Bin Salman è stato assassinato?

Shafaqna

Vi sono molte prove che suggeriscono che l’assenza da 30 giorni di Muhamad bin Sulman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, sia dovuta a un incidente nascosto al pubblico“, affermava un giornale iraniano. Secondo il quotidiano Kayhan, il 21 aprile 2018 le agenzie di stampa riferirono che le forze saudite abbatterono un “drone giocattolo” vicino al palazzo reale saudita e furono pubblicate immagini dal sito dello scontro sui social media che illustravano chiaramente movimenti di carri armati e blindati attorno al palazzo reale e suoni di scambio a fuoco con armi pesanti tra la Guardia Reale e un gruppo la cui identità non mai stata rivelata. Kayhan afferma di aver ottenuto informazioni da alcuni servizi segreti secondo cui, negli scontri, almeno due proiettili colpirono il principe ereditario Muhamad bin Sulman, probabilmente uccidendolo.
Un altro sito iraniano “IFP News”, segnalato da Fars News, indicava che “in particolare, bin Salman non apparve mai durante la visita del 28 aprile del nuovo segretario di Stato USA Mike Pompeo a Riyadh, nel suo primo viaggio all’estero come capo diplomatico statunitense“. “Durante il soggiorno a Riyadh, i media sauditi pubblicarono le immagini degli incontri di Pompeo con re Salman e il ministro degli Esteri Adil al-Jubayr. Questo mentre le agenzie pubblicarono le immagini degli incontri a Riyad tra bin Salman e l’ex-segretario di Stato USA Rex Tillerson“.
Pochi giorni dopo l’incidente del 21 aprile, i media sauditi pubblicarono video e immagini di bin Salman che incontrava diversi funzionari sauditi e stranieri. Ma la data degli incontri non poteva essere verificata, quindi la diffusione dei video poteva essere volta a dissipare le voci sulle condizioni di bin Salman“. “Non è chiaro se la scomparsa di bin Salman sia dovuta a ragioni, come sentirsi minacciato, o perché ferito nell’incidente“. “Sembra che solo un’apparizione televisiva dal vivo possa dissipare le voci sulla condizione di bin Salman“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’assassinio di al-Samad apre un nuovo capitolo del confronto coi Saud

Marwa Osman, AHTribune 26 aprile 2018

L’assassinio di Salah al-Samad, presidente del Consiglio Politico Supremo dello Yemen, apriva un nuovo capitolo dell’aggressione saudita al Paese. L’omicidio mirato indica un ruolo statunitense e Sayad Abdulmaliq al-Huthi riteneva Washington e Riyadh responsabili di tale crimine, minacciando che “non resterà impunito”. La dichiarazione di al-Huthi era sostenuta dal Consiglio nazionale di difesa che agitava una “risposta deterrente” all’assassinio. Gli assassini del Presidente Martire Salah al-Samad saranno delusi se credevano che con tale corso avrebbero spezzato la fermezza del popolo yemenita e la sua volontà di resistere, od indebolito la fede nelle pazienza e resistenza e la resistenza ad ulteriori aggressioni. L’ultima delusione di Muhamad bin Salman (MBS) era spezzare il movimento Ansarullah, come rivelò in un’intervista al New York Times nell’ultima visita a Washington, dicendo che il suo Paese “cerca di por fine alla guerra allo Yemen con un processo politico per cercare di disperdere gli huthi assieme alla pressione militare“. A fine intervista, MBS chiese di avere l’opportunità di portare avanti il suo piano, portando certuni a credere che abbia un piano per esaurire “Ansarullah” dall’interno disperdendone i ranghi, preparandosi a finirlo. Con l’annuncio del martirio di al-Samad, sembrava che bin Salman avesse l’opportunità giusta, fu occasione per diffondere pettegolezzi ed intensificare la guerra. Tuttavia, proprio quando gli ex-governanti dell’Arabia Saudita affermarono che con la guerra allo Yemen potevano sottomettere “Ansarullah” in poche settimane e costringerlo alla resa, la stessa fantasia viene ripetuta oggi senza alcun effetto militare sul terreno. Nel frattempo, i capi della coalizione a guida saudita contro lo Yemen non potevano adempiere alla volontà di sbandare le autorità di Sana.
Il 5 aprile, l’incrollabile determinazione a sfidare ed affrontare l’aggressione criminale al Paese e al popolo, migliaia affollarono le strade della città di Tuhama, nella provincia di Hudaydah, promettendo che la “coalizione” la pagherà cara. Il raduno pubblico fu indetto su invito del presidente martire, prima dell’assassinio, con lo slogan “la marcia delle armi”. Migliaia di residenti della provincia marciarono portando fucili e immagini del leader martire, scandendo slogan che respingevano le minacce degli Emirati Arabi Uniti d’occupare Hudaydah. La marcia si concluse sulla piazza “Campo di Marte” dove il capo del Supremo Comitato Rivoluzionario di Ansarullah, Muhamad Ali al-Huthi, fece un discorso promettendo di “rispondere nel modo imprevedibile per la coalizione”, sottolineando che il martirio sarà forte motivazione per continuare ad affrontare l’aggressione. Una scena ripetuta su larga scala il 28 aprile, decisa come data per la cerimonia funebre del Martire Salah al-Samad da parte del comitato organizzatore, dichiarando che i funerali saranno formali e popolari. Nel frattempo, al parlamento yemenita di Sana, il nuovo presidente del Consiglio politico supremo, Mahdi al-Mashat, giurava dopo che l’oratore e i parlamentari gli annunciavano “sostegno nella guida della nuova fase”. Dopo aver giurato al-Mashat dichiarava che “Siamo occupati a dimostrare che ciò che il nemico ha fatto è stato un errore grave e costoso“, sottolineando che “con tale crimine, il nemico ha scelto la guerra aperta“. La coesione politica equivale alla mobilitazione sul campo, in preparazione della risposta all’assassinio del Presidente al-Samad e per salvaguardare i fronti dalla disintegrazione che la coalizione crede di poter ottenere attaccando questo leader. Al contrario, questo passo apre nuove possibilità in molteplici nuovi scenari sulla qualità dell’azione militare che sarà in vendetta del leader martire yemenita. In definitiva, la posizione unita e rigida di Sana dopo l’annuncio del martirio del Presidente al-Samad suggerisce solo che la scommessa di Riyad e Abu Dhabi nel disperdere Ansarullah con lo shock dell’assassinio, assieme alla pressione militare continua, sono solo desideri senza basi nella realtà.Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Asia ferma il traffico terroristico turco-statunitense

Tony Cartalucci, LD, 27 aprile 2018Il governo e le organizzazioni statunitensi che finanzia come “difensori dei diritti umani” denunciavano la decisione della Malaysia di deportare 11 uiguri sospettati di legami col terrorismo in Cina. L’articolo di Radio Free Europe/Radio Liberty del dipartimento di Stato USA “La preoccupazione degli Stati Uniti su 11 uiguri che Pechino vuole deportare dalla Malaysia“, riferiva: “Il 9 febbraio gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per la possibile deportazione dalla Malesia di 11 musulmani uiguri in Cina”. Reuters riferiva l’8 febbraio che gli 11 uiguri provenienti dalla Cina, tra i 20 fuggiti da un carcere in Thailandia l’anno scorso, erano detenuti in Malaysia e Pechino ne trattava con la Malaysia la deportazione. Human Rights Watch, facciata che si atteggia a difensore dei diritti umani finanziato dal criminale finanziario George Soros e dalla sua Open Society Foundation, condannava la decisione della Malaysia. In una dichiarazione intitolata “Malaysia: non inviare 11 detenuti in Cina, i membri del gruppo subirebbero torture e maltrattamenti “, dichiarava: “Il governo della Malaysia dovrebbe garantire che 11 migranti detenuti non vengano deportati in Cina, secondo Human Rights Watch. I migranti dovrebbero avere accesso urgente a decidere lo status di rifugiato dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite”. I detenuti sarebbero di un gruppo di 20 persone fuggite dalla detenzione per immigrazione in Thailandia nel novembre 2017. La Cina afferma siamo uiguri, minoranza turca musulmana originaria della Cina occidentale. Dopo che i membri del gruppo furono detenuti in Thailandia, si identificarono come cittadini turchi e chiesero di essere inviati in Turchia. È importante notare la Turchia come presunta destinazione dei terroristi. Fa parte di una rete gestita dalle agenzie di intelligence statunitensi e turche per inviare mercenari in Siria. Insieme ai mercenari da tutto il mondo, si presentavano in Turchia dove venivano armati, addestrati ed inviati in territorio siriano. La dichiarazione di HRW ammetteva anche che: “La Malaysia è uno dei tanti Paesi che negli ultimi anni ha rimpatriato forzatamente uiguri in Cina in violazione del diritto internazionale. Nel settembre 2017, il Viceprimo Ministro della Malaysia Zahid Hamidi disse che avevano arrestato 29 “militanti” uiguri dello Stato islamico da quando condividono dati biometrici con la Cina, dal 2011”. Il governo degli Stati Uniti, che di per sé detiene, tortura regolarmente ed in modo esecrabile uccide chi considera “terroristi sospetti” nel mondo, tentava d’impedire l’operazione di sicurezza congiunta cino-malese contro la minaccia dei terroristi cinesi che transitano nella regione verso la Siria. Così facendo, gli Stati Uniti tentano di segare i legami tra Cina e Malaysia, oltre a mettere a repentaglio la sicurezza della regione. Nel 2015, quando il governo thailandese deportò in Cina 100 sospetti terroristi, il governo degli Stati Uniti e i suoi “diritti umanitari” definirono nello stesso modo l’azione. Mesi dopo, i terroristi uiguri fecero esplodere una bomba nel centro di Bangkok, uccidendo 20 persone, per lo più turisti cinesi. Il New York Times, nell’articolo “La Thailandia incolpa i militanti uiguri per l’attentato al Santuario di Bangkok” ammetteva: “Quasi un mese dopo l’attentato più micidiale della recente storia thailandese, il capo della polizia nazionale thailandese fece commenti espliciti sui responsabili e del perché. Gli attentatori, disse, erano legati ai terroristi uiguri, membri radicali di una minoranza etnica colpita nella Cina occidentale, che avevano tentato di vendicare il rimpatrio forzato di uiguri dalla Thailandia alla Cina e lo smantellamento della rete del traffico umano”. L’attentato fu pianificato professionalmente ed eseguito con l’obiettivo preciso di acuire le tensioni tra Bangkok e Pechino, suggerendo la pianificazione con alti obiettivi strategici statunitensi.

I media degli Stati Uniti ammettono che gli uiguri combattono in Siria
In un articolo di Associated Press del dicembre 2017 intitolato “La rabbia per la Cina porta gli uiguri a combattere in Siria”, ammetteva: “Dal 2013, migliaia di uiguri, minoranza musulmana turcofona della Cina occidentale, si sono recati in Siria per addestrarsi col gruppo terroristico uiguro del Turkistan Islamic Party e combattono al fianco di al-Qaida, svolgendo ruoli chiave in diverse battaglie. Le truppe del Presidente siriano Bashar al-Assad ora si scontrano coi terroristi uiguri mentre il conflitto si avvicina alla fine”. L’AP ammetteva anche che i terroristi uiguri si recarono specificamente dal sud-est asiatico verso Turchia e poi Siria, affermando: “Come i profughi uiguri viaggiavano di nascosto nel sud-est asiatico, dissero che furono accolti da una rete di terroristi uiguri che offrivano cibo e riparo, e la loro ideologia estremista. E quando i rifugiati sbarcarono in Turchia, furono nuovamente corteggiati da reclutatori che vagavano apertamente per le strade di Istanbul nei difficili quartieri di immigrati come Zeytinburnu e Sefakoy, alla ricerca di nuovi terroristi da inviare in Siria”. Coi media occidentali che ammettono che migliaia di terroristi uiguri viaggiavano dal sud-est asiatico verso la Siria per combattere al fianco di al-Qaida e, presumibilmente, suoi affiliati come il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL), è ovvio che i tentativi di denigrare i malesi e la cooperazione tailandese con la Cina per chiudere questa “tratta sotterranea” intesa a perpetuare non solo la minaccia alla Siria, ma anche alla Cina e al resto dell’Asia, quando tali terroristi temprati dalla battaglia ritornano a casa. AP spiegava: “…la fine della guerra in Siria potrebbe essere l’inizio delle peggiori paure della Cina. “Non ci importava come andavano i combattimenti o chi sia Assad”, disse Ali, che dava il solo nome per paura di rappresaglie contro la famiglia. “Volevamo solo imparare ad usare le armi e tornare in Cina”.” Altri gruppi, finanziati direttamente dal governo degli Stati Uniti a Washington DC, come il World Uyghur Congress (WUC), tentavano d’impedire gli sforzi collettivi dell’Asia per arginare il terrorismo che ne attraversa il territorio verso la Siria. Organizzazioni come il WUC sono fondamentali nel difendere il separatismo terroristico nella provincia cinese dello Xinjiang.

La rete di protezione del terrore degli Stati Uniti data dai gruppi dirittumanitari
E in Malaysia e Thailandia, nazioni in prima linea nella distruzione della rete terroristica nel sud-est asiatico, il governo degli Stati Uniti finanzia le facciate che condannano gli sforzi del governo locale per collaborare con la Cina. Tali organizzazioni tentano di ostacolare le operazioni di sicurezza col pretesto di difendere i “diritti umani”. In Thailandia, organizzazioni finanziate dal dipartimento di Stato USA attraverso il National Endowment for Democracy (NED), come iLaw, Prachatai, avvocati thailandesi per i diritti umani, Fortified Rights e altri che conducono campagne volte a far pressione sul governo thailandese per consentire ai terroristi di viaggiare verso la Turchia, per collegarsi con al-Qaida in Siria. In Malaysia, “Lawyers for Liberty”, diretto da Eric Paulsen, è finanziata dal NED statunitense ed anch’essi attaccavano gli sforzi del governo locale per arginare il flusso di terroristi uiguri nel proprio territorio verso la Siria. In un post, Paulsen esclamava: “Centinaia di altri uiguri già deportati da Thailandia e Malesia vengono imprigionati o scompaiono, ritrovandosi in posti sconosciuti o dispersi. (La Malaysia) deve opporsi alle richieste della Cina, poiché costoro non hanno commesso crimini autentici in Malaysia”. La frase di Paulsen, “visto che costoro non hanno commesso crimini autentici in Malaysia“, fa capire che la loro presenza in Malaysia è semplicemente il passaggio verso la Siria per partecipare a una massa di crimini, come il terrorismo con al-Qaida e SIIL. Inoltre, come sottolineava la Associated Press, costoro avevano intenzione di addestrarsi in Siria e tornare in Cina per continuare i crimini, incluso il terrorismo. E come visto a Bangkok nel 2015, se tale rete terroristica venisse rotta, tali terroristi attaccherebbero altre nazioni quando e dove desiderano. Mentre gli Stati Uniti tentano di dividere la Cina dal Sud-est asiatico sulla questione del terrorismo uiguro, sembra ottenere l’effetto opposto. Mentre l’influenza degli Stati Uniti cala nella regione e le loro attività diventano più pericolose, la cooperazione tra Thailandia, Malaysia e Cina aumenta dato che le tre nazioni, insieme al resto del Sud-Est asiatico, sono obiettivo della sovversione degli Stati Uniti nel tentativo di Washington di mantenere il primato sulla regione.
Gli Stati Uniti corrono anche il rischio di esagerare con le manovre “umanitarie” in difesa delle loro reti di terrore e sovversione nel mondo. Coi media occidentali che ammettono apertamente che gli uiguri arrestati in Thailandia e Malesia sono reclute di al-Qaida e SIIL che combattono in Siria, mentre chiedono che possano recarsi in Siria col pretesto dei “diritti umani”, gli Stati Uniti ancora una volta usarono la difesa dei “diritti umani” come cortina fumogena per calpestare i diritti umani veri e il diritto internazionale. L’Asia sud-orientale, consentendo oggi a un esercito di terroristi di attraversare il proprio territorio, compromette ancora la sicurezza siriana oggi e domani la sicurezza collettiva dell’Asia, quando tale esercito di terroristi ritornerà a casa. L’unica scelta dell’Asia è resistere collettivamente, esporre e smantellare non solo tale rete del terrorismo sponsorizzato dall’occidente, ma anche i falsi gruppi dirittumanitari che gli Stati Uniti usano per proteggerla.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il terrorismo di Washington e Riyadh

Tony Cartalucci, LD, 6 aprile 2018

Per decenni Stati Uniti ed alleati della NATO hanno aiutato l’Arabia Saudita ad esportare l’indottrinamento politico noto come wahhabismo per radicalizzare gli individui e ingrossare le fila delle forze mercenarie usate nelle guerre per procura e per manipolare le popolazioni occidentali. Ciò che era iniziato come mezzo per la Casa dei Saud per stabilire, espandere e infine consolidare il potere politico sulla penisola arabica nel XVIII secolo, è ora diventato strumento affinato del potere geopolitico integrato nella politica estera di Washington. Recentemente, nelle pagine del Washington Post si faceva una notevole ammissione nell’articolo, “Il principe saudita nega che Kushner sia suo“. L’articolo citava il principe ereditario saudita Muhamad bin Salman affermare: “Alla domanda sulla diffusione del wahhabismo finanziata dai sauditi, l’austera fede dominante nel regno e che alcuni hanno accusato di essere fonte del terrorismo globale, Muhamad ha detto che gli investimenti nelle moschee e nelle madrasa oltreoceano originano nella Guerra Fredda, quando gli alleati dell’Arabia Saudita chiesero di usare le proprie risorse per impedire le incursioni nei Paesi musulmani dell’Unione Sovietica. I successivi governi sauditi persero la traccia degli sforzi, ha detto, e ora “dobbiamo riprenderci tutto”. I finanziamenti ora provengono in gran parte da “fondazioni” saudite, affermava, piuttosto che dal governo”. Mentre l’articolo afferma che “i successivi governi sauditi persero la traccia dello sforzo” e che i finanziamenti sono ora forniti da fondazioni “saudite”“, ciò non è vero. Non ci sono “governi successivi” in Arabia Saudita. La nazione sin dalla fondazione è gestita da una sola famiglia, la Casa dei Saud. E mentre le fondazioni saudite possono essere il canale attraverso cui il wahhabismo è organizzato, finanziato e diretto, certamente avviene per volere di Riyadh col sostegno di Washington.

Uno strumento, non un’ideologia
Il wahhabismo fu creato e usato come strumento politico già nel 1700. Fu la pietra angolare della fondazione dell’Arabia Saudita. Convenientemente, il wahhabismo, sin dall’inizio, è intollerante. Per i sauditi che cercavano potere politico con la conquista, tale intolleranza veniva facilmente tradotta nelle violenze contro tribù e Stati confinanti che non si sottomettevano al potere saudita. Gli inglesi sfruttarono tale strumento politico nella lotta contro l’impero ottomano. Incoraggiò e coltivò le ideologie estremiste come il wahhabismo prima e dopo la caduta dell’impero ottomano. Dopo le guerre mondiali, inglesi e statunitensi si allearono con nazioni come l’Arabia Saudita, esportandone l’indottrinamento wahhabita nel mondo. L’ammissione di ciò da parte del principe Muhamad bin Salman fornisce ulteriori informazioni sull’uso da parte di Washington degli estremisti in Siria tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, così come il sostegno ai terroristi in Afghanistan per sloggiare la presenza sovietica. Ma rivela anche esattamente come il terrorismo sia strumento geopolitico usato oggi, dopo la Guerra Fredda, e chi lo usa. Le “moschee”, finanziate dall’Arabia Saudita e da altri Stati del Golfo Persico ben oltre il Medio Oriente, tra cui Europa e Asia, fungono da centri di indottrinamento e reclutamento per le varie guerre per procura degli Stati Uniti e la loro destabilizzazione nel mondo.

Come viene allevato il wahhabismo
I terroristi reclutati da tutto il mondo per combattere in Siria venivano attirati principalmente dalla rete wahhabita finanziata e diretta dai sauditi. Le “moschee” e le “madrasse” che operano in Nord America ed Europa lo fanno con la piena cooperazione dei servizi di sicurezza e d’intelligence occidentali. Reclutamento, dispiegamento e rientro dei mercenari wahhabiti in occidente sono ammessi anche dai media occidentali. Il media danese The Local DK, espone uno di tali centri in Danimarca. L’articolo intitolato “La moschea danese raddoppia il sostegno allo SIIL“, descriveva il sostegno aperto alle organizzazioni terroristiche, in particolare il cosiddetto “Stato islamico” (SIIL). L’articolo indicava: “Vogliamo che lo Stato islamico si affermi. Vogliamo uno Stato islamico mondiale”, affermava il presidente della moschea Usama al-Sadi, nel programma DR. Al-Sadi aveva anche affermato di considerare la partecipazione della Danimarca nella battaglia degli USA contro la Siria un affronto diretto non solo alla moschea ma a tutti i musulmani. “La guerra è contro l’Islam”, aveva detto”. Tale presunta “moschea” in Danimarca, nonostante ammettesse apertamente di sostenere il terrorismo, non fu chiusa e i suoi capi arrestati come ci si aspetterebbe. Invece, il governo danese certamente collaborava con la “moschea” nel gestirla. L’articolo di Der Spiegel, “Risposta della comunità: una risposta danese alla Jihad radicale”, riportava: “Il commissario Aarslev dice di essere orgoglioso di ciò che hanno finora raggiunto, anche se non dimentica mai di elogiarne la gente e gli altri interessati al programma. È particolarmente effusivo quando parla di un uomo: un salafita barbuto a capo della moschea Grimhøjvej di Aarhus, dove molti giovani partiti per la guerra in Siria erano regolarmente presenti. Il suo capo è un uomo di nome Usama al-Sadi… questi due hanno unito le forze in un piano che cerca risposte alle domande che affliggono l’intero continente europeo: cosa si può fare per i radicali rimpatriati dalla Siria? Quali misure sono disponibili per contrastare il terrore che ancora una volta sembra minacciare l’occidente?” Sorprendentemente, i media occidentali hanno ammesso che una moltitudine di tali “moschee” reclutano apertamente uomini in occidente per combattere da mercenari in Siria sotto la bandiera di al-Qaida e delle sue varie sussidiarie prima di tornare a casa e minacciare le popolazioni occidentali. Anziché smantellare la rete ed eliminare la minaccia, l’occidente l’ha intenzionalmente lasciata crescere, creando divisioni sociopolitiche nelle nazioni occidentali, aumentando razzismo, fanatismo e xenofobia per continuare a giustificare le guerre occidentali all’estero, e allo stesso tempo un crescente Stato di polizia domestico.

La copertura
L’inglese Independent nell’articolo, “L’Arabia Saudita promuove l’estremismo in Europa, afferma l’ex-ambasciatore” ammetteva: “L’Arabia Saudita ha finanziato moschee in tutta Europa diventate focolai dell’estremismo, affermava l’ex-ambasciatore inglese in Arabia Saudita Sir William Patey”. Tuttavia, l’articolo e molti come questo, devia intenzionalmente dalle implicazioni sui finanziamenti sauditi e l’uso di tali cosiddette “moschee” come centri di indottrinamento e reclutamento del terrorismo finanziato e armato da Stati Uniti, Europa, Arabia Saudita e partner arabi nei conflitti nel mondo. I media e i politici occidentali, così come i rappresentanti sauditi, affermano che Riyadh non controlla completamente questa rete, o non sa del ruolo centrale che ha nel guidare il terrorismo globale. Tali scuse sono, tuttavia, anche nominalmente assurde. L’uso da parte di Stati Uniti ed Arabia Saudita delle reti wahhabite per alimentare i gruppi terroristici che combattono nel mondo è sfacciato. I terroristi “accidentalmente” reclutati nelle “moschee” finanziate dai sauditi in Europa, Medio Oriente e Asia formano gruppi armati, finanziati, addestrati e altrimenti supportati da Stati Uniti, Europa e loro alleati mediorientali, inclusa l’Arabia Saudita. In particolare, in relazione alla Siria, il giornalista Seymour Hersh già nel 2007, nell’articolo “Il reindirizzo è la nuova politica dell’amministrazione a beneficio dei nostri nemici nella guerra al terrorismo?“, espone tale processo, con la guerra del 2011 in Siria già in corso. L’articolo indicava: “Per indebolire l’Iran, prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato col governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine per indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno anche preso parte ad operazioni clandestine contro l’Iran e l’alleata Siria. Un sottoprodotto di tali attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam e sono ostili agli USA e solidali con al-Qaida… Questa volta, il consulente del governo statunitense mi ha detto che Bandar e altri sauditi assicuravano la Casa Bianca che “terranno d’occhio i fondamentalisti religiosi. Il loro messaggio per noi era “Abbiamo creato questo movimento e possiamo controllarlo”. Non è che non vogliamo che i salafiti lanciano bombe; sono loro a lanciarli contro Hezbollah, Muqtada al-Sadr, Iran e i siriani, se continuano a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. Quindi, non c’è nulla di accidentale nella creazione ed uso di tali reti da parte di Washington e Riyad. Altre tattiche furono utilizzate per evitare di affrontare direttamente tale ultradecennale sforzo. L’uso del “multiculturalismo” contro razzismo virulento, fanatismo e xenofobia ha creato un falso dibattito che trasforma essenzialmente la sponsorizzazione congiunta multinazionale occidentale-araba del terrorismo in diatribe e questioni inconciliabili. L’opposizione controllata di entrambe le parti del “dibattito” derivante, intenzionalmente allontana il discorso pubblico dalle domande su avvento ed uso del wahhabismo da parte dell’Arabia Saudita, dei suoi alleati arabi e dello stesso occidente.

La rete del terrorismo globale statunitense-saudita
Dalle “moschee” finanziate dai sauditi che indottrinano, radicalizzano e reclutano, terroristi vengono quindi inviati nei teatri operativi. Gli estremisti sponsorizzati da Stati Uniti ed Arabia Saudita, provenienti dalla popolazione uigura nella provincia occidentale dello Xinjiang, arrivavano passando dal Sud-Est asiatico in Turchia dove venivano inquadrati, addestrati e armati prima di essere inviati a combattere le truppe di Damasco in Siria. E se attualmente il compito principale della rete terroristica USA-Arabia Saudita è alimentare la guerra per procura contro la Siria, anche l’indottrinamento wahhabita, radicalizzazione e reclutamento sponsorizzati da USA-Arabia Saudita sono localizzati. Mentre gli estremisti uiguri vengono inviati in Siria, altri sono reclutati nella stessa Cina. Nel sud-est asiatico, i finanziamenti sauditi arrivano ai terroristi che combattono sotto la bandiera dello SIIL nelle Filippine. Vi sono legittime preoccupazioni che tale rete USA-Arabia Saudita cerchi d’infiltrarsi in Thailandia per sfruttarne il separatismo nel sud. Nel vicino Myanmar, gli Stati Uniti mettevano al potere l’attuale regime guidato dal “Consigliere di Stato” Aung San Suu Kyi. I suoi sostenitori ultra-nazionalisti e brutalmente razzisti hanno condotto per anni violenze genocide contro la minoranza rohingya. Contemporaneamente, Stati Uniti ed Arabia Saudita creavano un gruppo islamista “rohingya” guidato da Ata Ullah, istruitosi in Arabia Saudita. Le origini di Ata Ullah sono nebulose. La sua “leadership” sarebbe simile a quella di Abu Baqr al-Baghdadi, una figura a capo di un’organizzazione alla fine gestita da Riyadh e Washington. L’uso dei terroristi ha vari obiettivi. Per la Siria, è il cambio di regime, in Cina, l’agitazione e la possibile balcanizzazione alle frontiere della nazione, nel sud-est asiatico, tentativi di dividere ed indebolire le nazioni. Washington tenta d’installare regimi clienti in nazioni come Myanmar, in cui gli Stati Uniti chiedono un regime-cliente obbediente, e le Filippine, in particolare come mezzo per mantenervi la presenza militare.

Denunciare e chiudere l’attività terroristica di Washington e Riyad
Gli Stati Uniti considerano il wahhabismo un utile strumento geopolitico che hanno affinato ed utilizzato da decenni. Mentre essi e i loro alleati occidentali fingono ignoranza dall’inizio, e fingono di essere impotenti, continuano ad investire nella continuazione dell’operazione e nella sua continua reinvenzione. E mentre il wahabismo aiuta l’Arabia Saudita dalla fondazione ed espansione regionale, la sponsorizzazione di tali reti oggi è insostenibile divenendo rapidamente grave. Gli Stati Uniti, come hanno dimostrato verso molti ex-alleati, continueranno a usare il wahhabimo saudita fino quando non sarà più utile. Anche se è ancora presto per dirlo, l’Arabia Saudita ha molti incentivi ed interessi nel denunciare e smantellare tali reti con azioni concrete. Per il pubblico, sventare i meschini tentativi dell’occidente di usare cunei politici per proteggere tale rete multinazionale di indottrinamento, radicalizzazione e reclutamento è essenziale per fargli capire il ruolo di Arabia Saudita ed occidente nella sua costruzione e permanenza.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La partizione dell’Arabia Saudita è inevitabile

Intervista di Layla Mazbudi e Isra al-Fas, al-Manar, 7 novembre 2017

Questa intervista avvenne una settimana prima degli ultimi sviluppi in Arabia Saudita. È uno degli oppositori politici al regime saudita, e appartiene alla tribù Shamar, presente tra Arabia Saudita Quwayt, Qatar, Iraq e Siria. La tribù ha anche governato il Najd per quasi un secolo prima che Abdulaziz bin Saud la derubasse ripristinando il dominio dei suoi predecessori sostenuto dagli inglesi, che non riuscirono a sedurre gli Shamar. Al-Jarba ha forti legami con figure di rilievo tra le autorità del regno come l’ex-re saudita Abdullah bin Abdulaziz e l’ex-principe ereditario Muhamad bin Nayaf, garantendosi una sorta d’immunità esprimendo le sue opinioni. Il nome di Man al-Jarba emergeva di recente, vestito col costume della penisola araba, ma con altri discorsi: era apparso a Damasco dove decise di stabilirsi nel pieno della crisi politica del 2014, senza altro motivo se non essere onesto con le posizioni che riflettono la sua convinzione che la difesa della Siria sia la difesa degli arabi che vogliono cambiare. Le bombe (dei terroristi) in quel momento presero di mira il quartiere in cui risiede. Uno di essi colpì il suo edificio. Tuttavia, non decise di lasciare la Siria finché le cose non si stabilizzavano, quando la vittoria dell’Esercito Arabo Siriano e dei suoi alleati inizia a stabilizzarsi. Prima, alla fine del 2011, quando era ancora in Arabia Saudita, un sito web a lui affiliato fu chiuso per posizioni a supporto della Resistenza. Gli fu offerto di tenere una rubrica settimanale nel giornale saudita Uqaz. Avvertì sul conflitto settario, richiamando l’attenzione sui pericoli del piano di partizione che s’insinuava dall’Iraq. Ogni volta mostrò sostegno alla Resistenza, finché non fu costretto a smettere di scrivere nel 2013, per non essere ritenuto “responsabile”. Due giorni dopo aver lasciato le terre saudite nel 2014, Man al-Jarba apparve in un’intervista televisiva parlando dello SIIL e dei suoi legami coi wahhabiti. Da uno studio a Riyadh salutò il Presidente siriano Bashar al-Assad, e poi il Primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi per aver sostenuto la Resistenza della Siria. Le autorità saudite chiusero lo studio e da allora iniziò la guerra contro di lui. Dalla capitale libanese, Bayrut, Man al-Jarba aveva un’intervista esclusiva col sito di al-Manar, affrontando la situazione interna saudita, chiarendo la scena e parlando della formazione religiosa della società saudita e del ruolo delle tribù, esponendo i possibili esiti futuri dell’intensificarsi della lotta politica interna e gli imminenti piani di partizione stranieri.

Il wahhabismo non appartiene alla Sunnah
La società saudita è composta dall’85% di sunniti e dal 15% di ismailiti e duodecimani sciiti. Secondo al-Jarba “il wahhabismo non appartiene affatto alla Sunnah, ricordando che ha solo 300 anni“. “Il wahhabismo ha uno status che si differenzia dalle altre sette e gruppi islamici“, osservava respingendo la logica del taqfirismo. Secondo l’oppositore saudita, le famiglie della penisola araba erano sufi Ashari Maturidi prima che Muhamad bin Abdulwahab apparisse nel 17° secolo, e conservano ancora alcuni loro retaggi. “Nell’Hijaz, ad esempio, oltre ad abbracciare la dottrina sufi Ashari Maturidi, la maggior parte delle famiglie appartiene alle dottrine Hanafi e Shafai, come a Medina. Mentre gli ismailiti pesano a sud del regno, la dottrina Shafai vi è diffusa. I duodecimani sciiti sono nelle aree orientali, principalmente al-Qatif e al-Ahsa“, spiegava. “La maggior parte delle famiglie saudite è sufi Ashari, ma la dottrina ufficiale è wahhabita e gli viene imposta e insegnata a scuola“, riassume al-Jarba.

La famiglia al-Shayq… famiglia degli assegni
Nonostante i tentativi di alcune famiglie di preservare il patrimonio regionale, lo Stato investigativo imposto nel regno e il suo enorme potere finanziario, oltre alla protezione internazionale e ai sussidi all’estero, come qui chiamo gli Stati Uniti, hanno permesso a tale regime religioso di diffondersi. Il wahhabismo serve gli obiettivi statunitensi dalla guerra afghana contro l’Unione Sovietica a Iraq e Siria. Ha destinato l’istituzione religiosa nel regno a garantire ai governanti una legittimità, pagata, tanto che i sauditi chiamano la famiglia degli al-Shayq, famiglia degli assegni, in riferimento al denaro che ricevono“, aggiungeva al-Jarba. Nonostante il potere religioso, il rapporto tra situazione religiosa e situazione interna saudita è sotto controllo, poiché alcuna azione armata contro lo Stato è stata rilevata da non “wahhabiti”. Ciò riflette il contenimento che lo Stato intende usare su certi obiettivi “politici”, proprio come accaduto recentemente ad Awamiyah.

Yemen, Awamiyah e Qatar… come risarcimento
Al-Jarba crede che questi incidenti siano collegati ai tremendi sforzi sauditi per una vittoria con cui dimostrare agli statunitensi di essere ancora forti ed affidabili nel loro ruolo regionale. “Va ricordato che le sconfitte saudite in Iraq, Libano e Siria non sono state compensate nello Yemen, ma si sono piuttosto aggravate. Anche l’attacco al Qatar era una compensazione, tuttavia dimostratosi inutile, quindi non avevano altra scelta che usare la forza nel Paese e attaccare Awamiyah“. Al-Jarba proseguiva affermando che “i media sauditi hanno esibito l’avanzata ad Awamiyah come una conquista, descrivendola come operazione per liberare al-Qatif dagli sciiti, mostrati dai media sauditi come intrusi, ma sottolineava che il quartiere al-Musawara esiste da 400 anni, il che significa che è di 100 anni più vecchio del primo Stato saudita. Ciò significa che la popolazione di Awamiyah è inveterata e profondamente radicata nella regione più degli “inveterati” al-Saud e loro autorità…” “La sventata e sterile “vittoria” di Awamiya è stata usata dal sistema mediatico ufficiale per rafforzare “‘Iranofobia” e “Sciafobia”. A un certo punto, va detto che sono riusciti a promuovere tale fobia, una barriera che spaventa i popoli dalla Resistenza“.

La Palestina è nel cuore
A differenza della freddezza che il sistema governativo mostra nei confronti della causa palestinese, al-Jarba sottolinea che il popolo saudita simpatizza con la Palestina oltre ogni immaginazione. Ritiene che “L’asse della Resistenza difende la Palestina. Nonostante la fobia, le cose vanno meglio ogni giorno grazie alla scoperta delle relazioni saudite con “Israele”, così come agli sforzi sauditi per secolarizzare lo Stato e cercare di seguire il modello degli Emirati, risvegliando il popolo. Lo Stato che considera l’Iran e gli sciiti in generale come demoniaci con la scusa della religione e della difesa del Paese dalle Due Sante Moschee, appare oggi riconciliarsi con ‘Israele’ e permettere feste e danze miste, esponendo al vero pericolo la religione e il Paese delle Due Sante Moschee“.

La normalizzazione è la caduta saudita
Il crollo del regime saudita avverrà con la normalizzazione dei rapporti con ‘Israele’“, previde al-Jarba. “La relazione con ‘Israele’ supererà la linea rossa molto sensibile di chi vanta l’appartenenza al Paese delle Due Sante Moschee. Hanno una posizione decisa contro gli occupanti del “primo Qiblah” dei musulmani e chi commette crimini contro musulmani in Palestina, Libano e altrove. In particolare, in questi ambiti, il regime saudita perde legittimità. Cosa opprimerebbe allora il popolo saudita? Sono le fatwa che proibiscono di opporsi al sovrano a meno che non commetta bestemmia? La bestemmia per il popolo saudita è la rinuncia alla Palestina. I predicatori delle autorità possono giustificarla?” Nell’era delle grandi trasformazioni interne, metà dei predicatori del regno è in prigione. Secondo al-Jarba, non si tratta del Qatar, il problema è più profondo e grande. “Soprattutto, nulla indica che sono detenuti per la crisi col Qatar, sono solo analisi popolari. La crisi col Qatar era solo una scusa, perché sanno di essere contro la leadership e la secolarizzazione, e persino la normalizzazione con “Israele”… diranno alla gente che li detengono perché contrari alla secolarizzazione dello Stato? La scusa migliore è affermare che si tratta del Qatar, permettendosi di mettere a tacere qualsiasi voce obietti alle loro nuove politiche, iniziando dalle danze miste fino alla normalizzazione pubblica e altro“.

I sauditi contro la normalizzazione
Man al-Jarba sottolinea che lo Stato saudita è uno “Stato perfettamente inquisitore”. Tuttavia, i social media sono importanti misurando le tendenze dell’opinione pubblica. Qualche tempo fa, i media “israeliani” diffusero notizie sulla visita del principe ereditario Muhamad bin Salman nei territori occupati. Le istituzioni ufficiali saudite rimasero in silenzio e i media finanziati dai sauditi non dissero una parola. “Solo Twitter fu infiammato dalla campagna” dei sauditi contro la normalizzazione, “che si classifica prima tendenza in Arabia Saudita e nel mondo arabo. Quindi, c’era bisogno di formare un anti-esercito elettronico per promuovere la campagna ufficiale come lotta al terrorismo. Tuttavia, di fronte alla Palestina, l’esercito non può resistere a chi si oppone al tradimento della causa palestinese, di fronte la Palestina tutti cedono“, sottolineava al-Jarba.

Rompere il silenzio
Inoltre indicava tre fattori che potrebbero rompere il silenzio saudita:
1. La lotta nella famiglia dominante, presente e crescente. Darà al popolo la possibilità di scendere in piazza. Chi da notizie del palazzo a “Mujtahid”, è membro della famiglia dominante. Si dice anche che i principi imprigionati siano cinque, compresi Muhamad bin Nayaf e Abdulaziz bin Fahd, agli arresti domiciliari. Le notizie del conflitto interno sono note e rese pubbliche.
2. Togliendo la copertura religiosa e muovendosi verso la secolarizzazione, la gente troverebbe la causa diretta per scendere in piazza, in particolare dato che la scuola saudita insegna da 80 anni che la secolarizzazione è blasfemia e obbedire al sovrano è un dovere a meno che commetta bestemmia. Secondo i programmi sauditi, è permesso disobbedire al sovrano ateo, addirittura considerare la lotta sul sentiero di Allah, quindi il fattore religioso che lo Stato ha usato come pilastro per immunizzare i governanti cadrà mentre punta alla secolarizzazione.
3. Togliere la protezione internazionale all’Arabia Saudita, non è né difficile né impossibile. Gli statunitensi hanno bisogno di petrolio e soldi. Il presidente degli Stati Uniti era chiaro su ciò. In caso di caos e lotte interne, gli statunitensi non lasceranno i loro interessi per alcuna alleanza; preferiranno qualsiasi altra alleanza alternativa.La partizione è un piano inevitabile
L’oppositore saudita assicurava che gli Stati Uniti non riconoscono nulla al di sopra dei loro interessi. Col nuovo piano coloniale, gli Stati Uniti lavorano per dividere l’Arabia Saudita in quattro. “La partizione è sul tavolo ed è seria. La mappa è disponibile sul sito del ministero della Difesa degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita sarà divisa in quattro. Negli stessi Stati Uniti, ci sono alcune frange che supportano la partizione e altre che si oppongono. Ma tutti vogliono giocarla“.
Le quattro regioni sono:
• La Grande Giordania: composta da Tabuq, Yunbu e Hijaz, da unire alla Giordania come patria alternativa dei palestinesi, con cui la crisi che impedisce all’entità d’occupazione di annunciare lo Stato ebraico, sarà risolta.
• La zona orientale: composta da al-Qatif, al-Ahsa e al-Damam, aree ricche di petrolio vicine a Quwayt e Bahrayn, consentendo agli statunitensi di entrarvi facilmente e controllarne il petrolio. Fonti della provincia orientale aveva già notato che gli statunitensi avevano suggerito la spartizione, ma fu rifiutata.
• Najd: le aree centrali in cui il dominio dei Saud sarebbe limitatao.
• Sud: le aree di Asir, Najran e Jizan, regioni yemenite affittate dall’Arabia Saudita per 99 anni, scadute sotto l’ex-presidente yemenita Ali Abdullah Salah a cui “rinunciò” in favore dell’Arabia Saudita.
Al-Jarba ritiene che gli statunitensi abbiano tratto molti benefici dall’esperienza in Iraq. Non schiereranno truppe in alcun Paese arabo a meno che non appaiano come salvatori. Ciò accadrebbe in Arabia Saudita nel caso in cui la lotta tra i principi della famiglia dominante s’intensificasse e divenisse conflitto, concedendo agli statunitensi l’opportunità di contare di più in Arabia Saudita. Dall’altra parte, al-Jarba notava che il piano di partizione è inevitabile e che il 2017 era il centenario dell’accordo Sykes-Picot che divise la regione araba tra Francia e Gran Bretagna e che il nuovo centenario sarà una nuova divisione.

Tribù, bomba a orologeria
Oltre alla religione, le tribù hanno un ruolo importante nell’implementazione o meno della sistemazione interna del regno, osservava al-Jarba, ed inoltre notava quanto segue: “Nel 1902, Abdulaziz bin Abdurahman al-Saud tornò a Riyadh dopo essersi rifugiato nel Quwayt protetto dagli inglesi, per assumere il potere nel momento in cui la penisola araba settentrionale era controllata dalla leadership della tribù Shamar, aderente interamente all’impero ottomano. Ai Shamar fu offerto di collaborare cogli inglesi ma rifiutò e combatté nella Prima guerra mondiale a fianco dell’impero ottomano, Stato islamico contro gli inglesi… Gli inglesi diedero ad Ibn Saud armi e pensarono che il suo dominio su Najd e Hujaz avrebbe tolto legittimità religiosa agli ottomani. Quando lo Stato ottomano fu sconfitto, Abdulaziz entrò nelle regioni e formò l’emirato del Najd, quindi assediò Hail per un anno intero durante cui il suo esercito ascoltava gli appelli alla preghiera nella zona chiedendosi se “fossero musulmani”, mentre altri dicevano “prudenza”. L’esercito di Ibn Saud uccise bambini nelle moschee. E quando entrò nell’Hijaz uccise nelle moschee“. I sauditi si opposero scoprendo che in nome della religione, Abdulaziz mobilitò le tribù all’epoca note come “i fratelli obbedienti ad Allah”, per le sue guerre contro gli altri emirati. “Quando raggiunse i confini disegnati dagli inglesi, ne usò gli aerei per colpire le tribù che non vedevano l’ora di continuare la resistenza e ripristinare il mondo islamico! Fino ad allora, i Saud osservarono le tribù con preoccupazione, rispettandone posizione e peso, sposandosi in esse e sapendo che sono una bomba a tempo che scatenerà il conflitto interno che potrebbe esplodere nel regno“.

Principi preoccupanti
Oggi, gli occhi sono sulle tribù mentre la lotta s’intensifica tra i principi. Mutab bin Abdullah, ad esempio, è la figura più preoccupante per Muhamad bin Salman. Possiede una guardia nazionale con 150 mila combattenti dalle tribù, sposatisi con la sua famiglia e che si preparano a combattere fino all’ultimo. La guardia nazionale per numeri e mezzi è un potere importante quanto l’esercito saudita”. Oltre a Mutab, vi sono Ahmad bin Abdulaziz, fratello dell’attuale re, e i figli di Nayaf, Fahd e Sultan. Secondo al-Jarba “il loro scontento per la politica del principe ereditario si sentiva nel palazzo reale. Ci furono molte lettere al re chiedevano d’impedire al principe indegno di salire al trono“, e infine l’assalto armato al Palazzo della Pace a Jidah. “L’ultimo attacco ha indicato che le lettere dei principi sono molto serie, il che causò la scomparsa di Muhamad bin Salman, al momento”, come dettagliato in precedenza sul sito di al-Manar.

La magia si volge contro lo stregone
In breve, l’oppositore saudita vede l’Arabia Saudita come Paese che vive sulla cima di un vulcano che erutterebbe in qualsiasi momento. Tutti i fattori nel regno sono preoccupanti: lotta dei principi, brama di governo di Muhamad bin Salman e nuova tendenza alla secolarizzazione, nonché il ruolo delle tribù in tutto ciò. L’escalation della lotta non finirà se non con la “partizione”, nel caso in cui le chiavi per affrontare tutto siano consegnate agli statunitensi, avverte al-Jarba, che inoltre osservava che il regno non è lontano da ciò che avviene nella regione. I piani per la divisione seguiti dall’Arabia Saudita gli si rivolteranno decisamente contro. Quindi, la magia si volgerà contro lo stregone…Traduzione di Alessandro Lattanzio