Raúl Castro: “La rivoluzione è il lavoro più bello che abbiamo fatto”

Resumen Latinoamericano 21 aprile 2018Discorso del Generale dell’Esercito Raul Castro Ruz, primo segretario del Comitato centrale del Partito comunista di Cuba, alla chiusura della sessione costituente della IX legislatura dell’Assemblea nazionale del potere popolare, Palazzo dei Congressi, 19 aprile 2018, “Anno 60 della rivoluzione”.Compagni e compagni:
Prima di tutto, vorrei ringraziarvi per le ultime parole di questa commovente Sessione costituente della IX legislatura dell’Assemblea nazionale del potere popolare, che si svolge proprio oggi, quando si celebra il 57° anniversario della vittoria di Playa Girón, al comando del comandante in capo Fidel Castro Ruz, sull’invasione mercenaria organizzata, finanziata e sbarcata dal governo degli Stati Uniti. Questo fatto storico è più rilevante perché è la prima volta che combattenti dell’Esercito ribelle, poliziotti e miliziani combatterono per difendere le bandiere del socialismo, proclamate da Fidel il 16 aprile 1961, nell’addio alle vittime del bombardamento delle basi aeree Come è noto, nell’ultima sessione ordinaria dell’VIII legislatura, l’Assemblea nazionale approvava l’estensione del mandato dei deputati del Parlamento cubano e dei delegati delle Assemblee provinciali, per i gravi effetti provocati dall’uragano Irma, il cui impatto diretto su quasi tutto il territorio nazionale ha determinato la necessità di adeguare il calendario del processo elettorale, che abbiamo concluso oggi e che ha avuto una massiccia partecipazione dei cittadini, ulteriore dimostrazione del sostegno alla rivoluzione e la nostra democrazia socialista. È opportuno riconoscere il lavoro svolto dalle commissioni elettorali e dalle candidature su tutte le istanze, nonché l’insieme delle istituzioni che hanno collaborato per il buon svolgimento delle elezioni. Il Vl Congresso del partito, tenutosi nell’aprile 2011, approvava la proposta di limitare l’esecuzione delle posizioni politiche e statali fondamentali ad un massimo di due termini quinquennali consecutivi. Nello stesso senso il VII Congresso veniva annunciato due anni fa, e sebbene questa limitazione non sia stata ancora introdotta nella Costituzione, una questione che speriamo venga stabilita nel quadro della sua riforma, avendo assunto il mio secondo mandato come Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, il 24 febbraio 2013, espressi che fosse stato l’ultimo, ratificandolo lo scorso dicembre quando, qui, affermai che da oggi Cuba avrà un nuovo presidente. Non era necessario attendere la riforma costituzionale per mantenere la parola e agire di conseguenza, più importante era dare l’esempio.
L’Assemblea nazionale del potere popolare ha eletto il compagno Miguel Díaz-Canel Bermúdez presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri. Allo stesso tempo, il compagno Salvador Valdés Mesa è stato eletto Primo Vicepresidente del Consiglio di Stato e in seguito l’Assemblea Nazionale ne approvava la designazione a Primo Vicepresidente del Consiglio dei Ministri. Il compagno Díaz-Canel ha una carriera di quasi 35 anni. Dopo aver conseguito la laurea d’ingegnere elettronico presso l’Università Centrale di Las Villas, ha lavorato in quella professione. Completava il servizio militare in unità missilistica antiaeree delle FAR, dopo di che fu professore presso la Facoltà di Ingegneria Elettrica del centro universitario, dove fu proposto quadro professionale dell’Unione dei Giovani Comunisti, gradualmente salendo nelle posizioni dirigenziali di questa organizzazione, fino alla promozione al lavoro professionale nel Partito. Dal luglio 1994 al terzo o quarto anno del Periodo Speciale, quando la fase più acuta del Periodo Speciale era al culmine, fu per nove anni Primo Segretario del Comitato Provinciale di Villa Clara e ricoprì la stessa responsabilità nella provincia di Holguin per altri sei, in entrambi i casi con risultati soddisfacenti. E non era un caso che dopo i nove anni trascorsi a Villa Clara, abbastanza, perché vi era nato e conosceva la sua vecchia provincia, incluse anche Cienfuegos e Sancti Spíritus, doveva essere inviato a Holguín, una delle province più grandi per abitanti e estensione territoriale, nell’ambito della preparazione di una dozzina di giovani, la maggior parte dei quali proveniva dall’Ufficio Politico, ma non riuscimmo a materializzarne la preparazione, e fu l’unico sopravvissuto, direi esagerando, di quel gruppo (applausi), senza criticarne le mancanze, ma parlando col compagno Machado gli disse che siamo noi a dover criticarci per non aver organizzato meglio preparazione e maturazione di quei compagni per occupare le alte responsabilità nel partito e nel governo.
Se in 15 anni fu in due province il massimo dirigente del partito, senza contare gli anni in cui guidò i giovani nella sua stessa provincia, ed ho anche detto al compagno Machado che in 15 anni avrebbe potuto passare, a un ritmo di circa tre anni, almeno da cinque province del Paese, in modo che li conoscesse più profondamente. Non critico Machado, lo critico troppo (Applausi). E ora, mentre passo da lui direttamente, lasciate che si prepari! (Ride). Ma voglio dire con questo che dobbiamo prestare ancora più attenzione alla preparazione dei quadri, così che quando occuperanno altre cariche superiori abbiano un controllo maggiore; ma la sua elezione ora non è una coincidenza, era prevista, nel gruppo il migliore, secondo la nostra modesta opinione e del Partito, era il compagno Díaz-Canel (Applausi), e che non ne dubitiamo per le virtù, per l’esperienza e la dedizione al lavoro che ha mostrato, avrà assoluto successo nel compito affidatogli dal nostro supremo organo del potere statale (Applausi). E’ nel Comitato Centrale del Partito dal 1991 e 15 anni fa fu promosso all’Ufficio Politico. Ha svolto la missione internazionalista nella Repubblica del Nicaragua e si è laureato presso il Collegio di Difesa Nazionale. Nel 2009 fu nominato Ministro dell’Istruzione Superiore e nel 2012 Vicepresidente del Consiglio dei Ministri per l’attenzione delle organizzazioni legate a istruzione, scienza, sport e cultura. Cinque anni fa è stato eletto Primo Vicepresidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, e da quel momento, con un gruppo di colleghi dell’Ufficio Politico, eravamo assolutamente certi di aver centrato la guida e che questa era la soluzione che oggi si materializza in questo importantissimo incontro, posizione quest’ultima menzionata e, soprattutto, a Primo Vicepresidente dei Consigli di Stato e dei Ministri che coincide con l’attenzione alla sfera ideologica del Comitato Centrale del Partito. Né è una coincidenza, ma questione importante come passare la mano da Presidente degli odierni Consigli di Stato e dei Ministri, che terminato, ne farò riferimento più tardi, continuerò come Primo Segretario fino al 2021, assumerò quella di Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri e Primo Segretario del Partito Comunista (Applausi). Fu pianificato in questo modo, conservando la prossima proposta dell’Assemblea, che sarà discussa anche col Consiglio dei Ministri, nella sessione di luglio, in cui sarà anche proposto al Comitato dei Deputati di essere responsabile della stesure e presentazione a questa Assemblea del nuovo progetto di Costituzione, che sarà poi necessario discuterne con la popolazione con un referendum. Anticipiamo che nella prossima Costituzione, dove non c’è alcun cambiamento del nostro obiettivo strategico, nel lavoro del Partito, che sarà mantenuto e il nostro popolo lo sosterrà indubbiamente, come fece decine di anni fa, nel 1976, con un enorme numero di voti, il 98%. E in quell’occasione potranno riunirsi nuovamente queste due posizioni che, come ho detto, sono fondamentali, di Primo Segretario del Partito e di Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, che hanno nelle loro mani tutto il potere e l’influenza da esercitare, anche se c’è, potrebbe esserci, un primo ministro al governo. Così ho già dimostrato di aver discusso abbastanza sulla formulazione che sarà presentata attraverso quella Commissione di cui ho parlato, che vi sarà proposta a luglio. I loro due mandati devono essere conformi, come stabiliremo nella Costituzione, a cinque anni ciascuno. Il congresso del partito manterrà le date. Fui eletto al 7.mo Congresso del partito fino al 2021, compirò 87 anni il 3 giugno, non dico di mandarmi un regalo, so che è difficile averlo qui, anche se modesto (Applausi). Avere un regalo qui, anche se modesto, è più difficile che trovare olio (Risate), cioè non mi mandano nulla.
Quando si adempiono i due mandati, se funziona bene, e si è approvati dal Comitato Centrale del nostro partito e dall’organo supremo del potere statale, che è questa Assemblea di cui facciamo parte, deve rimanere. La stessa cosa che facciamo ora, deve tenerlo col suo sostituto. Finendo i 10 anni da Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, nei tre che restano, fino al Congresso, rimane Primo Segretario per consentire il transito sicuro e garantire il passaggio al sostituto, finché non si ritirerà per occuparsi dei nipoti che avrà già, se non ne ha ancora uno, hai già dei nipoti? Bene, ai pronipoti, come me, ne ho tre e uno è in strada (Risate). Questo è quello che pensiamo. Naturalmente, gli organi superiori del Partito e dello Stato decideranno, prenderanno la decisione finale in queste attività che ho menzionato.
Viviamo in un posto e in un tempo in cui non possiamo commettere errori. Sono uno di quelli che legge e studia, quando il tempo lo permette, tutto ciò che mi fu affidato dai pessimi eventi storici accaduti nella storia recente, a livello internazionale, nei Paesi, e non possiamo commettere errori, non solo per la posizione geografica in cui ci troviamo, o qualsiasi altra ragione; ci sono errori che non possiamo commettere, come quelli che mettono fine a processi molto importanti per l’umanità e le cui conseguenze furono scontate da molti Paesi; le conseguenze dello squilibrio internazionale creato, che molti Paesi hanno subito, continuiamo a pagarla, come il nostro. Mi capite bene? (Rispondono: “Sì!”). Il compagno Díaz-Canel non è un improvvisato, nel corso degli anni ha mostrato maturità, capacità di lavoro, forza ideologica, sensibilità politica, impegno e lealtà nei confronti della Rivoluzione. La sua ascesa ai vertici dello Stato e alla responsabilità governativa della nazione non è il risultato del caso o della fretta. Nella sua progressiva promozione a posizioni più alte, come ho già detto, con altri casi di giovani leader, non abbiamo commesso l’errore di accelerare il processo, ma ciò è stato assicurato con intento e lungimiranza sul transito attraverso diverse responsabilità di partito e governative, in modo da acquisire una preparazione globale che, insieme alle qualità personali, gli consentirà di assumere con successo la guida del nostro Stato e del governo, e in seguito la massima responsabilità nel Partito.
Da parte sua, il compagno Valdés Mesa ha una vasta carriera al servizio della rivoluzione, il cui trionfo lo sorprese operaio agricolo in una fattoria nella regione di Amancio Rodríguez, che allora apparteneva alla provincia di Camagüey. Nel 1961 si unì alle milizie nazionali rivoluzionarie, partecipò alla campagna di alfabetizzazione e lavorò nell’associazione dei giovani ribelli, diventandone segretario generale nella suddetta regione. Quando l’Unione dei Giovani Comunisti fu costituita, fu eletto Segretario Generale in quell’istanza e partecipò come delegato al Primo Congresso di questa organizzazione. Successivamente partecipò alla costruzione del Partito Unito della Rivoluzione Socialista di Cuba in varie regioni di Camagüey, e ricoprì incarichi direttivi a livello comunale e nel Comitato Provinciale del Partito, da dove andò come quadro professionale al lavoro sindacale, gradualmente salendo tra gli altri, alla responsabilità di secondo segretario della Central de Trabajadores de Cuba, CTC, e segretario generale dell’Unione nazionale dei lavoratori agricoli e forestali. Nel 1995 fu nominato Ministro del lavoro e della sicurezza sociale, e quattro anni dopo promosso Primo segretario del Comitato provinciale del Partito a Camagüey. Nel XIX Congresso della CTC, tenutosi nel 2006, fu eletto Segretario generale, una condizione che mantenne fino al 2013 quando fu eletto Vicepresidente del Consiglio di Stato. Senza smettere di lavorare, si laureò nel 1983 come agronomo presso l’Istituto Superiore di Scienze Agrarie di Ciego de Ávila. È membro del Comitato centrale del Partito dal 1991 e del suo Ufficio Politico da 10 anni. Allo stesso modo, penso che sia giusto distinguere l’atteggiamento disinteressato del compagno José Ramón Machado Ventura, che di nuovo su sua iniziativa. e lo ripeto perché l’aveva già fatto, proprio così che Díaz-Canel potesse occupare la posizione che aveva come Primo Vicepresidente del Consiglio di Stato, offrendo la sua posizione di Vicepresidente dei Consigli di Stato e dei Ministri per far posto alla nuova generazione. Machado, che ha più di 60 anni di lotta rivoluzionaria dalla Sierra Maestra e dal secondo Fronte orientale di Frank País, uno dei fondatori, è un esempio di modestia, onestà e dedizione illimitata al lavoro, sebbene sia un un po’ irascibile, come molti di voi sanno. D’ora in poi, concentrerà gli sforzi sul lavoro del partito, come secondo segretario del Comitato centrale.
Menzione speciale merita la compagna Mercedes López Acea, membro dell’Ufficio Politico, liberata dalla posizione di Vicepresidente del Consiglio di Stato ieri pomeriggio, dopo oltre otto anni di lavoro encomiabile e molto difficile di Prima Segretaria del Partito in questo complicata Capitale, un compito logicamente più complesso, proprio perché è capitale del Paese, e presto assumerà nuove responsabilità nel Comitato centrale del partito (Applausi). La composizione del Consiglio di Stato eletto oggi dall’Assemblea nazionale riflette un rinnovo del 42%. Cresce anche la rappresentanza femminile fino al 48,4%. Cresce Teresa, eh? Ma ora dobbiamo continuare, come dici tu, per le posizioni decisionali, non solo sui numeri (Applausi). Cresce, beh, quella delle donne al 48,4%, e quella dei neri e dei meticci raggiunge il 45,2%. E così su un problema come l’altro non si dovrebbe tornare indietro di un millimetro, perché ci sono voluti molti anni, dal trionfo della Rivoluzione, a cominciare da Fidel, che iniziò con queste idee d’uguaglianza delle donne e contro la volontà di molti vecchi guerriglieri della Sierra Maestra, e non c’erano armi in eccesso, al contrario, formarono un plotone chiamato Mariana Grajales (Applausi), e qui c’è anche una deputata, Teté Puebla Viltres, che fu uno degli ufficiali di quel plotone. Questo è costato molto lavoro, non fu facile, e abbiamo ancora la battaglia delle proporzioni negli aspetti non solo numerici, come ho detto, ma qualitativi, nei posti decisionali. Donne e neri, soprattutto, sono stati preparati nel Paese, questo è un esempio, vediamo il dossier di ognuno di loro; ma costa lavoro, ecco perché insisto: non un passo indietro! E ora ci mancano le posizioni decisionali, non perché tali o simili, ma per la loro qualità, la loro preparazione. Io stesso ho sbagliato con alcune designazioni per raggiungere l’obiettivo, senza soddisfare tutte le condizioni indicate, e ho dovuto, naturalmente, rettificare più tardi. Ma lo richiamo all’attenzione perché è un argomento che non possiamo lasciare alla spontaneità. Cosa dicono i giornalisti? Non è vero? (Applausi.)
L’età media del Consiglio di Stato è diminuita a 54 anni e il 77,4% è nato dopo il trionfo della Rivoluzione. Gli anni sono passati e non ce ne rendiamo conto, ma sono passati. Tre donne sono state elette vicepresidenti del Consiglio di Stato, due delle quali nere, e non solo perché nere, ma per le loro virtù e qualità, ulteriore dimostrazione del rispetto degli accordi decisi dai Congressi del Partito e dalla sua Prima Conferenza Nazionale nel 2012 sulla politica dei quadri. Questo è anche evidente nel fatto che più della metà dei deputati dell’Assemblea nazionale, il 53,22%, sono donne e la rappresentazione di neri e meticci ha raggiunto il 40,49%, e questa è la strada da percorrere. Vedete che ci sono già alcune compagne e compagni, ancora pochi, neri come oratori, sia in televisione che alla radio, non vedete che alcuni di loro già appaiono? Non è stato facile, io stesso ho dato istruzioni concrete ai responsabili delle organizzazioni radiotelevisive, e ho detto: fatelo senza intaccare nessuno, ma risolvetelo lentamente. Hanno fatto alcuni passi, ma non abbastanza dal mio punto di vista; Continuano mentre vanno, non così lentamente, ma continuano a muoversi con cautela in modo che nessuno affermi di essere stato colpito perché hanno messo qui un meticcio o un nero. Fortunatamente appare anche la parte meteo a un grande nero, che tiene le mani così, non so perché non gli diano un puntatore per segnare (Applausi), perché non sa cosa fare con le sue mani e le mette così (Mostra), e ha una mappa là dove si riflette la situazione, con un puntatore che può estrarre. E uno degli sport, grazie al cielo a volte appare sui notiziari stellari, e non è stato portato via da nessuno. Voglio dire, vi mostro che le cose devono essere pensate, per non dire e per la bontà di Dio, l’hanno soddisfatta o non l’hanno fatto, insistendo, cercando nuovi metodi, evitando di fare errori in modo che non ci criticassero in tali nobili obiettivi, e pensare una volta e ripensare a un’altra soluzione quando non possiamo risolvere i problemi. È questo il caso o no? (Dicono: “Sì!”) Questo è il motivo per cui prendo e lascio il testo attentamente elaborato per un’occasione così importante, per riflettere su quelle esperienze, molto utili, ed da anni che si vede, analizzando.
E quel dettaglio che vi ho detto sulle donne e sulla questione razziale che solleviamo spesso’… Non è un peccato ricordare, come ho talvolta affermato in alcune discussioni particolari, intendo in riunioni non ufficiali. Sono nato in campagna, a Birán, che ora è Cueto, anche se ero un Mayaricero, ora sono un cuetense e un holguin, ma studiai a Santiago, il che mi portò molto, naturalmente. E ricordo, quando ero studente, e prima del trionfo della Rivoluzione, nel caso in cui lo già dimenticassimo, c’erano solo tre posti, l’Avana, non dico L’Avana, ricordo la dimensione originale che aveva prima dell’attuale divisione politica-amministrativo, dico Havana, Santiago de Cuba e Guantanamo, mi riferisco alla città, dove prima non c’era la televisione, c’era la radio già da quando avevo la ragione, ma non la televisione, e nelle piccole, diverse città, a volte era nella sede municipale, c’era sempre il parco centrale, diciamo, la prima cosa che fecero i pianificatori spagnoli. Gli anziani qui non si ricordano di domeniche, in alcuni di quei luoghi, quando la banda musicale municipale, dove esisteva, suonava di notte? E poi vidi coppie di innamorati, o innamorati, o amici bianchi che camminano nel parco e neri e meticci nel parco, ma fuori dalla recinzione. Era così o no? So che ci sono molti giovani qui. Lo sapevate? Ciò durò fino a quando Fidel ha pronunciato il primo discorso, credo che a gennaio o febbraio 1959. Ma le radici erano ancora attive, un Paese che va onorato nella composizione etnica del suo popolo, emersa nella lotta, nel crogiolo delle nostre guerre d’indipendenza, dove nel 1868, quasi 150 anni ad ottobre, sapete chi erano i capi principali, erano latifondisti, persino schiavisti, che iniziarono dando la libertà ai loro schiavi, e quando quella guerra, con l’accordo del famoso Patto di Zanjón, che fu messo in ombra, meno male, da Antonio Maceo e dai suoi ufficiali nella protesta di Baraguá, la gloriosa protesta di Baraguá, quando fu raggiunto quel patto e la grande maggioranza dei capi erano neri, e all’inizio della necessaria guerra di Marti nel 1895, furono loro a guidarla fondamentalmente.
Poi venne quello che sappiamo dalla storia, la partecipazione statunitense negli ultimi giorni della guerra, quando la Spagna era già completamente sconfitta, con decine di migliaia di soldati spagnoli, persino ricoverati in ospedale, decine di migliaia, alcuni per ferite di guerra, la maggior parte di loro a causa di malattie tropicali, a cui i soldati spagnoli non erano abituati, tra cui mio padre, che fu evacuato, passò la guerra tra Júcaro a Morón, e poco dopo la fine della guerra, cioè da Cienfuegos, tornò l’anno successivo. Sono contento che sia venuto, tornato, e se non veniva, ne veniva un altro, perché si era innamorato di Cuba. E come ho detto una volta a un politico spagnolo, aggiungendo questo, fui contento, perché altrimenti sarei stato un galiziano o un vecchio galiziano e membro di quel partito. Ma poi quando gli statunitensi sbarcarono a est di Santiago de Cuba, senza alcun ostacolo, perché protetti dall’Esercito di Liberazione, la moderna flotta statunitense, con un tiro al bersaglio, affondò la flotta spagnola, concentrata a Santiago de Cuba, nella baia; smantellarono l’artiglieria a difese della città, ma da Madrid arrivò l’ordine di riposizionarla ed uscirono per combattere la flotta statunitense, senza sapere cosa gli ordinassero da Madrid: affrontare una flotta moderna e andarsene uno per uno a causa delle caratteristiche della baia di Santiago, che è un’insenatura, come la maggior parte delle baie cubane, con l’eccezione di Playa Girón e Matanzas, a nord. E l’ammiraglio Cervera, capo della flotta dell’Atlantico spagnola, ordinò ai suoi ufficiali di vestirsi, e alcuni dissero: Ammiraglio, ma se vogliamo combattere. E lui gli disse: In effetti, per questo, è l’ultima battaglia. E così fu, un tiro al bersaglio uno per uno. Due scontri di terra di una certa importanza furono combattuti a El Viso, dove il generale spagnolo Vara del Rey, che lo difendeva, morì combattendo, e la cattura di Loma de San Juan, praticamente già inghiottito dalla città. E venne quello che io chiamo peccato originale: le truppe vittoriose di entrambi gli eserciti stavano per entrare a Santiago de Cuba, ma il generale statunitense che era alla testa delle sue truppe proibì ai cubani di parteciparvi. Era Calixto Garcia era lì, o vicino. A loro fu impedito con il pretesto di evitare rappresaglie, quando in realtà l’Esercito di Liberazione, catturando prigionieri, era interessato ai fucili, e alcuni si unirono persino alle nostre truppe liberatrici. E un errore peggiore, che si può dire sia il peccato originale di ciò che venne dopo, fu quando arrivati alla sede del governo nella città, ammainarono la bandiera spagnola e issarono solo quella statunitense. Ciò già indicava cosa sarebbe successo in questo paese fino all’arrivo di Fidel. Fu discusso a Parigi, nella Reggia di Versailles, alla periferia di quella capitale francese, naturalmente, spagnoli e statunitensi, “i cubani non hanno bisogno di partecipare”. Allora quell’uguaglianza fu raggiunta nel bel crogiolo che era il nostro Esercito di Liberazione in quel momento ..
C’era già la discriminazione, si andava in un zuccherificio, anche se era modesto, c’era il club di funzionari statunitensi e cubani bianchi, diciamo, che lavoravano in qualche ufficio o avevano delle responsabilità, erano loro a recarsi al club e gli altri in caserma. La loro influenza, l’Emendamento Platt, durò fino alla Rivoluzione del ’33, ma altri accordi presi ci riportarono sotto il giogo fino al primo gennaio 1959. Quel bel melting pot della nostra nazionalità, ora riusciamo a ricostruirlo, non nei primi momenti, capite cosa dico e cosa intendo? (Dicono di sì.) Era così o no? Chiedo ai più grandi. Dovrò girarmi qui, dove ci sono già alcuni anziani (risate). Guillermo García, a El Plátano non esisteva una cosa del genere, la povertà li univa tutti. Perdonatemi per essere uscito dal testo, ma a parte la modestia, penso di arricchirlo (Applausi), la stampa che pubblica ciò che vuole, il testo scritto, ma si può parlare di ciò di cui parlo qui perché, naturalmente, viene trasmesso. Cioè, mi sono fermato a questo punto, che quando questo materiale veniva scritto, naturalmente non ci pensavamo, ci pensai dopo meditando, vedendo i risultati e la composizione di questa nuova Assemblea.
Ritornando al tema, sono stati ratificati i membri, due di loro donne, della Presidenza dell’Assemblea nazionale del Potere popolare, guidati dall’amato compagno Esteban Lazo Hernández. Allo stesso modo, su proposta del Presidente Diaz-Canel, il Parlamento cubano ha approvato, in conformità con le disposizioni dell’articolo 75 della Costituzione, di rinviare la presentazione del Consiglio dei Ministri per avere il tempo di valutare i movimenti di ognuno, in modo che possano preparare gli argomenti e quindi prendere la relativa decisione, la proposta da portare all’Assemblea di luglio, come abbiamo detto. Per quanto mi riguarda, continuerò a ricoprire la carica di Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito, nel mio secondo e ultimo mandato, che scade ne 2021 all’VIII Congresso e concludere il processo di trasferimento graduale e ordinato delle principali responsabilità alle nuove generazioni. Da quel momento, se la mia salute lo permetterà, sarò un altro soldato, vicino al popolo, a difendere questa rivoluzione (Applausi). In modo che non vi siano dubbi, desidero sottolineare che il Partito Comunista di Cuba, a partire dal Primo Segretario del suo Comitato Centrale, sosterrà risolutamente il nuovo Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri nell’esercizio dei poteri costituzionali, contribuendo a salvaguardare la nostra arma più importante: l’unità di tutti i rivoluzionari e del popolo. Non può essere altrimenti. Quelli di noi che hanno avuto il privilegio di combattere la tirannia sotto il comando di Fidel dalla Moncada, Granma, esercito ribelle, lotta clandestina fino ad oggi, sentiamo, insieme all’eroico popolo di Cuba, profonda soddisfazione per il lavoro consolidato della Rivoluzione, il lavoro più bello che abbiamo fatto e siamo colti dalla legittima felicità e serena fiducia nel vedere coi nostri occhi il trasferimento alle nuove generazioni della missione per continuare la costruzione del socialismo e garantire così indipendenza e sovranità nazionale.
Già il 4 aprile 1962, al termine del primo congresso dell’Associazione dei giovani ribelli, il compagno Fidel affermò: “Credere nei giovani è vedere in loro, oltre all’entusiasmo, l’abilità; oltre all’energia, responsabilità; oltre a giovinezza, purezza, eroismo, carattere, volontà, amore per il Paese, fede nella patria! Amore per la rivoluzione, fede nella rivoluzione, fiducia in se stessi, profonda convinzione che i giovani possano, che i giovani siano capaci, profonda convinzione che grandi compiti possano essere posti sulle spalle della gioventù!” Guardate che concetto ampio di giovinezza e sua capacità di agire. Così è stato e sarà e non per diletto in una delle scommesse dei nemici permanenti della Rivoluzione di penetrare, confondere, dividere e alienare i nostri giovani combattivi da ideali, storia, cultura e lavoro rivoluzionario, seminando individualismo, avidità, mercificazione dei sentimenti, inducendo al pessimismo, ignorando l’etica e i valori umanisti, la solidarietà e il senso del dovere. Questi piani sono condannati al fallimento, perché nel corso della storia, nel presente e nel futuro, i giovani cubani sono stati protagonisti della difesa della loro rivoluzione socialista. Prova di ciò è che l’87,8% dei deputati di questa Assemblea è nato dopo il 1° gennaio 1959. I giovani cubani hanno dimostrato quanto fosse giusto Fidel quando gli parlò nel 1962. Oggi ratifichiamo questa fiducia, fiduciosi che saranno zelanti custodi dei precetti contenuti nella brillante definizione del concetto di rivoluzione del comandante in capo.
Spetta al Partito, allo Stato e al governo soddisfare e attuare la politica intenzionalmente e con la dovuta gradualità promuovendo giovani, donne, neri e meticci nelle posizioni decisionali, in modo che la creazione del cantiere dei leader della nazione in futuro, senza ripetere gli errori costosi che abbiamo commesso in questo problema strategico. Nella V sessione plenaria del Comitato Centrale tenutasi il 23 e 24 marzo, abbiamo analizzato lo stato dell’aggiornamento del modello economico e sociale cubano, un processo iniziato nel 2011, in conformità con gli accordi del VI Congresso del Partito. In precedenza, in due occasioni, anche l’Ufficio politico aveva esaminato la questione. Nonostante l’esecuzione, che non ne è lontana, abbiamo pensato che a questo punto, quando abbiamo approvato o fatto le prime decisioni nel VI Congresso del Partito, e nei successivi incontri di questo tipo, che avremmo dovuto avanzare di più di quanto già fatto, se non avessimo risolto tutti i problemi, ben organizzato tutto, ben pianificato attuato con diversi gradi di sviluppo. Avremmo già la nuova Costituzione, già rinviata per le stesse ragioni, poiché questi problemi principali non sono stati risolti; ma, certamente, non è stato possibile garantire la partecipazione di organizzazioni ed entità in modo tale che dalla base potessero guidare, addestrare e controllare l’adeguata attuazione delle politiche approvate. Quando ho visto le prime difficoltà che abbiamo affrontato, espressi qui, penso in una sintesi per una sessione del Parlamento, che sia “senza fretta, ma continua”, perché la fretta ha comportato anche a gravi errori. Non abbiamo mai avuto illusioni che sarebbe stato un percorso breve e facile. Sapevamo che iniziavamo un processo di enorme complessità, dovuto alla sua portata, che comprendeva tutti gli elementi della società, che richiedeva il superamento deil colossale ostacolo di una mentalità basata su decenni di paternalismo ed egualitarismo, con conseguenze significative per il funzionamento dell’economia. Nazionale. A ciò si aggiungeva il desiderio di muoversi più velocemente rispetto alla capacità di fare bene le cose, lasciando spazio ad improvvisazione ed ingegno, a causa della insufficiente completezza, valutazione incompleta di costi e benefici, e della visione limitata dei rischi associati all’applicazione di diverse misure che, inoltre, non avevano guida, controllo e seguito necessari, determinaod ritardi e passività nella correzione tempestiva delle deviazioni presentate.
Credo che abbiamo appreso lezioni importanti dagli errori commessi nel passato, e l’esperienza accumulata ci consentirà di continuare a fare passi più sicuri e saldi, con piedi e orecchie ben aderenti al terreno e quindi evitare inconvenienti scomodi. Non abbiamo rinunciato a perseguire l’espansione del lavoro autonomo, ho fatto riferimento a questo in vari discorsi in questo Parlamento, costituendo un’alternativa di lavoro nel quadro della legislazione attuale e che, lungi dal significare un processo di privatizzazione neoliberale della proprietà sociale, consentirà allo Stato di cedere l’amministrazione delle attività non strategiche per lo sviluppo del Paese. Proseguirà anche l’esperimento delle cooperative non agricole. In entrambe le direzioni sono stati raggiunti risultati non trascurabili, ma è anche vero che sono stati evidenziati errori nella loro attenzione, controllo e seguito, che hanno favorito l’emergere di non poche manifestazioni di indisciplina, evasione degli obblighi fiscali, in un Paese in cui, inoltre, le tasse erano pagate a malapena prima delle misure che stiamo applicando, illegalità e violazioni delle regole, per arricchimento personale accelerato, non affrontate in modo tempestivo portando alla necessità di modificare diversi regolamenti in materia. Allo stesso tempo, la premessa inevitabile che nessun cittadino sia lasciato senza protezione e che il processo di cambiamento del modello economico e sociale cubano, in qualsiasi circostanza, non significa applicare terapie d’urto contro i più bisognosi che, in generale, sostengono più fortemente la rivoluzione socialista, a differenza di molti Paesi, in gran parte condizionati dal ritmo delle trasformazioni in questioni trascendentali, come la soluzione della dualità monetaria e dello scambio, che continuano a darci seri grattacapi facendo sorgere nuovi problemi. Si potrebbe anche menzionare, ad esempio, le riforme salariali e pensionistiche, nonché la soppressione di indebite gratifiche e sovvenzioni generalizzate per prodotti e servizi, anziché persone senz’altro sostegno. Inoltre, mancava una politica adeguata e sistematica di comunicazione sociale sui cambiamenti introdotti, al fine di arrivare tempestivamente fino all’ultimo cittadino con spiegazioni chiare e comprensibili, perché questi aspetti sono piuttosto difficili da comprendere, in alcuni aspetti, evitando equivoci e lacune informative in questioni così complesse.
A ciò si aggiungono le difficili circostanze in cui l’economia nazionale deve essere guidata in questi anni, in cui il blocco economico degli Stati Uniti e l’incessante persecuzione delle transazioni finanziarie del Paese si sono intensificati, limitando l’accesso ai crediti di sviluppo, oltre a ostacolare gli investimenti stranieri, tanto necessari. Non va trascurato il notevole danno causato dai persistenti periodi di siccità come negli ultimi tre anni e gli uragani sempre più distruttivi e frequenti che colpiscono l’intero territorio nazionale. D’altra parte, i risultati raggiunti nel paziente e laborioso processo di riordino del debito estero coi principali creditori sono innegabili, il che libera i presenti, e in particolare le generazioni future, dal formidabile onere degli obblighi che gravano sul futuro della nazione, come una spada di Damocle, anche se non l’unica. In queste attività, l’attuale Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro dell’Economia, il compagno Cabrisas (Applausi), ha avuto una presenza molto prominente, e non solo in questo, principale, ma in altri lavori simili relativi ai debiti. Tuttavia, dobbiamo stare attenti, perché sappiamo solo come chiedere e poco come razionalizzare, e io sono quello che autorizza ad usare le riserve, e so molto bene di cosa parlo, e i prestiti della riserva, e c’è stato un momento in che fu consumata da violazioni, ignoranza, per esempio, delle riserve mobili del Paese, e le abbiamo sostituiti tutti. Mi riferisco al carburante, usato senza autorizzazione a causa di equivoci nel visionare documenti originali delle disposizioni esistenti. Molte volte quando chiedo una prenotazione per qualsiasi prodotto, e cerco di discutere con domande molto semplici: “Ci vogliono così tante tonnellate di carburante per quel giorno.” “Motivo?” E mi diedero una ragione che ovviamente non era giusta, non era reale, anche se poteva avere del senso… “Se non lo fai…” Dissi: “Non puoi dare quella quantità, perché ogni giorno si hanno necessità ovunque”. “Beh, gli ospedali ne saranno influenzati”. E lì risposo con più forza, in termini che non ripeterei qui, se non come severo avvertimento: “Non cercare di ingannarmi con tali assurdità”. Gli ospedali interessati ci obbligherebbero a prenderne… Tuttavia, paghiamo metà di quel carburante che va restituito nei termini che abbiamo stabilito. Cito solo quell’esempio, la realt di cui il Consiglio dei Ministri sa particolarmente.
Con uno sforzo persistente e prolungato si è deciso a negoziare tutti questi debiti, alcune riduzioni furono raggiunte nei termini più confortevoli, potendo soddisfare gli impegno e soprattutto il prestigio creditizio del governo, e tale grande compito, a volte impercettibile, è stato appena completato. Ritorniamo ad obbligo e conseguenze da trarre, non come prima, e alle difficoltà che ciò comporta nella pianificazione, e parlando di pianificazione, dobbiamo pianificare meglio e sapere come smaltire ciò che abbiamo, e vedere come risolviamo, ma senza improvvisazione tipo: pane oggi, fame domani. Questo non è la nostra via, è il realismo. Parliamo della spada di Damocle. Questa Rivoluzione ha sempre vissuto con una spada di Damocle sulla testa, dalle origini diverse. Ricordo il periodo speciale, quando Diaz-Canel, ho detto, era al culmine quando assunse la guida del Partito a Santa Clara. A quel punto dovevi indossare una maschera per l’ossigeno, il boccaglio usato dai pescatori subacquei, a volte dovevi indossarlo perché l’acqua era sopra i baffi e altre volte sopra il naso, e a volte copriva gli occhi e dovevi metti il boccaglio, ma resistere ed è per questo che ne parliamo oggi qui (Applausi), e rompendo il pessimismo che di solito prospera in chi ha scarsa volontà quando sorgono problemi. Non è la prima volta, problemi emersero nel periodo speciale, e nel 993, 1994, iniziati nel 1990 praticamente, e poi emerse lo slogan, pronunciato, penso all’Isola della Gioventù, il 26 luglio “Sì, puoi”; Ma per poter analizzare ogni problema con obiettività, ogni passo fatto senza farsi illusioni, senza ingannarsi.
Ora con la situazione attuale del vicino che abbiamo, ricordiamo ancora una volta la Dottrina Monroe. Hanno già visto quello che Bruno disse al vicepresidente degli Stati Uniti, l’altro giorno, che non capendo se ne andò. Ve lo dirò dopo. Non possiamo permetterci di cadere nuovamente nella spirale dell’indebitamento, e per evitare ciò dobbiamo applicare il principio di non assumerci impegni che non possiamo onorare puntualmente entro i termini concordati. Le attuali tensioni nelle nostre finanze estere sono un avvertimento in tal senso, nel quale mi sono dilungato; non vi è altra alternativa che pianificare bene e in modo sicuro, risparmiare ed eliminare tutte le spese non essenziali, ancora sufficienti, garantirsi che si abbiano i ricavi attesi, che consentano di adempiere agli obblighi concordati e, allo stesso tempo, garantire le risorse da investire nello sviluppo dei settori prioritari dell’economia nazionale. Non siamo in una situazione estrema e drammatica, come quella che il popolo cubano seppe superare sotto la guida del Partito e di Fidel,nei primi anni ’90, una fase nota come periodo speciale. Lo scenario è ora molto diverso, abbiamo solide fondamenta in modo che tali circostanze non si ripetano. La nostra economia si è in qualche modo diversificata e cresce, tuttavia, il dovere dei rivoluzionari è prepararsi con audacia e intelligenza al peggio, non al più comodo, con l’ottimismo permanente e totale fiducia nella vittoria. Oggi ricordiamo sempre il comportamento incrollabile a difesa dell’unità e della resistenza, non c’è altra soluzione. Come detto nei giorni scorsi, durante il V Plenum del Comitato Centrale del Partito, fu fornita una spiegazione sugli studi sulla necessità di riformare la Costituzione, in accordo con le trasformazioni che hanno avuto luogo nell’ordine politico, economico e sociale. Per portare a termine questo processo, questa Assemblea deve approvare nella prossima sessione ordinaria una commissione composta da deputati incaricati di preparare e presentare il progetto che il Parlamento discuterà, per sottoporlo poi a consultazione popolare e infine, in conformità con quanto stabilito nella Costituzione, approvare il testo finale con un referendum. È la propizia occasione per chiarire, ancora una volta, che non intendiamo modificare il carattere irrevocabile del socialismo nel nostro sistema politico e sociale, né il ruolo guida del Partito Comunista di Cuba, come avanguardia organizzata e forza dirigente della società e dello Stato, come stabilito nell’articolo 5 dell’attuale Costituzione, e che nel prossimo difenderemo mantenendo lo stesso articolo.
Passando alle questioni di politica estera, non posso smettere di riferirmi all’VIII Vertice delle Americhe, recentemente tenutosi in Perù, segnato, mesi prima, dal rinnovato atteggiamento neocoloniale ed egemonico del governo degli Stati Uniti, il cui impegno alla Dottrina Monroe è chiaramente ratificato. L’espressione più famigerata si manifestò nell’esclusione arbitraria e ingiusta del Venezuela dall’evento. Si sapeva che il governo degli Stati Uniti intendeva organizzare uno spettacolo propagandistico contro la rivoluzione cubana, facendo uso dei resti della controrivoluzione mercenaria. Cuba è andata a Lima a pieno titolo e a testa alta. Dimostrando volontà di dialogare e dibattere in ogni scenario, in condizioni di uguaglianza e rispetto. Allo stesso tempo, confermava la determinazione dei cubani a difendere i propri principi, valori e spazio legittimo. La delegazione cubana, la delegazione boliviana e di altri Paesi hanno impedito un fronte unito contro la rivoluzione bolivariana e ribadito la richiesta di un nuovo sistema di relazioni tra le due Americhe. Gli interventi del nostro Ministro degli Esteri, Bruno Rodriguez Parrilla, a nome del governo cubano, con linguaggio schietto, idee chiare e fermezza, sono stati una risposta clamorosa agli insulti e agli errori del discorso antiquato e interventista del Vicepresidente nordamericano presente. I membri della società civile del nostro Paese hanno intrapreso una battaglia contro l’esclusione neo-coloniale protetta dall’OSA e difeso vigorosamente il riconoscimento da autentici rappresentanti del popolo cubano. Hanno alzato la voce per Cuba e per i popoli della nostra America. La provocazione fu sconfitta. Colgo l’occasione, a nome di questo popolo eroico, di ribadire le congratulazioni a tutti i membri della delegazione cubana che parteciparono a questo evento. I Paesi della nostra America non potranno affrontare le nuove sfide senza avanzare verso l’unità nella diversità per esercitare i nostri diritti, incluso l’adozione del sistema politico, economico, sociale e culturale che i nostri popoli decidono, secondo la Proclamazione d’America e dei Caraibi come zona di pace, approvata nella nostra capitale, come sapete. Sottolineiamo anche l’impegno con l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America. Siamo la regione del mondo dalle maggiori disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, il divario tra ricchi e poveri è enorme e cresce, la povertà aumenta nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi dieci anni, quando i governi progressisti e popolari cumularono risultati favorevoli in termini di giustizia sociale. Oggi intendono dividerci e distruggere la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi; lo strumento politico nordamericano, da sempre screditato, l’OAS viene rispolverato e vengono creati gruppi di Paesi che, col pretesto di proteggere la democrazia, contribuiscono al perpetuarsi del dominio imperiale. L’aggressione alla Repubblica Bolivariana del Venezuela è attualmente l’elemento centrale degli sforzi dell’imperialismo per rovesciare i governi popolari nel continente, cancellare le conquiste sociali e liquidare i modelli progressisti e alternativi al capitalismo neoliberale che tentano d’imporre. Sottolineiamo la nostra piena solidarietà al Venezuela, al suo governo legittimo e all’unione civile-militare guidato dal Presidente Nicolás Maduro Moros, che conserva l’eredità del Presidente Hugo Chávez Frías. Ratifichiamo il sostegno agli altri popoli e governi che affrontano le pressioni dell’imperialismo per sovvertire le conquiste raggiunte, come in Bolivia e Nicaragua. Dopo il colpo di stato parlamentare contro la Presidentessa Dilma Rouseff in Brasile, l’arbitraria e ingiusta detenzione del compagno Lula è stata consumata, a cui rivendichiamo libertà, oggi sottoposto ad arresto politico per impedirgli di partecipare alle imminenti elezioni presidenziali e, secondo i sondaggi condotti da diversi istituzioni in Brasile, se oggi ci fossero le elezioni nessuno potrebbe battere Lula. Questo è il motivo per cui viene imprigionato, ecco perché la calunnia dell’accusa che l’ha portato in prigione. Ribadiamo il nostro sostegno al diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza del popolo di Porto Rico. Le nazioni dei Caraibi, in particolare Haiti, potranno sempre contare, come oggi, su solidarietà e collaborazione di Cuba.
Il 17 dicembre 2014, annunciammo, contemporaneamente all’allora Presidente Barack Obama, il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. La soluzione di problemi bilaterali e persino la cooperazione in diversi aspetti di reciproco interesse sono iniziati, sotto il più stretto rispetto ed eguaglianza sovrana, ed è stato dimostrato che, nonostante le profonde differenze tra i governi, una convivenza civile era possibile e proficua. L’obiettivo strategico di battere la rivoluzione non si è fermato, ma il clima politico tra i due Paesi ha registrato un progresso indiscutibile che ha prodotto benefici per entrambi i popoli. Tuttavia, dall’avvento al potere dell’attuale presidente, c’è stata una battuta d’arresto deliberata nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti e nelle dichiarazioni di quel governo prevale un tono aggressivo e minaccioso. Ciò è stato evidenziato con particolare enfasi sull’insultante memorandum presidenziale del giugno 2017, preparato e pubblicato in collusione coi peggiori elementi dell’estrema destra anti-cubana della Florida del Sud, che traggono profitto dalla tensione tra i nostri Paesi. Il blocco economico s’è intensificato, la persecuzione finanziaria è stata rafforzata e l’occupazione di parte del territorio della provincia di Guantanamo continua, con una base militare e un centro internazionale di detenzione e tortura. I programmi di sovversione politica ricevono fondi milionari dal governo degli Stati Uniti. Persiste reclutamento e finanziamento di mercenari e trasmissioni radiotelevisive illegali. Con pretesto grossolano, la maggior parte dei diplomatici della nostra ambasciata a Washington fu espulsa arbitrariamente e il personale diplomatico degli Stati Uniti a L’Avana, compreso il consolato, è stato ridotto, con conseguente impatto sugli impegni migratori bilaterali e danni per migliaia di cubani che ne richiedono i servizi. Il sentimento della maggioranza dei cittadini statunitensi e nell’emigrazione cubana è contrario alla continuazione del blocco e favorevole al miglioramento delle relazioni bilaterali. Paradossalmente, individui e gruppi che oggi sembrano avere maggiore influenza sul presidente degli Stati Uniti sono a favore di un comportamento aggressivo e ostile contro Cuba. Affronteremo tutti i tentativi di manipolare la questione dei diritti umani e di diffamare il nostro Paese. Non dobbiamo prendere lezioni da nessuno, per non parlare del governo degli Stati Uniti. Abbiamo combattuto per quasi 150 anni per l’indipendenza nazionale e difeso la rivoluzione al prezzo di molto sangue e affrontando i peggiori rischi. Riaffermiamo oggi la convinzione che qualsiasi strategia volta a distruggere la Rivoluzione attraverso il confronto o la sedizione affronterà un rifiuto deciso del popolo cubano e fallirà. Viviamo sotto un ordine internazionale ingiusto ed esclusivo, in cui gli Stati Uniti cercano di preservare a tutti i costi il loro dominio assoluto di fronte alla tendenza mondiale verso un sistema multipolare. Con questo obiettivo provocano nuove guerre, anche non convenzionali, accentuano il pericolo di una conflagrazione nucleare, esacerbano l’uso della forza, le minacce di tale forza e l’applicazione indiscriminata di sanzioni unilaterali contro chi non si piega ai loro progetti; imponendo corsa agli armamenti, militarizzazione dello spazio e del cyberspazio e crescenti minacce a pace e sicurezza internazionali. L’espansione della NATO ai confini con la Russia provoca gravi pericoli, aggravati dall’imposizione di sanzioni arbitrarie, che noi rifiutiamo.
Gli Stati Uniti insistono su continue minacce e misure punitive, violazioni delle regole sul commercio internazionale contro Cina, ed anche Unione Europea, con cui abbiamo recentemente firmato un accordo di dialogo e cooperazione, contro i loro alleati. Le conseguenze saranno dannose per tutti, in particolare per le nazioni del sud. L’imperialismo USA crea conflitti che generano ondate di rifugiati, segue politiche repressive, razziste e discriminatorie contro i migranti; costruisce muri, militarizza i confini, rende ancora più dispendiosi e insostenibili i modelli di produzione e consumo e ostacola la cooperazione per affrontare il cambiamento climatico. Usa piattaforme tecnologiche transnazionali ed egemoniche per imporre un pensiero unico, manipolare il comportamento umano, invadere le nostre culture, cancellare la memoria storica e l’identità nazionale, oltre a controllare e corrompere i sistemi politici ed elettorali. Il 13 aprile, in violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, Stati Uniti e alcuni loro alleati della NATO attaccavano la Siria senza dimostrare l’uso di armi chimiche da parte del governo di quel Paese. Sfortunatamente, tali azioni unilaterali sono una pratica inaccettabile, già provata da diversi Paesi della regione mediorientale e ripetutamente in Siria, meritando la condanna della comunità internazionale. Esprimiamo la nostra solidarietà al popolo e al governo siriani. Non va dimenticato che nel marzo 2003, appena 15 anni fa, il presidente W. Bush invase l’Iraq col pretesto dell’esistenza di armi di distruzione di massa, la cui falsità fu nota pochi anni dopo. Cuba sostiene gli sforzi in difesa della pace, convinta che solo dialogo, negoziati e cooperazione internazionale consentiranno di trovare una soluzione ai gravi problemi del mondo.
Apprezziamo la solidarietà di tutti i Paesi, quasi senza eccezioni, nella nostra lotta al blocco economico, commerciale e finanziario. Le relazioni bilaterali con la Federazione russa sono aumentate sostanzialmente in tutti i settori, su base del reciproco vantaggio. Non saremo mai ingrati né dimenticheremo il sostegno ricevuto dai popoli che formavano l’ex-Unione Sovietica, in particolare il popolo russo, negli anni più difficili dopo il trionfo del nostro processo rivoluzionario. Allo stesso modo, i collegamenti con la Repubblica popolare cinese avanzano nelle questioni economiche, commerciali, politiche e di cooperazione, costituendo un importante contributo allo sviluppo della nostra nazione. Qualche settimana fa abbiamo ricevuto la visita del compagno Nguyen Phu Trong, Segretario Generale del Partito Comunista del Vietnam, altra dimostrazione dello sviluppo positivo dei legami che ci uniscono, permettendoci d’identificare nuove potenzialità. Le relazioni storiche coi Paesi dell’Africa, l’Unione africana e anche dell’Asia continuano la loro ascesa. Continueremo a difendere le legittime richieste dei Paesi del Sud, il loro diritto allo sviluppo e la democratizzazione delle relazioni internazionali. Tutte giuste cause, specialmente quelle dei popoli palestinese e saharawi e la lotta per la giustizia sociale, avranno il sostegno del nostro popolo.
Il complesso scenario internazionale descritto conferma la piena validità di quanto espresso dal Comandante in Capo della Rivoluzione cubana nel suo Rapporto centrale al Primo Congresso del Partito, nel 1975: “Finché l’imperialismo esiste, Partito, Stato e Popolo presteranno servizio alla difesa con la massima attenzione. La guardia rivoluzionaria non sarà mai trascurata. La storia insegna troppo eloquentemente che chi dimentica questo principio non sopravvive all’errore“.Compagni e compagni:
In soli 11 giorni i nostri pionieri, studenti, lavoratori, contadini, artisti e intellettuali, membri delle gloriose Forze Armate Rivoluzionarie e del Ministero degli Interni, tutto il popolo, marceranno uniti dalle nostre strade e piazze per commemorare la Giornata internazionale del lavoro. Ancora una volta dimostreremo al mondo il sostegno della maggioranza dei cubani alla loro rivoluzione, al Partito e al socialismo, e anche se ho avuto l’impegno di recarmi in un’altra provincia del Paese, tenendo conto delle caratteristiche di questo momento, ho intenzione di andare con l’attuale Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri alla parata del Primo Maggio all’Avana (Applausi); più tardi visiterò un’altra provincia e altro, perché dovrei avere anche meno lavoro.
Fino alla vittoria sempre!
Esclamazioni di: ¡Viva Raúl!
(Ovazione).Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Cuba: Miguel Díaz-Canel assume la guida del Paese

Resumen Latinoamericano, 19 aprile 2018Il nuovo Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri di Cuba ha affrontato la continuità del governo che condurrà, in particolare sul rapporto col popolo, relazioni internazionali e ruolo guida del Partito comunista di Cuba, a capo del quale rimane il Generale dell’Esercito Raul Castro Ruz
La mattina del 19 aprile, giornata storica in cui viene commemorata non solo la prima sconfitta dell’imperialismo yankee in America, ma l’inaugurazione del nuovo governo a Cuba che evidenzia nella leadership del Paese la continuità delle nuove generazioni l’eredità storica della generazione che ha fondato la Rivoluzione Cubana, il Compagno Miguel Mario Díaz-Canel Bermúdez, Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, pronunciava il suo primo discorso. Il suo primo intervento iniziava col riconoscimento del comando del Generale dell’Esercito Raul Castro, candidato col maggior numero di voti nelle elezioni generali del Paese, così come tra i comandanti della rivoluzione col maggior numero di voti, “chi in questa stanza ci dà l’opportunità di abbracciare la storia“, aveva detto. Si riferiva anche ad “oscuri tentativi di distruggerci” di chi non riusciva a distruggere “il tempio della nostra fede“. Con queste parole, sottolineava che il processo elettorale degli ultimi mesi che il popolo ha compiuto, consapevole dell’importanza storica, finiva. Il popolo eleggeva i suoi rappresentanti in base alla capacità di rappresentanza, senza campagne, corruzione o demagogia. I cittadini hanno notato le persone umili, laboriose e modeste come loro rappresentanti autentici che parteciperanno ad approvazione e attuazione della politica decisa. Secondo lui, “questo processo ha contribuito al consolidamento dell’unità di Cuba“. Sulle aspettative che il popolo avrà su questo governo, sottolineava che il nuovo Consiglio di Stato deve continuare ad “agire, creare e lavorare instancabilmente, in legame permanente col nobile popolo“, aggiungendo che se qualcuno volesse vedere Cuba in tutta la sua composizione, basterà che veda la nostra Assemblea Nazionale, con tutte le donne che occupano posizioni decisive nello Stato e nel governo. Tuttavia, avvertiva, non importa come appariamo al Paese, se non nell’impegno verso presente e futuro di Cuba. I Consigli di Stato e dei Ministri hanno ragione d’essere nel legame permanente col popolo.

La bandiera della rivoluzione passa alla nuova generazione
Díaz-Canel notava durante la chiusura del Congresso del Partito, che il Generale chiariva che la sua generazione consegnava le bandiere della Rivoluzione e del Socialismo alla nuova generazione, il che significa, per molte ragioni, che il mandato dato dal popolo a questa legislatura è cruciale e va perfezionato il nostro lavoro in tutte le aree della vita della nazione. “Mi assumo la responsabilità con la convinzione che tutti i rivoluzionari, di qualsiasi trincea, saranno fedeli a Fidel e Raúl, attuale leader del processo rivoluzionario“, affermava il nuovo Presidente di Cuba. Quindi sottolineava che gli uomini e le donne che hanno forgiato la rivoluzione “ci danno le chiavi di una nuova fratellanza che ci rende compagni e compagne” ed evidenziava un altra conquista ereditata, l’unità invulnerabile nel nostro partito, che non è nato dalla frammentazione di altri, ma da coloro che intendevano avere un Paese migliore. Per questo motivo, aveva detto, “Raúl rimane in prima linea nell’avanguardia politica. Resta il nostro primo segretario della causa rivoluzionaria, indicando ed essendo sempre pronto a confrontarsi con l’imperialismo, come il primo, con il suo fucile al momento del combattimento.” Dal lavoro rivoluzionario e politico del Generale si evidenzia il retaggio della resistenza e della ricerca del miglioramento della nazione. “Al dolore umano, anteponendo il senso del dovere“, dichiarava riferendosi alla perdita fisica del comandante in capo Fidel Castro, il 25 novembre 2016. Allo stesso modo, Raúl evidenziava la dimensione di statista, formando il consenso nazionale e guidando il processo di attuazione delle linee guida. Sottolineava anche come il ritorno dei Cinque Eroi, come annunciato da Fidel, ne fece una realtà. Segnava le relazioni internazionali con il suo spirito: avendo diretto le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, guidato la presidenza del CELAC e il processo in cui Cuba era garante per la pace in Colombia, ed era presente in tutti i dialoghi regionali ed emisferici delle ragioni della nostra America. Questo è il Raul che conosciamo, affermava Diaz-Canel. E ricordò quando il generale, molto giovane, partecipò alla spedizione del Granma, intraprese la lotta nella Sierra Maestra, fu promosso comandante e sviluppò le esperienze governative applicate nel Paese dal trionfo rivoluzionario.

Sul nuovo mandato
Conosco le preoccupazioni e le aspettative in un momento come questo, ma conosco la forza e la saggezza del popolo, la leadership del Partito, le idee di Fidel, la presenza di Raúl e Machado, e il sentimento popolare, affermando all’Assemblea che il Compagno Raul sarà a capo delle decisioni su presente e futuro della nazione, dichiarava Diaz. Confermo che la politica estera cubana rimarrà invariata. Cuba non accetterà condizioni. I cambiamenti necessari continueranno a essere attuati dal popolo cubano, aggiungeva. Inoltre chiese il sostegno di tutti i responsabili dell’amministrazione ao vari livelli della nazione ma, soprattutto, del popolo. “Dovremo esercitare una guida sempre più collettiva. Rafforzare la partecipazione del popolo”, riassumeva. Non prometto nulla, come la Rivoluzione non ha mai fatto in tutti questi anni. Vengo a realizzare il programma che abbiamo deciso con le linee guida del socialismo e della rivoluzione, sottolineando i principali obiettivi del compito. E sui nemici del processo rivoluzionario, affermava: Qui non c’è spazio per una transizione che ignori o distrugga il lavoro della Rivoluzione. Continueremo senza timore e senza battute d’arresto; senza rinunciare a sovranità, indipendenza e sviluppo. “A chi per ignoranza o malafede dubita del nostro impegno, diciamo che la Rivoluzione continua e continuerà“, chiariva, “il mondo ha ricevuto il messaggio sbagliato che la rivoluzione finisce coi suoi guerriglieri“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La rivoluzione dei raid in Siria, la fine della superiorità USA

John Helmer, 18 aprile 2018

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non intendeva iniziare una rivoluzione. Il Presidente Vladimir Putin ha cercato di persuaderlo a non farlo. Ma il 14 aprile la rivoluzione fu lanciata da aerei da guerra, navi di superficie e un sottomarino statunitensi. Il risultato è che gli Stati Uniti non possono più contare sulla superiorità aerea in una qualsiasi parte del mondo in cui operano le difese aeree sostenute da sistemi di comando e controllo russi. Senza superiorità aerea, gli Stati Uniti non hanno moltiplicatori di forze sul terreno del Pentagono nell’entità necessaria per attaccare; cioè, il rapporto tra uomini e potenza di fuoco che il Pentagono calcola per assicurarsi che i nemici sul terreno siano sconfitti. Questo è rivoluzionario e s’impone immediatamente su ogni fronte della guerra: il confronto russo con la NATO; il fronte Corea-Giappone; lo stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per la Cina; e l’Oceano Indiano per India e Pakistan. I trattati che promettono agli alleati degli Stati Uniti che un attacco contro di essi ne causerà il sostegno militare per la difesa collettiva, Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico (NATO), Articolo 4 dell’Australia New Zealand US Treaty (ANZUS), Articolo 3 del Trattato interamericano di assistenza reciproca (Rio) e i trattati di mutua difesa con Giappone, Filippine, Corea del Sud, Taiwan, Pakistan e Israele, sono lettera morta. Così assieme a shock e stupore, era la dottrina di guerra degli USA contro i popoli senza difese allo standard russo. La versione ufficiale del Pentagono dell’attacco del 14 aprile alla Siria, guidato dal tenente-generale del Corpo dei marine Kenneth McKenzie, può essere letta qui. Il video di presentazione di ciò che il portavoce del Pentagono chiamava “Happy Saturday“, con immagini e mappe dei bersagli, può essere visto qui. Il Ministero della Difesa russo ebbe due briefing, il 14 aprile del portavoce dello Stato Maggiore Tenente-Generale Sergej Rudskoj; con testo e immagini qui, e il 16 aprile del portavoce del Ministero della Difesa General-Maggiore Igor Konashenkov. Poiché è in gioco tanto per la futura strategia militare nella valutazione dell’attacco del 14 aprile, e nel coordinamento tra le forze di entrambe le parti, le discrepanze tra i resoconti ufficiali sono molto ampi. Esagerata sui media di tutte le parti, la verità richiederà tempo per chiarirsi. Le differenze principali sono: La Russia dice che c’erano 8 obiettivi, la maggior parte basi aeree siriane. Gli Stati Uniti dicono che erano 3, tutti siti da guerra chimica.
La Russia dice che 103 missili furono sparati da aerei, navi e sottomarini; gli Stati Uniti dicono 85. La differenza sembra essere spiegata da Regno Unito e Francia che avrebbero lanciato 18 o 19 missili aria-terra. La Russia dice che 112 missili terra-aria furono sparati contro i missili in arrivo, Buk, Osa, Strela, Pantsir, Kvadrat, S-125 e S-200, il cui tasso d’intercettazione veniva riportato da Konashenkov. Il tasso complessivo di successi fu del 69%; gli Stati Uniti dicono zero. Fonti militari russe dicono che gli Stati Uniti non hanno usato jamming e soppressione elettronica (ECM) contro i sistemi di difesa aerea siriani; il Pentagono afferma che i velivoli ECM furono schierati sia sul fronte d’attacco orientale (Mediterraneo) e occidentale (Golfo Persico, Mar Rosso). Ciò fu ripetuto dai media israeliani. Fonti russe aggiungono che i sistemi ECM delle navi militari statunitensi impegnate nell’operazione erano troppo lontani dalle difese siriane per essere utili. Se il tasso d’intercettazione fu del 69%, come sostiene la Russia, è stata una delle più grandi vittorie della difesa aerea su attacchi missilistici mai registrata. Se tre bersagli furono distrutti con una precisione del 100%, senza rilascio di sostanze chimiche, vittime e danni collaterali, questo fu il migliore rapporto tra potenza di fuoco e distruzione mai ottenuto dai militari statunitensi. Le incertezze irrisolte, così come le probabilità, si sommano nello stesso modo per gli analisti militari russi. “Uno strano ombrello”, così Ilija Kramnik, analista militare delle Izvestija, intitolava il suo pezzo. Gli Stati Uniti evitavano ogni obiettivo difeso dalla Russia, attaccando obiettivi che non erano difesi da Pantsir ed altri sistemi missilistici consegnati alla Siria nelle ultime settimane. Raggio di rilevamento, velocità di coordinamento ed efficacia del controllo del tiro tra esercito russo e controparti siriane non ebbero tale livello operativo in precedenza. Al Ministero della Difesa, Konashenkov riconosceva che il sistema S-200 aveva lanciato 8 missili senza che colpissero nulla. Questo, spiegano le fonti russe e il Ministero della Difesa, perché l’S-200 era progettato per combattere aerei, non missili. L’S-125 siriano, secondo Konashenkov, ebbe più successo, sparando 13 missili, intercettando 5 bersagli. Ciò fu ottenuto, dicono le fonti russe, perché l’S-125 siriano era stato potenziato da specialisti bielorussi. Gli S-300, che operano in Iran e Cipro, e l’S-400, che protegge le basi aerea e navale russe in Siria, e che la Turchia acquista, possono colpire aerei e missili. Questa è la svolta della difesa siriana contro Israele, se verrà consegnato l’S-300 come il Ministero della Difesa russo ora propone. Igor Korotchenko, direttore della Rivista Difesa Nazionale di Mosca, ritiene che l’esito del 14 aprile sia la conferma dell’efficacia della difesa russa contro le armi più avanzate statunitensi. “Beh, se anche i vecchi sistemi sovietici da difesa aerea in Siria respinsero gli attacchi missilistici contrastando i moderni aerei statunitensi e israeliani, penso che gli ultimi sistemi russi di difesa aerea siano più efficaci. Ma la chiave del successo è l’addestramento degli operatori di questi sistemi. Ora acquisiscono l’esperienza necessaria in Siria“. In breve, è una valutazione russa che gli statunitensi abbiano lanciato un’armata spazzata via dal vento russo. Ma Korotchenko avverte che la lezione che gli statunitensi trarranno sarà la dottrina sorpresa e sciame. Sciame significa moltiplicazione delle forze d’attacco da ogni direzione contemporaneamente in numeri tali da penetrare anche il più denso schermo difensivo. È il contrario di precisione ed intelligenza, come i funzionari statunitensi amano descrivere i loro attacchi. “Naturalmente, se gli Stati Uniti lanciano un numero elevato di missili con la tattica degli sciami, penetreranno il sistema difensivo. Il risultato, direi, sarebbe più efficace, soprattutto se usano anche sistemi di soppressione radioelettronica (ECM). Questa volta in Siria non l’hanno usati, quindi la difesa aerea siriana fu efficace“. Gli analisti russi giudicano che se lo sciame è la probabile tattica statunitense, la sorpresa è contraddetta perché più grande è lo sciame, più è il tempo necessario per prepararlo e più tali preparativi diventano prevedibili. Questo, secondo il Ministero della Difesa e il Presidente Vladimir Putin, è l’interpretazione russa del pre-posizionamento statunitense delle batterie missilistiche in Polonia e Romania, sulle navi della Marina statunitense nel Mar Nero, così come di armamenti negli Stati baltici. Per l’avvertimento di Putin sulla “linea da non oltrepassare”, si legga qui.
Mentre i risultati tattici dell’attacco del 14 aprile continuano a essere dibattuti con nuove prove, l’operazione statunitense ha rimosso l’incertezza strategica della leadership militare russa nel dibattito con Putin. Lo Stato Maggiore è convinto che gli Stati Uniti siano in guerra con la Russia su tutti i fronti e pronti ad attaccare. Di conseguenza, la Russia deve prepararsi a difendersi finché gli Stati Uniti perderanno il vantaggio della sorpresa e dello sciame, perdendo anche le proprie forze. Tale difesa richiede alla dottrina russa la sorpresa sulla linea rossa in modo che, una volta superata, gli Stati Uniti non possano essere sicuri di poter sconfiggere le difese russe, né confidare di poter difendersi dalle più recenti armi russe. La guerra dovuta ad errori di calcolo tra forze statunitensi e russe è quindi molto più vicina. “Spero”, dice Korotchenko, “che le parti decidano di comune accordo su questo conflitto, perché “guerra calda” significherebbe fine dell’umanità. E non la vogliamo“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il terrorismo di Washington e Riyadh

Tony Cartalucci, LD, 6 aprile 2018

Per decenni Stati Uniti ed alleati della NATO hanno aiutato l’Arabia Saudita ad esportare l’indottrinamento politico noto come wahhabismo per radicalizzare gli individui e ingrossare le fila delle forze mercenarie usate nelle guerre per procura e per manipolare le popolazioni occidentali. Ciò che era iniziato come mezzo per la Casa dei Saud per stabilire, espandere e infine consolidare il potere politico sulla penisola arabica nel XVIII secolo, è ora diventato strumento affinato del potere geopolitico integrato nella politica estera di Washington. Recentemente, nelle pagine del Washington Post si faceva una notevole ammissione nell’articolo, “Il principe saudita nega che Kushner sia suo“. L’articolo citava il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman affermare: “Alla domanda sulla diffusione del wahhabismo finanziata dai sauditi, l’austera fede dominante nel regno e che alcuni hanno accusato di essere fonte del terrorismo globale, Muhamad ha detto che gli investimenti nelle moschee e nelle madrasa oltreoceano originano nella Guerra Fredda, quando gli alleati dell’Arabia Saudita chiesero di usare le proprie risorse per impedire le incursioni nei Paesi musulmani dell’Unione Sovietica. I successivi governi sauditi persero la traccia degli sforzi, ha detto, e ora “dobbiamo riprenderci tutto”. I finanziamenti ora provengono in gran parte da “fondazioni” saudite, affermava, piuttosto che dal governo”. Mentre l’articolo afferma che “i successivi governi sauditi persero la traccia dello sforzo” e che i finanziamenti sono ora forniti da fondazioni “saudite”“, ciò non è vero. Non ci sono “governi successivi” in Arabia Saudita. La nazione sin dalla fondazione è gestita da una sola famiglia, la Casa dei Saud. E mentre le fondazioni saudite possono essere il canale attraverso cui il wahhabismo è organizzato, finanziato e diretto, certamente avviene per volere di Riyadh col sostegno di Washington.

Uno strumento, non un’ideologia
Il wahhabismo fu creato e usato come strumento politico già nel 1700. Fu la pietra angolare della fondazione dell’Arabia Saudita. Convenientemente, il wahhabismo, sin dall’inizio, è intollerante. Per i sauditi che cercavano potere politico con la conquista, tale intolleranza veniva facilmente tradotta nelle violenze contro tribù e Stati confinanti che non si sottomettevano al potere saudita. Gli inglesi sfruttarono tale strumento politico nella lotta contro l’impero ottomano. Incoraggiò e coltivò le ideologie estremiste come il wahhabismo prima e dopo la caduta dell’impero ottomano. Dopo le guerre mondiali, inglesi e statunitensi si allearono con nazioni come l’Arabia Saudita, esportandone l’indottrinamento wahhabita nel mondo. L’ammissione di ciò da parte del principe Muhamad bin Salman fornisce ulteriori informazioni sull’uso da parte di Washington degli estremisti in Siria tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, così come il sostegno ai terroristi in Afghanistan per sloggiare la presenza sovietica. Ma rivela anche esattamente come il terrorismo sia strumento geopolitico usato oggi, dopo la Guerra Fredda, e chi lo usa. Le “moschee”, finanziate dall’Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo Persico ben oltre il Medio Oriente, tra cui Europa e Asia, fungono da centri di indottrinamento e reclutamento per le varie guerre per procura degli Stati Uniti e la loro destabilizzazione nel mondo.

Come viene allevato il wahhabismo
I terroristi reclutati da tutto il mondo per combattere in Siria venivano attirati principalmente dalla rete wahhabita finanziata e diretta dai sauditi. Le “moschee” e le “madrasse” che operano in Nord America ed Europa lo fanno con la piena cooperazione dei servizi di sicurezza e d’intelligence occidentali. Reclutamento, dispiegamento e rientro dei mercenari wahhabiti in occidente sono ammessi anche dai media occidentali. Il media danese The Local DK, espone uno di tali centri in Danimarca. L’articolo intitolato “La moschea danese raddoppia il sostegno allo SIIL“, descriveva il sostegno aperto alle organizzazioni terroristiche, in particolare il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). L’articolo indicava: “Vogliamo che lo Stato islamico si affermi. Vogliamo uno Stato islamico mondiale”, affermava il presidente della moschea Usama al-Sadi, nel programma DR. Al-Sadi aveva anche affermato di considerare la partecipazione della Danimarca nella battaglia degli USA contro la Siria un affronto diretto non solo alla moschea ma a tutti i musulmani. “La guerra è contro l’Islam”, aveva detto”. Tale presunta “moschea” in Danimarca, nonostante ammettesse apertamente di sostenere il terrorismo, non fu chiusa e i suoi capi arrestati come ci si aspetterebbe. Invece, il governo danese certamente collaborava con la “moschea” nel gestirla. L’articolo di Der Spiegel, “Risposta della comunità: una risposta danese alla Jihad radicale”, riportava: “Il commissario Aarslev dice di essere orgoglioso di ciò che hanno finora raggiunto, anche se non dimentica mai di elogiarne la gente e gli altri interessati al programma. È particolarmente effusivo quando parla di un uomo: un salafita barbuto a capo della moschea Grimhøjvej di Aarhus, dove molti giovani partiti per la guerra in Siria erano regolarmente presenti. Il suo capo è un uomo di nome Usama al-Sadi… questi due hanno unito le forze in un piano che cerca risposte alle domande che affliggono l’intero continente europeo: cosa si può fare per i radicali rimpatriati dalla Siria? Quali misure sono disponibili per contrastare il terrore che ancora una volta sembra minacciare l’occidente?” Sorprendentemente, i media occidentali hanno ammesso che una moltitudine di tali “moschee” reclutano apertamente uomini in occidente per combattere da mercenari in Siria sotto la bandiera di al-Qaida e delle sue varie sussidiarie prima di tornare a casa e minacciare le popolazioni occidentali. Anziché smantellare la rete ed eliminare la minaccia, l’occidente l’ha intenzionalmente lasciata crescere, creando divisioni sociopolitiche nelle nazioni occidentali, aumentando razzismo, fanatismo e xenofobia per continuare a giustificare le guerre occidentali all’estero, e allo stesso tempo un crescente Stato di polizia domestico.

La copertura
L’inglese Independent nell’articolo, “L’Arabia Saudita promuove l’estremismo in Europa, afferma l’ex-ambasciatore” ammetteva: “L’Arabia Saudita ha finanziato moschee in tutta Europa diventate focolai dell’estremismo, affermava l’ex-ambasciatore inglese in Arabia Saudita Sir William Patey”. Tuttavia, l’articolo e molti come questo, devia intenzionalmente dalle implicazioni sui finanziamenti sauditi e l’uso di tali cosiddette “moschee” come centri di indottrinamento e reclutamento del terrorismo finanziato e armato da Stati Uniti, Europa, Arabia Saudita e partner arabi nei conflitti nel mondo. I media e i politici occidentali, così come i rappresentanti sauditi, affermano che Riyadh non controlla completamente questa rete, o non sa del ruolo centrale che ha nel guidare il terrorismo globale. Tali scuse sono, tuttavia, anche nominalmente assurde. L’uso da parte di Stati Uniti ed Arabia Saudita delle reti wahhabite per alimentare i gruppi terroristici che combattono nel mondo è sfacciato. I terroristi “accidentalmente” reclutati nelle “moschee” finanziate dai sauditi in Europa, Medio Oriente e Asia formano gruppi armati, finanziati, addestrati e altrimenti supportati da Stati Uniti, Europa e loro alleati mediorientali, inclusa l’Arabia Saudita. In particolare, in relazione alla Siria, il giornalista Seymour Hersh già nel 2007, nell’articolo “Il reindirizzo è la nuova politica dell’amministrazione a beneficio dei nostri nemici nella guerra al terrorismo?“, espone tale processo, con la guerra del 2011 in Siria già in corso. L’articolo indicava: “Per indebolire l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato col governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali con al-Qaida… Questa volta, il consulente del governo statunitense mi ha detto che Bandar e altri sauditi assicuravano la Casa Bianca che “terranno d’occhio i fondamentalisti religiosi. Il loro messaggio per noi era “Abbiamo creato questo movimento e possiamo controllarlo”. Non è che non vogliamo che i salafiti lanciano bombe; sono loro a lanciarli contro Hezbollah, Muqtada al-Sadr, Iran e i siriani, se continuano a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. Quindi, non c’è nulla di accidentale nella creazione ed uso di tali reti da parte di Washington e Riyad. Altre tattiche furono utilizzate per evitare di affrontare direttamente tale ultradecennale sforzo. L’uso del “multiculturalismo” contro razzismo virulento, fanatismo e xenofobia ha creato un falso dibattito che trasforma essenzialmente la sponsorizzazione congiunta multinazionale occidentale-araba del terrorismo in diatribe e questioni inconciliabili. L’opposizione controllata di entrambe le parti del “dibattito” derivante, intenzionalmente allontana il discorso pubblico dalle domande su avvento ed uso del wahhabismo da parte dell’Arabia Saudita, dei suoi alleati arabi e dello stesso occidente.

La rete del terrorismo globale statunitense-saudita
Dalle “moschee” finanziate dai sauditi che indottrinano, radicalizzano e reclutano, terroristi vengono quindi inviati nei teatri operativi. Gli estremisti sponsorizzati da Stati Uniti ed Arabia Saudita, provenienti dalla popolazione uigura nella provincia occidentale dello Xinjiang, arrivavano passando dal Sud-Est asiatico in Turchia dove venivano inquadrati, addestrati e armati prima di essere inviati a combattere le truppe di Damasco in Siria. E se attualmente il compito principale della rete terroristica USA-Arabia Saudita è alimentare la guerra per procura contro la Siria, anche l’indottrinamento wahhabita, radicalizzazione e reclutamento sponsorizzati da USA-Arabia Saudita sono localizzati. Mentre gli estremisti uiguri vengono inviati in Siria, altri sono reclutati nella stessa Cina. Nel sud-est asiatico, i finanziamenti sauditi arrivano ai terroristi che combattono sotto la bandiera dello SIIL nelle Filippine. Vi sono legittime preoccupazioni che tale rete USA-Arabia Saudita cerchi d’infiltrarsi in Thailandia per sfruttarne il separatismo nel sud. Nel vicino Myanmar, gli Stati Uniti mettevano al potere l’attuale regime guidato dal “Consigliere di Stato” Aung San Suu Kyi. I suoi sostenitori ultra-nazionalisti e brutalmente razzisti hanno condotto per anni violenze genocide contro la minoranza rohingya. Contemporaneamente, Stati Uniti ed Arabia Saudita creavano un gruppo islamista “rohingya” guidato da Ata Ullah, istruitosi in Arabia Saudita. Le origini di Ata Ullah sono nebulose. La sua “leadership” sarebbe simile a quella di Abu Baqr al-Baghdadi, una figura a capo di un’organizzazione alla fine gestita da Riyadh e Washington. L’uso dei terroristi ha vari obiettivi. Per la Siria, è il cambio di regime, in Cina, l’agitazione e la possibile balcanizzazione alle frontiere della nazione, nel sud-est asiatico, tentativi di dividere ed indebolire le nazioni. Washington tenta d’installare regimi clienti in nazioni come Myanmar, in cui gli Stati Uniti chiedono un regime-cliente obbediente, e le Filippine, in particolare come mezzo per mantenervi la presenza militare.

Denunciare e chiudere l’attività terroristica di Washington e Riyad
Gli Stati Uniti considerano il wahhabismo un utile strumento geopolitico che hanno affinato ed utilizzato da decenni. Mentre essi e i loro alleati occidentali fingono ignoranza dall’inizio, e fingono di essere impotenti, continuano ad investire nella continuazione dell’operazione e nella sua continua reinvenzione. E mentre il wahabismo aiuta l’Arabia Saudita dalla fondazione ed espansione regionale, la sponsorizzazione di tali reti oggi è insostenibile divenendo rapidamente grave. Gli Stati Uniti, come hanno dimostrato verso molti ex-alleati, continueranno a usare il wahhabimo saudita fino quando non sarà più utile. Anche se è ancora presto per dirlo, l’Arabia Saudita ha molti incentivi ed interessi nel denunciare e smantellare tali reti con azioni concrete. Per il pubblico, sventare i meschini tentativi dell’occidente di usare cunei politici per proteggere tale rete multinazionale di indottrinamento, radicalizzazione e reclutamento è essenziale per fargli capire il ruolo di Arabia Saudita ed occidente nella sua costruzione e permanenza.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La caduta di Sarkozy: vendetta di Gheddafi e della Libia

John Wight, Sputnik 30.03.2018

Nientemeno che Giulio Cesare ci ricorda che “la fortuna, il cui potere è molto grande in tutti i campi, ma in particolare in guerra, spesso provoca grandi sovversioni con una leggera piega dell’equilibrio“.
La saggezza delle parole dell’imperatore più famoso e illustre di Roma, un uomo il cui stesso nome è sinonimo di potere, è confermata dalla piega di Nicolas Sarkozy, ex-presidente della Repubblica francese che invoca ignominia con la notizia dell’accusa di corruzione e traffico d’influenza. In particolare, è accusato di aver tentato di subornare il giudice che conduce l’inchiesta sulla sua campagna presidenziale del 2007, riguardante le illegalità elettorali. L’annuncio che le autorità francesi hanno deciso di accusare l’ex-presidente di reati in materia arrivava rivelando un’altra inchiesta avviata per l’accusa a Sarkozy di aver accettato milioni donati illegalmente da Muammar Gheddafi per finanziarne la cosa del 2007 per la presidenza. Esaminando questa svolta degli eventi, insisto perché mi si conceda un momento per rallegrarmi alla prospettiva della caduta di tale piccolo avventuriero opportunista. Un uomo che, una volta entrato nella società francese come un meccanico furbo che si gode per una settimana la guida della Bentley di un cliente, spacciandosene per il proprietario. Atteggiamento di un Sarkozy archetipo del mezzo-uomo, ben noto nella destra politica. Chiamatelo kismet, karma, il fatto che Muammar Gheddafi sarà il nome che accompagnerà Sarkozy in prigione se dovesse scontare la prigione, appare giustizia poetica. Perché raggiunto dalla tomba in cui il corpo violentato e massacrato riposa da qualche parte nel vasto deserto della Libia, l’ex-leader libico ora è sulla giusta via nel rovinare il francese. Il destino della Libia nel 2011 sarà per sempre un atto d’accusa contro la politica estera occidentale. Conferma il ruolo della NATO come strumento dell’imperialismo occidentale, sganciando “bombe democratiche” su un Paese nordafricano assediato e coinvolto dai fumi di una primavera araba che era già riuscita a rimuovere le dittature filo-occidentali in Tunisia e in Egitto. La rivolta in Libia, emanata a Bengasi, nell’est del Paese, fu presentata in occidente come rivoluzione contro un dittatore brutale e per la democrazia e la libertà. L’intervento della NATO, dal marzo 2011 sotto gli auspici della Risoluzione ONU 1973, si basava sull’affermazione secondo cui le forze di Gheddafi, avvicinandosi a Bengasi per annullare la rivolta, ebbero direttive dal leader libico a non mostrare “alcuna pietà” pere i residenti della città. Tuttavia, tale versione fu confutata. In un articolo del Boston Globe nell’aprile 2011, Alan J. Kuperman scrisse: “L’avvertimento ad ‘alcuna misericordia’ del 17 marzo aveva come bersaglio solo i ribelli, come riportato dal New York Times, che osservò che il leader libico promise l’amnistia a ‘chi gettava via le armi“. Gheddafi persino offrì ai ribelli una via di fuga col confine aperto con l’Egitto, per evitare una lotta “fino alla fine”. Arrivando al carattere specifico di tale rivoluzione libica, nell’agosto 2011 la BBC confermò che “gli islamisti vi giocarono un ruolo importante“. In particolare, il capo islamista Abdalhaqim Bilhaj, ex-capo della consociata libica di al-Qaida, il gruppo combattente islamico libico (LIFG), fu una figura chiave dell’insurrezione del 2011. Per inciso, sotto la direzione di Bilhaj, il LIFG tentò di assassinare Gheddafi tre volte negli anni ’90, prima che il gruppo fosse schiacciato dalle forze di sicurezza del Paese nel 1998.
In realtà, piuttosto che intervenire per proteggere i civili, come previsto dalla risoluzione ONU 1973, la NATO intervenne a fianco dell’insurrezione degli islamisti, aderenti alla stessa ideologia abbracciata da chi commise le atrocità terroristiche dell’11 settembre negli Stati Uniti, del 7/7 a Londra, di Madrid nel 2006, insieme a una litania di altri simili attentai in Europa e Stati Uniti, di cui allora erano l’avanguardia. Questa verità colloca l’apparizione ormai famigerata di Sarkozy in Libia nel settembre 2011 in un contesto schiacciante. L’allora presidente francese scese sul Paese in compagnia dell’omologo inglese David Cameron crogiolandosi tra l’adulazione delle folle lanciando banalità su illuminismo e libertà. Certamente, l’entusiasmo di Cameron e Sarkozy per l’intervento militare nel 2011 non aveva a che fare con la democrazia, per niente, ma con la prospettiva di assicurarsi contratti petroliferi che sarebbero stati messi in palio dalla “nuova Libia”. Perché, non pensarci. Sette anni dopo, la Libia è un Paese impantanato in conflitti, e le promesse fatte al suo popolo di un domani migliore, nate dalle labbra di Sarkozy e Cameron insieme a Obama e Clinton, si sono rivelare come il più crudele degli scherzi. L’ex-presidente della Francia ora ha un appuntamento col destino sotto forma di processo per corruzione e seconda indagine sulle frodi finanziarie elettorali che coinvolgono lo stesso Muammar Gheddafi, che lo portarono ad attuarne la più macabra fine. In tali occasioni, Shakespeare è indispensabile: “Il corvo gracidante urla vendetta”.Traduzione di Alessandro Lattanzio