Niente limiti ai legami nella Difesa tra India e Russia

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR 24 febbraio 2015

La recente mostra Aero India 2015 ha sottolineato la particolare natura dei rapporti nella difesa tra India e Russia, che possono essere descritti come “senza limiti”, in quanto i due Paesi godono di un elevato livello di fiducia strategica e collaborazione nella produzione di armamenti ad alta tecnologia.

Indians make debut at Red FlagLa recentemente mostra Aero India 2015 nella base aerea di Yalahenka, vicino la città di Bangalore, ha rafforzato la Russia nella preminenza nel rispondere alle crescenti esigenze della difesa dell’India. La complementarietà di India e Russia nella Difesa è ben nota, e gli sviluppi nella mostra hanno illustrato che con l’ordine mondiale in evoluzione, e nonostante l’evoluzione della concorrenza sui mercati indiani, la Russia continuerà ad essere la principale fornitrice di armi dell’India. C’è un gran dibattito sul Rafale, l’aereo da caccia francese. Alcuni analisti sostengono che il Rafale sia il meglio per l’aeronautica militare indiana. Ma non pare essere così. Il comandante dell’IAF ha sottolineato che se l’India è interessata ad avere un Velivolo medio multiruolo (MMRCA), il Rafale non può essere il sostituto del Sukhoj Su-30, in quanto hanno capacità diverse. Anche se l’accordo sul Rafale è sulla carta negli ultimi tre anni, non c’è stata conclusione avendo India e Francia approfondito le differenze, in particolare sull’escalation dei costi e il trasferimento di tecnologia. Il Ministero della Difesa indiano probabilmente prenderà una decisione il mese prossimo, e finora non c’è stato alcun segnale che indichi che l’accordo andrà avanti. Ciò contrasta con la politica russa “senza limiti” con l’India, nel contesto della progettazione e costruzione congiunta di prodotti per la Difesa. Parlando ad Aero-2015, il direttore del Dipartimento della Compagnia per la Cooperazione Internazionale russa Rosetec, Viktor Kladov, ha dichiarato che la Russia è molto ansiosa di soddisfare le esigenze dell’IAF sugli aeromobili all’avanguardia. Il partner tradizionale non è puramente motivato da profitti o scambi. Piuttosto, è interessato a cooperare pienamente a sviluppare l’industria degli armamenti indiana. “Non vendiamo come le altre nazioni. Abbiamo un rapporto molto speciale… Quando si tratta di India non abbiamo limiti… Non siamo inclini a dire all’India cosa fare perché siamo amici e partner“, ha detto Kladov. E’ dubbio che gli altri fornitori, attivi o potenziali, possano adottare un approccio di questo tipo con l’India.
India e Russia presto concluderanno l’accordo FGFA. Vi sono alcuni problemi nella trattativa che i leader di entrambi i Paesi attivamente stanno appianando. Dopo la visita del presidente russo Vladimir Putin lo scorso anno, e del ministro della Difesa Sergej Shojgu il mese scorso, i leader hanno deciso di accelerate i contratti per la Difesa. Quest’anno India e Russia probabilmente finalizzeranno molti accordi, tra cui la consegna di 71 elicotteri da trasporto Mi-17V-5 dalla Russia all’India. La Russia è interessata a trovare un accordo su un altro ordine di elicotteri Mi-17V-5. Mosca è pronta a fornire a Nuova Delhi gli elicotteri Kamov Ka-31 (Helix) per le portaerei classe Vikrant. La Russia cerca di fornire anche i Sukhoj Superjet-100, aerei di linea da 108 posti, all’India. Entrambi i paesi dovranno probabilmente concludere un accordo sul secondo lotto di 29 MiG-29K/KUB, caccia da imbarcare sulle portaerei entro il 2016. L’accordo principale riguardante il Caccia di Quinta Generazione (FGFA) sarà probabilmente ultimato quest’anno. Il FGFA è cruciale per ‘la capacità futura’ dell’Indian Air Force ed è cruciale per la sua struttura in evoluzione, ha rivelato il comandante dell’Aeronautica indiana. Quest’anno, entrambi i Paesi svilupperanno un dettagliato piano di cooperazione per lo sviluppo del velivolo. Un accordo riuscito sul FGFA non solo rafforzerà l’arsenale indiano, ma sarebbe un altro punto di riferimento nella cooperazione nella Difesa. Le società russe che partecipavano alla mostra Aero-2015 hanno vigorosamente sostenuto la politica del ‘Fai in India’ del governo indiano per rafforzare l’industria della difesa locale. Il direttore dell’United Aircraft Corporation (UAC) russa Jurij Sljusar ha emesso una nota ottimista sulle prospettive della costruzione congiunta tra India e Russia del motore per il Su-30MKI, il principale velivolo da combattimento dell’IAF. Tra i fornitori dell’India, la Russia è la più vicina a condividere la tecnologia con l’India, contribuendo a un duplice scopo: oltre che rafforzare difesa e sicurezza dell’India, ne consente la crescita tecnologica. L’azienda bellica della Russia sembra aver preso atto del mondo che cambia, in cui emergono molti fornitori per la Difesa. I nuovi attori cercano di corteggiare il mercato indiano e di beneficiare della rapida crescita economica del Paese. La Russia sembra pronta a giocare in questo nuovo quadro. Kladov ha sottolineato questa realtà mutevole sostenendo che la Russia non ha alcun problema se l’India acquista da altri fornitori. A differenza degli anni della guerra fredda, quando l’India era considerata un pesciolino in politica internazionale, nel dopo-guerra fredda l’India è cresciuta rapidamente con un’economia che supera i 2000 miliardi di dollari. La robusta economia indiana e l’ascesa del suo potere di acquisto sono adeguate alle esigenze per la sicurezza e difesa. La Russia non solo è la prima fornitrice di armi dell’India, ma anche sua partner tradizionale. Gli sviluppi durante Aero India 2015 hanno mostrato che la partnership nella Difesa tra India e Russia sembra destinata a rafforzarsi nei prossimi mesi.

Mig29-static-P1020894Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. I suoi interessi includono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina nuova super-potenza industriale del mondo? “Pivot in Asia” di Obama e accerchiamento militare della Cina

Eric Sommer Global Research, 21 febbraio 2015Map of ChinaL’ultima visita di Obama in India ha fruttato una serie di accordi economici, militari e nucleari con l’India. La visita, e gli accordi, sottolineano il tentativo degli Stati Uniti di utilizzare il loro ‘perno in Asia’ creando alleanze militari ed economiche con altre nazioni asiatiche al fine di circondare ed isolare la Cina. L’ala militare dell”Asian Pivot’ si chiama ‘Air-Sea Battle Plan’, coinvolge progressivamente lo spostamento del 60% delle forze militari nella zona asiatica, assieme al collocamento di nuove e avanzate attrezzature e basi militari, ed alleanze con Paesi come Filippine, Corea del Sud e Giappone. L’ala economica del perno è la Trans-Pacific Partnership (TPP), un trattato di regolamentazione e investimenti regionali esclusivo che coinvolge attualmente negoziati tra Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam. Tale strategia dell’accerchiamento militare ed economico affronta tuttavia un grande ostacolo. Gli USA per ora restano l’unica super-potenza militare mondiale, grazie alle enormi spese militari, per la sicurezza e il monitoraggio online della popolazione mondiale. Ma la Cina è emersa negli ultimi sette anni come super-potenza industriale leader del mondo. Una svolta, senza precedenti storici per la sua velocità, in cui la Cina s’è mossa a velocità di curvatura negli ultimi sette anni sostituendo gli Stati Uniti quale maggior potenza industriale del mondo. Recentemente, nel 2007, la Cina aveva una produzione industriale pari al 62% di quella degli Stati Uniti. Ma nel 2011, la produzione cinese era il 120% di quella statunitense, e il divario continua a crescere. Tale superamento degli Stati Uniti da parte della Cina è il passaggio più veloce nella produzione industriale mondiale della storia economica. Nello stesso periodo in cui la produzione industriale della Cina è sostanzialmente raddoppiata, la produzione industriale degli USA si è ridotta dell’1 per cento, la produzione industriale dell’UE è diminuita del nove per cento e la produzione giapponese del 17 per cento.
Tale mutamento storico della potenza industriale della Cina ha enormi conseguenze. Per cominciare, va riconosciuto che la vera ricchezza non sono denaro, azioni, obbligazioni o manipolazione di strumenti finanziari esotici come i derivati, come avviene a Wall Street. La vera ricchezza è il risultato della capacità di produrre beni e servizi utili per gli esseri umani. In Cina, le centinaia di migliaia di lavoratori industriali attivi nella sola provincia del Guangdong, superano l’intera forza lavoro industriale degli Stati Uniti, con una crescente proporzione mondiale di beni prodotti ogni anno in Cina: centinaia di milioni di calze per coprire i piedi del mondo; la maggior parte degli abiti indossati negli Stati Uniti, la maggior parte, spesso con marchi statunitensi, è made in China; computer e telefoni cellulari prodotti per l’Apple, lo sono principalmente in Cina, così come i computer portatili venduti nel mondo dalla società cinese Lenovo. La maggiore produzione annuale è di aziende statali, private o joint-venture cinesi. La maggiore produzione annuale di automobili in qualsiasi Paese del mondo avviene in Cina. E vi sono i treni magnetici ad alta velocità di fabbricazione cinese che sempre più attraversano il Paese e vengono venduti e realizzati in vari altri Paesi. L’idea che la crescita della Cina può essere ‘contenuta’ o circondata è dubbia, non solo per la capacità industriale della Cina, ma anche per il commercio internazionale che genera. Come la rivista Economist ha osservato: “Il commercio internazionale di merci della Cina effettivamente guida il mondo dal 2013. Le sue importazioni ed esportazioni combinate ammontano a quasi 4200 miliardi di dollari, superando gli USA per la prima volta“. Per correttezza va aggiunto che, quando il commercio internazionale dei servizi si aggiunge al commercio di beni manufatti, gli Stati Uniti restano ancora primi. L’industria statunitense conserva anche l’iniziativa sui metodi di produzione hi-tech, ma che va riducendosi.
I rapporti commerciali della Cina con altre nazioni asiatiche, nazioni che gli Stati Uniti cercano di corteggiare, costituiscono un particolare ostacolo nell’isolare la Cina. La zona di libero scambio Cina-ASEAN è una zona di libero scambio tra i dieci Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) e la Repubblica popolare cinese. Implementata nel 2010, la zona di libero scambio Cina-ASEAN ha ridotto a zero tariffe e dazi all’importazione per il 90% delle merci. I potenziali partecipanti al TPP sponsorizzato dagli USA sono ancora impegnati in complessi negoziati. Anche in caso di successo, la TPP sarà in primo luogo un quadro normativo e non una zona di libero scambio effettiva. Al contrario, la Cina-ASEAN è già la prima area di libero scambio in termini di popolazione, e la terza per PIL nel mondo. Oltre alla Cina, comprende Vietnam, Tailandia, Laos, Cambogia Myanmar, Filippine, Brunei, Singapore e Indonesia. Il commercio cinese con gli altri Paesi membri cresce di un sano 10% l’anno, e si attesta attualmente a circa 500 miliardi (di dollari USA) all’anno. La Cina promuove l’integrazione economica con i Paesi vicini, fornendo sostegno finanziario e tecnico nella costruzione di linee ferroviarie che collegano le città cinesi con i punti chiave dei Paesi vicini, come Vietnam e Thailandia. Da nuova super-potenza industriale del mondo, cercare di circondare o intrappolare la Cina è nel migliore dei casi un compito arduo. “Il treno”, si potrebbe dire, “ha già lasciato la stazione”.

stock_eis08_45043341Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La svolta di Putin e dell’Iran

F. William Engdahl New Eastern Outlook 22/02/201510904459Le dinamiche della politica estera russa dopo che gli Stati Uniti hanno dichiarato de facto la guerra delle sanzioni finanziarie ed economiche alla Russia, sono impressionanti, per usare un eufemismo. Se sarà sufficiente a spezzare l’assedio economico di Washington e aprire la via ad una vera economia globale alternativa alla bancarotta del sistema del dollaro USA, non è ancora chiaro. Ciò che è chiaro è che Vladimir Putin e la fazione dei baroni industriali che ha deciso di sostenerlo, non sono spaventati. L’ultimo esempio è la visita del ministro della Difesa russo a Teheran, concludendo importanti accordi di cooperazione militare con l’Iran. Le implicazioni per entrambi i Paesi, così come il futuro dell’Eurasia, sono potenzialmente enormi. Il 20 gennaio a Teheran, Russia e Iran hanno firmato un accordo di cooperazione militare. Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il ministro della Difesa e Logistica iraniano Hossein Dehghan hanno firmato il nuovo accordo. Commentandone il significato, Shojgu ha dichiarato, “è stata posta la base teorica della cooperazione militare“, aggiungendo che i due Paesi hanno deciso “una cooperazione bilaterale su attuazione e promozione dell’incremento delle capacità militari delle forze armate dei nostri Paesi“. I due hanno anche concordato “l’importanza della necessità di sviluppare la cooperazione tra Russia e Iran nella lotta all’ingerenza negli affari regionali di forze esterne, è stata inquadrata“, ha dichiarato il Ministro della Difesa iraniano Dehghan. Per assicurarsi che nessuno lo fraintendesse, aggiungeva che la ragione dell’aggravarsi della situazione nella regione era la politica degli Stati Uniti “d’intromissione negli affari interni di altri Paesi”. L’avvicinamento dei due Paesi eurasiatici, che si affacciano sullo strategico Mar Caspio, ha enormi implicazioni nella geopolitica globale. L’amministrazione Obama ha cercato di corteggiare l’Iran con il bastone (sanzioni economiche) e la carota (promessa di toglierle) negli ultimi diciotto mesi affinché Teheran facesse concessioni importanti sul suo programma nucleare. Fino a poco tempo prima, nonostante le sanzioni degli Stati Uniti per l’Ucraina, la Russia era disposta a mostrare “buona fede” verso Washington partecipando al negoziato 5+1 sul nucleare con l’Iran, convincendo Teheran a fare concessioni importanti sul suo programma nucleare, in cui la Russia ha completato la centrale nucleare di Bushehr, la prima in Medio Oriente. Questa fase è chiaramente finita e la mano dell’Iran nei negoziati con Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito è ora più forte, sanzioni o meno.

Iran, Siria e guerra delle pipeline
Per Washington, la pressione nucleare rientra nel tentativo di costringere l’Iran ad abbandonare l’alleato Bashar al-Assad in Siria, aprendo la via al Qatar, stretto alleato dell’Arabia Saudita e sito del maggiore giacimento di gas naturale del mondo, nel Golfo Persico. Il Qatar, primo finanziatore dei terroristi del SIIL addestrati da statunitensi ed israeliani in Siria e Iraq, vuole esportare il suo gas nell’UE attraverso Siria e Turchia. L’Iran, che detiene l’altra parte dell’enorme giacimento di gas del Golfo Persico, il North Pars, al largo delle sue coste, ha firmato un accordo per un oleodotto strategico con Assad e l’Iraq nel giugno 2011, per costruire il nuovo gasdotto Iran-Iraq-Siria di 1500 chilometri dal grande giacimento di gas ad Asaluyeh, porto iraniano nei pressi di South Pars e Damasco in Siria. Da lì il gasdotto arriverebbe via Libano sul Mediterraneo orientale e al grande mercato europeo del gas. L’hanno chiamato “gasdotto islamico”. Il volume di gas dell’Iran sarebbe modesto rispetto all’originale gasdotto South Stream di Gazprom della Russia. Si stima che circa 20 miliardi di metri cubi all’anno rimarrebbero, dopo il consumo locale (pre-guerra in Siria) per il gasdotto Iran-Iraq-Siria per l’Europa, rispetto ai 63 miliardi di South Stream. Il Qatar ne uscirebbe perdente. Al Qatar, Paese sunnita che finanzia SIIL, Fratelli musulmani e altri jihadisti, non piace l’idea. Il Qatar avvicinò Assad nel 2009 proponendo la pipeline Qatar-Siria per l’Unione europea attraverso la Turchia, ma fu respinto di netto. Assad disse che le sue relazioni con Russia e Gazprom erano più importanti. Fu solo al momento della firma sul gasdotto islamico Iran-Iraq-Siria nel giugno 2011, che Washington, Arabia Saudita e Qatar decisero di lanciare la grande guerra per rovesciare Assad e sostituirlo con un regime sunnita amico di Qatar e Washington. Difficilmente una coincidenza.

Stretti legami militari tra Iran e Russia
Oggi la Russia di Putin e l’Iran sono solidi alleati della Siria di Assad nella guerra per liberare la Siria dai terroristi del SIIL addestrati dagli Stati Uniti. Tuttavia, la collaborazione tra Mosca e Teheran è stata cauta finora. Nel 2010, quando era presidente, responsabile della politica estera e di difesa russa, Dmitrij Medvedev fece molte mosse concilianti per mettersi sul “lato buono” di Washington. Era l’epoca dello stupido “Reset” nelle relazioni USA-Russia di Hillary Clinton dopo che Putin aveva lasciato e Obama era appena divenuto un “pacifista democratico”. Una delle mosse più costose di Medvedev fu la firma del decreto del Presidente della Repubblica nel settembre 2010 per sostenere il bando dell’ONU sponsorizzato dagli USA sulle vendite di armi all’Iran, nell’ambito delle sanzioni USA contro il presunto programma di armi nucleari dell’Iran. Il costo del bando russo per le industrie militari fu pari ai 13 miliardi di dollari di fatturato militare-tecnico con l’Iran negli ultimi anni, secondo una stima da parte del Centro per l’Analisi del mondiale sul commercio delle armi (CAWAT). Il decreto di Medvedev vietava vendite militari della Russia all’Iran, compreso il trasferimento di armi all’Iran al di fuori dei confini russi o con aerei o navi sotto bandiera dello Stato russo. Medvedev inoltre retroattivamente annullò l’acquisto prepagato dall’Iran dei sofisticati sistemi missilistici superficie-aria russi SAM S-300. L’Iran quindi citò in giudizio la Rosoboronexport russa presso la Corte di conciliazione e di arbitrato dell’OSCE a Ginevra. Fino ad oggi il problema degli S-300 era stato un importante pomo della discordia tra Teheran e Mosca. Ora, secondo un rapporto di DebkaFile.com, sito collegabile all’intelligence israeliana, la Russia ha accettato non solo di fornire i sistemi missilistici S-300 che l’Iran ha acquistato nel 2007. La Russia gli consegnerà anche gli avanzati sistemi missilistici S-400. Citando il ministero della Difesa iraniano, il Colonnello-Generale Leonid Ivashov, ex-funzionario del Ministero della Difesa russo, ha aggiunto: “I due Paesi hanno deciso di risolvere il problema dell’S-300: un passo è stato compiuto verso la cooperazione su economia e tecnologie bellica, almeno per sistemi difensivi come S-300 e S-400“. Gli specialisti militari dicono che l’S-400 è di gran lunga superiore ai missili degli USA Patriot PAC-3. Si crede siano il primo sistema al mondo che può utilizzare selettivamente diversi tipi di missili dei sistemi SAM precedentemente sviluppati che dei nuovi e unici SAM; un sistema mobile dal difficile il rilevamento e che può colpire i bombardieri strategici come B-1 e B-52H; aerei da guerra elettronica come EF-111A e EA-6; aerei da ricognizione come il TR-1; gli aerei radar come E-3A e E-2C; caccia come F-15 ed F-16; aerei Stealth come il B-2; missili da crociera strategici come il Tomahawk e missili balistici con gittata fino a 3500 km. Inoltre, il più colossale spreco del Pentagono, ad oggi, il Lockheed Martin F-35 Joint Strike Fighter, non è progettato per penetrare le difese dei sistemi S-300P/S-400. Oops… L’F-35 degli Stati Uniti può trasportare armi nucleari e doveva essere il “caccia del futuro” quando fu avviato nel 2001, quando Rumsfeld era al Pentagono. Con un decennio di ritardo, sforando del 100% il budget, costerà 1500 miliardi di dollari nella sua vita utile, di cui circa 400 miliardi già spesi. Solo due anni fa gli obbligatori tagli della difesa con il “sequestro” di Obama, hanno affettato i piani sull’F-35 e altri progetti-mangiatoia del Pentagono. Ora, utilizzando il SIIL in Siria e Iraq e il “conflitto” in Ucraina con la Russia, l’ultimo bilancio della difesa di Obama prevede oltre 35 miliardi di dollari da salvare dalle dovute riduzioni con il sequestro. Le crisi Ucraina e del SIIL sembrano aver salvato il complesso militare industriale degli Stati Uniti nel momento giusto…
Se il rapporto di DEBKAfile sul sistema missilistico S-400 all’Iran è vero, e certamente sembra esserlo, allora la geopolitica dell’intera battaglia dell’amministrazione Obama contro Russia Iran, Siria e presto Cina, è davvero stupidissima. La battaglia è guidata dai falchi ottusi del presidente Obama, come la consigliera del NSC Susan Rice. Sembrano incapaci di cogliere le connessioni tra gli eventi, e quindi, per definizione, non sono persone intelligenti, ma istruite dal complesso militare-industriale statunitense, ben evidenziato dalla Lockheed Martin primo contraente del disastroso F-35, e guidate dalla ricchissima oligarchia drogata dal potere che pensa di possedere il mondo. In realtà, come testimoniano i recenti avvenimenti, perde quel mondo che pensa di controllare con la sua stupidità. Alcuni la chiamano legge delle conseguenze non intenzionali.

russia-iranF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli huthi hanno preso il potere nello Yemen

Viktor Titov New Eastern Outlook” 20/02/2015Supporters of the Shi'ite Houthi attend hold a poster of the group's leader Abdul-Malik al-Houthi during an anti-government rally in SanaaCon fiducia gli huthi continuano a rafforzare le loro posizioni in Yemen. Il 6 febbraio hanno adottato una dichiarazione costituzionale, che rafforza politicamente il loro potere stabilito per mezzo della forza. Secondo Paesi occidentali e del GCC, questi passi hanno interrotto il dialogo politico con gli altri partiti, in procinto di completarsi. Chiaramente, ciò era pianificato da tempo, gli insorti semplicemente attendevano il momento giusto. Le principali organizzazioni politiche in Yemen, GPC e movimento Islah, hanno respinto la dichiarazione, ma hanno espresso la volontà di proseguire i contatti per raggiungere la riconciliazione nazionale. Tuttavia, gli huthi sono disposti a condurre il dialogo solo su tale base. In queste condizioni, l’occidente ha spinto le Nazioni Unite e il suo rappresentante Jamal Benomar, a fare pressione sugli huthi, accusandoli d’interrompere il processo di negoziazione con l’adozione della dichiarazione costituzionale, sciogliendo il parlamento e controllando le istituzioni statali. Tuttavia, in risposta, il capo dei ribelli Abdulmaliq Huthi ha emesso un messaggio in cui esorta i governi stranieri “a considerare agli interessi dello Yemen, e ad accogliere la dichiarazione come “storica e unico passo giusto“, allo stesso tempo ha minacciato vari Paesi di “perdere” le relazioni con lo Yemen. A conferma delle sue parole, si è messo al lavoro. Il 7 febbraio, il Consiglio rivoluzionario huthi ha adottato un decreto per formare il Comitato Supremo per la sicurezza, con a capo l’ex-segretario della Difesa Mahmoud al-Subayhi, e costituito da militari e ministro degli Interni. Il secondo decreto ha nominato due ministri (dimissionari) capi temporanei dei loro ministeri. Con ciò viene sollevata la questione del riconoscimento delle nuove autorità, tanto più che gli huthi hanno promesso di creare un consiglio presidenziale e un governo. Il 10 febbraio, una nuova dichiarazione di Abdulmaliq Huthi attaccava duramente le azioni di “forze esterne e interne” per il malcontento per la proclamazione della dichiarazione costituzionale. Secondo lui, tali “forze” cercano di distruggere l’economia dello Yemen. Ha anche criticato un certo numero di ambasciate straniere, che diffondono appelli a lasciare Sana, anche se la situazione nella capitale, in termini di sicurezza, è migliorata in modo significativo. Ovviamente intendeva statunitensi, inglesi e sauditi. Dopo di che, senza preavviso formale, l’11 febbraio le ambasciate di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Italia, Arabia Saudita, Quwayt ed Emirati Arabi Uniti hanno chiuso a Sana. Così occidente e Paesi del CCG apertamente isolano politicamente ed economicamente lo Yemen, con l’obiettivo di minare il governo degli huthi a Sana. Tuttavia, tale politica ha immediatamente causato l’effetto opposto, portando ad un indurimento delle posizioni degli huthi e alla sostanziale degradazione della situazione.
Successivamente, Turchia e Giappone hanno deciso di chiudere le loro missioni diplomatiche. Occidente e CCG all’unanimità insistono sul fatto che la loro fede nel successo dei negoziati, sotto gli auspici del consigliere speciale del Segretario Generale per le Nazioni Unite, Jamal Benomar, tra le forze politiche yemenite per raggiungere la riconciliazione nazionale, è completamente persa. Anche se i negoziati sono ripresi, sono al di fuori del quadro della dichiarazione costituzionale, inoltre, essendo diventati gli unici governanti a Sana, gli huthi controllano la sicurezza nella capitale yemenita. Di conseguenza, i Paesi occidentali e del GCC hanno deciso di recidere i legami con gli huthi, attuando una linea per minare la stabilità dello Yemen, creandogli problemi e isolandolo. E’ ovvio che dietro tutto questo vi sia Washington, che praticamente ha ordinato agli alleati occidentali e arabi di seguirla. E in silenzio seguono, come in Ucraina. E’ possibile che gli statunitensi abbiano deciso la chiusura dell’ambasciata su pressione della maggioranza repubblicana al Congresso, dove c’è la totale paura del ripetersi dell’incidente in Libia, con l’assassinio dell’ambasciatore degli Stati Uniti, con tutte le conseguenze per l’immagine di Washington, che non potrebbe rispondervi adeguatamente. Dopo aver distrutto la Libia, gli Stati Uniti persero la possibilità di influenzare la situazione. La stessa cosa in Yemen: dopo aver organizzato la rivoluzione colorata, Washington vi ha semplicemente perso influenza. Molti definiscono l’attuale situazione in Yemen vuoto di potere, anche se non è così. Gli huthi controllano le province centrali e settentrionali del Paese. Solo il meridione non obbedisce alle istruzioni, ma allo stesso tempo non s’immischia nel conflitto. Non è impossibile che gli huthi, attraverso contatti con le province meridionali e la sotterranea presa del potere, possano sottomettere l’intero Paese. Tanto più che alle spalle hanno un Paese potente: l’Iran. E i Paesi del CCG, primo fra tutti l’Arabia Saudita, vicino più prossimo dello Yemen, non possono influenzare la situazione. Se cercassero d’intervenire, è probabile che le truppe huthi e loro sostenitori, tra cui gli sciiti nelle province limitrofe saudite, semplicemente passerebbero il confine. E Riyadh non ne ha bisogno, visto che il re è appena morto e il nuovo re praticamente inscena un colpo di Stato eliminando figure chiave della cerchia dell’ex-monarca. Le apparenze indicano che ci vorranno 2-3 mesi per capire la situazione nello Yemen e se gli huthi avranno la vittoria totale. In questo momento, almeno, sono al potere e con fiducia vanno avanti. Non è escluso che presto creeranno un consiglio presidenziale e un nuovo governo. Gli Stati Uniti subirebbero un’altra sconfitta nella regione.yemen_mapViktor Titov, Ph.D, è un commentatore politico sul Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto svela il bluff occidentale sulla guerra fasulla al SIIL

Dan Glazebrook, RussiaToday, 19 febbraio 2015

libia_mappaL’occidente strombazza il SIIL quale ultima minaccia alla civiltà, sostenendo l’impegno totale alla sua sconfitta e l’avanzata del gruppo in Siria e Iraq come pretesto per allargare il proprio impegno militare in Medio Oriente. Eppure, verso la Libia, che sembra seguire lo stesso percorso della Siria delle milizie antigovernative “moderate”, sostenute dall’occidente, che aprono la via al SIIL, Gran Bretagna e Stati Uniti sembrano riluttanti a confrontarvisi, subito raffreddando la richiesta del presidente egiziano al-Sisi di una coalizione internazionale per fermarne l’avanzata. Con tale suggerimento, prevedibilmente respinto, Sisi evidenzia la doppiezza occidentale sul SIIL e la vera natura della politica della NATO in Libia.
Il 29 agosto 2011, due mesi prima che le ultime vestigia dello Stato libico venissero distrutte e il suo leader assassinato, fui intervistato da Russia Today sul futuro del Paese. Dissi: “C’è un gran parlare di ciò che accadrà (in Libia dopo la cacciata di Gheddafi), ci sarà la sharia o una democrazia liberale? Quello che dobbiamo capire è che ciò che sostituirà lo Stato libico non sarà alcuna di tali cose, ciò che sostituirà lo Stato libico sarà ciò che ha sostituito lo Stato in Iraq e in Afghanistan, un governo disfunzionale, assenza totale di sicurezza, guerra di bande e guerra civile. Non è un errore dalla NATO, essa preferirebbe vedere Stati falliti piuttosto che Stati potenti e indipendenti capaci di sfidarne l’egemonia. E coloro che lottano per il CNT, lottano per la NATO, devono capire che questa è la visione della NATO del loro Paese“. Gli amici, al momento mi dissero che apparivo troppo pessimista e cinico. Risposi che speravo in Dio che avessero ragione, ma la mia esperienza di in un decennio, dopo i risultati delle guerre di aggressione del mio Paese (la Gran Bretagna) in posti come Kosovo, Afghanistan e Iraq, da tempo ignorati dai media mainstream, mi portava a credere il contrario. Certo, non ero il solo a porre tali avvertimenti. Il 6 marzo 2011, alcune settimane prima che la NATO iniziasse sette mesi di bombardamenti, Gheddafi rilasciò un’intervista profetica al quotidiano francese Le Monde du Dimanche, dichiarando: “Voglio farmi capire: se minacciano (la Libia), se si cerca di destabilizzare (la Libia), ci sarà il caos, bin Ladin, le fazioni armate. Questo è ciò che accadrà. Avrete l’immigrazione, migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia, e non ci sarà più nessuno a fermarli. Bin Ladin s’installerà in Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e Pakistan. Avrete bin Ladin a portata di mano”. In particolare avvertiva che Derna, città che aveva già fornito numerosi attentatori suicidi in Iraq, sarebbe diventata un “emirato islamico” sul Mediterraneo. Gli avvertimenti di Gheddafi furono derisi dai media occidentali (anche se molti esperti d’intelligence sostennero le sue affermazioni), e pochi in Europa avevano mai sentito parlare di Derna, fino al novembre 2014, cioè quando il SIIL ne annunciò l’occupazione, la prima di tre città libiche ora sotto il suo controllo. L’ultima conquista, Sirte, città natale di Gheddafi, fu annunciata su YouTube con la decapitazione di 21 cristiani copti catturati a dicembre. Si ritiene fossero lavoratori immigrati da una delle zone più povere dell’Egitto.
Sirte era stata una roccaforte governativa durante assalto della NATO nel 2011, e una delle ultime città a cadere, grazie alla resistenza feroce e ad assenza di sostegno ai “ribelli”. Fu sottoposta a un assedio massiccio e divenne teatro di alcuni dei peggiori crimini di guerra della NATO e dei suoi alleati sul campo. Ora che la gente di Sirte è costretta a vivere, e morire, sotto l’ultima incarnazione degli eroici combattenti per la libertà della NATO, appare sempre più chiaro il motivo per cui li combatterono duramente, eppure anche tale massacro è stato eclissato dai quasi 600 soldati dell’Armata Nazionale libica uccisi dal SIIL e dai suoi alleati nella battaglia per Bengasi, negli ultimi tre anni. Questo è lo stato delle cose in Libia dovute alla NATO, sovvertendo il Paese da stabile e prospero Stato pan-africano, attore di primo piano nell’Unione africana e spina nel fianco di Stati Uniti e Regno Unito nei loro tentativi di ristabilirvi il dominio. Non solo la Libia subisce il vuoto di potere derivante dalla distruzione da parte della NATO dell’apparato statale libico, ma l’intera regione è trascinata nel vortice. Come Brendan O’Neill ha dettagliato, gli orrori quotidiani perpetrati in Mali, Nigeria e ora Camerun sono il risultato diretto dell’aggressione della NATO, mentre gli squadroni della morte nel Sahel-Sahara sono liberi di creare campi di addestramento e raccogliere armi nella gigantesca zona d’illegalità che la NATO ha imposto in Libia. Risultato? Gli Stati africani che nel 2010 avanzavano economicamente, beneficiando degli investimenti cinesi su infrastrutture e produzione, allontanandosi da secoli di dipendenza coloniale e neocoloniale dalle predatrici istituzioni finanziarie occidentali, affrontano gravi nuove minacce terroristiche da gruppi come Boko Haram, dotati di nuove armi e strutture per gentile concessione dell’umanitarismo della NATO. Algeria ed Egitto, ancora governati dagli stessi movimenti indipendentisti che rovesciarono il colonialismo europeo, vedono i loro confini destabilizzati, ponendo le basi per attacchi debilitanti pianificati ed eseguiti dalla nuova miliziocrazia libica della NATO. Questo è il contesto in cui l’Egitto avvia la reazione regionale contro la strategia di destabilizzazione della NATO. Lo scorso anno, in particolare, gli egiziani videro il loro vicino occidentale degradare rapidamente lungo la via dell’occupazione del SIIL, come in Siria. In Siria, una guerra civile tra l’insurrezione filo-occidentale e un governo laico democratico ha visto le forze antigovernative rapidamente cadere sotto il dominio del SIIL, i presunti “moderati” filo-occidentali dell’Esercito libero siriano si univano al SIIL (impressionati dal suoi valore militare, armi avanzate e massicci finanziamenti) o sconfitti da esso. In Libia, lo stesso modello si svolge rapidamente. L’ultima fase del disastro libico è iniziata lo scorso giugno, quando le milizie che dominavano il parlamento precedente (che si fanno chiamare coalizione ‘Alba di Libia’) persero le elezioni, ne rifiutarono i risultati incendiando aeroporti e depositi di petrolio nel Paese, avviando così la guerra civile tra esse e il nuovo parlamento. Entrambi i parlamenti hanno la fedeltà di varie fazioni armate, e hanno istituito propri governi rivali, ognuno controllando diverse parti del Paese. Ma da Derna, lo scorso novembre, le aree occupate da Alba di Libia iniziavano a cadere in mano al SIIL. La caduta di Sirte, terza città da esso occupata, e non sarà l’ultima. Tale è il ruolo sempre svolto dai fantocci dell’occidente in tutta la regione, aprire la strada e gettare le basi dell’affermarsi del SIIL. L’intervento del presidente egiziano Sisi, con gli attacchi aerei su obiettivi del SIIL in Libia, si propone di invertire tale corso, prima che raggiunga proporzioni iracheno-siriane.
al_qaeda_libya Il governo di Tobruq, riconosciuto internazionalmente, nominato dalla Camera dei Rappresentanti eletta la scorsa estate, ha accolto con favore l’intervento egiziano. Non solo, spera che l’aiuti ad impedire l’avanzata del SIIL ed anche a cementare il sostegno egiziano nella guerra civile contro ‘Alba di Libia’. In effetti, l’Egitto potrebbe, con qualche ragione, sostenere che vincere la guerra contro il SIIL richieda un governo libico unitario impegnato allo scopo, e che il rifiuto di Alba di Libia di riconoscere il parlamento eletto, per non parlare dell’atteggiamento ‘ambiguo’ verso il SIIL, sia il grosso ostacolo al conseguimento di tale risultato. Ciò significa che l’intervento egiziano fa naufragare l’iniziativa dei colloqui di pace ‘dialogo in Libia’ delle Nazioni Unite? Non necessariamente, infatti potrebbe avere l’effetto opposto. Le prime due tornate di colloqui sono state boicottate dal Congresso Generale Nazionale (il parlamento di Alba di Libia), con la certezza che avrebbe continuato a ricevere armi e finanziamenti dai partner della NATO Qatar e Turchia, mentre il governo di Tobruq subisce l’embargo internazionale delle armi. Come l’inviato del Regno Unito al dialogo in Libia Jonathan Powell ha osservato, la “conditio sine qua non per la pace” è una “situazione di stallo reciprocamente dannosa”. Riequilibrando la guerra civile, il sostegno militare egiziano al governo di Tobruq può mostrare al GNC che prendere sul serio i colloqui sarà nel suo interesse più che continuare la lotta. L’appello di Sisi al sostegno militare dell’occidente al suo intervento è stato effettivamente respinto, molto probabilmente aspettava che lo fosse. La dichiarazione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna e alleati ha raffreddato l’idea, e non c’è da stupirsene; non hanno posto la Libia al centro della loro strategia di destabilizzazione regionale per poi cercare di stabilizzarla proprio quando comincia a dare risultati. Tuttavia, costringendoli a uscire con tale dichiarazione, Sisi ha denunciato il bluff dell’occidente. Stati Uniti e Gran Bretagna pretendono di essere impegnati a distruggere il SIIL, formazione prodotta dalla rivolta che hanno sponsorizzato in Siria negli ultimi quattro anni, e Sisi gli chiede di supportarlo. Si sono rifiutati e alla fine, la risoluzione egiziana al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha fatto menzione all’intervento militare di altri potenze, limitandosi a chiedere la fine dell’unilaterale embargo internazionale delle armi che impedisce l’armamento del governo eletto, ma ciò non sembra scoraggiare i partner regionali della NATO, che armano apertamente le milizie di ‘Alba di Libia’. Sisi ha di fatto costretto l’occidente a smascherarsi: il rifiuto della sua proposta di sostenere l’intervento chiarisce a tutti la duplice natura del loro presunto impegno a distruggere il SIIL. Vi sono, tuttavia, profonde divisioni sul tema in Europa. La Francia amplia la presenza militare nella regione del Sahel-Sahara, con 3000 truppe in Ciad, Niger, Burkina Faso e Mali, aprendo una nuova base al confine tra Libia e Niger, lo scorso ottobre e, probabilmente, accoglierà il pretesto per estendere le operazioni dal suo protettorato storico al sud della Libia. L’Italia, allo stesso modo, è sempre tesa riguardo la destabilizzazione che ha contribuito a scatenare, avendo non solo danneggiato un partner commerciale di valore, ma con sempre più centinaia di migliaia di profughi in fuga da orrore e miseria che la NATO ha scatenato nella regione. Però non sono propense ad agire senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza, che probabilmente sarà bloccato da Stati Uniti e Gran Bretagna, sempre più felici di vedere Paesi come l’Egitto, alleato della Russia, e la Nigeria, finanziata dalla Cina, indeboliti e bloccati dal terrorismo. La azioni di Sisi, si spera, non solo evidenzieranno l’acquiescenza dell’occidente agli orrori che ha creato, ma anche spianeranno la via a una risposta efficace contro di essi.

Libyan-rebel-fighters-pre-015Dan Glazebrook è scritto e politico ed autore di “Dividi e distruggi: la strategia imperiale occidentale nell’epoca della crisi“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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