Trump: geopolitica del fallimento

Alessandro Lattanzio, 13 aprile 2017Mentre il 12 aprile il comandante dell’USS Ross, Russell Caldwell, che aveva supervisionato l’attacco missilistico dell’US Navy contro la base aerea siriana di al-Shayrat, dopo solo 18 mesi di comando della nave veniva “promosso” a supervisionare la stesura di manuali sulla guerra di superficie a San Diego, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dichiarava che la sua amministrazione non designa più la Cina come manipolatore di valuta e si lamentava di come il dollaro USA sia troppo forte, rimangiandosi le dichiarazioni fatte in campagna elettorale, quando accusò la Cina di manipolare la propria valuta per aumentare le esportazioni, “Credo che il nostro dollaro sia diventato troppo forte, e in parte questo è colpa mia perché la gente ha fiducia in me, ma è un male… alla fine“, aveva detto Trump; miracolo dovuto al lancio dell’agenzia di stampa dello Stato cinese Xinhua, che definiva l’attacco alla Siria l’azione di un politico debole che aveva bisogno di mostrare i muscoli. In sostanza, Xinhua aveva detto che Trump ordinò l’attacco per superare l’accusa di essere “filo-russo”. Xinhua menzionò gli attacchi missilistici statunitensi sulla Libia nel 1986 e l’Iraq nel 1998, e rimproverò gli Stati Uniti per non aver raggiunto i propri “obiettivi politici” in quei casi, “E’ la tipica tattica degli Stati Uniti inviare un forte messaggio politico attaccando altri Paesi utilizzando aerei militari avanzati e missili da crociera”. “Gli analisti cinesi, il cui consiglio è a volte ricercato dal governo su questioni di politica estera, erano sprezzanti sull’attacco, vedendovi un Paese potente attaccare una nazione che non poteva reagire”. L’analista cinese Shen Dingli affermava, “Se gli Stati Uniti s’infognano in Siria, come può Trump rendere ancora grande l’America? Di conseguenza, la Cina potrà avere un’ascesa pacifica. Anche se diciamo di opporci al bombardamento, nel profondo del cuore ne siamo felici”. Tra l’altro, anche lo stupido tentativo dell’amministrazione Trump di creare una frattura tra Mosca e Beijing non tiene nemmeno conto dei dati della realtà economica mondiale: “Per la prima volta in assoluto, le esportazioni di macchinari della Cina in Russia hanno superato quelle della Germania, secondo i dati del 2016 dell’Associazione dell’industria metalmeccanica tedesca (VDMA). La Cina inviò macchinari del valore di 4,9 miliardi di euro (5,2 miliardi di dollari) in Russia lo scorso anno, a fronte di ordini dalla Germania per un totale di 4,4 miliardi di euro. L’inversione di tendenza era prevista date le sanzioni economiche dell’UE nei confronti della Russia per il presunto ruolo nel conflitto ucraino e l’adesione della Crimea. “I fornitori cinesi sono chiaramente in vantaggio in questo momento”, aveva detto un comunicato della VDMA. “Non sono alle prese di alcuna sanzione e, quando necessario, provvedono proprie offerte di finanziamento per le consegne”.”
Negli ultimi 16 anni, mentre gli USA minacciavano Iran, Siria e Russia, la Cina ha continuato a rafforzasi alleandosi con la Russia e l’Iran. E l’amministrazione Trump, trascinando gli Stati Uniti nella guerra in Siria non farà altro che rafforzare questa dinamica. “Non c’è da stupirsi se dei cinesi siano “entusiasti” a tale prospettiva”. Inoltre, l’ultimo vertice USA-Cina è stato un fallimento, dato che i cinesi non hanno fatto concessioni agli USA, né sul piano geopolitico, né su quello commerciale. Infatti la Cina non solo non apre ulteriormente i propri mercati alle aziende statunitensi, ma gli imprenditori statunitensi, che si aspettavano anche che i cinesi annunciassero investimenti negli Stati Uniti, creando posti di lavoro e compensando lo squilibrio commerciale degli USA con la Cina, rimanevano a bocca asciutta. Xi Jinping non ha proposto nulla di ciò. E’ stata una debacle per Trump “giunto alla Casa Bianca spacciandosi da grande affarista. La sua idea sarebbe stata ‘ammorbidire’ l’avversario con minacce e spacconate, per strappargli concessioni, mentre puntava all”affare’ più vantaggioso per gli Stati Uniti. Tale approccio può funzionare nel mondo del commercio. Ma come i cinesi gli hanno dimostrato, e come i russi glielo dimostreranno, il mondo della diplomazia internazionale non funziona così”.
E difatti, la Casa Bianca di Trump insisteva su tale approccio pubblicando tre pagine e mezza di accuse contro i governi di Siria e Russia. Si tratta di mere pagine senza intestazione o note, senza data, classificazione o declassificazione, senza indicazione dell’agenzia responsabile e senza firme. Non si capisce chi l’abbia scritte. Se i media occidentali lo definiscono rapporto declassificato sull’attacco con armi chimiche, in realtà non è nulla del genere. Inizia con “Gli Stati Uniti ritengono che il governo siriano abbia effettuato un attacco chimico…” Gli Stati Uniti non sono “certi”, non “sanno”, non hanno “prove”, ma “ritengono” soltanto. Il documento afferma che “abbiamo intelligence elettronica e geospaziale”, per poi aggiungere che “non possiamo rilasciare pubblicamente tutta l’intelligence disponibile su tale attacco per la necessità di proteggere fonti e metodi”. Il testo comprende sette paragrafi di un presunto “Sommario delle valutazioni della comunità d’intelligence degli Stati Uniti”, seguiti da altri otto paragrafi che tentano di confutare le affermazioni russe e siriane. Solo fuffa politica. Infatti, per tracciare una “valutazione dei servizi segreti”, un National Intelligence Assessment per cui tutte le diciassette agenzie d’intelligence statunitensi devono essere ascoltate, sono necessarie tre settimane di tempo, e una valutazione completa richiede almeno due mesi. Tale documento è ufficiali e viene emesso dal direttore della National Intelligence. La valutazione diffusa dalla Casa Bianca invece non è nulla del genere, semmai è l’appunto di qualcuno del Consiglio di Sicurezza Nazionale. E tale appunto afferma “Riteniamo che Damasco abbia lanciato questo attacco chimico in risposta ad un’offensiva dell’opposizione nella provincia di Hama che minacciava un’infrastruttura chiave“. Ma tale offensiva era fallita due settimane prima, e l’Esercito arabo siriano aveva liberato le aree occupate da al-Qaida, le infrastrutture non furono mai minacciate ed oltre 2000 terroristi furono eliminati in quelle operazioni. L’attacco su Hama, pianificato e diretto dal capo di al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) al-Juliani, era già fallito giorni prima dell’incidente chimico di Qan Shayqun, città tra l’altro lontana dal fronte. Il documento della Casa Bianca infatti si basa su “segnalazioni open source” che “indicano” qualcosa. Ciò significa che la Casa Bianca basa le proprie accuse su foto e video diffusi dalla propaganda collegata ad al-Qaida, i cui agenti sono gli unici che possono agire a Qan Shayqun, occupata dal liwa al-Aqsa, gruppo terroristico collegato ad al-Qaida e Stato islamico. In tali video appare il cosiddetto “Dr. Shajul Islam”, medico radiato nel Regno Unito ed incriminato per il sequestro di due giornalisti occidentali in Siria, tra cui James Foley, decapitato dallo Stato islamico. Tale “valutazione d’intelligence” definisce ufficialmente al-Qaida “opposizione siriana”. Va ricordato che il generale neocon David Petraeus invocò un’alleanza tra Stati Uniti e al-Qaida nel 2015, e il consigliere della sicurezza nazionale di Trump, generale McMaster, è un protetto di Petraeus, di cui era il braccio destro in Iraq. Il passo successivo di tale strategia sarebbe l’alleanza dichiarata degli Stati Uniti con lo Stato islamico. L’editorialista del New York Times Thomas Friedman già lo sostiene: “Potremmo semplicemente far marcia indietro nella lotta allo SIIL in Siria e farne solo un problema per Iran, Russia, Hezbollah e Assad. Dopo tutto, loro sono sovraestesi in Siria, non noi. Farli combattere una guerra su due fronti, i ribelli moderati da un lato e SIIL dall’altro. Se sconfiggiamo lo SIIL in Siria ora, ridurremo solo la pressione su Assad, Iran, Russia ed Hezbollah, e gli consentiremo di dedicare tutte le risorse a schiacciare gli ultimi ribelli moderati ad Idlib, per non condividere il potere con loro. In Siria, Trump dovrebbe lasciare che lo SIIL sia una preoccupazione per Assad, Iran, Hezbollah e Russia, e l’incoraggi come si fece con i mujahidin che colpirono la Russia in Afghanistan”. I “ribelli moderati a Idlib” non esistono, ci sono solo al-Qaida e Ahrar al-Sham, che s’ispirano ai taliban.

Il professore emerito del MIT Theodor Postol, ex-consigliere scientifico dell’US Navy ed esperto di missili, analizzando le “prove” della Casa Bianca, affermava in una lettera, “Caro Larry, rispondo alla tua richiesta su ciò che ho capito della dichiarazione della Casa Bianca che sostiene la scoperta dell’intelligence sull’attacco con gas nervino del 4 aprile 2017 a Qan Shayqun, in Siria. La mia comprensione dalla nota è che sia una sintesi d’intelligence della Casa Bianca resa pubblica l’11 aprile 2017. Ho rivisto il documento con attenzione, e credo che si possa dimostrare, senza ombra di dubbio, che non fornisce la benché minima prova che il governo degli Stati Uniti abbia prove concrete che il governo della Siria sia responsabile dell’attacco chimico a Qan Shayqun, Siria, tra le 6 e le 7 del mattino del 4 aprile 2017. In realtà, elemento principale di prova citato nei punti del documento è che l’attacco fu eseguito da individui a terra, non da un aereo, la mattina del 4 aprile. Tale conclusione si basa su un presupposto della Casa Bianca quando cita il punto di lancio del Sarin e le relative fotografie. La mia valutazione è che il sito molto probabilmente sia stato manomesso o fabbricato, in modo che alcuna conclusione seria possa trarsi dalle fotografie citate dalla Casa Bianca. Tuttavia, se si assume, come fa la Casa Bianca, che il sito di rilascio del Sarin sia questa posizione e che non sia stata manomessa, la conclusione più plausibile è che il Sarin fuoriuscì da un dispositivo di dispersione improvvisato fabbricato con un segmento di razzo da 122 millimetri riempito con sarin e chiuso su entrambi i lati. Gli unici fatti indiscutibili riportati nel rapporto della Casa Bianca è l’affermazione che l’attacco chimico con agente nervino si è verificato a Qan Shayqn, Siria, quella mattina. Anche se la dichiarazione ripete ciò in molti passaggi della relazione, il rapporto non contiene assolutamente alcuna prova che questo attacco sia dovuto a munizione aviolanciata. In realtà, il rapporto non contiene assolutamente alcuna prova che possa indicare chi sia l’autore di tale atrocità. Il rapporto ripete invece le osservazioni degli effetti fisici subiti dalle vittime che, con pochi dubbi, indicano avvelenamento da gas nervino. L’unica fonte del documento che cita una prova del fatto che l’attacco sia opera del governo siriano è il cratere che si afferma di aver individuato su una strada a nord di Qan Shayqun. Ho individuato tale cratere utilizzando Google Earth e non c’è assolutamente alcuna prova che sia opera di una munizione progettata per disperdere Sarin dopo esser stata sganciata da un aereo… I dati citati dalla Casa Bianca sono più coerenti con la possibilità che la munizione sia stata usata a terra piuttosto che da un aereo. Questa conclusione presuppone che il cratere non sia stato manomesso prima di essere fotografato. Tuttavia, facendo riferimento alla munizione per il cratere, la Casa Bianca indica che esso sia la fonte errata usata per concludere che la munizione sia stata sganciata da un aereo siriano”.
Il documento della Casa Bianca, quindi, sosteneva che l’intelligence degli Stati Uniti avesse le prove dell’uso di gas Sarin da parte dell’Aeronautica militare siriana. Ma inizialmente gli analisti statunitensi affermarono di non poter tracciare la presenza eventuale di aerei da guerra sulla sito del sospetto attacco chimico, ma poi, secondo una fonte interna, affermarono che un drone avrebbe sganciato la bomba. Gli analisti cercarono d’identificare tale drone, arrivando a credere che provenisse dalla Giordania, da una base delle forze speciali saudita-israeliana che supporta i terroristi in Siria. Secondo una fonte dell’intelligence statunitense, tale azione aveva lo scopo di creare un incidente che facesse cambiare rotta all’amministrazione Trump, che a fine marzo annunciava di non voler più rimuovere il Presidente Bashar al-Assad. Il 6 aprile, prima dell’attacco missilistico, oltre venti ex-ufficiali dell’intelligence militare degli USA stilarono una nota secondo cui il gas fu emesso a seguito del bombardamento di un deposito di armi chimiche di al-Qaida, nella provincia di Idlib. Gli ex-ufficiali dei servizi segreti degli Stati Uniti inviarono una nota al presidente Trump esortandolo ad intraprendere un’attenta indagine dell’incidente, prima di esacerbare le relazioni tra USA e Russia. Secondo la nota “i nostri contatti nell’esercito degli Stati Uniti in zona” misero in discussione la tesi ufficiale dell’attacco con armi chimiche. “Invece, un aereo siriano ha bombardato un deposito di munizioni di al-Qaida in Siria, che si è rivelato pieno di sostanze chimiche nocive, e un forte vento soffiò la nube chimica su un villaggio vicino, dove molti morirono di conseguenza”.

Intanto, nella bianca Casa delle ombre, parlando con Michael Goodwin del New York Post, Trump sembrava disposto a licenziare Steve Bannon da consigliere del presidente. Goodwin dice di aver chiesto a Trump se avesse ancora fiducia in Bannon, che viene indicato collegato al genero di Trump Jared Kushner. E Trump rispose, “Mi piace Steve, ma bisogna ricordare che non partecipò alla mia campagna che molto tardi. Avevo già battuto tutti i senatori e tutti i governatori, e non lo conoscevo. Io sono il mio stratega, e non volevo cambiare strategia perché affrontavo la squinternata Hillary”. Bannon e Kellyanne Conway diressero la campagna elettorale di Trump, che poi assunse Bannon come suo principale consigliere politico alla Casa Bianca, al fianco di Reince Priebus. “Steve è un bravo ragazzo, ma gli ho detto di raddrizzarsi o lo farò io”, concluse Trump.
Alla trasmissione ‘Sessanta minuti’ della TV Rossija-1, il leader del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennadij Zjuganov, affermava che Trump era ormai in balia della mafia che dirige gli USA da ben prima dell’ascesa al potere, con tutto il suo fervore anti-russo. Zjuganov osservò anche che Trump sembrava leggere da un gobbo con voce tremolante ed emozionata. Al Sunday Evening Show, invece il Generale Evgenij Buzhinskij affermava, riguardo all’attacco missilistico su al-Shayrat, “Ci sono diverse linee di comunicazione tra di noi. C’è quella tra i Capi di Stato Maggiore, molto veloce. Non fu usata. Invece usarono la linea istituita dal Memorandum d’intesa per il deconflitto, nel 2015, a livello regionale, tra gli statunitensi in Giordania e i russi in Siria. L’avvertimento sull’attacco imminente fu inviato al comando statunitense in Giordania in piena notte e l’ufficiale addetto non ebbe fretta di trasmetterlo alla controparte russa in Siria. L’ufficiale di servizio l’inviò a Mosca, al Ministero della Difesa, che non rispose né lo passò subito ai siriani. Risultato: le due ore furono bastarono appena ai russi prendere le misure cautelari necessarie. Il ministero russo era furioso”. Infine, Yakov Kedmi, israeliano ex-cittadino sovietico, recatosi in Israele alla fine degli anni ’70 e persona non grata in Russia fino al 2014, dichiarava alla stessa trasmissione che “parlando dell’attacco alla base siriana, gli statunitensi non identificarono alcun bunker o ubicazione delle armi chimiche. Sembra che lo stiano ancora cercando. Ciò dimostra che si tratta di un falso. Quanto al governo israeliano, dice qualunque stupidità gli statunitensi dicano. Questa è la situazione del nostro Paese. Amen”.
Il 10 aprile, 22 capi dei gruppi terroristici di Ahrar al-Sham venivano eliminati durante una loro riunione da un raid aereo russo nella provincia di Idlib, a Jisr al-Shughur. L’attacco fu la prima risposta agli attacchi missilistici statunitensi su al-Shayrat, oltre agli aerei da guerra siriani che, decollati dalla stessa base aerea, distruggevano un enorme deposito di armi e munizioni di Jabhat al-Nusra ad al-Qasaniyah, presso Jisr al-Shughur, a sud di Idlib. Fonti:
Consortium News
Global Times
Moon of Alabama
Russia Insider
Russia Insider
Sic Semper Tyrannis
South Front
Stripes
The Duran
Washington Post

Washington ha una strategia valida in Siria?

Maksim Egorov New Eastern Outlook 11/04/2017

Il recente attacco degli Stati Uniti contro le forze siriane dispiegate nella base aerea Shayrat effettuato utilizzando 59 missili Tomahawk, all’inizio del mese, ha segnato una nuova pietra miliare nel gioco militare e politico di Washington in Medio Oriente. Eppure, sembra che tale nuovo approccio sia più netto di quello perseguito dall’ex-presidente degli Stati Uniti che, senza alcuna ragione apparente, spesso viene definito pacifista. Allora, che vogliono Trump e le forze che lo sostengono fino a questo momento? Ci sono cose che emergono, anche se non sono in alcun modo connesse con il pretesto per tale attacco. In realtà, ciò che appare è una campagna mediatica orchestrata con cura volta ad alleviare la grave pressione mediatica sul nuovo presidente degli Stati Uniti, accusato di non poter sfidare Vladimir Putin e non perseguire una politica globale in Medio Oriente. Quindi, l’attacco missilistico sarebbe un modo “creativo” di tranquillizzare i critici di Trump. Il presidente statunitense sembra convinto che dopo un cambio così radicale nella politica di Washington avrà le mani libere per aggiustare il Paese dall’attuale corso. Inoltre, v’è un chiaro desiderio di umiliare la Russia osservabile oggi a Washington, secondo il presupposto che non possa, né voglia proteggere l’unico alleato in Medio Oriente. Allo stesso tempo, l’amministrazione Trump resta convinta che Mosca cercherebbe il dialogo con Washington e quindi, presumibilmente, non avrebbe il coraggio di rispondere a tali provocazioni con misure sconsiderate. Ciò che è di grande importanza per Washington è la necessità di mostrare agli alleati regionali che, dopo la miserabile sconfitta in Siria, continuerà a sostenere la lotta delle monarchie sunnite contro l’Iran che si sarebbe “radicato” in Siria. Ritiene che tali attacchi sollevino il morale dei monarchi del Golfo Persico e mostrino l’impegno degli USA a difendere gli interessi nazionali nella regione, sia reali che immaginari. La Casa Bianca vuole garantirsi tale obiettivo al più presto possibile, dato che i giorni di Obama in carica hanno corroso la fiducia della maggior parte degli alleati regionali verso Washington. Allo stesso tempo, un segnale viene trasmesso alle forze del mondo arabo che già si orientano verso la Russia, che appare un partner più affidabile, a corto di promesse ma disposto a realizzare quel che ha fatto, come perseguire la distruzione totale e completa delle forze terroristiche. Il messaggio è volto a Egitto, Iraq e Libia controllata dal parlamento di Tobruq. L’obiettivo finale è dimostrare l’“impotenza” di Mosca di fronte alla potenza militare statunitense Inoltre, ad Ankara viene fatto intendere che non dovrebbe sfidare la NATO o potrebbe rimpiangerlo.
Dal punto di vista strategico, tali attacchi avrebbero indebolito lo Syrian Arab Air Force, che ha inflitto massicce perdite agli islamisti filo-occidentali che ora hanno una stretta finestra di opportunità per colpire di nuovo, e Trump lo sa. Le ragioni di tale passo sconsiderato non sono in alcun modo collegate a Russia o Iran; è abbastanza chiaro che Donald Trump ha deciso di venire in soccorso di Francois Hollande e Angela Merkel, dal gradimento pubblico che ha toccato il fondo in pieno periodo pre-elettorale.
Se tutto ciò va riassunto, va compreso nel modello che sarebbe la prova assoluta che l’era del mondo unipolare è giunta al termine. A dispetto di Trump, gli Stati Uniti non possono agire diversamente da qualsiasi precedente presidente. Se a un certo punto scegliesse di far fare i bagagli ai suoi soldati e farli tornare a casa, Washington si troverebbe in mezzo al nulla con 20 triliardi di dollari di debiti sul groppone. Dopo tutto, i politici statunitensi riconoscono l’ovvio, cioè che l’iniziativa economica è nelle mani della Cina e quella politico-militare della Russia, e che ciò basta a porre fine all’era del dollaro. Perciò si vedono i disperati tentativi di Washington di approfittare di tale iniziativa per minare le posizioni geopolitiche della Russia e prevalere ancora una volta. E’ vero che le mosse sconsiderate di Washington possono garantirgli alcuni obiettivi a breve tempo e farsi propaganda, ma non cambieranno la situazione. La Russia non accetterà diktat dagli USA e non abbandonerà il suo principale alleato, quindi adotterà misure militari per rafforzare le difese della Siria, accelerando ancora più il riavvicinamento tra Mosca, Teheran e Damasco. Possiamo ritenere Trump dedito a un grosso bluff? Beh, assai probabile, ma deve essere più cauto se non vuole mettere a repentaglio le relazioni degli USA con la Cina. Sparare missili durante la visita di Xi Jinping negli Stati Uniti è stata l’idea peggiore. Le misure aggressive contro la Siria, a cui Pechino è veramente interessata, sono un pessimo modo d’intimidire la potenza economica asiatica. E la Cina difficilmente sarà interessata a un partner che non solo combatte il terrorismo solo sulla carta, ma continua a sostenerlo. I politici cinesi pensano sempre ai separatisti uiguri dato che vogliono infiammare lo Xinjiang. Quindi, tale aggressione allarmerà la già cauta Cina. Se è vero che un Tomahawk può infliggere molti danni, Washington è consapevole della portata esatta dei danni che si è inflitta sparandoli?

Bombardiamo la Siria perchè la Siria ha bombardato la Siria per insegnare alla Siria a non bombardare la Siria…

Maksim Egorov, commentatore politico sul Medio Oriente della rivista on-line “New Eastern Outlook”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran “risponderanno con la forza” se gli Stati Uniti attaccheranno di nuovo la Siria

RussiaToday 9 aprile 2017

Il Presidente iraniano Hassan Rohani ha contattato l’omologo russo Vladimir Putin dopo l’attacco degli Stati Uniti alla Siria. Mosca e Teheran condannano l’atto “che viola il diritto internazionale” e ammoniscono Washington dal riprovarci. Russia e Iran hanno avvertito gli Stati Uniti che “risponderanno con la forza” se la “linea rossa” sarà attraversata di nuovo in Siria, riferendosi ai bombardamenti statunitensi della base aerea siriana di al-Shayrat, il 7 aprile. “L’operazione degli Stati Uniti è un’aggressione alla Siria: la linea rossa è stata attraversata“, si legge nel comunicato diffuso il 9 aprile dall’Alleanza militare che sostiene il governo siriano, a cui aderiscono Mosca e Teheran. “Ora, qualsiasi aggressione, chiunque sia l’autore, vedrà una risposta con la forza, e gli Stati Uniti sono consapevoli dei mezzi a nostra disposizione“, dice la nota.
Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il segretario di Stato USA Rex Tillerson hanno parlato al telefono dell’attacco statunitense alla base siriana. Il Cremlino ha anche detto che il Presidente iraniano Hassan Rohani ha conversato con il Presidente russo Vladimir Putin per telefono il 9 aprile, discutendo delle conseguenze dell’azione militare degli Stati Uniti del 7 aprile, che avrebbe descritto “inaccettabile” ricordando, inoltre, che viola il diritto internazionale. I presidenti iraniano e russo hanno inoltre rinnovato l’appello a un’indagine oggettiva del presunto attacco chimico che ha colpito la città di Qan Shayqun nella provincia di Idlib, il 4 aprile, per stabilirne le responsabilità, mentre gran parte dei governi occidentali accusa senza prove il governo siriano. I due Presidenti hanno anche riaffermato la determinazione ad “approfondire la cooperazione nella lotta al terrorismo“.
Il primo mattino del 7 aprile gli Stati Uniti lanciavano 59 missili Tomahawk sulla base dell’esercito siriano di al-Shayrat, in rappresaglia del presunto attacco chimico del 4 aprile nella provincia di Idlib, di cui Washington accusa il governo siriano senza fornire prove. La Russia ha descritto l’attacco come “aggressione che si avvale di un pretesto artificiale contro uno Stato sovrano aderente alle Nazioni Unite“.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rapidi cambiamenti radicali in Medio Oriente

Peter Korzun, SCF 30/01/2017People walk past a banner with a picture of Russian President Vladimir Putin in central CairoGli scenari geopolitici in Medio Oriente subiscono rapidi cambiamenti con nuovi fattori emergenti sullo scacchiere regionale. La politica estera di Cairo compie una nuova svolta. E’ stato annunciato di recente che l’Egitto riceverà un milione di barili di petrolio al giorno dall’Iraq. L’Arabia Saudita aveva informato l’Egitto che l’invio di prodotti petroliferi attesi secondo l’accordo per aiuti da 23 miliardi veniva sospeso a tempo indeterminato, suggerendo una spaccatura profonda tra i due Paesi. D’ora in poi, l’Egitto avrà il petrolio di cui ha bisogno a un costo inferiore a quello saudita. Il Presidente egiziano al-Sisi ha respinto gli sforzi dei sauditi per rovesciare il regime di Bashar Assad, ed inoltre raggiunge l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah e i suoi alleati Huthi che l’Arabia Saudita combatte dal marzo 2015. Cairo ha aperto i canali diplomatici con il filo-iraniano Hezbollah libanese, che combatte al fianco del Presidente Assad in Siria contro i gruppi ribelli supportati da Riyadh. L’Iraq fornirà all’Egitto 1 milione di barili di petrolio di Bassora ogni mese. L’accordo prevede l’estensione di un oleodotto dall’Iraq all’Egitto attraverso la Giordania. A dicembre, il ministro del petrolio iracheno, Ali al-Luyabi, incontrava i capi delle grandi compagnie petrolifere e gasifere di Cairo, invitandoli a contribuire allo sviluppo industriale del suo Paese. L’Egitto addestra quattro unità dell’esercito iracheno sulla guerra al terrorismo, alla luce del riavvicinamento tra Egitto e asse iracheno-iraniano nella regione. Ed anche dovrebbe inviare truppe in Siria nei prossimi giorni per sostenere il cessate il fuoco proposto da Russia, Iran e Turchia. E’ stato riportato che un’unità dell’esercito egiziano verrebbe schierata in Siria questo mese. Lo scorso ottobre, il capo dell’ufficio della Sicurezza Nazionale siriana Ali Mamluq visitava Cairo incontrando Qalid Fuzy, il capo dell’intelligence generale dell’Egitto. Le parti hanno deciso di coordinarsi politicamente e rafforzare la cooperazione nella “lotta al terrorismo”. L’Egitto è un Paese a maggioranza sunnita. Il suo aperto sostegno alla coalizione della Russia in Siria è una svolta di fondamentale importanza. smentendo l’interpretazione settaria del conflitto in Siria.
Middle East Observer cita Nziv Net, sito vicino all’intelligence israeliana, dire che “l’Egitto ha inviato un gruppo di ufficiali in Siria, per la prima volta da quando i rapporti furono congelati da Mursi”. Lo scorso dicembre, Ibrahim Ishayqir al-Jafari, ministro degli Esteri iracheno, invitava l’Egitto a partecipare a “un piano strategico di lotta al terrorismo” comprendente l’Iran. A settembre, il ministro degli Esteri egiziano Samih Shuqry s’incontrava per la prima volta con l’omologo iraniano Jawad Zarif, durante la visita a New York per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ad ottobre, l’Egitto sosteneva l’azione russa alle Nazioni Unite per un cessate il fuoco in Siria. La mossa fece arrabbiare l’Arabia Saudita che sospese l’invio di petrolio al Cairo. Il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi affermò pubblicamente il suo sostegno alle forze del Presidente siriano Bashar al-Assad. Le relazioni tra Russia ed Egitto crescono. Nel febbraio 2015, l’Egitto firmò un accordo importante per la creazione della zona di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica della Russia. Il progresso nella cooperazione militare è tangibile. Gli accordi per le armi che l’Egitto ha firmato con la Russia ammontano a 5 miliardi di dollari nel 2015, includendo 50 aerei da combattimento MiG-29M, sistemi di difesa aerea a lungo raggio Buk-M2E e Antej-2500 e circa 50 elicotteri Ka-52K per le nuove navi d’assalto anfibio classe Mistral che l’Egitto ha acquistato in Francia. Le navi riceveranno elicotteri ed elettronica originariamente previsti dai russi. I due Paesi hanno firmato diversi accordi per la ristrutturazione degli impianti di produzione militare dell’Egitto. Un protocollo fu firmato per concedere l’accesso dell’Egitto al GLONASS, il sistema di posizionamento satellitare globale russo. A settembre, il ministro della Difesa Sadqy Subhy visitava la Russia per discutere le questioni relative a maggiori rapporti sulla sicurezza a lungo termine. Lo scorso ottobre, i militari svolsero un’esercitazione congiunta.
L’Egitto è il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il 14.mo più popoloso del mondo. L’anno scorso, la popolazione del Paese raggiunse i 92 milioni. Il suo cambio politico è ben motivato. Cairo combatte lo Stato islamico nella penisola del Sinai. Gli aspri combattimenti arrivano di rado ai media, ma lo SI è una grave minaccia per l’Egitto, che può colpire l’Egitto anche dalla Libia. La presenza dello SI in Libia avvicina Egitto e Algeria dato che le due grandi nazioni affrontano la stessa minaccia. L’alleanza Iran, Iraq, Russia e Turchia può includere anche l’Algeria. In risposta alla crescente minaccia, Algeri rafforza i legami con Mosca, ed ha recentemente acquistato 14 caccia Su-30MKA e 40 elicotteri d’attacco Mi-28 “Night Hunter” dalla Russia. Lo scorso febbraio, Russia e Algeria tracciarono il percorso per approfondire la cooperazione economica e militare, durante la visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in Algeria. La cooperazione della Russia con Egitto, Algeria e altri Paesi del Medio Oriente e Nord Africa riflette la crescente influenza di Mosca nella regione. Con il processo di Astana che fa progressi, altri attori grandi e influenti come Siria, Iraq, Egitto e Algeria possono aderire alla nascente coalizione tra Russia, Iran e Turchia portando la regione Medio Oriente-Nord Africa (MENA) ad affrontare cambiamenti ampi e radicali.awnali4kixy47cbc6pjeit8k9hx63baaLa ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il loro agente al Cairo: Giulio Regeni

Alessandro Lattanzio, 28/1/2017isis-and-the-cia-1-resizedLa TV egiziana trasmise ai primi di gennaio, un frammento di 4 minuti di un video che mostra Giulio Regeni parlare al capo del sindacato degli ambulanti Muhamad Abdallah, il 6 gennaio 2016. Nel video Regeni dice:
Sono un accademico, non posso usare il denaro a titolo personale per nessuna ragione, questo non è possibile, sarebbe un grosso problema, nella mia application, cioè nelle informazioni che devo fornire alla fondazione inglese (Antipode), non è possibile che faccia riferimento a un uso personale dei soldi“.
Abdallah: “Il denaro quindi non può essere chiesto a titolo personale?
Regeni: “Questo non lo so. Il denaro passa attraverso (una richiesta) di Giulio, poi dall’istituzione inglese arriva al Centro egiziano (per i diritti economici e sociali) fino al sindacato degli ambulanti
Abdallah: “Non è che poi il Centro egiziano mi prende in giro e non ci dà i soldi?
Regeni: “Non ho alcun potere in questa cosa, non ho modo di decidere le modalità
Abdallah: “Ci vorrà molto tempo?
Regeni: “Se c’è un’idea e si vogliono i soldi, inshallah, ma ci sono molti progetti da tutto il mondo per avere questi soldi, quindi la cosa non è certa, dobbiamo provare. Ma se ci sono idee, allora si possono raccogliere informazioni
Abdallah: “Informazioni di che tipo?
Regeni: “Ad esempio, cos’è importante per il sindacato? Di cosa ha bisogno, cosa vuole farne il sindacato di questi soldi? Questa è la cosa importante
Abdallah: “Quindi tu hai bisogno di idee?
Regeni: “Ho bisogno di idee (per presentare questa domanda). Qualsiasi cosa“.

Qui entrambi i soggetti fanno cenno all’Egyptian Center for Economic & Social Rights, una ONG fondata nel 2009 e che oggi difende personaggi incarcerati in Egitto per terrorismo e fiancheggiamento del terrorismo, come tale Ismail Alexandrani, “ricercatore” presso la Reform Arab Initiative di Parigi, che studia i rapporti tra islamisti e sinistra laica in Egitto ed che segue anche le vicende del Sinai da “giornalista freelance”, dove è attivo il terrorismo taqfirita ispirato alla Fratellanza mussulmana a cui sarebbe affiliato lo stesso Alexandrani. Già nel 2013, dopo che il popolo egiziano si sbarazzò del regime islamista dell’agente statunitense Muhamad Mursi, la polizia arrestò sei membri del Centro, tra cui Muhamad Adil, che era anche uno dei capi del movimento politico 6 aprile, ONG sovversiva creata dagli statunitensi e ed utilizzata per rovesciare il presidente Mubaraq nel 2011, nell’ambito del piano elaborato da CIA e Fratellanza mussulmana, chiamato Primavera araba, per installare nei Paesi mediorientali regimi islamisti agli ordini di Doha, Tel Aviv e Washington.
most-dangerous-man-990x260-homeIl Center for Economic & Social Rights egiziano è in sostanza un’emanazione del Center for Economic and Social Rights (CESR), a sua volta creatura nata dal consorzio tra diverse università statunitensi, Open Society Foundations, Council on Foreign Relations, Rockefeller foundation, Rockefeller Family & Associates, Fondazione Ford, e nel cui consiglio di amministrazione fanno parte figure come:
ktz_2807 Karin Lissakers, presidente della Watch Revenue Institute, un’organizzazione “no-profit” che promuove la gestione trasparente, responsabile ed efficace delle entrate dal commercio di petrolio, gas e risorse minerarie nei Paesi del terzo mondo. Già direttrice esecutivo per gli Stati Uniti nel consiglio del Fondo monetario internazionale, nel 1993-2001, e vicedirettrice del Policy Planning Staff (Ufficio politico) del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, oltre che ex-direttrice del personale della sottocommissione politica economica della Commissione del Senato degli Stati Uniti per le Relazioni Estere. È anche consulente di George Soros sulla globalizzazione, e fu ex-direttrice del programma internazionale sulle banche presso la School of International and Public Affairs della Columbia University, l’università da cui provengono tutti i dirigenti del CESR. Infine, e come è ovvio, Karin Lissakers è membro del Council on Foreign Relations.
Irene Khan, che prima di diventare direttrice dell’ONG fu segretaria generale di Amnesty International dal 2001 al 2009, e prima ancora capo del team dell’UNHCR nella Repubblica di Macedonia, durante la crisi del Kosovo nel 1999, quando gli islamisti della NATO tentarono di destabilizzare il Paese giocando la carta dei ‘profughi’ albanesi.
John T. Green, già direttore delle operazioni di Human Rights Watch, l’ONG del Pentagono fondato dal geopolitico imperialista statunitense Zbignew Brzezinski.
Elizabeth McCormack, consulente della Rockefeller Family & Associates.
Sharmila Mhatre, vicedirettice del Public Health Program dell’Open Society Foundations, esperta sulla diffusione delle malattie in vari Paesi di Africa e Asia meridionale.
Carin Norberg, nel 2002-2005 direttrice esecutiva e responsabile dei programmi globali della Segreteria di Transparency International.
Magdalena Sepúlveda Carmona, professoressa associata di diritti umani all’Oxford University. Lei probabilmente era il contatto tra l”oxfordiano’ Regeni e il ‘Centro’ egiziano.
Richard Goldstone, già membro del comitato presieduto da Paul A. Volcker, nominato dal Segretario generale delle Nazioni Unite per indagare sulle accuse riguardanti l’Oil for Food Program in Iraq. È membro dei CdA di CESR, Human Rights Watch e Physicians for Human Rights, altra ONG finanziata da Soros.
Chris Jochnick, docente di diritti umani presso l’Harvard Law School, direttore dell’ONG Oxfam America, co-fondatore del Centro per i diritti economici e sociali ed ex-avvocato dello studio legale di Wall Street Paul, Weiss Rifkind, Wharton & Garrison.
Alicia Ely Yamin, già direttrice della ricerca presso Physicians for Human Rights di Soros.
cia-jpeg Letta questa sfilza di aristocratici della beneficenza pelosa, non apparirà strano come esponenti di CESR e dell’Egyptian Center for Economic & Social Rights scrivessero un articolo dove attaccavano e denigravano il programma di sviluppo tracciato e attuato dal governo egiziano, incentrato sulla modernizzazione del canale di Suez e la costruzione di un’area industriale ad esso connesso, con l’intento d’integrare l’economia egiziana al programma della Via della Seta cinese. Un programma osteggiato con tutte le forze dalle potenze occidentali, oramai esauste e prive di risorse, quindi capaci di presentare al resto del mondo non più mezzi e risorse economiche, ma solo una supponenza moralistica, e sostanzialmente ipocrita, che ha per scopo sabotare lo sviluppo dei Paesi del terzo mondo, ricorrendo all’imposizione di regole esiziali e castranti a questi Paesi, soprattutto dell’Africa, dall’Egitto all’Etiopia, che puntano a sottrarsi dal cappio atlantista e liberista rivolgendosi ai sostanziali programmi economici di Mosca e Beijing. Ed infatti, tali gruppi, queste ONG di Washington e Londra, puntano continuamente a rimettere in carreggiata il piano di Mursi, cioè consegnare il canale di Suez alle potenze occidentali tramite la sua cessione allo Stato-fantoccio wahhabita del Qatar, lo stesso staterello che finanzia il terrorismo taqfrita della Fratellanza mussulmana nel Sinai. E qui vari tasselli, dalla vicenda dell’agente provocatore Regeni al terrorismo islamo-atlantista, s’incastrano.
Non sorprende quindi che il “Centro” di cui parla Regeni nel video di sopra, sia un’emanazione del suddetto più grande “centro”, a sua volta finanziato dai seguenti soggetti:
• Asia Pacific Forum of National Human Rights Institutions
• Christian Aid
Finnish Ministry of Foreign Affairs
• Ford Foundation
• Open Society Foundations
• Oxfam Intermón
• Oxfam Novib
Swedish Ministry of Foreign Affairs
Due parole su Christian Aid e ministero degli Esteri svedese:
Christian Aid è un ente cristiano-sionista fondato da Robert Finley, ennesimo esempio di missionario evangelico avanguardia dell’imperialismo; fu infatti cacciato dalla Cina nel 1948, dove si era infiltrato per sostenere gli interessi statunitensi. Ma i comunisti gli diedero il foglio di Via. Quindi si spostò in Corea, ma anche qui, nel 1950, i comunisti scacciarono questo sicario di Washington. In seguito Finley si alleò con il padre del cristianismo sionista statunitense, Billy Graham, vicinissimo al complesso militar-industriale, al Pentagono e alla CIA. Christian Aid in sostanza finanzia la diffusione dell’estremismo evangelico nei Paesi del Terzo e Quarto Mondo.
Il ministero degli Esteri della Svezia; perché Stoccolma è così interessata alle faccende mediorientali?
ISIS Al-Qaeda Militants Fighting Syrian Civil War In Svezia opera l’associazione islamica IFIS, che aderisce alla Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa (FIOE), un’emanazione della Fratellanza musulmana. Quando gli Emirati Arabi Uniti misero fuori legge i Fratelli musulmani, definirono l’IFIS un’organizzazione della rete internazionale dei Fratelli Musulmani. Quando nel 2014 si discusse di non permettere il rientro di cittadini svedesi recatisi all’estero per partecipare alla jihad in Siria, Iraq e Libia, il Comitato dei diritti umani musulmano affermò che ciò sarebbe stato razzista e che i jihadisti non erano ancora una minaccia per la Svezia. L’IFIS opera come una lobby della fratellanza mussulmana, e ha avuto successo, ad esempio piazzando Abdirizak Waberi, un dirigente del partito moderato, nel comitato per la Difesa, che decide le politiche verso le Forze Armate svedesi. Waberi si proclama aperto sostenitore della sharia, rivelando chiaramente di essere un islamista. Omar Mustafa, che assunse la presidenza dell’IFIS nel 2011, sostituendo Waberi, fu eletto alla guida del partito socialdemocratico svedese (SAP) nell’aprile 2013. Mehmet Kaplan fu a capo dei giovani musulmani di Svezia nel 1996-2002, e nel 2008 fondò l’Organizzazione dei musulmani svedesi per la Pace e la Giustizia (SMFR), divenne membro della direzione del partito dei Verdi e nel 2014- 2016 fu ministro per gli alloggi. Nel 2014, Kaplan paragonò i jihadisti che si recavano in Siria per combattere nello SIIL ai fascisti svedesi che andarono in Finlandia a combattere i sovietici durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 2015 Kaplan cenò con i capi dell’organizzazione fascista dei Lupi grigi e si scoprì che aderiva anche all’organizzazione islamista turca del Milli Gorus, gruppo creato da Erdogan. Mehmet Kaplan fa parte del consiglio dell’organizzazione Charta 2008, che difende i jihadisti e critica la guerra al terrorismo. Il portavoce e segretario generale del SMFR, Yasri Khan, fu nominato alla direzione del partito dei Verdi fino all’aprile 2016, mentre la segretaria del ministro per l’Istruzione svedese Gustav Fridolin era Anwahr Athahb, eletta alla vicepresidenza di SMFR. Nel 2014, Athahb fu candidata dal partito dei Verdi al Parlamento europeo ed oggi lavora a un talk show in arabo sulla radio nazionale della Svezia. Nell’agosto 2013, l’IFIS manifestò a Stoccolma in sostegno dell’ex-presidente islamista Muhamad Mursi, appena deposto dall’esercito egiziano.

Mehmet Kaplan

Mehmet Kaplan

Fonti:
ADN Kronos
Christian Aid
ECESR
CESR
CESR
CESR
Gatestone Institute
The Cairo Post