Siria e Russia chiedono agli USA di andarsene

Ziad Fadil Syrian Perspective 16 novembre 2017Con lo SIIL alle corde, il suo capo Abu Baqr al-Baghdadi probabilmente eliminato da un attacco dell’Aeronautica siriana a giugno ad al-Mayadin, e i piani per frantumare la Siria frantumati, il governo di Damasco e il Cremlino hanno inviato chiaramente detto agli Stati Uniti di andarsene dalla Siria, o altrimenti. Ci sono circa 4000 truppe statunitensi in missione di combattimento a sostegno delle milizie curde (con alcuni siriaci/assiri) che dichiarano di combattere lo SIIL. È il piano statunitense di rimanere in Siria a tempo indeterminato per coordinare la lotta alle guerriglie sostenute dall’Iran in appoggio all’Esercito arabo siriano. Questo per far contenti i sionisti nella Palestina occupata e a New York City/DC. Non c’è altra ragione plausibile per tale violazione della sovranità di un altro Paese. Ci si aspetta che gli Stati Uniti sostengano che la loro presenza in Siria sia per autodifesa. Aspettatevi che la bambola dell’anno Nikki “Rhandawa” Haley tiri fuori lo stesso argomento di fronte alla brutale verità della presenza neo-colonialista degli Stati Uniti in Siria. E cosa diranno gli inglesi? Oh, sospetto che si schierino con lo Stato di diritto, visto che tutti gli Stati membri, ad eccezione dell’entità dell’apartheid sionista, prenderanno la stessa posizione. Dopo tutto, gli inglesi hanno perso pazienza e foglie di fico nel loro assalto criminale al governo di uno Stato aderente all’ONU. Se gli Stati Uniti decidono di rimanere nonostante le richieste siriane, l’unica opzione rimasta a Damasco, dopo che il Dottor al-Jafari avrà indicato Haley, è attaccare le forze statunitensi con le milizie filo-iraniane come Hezbollah. Oltre a scavare un altro pozzo nero per le truppe statunitensi, potrebbe anche comportare l’intervento sionista in aiuto dell’alleato yankee nel momento del bisogno; dopotutto, il primo ministro sionista Mileikowski (detto Netanyahu) ha promesso di continuare ad attaccare la Siria per impedire all’Iran di avere una base presso le alture del Golan. Mileikowski, che affronta diverse indagini per corruzione e concussione, ha bisogno di qualcosa per distogliere l’attenzione; e quale modo migliore che portare l’Apocalisse? No, miei lettori, ci stiamo dirigendo verso un disastro di trumpiana grandezza. E se, come fanfanoreggia Trump, è intenzionato a trasformare la Corea democratica in un parcheggio per le Hyundai, sarà molto peggio per il popolo statunitense. E (sbadiglio), se Trump decide di rigettare l’accordo nucleare dell’Iran, allora saremo in piena catastrofe. E tutto questo per gli scarafaggi sionisti.
Russia e Cina si fregano le mani contente, perché ciò preannuncia la loro inesorabile ascesa ai vertici del potere globale. Sanno che gli Stati Uniti non possono combattere una guerra su 3 fronti. Uno scenario del genere produrrà un colpo di Stato a Washington (dimenticate l’impeachment) e si tradurrà nella dissoluzione degli Stati Uniti d’America. Sarà la riedizione di “Sette giorni a maggio”. A meno che il pubblico statunitense non s’interessi e i soldati statunitensi comincino a tornare in sacchi di plastica in numero tale da umiliare la guerra in Vietnam. Di particolare interesse è il nuovo atteggiamento della Turchia nei confronti degli Stati Uniti. Non ci vuole un genio per capire che l’esercito turco si prepara ad aggredire le cosiddette SDF non appena capirà di poterlo fare senza uccidere soldati statunitensi. Ma deve camminare con cautela in questo campo minato diplomatico. L’invasione della Siria è esattamente questo e le ripercussioni internazionali potrebbero essere piuttosto nette. A meno che non riceva assicurazioni da Russia e Cina all’ONU, sarà molto cauto. Questo è un capitolo che va letto con sincero interesse.
Damasco: I terroristi nel Ghuta orientale leggono gli eventi in modo diverso. Ritengono che gli Stati Uniti si ritirino da Siria e Giordania. La debacle ad al-Tanaf è la prova che gli Stati Uniti non hanno il fegato di continuare. Ciò che i ratti non capiscono è che gli Stati Uniti non sono mai stati interessati a dargli potere, erano interessati solo a spodestare il Dottor Assad in modo da impedire che il gasdotto raggiungesse il litorale siriano, il che porterebbe al brusco declino dell’influenza statunitense in Europa. Se gli statunitensi sono nel nord-est della Siria, è solo perché vogliono bloccare l’estensione dell’oleodotto, non incoraggiare i ratti terroristi o l’opposizione dorata, mollati da Washington. E così, vedendo l’evidente, i ratti nel Ghuta orientale sferravano un feroce attacco alla base dell’amministrazione degli autoveicoli dell’Esercito arabo siriano ad Harasta. Il gruppo che si fa chiamare Ahrar al-Sham, aveva attaccato usando tunnel scavati abilmente per sorprendere i difensori. Quello che accadde invece fu la reazione dell’Esercito arabo siriano, improvvisa e ancora più feroce, respingendo l’attacco ed eliminando 36 ratti. L’Aeronautica Militare russa decollava subito per bombardare i tremebondi avvoltoi terroristici.
Hama: Il principale cecchino di “carri armati” del gruppo terroristico che si fa chiamare Jaysh al-Iza, veniva liquidato a nord di Hama. Si diceva che fosse il re dei sistemi missilistici TOW progettati per distruggere blindati e carri armati. Bene, il Sarab-1 sviluppato dalla Siria ha messo fine alla sua “gloriosa” carriera quando il capitano di un carro armato dotato del Sarab aveva “fatto cadere” il proiettile in arrivo. Dato che il terrorista era seduto in una trincea e osservava gli eventi, divenne un bersaglio facile per l’artigliere del T-72 spazzando via la bestiaccia. Come si chiamava il terrorista? Hamud Ahmad al-Hamud.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Le operazioni ad al-Buqamal

L’8 novembre, l’Esercito arabo siriano accerchiava al-Buqamal, a sud-est di Dair al-Zur, e quindi poche ore dopo, Esercito arabo siriano, Hezbollah e milizie irachene liberavano al-Buqamal, l’ultima roccaforte dello SIIL in Siria, a pochi chilometri dal confine con l’Iraq.
Il 9 novembre, le forze siriane liberavano la base aerea al-Hamadan e al-Suqriyah, a nord-ovest di al-Buqamal, liberava i villaggi al-Huri e al-Suih, ad ovest di al-Buqamal, e liberavano il campo petrolifero Aqash, a sud di al-Buqamal.
Il 12 novembre, le forze dell’Esercito arabo siriano respingevano l’attacco di un gruppo dello SIIL sul quartiere centrale di al-Buqamal. Aerei e artiglieria siriani bombardavano le posizioni de SIIL a nord di al-Buqamal, causando gravi perdite ai terroristi, tra cui l’eliminazione di diversi capi islamisti nelle aree occupate. Quando l’Esercito arabo siriano liberava al-Buqamal, veniva accertata la cooperazione diretta tra coalizione degli Stati Uniti e terroristi dello SIIL, quando numerosi gruppo armati islamisti fuggirono da al-Buqamal per il Wadi al-Sabha al confine tra Siria e Iraq. Il comando del raggruppamento russo in Siria inviò due richieste al quartier generale della coalizione degli Stati Uniti per effettuare un’operazione per eliminare i convogli dello SIIL sulla sponda orientale dell’Eufrate. Gli statunitensi si rifiutarono di attaccare i terroristi perché “si erano arresi volontariamente” in conformità alla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. Tuttavia, gli statunitensi non risposero alla domanda posta dai russi sul perché i terroristi lasciassero la Siria a bordo di mezzi da combattimento e con armamenti pesanti, per raggrupparsi nei territori controllati dalla coalizione statunitense da cui prepararsi ad attaccare l’EAS presso al-Buqamal. Inoltre, per evitare che i terroristi venissero attaccati dai velivoli russi e siriani, gli aerei statunitensi cercarono d’interferire con le operazioni delle forze aeree russa e siriana. Velivoli statunitensi entrarono per 15 chilometri nello spazio aereo siriano sulla zona di al-Buqamal per impedirle. L’offensiva dell’EAS su al-Buqamal aveva sconvolto i piani statunitensi per imporre il controllo degli Stati Uniti sulla riva orientale dell’Eufrate, mentre i terroristi dello SIIL avrebbero agito col supporto di Stati Uniti e SDF. Furono trovate prove ad al-Buqamal che indicavano che terroristi si erano travestiti anche da miliziani delle SDF. Gli Stati Uniti coprivano i gruppi armati dello SIIL per permettergli di riprendersi, rischierarsi ed intervenire di nuovo su ordine degli statunitensi. Tra l’altro, la BBC rivelava l’esistenza di un accordo segreto tra lo Stato islamico (SIIL) e le forze democratiche siriane (SDF) e Stati Uniti all’inizio dell’ottobre 2017. “La BBC ha scoperto i dettagli di un accordo segreto che ha permesso a centinaia di terroristi e loro famiglie di fuggire da Raqqa, sotto lo sguardo della coalizione anglo-statunitense e delle forze curde che controllavano la città. L’accordo per lasciare che i terroristi sfuggissero da Raqqa, capitale del loro califfato, fu organizzato da funzionari locali, dopo quattro mesi di combattimenti che avevano devastato e spopolato la città“. Circa 3750 terroristi avevano potuto lasciare Raqqa.
Intanto, il 13 novembre, le unità siriane liberavano l’area di Tal Qufran, a sud-ovest di Zabyan, avanzando per 30 chilometri a sud di al-Mayadin. La SAAF bombardava le difese dello SIIL presso al-Buqamal, eliminando numerosi terroristi, inclusi diversi capi che avevano guidato la rioccupazione del quartiere centrale di al-Buqamal, tra cui Hazam al-Barqash, membro della shura dello SIIL, Hani al-Thalji, Abu Manzar Shishani e Abu Muhamad Safi. Il confine tra al-Buqamal e al-Tanaf veniva liberato dalle forze governative irachene e siriane, dopo che le forze irachene liberavano Aqlah Suab e la base al-Qamunat, e le unità siriane le mazrah Wadi al-Suab e Fiz al-Baj.

Libano ancora nel mirino

Mentre Trump si scalda contro l’Iran, i sauditi aggrediscono Hezbollah
Abdalbari Atwan, Rai al-Yum 2 novembre 2017Appare chiaro che un nuovo capitolo della vendetta dell’Arabia Saudita contro l’Iran inizia in Libano e che sarà multiforme: coinvolgendo politica, economia e media. Ciò è chiarito dai recenti scambi verbali tra Hasan Nasrallah, leader di Hezbollah e della Resistenza libanese, e Tamar al-Sabhan, ministro di Stato saudita e principale portavoce del regno. Ulteriormente sottolineato dalla frenetica convocazione a Riyad di Sad al-Hariri, primo ministro del Libano e principale cliente dell’Arabia Saudita nel Paese. Sabhan, che conosce bene il Libano avendo operato nell’ambasciata a Beirut, iniziò a volgere varie accuse pesanti ad Hezbollah su twitter, ripetendole in un’intervista alla TV MBC, affiliata al partito anti-Hezbollah delle Forze libanesi (FL). Utilizzando un linguaggio chiaramente non diplomatico, il ministro saudita si scagliava contro Hezbollah chiamandolo “partito diabolico” e “milizia terroristica”, chiedendo che sia eliminato dal Libano e dalla regione, accusandolo di una guerra contro l’Arabia Saudita attuata dall’Iran. Per lo più ha ripetutamente avvertito che se i ministri di Hezbollah non verranno esclusi dal governo multilaterale del Libano, il Paese l’avrebbe pagata cara e minacciando chi collabora col partito, politicamente, economicamente e mediaticamente, che sarà punito. In tale esaltazione di minacce Hariri fu chiamato urgentemente a Riad. Il primo ministro non perse tempo, annullando gli impegni e partendo come se fosse un funzionario del governo saudita, come osservavano alcuni giornalisti libanesi che considerano il suo comportamento degradante non solo per lui, ma per tutto il Paese.
Due domande inevitabili sorgono: primo, cosa ha spinto tale improvvisa escalation saudita contro Hezbollah, di tale ferocia verbale e in questo momento? Secondo, quali azioni può compiere l’Arabia Saudita contro il Libano e si arriverebbe a un confronto militare? In risposta alla prima domanda, si può tranquillamente affermare che tale escalation saudita è direttamente correlata a quella degli Stati Uniti contro l’Iran, riflessa nel discorso del presidente Donald Trump al Congresso e al rifiuto di ratificare l’accordo nucleare. È anche legato agli sviluppi nello Yemen, e in particolare ai recenti combattimenti sulle frontiere meridionali del regno saudita. Sabhan vi ha alluso quando aveva twittato: “Le milizie di Hezbollah mirano ai nostri Paesi del Golfo su ordine iraniano… e il Libano ne è prigioniero“. Due anni e mezzo dopo che l’Arabia Saudita scatenò ciò che pensava fosse una guerra rapida e decisa, i combattimenti nello Yemen e nelle aree di confine non sono favorevoli a Riad. Il movimento Ansarallah ha intensificato le operazioni militari, nonché gli attacchi missilistici sulle città saudite, come nel Jizan e nel Najran, dichiarando di aver raggiunto gli obiettivi senza esser stati intercettati dai sistemi di difesa missilistica Patriot dell’Arabia Saudita. La leadership saudita accusa Hezbollah di addestrare i combattenti di Ansarullah e di rifornirli di missili in un modo o l’altro (nonostante il blocco aereo, marittimo e terrestre dello Yemen). Inoltre, il portavoce di Ansarullah Muhamad Abdasalam, in un’intervista inedita ad al-Jazeera, minacciava anche di lanciare missili nelle città nel cuore dell’Arabia Saudita e su Abu Dhabi, capitale degli EAU, principale partner della Arabia Saudita nella guerra allo Yemen. Forse è questo che Sabhan intese quando accusava Hezbollah di minacciare gli Stati del Golfo. Ci sono molte cose che l’Arabia Saudita, l’alleato più stretto degli Stati Uniti nel mondo arabo, potrebbe tentare contro Hezbollah e i suoi alleati. L’escalation potrebbe assumere varie forme che avrebbero conseguenze negative, soprattutto economiche e finanziarie, per il Libano, e non si può escludere la possibilità di un confronto militare. Nasrallah ne è consapevole. In un intervento notava che l’Arabia Saudita non ha i mezzi per affrontare Hezbollah da sola o per mezzo dei fantocci libanesi; potrebbe solo con un’alleanza internazionale. Il leader di Hezbollah avverte da tempo che prevede che Israele potrebbe lanciare un’altra invasione del Libano.
Non sappiamo quali istruzioni abbiano dato a Hariri quando incontrò il principe ereditario Muhamad bin-Salman, ma non sorprenderebbe sapere che gli abbia detto di ritirarsi dal governo o di dimettere i ministri di Hezbollah per creare un’altra crisi nel governo libanese. Hariri non avrebbe altra scelta che eseguire. Ciò significherebbe il crollo dei complicati accordi politici che gli permisero di tornare in carica e al Generale Michel Aoun di essere eletto presidente. Sabhan non parlava per capriccio, ma su istruzione dall’alto. Queste autorità superiori sono strettamente legate a Casa Bianca e agenzie militari e di sicurezza statunitensi. Non agiscono né prendono posizioni su un qualsiasi problema significativo per la regione senza coordinarsi e ricevere direttive da tali agenzie, nel contesto dell’alleanza che vincola i due Paesi. Ciò ci porta a dove abbiamo iniziato. I libanesi vengono messi sul crogiolo che comincerà presto a bruciare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorprendenti sorprese a Raqqa: i “tesori” presi dall’Esercito arabo siriano

Enqaz Syria, 2 novembre 2017La battaglia più difficile e più importante per Washington è la presenza senza precedenti dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati per controllare T2, la leva per avanzare verso le città di confine attraverso il Badiyah. Allo stesso tempo, la battaglia per la liberazione di al-Qaim in Iraq è stata lanciata dall’altra parte del confine, dove le forze irachene e i combattenti popolari si preparano ad assaltarla in qualsiasi momento, dopo averne raggiunto la periferia. Su entrambi i lati del confine siriano-iracheno, Washington insegue Damasco e gli alleati nella corsa ad al-Buqmal, mobilitando per la battaglia tutte le capacità logistiche e d’intelligence per impedirne la risoluzione a vantaggio dell’Asse della Resistenza, come rivelava un ex- ufficiale della Marina Militare statunitense, basandosi su rapporti d’intelligence secondo cui il comandante della Forza al-Quds della Guardia rivoluzionaria iraniana, Generale Qasim Sulaymani, aveva preparato una sorpresa “di calibro”. I separatisti curdi Ishiah in Siria ricevevano informazioni su un imminente grande evento militare dopo che gli eserciti siriano ed iracheno, e loro alleati, liberavano al-Buqamal e al-Qaim, collegando i confini siriano e iracheno. L’ex-ufficiale statunitense probabilmente riceveva informazioni da Washington su un piano dell’intelligence concluso a Damasco, alla presenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Maggior-Generale Mohammad Baqari, atterrato nella capitale siriana due settimane prima alla guida di una delegazione militare iraniana di alto livello, e durante cui completava con l’omologo siriano il piano per liberare al-Buqamal e collegare il confine siriano ed iracheno, dove gli statunitensi hanno mobilitato molte risorse militari dopo aver assicurato il passaggio a un gran numero di combattenti “ospiti”. Un gruppo di combattenti tribali fu diretto ad al-Buqmal per formare una potente forza dotata di sofisticate armi e mezzi di comunicazione statunitensi, sufficiente ad affrontare Esercito arabo siriano ed alleati per rimescolare le carte sul fronte orientale siriano, dove si vincono le battaglie più importanti di tutte. D’altro canto, una fonte vicina alla sala operativa degli alleati dell’Esercito arabo siriano, sottolineava che la mobilitazione statunitense per al-Buqamal per impedire il congiungimento del confine siriano-iracheno, non è paragonabile a ciò che Damasco ed alleati hanno preparato per questa battaglia. Recentemente, Washington ed alleati circondavano del silenzio ufficiale statunitense-“israeliano”:
1 – Il colpo del processo della restaurazione irachena a Qirquq, che ha sorpreso Washington e Tel Aviv; poche ore dopo che il comandante della Forza al-Quds delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Generale Qasim Sylaymani, arrivava in Iraq, spazzava via i loro sogni sull’istituzione dello Stato curdo, costringendoli dopo poche settimane ad abbandonare Masud Barzani, dopo che aveva dichiarato che Qirquq era “il santuario del Kurdistan”.
2 – Il lancio dei missili siriani il 16 ottobre contro un velivolo “israeliano” che precipitava sul confine libanese, negato dai media ebraici che parlavano di “difetto tecnico” dovuto a una collisione con un uccello… In particolare l’azione della difesa aerea siriana coincise con la visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu nella Palestina occupata, per portare un importante messaggio russo “a chi vuol sentire”. L’Esercito arabo siriano non si fermava, a questo punto; un altro colpo a statunitensi ed “israeliani” passava col sequestro dell’arsenale, abbandonato dall’organizzazione “SIIL” durante la fuga dei suoi capi e combattenti dalla città di al-Mayadinm quando l’esercito vi entrò, conservato nei depositi e nelle fortificazioni difficili da penetrare e comprendente sistemi di comunicazione e ricognizione statunitensi e “israeliani”, presentato al pubblico come bottino preso dalle forze siriane, un colpo simile a quello inflitto durante la battaglia per la liberazione di Aleppo, quando le unità dell’Esercito arabo siriano sequestrarono grandi quantità di armi statunitensi inviate da Washington ai terroristi “prima” della vittoria, giunte nel momento in cui la città veniva investita da militari ed alleati. Il successo dell’intelligence siriana fu notevole quando arrestò una squadra dell’intelligence inglese in Siria, che negli ultimi anni ebbe il compito di assassinare molti scienziati e militari della Siria, ottenendo, con questo risultato, la liquidazione dell’agente inglese ad al-Raqqa che lavorava con lo SIIL, “Qadis”, nome in codice di Grace Harris, eliminata con una bomba; ma i rapporti occidentali rivelavano che l’Esercito arabo siriano conosceva “decisamente” la realtà dei fatti.
Damasco è consapevole dell’interesse di Washington e dei Paesi della NATO, oltre che d'”Israele”, per una base in questa città, dove si è scoperto che anche Riyadh è entrata per rafforzare l’influenza dei separatisti curdi nella Siria nordorientale, e la visita del ministro saudita Thamir al-Subhan di due settimane fa prova tale sostegno, in coincidenza con la politica d'”integrare gli israeliani” sui curdi in Siria, dopo la disintegrazione del sogno d’istituire uno Stato curdo in Iraq, consentendo a Tel Aviv di lanciare una pipeline per rubare il petrolio siriano dalle aree d’influenza curda e trasferirlo in “Israele” attraverso la Giordania. Sullo sviluppo delle basi militari statunitensi e francesi a Raqqa viene sollevato un grosso interrogativo dalle gravi informazioni che rivelano l’intenzione di disimpegnare la NATO nel breve periodo dalla base turca d’Incirlik. Pertanto, la “stupidità” dei separatisti curdi in Siria, non comprendendo il messaggio del “colpo della restaurazione a Qirquq”, come prima versione per “disciplinare” i loro compari del Kurdistan iracheno, una seconda versione “disciplinare” è pronta e li aspetta. Secondo un esperto militare russo, la battaglia per “eradicare” l’influenza dei separatisti curdi in Siria è inevitabile. Questo si aggiunge alle relazioni confermate dal Centro studi FIRIL secondo cui la prossima battaglia con la milizia Qusd partirà da al-Hasaqah. Tuttavia, le informazioni più importanti sono quelle nominate da una fonte militare russa, secondo cui dopo la fine delle battaglia di al-Buqmal inizierà lo scenario più importante della storia della guerra siriana, comportando, in sostanza, la riapertura delle ambasciate occidentali a Damasco il prossimo anno, incoronata dalla visita senza precedenti di un capo di Stato nella capitale siriana, per incontrare il Presidente Bashar al-Assad.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

L’esercito iracheno blocca le operazioni statunitensi in Siria

La vittoria significherà che gli Stati Uniti non potranno più passare dall’Iraq alla Siria
Marko Marjanovic Checkpoint Asia 29 ottobre 2017Il mero ritorno dell’Iraq ai confini curdi del 2003 non basta. Comprendendo la debolezza dell’autorità regionale curda divisa, il governo centrale di Baghdad opera per spezzarne completamente il potere. Esercito e milizie irachene avviavano i combattimenti nel nord del Paese per espellere i pishmirga dalla zona strategica del triplice confine tra Siria, Turchia e Iraq, che i curdi controllavano almeno dalla guerra del Golfo del 1990-91. Secondo il Washington Post: “Le forze irachene sostenute dalle milizie filo-iraniane hanno iniziato l’assalto per recuperare altro territorio curdo all’Iraq, avanzando verso un valico nella regione del confine occidentale del Paese che permette l’unico accesso ai militari statunitensi nel nord della Siria”. Uno scontro prolungato alle frontiere potrebbe rovinare seriamente l’attività militare statunitense nella vicina Siria. Dopo un breve ma intenso scontro, il Primo ministro iracheno dichiarava la sospensione di 24 ore dei combattimenti. La fine del cessate il fuoco doveva servire anche da termine entro cui i pishmirga si ritirassero dal valico di frontiera con la Turchia, nella città assira di Faysh Qabur. La scadenza è ormai passata, ma è ignoto se l’offensiva sia ripresa (numerose forze irachene sono ancora impegnate nella grande offensiva contro lo SIIL più a sud).
Se l’Iraq, dopo un quarto di secolo di assenza, riprende il controllo di questa parte fondamentale di territorio, vorrà dire che:
– Bagdad controllerà il confine con la Turchia, il che significa che il petrolio potrà essere esportato e l’oleodotto attivato senza che i curdi avranno parola o tangente.
– Il Kurdistan iracheno sarà isolato dalla Siria settentrionale occupata dai curdi, il che significa che non potranno comunicare facilmente.
– Infine, come nota il Washington Post, significherà che le forze statunitensi non potranno più trasferire mezzi dall’Iraq curdo alla Siria. Tali trasferimenti dovranno essere approvati da Baghdad. Visto che le simpatie dell’Iraq in Siria vanno al governo di Bashar al-Assad, non è chiaro se il via libero sarà dato facilmente o a buon mercato.
L’unica via rimanente agli Stati Uniti per la Siria settentrionale è la Turchia, ma Ankara è altrettanto profondamente frustrata dalle attività statunitensi, vedendone il sostegno ai curdi siriani ispirati dal PKK. Gli Stati Uniti affrontano la prospettiva di avere due potenze regionali ostili al loro piano siriano, e sono le porte di accesso per la Siria. Non c’è da meravigliarsi che gli Stati Uniti chiedano calma e soluzione senza combattere, cioè che l’Iraq non approfitti del proprio vantaggio. Sebbene pubblicamente criticassero il referendum per l’indipendenza curda (per non perdere tutta l’influenza su Baghdad e Ankara) l’ultima cosa che gli Stati Uniti vogliono è che il governo regionale curdo, molto più filo-occidentale di quello dell’Iraq, non sia piegato. In realtà il Pentagono già si lamenta dell’offensiva irachena che gli ha reso la vita più difficile in Siria: “Il colonnello Ryan Dillon, portavoce della coalizione internazionale statunitense contro lo Stato islamico, ha dichiarato che i combattimenti hanno ostacolato gli sforzi per sconfiggere il gruppo, citando l’incapacità di spostare mezzi e rifornimenti militari alle forze alleate in Iraq e Siria. Dillon ha dichiarato che la maggior parte dei voli che trasportano rifornimenti umanitari in Siria non è stata interrotta, ma il trasporto di equipaggiamenti militari pesanti non può avvenire per via aerea”.
Se i combattimenti riprenderanno gli Stati Uniti accuseranno sicuramente il ruolo delle milizie popolari sostenute dall’Iran, ma va ricordato che queste milizie sono formalmente parte delle Forze Armate irachene (pagate dal governo), e che in realtà lo sforzo è guidato dall’Esercito regolare iracheno agli ordini del Premier Abadi, come ammette perfino il Washington Post. Almeno una voce dei media mainstream, Tom Rogan dell’Examiner di Washington, già chiede agli Stati Uniti di entrare nel conflitto e bombardare gli iracheni: “Questa vittoria non solo impedirà ai curdi di trasferire personale e rifornimenti, ma sottoporrà gli Stati Uniti alle stesse restrizioni. L’Iran potrà quindi ottenere concessioni politiche in cambio del permesso di attraversare le frontiere… Al contrario, questa è solo l’ultima tappa dello sforzo russo, iraniano e turco per realizzare una nuova realtà politica in Iraq e Siria… In primo luogo, il presidente Trump deve cercare di persuadere il primo ministro dell’Iraq a sospendere qualsiasi coinvolgimento della forza federale nell’offensiva su Faysh Qabur… Tuttavia, gli Stati Uniti dovrebbero prepararsi ad usare la forza per assicurarsi che i restanti valichi di frontiera occupati dai curdi non cadano. Le PMF sanno della loro vulnerabilità alla potenza aerea statunitense e probabilmente saranno dissuase dall’avanzare a nord. Altrimenti, gli Stati Uniti devono essere pronti a bombardarle per respingerle”.Traduzione di Alessandro Lattanzio