Scacco matto in Siria: la mossa di Erdogan verso Putin non paga

David Barchard, MEE 24 marzo 2017

La collaborazione tra Turchia e Russia in Siria si rivela una delusione che lascia ad Ankara poca scelta se non accettare la protezione russa per i curdi.Quando la Turchia si è riconciliata con la Russia e ha offerto il proprio rammarico per aver abbattuto un caccia nel novembre 2015, la mossa sembrava un colpo da maestro strategico, escludendo gli Stati Uniti dal gioco diplomatico e strategico in Siria e aprendo la strada alla collaborazione tra Ankara, con un proprio contingente militare in Siria, e Mosca. Otto mesi dopo, le cose non vanno proprio in quel modo. La politica in Siria della Turchia sembra andata storta, lasciando le forze di Ankara impantanate, ottenendo solo la cattura di Jarablus e al-Bab nella fascia settentrionale al confine. Peggio ancora per Ankara, la Russia sembra proteggere i curdi siriani da eventuali mosse turche per porre fine alla loro autonomia. Questa settimana, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha espresso ‘tristezza’ per i continui legami di Russia e Stati Uniti con le Unità di protezione del popolo (YPG) in Siria. Le parole seguono il dispiegamento di truppe russe ad Ifrin, la più occidentale enclave curda siriana. Non solo Ifrin è uno dei pochi possibili obiettivi militari per la forza turca, ma questa settimana un soldato turco vi è morto anche per tiro transfrontaliero. La Turchia ha risposto convocando l’ambasciatore russo ad Ankara al ministero degli Esteri per la forte protesta per il mancato mantenimento del cessate il fuoco dei russi e la loro crescente presenza nelle zone controllate dal Partito di Unione Democratica (PYD). Sembra che la Turchia non sia stata informata in anticipo dalla mossa russa ad Ifrin. Anche se la Turchia ha avvertito di ritorsioni contro ulteriori attacchi del PYD, il presupposto imprescindibile è che la Russia provvede un ombrello protettivo all’enclave autonoma curda siriana. Così una delle principali motivazioni della Turchia per la partnership con Mosca e l’invio di truppe in Siria, spezzare le enclavi curde siriane, è sotto scacco.

Esclusa con un atto combinato
Non è ancora il peggio per Ankara. Invece di una Turchia che trae vantaggio da una collaborazione implicitamente anti-USA in Siria con i russi, Mosca agisce in tandem con Washington. Circa due settimane e mezzo prima di recarsi ad Ifrin, le forze curde dichiararono con nettezza di puntare su Manbij, la città araba controllata dai curdi nel nord della Siria, che i conservatori religiosi turchi, come la propaggine turca dell’Ikhwan (Fratelli musulmani) in effetti vedono come prossimo logico obiettivo per le loro truppe. Lì, vi hanno unito le forze, da allora rinforzate dagli Stati Uniti. La Turchia aveva bombardato Manbij e altre zone curde per tutto febbraio, ma tale opzione ora sembra saldamente chiusa. Nel frattempo, le YPG collaborano con le truppe statunitensi avanzando su Raqqa, capitale dello Stato Islamico, e la Turchia sembra esclusa e senza un ruolo. Ankara quindi si lamenta amaramente delle azioni di Stati Uniti e Russia che aiutano i curdi siriani a ‘perseguire la propria agenda’. Indipendentemente dal colore politico, tutti ad Ankara temono che l’agenda vera sia creare una sorta di autonomia curda riconosciuta che porti infine alla formazione di uno Stato curdo quasi-indipendente. Questo sviluppo potrebbe sembrare, su tale sfondo, non diverso da ciò che successe in Iraq dopo il 2003 con la comparsa del Governo regionale curdo ad Irbil. Questi fu il sottoprodotto dell’intervento statunitense. Nel caso del nord dell’Iraq, l’opposizione sunnita al governo iracheno prevalentemente sciita a Baghdad, e il conservatorismo della dirigenza curda locale, insieme agli interessi economici, permisero ad Ankara di trovare un modus vivendi con i curdi iracheni. Condizioni simili non esistono in Siria dove la leadership curda (e molti combattenti) ha stretti legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il movimento terroristico curdo che blocca la Turchia in un brutale conflitto con le forze armate turche. In questo contesto, non sorprende che altri aspetti della riconciliazione turco-russa si dimostrino deludenti. Le cose non vanno come devono sul fronte commerciale, in cui i due Paesi cercano di ripristinare i legami interrotti nel 2015. I russi si sono dimostrati lenti a riprendere l’acquisto di diverse esportazioni agricole turche, probabilmente per i problemi di controllo di qualità, e così il 15 marzo la Turchia introduceva per rappresaglia il 130 per cento di dazi sulle importazioni di grano dalla Russia.

Potere declinante al tavolo delle trattative
Il ruolo della Turchia nel processo di pace in Siria sembra scemare. Turchia, Russia e Iran rimangono le tre potenze garanti del cessate il fuoco in Siria, ma quando il terzo ciclo di negoziati si è tenuto nella capitale del Kazakistan Astana, il 15 marzo, l’opposizione siriana ha voltato le spalle alla Turchia. Anche se il comunicato finale ad Astana suggeriva che i colloqui erano stati costruttivi e utili, la Siria accusava la Turchia del boicottaggio dell’opposizione. Gli alleati della Turchia, le varie fazioni dell’esercito libero siriano, sono scontenti del quadro degli accordi assai sfavorevoli. Ma dato che non sono riusciti a fare ciò che le YPG così sorprendentemente fanno, cioè fondersi in un forte esercito moderno, i gruppi dell’els hanno sempre poca o alcuna attenzione internazionale. Questo poteva cambiare se l’offensiva a sorpresa lanciata contro Damasco, il 20 marzo, riusciva a spostare l’equilibrio militare nel Paese, ma il rinnovamento del conflitto probabilmente trascinerebbe la Turchia, come loro sponsor principale, in uno scontro con la Russia. Cosa che Ankara appare decisa ad evitare. Anche se i suoi contatti con i russi (tra cui il recente vertice a Mosca dei presidenti Erdogan e Putin) sono stati poco gratificanti, non v’è stata quasi alcuna critica pubblica finora e la narrazione ufficiale è sulla crescente cooperazione, una versione sempre più messa in discussione dai fatti sul campo. Curiosamente, i russi non sembrano cercare di cementare l’amicizia con la Turchia in una partnership stretta e volta a staccarla dall’occidente, che sarebbe sicuramente un enorme vittoria strategica per Putin, che vede la NATO come nemica. Ciò per via di un accordo segreto USA-Russia sulle zone d’influenza globali? Oppure semplicemente riflette il senso russo che, mentre la Turchia è ai ferri corti con l’UE ed è furiosa per il sostegno degli USA alle YPG, adotta la linea morbida nei confronti di Mosca in quanto unica opzione?

Soldati russi a Mambij

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA espandono l’invasione della Siria

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 15/03/2017La recente espansione delle forze statunitensi in Siria segue un prevedibile e singolare programma decennale contro questa nazione, più specificamente con ll’ultimo conflitto iniziato nel 2011, tramite la “primavera araba” concepita dagli Stati Uniti. The Independent, nell’articolo, “Marines statunitensi inviati in Siria per sostenere l’assalto alla roccaforte dello SIIL di Raqqa“, riferiva che: “Centinaia di marines degli USA sono arrivati in Siria armati di artiglieria pesante in preparazione dell’assalto sulla capitale dello SIIL Raqqa”. Tuttavia, la presenza di truppe statunitensi in Siria è del tutto non richiesta dal governo siriano e costituisce una chiara violazione della sovranità nazionale della Siria secondo il diritto internazionale. La CNN nell’articolo, “Assad: le forze militari statunitensi in Siria sono “invasori”“, riferiva che: “Il Presidente siriano Bashar al-Assad deride e mette in discussione le azioni in Siria degli Stati Uniti, chiamando le truppe statunitensi schierate nel Paese “invasori”, perché non gli ha dato il permesso di entrare e dicendo che non c’è stata alcuna “azione concreta” da parte dell’amministrazione Trump verso lo SIIL”. Il fatto che la politica degli Stati Uniti rimanga assolutamente immutata, nonostante il nuovo presidente, non sorprende.

Ulteriore prova della continuità dell’agenda
Con Israele che occupa le alture del Golan della Siria e le truppe turche che occupano la “zona cuscinetto” che si estende da Azaz a Jarabulus, sul fiume Eufrate, a nord, le truppe statunitensi continuano a ritagliarsi una presenza permanente nell’est delle regioni della Siria, rischiando di realizzare la decennale cospirazione per dividere e distruggere lo Stato siriano. Documenti resi pubblici recentemente della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti rivelano che già nel 1983, gli Stati Uniti erano impegnati in operazioni segrete e palesi, praticamente identiche, volte a destabilizzare e rovesciare il governo della Siria. Un documento del 1983, firmato dall’ex-agente della CIA Graham Fuller, intitolato “Imporsi con la forza sulla Siria” (PDF), afferma: “La Siria attualmente blocca gli interessi degli Stati Uniti in Libano e nel Golfo, attraverso la chiusura del gasdotto dell’Iraq minacciando quindi d’internazionalizzazione la guerra irachena. Gli Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione decisamente maggiori pressioni contro Assad, orchestrando minacce militari ed occulte simultanee contro la Siria dai tre Stati confinanti ostili: Iraq, Israele e Turchia”. Il rapporto afferma inoltre: “Se Israele dovesse aumentare le tensioni contro la Siria in contemporanea con un’iniziativa irachena, le pressioni su Assad degenererebbero rapidamente. Una mossa turca premerebbe psicologicamente ulteriormente”. Tale indistinguibile agenda che ha virtualmente trasceso più decenni e presidenze, permette agli osservatori del conflitto in Siria di eludere allettanti deviazioni politiche e di concentrarsi esclusivamente sulla sovrapposizione strategica del conflitto vero e proprio. Nonostante le affermazioni dei media occidentali su Turchia e Stati Uniti in disaccordo, in particolare sulle rispettive occupazioni illegali e operazioni nel territorio siriano, le decennale collaborazione nel tentativo di dividere e distruggere lo Stato siriano indica che, con ogni probabilità, tale collaborazione continua anche se dietro un velo di finti interessi contrastanti. Nello stesso modo, i tentativi di ritrarre Israele come nazione canaglia in questo conflitto, permette ai politici degli USA la flessibilità della negazione plausibile. Gli attacchi aerei mirati alle forze siriane di Stati Uniti o anche Turchia, impossibili da giustificare, sono tollerati dalla “comunità internazionale” se eseguiti da Israele. Arabia Saudita, Qatar e altri membri minori del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) sono ugualmente utilizzati per riciclare i vari aspetti della politica estera statunitense contro la Siria, attraverso armamento, addestramento e finanziamento delle varie organizzazioni terroristiche, come al-Qaida e il cosiddetto Stato islamico (SIIL). Qualora l’asse USA-NATO-Israele-GCC apparisse apertamente evidente, tale flessibilità verrebbe notevolmente ridotta.

Il vero scopo delle truppe degli Stati Uniti in Siria
Le ambizioni degli Stati Uniti contro lo Stato siriano sono state notevolmente respinte dall’avanzata siriana sul campo di battaglia e dal sostegno militare diretto degli alleati Russia e Iran. Le forze turche che tentano di avanzare nel territorio siriano, con il pretesto di combattere i “terroristi” e i combattenti curdi che Ankara pretende minaccino la sicurezza nazionale turco, ora cozzano con le forze dell’Esercito arabo siriane che si scambiano con le forze curde lungo il perimetro della “zona cuscinetto” turca. Allo stesso modo, le forze degli USA affrontano ostacoli simili nei tentativi di cogliere sempre più territorio siriano. Inoltre, le loro forze per procura sono organizzazioni terroristiche disinteressate a una cooperazione a lungo termine con gli Stati Uniti o che si ritagliano regioni autonome in Siria che inevitabilmente affrontano ostacoli socio-politici ed economici che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse ad aiutare a superare, il che significa che alla fine, qualsiasi accordo a lungo termine sarà probabilmente deciso da Damasco e non da Washington. Ma, come l’occupazione israeliana del Golan, incursioni e occupazioni turche e statunitensi scono un similare smembramento continuo dello Stato siriano. Di fronte alla probabile prospettiva che la maggior parte del territorio della Siria torni sotto il controllo di Damasco, prima o poi, Stati Uniti e collaborazionisti di Ankara cercano di occupare più territorio possibile prima che accada, nel tentativo di indebolire la Siria in futuro, e ancora cercare di destabilizzarla.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok, in esclusiva per la rivista on-line New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, Haftar bastona islamisti e Gentiloni, Mosca e Londra soccorrono il vincitore

L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne geostrategica
Alessandro Lattanzio, 16/3/2017

Il 15 marzo, l’Esercito nazionale libico (LNA) del generale Qalifa Belqasim Haftar liberava i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, infliggendo una pesante sconfitta agli islamisti di al-Qaida sostenuti da Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Italia (Roma opera sotto la copertura delle “missioni umanitarie”, come l’ospedale da campo militare istituito a Misurata, per curare i terroristi islamisti, e nell’ambito della missione ONU in Libia, affidata al generale Paolo Serra, che accompagna nelle missioni sul campo il capo del governo-fantoccio di Tripoli, l’islamo-atlantista Fayaz al-Saraj).
Le forze islamiste, riunite nelle Brigate di difesa di Bengasi (BDB) venivano respinte di oltre 100 km, mentre le forze aerea e di terra del LNA recuperavano il controllo su al-Sidra e Ras Lanuf, dopo aver eliminato 30 miliziani islamisti, mentre altri 40 miliziani venivano portati nell’ospedale da campo italiano di Misurata, allestito in vista delle operazioni per rioccupare i terminal petroliferi della Cirenaica e supportare l’assalto su Bengasi, previsto dal governo fantoccio islamista di Tripoli, quale successivo passo all’occupazione dei terminal petroliferi dell’area di Briqa. L’esercito governativo libico avanzava quindi sulla città di Bin Juad, a 35 km a nord-ovest degli impianti liberati. La controffensiva del LNA fu lanciata lungo un fronte ampio 220 km, dalla costa mediterranea alle oasi di Hun e Jafra, a sud di Sirte. Nell’oasi di Jafra si erano riuniti i resti delle BDB, dove venivano bombardati dai velivoli del LNA, mentre le forze di Tobruq combattevano contro la 166.ma Brigata di Misurata che occupa Sirte. Solo il 3 marzo, circa 1000 terroristi islamisti delle Brigate di difesa di Bengasi occuparono i terminali petroliferi di al-Sidra e Ras Lanuf, controllati dal Governo di Tobruq e da cui passano parte dei 600000 barili di petrolio estratti ogni giorno in Libia.
48 ore dopo la liberazione dei terminali, l’ambasciatore inglese Peter Millett volava a Bengasi per “chiarire la posizione del suo Paese a Qalifa Haftar”, incontrando il comandante in capo delle Forze Armate libiche nel quartier generale di al-Rajma. Millett avrebbe “deplorato il fatto che molto è stato detto sul ruolo apparentemente negativo del Regno Unito in Libia”. Haftar aveva chiarito agli inglesi “l’importanza di non sostenere i Fratelli musulmani”. Millett infine dichiarava, “La nostra visita è stata… soddisfacente e utile“. Infatti, il 16 febbraio arrivava una delegazione imprenditoriale inglese, la prima in tre anni, guidata da Peter Meyer dell’Associazione Medio Oriente di Londra, e comprendente Andrew Davidson di Parva Capital, che si occupa di finanziamenti per gli investimenti, e Douglas Baldwin di Alpha Services, che opera con l’industria petrolifera e del gas. La delegazione incontrava una delle più grandi compagnie petrolifere della Libia, l’Arabian Gulf Oil Company (AGOCO) di Bengasi, per offrire materiale, attrezzature e formazione. Secondo l’ACOCO, la delegazione aveva anche promesso di facilitare i visti di lavoro per il Regno Unito. Il presidente dell’AGOCO Muhamad Bin Shatwan auspicava che la delegazione avrebbe segnato l’inizio della cooperazione con le aziende inglesi, che “avrebbero cominciato a tornare a Bengasi per investire nella regione”. Meyer e la sua delegazione avevano anche incontrato il responsabile della Direzione della Sicurezza di Bengasi Salah Huaydi, valutando le esigenze per la polizia locale, come materiali, attrezzature, laboratori e formazione. In seguito, la delegazione si recava in Egitto.
Intanto il consigliere di Qalifa Haftar, Abdalbasit al-Badri, incontrava il Viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov a Mosca, chiedendo sostegno nella battaglia contro le BDB. Secondo il Ministero degli Esteri russo “le parti si sono scambiate opinioni dettagliate sugli sviluppi in Libia, e hanno concordato sull’importanza di organizzare un dialogo collettivo cui partecipino i rappresentanti di tutti i gruppi politici e tribali“. Bogdanov ribadiva che la Russia sostiene pienamente il processo di unificazione della Libia e di protezione della sua sovranità. In precedenza, Mosca aveva ospitato i fantocci della NATO Fayaz al-Saraj e Ahmad Matiq, della Presidenza del Consiglio, che chiedevano alla Russia di mediare un incontro tra loro e il comandante Haftar. Inoltre, il presidente della Camera dei Rappresentanti di Tobruq, Aqila Salah, dichiarava che la Russia aveva promesso di aiutare Tobruq nella lotta al terrorismo e che i soldati del LNA gravemente feriti venivano curati in Russia. Salah chiedeva al governo russo di addestrare le forze del LNA e di farne riparare i mezzi militari da tecnici russi. La Libia vuole continuare i legami militari con Mosca, perché “la maggior parte dei nostri ufficiali fu addestrata in Russia, molti parlano russo e sanno come utilizzare i materiali russi“. Il comandante della base aerea di Benina a Bengasi, colonnello Muhamad Manfur Manifi, a sua volta smentiva le fantasie sulla presenza di militari o contractor russi a Bengasi, avanzate da islamisti, ONG e media della CIA. Nel frattempo, il LNA lanciava l’offensiva per liberare il quartiere Ganfuda di Bengasi occupato dai terroristi islamisti. La 130.ma Brigata d’artiglieria e le Forze speciali Saiqa del LNA avanzavano tra Busnaib e Ganfuda, eliminando diversi islamisti del Consiglio della Shura dei rivoluzionari (BRSC), intrappolando nel complesso dei “12 edifici” gli ultimi terroristi del BRSC.
Nel campo degli alleati locali della Farnesina e di Forte Boccea, regna la guerra civile. A Tripoli il capo del governo di salvezza nazionale Qalifa Ghwal veniva ferito nei combattimenti nell’hotel Rixos, “sede del governo” di Ghwal, e spedito a Misurata per cure, probabilmente nel solito ospedale da campo dell’esercito italiano. La forza islamista RADA, guidata da Abdulrauf Qara, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli di Haytham Tajuri e la Forza di sicurezza centrale Abu Salim, guidata da Abdulghani al-Qiqli, tutte legate al governo fantoccio di Saraj, assaltavano e occupavano l’hotel Rixos, mentre il centro operativo Bunyan Marsus di Misurata si preparava ad inviare 1500 miliziani islamisti, con veicoli blindati, per “imporre pace e sicurezza a Tripoli”. Ghwal aveva respinto un accordo politico avanzato dall’UNSMIL, la missione ONU in Libia. La milizia di Ghwal è in gran parte formata da misuratini e berberi. Anche la sede di al-Naba TV, del capo di al-Qaida Abdulhaqim Belhaj, veniva attaccata.
L’Italia renzygliona corre, corre, verso l’ennesima strepitosa Canne strategica.Fonti:
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
Libya Herald
South Front

Siria: quali sono i recenti sviluppi a Manbij?

Mouna Alno-Nakhal Reseau International 8 marzo 2017Il 2 marzo 2017 traducemmo una dichiarazione ufficiale rilasciata dall'”Ufficio Informazioni del Consiglio militare di Manbij” [1]: “Al fine di proteggere i civili, per risparmiargli gli orrori della guerra, il sangue e tutto ciò che portano tali tragedie. Per preservare la sicurezza della città di Manbij e la campagna. Per sventare i desideri turchi d’invadere altri territori siriani. E in conformità con il nostro impegno a fare tutto il possibile nell’interesse e per la sicurezza della nostra gente e dei nostri genitori a Manbij: Il consiglio militare della città di Manbij e dintorni annuncia che abbiamo concordato con la Russia la restituzione dei villaggi situati sulla linea di contatto con lo Scudo dell’Eufrate e la zona di al-Bab contigua al fronte occidentale di Manbij, alle forze delle guardie di frontiera dello Stato siriano che si occuperanno delle missioni di protezione della linea tra le aree controllate dal Consiglio militare di Manbij e dalle forze dell’esercito turco e dello Scudo dell’Eufrate”. Il comunicato fu seguito, il 5 marzo, da una puntualizzazione firmata dal “Comando Generale del Consiglio militare di Manbij” [2]: “Dopo i recenti sviluppi nella città di Manbij e dintorni, alla pubblicazione da parte del Consiglio militare di Manbij della dichiarazione relativa alle autorizzazioni alle guardie di frontiera di stazionare sulla linea che separa le proprie forze da quelle dei mercenari dello Scudo dell’Eufrate, alle diverse interpretazioni seguite dalla promozione mediatica e dall’emergere di voci tendenziose che cercavano di falsificare la verità: Il Consiglio Militare di Manbij e dintorni riafferma che Manbij e la campagna sono sotto l’egida e la protezione del Consiglio militare di Manbij e delle forze della coalizione internazionale, e non permetteremo a qualsiasi altra forza di entrare, essendo stati il Consiglio militare di Manbij e le forze della coalizione internazionale ad aver contribuito a liberare la città dall’organizzazione terroristica SIIL, e che attualmente la proteggono da qualsiasi perfida aggressione. Affermiamo ai nostri cari che manteniamo sempre l’impegno verso loro protezione e sicurezza, il testo dell’accordo citato è chiaro e si applica solo alla regione di al-Arima (a metà strada tra Manbij e al-Bab, distanti circa 40 km) e alla linea del fronte con lo “Scudo dell’Eufrate”. Ed è su questa base che rassicuriamo i nostri amati della città di Manbij e dintorni. Sono sotto la protezione del Consiglio militare di Manbij e della coalizione internazionale, che rafforza la presenza a Manbij e campagna dopo l’accrescersi delle minacce turche di occupare la città“. Pertanto, a quanto pare non si è in procinto di consegnare il “fronte occidentale della città di Manbij” alle guardie di frontiera siriane, ma non è impossibile recuperare altri villaggi citati nella prima dichiarazione, del 2 marzo. Perché l’assegnazione del fronte occidentale di Manbij alle guardie di frontiera siriane è in contrasto con l’agenda del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, deciso a riservarsi la liberazione di Raqqa? Perché i progressi spettacolari dell’Esercito Arabo Siriano, sostenuto dagli alleati, a nord-est di Aleppo, quindi a sud di Manbij, oltre alla liberazione di Palmyra, potrebbero consentirgli di liberare Raqqa prima dei curdi siriani alleati degli Stati Uniti?
Un domanda che si impone alla lettura del Washington Post del 4 marzo, alla vigilia della seconda dichiarazione, che annunciava che “la decisione sul piano per Raqqa, preparato dal Pentagono, che prevede l’aumento significativo delle forze degli USA in Siria e si propone di fornire elicotteri d’attacco e artiglieria alle forze curde e ai distaccamenti dell’opposizione siriana“. [3] E poi la mattina del 7 marzo apparve una terza dichiarazione, del 6 marzo, dal titolo testuale: “Comunicato del Consiglio legislativo dell’amministrazione civile democratica di Manbij” [4]. “Comunicato al pubblico dopo i dati recenti sui piani politici e militari. Noi, Consiglio legislativo di Manbij e dintorni, neghiamo tutto ciò che è stato pubblicato da media e social network, locali e internazionali, che parlano di consegnare la nostra città a qualsiasi partito. Perché siamo l’unico partito legittimo a rappresentare la volontà del popolo e il suo diritto di decidere il proprio destino; e il nostro popolo di Manbij, in tutte le sue componenti, sostiene il consiglio militare e ha lodato il ruolo delle forze della coalizione internazionale, partecipando alla battaglia per la liberazione del nostro popolo dai mercenari dello SIIL. Promettiamo al nostro popolo a Manbij che non scenderemo a compromessi a scapito del sangue dei nostri martiri che si sono sacrificati per questa città, non sprecheremo le conquiste del nostro popolo e resisteremo a qualsiasi interferenza che possa modificare libertà e dignità del nostro popolo. Viva Manbij libera e fiera“. E’ difficile sapere cosa accada a Manbij, notizie contrastanti circolano sulla consegna di villaggi tra guardie di frontiera siriane e cosiddette “Forze democratiche siriane” (o SDF che raggruppano i consigli militari delle città controllate dalle unità di protezione del popolo curde, YPG), supportate dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, ciò che è certo è che i combattimenti s’intensificano su entrambi i lati, mentre il primo ministro turco tempestivo diceva che il suo Paese non si oppone all’ingresso dell’Esercito Arabo Siriano a Manbij, “attualmente controllata da elementi curdi”[5], aggiungendo che i territori siriani devono controllarli i siriani! Dobbiamo credere che abbia trovato la via di Damasco?
In effetti, come riassunto nella mappa allegata e spiegata, la sera del 6 marzo, dall’ex-generale di brigata Charles Abi Nadir su al-Mayadin TV [6]:
Due strade collegano Raqqa e Dayr al-Zur, roccaforti dello SIIL nonostante l’eroica resistenza dei soldati dell’Esercito Arabo Siriano ancora circondati a Dayr al-Zur che continuano a respingere lo SIIL da quasi tre anni; una ad est dell’Eufrate e l’altra ad ovest (percorso evidenziato in rosso).La strada ad est dell’Eufrate è ora del tutto interrotta per lo SIIL, all’altezza del cerchio rosso sulla mappa, dall’avanzata delle SDF sulla riva orientale del fiume. Ciò impedisce allo SIIL di rifornire e raggiungere Dayr al-Zur da Raqqa e dalla strada ad ovest dell’Eufrate. Lo SIIL è sotto pressione da nord da parte delle SDF sostenute dagli Stati Uniti, e sotto pressione dall’Esercito Arabo Siriano sostenuto dagli alleati russi e dall’Asse della Resistenza comprendente Hezbollah, da sud. Gli Stati Uniti hanno optato per gli alleati curdi a scapito dell’alleato turco, scartato dalla corsa verso Raqqa? Vi sarebbero disaccordi nelle SDF o il loro accordo con i russi era una manovra degli Stati Uniti per decidere d’intervenire in modo più efficace, quando languiscono da settimane? Infine, l’intervento energico delle forze USA dimostra rivalità assertiva o accordo tra Stati Uniti e Russia? Le ultime notizie delle 18:00, ora locale, riportano il portavoce del Consiglio militare di Manbij dire che cinque villaggi sono stati consegnati all’Esercito Arabo Siriano. Tuttavia, il corrispondente di al-Mayadin ad Aleppo ha detto che non vi è ancora alcuna dichiarazione ufficiale dall’Alto Comando militare siriano. Secondo la sua interpretazione, si comprende che nei 5 villaggi in questione non ci sono combattenti di alcuna parte e che sono a sud di Manbij; cioè non sul fronte occidentale della città. Pertanto, le SDF rimangono sulla linea di contatto con le varie forze dello Scudo dell’Eufrate sostenute dalla Turchia, il cui scopo dichiarato è sloggiarle da Manbij, mentre l’Esercito Arabo Siriano non si è ancora posizionato nella zona di separazione sul fronte occidentale di Manbij, come previsto dalla dichiarazione del 2 marzo.
Qualunque sia l’esito, è crudele vedere che i curdi siriani che sloggiarono lo SIIL da Manbij nell’agosto 2016, al prezzo di pesanti perdite, ancora agiscono da carne da cannone degli stessi che hanno creato lo SIIL, come crede perfino Trump. [7][1] Comunicato dell’Ufficio Informazioni del Consiglio di Manbij del 2 marzo 2017
[2] Comunicato del Comando generale del Consiglio Militare di Manbij del 5 marzo 2017
[3] Il Pentagono vuole rinforzare la presenza in Siria
[4] Comunicato del Consiglio legislativo di Manbij e dintorni del 6 marzo 2017
[5] Yildirim: la Turchia non si oppone l’ingresso dell’Esercito arabi siriano a Manbij
[6] Video al-Mayadin TV, 6 marzo 2017
[7] Video, Trump accusa Obama di aver “creato” lo SIIL.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Maestria nel nord della Siria

Chroniques du Grand Jeu 3 marzo 2017

Se il conflitto siriano non manca di sorprese, i colpi di scena degli ultimi due giorni lasciano francamente sognare…
c6eaketxeaaqildNel nord, eravamo rimasti all’avvio del conflitto tra curdi e turchi, con questi ultimi fermati dal marciare verso sud dall’Esercito arabo siriano e dalle YPG curde di Manbij. Affrontare apertamente Damasco (quindi Mosca) non è affatto nei piani del sultano, e la soluzione di Manbij s’imponeva per cogliere con una fava due piccioni espellendo i curdi dall’ovest dell’Eufrate e aprendo la porta per Raqqa. Tranne che… i curdi, ovviamente, non ci sentivano da questo orecchio, e s’iniziava a parlare degli statunitensi che indicavano che avrebbero continuato a sostenere il Consiglio militare di Manbij. Al che iniziava una serie di eventi dalle implicazioni estremamente importanti.
Iniziava a circolare un video che mostra la creazione di una piccola base delle forze speciali degli Stati Uniti a Manbij. Un messaggio subliminale: se attacchi i curdi attacchi noi. Va ammesso che gli statunitensi si vedono assaliti dal loro alleato della NATO, e i ribelli “moderati” dell’ELS, armati e finanziati da Washington da anni, non sarebbero mancati…
Alcune ore dopo, si aveva una notizia ancora più incredibile: attraverso i buoni uffici di Mosca, i curdi di Manbij raggiungevano un accordo con Damasco, l’Esercito arabo siriano avrebbe ricevuto parte delle loro conquiste territoriali ad ovest dell’Eufrate, formando una zona cuscinetto che li separi dai turchi e i loro ascari.02m_15_50_northern-aleppo_syria_war_mapCome si vede, l’area ombreggiata sulla mappa metterebbe i curdi al riparo dalle minacce della Turchia. Erdogan avrà avuto un quasi infarto quando avrà sentito la notizia… Perché, a meno che non attacchi l’Esercito arabo siriano, entrando così apertamente in guerra con Damasco (e quindi Mosca e Teheran), l’avventura del sultano neo-ottomano è finita. Per Assad, l’accordo è perfetto: i lealisti riprendono gratuitamente e senza combattere una zona che non avrebbero potuto conquistare militarmente, portandoli fino al confine turco e nel Rojava da cui furono espulsi anni prima. E’ anche la tacita ammissione dei curdi che una volta che la lotta sarà finita, non cercheranno l’indipendenza, ma si accontenteranno dell’autonomia. Se i curdi lasciano alcuni villaggi senza importanza all’Esercito arabo siriano, la loro presenza a Manbij è attuale e concessa. Un pareggio ai danni di Erdogan, che deve avergli fatto molto male. L’episodio porta il segno di Putin e non è forse un caso che la dichiarazione del PYD curdo dica: “Per proteggere Manbij, abbiamo fatto trasferire, dopo aver formato una nuova alleanza con la Russia, le forze armate siriane nell’area tra noi e le bande filo-turche (i famosi moderati tanto cari agli imperialisti)“.
Vlad lo judoka ha colpito ancora. Lo spiegammo due anni fa: “Diversi biografi di Putin hanno mostrato come lo judo sia per lui più di uno sport: una filosofia di vita che applica in molti campi, soprattutto nella geopolitica. Usare la forza e la precipitazione dell’avversario per meglio rispondere e atterrarlo. Il leader del Cremlino non è più temibile che quando fa prima un passo indietro; vi ritroverete rapidamente col naso sul tappeto. Ippon”.
Il nord della Siria è un caso da manuale. Utilizzare il sultano per espellere lo SIIL e poi utilizzarne nuovamente l’inevitabile aggressione ai curdi per apparire come il salvatore, facendo recuperare con un tratto di penna al suo protetto di Damasco quelle aree che nemmeno si sognava di riprendere un giorno… Come si dice maestria in russo? Ciliegia sulla torta, questo passo è anche chiaro segno di un accordo USA-Russia, per lo meno puntuale. Il giorno in cui si apprende che le forze speciali statunitensi arrivavano a Manbij per sostenere i curdi, questi chiedono aiuto all’Esercito arabo siriano. Come ha scritto Le Figaro, unico quotidiano di regime ad aver informato brevemente di ciò: “Questo annuncio è una sorpresa perché sarebbe la prima volta che i combattenti sostenuti da Washington accettano di cedere territorio alle forze del Presidente Bashar al-Assad”.
E si va oltre: le truppe siriane ora proteggono di fatto quelle statunitensi! Se ce l’avessero detto sei mesi fa… Ovviamente, niente di tutto ciò sarebbe stato possibile senza il terremoto causato dall’elezione di Trump e il conseguente reindirizzo della politica estera statunitense. Questi sviluppi sorprendenti farebbero quasi dimenticare che l’Esercito arabo siriano ha liberato Palmyra…02032017

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora