La Cina si prepara al Pivot in Medio Oriente

Peter Korzun Strategic Culture Foundation 17/01/2016134669117_14434827447911nLa prima visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping la prossima settimana in Medio Oriente è un segnale della volontà di Pechino di essere un attore importante nel Medio Oriente. Sullo sfondo di estremamente intensi contatti internazionali dall’assunzione della presidenza nel marzo 2013, il primo tour di Xi Jinping in Medio Oriente, il 19 – 23 gennaio, comprenderà Arabia Saudita, Egitto e Iran. Il leader cinese ha scelto il Medio Oriente come prima destinazione estera del 2016, generalmente indicando la Cina concentrarsi su una particolare regione o Paese. I preparativi per la visita sono iniziati un anno prima dello scontro Arabia Saudita-Iran, e molte cose sono successe da allora. I colloqui sul nucleare iraniano hanno portato a un accordo, la Russia ha lanciato le operazioni militari in Siria e la situazione di stallo tra sunniti e sciiti si è aggravata. Fino a poco prima, la politica in Medio Oriente della Cina si riduceva prevalentemente all’acquisto di petrolio in cambio di investimenti. Senza una presenza militare e coinvolgimento militare diretto, Pechino è diventato il maggiore consumatore di idrocarburi. Ma il programma della prima visita del leader cinese dall’inizio delle agitazioni regionali va ben oltre la sicurezza energetica. Ora Pechino viene ampiamente coinvolta nella regione. La cooperazione economica, la crisi dei rifugiati e, in particolare, il terrorismo sono i primi temi all’ordine del giorno del viaggio. Poco prima del viaggio del Presidente Xi, la Cina ha pubblicato il documento sulla politica araba, ribadendo l’importanza strategica che Pechino attribuisce alla regione. Afferma che la Cina s’impegna a consolidare e approfondire l’amicizia tradizionale tra Cina e arabi. Il coinvolgimento della Cina negli affari del Medio Oriente è un fattore per influenzare significativamente gli eventi. Senza avere alcun Paese particolare come alleato, Pechino cerca di creare un favorevole clima geopolitico, e questo è positivo. “Se può fare la differenza in Medio Oriente, verrà considerato un grande Paese. La Cina deve affrontare restrizioni in Medio Oriente, ma è pronta a svolgere il suo ruolo”, ha detto Li Shaoxian, Vicepresidente dell’Istituto di relazioni internazionali contemporanee, un think tank governativo.
La visita di Xi Jinping in Egitto è prevista per il 20-22 gennaio, la prima visita di un leader cinese in 12 anni. Durante la visita del presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi in Cina, alla fine del 2014, le due parti aggiornarono il loro rapporto in “partenariato strategico globale”. Gli accordi della visita, tra cui un progetto elettrico ferroviario e la costruzione di una nuova centrale elettrica a Suez, furono finalizzati quando il presidente egiziano presenziò alla parata militare per commemorare il 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. L’Egitto ha anche indicato che cercherà investimenti e la partecipazione cinese al progetto del Nuovo Canale di Suez. L’Egitto è vicino all’Arabia Saudita, ma non è parte della coalizione anti-Iran. Il presidente egiziano Abdalfatah Said Husayn Qalil al-Sisi è andato a Mosca e Pechino per partecipare ai V-Day. Il commercio tra Cina ed Europa attraversa il Canale di Suez egiziano. L’Iran è un caso speciale. Una visita in Iran era prevista da un anno. Xi Jinping sarà il primo leader cinese a visitare l’Iran da quando il Presidente Jiang Zemin vi effettuò una visita di Stato nel 2002. Comprando petrolio dall’Iran, la Cina fornisce armi, investimenti e tecnologia. Pechino partecipa alla costruzione del gasdotto Iran-Pakistan di 2775 km di lunghezza, noto anche come gasdotto della pace, per rifornire di gas il Pakistan. Per l’Iran, la Cina è una fonte di investimenti cruciali, consumatrice affidabile e Paese di grande importanza geopolitica. Con le sanzioni che si prevede di togliere presto, l’Iran ha la prospettiva di una maggiore cooperazione con Cina e Russia, Paesi con interessi simili in Iran. Teheran ha il desiderio di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) e fare parte dell’alleanza politica ed economica guidata da Russia e Cina. Con le sanzioni revocate, l’Iran può essere invitato a far parte della SCO questa estate, divenendone membro a pieno titolo dopo un anno. Lo stesso vertice dovrebbe permettere la piena adesione di India e Pakistan, creando così l’asse Mosca-Pechino-Delhi. Il tour includerà il primo vertice Cina-Arabia Saudita dal 2009, da quando Cina e Arabia Saudita allacciarono relazioni diplomatiche nel 1990. Tuttavia, da allora i legami si sono ampliati rapidamente dato che la dipendenza della Cina dal petrolio estero è cresciuta. Nell’autunno 2013 la Cina ha superato gli Stati Uniti ufficialmente come maggiore importatore netto di petrolio. In particolare, la Cina dovrebbe diventare presto il primo importatore di petrolio dall’OPEC, con conseguente maggior affidamento sulle nazioni dell’OPEC, tra cui l’Arabia Saudita. Mentre la cooperazione energetica rimane un baluardo delle relazioni Cina-Arabia Saudita, è chiaro che i due Paesi cercano di espandere i rapporti. I legami storici dell’Arabia Saudita con gli Stati Uniti si sono sfilacciati negli ultimi anni, in parte per la risposta degli Stati Uniti alla primavera araba e per il risultato dell’accordo nucleare con l’Iran, a cui il Regno si opponeva. La maggiore cooperazione Cina-Arabia Saudita ha senso per Pechino e Riyadh. Mentre la dipendenza della Cina dal petrolio straniero cresce, Pechino dovrà garantire buoni rapporti con i potenti Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente. L’Arabia Saudita è il più importante di essi. Inoltre, un buon rapporto con Riyadh permetterebbe alla Cina non solo di garantire le importazioni di petrolio di Riyadh, ma di creare una partnership volta a “stabilizzare” la regione, permettendo idealmente a tutto il petrolio del Medio Oriente di fluire senza intoppi. Recentemente Riyadh ha compiuto numerose azioni per bilanciare la politica estera, evitando un eccessivo affidamento sul sostegno dagli Stati Uniti.
La Cina affianca la Russia sulle principali questioni del Medio Oriente, compreso il sostegno al governo di Bashar Assad in Siria. Se la pace sarà mai ripristinata, gli investimenti cinesi e russi giocheranno un ruolo importante nel recuperare il Paese. Iran, Russia e Cina sono nella stessa barca sull’Afghanistan. Pechino sa che il sogno della Nuova Via della Seta non potrà mai avverarsi senza una stabile Asia centrale e il Pakistan. Per Russia e Iran, la stabilità nella regione è questione di importanza vitale trovandosi ad affrontare ostilità in prossimità delle proprie frontiere. Il consenso tra Russia e Cina sembra consentire la ricerca di un ulteriore coordinamento delle azioni in Medio Oriente. Tale consenso comprende Siria, Iran, opposizione alla strategia del “cambio di regime” e delle “rivoluzioni colorate”. Mosca e Pechino hanno interesse comune nella lotta a terrorismo, estremismo e separatismo. Gli estremisti musulmani in Russia e regione autonoma del Xinjiang cinese ingrossano le fila dello Stato islamico e rappresentano una vera e propria minaccia in caso tornassero a casa. Russia e Cina sono i denominatori comuni nel mondo contemporaneo. Entrambe sono attrici importanti nel processo di pace siriano. Il recente ritorno della Russia in Medio Oriente e l’emergere della Cina come attivo attore in Medio Oriente, sono un contrappeso all’influenza degli Stati Uniti nella regione. Coordinandosi, entrambi i Paesi possano colmare il vuoto lasciato dal recente fallimento della politica statunitense in Medio Oriente e dare un contributo significativo nell’allontanare la regione dal baratro del caos e dei conflitti permanenti.2014122410330567335Le relazioni della Cina con Medio Oriente e Paesi Arabi: Presidente Xi Jinping
Quotidiano del Popolo, Global Research, 18 gennaio 2016iranchinaIl presidente cinese Xi Jinping visiterà Arabia Saudita, Egitto e Iran il 19-23 gennaio. Xi ha fatto una serie di osservazioni importanti sul rapporto tra Cina e Medio Oriente e Paesi arabi, di grande importanza nel promuovere il processo di pace in Medio Oriente e far avanzare le relazioni della Cina con questi Paesi.

1. Tutte le nazioni in Medio Oriente hanno uguale diritto a vita e sviluppo.
Il Medio Oriente è assediato dalla guerra e da disordini sociali, ormai. Pace, stabilità e sviluppo sono aspirazioni comuni dei Paesi del Medio Oriente. Risolvere le controversie con mezzi politici è una scelta strategica nell’interesse di tutte le parti. Tutte le nazioni in Medio Oriente, incluso Israele, hanno ugualmente diritto a vita e sviluppo. Solo quando i legittimi diritti di tutti i Paesi sono garantiti, e tutti i Paesi rispetteranno le reciproche preoccupazioni, ci potrà essere pace duratura e stabilità nella regione. Ha detto Xi incontrando il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Pechino, il 9 maggio 2013.

2. La Cina sostiene un Golfo denuclearizzato.
La regione del Golfo e la situazione in Medio Oriente hanno influenza globale e tutti i membri hanno responsabilità regionali sulla salvaguardia di sicurezza e stabilità del Golfo. La Cina ha sempre sostenuto la giusta causa del popolo palestinese e continuerà ad agevolare i colloqui di pace. La Cina sostiene un Golfo denuclearizzato e continuerà a promuovere a lungo termine, la soluzione completa e adeguata alla questione nucleare iraniana. Aveva detto Xi incontrando il principe ereditario saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, vicepremier e ministro della difesa, a Pechino il 13 marzo 2014.

3. La Cina e gli Stati arabi devono portare avanti lo spirito della Via della Seta.
Per migliaia di anni, la Via della Seta portava lo spirito di pace e cooperazione, di apertura e inclusività, imparando gli uni dagli altri i vantaggi e risultati reciproci, trasmessi di generazione in generazione. I popoli della Cina e del mondo arabo si sostengono a vicenda nella battaglia a difesa della dignità e della sovranità nazionali, si aiutano a vicenda per ringiovanire le nazioni, imparano gli uni dagli altri approfondendo gli scambi culturali e promuovendo la prosperità delle culture nazionali. Portare avanti lo spirito della Seta agevolando la comprensione reciproca tra le civiltà. Portare avanti lo spirito della Via della Seta aderendo a una cooperazione vantaggiosa per tutti. Portare avanti lo spirito della Via della Seta sostenendo il dialogo e la pace. Aveva detto Xi all’apertura della sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione degli Stati arabi-Cina a Pechino il 5 giugno 2014.

4. Cina e Stati arabi dovrebbero compiere sforzi congiunti nella costruzione della Cintura economica della Via della Seta e della Via della Seta marittima del 21° secolo.
La Cina e gli Stati arabi riconoscono e sono amici attraverso la Via della Seta, che li rende partner naturali nella costruzione della Cintura economica Via della Seta e della Via della Seta Marittima del 21° secolo. Nella costruzione della “One Belt and One Road”, Cina e Stati arabi devono rispettare il principio della costruzione congiunta attraverso la consultazione per soddisfare gli interessi di tutti. Cina e Stati arabi devono essere al tempo stesso ambiziosi e con i piedi per terra. Cina e Stati arabi devono poter contare su e promuovere la loro tradizionale amicizia. Aveva detto Xi alla cerimonia di apertura della sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione Cina- Stati arabi a Pechino, il 5 giugno 2014.

5. La Cina si oppone a qualsiasi discriminazione e pregiudizio di uno specifico gruppo etnico o religioso.
Alcuna civiltà umana è superiore alle altre. Pari scambi rendono la civiltà umana ricca e colorata, proprio come l’abbinamento di colori diversi porta a maggiore bellezza e la combinazione di strumenti musicali differenti crea armonia e pace. La Cina sostiene fermamente i Paesi arabi nel mantenere proprie culture e tradizioni nazionali, e si oppone a qualsiasi discriminazione e pregiudizio verso uno specifico gruppo etnico o religioso. Dobbiamo fare sforzi congiunti nel chiedere civiltà e tolleranza, impedendo a forze e pensieri estremisti di creare una frattura tra civiltà diverse. Aveva detto Xi alla cerimonia di apertura della sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione Cina-Stati arabi a Pechino, il 5 giugno 2014.

6. La Cina insiste sulle “quattro aderenze”.
La Cina apprezza i rapporti con gli Stati arabi e ha sempre considerato le relazioni Cina-Stati arabi da una prospettiva strategica di lungo periodo. Presso i nostri amici arabi, insistiamo sulle “quattro aderenze”. La prima è l’adesione al sostegno ai processi di pace in Medio Oriente e alla tutela dei diritti e legittimi interessi dei popoli arabi. La seconda è l’adesione all’agevolazione della soluzione politica e promozione di pace e stabilità nella regione. La terza è l’adesione all’idea di sostenere i Paesi arabi nell’esplorare il modello di sviluppo indipendente ed aiutarli. La quarta è l’adesione al valori perseguiti promuovendo il dialogo tra le civiltà e sostenendo un nuovo ordine civile. Siamo disposti a camminare mano nella mano con i Paesi arabi sulla via della rispettiva rivitalizzazione nazionale. Aveva detto Xi incontrando i capi delle delegazioni arabe alla sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione Cina-Stati arabi a Pechino, il 5 giugno 2014.

7. Il processo di pace in Medio Oriente ha bisogno di saggezza e sforzi di tutte le parti.
Le questioni Palestina-Israele, Siria e Iraq si sono intrecciate e s’influenzano. “La violenza contro la violenza” non può risolvere il problema israelo-palestinese. Per promuovere il processo di pace in Medio Oriente c’è bisogno della saggezza e degli sforzi di tutte le parti. La Cina continuerà a sostenere gli sforzi per la conciliazione delle Nazioni Unite e del Segretario generale, promuovendo tutte le parti in Siria trovando la “giusta via”. Aveva detto Xi incontrando il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon il 16 agosto 2014.

8. La Cina ha, come sempre, visto le relazioni Cina-Stati arabi nella prospettiva strategica di lungo periodo.
Allo stato attuale, le relazioni Cina-Stati arabi sono in corso volgendosi verso un nuovo inizio di pace e cooperazione, apertura e inclusività, reciproca comprensione, vantaggi e risultati reciproci. Da grande attenzione allo sviluppo delle relazioni Cina-Stati arabi. La Cina ha, come sempre, visto le relazioni Cina-Stati arabi nella prospettiva strategica di lungo periodo, ed è pronta a collaborare con gli Stati arabi elevando al massimo le relazioni di cooperazione strategica tra Cina e Paesi arabi caratterizzando a tutto tondo la cooperazione e lo sviluppo comune. Aveva detto Xi nella lettera di congratulazioni per l’anno dell’amicizia Cina-Paesi arabi e al 3° Festival delle arti arabe il 10 settembre 2014.

9. La comunità internazionale dovrebbe sostenere i popoli del Medio Oriente nel cercare la via giusta in conformità alle proprie condizioni nazionali.
Ci sono molti problemi e contraddizioni complesse in Medio Oriente. Una soluzione politica è l’unico modo realistico per risolvere le controversie nella regione. Non importa quanto sia difficile, dobbiamo avere la massima pazienza e fornire il massimo spazio a una soluzione politica. Paesi e popoli della regione hanno la maggiore voce in capitolo sulle vie allo sviluppo che dovrebbero seguire. La comunità internazionale dovrebbe sostenerne gli sforzi cercando la via giusta in conformità alle proprie condizioni nazionali. Aveva detto Xi incontrando shayq Tamim bin Hamad al-Thani, emiro del Qatar, a Pechino nel novembre 3,2014.

10. Cina e Stati arabi sono amici fiduciosi e partner che camminano mano nella mano.
Cina e Stati arabi sono amici dalla fiducia reciproca e stretti partner nella realizzazione dello sviluppo reciproco. La Cina, aderendo ai risultati della Via della Seta dello spirito di pace e della cooperazione, dell’apertura e dell’inclusività, della reciproca comprensione e del mutuo vantaggio, collaborerà con tutti i Paesi del mondo, anche arabi, facilitandone lo sviluppo reciproco e migliorando il benessere dei popoli di tutti i Paesi del mondo. Aveva detto Xi in una lettera di congratulazioni all’Expo Cina-Stati arabi del 10 settembre 2015.Egypt's President Sisi shakes hands with Chinese President Xi during a signing ceremony in the Great Hall of the People in BeijingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La casa degli orrori dei Saud

L’analista politico Dmitrij Drobnitzkij su come “la rete di amici” degli Stati Uniti viene gradualmente distrutta
Dmitrij Drobnitzkij, Izvestija South Front
salman-bin-abdulaziz_14842La politica statunitense in Medio Oriente è in grave declino. E’ argomento comune non solo sui media mondiali, ma anche per la maggior parte degli esperti di affari internazionali statunitensi e per i candidati alle presidenziali degli Stati Uniti del 2016. Non è solo l’effetto delle due grandi guerre in Afghanistan e Iraq da biasimare, ma anche la distruzione dello Stato libico, il caos in Siria, l’incredibilmente veloce diffusione del SIIL (le cui propaggini sono già in Pakistan e Xinjiang in Cina) e il completo stallo del piano di pace israelo-palestinese. I vecchi alleati regionali degli Stati Uniti, Israele, Turchia e Arabia Saudita sono parte del problema. Da un lato, Washington non può togliere all’improvviso l’ombrello protettivo che copre i suoi compari. Perché “la rete di amicizie” è la porta per lobbisti, interscambio economico ed interessi del complesso militare-industriale statunitense, ecc. Non può essere smontata facilmente in uno o due anni. D’altra parte, la solida fiducia negli Stati Uniti non c’è più, anzi è paralizzata. Non c’è fiducia solo nel protettorato statunitense, ma neanche nei rapporti tra Washington, Ankara, Tel Aviv e Riad. Ciò che fu la macchina unificatasi nella realtà della guerra fredda, oggi è un costoso, ma inutile, meccanismo della moderna geopolitica. Ecco perché Turchia, Israele e Arabia Saudita oggi spesso mettono gli USA davanti a una specie di fatto compiuto, fiduciosi che la cinghia di trasmissione alleati-USA funzioni ancora. Nei suoi anni di presidenza, Barack Obama ha fatto molto per limitare l’influenza degli “amici” sulla sua politica estera. Quindi ecco la distensione iraniana che, chiunque vinca le elezioni presidenziali a novembre, sarà difficile da annullare. O almeno, non sarà come certi candidati credono. Già nell’estate 2014 apparve che pietra miliare della campagna elettorale repubblicana sarebbero state le posizioni anti-iraniane. Tuttavia, alla fine dell’anno era chiaro che tutti gli sforzi dei lobbisti sauditi ed israeliani erano inconseguenti. Parlarono contro l’Iran solo Jeb Bush e Marco Rubio, ancora molto distanti nella loro corsa a candidati. Altri menzionavano l’Iran solo per criticare come inadeguati i negoziati del presidente Obama e del segretario di Stato John Kerry. Inoltre, almeno tre candidati repubblicani, Donald Trump, Ted Cruz e Rand Paul dicono oggi che, ovviamente l’eliminazione dei dittatori laici in Medio Oriente (Libia, Iraq, Egitto) ha creato rapidamente un vuoto occupato dai radicali dell’autoproclamato califfato. Perciò i candidati non chiedono l’immediata partenza di Bashar al-Assad, e persino temono le terribili conseguenze della sua rimozione dal potere. Ma la valutazione sintetica di tali candidati non basta per una vittoria incondizionata alle primarie.
Obama e Hillary Clinton continuano il mantra “Assad deve andarsene”, ma con veemenza i loro rivali politici rispondono: “Avete creato lo SIIL”. Un accusa che può essere molto difficile da scrollarsi di dosso. Non è ancora chiaro come affrontare il califfato in Siria, Iraq e altri Paesi, soprattutto considerando il ruolo altamente discutibile di Turchia e Arabia Saudita. Tutte le polemiche sulle nazioni musulmane della regione, che dovrebbero affrontare i terroristi per conto proprio, contando solo sul supporto aereo di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia rimangono solo parole al vento. Ogni fantoccio mediorientale degli Stati Uniti invoca grandi aiuti politici e militari. A complicare ulteriormente la situazione è l’intensa guerra ibrida tra Iran e Arabia Saudita in Iraq, Siria e Yemen. E dopo l’esecuzione del religioso sciita e attivista dei diritti umani Nimr al-Nimr in Arabia Saudita, che ha suscitato severe critiche dalla leadership politica e religiosa dell’Iran, un conflitto militare anche diretto fra Riyadh e Teheran non può essere del tutto escluso. Va detto che l’esecuzione di al-Nimr ha scatenato le critiche degli Stati Uniti. Diversi articoli di rispettabili giornali statunitensi condannavano tale dura sanzione, così come l’estremamente nervosa e aggressiva politica estera saudita, ed anche l’assenza di democrazia e libertà religiose, l’oppressione delle donne, i tribunali medievali, ecc. Nonostante l’Iran sia, al di là di ogni dubbio, il centro spirituale dell’islam sciita e modello alternativo (ai regni del Golfo) di Stato islamico, l’attivista sciita per i diritti umani al-Nimr non era un agente di Teheran. Essendo molto più dell’ayatollah della “primavera araba” dell’Iran, era ciò che è estremamente raro e difficile trovare oggi in Siria, dell’opposizione islamica moderata. La sua esecuzione ha innescato non solo l’escalation del conflitto tra Arabia Saudita e Iran, ma anche l’appello “a temperare i falchi di Riyadh adottando un’impostazione più intransigente con i sauditi” o “allontanare i Paesi nervosi” dei media degli USA.
Quanto più la sensazione della ritirata degli USA prevale nella regione, più nervosa sarà Riyadh, scatenando nuova sfiducia come partner affidabile. Tuttavia, come già detto, la diffidenza è reciproca. La peggiore paura dell’Arabia Saudita (che già contempla l’arma nucleare) è cessare di essere “uno dei ragazzi” di Washington, lasciandola sola con l’Iran, ora pienamente legittimato e privo delle sanzioni internazionali. Recentemente si è verificato un evento storico. Secondo l’accordo sul bilancio, il Congresso ha revocato il divieto di esportazione del greggio dagli Stati Uniti. Forse non è la migliore notizia per la Russia, ma sicuramente colpisce la casa regnante dei Saud. Sicuramente non riguarda solo il petrolio. Il Medio Oriente è il luogo dove i grandi attori non progettano nulla a lungo termine, come la base aerea di Humaymim in Siria, creazione che Putin descriveva alla conferenza stampa: “Raccolti in due giorni, caricati sugli “Antej” e bam! E’ fatta“. Non in due giorni, naturalmente, e neanche in due anni, ma viene abbandonata rapidamente la storica configurazione del Medio Oriente che, se una volta sembrava incrollabile, da ora sarà passato. E chiaramente le elezioni statunitensi del 2016 saranno il punto di svolta.SAUDI-US-SUCCESSION-ROYALS-FILESTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Trono di Spade saudita

MK Bhadrakumar Indian Punchline 8 gennaio 2016nimr_al_nimr_clrigo_ejecutadoLe interpretazioni dell’assassinio del noto, a livello internazionale, religioso sciita shaiq Nimr al-Nimr in Arabia Saudita sono molteplici. Un orribile errore di giudizio di re Salman o un piano attentamente studiato per forzare la riluttante amministrazione Obama a frenare i rapporti tra Stati Uniti e Iran o “tribolazioni del tempo… non una battaglia isolata ma l’inizio di una campagna” (Papa Francesco)? La gamma delle interpretazioni è molto ampia, dall’errore umano alla fine del mondo. Vi è infatti la splendida possibile interpretazione che Salman abbia cercato di provocare la guerra con l’Iran (qui).
In un’intervista rivelatrice a The Economist, il viceprincipe ereditario Muhamad bin Salman, ampiamente considerato l’eminenza grigia del trono, ha sostenuto che:
– La procedura prevista dalla legge ha semplicemente seguito il suo corso, con l’esecuzione di 47 terroristi condannati, tra cui il religioso sciita.
– L’esecuzione non dovrebbe riguardare l’Iran, perché il religioso era un cittadino saudita.
– La decisione d’interrompere i rapporti diplomatici è una mossa preventiva per evitare un’ulteriore escalation.
– L’Iran ha intensificato le tensioni di molto, mentre i sauditi semplicemente reagiscono.
– Una guerra con l’Iran è fuori questione.
Tuttavia, la linea di fondo è che shaiq al-Nimr era in carcere dal 2012, e nel braccio della morte dal 2014. Allora, perché adesso? MbS è stato evasivo su questo punto. Nello stesso modo, 47 persone sono state giustiziate, tra cui 43 membri di al-Qaida, più shaiq al-Nimr e 3 altri sciiti, cioè 43 sunniti e 4 sciiti. Qualcuno a Riyadh ha utilizzato il pallottoliere, di sicuro. Approssimativamente, 43 a 4 sembra essere il rapporto tra sunniti e sciiti nella popolazione saudita. Una coincidenza? Politicamente, l’esecuzione di 43 membri di al-Qaida senza dubbio trasmette un messaggio duro ai giovani sauditi sempre più attratti dal richiamo della ‘jihad’. Il regime saudita teme l’esistenziale minaccia islamista. Ma giustiziando simultaneamente 4 sciiti, tra cui il famoso sacerdote, il regime ha probabilmente placato la dirigenza wahabita. Allo stesso tempo è anche un tempestivo atto di forza, indicando che il regime è forte e prende decisioni dure. I regimi autocratici sentono il bisogno di dimostrare forza quando sono insicuri. Naturalmente, il regime saudita deve tenere lontano l’attenzione nazionale dalla grave sconfitta nella guerra in Yemen e trasmettere l’idea di forza. Ancora, il forte calo dei proventi del petrolio e conseguente deficit di bilancio hanno messo sotto pressione il regime saudita, ricorrendo a tagli della spesa. Il deficit di bilancio ha toccato i 100 miliardi di dollari nel 2015. Un rialzo dei prezzi del petrolio sembra improbabile. Il FMI ha avvertito che l’Arabia Saudita esaurirà i fondi in cinque anni, a meno che non tagli le spese. Chiaramente, i problemi esistenziali sono qui. Citando Luay al-Qatib del Brookings Doha Center, “Affinché il regno arrivi al suo centenario, deve adattarsi all’emergente nuovo Medio Oriente dove la politica regionale e l’ordine sociale sono cambiati drasticamente negli ultimi dieci anni… Comunque il vero moltiplicatore economico sarà legiferare una vera riforma integrando i disoccupati, che diverrebbero la punta del contrasto coi beneficiari dell’economia del regno… Trascurare l’effettiva integrazione dei giovani sauditi nel settore pubblico e soprattutto privato li radicalizzerebbe ulteriormente, minacciando alla fine la sicurezza nazionale o incoraggiandoli ad aderire ai gruppi radicali che possono destabilizzare ulteriormente la regione. Mettere gli affari esteri sopra le priorità interne del Regno; riforme politiche, sociali ed istituzionali a parole; finanziamento dei gruppi ribelli; esaurire le riserve valutarie in spedizioni militari e ignorare le esigenze delle generazioni future, sono tutte cose che l’Arabia Saudita non deve continuare a fare. Riyadh deve sottoporsi a un cambio di mentalità se vuole ritrarsi dal baratro che l’attende. I venti di cambiamento non possono più essere ignorati da Riyadh“. (Brookings)
Ora, le tensioni con l’Iran coincidono con l’annuncio importante, della scorsa settimana, della riorganizzazione della politica economica di Riyadh, comprese riforme politicamente sensibili. Una mera coincidenza? I commentatori occidentali sono convinti che l’Arabia Saudita aumenti le tensioni con l’Iran accentuando ulteriormente la spaccatura confessionale tra sunniti e sciiti nel mondo musulmano e mobilitando i Paesi sunniti sotto la sua leadership. Se è così, lo stratagemma non funziona. L’Ummah guarda gli eventi con disagio ed esasperazione, riluttante a schierarsi. (L’eccezione sono le oligarchie arabe del Golfo.) Egitto, Turchia, Pakistan, Indonesia guardano in silenzio o consigliano calma e riconciliazione. Il quotidiano governativo cinese China Daily ha scritto: “A giudicare dalle norme che disciplinano le relazioni internazionali, l’azione per danneggiare deliberatamente ambasciata di un Paese di certo causa una grave battuta d’arresto nei rapporti bilaterali. Ma non significa necessariamente che recidere i legami sia la risposta appropriata… Se la storia è uno specchio, l’Arabia Saudita sembra reagire esageratamente… Dopo tutto, Teheran non ha voluto l’incidente continuando ad inasprire ma reagendo rapidamente all’incidente“. Gli eventi escono dal Trono di Spade, lo sceneggiato fantasy intrigante e ricco di trame strane e meravigliose. Nell’intervista all’Economist, MbS dice: “Abbiamo una magnifica zona a nord di Jadah, tra le città di Umluj e Wuj, ci sono quasi 100 oasi e un atollo. La temperatura è ideale, cinque-sette gradi più fredda di Jadah. E’ una terra vergine, vi ho passato le ultime otto vacanze. Sono rimasto scioccato scoprendo qualcosa del genere in Arabia Saudita, e c’erano misure adottate per preservare questa terra, 300km per 200km. Questo è uno dei beni che dobbiamo rivalutare, e crediamo che sia un valore aggiunto diverso dai redditi statali. Abbiamo molte risorse non utilizzate“. Più semplice di così, MbS s’interessa della capacità dell’economia saudita di generare reddito non petrolifero alla luce della crisi economica incombente, privatizzando zone panoramiche nel vasto deserto della penisola arabica. Si legga la splendida intervista qui.Protesters carry pictures of Sheikh Nimr al-Nimr, who was executed along with others in Saudi Arabia, during a protest against his execution in front of the United Nations building in Beirut, LebanonTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia schiera missili antiaerei in Siria, e gli aerei della NATO scompaiono

Daniel Fielding Russia Insider, 6/1/2016

I media inglesi confermano che la campagna aerea inglese in Siria è completamente ferma. I media statunitensi confermano che la campagna aerea degli USA sul nord della Siria si è fermata dopo che i russi hanno installato missili antiaerei.9M317_surface-to-air_missile_of_Buk-M2EQualche settimana fa ho scritto un pezzo dicendo che tutto il fuoco e i tuoni in Gran Bretagna per la decisione del governo Cameron di bombardare la Siria era inutile, perché il contributo militare inglese nella guerra in Siria sarebbe stato militarmente irrilevante. Gli eventi mi hanno pienamente dato ragione. Il coinvolgimento totale militare inglese in Siria ammonta a tre missioni di attacco, effettuati a cinque giorni dall’approvazione parlamentare. Sembra che non più di 19 bombe siano state gettate, meno di un Tu-22M russo in un solo attacco. Probabilmente sottovalutando anche la differenza tra le bombe che può trasportare il Tu-22M, di gran lunga più pesanti delle bombe che un bombardiere inglese Tornado può trasportare. Tutte le bombe sono state sganciate su un obiettivo solo, il giacimento Umar, già bombardato un mese prima dagli Stati Uniti. Un articolo del Daily Telegraph espone l’entità del fiasco, e conferma che non ci sono stati bombardamenti inglesi in Siria dal 6 dicembre 2015. Il fatto che i tre attacchi inglesi furono sul giacimento Umar, per inciso significa che non possono essere stati gli aerei inglesi a bombardare la base siriana di Dair al-Zur. Il governo inglese non ha spiegato l’assenza di un qualsiasi serio bombardamento dello Stato islamico in Siria dall’inizio teorico della campagna di bombardamenti inglese. La verità è che, date le dimensioni militari inglesi, e quelle francesi e tedesche, che scompaiono di fronte a Stati Uniti e Russia, l’eventuale contributo inglese è stato e sempre sarà simbolico. Tuttavia la dimensione francamente patetica dei bombardamenti inglesi suggerisce che ci sia qualcos’altro. L’articolo del Daily Telegraph conferma non solo che i bombardamenti inglesi in Siria si sono virtualmente fermati. L’articolo conferma anche che tra il 1° e il 22 dicembre 2015, la coalizione statunitense aveva effettuato solo 148 raid aerei in Siria. Li si confronti alle 164 sortite svolte dai russi in tre giorni a dicembre (dal 25 al 28 dicembre 2015) e alle oltre 5200 sortite condotte dai russi dall’inizio della loro campagna di bombardamenti in Siria, il 30 settembre 2015. Il Daily Telegraph sostiene che tale assenza di sortite da parte di USA e alleati in Siria sia causata dalla presunta preoccupazione di evitare vittime civili, e dall’assenza di obiettivi. Nonostante le smentite prevedibili, la spiegazione più probabile è l’enorme aggiornamento delle difese aeree russe e siriane, avutosi dall’abbattimento turco del Su-24 a novembre. Non solo i russi hanno schierato il sistema missilistico antiaereo S-400 in Siria, ma sembra che abbiano fornito all’Esercito arabo siriano avanzati sistemi missili antiaerei Buk, aggiornando in modo significativo le difese aeree della Siria. E’ probabile che “consiglieri” russi “aiutino” i siriani a gestire questi sistemi. Un articolo di Bloomberg implica che i sistemi Buk (denominazione NATO del “SAM-17”) siano controllati dai russi. Bloomberg dice che aerei da bombardamento statunitensi in Siria sono stati monitorati (“illuminati”) dai radar associati al sistema Buk, spingendo gli Stati Uniti a fermare del tutto i bombardamenti sulla Siria settentrionale. Se è così, allora potrebbe spiegare perché i bombardamenti inglesi siano sospesi. Essendo politicamente imbarazzante per gli inglesi, e gli statunitensi, ammettere che la presenza russa in Siria impedisce i loro bombardamenti in Siria, è comprensibile il motivo per cui i rappresentanti degli Stati Uniti, consultati dal Daily Telegraph, non parlino tirando fuori invece la traballante scusa di essere a corto di obiettivi. Indipendentemente dal vero motivo del fallimento della campagna di bombardamenti inglesi e statunitensi, ora è più chiaro che mai che gli unici che realmente combattono lo Stato islamico e i vari altri gruppi terroristi in Siria, siano russi, siriani e loro alleati, e nessun altro.
L’articolo è apparso originariamente sul Daily Telegraph:
La controversa campagna aerea della Gran Bretagna in Siria è stata bollata “insignificante”, dopo che è emerso che la RAF ha effettuato un solo attacco nel Paese nelle ultime quattro settimane. Da quando i parlamentari hanno votato per la guerra in Siria il 1° dicembre, più di un mese fa, Tornado e Typhoon della RAF hanno svolto solo tre missioni di attacco, tutte nei primi cinque giorni di operazioni. Alcun attacco della RAF su un qualsiasi bersaglio in Siria dal 6 dicembre, 28 giorni fa, può essere notato. L’unico ulteriore attacco avvenne a Natale con un aereo telecomandato, un drone Reaper, portando il numero totale di missioni di attacco inglesi a quattro. I dati diffusi dal Comando Centrale indicano che nelle loro missioni, Tornado e Typhoon possono aver sganciato minimo 19 bombe. Le rivelazioni mettono in dubbio le affermazioni del segretario alla Difesa Michael Fallon, che all’inizio dell’operazione in Siria il Regno Unito “incendiava il tempo” con un “fuoco intenso” colpendo le infrastrutture. Dicendo che ciò che chiamava “assalto” della RAF avrebbe messo la Gran Bretagna dalla “periferia” al “centro” della campagna aerea. Fallon inoltre affermò che le missioni con equipaggio nella prima settimana di dicembre erano stati un “successo” infliggendo “un serio colpo” allo SIIL. Di fatto, però, tutte le missioni con equipaggio della RAF furono contro un bersaglio, il giacimento di Umar, che già subiva l'”incapacità a lungo termine” per opera di un molto più grande raid statunitense del 21 ottobre, sei settimane prima, secondo un portavoce militare statunitense, Maggiore Michael Filanowski, nella conferenza stampa del giorno seguente. La Gran Bretagna ha effettuato una serie di ulteriori missioni di ricognizione sulla Siria, e ha continuato a compiere attacchi aerei su obiettivi dello SIIL in Iraq, effettuati prima che i parlamentari votassero il mese scorso. “C’è uno scollamento quasi completo tra l’acceso dibattito politico inglese sulla Siria e quello che il governo ha effettivamente fatto“, ha dichiarato Jon Lake, esperto di aeronautica militare. “La campagna aerea della Gran Bretagna in Siria finora è fondamentalmente insignificante, o può avere avuto poco, nel caso, impatto sull’equilibrio di potere sul campo“. Nel corso di una conferenza stampa congiunta con il segretario della Difesa Ash Carter a Washington, l’11 dicembre, Fallon affermava che la RAF avrebbe svolto “più attacchi di precisione contro le infrastrutture chiave”, tra cui “pozzi petroliferi, depositi di munizioni, logistica, comando e controllo, rotte tra Siria e Iraq“. Tuttavia non è successo, anche perché entrambe le nazioni, che operano secondo regole rigorose per impedire vittime civili, in gran parte hanno esaurito gli obiettivi siriani.
Il 1° dicembre, il giorno in cui la Gran Bretagna aderiva alla campagna aerea sulla Siria, il principale portavoce degli Stati Uniti, Colonnello Steve Warren, disse che non vi furono bombardamenti quella settimana perché, “non abbiamo avuto obiettivi negli ultimi due giorni, o non abbastanza“. Tra il 1° e il 22 dicembre, secondo i dati del Comando Centrale (CENTCOM), che dirige le operazioni aeree, la coalizione anglo-statunitense ed altri effettuò 148 attacchi aerei sulla Siria, una media di appena 7 al giorno o 49 alla settimana, meno del tasso già molto basso di attacchi alla Libia nel conflitto del 2011, meno della metà del numero di attacchi aerei nella campagna aerea sul Kosovo e una piccola frazione dell’intensità vista nelle precedenti campagne in Iraq. Il Generale Mark Welsh, Capo di Stato Maggiore dell’US Air Force, dichiarava: “Non assomiglierà mai alla prima campagna aerea della Guerra del Golfo. È il solo intento della strategia decisa, che si sia d’accordo o no“. Dei 148 attacchi aerei sulla Siria tra 1 e 22 dicembre, gli Stati Uniti ne effettuarono 127 e il “resto della coalizione” 21, secondo i dati del CENTCOM. È noto che i velivoli francesi hanno effettuato due attacchi in quel periodo, il che significa che non più di 19 attacchi furono effettuati dalla RAF. Un “attacco” significa che almeno una bomba fu sganciata o un missile sparato. Il ministero della Difesa inglese segnala tre missioni di attacco della RAF in Siria, dicendo di aver colpito almeno 17 obiettivi. L’attacco del drone del 25 dicembre vide il lancio di un solo missile Hellfire su un posto di blocco dello SIIL a sud di Raqqa. Il ministero della Difesa ha detto che il contributo della RAF nella ricognizione sulla Siria è più significativo, con alcuni rapporti indicare il 60 per cento della ricognizione tattica della coalizione. Ma non ha voluto specificare il numero delle missioni da ricognizione, però.1525999_-_mainTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le operazioni in Iraq nel settembre-dicembre 2015

Alessandro Lattanzio, 6/1/2016popup.iraq.anbar.province.2Il 18 settembre, la polizia federale irachena eliminava 22 terroristi del SIIL presso Ramadi, ad Albu Murad. A Baiji le forze di sicurezza irachene (ISF) liberavano il quartiere al-Tamim, eliminando 19 terroristi del SIIL, mentre ad al-Qalidiyah le ISF liquidavano due comandanti del SIIL, Abu Tamam al-Saudi e Abu Dhanun al-Muslawi. L’esercito iracheno respingeva l’assalto del SIIL a Baiji, nella provincia di Salahudin, eliminando 65 terroristi nel villaggio di al-Mazrah. Nelle operazioni antiterrorismo a Ramadi, provincia di Anbar, le ISF eliminavano 20 terroristi, “La forza aerea irachena ha bombardato una riunione di alti comandanti del SIIL in una casa nella zona di al-Bubali, nell’isola Qalidiya (23 km ad est di Ramadi). Il bombardamento ha provocato l’uccisione di 20 alti comandanti del SIIL, oltre a causare gravi perdite materiali e umane“, riferiva Ali Dawud delle forze di sicurezza irachene. Il comandante della polizia federale irachena, Tenente-Generale Raid Shaqir Judat, riferiva che “il bombardamento delle posizioni dei terroristi nel versante orientale di Ramadi ha provocato l’uccisione di almeno 22 militanti e ferimento di molti altri. Il battaglione missilistico della Polizia Federale irachena ha bombardato una riunione dei terroristi taqfiri del SIIL nella zona di Albu Murad, ad est di Ramadi, uccidendo 16 terroristi e ferendone altri 6. Un comandante del SIIL, Mahir Jamal Jazayi, e tre cittadini stranieri, erano tra i terroristi uccisi nel bombardamento della polizia, e Muhamad Jamal Jazayi era rimasto gravemente ferito“. Infine, le forze dell’Hashd al-Shabi irachene liquidavano nella città di Baiji il governatore del SIIL della provincia di Salahuddin, Mustafa al-Tiqriti. Il 23 settembre, aerei iracheni eliminavano 3 capi del SIIL, Yasir al-Jumaily, Abu Ubayda al-Jashami e Abu Islam. Abu Baqr al-Turqmani, eliminato il 10 settembre a Tal Afar, dirigeva la tratta delle donne della minoranza Yezidi, e il 5 luglio fu eliminato il terrorista francese David Drugeon, liquidato da un attacco aereo presso Aleppo, in Siria. Drugeon era l’esperto di esplosivi di al-Qaida. Il 26 settembre, negli attacchi aerei iracheni su Ramadi, almeno 40 terroristi del SIIL venivano eliminati, “Gli aerei militari iracheni hanno bombardato 7 autoveicoli del SIIL che trasportavano combattenti e armi nella zona di al-Malahma e Tal Mashahydah, ad est di Ramadi, con la conseguente eliminazione di 40 terroristi, oltre alla distruzione degli autoveicoli“. Inoltre, un drone del SIIL veniva abbattuto dalle truppe irachene presso Ramadi. L’esercito iracheno, l’Hashd al-Shaabi e la Liwa al-Badr avanzavano nel Governatorato di Anbar spezzando le linee del SIIL ad al-Hamidiyah, eliminando 20 terroristi, e liberando ampi territori nei Governatorati di Salahudin e Diyala. Il 30 settembre, le 1.ma, 7.ma e 10.ma Divisioni dell’esercito iracheno avanzavano su al-Hamidiyah, travolgendo i terroristi del SIIL, e su Albu Aytha, Albu Thyab e Albu Faraj, a nord di Ramadi. Secondo l’analista iracheno Muhamad Nana, “Washington fa pressione sul governo iracheno per escludere le forze popolari dalle operazioni nella provincia di Anbar”. Il portavoce del Ministero degli Esteri iracheno Ahamad Jamal annunciava che Baghdad aveva respinto la richiesta di Washington per dispiegare forza di terra statunitensi in Iraq, “Alcuni ufficiali statunitensi e generali delle forze anti-SIIL hanno indirettamente sottolineato la necessità d’inviare truppe statunitensi in Iraq per unirsi alla lotta contro il gruppo terroristico. Ma l’Iraq si oppone alla presenza di qualsiasi forza di terra di Stati Uniti o altri Paesi membri della coalizione contro i gruppi terroristici, perché il popolo iracheno non vuole soldati stranieri sul proprio territorio, e non vuole sperimentare ancora l’amara presenza militare degli Stati Uniti sulla propria terra“, ha aggiunto il portavoce. Qarim al-Nuri, un comandante delle forze popolari Hashd al-Shabi, aveva dichiarato, “Gli Stati Uniti non sacrificheranno un solo loro soldato per l’Iraq e la loro ingerenza negli affari del governo è un complotto per disintegrare l’Iraq. Pertanto le forze popolari non aspettano il permesso di nessuno e continueranno la lotta contro il SIIL“. Le forze irachene Hashd al-Shabi sequestravano materiale bellico saudita, tra cui munizioni e veicoli militari, a Samara, nella provincia di Salahudin. L’esercito iracheno aveva precedentemente sequestrato a Tiqrit e al-Anbar armi e mezzi forniti dall’Arabia Saudita.
Download.aspx L’8 ottobre, dopo aver liberato Qat al-Layna, la 5.ta e la 7.ma Divisione dell’esercito iracheno liberavano al-Adnaniyah, Albu Farad, Albu Risha e la periferia di Zanqura, presso Ramadi, tagliando le linee dei rifornimenti del SIIL per Ramadi. Oltre all’assalto a nord di Ramadi, paracadutisti iracheni atterravano nel quartiere centrale della capitale provinciale effettuando un’operazione speciale sulla 17.ma Strada, circondando i terroristi su tre lati. Inoltre, il comandante del SIIL Fadhil al-Ansari veniva liquidato dalle forze di sicurezza irachene in un’operazione presso Fallujah, che portava all’eliminazione di altri 20 terroristi. In un raid aereo iracheno, l’11 ottobre, veniva colpito un convoglio del SIIL nella provincia di Anbar, ad al-Qarablah, eliminando 25 terroristi, tra cui Fadil Ahmad Abdullah al-Hiyali, detto Abu Muslim al-Turqmani. Ex-colonnello dell’esercito iracheno di Sadam Husayn, al-Turqmani era il capo del consiglio militare dello SIIL. L’esercito e le forze volontarie iracheni sequestravano notevoli quantità di armamenti statunitensi, tra cui missili anticarro TOW-II nuovi di zecca, nelle posizioni del SIIL cadute nella regione di Fallujah, provincia di al-Anbar. Anche il capo dello SIIL Abu Baqr al-Baghdadi sarebbe stato ferito dal raid aereo iracheno e trasferito in Turchia per le cure, grazie a una serie di misure coordinate dalla CIA. “La CIA si è coordinata con l’organizzazione dell’intelligence turca per trasferire al-Baghdadi in Turchia“, affermava al-Manar TV. Anche due suoi collaboratori, feriti nell’attacco e catturati dalle forze irachene, confermavano che al-Baghdadi era stato ferito nell’attacco mentre si dirigeva ad al-Qarablah per partecipare ad un incontro con i capi del SIIL, nella parte occidentale della provincia di al-Anbar, vicino al confine con la Siria. Il 14 ottobre, l’esercito iracheno liberava completamente la più grande raffineria di petrolio del Paese, nella città di Baiji, provincia di Salahudin, mentre i militari iracheni liberavano Albu Faraj, a nord di Ramadi, eliminando decine di terroristi del SIIL. Il 15 ottobre, l’esercito iracheno liberava il Checkpoint Majid e la Torre delle Comunicazioni ad est della città di al-Baghdadi, nel Governatorato di al-Anbar. Inoltre, la 16.ma Brigata dell’esercito iracheno, in coordinamento con i comitati popolari, liberava il villaggio al-Tamim, presso Ramadi. Presso Baiji, nel Governatorato di Salahudin, Hashd al-Shabi liberava il villaggio Maqul. Il 18 ottobre, le forze paramilitari irachene dell’Hashd al-Shabi, sostenute dell’esercito e dalla polizia iracheni, iniziavano un’operazione verso Huijah. Le operazioni iniziavano in due aree, una a ovest di Qirquq, intorno ad al-Fatha, e l’altra a sud di Qirquq, vicino al campo petrolifero Alas. Il 21 ottobre, le forze irachene catturavano un colonnello israeliano della Brigata Golani assieme a numerosi terroristi del SIIL, “Le forze di sicurezza e popolari hanno preso prigioniero un colonnello israeliano. L’ufficiale sionista è un colonnello che aveva partecipato a operazioni terroristiche del gruppo taqfirita SIIL. Il nome del colonnello israeliano è Yusi Oulen Shahak, colonnello della brigata Golani dell’esercito del regime sionista, con il codice di sicurezza militare Re34356578765az231434“, dichiarava l’Esercito iracheno. Il portavoce di Haraqat al-Nujaba, Hashim al-Musavi, sottolineava che “La strategia delle forze irachene nell’assedio al SIIL nelle province di Salahudin e Anbar ha portato alle recenti vittorie”. “Le operazioni a Salahudin proseguiranno fino alla provincia di Niniwa“, dichiarava il portavoce delle forze volontarie irachene Ryan al-Qaldani. Al-Qaldani ribadiva che le forze irachene avevano recuperato la maggior parte delle aree nella regione di Baiji, “la raffineria di petrolio di Baiji, le regioni Shini e Bujard sono ora sotto il pieno controllo delle forze volontarie. Le operazioni iniziarono attaccando Ramadi e Falluja, tagliando le vie di approvvigionamento del SIIL in quelle città; poi siamo avanzati su Baiji iniziando le grandi operazioni per riconquistarla con un assedio da tre direzioni e tagliando i rifornimenti ai terroristi“. Baiji era cruciale per il controllo del territorio e l’avanzata nella provincia di Anbar. Le forze irachene avevano catturato il villaggio di al-Rabi per poi prendere il pieno controllo della raffineria di petrolio di Baiji, nella provincia di Salahudin, dopo aver liquidato, tra gli altri, l’emiro del SIIL della regione. Il 26 ottobre, raid aerei degli USA uccidevano 22 militari e volontari iracheni, “Gli aerei da guerra della coalizione hanno martellato le forze irachene che avanzavano nei pressi della città di Ramadi, dai ponti al-Jama e al-Davajan“, secondo una fonte delle forze di sicurezza irachena. Gli Stati Uniti avevano ripetutamente colpito le posizioni delle forze popolari irachene; già a giugno, i caccia statunitensi avevano colpito le posizioni delle forze irachene nella provincia di Anbar, come le basi dei battaglioni Hezbollah dell’esercito iracheno a Falluja, nella provincia di Anbar, uccidendo 6 soldati e ferendone altri 8; e a maggio aerei da guerra statunitensi avevano colpito una fabbrica di armi delle forze popolari nei pressi della capitale irachena, distruggendola completamente e uccidendo 2 volontari delle forze popolari irachene. Il 29 marzo, i caccia statunitensi colpirono per otto volte le postazioni delle forze popolari irachene vicino Tiqrit, ferendo numerosi combattenti. Il 28 ottobre, l’esercito iracheno eliminava Salam al-Saraya, capo del SIIL di Samara, assieme ad altri 20 terroristi, nelle operazioni a Maqul, nella provincia di Salahudin. Il 31 ottobre, le forze irachene eliminavano 62 terroristi del SIIL a Ramadi, nella provincia di Anbar. Inoltre le forze irachene distruggevano 19 posizioni del SIIL a Ramadi, Mosul, Sinjar e Tal Afar nella provincia di Niniwa. Le forze irachene liberavano Hasibah, al-Sajariyah, Thila e al-Sufiyah, ad est di Ramadi, eliminando decine di terroristi e di autoveicoli armati, mentre ad Albu Faraj, le forze militari e popolari irachene eliminavano altre decine di terroristi del SIIL. Ad ovest di Ramadi, le forze irachene avanzavano su al-Burishah e Zanqurah, e a sud l’esercito e le forze popolari iracheni avanzavano su al-Tamim.
CCSuD2zXIAAzRyv Il 3 novembre, il governo iracheno sequestrava due aerei, uno svedese e uno canadese, che trasportavano di nascosto armi nel Kurdistan, all’insaputa di Baghdad, “Il comitato di controllo del Baghdad International Airport ha scoperto un enorme numero di fucili dotati di silenziatore, armi leggere e medie. L’ambasciatore statunitense a Baghdad cercava d’inviare le armi nella regione del Kurdistan iracheno“. La settimana precedente le forze irachene avevano sequestrato materiale militare statunitense nelle posizioni dei terroristi, tra cui missili anticarro TOW-II, a Falluja. Il 4 novembre, le forze di sicurezza irachene eliminavano l’emiro del SIIL Abdultalha al-Lubnani e quattro sue guardie a Jarayishi, nel nord dell’al-Anbar. Inoltre, le forze irachene liberavano il ponte al-Jarayishi, tagliando i rifornimenti del SIIL da nord. Un aiutante del capo del SIIL Abu Baqr al-Baghdadi, di origine algerina, veniva liquidato presso Samara. Nel frattempo, aerei da guerra iracheni distruggevano 2 autobombe del SIIL nella zona di Sharif Abas, ad ovest di Samara. L’esercito iracheno e l’Hashd al-Shabi, liberando Baiji, nel Governatorato di Salahudin, e il jabal Maqul, avevano eliminato 920 terroristi del SIIL, e il 6 novembre liberavano Albu Mara, presso Ramadi. Le forze curde irachene lanciavano una grande operazione contro il SIIL nella città di Sinjar. Il 12 novembre, le forze irachene liberavano al-Zawiyah, nella provincia di Salahudin, mentre l’Hashd al-Shabi sventava due assalti del SIIL ad al-Fatha, a nord di Tiqrit, e ad al-Sad, ad ovest di Tiqrit, capitale della provincia di Salahudin. Le forze curde irachene tagliavano le linee di rifornimento del SIIL a Sinjar. Il portavoce del Pentagono Peter Cook affermava che i militari statunitensi collaboravano con i comandanti curdi, “ci sono dei consiglieri nel jabal al-Sinjar che aiutano a selezionare gli obiettivi per gli attacchi aerei“. 7500 soldati curdi avevano avviato l’operazione da diverse direttrici su Sinjar, alle 7:00 del 12 novembre, lungo l’autostrada che collega Mosul alla Siria. Il 13 novembre, l’8.va Divisione dell’Esercito iracheno liberava Albu Manahi e Albu Daij, della regione di Amariya, presso Falluja. Nel frattempo, i curdi liberavano 28 villaggi ed eliminavano 300 terroristi del SIIL presso Sinjar, liberando oltre 200 chilometri quadrati di territorio. Il 26 novembre, le forze irachene spezzavano l’ultima linea di rifornimento del SIIL a Ramadi, catturando il Ponte Palestina sul fiume Eufrate, a nord-ovest di Ramadi, e circondando la capitale della provincia di Anbar; “Questo progresso è molto importante“, dichiarava un colonnello della 9.na Divisione dell’Esercito iracheno, “il SIIL non può più inviare armi, cibo e attrezzature lungo il fiume come faceva in passato“. Il 30 novembre, le forze irachene isolavano completamente Ramadi, capitale della provincia di Anbar occupata dal SIIL da maggio 2015. “Abbiamo tagliato l’ultima linea di rifornimento del SIIL da Ramadi alla Siria. Le forze irachene strangoleranno i terroristi in città e avremo la vittoria in un paio di giorni“. Il 26 novembre gli attacchi aerei iracheni distruggevano 5 unità tattiche del SIIL, consentendo la presa di un ponte ad ovest della città, ultimo passaggio per le aree occupate dal SIIL. Liberando Ramadi, le forze irachene isolavano Falluja, una strategia respinta e criticata dagli statunitensi. Il Primo ministro iracheno Hadi al-Abadi aveva apertamente criticato la riluttanza degli Stati Uniti ad effettuare attacchi aerei su Ramadi e Falluja, ritardando l’operazione. Un ufficiale iracheno del centro operativo di Anbar affermava che il SIIL “Ha trasformato Ramadi in una bomba gigantesca. Il numero di IED, kamikaze e mine rallenta l’avanzata dei nostri soldati. Alcuni giorni possono muoversi solo per 50 metri perché devono distruggere 10 bombe piazzatevi dal SIIL“. Un comandante delle Forze volontarie irachene (Hashd al-Shabi), il Comandante del Qataib Imam Khamenei Haydar Husayni al-Ardavi, lamentava l’intromissione degli Stati Uniti nella lotta al SIIL, impedendo la sconfitta del gruppo terroristico e la liberazione delle città strategiche di Ramadi e Falluja, “L’intromissione degli Stati Uniti impedisce all’esercito e alle forze popolari iracheni di concludere la battaglia contro il SIIL a Ramadi e Falluja“. Abu Yusif al-Qazali, comandante del Qataib Sayad al-Shuhada, dichiarava “Gli USA spingono il governo di Baghdad ad impedire le operazioni per liberare Ramadi. Gli Stati Uniti da tempo cercano di costringere il governo a non impiegare le forze popolari nelle operazioni militari contro il SIIL, specialmente nelle operazioni di liberazione condotte in varie regioni irachene“, e Qarim al-Nuri, portavoce delle forze popolari irachene, dichiarava “l’interferenza degli statunitensi ha distorto le operazioni per liberare Ramadi.
IRAQ-UNREST-JIHADIST-MOSUL Il 5 dicembre, 150 soldati turchi appoggiati da 25 carri armati entravano a Bashiqa, a nord-est di Mosul, in territorio iracheno senza chiederne il consenso a Baghdad, “Le autorità irachene chiedono alla Turchia… di ritirarsi subito dal territorio iracheno. Abbiamo la conferma che le forze turche, consistenti in circa un reggimento corazzato con numerosi carri armati e artiglieria, sono entrate in territorio iracheno… presumibilmente per addestrare gruppi iracheni senza richiesta o autorizzazione dalle autorità federali irachene. Lo schieramento è considerato una grave violazione della sovranità irachena” dichiarava il governo di Baghdad. Secondo fonti turche, l’operazione fu discussa con Brett McGurk, coordinatore della lotta al SIIL del presidente degli USA Barack Obama, ad Ankara il 5-6 novembre. “Questa non è un’operazione della coalizione guidata dagli USA, ma li informiamo su ogni singolo dettaglio. Questa non è una operazione segreta“, dichiarava Ankara, che si rifiutava di ritirare i soldati, perché sarebbero stati inviati nell’ambito “di una missione internazionale per addestrare ed equipaggiare le forze irachene per combattere lo Stato islamico”. Ma il governo iracheno non avevano mai richiesto tale presenza. Erdogan aveva visitato il Qatar il 1° dicembre per firmare degli “accordi strategici”, e il 4-5 dicembre le truppe turche entravano in Iraq, e l’8 dicembre aerei da combattimento turchi violavano lo spazio aereo iracheno bombardando le regioni di al-Imadiya, Dairluq e Shilazi, nella provincia di Duhuq, e la regione del Kurdistan iracheno di Qandil. Il Comitato per la Sicurezza e la Difesa del Parlamento iracheno chiedeva la revisione o l’annullamento dell’accordo sulla sicurezza con Washington, secondo Hamid Mutlaq, parlamentare del Comitato per la sicurezza e la difesa, “Il governo e il parlamento iracheni devono rivedere l’accordo di sicurezza con gli Stati Uniti, perché Washington non è seria nella sua attuazione. Ne chiediamo la cancellazione. L’Iraq sarà difeso solo dai suoi figli, e la Turchia ritirerà le sue truppe dato che la terra dell’Iraq è sacra e la sua sovranità è una linea rossa. Abbiamo il diritto di dare a questo problema un carattere internazionale e domandare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il ritiro delle truppe turche“. Safa al-Tamimi, dell’Haraqat al-Sadr, dichiarava “Se le forze turche non si ritireranno dall’Iraq, la resistenza islamica le bersaglierà con nuove e avanzate tecniche, e l’Iraq mostrerà una reazione assai più seria”. Secondo il deputato Sarvah Abdulwahid, “Barzani ha ricevuto aiuti finanziari pari a 8 milioni di dollari durante l’ultima visita a Riyadh, da spartire tra familiari e alti funzionari della regione del Kurdistan“. Barzani aveva incontrato a Ryadh il re saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud e il ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr. Infine, il segretario della Difesa degli USA Ashton Carter affermava che l’esercito statunitense avrebbe schierato una nuova forza per operazioni speciali in Iraq. “L’Iraq non ha bisogno di forze di terra straniere e il governo iracheno si è impegnato a non consentire la presenza di una qualsiasi forza in terra irachena” rispondeva il premier Abadi, mentre Hadi Amiri, comandante dell’Organizzazione Badr, avvertiva che qualsiasi base degli USA in Iraq sarebbe stata considerata un “bersaglio”. Circa 3500 soldati statunitensi sono presenti in Iraq con compiti di addestramento e supporto delle forze irachene. Nel frattempo, un altro membro del Comitato per la sicurezza e la difesa, Isqandar Watut, dichiarava “Presto si avrà un incontro del Comitato con il Primo ministro Haydar Abadi, al quale proporremo la cooperazione con la Russia negli attacchi aerei contro il SIIL e nella lotta al terrorismo in Iraq“.
Il 7 dicembre, l’esercito iracheno entrava a Tamim, quartiere sud-ovest di Ramadi, che liberava completamente l’8 dicembre, mentre le forze governative occupavano anche una grande base del SIIL a nord di Ramadi, ed eliminavano 6 basi e decine di terroristi del SIIL ad Husaybah, nell’Anbar orientale. “Oggi, le nostre forze hanno liberato completamente l’area di al-Tamim dopo una feroce battaglia contro i terroristi del SIIL“, dichiarava Sabah al-Numan, portavoce del servizio antiterrorismo dell’Iraq. Il Maggior-Generale Hadi Irzayij, capo della polizia dell’Anbar, confermava che al-Tamim era stata liberata e il Generale di Brigata Yahya Rasul, portavoce del Comando delle operazioni congiunte, dichiarava “La liberazione di al-Tamim sarà di grande aiuto accelerando la liberazione di Ramadi“. 500 poliziotti venivano inviati da Habaniyah a controllare al-Tamim dopo la liberazione. Uno dei compiti principali era liberare l’area dalle bombe piazzate dallo SIIL. Il 12 dicembre, l’Aeronautica irachena eliminava 15 terroristi al confine con la Siria, “L’aviazione ha distrutto un quartier generale (del SIIL), uccidendo 15 militanti, molti sono rimasti feriti“, tra cui il vicecapo del SIIL Abu Ali, “Secondo le informazioni, è rimasto ferito ed è stato trasferito a Buqamal“, dichiarava il Ministero degli Interni dell’Iraq. Il 18 dicembre 30 soldati della 55.ma Brigata dell’esercito iracheno venivano uccisi da un attacco aereo statunitense su al-Naymiyah, nella provincia di Falujah. L’Esercito iracheno e le milizie alleate liberavano i 2/3 di Ramadi, eliminando decine di terroristi del SIIL asserragliatisi nel centro della città. Il 20 dicembre l’esercito e le forze popolari iracheni liberavano metà della regione di Albu Ziyab, a nord di Ramadi. Le forze dell’8.va Divisione dell’esercito iracheno e 5 battaglioni delle tribù Anbar entravano nel centro di Ramadi liberando i quartieri Baqr e Aramil, mentre 300 terroristi del SIIL combattevano facendosi scudo dei civili.
CCX5kI9W8AA4PF_ Il 22 dicembre, le forze irachene raggiungevano il ponte al-Qur sul fiume Tigri. Le forze irachene liberavano i quartieri al-Dubat e al-Jirayshi a sud di Ramadi, mentre nel quartiere al-Armal le forze irachene eliminavano una dozzina di terroristi e sgombravano la strada tra al-Budhyab e al-Jirayshi. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito iracheno, Uthman al-Ghanamai, aveva dichiarato che “L’esercito iracheno ha preso d’assalto le prime linee dei terroristi del SIIL nel centro della città ed ora è impegnato in una seria battaglia per le strade con i terroristi taqfiri. Circa 250-300 militanti del SIIL sono intrappolati nel centro della città, senza via di fuga, e le forze pro-governative hanno deciso di utilizzare questa occasione per dargli la caccia a uno a uno. Le unità dei genieri dell’esercito iracheno erano impegnate sin dalle primi ore di questa mattina a smantellare oltre un migliaio di ordigni esplosivi improvvisati (IED) piazzati dal SIIL nel centro della città. Le forze irachene hanno limitato l’uso dell’artiglieria sulle posizioni del SIIL in città, nel tentativo di evitare vittime civili“. Il Generale di Brigata Ismail al-Mahlavi, comandante dell’operazione di Liberazione dell’al-Anbar, dichiarava che una grande quantità di armi ed equipaggiamenti del SIIL era stata distrutta e che i terroristi erano fuggiti. “Il 60 per cento di Ramadi è ora sotto il controllo delle forze irachene ed è stato epurato dai terroristi taqfiri“, dichiarava Raja Baraqat, del Comitato di sicurezza del governatore di al-Anbar, e il Ministro della Difesa iracheno, Qalid al-Ubaydi, annunciava che “Perdere la città Ramadi sarà una pesante sconfitta per il SIIL, mutando l’equilibrio delle forze a Ramadi, e sarà un cambio fondamentale“. Il 24 dicembre, le forze irachene catturavano l’emiro del SIIL di Ramadi Abu Baqr, e le forze di sicurezza irachene sventavano un attentato al quartier generale della Polizia Federale di Ramadi eliminando 7 attentatori suicidi del SIIL. Il 26 dicembre, l’Esercito iracheno liberava l’ultimo sito controllato dal SIIL nel centro di Ramadi, dopo aver eliminato più di 30 terroristi, e liberava la sede governativa e l’Ospedale Nazionale di Ramadi. Il SIIL subiva la peggiore sconfitta dalla liberazione di Tiqrit, nel 2014. Il 27 dicembre le forze irachene liberavano completamente Ramadi. Il portavoce dell’Esercito iracheno confermava che, “Questa operazione ha riunito 11 formazioni militari irachene e liberato 34 località dell’al-Anbar“, spezzando i collegamenti tra il SIIL nell’Iraq occidentale e il SIIL in Siria. L’operazione per la liberazione di Ramadi non vide la partecipazione della coalizione anti-SIIL degli USA. Secondo una fonte del governo iracheno, “le forze statunitensi che operano in Iraq dal centro operativo di Baghdad definiscono unità, giorno e ora degli attacchi contro il SIIL. Se vogliamo beneficiare dell’appoggio dell’US Air Force per sconfiggere il gruppo terroristico, dobbiamo inchinarci al comando statunitense. Non è improbabile che un eventuale coordinamento turco-statunitense comunichi al SIIL permettendo ai terroristi di ritirarsi verso il confine siriano-iracheno. Questa è l’informazione che i nostri droni hanno raccolto nei giorni precedenti l’attacco su Ramadi. La nostra intelligence ha informato gli statunitensi sui movimenti del SIIL. Non ci fu permesso di attaccarlo e nessuno nel governo può contraddire gli statunitensi, per il momento. Gli Stati Uniti hanno ordinato a Baghdad di tenere l’Hashd al-Shabi lontano dal campo di battaglia di Anbar, forse per garantire la via di fuga al SIIL, ridurre l’influenza iraniana e ridimensionare la vittoria dell’Iraq. Gli USA hanno chiesto a Baghdad di cambiare i vertici dei servizi antiterrorismo, d’intelligence e della sicurezza dell’Esercito e del Ministero degli Interni. Inoltre, il Segretario generale del Consiglio dei Ministri è stato suggerito dagli statunitensi e quindi nominato a tale posizione. Gli Stati Uniti vogliono una squadra omogenea favorevole alla loro politica e alla presenza delle forze statunitensi in Iraq. L’era di ostilità dell’ex-Primo ministro Nuri al-Maliqi, che ha portato al ritiro delle forze dalla Mesopotamia, è finita e la politica adottata in questo momento consiste nel ridurre l’influenza del Maggior-Generale della Guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC) Qasim Sulaymani su certi gruppi armati iracheni. Ciò che contribuisce nel successo di tale politica è che il Primo ministro Haydar al-Abadi è in cattivi rapporti con Sulaymani. Fin dall’inizio, Abadi credeva che Sulaymani avesse intenzione di rimuoverlo dal potere, sostenendo al-Maliqi e altri per sostituire l’attuale premier. L’Iran controlla varie organizzazioni militari che combattono nelle Unità di Mobilitazione Popolare, assai presenti sul campo di battaglia in Iraq e Siria. Tale influenza ha convinto al-Abadi ad aprirsi allo “Zio Sam” invece che al Wilayat-al-faqih. Questo è il motivo per cui Abadi, su esplicita richiesta statunitense, rifiutava qualsiasi assistenza aerea militare della Russia in Iraq, a differenza del presidente siriano Bashar al-Assad. Il primo ministro iracheno sa che gli Stati Uniti vorrebbero vedere 3 cantoni iracheni, uno per i curdi, uno per i sunniti e l’altro per gli sciiti. Gli statunitensi sostengono anche la presenza turca in Iraq. Incontrando il vicedirettore dell’intelligence francese, Abadi ha detto: ‘Il Medio Oriente non sarà più lo stesso di prima. Ciò che appare sempre più chiaro ora e che il SIIL è un giocattolo usato dagli attori per modificare la mappa del Medio Oriente’“. Secondo il comandante dell’Hashd al-Shabi (Raggruppamento del Popolo), Haydar al-Husayni al-Ardavi, gli Stati Uniti avevano evacuato i capi del SIIL durante le operazioni speciali a Ramadi e Falluja, “Il rallentamento delle operazioni speciali nelle città di Ramadi e Falluja, nella provincia di al-Anbar, è dovuto all’interferenza degli Stati Uniti. Tutto indica che hanno deciso di evacuare i capi del SIIL con gli elicotteri, versi una destinazione sconosciuta“.
Il 30 dicembre, il ministro degli Esteri iracheno Ibrahim al-Jafari avvertiva che l’Iraq avrebbe fatto ricorso a mezzi militari se costretto a difendersi dall’intrusione delle forze turche nel Nord, “Se non c’è altra soluzione, se non quella militare, allora l’adotteremo. Se siamo costretti a combattere e difendere le nostre sovranità e ricchezza, saremo costretti a combattere“. Il 4 dicembre, la Turchia aveva inviato presso Mosul 150 soldati appoggiati da 25 carri armati e il 20 dicembre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ne annunciava il ritiro delle truppe, ma non l’attuava.
Il 5 gennaio, l’Esercito iracheno eliminava centinaia di terroristi presso Ramadi, “Le forze irachene, sostenute dalle unità dell’Aeronautica e dell’artiglieria, colpivano diverse posizioni del SIIL ad Haditha e nella regione di Barwana, ad ovest di Ramadi. Oltre 250 terroristi sono stati uccisi e 100 veicoli del gruppo distrutti nell’attacco“. Le truppe irachene rastrellavano il mercato di Ramadi, la clinica, i quartieri al-Saliah e al-Jamiah a nord della città, e riprendevano il ponte al-Jazira, a nord della città. Inoltre, aerei da combattimento iracheni bombardavano le posizioni del SIIL nella provincia di Anbar, a Barwanah, eliminando oltre 60 terroristi, tra cui il ministro della guerra dello Stato islamico Samir Muhamad Matlub al-Mahlawi, e tre suoi aiutanti. Al-Mahlawi era un ex-capo di al-Qaida in Iraq, sodale di Abu Musab al-Zarqawi. Il 26 dicembre, le forze armate irachene avevano eliminato Sad al-Abidi ad al-Qalidiya, a 23 chilometri ad est di Ramadi. Al-Abidi era il responsabile dell’addestramento dei terroristi del SIIL a Ramadi e Falluja.Members of the Iraqi Special Operations Forces take their positions during clashes with the al Qaeda-linked Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) in the city of Ramadi

Iraq.All.01Note:
Ali Jahjm
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