False Flag per cancellare i legami tra Erdogan e terroristi

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation 14/01/2016

12311077E’ il modo con cui il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha reagito all’attentato mortale a Istanbul, questa settimana, che suscita sospetti. Sospetti che ci sia molto più del semplice attentato terroristico islamista contro civili inermi. Per dirla senza mezzi termini: ad Erdogan era “necessaria” tale atrocità per cancellare le prove crescenti della collusione del suo regime col terrorismo e la stessa rete terroristica islamista sospettata dell’attentato a Istanbul. Tra sangue e carneficina, il suo regime ha rapidamente cercato di presentarsi internazionalmente come ulteriore vittima del barbaro terrorismo e combattente senza paura contro la rete terroristica dello Stato islamico. La Turchia era un po’ troppo imbarazzata, avvolgendosi nella bandiera emotiva della Francia dopo gli attacchi terroristici di Parigi di novembre. L’americano della Casa Bianca e il capo delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon se ne sono usciti con condanne degli “spregevoli” omicidi ad Istanbul promettendo solidarietà allo Stato turco contro il terrorismo. Erdogan e il suo primo ministro Ahmet Davutoglu hanno risposto immediatamente, separatamente ma con lo stesso discorso, sostenendo che l’atrocità era la prova che la Turchia è in “prima linea nella lotta al terrorismo”. “Nessuno dovrebbe dubitare della nostra determinazione a sconfiggere i terroristi dello Stato islamico”, ha detto ai giornalisti Erdogan. Le sue gravi e dure dichiarazioni antiterrorismo furono riprese da Davutoglu. Tuttavia, come William Shakespeare disse: “Tu protesti troppo!”, cioè la retorica artificiosa suggerisce scopi reconditi. Il governo di Erdogan ha reagito con sospetta puntualità all’attentato nel quartiere storico d’Istanbul che aveva ucciso almeno 10 turisti tedeschi. Poche ore dopo l’attentato, le autorità turche definivano il kamikaze come un 28enne siriano nato in Arabia Saudita. Il governo turco ha detto che era un membro del gruppo terroristico dello Stato Islamico (IS). Ma anche diverse ore più tardi, alcun gruppo aveva rivendicato l’attentato. Ciò solleva domande su chi l’abbia effettuato. Sicuramente lo SIIL sarebbe molto felice di assumersene la paternità, con titoli internazionali, come fa di solito con tali atrocità? Perché il gruppo sembra non saperne nulla immediatamente dopo? Se fosse stato un vero attentato terroristico contro i servizi di sicurezza dello Stato turco, come mai le autorità turche furono così rapide nell’identificare il presunto attentatore suicida? In un “normale” attentato, le autorità sarebbero state colte alla sprovvista e avrebbero impiegato diversi giorni prima di capire chi fosse stato a compierlo. Non in questo caso. Il governo Erdogan ha scoperto immediatamente non solo il presunto gruppo responsabile (SIIL), ma anche il presunto autore. Una abbastanza sorprendente efficienza inquisitoria, se si accetta alla lettera la versione ufficiale. In ogni caso, l’accettazione della versione del governo Erdogan sarebbe anche estremamente ingenua. L’intelligence militare turca, MIT, s’è già dimostrata in molti casi precedenti, collegata intimamente ai gruppi terroristici islamici in guerra con la Siria.
Può Dundar, redattore di Cumhuriyet, subire l’ergastolo perché il suo giornale denunciò le armi inviate dal MIT ai gruppi terroristici in Siria. Il deputato turco Eren Erdem all’inizio di quest’anno fece delle affermazioni credibili sul governo Erdogan che avrebbe insabbiato l’indagine sulla fornitura di armi chimiche ai terroristi dello Stato islamico da parte del MIT; le armi chimiche probabilmente furono utilizzate per la strage di cittadini siriani nel sobborgo di Damasco del Ghuta orientale, nell’agosto 2013. La ricognizione aerea russa negli ultimi mesi ha dimostrato in maniera inconfutabile le dimensioni industriali del contrabbando di petrolio dei terroristi dello SIIL verso la Turchia, con collegamenti credibili del racket che arrivano allo Stato turco, e in particolare alle imprese della famiglia Erdogan. Anche i precedenti attentati contro cittadini turchi in Turchia coinvolsero le operazioni sporche del regime Erdogan. Quando più di 100 sostenitori dei diritti curdi furono uccisi in un attentato a una manifestazione pacifica ad Ankara, lo scorso ottobre, gruppi curdi accusarono gli agenti turchi di aver compiuto di nascosto la strage. Affermazioni simili sul terrorismo di Stato contro i gruppi politici curdi furono fatte dopo gli attentati mortali di Suruc e Diyarbakir, l’anno scorso. Un attentato mortale nella città di confine turca Reyhanli, nel maggio 2013, che uccise più di 40 presone, fu nuovamente attribuito ad agenti turchi che cercavano d’incolparne il governo siriano, nel tentativo di escogitare un casus belli per l’invasione militare turca della Siria. Il premier turco Ahmet Davutoglu fu scoperto, nei nastri audio trapelati, a parlare di tali false flag del regime in incontri privati con quadri del partito. Nelle ultime settimane le autorità turche hanno fatto affermazioni altisonanti di come avevano sventato complotti terroristici nel Paese, sostenendo di aver fermato attentatori suicidi dello SIIL. È impossibile verificare queste affermazioni ufficiali perché il regime di Erdogan ha imposto un grave giro di vite sui giornalisti indipendenti. Ma un modo ragionevole di valutare le dichiarazioni ufficiali è che le autorità turche abbiano preparato l’attentato, come sembra sia accaduto questa settimana con l’attentato di Istanbul. E la reazione rapida del governo di Erdogan abilmente intensifica le affermazioni di essere vittima del terrorismo dello SIIL e, quindi, avere rapidamente simpatia e appoggio da Casa Bianca e Nazioni Unite.
La tempistica è importante per una corretta comprensione. Erdogan, Davutoglu e il partito Giustizia e Sviluppo sono stati denunciati negli ultimi mesi dall’intervento militare della Russia in Siria come stretti sostenitori del terrorismo in Siria. I media occidentali hanno trattato le rivelazioni con indifferenza istupidita. Tuttavia, le rivelazioni sono un atto d’accusa sconvolgente sull’illegalità dello Stato turco, membro della NATO e aspirante membro dell’Unione europea. Il regime Erdogan è diventato sinonimo di terrorismo di Stato, contrabbando di armi in Siria, e in particolare di collusioni con gruppi terroristici islamici come lo SIIL. (L’Arabia Saudita viene anch’essa denunciata come Stato canaglia). Cosa c’è di meglio allora, dal punto di vista di Erdogan, che un’atrocità dello SIIL a Istanbul, uccidendo turisti stranieri in modo che il suo regime avanzi successivamente la pretesa di essere “nemico dello SIIL” e di “difendersi dal terrorismo”. Tuttavia, secondo uno scenario alternativo, e più realistico: il regime Erdogan conosceva l’identità del terrorista perché coopera con essi; e le autorità turche permisero l’attentato per proprie ragioni politiche egoistiche, dopo la scottatura della reputazione internazionale macchiata, ed essere quindi vista come “vittima del terrorismo”.1030968193La ripubblicazione è accolta in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “Coalizione antiterrorismo” saudita è una facciata per nascondere altro terrorismo

Tony Cartalucci LD 30 dicembre 2015

30-riyadh-afpL’appena annunciata coalizione “antiterrorismo” saudita è stata accolta con grande scetticismo. Questo non per i soli dubbi sulla sincerità dell’Arabia Saudita, ma dal fatto che gran parte del terrorismo, che la “coalizione” dovrebbe combattere, è una creazione intenzionale della politica estera saudita. L’articolo della CNN, “le nazioni musulmane creano la coalizione per la lotta al terrorismo, definiscono l’estremismo islamico ‘malattia’“, afferma: “Chiamando l’estremismo islamico malattia, l’Arabia Saudita ha annunciato la formazione di una coalizione di 34 nazioni in gran parte musulmane, per combattere il terrorismo. L’annuncio arriva come avvertimento al mondo islamico sulla lotta a tale malattia, ad essere partner nel gruppo di Paesi che lotta contro tale malattia”, ha detto il viceprincipe ereditario e ministro della Difesa saudita Mohamad bin Salman. Alla domanda se la nuova coalizione potrebbe includere forze di terra, il capo della diplomazia saudita ha detto ai giornalisti a Parigi che “nulla è escluso“”. In realtà, decenni di prove documentate rivelano che i sauditi sono il canale principale con cui contanti, armi, supporto e direttive occidentali arrivano agli eserciti di mercenari estremisti indottrinati dal wahabismo saudita, perversione a sfondo politico dell’Islam, e attivati dalle ambizioni geopolitiche occidentali-saudite su Medio Oriente e Nord Africa (MENA) e altrove. Infatti, per decenni si può vedere la relazione diretta tra crescente impotenza delle forze convenzionali occidentali e incapacità di proiettare potenza sul pianeta, e ascesa delle forze terroristiche non convenzionali che arrivano in regioni altrimenti inaccessibili, al loro posto. Non c’è altro che finta ignoranza e sorpresa dell’occidente nel spiegare perché, dopo un anno di presunta lotta al cosiddetto “Stato islamico” (SIIS, SIIL o Daash) in Siria, gli Stati Uniti abbiano fatto pochi progressi, e solo dopo il recente intervento della Russia, l’esistenza dell’organizzazione terroristica sia in pericolo. L’ascesa dello SIIL è dovuta alle macchinazioni premeditate dell’occidente e dei partner regionali. Un rapporto redatto nel 2012 dalla Defence Intelligence Agency (DIA) ammette: “Se la situazione si dipana vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o no nella parte orientale della Siria (Hasaqa e Dair al-Zur), e questo è esattamente ciò che le potenze che sostengono l’opposizione vogliono, isolando il regime siriano considerato profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)”. Chiarendo che tali “potenze in aiuto” volevano creare un “principato” (Stato) “salafita” (islamico), il rapporto della DIA spiega: “occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”. Il rapporto della DIA chiarisce che la “coalizione” dell’Arabia Saudita è la fonte del terrorismo, non la soluzione, e che esiste già una coalizione sinceramente impegnata a sterminare il flagello dell’estremismo nella regione MENA, Russia, Cina, Iran e naturalmente la stessa Siria.

Una facciata per nascondere il terrorismo continuo
Probabilmente ciò che l’Arabia Saudita fa, è tentare di riavviare una narrazione che, ultimamente, sempre più l’implica, con molti membri della sua “coalizione”, nell’origine stessa del terrorismo globale. Inoltre, l’Arabia Saudita è sempre più coinvolta direttamente nelle operazioni militari all’estero. Le sue forze combattono nel vicino Yemen, e con i vicini del Golfo Persico combattono segretamente e in modo semi-occulto nelle operazioni dalla Libia alla Siria. La creazione di una “coalizione” per combattere il “terrorismo” darebbe ai sauditi un altro stratagemma retorico per nasconderne il ruolo, sempre più diretto, nel sostenere militarmente i terroristi che hanno schierato e che ora sono confitti in tutta la regione MENA. Proprio come gli Stati Uniti hanno fatto in Siria, utilizzando lo SIIL come pretesto per impegnarsi direttamente e militarmente nel conflitto siriano senza mai combattere lo SIIL, l’Arabia Saudita cerca di darsi una copertura plausibile per fare lo stesso. Chi è veramente interessato a sconfiggere il terrorismo globale, riconosce gli sponsor del terrorismo e li esclude categoricamente dalla soluzione del problema fin quando non ne saranno più i primi responsabili. L’annuncio dell’Arabia Saudita è stata accolto con scetticismo, perfino ridicolizzato per tale motivo. Inoltre, per sconfiggere il terrorismo globalmente, coloro veramente interessati ad investire in tale battaglia dovranno farlo con chi dimostra sincero desiderio di sradicare tale flagello. Grazie alla DIA per l’elenco delle nazioni che guidano la lotta.ISIS-presence-in-Saudi-Arabia-Feasible-or-notTony Cartalucci, ricercatore geopolitico e scrittore di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Erdogan: tragedia e farsa

F. William Engdahl, New Eastern Outlook 31.12.2015Ukrainian President Poroshenko shakes hands with Turkey's President Erdogan after a signing ceremony in KievDal 1853 al 1856 il sultano ottomano, incitato da Gran Bretagna e Francia di Napoleone III, entrò in uno dei conflitti più assurdi della storia moderna, la guerra di Crimea. Forse il risultato più duraturo della ridicola guerra combattuta Crimea fu la battuta spesso citata della carica della brigata leggera di Lord Tennyson: “Non ne avevano motivo, non dovevano che farlo e morire… nella carica dei seicento nella Valle della Morte“. Descrivendo in modo appropriato l’escalation del conflitto in corso, istigato dall’aspirante nuovo sultano della Turchia, Recep Erdogan, che provoca ancora e ancora la Russia. Solo come parafrasi della famosa battuta di Karl Marx descrivente la Francia di Napoleone III, “La storia si ripete prima come tragedia, poi come farsa“. La terza volta riguarda Erdogan, non come Napoleone III, ma come Monty Python e il Sacro Graal. La citazione fu originariamente utilizzata da Marx per descrivere il regime assurdo di Napoleone III, nipote eccessivamente romantico di Napoleone I, che fece un colpo di Stato, imponendo una dittatura in Francia e, insieme agli intriganti inglesi, istigò il sultano ottomano Abdulmecid a entrare in guerra con la Russia sulla Crimea. La guerra di Crimea del 1853 è passata alla storia come una delle guerre più assurde dei tempi moderni, anche se naturalmente ogni guerra è assurda. E ora Erdogan sembra intenzionato a un remake, con una guerra da “B-movie” di Hollywood sulla Crimea russa del Mar Nero.

Erdogan incontra i tartari
Come se non fosse abbastanza spacciarsi da macho abbattendo un jet da combattimento russo Su-24 nello spazio aereo siriano, atto di guerra di un Paese della NATO, uccidendone il pilota con i terroristi turchi dei Lupi grigi, in violazione ad ogni precetto civile, la testa calda Erdogan cerca apertamente il conflitto nella regione russa della Crimea. Secondo notizie da media ufficiali turchi, agenzia ucraina QHA e da Sputnik News, il 19 dicembre il presidente turco Recep Erdogan incontrava due organizzatori del blocco alimentare ed elettrico contro i cittadini della Crimea russa. L’agenzia turca Anadolu riferiva che Erdogan aveva incontrato personalmente in un hotel di Konya Mustafa Abdulcemil Qirimoglu e Rifat Chubarov, principali organizzatori del cosiddetto ‘blocco su cibo ed energia elettrica’ della Crimea. Dzhemilev è un deputato di Kiev e capo del Movimento Mejlis che sostiene di rappresentare la minoranza musulmana tartara di Crimea. QHA riferiva che Rifat Chubarov e politici ucraini s’incontrarono con il primo ministro turco Ahmet Davutoglu, braccio destro di Erdogan. Secondo QHA, “parlarono di un’emergente “partnership strategica” tra Turchia e Ucraina, prospettive per una zona di libero scambio, del “blocco civile della Crimea” e “della formazione di un’unità militare nella regione di Kherson“. In precedenza, il 4 agosto 2015, Erdogan aveva incontrato Mustafa Abdulcemil Qirimoglu e Rifat Chubarov, quando Ankara ospitò il secondo congresso mondiale del tatari di Crimea, l’organizzazione anti-russa dei tatari in esilio, i cui membri vivono soprattutto in Turchia. Erdogan disse ai capi dei terroristi tartari che la Turchia non riconoscerà mai l’annessione russa della Crimea. Erdogan incontrò il capo terrorista musulmano tartaro di Crimea Mustafa Abdulcemil Qirimoglu a Konya, a fine dicembre. Andrej Manojlo, esperto di “rivoluzioni colorate” per il cambio di regime della CIA, e membro del Consiglio di sicurezza russo, ha detto a Svobodnaja Pressa che i tartari di Crimea di Dzhemilev sono “strettamente collegati all’intelligence turca… che gli fornisce finanziamenti significativi per le provocazioni. Il cosiddetto Mejlis del popolo tartaro di Crimea… nato da un gruppo politico come forza diversiva che opera agli ordini dei servizi segreti turchi“. Questo punto di vista è stato anche sottolineato in una recente intervista a Radio Sputnik da Andranik Migranjan, professore dell’Istituto di Relazioni Internazionali dell’Università Statale di Mosca. Migranjan dichiarava che, “alcuni capi dei tartari della Crimea, incluso Mustafa Abdulcemil Qirimoglu, hanno a lungo vissuto coi soldi turchi. Sono sostenuti da varie organizzazioni turche, compresi i servizi d’intelligence ed organizzazioni nazionaliste. Non è un segreto che sulle mappe dei nazionalisti turchi, la Crimea appare parte del nuovo impero turco, con l’idea che col tempo farà parte di un unico Stato turco”.

Spedire Lupi grigi…
Ora si riferisce che Erdogan invia i terroristi ultra-nazionalisti turchi Lupi grigi in Ucraina per collaborare coi terroristi musulmani tartari filo-Ankara di Dzhemilev in Crimea. Ai primi di dicembre, dopo l’abbattimento turco dell’aviogetto russo Su-24 in Siria, Lenur Isljamov, nazionalista tartaro e uno dei principali organizzatori del blocco alla Crimea su cibo ed energia, postava una sua foto con dei Lupi Grigi, ‘braccio armato’ del Partito del Movimento Nazionalista della Turchia di estrema-destra, sulla sua pagina Facebook, scrivendo come didascalia, “patrioti turchi del Bozkurtkar Turk ulkuculeri, conosciuti semplicemente come Lupi grigi, ci visitano presso il blocco. L’anello del blocco si stringe!” Alparslan Celik, il cosiddetto ‘capo turcomanno’ che si vantava di aver ucciso il pilota del Su-24 russo abbattuto sulla Siria dall’aviazione turca, è un membro dei Lupi grigi che combattono al fianco dello SIIL in Siria contro le forze di Assad. I Lupi grigi furono fondati alla fine degli anni ’60 come ala giovanile del Partito del movimento nazionalista. Il loro obiettivo è unire tutti i popoli turchi in uno Stato, il cosiddetto Grande Turan, anche se le origini etniche del Turan è contestata, alcuni sostenendo che ha origine persiana. Il fondatore dei Lupi grigi e del Partito del movimento nazionalista, il colonnello Alparslan Turkes, era un ammiratore dichiarato di Adolf Hitler e dei nazisti. Fu anche il fondatore, insieme alla CIA, della rete di sabotaggio anticomunista della Gladio turca, durante la Guerra Fredda. I suoi Lupi grigi continuano a uccidere migliaia di curdi turchi e Mehmet Ali Agca, la persona che nel 1981 ferì Papa Giovanni Paolo II, era membro dei Lupi grigi. Oggi, i Lupi grigi collaborano con la rete terrorista nel territorio autonomo cinese del Xinjiang, considerata parte del ‘Grande Turan’ secondo l’idea di unico Stato di tutti i turchi. Da lì reclutano giovani musulmani uiguri, prima di arrivare ad Istanbul per studiare, e quindi addestrarsi come terroristi del SIIL contro gli “infedeli” di Assad in Siria. I Lupi grigi chiamano la regione cinese degli uiguri musulmani del Xinjiang, “Turkestan dell’est”. Nell’agosto 2015, i Lupi grigi inscenarono un attentato dinamitardo a Bangkok uccidendo 19 persone e ferendone 123, per la decisione del governo thailandese di deportare sospetti terroristi uiguri in Cina, invece di permettendogli di recarsi in Turchia, dove un asilo li attendeva. In Europa, i Lupi grigi furono coinvolti in omicidi politici di curdi, profanazioni di monumenti armeni e pestaggi di turisti cinesi. Ultimamente sono stati colti a reclutare combattenti dello SIIL per la guerra in Siria. “La cerchia di Erdogan invoca il ‘Grande Turan’ (rosso) delle popolazioni presumibilmente turche da Ankara al Xinjiang in Cina”.
Come la mappa del Grande Turan mostra, le ambizioni di Erdogan non sono modeste. Se è pazzo abbastanza da persistere, come sembra finora, sostenuto dai miliardi sauditi e qatarioti nell’ossessione di creare il nuovo sultanato ottomano, potrà far esplodere una nuova guerra mondiale, a meno che il mondo civile, infine, ne cancelli la megalomania da Monty Python.kirim_tatar_heyeti_cumhurbaskani_erdogan_ile_gorustuF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra per l’energia si accende: Turchia, Israele e Qatar

Mahdi Darius Nazemroaya Strategic Culture Foundation 30/12/2015Tamim_ErdoganDopo aver abbattuto un bombardiere tattico russo Sukhoj Su-24M che operava nello spazio aereo siriano, ai primi di dicembre 2015, il governo turco inviava un battaglione pesante nella base militare di Zilqan in Iraq. La mossa ha acceso le tensioni tra Ankara e il governo federale iracheno, che denunciava l’atto di aggressione turca. Nella guerra per le risorse e l’energia, il dispiegamento militare turco è una mossa del governo turco per assicurasi il contrabbando di petrolio con il cosiddetto Stato islamico (SIIL/SIIS/SI/ DAASH).

La base militare turca nel Golfo Persico
Settimane dopo il dispiegamento militare turco a Zilqan, lo Stato Maggiore russo riferiva di aver rintracciato 11755 autocisterne e camion presso Zakho, su entrambi i lati del confine iracheno-turco, il 25 dicembre 2015. Nonostante le affermazioni del Governo Regionale del Kurdistan, secondo cui autocisterne e camion avevano formato una coda per la chiusura della frontiera irachena-turca causata dalle operazioni militari di Ankara contro i curdi nel sud-est della Turchia, si capiva che gli automezzi seguivano la rotta del contrabbando del petrolio siriano rubato dallo SIIL. Il governo turco adottava diverse misure per reindirizzare i legami energetici con Russia e Iran. E’ proprio per garantirsi le riserve di energia che Ahmet Demirok, ambasciatore turco in Qatar, annunciava i piani di Ankara per aprire una base militare in Qatar, nel Golfo Persico, il 16 dicembre 2015. In una intervista alla Reuters, l’ambasciatore Demirok ha detto che la base turca veniva istituita secondo l’accordo di sicurezza firmato tra Ankara e Doha nel 2014, e che la base militare aiuterà Turchia e Qatar ad “affrontare congiuntamente le minacce comuni” da certi Paesi, che Demirok non nominava. I Paesi innominati a cui l’ambasciatore Demirok faceva intendere non possono essere altri che Iran e Russia. Inoltre, l’annuncio della Turchia sulla creazione di una base militare in Qatar coincideva con l’annuncio del giorno successivo, il 17 dicembre, di Salim Mubaraq al-Shafi, ambasciatore del Qatar in Turchia, secondo cui Doha era disposta a fornire gas naturale liquefatto (GNL) alla Turchia nelle quantità necessarie.

Israele e Turchia si avvicinano: il gas del Mediterraneo orientale
Il giorno dopo che l’ambasciatore del Qatar Salim Mubaraq al-Shafi annunciava che Doha avrebbe fornito alla Turchia la quantità necessaria di GNL, il 18 dicembre veniva annunciato che Israele e Turchia avevano firmato un accordo quadro per l’esportazione di gas da Israele alla Turchia. Anche se le tensioni turche con Russia, Iran e Iraq avrebbero accelerato l’accordo sul gas naturale tra Ankara e Tel Aviv, l’accordo quadro israelo-turco sul commercio energetico fu negoziato per diversi mesi dai governi israeliano e turco. Analisti e giornalisti hanno presentato l’accordo sul gas tra Israele e Turchia come parte della mossa turca per normalizzare le relazioni diplomatiche e militari con Israele controbilanciando Russia, Iran, Iraq, Siria e i partner regionali. Questi punti di vista ed affermazioni, tuttavia, trascurano i chiari segnali indicanti che Israele e Turchia mantenevano la cooperazione, se non stretti rapporti economici e militari. I militari turchi e israeliani avevano addirittura sincronizzato movimenti e operazioni sul confine siriano. Mentre Israele riesportava il petrolio di contrabbando che la Turchia importava da Siria e Iraq, Tel Aviv cercava di legittimare l’appropriazione dei giacimenti di gas palestinesi al largo della Striscia di Gaza. In parallelo, Tel Aviv esercitava piena influenza per avere il controllo dei giacimenti di gas egiziano a nord del delta del Nilo. Questo mentre Israele cercava di rivendicare il territorio marittimo libanese dai grandi giacimenti di gas e corteggiava Cipro per controllarne i giacimenti di gas nel Mediterraneo.

I contorni della grande guerra per l’energia emergono
Gli accordi energetici con Israele e Qatar fanno parte della guerra per l’energia ben prima delle tensioni russo-turche. Infatti, l’ambasciatore al-Shafi e l’ambasciatore Demirok avevano solo ripetuto le informazioni sugli accordi raggiunti tra Erdogan e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani, durante la visita di Erdogan in Qatar, della conferenza stampa dei militari russi che ne annunciavano il coinvolgimento nel contrabbando di petrolio dello SIIL. Inoltre, la configurazione israelo-turco-qatariota riflette le dimensioni del conflitto energetico nel Medio Oriente. La Turchia ha fatto quasi tutto il possibile per fermare la creazione del corridoio energetico Iran-Iraq-Siria che bypassa la Turchia. Il dispiegamento militare turco presso Mosul in Iraq e la creazione di una base militare turca in Qatar sono legati al raggiungimento degli obiettivi comuni di Turchia e Qatar per creare il corridoio energetico rivale dal Golfo Persico all’Europa attraverso Iraq e Turchia. La richiesta pubblica che Israele dia alla Turchia accesso “senza restrizioni” alla Striscia di Gaza potrebbe anche essere legata ai giacimenti di gas al largo delle coste palestinesi di Gaza. Inoltre, per anni Israele e Turchia hanno collaborato per creare un corridoio energetico levantino dove il gas del Mediterraneo orientale verrebbe principalmente esportato in Turchia e Unione europea, mentre il petrolio verrebbe esportato soprattutto in Israele. La materializzazione di tale corridoio fu ostacolata principalmente dalla Siria. Questo è uno dei motivi per cui il governo turco sostiene il cambio di regime a Damasco. Mentre vi sono indicazioni che la Turchia agisce indipendentemente dal governo degli Stati Uniti, è assai improbabile che non ci sia alcun coordinamento turco-statunitense sull’obiettivo comune del cambio di regime a Damasco. Il riorientamento del commercio energetico turco è in linea con l’obiettivo degli Stati Uniti di paralizzare l’industria energetica russa ostruendone gli scambi con altri attori internazionali.TurkeyQatarPipelineLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita riunisce i sunniti contro il terrorismo

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 16 dicembre 2015

566f685885627L’annuncio dell’Arabia Saudita sulla formazione di un’alleanza militare per combattere il terrorismo islamico ha colto tutti di sorpresa. L’annuncio è arrivato come ‘dichiarazione congiunta’ presumibilmente di 34 Stati islamici (qui e qui). Il viceprincipe ereditario saudita Muhamad bin Salman si è personalmente identificato con l’iniziativa e ha tenuto una conferenza stampa sostenendo che Riyadh in Iraq, Siria, Libia, Egitto e Afghanistan “coordina la lotta al terrorismo”, annunciando che l’alleanza avrà sede a Riyadh. Ha detto: “Ci sarà un coordinamento internazionale con le maggiori potenze e le organizzazioni internazionali… nelle operazioni in Siria e Iraq. Non possiamo intraprendere queste operazioni senza coordinarci legittimamente in quei luoghi e la comunità internazionale”, spiegando che la nuova alleanza militare islamica intende lottare non solo contro lo Stato islamico, ma “qualsiasi organizzazione terroristica che affronteremo“. I 34 Paesi che partecipano all’alleanza con l’Arabia Saudita sono: Giordania, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Bahrain, Bangladesh, Benin, Turchia, Ciad, Togo, Tunisia, Gibuti, Senegal, Sudan, Sierra Leone, Somalia, Gabon, Guinea, Palestina, Comore, Qatar, Costa d’Avorio, Kuwait, Libano, Libia, Maldive, Mali, Malaysia, Egitto, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Yemen. Ma sembra che molti fra gli Stati costituenti l’abbiano saputo dalla stampa. Una delle più importanti potenze militari del mondo islamico presente nell’alleanza, il Pakistan, spera di saperne di più dai sauditi e s’è riservata di commentare. La Malesia ha chiaramente detto che non ha intenzione di aderire a qualsiasi alleanza militare islamica. Il Pakistan ha del tutto preso le distanze dalla mossa saudita. Chiaramente è una decisione prudente, perché uno degli obiettivi sauditi è riunire i Paesi sunniti in un alleanza da cui l’Iran è stato escluso. Il Pakistan, d’altra parte, ha ampiamente evitato la rivalità saudita-iraniana e inoltre ha dedicato molta attenzione ultimamente al rafforzamento delle relazioni con l’Iran ed entrambi i Paesi desiderano una più stretta cooperazione partecipando ai progetti della Via della Seta della Cina. Allo stesso modo, il Pakistan non gradisce l’idea di un’alleanza militare islamica che s’immischia in Afghanistan. Quindi, qual è il gioco saudita nel formare l’alleanza militare islamica? Ci potrebbero essere molteplici considerazioni (diverse dalla rivalità con l’Iran). Per prima cosa, i sauditi devono far buon viso a cattivo gioco nella sconfitta politico-militare subita nello Yemen. Ed è anche il caso dell’ordine del giorno del ‘cambio di regime’ in Siria che si disfa. L’annuncio saudita giunge alla vigilia dei colloqui del segretario di Stato John Kerry a Mosca. Le notizie da Mosca suggeriscono che gli Stati Uniti hanno accettato la posizione russa sul futuro di Assad quale questione che riguarda il popolo siriano. Forse, l’osservazione sardonica del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov secondo cui tutte le religioni del mondo devono mobilitarsi nella lotta al terrorismo sotto l’egida delle Nazioni Unite, mette probabilmente l’iniziativa saudita nella dovuta prospettiva.
Tutto sommato, quindi, tale sviluppo potrebbe essere visto come ‘reazione difensiva’ dei sauditi verso le proprie insicurezze. I sauditi hanno svolto un ruolo centrale nelle strategie regionali degli Stati Uniti, ma non godono più di tale status; al contrario, gli attori internazionali attivano la dinamica del potere nella regione e i sauditi dovrebbero quindi apportare modifiche nella loro politica. La leadership di un’alleanza militare che riunisce i Paesi musulmani darebbe ai sauditi un senso di grandezza. Naturalmente, non c’è nulla di simile se i sauditi hanno avuto un vero e proprio ripensamento e deciso di combattere i gruppi estremisti. Ma la cosa più logica sarebbe stata unirsi all’Iran, la parte più interessata nella guerra allo Stato islamico. Ciò che porta a speculare, infine, è se tutto questo non sia in sostanza un oscuro gioco di ombre che rientra nella lotta di potere nella famiglia reale saudita. È interessante notare che l’annuncio saudita sull’alleanza militare coincide con la riapertura dell’ambasciata saudita a Baghdad dopo un quarto di secolo. I sauditi intendono anche aprire a breve un consolato a Irbil, capitale del Kurdistan iracheno. Ciò accade sullo sfondo delle mosse della Turchia per ricreare il famoso “surge” dei sunniti in Iraq (durante l’occupazione statunitense). La Turchia arma e aiuta una milizia sunnita guidata dal controverso politico iracheno Athil al-Nujaifi. La costituzione della base militare turca a Mosul sottolinea la strategia di Ankara per armare direttamente i capi sunniti in Iraq per rafforzare i sunniti e infine ritagliarsi un’entità politica dall’Iraq simile a ciò che i curdi del nord dell’Iraq hanno fatto. (Jerusalem Post). Arabia Saudita e Turchia avranno un congruo interesse a sfidare la dominante presenza iraniana in Iraq. Significativamente, la Turchia ha accolto con favore l’annuncio saudita sulla creazione dell’alleanza militare islamica.image_49006229Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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