I comunisti afghani non sono mai svaniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 23 maggio 2015

Muhamad Afzal Ludin

Muhamad Afzal Ludin

Il fascino presso il presidente afgano Ashraf Ghani per i generali dell’esercito del regime comunista è intrigante. Nessuno assocerebbe un brillante funzionario della Banca Mondiale a una cosa del genere. All’inizio di aprile, Ghani nominò il Generale Muhamad Afzal Ludin a ministro della Difesa nel suo gabinetto. Ludin era un uomo di fiducia di fiducia del Presidente Najibullah durante il regime del PDPA. Il Generale Ludin ebbe il ruolo chiave di comandante del presidio di Kabul sotto Najib quando il ritiro delle truppe sovietiche si concluse nel febbraio 1989. Cinque giorni dopo che l’ultimo soldato sovietico aveva lasciato il suolo afghano, il 5 febbraio, quando Najib dichiarò l’emergenza nazionale e ricostituì il Consiglio militar supremo (“Consiglio supremo militare per la difesa della Patria”) sotto lo stretto controllo del partito comunista al governo, il Generale Ludin fu uno dei tre alti ufficiali scelto per guidare il potente ente. Non sorprende che i vecchi “muj” di Kabul (compreso il primo ministro Abdullah Abdullah) trovando la nomina di Ludin troppo da accettare s’infuriarono. Probabilmente la questione fu l’alibi per bloccare Ghani. Quando Ludin lo capì, annunciò la decisione di mollare, sostenendo che “alcuni sfruttano la mia candidatura quale scusa per creare problemi al Paese”. Allora Ghani, rimuginando con attenzione nelle successive sei settimane, annunciava la nuova candidatura alla sfortunata carica di ministro della Difesa. Anche in questo caso si tratta di un generale ex-comunista, Masum Stanikzai, che prestò servizio per il regime del PDPA. Infatti, Stanikzai apparteneva alla linea dura della fazione Khalq del Partito comunista afghano. I Khalqi erano strana gente, simili al Partito Comunista dell’India (Marxista) quando i comunisti indiani si scissero nel 1964, rustici, provinciali e congenitamente militanti (confusi). I Khalqi erano soprattutto pashtun nazionalisti. I sovietici non si sentirono mai a loro con i Khalqi. A differenza della rivale fazione filo-sovietica Parqam, cosmopolita, i Khalqi erano dei “desi” provenienti dagli strati più bassi della società che usarono metodi duri e decisi per imporre il loro marxismo agli afgani riluttanti. Ad un certo punto, inevitabilmente, i servizi segreti pakistani (e la CIA) considerarono i Khalqi potenziale terreno per infastidire Mosca. Si ricordi il tentato golpe del Khalq contro Najib, nel 1990, guidato dal ministro della Difesa Shahnawaz Tanai (che poi sarebbe fuggito in Pakistan).
Il parlamento afgano e i “muj” appoggeranno la candidatura di Stanikzai? Le probabilità sono buone, e vi spiegherò il perché. In poche parole, Stanikzai ha avuto un profondo cambiamento da quando era un generale comunista. Attraversò le porte del famoso centro di conversione statunitense noto come US Institute of Peace, ed oggi è un politico. Era consigliere per la sicurezza dell’ex- presidente Hamid Karzai e aveva la fiducia di quest’ultimo come interlocutore chiave con i “taliban buoni”. Era nel gabinetto di Karzai. A dire il vero, Karzai ha iniziato la gloriosa tradizione di riassumere i luminari del PDPA. Come è successo? La risposta è semplice: i comunisti afgani erano l’avanguardia di una società profondamente conservatrice, per istruzione, professionalità e spirito moderno. Ecco cosa attira Ghani. Vuole gestire un governo efficiente che dia una buona governance. In poche parole, anche se fuori dal potere, i comunisti afghani non potranno mai svanire e certi vengono riassunti. Gli Stati Uniti, inoltre, non sembrano badare al loro reimpiego da parte dei governi di Kabul finanziati dal contribuente statunitense. Ironia della sorte, i militari pakistani trovarono un buon impiego degli ufficiali Khalqi fuggiti in Pakistan dopo la grande epurazione nel Partito comunista afghano. L’ISI li ha re-impiegati, mascherandoli da taliban, facendogli guidare carri armati, volare aeromobili o dirigere l’artiglieria nella campagna per conquistare l’Afghanistan negli anni novanta. Naturalmente, non sapremo mai se Stanikzai abbia guidato un carro armato per i taliban. E se davvero l’ha fatto, conta agli occhi di Ghani solo come “risorsa strategica”.

Masum Stanikzai

Masum Stanikzai

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La liberazione di Tiqrit, successo strategico dell’Iran

Alessandro Lattanzio, 4/4/2015

Qasim al-Araji (al centro), vicecomandnate dell'organizzazione Badr.

Qasim al-Araji (al centro), vicecomandante dell’organizzazione Badr.

Il 2 aprile 2015, le forze irachene liberavano Tiqrit, capitale della provincia di Salahudin, a 130 chilometri a nord di Baghdad, dall’occupazione dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), che datava dal giugno 2014. “Le nostre forze di sicurezza hanno raggiunto il centro di Tiqrit e liberato i quartieri sud e ovest e avanzano controllando tutta la città“, dichiarava il premier iracheno Haydar al-Abadi. Haraqat Nujaba, gruppo sciita iracheno, liberava il quartiere Qasidiyah di Tiqrit. Il ministro della Difesa iracheno Qalid al-Ubaydi affermava “Abbiamo il piacere, con tutto il nostro orgoglio, di annunciare la buona notizia di una magnifica vittoria. Da qui arriveremo da voi, Anbar! Arriveremo da voi a Niniwa, e lo diciamo con piena risoluzione, fiducia e perseveranza”, riferendosi a due province occupare dal SIIL, al-Anbar ad ovest e Niniwa, la cui capitale è Mosul, a nord. “Le forze di sicurezza controllano il 95% della città, ma vi sono ancora sporadici combattimenti“, dichiarava un colonnello; “Ci sono ancora cecchini e molti edifici sono minati” dichiarava a sua volta Qarim al-Nuri dell’organizzazione Badr. Infatti 185 edifici e 900 ordigni esplosivi erano stati bonificati. Il ministro degli Interni Muhamad al-Ghaban riferiva della scoperta di fosse comuni con centinaia di vittime del SIIL. Nel giugno 2014, i taqfiriti attaccarono la vicina base di Speicher, uccidendo centinaia di persone.
CBbbRycUMAEcT8E L’operazione, che coinvolgeva 30000 militari e miliziani iracheni, era iniziata il 2 marzo attaccando da tre lati i 3000 taqfiristi che occupavano Tiqrit, mentre l’aviazione irachena bombardava le loro posizioni. Secondo The Military Times, la liberazione di Tiqrit era stata rallentata dagli 8000 dispositivi esplosivi improvvisati (IED) piazzati presso e nella città, “disseminando le strade principali di mine“. Il SIIL aveva contrastato l’offensiva anche con attentati suicidi. Uno degli attentatori suicidi, che si era fatto esplodere vicino Samara, era il cittadino statunitense Abu Dawud al-Amriqi. Il SIIL aveva anche diffuso diverse immagini che pretendevano che Tiqrit fosse ancora in sue mani, tentando di contrastare le dichiarazioni del governo iracheno, imitando l’operazione di disinformazione attuata dagli islamisti di Jabhat al-Nusra sulla presunta occupazione totale di Idlib, in Siria. Le forze irachene (4000 soldati della 5.ta Divisione dell’esercito iracheno e 25000 miliziani), guidate dal Colonnello Salah al-Ubaydi, comandante delle operazioni speciali del Centro operazioni di Salahudin, comprendevano le milizie sciite Qataib Hezbollah, Asayb al-Haq (Lega dei Giusti), Qataib Imam Ali, Qataib Hezbollah, Qataib Sayad al-Shuhada, Haraqat Nujaba, Saraya Qurasani e la Brigata del Giorno della Promessa di Muqtada al-Sadr; tutti gruppi di punta delle Forze Popolari Mobilitate (PMF) del fronte iracheno anti-SIIL. Nella liberazione di Tiqrit le PMF hanno svolto un ruolo fondamentale, coordinate dal Maggiore-Generale Qasim Sulaymani, comandante dell’unità per le operazioni di sicurezza e antiterrorismo al-Quds delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) dell’Iran. In effetti, l’operazione per la liberazione di Tiqrit è stata elaborata da Hadi al-Amari, a capo dell’organizzazione irachena Badr, oltre che da Qasim Sulaymani. Il Comitato di mobilitazione popolare è guidato da Muhamad Jamal Jafar, ex-comandante dell’organizzazione Badr, consulente di Qasim Sulaymani, comandante operativo della Qataib Imam e comandante della Qataib Hezbollah. Inoltre, la Qataib Sayad al-Shuhada è guidata da Mustafa al-Shaybani, che dal 2005 al 2011 aveva diretto in Iraq ciò che l’US Army chiamava Rete Shaybani; Qataib Imam Ali, guidata da Shabal al-Zaydi, ex-comandante del Jaysh al-Mahdi di Muqtada al-Sadr; Saraya Qurasani è guidata da Ali al-Yasiri ed era consigliata da Hamid Taqavi, ex-generale dell’IRGC ucciso da un cecchino islamista nel dicembre 2014. Ali al-Yasiri aveva detto che Taqavi “era un esperto in guerriglia” e che “la gente lo riteneva un mago“. Infine l’Haraqat Nujaba è guidato da Aqram Abas al-Qabi, comandante militare di Asayb al-Haq. Haraqat Nujaba fu creato nel 2013 per inviare i combattenti di Asayb al-Haq e Qataib Hezbollah in Siria, a sostenere il Baath.
Nell’ambito della Combined Joint Task Force – Operation Inherent Resolve (CJTF-OIR), il 25 marzo l’USAF effettuava 17 attacchi aerei, e il 27 marzo altri 3 attacchi, su Tiqrit. Il primo ministro iracheno Haydar al-Abadi aveva richiesto il supporto aereo degli USA, a fine marzo, per le operazioni su Tiqrit, ma il Pentagono impose la condizione che tali operazioni si svolgessero sotto il pieno controllo del governo iracheno. Il 26 marzo, il comandante del Comando Centrale, Generale Lloyd Austin, disse che le milizie sciite si erano ritirate, “Presupposto del supporto è che il governo iracheno sia a capo dell’operazione; dovevamo sapere esattamente chi ci fosse sul terreno. Le milizie sciite presenti si erano ritirate dalla zona“, e il 30 marzo il segretario alla Difesa degli USA Ashton Carter affermava “Credo che caratteristica fondamentale sia che l’operazione sia sotto il comando e controllo del governo iracheno, ciò è importante perché tutta la nostra strategia è volta a consentire che il governo multi-confessionale dell’Iraq sconfigga il SIIL in Iraq, e che lo sia definitivamente. Ciò è una delle cose che volevamo garantirci prima di condurre i raid aerei nella zona di Tiqrit. Abbiamo capito che le forze che si trovano intorno a Tiqrit sono di diversi tipi, ma coloro che sosteniamo sono al comando del governo iracheno“. Il governo degli Stati Uniti nel 2009 designò Qataib Hezbollah organizzazione terroristica che minacciava la stabilità in Iraq. Nel 2011, l’ambasciatore degli USA in Iraq James Jeffrey accusava le agenzie di sicurezza iraniane di rifornire di armi i gruppi sciiti iracheni. Gli ufficiali statunitensi quindi erano riluttanti a sostenere l’operazione delle milizie filo-iraniane, dato che consiglieri militari iraniani avevano fornito un sostegno significativo all’offensiva avviata il 2 marzo, addestrando le milizie irachene anti-SIIL che hanno avuto un ruolo di primo piano sul campo di battaglia, rappresentando almeno i due terzi della forza combattente irachena a Tiqrit. Il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, dichiarava però che “Diverse migliaia di soldati delle forze di sicurezza regolari e delle ruppe delle Forze popolari mobilitate iracheni hanno ripreso l’offensiva su Tiqrit… Si tratta soprattutto di unità delle milizie sciite che non avevamo interesse ad avere sul campo di battaglia, in primo luogo. Queste milizie sciite sono chiaramente collegate o spesso infiltrate dall’Iran, per cui la loro partenza dal campo di battaglia è stata ben accolta”, ma ribadiva che “Non tutte le milizie sciite sono sostenute dagli iraniani. Certamente il Comitato di mobilitazione popolare è finanziato dal governo iracheno, è rappresentato al Centro combinato delle operazioni congiunte, ed è riconosciuto dagli iracheni e dalla coalizione come elemento legittimo delle forze armate irachene. Non tutti, come Hezbollah, hanno stretti legami con l’Iran. Penso che dobbiamo essere assai sfumati nel modo di osservarli perché… sono venuti a difendere il loro Paese“. Infine, per il Generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs of Staff, il coinvolgimento dell’Iran era “una cosa positiva” se le milizie sciite collaboravano alla liberazione di Tiqrit. Dempsey stimava che le milizie costituissero oltre i due terzi della forza operativa irachena.

Qasim Sulaymani

Qasim Sulaymani

Il Maggiore-Generale Qasim Sulaymani aveva diretto il sostegno organizzativo iraniano delle forze irachene, frustrando i tentativi statunitensi di dominare totalmente l’Iraq. “Che piaccia a lui (Sulaymani) o meno, agli americani o meno, agli iracheni o meno, Sulaymani è al centro della politica iraniana in Iraq“, affermava un alto funzionario iracheno, “La Forza al-Quds opera su tutti i piani: politici, militari, intelligence, economici, è la politica estera iraniana in Iraq“. Sulaymani, a marzo, avrebbe fermato i combattimenti tra le forze di sicurezza irachene e le milizie di Muqtada al-Sadr a Bassora e, il 28-29 marzo, al valico di frontiera Iran-Iraq di Mariwan avrebbe incontrato personalmente il presidente curdo dell’Iraq Jalal Talabani, che gli chiedeva aiuto. In Iraq, il principale alleato dell’Iran è l’Organizzazione Badr, l’ala paramilitare guidata da Hadi al-Amari del Consiglio Supremo islamico iracheno, primo partito sciita del Paese. Uno dei grandi successi di Sulaymani contro l’influenza degli Stati Uniti in Iraq si ebbe nell’aprile 2006, quando l’Iran profondamente preoccupato per lo stallo sulla scelta del nuovo primo ministro iracheno, durato un anno, riuscì a trovare un compromesso su Nuri al-Maliqi del partito Dawa. I funzionari degli Stati Uniti “ne furono sconvolti, ma ciò risolse il problema, al momento”, dice il vicepresidente iracheno Adil Abdul Mahdi, “Credo che fossero contenti da una parte, ma dispiaciuti dall’altra. Lieti che ci fosse una soluzione allo stallo che avevamo in quel momento, ma naturalmente penso, dispiaciuti perché (Sulaymani) si trovava nella Green Zone“. Gli Stati Uniti tentarono inutilmente di paralizzare le operazioni di Sulaymani in Iraq, ma come afferma Amar al-Haqim, figlio del leader del Consiglio Supremo islamico dell’Iraq, “Quest’uomo è come tutti gli altri uomini, può avere notevole intelligenza, può avere i suoi lati positivi e negativi. Ma non è logico esagerarli al punto di tracciare un quadro surreale. Tutti apprezziamo nei film americani l”eroe’ in grado di fare l’impossibile, dove chiunque muore tranne lui, ma non appena finisce il film torniamo alla realtà, dove solo Dio è onnipotente“. Comunque, l’Iran avrebbe fornito alle milizie sciite irachene fucili anti-materiale da 12,7mm AM.50, lanciagranate Nasir da 40mm, jeep Safir dotate di lanciarazzi multipli da 107mm, cannoni senza rinculo, lanciarazzi da 122mm HM-20 e forse carri armati T-72S dotati di corazza reattiva (ERA) Kontakt-1. Il T-72S è la versione da esportazione modernizzata del carro armato russo T-72. Nel 1991-1993 l’Iran ebbe la licenza di produzione per 1000 T-72S, mentre un centinaio di tali carri armati fu venduto a Tehran nel 1993. I T-72S operativi a Tiqrit erano impiegati dall’esercito iracheno, specificamente dalla 5.ta Divisione controllata da ufficiali aderenti dell’organizzazione Badr. Il Qataib Hezbollah infatti impiega un carro armato M1 Abrams.
4518c3b2406c6f81f31043cb9d02dc66Ai primi di marzo 2015, a Ryadh in Arabia Saudita, il principe Saud al-Faysal, ministro degli esteri saudita, diceva a John Kerry, segretario di Stato degli USA, che “Tiqrit è un ottimo esempio di ciò di cui siamo preoccupati. L’Iran si prende tutto il Paese“, facendo eco alle preoccupazioni israeliane sulla politica mediorientale degli USA e sulla resistenza dell’alleanza dell’Iran formata con Siria baathista, Hezbollah in Libano, Iraq e Ansarullah nello Yemen. “Vediamo l’Iran coinvolto in Siria, Libano, Yemen, Iraq e Dio sa dove ancora“, aveva continuato al-Faysal, “Tutto questo deve finire, se l’Iran vuole essere parte della soluzione della regione e non del problema“, esortando gli Stati Uniti ad inviare truppe contro il SIIL, “Il regno sottolinea la necessità di fornire i mezzi militari necessari per affrontare questa sfida sul campo“. Ma Kerry, insistendo che l’accordo nucleare va distinto dalla questione dell”espansione’ iraniana nella regione, rispose “Anche se c’impegniamo in queste discussioni con l’Iran sul suo programma, non perderemo l’attenzione sulle azioni destabilizzanti dell’Iran in Siria, Libano, Iraq e penisola arabica, Yemen in particolare“.

Qalid al-Ubayd

Qalid al-Ubayd

Riferimenti:
CNS
Derechos
LWJ
LWJ
McClatchy
McClatchy
Moon of Alabama
National Post
PressTV
PressTV
RBTH
Reuters
Reseau International
Spioenkop
Spioenkop
Stripes

Il Qatar dietro la strage di Tunisi

Uno dei terroristi di Tunisi, era un attivista di al-Nahda
Karim Zmerli Tunisie Secret 19 marzo 2015

Si chiamava Sabar Qashnawi, in questa foto accanto ad Abdalfatah Muru, attuale Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale! Tale spettacolare attacco terroristico, che ha ucciso 23 persone, tra cui 18 turisti europei, avrebbero potuto essere evitato se certi quadri del ministero degli Interni avessero preso sul serio le informazioni fornitegli da un esperto di computer tunisino, esiliato in Francia.

7585833-11711322Il terrorista di al-Nahda Sabar Qashnawi con l’islamista “moderato” Abdalfatah Muru, attuale vicepresidente dell’Assemblea Nazionale. Foto scattata a Tunisi nel 2012.

Sabar Qashnawi e Yasin Labidi, i due individui che hanno guidato l’azione terroristica al Bardo e sono stati eliminati dalla polizia, erano entrambi originari di Sabatla nel governatorato di Qasarin. Amin Salama, giovane esperto d’informatica specializzato in cyber-terrorismo, li seguiva da mesi, come molti altri terroristi. Sono tornati dalla Libia meno di tre mesi fa, precisamente il 28 dicembre 2014, per nascondersi ad al-Tahrir, non lontano da Tunisi, presso un fruttivendolo dello stesso gruppo, l’Uqba Ibn Nafa, un nome diversivo perché tale cellula e i due terroristi uccisi, in realtà aderivano ad Ansar al-Sharia guidata da Sayfalah bin Hasin, alias Abu Iyadh. Entrambi i terroristi, insieme ad altri due complici ancora in libertà, si erano meticolosamente preparati all’azione. Dalla città Ibn Qaldun in cui Yasin Labidi si trovava, presero la metropolitana per il Bardo. Entrarono nel palazzo del Bardo dalla porta posteriore incustodita. Il loro primo obiettivo era l’Assemblea Nazionale, confinante con il museo. Contrariamente a quanto è stato detto da tutti i media, tra cui Tunisie Secret, non indossavano uniformi militari. Visti dai militari e dagli elementi della brigata responsabile della protezione dei VIP a guardia l’Assemblea nazionale, gettarono una granata e aprirono il fuoco. Dopo aver subito la replica delle forze di sicurezza, corsero nel parcheggio del Museo Bardo, dove immediatamente spararono su due autobus di turisti appena arrivati. In quel momento vi fu il maggior numero di morti e feriti. Presero in ostaggio alcuni turisti già rifugiati nel museo, poi liberati abbastanza rapidamente dalle forze speciali. Risultato immediato dell’azione terroristica: 23 morti, tra cui 18 turisti, di cui due francesi e 50 feriti alcuni dei quali in gravi condizioni. Tra le vittime Najat, tunisina madre di tre figli che lavorava al museo, e Ayman Morjan, un agente della polizia.
Tale spettacolare azione terroristica si sarebbe potuta evitare se certi quadri del ministero dell’Interno avessero preso sul serio i tracciati di Amin Salama degli ultimi due mesi. Ciò si sarebbe potuto evitare se la legge antiterrorismo del 2003 fosse stata in vigore e se i terroristi di ritorno dalla jihad in Siria e Iraq fossero stati neutralizzati una volta in Tunisia. Dopo un soggiorno nei campi di addestramento libici supervisionati da Qatar e Turchia, Sabar Qashnawi andò a combattere in Siria. Ciò che non è stato detto nei media è che Sabar Qashnawi era un militante di al-Nahda, relativizzando la dichiarazione di Rashid Ghanushi che condanna l’attentato “con cui volevano minare la giovane democrazia tunisina“! Anche il Qatar è stato il primo Paese a condannare l’attentato! Peggio, due anni fa l’islamista “moderato” Sabar Qashnawi posava con l’islamista “molto moderato” Abdalfatah Muru, che recentemente ha visitato il Gran Mufti della NATO e supremo imam del jihadismo transnazionale Yusif Qaradawi, padre spirituale del precedente e attuale emiro del Qatar. Casualmente la pagina facebook di Sabar Qashnawi è scomparsa poche ore dopo l’attentato. Non poteva averla disattivata lui dato che era già morto e identificato dalla polizia. Quindi è evidente che gli attivisti di al-Nahda hanno rimosso la compromettere pagina facebook. Purtroppo per loro, gli scienziati informatici di Tunisie Secret hanno avuto il tempo di registrarne informazioni e immagini contenute, tra cui quelle sul pranzo di Sabar Qashnawi con Abdalfatah Muru, pubblicate qui.

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Rashid Ghanushi e Abdalfatah Muru

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleato di al-Qaida di Washington ora capo del SIIL in Libia

Eric Draitser New Eastern Outlook 09/03/2015salah_badi_belhaj_nouh_terroristspptxLa rivelazione secondo cui l’alleato degli Stati Uniti Abdalhaqim Belhadj è ora capo del SIIL in Libia non dovrebbe sorprendere chi ha seguito la politica degli Stati Uniti in quel Paese e nella regione. Illustra per l’ennesima volta Washington aiutare e sostenere proprio quelle forze che sostiene di combattere in tutto il mondo. Secondo le ultime notizie, Abdalhaqim Belhadj è ormai saldamente il comandante che organizza la presenza del SIIL in Libia. Le informazioni provengono da un anonimo funzionario dell’intelligence statunitense, che ha confermato che Belhadj sostiene e coordina i centri di addestramento del SIIL in Libia orientale, presso Derna, zona a lungo nota come focolaio del jihadismo. Anche se non può sembrare una storia importante, il capo terrorista di al-Qaida e del SIIL, Belhadj, dal 2011 viene aiutato da Stati Uniti e NATO che lo raffiguravano come coraggioso “combattente per la libertà” alla testa dei camerati amanti della di libertà contro il “tirannico despota” Gheddafi, le cui forze di sicurezza catturarono e imprigionarono molti membri del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), tra cui Belhadj. Belhadj servì la causa degli Stati Uniti in Libia così bene che lo si vide ricevere riconoscimenti dal senatore John McCain, che definiva Belhadj e i suoi seguaci, eroi. Inizialmente fu premiato dopo la caduta di Gheddafi con l’incarico di comandante militare di Tripoli, anche se fu costretto a piegarsi al “governo di transizione”, politicamente più appetibile, che poi evaporò nel Paese devastato dalla guerra caotica. La vicenda delle attività terroristiche di Belhadj include “successi” come la collaborazione con al-Qaida in Afghanistan e Iraq e, naturalmente, la sua utilità nel furioso assalto sponsorizzato da USA-NATO alla Libia che, tra l’altro, provocò la strage di libici neri e di chiunque sospettato di far parte della Resistenza Verde (i fedeli alla Libia guidata da Gheddafi). Anche se i media aziendali hanno cercato di presentare Belhadj come martire per le presunte torture nel programma di estrazione della CIA, il fatto inevitabile è che ovunque vada lascia una violenta scia sanguinosa. Mentre molte di tali informazioni sono note, ciò che è di fondamentale importanza è collocare questa notizia nel contesto politico adeguato, illustrando chiaramente come gli Stati Uniti erano e continuano ad essere il principale patrono degli estremisti dalla Libia alla Siria e oltre, e che tutte le chiacchiere sui “ribelli moderati” sono solo retorica volta ad ingannare un pubblico ottuso.

Il nemico del mio nemico è mio amico… fino a prova contraria
belhadj-cia-2ynjgt4yagea05ii11kowa Ci sono ampie prove documentate dell’associazione di Belhadj con al-Qaida e relativo terrorismo nel mondo. Diversi rapporti ne evidenziano l’esperienza in combattimento in Afghanistan e altrove, e lui stesso s’è vantato di aver ucciso truppe statunitensi in Iraq. Tuttavia, fu in Libia nel 2011 che Belhadj divenne il volto dei “ribelli” che cercavano di rovesciare Gheddafi e il governo legale della Libia. Come il New York Times riferiva: “Il Libia, ma fu uno dei suoi più potenti capi, guidando una fazione jihadista agguerrita che costituiva l’avanguardia della guerra contro Gheddafi. Da nessuna parte ciò fu più chiaramente dimGruppo combattente islamico libico fu costituito nel 1995 con l’obiettivo di cacciare il Colonnello Gheddafi. Spinti in montagna o in esilio dalle forze di sicurezza libiche, i membri del gruppo furono tra i primi a unirsi alla lotta contro le forze di sicurezza di Gheddafi… Ufficialmente il gruppo di combattimento non esiste più, ma gli ex-membri combattono sotto la guida di Abu Abdullah Sadiq (alias Abdalhaqim Belhadj)”. Quindi, non solo Belhadj partecipò alla guerra USA-NATO contro la ostrato che quando il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) prese il comando dell’attacco al compound di Gheddafi a Bab al-Aziziya. A tal proposito, il LIFG ebbe intelligence e probabilmente sostegno tattico dai servizi segreti e dall’esercito statunitensi. Le nuove informazioni sull’associazione di Belhadj con il SIIL così improvvisamente globalmente rilevante, rafforzano certamente la tesi che questo autore, tra gli altri, fece nel 2011, secondo cui la guerra USA-NATO alla Libia fu condotta da gruppi terroristici apertamente e tacitamente sostenuti da servizi segreti e forze armate degli USA. Inoltre, s’integra con altre informazioni emerse negli ultimi anni, informazioni che illuminano come gli Stati Uniti sfruttano per i propri scopi geopolitici uno dei focolai terroristici più attivi nel mondo. Secondo le ultime notizie, Belhadj è direttamente coinvolto nel supporto ai centri di addestramento del SIIL a Derna. Naturalmente Derna dovrebbe essere ben nota a chiunque segua la Libia dal 2011, perché la città, insieme a Tobruq e Bengasi, fu tra i centri del reclutamento di terroristi anti-Gheddafi fin dai primi giorni della “rivolta” e per tutto il fatidico 2011. Ma Derna era già nota come luogo dell’estremismo. In un importante studio del 2007 intitolato “Combattenti stranieri di al-Qaida in Iraq: Un primo sguardo ai Dati Sinjar” del Combating Terrorism Center presso l’Accademia militare degli USA di West Point, gli autori osservavano che: “Quasi il 19 per cento dei combattenti nei Dati Sinjar provenivano dalla sola Libia. Inoltre, la Libia ha inviato molti più combattenti in proporzione ad ogni altra nazionalità, secondo i Dati Sinjar, compresa l’Arabia Saudita… L’aumento apparente di reclute libiche in viaggio verso l’Iraq può essere collegato al rapporto sempre più collaborativo del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con al-Qaida, culminato nell’adesione ufficiale del LIFG ad al-Qaida, il 3 novembre 2007… Le città cui spesso i combattenti chiamavano erano Darnah (Derna), in Libia e Riyadh, in Arabia Saudita, con 52 e 51 combattenti rispettivamente. Derna con una popolazione di poco più di 80000 abitanti, rispetto a Riyadh di 4,3 milioni, ha di gran lunga il maggiore numero pro capite di combattenti secondo i Dati Sinjar”. Quindi, la comunità militare e d’intelligence degli Stati Uniti sapeva da quasi un decennio (forse più) che Derna era il lungo, direttamente o indirettamente controllato dai jihadisti del LIFG, e che la città era terreno di reclutamento primario del terrorismo in tutta la regione. Naturalmente, tali informazioni sono vitali se comprendiamo il significato geopolitico e strategico dei campi di addestramento del SIIL a Derna associati al famigerato Belhadj. Ciò ci porta a tre conclusioni correlate ed altrettanto importanti. In primo luogo, Derna ancora una volta fornisce i combattenti della guerra terroristica condotta in Libia e nella regione, con l’obiettivo evidente della Siria. In secondo luogo i centri di addestramento a Derna sono supportati e coordinati da un noto agente degli Stati Uniti. E in terzo luogo, la politica degli Stati Uniti di sostegno ai “ribelli moderati” è solo una campagna di pubbliche relazioni volta a convincere gli statunitensi (e gli occidentali in generale), che non sostengono il terrorismo, nonostante tutte le prove contrarie.

Il mito dei “ribelli moderati”
Le notizie su Belhadj e SIIL non vanno considerate a sé stanti. Piuttosto, sono un’ulteriore prova che la nozione “moderati” sostenuta dagli Stati Uniti è un insulto all’intelligenza degli osservatori politici e del pubblico in generale. Per più di tre anni Washington ha strombazzato il suo sostegno ai cosiddetti ribelli moderati in Siria, una politica che in vari momenti ha coperto gruppi terroristici come le Brigate al-Faruq (note per il cannibalismo) e Hazam (“Determinazione”) sotto la grande “tenda moderata”. Sfortunatamente per propagandisti e guerrafondai assortiti statunitensi, tali gruppi insieme a molti altri, si sono uniti volontariamente o forzatamente a Jabhat al-Nusra e SIIL. Recentemente, molte segnalazioni indicavano defezioni in massa di fazioni dell’esercito libero siriano presso il SIIL, portandosi con sé le armi avanzate fornite dagli USA, assieme ai ragazzi-immagine della politica di Washington, il citato gruppo Hazam, ora parte di Jabhat al-Nusra, la filiale di al-Qaida in Siria. Naturalmente si tratta solo di alcuni dei tanti esempi di gruppi affiliatisi al SIIL o ad al-Qaida in Siria, tra cui Liwa al-Faruq, Liwa al-Qusayr e Liwa al-Turqman. Ciò che è chiaro è che Stati Uniti ed alleati, nella loro ricerca infinita del cambio di regime in Siria, sostengono apertamente gli estremisti ora fusisi formando la minaccia terroristica globale di SIIL, Nusra e al-Qaida. Ma naturalmente ciò non è una novità, come l’episodio Belhadj in Libia dimostra inequivocabilmente. L’uomo che una volta era di al-Qaida era divenuto”moderato” e “nostro uomo a Tripoli”, è ormai diventato il capo del minaccioso SIIL in Libia. Così anche “i nostri amici” diventano nostri nemici in Siria. Niente di tutto questo dovrebbe sorprendere alcuno. Ma forse John McCain dovrebbe rispondere ad alcune domande sui suoi vecchi legami con Belhadj e i “moderati” in Siria. Obama dovrebbe spiegare perché il suo “intervento umanitario” in Libia è diventato un incubo umanitario nel Paese, e nell’intera regione? La CIA, ampiamente coinvolta in tali operazioni, farà chiarezza sul suo sostegno e sul ruolo svolto nel fomentare tale caos? Dubito che tali domande saranno mai poste da qualche media aziendale. Proprio come dubito che risposte verranno mai date da coloro, a Washington, le cui decisioni hanno creato la catastrofe. Quindi, chi è fuori dalla propaganda aziendale dovrà rispondere a tali domande ed impedire che la dirigenza sopprima le nostre voci… e la verità.

blhj_wmkynEric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iraq si libera senza gli statunitensi

L’Iran attacca e gli USA corrono ai ripari
MK Bhadrakumar Indian Puchline 3 marzo 2015150301181539-01-isis-0301---restricted-exlarge-169Aspri combattimenti sono scoppiati per la città irachena di Tiqrit, a nord di Baghdad, meglio nota quale città natale di Sadam Husayn e considerata cuore spirituale del regime baathista. Le forze governative irachene hanno lanciato una operazione per riconquistare la città ai d militanti ello Stato Islamico. Tale sviluppo estremamente importante ha tre dimensioni.
In primo luogo, naturalmente, se le operazioni hanno successo, saranno un duro colpo per lo SI. Tiqrit non è solo un grande premio, ma il governo iracheno porterà la guerra nel territorio dello SI. Molto probabilmente, il prossimo obiettivo sarà Mosul, nel Kurdistan iracheno, dove il drammatico balzo dello SI si manifestò lo scorso giugno. Si è tentati di supporre che lo SI affronti a breve la prospettiva dell’estinzione militare.
La seconda dimensione riguarda il ruolo cruciale che le Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) svolgerebbero nelle operazioni a Tiqrit sotto bandiera irachena. La BBC ha riferito, citando fonti delle milizie sciite, che il carismatico e leggendario comandante della IRGC, Generale Qasim Soleimani, è stato visto in prima linea “guidare personalmente l’operazione”. È una deliziosa ironia che Soleimani guidi la liberazione della città natale del suo vecchio nemico Sadam. A parte ciò, l’Iran sciita guida la lotta di oggi contro un nemico sunnita che costituisce la minaccia esistenziale ai regimi sunniti del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, che non sono innamorati dell’Iran.
Infine, la lotta che infuria su Tiqrit pone una grande domanda: dove diavolo si nasconde la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti? L’Iran ha svergognato Stati Uniti e partner della coalizione portando da solo la guerra nella tenda dello SI. L’Iran inesorabilmente dimostra che lo SI è un parassita che si può schiacciare facilmente se si fa sul serio, rispetto al mitico titanico prode nemico che gli analisti occidentali dipingono.
Nel frattempo, gli spin doctor sono già al lavoro, sostenendo che gli Stati Uniti hanno deliberatamente chiarito Tiqrit sia una questione di politica, dato che i combattimenti lì sono guidati dalla milizia sciita con una tacita ‘divisione del lavoro’ con l’Iran; una proposizione ridicola, per non dire altro. Teheran sostiene, al contrario, che gli Stati Uniti in realtà mentano quando affermano di combattere lo SI, e che in realtà Washington ha un approccio sfumato anticipando un futuro ruolo dello SI da strumento delle sue strategie regionali. Il Viceministro degli Esteri iraniano Hossein Amir Abdollahian ha letteralmente ridicolizzato le rivendicazioni degli Stati Uniti di combattere lo SI, quando ha affermato a Teheran, “Gli Stati Uniti hanno creato la coalizione anti-SIIL con 60 Paesi, ma la principale misura pratica della coalizione si limita a controllare e amministrare il SIIL“. Abdollahian ha rivelato che aerei militari statunitensi trasportano rifornimenti allo SI in Siria e Iraq, volando da grandi distanze. Ha chiesto: “Come si può fare un errore di 900 chilometri” Bella domanda.
Anche in Afghanistan gli Stati Uniti intervennero militarmente nel 2001 con il pretesto di sconfiggere i taliban, che oggi subiscono una curiosa inversione dei ruoli divenendo interlocutori chiave di Washington e, forse, curati per divenire catalizzatori domani del cambio nelle vaste steppe dell’Asia centrale ancora sotto l’influenza russa, o nell’irrequieta regione autonoma cinese dello Xinjiang, alle prese con l’islamismo.

Crisi di fiducia in Iraq
MK Bhadrakumar Indian Puchline 4 marzo 2015

qassem-soleimaniNon si saprà mai quali pensieri dolorosi attraversavano la mente militare del generale Martin Dempsey, presidente del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti, quando relazionava ai senatori degli Stati Uniti, a Washington, ma di certo non gli sarà stato facile complimentarsi con l’Iran “per l’azione assai evidente… della sua artiglieria e altro” nell’operazione in corso per riprendere la città irachena di Tiqrit al controllo dello Stato islamico. Di sicuro, il generale Dempsey sapeva in realtà di complimentarsi con un generale iraniano da tempo immemore bersaglio degli israeliano-statunitensi, il Generale Qasim Suleimani, comandante della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) dell’Iran. Per chiarire la cosa, mi si permetta una digressione tirando fuori dal mio archivio il profilo dello sfuggente, carismatico e brillantissimo Generale dell’IRGC, che la rivista New Yorker tracciò nel settembre 2013, con un articolo dall’avvincente titolo “Il comandante nell’ombra“. Leggetelo qui e capirete perché il generale Dempsey masticava amaro durante la testimonianza di ieri. Ma quale opzione avrebbe il generale Dempsey se non complimentarsi con Teheran e distogliere l’attenzione dalla questione centrale, cioè che Baghdad ha tenuto all’oscuro Washington sulle operazioni a Tiqrit, decidendo semplicemente di seguire i comandi di Suleimani? Il New York Times ha un resoconto perspicace di Anne Barnard da Baghdad, su quanto sia andato storto tra il governo iracheno e gli statunitensi. Secondo lei, gli iracheni sono frustrati da “pigrizia e pessimismo statunitensi su quanto ci sarebbe voluto per scacciare lo Stato Islamico da Mosul e dalla provincia occidentale di Anbar“. Barnard cita uno stretto collaboratore del primo ministro iracheno Haydar al-Abadi dire, “Gli statunitensi continuano a procrastinare il momento necessario per liberare il Paese“, ha detto in un’intervista. “L’Iraq libererà Mosul e Anbar senza di loro”. Ora, una possibilità per Washington sarà sedersi e sperare, contro ogni speranza, che l’operazione congiunta iracheno-iraniana a un certo punto richieda l’aiuto delle forze statunitensi. Cosa che appare sempre più improbabile con le relazioni sul campo che concludono sempre che lo SI subisce una pesante sconfitta a Tiqrit. Una seconda opzione per gli statunitensi sarebbe invocare il fatto che si tratta di un’operazione sciita e che gli Stati Uniti non possono identificarsi con i conflitti settari. Ma gli ultimi rapporti indicano che migliaia di combattenti sunniti iracheni affiancano le forze governative irachene e i quadri dell’IRGC. In breve, si tratta della classica guerra al terrore, pura e semplice.
Di sicuro, il presidente Barack Obama deve qualche risposta. Perché la “coalizione internazionale” degli USA si gira i pollici e segna il passo esagerando inutilmente la potenza dei combattenti dello Stato Islamico? Baghdad e Teheran svergognano USA e partner della coalizione, dagli australiani agli arabi del Golfo, illustrandoli come assai vili o infidi (o entrambe); infatti c’è un silenzio assordante da parte dell’Arabia Saudita, anche se la sua progenie di un tempo viene massacrata.

L’Iraq si libera senza gli statunitensi
al-ManarReseau International 5 marzo 2015

Iraqi security forces and Shi'ite Fighters sit on a tank, in the town of Hamrin, in the Salahuddin provinceDato il controllo del gruppo terroristico SIIL a Mosul e vasta parte del territorio iracheno, gli statunitensi insistono a dichiararsi “liberatori esclusivi” della Mesopotamia e a rifiutarsi di riconoscere alcun ruolo a forze armate e forze popolari irachene. Eppure, negli ultimi combattimenti contro i terroristi, senza alcuna copertura aerea e coordinamento con gli USA, riescono a limitare la presenza del SIIL nelle province di Niniwa e Anbar. Gli statunitensi non si sono accontentati della sconfitta del 2011 in Iraq. Ora cercano di legittimare la presenza militare e di sicurezza in più di una regione irachena. Gli Stati Uniti sostengono che sono nel Paese su richiesta del governo di Baghdad. Come al solito, gli Stati Uniti cacciano gli altri solo per gestire il Paese. Perciò, da giugno scorso continuano a parlare incessantemente dello Stato “deplorevole” dell’Iraq, sottolineando l'”incapacità” delle forze militari irachene, ufficiali o popolari, nel respingere il SIIL.

Minimizzare le azioni dell’esercito iracheno
Anche se i fatti sul terreno dimostrano il contrario, gli statunitensi insistono a seguire tale politica. Tutti ricordano ciò che realmente avvenne a fine gennaio, mentre le forze irachene avrebbero dovuto liberare la provincia di Miqdadiya, ultimo baluardo del SIIL a Diyala, il Pentagono pubblicava un rapporto con i dati sulle operazioni delle forze irachene dopo la crisi di Mosul del giugno 2014. Secondo il rapporto, il SIIL non ha perso che l’1% dei territori occupati a seguito delle operazioni dell’esercito e delle forze di mobilitazione irachene, 700 kmq su 55 mila che il gruppo terroristico occupa. Il portavoce del Pentagono affermava che le forze curde riconquistarono la maggior parte dei territori nel nord dell’Iraq. Purtroppo l’Iraq non rigettò come errati tali dati, né denunciò gli scopi di tale sospetta propaganda degli Stati Uniti. Al momento, un alto funzionario degli Stati Uniti assicurava che le forze irachene non potevano liberare un villaggio senza aiuto straniero. Tali commenti furono ripresi un paio di giorni fa dal direttore del servizio segreto militare statunitense, Vincent Stewart, sostenendo che “le forze irachene non possono sconfiggere il SIIL a causa di carenze logistiche, corruzione e altri problemi nell’istituzione militare irachena“. Per gli statunitensi, le forze ufficiali e popolari irachene non dovevano affrontare il SIIL per evidenti motivi legati ai loro interessi strategici in Iraq. Ma sorpresa degli statunitensi, alcuni partiti iracheni e i loro alleati iraniani, decisero di affrontare il SIIL con tutte le forze. Così l’Ayatollah Sayed Ali Sistani, eminente figura religiosa sciita dell’Iraq, ha decretato una fatwa per usare le armi e il jihad contro il SIIL, una fatwa qualificata “inutile” dal Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, generale Martin Dempsey. Da parte sua, il leader supremo della rivoluzione islamica in Iran, Sayed Ali Khamenei assicurava che il popolo iracheno poteva liberare il territorio.

La missione del Generale Souleimani
Rapidamente, le cose si chiarirono quando Sayed Khamenei inviava in Iraq il comandante delle Forze al-Quds delle Guardie Rivoluzionarie, Generale Qasim Souleimani. Poche ore dopo la caduta di Mosul, Souleimani iniziò a coordinare gli sforzi della resistenza irachena. Souleimani supervisionava una missione centrale il cui obiettivo era ritrovare l’iniziativa contro il SIIL, arrivato ai margini settentrionali della capitale Baghdad. In due giorni, una forza militare e le fazioni della resistenza irachena guidate da Souleimani liberavano Balad dall’assedio aprendo la strada per Samara, liberando la città, obiettivo raggiunto dopo aspri combattimenti, e poi iniziò una serie di operazioni estese e veloci permettendo di liberare ampi territori occupati dal SIIL, sotto gli occhi degli statunitensi che si rifiutavano di riconoscere questi fatti inattesi.

Successione di vittorie
Negli ultimi sette mesi hanno avuto successo le operazioni delle forze irachene e delle unità di mobilitazione popolare, una serie di fazioni attivatesi durante l’occupazione degli Stati Uniti dal 2003 come “brigate Salam“, “brigate Hezbollah“, “fazioni Ahlul Haq“, “organizzazione Badr“, “brigate Qurasani”, “Soldati dell’Imam”, “Brigate del Maestro dei Martiri”, “Brigate Imam Ali”, ecc… I successi della Forza di mobilitazione popolare irritano gli statunitensi, perché hanno dimostrato grande capacità nel sconfiggere i gruppi iracheni del SIIL senza di loro, anche perché questi gruppi sono gli stessi che combatterono e respinsero l’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003. Ecco perché ogni volta che le forze irachene vincono, gli statunitensi si sentono sempre più esclusi dalla scena irachena.

Il ponte aereo iraniano
Gli statunitensi scommettevano sulle carenze dei materiali nell’esercito iracheno. Anche in questo caso l’aiuto iraniano ha cambiato la situazione. Le guardie della rivoluzione iraniana hanno stabilito un ponte aereo per trasportare munizioni negli aeroporti di Baghdad, Sulaymaniya, Kirkuk e Irbil. Cittadini iracheni avrebbero visto camion carichi di armi iraniane attraversare la frontiera.

Rifiuto di qualsiasi coinvolgimento degli Stati Uniti
Quando gli statunitensi hanno capito di aver perso in Iraq, si offrirono di partecipare alle operazioni, assicurando tiro di sbarramento e copertura aerea. Il Generale Souleimani respinse fermamente tale richiesta, e il governo iracheno ha fatto lo stesso. Gli statunitensi furono anche sorpresi dal rifiuto del generale iraniano di coordinarsi sul campo e d’incontrare i capi militari statunitensi. Poi rifiutò un incontro con il capo diplomatico degli USA John Kerry. La risposta delle forze di mobilitazione popolare è stata decisiva: le forze statunitensi saranno considerate nemiche se operassero nelle regioni delle operazioni della mobilitazione popolare. Mentre l’esercito iracheno ha condotto decine di operazioni militari riuscendo a scacciare il SIIL da molti villaggi iracheni, per 10000 kmq, le forze dell’alleanza internazionale degli Stati Uniti colpiscono sporadicamente qua e là, senza finora liberare un solo villaggio iracheno! Pertanto la liberazione di regioni come Amarli, Miqdadiya, Jarf al-Saqr, ponte di Zarqa, Jalula, Sadiya e Balad in nessun caso può passare inosservata. Queste operazioni hanno contribuito ad assicurare le province di Diyala e Babil e i margini meridionali, occidentali e settentrionali di Baghdad. La liberazione totale delle province di Kirkuk e Salahudin, con una superficie di 9000 kmq, sembra imminente, mentre il SIIL si limita in questo caso alle province di Niniwa e Anbar. Sapendo che in queste due province forze di Stati Uniti e occidentali sono presenti come “consiglieri”, una domanda sorge spontanea: perché tali forze non hanno fatto alcun progresso sul terreno? Compiranno mai un importante passo contro il SIIL senza l’intervento delle forze popolari e governative irachene?

4518c3b2406c6f81f31043cb9d02dc66Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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