Bin Salman e Netanyahu guidano Jabhat al-Nusra

Nasser Kandil, Top News/al-Bina  – Muna Alno-Nakhal, Reseau International, 22 marzo 2017

In generale, l’opinione pubblica occidentale sa che le mentono sulla Siria, ma non sa la verità.
Dr. Bashar al-Assad, Presidente della Repubblica araba siriana, 20 marzo 2017, ai media russi.

Il 14 marzo Donald Trump riceveva il viceprincipe ereditario saudita Muhamad bin Salman. Il giorno dopo Damasco veniva colpita da due attentati estremamente letali, a meno di due ore di distanza, uno nel palazzo di giustizia, nelle ore di punta, l’altro in un popolare ristorante affollato nella parte occidentale della città. Non c’è bisogno di chiedersi, ancora una volta, dell’indifferenza strabordante dai media umanitari occidentali. Allo stesso tempo, si ebbe la terza sessione dei colloqui di Astana, boicottata dai capi delle fazioni armate della cosiddetta opposizione moderata presente nelle precedenti due sessioni, il cui garante è la Turchia secondo l’accordo tripartito tra Russia, Iran e Turchia, che aveva portato all’accordo di cessate il fuoco entrato in vigore il 29 dicembre 2016 e adottato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 2336 del 31 dicembre 2016. Il 16 marzo 2017, Nasser Kandil commentava questi eventi con una certa preveggenza.
La coincidenza della visita di Muhamad bin Salman a Washington con le esplosioni mortali a Damasco, i colloqui ad Astana 3 in assenza dei capi delle fazioni militari e le dichiarazioni russe su soggetti esteri che influenzano affinché non si risolva la crisi siriana, non è casuale. Risentimento saudita per la monopolizzazione dei gruppi armati del governo turco di Erdogan, relegando l’Arabia Saudita al ruolo di finanziatore, insieme alla Turchia non più un così attraente alleato, per il disaccordo statunitense-turco sulla guerra in Siria e l’uso di tutte le carte a suo favore, pur di sbarazzarsi dei curdi, al punto di osare aderire all’accordo tripartito con Mosca e Teheran. Al contrario, a Riyadh, l’alleanza con Israele ha il vantaggio di permettere a Washington di dividere la guerra tra Siria meridionale e settentrionale, dando la priorità l’attacco all’Asse della Resistenza e all’Esercito arabo siriano, rispondendo alla volontà di Donald Trump di “vietare qualsiasi influenza iraniana” nella regione. Bin Salman quindi si recava a Washington portando col bagaglio le credenziali insanguinate dagli attentati terroristici a Damasco e il nuovo boicottaggio di Astana 3 delle fazioni terroristiche, dicendo che la priorità in Siria è a sud e non appartiene più ai turchi. Di qui la proposta a Trump di accordarsi sulla sicurezza con la Russia e soprattutto di non interessarsi alla soluzione politica globale della crisi siriana. Il piano che bin Salman ha proposto a Washington si riduce a: “La guerra in Siria del Nord contro lo SIIL è vostro affare, la guerra nel sud della Siria contro l’Asse della Resistenza è un nostro e vostro affare“.
Il 17 marzo, la Prima Dichiarazione dell’Alto Comando delle Forze Armate siriane faceva sapere che, mentre l’Esercito arabo siriano continua l’offensiva contro lo SIIL ad est di Palmyra: “Quattro aerei da guerra israeliani penetravano nello spazio aereo siriano intorno alle 02:40 su al-Buraj, dal territorio libanese, e hanno preso di mira una postazione dell’Esercito arabo siriano presso Palmyra, ad ovest di Homs. La nostra contraerea reagiva e abbatteva uno degli aerei sui territori occupati, e colpiva un secondo aereo, costringendo gli altri a fuggire. Tale aggressione palese del nemico sionista è volta a sostenere le bande terroristiche dello SIIL, cercando disperatamente di sollevarne il morale crollato e offuscare le vittorie dell’Esercito arabo siriano contro le organizzazioni terroristiche. L’Alto Comando del nostro Esercito è deciso a contrastare qualsiasi attentato sionista in qualsiasi parte del territorio della Repubblica araba siriana e risponderà con ogni mezzo possibile”. Il governo israeliano lo negava, ma la reazione del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, due giorni dopo, suggeriva il contrario a molti analisti, come Nasser Kandil, che tornava sul caso ampiamente riportato dai media, tuttavia, evidenziandone il legame col massiccio attacco di diverse fazioni asservite ad al-Nusra (alias Fatah al-Sham/Tahrir al-Sham] del 19 marzo, fermato dall’Esercito arabo siriano con centinaia di terroristi circondati nella periferia di Jubar, Qabun e Duma: “Negli ultimi sei anni, i turchi erano i più presenti sulla scena della coalizione contro la Siria, dietro facciate che crollate una dopo l’altra, rivelano infine, nell’ultimo scorcio di guerra, i veri volti dei mandanti. In effetti, l’alleato statunitense che aveva ritirato la flotta del Mediterraneo per evitare di una guerra senza sapere come finirla (in riferimento alla famosa notte del 30 agosto 2013), è riapparso sulla scena siriana una volta che la “guerra al terrorismo” diveniva una comoda copertura che gli riserva un ruolo “calcolato” sia nell’escalation che in qualsiasi soluzione o sistemazione politica. Così, lasciava condurre tale guerra agli alleati israeliani e sauditi, secondo l’equazione che ne mette in gioco la loro sopravvivenza, così come l’alleato turco che suona tutte le corde. Nascondendosi così dietro la maschera del trio israelo-saudita-turco per appropriarsi dei benefici delle tre comparse, e scaricandone i costi su ciascuna di esse”.
Il trio israelo-saudita-turco che ha infiltrato le due versioni di al-Qaida in Siria (SIIL e al-Nusra), le ha schierate su tutti i fronti, finanziandole, armandole e dirigendole nascondendosi dietro la maschera di al-Qaida, a sua volta mascherata da cosiddetta opposizione siriana. Questo, ben sapendo che la carta di al-Qaida è politicamente impraticabile e che l’organizzazione terroristica potrebbe rivoltarglisi, perché è la loro unica risorsa sul campo, essendo la scadente opposizione siriana incapace, anche per solo un’ora, di affrontare l’Esercito arabo siriano e i suoi alleati. Uno degli indicatori dell’ingresso in quest’ultimo scorcio di guerra è il coinvolgimento diretto dei “grandi attori”; poiché le maschere sono cadute, non v’è più spazio per gli errori e né possibilità di scommettere su piccoli attori davanti l’enormità dei problemi. In effetti, al-Qaida opera apertamente senza nascondersi dietro una presunta opposizione; al-Nusra e Faylaq al-Rahman rivendicano ufficialmente l’attacco a Dara, al-Qabun e Jubar a Damasco; ed ecco Israele altrettanto apertamente compiere un raid aereo sulle postazioni dell’Esercito arabo siriano e degli alleati presso Palmyra con il pretesto chiaramente falso di distruggere un convoglio di Hezbollah. In realtà, l’azione israeliana mirava ad evitare che l’Esercito arabo siriano prendesse la sponda meridionale dell’Eufrate, mentre quella settentrionale è per metà occupata dallo SIIL che cerca d’invadere l’altra metà, battendo i curdi e l’Esercito arabo siriano ad Hasaqah e Dayr al-Zur. Chiaramente, l’obiettivo degli israeliani era ritardare l’avanzata dell’Esercito arabo siriano sull’Eufrate, in modo che i gruppi dell’opposizione armata (raggruppati nel cosiddetto “nuovo esercito siriano”), che hanno addestrato per tale scopo, raggiungano la riva sud del fiume dopo aver attraversato il confine giordano e iracheno; tali gruppi, già utilizzati dagli statunitensi nelle battaglie di al-Tanaf, al confine siriano-iracheno, hanno fallito. In questo caso, ci si aspetta che attraversino il deserto siriano fino all’Eufrate, raggiungendo i curdi discesi da Hasaqah, quando gli statunitensi daranno l’ordine. Così sperano di tagliare la strada per Dayr al-Zur all’Esercito arabo siriano, inserendovi gruppi armati guidati da statunitensi ed israeliani, e allo stesso tempo spezzare il triangolo che ha consolidato tra Tadaf (città nel nord della Siria, a sud di al-Bab, liberata il 26 febbraio 2017), Palmyra e Dayr al-Zur.
Il fallimento del raid israeliano per via della risposta schiacciante dei siriani, che ha portato il confronto al livello “strategico”, ben al di là delle proiezioni del governo di Benjamin Netanyahu, e la risposta russa al raid, limitano lo spazio di manovra d’Israele, aumentando il livello del confronto e mettendo alla prova le relazioni USA-Russia in una situazione che toglie ogni possibile futuro ruolo d’Israele nello spazio aereo siriano. Poiché gli statunitensi hanno permesso agli israeliani di effettuare il raid, consegnandogli le chiavi dello spazio aereo siriano e consentendogli di volare sulla scia dei loro aerei, dopo aver effettuato un raid sulle posizioni di al-Qaida ad ovest di Aleppo (cioè, si sono presi il permesso di sorvolo sul territorio siriano concesso dai russi agli aerei degli Stati Uniti, grazie al coordinamento istituito per evitare le collisioni in volo). Il risultato è che la manovra USA-Israele, che avrebbe reso un servizio tattico agli israeliani, permettendogli di contare sull’equazione siriana, rischia d’isolarli. Da qui la necessità per i sauditi di salvare la situazione con Jabhat al-Nusra, intensificandone gli attacchi terroristici contro Damasco per evitare che gli israeliani siano tentati di ritirarsi e, soprattutto, convincere gli statunitensi di poter ancora cambiare la situazione completando le azioni del partner israeliano. Pertanto, gli statunitensi dovrebbero dare il tempo alla coppia israelo-saudita di condurre la guerra nel sud della Siria, contro lo Stato siriano e i suoi alleati, lungi da qualsiasi collaborazione con i russi o accordo o disaccordo con i turchi nel nord della Siria. Inoltre, i principali media sauditi e i capi delle delegazioni della presunta opposizione siriana del “Gruppo di Riyadh”, a Ginevra o Astana, non hanno condannato gli attentati terroristici o nascosto che le brigate di al-Nusra e Faylaq al-Rahman ne fossero gli autori. Come non nascondono che il momento scelto per attuarli è volto ad evitare che l’Esercito arabo siriano raccolga i frutti della “guerra dei missili” con gli israeliani.
Gli attori si muovono apertamente. Ora Israele e Siria sono faccia a faccia. Tutti gli altri sono solo tirapiedi!Nasser Kandil è un politico libanese, ex-vicedirettore di Top News-Nasser Kandil e redattore del quotidiano libanese al-Bina.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il cane pazzo degli americani in Siria: Israele

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 20 marzo 2017

Israele ha giocato un ruolo sempre più provocatorio nel conflitto in Siria dal 2011. Per molti osservatori, sembra che la politica d’Israele confini tra aggressività opportunistica ed unilaterale. In realtà, il ruolo d’Israele nel conflitto siriano s’inserisce nei grandi e a lungo termine piani anglo-statunitensi, non solo in Siria, ma nell’intera regione. L’ultimo scontro tra Israele e Siria è stata l’incursione degli aerei da guerra israeliani nello spazio aereo siriano, con attacchi vicino alla città siriana di Palmyra, dove si svolge una battaglia tra forze siriane e l’organizzazione terroristica dell’auto-proclamato “Stato islamico” (SIIL), dove gli attacchi aerei israeliani alle forze siriane, avrebbero facilitato le operazioni dello SIIL nella regione.

Israele è uno Stato sponsor del terrorismo, non un campione contro di esso
Israele è una base operativa di fatto degli interessi anglo-statunitensi, fin dalla creazione nel 20° secolo, perseguendo politiche regionali aggressive agendo intenzionalmente per decenni contro i vicini quale punto di appoggio e leva occidentale in Nord Africa e in Medio Oriente. I conflitti tra Israele e Palestina sono alimentati da una strategia della tensione orchestrata tra la popolazione israeliana manipolata e l’opposizione controllata da Hamas, politicamente sostenuta, armata e finanziata dagli stessi collaboratori regionali di Israele, come Arabia Saudita e Qatar. Quando le operazioni militari per procura iniziarono contro lo Stato siriano nel 2011 sotto la copertura della “primavera araba”, concepita dagli USA, Israele insieme a Giordania e Turchia, giocò un ruolo diretto nel sostenere i terroristi e sabotare Damasco. Mentre la Giordania ha svolto un ruolo più passivo, e la Turchia un ruolo più diretto nel sostenere i terroristi mercenari, Israele ha svolto il ruolo di “provocatore unilaterale”. Mentre le forze della “coalizione” turche, statunitensi ed altre non possono attaccare direttamente le forze siriane, Israele, posando da attore regionale unilaterale, lo fa regolarmente dal 2012. La CNN, nell’articolo, “Aviogetti israeliani colpiscono la Siria; un sito militare vicino a Palmyra sarebbe stato preso di mira”, nota: “Nel novembre 2012, Israele sparò colpi di avvertimento verso la Siria, dopo che un colpo di mortaio colpì una postazione militare israeliana, era la prima volta che Israele sparava alla Siria dalle alture del Golan dalla Guerra del Kippur del 1973. Aviogetti israeliani sorprendono obiettivi in Siria almeno dal 2013, quando ufficiali statunitensi dissero alla CNN che credevano che gli aerei israeliani avevano colpito obiettivi nel territorio siriano”. La CNN segnalava anche: “Gli attacchi israeliani potrebbero spingersi fino alla capitale. Nel 2014, il governo siriano e un gruppo di opposizione disse che un attacco israeliano aveva colpito periferia e aeroporto di Damasco”. E mentre politici e militari israeliani sostengono che la loro aggressività cerca di fermare l’invio di armi alle organizzazioni terroristiche, le organizzazioni che ritengono “terroristiche” sono infatti le uniche forze in Siria che combattono realmente le organizzazioni terroristiche riconosciute a livello internazionale, come al- Qaida, le sue varie filiali, così come lo Stato islamico. Paradossalmente, tali organizzazioni terroristiche esistono al confine d’Israele beneficiando della protezione di fatto da parte delle forze israeliane nelle operazioni militari siriane.

Il ruolo d’Israele come “cane pazzo” degli USA non è un segreto
Il ruolo geopolitico d’Israele come “cane pazzo unilaterale” è una questione della politica degli Stati Uniti dichiarata almeno dal 1980, con specifico riferimento a ripetuti tentativi degli USA di minare e rovesciare lo Stato siriano nell’ambito di obiettivi molto più grandi verso Iran e regione. Un documento del 1983, parte del diluvio di documenti recentemente declassificati e resi pubblici, firmato da un ex-ufficiale della CIA Graham Fuller, intitolato “Imporsi con la forza sulla Siria” (PDF), afferma: “La Siria attualmente blocca gli interessi degli Stati Uniti in Libano e nel Golfo, attraverso la chiusura del gasdotto dell’Iraq minacciando quindi d’internazionalizzare la guerra irachena. Gli Stati Uniti dovrebbero prendere in considerazione decisamente maggiori pressioni su Assad orchestrando minacce militari ed occulte simultaneamente contro la Siria dai tre Stati confinanti ostili: Iraq, Israele e Turchia”. Il rapporto afferma inoltre: “Se Israele dovesse aumentare le tensioni con la Siria in contemporanea con un’iniziativa irachena, le pressioni su Assad degenererebbero rapidamente. Una mossa turca premerebbe psicologicamente ulteriormente”. Nel 2009, il think tank politico aziendal-finanziario degli USA Brookings Institution, pubblicò un lungo articolo intitolato, “Quale percorso per la Persia: opzioni per una nuova strategia statunitense verso l’Iran” (PDF), in cui, ancora una volta, l’utilizzo d’Israele come “aggressore unilaterale” veniva discusso in dettaglio. Naturalmente, un documento politico statunitense che descrive una pianificata aggressione israeliana nell’ambito della cospirazione degli Stati Uniti per attaccare, minare e infine rovesciare lo Stato iraniano, non rivela nulla di “unilaterale” su politica regionale e operazioni militari d’Israele. Nel 2012, Brookings Institution pubblicò un altro articolo intitolato, “Salvare la Siria: valutazione delle opzioni per il cambio di regime” (PDF), che affermava: “Alcune voci a Washington e Gerusalemme si chiedono se Israele contribuirebbe a costringere le élite siriane a rimuovere Asad”.
Il rapporto continua spiegando: “Israele potrebbe schierare forze sulle alture del Golan e, così facendo, distogliere le forze del regime dal reprimere l’opposizione. Questa posizione può evocare paure nel regime di Assad su una guerra su più fronti, in particolare se la Turchia è disposta a fare lo stesso al suo confine e se l’opposizione siriana riceve continuamente armi e addestramento. Tale mobilitazione potrebbe forse convincere i vertici militari della Siria a cacciare Assad per preservarsi”. Ancora una volta, l’uso d’Israele come uno dei vari agenti provocatori regionali nell’ampia cospirazione orchestrata dagli Stati Uniti viene discussa apertamente. Ogni incursione israeliana in Siria, a prescindere da dettagli, reclami e rivendicazione su ogni incursione, va analizzata nel contesto degli interessi degli Stati Uniti e non “israeliani”. E a prescindere dai dettagli di ogni incursione, il fine ultimo è intensificare il conflitto finché la Siria e i suoi alleati reagiscono provocando un conflitto militare diretto molto più grande degli Stati Uniti ed altri che, nel loro asse dell’aggressione, partecipino apertamente.
Va notato che nel documento della Brookings del 2009, “Quale strada per la Persia?“, l’utilizzo degli attacchi israeliani per provocare la risposta iraniana e quindi giustificare l’intervento militare diretto, comprendente dalla campagna aerea contro Teheran all’invasione ed occupazione degli Stati Uniti, erano al centro del documento. E’ chiaro che una politica identica viene ora perseguita contro la Siria. Svelare la vera natura delle incursioni israeliane in Siria e resistere alla tentazione di aggravare ulteriormente il conflitto, è la chiave per confondere i piani degli USA e le provocazioni dei suoi agenti, come Israele e Turchia.Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico di Bangkok , in esclusiva per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Siria abbatte due aerei nemici: Israele nel panico

Alessandro Lattanzio, 18/3/2017

S-200

Il 17 marzo, aviogetti da combattimento israeliani avevano “violato lo spazio aereo siriano nelle prime ore del mattino ed attaccato un obiettivo militare vicino Palmyra, con un atto di aggressione a sostegno dello Stato islamico“. Gli aerei dell’IAF attaccavano obiettivi presso Palmyra, da pochi giorni liberata dal V Corpo dell’Esercito arabo siriano, un’unità addestrata dagli istruttori militari russi.
Il raid aereo, che secondo Tel Aviv era destinato contro un convoglio di Hezbollah, avveniva lontano dal confine con il Libano e dall’impianto SSRC presso Damasco, collegato ad Hezbollah. Il Ministero della Difesa siriano dichiarava che la difesa aerea aveva abbattuto un aereo israeliano sulla Palestina e danneggiato un altro. Invece i media israeliani riferirono che il radar Super Green Pine del sistema d’intercettazione antimissile Hetz (Arrow 2) avrebbe rilevato un missile antiaereo strategico S-200 siriano sui quartieri meridionali di Gerusalemme e la valle del Giordano. Se i resti del missile Hetz venivano rinvenuti ad Irbid, nel nord della Giordania, non veniva rinvenuto alcun resto del presunto missile siriano. Se il radar di allerta precoce del sistema Hetz aveva scambiato i frammenti dell’S-200 per un missile balistico, dove erano quindi finiti?
Le Forze di Difesa Israeliane affermarono che gli aerei israeliani avevano preso di mira “diversi obiettivi in Siria”, lontano dal confine tra Israele, Siria e Giordania, e che “diversi missili antiaerei furono lanciati dalla Siria“; una dichiarazione apparentemente anodina, ma in realtà insolita, in quanto è politica delle IDF non pubblicizzare gli attacchi aerei contro la Siria e il Libano. Le IDF riconoscono solo il bombardamento del territorio siriano al confine con Israele. Inoltre, se l’attacco israeliano avveniva a centinaia di chilomentri dal territorio israeliano, perché lanciarono gli intercettori del sistema Hetz su Gerusalemme? Infatti, gli S-200 non rappresentano una minaccia per il territorio d’Israele. Inoltre, il sistema Hetz non è destinato ad intercettare missili antiaerei, non essendo presenti nella banca dati del sistema “che dovrebbe monitorare automaticamente la traiettoria e prevedere il punto d’impatto del missile, prima di lanciare il missile antibalistico”. Il missile S-200 viene spinto da 5 booster, che una volta staccatisi dal corpo centrale del missile, creano 5 bersagli. Non è mai stato svolto, per il sistema Hetz, un test per affrontare una situazione del genere.
Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate siriane aveva dichiarato che, “aerei da guerra israeliani hanno violato lo spazio aereo siriano alle 2:40 su al-Baraj e si erano diretti ad est, presso Palmyra, per bombardare le installazioni militari siriane. Si annuncia con certezza che i missili del nemico non hanno causato alcun danno sul nostro territorio, non avendo raggiunto i loro obiettivi. Credo che l’aviazione israeliana sia scioccata da velocità, efficienza e accuratezza mostrata dall’Esercito arabo siriano nel proteggere il proprio spazio aereo. Le nostre forze della difesa aerea possono seguire il nemico anche sui cieli giordani e colpirlo in qualsiasi momento sulla Siria“. Il direttore del servizio informazioni dell’Esercito arabo siriano, Colonnello Samir Sulayman, spiegava che la decisione su eventuali nuove azioni dell’Esercito arabo siriano contro gli attacchi israeliani “non possono che essere adottate dal comando militare siriano“. La rapida risposta all’aggressione israeliana, per la prima volta nel conflitto, indica la decisione di Damasco, Teheran e Bayrut di mostrare le proprie capacità militari tutt’altro che degradate anche dopo sei anni di guerra di 4.ta generazione scatenatagli contro dalla NATO. Difatti, Damasco considera Israele stretto alleato dei terroristi in Siria, dato che l’aggressione alla Repubblica Araba Siria avviene sul campo tramite il ramo mediorientale della rete terroristica atlantista StayBehind/Gladio, ovvero Gladio-B. Quindi, Israele, alleato militare della NATO, ovviamente interviene spesso a supporto delle forze terroristiche dell’alleato atlantista. Assad aveva chiarito che a sostenere direttamente i terroristi sono NATO e Israele, “Se si vuole parlare del ruolo europeo in Siria, od occidentale, se guidato dagli statunitensi, l’unico ruolo svolto è sostenere i terroristi. Non supportano alcun processo politico. Ne parlano solo… Israele dall’altro lato sostiene direttamente i terroristi, logisticamente o con incursioni dirette sul nostro esercito”.
Il quotidiano israeliano Haaretz arrivava a scrivere, “Presumibilmente la salva antiaerea siriana è stato un segnale ad Israele che la politica di moderazione verso le incursioni aeree non rimarrà la stessa. I recenti successi del Presidente Bashar Assad, in primo luogo la conquista di Aleppo, hanno apparentemente aumentato la fiducia del dittatore. Israele dovrà decidere se l’esigenza operativa, per contrastare l’invio di armi avanzate ad Hezbollah, giustifichi anche il possibile rischio di abbattere un aviogetto da combattimento israeliano e un conflitto con la Siria. Vi è la domanda interessante se un sistema radar sia stato schierato dal nuovo grande amico d’Israele, la Russia, proprio una settimana dopo che il primo ministro Benjamin Netanyahu era tornato da Mosca, dopo l’ennesima visita al Presidente Vladimir Putin. Si può immaginare che la comunità d’intelligence sarà interessata a sapere se la decisione siriana di rispondere al fuoco sia stata coordinata con i collaboratori e partner di Assad: Russia, Iran e Hezbollah”. Ron Ben-Yishai, esperto militare del quotidiano israeliano Yediot Aharonot, osservava che “missili sono stati utilizzati nella risposta siriana, causando la caduta di uno dei quattro caccia israeliani. Assad sembra avere totale fiducia in sé stesso. Se questa volta ha risposto al raid israeliano è perché ha il sostegno di Putin. E per la prima volta, il regime siriano ha lanciato missili S-200 agli aerei israeliani. L’uso da parte del regime siriano degli S-200 per ritorsione contro Israele, segna un punto di svolta: la presenza russa e iraniana e la vittoria ad Aleppo permettono ad Assad di ricorrere alle armi strategiche contro i nemici e di non avere più paura. Il lancio degli S-200, mentre gli aerei israeliani erano lontani dal territorio siriano, è un avvertimento. Tutto può cambiare nel giro di pochi secondi e un vero e proprio confronto potrebbe avvenire“.
Il delirio di onnipotenza dei sionisti, non li sottrae dal terrore di trovarsi di fronte l’Asse della Resistenza tutt’altro che indebolito, ma in via di rafforzamento e consolidamento; e questo dopo non solo che le varie organizzazioni terroristiche islamo-atlantiste (al-Qaida, Stato islamico/Gladio-B, Esercito libero “siriano”, bande salafite, naqshbandi, di traditori sadamiti, neo-ottomani ed altro pattume) vengono demolite dalle forze armate siriane, irachene, iraniane e della Resistenza, ma anche le organizzazioni terroristico-spionistiche di NATO, Turchia, Israele e petromonarchie associate, con le relative appendici (governo al-Saraj in Libia, Sudan, Eritrea, Giordania), vengono devastate sia sul campo che nell’infosfera, tanto che le alleate multinazionali della disinformazione (CNN, FoxNews, LeMonde, Reuters, ANSA, AFP, AP, ecc.) invocano la repressione dell’informazione, vedendosi costrette a stringere i ranghi con i supporter della loro supposta “libera informazione”, ovvero le intelligence di USA, Regno Unito, Israele e Stati-vassallo della NATO e relative appendici “mondane”, come ONG (quali i Caschi Bianchi o Emergency), massmedia pseudo-indipendenti (un’infinità), organizzazioni filo-taqfirite (come la sinistra italiana, dal sindaco Sala ai centri sociali), financo ad autori, attori, registi, soubrette, boldrine, chiese di finti oppositori al sistema, ed altri spacciatori.
Il 2016 è stata una tale debacle per questa frazione elitaria dell’occidente, che oramai, preda del terrore e agendo come una scimmia armata di pistola, circola sparando a tutto ciò che non si conforma al bel mondo virtuale che si è fabbricato con solerzia fin dal 1989.

Schieramento dei 5 siti per i missili antiaerei S-200 in Siria.

Fonte:
Defense News
Defense and Strategy
FARS
ParsToday
Russia Insider
Russia Insider
SANA
Sputnik

Colloqui segreti tra Siria, Israele e Giordania?

Pars Today, 30 novembre 2016

130632-004-09a31303Fonti vicine ai servizi segreti israeliani affermano che colloqui segreti avrebbero avuto luogo tra Siria, Israele e Giordania per “garantire i confini meridionali della Siria“. Citando fonti russe e statunitensi, un rapporto cita l’accordo tra tre parti “sul ritorno alla situazione prima del marzo 2011 sulle frontiere tre Siria, Giordania e Israele, soprattutto sul Golan”. Infatti nel marzo 2011 scoppiò la crisi siriana. Il rapporto continua: “Inoltre i rappresentanti, siriani, giordani, israeliani, russi, statunitensi e degli Emirati Arabi Uniti hanno partecipato ai colloqui, L’accordo tripartito prevede, se concluso, il ritorno delle forze multinazionali delle Nazioni Unite sul Golan occupato, responsabili della prevenzione di un qualsiasi confronto nella zona. L’accordo prevede anche, come in passato, la gestione della sicurezza da parte della Siria delle Alture del Golan occupate. La forza multinazionale che dovrà ritornare nel Golan sarà formata da 1000 soldati e 70 osservatori. Ci sarebbe anche una zona smilitarizzata al confine, prevista nel 1974 con l’accordo di cessazione delle ostilità tra Israele e Siria“. “La zona demilitarizzata si estende per 80 chilometri dal Jabal al-Shayq al confine tra Giordania, Siria e Israele, secondo il rapporto che osserva che l’accordo sarebbe conseguenza della vittoria di Trump, avendo insistito per tutta la campagna elettorale a porre fine alla crisi in Siria, convincendo Assad, che aveva detto in un’intervista del 16 novembre di essere pronto ad allearsi con Trump per finirla con lo Stato islamico“.
Quali sono i segnali di questi colloqui? Se hanno avuto luogo, dimostrano una cosa: Israele ha ceduto obiettivi ed interessi che cercava di raggiungere nella Siria meridionale tramite i terroristi di al-Nusra e SIIL. Nessuno può dimenticare infatti la logistica fornita da Israele ai terroristi e l’aiuto a centinaia di loro evacuati e curati negli ospedali israeliani. Che Israele accetti di discutere con la Siria, pochi mesi dopo la riunione assai pubblicizzata di Netanyahu e del suo gabinetto sul Golan occupato, è un’amara confessione del regime israeliano, che vede i suoi cinque anni di tentavi abbandonati miseramente. I terroristi taqfiri di cui Israele ora sembra volersi sbarazzare (se si crede ai rapporti che Israele avrebbe bombardato le posizione del SIIL nel Golan), non hanno potuto regalargli l’ambito Golan. La vera paura d’Israele è vedere Hezbollah, alleato di Damasco, definitivamente alle porte di Israele, sulle strategiche alture del Golan. I colloqui segreti, se veri, indicano che Israele ha abbandonato il Golan e scelto il ritorno allo status quo ante…alture-golan-israelTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Shimon Peres rubò la bomba atomica

Richard Silverstein, Mondialisation.ca, 23 settembre 2016f130212mmgpo02Shimon Peres, l’ex-presidente d’Israele, subì un “infarto” qualche giorno fa, rimanendo ricoverato in ospedale in gravi condizioni (fino al decesso, il 28 settembre. NdT). È tempo di fare il punto su questa figura importante fin dalla proclamazione dell’indipendenza di Israele. Nessun altro politico israeliano, senza dubbio, ha avuto tale longevità. Peres muore mentre Israele [1] piange uno dei “padri fondatori” dello Stato, per settantanni ininterrotti al suo servizio. Il coro di lodi sarà assordante. Le TV di certo trasmetteranno documentari con al fianco il mentore David Ben Gurion, dettagliando a volontà le gesta di questi grandi. Ma come spesso accade, la verità è altrove. Peres iniziò la carriera come galoppino di Ben-Gurion, tenace ed inventivo. Ciò che voleva il capo, trovava sempre modo di realizzarlo. Infine divenne il suo capo “faccendiere”, di cui si fidava nel risolvere problemi di ogni genere. Così il compito enorme di dare l’arma nucleare ad Israele ricadde su di lui. Non fu un compito facile, e richiese enormi perseveranza, determinazione, inventiva e anche la decisa propensione al furto. Peres fu più che all’altezza del compito. Fin dal primo minuto dalla fondazione dello Stato d’Israele, Ben-Gurion aspirava alle armi nucleari, che vedeva come strumento del giudizio, l’asso che avrebbe preso quando tutte le carte gli erano contro. Mentre la posizione strategica d’Israele era piuttosto solida, Ben Gurion non si stancava mai di dire il contrario. Un episodio spesso citato era mentre contemplava muto la mappa del Medio Oriente appesa in ufficio, esclamava a chi gli stava vicino che, “non aveva chiuso occhio durante la notte a causa di questa carta“. Perché, diceva, “cos’è Israele? Una macchiolina solitaria. Come poteva sopravvivere nella vastità del mondo arabo?

Shimon Peres nel 1968: Crediamo che Israele non dovrebbe introdurre armi nucleari in Medio Oriente
peres-and-sharon-005Nel suo piccolo libro critico Israele, anno 20, pubblicato subito dopo la “guerra dei sei giorni” del giugno 1967 (Marabout Université n° 144, p. 288), Claude Renglet pubblicò un’intervista con Shimon Peres (scritto Peress) che, svolgendo un ruolo fondamentale nel dotare Israele di armi nucleari, diceva il contrario:
Se la pace non si avrà in Medio Oriente, Israele dovrà essere vigile. Pensa che l’esercito israeliano, che dovrà rafforzarsi ulteriormente e sempre, debba dotarsi di armi nucleari?
Israele deve essere capace di produrre le proprie armi. Siamo stati sottoposti ad embargo nel 1948, 1956 e 1967, questo ci porta a pensare, ma non pensiamo, che Israele dovrebbe introdurre le armi nucleari in Medio Oriente”.
E sui rapporti con la Francia:
Israele deve diventare un Paese come la Svezia, cioè capace di produrre tutte le armi. Per quanto riguarda l’embargo francese, non penso che sia mantenuto senza compromessi. Siamo in polemica con la Francia, ma il divorzio non è stato pronunciato”.
Fu almeno un eufemismo. Mentre il Generale de Gaulle, con parole precise, stigmatizzò le “ambizioni ardenti e di conquista” nutrite dagli “ebrei, fino ad oggi dispersi ma rimasti ciò che furono sempre, ciò che si chiama popolo d’élite, sicuro di sé e prepotente”, alcuni nell’apparato statale e militare francese erano impegnati inconsapevolmente ad incoraggiarle con tutti i mezzi.
Maggiori dettagli sull’intervista sul nucleare militare d’Israele in questo libro.
Ciò faceva parte della strategia israeliana di presentarsi da vittima eterna, la parte vulnerabile in qualsiasi conflitto, bisognosa di sostegno morale e militare per evitare di essere distrutta. E che importanza aveva se niente di tutto questo era vero, se dopo la distruzione degli ebrei europei da parte dei nazisti, il mondo non correva il minimo rischio che qualcosa di simile si ripetesse. Così Israele divenne dal 1948, agli occhi di gran parte del mondo, il “piccolo Davide” contro il “Golia arabo”. Tuttavia, la convinzione più comune è che le sue ADM siano volte a proteggere Israele dalla distruzione imminente se subisse una sconfitta catastrofica, teoria falsa, nell’insieme e in dettaglio. Infatti, in alcun momento Israele subì tale minaccia. Israele ha sempre avuto la superiorità militare sui nemici in ogni scontro che ne caratterizzò la storia nel 1948-1967 (e successivamente). Il vero scopo di Ben Gurion nel volere le armi nucleari era politico. Voleva assicurarsi che Israele non fosse mai costretto ad impegnarsi in un negoziato che gli avrebbe fatto perdere le conquiste territoriali con la forza delle armi. Voleva un’arma da far pendere sulla teste dei nemici, garantendosi di non dover mai rinunciare a tutto ciò che apparteneva, ai suoi occhi, ad Israele. Così la bomba nucleare israeliana fu lo strumento per virtualmente respingere qualsiasi iniziativa di pace proposta dal 1967.
I capi israeliani sapevano che gli Stati Uniti avrebbero scommesso sul fatto che non avrebbero usato le armi di distruzione di massa (ADM), se necessario. Pertanto, il successivo presidente degli Stati Uniti ebbe già una mano legata dietro la schiena nel negoziare. Il poker dove i giocatori che hanno l’asso di picche in tasca e tutti gli altri lo sanno, non è più un gioco, no?

Gli oppositori israeliani alla bomba
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Sarebbe sbagliato credere che tale visione strategica di Ben-Gurion e Peres venisse idolatrata dai contemporanei. Non lo fu. L’opposizione in Israele alla “bomba israeliana” era forte, e superava i confini di partito. Tra i contrari, il futuro primo ministro Levi Eshkol, Pinchas Sapir, Yigal Alon, Golda Meir, e il capo dello sviluppo delle armi israeliane Yisrael Galili. Anche il capo dell’esercito israeliano, Chaim Leskov, si oppose alla bomba. Il professor Yeshayahu Leibowitz, fedele al suo stile profetico, creò una ONG che chiedeva di fare del Medio Oriente una zona denuclearizzata (si chiamava “Comitato pubblico di smilitarizzare del Medio Oriente dalle armi nucleari”), e fu probabilmente il primo appello del genere al mondo. E in un certo senso, sbagliò: disse che la costruzione di un reattore nucleare da parte di Israele averebbe incitato i nemici a bombardarlo. In futuro, grazie a Lebowitz, il reattore di Dimona sarebbe stato chiamato “la follia di Shimon”. I mezzi sconsiderati con cui Peres cercò di raggiungere l’obiettivo era stupefacente. Sfruttò il senso di colpa tedesco per finanziare il programma e reclutò Arnon Milchan quale agente illegale per organizzare il furto di uranio altamente arricchito in un deposito degli Stati Uniti. Peres negoziò con la Francia un accordo per costruire il complesso di Dimona che ad oggi produce il plutonio necessario per l’arsenale israeliano di armi di distruzione di massa. Il direttore generale del ministero della Difesa spesso si recava in Francia, costruendo e mantenendo una rete politica negli ambienti di governo, per stipulare tutti gli accordi necessari per la costruzione dell’impianto di Dimona. Un giorno si recò a Parigi per firmare l’accordo definitivo, e il governo francese, in un momento in cui l’instabilità politica continuava in Francia, fu messo in minoranza in Parlamento. Ben Gurion pensò in quel momento che tutti gli sforzi fatti da Peres fossero stati vani. Ma si rifiutò di cedere ed andò dal primo ministro dimissionario francese (Maurice Bourges, primo ministro dal 12 giugno al 30 settembre 1957) e suggerì di firmare l’accordo retrodatandolo per fa finta che fosse stato concluso prima delle dimissioni del governo. Il capo francese accettò. Così la bomba israeliana fu salvata da un bluff e da documenti falsi. Quando qualcuno chiese a Peres come ebbe il coraggio di uscirsene con tale trucco, rispose “che sono 24 ore tra amici?“. Peres ricorse anche al furto. Infatti, se Israele aspettava di poter produrre l’uranio altamente arricchito necessario per sviluppare l’arma nucleare, sarebbero passati anni. Se riusciva invece a procurarsi l’uranio attraverso altri canali, avrebbe notevolmente accelerare il processo. Così Peres reclutò Arnon Milchan, in seguito divenuto produttore di Hollywood, perché rubasse diverse centinaia di chilogrammi di materiale nucleare in un deposito in Pennsylvania con la complicità di funzionari statunitensi, degli ebrei filo-israeliani reclutati per l’occasione.
Roger Mattson ha recentemente pubblicato un libro intitolato “Il furto della bomba atomica: come occultamento e inganno armarono Israele” [2]. Questo articolo riassume le sue scoperte, tra cui un gruppo di scienziati ed ingegneri ebrei statunitensi che fondarono la società che probabilmente sottrasse e trasferì clandestinamente in Israele materiale nucleare sufficiente per produrre sei bombe atomiche. Diversi capi di tale azienda divennero dignitari della “Zionist Organization of America”. Uno dei fondatori della società combatté nell’Haganah nella guerra del 1948, ed era un protetto del futuro capo dei servizi segreti israeliani Meir Amit. Importanti personalità dell’intelligence degli Stati Uniti suggerirono che l’azienda fosse stata creata dai servizi segreti israeliani per rubare materiali e competenze tecnologiche negli Stati Uniti, a favore del programma israeliano per sviluppare armi atomiche. Tutto ciò significa che i capi delle principali organizzazioni della lobby pro-Israele aiutarono e incoraggiarono un’enorme falla nella sicurezza nazionale degli Stati Uniti per concedere ad Israele la bomba nucleare. Se siete tra coloro che di solito difendono i Israele, ciò forse vi rende degli eroi? Se è così. ricordatevi che Julius ed Ethel Rosenberg furono condannati a morte e giustiziati nel 1956 per aver causato assai meno danni al programma nucleare degli Stati Uniti.

Leonardo DiCaprio, Arnon Milchan e Steven Spielberg

Leonardo DiCaprio, Arnon Milchan e Steven Spielberg

Il programma segreto di finanziamento della lobby israeliana
israels-nuclear-reactor-a-006Il programma per le armi di distruzione di massa era straordinariamente costoso. Il giovane Stato affrontava notevoli spese ospitando e sfamando milioni di immigrati, e di conseguenza non aveva i soldi per la bomba. Peres quindi si rivolse ai ricchi ebrei della diaspora, come Abe Feinberg, per i finanziamenti illegali. Feinberg fu la punta di diamante della campagna che permise di raccogliere 40 milioni (oggi pari a 260 milioni) di dollari e sfruttò i legami nel Partito democratico per garantirsi che il presidente Johnson rispettasse “il diritto d’Israele a non firmare il trattato di non proliferazione nucleare“. Il notiziario web israeliano Walla descrisse il geniale stratagemma inventato da Ben Gurion e Peres per aver il supporto della Francia negli sforzi per le armi nucleari. Iniziarono nel 1956 con un incontro segreto in una villa presso Parigi cui partecipavano un alto funzionario inglese e rappresentanti francesi. L’obiettivo di francesi e inglesi era in linea con quello degli israeliani, ma non del tutto. Francia e Gran Bretagna volevano vendicarsi del leader egiziano Gamal Abdel Nasser per aver osato la nazionalizzazione del canale di Suez e proposto di aiutare la resistenza algerina. Idearono un piano per attaccare Nasser e sottrarre le risorse strategiche dell’Egitto. Israele aderì con entusiasmo al complotto, ma con un proprio obiettivo, avere sostegno e assistenza dalle potenze europee sul programma nucleare. Dopo aver avuto il via libera da Ben Gurion, Peres contattò gli omologhi francesi annunciando che Israele aveva accettato di unirsi a ciò che divenne nota come “operazione Kadesh”, ma sostenne che Israele correva un pericolo maggiore in questa avventura che non Francia o Gran Bretagna: in caso di sconfitta, l’esistenza ne sarebbe stata minacciata. Perciò aveva assolutamente bisogno di armi strategiche, per impedire qualsiasi rischio di annientamento. Continuando i negoziati, i francesi dissero agli israeliani che gli era vietato dal trattato internazionale vendere uranio. Peres superò le difficoltà trovando una di quelle soluzioni brillanti e astute, tipiche della sua personalità: “Non vogliamo che ci vendiate l’uranio, prestatecelo“, disse. “E ve lo restituiremo una volta che la missione sarà compiuta“. Iniziò così lo sforzo per avere la bomba nucleare israeliana. Il reattore fu completato nel 1960 e nel 1967 Israele ebbe la prima bomba nucleare, rudimentale ma che poteva essere utilizzata in caso di sconfitta nella “guerra dei sei giorni”. Per qualche strana ragione, la censura militare obiettò al sito Walla il bluff di Peres sulla data falsa siglata per l’accordo franco-israeliano (come se si trattasse di un atto del governo ancora maggioritario nell’Assemblea nazionale, a cui nessuno in ogni caso chiese il parere). Nella versione censurata non c’è alcun riferimento. Non si trova più la storia della “proposta” di Peres a che la Francia “prestasse” l’uranio ad Israele, permettendo di aggirare gli obblighi internazionali ai francesi, poiché la vendita di uranio era illegale. La mia sensazione è che, data la scomparsa del vecchio, si preferiva che la questione non ne offuscasse la reputazione più del necessario, ponendo la domanda: perché il censore dà priorità a preservare la reputazione di un politico israeliano piuttosto che a proteggere la sicurezza dello Stato, che dovrebbe essere suo compito?dimna_g[1] O almeno della popolazione ebraica. Per i palestinesi in Israele è molto meno certo.
[2] Stealing the Atom Bomb: How Denial and Deception Armed Israel, Create Space Independent Publishing Platform, Febbraio 2015 – ISBN 978151508391 – euro 14

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora