Il matrimonio tra Stati Uniti e Arabia Saudita ha generato il jihadismo

I tentativi di usare il wahhabismo a nostro vantaggio alla fine sono stati disastrosi.
Daniel Lazare, The American Conservative 2 novembre 2017Chiacchierando col primo ministro australiano Malcolm Turnbull al summit di cooperazione economica Asia-Pacifico nel novembre 2016, Barack Obama menzionava l’Indonesia, dove trascorse parte dell’infanzia negli anni ’60. Il Paese, notò, era cambiato. Laddove i musulmani un tempo adottarono elementi di induismo, buddismo e animismo, oggi una versione austera dell’Islam prevale da quando l’Arabia Saudita riversa denaro nelle madrase wahhabite dagli anni ’90. Dove le donne circolavano a capo scoperto, l’hijab comincia a diffondersi. Ma perché, voleva sapere Turnbull, succedeva questo? “I sauditi non sono vostri amici?” Al che Obama rispose, “È complicato“. Quella parola copre molto, non solo il wahhabismo, l’ideologia saudita ultra-fondamentalista il cui impatto si fa sentire in tutto il mondo, ma anche riguardo gli Stati Uniti principale protettore dei sauditi, e coadiuvante, dalla Seconda guerra mondiale. Come ogni potenza imperialista, gli Stati Uniti possono essere senza scrupoli nei partner che scelgono. Quindi ci si potrebbe aspettare che guardino dall’altra parte quando gli amici sauditi diffondono le loro dottrine militanti in Indonesia, Filippine, subcontinente indiano, Siria e numerosi altri posti. Ma Washington ha fatto di più che guardare altrove. Ha incoraggiato attivamente tali attività collaborando coi wahhabiti in qualsiasi occasione, come l’Afghanistan, dove statunitensi e sauditi armarono i jihadisti per cacciare i sovietici negli anni ’80. Come anche la Bosnia, dove i due Paesi collaborarono a metà degli anni ’90 per contrabbandare centinaia di milioni di dollari in armi nella repubblica islamica di Alija Izetbegovi?, oggi roccaforte del salafismo wahhabita. Altri esempi degni di nota: il Kosovo, dove gli Stati Uniti si sono uniti agli “arabi afghani” e altri jihadisti sostenuti dai sauditi per supportare il movimento separatista di Hashim Thaçi; in Cecenia, dove i principali neocon come Richard Perle, Elliott Abrams, Kenneth Adelman, Midge Decter, Frank Gaffney, Michael Ledeen e R. James Woolsey difesero gli islamisti sostenuti dall’Arabia Saudita; la Libia, dove Hillary Clinton reclutò personalmente il Qatar per aderire all’azione contro Muammar Gheddafi e poi non disse nulla mentre il regno wahhabita inviava 400 milioni di dollari ai gruppi islamisti che volevano rovesciare il Paese; e naturalmente la Siria, dove i terroristi sunniti appoggiati da sauditi e altre petromonarchie hanno ridotto il Paese in un ossario. Gli Stati Uniti si dichiarano scioccati, scioccati!, dai risultati, mentre intascano la vincita. Ciò è evidente da una famosa intervista del 1998 a Zbigniew Brzezinski che in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, fece tutto il possibile per inventare il fenomeno della jihad moderna. Alla domanda se avesse qualche rimpianto, Brzezinski fu sfacciato: “Rimpiangere cosa? Quell’operazione segreta era un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di trascinare i russi nella trappola afgana e volete che me ne penti? Il giorno in cui i sovietici varcarono ufficialmente il confine, scrissi al presidente Carter: Ora abbiamo l’opportunità di dare all’URSS la sua guerra del Vietnam… Cos’è più importante per la storia del mondo? I taliban o il crollo dell’impero sovietico? Alcuni musulmani agitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?” Oppure, come Graham Fuller, ex-vicedirettore del Consiglio nazionale sull’intelligence della CIA ed analista della RAND Corporation, un anno dopo: “La politica per guidare l’evoluzione dell’Islam e aiutarlo contro i nostri avversari ha funzionato meravigliosamente bene in Afghanistan contro l’Armata Rossa. Le stesse dottrine possono ancora essere utilizzate per destabilizzare ciò che rimane della potenza russa e soprattutto per contrastare l’influenza cinese in Asia centrale”.
Cosa potrebbe andare storto? Meno fenomeno specificamente saudita, la grande offensiva wahhabita degli ultimi 30-40 anni è meglio intesa come joint venture tra imperialismo e revivalismo islamico neo-medievale. Di per sé, tale austera dottrina non sarebbe mai uscita dai calanchi dell’Arabia centrale. Solo grazie alle potenze estere, prima la Gran Bretagna e poi gli Stati Uniti, è divenuta una forza che altera il mondo. Tuttavia, un po’ di preistoria potrebbe essere utile. Per sapere come è nato il wahhabismo, è necessario sapere dove è sorto. Nel Najd, un vasto pianoro nell’Arabia centrale delle dimensioni della Francia. Limitato su tre lati dal deserto e dal quarto dalla provincia dell’Hajaz, un po’ più fertile sul Mar Rosso, era uno dei luoghi più isolati e aridi della terra fino alla scoperta del petrolio negli anni ’30. Meno isolato ora, rimane estremamente sterile. L’esploratrice inglese Anne Blunt lo descrisse nel 1881 come composto da “vasti altipiani di ghiaia, quasi privi di vegetazione come alcun’altra zona del mondo“, costellata di insediamenti occasionali isolati tra essi quasi quanto dal mondo. Era uno dei pochi Paesi del terzo mondo ancora non colonizzato dal XIX secolo, non perché fosse insolitamente forte o ben organizzato, ma perché era troppo povero, selvaggio e inaccessibile per meritarsi uno sforzo. Era una terra che nessun altro voleva. Era anche sede di un’ideologia che nessun altro voleva. L’hanbalismo, la più severa e spietata delle quattro maggiori scuole di giurisprudenza islamica. Sorse a Baghdad nel IX secolo e nel giro di pochi decenni scatenò il caos mentre i seguaci depredavano le case per confiscare liquori, strumenti musicali e altri oggetti proibiti; razziare negozi e molestare uomini e donne che camminano insieme per strada. Espulsi dalla metropoli, gli hanbalisti furono relegati negli avamposti più primitivi e lontani, in particolare il Najd. Ma poi, a metà del 18° secolo, furono attaccati da un predicatore errante di nome Muhamad Ibn Abd al-Wahhab, per il quale l’hanbalismo non era abbastanza severo. Passando da un villaggio all’altro, “il Lutero del maomettanismo”, come lo descrisse Lady Blunt, denunciò pratiche popolari come adorare le tombe dei santi e pregare gli alberi sacri. Teologicamente, il grande contributo di Wahhab era prendere il concetto di shirq, o associazione, che tradizionalmente si riferiva all’adorazione di qualsiasi divinità in congiunzione con Allah, ed espanderlo includendo tutto ciò che distraeva dall’attenzione focalizzata sull’unico vero dio. Cercare l’intervento di un santo, un portafortuna, ciò che adornava persino le moschee, era tutto shirq. L’obiettivo era una religione nuda come il paesaggio, che non permetteva che nulla potesse accadere tra uomo e Dio. Presumibilmente, Wahhab non fu il primo mullah ad inveire contro la superstizione. Ma ciò che lo distinse è l’energia, il fanatismo, si fece un nome ordinando la lapidazione di una adultera, e alleandosi nel 1744 con un capo tribale di nome Muhammad bin Saud. In cambio del sostegno militare, al-Wahhab fornì a bin Saud il mandato legale di rapinare, uccidere o schiavizzare chiunque rifiutasse di inchinarsi alla nuova dottrina. Sostenuto dai fanatici beduini conosciuti come Iqwan, o Fratellanza, Saud e i suoi figli iniziarono a conquistare il deserto.
Era nata una nuova dinastia. L’alleanza saudita-wahhabita costituiva una sorta di “costituzione” in quanto stabiliva le regole base che il nuovo regno avrebbe dovuto seguire. Al-Saud ottenne un’autorità economica e politica senza limiti. Ma il clan acquisì anche l’obbligo religioso di sostenere e difendere la wahhabiya e lottare contro le pratiche che consideravano non islamiche. Nel momento in cui vacillasse, la legittimità svanirebbe. Ciò spiega forza e debolezza dello Stato saudita. A prima vista, il wahhabismo sembrerebbe essere la più indomabile delle ideologie poiché l’unica sottomissione che riconosce è a Dio. Ma dopo essere stati brevemente rovesciati dagli ottomani nel 1818, gli al-Saud poterono riprendere la via solo col sostegno esterno. La sopravvivenza del regime dipendeva quindi dall’equilibrare una feroce dirigenza religiosa con le forze internazionali che, come la dinastia sapeva troppo bene, erano infinitamente più potenti di qualsiasi orda di cavalieri del deserto.
L’ondata di petrolio che investì il regno negli anni ’70 aggravò il problema. Non solo la dinastia al-Saud doveva bilanciare la wahhabiyya cogli Stati Uniti, ma doveva anche bilanciare l’austerità religiosa con il consumismo moderno. Negli anni ’20, i mullah si erano infuriati contro viaggi e telefoni stranieri. Un membro dell’Iqwan una volta colpì persino un servo del re perché andava in bicicletta, che i wahhabiti denunciarono come “carrozza di Satana”. Ma ora i mullah devono fare i conti con Rolls Royce, Land Rover, centri commerciali, cinema, giornaliste e, naturalmente, la crescente ubiquità sessuale. Che fare? La risposta divenne chiara nel 1979, quando si verificarono tre eventi epocali. A gennaio, lo Scià dell’Iran fuggì in aereo verso l’Egitto, aprendo la strada al ritorno trionfante dell’Ayatollah Khomeini a Teheran due settimane dopo. A luglio, Jimmy Carter autorizzò la CIA ad armare i mujahidin afgani, spingendo l’Unione Sovietica ad intervenire alcuni mesi dopo a sostegno dell’assediato governo di sinistra a Kabul. E a novembre, militanti wahhabiti presero il controllo della Grande Moschea alla Mecca, occupandola per due settimane prima di essere scacciati da commando francesi. L’ultimo fu particolarmente sconvolgente perché fu subito evidente che i militanti godevano di un ampio sostegno clericale. Juhayman al-Utaybi, a capo dell’assalto, era membro di un’importante famiglia dell’Iqwan e aveva studiato col gran muftì Abd al-Aziz ibn Baz. Mentre i wahhabiti condannarono l’assalto, le loro lingue, secondo il giornalista Robert Lacey, “curiosamente si trattennero”. Il sostegno alla famiglia reale cominciò a vacillare. Chiaramente, la famiglia reale saudita aveva bisogno di ricucire le relazioni con la wahhabiya mentre bruciava le credenziali islamiche respingendo critiche in patria e all’estero. Dovette reinventarsi Stato islamico non meno militante di quello persiano nel Golfo Persico. Ma il nascente conflitto in Afghanistan suggerì una via d’uscita. Mentre gli Stati Uniti potevano inviare aiuti alle forze antisovietiche, ovviamente non potevano organizzare da soli una jihad adeguata. Perciò avevano bisogno dell’aiuto dei sauditi, che il regno si affrettò a fornire. Sparirono multiplex e presentatrici, e arrivò la polizia religiosa e gli sconti del 75% alla Saudi Arabian Airlines per i guerrieri santi che viaggiavano in Afghanistan via Peshawar, in Pakistan. Migliaia di giovani annoiati e irrequieti che avrebbero potuto causare guai nel regno furono spediti in una terra lontana per creare problemi a qualcun altro. I principi sauditi potevano ancora festeggiare come se non ci fosse un domani, ma ora dovevano farlo all’estero o a porte chiuse a casa. La patria doveva rimanere pura e incontaminata. Era una soluzione pulita, ma lasciava ancora sciolti alcuni nodi. Uno era il problema del ritorno al passato sotto forma di jihadisti induriti che ritornavano dall’Afghanistan più determinati che mai a combattere la corruzione in patria. “Ho più di 40000 mujahidin nella terra delle due sacre moschee“, disse Usama bin Ladin a un collega. Era un’affermazione che non poteva essere del tutto derisa quando le bombe di al-Qaida iniziarono ad esplodere nel regno fin dal 1995. Un altro problema riguardava chi i militanti avevano preso di mira all’estero, un problema che inizialmente non si presentò serio ma che alla fine si sarebbe rivelato assai significativo. Tuttavia, la nuova partnership funzionò brillantemente per un certo periodo. Aiutò il regime di al-Saud a mitigare gli ulama, come sono noti collettivamente i mullah, che videro l’umma, o comunità dei fedeli, assediata su più fronti. Come disse Muhamad Ali Haraqan, segretario generale della Lega mondiale musulmana sponsorizzata dall’Arabia Saudita, già nel 1980: “La Jihad è la chiave per il successo e la felicità dei musulmani, specialmente quando i loro santuari sono sotto l’occupazione sionista in Palestina, quando milioni di musulmani subiscono repressione, oppressione, ingiustizia, tortura e persino campagne di morte e sterminio in Birmania, Filippine, Patani (regione prevalentemente musulmana della Thailandia), Unione Sovietica, Cambogia, Vietnam, Cipro, Afghanistan, ecc. Questa responsabilità diventa ancora più vincolante e pressante quando consideriamo le campagne malvagie intraprese contro l’Islam e i musulmani dal sionismo, dal comunismo, dalla massoneria, dal qadianismo (cioè l’Islam Ahmadi), Bahai e missionari cristiani”. La Wahhabiya avrebbe trascurato i molti peccati dei principi se avessero usato le loro ricchezze per difendere la fede. L’accordo funzionò anche per gli Stati Uniti, che acquisirono un utile partner diplomatico e forza militare ausiliaria oltre che economico, efficace e degna di credibilità. Funzionò per i giornalisti entusiasti che si avventurarono per le terre selvagge dell’Afghanistan, assicurando la gente a casa che i “muj” non erano altro che “gente di montagna che non cede a una potenza straniera che ha conquistato le loro terre, ucciso la loro gente, e attaccato la loro fede“, per citare William McGurn, salito alla ribalta come autore dei discorsi di George W. Bush.
Funzionò per quasi tutti finché 19 dirottatori, 15 dei quali sauditi, lanciarono un paio di aerei di linea carichi di carburante sul World Trade Center e un terzo sul Pentagono, uccidendo quasi 3000 persone. Gli attacchi dell’11 settembre avrebbero dovuto essere il campanello d’allarme su ciò che era andato seriamente male. Ma invece di premere il pulsante pausa, gli Stati Uniti optarono per raddoppiare la stessa vecchia strategia. Dal loro punto di vista, non avevano scelta. Avevano bisogno del petrolio saudita; della sicurezza nel Golfo Persico, del più importante fulcro del commercio globale; e di un alleato affidabile nel mondo musulmano. Inoltre, la famiglia reale saudita era chiaramente nei guai. Al-Qaida aveva ampio sostegno pubblico. In effetti, secondo un’indagine dell’intelligence saudita, il 95 per cento dei sauditi istruiti tra i 25 e i 41 anni aveva “simpatie” per la causa di bin Ladin. Se l’amministrazione Bush si fosse offesa, la Casa dei Saud sarebbe diventata più vulnerabile ad al-Qaida piuttosto. Di conseguenza, Washington scelse il matrimonio piuttosto che il divorzio. Ciò comportò tre cose. In primo luogo, era necessario nascondere il ruolo considerevole di Riyadh nella distruzione delle Twin Towers, sopprimendo, tra le altre cose, un cruciale capitolo di 29 pagine nel rapporto del Congresso che trattava dei legami sauditi con i dirottatori. In secondo luogo, l’amministrazione Bush raddoppiò gli sforzi per incolpare Sadam Husayn, l’ultimo villain du jour di Washington. Servivano “migliori informazioni e in fretta“, ordinò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld mentre le torri erano ancora in fiamme, secondo le note del collaboratore Stephen Cambone. “…Giudica se è abbastanza buono per colpire SH allo stesso tempo, non solo UBL (cioè Usama bin Ladin). Difficile trovare una buona causa. Serviva agire rapidamente: bisognava trovare un bersaglio a breve termine, e per spazzare massicciamente via tutto, serviva avere qualcosa di utile. Che le cose fossero collegate o no“. Washington aveva bisogno di un disgraziato per salvare i sauditi. Terzo, era necessario perseguire la cosiddetta “guerra al terrorismo”, che non riguardò mai il terrorismo di per sé, ma il terrorismo non autorizzato dagli Stati Uniti. L’obiettivo era organizzare i jihadisti solo per colpire obiettivi decisi congiuntamente da Washington e Riyad. Ciò significava, in primo luogo, l’Iran, la bestia nera dei sauditi, il cui potere, ironia della sorte, era cresciuto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, mutando il Paese precedentemente controllato dai sunniti in un pilastro pro-sciita. Ma significava anche la Siria, il cui presidente, Bashar al-Assad, è un alawita, forma di sciismo, e la Russia, la cui amicizia con entrambi i Paesi disturbava doppiamente Stati Uniti ed Arabia Saudita. Ideologicamente, significava prendere la rabbia wahhabita contro le potenze occidentali come USA, Gran Bretagna e Francia e scagliarla sullo sciismo. Le porte al settarismo furono così aperte.
Il “reindirizzamento”, come il giornalista investigativo Seymour Hersh lo definì nel 2007, funzionò brillantemente per un certo periodo. Hersh lo descrisse come idea di quattro uomini: il vicepresidente Dick Cheney; il neocon Elliott Abrams, all’epoca viceconsigliere per la sicurezza nazionale per la “strategia per la democrazia globale”; l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Zalmay Khalilzad; e il principe Bandar bin Sultan, per 22 anni ambasciatore saudita negli Stati Uniti e ora a capo della sicurezza nazionale del regno. In Libano, l’obiettivo era lavorare a stretto contatto col governo del primo ministro Fuad Siniora, appoggiato dall’Arabia Saudita, per limitare l’influenza della milizia sciita filo-iraniana Hezbollah, mentre in Iraq comportava un lavoro ancor più stretto con le forze sunnite e curde per frenare l’influenza sciita in Siria, significava lavorare coi sauditi a rafforzare i Fratelli musulmani, gruppo sunnita in lotta feroce contro il governo baathista di Damasco dagli anni ’60. Infatti un memorandum segreto del dipartimento di Stato del 2006, reso pubblico da Wikileaks, dettagliava i piani per incoraggiare i timori sunniti su una crescente influenza sciita, pur ammettendo che tali preoccupazioni erano “spesso esagerate”. Il programma di “reindirizzamento” presto esplose. Il problema iniziò in Libia, dove Hillary Clinton passò gran parte del marzo 2011 a persuadere il Qatar ad unirsi all’azione contro l’uomo forte Muammar Gheddafi. L’emiro Tamim bin Hamad al-Thani alla fine accettò e ne approfittò per inviare 400 milioni di dollari ai gruppi ribelli salafiti che procedettero a rovesciare il Paese. Il risultato fu l’anarchia, eppure l’amministrazione Obama rimase muta per anni. In Siria, la Defense Intelligence Agency decise nell’agosto 2012 che “gli eventi prendevano una chiara direzione settaria”; che i salafiti, i Fratelli musulmani e al-Qaidasono le principali forze che guidano l’insurrezione“; e che, nonostante tale ondata fondamentalista, occidente, Turchia e Stati del Golfo sostenevano ancora la rivolta anti-Assad. “Se la situazione si risolve”, proseguì il rapporto, “c’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale… e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che supportano l’opposizione, al fine d’isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita...” La Siria orientale, ovviamente, divenne parte del Califfato dichiarato dallo SIIL, destinatario del supporto finanziario e logistico clandestino di Arabia Saudita e Qatar, secondo Hillary Clinton nel giugno 2014.
La guerra al terrore divenne la via più lunga possibile tra terrorismo sunnita e terrorismo sunnita. Ancora una volta, gli Stati Uniti avevano cercato di usare il wahhabismo a proprio vantaggio, ma con conseguenze che si rivelarono nientemeno che disastrose. Cosa andò storto? Il problema è duplice. Il wahhabismo è un’ideologia di fanatici beduini che possono essere esperti nel conquistare i compagni delle tribù ma incapaci di governare uno Stato moderno. Nulla di nuovo. È un problema discusso da Ibn Qaldun, il famoso scienziato nordafricano del 14° secolo, e da Friedrich Engels, collaboratore di Marx, alla fine del 19°, ma la linea di fondo è un ciclo infinitamente ripetitivo in cui i fanatici nomadi si sollevano, rovesciano un regime divenuto molle e corrotto, solo per divenire loro stessi molli e corrotti prima di soccombere a un’altra ondata di guerrieri del deserto. Il risultato è anarchia dopo anarchia. L’altro problema riguarda l’imperialismo USA che, in contrasto con le varietà francese e inglese, si astiene spesso dall’amministrazione diretta di possedimenti coloniali e cerca invece di sfruttare il potere degli Stati Uniti con innumerevoli alleanze con forze locali. Sfortunatamente, la leva funziona come la diplomazia e la finanza, cioè da moltiplicatore di guadagni e perdite. Da alleati dei sauditi, gli Stati Uniti incoraggiarono la crescita non solo della jihad, ma del wahhabismo in generale. Sembrava una buona idea quando i sauditi fondarono la Lega mondiale musulmana alla Mecca nel 1962 in contrappeso all’Egitto di Gamal Abdel Nasser. Quindi, come poteva obiettare Washington quando il regno ampliò enormemente il proselitismo nel 1979, spendendo da 75 a 100 miliardi di dollari per diffondere il verbo? Re Fahd, che regnò dal 1982 al 2005, si vantava delle strutture religiose ed educative che costruiva nelle terre non musulmane: 200 college islamici, 210 centri islamici, 1500 moschee, 2000 scuole per bambini musulmani, ecc. Poiché lo scopo era combattere l’influenza sovietica e promuovere la visione conservatrice dell’Islam, le fortune degli Stati Uniti ne ricevettero un’enorme spinta. Sembrava una buona idea 15 o 20 anni fa. Poi le bombe iniziarono a esplodere, gli attacchi dell’11 settembre scossero gli Stati Uniti che si precipitarono nell’inquieto Medio Oriente e il saudismo radicale si metastatizza oltre il terreno di coltura. Le fortune degli Stati Uniti non sono più state le stesse, da allora.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Dissezionare le rivolte iraniane

Marwa Osman AHT 6 gennaio 2018Le guardie rivoluzionarie iraniane annunciavano il 3 gennaio la “fine dei disordini” sollevati in cinque giorni proteste in Iran. Ciò avveniva durante le grandi manifestazioni a sostegno della leadership iraniana, che non hanno impedito al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di continuare le provocazioni. Dopo un’ondata di proteste in Iran dal 28 dicembre, proseguite per tre giorni, la calma prevaleva nella maggioranza delle città iraniane. Nella prima risposta all’appello del Presidente iraniano Hassan Rouhani alla cooperazione, l’IRGC mostrava disponibilità ad “aiutare il governo a superare le sfide economiche“, mentre decine di migliaia di persone manifestavano ad Ahwaz, Arak, Ilam, Kermanshah, Gorgan e altre città a sostegno della leadership iraniana e per rigettare le “interferenze straniere”. I sostenitori intonavano “Morte all’America”, “Morte ad Israele”, “Morte agli ipocriti”, riferendosi all'”Organizzazione dei mujahidin del popolo” dell’Iran, noto come Mojahedin-e-Khalq Organization (MEK) che accusavano di “incitamento alle violenze”. La calma in Iran segnalava che le cosiddette “proteste” erano finite, mentre il Comandante della Guardia rivoluzionaria, Mohammad Ali Jafari, ufficialmente annunciava la “fine dei disordini”, affermando che “la prontezza della sicurezza dell’Iran ha di nuovo sconfitto il nemico; perché se vivessimo nelle condizioni di Egitto, Tunisia e Libia, le perdite sarebbero state enormi”. Nelle osservazioni pubblicate sul sito “La Guardia”, Jafari dichiarava che “durante i moti, coloro che vi parteciparono non superavano i 1500 individui e i rivoltosi non superavano i 15000 in tutto il Paese”, sottolineando che “migliaia di persone vivevano all’estero e sono state addestrate dagli Stati Uniti“, e tenendo presente “anche i sostenitori del ritorno del dominio dello Shah e del MEK”. Jafari affermava anche che “i nemici della rivoluzione sono intervenuti pesantemente coi social media”. Sulla stessa nota, il Ministro delle Comunicazioni Mohammad Jawad Azeri Jahromi disse che il Paese non toglierà il divieto ai social media Telegram, a meno che i contenuti che incitano al “terrorismo” non vengano rimossi. Jahromi osservò in televisione che “le autorità accolgono le critiche dai social media, ma nelle condizioni attuali, in particolare su Telegram, c’è propaganda che invoca violenze e terrorismo”.

Cosa scatenò le proteste in Iran?
L’insoddisfazione per la situazione economica è la fondamentale scusa delle proteste accesesi nella città di Mashhad il 28 dicembre, a differenza delle ragioni politiche che scatenarono le proteste di massa nel 2009. Nonostante la pesante propaganda mediatica occidentale che ha vomitato quantità abnormi di menzogne etichettando il movimento come politico, la vera causa delle proteste era economiche, risultate dell’annuncio del fallimento fatti da 10 banche e aziende a Mashhad, punto d’appoggio perfetto affinché forze estere ne approfittassero incoraggiando e promuovendo atti terroristici nell’Iran. Il 29 dicembre 2017, le autorità iraniane avevano tracciato il quadro della situazione nella periferia del Paese. Le dimostrazioni si propagarono nell’ovest, nella provincia di Kermanshah, così come nella città nordorientale di Mashhad, dove i rivoltosi ripeterono gli stessi slogan: Morte a Rouhani/No a Siria/No al Libano/No a Gaza/ Corruzione ovunque. L’indicatore più importante della natura politica di tale mossa si ebbe quando i rivoltosi di Mashhad si radunarono nei pressi della casa di Sayyed Ibrahim Raissi, uno dei più importanti assistenti del Leader supremo Ayatollah Sayyed Ali Khamenei, indicando che il “movimento” mirava al simbolo della rivoluzione islamica, Imam Ali Khamenei, piuttosto che a migliorare condizioni economiche e tenore di vita. In questo particolare aspetto, il Dott. Mohammad Sadeq al-Husseini, ricercatore e commentatore politico iraniano, rivelava ad al-Mayadin il 30 dicembre, che gli incaricati di gestire tale movimento rivoluzionario anti-islamico in Iran agivano da un centro operativo ad Irbil, che supervisiona direttamente le operazioni nelle regioni occidentali dell’Iran. Secondo il Dott. Husseini, che affermava che le informazioni provenivano dall’intelligence iraniana, questo centro operativo era gestito da un organismo composto da: 4 alti ufficiali statunitensi, 3 ufficiali israeliani, 4 ufficiali sauditi, 1 rappresentante personale del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, 3 funzionari dell’Organizzazione dei mujahidin del popolo (MEK). Un altro centro operativo era responsabile delle operazioni nell’Iran orientale, nella città afgana di Herat. Secondo il Dott. Husseini, questo centro era supervisionato da un ente composto da: 3 ufficiali statunitensi, 3 ufficiali israeliani, 2 ufficiali sauditi, 1 rappresentante personale del principe ereditario saudita Muhamad bin Salman, rappresentanti del gruppo Army of Justice e dell’Organizzazione dei mujahidin del popolo (MEK). Tali centri operativi sono tra i tanti fondati a Dubai, Riyadh, Kabul, Baku, Londra, Strasburgo, New York e Tel Aviv. Il Dott. Husseini poi aggiunse che le fonti iraniane avevano rivelato che Michael D’Andrea, ufficiale della Central Intelligence Agency (CIA) e neonominato capo della missione iraniana dell’Agenzia, responsabile del dossier iraniano, a fine maggio Il 2017, era dietro i disordini. Tale ufficiale è famigerato nella comunità di sicurezza degli Stati Uniti per l’estrema crudeltà nel torturare i detenuti di Guantanamo. Tuttavia, ciò che sarebbe ben noto di lui è che ha ottimi rapporti col Mossad israeliano e che partecipò all’assassinio del comandante di Hezbollah Imad Mughnyah. D’Andrea è legato a due grandi fallimenti. Nel 2009, quando un afghano, reclutato dallo stesso D’Andrea, si fece esplodere a una riunione di ufficiali della CIA in Afghanistan uccidendone sette. E nel 2015 quando ordinò l’attacco coi droni su un obiettivo in Afghanistan, uccidendo due ufficiali della CIA in ostaggio nell’area colpita.
D’Andrea attualmente supervisiona i centri operativi a Riyadh, Tel Aviv, Irbil e Herat. Mentre aiutò a crearne uno a Riyadh per le operazioni del MEK. Questo centro è diretto da un certo Dr. Mahmud Zahedi. Un altro centro operativo del MEK fu attivato a Parigi col consenso del governo francese ed è attualmente gestito dall’assistente di Mariam Rajavi, Dr. Reza, il cui cognome è sconosciuto. Mariam Rajavi è a capo del gruppo MEK sponsorizzato da Stati Uniti e NATO, elencato dall’Iran come organizzazione terroristica. Nel frattempo, le autorità iraniane arrestavano un cittadino europeo durante le proteste ant-governative nella città di Borujerd, nella provincia del Lorestan, nell’Iran occidentale. Il funzionario giudiziario iraniano Tariq al-Hassan fu citato dall’agenzia Tasnim dire che “un cittadino europeo è stato arrestato nella regione di Borujerd” aggiungendo che “si ritiene sia stato addestrato dai servizi d’intelligence europei e guidasse i rivoltosi nell’area“. Questa notizia apparve mentre si parlava del rinvio della visita del ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in Iran, apparentemente su richiesta del Presidente iraniano Hassan Rouhani che sollecitava l’omologo francese, presidente Emmanuel Macron, ad agire concretamente contro il gruppo di Rajavi, MEK, coinvolto nelle rivolte in Iran, prima della visita del suo ministro degli Esteri a Teheran.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le “proteste” iraniane svelano l’inganno dei media alternativi

Adam Garrie, Russia Truth 2 gennaio 2018Le “proteste” dell’Iran hanno rivelato la piena estensione della miopia endemica dei cosiddetti “media alternativi”. Mentre prevedibilmente i media mainstream occidentali hanno adottato la retorica anti-iraniana del regime sionista e della Casa Bianca di Trump, ciò che può scioccare alcuni è che anche molti cosiddetti “alt-media” l’hanno fatto. Gli “alt-media” sono vittime del proprio successo, costruito più sull’opportunismo che sul principio. Per molti, la guerra dei terroristi filo-occidentali e wahhabiti contro la Repubblica araba siriana è stato lo spartiacque tra chi era inorridito dai molti cosiddetti liberali occidentali che, dalle proteste contro la guerra in Iraq perché George W. Bush non sapeva mettere su una frase compiuta, erano finiti col sostenere (direttamente o tacitamente) le guerre d’aggressione di Barack Obama contro Libia e Siria, semplicemente perché era un buon oratore. Data la natura protratta del conflitto in Siria, molti ingenui liberali occidentali e alcuni ex-neocon iniziarono a rendersi conto che in Siria, un governo secolare, tollerante, multietnico, multi-confessionale, progressista e moderno affrontava un chiaro barbaro attacco indiscutibilmente riprovevole da parte dei terroristi taqfiri armati, aiutati e finanziati dai governi occidentali e dai loro alleati Arabia Saudita ed “Israele”. Perciò e per la paura naturalmente egoistica della minaccia globale da parte di gruppi come al-Qaida e SIIL, molti occidentali si schierarono superficialmente con la Siria senza avere la più pallida idea di ciò che sostenevano, né la volontà di studiare la storia della Repubblica araba siriana, del baathismo o l’eredità del Presidente Hafiz al-Assad, per non parlare del figlio, Presidente Bashar al-Assad.
Molti occidentali non vollero evidentemente comprendere che la battaglia della Siria, se beneficiava la civiltà globale, veniva combattuta nel contesto specifico della lunga storia del nazionalismo arabo. La Siria non esiste a beneficio degli stranieri, ma del suo popolo e della comunità araba. La Siria è, naturalmente, partner di tutte le nazioni sinceramente amiche, da Russia e Cina, a Iran e Corea democratica. Tuttavia, molti analisti non arabi considerano il conflitto in termini egoistici, rappresentando una mentalità coloniale inconscia. Molto di ciò è triste riflesso della mentalità di chi scriveva “analisi” così limitate. Non si può desiderare il bene della Siria, senza comprendere la natura del suo sistema politico e, di conseguenza, perché qualsiasi alterazione esterna al sistema renderebbe le vittorie militari siriane, in definitiva inutili. Il futuro della Repubblica araba siriana non dipenderà dal sostegno di gruppi e individui che si limitano ad esultare per l’Esercito arabo siriano per egoismo, senza preoccuparsi del futuro della Repubblica araba. Il futuro della Siria dipende da chi vede l’arabismo come elemento inseparabile della società, delle leggi e del carattere nazionale della Siria. E ora il centesimo cade ancora più in profondità.
A differenza della Siria, l’Iran non ha affrontato l’attacco militare interno dai terroristi taqfiri, anche se l’anno scorso lo SIIL organizzò un attentato ad importanti siti di Teheran. Il risultato furono 18 martiri iraniani nell’assalto dei terroristi taqfiri che i servizi di sicurezza iraniani dissero essere orchestrati dall’Arabia Saudita, primo alleato arabo degli USA. Tuttavia, poiché la lotta dell’Iran al terrorismo takfirò avviene all’estero, l’atrocità dei taqfiri del 2017 a Teheran fu ignorata da molti osservatori occidentali. In effetti, a causa di decenni di propaganda anti-iraniana, il costante e irremovibile aiuto dell’Iran a Siria e Iraq nella lotta al terrorismo è passato in sostanza inosservato. Ma ora i vili pregiudizi di molti occidentali s’illustrano a pieno. Il governo iraniano, come quello baathista siriano, è un governo rivoluzionario, progressista che mette la sovranità al di sopra della sottomissione all’imperialismo finanziario occidentale e che pone la lotta della Palestina al di sopra della capitolazione alle prepotenze aggressive. Questo non vuol dire che siriani e iraniani non abbiano lamentele sui loro governi. Lo fanno e l’esprimono apertamente e pacificamente nella normalità seguita nel mondo (tranne che in posti come Arabia Saudita, Palestina occupata, Bahrayn, Libia post-NATO). Non è questo il problema, ma dei reazionari sostenuti dall’occidente/sionismo e dei loro scagnozzi che tentano di reinstallare uno shah-fantoccio a Teheran, mentre al-Qaida, SIIL, terroristi curdi, terroristi baluchi e gruppo terroristico MeK coglievano l’opportunità di distruggere l’Iran.
A differenza del governo baathista rivoluzionario laico siriano, la rivoluzione iraniana è islamica. Questo, naturalmente, non ha mai vietato all’Iran di avere buoni rapporti con l’Armenia cristiana, la Russia secolare/ortodossa, la Siria confessionale laica o la Jugoslavia popolare democratica. Allo stesso modo, i recenti sforzi per migliorare le relazioni tra Pakistan a maggioranza sunnita e Repubblica islamica dell’Iran hanno avuto grande successo fin dall’inizio. Anche Turchia ed Iran hanno notevolmente ampliato le relazioni nell’ultimo anno, nonostante le differenze storiche, politiche e spirituali. È solo l’occidente laddove l’ideologia del liberalismo si oppone alla rivoluzione islamica. Altri Paesi laici o non sciiti non hanno problemi a formare partenariati ed alleanze con l’Iran. In questo senso, il liberalismo occidentale e il wahhabismo condividono il bigottismo nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, che non hanno altri senza un governo di tipo iraniano. Così, se molti liberali e nuovi neo-con occidentali si sono temporaneamente allineati alla Repubblica araba siriana baathista per una combinazione di opportunismo e autoconservazione, il caso dell’Iran che affronta minacce provenienti dalle stesse fonti (Stati Uniti, “Israele”, Arabia Saudita) riscuote scarsa simpatia dai molti cosiddetti “alt-media” occidentali. Invece sono tornati alla vecchia forma, ignorando le richieste di solidarietà alla Repubblica islamica o chiedendone apertamente la fine, perché la rivoluzione islamica è incompatibile con il loro bigottismo liberale/neocon. Sembra che l’Iran sia la linea rossa per molti “alt-media”, dimostrando che il sostegno delle opinioni alternative alla Siria era formata e limitata dall’egoismo. A costoro non importa niente della Palestina, perché non vivono nella paura di un jet israeliano che gli bombarda la casa. A costoro non importa niente dell’Iran, perché sono stati programmati dalla propaganda sionista ad odiare la Rivoluzione islamica, nonostante il carattere pacifico e progressista. Ciò che non capiscono è che la Siria vede la guerra contro gruppi come SIIL nell’ambito della lotta per liberare il mondo arabo dall’imperialismo sionista/occidentale. Inoltre, gli iraniani vedono la loro battaglia per preservare la rivoluzione islamica nell’ambito della battaglia contro l’oscurantismo wahhabita. Con amici così bifronte, la Siria dovrà essere felice di sbarazzarsene quando non troveranno la causa siriana “utile” al proprio programma egoistico. Se gli individui politicamente compromessi con l’occidente si preoccupassero davvero dei principi di sovranità nazionale, opposizione all’imperialismo occidentale, sionista e wahhabita. uguaglianza tra le nazioni e pace tra i popoli, sarebbero pronti a sostenere l’Iran. Invece sardonicamente insultano la Rivoluzione iraniana, cultura, governo e costumi dell’Iran e il popolo iraniano.
Naturalmente, ci sono molti “alt-media” genuini da sempre. Gli stessi che venivano ignorati prima che gli orrori dello SIIL svegliassero dal sonno. Ora che molti pensano che lo SIIL sia stato distrutto, sono pronti a tornare a dormire. Questa è l’eterna vergogna dell’inganno degli “alt-media” e sarà gloria eterna per chi sostiene la Rivoluzione Islamica, come coloro che in Siria spalleggiano fratelli e sorelle iraniani nonostante abbiano forme diverse di governo rivoluzionario.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sala operativa di Irbil dietro i disordini in Iran

IFP News 7 gennaio 2018Il segretario del Consiglio degli Esperti dell’Iran Mohsen Rezaei afferma che una sala operativa nel Kurdistan iracheno, guidata da un agente della CIA, ha orchestrato i recenti disordini in Iran.
Parlando a una cerimonia, Rezaei ha detto che i recenti disordini in Iran sono stati ideati da una sala operativa istituita pochi mesi prima nella capitale della regione irachena del Kurdistan, Irbil. “La sala è guidata da Michael D’Andrea, capo delle operazioni della CIA in Iran“, aggiungeva, secondo l’agenzia Khabar online. “Alle riunioni della sala operatoria di Irbil partecipavano il cognato di Sadam Husayn, il capo dello staff del figlio di Sadam, e vari rappresentanti dell’Arabia Saudita e del gruppo terroristico Mojahedin-e Khalq Organization (MKO)“, aggiungeva. Rezaei osservava che il Consiglio degli Esperti riceveva anche rapporti e indagava sulla presenza di un rappresentante degli Emirati Arabi Uniti nella sala. Rezaei, Comandante in capo dell’IRGC negli anni ’80, affermava che la sala operativa attingeva ai social media per lanciare il piano per creare disordini in Iran a fine dicembre. “Durante la prima fase del piano denominato Surefire Convergence Strategy, gli organizzatori della sala operativa pensavano di poter prendere il controllo delle città iraniane. Avevano programmato il contrabbando di armi in Iran nella fase successiva per preparare ulteriori assassini in Iran per convincere la comunità internazionale ad imporre nuove sanzioni al Paese“. “Dall’altro lato, ci si aspettava che il gruppo terrorista MKO chiedesse aiuto ai Paesi europei per entrare in Iran e minarne la sicurezza“, osservava. Rezaei aveva anche detto che le commissioni politiche, di difesa e di sicurezza del Consiglio degli Esperti studieranno i recenti disordini in Iran per stilare altri rapporti per il consiglio.
La settimana scorsa erano scoppiate numerose proteste pacifiche per problemi economici in diverse città iraniane, ma divennero violente quando gruppi di partecipanti, alcuni dei quali armati, danneggiarono proprietà pubblica e attaccarono stazioni di polizia ed edifici governativi.

Michael D’Andrea, a sinistra.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’Europa non segue gli Stati Uniti sull’Iran

Moon of Alabama – 4 gennaio 2018La reazione alle piccole proteste in Iran è un altro cuneo tra Stati Uniti ed Europa, esponendo la belluina lobby sionista e la sua influenza su media e politica statunitensi. Il problema dimostra la crescente divergenza tra gli interessi autentici di Stati Uniti e d’Israele. Alcune dimostrazioni antigovernative e attacchi ad istituzioni pubbliche continuano in Iran. Ma, come mostra il grafico, tali proteste e rivolte continuano a diminuire. Le manifestazioni ieri si sono svolte in soli 15 luoghi mentre, dal 28 dicembre, 75 città e cittadine hanno visto alcune forme di protesta od incidenti. Oltre alle varie marce filogovernative svoltesi ieri, ognuna delle quali di gran lunga più grande di quelle antigovernative. Le violenze contro la proprietà pubblica di alcuni rivoltosi ha alienato i legittimi manifestanti che avevano ampie ragioni nel respingere la politica neo-liberista dell’attuale governo iraniano. L’istigazione alle violenze dall’estero, probabilmente a causa delle macchinazioni della CIA, gli ha usurpato la voce. Già mi chiedevo: “Perché gli Stati Uniti lo fanno? Il piano potrebbe non essere rovesciare immediatamente il governo iraniano, ma istigare una forte reazione del governo iraniano contro i terroristi nel suo Paese… Questa reazione può quindi essere utilizzata per attuare sanzioni peggiori contro l’Iran, in particolare dall’Europa. Sarebbe un altro tassello del grande piano per soffocare il Paese ed ulteriore passo nell’escalation”, e “L’amministrazione ha appena chiesto una sessione di emergenza delle Nazioni Unite sulla situazione. È una mossa risibile…” Davvero ridicolo. Altri membri del Consiglio di sicurezza e il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno respinto i piani degli Stati Uniti. Non è compito delle Nazioni Unite inserirsi negli affari interni di un qualsiasi Paese. Ma anche per chi crede che l’ONU ne abbia diritto, le proteste in Iran, valutate in non più di 15000 persone alla volta, e forse 45000 in totale, sono insignificanti per giustificare qualsiasi reazione delle Nazioni Unite. L’Unione Europea, principale obiettivo dei piani statunitensi per reimporre le sanzioni all’Iran, ha ufficialmente rifiutato tali tentativi. Il ministro degli Esteri svedese dichiarava che sono “inaccettabili” e che la situazione non lo giutifica. Il presidente francese Macron avvertiva che la rottura delle relazioni con l’Iran porterebbe alla guerra. Era piuttosto esplicito sugli autori di tali mosse: “La Francia ha relazioni solide con le autorità iraniane e vuole mantenere questo legame perché “agire in altro modo significa ricostruire surrettiziamente un ‘asse del male’”,… vediamo chiaramente il discorso ufficiale di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, nostri alleati in molti aspetti, è un discorso che ci porterebbe alla guerra con l’Iran”, aggiungeva, osservando senza ulteriori dettagli che si tratta di una “strategia deliberata di certuni“.” Il ministro degli Esteri russo avvertiva gli Stati Uniti contro ogni interferenza negli affari interni dell’Iran.
Nel frattempo la TV ammiraglia saudita, al-Arabiya, sfidava The Onion affermando che l’Iran aveva convocato Hezbollah, unità irachene e mercenari afghani per sedare le proteste. Il vicepresidente Pence sul Washington Post si lamentava della presunta mancanza di reazione dell’amministrazione Obama alle proteste in Iran, ma non annunciava alcuna reazione dell’amministrazione Trump. I redattori del Washington Post aggiungono numerosi editoriali di lobbisti pro-sionisti che attaccano l’Iran e accusano l’Europa di non seguire la linea di Trump. L’anti-iraniana Fondazione per la difesa delle democrazie, finanziata da uno speculatore estremista sionista, riceve ampio spazio nei giornali statunitensi:
Adam H. Johnson @adamjohnsonNYC – 4:04 AM – 3 Jan 2018
Nelle ultime 72 ore il gruppo pro-cambio di regime radicale FDD ha avuto presenze su NYTimes, Washington Post, NYPost, Politico e WSJ sull’Iran, ripetendo in ciascuno gli stessi punti di discussione triti e interventisti.
Adam H. Johnson @adamjohnsonNYC – 6:14 PM – 3 Jan 2018
Avendo esaurito i rispettivi spazi designati nei rispettabili WSJ, WaPo, Politico e NYTimes per questa settimana, il FDD è calato oggi sul Washington Times. Triste!
Il blog apparentemente “centrista” Lawfare pubblicava un appello per inviare mine improvvisate con “Penetratori Forgiati Esplosivi” ai manifestanti iraniani. (Durante l’invasione dell’Iraq, la resistenza locale li usò contro gli occupanti statunitensi. Le forze armate statunitensi mentirono affermando che provenissero dall’Iran). Il redattore di Lawfare, il famigerato Benjamin Wittes, sembra essere d’accordo, scrive che non pubblica mai nulla di suo sul suo sito. L’unica lamentela riguarda il fatto che la richiesta di armare i rivoltosi in Iran manca di valido ragionamento giuridico. (Ci si chiede come reagiranno gli scrittori di Lawfare se la Cina consegnasse armi anticarro alla prossima incarnazione di Occupy Wall Street). C’è una grande campagna negli Stati Uniti che segue le manifestazioni piuttosto piccole in Iran. La campagna è volta a creare un’atmosfera da guerra. I media danno ampio spazio, ma gli Stati Uniti sono soli. L’Arabia Saudita è una tigre di carta che non conta niente ed Israele non può fare nulla contro l’Iran. L’Asse della Resistenza è pronto alla guerra, dice il leader di Hezbollah Nasrallah, spiegando che sarà condotta in Israele. Stephen Kinzer sottolinea che l’ostilità statunitense per l’Iran e il suo governo non ha alcun senso strategico: “La storia decreta che qualsiasi governo iraniano dev’essere fortemente nazionalista e un vigile difensore degli sciiti ovunque, quindi l’idea che il “cambio di regime” produca un Iran filo-USA è fantasia. La sicurezza degli Stati Uniti non sarà seriamente compromessa dal corso della politica interna dell’Iran… Nel 1980 il presidente Carter proclamò che qualsiasi sfida al dominio statunitense del Golfo Persico sarebbe considerata “assalto agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America”. Era guidato dagli imperativi globali della sua era. Gran parte del petrolio statunitense arrivava dal Golfo Persico e l’occidente non poteva rischiare di cederlo al potere sovietico. Oggi non esiste l’Unione Sovietica e non ci affidiamo più al petrolio del Medio Oriente. Tuttavia, sebbene le basi della nostra politica siano svanite, essa rimane invariata, una reliquia del passato”.
Kinzer ha ragione sull’assenza di argomenti strategici. Ma trascura l’influenza della lobby sionista e il suo interesse nel trascinare gli Stati Uniti nella distruzione qualsiasi potenziale avversario al suo colonialismo. L’autentico interesse del popolo degli Stati Uniti non è ciò che guida la politica statunitense, non lo è da tempo. (se mai lo è stato).Traduzione di Alessandro Lattanzio