I taqfiriti assassinano 150 persone nello Yemen: SIIL, operativi o al-Qaida?

Boutros Hussein, Noriko Watanabe e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 20 marzo 2015houthi-rebels-3L’unico tema costante in Egitto, Kosovo, Libia, Siria, Ucraina e ora probabilmente Yemen, è che certi massacri ed eventi sembrano avere un’origine occulta. Ciò include l’utilizzo di varie forze terroristiche, consentendo ad agenti speciali di cospirare, manipolare media, far emergere rapidamente nuove forze, pianificare importanti operazioni di destabilizzazione, e così via. Pertanto, l’annuncio del SIIL (Stato islamico) rivendicando la strage in due moschee, non appare aderente ai fatti sul terreno. Dopo tutto, in Yemen al-Qaida è nota avere potenti forze, per cui attualmente rimane oscuro chi ci sia veramente dietro i barbari attentati alle due moschee. Nello Yemen accadono importanti eventi perché il movimento sciita Huthi consolida la sua base di potere. Nonostante ciò, lo Yemen è estremamente vario per divisioni religiose, politiche, regionali ed intrighi esteri. Tuttavia, una realtà certa è che le monarchie feudali del Golfo sono assai scontente per la nascita del movimento sciita Huthi. Soprattutto, i militari si oppongono al movimento e le élite politiche cacciate dal potere sono contrarie all’avanzata degli sciiti in questa nazione. Pertanto, con gli huthi che vogliono stabilizzare la situazione, sembra che i barbari attentati alle due moschee siano volti a diffondere settarismo e a destabilizzare la nazione.
Il Daily Telegraph riferisce del brutale attentato alle due moschee, affermando: “Quasi 150 persone sono state uccise e 350 ferite in un triplice attentato suicida nello Yemen di una sconosciuta fazione dello Stato islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) che rivendica l’attentato“. Tale gruppo anti-sciita taqfirita, finora sconosciuto nello Yemen, ha dichiarato: “gli infedeli huthi dovrebbero sapere che i soldati dello Stato islamico non si fermeranno fino a quando non li sradicheranno… e taglieranno il braccio del piano safavide (iraniano) nello Yemen“. Tuttavia, tale rivendicazione sembra più l’atto di una forza estera che attua il complotto di una nazione straniera. Sicuramente, per il SIIL sovra-esteso in Iraq e Siria è il momento sbagliato per creare altro caos nella regione. Inoltre, come mai il SIIL continua ad evitare Israele, Giordania, Qatar, Arabia Saudita e Turchia? Dopo tutto, se il SIIL è contro lo status quo e l’ingerenza di potenze occidentali e monarchie corrotte, allora com’è possibile che sembri agire su volere di forze estere che cercano di rovesciare il governo siriano e di arginare l’ondata sciita? PressTV riporta: “il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ha detto che in un momento in cui lo Yemen ha bisogno di stabilità e pace “più che mai”, i suoi nemici intendono raggiungere i loro laidi obiettivi creando insicurezza e instabilità con tali atti terroristici“. Data tale realtà, allora quali mani sono dietro gli attentati agli sciiti huthi? E’ davvero il SIIL? Una fusione di altre forze? Vi sono coinvolti occulti agenti della sicurezza interna? Agenti segreti al servizio delle monarchie feudali? Al-Qaida? Se improvvisamente il SIIL apparisse concependo un tale complotto, allora cosa dire di al-Qaida nello Yemen? Inoltre, a differenza di al-Nusra in Siria, è chiaro che il SIIL abbia grandi piani in Iraq e Siria, generati dagli intrighi di attori esteri che aiutano tale gruppo terroristico islamista. Ciò vale in particolare per la NATO in Turchia, dove anche i tribunali nazionali menzionano il legame tra MIT e SIIL. Infatti, immagini e video mostrano le forze armate turche muoversi liberamente nelle aree del SIIL lungo il confine tra Turchia e Siria. Allo stesso modo, esponenti del SIIL sono apertamente presenti in Turchia e molti combattenti sono curati negli ospedali turchi. Allo stesso tempo, Quwayt, Qatar e Arabia Saudita finanziano ampiamente le varie forze taqfirite per rovesciare il governo laico del Presidente Bashar al-Assad. Abdulmaliq al-Huthi ha dichiarato: “Ci muoviamo con passi studiati. Non faremo collassare il Paese“. Tuttavia, molte forze interne ed estere cercano di smantellare la base di potere del movimento Huthi. Ciò porta a speculazioni sul SIIL secondo cui non sia responsabile del barbaro attentato alle due moschee yemenite. O, nel caso che il SIIL ne sia responsabile, sarebbe accaduto senza l’aiuto di “una terza forza”?
In un recente articolo su Modern Tokyo Times si diceva: “La paura nel movimento sciita Huthi, e nelle altre aree di potere nello Yemen, è che nazioni come Arabia Saudita, Qatar e Quwayt possano immischiarsi negli affari interni della nazione. Se accadesse, allora è chiaro che lo Yemen dovrà affrontare stragi e disintegrazione. Tuttavia, con tanti problemi politici e confessionali nella regione, è nell’interesse dei potenti Stati del Golfo aprire un nuovo vaso di Pandora? ” Sembra che il barbaro attentato alle due moschee indichi chiaramente che forze estere cerchino la destabilizzazione per limitare il movimento sciita Huthi. Pertanto, resta da vedere chi ci sia davvero dietro tali atrocità, perché il SIIL non appariva al centro della mappa terrorista e settaria nello Yemen, prima di essi. Muhamad al-Ansi, testimone oculare delle stragi, ha detto: “teste, gambe e braccia erano sparse sul pavimento della moschea… il sangue fluiva come un fiume.” Il brutale attentato dovrebbe diffondere caos e odio nello Yemen. Pertanto, è essenziale che il movimento sciita Huthi non cada in tale trappola interna o estera.

13ad9_Yemen-MapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I segreti della pioggia di miliardi sull’Egitto

Nasser Kandil 16 marzo 2015, Top News Nasser Kandil (dal 48° minuto)
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation 19 marzo 2015

Il 13-15 marzo si sarebbe tenuto a Sharm al-Shayq la “Conferenza sul futuro dell’Egitto”. Quattro Paesi del Golfo hanno promesso investimenti e aiuti per 12,5 miliardi di dollari, e Cairo ha firmato accordi di investimenti diretti per 36,2 miliardi. Vari ministri occidentali vi si sono recati, tra cui il capo diplomatico statunitense John Kerry [1]. Alcuni analisti si sono chiesti quale fosse lo scopo di questo sostegno finanziario, altamente politico, da Stati del Golfo e occidente, in particolare dagli Stati Uniti. Evitare il riavvicinamento tra Egitto e Siria nella lotta al terrorismo e alla Fratellanza musulmana? Allontanare l’Egitto dalla Russia? Impedire all’Egitto di svolgere un ruolo storico nel Medio Oriente e mondo arabo? Per Nasser Kandil, senza negare queste ipotesi che appaiono contraddirsi, ciò che accade in Egitto è in relazione diretta con ciò che accade nello Yemen.

MapsLibyaRegion_2012Per comprendere le ragioni della pioggia di miliardi di dollari sull’Egitto vanno considerati due aspetti dell’evento:
• Il rapporto tra la manna concessa all’Egitto dai Paesi del Golfo e i problemi che affrontano nello Yemen (dalla presa di Sana dai ribelli huthi, il 21 settembre 2014).
• Il perché del sostegno occidentale senza cui gli Stati del Golfo non avrebbero potuto usare il loro denaro per affrontare la situazione politica e finanziaria dell’Egitto.
In realtà si tratta di un’equazione bi-fattoriale egiziano-yemenita geografica, demografica ed economica. Perché se lo Yemen è al centro dei Paesi arabi del Golfo, l’Egitto è al centro dei Paesi arabi dell’Africa, e tutte e due sono sul Mar Rosso. Pertanto, quando si parla dei Paesi del Golfo, si considera solo lo Yemen. La prova è che l’Arabia Saudita, che sembrava essere preoccupata da Siria e Libano, non ha occhi che per ciò che succede nello Yemen. [2] I sauditi hanno combattuto con tutte le risorse finanziarie e relazionali della loro capitale, Riyadh, sede del dialogo tra yemeniti. Ma hanno fallito. Quindi, cosa fare, non avendo la forza militare per imporre i propri requisiti, come ad esempio il riconoscimento di Mansur al-Hadi (Il presidente uscente yemenita che ha subordinato il proseguimento dei negoziati inter-yemeniti al trasferimento dei colloqui da Sana al Consiglio di cooperazione del Golfo Persico di Riad) o alla nomina di Aden a capitale dello Yemen? Come affrontare le forze degli huthi [3] nelle loro incursioni oltre frontiera? Da qui la scommessa sull’Egitto. Il presidente egiziano Muhamad al-Sisi non dichiarò al quotidiano al-Sharq che la sicurezza del Golfo era parte della sicurezza dell’Egitto?[4] Allora, si paghino gli egiziani per precipitare le loro forze in Yemen per imporvi il nostro dominio. Ma gli egiziani si comportano come i turchi. I sauditi hanno tentato di conciliarvisi nella speranza di spingerli a collaborare nello Yemen. Ma l’ovvia risposta turca è stata: “Se saremo pronti ad intervenire militarmente da qualche parte, andremo in Siria“. E la risposta altrettanto ovvia degli egiziani è stata: “Se saremo pronti ad intervenire militarmente da qualche parte, andremo in Libia”. Non restava che offrirgli la garanzia di una sorta di “blocco marittimo” dello Yemen con un’alleanza “locale” turco-egiziano-saudita. Perché? Perché va strangolata Sana e impedito agli huthi di prendere la capitale dello Yemen, mentre l’Arabia Saudita decide diversamente invitando gli Stati a trasferire le loro ambasciate ad Aden. Tale pressione sulle regioni acquisite dai rivoluzionari dovrebbe spingerli a negoziare una soluzione a Riyadh e non nello Yemen, consentendo d’impedirne il consolidamento del loro rapporto con l’Iran.
Senza contare la rabbia del popolo egiziano per l’esecuzione di ventuno compatrioti da parte del SIIL o Stato islamico in Libia; rabbia che ha costretto le autorità egiziane a considerare una risposta militare [5] e spingere il Consiglio di sicurezza a nominare una speciale operazione internazionale contro il terrorismo in Libia, sostenuta da Francia [6], Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Ciò mentre l’Egitto si rifiuta di aderire alla coalizione internazionale degli Stati Uniti creata dopo l’invasione di Mosul, non essendo riuscito a far includere nella guerra al terrorismo la lotta ai Fratelli musulmani. Ma qual è stata la sorpresa quando il ministro degli Esteri egiziano che, alle Nazioni Unite (Consiglio di sicurezza del 18 febbraio 2015), osservava che il Qatar si era opposto a qualificare la richiesta egiziana “domanda degli Stati arabi” e quando, al momento del voto, l’Arabia Saudita ha sostenuto il Qatar! Qui la decisione fu dettata dal governo degli Stati Uniti, ed è legata allo Yemen: “Lasciate i Fratelli musulmani. Chi altro difende i vostri interessi nello Yemen?” Pertanto l’Arabia Saudita, dovendo scegliere tra la volontà dell’Egitto e quella dei Fratelli musulmani, che contribuiscono a ripristinare l’equilibrio delle forze nello Yemen, ha scelto la seconda. Da qui la dichiarazione del ministro degli Esteri saudita Saud al-Faysal, che in sostanza ha detto: “Non abbiamo alcun contenzioso con i Fratelli musulmani“, ripristinando le relazioni tra Arabia Saudita e Qatar. Da qui il voltafaccia saudita contro l’Egitto e in favore del Qatar. Quindi, dobbiamo ammettere, l’Egitto è spinto dal rifiuto alla richiesta di uno speciale intervento internazionale in Libia, avendo l’amministrazione USA fatto sapere che la soluzione deve essere politica, passando per la Fratellanza musulmana e la ricerca di un accordo tra Arabia Saudita, Turchia e Qatar. Il regime egiziano quindi s’è adattato, nonostante il sostegno della Russia pronta a collaborare, e la coalizione antiterrorismo in Libia non si è avuta; ma i Paesi del Golfo furono incaricati di aprire le casseforti per distrarre il popolo egiziano con la futura manna finanziaria, recandosi così a Sharm al-Shayq per strombazzare 10, 18 e 30 miliardi di dollari, che potrebbero raggiungere i 100 miliardi l’anno prossimo se gli investimenti saranno redditizi. In realtà sono essenzialmente progetti e prestiti i cui interessi andranno alle rendite, e gli investimenti bancari saranno destinati ad impedire il collasso della moneta egiziana; ciò non cambierà molto il reddito reale dei cittadini egiziani, schiacciati dalla povertà. Da qui si può rispondere alle seguenti domande:
• L’equazione yemenita va in favore dell’Arabia Saudita? NO.
• L’equazione libica va in favore dell’Egitto? NO.
• L’Egitto accetta l’avventura di una guerra contro lo Yemen? NO.
• La Turchia accetta l’avventura di una guerra contro lo Yemen? NO.
• L’Arabia Saudita è costretta ad accettare il dialogo inter-yemenita che dovrebbe portare a un governo degli huthi quale controparte di peso? SÌ.
• Il governo egiziano sarà costretto al confronto, perché se i Fratelli musulmani vanno al potere in Libia, anche con un governo di unità nazionale (attualmente vi sono due governi e due legislature) si rafforzeranno in Egitto? SÌ.
In altre parole, la situazione contro gli interessi di coloro che seguono gli Stati Uniti, dal lato saudita o dal lato egiziano. Ciò mentre il destino dell’Egitto è collaborare con la Siria nella guerra a SIIL, Jabhat al-Nusra e Fratellanza Musulmana, e il destino di Arabia Saudita è riconoscere con umiltà che gli huthi sono ora fattore vincolante nei negoziati e nel dialogo inter-yemeniti, e che il loro rapporto con l’Iran, se si concretizzerà, non li influenzerà essendo una forza patriottica che può allentare le tensioni, e non viceversa.

_81062129_yemen_houthi_controll_624_v2Note:
[1] L’Egitto sigla accordi per 36,2 miliardi di dollari in tre giorni
[2] Yemen. Le ultime notizie di domani… di Hedy Belhassine
[3] Il ritorno degli sciiti sulla scena yemenita
[4] al-Sisi: La sicurezza nel Golfo è la linea rossa ed è inseparabile dalla sicurezza egiziana
[5] L’Egitto bombarda lo Stato islamico in Libia e chiede sostegno internazionale
[6] L’Egitto spinge per un intervento internazionale delle Nazioni Unite in Libia

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese, direttore di TopNews-Nasser Kandil e del quotidiano libanese al-Bina.
Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita rispolvera i legami con il Pakistan

MK Bhadrakumar Indian Punchline 6 marzo 2015

Nawaz Sharif

Nawaz Sharif

I media pachistani potrebbero essere devastanti nel criticare la leadership del Paese. Tuttavia, era eccessivo suggerire che il primo ministro Nawaz Sharif sarebbe stato “convocato” a Riyadh per una lavata di capo dal re Salman bin Abdulaziz. Sharif compie una visita di Stato in Arabia Saudita, tuttavia la storia della convocazione non è priva di credibilità, nella misura in cui i fraterni legami saudita-pakistani sono traviati ultimamente da alcune dichiarazioni e allusioni strani e chiarimenti pubblici sul finanziamento saudita di organizzazioni sunnite in Pakistan. Nel frattempo, la correzione di rotta del Pakistan verso i gruppi islamisti già interessa parte di tali progenie saudite. I media pakistani riferivano che Abdo-Sattar Rigi, il capo di Jundollah, gruppo terrorista wahabita legato ai sauditi che indulgeva in attività sovversive della provincia del Sistan-Baluchistan, al confine con il Pakistan, veniva arrestato in un’operazione nei pressi di Quetta. Anche in questo caso, fonti pakistane rivelavano che il cugino di Rigi, Rigi Salam che guidava l’organizzazione wahabita Jaysh al-Adi era stato anche arrestato. Il Pakistan apparentemente reagisce al Jundollah, che ha intrapreso orribili attacchi transfrontalieri contro l’Iran dalle basi in Pakistan, negli ultimi anni. Senza dubbio, Teheran è felice e vuole l’estradizione dei cugini Rigi. Pertanto, guardando in un certo modo l’invito saudita a Sharif, può darsi effettivamente che Riyadh sia agitata. Usando una metafora, il venditore saudita potrebbe fare un’offerta al tossicodipendente, vendendogli droga con grandi sconti. In ogni caso, i media detrattori di Sharif sono storditi fino al silenzio, mentre i sauditi l’accoglievano con tappeti rosse e re Salman, accompagnato dal seguito dei vertici, che personalmente lo salutava all’aeroporto di Riyadh; un gesto raro. Quali potrebbero essere le intenzioni saudite? A mio avviso, si tratta di politica regionale. Le politiche estera e di sicurezza saudite affrontano una crisi senza precedenti mentre i colloqui USA-Iran si avvicinano al traguardo entro la fine del mese. Lo scenario da incubo, nel calcolo saudita, si avvera; Riyadh sta per perdere lo status fondamentale nelle strategie degli Stati Uniti in Medio Oriente. Un’era iniziata con l’appuntamento storico tra il Presidente Franklin Roosevelt e re Faysal ad Alessandria nel 1945 volge al termine, dopo 70 anni di stretta alleanza.
Ci sono profonde implicazioni e i primi segni appaiono nel tacito accordo tra Stati Uniti e Iran per sconfiggere e distruggere lo Stato islamico in Iraq. L’intesa potrebbe allargarsi in altre aree di stabilizzazione, Iraq, Siria, Libano, Yemen e così via, una volta che i protagonisti iniziano a condividere pensieri e punti di vista sui problemi maggiori della trasformazione della regione. Il punto è, nonostante la propaganda statunitense che demonizza l’Iran (guidata dalla lobby israeliana negli Stati Uniti), Washington è abbastanza scaltra da capire che l’Iran è un alleato naturale nella stabilizzazione del Medio Oriente e che la normalizzazione statunitense-iraniana consente inoltre all’Iran di comportarsi da Paese ‘normale’. Il nocciolo della questione è che per l’Arabia Saudita (e Israele), la normalizzazione USA-Iran li priva dell’alibi della politica della paura. Se per Israele la sfida ora è che non ha ormai nessuna scusa per rifiutarsi di affrontare il problema palestinese, per l’Arabia Saudita la situazione riguarda il potenziamento popolare della riforma e della modernizzazione. In ogni caso, i sauditi non si aspettavano che gli Stati Uniti si attaccassero al collo o spargessero sangue statunitense per puntellare il regime di Riyadh (o Manama) e che gli Stati Uniti preferiscono una possibile transizione ordinata, in Arabia Saudita o altri Stati sunniti del Golfo, a successivi regimi moderati e disposti a ragionare con l’occidente con spirito cooperativo.
Arrivando al Pakistan. Il regime saudita ha sempre contato su esso per avere i pretoriani del regime, in caso di bisogno. Notizie iraniane suggeriscono che ci potrebbero essere 100000 pakistani attivi nella sicurezza in Arabia Saudita. La visita di Sharif è stata frettolosamente organizzata prima del viaggio regionale del presidente cinese Xi Jinping, che lo porterà in Pakistan e Iran. Ora, il viaggio di Xi giunge a un momento cruciale per Pechino, l’iniziativa ‘Cintura e Via’. I primi megaprogetti della Via della Seta nel circuito asiatico sud-occidentale potrebbero benissimo essere svelati durante la visita di Xi. I sauditi sicuramente comprendono che il gasdotto Iran-Pakistan sia eminentemente un progetto ‘vantaggioso per tutti’ del programma ‘Cintura e Via’. L’Arabia Saudita ha sempre visto il gasdotto per l’Iran in termini a somma zero, temendo che tale collaborazione strategica nella sicurezza energetica tra Islamabad e Teheran possa eroderne l’influenza regionale.
In sintesi, i sauditi ritengono sia il caso che il Pakistan ricambdi, e re Salman conta sull’obbligo di Sharif di ricambiare la passata buona volontà di Riyadh durante i suoi anni d’esilio. Il clan Sharif ha anche ampi interessi economici in Arabia Saudita. In realtà, Sharif è accompagnato in questa visita dal fratello Shahbaz Sharif, primo ministro della provincia del Punjab.

0,,6411198_4,00Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleato di al-Qaida di Washington ora capo del SIIL in Libia

Eric Draitser New Eastern Outlook 09/03/2015salah_badi_belhaj_nouh_terroristspptxLa rivelazione secondo cui l’alleato degli Stati Uniti Abdalhaqim Belhadj è ora capo del SIIL in Libia non dovrebbe sorprendere chi ha seguito la politica degli Stati Uniti in quel Paese e nella regione. Illustra per l’ennesima volta Washington aiutare e sostenere proprio quelle forze che sostiene di combattere in tutto il mondo. Secondo le ultime notizie, Abdalhaqim Belhadj è ormai saldamente il comandante che organizza la presenza del SIIL in Libia. Le informazioni provengono da un anonimo funzionario dell’intelligence statunitense, che ha confermato che Belhadj sostiene e coordina i centri di addestramento del SIIL in Libia orientale, presso Derna, zona a lungo nota come focolaio del jihadismo. Anche se non può sembrare una storia importante, il capo terrorista di al-Qaida e del SIIL, Belhadj, dal 2011 viene aiutato da Stati Uniti e NATO che lo raffiguravano come coraggioso “combattente per la libertà” alla testa dei camerati amanti della di libertà contro il “tirannico despota” Gheddafi, le cui forze di sicurezza catturarono e imprigionarono molti membri del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), tra cui Belhadj. Belhadj servì la causa degli Stati Uniti in Libia così bene che lo si vide ricevere riconoscimenti dal senatore John McCain, che definiva Belhadj e i suoi seguaci, eroi. Inizialmente fu premiato dopo la caduta di Gheddafi con l’incarico di comandante militare di Tripoli, anche se fu costretto a piegarsi al “governo di transizione”, politicamente più appetibile, che poi evaporò nel Paese devastato dalla guerra caotica. La vicenda delle attività terroristiche di Belhadj include “successi” come la collaborazione con al-Qaida in Afghanistan e Iraq e, naturalmente, la sua utilità nel furioso assalto sponsorizzato da USA-NATO alla Libia che, tra l’altro, provocò la strage di libici neri e di chiunque sospettato di far parte della Resistenza Verde (i fedeli alla Libia guidata da Gheddafi). Anche se i media aziendali hanno cercato di presentare Belhadj come martire per le presunte torture nel programma di estrazione della CIA, il fatto inevitabile è che ovunque vada lascia una violenta scia sanguinosa. Mentre molte di tali informazioni sono note, ciò che è di fondamentale importanza è collocare questa notizia nel contesto politico adeguato, illustrando chiaramente come gli Stati Uniti erano e continuano ad essere il principale patrono degli estremisti dalla Libia alla Siria e oltre, e che tutte le chiacchiere sui “ribelli moderati” sono solo retorica volta ad ingannare un pubblico ottuso.

Il nemico del mio nemico è mio amico… fino a prova contraria
belhadj-cia-2ynjgt4yagea05ii11kowa Ci sono ampie prove documentate dell’associazione di Belhadj con al-Qaida e relativo terrorismo nel mondo. Diversi rapporti ne evidenziano l’esperienza in combattimento in Afghanistan e altrove, e lui stesso s’è vantato di aver ucciso truppe statunitensi in Iraq. Tuttavia, fu in Libia nel 2011 che Belhadj divenne il volto dei “ribelli” che cercavano di rovesciare Gheddafi e il governo legale della Libia. Come il New York Times riferiva: “Il Libia, ma fu uno dei suoi più potenti capi, guidando una fazione jihadista agguerrita che costituiva l’avanguardia della guerra contro Gheddafi. Da nessuna parte ciò fu più chiaramente dimGruppo combattente islamico libico fu costituito nel 1995 con l’obiettivo di cacciare il Colonnello Gheddafi. Spinti in montagna o in esilio dalle forze di sicurezza libiche, i membri del gruppo furono tra i primi a unirsi alla lotta contro le forze di sicurezza di Gheddafi… Ufficialmente il gruppo di combattimento non esiste più, ma gli ex-membri combattono sotto la guida di Abu Abdullah Sadiq (alias Abdalhaqim Belhadj)”. Quindi, non solo Belhadj partecipò alla guerra USA-NATO contro la ostrato che quando il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) prese il comando dell’attacco al compound di Gheddafi a Bab al-Aziziya. A tal proposito, il LIFG ebbe intelligence e probabilmente sostegno tattico dai servizi segreti e dall’esercito statunitensi. Le nuove informazioni sull’associazione di Belhadj con il SIIL così improvvisamente globalmente rilevante, rafforzano certamente la tesi che questo autore, tra gli altri, fece nel 2011, secondo cui la guerra USA-NATO alla Libia fu condotta da gruppi terroristici apertamente e tacitamente sostenuti da servizi segreti e forze armate degli USA. Inoltre, s’integra con altre informazioni emerse negli ultimi anni, informazioni che illuminano come gli Stati Uniti sfruttano per i propri scopi geopolitici uno dei focolai terroristici più attivi nel mondo. Secondo le ultime notizie, Belhadj è direttamente coinvolto nel supporto ai centri di addestramento del SIIL a Derna. Naturalmente Derna dovrebbe essere ben nota a chiunque segua la Libia dal 2011, perché la città, insieme a Tobruq e Bengasi, fu tra i centri del reclutamento di terroristi anti-Gheddafi fin dai primi giorni della “rivolta” e per tutto il fatidico 2011. Ma Derna era già nota come luogo dell’estremismo. In un importante studio del 2007 intitolato “Combattenti stranieri di al-Qaida in Iraq: Un primo sguardo ai Dati Sinjar” del Combating Terrorism Center presso l’Accademia militare degli USA di West Point, gli autori osservavano che: “Quasi il 19 per cento dei combattenti nei Dati Sinjar provenivano dalla sola Libia. Inoltre, la Libia ha inviato molti più combattenti in proporzione ad ogni altra nazionalità, secondo i Dati Sinjar, compresa l’Arabia Saudita… L’aumento apparente di reclute libiche in viaggio verso l’Iraq può essere collegato al rapporto sempre più collaborativo del Gruppo combattente islamico libico (LIFG) con al-Qaida, culminato nell’adesione ufficiale del LIFG ad al-Qaida, il 3 novembre 2007… Le città cui spesso i combattenti chiamavano erano Darnah (Derna), in Libia e Riyadh, in Arabia Saudita, con 52 e 51 combattenti rispettivamente. Derna con una popolazione di poco più di 80000 abitanti, rispetto a Riyadh di 4,3 milioni, ha di gran lunga il maggiore numero pro capite di combattenti secondo i Dati Sinjar”. Quindi, la comunità militare e d’intelligence degli Stati Uniti sapeva da quasi un decennio (forse più) che Derna era il lungo, direttamente o indirettamente controllato dai jihadisti del LIFG, e che la città era terreno di reclutamento primario del terrorismo in tutta la regione. Naturalmente, tali informazioni sono vitali se comprendiamo il significato geopolitico e strategico dei campi di addestramento del SIIL a Derna associati al famigerato Belhadj. Ciò ci porta a tre conclusioni correlate ed altrettanto importanti. In primo luogo, Derna ancora una volta fornisce i combattenti della guerra terroristica condotta in Libia e nella regione, con l’obiettivo evidente della Siria. In secondo luogo i centri di addestramento a Derna sono supportati e coordinati da un noto agente degli Stati Uniti. E in terzo luogo, la politica degli Stati Uniti di sostegno ai “ribelli moderati” è solo una campagna di pubbliche relazioni volta a convincere gli statunitensi (e gli occidentali in generale), che non sostengono il terrorismo, nonostante tutte le prove contrarie.

Il mito dei “ribelli moderati”
Le notizie su Belhadj e SIIL non vanno considerate a sé stanti. Piuttosto, sono un’ulteriore prova che la nozione “moderati” sostenuta dagli Stati Uniti è un insulto all’intelligenza degli osservatori politici e del pubblico in generale. Per più di tre anni Washington ha strombazzato il suo sostegno ai cosiddetti ribelli moderati in Siria, una politica che in vari momenti ha coperto gruppi terroristici come le Brigate al-Faruq (note per il cannibalismo) e Hazam (“Determinazione”) sotto la grande “tenda moderata”. Sfortunatamente per propagandisti e guerrafondai assortiti statunitensi, tali gruppi insieme a molti altri, si sono uniti volontariamente o forzatamente a Jabhat al-Nusra e SIIL. Recentemente, molte segnalazioni indicavano defezioni in massa di fazioni dell’esercito libero siriano presso il SIIL, portandosi con sé le armi avanzate fornite dagli USA, assieme ai ragazzi-immagine della politica di Washington, il citato gruppo Hazam, ora parte di Jabhat al-Nusra, la filiale di al-Qaida in Siria. Naturalmente si tratta solo di alcuni dei tanti esempi di gruppi affiliatisi al SIIL o ad al-Qaida in Siria, tra cui Liwa al-Faruq, Liwa al-Qusayr e Liwa al-Turqman. Ciò che è chiaro è che Stati Uniti ed alleati, nella loro ricerca infinita del cambio di regime in Siria, sostengono apertamente gli estremisti ora fusisi formando la minaccia terroristica globale di SIIL, Nusra e al-Qaida. Ma naturalmente ciò non è una novità, come l’episodio Belhadj in Libia dimostra inequivocabilmente. L’uomo che una volta era di al-Qaida era divenuto”moderato” e “nostro uomo a Tripoli”, è ormai diventato il capo del minaccioso SIIL in Libia. Così anche “i nostri amici” diventano nostri nemici in Siria. Niente di tutto questo dovrebbe sorprendere alcuno. Ma forse John McCain dovrebbe rispondere ad alcune domande sui suoi vecchi legami con Belhadj e i “moderati” in Siria. Obama dovrebbe spiegare perché il suo “intervento umanitario” in Libia è diventato un incubo umanitario nel Paese, e nell’intera regione? La CIA, ampiamente coinvolta in tali operazioni, farà chiarezza sul suo sostegno e sul ruolo svolto nel fomentare tale caos? Dubito che tali domande saranno mai poste da qualche media aziendale. Proprio come dubito che risposte verranno mai date da coloro, a Washington, le cui decisioni hanno creato la catastrofe. Quindi, chi è fuori dalla propaganda aziendale dovrà rispondere a tali domande ed impedire che la dirigenza sopprima le nostre voci… e la verità.

blhj_wmkynEric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City, fondatore di StopImperialism.org ed editorialista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La battaglia di Aleppo

Noche in ParteibuchSyrian PerspectiveSYRIA-CONFLICTLe informazioni sulla battaglia per Aleppo e nella regione strategica a nord di Aleppo sono confuse, imprecise e contraddittorie. Tuttavia è chiaro che la battaglia sia vicina alla fase finale. La scorsa settimana SANA riferiva che l’esercito siriano aveva liberato sei villaggi: Dair al-Zaytun, Qafr Tuna, Bashquy, Tal Misibin, Hardatin e Rutyan. Lo stesso giorno al-Manar riferiva che un manipolo di soldati siriani riusciva ad entrare nelle città sciite di Nubul e Zahra via Handarat. I media occidentali che sostengono i terroristi, hanno riferito che l’esercito siriano è riuscito a tagliare le ultimi linee di rifornimento dei terroristi dalla Turchia, occupando questi sei villaggi. Due anni e mezzo fa praticamente tutti gli analisti concordavano sul fatto che la battaglia per Aleppo, la città più grande della Siria, sarebbe stata determinante per l’esito finale della guerra siriana. Se i terroristi aiutati da NATO e Golfo fossero riusciti a conquistarla ne avrebbero fatto il centro di un governo alternativo, permettendo a NATO e Stati del Golfo di utilizzarla come base principale per conquistare il resto della Siria. Aleppo allora avrebbe avuto una funzione simile a Bengasi nel 2001 nella guerra contro la Libia. Nel 2012 l’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton dichiarava che era proprio ciò che gli Stati Uniti avevano in mente. In linea di principio tali considerazioni strategiche sono ancora attuali. Anche il contrario era ed è applicabile. Se l’esercito siriano riesce a bonificare le aree di Aleppo occupate dai terroristi, i loro sostenitori in Israele, NATO e GCC perderebbero ogni possibilità di vittoria in Siria, più che con la possibilità teorica di conquistare Damasco. Tranne dei villaggi e un paio di piccole città nelle regioni strategicamente insignificanti della Siria, i terroristi di NATO e GCC non avrebbero nulla se perdessero la loro metà di Aleppo. Tale argomento era vero due anni e mezzo fa e lo è ancora più oggi, dopo che l’esercito siriano ha liberato Homs e molte aree rurali della Siria, e dopo che SIIL e al-Qaida hanno occupato l’Oriente e la provincia di Idlib. Tale importanza decisiva di Aleppo spiega perché le parti combattono accanitamente per il controllo di Aleppo. Guardando sulla mappa le parti della Siria non controllate da esercito siriano, YPG, SIIL o al-Nusra, ma da altri ribelli, si vede che non c’è quasi nulla, anche includendo gruppi vicini ad al-Qaida come Ahrar al-Sham. La seguente mappa da Wikepedia mostra le aree attualmente controllate da “altri ribelli” in verde (governativi in rosso/rosa, SIIL in nero/grigio scuro, Nusra in bianco/grigio chiaro, curdi/YPG in giallo).

syrian_civil_warDopo che i gruppi terroristici invasero Aleppo dalla Turchia e da Idlib, nel luglio 2012, l’esercito siriano riuscì a difendere la parte occidentale di Aleppo e qualche punto pesantemente difeso ne dintornio. Tuttavia, nell’inverno 2012/2013 la situazione era grave per il governo e i suoi sostenitori. I tentativi in tarda estate e autunno 2012 di riconquistare est e sud di Aleppo non riuscirono. Le truppe ad Aleppo furono separate dal resto della Siria. Non c’era alcun collegamento tra l’aeroporto, controllato dal governo, e le truppe ad Aleppo occidentale. Altre roccaforti, dove le truppe governative e i loro sostenitori erano riuniti, erano completamente circondate dai terroristi come a Nubul e Zahra, la base degli elicotteri Mang a nord-est di Aleppo, l’ospedale al-Qindi, la prigione centrale e l’aeroporto militare di Qwayris di Aleppo. Una mappa dei sostenitori del terrorismo nella primavera del 2013, mostra le roccaforti dell’esercito siriano, nella zona di Aleppo, come isole di resistenza nel territorio occupato dai terroristi.aleppo_feb_2013I terroristi acquisirono potere e ricchezza saccheggiando e vendendo beni di fabbriche e abitazioni private nelle aree di Aleppo che controllavano. I sostenitori dei terroristi israeliani, del CCG e della NATO videro la strada della vittoria dopo aver circondato truppe e sostenitori del governo siriani. Tuttavia, con alto spirito combattivo, elevata disponibilità ai sacrifici e abile strategia, il governo siriano e i suoi sostenitori riuscirono a ribaltare la situazione ad Aleppo nel 2013 e 2014. Invece di attaccare direttamente l’est e il sud di Aleppo occupati dai terroristi, l’esercito si dedicò a creare collegamenti stabili tra Aleppo e le aree governative. Allo stesso tempo, ciò spinse i terroristi ad occupare aree che poi furono circondate. Nel 2013 l’esercito siriano riuscì a collegare Hama all’aeroporto di Aleppo via deserto e l’aeroporto con la parte occidentale di Aleppo, filo-governativa. Ciò si vede su una mappa stesa nel gennaio del 2014 da un sostenitore del terrorismo.

aleppo_jan_2014Nel 2014 l’esercito siriano riusciva a stabilire un collegamento dall’aeroporto, alla periferia est di Aleppo, all’isolata prigione centrale controllata dal governo. Successivamente l’esercito avanzò di pochi chilometri, dalla prigione centrale al villaggio di Handarat e oltre. Allo stesso tempo, l’esercito protesse il collegamento via deserto da Hama ad Aleppo. Alla fine del 2014 questi successi determinarono una situazione in cui i terroristi rimasero su una sottile superficie che poteva essere rifornita solo tramite i collegamenti insicuri da nord. L’esercito siriano, invece controllava una vasta area a ovest, sud ed est di Aleppo, e il corridoio di approvvigionamento attraverso il deserto per Aleppo, nel frattempo era ampliato e sicuro. Una mappa di Wikipedia del 2014 mostra l’avanzata:rif_aleppo2-svgCiò che non può essere visto sulle mappe sono le ampie modifiche all’interno di Aleppo, dal 2013, anche se il fronte rimase pressoché invariato. Mentre una vita frenetica ritornava nelle arre controllate dallo Stato, le parti meridionali e orientali controllate dai terroristi si trasformarono in città fantasma. Grazie agli aiuti nazionali ed internazionali c’era abbastanza da mangiare nelle aree della città occupate dai terroristi, quindi la gente non moriva di fame, ma questo era tutto. Non c’erano sicurezza, posti di lavoro o qualsiasi fonte di reddito, tranne la solita breve carriera nelle organizzazioni terroristiche. Il saccheggio ripetuto e sistematico delle varie bande terroristiche e l’assenza di sicurezza per la popolazione, ridussero da 200 mila a circa 50 mila abitanti nelle parti della città controllate dai terroristi. D’altra parte 300000 persone vivono nelle zone controllate dal governo, anche se le aree della città controllate da governo e terroristi hanno circa le stesse dimensioni. Naturalmente non mancano di accusare le operazioni antiterrorismo del governo di aver spopolato le parti controllate dai terroristi. Ma non è la verità, però, perché anche nelle aree governativa la gente soffriva la guerra, come i ricorrenti arbitrari attacchi dell’artiglieria dei terroristi. Cosa molto rivelatrice è il fatto che le strade nelle zone governative erano pulitissime, mentre montagne di spazzatura si accumulavano in quelle controllate dai terroristi. Questo perché i terroristi sono interessati a esercitare il potere per arricchirsi, e non a far funzionare i servizi pubblici come rimuovere i rifiuti o la sicurezza pubblica. I terroristi non ebbero alcun servizio pubblico nella loro parte della città, dato che i loro sponsor li rifornivano generosamente di armi, ma offrivano pochi soldi per mantenere i servizi comunali. Ciò va imputato anche agli stessi terroristi. Dato che a circa metà 2012 avevano il controllo di quasi tutte le industrie, così come dell’agricoltura della città. Tuttavia, invece di garantire benessere economico nella loro zona, che avrebbe generato imposte, i terroristi saccheggiarono, smontarono e distrussero le fabbriche. Inoltre chiusero tutti i valichi con le parti della città controllate dallo Stato, aumentando la miseria nelle loro zone. D’altra parte il governo siriano mise grande enfasi sul mantenimento delle strutture amministrative e nel renderle più efficienti. Un grande sforzo fu attuato per riavviare la produzione industriale nei settori appena liberati di Aleppo. Guardando la mappa appare come i terroristi controllassero ancora circa la metà della città, ma la realtà è che la zona dei terroristi puzza di abbandono, quasi vuota fatta eccezione dei terroristi che combattono sul fronte. Nelle zone controllate dal governo la popolazione traffica pulsando di vita.
La situazione militare continua a peggiorare per i terroristi ad Aleppo. Negli ultimi due anni l’esercito siriano ha fatto piccoli ma continui progressi, avvicinandosi sempre di più all’accerchiamento completo delle aree dei terroristi. I terroristi non seppero fermare questo lento processo di accerchiamento. Insieme con la situazione militare, lo stato d’animo si deteriorava tra i terroristi e i loro sostenitori. Ciò spiega la tenue reazione dei terroristi all’annuncio del governo siriano, di 8 giorni fa, di tagliare i rifornimenti al terrorismo dalla Turchia, anche se ciò comporta una battaglia decisiva per Aleppo e la Siria. I terroristi mobilitarono alcune decine di brigate con migliaia di combattenti e, probabilmente, forze speciali turche, per respingere i progressi dell’esercito siriano. Tuttavia una mobilitazione ampia dei terroristi per impedire la sconfitta nella battaglia per Aleppo non c’è stata. Secondo relazioni dal lato dei terroristi, riuscirono a riconquistare i due villaggi nella parte più avanzata delle aree appena liberate dall’esercito siriano (Rutyan e Hardatin). Un po’ a sud, nella zona di Malah, i terroristi cercarono di avanzare, sembrando inizialmente riuscirci, ma è chiaro che tornarono sotto il controllo dell’esercito siriano dopo aver lanciato un contrattacco. Come riportano entrambe le parti, i terroristi non sono riusciti a riconquistare il villaggio di Bashqawi, facendone ora il più avanzato avamposto dell’esercito siriano nel nord-est. Bashqawi è leggermente in rilievo e incombe sulla città di Zahra, a soli 8 chilometri di distanza. Tutta la zona comprende ulivi, fattorie e i villaggi abbandonati di Rutyan e Hardatin, ora sulla linea del tiro diretto dell’esercito siriano. Nessuna delle due parti ha dichiarato completate le attività nella zona strategicamente importante tra Bashqawi e Zahra. Tuttavia entrambe le parti hanno subito perdite elevate, numeri a tre cifre, e sembrano agire più cautamente negli ultimi due giorni. Mentre i media pro-governativi riferiscono di rinforzi, i terroristi sembrano aver perso interesse nella battaglia. Per esempio il gruppo terroristico Jabhat al-Shamia attaccava il villaggio sciita di Fua, a nord est di Idlib, per ‘vendicarsi di Aleppo’ invece di correre in aiuto dei fratelli a nord di Aleppo. E il Jabhat al-Nusra, legato ad al-Qaida, che ha un ruolo di primo piano nei combattimenti a nord di Aleppo, dichiarava guerra al gruppo filo-Stati Uniti Hazam, alleato del Shamia, invece di concentrarsi sui combattimenti a nord di Aleppo. Fatta eccezione dei villaggi Bashqawi, Rutyan e Hardatin, non è chiaro chi controlli esattamente questo settore strategico. Ciò permette ad entrambe le parti dichiararsi vittoriose. E’ possibile che non ci sia un fronte netto, ma che commando e unità da ricognizione di entrambe le parti brevemente entrino nell’area assediata per poi ritirarsi. Questo spiegherebbe i video dei terroristi che li mostrano operare in piccoli gruppi coperti dagli ulivi per chilometri in zone deserte. Wikepedia mostra la situazione attuale nel link sottostante. Si prega di notare il piccolo rettangolo rosa a nord-ovest dove inizia Zahra. Non c’è molta distanza affinché l’esercito siriano colmi il vuoto.aleppo_wiki_20150226Sham Times che simpatizza per l’esercito siriano ha riferito, in base a fonti dell’esercito siriano, che i combattimenti sono rallentati a nord di Aleppo, mentre un nuovo fronte si forma. I gruppi terroristici consolidano il controllo su due dei sette villaggi liberati (Rutyan e Hardatin), mentre l’esercito siriano difende gli altri cinque (Dayr al-Zaytun, Qafr Tuna, Bashqawi, Misibin e Misqan). È notevole che Misqan sia ancora sotto il controllo dell’esercito siriano, se i rapporti sono corretti, trovandosi a pochi chilometri a nord-est di Dayr al-Zaytun e oltre il villaggio di Tal Jibin, che non viene menzionato nelle relazioni, supponendo che siano corrette. Assumendo che il controllo dell’esercito siriano su Misqan non sia disinformazione, ciò vorrebbe dire che l’esercito siriano è molto più a nord di quanto di pubblico dominio. Non è chiaro però se sia così, ed è anche poco chiaro se l’esercito siriano davvero controlli i villaggi Dayr al-Zaytun, Qafr Tuna e Misibin. Non ci sono informazioni verificabili sul fronte attuale, nella zona strategicamente importante a nord di Aleppo. È concepibile che grandi aree siano una sorta di terra di nessuno mentre le parti hanno paura d’imbattersi in una trappola, se si muovessero allo scoperto. Data tale situazione poco chiara, non è certo che i terroristi abbiano ancora una linea di rifornimento dalla Turchia via Azaz o meno. Sulla base delle mappe più recenti, la strada da Hardatin a Rutyan e Bayanun è di nuovo sotto il controllo dei terroristi, ma d’altronde la strada ri entra nel tiro dell’esercito siriano. Potrebbe essere che i terroristi non controllino tutta la strada e che commando speciali siriani vi operino. In questo caso, le linee dei rifornimenti da Azaz ad Aleppo sarebbe inutilizzabili per i terroristi.

north_aleppo_province_wiki_20150226Non importa quale sia la situazione quotidiana nell’area vuota ma strategicamente importantissima a nord-est di Aleppo, ma una cosa è chiara: prima o poi l’esercito siriano taglierà le linee dei rifornimento dei terroristi e collegherà Handarat a Zahra e Nubul. L’esercito ha chiari vantaggi nella zona scarsamente popolata, grazie alle armi pesanti e all’aeronautica. Inoltre i terroristi s’indeboliscono per mancanza di disciplina e lotte intestine. Non c’è nulla che i terroristi possano fare per mantenere il controllo su pochi villaggi vuoti a nord di Aleppo (vedi punti verdi nella cartina di sopra). L’esercito siriano molto probabilmente continuerà a rafforzare le proprie posizioni a Bashqawi per poi concentrarsi sul raid contro i terroristi nelle vicinanze di questa roccaforte. Una volta che il fronte dei terroristi sarà sufficientemente indebolito, i villaggi saranno il prossimo obiettivo. L’esercito ripeterà questa procedura fino a quando collegherà in modo sicuro Nubul e Zahra, e allo stesso tempo taglierà completamente le linee dei rifornimenti dei terroristi tra Aleppo e la Turchia. Dopo di che i terroristi possibilmente avranno l’ultima linea dei rifornimenti dalla Turchia da occidente, dal valico di frontiera di Bab al-Hawa, nella provincia di Idlib. Tuttavia vi sono gravi problemi per i terroristi con tale linea. Da un lato la strada da Aleppo a Bab al-Hawa è controllata da diversi signori della guerra che non collaborano, rendendola difficile da usare. Dall’altra parte molti terroristi attivi ad Aleppo hanno le loro basi nel nord di Aleppo, in particolare nella zona di Tal Rifat e Maryah, e nelle zone al confine turco più a nord. Tuttavia, se la via Rutyan e Hardatin è chiusa, la via da Tal Rifat o Maryah ad Aleppo passerebbe ad ovest di Nubul e Zahra, attraverso le zone controllate dal YPG, permettendogli di decidere quali rifornimenti far passare. O i terroristi dovrebbero passare via Bab al-Salamah in Turchia a Reyhanli e da lì, attraverso il valico di Bab al-Hawa, di nuovo in Siria e poi a nord della provincia di Idlib e a ovest di quella di Aleppo, attraversando Monte Simeone per raggiungere la periferia di Aleppo, Qafr Hamra o Anadan e da lì via Castello, sotto il tiro dell’esercito siriano, ad Aleppo. Per un convoglio di pickup o camion significherebbe uno sforzo logistico notevole e ci vorrebbe molto tempo, cosa importante se il fronte richiede rinforzi immediati. Inoltre vi è la possibilità che l’esercito siriano tagli l’accesso occidentale attraverso le montagne per Qafr Hamra e Adnan, nel qual caso l’accerchiamento di Aleppo sarebbe completo. Per i civili la strada da Bab al-Hawa ad Aleppo può essere utilizzabile, ma difficilmente lo sarebbe per trasportare rifornimenti militari ad Aleppo. Ciò significa che la battaglia per Aleppo è nella fase finale e l’esercito siriano vincerà a meno che succede qualcosa d’inaspettato, come l’intervento massiccio diretto di truppe straniere. La situazione militare ed economica peggiora per i terroristi ad Aleppo. Invece di diventare il centro di potere dei terroristi, Aleppo è divenuta un’inutile macina al collo dei terroristi. Se il controllo terrorista ad Aleppo si sbriciola, possibilmente anche i dintorni di Aleppo prima o poi finiranno sotto controllo del governo. Villaggi e cittadine presso Aleppo non sono difendibili dai terroristi contro forze schiaccianti supportate dalla grande città di Aleppo. Anche villaggi e cittadine presso Idlib non potranno sostenere l’attacco, anche se continuano ad avere un generoso sostegno dall’estero. L’intero nord-ovest della Siria, prima o poi, sarà di nuovo sotto il completo controllo del governo.

aleppo_province_wiki_20150226Ai terroristi e loro sostenitori resterà il tentativo di marciare direttamente su Damasco dal Golan occupato dagli israeliani. Dato che i terroristi e i loro sostenitori investono ingenti risorse nel fronte meridionale, invece di utilizzarle per difendere la loro ex-roccaforte di Aleppo, risulta evidente che i sostenitori del terrorismo internazionale in Siria hanno già mollato la battaglia per Aleppo. Tuttavia, come riportato nelle ultime due settimane, anche il tentativo del fronte meridionale di conquistare Damasco dal Golan s’è arrestato. Dopo l’eliminazione completa dei terroristi supportati da Israele, NATO e GCC, ciò che rimane alla Siria è capire come coesistere con l’YPG e come sterminare il SIIL ad Oriente. A causa della crescente disperazione per la guerra terroristica contro la Siria, ci si può aspettare a un certo punto che le forze terroristiche crollino per la demoralizzazione.
Al governo siriano la vittoria nella battaglia di Aleppo apre la strada della vittoria nella guerra per la Siria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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