Perché la Siria vince: avanza verso una vittoria strategica che trasformerà il Medio Oriente

Prof. Tim Anderson Global Research, 10 agosto 201517328La Siria sta vincendo. Nonostante lo spargimento di sangue e la grave pressione economica, la Siria avanza verso la vittoria militare e strategica che trasformerà il Medio Oriente. Vi sono prove evidenti che i piani di Washington, per il ‘cambio di regime’, sabotaggio dello Stato o smembramento del Paese su linee confessionali, sono falliti. Fallimenti che saranno fatali per il sogno degli Stati Uniti, annunciato una decina di anni fa da Bush figlio, di un servile ‘Nuovo Medio Oriente’. La vittoria della Siria è una combinazione di solido sostegno popolare all’esercito nazionale, di fronte al circolo vizioso dei settari islamici (taqfiri), fermo sostegno degli alleati più stretti e frammentazione delle forze internazionali contrarie. Le difficoltà economiche, compresi blackout regolari, sono peggiorati ma non hanno spezzato la volontà del popolo siriano di resistere. Il governo assicura che gli alimenti di base siano accessibili e mantiene istruzione, salute, sport, cultura e altri servizi. Una serie di Stati ostili ed agenzie delle Nazioni Unite riprendono i rapporti con la Siria. La sicurezza migliora, il recente accordo delle grandi potenze con l’Iran e altre mosse diplomatiche favorevoli sono tutti segnali che l’Asse della Resistenza si rafforza. Non ne sapreste molto dai media occidentali, che mentono persistentemente sul carattere del conflitto e della crisi. Le caratteristiche principali di tale inganno sono nascondere il sostegno della NATO ai gruppi taqfiri, strombazzarne le avanzate ed ignorare le controffensive dell’esercito siriano. In realtà, i terroristi filo-occidentali non hanno compiuto alcun progresso strategico con una marea di combattenti stranieri che li aiuta ad occupare parte di Aleppo da metà 2012. Nella mia seconda visita in Siria dalla crisi, nel luglio del 2015, ho potuto vedere come la sicurezza sia migliorata nelle grandi città. Nella prima visita, nel dicembre 2013, anche se i tagliagole della NATO erano stati espulsi da Homs e Qusayr, erano nell’antico borgo di Malula e sulle montagne Qalamun, così come attaccavano la strada per Suwayda. Quest’anno abbiamo viaggiato liberamente da Suwayda a Damasco, Homs e Lataqia, con una sola deviazione ad Harasta. Alla fine del 2013 c’erano attacchi con mortai quotidiani su Damasco orientale; quest’anno assai meno. L’esercito sembra controllare il 90% delle aree densamente popolate.
Controllato un primo fatto: non ci sono ‘ribelli moderati”. Il movimento di riforma politica fu sostituito dall’insurrezione islamista saudita nel marzo-aprile 2011. Nei primi mesi della crisi, da Dara ad Homs, gruppi armati come la brigata al-Faruq erano estremisti sostenuti da Arabia Saudita e Qatar che commisero atrocità, fecero saltare in aria ospedali, avevano slogan genocidi e praticavano la pulizia etnica settaria (1). I siriani oggi li chiamano tutti ‘Daash’ (SIIL) o ‘mercenari’, senza preoccuparsi troppo delle diverse sigle. La recente dichiarazione del capo dei ‘ribelli moderati’ Lamia Nahas che, in Siria, “le minoranze sono il male e vanno eliminate’, proprio come Hitler e gli ottomani fecero (2), sottolinea tale fatto. Il carattere del conflitto è sempre quello dello scontro tra uno Stato autoritario ma pluralista e socialmente inclusivo, e gli islamisti settari filo-sauditi, ascari di grandi potenze.
Controllato un secondo fatto: quasi tutte le atrocità attribuite all’esercito siriano sono opera delle bande filo-occidentali, secondo la strategia per provocare un maggiore intervento occidentale. Ciò comprende le screditate affermazioni sulle armi chimiche (3) e pretese su danni collaterali delle cosiddette ‘bombe barile’. Il giornalista statunitense Nir Rosen scrisse nel 2012, ‘Ogni giorno l’opposizione indica un numero di vittime, di solito senza alcuna spiegazione… Molti dei presunti morti sono infatti combattenti dell’opposizione, ma… descritti come civili innocenti uccisi dalle forze di sicurezza’ (4). Tali relazioni dell’opposizione sono ancora usate da formazioni partigiane come Amnesty International (USA) e Human Rights Watch, rafforzando la propaganda di guerra. L’esercito siriano ha infatti eliminato terroristi catturati, e la polizia segreta continua a detenere e maltrattare i sospettati collaboratori dei terroristi. Ma è un esercito che gode del fortissimo sostegno popolare. Le bande islamiste, d’altra parte, si vantano apertamente delle atrocità e hanno scarso sostegno dell’opinione pubblica.
Controllato un terzo fatto: mentre c’è una ‘presenza’ terrorista in gran parte della Siria, né il SIIL né qualsiasi altro gruppo armato ‘controlla’ il territorio siriano più popolato. Agenzie occidentali (come Janes e ISW) confondono regolarmente presenza con controllo. Nonostante le offensive del SIIL su Dara, Idlib e Homs orientale, le aree densamente popolate della Siria sono sotto un controllo dell’esercito notevolmente più forte che non nel 2013. Solo alcune zone furono occupate per mesi o anni. In ogni confronto, l’esercito vince generalmente, ma è sotto pressione e non raramente compie una ritirata tattica, combattendo su decine di fronti. L’esercito siriano ha rafforzato la presa su nord di Aleppo, Duma e Harasta, e ha vinto recentemente ad Hasaqah, Idlib e Dara. Con la forza Hezbollah, l’esercito ha praticamente eliminato SIIL e partner litigiosi dalle montagne del Qalamun, lungo il confine con il Libano.
253241 Nonostante anni di terrorismo e di gravi sanzioni occidentali lo Stato siriano funziona sorprendentemente bene. Nel luglio 2015 il nostro gruppo ha visitato grandi centri sportivi, scuole e ospedali. Milioni di bambini siriani frequentano la scuola e centinaia di migliaia di persone studiano ancora nelle università, per lo più senza tasse. Disoccupazione, carenze e blackout elettrici affliggono il Paese. I taqfiri hanno preso di mira gli ospedali dal 2011, e inoltre attaccano regolarmente le centrali elettriche, spingendo il governo al razionamento dell’energia elettrica, fin quando il sistema viene riattivato. Vi sono gravi carenze e povertà, ma nonostante la guerra, la vita quotidiana continua. Ad esempio, ci fu una polemica nel 2014 sulla costruzione del complesso ‘Uptown’ a New Sham, grande città satellite di Damasco. La struttura comprende ristoranti, negozi, impianti sportivi e, al centro, giostre per bambini e altri divertimenti. ‘Come può lo Stato spendere così tanti soldi su questo, quando così tante persone soffrono per la guerra?’, una parte diceva, e l’altra rispondeva che la vita va avanti e le famiglie devono vivere. Dopo il Ramadan, durante l’Ayd, abbiamo visto migliaia di famiglie frequentare il complesso adattato ai bambini. Le procedure per la sicurezza sono ‘normali’. Frequenti posti di blocco dell’esercito s’incontrano con notevole pazienza. I siriani sanno che servono per la loro sicurezza, in particolare contro auto e camion bomba usati dagli islamisti. I soldati sono efficienti ma umani, spesso scambiano una chiacchierata amichevole con la gente. La maggior parte delle famiglie ha membri nell’esercito e molte hanno perso dei cari. I siriani non sopportano il coprifuoco o nascondersi dietro i soldati, come tanti fecero sotto le dittature fasciste sostenute dagli USA in Cile e Salvador, in passato. Nel nord, il sindaco di Lataqia ci ha detto che la provincia da 1,3 milioni è passata ora ad oltre tre milioni di abitanti, avendo assorbito sfollati da Aleppo, Idlib e altre zone settentrionali interessate dalle incursioni dei terroristi settari. La maggior parte è negli alloggi gratuiti o sovvenzionati dal governo, da familiari e amici, in affitto o in piccole imprese. Abbiamo visto 5000 persone, molte di Hama, nel grande complesso sportivo di Lataqia. Nel sud, Suwayda ospita 130000 famiglie sfollate da Dara, raddoppiando la popolazione della provincia. Eppure Damasco detiene la maggior parte dei sei milioni di sfollati interni e, con un piccolo aiuto dall’UNHCR, governo ed esercito ne organizzano la cura. I media occidentali parlano solo dei campi profughi in Turchia e Giordania, strutture controllate dai gruppi armati.
Army_victory Il “regime che attacca i civili” o le aree civili ‘indiscriminatamente’ bombardate sono solo propaganda islamista su cui i media occidentali si basano. Il fatto che, dopo tre anni, aerei ed artiglieria siriani non hanno raso al suolo aree occupate come Jubar, Duma e nord di Aleppo, smentisce le accuse all’esercito. Si può essere quasi certi che i media occidentali la prossima volta che parleranno di ‘civili’ uccisi da ‘indiscriminati’ bombardamento del governo siriano, avranno come fonte gli islamisti sotto attacco. Questa guerra si combatte sul terreno, un edificio dopo ‘altro, con molte vittime nell’esercito. Molti siriani ci hanno detto che volevano che il governo radesse al suolo queste città fantasma, dicendo che gli unici civili rimasti sono famigliari e collaboratori dei gruppi estremisti. Il governo siriano procede con maggiore cautela. Gli Stati regionali vedono ciò che accade e cominciano a ricostruire i legami con la Siria. Washington sostiene ancora le sue menzogne sulle armi chimiche (di fronte all’evidenza), ma ha perso lo stomaco per l’escalation verso la fine del 2013, dopo il confronto con la Russia. Sono ancora molto bellicosi (5) ma va notato che Egitto ed Emirati Arabi Uniti (EAU), poco prima nemici della Siria, normalizzano le relazioni diplomatiche con Damasco. Gli Emirati Arabi Uniti, forse la più ‘flessibile’ delle monarchie del Golfo ed anche legati al sostegno al SIIL del vicepresidente Joe Biden(6), hanno le loro preoccupazioni. Di recente hanno arrestato decine di islamici per un complotto volto a sostituire la monarchia assolutista con un califfato assolutista (7). L’Egitto, di nuovo in mani militari dopo che il breve governo della Fratellanza musulmana voleva unirsi all’aggressione contro la Siria, affronta il proprio terrorismo settario, sempre della Fratellanza. Il più grande dei Paesi arabi ora difende l’integrità territoriale della Siria e il valore (almeno a parole) delle campagne siriane contro il terrorismo. L’analista egiziano Hasan Abu Talib definisce questo messaggio ‘condanna e rifiuto delle mosse unilaterali della Turchia contro la Siria”(8). Il governo Erdogan ha cercato di posizionare la Turchia a capo dei Fratelli musulmani regionali, ma ha perso alleati, è spesso in contrasto con i partner anti-siriani e subisce il dissenso interno. Washington ha cercato di utilizzare i curdi separatisti contro Baghdad e Damasco, mentre la Turchia li vede come seri nemici e gli islamisti filo-sauditi li massacrano come musulmani ‘apostati’. Da parte loro, le comunità curde godono di maggiore autonomia in Iran e Siria. Il recente accordo di Washington con l’Iran è importante, mentre la Repubblica islamica è il più importante alleato regionale della Siria secolare ed avversario fermo degli islamisti sauditi. L’affermazione del ruolo dell’Iran nella regione sconvolge sauditi e Israele, ma fa ben sperare per la Siria. Tutti i commentatori vedono manovre diplomatiche per posizionare l’Iran dopo l’accordo e, nonostante la recente esclusione dell’Iran dal vertice tra i ministri degli esteri russo, statunitense e saudita, non c’è dubbio che la presa dell’Iran si sia rafforzata negli affari regionali. Un insolito incontro tra il capo dell’intelligence della Siria, Generale di Brigata Ali Mamluq, e il ministro della Difesa saudita principe Muhamad bin Salman (9), mostra anche che il governo siriano ha ripreso i colloqui diretti con il principale sponsor del terrorismo nella regione.
La Siria è vincente perché il popolo siriano ha sostenuto il suo esercito contro le provocazioni settarie, combattendo per lo più battaglie contro il terrorismo cosmopolita di NATO e monarchie del Golfo. I siriani, tra cui i più devoti musulmani sunniti, non accetteranno mai i boia pervertiti e settari dell’Islam promosso dalle monarchie del Golfo. La vittoria della Siria avrà ampie implicazioni. E l’incantesimo delle montagne russe di Washington sul ‘cambio di regime’ nella regione, dall’Afghanistan all’Iraq alla Libia, finirà. Oltre morte e miseria causate da tale guerra sporca, assistiamo all’emergere di un forte ‘Asse della resistenza’. La vittoria della Siria sarà anche quella dell’Iran e della Resistenza libanese guidata da Hezbollah. Inoltre, il conflitto ha contribuito a costruire una significativa cooperazione con l’Iraq. La progressiva integrazione di Baghdad nell’Asse siglerà l’umiliante sconfitta dei piani per un ‘Nuovo Medio Oriente’ dominato da USA-Israele-Arabia. Questa unità regionale ha un prezzo terribile, ma arriva, comunque.

1085384Riferimenti:
1) Tim Anderson (2015) ‘Daraa 2011: Syria’s Islamist Insurrection in Disguise’, Global Research, 5 giugno
2) The Angry Arab (2015) ‘This is what the candidate for Syria’s provisional (opposition) government wrote on Facebook: a holocaust’, 4 agosto
3) Tim Anderson (2015) ‘Chemical Fabrications: East Ghouta and Syria’s Missing Children’, Global Research, 12 aprile
4) Nir Rosen (2012) ‘Q&A: Nir Rosen on Syria’s armed opposition’, Al Jazeera, 13 febbraio
5) Press TV (2015) ‘Syria ‘should not interfere’ in militant ops by US-backed groups’, 3 agosto
6) Adam Taylor (2014) ‘Behind Biden’s gaffe lie real concerns about allies’ role in rise of the Islamic State’, Washington Post, 6 ottobre
7) Bloomberg (2015) ‘U.A.E. to Prosecute 41 Accused of Trying to Establish Caliphate’, 2 agosto
8) Reuters (2015) ‘Egypt defends Syria’s territorial unity after Turkey moves against IS’, 2 luglio
9) Zeina Karam and Adam Schreck (2015) ‘Iran nuclear deal opens diplomatic channels for Syria’, AP, 6 agosto

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA dialogano di nascosto con Damasco via Mosca

Nahad Hatar, al-Aqbar, 5 agosto 2105 – The Sakera116a11f-1b4d-4edd-8c6b-4e0c5e233492-2060x1236La scena regionale e internazionale si presenta come un caleidoscopio di colori in un dipinto di fantasia. Tuttavia, questo è ciò che accade tra due fasi e due regimi regionali. Dopo che le grandi potenze hanno raggiunto un accordo e dopo i colloqui statunitensi-iraniani e russo-sauditi sul nuovo ordine in Medio Oriente, l’ultimo sviluppo è il dialogo segreto siriano-statunitense. Anche se è vero che è un dialogo di basso profilo, avviato da mediatori iracheni, le comunicazioni sulla sicurezza sono divenute discussione politica avviata da diplomatici statunitensi, dovuto al riconoscimento statunitense dello status quo in Siria, dove non c’è alternativa al Presidente Bashar al-Assad con cui dialogare non di politica interna, ma di come coordinare la lotta al terrorismo, risolvere il problema curdo i cui combattenti non sono classificati terroristi, ecc. Mentre il segretario di Stato John Kerry continua a blaterare di esclusione del Presidente Assad dalla soluzione politica in Siria, i suoi capi hanno avuto discussioni approfondite con gli omologhi siriani. Gli statunitensi hanno accettato di ampliare gli attacchi aerei alle organizzazioni terroristiche, incluso Jabhat al-Nusra ed alleati, oltre al SIIL. Ciò è considerato una vittoria politica della Siria che invariabilmente affrontava il pericolo di Jabhat al-Nusra ri-armato e descritto come “opposizione moderata” dagli USA. Così, l’80 per cento delle forze antigovernative è preso di mira sulla base dell’accordo statunitense-siriano. Ciò può essere considerato la pietra angolare della nuova coalizione anti-terrorismo, come suggerito dalla Russia. Per gli altri combattenti, locali e collegati all’intelligence occidentale o del GCC, sono in corso discussioni per decidere di loro, compresa la fusione di alcuni elementi dell’ELS con le Forze di difesa nazionale siriane.
Ironia della sorte, Washington è ora più vicina a Damasco che ad Ankara che non ha ancora reciso i suoi forti legami con le organizzazioni terroristiche e che continua a sfruttare la guerra al terrorismo per colpire il PKK, il tutto mentre il ramo siriano è alleato a siriani e statunitensi. Il presidente turco Erdogan avrà presto due scelte; unirsi alla coalizione anti-terrorismo, non solo a parole, o perdere la copertura politica per affrontare il PKK e il suo destino nazionale. L’annuncio statunitense di assicurare la difesa aerea all'”opposizione moderata” è in realtà diretto contro al-Nusra, SIIL e Turchia, e non contro i siriani. La formulazione della dichiarazione però, che include l’Esercito arabo siriano tra gli obiettivi, è semplicemente politico. L’analisi trova congruenza con l’ambiguo appoggio statunitense alla creazione della “zona di sicurezza” nel nord della Siria. Cosa è stato davvero raggiunto e se ha qualche differenza sul terreno creare un raggruppamento per riordinare i combattenti che non appartengono a SIIL, al-Nusra e partner? Comunque, qualsiasi passo in tale direzione non ci sarà senza consultare i siriani. Nel frattempo, il ministro degli Esteri siriano Walid Mualam ha ricevuto un invito formale dall’omologo omanita Yusif bin Alawi a visitare Muscat per discussioni bilaterali, per portare all’incontro tra Mualam e l’omologo saudita Adil al-Jubayr. Un incontro trilaterale che può anche accadere in questa visita. L’iniziativa dell’Oman rientra nella successione crescente di eventi nella ricerca di una risoluzione, i cui aspetti salienti sono stati chiariti al vertice russo-saudita-statunitense di Doha, che non era in contraddizione, ma di fatto integrava, l’iniziativa iraniana discussa al vertice russo-iraniano-siriano di Teheran, lanciando ciò che segnerebbe la fine della guerra in Siria. La nuova fase avrà un ordine del giorno preciso: lotta a terrorismo e fondamentalismo, contenere i Fratelli musulmani, sicurezza regionale, ridurre i conflitti geo-politici e settari, raggiungere risoluzioni su temi caldi, cooperazione regionale e internazionale nella ricostruzione. In breve, il mancato isolamento dell’Iran e della frattura di Siria, Hezbollah e Huthi, insieme alla lotta nel Bahrayn, hanno portato a riconoscere una nuova struttura politica regionale, riconoscendo influenza e interessi regionali russi nonché l’Iran grande potenza regionale, senza dimenticare l’Esercito arabo siriano ed Hezbollah partner cruciali nella lotta alle organizzazioni terroristiche e nel garantire la sicurezza regionale.
Nello Yemen, dopo la svolta militare di Aden, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti possono dichiarare vittoria e avviare negoziati per giungere ad una soluzione politica che in realtà significherà un accordo tra Riyadh e Huthi riconosciuti come forza fondamentale nella Repubblica dello Yemen. Mentre i dossier siriano e yemenita sono seguiti, il primo ministro del Bahrayn Qalifa bin Salman, considerato di grande ostacolo alla riconciliazione, potrebbe dimettersi, aprendo la via a una risoluzione sul modello del Quwayt. Il viceprincipe ereditario e ministro della Difesa saudita Muhamad bin Salman si è affrettato a visitare l’alleato giordano per dirgli “game over!” Il comando che dirige la lotta nel sud della Siria sarà chiuso e si separeranno dal suo esercito i politici e combattenti che appartengono ad al-Nusra, lasciato senza alcuna protezione. Amman, che non ha fatto alcuna chiara dichiarazione sull’accordo nucleare iraniano e conseguenti ricadute, ha ricevuto il via libera nel prendere provvedimenti. Il governo giordano offre sicurezza e logistica a Damasco, in cambio vuole riconciliazione e risoluzione del problema dei rifugiati siriani in Giordania. I rifugiati siriani sono anche un problema per il Libano. Va notato che diversi interessi libanesi, con l’eccezione di Hezbollah, sono esclusi da discussioni e sistemazioni.
Nel corso di questi sviluppi, è stato interessante vedere il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov trovare tempo e preoccupazione per incontrare il capo del Politburo di Hamas, Qalid Mishal, e di scrivere due lettere, la prima ai leader regionali e internazionali per affermare che Mosca s’impegna per la causa palestinese, accantonata dall’inizio della primavera araba, e la seconda indirizzata ad Hamas, sollecitandolo a rivedere la posizione sui recenti sviluppi regionali, soprattutto in Egitto.

syria-join-chemical-weapons-conventionTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Infranti i piani sauditi

Ghassan Kadi al-Akhbar 31 luglio 2015 – Intibah WakeUpWO-AR002_RUSIRA_GR_20140116174951L’incontro del miracolo” è accaduto. Il direttore della sicurezza siriana Generale Ali Mamluq visitava Riyadh incontrando il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman (figlio del re) a seguito di un’iniziativa russa. Le differenze furono discusse. Il funzionario siriano chiese: “Come potete seguire uno Stato come il Qatar?“. Il ministro della Difesa saudita rispose: “il punto cruciale del conflitto con voi è la vostra alleanza con l’Iran“. Il 19 giugno, il Presidente Putin ricevette il ministro della Difesa e principe ereditario saudita. L’incontro con il “re senza corona” affrontò molte questioni: Yemen, vendita di armi, reattori nucleari, prezzo del greggio e più importante Siria e terrorismo. Chiaramente Putin si era preparato all’incontro molto bene su: la previsione russa che l’accordo nucleare con l’Iran fosse una “cattiva notizia” per Riyadh.
Era chiaro che il SIIL si ammutina ai suoi vecchi sostenitori divenendo un pericolo internazionale, soprattutto per l’Arabia Saudita, considerato il suo status di casa dell’Islam. È anche un pericolo per la Russia, dato che molti suoi combattenti provengono dall’Asia centrale. È evidente che la guerra allo Yemen non sia una passeggiata e che possa essere un lunga guerra. L’Arabia Saudita aveva già dato segni d’insoddisfazione sull’aiuto inadeguato degli statunitensi convincendosi che qualsiasi sistemazione richieda un ruolo russo, soprattutto quando la Russia ha posto il veto alla risoluzione ONU su iniziata saudita per imporre allo Yemen il capitolo 7 vietando eventuali rifornimenti di armi agli huthi e altre sanzioni ai suoi leader. Va ricordato che il precedente ministro degli Esteri saudita Saud al-Faysal fu uno dei più accaniti sostenitori della risoluzione fallita insieme al principe Bandar bin Sultan, licenziato il 29 aprile. Mosca ha colto il momento e Putin ha spiegato la situazione in Siria a Muhamad bin Salman: dopo quattro anni di combattimenti c’è un cambio tangibile dell’umore internazionale. Ginevra 3 non è più considerata, né lo sono Mosca 3 o 4. Nel frattempo il terrorismo striscia verso la patria, la posizione dell’esercito siriano sul campo migliora e non ci sono più parti convinte che il “regime” siriano cadrà prima di quelli in Arabia Saudita e Turchia. Non c’è alcuna opzione se non cooperare con Assad per combattere il terrorismo che minaccia tutti. Il principe Saudita sembrava convinto, anche se molto a malincuore, che l’essenza dell’arringa di Putin era che il “regime” siriano rimarrà. Ciò incoraggiava l’ospite a fare un passo ulteriore e suggerire un incontro tra il principe e un ufficiale siriano, senza precondizioni. Dieci giorni dopo, il 29 giugno, il Ministro degli Esteri siriano Walid Mualam, insieme al suo vice Faysal al-Maqdad e a Buthayna Shaban, consigliera del presidente siriano, arrivarono a Mosca. Putin rinnovava l’impegno verso “governo e popolo” della Siria, suggerendo la formazione di una coalizione anti-terrorismo tra Siria, Arabia Saudita, Turchia e Giordania. L’Iran veniva escluso essendo i russi attenti a non intimidire i sauditi. Gli inviati siriani non poterono nascondere di essere sorpresi, ed è ciò che Mualam poi indicò quando disse che questo “richiederà un miracolo”. Putin insistette tuttavia che la proposta fosse sottoposta al Presidente Assad, su cui poi concordò. La proposta rimase confidenziale tra Assad, Mualam e il capo della sicurezza interna Generale Ali Mamluq. I servizi segreti russi ebbero il compito di comunicare a Mamluq per il da farsi. Ci fu una seconda comunicazione dai russi secondo cui i sauditi insistevano a che la riunione si tenesse a Riyadh, e Damasco non sollevò obiezioni. Poche settimane dopo, un aereo speciale con a bordo il vicedirettore dell’intelligence russa atterrò a Damasco e poi decollò con il Generale Mamluq a bordo per Riyadh. L’incontro avvenne in presenza del capo dei servizi segreti sauditi Salah al-Humaydan.
Qui finisce la traduzione. Tutto quanto sopra, compreso il paragrafo introduttivo, è del testo originale. La restante parte si sofferma sui dettagli dei colloqui, ma l’essenza viene effettivamente catturata nell’introduzione. Le parti si accusarono a vicenda d’infiammare la situazione. Non c’è nulla che indichi che ciò non sia avvenuto entro le norme della diplomazia. L’incontro si concluse senza giungere a un risultato, ma il ghiaccio fu rotto. L’importanza dello storico incontro è enorme. Può essere fondamentale per qualsiasi cosa accadrà d’ora in poi. È molto importante notarne almeno conseguenze, corollari e conclusioni:
1. si conferma che la coalizione anti-siriana originaria ha capitolato.
2. si riconosce la superiorità della Siria sul terreno.
3. implica l’ammissione del fallimento da parte dell’Arabia Saudita.
4. si riconferma l’ulteriore impegno della Russia nei confronti della Siria.
5. è un’ulteriore prova che gli Stati Uniti si sganciano dal Medio Oriente.
6. nel raggiungere un accordo tra Arabia Saudita e Siria, l’ultimo nemico ostinato della Siria, la Turchia, rimarrà isolata. Negli eventuali futuri negoziati, la Turchia dovrà agire senza il supporto di un qualsiasi partner su cui contare. Ciò si rivelerà molto difficile se e quando il piano sulla zona di sicurezza prevista nel nord della Siria fallirà.
Senza dubbio molti cinici esamineranno tale passo con il loro tipico cinismo miope, sostenendo che sia una svendita, proprio come la trattativa sulle armi chimiche. Molti non sapranno leggere tra le righe, perché questo incontro non comporta alcun risultato di per sé, e non vedranno che in realtà anticipa un nuovo e assai luminoso capitolo nel vicino e possibilmente prossimo futuro. Non è irrealistico vedere l’incontro come l’inizio della fine. Ci saranno molti ostacoli da superare, ma è sempre più chiara e netta la via a una grande vittoria.346110_Muallem-LavrovLa Russia svela un piano anti-SIIL a Doha
Aleksej Timofejchev, RBTH, 4 agosto 2015

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha delineato un’iniziativa russa per la formazione di una forza unita destinata a lottare contro l’ascesa dei militanti del SIIL in Siria e in Iraq. Tuttavia, gli analisti russi dicono che la proposta di Mosca, presentata a una riunione dei ministri degli Esteri di Russia, Stati Uniti e Arabia Saudita a Doha, il 3 agosto, non avrà il sostegno di statunitensi e loro alleati regionali.wsj_Syria_MapMosca ha proposto la creazione di un fronte unito per combattere lo Stato Islamico (ISIS), che includerebbe oltre alle forze irachene e curde, le truppe governative siriane, riunendo tutte le forze anti-jihadiste in una coalizione. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato i dettagli del piano russo per la prima volta a una riunione dei ministri degli Esteri di Russia, Stati Uniti e Arabia Saudita nella capitale del Qatar, Doha, il 3 agosto. Il piano fu menzionato la prima volta dal presidente russo Vladimir Putin a fine giugno. La proposta russa ha lo scopo di unire gli sforzi degli eserciti siriano e iracheno, delle milizie curde e di altre forze regionali. Tuttavia, il grande ostacolo è la questione della sorte del regime del presidente siriano Bashar al-Assad, che Stati Uniti e numerosi Stati del Golfo vorrebbero rimuovere dal potere, ma che è un fedele alleato di Mosca. Lavrov ha detto a Doha che Mosca ritiene che l’uso dei “soli attacchi aerei (contro il SIIL della coalizione degli USA) non bastano” e che “è necessario formare una coalizione comprendente coloro che ‘sul campo’ con le armi in mano combattono tale minaccia terroristica. Comprendendo gli eserciti siriano e iracheno e curdo“. Secondo un comunicato diffuso dal ministero degli Esteri russo, la coalizione contro il SIIL va formata su “una base giuridica internazionale coerente“, cioè soltanto su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo Lavrov la questione del sostegno della Russia ad Assad non è rilevante, dato che nelle ultime riunioni a Ginevra sulla questione siriana, “la comunità internazionale, compresi Consiglio di sicurezza dell’ONU, Turchia, Unione europea e Paesi arabi, concordano su un periodo di transizione politica, e non sul cambio di regime in Siria...”

Alcuna reazione
Non è ancora chiaro come gli altri partecipanti alla riunione abbiano reagito alla proposta russa. Secondo Evgenij Satanovskij, presidente dell’Istituto del Medio Oriente, centro di ricerca indipendente, era atteso dai presenti all’incontro, dato l’attuale contesto internazionale. Secondo Satanovskij, la via che gli statunitensi seguono non consente un cambio di atteggiamento verso il regime del Presidente Assad, rendendo impossibile l’attuazione del piano russo. Ha detto che Washington aveva “ricevuto l’ordine di rovesciare Assad” e “uno di tali ‘clienti’ è l’Arabia Saudita“. Quindi, secondo Satanovskij, un importante passo avanti sulla Siria non va previsto. L’analista ritiene che anche la crescente minaccia del SIIL non avrà un impatto sulla strategia degli Stati Uniti verso il regime al potere in Siria, dato che le attività del SIIL non minacciano direttamente gli interessi degli Stati Uniti.

Aiuto all’opposizione ‘moderata’ siriana
Nonostante gli appelli di Mosca, è ormai chiaro che Washington in realtà inasprisce la posizione contro il regime di Assad. Ora gli Stati Uniti difenderanno militarmente l’opposizione “moderata” siriana, che ha addestrato, in caso di attacchi non solo da parte del SIIL, ma anche delle truppe governative siriane. Secondo un annuncio del Pentagono del 3 agosto, “supporto difensivo” è stato fornito il 31 luglio. Gli obiettivi di tale “supporto” ai militanti erano collegati all’organizzazione estremista di al-Qaida Jabhat al-Nusra. Secondo il Pentagono il “tiro di sostegno” aereo sarà fornito “indipendentemente da chi attacca, (i militanti dell’opposizione “moderata” siriana) o da chi attaccano“. A Doha, Lavrov ha definito tale approccio illegale dal punto di vista del diritto internazionale, sottolineando come sia di ostacolo alla formazione di un fronte unito per contrastare il SIIL. Ha anche osservato che “la cosa più importante è che, finora come i fatti hanno dimostrato, la stragrande maggioranza dei cosiddetti militanti dell’opposizione “moderata”, addestrati nei Paesi vicini da istruttori militari statunitensi, è finita a combattere per gli estremisti“. “Non penso di poter scuotere la posizione degli Stati Uniti, ma non siamo d’accordo chiaramente su ciò“, ha concluso il ministro russo.

CCXYpCzVIAAjZZgIl SIIL mette la Turchia ai ferri corti con gli USA: Siria, NATO, curdi e il vero Stato canaglia
Ramazan Khalidov, Michiyo Tanabe e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 4 agosto 2015

n_30132_4Il presidente della Turchia Erdogan va contro la corrente internazionale perché lui e il partito al potere si dedicano al contenimento dei curdi ad ogni costo. Inizialmente Erdogan, e diverse potenze del Golfo e occidentali, credevano che il governo della Siria sarebbe crollato. Tuttavia, il sogno settario ottomano e del Golfo è un totale fallimento ed ora la Turchia si concentra sulla questione curda dopo che il SIIL (Stato islamico – IS) non è riuscito a rimuovere i curdi dai confini turchi. Pertanto, l’obiettivo iniziale della Turchia viene sostituito dalla questione curda, mentre diversi Stati del Golfo sono ora innervositi dagli attacchi del SIIL a Quwayt e Arabia Saudita. Sin dall’inizio della crisi in Siria, appariva chiaro che diverse potenze del Golfo e della NATO credevano di poterne destabilizzare il governo. Infatti, le forze settarie affiliate ad al-Qaida s’intromisero grazie all’ingerenza delle potenze estere. Non sorprende che divenisse chiaro che il governo siriano resisteva nelle aree rappresentanti un mosaico religioso. Ciò in contrasto con le varie forze terroriste e settarie che perseguitano cristiani e minoranze come gli alawiti. Inoltre, i sunniti locali divennero primo obiettivo delle varie forze taqfire. Dopo tutto, SIIL e altre forze taqfire vogliono distruggere i sunniti locali per replicare le versioni sinistre di Arabia Saudita e Qatar. Nonostante ciò varie potenze del Golfo e della NATO continuano a sostenere la destabilizzazione della Siria. Tuttavia, con la realtà del domino che mina Iraq, Libia e altre nazioni, improvvisamente USA ed altri cercano di contenere le forze che hanno contribuito a scatenare, poiché la situazione è fuori controllo. Eppure, mentre il mondo è scioccato dalla depravazione totale di SiIL e altre forze settarie scatenate contro Siria e Iraq, lo stesso non avviene con il presidente Erdogan e le élite al potere in Turchia. Ciò significa che, nonostante USA e Turchia sembrino avvicinarsi nelle ultime settimane, in verità entrambi sono ancora ai ferri corti. Ahimè, le speranze di Erdogan di contenere i curdi nel nord della Siria e rovesciare il governo della Siria ora sembrano superate dalle alleate potenze della NATO ora fermamente concentrate sul SIIL. Monitor riporta “Turchia e Stati Uniti possono aver concordato l’uso della base aerea di Incirlik, presso Adana, contro lo Stato islamico in Siria, ma l’accordo sembra zoppicare, soprattutto sull’assistenza degli Stati Uniti ai combattimenti curdi in Siria. Tale problema irrisolto è considerato uno dei motivi per cui Incirlik non è ancora stata usata nelle operazioni della coalizione guidata dagli Stati Uniti, nonostante l’urgenza della lotta al SIIL e altri gruppi come Jabhat al-Nusra“. Secondo il governo della Turchia l’accordo di Incirlik non consente agli USA di sostenere le YPG (Unità di Protezione Popolare). Dopo tutto, la Turchia considera il contenimento dei curdi più importante di SIIL e altri gruppi taqfiri. Tuttavia, per gli USA l’obiettivo principale è il SIIL ed assistere rispettivamente i vari gruppi curdi in Iraq e Siria. Infatti, anche il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) è visto diversamente, date le condizioni prevalenti, perché aiuta le forze curde supportate dagli USA. Fonti indipendenti sul fiasco pericoloso tra USA e Turchia, affermano: “Anche se la controversia è risolta in ultima analisi, evidenzia la contraddizione della politica degli Stati Uniti: Washington collabora con il governo turco il cui obiettivo primario in Siria è evitare l’ulteriore espansione del territorio di PYD/YPG che si estende per 250 delle 550 miglia di confine tra Siria e Turchia. In sintesi, l’obiettivo di Ankara è l’esatto contrario di Washington e di poco diverso da quello del SIIL, in lotta per trattenere l’avanzata di PYD/YPG“. Dato che USA e Turchia hanno annunciato un presunto accordo, è chiaro che i curdi lo subiscono e non il SIIL. In Iraq aerei turchi bombardano il PKK sulle montagne Qandil e in altre zone del nord dell’Iraq. Inoltre, le forze di sicurezza interna della Turchia hanno arrestato soprattutto curdi e socialisti più che reprimere il SIIL. Allo stesso modo, i politici del HDP (Partito democratico del Popolo curdo) in Turchia affrontano la crescente ostilità dovuta agli intrighi di Erdogan e del partito al potere.
Dall’Armenia (Nagorno-Karabakh), a Cipro del nord, Egitto, Libia e Siria e altre nazioni afflitte dai jihadisti internazionali e ceceni in Russia meridionale e Siria, il vero paria internazionale appare la Turchia. Tuttavia, l’importanza della Turchia nella NATO e la vecchia guerra fredda fanno sì che s’ignori un accordo fatto in passato. Ma i tempi cambiano perché la Turchia è sempre più sotto esame. Pertanto, anche se le potenze alleate della NATO detestano parlare apertamente contro la Turchia, la questione curda comporterà ulteriori fratture con le élite politiche di Ankara.

KURDISTAN_risultatoTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: Silenzio sullo Yemen, Gladio fiancheggia il terrorismo occidentale

sanaaTEHERAN (RADIO ITALIA IRIB) – Alessandro Lattanzio, saggista, redattore della Rivista Eurasia e’ stato intervistato dalla nostra Redazione sulle operazioni saudite contro lo Yemen. Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

La battaglia di al-Anbar in Iraq

Alessandro Lattanzio, 3/8/2015iraq-armyLa notizia più importante della seconda settimana di luglio 2015 era l’annuncio che la battaglia di Anbar cominciava. Dopo oltre un mese di ritardi, il governo iracheno annunciava l’avanzata su Ramadi e Falluja. Le forze di Baghdad avevano fatto rapidi progressi sgombrando cittadine e periferie, ma la vera battaglia iniziava una volta raggiunti il centro delle città. Lo Stato islamico rispondeva con una grande ondata di autobombe contro il centro del Paese. Se il governo liberava Anbar avrebbe imposto una svolta alla guerra. Ci furono 140 scontri dall’8 al 14 luglio 2015, meno dei 162 della settimana prima. Fino a luglio vi erano stati in media 21,5 attacchi al giorno dal 20 giugno. Baghdad è stata la provincia più violenta con 53 attacchi, seguita da Anbar con 32 e Salahudin con 20, al centro dei combattimenti nel Paese, e poi Diyala e Niniwa con 12, 5 a Babil, 4 a Kirkuk e 1 a Bassora e Wasit. Tali scontri causarono 436 morti e 725 feriti. I caduti comprendevano 1 miliziano della Sahwa, 12 della Hashd, 110 militari delle forze di sicurezza irachene (ISF) e 261 civili. I feriti furono 10 miliziani della Hashd, 45 militari e 525 civili. Baghdad era anche la provincia più colpita con 140 decessi, quindi 100 ad Anbar, 65 a Salahudin, 54 a Niniwa, 19 a Diyala, 4 a Babil, e 1 ciascuno a Bassora e Wasit. Lo Stato Islamico aveva aumentato l’uso di autobombe (VBIED). 16 furono usate la prima settimana di luglio mentre altre 32 furono distrutte dalle ISF, quindi 26 la seconda settimana assieme a 36 distrutte. L’obiettivo principale era Anbar, dove cercava di respingere l’offensiva del governo utilizzando tali tipi di attacchi; qui ci furono 17 autobombe esplose e altre 26 distrutte. Quindi 7 a Baghdad, dove continuava la campagna terroristica contro i civili. Infine 1 a Baiji e a Salahudin dove Baghdad proseguiva altre operazioni, mentre altre 9 autobombe furono distrutte. Il 15-21 luglio si avevano 109 attentati in Iraq, a Baghdad se ne registravano 39, 23 ad Anbar, 18 a Salahudin, 12 a Niniwa, 10 a Diyala, 4 a Babil, 2 a Bassora e 1 a Kirkuk, causando 359 morti e 597 feriti, tra cui 1 Peshmerga, 10 miliziani Sahwa e 28 di Hashd al-Shabi, 44 militari iracheni (ISF) e 276 civili; i feriti erano 8 Peshmerga, 14 miliziani Sahwa e 42 della Hashd, 46 militari e 487 civili. A Baghdad ci furono 53 attentati, tra cui 2 autobombe, 2 attentatori suicidi e 7 IED, lasciando 39 morti e 108 feriti. 4024 militari, peshmerga e civili furono feriti dal giugno 2014 al giugno 2015. Le vittime erano dovute soprattutto agli attentati con autobombe (9 in tutto); un’autobomba il 17 luglio a Qan Bani Saad, Diyala, uccise 130 civili e ne ferì 155, ed altre, il 21 luglio, uccisero 39 civili e ne ferirono 83 a Baghdad, Diyala e Salahudin. Nei primi 21 giorni di luglio 51 autobombe esplosero e altre 78 furono distrutte dalle forze irachene.
CBbbRycUMAEcT8EAnbar era stata l’obiettivo principale dello Stato Islamico nel 2015 e il governo finalmente riconosceva la necessità di una piena attenzione. Baghdad liberava Garma ad est di Falluja, dopo due mesi di combattimenti, circondando Falluja ed occupandone la periferia nelle ultime settimane. All’inizio di luglio, ISF, Hashd e tribù avviavano i preparativi per liberare Ramadi e Falluja, liberando a metà giugno Saqlawiya e Qalidya sulla strada tra Ramadi e Falluja. Habaniya, che si trova su quell’asse, ospita una base militare degli Stati Uniti probabilmente usata come punto di partenza per alcuni degli attentati del SIIL. Il 13 luglio fu annunciato ufficialmente l’avvio dell’operazione per Ramadi e Falluja. Invece l leader dell’Organizzazione Badr Hadi Amari dichiarava che la campagna sarebbe partita il 21 luglio. Sebbene 10000 militari di ISF e miliziani della Hashd e delle tribù vi partecipavano, in realtà erano meno delle unità impiegate nella battaglia per Tiqrit, che coinvolse il triplo dei combattenti. Comunque il governo iracheno annunciava subito la liberazione di diverse cittadine e l’entrata nelle periferie di Ramadi e Falluja. Il SIIL non può fermare queste forze travolgenti, ma può prolungare le operazioni e causare gravi perdite come a Tiqrit. Falluja è stata sotto il controllo dei terroristi per più di un anno e mezzo, mentre Ramadi fu presa due mesi fa, quindi c’è stato tempo per costruire le difese. D’altra parte, le ISF nell’operazione dovrebbero disporre del sostegno aereo degli Stati Uniti, come a Tiqrit. Se il SIIL viene cacciato da Ramadi e Falluja, subirebbe una grave sconfitta, essendo l’Anbar sua base principale e unica provincia in cui continuava a guadagnare terreno. Mentre la guerra arrivava nell’Anbar, aumentavano gli attentati a Baghdad. Nella seconda settimana di luglio ci furono 1 attentato suicida, 6 con bombe, 28 con IED, 1 suicida con autobomba e 6 autobombe. I quartieri sud ed est erano i principali obiettivi, ma il SIIL dimostrava la capacità di colpire qualsiasi parte della capitale, nonostante il primo ministro Haydar al-Abadi avesse inviato sempre più forze a Baghdad. A Niniwa, quasi tutte le vittime erano dovute alle esecuzioni del SIIL, mentre l’organizzazione continuava a sondare le linee curde. Nel periodo 8-14 luglio, 38 persone furono uccise dal SIIL e una fossa comune fu scoperta con 9 vittime. Agli attacchi aerei della coalizione furono attribuiti altri 15 morti e 7 feriti in tre città. Infine tre attentati furono effettuati contro i peshmerga a Sinjar, Bashiqa e Gabara, sulla prima linea formata da trincee e fortificazioni, ma ciò non impediva al SIIL di colpire i peshmerga ogni settimana. Infine, la lotta per riprendere Baiji e la raffineria continuava. Originariamente l’area fu attaccata come diversivo per l’assalto su Ramadi, dopo di ché fu occupata per due mesi. Ora il SIIL continuava gli attentati in tutta la provincia per fare pressione sul governo. Tale quadro cambierà con l’operazione nell’Anbar, dove il 16 luglio la polizia federale irachena eliminava 22 terroristi e gli attacchi aerei iracheni ne eliminavano altri 160 tra Hasiba, Qalidiya e Ramadi. Sempre a Ramadi, il 17 luglio, i raid aerei dell’aeronautica irachena eliminavano altri 57 terroristi del SIIL, “Gli attacchi aerei iracheni contro i nascondigli dei militanti del SIIL nelle aree circostanti e alla periferia di Qalidiya e Ramadi hanno ucciso e ferito numerosi terroristi e distrutto un grande deposito di autobombe“, dichiarava il Ministero della Difesa iracheno. Ma sempre il 17 luglio, un’autobomba del SIIL con quasi tre tonnellate di esplosivo uccideva 120 persone e ne feriva 170 nel mercato di Qan Bani Sad, nella provincia di Diyala.
CGZ9p3kXIAA1oqn Nell’Anbar, comunque, i capi del SIIL di Falluja iniziavano a fuggire in Turchia mentre le forze irachene avanzavano sulla città. Secondo Abdulrahman al-Namrawi, a capo del consiglio locale di Falluja, i capi dei terroristi erano fuggiti in Turchia passando da Ramadi, capoluogo dell’Anbar, e dalla Siria. Anche Falah al-Isawi, vicecapo del consiglio provinciale dell’Anbar, confermava che i capi del SIIL erano fuggiti e che i capi locali taqfiriti trattavano con le forze irachene. Nel frattempo le Forze popolari dell’Iraq abbattevano sempre a Falluja un drone da ricognizione del SIIL di fabbricazione israeliana. Nell’agosto 2014 un drone israeliano ‘Hermes‘ fu abbattuto presso l’aeroporto di Baghdad, dove personale della sicurezza dell’ambasciata degli Stati Uniti si precipitava per raccoglierne i resti, e un altro drone israeliano dello stesso modello fu abbattuto dalle truppe irachene nel centro dell’Iraq. Questa era la terza perdita di drone dall’esercito israeliano in un mese. Un ex-militare statunitense aveva detto che gli iraniani hanno fornito tecnologia e sistemi a diversi Paesi della regione permettendogli di abbattere diversi droni dell’esercito israeliano. “Quindi le IDF decidevano di sospendere le missioni dei droni Hermes su Iran, Iraq, Siria, Palestina e Libano“. Pochi giorni prima il IRGC iraniano aveva abbattuto un drone stealth israeliano presso l’impianto nucleare di Natanz, in Iran, e nel dicembre 2014 la Siria abbatteva un drone spia israeliano Skylark I, prodotto dalla Elbit Systems Company, su Hadar presso Qunaytra, e a luglio ‘precipitava’ un altro drone israeliano in Libano. Nel frattempo, l’Estonia inviava al governo iracheno 12 mortai da 120mm, 140 mitragliatrici RPD, 110 fucili d’assalto Type 56 fabbricati in Romania e 230 pistole TT con 21000 cartucce. Il “governo estone ha risposto alla richiesta di aiuto irachena inviando armi e munizioni vecchie… che non soddisfano gli standard della NATO e non sono utilizzate dalle forze di difesa estoni“, riferiva il Ministero della Difesa estone. Le armi estoni furono consegnate all’Iraq dall’US CENTCOM, che consegnava a Baghdad anche i primi aviogetti da combattimento statunitensi F-16. Infine il Ministro della Difesa iracheno Qalid al-Ubaydi dichiarava “La guerra che conduciamo non è tradizionale. … Il nostro nemico cambia tattica ogni mese, ogni giorno, e abbiamo bisogno di armi adeguate per rispondere. Nelle battaglie che combattiamo ora le armi russe si sono dimostrate essere le migliori. So che gli statunitensi non possono fornircele“. Al-Ubaydi continuava affermando che gli statunitensi non vanno bene quando vi è “una guerra di logoramento” in cui l’Iraq ha bisogno di grandi quantità di aiuti militari, elogiando la collaborazione e la disponibilità di Mosca nel fornire piena assistenza all’Iraq.
CKcVYhrUYAAYLa6 Il Comandante delle Forze Basij dell’Iran Generale di Brigata Mohammad Reza Naqdi dichiarava che Stati Uniti ed Israele fornivano intelligence e supporto logistico al SIIL. “Il centro teorico ed ideologico dello Stato Islamico è ad Haifa (Israele) e il suo comando regionale è l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad“, affermava Naqdi in un messaggio di cordoglio per il martirio del comandante delle operazioni dell’Organizzazione Badr dell’Iraq, Abu Muntazar al-Muhamadawi, caduto in combattimento presso Falluja. “Gli Stati Uniti hanno creato e armato il gruppo terrorista del SIIL con l’aiuto malvagio di Gran Bretagna, regime infanticida sionista e dei petrodollari dei Paesi petroliferi, ordinandogli di commettere stragi contro sciiti e sunniti e disturbarne la pace con il pretesto della guerra settaria“, aveva detto nel 2014. “Il risultato delle azioni di questi terroristi in Siria non ha precedenti, spingendo l’alta affluenza della popolazione nelle elezioni presidenziali del Paese, dimostrando per l’ennesima volta l’inefficienza delle armi e la vittoria del movimento di resistenza contro l’arroganza globale”. Ad ulteriore conferma delle parole del Generale Naqdi, l’esercito e le forze popolari iracheni continuavano le operazioni contro i terroristi nella provincia di Anbar, nonostante la richiesta dal presidente dello Stato Maggiore Riunito degli USA, Generale Martin Dempsey, di sospendere le operazioni contro il SIIL con il pretesto che la battaglia era diventata una sorta guerra di logoramento. Dempsey voleva sminuire il ruolo delle forze popolari nella lotta contro gli islamisti del SIIL. Intanto a Tiqrit, “Le forze di sicurezza irachene arrestavano il governatore dello Stato islamico Abas al-Azawi, che insieme alla moglie stava fuggendo dalla regione“, dichiarava il comandante della 17.ma Brigata dell’esercito iracheno, Brigadiere Muad Baday.
Il 25 luglio, la 5.ta Divisione dell’Esercito iracheno, in collaborazione con Hashd al-Shabi, Liwa al-Badr e milizie locali, liberava l’Università di al-Anbar a Ramadi dopo pesanti scontri contro lo Stato Islamico. A Falluja le forze armate irachene eliminavano decine di terroristi e distruggevano mezza dozzina di loro blindati. Il 26 luglio, sempre a Falluja, una donna si faceva esplodere tra i terroristi del SIIL, uccidendone 23 e ferendone 17. Una nuova offensiva veniva avviata il 21 luglio su Albu Hayat e Haditha, a 70 km a nordovest di Ramadi, per tagliare le linee di rifornimento della base islamista di Ayn Asad, tra Haditha e Ramadi. Il 29 luglio, le forze irachene liberavano Albu Dyab, a nord di Ramadi ed a Fallujah eliminavano Ibrahim Jasam Fazah, responsabile delle finanze del SIIL. Anche il governatore del SIIL di Falluja Nufal al-Tiqriti e due suoi assistenti venivano eliminati da un raid dell’aeronautica irachena nella provincia di Anbar. Altri 93 terroristi del SIIL furono eliminati ad al-Qarmah, Albu Jawari, Husaybah, Baiji ed al-Qaim. Il 1° agosto, presso Falluja, l’8.va Brigata delle ISF eliminava 25 terroristi del SIIL, ed altri 10 presso Ramadi.CK8qRZ8WIAEQ2LEIl Comandante del CGRI-FQ Qasim Sulaymaini incontrava a Baghdad il comandante della forza di mobilitazione popolare e leader del Qataib Jund al-Imam Abu Mahdi al-Muhandis. Notare in fondo le bandiere del Kurdistan e dell’Unione Patriottica del Kurdistan.

468392-56f2b632-c0d6-11e4-95d8-f89106057fd0Fonti:
Al-Masdar
Anàlisis Militares
Anàlisis Militares
FARS
FARS
FARS
Global Research
Musings on Iraq
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Sputnik
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Sputnik
Uskowi on Iran
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Iraq.All.01

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