Alessandro Lattanzio a ParsToday: Ecco come George Soros manipola politiche ed elezioni europee

Boao Forum for Asia 2013Teheran (ParsToday  Italian) – Alessandro Lattanzio, saggista e analista delle questioni politiche internazionali e’ stato intervistato dalla nostra Redazione. Con Lattanzio abbiamo esaminato la forte influenza di Soros nelle politiche europee soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione e le elezioni.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervista potete cliccare qui.

Il rapporto declassificato sull’11 settembre ritrae USA e Arabia Saudita complici

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 25/07/201648680250.cachedIl rapporto precedentemente classificato, pubblicato col titolo “Inchiesta congiunta della Comunità d’Intelligence sulle attività introno agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001“, rivela che in effetti il vecchio alleato degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, aveva collegamenti con i presunti dirottatori degli attacchi dell’11 settembre. Mentre gli Stati Uniti invasero Afghanistan e Iraq con la scusa degli attentati, va notato che i presunti dirottatori erano sauditi o cittadini del Golfo Persico, o collegati ad organizzazioni terroristiche sostenute dagli Stati del Golfo Persico. I media occidentali hanno tentano di minimizzare l’impatto della pubblicazione del documento sostenendo che le indagini successive hanno trovato “molte” accuse nel documento “senza fondamento”, anche se Stati Uniti ed Arabia Saudita oggi armano e finanziano apertamente i terroristi in Siria.

A beneficio di chi?
Molti credono erroneamente che il terrorismo sia semplicemente inevitabile nello scontro di civiltà tra “Islam” e occidente, mentre altri sostengono che sia la reazione prevedibile alla politica estera occidentale viziata o ingiusta. In realtà, niente di ciò. Si è meticolosamente strumentalizzata una violenza congegnata per raggiungere obiettivi geopolitici nel mondo, rovesciando governi e giustificando interventi militari, creando paura paralizzante e isteria in patria per sostenere un crescente Stato di polizia e il grande interventismo militare all’estero. In sostanza, è un mezzo altamente utile per l’attuale espansionismo dell’impero. Ciò appare chiaramente con l’uso del terrorismo oggi. 14 anni dopo l’11 settembre 2001, con i ricordi che cominciano a svanire, gli Stati Uniti sono in partnership con l’Arabia Saudita, ancora una volta, armando e finanziando i terroristi che combattono le loro guerre per procura in Libia, Siria, Iraq e oltre, proprio come fecero nel 1980 creando congiuntamente al-Qaida. Mentre il pendolo della geopolitica oscilla tra armare fino ai denti fanatiche forze di agenti che combattono all’estero e il pretesto interno per avviare grandi interventi militari all’estero, tali organizzazioni terroristiche vengono ridefinite da politici e media occidentali similmente all’oscillazione. Negli anni ’80 al-Qaida fu ritratta come “combattenti per la libertà”. Nel 2001 quando gli Stati Uniti usarono la forza militare per riorganizzare Medio Oriente, Nord Africa e Asia centrale, al-Qaida divenne il cattivo. Gli attacchi terroristici del 2001 permisero agli Stati Uniti di giustificare più di un decennio di guerra globale che altrimenti non avrebbero potuto condurre.

I dirottatori avevano legami con l’intelligence saudita
Le 28 pagine ora declassificate descrivono un groviglio di connessioni tra governo saudita, agenzie d’intelligence saudite, famiglia bin Ladin e i dirottatori, la maggior parte dei quali cittadini sauditi. La relazione afferma: “Mentre negli Stati Uniti, alcuni dirottatori dell’11 settembre erano in contatto con, e ricevevano sostegno o assistenza da, individui collegabili al governo saudita, vi sono informazioni, principalmente da fonti dell’FBI, che almeno due di tali individui fossero accusati da alcuni di essere agenti dei servizi segreti sauditi”. Il rapporto rivela anche che sospetti funzionari dei servizi segreti sauditi collaborarono con aziende collegate col governo saudita e al capo di al-Qaida Usama bin Ladin. E non solo vari ufficiali dei servizi segreti sauditi avevano collegamenti con i presunti dirottatori, molti si scoprì che li conoscessero. Viene citato anche il fratellastro di Usama bin Ladin, Abdullah bin Ladin, che affermò di aver lavorato per l’ambasciata saudita a Washington DC come “funzionario dell’amministrazione”, rivelando ancora una volta i legami incestuosi tra famiglia bin Ladin, governo saudita e, attraverso il fondo Carlyle Group, famiglia Bush e altri capi politici ed economici degli Stati Uniti. Il rapporto menziona anche che, nonostante i molti chiari collegamenti e tentativi da parte dell’FBI d’indagare ulteriormente, molti sospetti poterono inspiegabilmente “lasciare” gli Stati Uniti e tornare in Arabia Saudita. La relazione indica che anche “moschee” direttamente finanziate dal governo saudita, si crede coordinassero vari aspetti del terrorismo, moschee in cui soci dei dirottatori s’incontravano frequentemente o che gestivano. Ciò illustra esattamente come il terrorismo statunitense-saudita mantenga le fila, attraverso una rete globale di centri mascherati da moschee, protette da forze dell’ordine e d’intelligence occidentali, permettendo reclutamento e radicalizzazione dei terroristi, così come pianificazione e finanziamento del terrorismo stesso.

La comunità d’Intelligence degli USA davanti l’11 settembre: incompetenza o collusione? O entrambi?
SaudiArabia911commission Stati Uniti e Arabia Saudita svilupparono al-Qaida utilizzandola per anni per muovere guerre per procura nel mondo. Le azioni dell’11 settembre posero le basi per un decennio di guerra in cui gli Stati Uniti rovesciarono governi e occuparono nazioni, attuando una guerra segreta per l’espansione della loro egemonia nel mondo, dividendo e distruggendo le nazioni alleate ai rivali di Pechino e Mosca. E’ molto chiaro che l’Arabia Saudita ha giocato un ruolo negli attacchi dell’11 settembre, così come nel terrorismo mondiale prima e dopo gli attacchi. Chiaramente FBI e la CIA erano consapevoli del ruolo dell’Arabia Saudita. Sono anche chiari gli sforzi per proteggere le preziose risorse saudite fatte fuoriuscire dal Paese mentre agenti dediti tentavano d’indagare ulteriormente. Coloro che fecero uscire agenti e funzionari sauditi dal Paese, proteggendoli da ulteriori indagini sul ruolo nell’11 settembre, sono probabilmente legati agli statunitensi che aiutarono le controparti saudite ad organizzare e realizzare gli attacchi. E mentre alcuni agenti di FBI e CIA tentarono di fare il loro lavoro, un commento alla fine delle 28 pagine rivela che forse gli agenti non erano consapevoli, come avrebbero dovuto essere, della natura di al-Qaida e del suo rapporto con l’Arabia Saudita. Il rapporto cita un ex-agente speciale dell’FBI dire: “In sostanza. Non era un Paese identificato dal dipartimento di Stato come sponsor del terrorismo. E il tema o il modus operandi comune che abbiamo visto a San Diego era che se ci fossero stati, il loro obiettivo primario era monitorare i dissidenti nell’interesse della tutela della famiglia reale. Quindi non furono visti come una minaccia nemica alla sicurezza nazionale”. La conclusione dell’agente si basa interamente sul presupposto che le designazioni sul terrorismo del dipartimento di Stato siano significative e accurate. Se tali designazioni non erano precise, l’FBI avrebbe trascurato d’indagare a fondo sui sospetti che in realtà erano una grave minaccia alla sicurezza nazionale. Oggi, al-Qaida e l’auto-proclamato “Stato islamico” (SIIL) sono allo stesso modo ritratti come nemici dell’Arabia Saudita. Questo nonostante le prove evidenti che dimostrano che tali organizzazioni terroristiche e loro affiliati in Iraq e Siria, sono armate e finanziate per favorire gli interessi diretti di Riyadh e di Washington. Quando gli attacchi terroristici avvengono in Arabia Saudita, nonostante siano raffigurati come attacchi a Riyadh, spesso invece mirano a obiettivi sciiti nel Paese. Lo sciismo in Arabia Saudita, a differenza di al-Qaida e ISIS, non è una minaccia per Riyadh, non si basa sull’estremismo fanatico, ma invece si difende da brutalità e ingiustizia del sistema politico saudita che lo perseguita. Sembra che alcuni agenti, nonostante lavorassero su ipotesi errate, tentassero di fare il loro lavoro, mentre altri sembra proteggessero i sospetti probabilmente legati agli attacchi dell’11 settembre, se non loro stessi collegati agli attacchi. Per incompetenza e collusione, gli attacchi avvennero e il resto, come si suol dire, è storia.

Proteggere il terrorismo saudita
Mentre i media occidentali sostengono che molte delle affermazioni del rapporto declassificato sarebbero “senza fondamento”, la seria redazione della relazione porta a credere che l’Arabia Saudita e i vari tentacoli del suo apparato di sicurezza negli Stati Uniti, siano ancora coperti da agenti complici e da interessi statunitensi. Inoltre, nonostante le implicazioni molto preoccupanti del rapporto, va detto che dall’11 settembre Stati Uniti ed Europa continuano a fornire all’Arabia Saudita miliardi di dollari in armamenti, mentre supportavano politicamente Riyadh che eliminava la propria “primavera araba” nel 2011. Oggi, nonostante le prove su come l’Arabia Saudita armi e finanzi le organizzazioni terroristiche come al-Nusra, Stati Uniti ed Europa continuano comunque a prestare sostegno militare e politico a Riyadh. L’Arabia Saudita non ha vittimizzato gli Stati Uniti con l’11 settembre, né ha ingannato Washington. Riyadh e Washington sono complici, a volte in sincronia, altre volte agendo da finti avversari quando serve la massima negazione plausibile. Nonostante i tentativi di rivendicare l’Arabia Saudita estranea agli attacchi dell’11 settembre, i dirottatori senza dubbio erano sauditi ispirati da un indottrinamento originato dalle reti finanziate dai sauditi, presumibilmente avvicinate e assistite da agenti dei servizi segreti sauditi, e le attuali organizzazioni terroristiche ricevono da Riyadh armi e soldi per intraprendere le guerre per procura al fianco degli USA. Il rapporto non è una rivelazione, ma un’altra prova che afferma come Stati Uniti ed Arabia Saudita collaborino nel terrorismo, non per combatterlo. Coloro che pensano a una vera lotta al terrorismo globale, dovrebbero preparasi a fallimenti perpetui.1005317Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia-Turchia: accordarsi senza fiducia è facile

MK Bhadrakumar Asia Times 13 luglio 20161234572Il pregiudizio contro i turchi come opportunisti ed inaffidabili, anche se esotico, è profondamente radicato nella psiche europea. Già William Shakespeare in Otello usa la parola “Turco” in tal senso. Un recente sondaggio ha rilevato che solo il 9% dei tedeschi ritiene che la Turchia possa essere un “partner affidabile” per l’Europa. Orgoglio e pregiudizio sono duri a morire. Ma Russia e Turchia hanno un diverso “approccio”: la fiducia reciproca è veramente importante nelle relazioni tra Stati con tanti interessi comuni? Dopo tutto, hanno combattuto delle guerre, non crociate contro l’altro. Il famoso sociologo, filosofo e politologo russo Aleksandr Dugin ha recentemente applicato la cartina di tornasole del pragmatismo sui rapporti tesi della Russia con la Turchia. Dugin ha detto: “C’è un sentimento filo-russo in Turchia, ed è molto serio. La Turchia dipende dalla Russia su turismo, economia, energia e molti problemi dal punto di vista della geopolitica. Pertanto, la Turchia non potrà mai esacerbare drasticamente le relazioni con la Russia, anche se a volte non sono così buone”. Dugin, voce influente a Mosca, ha sottolineato che la Russia ha posizioni con la Turchia in parte coincidenti ma, soprattutto, la Russia non ha piani contro la Turchia, anche se ha piani geopolitici in Siria per fare del Paese una base: “Il nostro obiettivo è la liberazione della Turchia dalle influenze statunitensi e qatar-saudito-islamiste, mentre ci presentiamo semplicemente da polo della politica globale… Ma questo non significa che agiamo contro la Turchia. La Turchia gioca il suo gioco e, pertanto, la ‘difesa’ (della Russia) è in realtà diretta contro la NATO. Essendo la Turchia membro della NATO, questa “difesa” è diretto contro di essa, non contro la Turchia Stato-nazione, ma contro la NATO quale blocco ostile che vuole riconquistare l’egemonia globale”. Dov’è la necessità della “fiducia” in un complicato gioco geopolitico? Probabilmente, anche la Turchia lo sa.

Turchia come ‘buon vicino’
Così, il primo ministro turco Binali Yldirim ha dichiarato che la Turchia intende ricucire i legami con tutti i vicini, anche la Siria, e che la Turchia non ha “alcuna ragione” di combattere contro la Siria. Allo stesso modo, ha detto, i popoli russo e turco sono infelici delle relazioni tese e di conseguenza il suo governo, tenendo conto del “malcontento” popolare, provvede a normalizzare i rapporti con Mosca. Poi però, Yldirim già rientrava sollecitando la NATO a sostenere la Turchia fino in fondo, avvertendo le potenze occidentali: “La sicurezza di Damasco è la sicurezza di Parigi, Londra e Istanbul. La sicurezza di Aleppo è importante quanto quella di Berlino e Washington. La sicurezza di Baghdad è altrettanto importante della sicurezza di New York e Roma”. Tre cose potrebbero spiegare tale cambiamento repentino di Yldirim. Una, le parole fuori contesto del segretario di Stato degli USA John Kerry in volo a Mosca il 14-15 luglio per discutere in dettaglio la possibilità del primo accordo USA-Russia per condividere intelligence e dati per gli attacchi aerei in Siria. Naturalmente, i media statunitensi indicano che i funzionari della sicurezza nazionale di Washington parlano con diverse voci. La CNN dice “il più grande perdente potrebbe essere l’uomo che non c’è (a Mosca): il segretario alla Difesa Ash Carter“, apparentemente scettico nel “fidarsi” dei russi. Ma Yldirim si chiederà, al contrario: cosa succede se c’è un accordo russo-statunitense sulla Siria (e non si può escluderlo)? È inevitabile l’angoscia nella mente turca. Due, Mosca indica la determinazione a compiere operazioni militari in Siria. Sei bombardieri Tu-22M3 basati nel sud della Russia effettuavano massicci attacchi vicino Palmyra. (I bombardieri a lungo raggio avrebbero potuto trasportare un carico di 150 tonnellate di bombe).

L’opzione bombardiere della Russia
Il ritorno dei bombardieri pesanti nei cieli siriani è l’avvertimento che la riapertura dell’offensiva dei bombardamenti russi è sempre un’opzione per Mosca. Nel frattempo, secondo il Washington Post: “Dopo aver osservato le prime settimane di cessate il fuoco, aerei russi si sono uniti alle forze siriane, anche in un’offensiva dello scorso fine settimana contro l’ultima via di rifornimento dei ribelli e civili rintanati nella città settentrionale di Aleppo. Dopo giorni di bombardamento aereo che ha crivellato un’area di poche miglia di larghezza, le forze siriane e le milizie alleate provenienti da Iraq e Iran ed Hezbollah libanese si posizionavano su ciò che è nota come la Strada Castello che arriva in Turchia”. Il punto è che le forze governative siriane hanno ormai praticamente circondato Aleppo e l’ultima via dalla Turchia per rifornire i terroristi è stata chiusa. Dal punto di vista politico-militari, per la Turchia la partita è finita. L’urgenza di Yldirim è comprensibile. Ma la cosa buona è che Mosca non gioca un gioco a somma zero in Siria. Fondamentale per gli interessi vitali della Turchia, la Russia è neutrale verso i curdi siriani. Ora, è estremamente importante per la Turchia lo stallo del progetto “Rojava”, collegare i cantoni nord-orientali curdi di Kobane e Jazira con il cantone nord-occidentale di Ifrin per creare un’enclave autonoma contigua nel nord della Siria al confine della Turchia. La Turchia dovrebbe idealmente controllare la parte occidentale del corridoio Azaz-Jarabulus, ma poi inviare truppe nella Siria del Nord non è un’opzione fin quando la Russia non l’approva. Secondo notizie, la Turchia ha aperto un canale col regime siriano via Algeria riguardo i curdi siriani. In sintesi, la Turchia raggiungerebbe un punto, infine, laddove la riduzione dei suoi obiettivi in Siria è inevitabile, nel duplice obiettivo di sottomettere la crescente ondata di sub-nazionalismo curdo e d’indebolire lo SIIL. È interessante notare che l’intelligence turca ha organizzato un incontro segreto il mese scorso tra i capi dell’opposizione siriana e rappresentanti russi. Inoltre, la Turchia avrebbe sostituito il funzionario responsabile della sua agenzia di spionaggio, responsabile della Siria, un ‘duro’ che disapprovava i rapporti con il regime siriano. Ciò nonostante, intuendo che il cambio delle politiche turche sulla Siria sarà lento, Mosca fa la cosa giusta adottando un approccio pragmatico. Da un lato, la Russia e i suoi alleati creano il fatto compiuto sul terreno, tagliando le vie di rifornimento dei terroristi in Siria, mentre dall’altra parte Mosca getta la zavorra per una distensione con Ankara partecipando agli interessi economici della Turchia (a cui anche élite influenti sono interessate). Il primo gruppo di 189 turisti russi è arrivato nella “Riviera Turca” di Antalya nel fine settimana, accolto con fiori e cocktail. Il Primo ministro Dmitrij Medvedev ha chiesto che il traffico turistico in Turchia sia accelerato. Nei restanti mesi prima dell’autunno, la Turchia spera di ricevere un milione di turisti russi creando un 10% di occupazione nelle località del Mediterraneo.

L’incentivo del gasdotto
Anche in questo caso, una serie di incontri a livello ministeriale sono in programma nella cooperazione economica. Il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha rivelato che una probabile riunione della commissione intergovernativa discuterà il progetto del gasdotto Turkish Stream da 15 miliardi in stallo. L’accordo per la costruzione del gasdotto fu raggiunto nel dicembre 2014 per trasportare 63 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia ogni anno, di cui 16 miliardi per la Turchia e il resto per l’hub del gas sul confine turco-greco. Chiaramente, né Russia né Turchia perdono tempo a gingillarsi, struggendosi se l’altra parte sia “affidabile” o no. Liberate da preoccupazioni ossessive sul grado di “fiducia”, la rispettiva conformità inizia ad aumentare. Una grande spinta alla normalizzazione si avrebbe quando i due presidenti s’incontreranno a breve. E la ricaduta sarebbe positiva per la conclusione in Siria.13716015Le opinioni espresse sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni di Asia Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In 48 ore la Turchia passa da vittoria a sconfitta diplomatica ed attacco terroristico

Can Erimtan, NEO, 04/07/2016

Yildirim ed Erdogan

Yildirim ed Erdogan

I primi due giorni della settimana passata hanno visto due sviluppi epocali sul fronte diplomatico turco. Ma poi si assisteva a un attacco terroristico efferato che ha traumatizzato il Paese. Il governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), guidato dal primo ministro Binali Yildirim (Sfortunato) e strenuamente sostenuto dal nominalmente neutrale presidente Recep Tayyip Erdogan (alias il Pres), è apparso scioccato dal triplice attacco suicida all’Ataturk d’Istanbul… ma forse tali eventi apparentemente casuali e indipendenti in qualche modo sono interconnessi e collegati?? Il 27 e 28 giugno sono stati le più epocali 48 ore della Turchia. Fin dall’inizio della settimana, le cose sembravano mettersi bene coi media turchi (leggi apparato di propaganda statale) riferire che Israele aveva finalmente deciso di riparare e ripristinare rapporti cordiali con la Turchia, relazioni colpite fin dalla performance “di un minuto” dell’allora premier Erdogan a Davos (30 gennaio 2009) e dal successivo mortale incidente della Mavi Marmara (31 maggio 2010). Poi nel corso della stessa giornata altre notizie indicavano che la Turchia aveva, a sua volta, fatto aperture alla Russia tentando di rattoppare le cose tra Ankara e Mosca, tra Tayyip Erdogan e Vladimir Putin. A seguito di questi due importanti sviluppi politici, esperti e pubblico erano occupati a rigurgitare i fatti quando il 28 giugno, verso le 22:00, i terroristi colpivano l’importante arteria dei trasporti d’Istanbul, l’aeroporto Ataturk di Yesilkoy, il più grande della nazione e terzo più grande dell’Europa, in funzione dal 1924 e con più di 60 milioni di passeggeri l’anno scorso.

La mossa israeliana
17 Quelle 48 ore cominciavano bene, col quotidiano fermamente pro-AKP Sabah che riportava con orgoglio il titolo che la Turchia aveva costretto Israele a revocare il blocco della Striscia di Gaza. Lo sfortunato premier Binali Yidirim successivamente annunciava al mondo che l'”embargo di Gaza sarà in gran parte tolto“, aggiungendo che “una nave turca portava 10000 tonnellate di aiuti verso il porto israeliano di Ashdod“. Così la Turchia proclamava di aver fatto la sua parte per i palestinesi assediati che vivono nella “più grande prigione a cielo aperto del mondo“, mentre l’embargo israeliano a Gaza è ormai “in gran parte tolto“. Le autorità israeliane, d’altra parte, come formulava il giornalista di Gerusalemme Allison Deger, si permettevano di dissentire indicando che il “blocco alla Striscia di Gaza… rimarrà a pieno regime“. Infatti, Bibi (il più aggressivo premier israeliano Benjamin Netanyahu, immagine riflessa sullo specchio ebraico del Pres turco), l’ha chiarito dicendo che “l’embargo di Gaza è un nostro supremo interesse della sicurezza; non sono pronto a compromessi su ciò“. Tuttavia, per il pubblico turco, gli spin doctor dell’AKP sono più che felici di piegare la verità e dipingere Pres e Sfortunato campioni dei musulmani oppressi in tutto il mondo, in particolare dei palestinesi. L’emittente araba al-Jazeera riportava in dettaglio che l'”accordo vedrà Israele dare un risarcimento di 20 milioni di dollari alle famiglie dei 10 cittadini turchi uccisi dalle forze israeliane che irruppero sulla flottiglia (Mavi Marmara) volta a spezzare l’assedio israeliano a Gaza e fornire aiuti umanitari ai quasi due milioni di palestinesi che vi vivono. Oltre alla compensazione, l’accordo consentirà alla Turchia d’inviare aiuti umanitari, costruire un ospedale di 200 posti letto, edilizia abitativa e un impianto di dissalazione a Gaza, a condizione che i materiali passino dal porto israeliano di Ashdod“. Anche se Sfortunato fa sembrare l’invio di aiuti della Turchia “dal porto israeliano di Ashdod”, quale primo passo verso il sollevamento dell’assedio israeliano di Gaza, la realtà è che la Turchia invia aiuti ai palestinesi coi buoni uffici del carceriere ed occupante, lo Stato d’Israele. Ancora, i legami tra Turchia e Israele saranno ripristinati, portando alla ripresa dei rapporti commerciali e a possibile afflusso di turisti ebrei nel Paese guidato dall’AKP. Tali rapporti commerciali non includeranno le armi, tuttavia, come ha spiegato un funzionario israeliano, parlando sotto anonimato: “l’accordo non permette di ripristinare l’intimità di una volta tra le nostre industrie della difesa e i nostri quadri militari, anche se c’era tale desiderio in Turchia, ma resta dubbio“. Tutto sommato, sembra che l’accordo Turchia-Israele, firmato a Roma, assomigli molto a un esercizio di PR per conto di Pres e Sfortunato, un esercizio di PR che trasmette l’impressione di una netta vittoria turca sull’ingiustizia israeliana, una vittoria che riduce le sofferenze dei musulmani (come in Palestina).

La mossa russa
Il giorno dopo che Feridun Sinirlioglu, sottosegretario al ministero degli Esteri turco, e l’avvocato Dr. Joseph Ciechanover, agente per conto del governo israeliano, avevano avviato i negoziati per l’accordo di Roma, un’altra notizia apparve all’orizzonte della Turchia. L’agenzia Sputnik riferiva che il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva fatto un annuncio importante: “Il Presidente Putin ha ricevuto una lettera dal presidente turco Erdogan in cui esprime interesse a risolvere la situazione sull’abbattimento del bombardiere russo“. Peskov diceva che nella lettera il Pres dichiarava che la Turchia “condivide il dolore della morte del pilota del Su-24 abbattuto con la famiglia”, e rivolgendo ad essa “il dolore della Turchia“. Dmitrij Peskov continuava che “nella lettera, il presidente turco dice anche di aver sempre visto la Russia come partner strategico e amica“, e Tayyip Erdogan nella missiva letteralmente diceva che “non abbiamo mai avuto intenzione di abbattere l’aereo della Federazione russa”. In questo caso, il Pres sembra sfoggiare umiltà nei rapporti con l’omologo russo. Piuttosto un’inversione dallo scorso anno, quando letteralmente ingaggiò un duello con Putin. Al momento, alcuna parte si trattenne, sparando colpo su colpo sull’avversario. Ma i tempi sono cambiati in modo chiaro, e dopo aver abbandonato le spacconate sul presidente russo, Erdogan a quanto pare non rifuggire dall’inviare una missiva emotiva a suo nome. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov diceva ai giornalisti a Mosca che il “messaggio di Tayyip Erdogan include rammarico e la parola ‘scusa’“. In precedenza, per la precisione il 26 novembre 2015, per esempio, il presidente turco dichiarò con enfasi alla stampa di “non scusarsi!” Ma ora, va anche assicurando l’omologo russo che Mosca e Ankara sono partner strategici, arrivando a dire che la Turchia pagherà un risarcimento, mentre con la sua missiva impegnava la Turchia a prendere tutte le misure necessarie per “alleviare dolore e gravità dei danni“, inflitti ai parenti del pilota russo Oleg Peshkov ucciso in volo. Dopo esseri lanciato dall’aereo, il pilota fu ucciso da un militante ultranazionalista turco dei Lupi grigi (affiliati all’estrema destra dell’MHP o Partito del Movimento Nazionale), che a quanto pare combatteva al fianco dei terroristi turcomanni (o combattenti per la libertà, se si vuole) che combattono contro il regime di Assad. Il suo nome è Alparslan Çelik e le autorità turche l’hanno arrestato assieme ad altri 16 sospetti il 31 marzo 2016, nel quartiere Karabaglar della città costiera di Izmir. Ma appena prima della dichiarazione di Dmitrij Peskov sulla lettera di Tayyip Erdogan, il quotidiano islamista e chiaramente pro-AKP Yeni Akit riferiva che il presidente aveva preso una decisione provvisoria, liberando sette sospetti vietandogli di lasciare il Paese.

Una questione di tempi: è il gas, stupido
Tamar-Partners-to-Drill-Exploration-Well-Off-Israel Sembra assai sospetto che tali due eventi diplomatici si siano verificarsi allo stesso momento. Entrambi gli eventi sembrano avere molto radicate ramificazioni economiche. Un cinico potrebbe anche dire che il Pres abbia semplicemente inghiottito l’orgoglio per garantirsi il ritorno dei turisti russi nella località costiera mediterranea della Turchia di Antalya. Commercio e turismo della Turchia hanno subito perdite drammatiche negli ultimi mesi: “il numero di turisti russi che visitava il resort (di Antalya) tra il 1 giugno e il 16 giugno è diminuito del 98,5 per cento, e i turisti tedeschi del 45 per cento, rispetto allo stesso periodo nel 2015“. Allo stesso momento, il fattore energia non va dimenticato dato che la Turchia importa quasi il 99% del gas che consuma. L’anno scorso, prima dell’infame abbattimento del Su-24 russo, la Turchia importava circa il 58% del gas naturale dalla Russia (il resto dall’Iran con il 18%, Azerbaigian col 12%, Algeria col 7,7% e Nigeria col 2,4%). E l’accordo con Israele potrebbe anche riguardare il gas. Lo Stato d’Israele potrebbe cercare un potenziale cliente per le esportazioni di gas off-shore. L’aggressione d’Israele alla Striscia di Gaza nel 2014, dal nome quasi poetico di operazione Protezione del confine (8 luglio-26 agosto 2014) fu in minima parte volto ad occupare i pozzi gasiferi “Marine-1 e Marine-2 del giacimento Leviathan al largo di Gaza”. Anais Antreasyan di Ginevra giustamente rilevava sul Journal of Palestine Studies dell’Università della California che l’obiettivo a lungo termine d’Israele è “integrare i giacimenti di gas al largo di Gaza agli adiacenti impianti offshore d’Israele”. Ma, come il giornalista ed accademico sulla sicurezza internazionale Dr. Nafeez Ahmed sottolinea in modo appropriato, il “conflitto israelo-palestinese del 2014 chiaramente non riguardava solo le risorse. Ma in un’epoca di energia costosa, la concorrenza nel dominare i combustibili fossili regionali sempre più influenza le decisioni cruciali che possono scatenare una guerra” e probabilmente la Turchia sarebbe più che un ricettacolo del gas di Gaza, tramite l’infrastruttura dello Stato di Israele, non solo per il consumo interno, ma anche per soddisfare l’ambizione di diventare un hub energetico regionale, e il terreno per preparare tale accorso fu trovato quando il mese scorso la Turchia tolse il veto a qualsiasi attività d’Israele con la NATO, e lo Stato ebraico successivamente poté aprire uffici nella sede di Bruxelles della NATO. Non c’è quindi da stupirsi che Hamas, la forza politica dominante nella Striscia di Gaza, non fosse al corrente dell’accordo Israele-Turchia. Ciò appare particolarmente curioso, quando il 17 giugno il capo di Hamas Qalid Mishal incontrava il Pres ad Istanbul. Il segretario generale dell’Iniziativa nazionale palestinese, Mustafa Barghuti, da parte sua, è apparso incapace di nascondere il disappunto: “Se è vero che l’accordo Turchia-Israele si riferisce ad un futuro accordo sul gas, sarà molto pericoloso e deludente“, aggiungendo che “siamo molto preoccupati da qualsiasi Paese che collabori con Israele nell’esportazione del gas. È una misura redditizia e la vediamo come premio per l’occupante. E’ deludente, soprattutto da un Paese che dice di supportare la Palestina“. Questi sviluppi inebrianti nel trio Turchia, Russia e Israele erano su tutti i discorsi il lunedì e martedì, ma poi improvvisamente alle 10 di sera tali macchinazioni diplomatiche divennero secondarie quando 3 kamikaze non identificati attaccarono il terminal Ataturk d’Istanbul, uccidendo 41 (di cui dieci stranieri) e ferendo più di 200 passeggeri inermi. Era il quarto attentato suicida ad Istanbul nel 2016. Siobhán O’Grady, redattore di Foreign Policy, notava che l'”attacco avveniva solo tre mesi dopo che un gruppo dello Stato islamico aveva lanciato un attacco simile all’aeroporto di Bruxelles, uccidendo 15 persone. Il governo turco già accusava dei terroristi non specificati, ma non ha ancora nominato quale gruppo crede sia responsabile. I due più probabili sospetti sono PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e Stato Islamico, entrambi hanno ripetutamente effettuato attentati in Turchia negli ultimi anni. “Il Pres s’è affrettato ad aggiungere ricordando al pubblico interno, nonché internazionale, che la Turchia “continuerà la lotta contro questi terroristi fino alla fine, instancabilmente e senza paura”. Lo sfortunato premier allora seguiva il capo dichiarando che “l’attacco contro persone innocenti è un vile e pianificato atto terroristico… le prove delle nostre forze di sicurezza puntano all’organizzazione Daish (SIIL) quale autrice di tale attacco terroristico“.

Il triplice attacco suicida: un altro attacco del califfato o qualcosa di più sinistro??
Ma il triplice attacco suicida, perpetrato da persone che arrivarono all’aeroporto sullo stesso taxi, seguiva l’attentato suicida con autobomba all’inizio del mese nel popolare quartiere di Istanbul di Vezneciler, uccidendo 11 persone e ferendone decine di altre. Le autorità subito accusarono il Califfo e i suoi banditi (Stato islamico o SIIL), anche se non fu mai rivendicato da alcun gruppo terroristico. Ma ignorare un atto di terrorismo è insolito per i membri dello Stato Islamico, desiderosi di pubblicizzare ampiamente i loro vili atti su internet e altri social media. Nelle ore seguenti l’attacco suicida, l’emittente pubblica tedesca ARD fece balenare l’idea che il gruppo terroristico TAK (Teyrebazen Azadiya Kurdistan o Falconi per la libertà del Kurdistan) fosse responsabile del crimine. E ciò sembrerebbe sensato infatti, tenendo presente la guerra continua del governo di Ankara contro la popolazione curda nella Turchia del sud-est. In una precedente occasione, feci notare tale gruppo terroristico attivo in Turchia. Ma il Pres e il suo Sfortunato assistente sembrano desiderosi di coinvolgere lo Stato islamico nella guerra al terrore della Turchia, deviando l’attenzione dalla questione curda ed insinuando che la ferma politica del governo faccia tutto tranne che eliminare l’iniziativa dei gruppi terroristici curdi che potrebbero essere presenti in Turchia. Allo stesso tempo, tale ultimo crimine terroristico suscitava una serie di indubbi sviluppi positivi. Per prima cosa, Vladimir Putin telefonava all’omologo turco il 29 giugno, esprimendo le condoglianze e promettendo cooperazione contro ogni minaccia terroristica. La telefonata era la prima in sette mesi, ed entrambi gli uomini hanno parlato per 40 minuti. Invece che Tayyip Erdogan facesse il primo passo verso Mosca, dopo l’ormai famosa lettera, l’attacco all’Ataturk permetteva a Putin di rompere il protocollo e tendere la mano, discutibile vittoria diplomatica secondaria del Pres turco. Ricevette altre telefonate, naturalmente, in particolare da Barack Obama. L’addetto stampa della Casa Bianca Josh Earnest dichiarava alla folla giornalistica di Washington DC che “questa mattina, il presidente era al telefono con il presidente della Turchia Erdogan… (assicurando) qualsiasi supporto che i turchi possano ricevere nel condurre le indagini“. Ma poi Fuat Avni twittava già il 23 giugno 2016 che, “se azioni saranno prese porteranno il Paese sull’orlo di una guerra civile. Esplosioni, cospirazioni, distruzioni di veicoli si susseguiranno“. Allo stesso tempo, il corrispondente di Ankara della CNN Türk, Hande Firat, dichiarava che “all’inizio di giugno, una ventina di giorni fa, un’unità d’intelligence (aveva) inviato un avvertimento scritto ai vertici dello stato e a tutte le sue sezioni in relazione ad Istanbul. Tale rapporto comprendeva anche i nomi delle località”. Se l’aeroporto Ataturk era in quella lista resta ignoto però. Le dichiarazioni di Fuat Avni e Hande Firat indicano che gli eventi in quelle 48 ore furono programmati?? Che vittoria e sconfitta diplomatica, in via preliminare sarebbero state compensate da un evento più grave ed immediato che avrebbe distolto l’attenzione da particolari potenzialmente imbarazzanti, che rischiavano di gettare sotto una cattiva luce il Pres e la sua immagine?? O è solo un’altra teoria del complotto che ha che fare con il così popolare, ma anche controverso, Recep Tayyip Erdogan?imageDr. Can Erimtan è uno studioso indipendente residente ad Istanbul, dall’ampio interesse per politica, storia e cultura dei Balcani e del Grande Medio Oriente, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il “combattente per la libertà” della NATO dietro l’attentato ad Istanbul

Akhmed Chataev: freedom fighter, informatore del governo e terroristi ricercato
Christoph Germann BFP 3 luglio 2016
Christoph Germann è un analista indipendente e ricercatore tedesco, dove attualmente studia scienze politiche. Il suo lavoro si concentra sul Nuovo Grande Gioco in Asia centrale e Caucaso.

axmed-chataevis-2012-12-06I primi dettagli cominciano ad emergere sull’attentato dello Stato islamico all’aeroporto Atatürk d’Istanbul che provocato almeno 44 morti e più di 230 feriti. Un alto funzionario del governo turco annunciava che tre attentatori suicidi erano cittadini di Russia, Uzbekistan e Kirghizistan. [1] Il giornale filo-governativo turco Yeni Safak citava la polizia secondo cui 8 terroristi erano coinvolti. 3 furono uccisi, uno arrestato ed altri 4 ricercati. Secondo Yeni Safak, il noto capo ceceno dello Stato islamico Akhmed Chataev ha organizzato l’attentato mortale. [2] I funzionari turchi non hanno confermato immediatamente il coinvolgimento di Chataev, ma una fonte della polizia turca vicina alle indagini ha detto ad NBC News che Chataev sarebbe il pianificatore dell’attacco. [3] La polizia turca riferiva di aver lanciato la caccia all’uomo per catturare il capo terrorista ceceno. [4] I governi e i media occidentali si arrabattono nel spiegare perché respinsero gli avvertimenti russi su Chataev proteggendolo per molti anni, nonostante una lunga serie di reati connessi al terrorismo. Akhmed Chataev attrasse l’attenzione delle autorità russe quando fu catturato durante la seconda guerra cecena alla fine degli anni ’90. A seconda a chi si vuole credere, Chataev perse il braccio destro a causa di una ferita nei combattimenti o per le torture dopo il suo arresto. Le circostanze della sua liberazione rimangono poco chiare, inducendo The Interpreter di Radio Free Europe/Radio Liberty (cioè CIA e Gladio – NdT) a suggerire che Chataev sarebbe stato reclutato come informatore o agente russo. [5] A giudicare dalle azioni al momento del rilascio, ciò appare improbabile. Chataev lasciò la Russia nel 2001 e trovò rifugio in Azerbaigian [6] come molti altri ceceni “combattenti per la libertà”. [7] Ciò va spiegato col fatto che l’Azerbaigian fu un canale principale delle operazioni di ‘Gladio-B’ di USA-NATO nella regione. L’altro canale principale è la Turchia [8]. La reale portata del coinvolgimento di Stati Uniti e NATO nella lotta per l’indipendenza cecena è ancora un segreto ben custodito, ma la storia di Chataev illumina le dubbie macchinazioni occidentali che hanno alimentato il terrorismo in Russia e altrove.
Nel 2003, “Akhmed senzaunbraccio” si trasferisce in Austria, dove ebbe asilo e ricevette la cittadinanza. Pur godendo dell’ospitalità austriaca, Chataev usò ampiamente il suo nuovo passaporto “viaggiando liberamente in Europa e altrove“. I media russi indicano che Chataev era ricercato dalle autorità russe fin dal 2003 con l’accusa di reclutamento di combattenti e raccolta di fondi per l’insurrezione nel Caucaso settentrionale. Secondo fonti sui gruppi islamici ceceni, tale compito gli fu assegnato da nientemeno che l’emiro del Caucaso Doku Umarov. [9] Né la stretta connessione di Chataev con Umarov, né i suoi crimini sembravano infastidire nessuno in occidente. La Russia cercò ripetutamente di estradarlo, senza alcun risultato. Nel 2008, “Akhmed senzaunbraccio” fece notizia in Svezia. Fu arrestato e condannato a 16 mesi di carcere per contrabbando di un’arma automatica e due pistole con munizioni e silenziatori. Chataev era arrivato in traghetto dalla Germania, insieme ad altri due ceceni. Disse alle autorità svedesi che erano andati in Norvegia per andare a pescare e negò di saperne nulla delle armi nascoste nella ruota di scorta nel bagagliaio della sua auto. Chataev fu condannato nel marzo 2008 e rilasciato nel gennaio 2009. [10] Pochi mesi dopo continuò il suo tour nelle carceri europee in Ucraina. Le autorità ucraine l’arrestarono su richiesta della Russia. La Russia ne chiese l’estradizione ma la Corte dei diritti dell’uomo ed Amnesty International intervennero, ricordando al governo ucraino che il sospetto terrorista ricercato aveva lo status di rifugiato in Austria. [11] Invece di godersi la vita a Vienna, Chataev si mise nei guai in Bulgaria. Nell’estate del 2011 fu arrestato al confine bulgaro tentando di passare in Turchia. Un tribunale bulgaro decise di estradarlo in Russia, ma Chataev fece ricorso e giocò la carta dei rifugiati, con successo [12]. In seguito, il fido famiglio di Umarov si stabilì in Georgia, dove fu assunto dall’allora viceministro dell’Interno Giorgi Lortkipanidze per i suoi ottimi collegamenti con l’insurrezione nel Caucaso settentrionale. In un’intervista esclusiva con The Daily Beast, CLtY9n4WIAERFr5Lortkipanidze fece del suo meglio per nascondere ciò che realmente accadde in Georgia e quale ruolo Chataev giocò. Affermò di averlo reclutato come informatore e negoziatore tra il governo georgiano e la rete clandestina islamica del Caucaso del Nord per impedire attacchi terroristici in Georgia. Lortkipanidze disse al Daily Beast che era contento del lavoro di Chataev fin quando si rifiutò di fermare un gruppo di terroristi che cercava di passare dalla Georgia alla Russia. [13] L’ex-viceministro degli Interni della Georgia si riferiva al cosiddetto incidente di Lopota dell’agosto 2012, ma per qualche ragione non disse che l’incidente svelò il programma di addestramento segreto governativo dei terroristi ceceni. Un’indagine sugli scontri nella gola di Lopota del difensore pubblico Ucha Nanuashvili portò alla luce informazioni esplosive: “Secondo il rapporto, nel febbraio 2012 alti funzionari del ministero degli Interni georgiano contattarono alcuni dei “veterani della guerra in Cecenia”, nonché rappresentanti dei ceceni che vivono in Europa, per convincerli che le autorità georgiane erano pronte ad armarli attraverso il “cosiddetto corridoio”, una via per infiltrarsi nel Caucaso settentrionale della Russia dalla Georgia. Tali sforzi, secondo il rapporto, portarono dall’Europa circa 120 ceceni e altri nativi del Caucaso del Nord in Georgia. “Appartamenti gli furono affittati in vari quartieri di Tbilisi, soprattutto nel distretto di Saburtalo”, si legge nella relazione, aggiungendo che i funzionari del ministero dell’Interno li accoglievano all’aeroporto di Tbilisi dandogli armi da fuoco e patenti di guida“. Ufficiali georgiani e “militanti ceceni dalla grande esperienza nei combattimenti” addestravano le reclute cecene nelle basi militari di Shavnabada e Vaziani vicino Tbilisi. Ci sono prove che suggeriscono che Akhmed Chataev ne fosse coinvolto. Il rapporto di Nanuashvili dice che Lortkipanidze coordinò il reclutamento e l’addestramento, spiegando il motivo per cui non disse a The Daily Beast tutta la verità sul lavoro di Chataev per il governo georgiano. Secondo le fonti di Nanuashvili, i ceceni divennero impazienti perché l’addestramento prendeva più tempo del previsto e chiesero di passare il confine con la Russia. Ma dopo l’arrivo nella gola di Lopota, ai combattenti fu impedito di entrare in Russia e gli fu detto di cedere le armi prima di tornare nella base militare o nella valle del Pankisi. [14] Chataev sarebbe stato uno dei “ceceni autorevoli” inviati a mediare dopo che i combattenti ceceni si rifiutarono di deporre le armi. I colloqui non produssero alcun risultato e Chataev venne ferito negli scontri che seguirono. Le forze di sicurezza georgiane l’arrestarono pochi giorni dopo. La gamba ferita dovette essere amputata e fu accusato di possesso illegale di due bombe a mano. La Russia chiese ancora una volta l’estradizione di Chataev, con lo stesso risultato. Nel dicembre 2012, Chataev fu rilasciato su cauzione e il procuratore georgiano infine lasciò cadere le accuse un mese dopo. [15] L’ex-presidente Mikheil Saakashvili e il suo Movimento Nazionale Unito (UNM) sfruttano tale fatto dopo l’attacco all’aeroporto di Istanbul per regolare i conti. Saakashvili ha sottolineato che Chataev fu arrestato dal suo governo in un’operazione antiterrorismo condotta da Lortkipanidze, e si lamenta che, dopo il cambio di governo, “il nuovo governo georgiano, guidato dall’oligarca russo Ivanishvili, l’abbia prontamente liberato”. [16] L’ex-capo georgiano omette di menzionare che il suo stretto collaboratore Lortkipanidze era a capo di un programma di addestramento segreto governativo dei terroristi ceceni e che Chataev vi lavorava. Lortkipanidze poi fuggì dalla Georgia accusato della debacle di Lopota, seguendo il suo vecchio capo Saakashvili in Ucraina. [17]
565875 Oltre a Chataev, nove terroristi ceceni sopravvissero agli scontri del 2012. Furono autorizzati a lasciare il Paese qualche giorno dopo e il ministero dell’Interno georgiano gli aiutò a recarsi in Turchia. [18] La Turchia è la meta preferita di molti “combattenti per la libertà” ceceni e Chataev non fa eccezione. Secondo l’agenzia stampa russa indipendente Caucasian Knot, visse in Turchia tra il 2012 e il 2015. Durante questo periodo fu in contatto diretto con un capo dello Stato islamico, Tarkhan Batirashvili, uomo dalla storia simile alla sua [19]. Dopo aver essere stato rappresentante dell’emirato del Caucaso in Turchia, Chataev si sarebbe unito allo SIIL nel 2014. [20] Già nel gennaio 2015 “una fonte affidabile d’Istanbul” disse ai media georgiani che Chataev organizzava il viaggio delle reclute dalla valle del Pankisi in Georgia alla Siria. [21] Un mese dopo, Chataev tolse gli ultimi dubbi sulle sue attività apparendo in un video come capo del battaglione Yarmuq, battaglione ceceno dello SIIL formato da jihadisti russofoni. [22] Ad agosto, i servizi di sicurezza russi identificarono “Akhmet senzaunbraccio” come principale reclutatore di cittadini russi per lo Stato islamico. [23] Nell’ottobre 2015, il governo degli Stati Uniti, infine basandosi sul video di febbraio, aggiunse Chataev alla sua lista globale dei terroristi appositamente designati. [24] Nel giro di pochi anni, Chataev passò da lavorare per il governo georgiano sostenuto dagli Stati Uniti, godendo della protezione occidentale, a uno dei terroristi più ricercati, nonostante non avesse quasi cambiato comportamento. La maggiore differenza è che le sue attività non si limitavano più alla Russia. Il fatto che Akhmed Chataev ora appaia al centro delle indagini sull’attacco all’aeroporto d’Istanbul solleva molte domande scomode, a cui i governi occidentali hanno molto su cui rispondere.Forensic experts work outside Turkey's largest airport following a blastNote
[1] Humeyra Pamuk e Daren Butler, “Istanbul airport bombers were Russian, Uzbek, Kyrgyz: Turkish official”, Reuters, 30 giugno 2016
[2] “Russian national identified as a suicide bomber in Istanbul airport attack”, Yeni Safak, 30 giugno 2016
[3] William M. Arkin, Mansur Mirovalev and Corky Siemaszko, “Chechen Akhmed Chatayev Is Called Suspected Planner of Istanbul Attack”, NBC News, 1 luglio 2016
[4] Dominique Soguel and Suzan Fraser, “Attention in Istanbul bombing focused on Chechen extremist”, The Associated Press, 1 luglio 2016
[5] Catherine A. Fitzpatrick, “Russian Press Claims Alleged Mastermind of Istanbul Attacks Was Detained For Terrorism In Four Countries But Was Let Go”, The Interpreter, 30 giugno 2016
[6] Nino Burchuladze, “‘Ahmed One-Arm’ – The man who sends Jihadists from Pankisi to Syria”, Georgian Journal, 31 gennaio 2015
[7] Sibel Edmonds, “BFP Exclusive: US-NATO-Chechen Militia Joint Operations Base”, Boiling Frogs Post, 22 novembre 2011
[8] Nafeez Ahmed, “Why was a Sunday Times report on US government ties to al-Qaeda chief spiked?”, Ceasefire Magazine, 17 maggio 2013
[9] Fatima Tlisova, “Chechen Suspected in Istanbul Attack, but Questions Remain”, Voice of America, 30 giugno 2016
[10] “The Latest: Tunisian town buries doctor killed in Istanbul”, The Associated Press, 1 luglio 2016
[11] “Ukraine: Ukraine obliged to halt extradition: Ahmed Chataev : Further information”, Amnesty International, 22 gennaio 2010
[12] “Bulgarian court refuses to hand over terror suspect to Russia”, Russia Today, 22 luglio 2011
[13] Anna Nemtsova, “Mastermind of Istanbul Airport Attack Had Been Georgian Informant, Official Says”, The Daily Beast, 1 luglio 2016
[14] “Public Defender Calls on MPs to Probe into Lopota Armed Clash”, Civil Georgia, 1 aprile 2013
[15] Liz Fuller, “President Again Denies Georgia Co-Opted Chechen Fighters”, Radio Free Europe/Radio Liberty, 28 aprile 2013.
[16] Mikheil Saakashvili, Facebook, 30 giugno 2016
[17] “New head of Odessa Police escapes prosecution in Georgia”, Caucasian Knot, 17 giugno 2015
[18] Ibid., Civil Georgia.
[19] Ibid., Tlisova.
[20] “Details of Atatürk Airport attack planner emerge”, Yeni Safak, 2 luglio 2016
[21] Ibid., Burchuladze.
[22] Joanna Paraszczuk, “Russian Citizen Linked To Lopota Gorge Incident Now Heads IS Battalion In Syria”, Radio Free Europe/Radio Liberty, 25 febbraio 2015
[23] Joanna Paraszczuk, “Main Russian IS Recruiter ‘Identified In Turkey,’ But Who Is One-Legged Akhmet?”, Radio Free Europe/Radio Liberty, 10 agosto 2015
[24] “Treasury Sanctions Individuals Affiliated With Islamic State of Iraq and the Levant, and Caucasus Emirate”, U.S. Department of the Treasury, 5 ottobre 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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