con un corridoio energetico, stradale e ferroviario nell’ambito dell’integrazione eurasiatica. Cina e Stati dell’Asia centrale ne beneficeranno. Nella visita del Presidente iraniano Hassan Rouhani, il Pakistan dava priorità al completamento del gasdotto Iran-Pakistan. A causa di sanzioni e pressioni statunitensi, il segmento pakistano era rimasto incompleto, ma ora la Cina è entrata e le sue imprese costruiranno il segmento pakistano di questo gasdotto. L’India è anche parte di questo corridoio energetico. Oltre al partenariato regionale, entrambi i Paesi hanno legami religiosi e culturali. Ecco perché alla firma del piano quinquennale di cooperazione commerciale strategica Pakistan-Iran a Islamabad, il Presidente iraniano Hassan Rouhani l’ha collegato alla sicurezza di Pakistan-Iran dicendo che “la sicurezza del Pakistan è la nostra sicurezza e la sicurezza dell’Iran è la sicurezza del Pakistan“. Rouhani ha ragione perché, dopo l’Iran, il Pakistan è il secondo Paese per popolazione sciita, mentre il Pakistan è l’unico Paese che soffrirebbe molto in caso di scontro tra Arabia Saudita (KSA) e Iran. Anche se il Pakistan gioca da mediatore tra Arabia Saudita e Iran, se aderisse alla cosiddetta alleanza delle 34 nazioni del KSA, lo farà perché tale alleanza non è iraniano-centrica. Inoltre, l’Egitto può svolgere un ruolo in questo senso. KSA e Turchia non sono riuscite a rovesciare Assad e il mondo assiste alla loro campagna nello Yemen divenuta inutile. Invece di essere amico e più stretto alleato militare di Turchia e KSA, il Pakistan ha adottato la politica della SCO verso la Siria. Si è rifiutato di usare forze militari o terroristiche per rovesciare Assad. Così, attraverso questa alleanza, la monarchia saudita vuole salvare il proprio regime impegnando il mondo musulmano in vari conflitti. Secondo alcune fonti, il Pakistan aveva un patto per proteggere gli interessi dei Saud in Arabia Saudita nel caso di proteste interne, mentre la Turchia assicurava ai Saud protezione in caso di minaccia estera. Perciò l’Arabia Saudita ha inviato truppe e mezzi in Turchia per assistere Tayyip Erdogan nell’agognata invasione della Siria. Geopoliticamente il Pakistan prospera in una regione importante, con altre tre potenze nucleari, India, Cina e Russia, oltre al Pakistan. Questa regione non può permettersi alcun conflitto militare nel presente scenario geopolitico in cui terrorismo, estremismo e fondamentalismo già destabilizzano l’intera regione. In tale scenario, il Pakistan deve comportarsi scrupolosamente salvaguardando i propri interessi politici, economici e militari. Islamabad dovrebbe mantenersi lontana dai conflitti e invece svolgere un ruolo di mediazione sfruttando l’influenza cinese e russa nella regione per raffreddare la situazione. Sarebbe un grande servizio per la causa dell’Ummah musulmana. Nel mondo arabo l’asse statunitense-saudita ha creato lo SIIL lungo i rami della Via della Seta, cioè Kobaneh, Damasco, Baghdad e ora Yemen. Da sempre amico della Cina e partner della Via della Seta, il Pakistan dovrebbe non solo per garantire la stabilità dell’Asia del Sud, ma anche farsi avanti per garantire i rami della Via della Seta nel mondo arabo, accanto Iran e Russia. In questo momento il Medio Oriente, da Siria a Yemen, da Libia a Palestina, è un campo di battaglia, Pakistan e Iran possono svolgere un ruolo più importante nel mondo musulmano mentre il mondo multipolare osserva richiedendolo.

Conclusioni
Lo scopo del testo è spingere i politici a colmare il vuoto sul meccanismo efficace tra Stati multipolari e loro istituzioni, prendendo il caso siriano come esempio da seguire. La situazione ostile della Siria è una minaccia da Terza guerra mondiale. Con il Primo Ministro russo Dmitrij Medvedev che avvertiva il mondo di “una nuova guerra mondiale” se si attivassero i piani per invadere la Siria. In realtà la Russia ha dimostrato la presenza dell’esercito turco in Siria. A questo punto, la SCO dovrebbe fare un passo coraggioso, utilizzando tuttui i mezzi per evitare la guerra aiutando la Russia e il governo siriano nella soluzione politica pacifica. Anche se la Turchia viola la sovranità siriana, non sono favorevole all’espulsione dei turchi dalla SCO, d’altra parte la SCO può utilizzare tutti i canali diplomatici per spingere la Turchia a rispettare la sovranità siriana. Una risposta positiva turca verso la SCO sulla Siria sarebbe l’occasione per la Turchia di sbloccare le relazioni con la Russia.thumbs_b_c_e5cdaf055b473411fc4e33d63f09b362Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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